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Annali XLIV_2012.

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ANNALI
ISSN 0531-9870 della
FONDAZIONE
L. EINAUDI
XLVI
2012
ANNALI
della
FONDAZIONE
LUIGI EINAUDI
XLVI-2012

Leo S. Olschki Editore


Leo S.
Olschki
«ANNALI DELLA FONDAZIONE LUIGI EINAUDI»
TORINO
ANNALI
della
FONDAZIONE
LUIGI EINAUDI
XLVI-2012

Leo S. Olschki Editore


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INDICE DEL VOLUME

PARTE I - CRONACHE DELLA FONDAZIONE

I. TERENZIO COZZI, Relazione per l’anno 2012 . . . . . . . . . . . . pag. XI

II. Le persone . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . » XXVII

III. Bandi di concorso . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . » XXXV

LUIGI R. EINAUDI, Intervento all’inaugurazione del Campus Luigi


Einaudi (22 settembre 2012) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . » XLI

PARTE II - LA SOCIOLOGIA DEL PARTITO POLITICO


100 ANNI DOPO (1911-2011)

FRANCESCO TUCCARI, Per una nuova stagione di studi michelsiani . . » 3


CORRADO MALANDRINO, Roberto Michels e la storia d’Italia tra
Risorgimento e belle époque . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . » 7
FRANK R. PFETSCH, Das spannungsreiche Neben- und Nacheinan-
der im Leben und Werk von Robert Michels . . . . . . . . . . . » 25
TIMM GENETT, Der Fremde im Kriege . . . . . . . . . . . . . . . . . . » 43
FRANCESCO TUCCARI, 100 anni dopo. Le radici, le ragioni e l’inat-
tualità della Sociologia del partito politico di Robert Michels » 55
PAOLO POMBENI, La teoria del partito politico nell’età di Michels » 85
CARLO MONGARDINI, Regime di massa e democrazia in Michels . . » 121
MARA MORINI, La sociologia e le trasformazioni dei partiti politici
contemporanei . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . » 135
VIII INDICE DEL VOLUME

KENNETH M. ROBERTS, Michels and the Sociological Study of Party


Organization: A Latin American Perspective . . . . . . . . . . . . Pag. 153
FRIEDBERT W. RÜB, Robert Michels’ Sociology of Political Parties
revisited: Political parties, delegation, and the crisis of democra-
cy in the light of modern party theories . . . . . . . . . . . . . . . » 177

PARTE III - LA MANCATA CRESCITA ITALIANA

PIERLUIGI CIOCCA, La crescita: risorse, efficienza, innovazione, ma


non solo . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . » 209
MASSIMO L. SALVADORI, Culture politiche, partiti e crisi di sistema » 219
GIUSEPPE BERTA – MARIO PERUGINI, L’evoluzione e la struttura
delle imprese fra declino e trasformazione . . . . . . . . . . . . . . » 231
LOREDANA SCIOLLA, Il valore dell’istruzione e i ritardi dell’Italia . . » 255

PARTE IV - SAGGI

EDOARDO SLERCA, Does Salience matter for Most Hated Taxes?


Evidence from Italy . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . » 277
FRANCESCO CONDOLUCI, La «sociocrazia» nell’America tra Otto e
Novecento. Il pensiero politico e sociale di Lester Frank Ward
(1841-1913) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . » 301
GIOVANNI GRAGLIA, Le due esposizioni della SS. Sindone (1931-
1933) e la ‘sacralizzazione della politica’ nel Ventennio . . . . . » 333
LORENZO COSTAGUTA, Social norms and legal rules: A comparison
of the theories of H.L.A. Hart, J. Rawls and F. Hayek . . . . . » 361

Indice dei nomi. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . » 387


PAOLO POMBENI

LA TEORIA DEL PARTITO POLITICO


NELL’ETÀ DI MICHELS

La pubblicazione del volume di Michels sulla Sociologia del partito politico


si colloca in una posizione peculiare rispetto alla tradizione precedente di stu-
di, non perché non si fosse mai parlato di partiti politici, che anzi questo era
stato un tema dibattutissimo, ma perché affrontava quel tema da una prospet-
tiva del tutto particolare: non la problematica della presenza dei partiti politici
nel quadro del sistema costituzionale, ma il significato della vita interna dei
partiti in rapporto alla questione della crescita di uno spazio di ‘democrazia’
nel sistema politico europeo.
Da un certo punto di vista si trattava di uno sviluppo della tradizione giu-
spubblicistica che si era interrogata sul ruolo e sulla collocazione dei ‘partiti’
nel quadro del nuovo sistema costituzionale: in questo contesto il problema
della ‘rappresentanza’ si era fuso con la questione sulla sopravvivenza o meno
delle tradizioni corporativo-cetuali e dunque inevitabilmente col tema della
relazione che i raggruppamenti politici presenti nelle istituzioni rappresenta-
tive potevano garantire con la ‘società civile’.1 Non si tratta di considerazioni
che vengono alla luce dopo che nelle democrazie costituzionali post 1945 i
partiti si sono affermati come assi portanti dei nuovi sistemi politici a larga
base popolare, perché il dibattito sui partiti ha una storia molto lunga, che
ha i suoi prodromi all’inizio del XIX secolo (con qualche premessa alla fine
del secolo precedente) e che nel momento in cui Michels pubblicherà la

1 Ho affrontato ampiamente queste tematiche nel mio, La ragione e la passione. Le forme della

politica nell’Europa contemporanea, Bologna, Il Mulino, 2010. In questo saggio riprendo, inevitabil-
mente, materiali e studi là contenuti, pur riordinandoli in funzione del tema specifico del contesto in
cui apparve l’opera di Michels.
86 PAOLO POMBENI

sua opera più famosa ha già raggiunto un notevole sviluppo.2 Cosa veramente
conoscesse il sociologo tedesco di questa vastissima letteratura non è chiaro:
probabilmente lo aveva interessato poco o nulla, lontano come era dall’im-
pianto giuridico di quel pensiero (che pure non aveva disdegnato i rapporti
con la sociologia),3 anche se le sue frequentazioni con Gaetano Mosca avreb-
bero potuto suggerirgli qualche sensibilità in quelle direzioni.
Tuttavia è evidente che Michels era preso prevalentemente dall’impatto
della nuova sociologia che si stava affermando e dunque, come è noto e come
è stato ampiamente studiato, ad interessarlo erano la natura e la vita interna
della forma partito, anzi di quello che era l’incarnazione per antonomasia della
novità in quel campo, cioè l’SPD con le sue peculiarità vere e presunte.4 In
questo contesto il nostro autore riteneva di essere sostanzialmente il primo
che si era occupato della vita interna del partito e delle regole che vi presie-
devano, come non avrebbe mancato di far rimarcare ai suoi critici.
Per la verità qualche accenno alla problematica della vita interna dei par-
titi lo si trova anche in autori molto precedenti, che non si sa quanto Michels
conoscesse, ma che certo non gli sarebbero apparsi in sintonia con quanto
aveva in mente componendo la sua opera.
Già nel 1843 l’hegeliano di centro Karl Rosenkranz aveva fatto derivare il
concetto di partito dal concetto di Stato, essendo questa la forma che conte-
neva la libertà etica di un popolo ed il partito presentandosi come lo strumen-
to della dialettica (infinita perché non solo vi era dialettica tra destra, centro e
sinistra rappresentate da partiti diversi, ma ogni partito assumeva questa tria-
dicità al suo interno, con frazioni che a loro volta la riprendevano e via dicen-
do). Cosı̀ attraverso lo strumento dialettico il contenuto etico dello stato veni-
va di continuo perfezionandosi.5

2 Per un bilancio ancora oggi interessante di questo percorso si veda, H.P. IPSEN , Vom Begriff

der Partei, «Zeitschrift für die gesamte Staatswissenschaft», 100 (1940), pp. 309-336; per un’opera
coeva al lavoro di Michels, H. REHMS, Deutschlands politische Parteien. Ein Grundriß der Parteien-
lehre und der Wahlsysteme, Jena, 1912. Come opuscolo tratto da un articolo originariamente pubbli-
cato sulle «Historische Zeitschrift» era anche uscito il lavoro di un giurista importante, Adalbert
Wahl, Beiträge zur deutschen Parteigeschichte im 19. Jahrhundert, München, Oldenbourg, 1910, dove
non solo si ragionava sulle origini dei partiti nel contesto dell’Europa influenzata dagli eventi del
1789, ma si concludeva che i partiti meritavano comunque di essere studiati anche come raggruppa-
menti sociali in sé.
3 Per esempio in Italia, vi era stata tutta una corrente di giuspubblicisti che si era posta il pro-

blema del rapporto tra costituzionalismo e sociologia: cfr. L. LACCHÉ, Lo stato giuridico e la costitu-
zione sociale. Angelo Majorana e la giuspubblicistica di fine secolo, in Il ‘giureconsulto della politica’.
Angelo Majorana e l’indirizzo sociologico del diritto pubblico, Macerata, EUM, 2011, pp. 23-53.
4 Nell’economia di questa parte del volume non tocca a me affrontare il compito di analizzare

l’opera di Michels. A questo fine si rinvia ai saggi specifici su questo tema qui contenuti.
5 Cfr. K. ROSENKRANZ , Sul concetto di partito politico, in Gli hegeliani liberali, a cura di C. Cesa,

Bari, Laterza, 1974, pp. 85-116.


LA TEORIA DEL PARTITO POLITICO NELL’ETÀ DI MICHELS 87

Ciò che colpisce in questo scritto è la netta percezione e la vivissima co-


scienza del carattere ‘totalizzante’ della forma-partito e dunque della sua ca-
pacità di autoalimentarsi e del suo vivere di regole proprie.
«Il partito – scrive Rosenkranz – è l’unilateralità autocosciente che la
condotta pratica della comunità suscita presso i suoi membri nella disegua-
glianza e nel conflitto di bisogni da questa provocato». Come concetto mo-
derno in senso proprio il partito ha un’origine precisa: «L’origine del partito
politico va desunta dal concetto di Stato. Lo Stato è la forma che contiene la
libertà etica di un popolo come sistema, in sé progressivo di leggi e di ordi-
namenti. Soltanto questa forma conferisce determinatezza al contenuto. Ma
poiché il contenuto è in sé stesso infinito, cosı̀ la forma che esso si dà non gli
si attaglia mai in guisa tale che non sia pensabile un suo ulteriore perfezio-
namento».
Qui però si inserisce un elemento a mio giudizio molto importante. Ro-
senkranz, come molti degli autori che nell’Ottocento si occuperanno del no-
stro tema, ritiene che il partito ‘vero’ sia quello che rappresenta il principio
‘più ideale’ (ovvero ragioni «attinte alla riflessione sull’idea di Stato»). Ma al
contrario degli altri vede questa come un’evoluzione di civiltà rispetto ai par-
titi che nascono dalle aggregazioni sociali, un’evoluzione senza rottura, poiché
«la lotta tra partiti nel senso odierno» è quella «secondo cui è possibile che
chiunque, a qualunque famiglia, a qualunque ceto (Stand) originariamente ap-
partenga, riesca, grazie alla mediazione della sua cultura, del suo giudizio, a
una peculiare scelta politica».
C’è qui un abbozzo di soluzione del rapporto tra ‘partito sociale’ e ‘partito
culturale’ che è forse lo scoglio principale su cui sarebbe naufragata la teoria
liberale continentale del partito, soprattutto quella più ‘politica’ che si poneva
sempre la questione dell’indebolimento di uno stato che avesse accettato di
riconoscere i gruppi sociali.
Il nostro autore aveva guardato con molto più realismo al fenomeno del
partito. Ne sottolineava il carattere di ente in continua trasformazione; indivi-
duava nella presenza di un «leader» (sic) il perno organizzativo; classificava gli
aderenti come «il teorico che escogita», «l’entusiasta che freme», «il faiseur
che realizza»; per il funzionamento chiamava in campo invece il soggetto
«che vien fatto responsabile all’occorrenza di tutte le faccende, le trasgressio-
ni, le calamità: il solito buon diavolo un po’ minchione»; infine discuteva il
ruolo dell’«apostata e rinnegato».
Né gli sfuggiva il carattere di istituzione compiuta in sé che il partito ten-
deva ad assumere: «Tutte le opposizioni che gli stanno al di fuori, in quanto
partiti avversi, il partito deve portarle in sé stesso, e in sé stesso superarle».
Cosı̀ è che la triade «destra, centro, sinistra», si perpetuava all’infinito: nel
parlamento fra partiti, nel rapporto interno al partito fra correnti (definite
9
88 PAOLO POMBENI

nuances), poi dentro le correnti con altri gruppi (coteries) ed infine dentro
queste con le cliques.
Come si vede, c’era già qualche spunto di sguardo interno alla vita dei par-
titi, pur in un’epoca in cui questi avevano un carattere del tutto diverso da quel
‘partito sociale di massa’ su cui si sarebbe appuntata l’attenzione di Michels.
Il carattere per cosı̀ dire ‘totalizzante’ del partito non era sfuggito neppure
a colui che sarebbe rimasto sino agli anni Venti del XX secolo il classico per
antonomasia nelle citazioni degli studi sui partiti. Johan Caspar Bluntschli, nel
suo volumetto del 1869, poi rifuso nel suo grande manuale di teoria generale
dello Stato.6 Qui lo studioso svizzero-tedesco non si era posto solo il problema
di classificare il sistema dei partiti nel quadro del costituzionalismo liberale.
Certo in questo autore permaneva un oggettivo indebolimento della nozione
di partito come era quella di legarla strettamente allo Stato: se un partito si
poneva contro lo Stato diveniva ‘fazione’, poiché faceva prevalere il Sonder-
geist (spirito particolare) sullo Staatsgeist (spirito dello Stato). Tuttavia, men-
tre Bluntschli negava al partito politico la posizione di autonoma rilevanza co-
stituzionale, ne riconosceva al tempo stesso, per quanto in forma contorta, il
carattere di istituzione sociale:
I partiti non sono punto un’istituzione di diritto pubblico, bensı̀ un’istituzione
politica. I partiti politici non sono membri dell’organismo del corpo dello Stato,
ma sono liberi gruppi di soci, liberi di appartenervi o no, i quali sono avvinti da
un determinato sentimento e indirizzo ad una comune azione politica. Essi sono
un prodotto ed una rappresentanza delle diverse correnti dello spirito politico, il qua-
le muove la vita popolare nel seno dell’ordinamento giuridico e politico.7

Il problema della scienza politica liberale era, sul continente, tutto in que-
sti termini: essa aveva individuato che il partito era una ‘forma’ 8 dell’organiz-

6 J.C. BLUNTSCHLI , Charakter und Geist der politischen Parteien, Nördlingen, Beckhschen Buch-

handlung, 1869 (ristampa anastatica: Aalen, 1970). Nel suo grande manuale, diventerà il capitolo XII
del terzo volume della dottrina generale dello Stato, dal significativo titolo Politik als Wissenschaft,
che sarà poi tradotta in italiano da F. Trono col titolo, Dottrina dello Stato moderno, Napoli, 1879
(citerò da questa edizione).
7 ID., Dottrina dello Stato cit., p. 415. Segnalo che in questo passo si parla di ‘istituzione’ in ter-

mini diversi da quelli che si riferiscono complessivamente alla lezione di M. HAURIOU, Teoria dell’i-
stituzione e della fondazione, Milano, Giuffrè, 1967.
8 Che il partito fosse una ‘forma’ i nostri autori l’avevano notato: oltre ai passi di Bluntschli ci-

tati, si ricordi che Minghetti, I partiti politici e l’ingerenza loro nella giustizia e nell’amministrazione,
Bologna, 1881, p. 195, aveva scritto che il Sismondi nel libro sulle costituzioni aveva notato che i
deputati eletti dalle istanze particolari una volta in Parlamento «tend[evano] ad aggrupparsi e disci-
plinarsi nella forma di partito». Rosenkranz, nello scritto citato, vi aveva fatto cenno due volte: aveva
parlato di diverse «forme di composizione» (p. 104) e di una «forma del partito» a società segreta
contrapposta alla pubblica (p. 113).
LA TEORIA DEL PARTITO POLITICO NELL’ETÀ DI MICHELS 89

zazione politica contemporanea, ne aveva anche individuato i caratteri ‘istitu-


zionali’ (la disciplina normativa, come quella militare; il suo farsi portatore di
volontà generali; la capacità di azione come corpo, ecc.), ma aveva rifiutato di
far consistere in questo l’essenza della forma perché ciò avrebbe legittimato
anche i partiti ‘confessionali’, quelli di ‘ceto’ (compresi i nascenti partiti ope-
rai, ecc.), cioè i nemici del sistema.
Ovviamente questo approccio non avrebbe resistito a lungo alla pressione
del mutamento che era indotto dall’evoluzione di una vita politica e costitu-
zionale sempre più basata sulla raccolta del consenso elettorale con un accesso
al voto che non solo assumeva dimensioni di massa, ma che passava sempre
più attraverso la ‘mobilitazione’ che si basava tanto sulla stampa, quanto sulla
partecipazione ad ‘eventi’ (raduni, manifestazioni, ecc.) e sulla condivisione
sociale della partecipazione alla ‘militanza’ (quella che più tardi si sarebbe
chiamata la ‘vita di partito’).
Come è noto il passaggio che portò all’attenzione dell’opinione pubblica
europea il nostro tema, fu il combinarsi dell’eco delle trasformazioni della po-
litica britannica non solo nel mitico duello fra Disraeli e Gladstone, ma anche
nell’emergere come modello del cosiddetto ‘caucus di Birmingham’ promosso
da Joseph Chamberlain, con il balzare al centro della scena del dibattito sul
modello americano, come proposto nel famoso libro di James Bryce The Ame-
rican Commonwealth (volume che ebbe una circolazione notevolissima e che
fu tradotto sia in francese che in tedesco e poi, un po’ più tardi anche in ita-
liano).9
Bryce avrebbe dedicato grande attenzione alla questione del partito: il
‘partito americano’ diventava l’incarnazione del nuovo stadio della politica e
il fattore decisivo per trasformare una società senza reti autonome di naziona-
lizzazione delle masse in un corpo politico anche se era al tempo stesso l’osta-
colo perché si realizzasse quel ‘governo dei migliori’ che doveva essere la for-
ma naturale del politico dopo che si era riusciti a spezzare l’identificazione
dell’aristocrazia con la nobiltà per sangue o per censo.

9 Dopo l’edizione originale del 1888 c’erano state due importanti edizioni successive, una nel

1889, una, completamente rivista, nel 1893-95. Sulla fortuna di Bryce in Gran Bretagna e negli
USA si vedano H. TULLOCH, J. Bryce’s American Commonwealth. The Anglo-American Background,
London, The Royal Historical Society, 1988, ed anche E. IONS, James Bryce and American Democracy,
London, Macmillan, 1968; per la sua fortuna europea ricordiamo la traduzione francese che fu usata
anche in Italia sino ad una tardiva traduzione parziale promossa da A. Brunialti nel 1913. Si veda
anche l’attenzione che l’opera ricevette in Germania, testimoniata fra gli altri da Max Weber: cfr.
L.A. SCAFF, Max Weber and Robert Michels, «American Journal of Sociology», 89 (1981),
pp. 1269-1286. Si vedano infine, T. KLIENKNECHT, Imperiale und internationale Ordnung: eine Un-
tersuchung zum anglo-amerikanischen Gelehrtenliberalismus am Beispiel von J. Bryce, Göttingen, Van-
denhoeck & Ruprecht, 1985, nonché F.L. VIANO, Una democrazia imperiale: l’America di James
Bryce, Firenze, CET, 2003.
90 PAOLO POMBENI

Arrivato a questo punto, Bryce non poteva sottrarsi a tentare l’elaborazio-


ne di una teoria comparativa fra la forma-partito inglese (e in un certo senso
anche europea) e quella americana, cioè a produrre, a parer mio, un saggio di
comparazione fra il partito secondo il liberalismo e il partito secondo la demo-
crazia.

L’essenza dei partiti inglesi – scrive Bryce – è consistita nell’esistenza di due si-
stemi di idee e tendenze che dividono la nazione in due sezioni, il partito [...] del mo-
vimento e il partito dello stare fermi, il partito della libertà e il partito dell’ordine. [E
aggiunge]: ciascun partito ha avuto non solo una vita concreta e brillante attraverso i
suoi leader famosi ed i suoi zelanti membri, ma ha avuto anche una vita intellettuale e
morale attraverso i suoi principi.10

Questa vita intellettuale e morale dei partiti politici, o per dirla in altri ter-
mini questa radice filosofica dell’associarsi su questioni politiche, aveva costi-
tuito l’approccio liberale al problema del partito da Burke in avanti. Le famo-
se «honourable connections» di Burke, i gruppi di uomini mossi dall’idem
sentire de republica secondo la definizione che ne aveva dato nel 1770,11 si sa-
rebbero trasformate in fazioni, ove private di un rapporto sostanziale con un
pensiero politico, ed in questo caso sarebbe spuntato dietro l’angolo il dema-
gogo, l’incubo della scienza politica liberale che lo derivava dalla sua frequen-
tazione dei classici dell’antichità.12
Che fare allora dei partiti una volta che essi avessero abbandonato il loro
legame coi principi e di conseguenza la loro ‘rispettabilità’? Bryce rispondeva
che «la lealtà verso un leader che si pensava sarebbe potuto diventare primo
ministro sarebbe stata un misero sostituto per la lealtà verso una fede», aggiun-
gendo: «questo che è ben immaginabile possa accadere in Inghilterra nelle sue
nuove condizioni politiche, è ciò che è accaduto con i partiti americani».13

10 Cito qui da J. BRYCE, The American Commonwealth [terza edizione ‘completamente rivista’],

London, Macmillan, 1893-1895, III, p. 22.


11 Cfr. Thoughts on the Cause of the Present Discontents, in The Wrtings and Speeches of

E. Burke, II, Party, Parliament and the American Crisis, 1776-1774, Oxford, Clarendon, 1981,
pp. 317-318.
12 Per una presentazione delle radici francesi di questa impostazione nel quadro della Rivolu-

zione e delle sue conseguenze si vedano i lavori di L. JAUME, Le discours jacobin et la démocratie, Pa-
ris, Fayard, 1989; Échec au libéralisme. Les jacobins et l’état, Paris, Kimé, 1990; L’individu effacé ou le
paradoxe du libéralisme français, Paris, Fayard, 1997. Sul versante tedesco e sul rapporto fra filosofia
politica e partiti politici, T. SCHIEDER, Die Theorie der Partei im älteren deutschen Liberalismus, in
Staat und Gesellschaft im Wandel unserer Zeit, München, Oldenbourg, 1970, pp. 110-132; K. VON
BEYME, Partei, Faktion, in Geschichtliche Grundbegriffe. Historisches Lexikon zur politisch-soziale
Sprache in Deutschland, Stuttgart, Klett, 1972, IV, pp. 677-733; S. AMATO, Il problema del ‘partito’
negli scrittori politici tedeschi (1851-1914), Firenze, CET, 1993.
13 American Commonwealth cit., III, p. 23.
LA TEORIA DEL PARTITO POLITICO NELL’ETÀ DI MICHELS 91

Questo passaggio merita attenzione. A dispetto di tutte le sue critiche


all’approccio di Tocqueville, lo stesso Bryce finiva per cadere in tentazione:
forse egli si collocava fuori della prospettiva di una teoria sulla democrazia
illustrata a partire dall’America, ma finiva per inclinare, per usare il suo
linguaggio, verso una ‘dissezione’ della democrazia che occasionalmente era
rappresentata dal caso americano.
In questo specifico caso la legge che presiede alla formazione dei partiti
politici non è più la legge dell’opinione pubblica, ovvero un fatto costituzio-
nale. Naturalmente si riconosce che il sistema di governo nei tempi moderni
«richiede ed implica i partiti», ma per questo ciò che conta è, se posso usare
un mio termine, la ‘sociologia’ e non più il pensiero politico e costituzionale
che presiede alla formazione delle aggregazioni politiche.

I partiti si sviluppano nel confronto, perché i loro membri si sono formati abitu-
dini di azione comune ed hanno introitato avversioni e pregiudizi, ma anche perché i
leader trovano il loro tornaconto nell’utilizzare queste abitudini e nel far leva su questi
pregiudizi. [Questo approccio negativo è di fatto bilanciato da una nota ‘realistica’ nel
prestare attenzione ad un bisogno politico]: una maggioranza deve essere coesiva, ra-
dunata in un corpo unito ed organizzato: questo corpo è un partito.14

Ciò che secondo Bryce spiega questa peculiarità (ma qui rifletteva una
opinione largamente condivisa) è la mancanza in politica di una comunità na-
turale dopo che la grande immigrazione aveva cambiato il panorama america-
no rispetto ai tempi di Jackson su cui aveva ragionato Tocqueville. Egli con-
sidera l’immigrazione (in specie quella tedesca e francese) responsabile per
aver introdotto, in un paese senza lotta di classe, ciò che egli etichetta come
«le loro passioni del vecchio Mondo». Nella terza edizione del 1895, commen-
tando lo sciopero dei ferrovieri che si era avuto in quel luglio, giudicava che
esso fosse stato «principalmente opera di immigrati recenti, che le istituzioni
americane non avevano avuto il tempo di educare, sebbene la follia di una teo-
ria astratta avesse concesso loro il diritto di voto».15 È per far fronte a questa
follia che ha concesso il suffragio ad uomini che non erano né parte di una
comunità reale né gente istruita e colta che si rendeva inevitabile il ricorso
ad un qualche sistema di aggregazione politica.
Bryce era stato colpito da una peculiarità del modo americano di vivere, la
stessa che alcuni anni dopo avrebbe colpito Max Weber durante la sua visita
negli Stati Uniti (e largamente presente nel suo discorso al congresso dei so-

14 Ivi, p. 24.
15 Ivi, p. 600.
92 PAOLO POMBENI

ciologi tedeschi svoltosi nel 1910 a Francoforte): 16 gli americani «sono spiriti
gregari, essendo ogni uomo più disposto ad andare dietro alla moltitudine e a
fare come facevano tutti piuttosto che non a prendere una sua propria linea di
condotta»; ed anche «essi sono amanti in maniera estrema del fatto di asso-
ciarsi fra loro e sono pronti ad aggrapparsi a qualsiasi organizzazione a cui ab-
biano aderito una volta».17
Le radici ultime di questa trasformazione della politica sono naturalmente
nel «fatalismo della moltitudine», un problema che costituisce l’argomento
specifico di un intero capitolo. La conclusione è che in un sistema fondato sul-
la partecipazione di massa alla vita politica e costituzionale senza alcun vincolo
per una preventiva qualificazione dei soggetti quanto a requisiti di istruzione
si deve riconoscere come assolutamente necessaria l’esistenza di un qualche
tipo di macchina organizzativa in vista del suffragio generale, sia per quanto
riguarda la selezione dei candidati, non più legata ai capi naturali delle comu-
nità, sia per quanto riguarda il disciplinamento e la sintesi dei sentimenti po-
litici elementari. Mi sembra che Bryce faccia questa affermazione suo malgra-
do: c’è una forte denuncia della corruzione politica, ma soprattutto della
professionalizzazione della politica, ciò che significherebbe l’esclusione degli
intellettuali dal ruolo di protagonisti della vita pubblica. «Coloro che nelle
grandi città mettono in piedi i comitati e fanno funzionare la macchina poli-
tica sono persone il cui obiettivo principale nella vita è guadagnarsi da vivere
con la posizione che ricoprono».18 Detto per inciso, potrebbe trovarsi qui l’o-
rigine della nota distinzione che Weber farà fra «vivere per la politica e vivere
di politica»: il pensatore tedesco era stato un lettore diligente dell’American
Commonwealth, la cui importanza aveva segnalato senza successo anche a
Michels.19

16 Il testo è ora in M. WEBER, Gesammelte Aufsätze zur Soziologie und Sozialpolitik, Tübingen,

Mohr, 1924, pp. 431-449 (si vedano specialmente le pp. 442-443). Su Max Weber e l’America cfr.
W.J. MOMMSEN, Die Vereinigten Staaten von Amerika, in Max Weber. Gesellschaft, Politik und Ge-
schichte, Frankfurt, Suhrkampf, 1982, pp. 72-96; J. RADKAU, Max Weber. Die Leidenschaft des Den-
kens, München-Wien, Hanser, 2005, pp. 368-378.
17 American Commonwealth cit., III, p. 51.

18 Ivi, p. 107.

19 Questa corrispondenza era già nota da tempo: ne parlavano, L.A. SCAFF , Max Weber and

Robert Michels cit.; W.J. MOMMSEN, Robert Michels und Max Weber. Gesinnungsethischer Funda-
mentalismus versus verantwortungsethischen Pragmatismus, in Max Weber und seine Zeitgenossen,
hrsg. von W.J. Mommsen und W. Schwentker, Göttingen, Vandenhoeck und Ruprecht, 1987,
pp. 196-215. Ora tutta la corrispondenza è edita nella Max Weber Gesamtausgabe (MWG). Weber
raccomanda a Michels per la prima volta la lettura di The American Commonwealth in una lettera del
26 marzo 1906; torna sulla raccomandazione in una lettera del 3 giugno 1906 inviandogli addirittura
un buono perché si faccia venire il volume dalla biblioteca di Marburg; e infine ripete l’invito in una
lettera del 4 agosto 1908: «Per il resto ha letto James Bryce, The American Commonwealth? Lei deve
farlo!» (MWG, II/5, Briefe 1906-1908, Tübingen, Mohr, 1990, pp. 57; 99; 618). Sul tema ritornava
LA TEORIA DEL PARTITO POLITICO NELL’ETÀ DI MICHELS 93

Ripercorrere il rapporto di Weber con gli Stati Uniti e con la questione del
partito è a questo punto molto istruttivo.
Benché gli Stati Uniti occupino nel pensiero weberiano, come ha scritto
Wolfgang Mommsen, una zona marginale, rimane interessante verificare le di-
rettrici di questa riflessione che non era puramente teorica, perché Weber tra-
scorse un paio di mesi negli Usa nel 1904 (dagli inizi di settembre ai primi di
novembre) in occasione di un congresso internazionale. Ora ciò che affascinò
lo studioso tedesco sono esattamente tre punti: il rapporto tra democrazia e
substrato religioso; l’esistenza di una società in cui forme di aggregazione so-
ciale secolarizzata garantiscono forme di selezione e promozione della classe
dirigente su basi tendenzialmente egualitarie; un’organizzazione della politica
capace, bene o male, di coinvolgere masse imponenti: la realizzazione in pro-
spettiva di quello che egli chiamerà più tardi Führerdemokratie mit Maschine
(democrazia di capi con macchina politica).
Il primo punto ci riporta indietro nella tradizione del liberalismo europeo,
secondo un’ottica che in Germania era andata scomparendo a partire dagli
anni Settanta. Se Jellinek aveva scritto sulla connessione tra puritanesimo e
dichiarazione dei diritti dell’uomo, si trattava della sensibilità di un giurista
ancora memore di alcune tradizioni costituzionalistiche: per l’opinione corren-
te gli Stati Uniti erano Geschichts- und Kulturlosigkeit (mancanza di storia e di
cultura).20
Weber non solo rimane affascinato dalla vitalità delle sette americane (a
cui si devono i diritti dell’uomo e la libertà della scienza, tanto che scriverà
al teologo Adolf von Harnack nel gennaio del 1905: «Solo l’idealismo radicale
poteva creare questo fenomeno»), ma rileva altresı̀ che è l’eticità trasmessa
dall’appartenenza religiosa che rende l’uomo pubblico americano kreditwur-
dig (meritevole di credito) verso la società.
Weber, come ha fatto notare Radkau, guarda all’America attraverso gli oc-
chiali della Etica protestante e lo spirito del capitalismo che ha appena conclu-
so, ma la vivacità della vita religiosa americana aveva colpito un po’ tutti i
compagni di viaggio di Weber, dallo storico della chiesa e del pensiero poli-

in una lettera a Michels del 21 dicembre 1910, lamentandosi di non essere stato veramente seguito:
«Trovo presuntuoso che lei non abbia utilizzato Bryce, American Commonwealth (l’edizione com-
pleta! Non quella ridotta che lei cita). Le sarebbe stata sicuramente utile» (MWG, II/6, Briefe
1909-1910, Tübingen, Mohr, 1994, p. 761).
20 Cfr. A. FRAENKEL, Amerika im Spiegel der deutschen politischen Denkens, Köln, Westdeut-

scher Verlag, 1959; K. VON BEYME, Vorbild Amerika? Der Einfluss der amerikanischen Demokratie
in der Welt, München, Piper, 1986. Peraltro quando Weber si recò in America il clima stava parzial-
mente cambiando: proprio in quell’anno era uscito Hugo Münsterberg, Die Amerikaner, 2 voll., Ber-
lin, Mittler, 1904, che cercava di ribaltare, a volte con molta approssimazione e troppo entusiasmo,
questi stereotipi.
94 PAOLO POMBENI

tico cristiano Ernst Troeltsch (in verità il meno entusiasta del nuovo contesto,
tanto da aver trovato l’architettura di New York «antipatica e urtante») al ce-
lebre teologo Adolf von Harnack, una star tanto in Germania quanto negli
USA, che aveva notato come «Chicago [fosse] una città di chiese e cappelle
come se ne vedono solo in un contesto medievale».21
Accanto a questo universo di espressioni della religiosità americana, che
pure la secolarizzazione aveva scalfito solo relativamente (e certo meno di
quanto non avesse scalfito le chiese storiche europee), stava la ricca rete di so-
cietà intermedie, club e associazioni, attraverso le quali si garantiva quel pro-
cesso di selezione sociale che evitava l’affondamento del singolo nell’anonima-
to della società di massa e manteneva mobile la classe dirigente. Weber, con la
sua cultura e sensibilità storica, intuisce questo ruolo di nuove realtà interme-
die che le articolazioni della società assumono dopo il dissolversi del sistema
cetuale (del resto era un punto che aveva toccato anche Tocqueville).
Per comprendere l’importanza di questo passaggio, si deve ricordare che
Weber riprende con forza questo schema interpretativo nel discorso al secon-
do congresso dei sociologi tedeschi a Francoforte nel 1910.22 Qui, dove po-
neva la questione ‘drastica’ di una sociologia del fenomeno associativo che an-
dasse «dai partiti ai club di bocce», tornava in campo non solo la questione
del significato della rete associazionistica americana, ma la stessa prospettiva
del partito americano. Il problema principale era per Weber tanto l’impossi-
bilità di una democrazia senza sociabilità politica,23 quanto la comprensione
di come queste forme di sociabilità possano stabilire relazioni di dominio
(Herrschaftsverhältnis) tra gli uomini. E ovviamente il caso più complesso
era proprio rappresentato dalla forma-partito che viveva sia come «pura mac-
china» nel partito americano sia come «partito di Weltanschauung» nel caso
dell’SPD o del cattolico Zentrum.24
Certo questa sensibilità non era esattamente l’unica ad essere diffusa fra
gli studiosi europei dei problemi di partito. L’ovvio contraltare al pensiero

21 Citazioni in J. RADKAU, Max Weber cit., pp. 371, 373.


22 II testo è pubblicato in M. WEBER, Gesammelte Aufsätze zur Soziologie und Sozialpolitik cit.
23 Ed era ancora l’esempio americano: «La democrazia in America non è un mucchio di grani

di sabbia, bensı̀, un garbuglio di sette esclusive, associazione e club». Ibid.


24 «In che modo si opera aggregazione tra le singole categorie di tali leghe o associazioni a co-

minciare dai partiti (poiché anche questi possono essere sia delle macchine politiche, delle pure mac-
chine come i partiti americani, oppure sedicenti partiti di Weltanschauung, come oggi il partito della
socialdemocrazia, che in tutta onestà crede di essere tale, sebbene non lo sia più da lungo tempo,
oppure veri partiti di Weltanschauung, come è ancora oggi in misura sempre crescente lo Zentrum,
sebbene anche in esso questo elemento sia caduto in dissolvimento, e ci siano allora gli accoppia-
menti del tutto benemeriti di idee e macchinismi) in che modo, voglio dire, e con quali mezzi si opera
aggregazione nella doppia direzione: da un lato la valorizzazione del singolo individuo, e dall’altro la
valorizzazione dei patrimoni culturali oggettivi e sovraindividuali?». Ivi, p. 447.
LA TEORIA DEL PARTITO POLITICO NELL’ETÀ DI MICHELS 95

di Michels sarebbe stato lo studioso russo Moisei Ostrogorski, sebbene curio-


samente, per opera preminente dei distratti approcci di Duverger e di Lipset,
il nome del russo e quello dello studioso tedesco sarebbero diventati una
specie di endiadi da porre all’origine della moderna sociologia dei partiti po-
litici.
In verità Ostrogorski aveva tutt’altro approccio, come lo stesso Michels
dichiarerà nella seconda edizione del suo saggio stupendosi perché in alcune
recensioni lo si metteva in relazione con Ostrogorski, mentre egli rivendicava
di non conoscere nulla dell’«esimio scienziato polacco» (sic!), tenendo a sot-
tolineare che ciò che lo distingueva dall’opera di quell’autore era proprio il
fatto che mentre questa si occupava del fenomeno dei partiti in rapporto alla
democrazia, anzi alla sola democrazia americana e britannica, egli si occupava
principalmente della vita interna del partito.25
Per il russo infatti la questione dei partiti non verteva sul loro modo di
essere, che lo interessava relativamente, ma sulla loro natura ‘demagogica’,
cioè sulla capacità che essi avevano di trasformarsi in strumenti nelle mani
di capi-popolo di scadente qualità per favorirne la carriera a discapito del bet-
ter element a cui avrebbe dovuto essere riservata la politica una volta che la
‘democrazia’ (o meglio il costituzionalismo classico) avesse espunto la possibi-
lità di una riserva manipolativa a favore delle tradizionali classi dirigenti con-
servatrici.
Come è noto la gestazione del libro di Ostrogorski fu assai lunga: dagli
inizi del 1889 alla fine del 1902.26 Erano passati tredici anni e non per colpa
dell’editore, perché anzi Macmillan, come sappiamo dalla sua corrispondenza,
premeva per una edizione in tempi rapidi.
Da una lettera di Ostrogorski a Bryce del 24 dicembre 1898, apprendiamo
che la parte del lavoro sulla Gran Bretagna era quasi finita; al tempo stesso
intuiamo che qualcosa era cambiato nelle relazioni fra i due.

25 Cfr. R. MICHELS , Prefazione alla prima edizione italiana, pubblicata in appendice a La socio-

logia del partito politico, Bologna, 1966, p. 541. Potrebbe darsi, ma è una pura ipotesi, che Michels
avesse tratto questa attribuzione nazionale di Ostrogorski dalla recensione che Charles Maurras
aveva dedicato alla Democrazia e l’organizzazione dei partiti su «La Gazette de France» del 1º marzo
1903 dove aveva definito il suo autore «ebreo polacco».
26 L’edizione inglese uscı̀ nell’ottobre, quella francese nel dicembre, anche se l’editore Calmann

Lévy appose la data 1903, per commercializzarla a gennaio, ritenendo dicembre un mese poco adatto
per mettere in libreria un testo di quel genere. Cfr. G. QUAGLIARIELLO, Ostrogorski, gli anni di fine
secolo e l’avvento della macchina politica, introduzione a M. OSTROGORSKI, Democrazia e partiti poli-
tici, Milano, Rusconi, 1991, pp. 5-96. Si vedano anche G. QUAGLIARIELLO, La politica senza partiti.
Ostrogorski e l’organizzazione della politica tra ’800 e ’900, Roma-Bari, Laterza, 1993; ID., Contributo
alla biografia di Ostrogorski, «Ricerche di storia politica», X, 1995, pp. 7-30; ID., Introduzione, a
M. OSTROGORSKI, La costituzione inglese [ed. originale russa 1916], Napoli, Guida, 1998, pp. 5-22,
pp. 42-68.
96 PAOLO POMBENI

Dopo tutto io ero ben consapevole dell’accusa che il mio quadro fosse stato di-
pinto con colori troppo cupi. Quante volte mi sono detto: «ti diranno che hai fab-
bricato colla tua immaginazione un mostro, l’hai chiamato caucus, ed hai posto alle
sue porte tutte le colpe di Israele». Sebbene io non avessi intenzione di ammettere la
mia colpevolezza, io ero, glielo confesso, assai preoccupato dalla alta probabilità del-
l’accusa. Mi confortava la speranza che col progredire del lavoro di carattere inve-
stigativo della mia analisi (ciò che è il mio obiettivo), sarebbe gradualmente emerso
e divenuto chiaro, grazie alla mia elaborazione, che se c’è da eliminare una tara li-
berale da quel che avevo sostenuto in un primo momento, il debito capitale creato
dal fenomeno che sto descrivendo esiste ed ipoteca tutta la vita politica. In ogni ca-
so, il ritratto del caucus inglese [...] sarà illuminato in maniera straordinaria dal pros-
simo ritratto che fornirò del sistema americano. Allora il caucus inglese apparirà co-
me un idillio.27

Ho già avuto modo di sottolineare 28 quanto l’analisi di Ostrogorski dipen-


da dalla sua identificazione col versante del liberalismo tradizionale nel dibat-
tito degli anni Settanta e Ottanta sul cosiddetto caucus di Birmingham. Però
alla fine degli anni Novanta Bryce non era più preparato a certificare i colori
cupi usati dal suo allievo russo: forse potevano ancora esser considerati buoni
per la politica americana, ma nessuna ‘americanizzazione’ delle istituzioni in-
glesi era visibile in quegli anni, né per quanto riguardava la selezione dei can-
didati al parlamento, né per quanto riguardava lo spirito pubblico, che era ri-
tornato a temi di dibattito abbastanza «filosofici» quali erano quelli del «new
liberalism» e del nuovo conservatorismo.29
Bryce non si limitò a manifestare, nella sua prefazione a Democracy and the
organization of political parties, grande cautela sulle tesi di Ostrogorski riguar-
do alla politica inglese; non solo egli non mise alcun impegno nel promuovere

27 Le lettere di Ostrogorski a Bryce sono conservate nei Bryce Papers, sezione «Foreign Corre-

spondents» alla Bodleian Library di Oxford. Non c’è traccia invece delle risposte del professore di
Oxford al suo corrispondente russo. Bryce non teneva copia della sua corrispondenza e delle carte di
Ostrogorski si è persa traccia, probabilmente a causa delle vicende ultime della sua vita che si inse-
rirono nel caos dei tempi rivoluzionari.
28 La ragione e la passione cit., cap. III.

29 Bryce aveva peraltro già espresso questa opinione nel suo Political Organizations in the Uni-

ted States and England, «North American Review», January 1893, pp. 105-118. Ora, per una com-
prensione più precisa, è necessario avere a mente il grande dibattito che si aprı̀ a seguito della crisi
del 1886 nel liberalismo britannico sia con la nuova fase del partito liberale, sia con la nuova fase del
partito conservatore. Su quest’ultimo, cfr. F. CAMMARANO, Strategie del conservatorismo britannico
nella crisi del liberalismo. ‘The National Party of Common Sense’ 1885-1892, Bari-Manduria, Lacaita,
1990. Per i cambiamenti nel liberalismo si vedano, P. CLARKE, Liberals and Social Democrats, Cam-
bridge, CUP, 1978, e M. FREEDEN, The New Liberalism. An Ideology of Social Reform, Oxford,
O.U.P., 1978; D. TANNER, Political Change and the Labour Party 1900-1918, Cambridge, CUP,
1990. Sul clima complessivo, G. GUAZZALOCA, Fine secolo. Gli intellettuali italiani e inglesi e la crisi
tra Otto e Novecento, Bologna, Il Mulino, 2004.
LA TEORIA DEL PARTITO POLITICO NELL’ETÀ DI MICHELS 97

quel lavoro (che citò assai raramente e con tutte le possibili prese di distanza),
ma cercò di stimolare invece una presentazione più equilibrata della costitu-
zione inglese spingendo il suo amico Lowell a scrivere sul tema del sistema
politico britannico: 30 un invito poi accolto che produsse un volume destinato
a grande circolazione e successo.31
Naturalmente questa storia è un po’ più complicata di quanto è apparso
ad una visione superficiale come quella tramandata da molti studi di politologi
(gli storici hanno cominciato ad occuparsi di questo tema da non molto tem-
po). Le recensioni all’edizione inglese di Ostrogorski non furono affatto sim-
patetiche. Lowell sulla «American Historical Review» ne prese le distanze per
quanto con cortesia.32 Lo trovava prolisso e per la parte inglese sottolineava di
condividere la critica di Bryce nella prefazione secondo la quale aveva sovra-
stimato il fenomeno del caucus («seems at times to fail to interpret quite cor-
rectly the phenomena that he perceives»). Stessi rilievi per la parte americana
(«the effect thus produced is of course unintentional, but it leaves the impres-
sion on the mind of the reader that the author is speaking in a tone of exag-
geration throughout»).
In privato, scrivendo a Bryce, Lowell era stato assai più esplicito. In una
lettera datata 17 settembre 1902 33 non soltanto lodava il maestro di Oxford
per «la vostra presa di distanza nella prefazione» (e val la pena di notare che
aggiungeva: «sono le stesse critiche sul libro che mi avete espresso un paio di
anni fa»), ma espresse una conclusione drastica:
Confesso di essere stato molto deluso dalle sue conclusioni. Mi hanno fatto in un
certo senso la stessa impressione che la storia degli Stati Uniti di von Holst fece ad un

30 Lowell non era stato certo l’unico a esercitare questo diritto alla «specularità», cioè ad essere

un americano che giudicava del continente per capire la sua politica. Solo per fare un altro impor-
tante riferimento si può rinviare al volume di Jessie Macy, professore di Scienza della politica all’Iowa
College (e anch’egli in corrispondenza con Bryce): The English Constitution. A Commentary on its
Nature and Growth, New York, 1897. Può essere interessante qui ricordare che nella prefazione
Macy afferma di aver scritto la parte sulla natura della costituzione britannica per permettere agli
americani di leggere con profitto The American Commonwealth di Bryce: «Per apprezzare appieno
quella grande opera, gli americani hanno bisogno di essere ben ferrati sulla politica inglese» (p. VIII).
Era stato del resto uno degli assunti di Bryce che un sistema politico potesse essere descritto bene
solo «dall’esterno»: per questa ragione si era rifiutato di scrivere dell’Inghilterra.
31 Cfr. L.A. LOWELL, The Government of England, New York, Macmillan, 1908. Il successo del

volume è testimoniato da due importanti traduzioni: Le gouvernement de l’Angleterre, Paris, V.


Giard et E. Brière, 1910; Die Englische Verfassung, Leipzig, Veit, 1913. Vi fu anche una edizione
italiana con un saggio introduttivo, assai interessante, di Luigi Luzzati, nella «Biblioteca di scienze
politiche» diretta da Brunialti: Il governo inglese, Torino, Utet, 1911.
32 Cfr. la recensione in «The American Historical Review», 8, n. 3, April 1903, pp. 519-521.

33 Dunque prima della pubblicazione del libro. Il contesto lascia presumere che Bryce gli avesse

senz’altro inviato le bozze della sua introduzione e che egli avesse avuto in qualche modo conoscenza
almeno delle tesi espresse nel volume.
98 PAOLO POMBENI

mio amico che la recensiva, cioè che esse offrissero una dimostrazione di come un
uomo può conoscere tutto di un certo argomento senza riuscire a capirlo.

Di qui la conclusione che poi avrebbe in modo più compito espresso nella
sua recensione: «Ostrogorski comincia ad analizzare l’organizzazione dei par-
titi come uno sviluppo naturale e poi alla fine sembra trattarli come qualcosa
che è piuttosto capace di introdurre cambiamenti artificiali ed arbitrari».34
Anche un autore che non poteva essere ascritto al circuito del liberalismo
di Bryce, pur essendo inserito nel sistema accademico di Oxford, il socialista
fabiano Sidney Ball,35 in una recensione sul «International Journal of Ethics»
esprimeva perplessità simili a quelle già viste: Ostrogorski voleva essere reali-
sta, ma non capiva la realtà inevitabile dei partiti nelle democrazie di massa.36
Tuttavia il quadro era complesso. Ne potrebbe essere testimonianza l’at-
teggiamento di un altro studioso americano di politica, amico di Bryce, ma al-
l’epoca piuttosto influente nei circoli accademici. Jessie Macy era autore di un
importante libro sul sistema costituzionale inglese 37 e scrisse a Bryce (24 set-
tembre 1904) che il libro di Ostrogorski «fu per me una amara delusione [...]
è deludente che cosı̀ tanto lavoro e cosı̀ tanta intelligenza che si vede nel vo-
lume debba essere usata per un proposito cosı̀ modesto».38 Quando però nel
1911 recensı̀ la versione ridotta del volume di Ostrogorski appena compar-
sa,39 il suo discorso divenne curiosamente ambiguo.40 Infatti nella prima
parte, dopo aver dato atto che Ostrogorski aveva inserito nuovi elementi
di valutazione tenendo conto anche delle novità introdotte dalla presidenza

34 Bryce MMS, American Correspondents, 8, f. 15-16.


35 Autore di un testo che aveva avuto un certo successo, The Moral Aspects of Socialism, Lon-
don, Fabian Society, 1896.
36 Cfr. «International Journal of Ethics», 13, n. 4, July 1903, pp. 501-503. «There is much in

M. Ostrogosrki’s suggestions that is notable and interesting; but his ‘‘plan’’ is certainly not convin-
cing. It is difficult not to agree with Mr. Bryce that Party Organization has come to stay; that it is a
logical and inevitable consequence of party government in a large democracy; and Mr. Ostrogorski
has not been more successful than any other philosopher in showing us how it is possible to get rid of
party government itself».
37 J. MACY , The English Constitution. A Commentary on its Nature and Growth, New York,

1897. Può essere interessante qui ricordare che nella prefazione Macy afferma di aver scritto la parte
sulla natura della costituzione britannica per permettere agli americani di leggere con profitto The
American Commonwealth di Bryce: «Per apprezzare appieno quella grande opera, gli americani
hanno bisogno di essere ben ferrati sulla politica inglese» (p. VIII). Macy stava allora lavorando al
suo libro sulle macchine politiche dei partiti americani, libro che uscı̀ poi nel 1918.
38 Bryce MMS, American Correspondents, 8, f. 185.

39 M. OSTROGORSKI , Democracy and the Party System in the United States: a Study in Extra-Con-

stitutional Government, New York, Macmillan, 1910.


40 Cfr. la recensione, «The American Political Science Review», vol. 5, n. 3, August 1911,

pp. 472-474.
LA TEORIA DEL PARTITO POLITICO NELL’ETÀ DI MICHELS 99

Roosevelt e che la riduzione di pagine rendeva il libro molto più leggibile, tan-
to che ne raccomandava la lettura, perché «its appareance is, in a sense, time-
ly. At no time since the Civil War has our party system been in a state of such
homeless confusion as now», sicché «M. Ostrogosrki would almost inevitably
be looked upon as an inspired prophet of a new and better order».
Questo non gli faceva dimenticare la sua radicale critica al metodo con cui
lo studioso russo aveva interpretato la vicenda dei partiti per la conoscenza
della quale aveva portato elementi che venivano riconosciuti importanti.
«He is not at all scientific. He brings to his work a strong anti-theological bias;
he vastly over emphasizes the likeness of a political party to a church; and his
writing is itself an example of the same political or theological method which
in theory he seems to condemn. His temper and manner are those of an ad-
vocate rather than a scientific expositor».41
Il fatto è che il panorama del sistema politico europeo, e nel caso di cui
stiamo discutendo quello del sistema politico britannico, cambiò col passaggio
al nuovo secolo, sicché la considerazione dei partiti in quel quadro ne risentı̀
più di quello che non sia apparso. Come cercherò di mostrare, da un lato i
partiti cominciarono ad essere considerati, se non proprio in positivo, come
una specie di male necessario nel quadro dell’ormai inevitabile democrazia
a cui fornivano articolazioni che la rendevano governabile, mentre dall’altro
lato, dove questa governabilità non si realizzava, come per fare i casi più evi-
denti in Francia ed in Italia, si continuava ad attribuire ai partiti, adesso letti
attraverso la lente apparentemente scientifica della sociologia di Ostrogorski e
di altri, la colpa della difficile gestione del costituzionalismo liberale.
Al primo filone appartiene Bryce stesso, che cambiò in qualche misura
opinione, parzialmente sotto l’influsso del vetero-liberalismo dei suoi amici.
Scrivendo il 29 marzo 1905 al decano di questi, Goldwin Smith, sempre sulla
breccia con la sua critica a ciò che identificava come la decadenza della poli-
tica inglese, Bryce osservava quasi sconsolato:
Il governo di partito sta certamente mostrando i suoi lati peggiori. Ma come pos-
siamo cambiarlo? Quali rimedi ci sono? Nessun paese libero, se si eccettua la Svizzera,
funziona senza di loro; e noi non possiamo riprodurre le condizioni della Svizzera.42

Cosı̀ si capisce che uno ‘scienziato politico’ si trovasse in una condizione


infelice: per essere realista doveva accettare i partiti come una necessità della
democrazia, ma per essere leale verso la sua visione liberale della legge della

41 Noi sappiamo ora che si trattava di critiche ricorrenti al lavoro di Ostrogorski, di cui lo stesso

russo era consapevole. Cfr. P. POMBENI, La ragione e la passione cit., pp. 137-138.
42 Bodleian Library, Oxford, Bryce MSS, English Correspondents, 17, f. 190.
100 PAOLO POMBENI

costituzione si sentiva in dovere di riconoscere che la politica coi partiti non


era una buona strada per realizzare il governo della ragione.
In due saggi pubblicati sulla «Quarterly» nel 1905,43 possiamo osservare
una transizione nel pensiero di Bryce. Troviamo in essi la domanda di un me-
todo che possa dar luogo ad «una scienza della politica applicabile ai fenome-
ni moderni»: non più dunque un lavoro intellettuale che si sviluppava a par-
tire dalle idee filosofiche del XVII secolo, ma un approccio realistico al
problema di come dovesse essere organizzato il campo della politica. «La no-
stra generazione – sostiene – possiede ora materiale sufficiente per disegnare
almeno le linee fondamentali di una scienza e per determinare molte leggi sta-
bili della società politica, leggi che un secolo fa era impossibile per gli uomini
elaborare per congetture, men che meno stabilire con prove».44
Secondo Bryce era necessario passare da «una sorta di psicologia o di po-
litica psicologica» (che egli vedeva ancora sopravvivere «ai tempi nostri in al-
cuni dei libri ingegnosi e accattivanti di Emile Boutmy») al «vero, anzi al solo
vero metodo della scienza politica [...] il metodo induttivo, il metodo delle
scienze naturali, che è anche il metodo seguito da Aristotele».45 Apparente-
mente si tratta di un approccio non troppo distante da quello che Max Weber
avrebbe proposto qualche anno più tardi. Possiamo aggiungere che Bryce ave-
va posto l’accento sulla necessità di tenere nel dovuto conto la relatività delle
forme politiche rapportate «alle condizioni ambientali». Peraltro una ulteriore
definizione del metodo che Bryce ci fornisce in questo saggio ci lascia capire
quanto fossero solide le radici del primo liberalismo: il metodo politologico si
ricava «dall’esperienza e dalle osservazioni, cioè dalla storia letta con uno
sguardo morale».46 Quel che ne viene è un difficile equilibrio fra l’affermazio-
ne secondo cui «la scienza politica non è certamente una scienza esatta» e l’af-
fermazione secondo la quale «i costumi e le tendenze degli individui o dei
gruppi sociali [...] sono dati permanenti iscritti nella stessa natura», anche
se si ammette che esistano «variazioni in quei costumi e in quelle tendenze
che sono dovuti alle diverse condizioni esterne dentro le quali si svolge l’esi-
stenza degli uomini e dei gruppi sociali nel tempo e nello spazio».47

43 Cfr. The Study of Popular Governments, «Quarterly Review», 1905, pp. 170-191; 387-410.

Era previsto anche un terzo saggio, che però non fu mai pubblicato.
44 J. BRYCE, The Study of Popular Governments cit., p. 172.

45 Ivi, pp. 176-177.

46 Ivi, p. 182 (corsivo mio). Ricordo ancora una volta che l’idea di una stretta connessione fra

storia e scienza politica era largamente condivisa: cito per tutti Acton e Seeley che la sostennero con
forza. Su Seeley si veda, T. TAGLIAFERRI, Greater Britain, Stati Uniti, India, nella visione imperiale di
John R. Seeley, «Archivio di storia della cultura», XXI, 2008, pp. 7-94; su Acton, F. FERRARESI, Intro-
duzione, a J.E. DALBERG-ACTON, Libertà, democrazia, rivoluzione, Torino, La Rosa, 2000, pp. VII-LX.
47 J. BRYCE, The Study of Popular Governments cit., pp. 180-181.
LA TEORIA DEL PARTITO POLITICO NELL’ETÀ DI MICHELS 101

L’esistenza dei partiti politici è presentata da Bryce come una chiara dimo-
strazione della sua legge storica e politica: la tendenza delle masse a raccoglier-
si attorno ad un leader, l’assunto che «è sempre una minoranza che governa»,
il problema della demagogia antica e moderna, le emozioni come il fattore più
importante per governare le masse, tutto questo per dimostrare quanto possa
essere fruttuoso per la scienza politica un approccio storico comparato.48 La
conclusione sembrava inevitabile.

La moderna teoria democratica considera l’uomo come capace di autonoma de-


cisione e assume la percezione d’indipendenza dell’individuo come base per il libero
governo. Ma questa è una teoria fondata? Possiamo presumere che gli uomini siano
cambiati cosı̀ tanto rispetto alle tendenze che essi hanno generalmente mostrato nella
storia passata? 49

Da molti punti di vista si trattava di una conclusione realistica; quanto fos-


se ambigua non era immediatamente percepibile. Nel 1905, nell’approccio di
Bryce sembrò prevalere il primo versante dell’analisi, proprio all’opposto dei
cupi colori del quadro di Ostrogosrki.

La tendenza degli uomini di aggregarsi in partiti è una modalità costante della


natura umana, una modalità che ha dalla sua parte tutta una psicologia cosı̀ come
una lunga storia [...]. Il sentimento che produce l’associarsi in un partito è in grado
di sopravvivere alle cause che l’hanno originato. Il partito di solito comincia per mo-
tivi razionali e finisce per produrre passioni. È una qualche base razionale che è im-
plicita nel fatto che degli uomini operino insieme per un obiettivo comune; poi, quan-
do si è formata una abitudine all’azione comune, il motivo originale può essere
dimenticato.50

Quando si trovava nello stato d’animo positivo dell’approccio realistico,


Bryce descriveva lo scopo della scienza politica come lo studio dell’influenza
esercitata da un potere evolutivo sulle leggi della sociabilità, non importa se
esse fossero state relative ad una nazione, una chiesa, una setta o un partito.
La democrazia in questo contesto non diventava nulla più che una delle più
moderne forme di «ambiente».

Un popular government o democrazia significa semplicemente quella forma di go-


verno che assegna il potere decisivo alla maggioranza numerica del popolo.51

48 Ivi, pp. 184-186.


49 Ivi, p. 186.
50 J. BRYCE, The Study of Popular Governments cit., p. 188.
51 Ivi, p. 394.
102 PAOLO POMBENI

I problemi arrivano semplicemente dalle sue condizioni di funzionamento. Il po-


pular government guarda al e si appoggia sul popolo come sorgente del potere [...].
C’è bisogno di un complicato macchinismo politico allo scopo di mettere in grado
un vasto numero di persone, la gran massa delle quali non ha né una informazione
specifica né tempo libero, di controllare il governo e di assicurarsi che la sua attività
nel tempo sia conforme a quel tipo di prospettive e di desideri come vengono espressi
dalla maggioranza.52

In uno scoppio di sincerità Bryce si avventurava persino ad analizzare pre-


cisamente le cause delle critiche cosı̀ numerose alle macchine politiche, a cui
in quel momento guardava in maniera positiva.

Di conseguenza si presume che gli uomini inferiori, se alzano la voce e si mostra-


no concreti, in un sistema democratico siano preferiti agli uomini saggi e che i più fini
e colti fra i cittadini prendano poco parte agli affari pubblici. Essendo che storici e
filosofi politici appartengono alle classi colte, essi si sono affaticati molto attorno a
questo fenomeno.53

Come ho avuto occasione di dire altre volte, il nostro giudizio su Ostro-


gorski non deve essere influenzato dalla gloria che ricevette dalla consacrazio-
ne della sua opera da parte di Duverger nel 1951 54 e di Lipset nel 1964.55
Abbiamo visto che la ricezione contemporanea del suo libro fu abbondante-
mente poco simpatetica. L’apprezzamento di quegli intellettuali francesi che
come Benoist si opponevano alla «République des partis» era controbilanciata
dalla rimarchevole freddezza di molti ambienti accademici.56 Il discorso è di-
verso per il contesto italiano, senza dubbio di grande importanza, perché Mi-
chels operò in esso, ma ne parlerò più avanti.
Dobbiamo ricordare che questa era l’epoca in cui Maitland e Gierke so-
stenevano la causa della «body politics», quando Duguit e Hauriou stavano
lavorando alla teoria delle istituzioni, quando Santi Romano scriveva sull’isti-

52 Ivi, p. 399. Corsivo mio.


53 Ivi, p. 404.
54 M. DUVERGER , Les partis politiques, Paris, Colin, 1951. Questo entusiasmo è continuato a

lungo in alcuni ambienti della scienza politica francese: cfr. P. AVRIL, Essais sur les partis, Paris,
L.D.G.J., 1986, p. 8.
55 M. LIPSET, Introduction alla riedizione ridotta del volume di Ostrogorski, Chicago, Quadran-

gle Books, 1964. In questa ci sono alcuni autentici errori: a parte la questione della supposta in-
fluenza su Max Weber, il quale cita in una occasione Ostrogorski, ma in maniera del tutto incidentale
e rituale, mentre non si trovano altri riferimenti nell’intero corpus dei suoi scritti, Lipset afferma an-
che una influenza su Michels che è del tutto inesistente.
56 Una lista delle principali recensioni al volume di Ostrogorski si trova in appendice a G. QUA-

GLIARIELLO, Ostrogorski, gli anni di fine secolo cit.


LA TEORIA DEL PARTITO POLITICO NELL’ETÀ DI MICHELS 103

tuzionalismo giuridico.57 Tutta questa attenzione alla comunità, questa corre-


lazione fra teoria giuridica e sociologia non riuscirono ad arrivare alla consi-
derazione della democrazia come un sistema basato su comunità politiche rap-
presentate attraverso partiti. Questi infatti non venivano riconosciuti come
comunità naturali (mentre, piuttosto sorprendentemente, lo erano, e senza di-
scussione, i sindacati) ed erano relegati nel gioco circoscritto del sistema elet-
torale. Essendo uno strumento per organizzare l’ignoranza politica sulla quale
si riteneva in fondo si basasse la democrazia, il partito poteva anche essere ac-
cettato come una spiacevole necessità, non valorizzato in se stesso. Il realismo
era lo zucchero che rendeva possibile ingoiare l’amara pillola della fine della
presenza, se non addirittura dell’egemonia (presunta) della aristocrazia intel-
lettuale e politica. Di qui tutte le prese di distanza verso il «salto nel buio»
sempre incombente in un contesto democratico.
Questo realismo irrealistico non sfuggı̀ alla critica del nuovo liberalismo: il
fabiano Graham Wallas, professore alla London School of Economics and Po-
litical Sciences (che era stata fondata da poco) la esplicitò in un superbo e fa-
moso passaggio del suo Human Nature in Politics.58 Come altri che abbiamo
già incontrato, anche Wallas notava che Ostrogorski non era per nulla un ri-
cercatore scientifico della politica, ma un uomo pieno di pregiudizi che legge-
va i dati che aveva raccolto secondo la mappa interpretativa del vecchio libe-
ralismo. «Ci sembra di leggere una serie di coscienziose osservazioni del cielo
copernicano fatte da un leale, ma rattristato credente nella astronomia tole-
maica». Wallas andava poi avanti denunciando al contrario di altri una precisa
responsabilità per gli errori dello scrittore russo, individuandoli in quelle fonti
da cui Ostrogorski avrebbe imparato la «democrazia ideale»: «Il signor Bryce
intende con queste parole il tipo di democrazia che sarebbe possibile se la na-
tura umana fosse come a lui piacerebbe e come ad Oxford gli hanno insegnato
a pensare che fosse».59 A prescindere dalle asprezze di tono da parte di un
uomo che risentiva evidentemente della sua esclusione dai circuiti accademici,
Wallas poneva la questione del partito in una forma veramente nuova: se noi
accettiamo che l’associarsi sia una legge della natura umana, perché essa non
si dovrebbe applicare alla politica? E se accettiamo che ciò sia naturale, per-
ché aspettarsi in politica qualcosa di intellettualmente e moralmente più ele-
vato di quanto accade nell’esperienza quotidiana?

57 Uno sguardo su questo panorama in Società e corpi, a cura di P. Schiera, Napoli, Bibliopolis,

1986. Sul contesto britannico si veda J.W. BURROW, Whigs and Liberals. Continuity and Change in
English Political Thought, Oxford, Clarendon, 1988, pp. 131-153.
58 London, Constable, 1908. Su Graham Wallas si veda M.J. WIENER, Between Two Worlds:

the Political Thought of Graham Wallas, Oxford, Clarendon, 1971; H. QUALTER, Graham Wallas
and the Great Society, London, Macmillan, 1980.
59 G. WALLAS , Human Nature in Politics cit., pp. 124-129.

10
104 PAOLO POMBENI

Non sarebbe corretto presentare il liberalismo tradizionale come insensi-


bile a queste critiche. Se torniamo al caso di Lowell (e guardiamo anche a Bry-
ce in una fase posteriore del suo pensiero) possiamo vedere in che misura lo
scienziato politico americano avesse affrontato il problema. Dopo la pubblica-
zione nel 1896 del suo libro su Government and Parties in Continental Euro-
pe,60 Lowell, come abbiamo già ricordato, pubblicò, su incoraggiamento di
Bryce, nel 1908 il suo studio sul sistema di governo inglese, studio che venne
accolto con grande favore dai maestri del pensiero liberale (basti ricordare la
recensione di Albert Venn Dicey su «The Times»). Per capire un ulteriore svi-
luppo del pensiero di Lowell bisognerà riferirsi invece che a questo libro, che
già presentava il problema del partito in Inghilterra sotto una nuova luce e
senza alcun allarmismo per la fine della politica liberale, ad un altro suo stu-
dio, Public Opinion and Popular Government, apparso nel 1913.61
Qui il tradizionale problema di come fosse possibile, trovandosi di fronte
alla fatalità delle masse in politica, costruire una vera pubblica opinione non
era più considerato rispetto al funzionamento della costituzione politica, ma
veniva inserito nel contesto della più ampia questione del cambiamento socia-
le. «Viviamo in un’epoca di pubblicità commerciale» scriveva Lowell, notan-
do che «la società ha perso la sua rigidità» e che «con il crescere delle oppor-
tunità è declinata la forza dei costumi sociali».62 L’autorità a cui qui si ispira il
politologo americano e che viene espressamente citata è sir Henry Maine: 63
un fatto abbastanza curioso, se ricordiamo che Bryce aveva una modesta opi-
nione del suo collega di Cambridge.64 Come per il giurista liberal-conservato-
re Maine, la legge del progresso era quella che spostava il baricentro della con-
dizione individuale, cioè, secondo la sua celebre formula, «dallo status al
contratto», anche per Lowell era da accettare una nuova legge del progresso
che in politica distruggeva qualsiasi cosa rinviasse ad un riferimento allo status
sociale dei soggetti mentre creava una spinta ad avere anche in questo campo
delle obbligazioni di tipo contrattuale.
Dunque, come la società scopre «una nuova professione la cui funzione
sta nel mettere insieme compratori e venditori», cosı̀ «in una moderna demo-

60 London, Longmans, 1896.


61 A.L. LOWELL, Public Opinion and Popular Government, London, Longmans-Green, 1913.
62 Ivi, p. 58.

63 Ivi, p. 62.

64 Si veda la lettera di Bryce a Sidgwick, 12 settembre 1887, Bryce MSS, English Correspon-

dents, 17, ff. 117-118, dove l’unica cosa buona che trova nel Popular Government di Maine è «lo
charme della sua scrittura» che spiega «la popolarità del libro». Questo punto è notato da S. COL-
LINI, That Noble Science of Politics, Cambridge, Cambridge University Press, 1983, p. 241, che al-
larga queste considerazioni ad una polemica del 1885.
LA TEORIA DEL PARTITO POLITICO NELL’ETÀ DI MICHELS 105

crazia industriale, dove la massa dei votanti è più assorbita dalla preoccupa-
zione di guadagnarsi il pane che non da quella degli affari di stato» è richiesta
un’azione di intermediazione politica «altrettanto necessaria per la vita poli-
tica come per quella commerciale, altrettanto adeguata ed altrettanto onore-
vole».65 Si stava parlando di un ruolo professionale, ma è importante sotto-
lineare che per Lowell con «politici di professione» si intendono «non gli
uomini che si guadagnano da vivere con la politica, ma coloro che dedicano
una parte consistente della loro vita ad essa» 66 (e qui abbiamo di nuovo, ma
in modo diverso, questa formula proto-weberiana che avevamo già visto in
Bryce).
Sarebbe eccessivo tirare da tutto questo la conclusione che fossimo defi-
nitivamente usciti dalla visione del liberalismo tradizionale: Lowell infatti è su-
bito preoccupato di distinguere fra l’uomo politico (politician) e l’uomo di
Stato. «Da nessun punto di vista è sempre facile distinguere il leader dal
mediatore [broker], l’uomo di Stato che realmente guida una nazione da
chi recepisce e dà espressione ad un sentimento generale sino a quel momento
inarticolato».67 C’è una chiara differenza fra le due figure, anche se pure il
mediatore politico è figura rispettabile. «Nel fare il suo mestiere offre un ser-
vizio, certamente non del più alto livello dell’arte di governo, ma un servizio
essenziale ad un sistema democratico: quello della cristallizzazione di una mas-
sa di idee senza forma in una opinione pubblica generale che è richiesta per-
ché si abbia una azione legislativa costruttiva ed una azione politica».68
Gli strumenti a disposizione dei mediatori politici sono i partiti, che in
questa occasione sono definiti da Lowell come «agenzie attraverso cui si riesce
a far focalizzare la pubblica opinione su certi temi su cui si devono prendere
decisioni», agenzie capaci di ridurre questi temi a formulazioni semplici a cui
si possa rispondere ‘sı̀’ oppure ‘no’.69
Ma i partiti sono solo e sempre questo tipo di macchine neutrali, di mac-
chine ‘americane’ se possiamo metterla cosı̀? Lowell è ben consapevole dell’al-
tro lato della medaglia.

Nell’Europa continentale la regola è stata una molteplicità di gruppi parlamenta-


ri. Qui i partiti non sono fondati principalmente su differenze di opinione in rapporto
ai problemi politici correnti, quanto su tradizioni politiche, filosofiche, religiose, raz-
ziali o sociali. A volte queste producono divisioni non componibili, altre volte ciò non

65 A.L. LOWELL, Public opinion cit., pp. 60-64 (corsivo mio).


66 Ivi, p. 62.
67 Ibid.
68 Ivi, p. 63.
69 Ivi, p. 66.
106 PAOLO POMBENI

accade; ma sempre essi rendono molto difficile per un uomo trasferire la sua appar-
tenenza da un partito ad un altro.70

Questa affermazione è piuttosto importante perché tocca il cuore della


questione: è il partito di Weltanschauung che crea un problema, perché in
questo caso istituzione ed idee si fondono e creano una situazione di obbliga-
zione politica che è alternativa allo Stato.71 Lowell non si misurava esplicita-
mente su questa materia, limitandosi ad esaltare il sistema bipartitico anglosas-
sone quale frutto maturo del moderno costituzionalismo. Mi sembra che con
ciò si giungesse sul confine del liberalismo: il partito è accettabile nella sua
evoluzione piena come meccanismo strumentale per il funzionamento della
democrazia; il partito è qualcosa di correlato con una forma moderna di opi-
nione pubblica senza cultura (il che costituisce naturalmente una contraddi-
zione in termini), ma non qualcosa di relativo alla produzione di capacità di
direzione dello Stato (cosa riservata, in un contesto sano, agli intellettuali illu-
minati).72
Peraltro Lowell non era solo in questo approccio ‘realista’ alla questione
dei partiti. Voglio qui citare il caso che mi sembra emblematico di Élie Ha-
lévy, il grande studioso francese di storia della Gran Bretagna, che muoveva
intellettualmente da tutt’altre sponde rispetto a quelle del politologo ameri-
cano.
Già nel maggio del 1903 Halévy in una lettera a Bouglé esprime con net-
tezza il suo giudizio sul libro del russo:
Stai in guardia dal libro di Ostrogorski che ha scritto sotto il dominio di una os-
sessione. Le «associations» di cui parla non hanno giocato un grande ruolo in Inghil-
terra se non per una ventina d’anni [...]. La grande utilità delle associazioni, per chi
non le voglia valutare facendo della satira, è di fornire dei centri di resistenza alle
«grandi maree» sociali.73

70 Ivi, p. 80.
71 Il punto non è esattamente semplice da interpretare. Ho già accennato alla genesi di questo pen-
siero sulla forma partito, che abbiamo visto trovare in J.C. Bluntschli uno dei suoi primi sistematizzatori.
Lowell cita di Bluntschli il classico, Charackter und Geist der politischen Parteien (p. 65) e qui (p. 81)
cita genericamente degli «scrittori continentali» come «generalmente convinti che una molteplicità di
partiti stia ad indicare una maggiore maturità» (alludendo probabilmente alla teoria di Bluntschli dei
quattro partiti «naturali», mentre egli rimane fermo all’opzione in favore del bipartitismo).
72 Una traccia di questo può essere trovata in una lettera di Bryce a Lowell del 4 dicembre 1913

(Bryce MSS, American Correspondents, 22, f. 240), in cui il maestro di Oxford interpretava il libro
Public Opinion di Lowell coi vecchi parametri: «Lo sviluppo dell’opinione come forza di governo mi
sembra il solo rimedio all’accentuazione della violenza di partito in Europa» (e a rinforzo parla per
l’Inghilterra del «partito Tory [...] che predica la guerra civile» – probabilmente un’allusione alle ten-
sioni per la situazione in Irlanda).
73 Élie Halévy. Correspondance (1891-1937), Paris, Editions de Fallois, 1996, lettera 296, p. 333.
LA TEORIA DEL PARTITO POLITICO NELL’ETÀ DI MICHELS 107

E continua ammonendo a non irridere alla «repubblica delle scimmie»


che è in definitiva proprio «il genere umano» (aggiungendo, quasi come no-
tazione a margine: «per aver colto questa verità unica, Taine resterà rispetta-
bile»). Sulla valutazione di Ostrogorski Halévy ritorna, sempre in una lettera a
Bouglé, qualche mese più tardi.74
L’amico sociologo aveva recensito subito il volume dello studioso russo
sul quotidiano «Le Temps» del 19 febbraio 1903 e in modo più ampio anche
su «L’Année sociologique». Analizzando questo scritto di Bouglé, Quagliariel-
lo ha fatto notare come questi avesse piegato le tesi del polemista russo al suo
durkheimismo sociologico, iniziando quell’opera di ‘sistematizzazione’ delle
osservazioni ostrogorskiane che venivano cosı̀ allontanate dalle loro radici nel-
la polemica veteroliberale degli anni Ottanta del secolo precedente e collocate
nel nuovo empireo della descrizione normativa dei fenomeni sociali (la «regu-
larity»). Nella lettera di Halévy a Bouglé, che andremo ora ad esaminare, non
c’era invece spazio per una ricezione positiva della dottrina del russo comun-
que trasformata: una critica che peraltro non doveva aver molto impressionato
Bouglé, poiché egli avrebbe continuato ad usare, sia pure in maniera strumen-
tale, il riferimento ad Ostrogorski nel suo volume su Solidarisme et libéralisme
del 1904.75
Nella lettera del novembre 1903 le critiche all’opera del russo sono artico-
late esplicitamente in quattro punti: 1) di avere elaborato la sua tesi in una
certa fase storica e di averla riproposta senza ripensamenti quindici anni dopo,
quando le cose avevano preso una diversa piega; 2) «avere disconosciuto il
ruolo utile che esse [le associazioni politiche] possono giocare per resistere
ai movimenti irriflessi ed organici dell’opinione popolare»; 3) non aver capito
che in Inghilterra esiste «una massa di influenze organizzate» ben al di là della
sola questione del caucus (esse sono influenze aristocratiche, religiose e del-
l’associazionismo popolare); 4) di mancare radicalmente nell’affrontare la sto-
ria dell’Inghilterra del «senso della realtà».
Questi giudizi, cosı̀ puntuali e pertinenti, sono paralleli ad altri simili che
abbiamo ritrovato in più di un lettore attento di Ostrogorski, mentre poi se ne
sarebbe perduta quasi completamente memoria.
La situazione era assai diversa in altri paesi, verso cui peraltro Michels ave-
va ben maggiore attenzione rispetto a quella scarsissima riservata al mondo
anglosassone. Fin dagli anni ’90 in Francia si era assistito ad una ripresa di

74 Correspondance, lettera 310 (10 novembre 1903), pp. 347-348.


75 Il riferimento preciso alle recensioni di Bouglé è in G. QUAGLIARIELLO, La politica senza i
partiti. Ostrogorski e l’organizzazione della politica fra ’800 e ’900, Roma-Bari, Laterza, 1993,
p. 105 n. L’analisi dell’atteggiamento del sociologo francese verso il russo, ivi, pp. 316, 327-338.
108 PAOLO POMBENI

attività politiche al di fuori o quanto meno a margine dei partiti parlamentari


tradizionali a partire dal famoso «affaire Dreyfus».76 In quel 1895 che aveva
visto la fondazione del sindacato della CGT, Charles Benoist pubblicava sulla
«Revue des deux mondes», un organo che aveva vasta circolazione anche tra
gli intellettuali italiani, i suoi famosi articoli sulla «organizzazione del suffragio
universale», espressamente vista come «crisi dello Stato moderno».77 In quel
1901 che vede la legge sulle associazioni, Léon Duguit (1859-1928), collega in
università a Tolosa di Émile Durkheim, pubblicava una sua raccolta di saggi
in cui si invitava il giurista a guardare positivamente alle capacità di autorga-
nizzazione della società (sia pure con il riferimento prevalente ai gruppi pro-
fessionali).78
Argomentazioni come quelle di Benoist erano destinate a far breccia an-
che in Italia, dove vi era una lunga e vivace tradizione antiparlamentare che
di necessità coinvolgeva il giudizio sui partiti (basti qui fare il nome di Pasqua-
le Turiello).79 Il dibattito italiano sul nostro tema fu molto ampio e coinvolse

76 Fra il 1884 e il 1898 si ebbe anche un momento in cui, mentre si avviava una certa ripresa del

ciclo economico che era negativo dal 1873, si assistette, dopo il fallimento di alcuni tentativi di rimet-
tere mano alla costituzione, ad una fioritura di movimenti legati in maggioranza al mondo del lavoro
e al mito del sindacalismo rivoluzionario. Cfr. M. BATTINI, L’ordine della gerarchia. I contributi rea-
zionari e progressisti alla crisi della democrazia in Francia 1789-1914, Torino, Bollati e Boringhieri,
1995, pp. 254-327. Sull’antipartitismo francese più in generale, S. BERSTEIN, L’antipartitismo alla
francese, in Contro i partiti, a cura di G. Orsina, Roma, Borla, 1993, pp. 93-107. Su un aspetto par-
ticolare di questo contesto culturale, M. GERVASONI, Integrità della società e macchina politica: Geor-
ges Sorel, la nouvelle école e il partito politico, «Ricerche di storia politica», n. 2, I (n.s.), 1998,
pp. 171-197.
77 II famoso articolo che aprı̀ questa serie è C. BENOIST , De l’organisation du suffrage universel,

I, La crise de l’état moderne, «Revue des deux Mondes», 1 juillet 1895, pp. 5-25. Nel complesso si
trattò di sette articoli, l’ultimo dei quali comparve nel numero datato 1 dicembre 1896 (in seguito
furono anche raccolti in volume nel 1897). Al di là del successo di questa prima serie di interventi,
che si inseriva in parte anche nel dibattito sul metodo proporzionale nelle elezioni (su cui cfr. M.S.
PIRETTI, La questione della rappresentanza e l’evoluzione dei sistemi elettorali: il dibattito politico e
giuridico italiano dell’Ottocento, «Ricerche di storia politica», I, 1986, pp. 9-43), Benoist continuava
nella sua critica al sistema politico. Dapprima riferendosi al suo insuccesso nelle elezioni del 1898
(cfr. Meours électorales. Comment se fait une élection en 1898, «Revue des deux mondes», 15 septem-
bre 1898, pp. 405-434), poi, ormai entrato in parlamento (fu eletto nella tornata del 1902 e ricon-
fermato nel 1906, 1910 e 1914), assumendo una polemica più direttamente interessata alla questione
del «numero»: cfr., sempre sulla «Revue des deux mondes», Le travail, le nombre, l’État, 15 marzo
1901, pp. 314-340; Le suffrage universel et la Révolution des partis politiques, 1 avril 1904, pp. 521-
542; Comment on capte le suffrage et le pouvoir. La machine, 15 juin 1904, pp. 885-918 (negli ultimi
due la ricezione di Ostrogorski è già esplicita). Sia detto per inciso: nel 1927, Benoist finı̀ aderente
all’Action française.
78 L. DUGUIT , L’État, le droit objective et la loi positive, Paris, 1901, a cui seguirà due anni dopo,

L’État, les gouvernants, et les agents, Paris, 1903. Per l’inquadramento di questo autore si vedano
le prefazioni a ID., Le trasformazioni dello stato. Antologia di scritti, a cura di A. Barbera, C. Faralli,
M. Panarari, Torino, Giappichelli, 2003.
79 Su ciò, P. POMBENI , La ragione e la passione cit., pp. 365-402. Non è qui ovviamente possi-

bile ripercorrere in dettaglio la ricchezza di questo dibattito italiano sulla questione del partito.
LA TEORIA DEL PARTITO POLITICO NELL’ETÀ DI MICHELS 109

sia i giuristi che più in generale quelli che potremmo forse approssimativa-
mente definire come sociologi e scienziati politici.
Sul versante dei giuristi la linea di faglia, seppur non sempre chiaramen-
te percepita era tra la dottrina di Orlando, che tendeva ad imporsi come
punto di riferimento per cui «il miglior modo di intendere, nel loro signifi-
cato moderno, le espressioni di ‘popolo’ e di ‘nazione’ consiste nel conside-
rarle equivalenti in sostanza della parola ‘Stato’, poiché è nello Stato che il
popolo trova la sua vera espressione come unità giuridica»,80 ed altre dot-
trine di giuristi più giovani come Giorgio Arcoleo, che nel 1909 si era detto
«convinto che in uno Stato libero non sia possibile un governo senza i par-
titi»,81 peraltro spinte ad esiti ancor più radicali da un suo allievo come Ser-
gio Panunzio che aveva invitato a non temere che una dialettica autonoma
dei gruppi sociali mettesse in discussione la «organizzazione unitaria dello
Stato».82
Per un bilancio del modo di affrontare la questione dei partiti nell’ambito
delle scienze giuridiche si può fare riferimento alla voce Partiti politici pubbli-
cata nel 1915 nel volume XIII, parte prima, della Enciclopedia giuridica italia-
na.83 Questo contributo è una efficace testimonianza di quanto i rapporti fra
studi giuridici e studi di tipo politico si fossero mantenuti vivi ben al di là di
qualsiasi semplicistica cesura da far risalire alle famose prolusioni di Vittorio
Emanuele Orlando.84 Da note stesse dell’autore, Alfonso Grassi, che non era

80 V.E. ORLANDO, Del fondamento giuridico della rappresentanza politica, ora in Diritto pubblico

generale, Milano, Giuffrè, 1940, p. 440. E non dimentichiamo che il sistema elettorale per Orlando
non era un diritto, ma una funzione attraverso cui il cittadino-elettore poneva lo Sato in condizione
di avere una Camera per lo svolgimento del compito legislativo.
81 G ARCOLEO , Forme vecchie, idee nuove, Bari, Laterza, 1909, p. 242.

82 S. PANUNZIO, Sindacalismo e medioevo, Napoli, Partenopea, 1910, p. 61.

83 Milano, Vallardi, 1915 (d’ora innanzi citata come EGI).

84 Naturalmente nessuno studioso ha sostenuto la drastica tesi di una immediata cancellazione

delle tendenze che volevano il diritto costituzionale come una scienza della politica ad opera della
svolta orlandiana, ma il parallelo snodarsi delle vicende del grande giurista siciliano con quella di
Gaetano Mosca, tanto meno fortunata sul piano della vicenda accademica, ha indotto a pensare
in termini più rigidi questa evoluzione. Per la verità, se si prendono in esame le vicende concorsuali
di Mosca, si vedrà che egli non fu respinto certo da uomini in cui l’attitudine al formalismo giuridico
fosse molto spinta: della prima commissione (1885) facevano parte Albicini, Palma, Brunialti, Raisini
e Arcoleo; di quella dell’anno dopo, per una cattedra all’università di Pavia di nuovo Albicini, Sco-
lari, Mariani, Palma e Bonasi. Le critiche di queste commissioni non vertevano tanto sulla metodo-
logia o sull’oggetto di studio, quanto sull’eccesso di critica al sistema che le pervadeva e sulla inca-
pacità dell’autore di afferrare gli elementi positivi del sistema (cfr. G. SOLA, Introduzione, a
G. MOSCA, Scritti politici, Torino, Utet, 1982, pp. 28-29; Sola però interpreta in senso parzialmente
diverso da me). Albicini apparteneva del resto ad una corrente che, come avrebbe fatto poi il suo
collaboratore Domenico Zanichelli, manteneva un forte interesse per la radice storico-politica da
cui il diritto costituzionale non poteva disgiungersi. Cfr. M.S. PIRETTI, Cesare Albicini e la scuola bo-
lognese di diritto costituzionale: la «Rivista di diritto pubblico» (1889-1893), «Quaderni fiorentini per
la storia del pensiero giuridico moderno», XVI, 1987, pp. 185-207.
110 PAOLO POMBENI

un nome di prima grandezza,85 sappiamo che «la presente monografia fu


scritta sullo scorcio del 1911 e trovo oggi ben poco da modificare». Cosı̀ ci
avverte parlando dei partiti italiani,86 mentre trattando del Belgio aggiunge:
«nel momento in cui correggiamo queste bozze (marzo 1915)».87 Nel momen-
to della scrittura dunque la Sociologia del partito politico di Michels non era
disponibile se non in edizione tedesca. Ma un anno dopo sarebbe comparsa
la traduzione italiana e comunque Michels aveva anticipato su alcune riviste
italiane parte delle sue tesi, nonché aveva operato in un ambiente «giuridico»,
essendo professore presso la Facoltà di Giurisprudenza di Torino (di cui era
preside Mosca) dal 1907 al 1913.
Di Michels Grassi non tiene alcun conto, mentre vi è un ampio utilizzo di
altri autori del versante che chiameremo della scienza politica.
Dal punto di vista della teoria politica la linea espositiva era del tutto tra-
dizionale e ripeteva, senza neppure una particolare brillantezza, le tesi di
Bluntschli e di Minghetti: anche quando vengono introdotti altri autori italiani
come Balbo o Rosmini ci si muove semplicemente sulla falsariga di quanto
esposto dallo statista bolognese nella sua opera del 1881.
Si partiva dalla consuete definizioni di Burke e di Bluntschli per arrivare
ad una definizione scontata, «Il partito politico è l’aggregato di uomini che,
convenendo in principi generali comuni, mirano a tutelare l’interesse ed a cu-
rare lo sviluppo materiale e morale dello Stato per il bene di tutti», anche se i
tempi nuovi facevano capolino in una immediata correzione di rotta che so-
stituiva a quanto «può convenire dal punto di vista teorico» una definizione
più ‘pratica’: «I partiti costituiscono speciali associazioni permanenti, con capi
che dirigono e disciplinano il movimento, con diramazioni in tutto il paese,
con programma concreto».88
Emergeva però la contraddizione fra la dottrina classica e la percezione
dei tempi mutati. I partiti apparivano esigenze determinate dell’ordine politi-
co («non si creano artificialmente»).

Essi sono il prodotto spontaneo della situazione politico-sociale del paese, dell’or-
ganismo statale imperante, dei precedenti storici, del valore e della capacità degli uomi-

85 L’avvocato Alfonso Grassi aveva scritto varie voci per l’Enciclopedia giuridica, tutte peraltro

di secondaria importanza. Per l’esattezza esse sono: Concorso a pubblici impieghi, Doge, Duca e Du-
cato, Isola, Ispettori dell’Emigrazione, Ministeri e Ministri, Nave, Nazionalità, Notariato, Orrezione e
Surrezione, Ossario, Osservatorio. La stessa voce Ministeri e Ministri era oscurata per la presenza di
una voce Governo affidata ad Attilio Brunialti. Su Alfonso Grassi non sono riuscito a reperire notizie,
tranne il fatto che risulti autore di due monografie specialistiche, Del riconoscimento dei figli naturali,
Milano, 1910; Del contratto di trasporto, Torino, 1915.
86 EGI, p. 504, nota.

87 Ivi, p. 481.

88 Ivi, p. 479b.
LA TEORIA DEL PARTITO POLITICO NELL’ETÀ DI MICHELS 111

ni di cui seguono l’insegnamento e l’esempio: permangono, si rafforzano o si disgregano


in ragione delle peculiari contingenze politiche e sociali, dell’atteggiamento e della virtù
dei capi, della saldezza e della estensione delle convinzioni che concorrono a formarli,
dello scopo che si prefiggono, delle necessità cui reputino di dover sopperire.

Ma poco dopo si annotava che ormai era «l’interesse privato» a giocare un


ruolo preponderante nell’aggregazione politica con le ovvie conseguenze op-
portunistiche («oggi segnatamente in cui l’interesse è la molla principale delle
azioni umane e vediamo l’indifferenza onde si trasmigra da un partito all’altro
del tutto opposto»).89
Veniva cosı̀ in campo il problema del bipartitismo come modello paradig-
matico. Su questo punto Grassi aveva superato l’impasse del liberalismo ‘vol-
gare’, anche perché lo stesso Bluntschli aveva rifiutato lo schema bipartitico,
ammettendo come ‘naturale’ un sistema a quattro partiti. Il nostro autore ri-
teneva dalla dottrina classica il principio che i partiti «debbono essere nell’am-
bito della costituzione politica dello Stato», anche se non mancava di far rile-
vare che il pur giusto principio di mantenere fuori del sistema i partiti in
contrasto con la costituzione dello Stato era difficilmente applicabile in uno
Stato di diritto, poiché «non è lecito impedire al partito avverso di usufruire
dei diritti sanciti dalle leggi a favore di tutti i cittadini e di farsi perciò rappre-
sentare al Parlamento» (norme in contrasto con queste esigenze avrebbero «il
carattere di odiosa eccezione alle leggi, le quali vogliono essere applicate con
imparzialità»).
Una breve analisi degli schieramenti partitici in Inghilterra, negli USA, in
Belgio, Germania, Francia e Impero Austroungarico serviva a Grassi per de-
molire definitivamente la teoria del bipartitismo come modello ideale e per
affermare al contrario che «in ogni Stato i partiti si formano in ragione delle
peculiari condizioni storiche, sociali ed etnografiche». 90
Una attenzione tutto sommato relativa era dedicata al problema del partito
«che tarpa le ali al pensiero e restringe la libertà di opinione»: col Minghetti
(da cui dipendono anche le citazioni di Rosmini) si ricorda la distinzione fra
partito e fazioni, tornando sull’idea che queste dipendano da interessi egoistici
e siano esse ad introdurre i mali del parlamentarismo.91 In definitiva il partito
era legittimo solo se «capace di assurgere a principi di ordine generale».
Il fulcro costituzionale di questa visione produce una variante della nota
teoria del governo di gabinetto: «Dunque il governo parlamentare è governo

89 Ivi, p. 480a.
90 Ivi, p. 481b.
91 Ivi, p. 483.
112 PAOLO POMBENI

di partito, tanto più forte e sicuro, quanto più compatto e disciplinato il par-
tito da cui emana ed è sorretto».
La considerazione è però mitigata da un riferimento all’insediamento sociale.

Il valore di un partito politico si misura dal complesso delle idee circa la costitu-
zione organica dello Stato e dalla loro efficienza pratica in un dato momento storico,
non che dalle aderenze che trova nel paese, dalla forza del numero, di attività di col-
tura, di capacità intellettuale di coloro che vi aderiscono.92

Si viene cosi ad affrontare un capitoletto intitolato «Teoria dei partiti». È


significativo che esso compaia qui e la sua costruzione è piuttosto istruttiva,
anche se si apre con una dichiarazione limitatrice circa il suo valore.

Una vera teoria scientifica dei partiti politici, la quale resista alla critica, non sem-
bra possibile, giacché i partiti vanno considerati non con criteri assoluti, ma in rela-
zione al tempo in cui vivono ed al peculiare ordinamento della società nei singoli pae-
si; onde essa può offrire più tosto un interesse storico, che una vera utilità pratica.93

L’esposizione è organizzata in cinque paragrafi dedicati a: Stahl; Röhmer;


Bluntschli; Balbo; Ostrogorski e Benoist.94 In realtà i primi tre paragrafi sono
un riassunto delle tesi di Bluntschli.
La parte innovativa è ovviamente il rinvio ad Ostrogorski e a Benoist. Del
primo viene detto che «ai partiti permanenti preferirebbe sostituire aggruppa-
menti temporanei, da costituirsi di volta in volta a riguardo delle singole que-
stioni e secondo le peculiari circostanze»; il secondo è introdotto a sostegno
della stessa tesi, perché è presentato come colui che ha discusso i modi per
impedire che i partiti diventino fazioni, ponendo «il problema se sia meglio
avere partiti permanenti o aggruppamenti temporanei, senza peraltro venire
ad una soluzione, a causa delle gravi difficoltà che presenta».
Se è significativo che Grassi introduca l’opera di Ostrogorski sullo stesso
piano di quella di Bluntschli, bisogna anche rilevare che egli, a mio giudizio, la
conosce poco o l’ha letta superficialmente. Se non fosse per un rinvio in nota
parlando del sistema dei partiti inglesi,95 sarei tentato di dire che si tratta di

92Ivi, p. 485a.
93Ivi, p. 487a.
94 Ivi, pp. 487-489.

95 Ivi, p. 491 nota. Peraltro il riferimento è parzialmente inesatto, perché parlando del compito

della «whip» si rinvia ad Ostrogorski «vol. I, cap. II», mentre quest’argomento si trova (in tutte le
edizioni, compresa quella francese del 1914 in un unico volume), sı̀ nel capitolo II, ma della seconda
parte del primo volume.
LA TEORIA DEL PARTITO POLITICO NELL’ETÀ DI MICHELS 113

una citazione di seconda mano da Benoist (di cui cita gli articoli del 1904 sulla
«Revue des deux mondes»). Infatti non solo nel prosieguo dell’esposizione di
questa teoria, ma anche in altri punti viene illustrata una teoria completamen-
te diversa da quella di Ostrogorski. In questa prima occasione si dice per
esempio che i partiti inglesi, pur mutati nel corso degli anni, «mantengono in-
tatta la loro caratteristica di piena subordinazione allo Stato, per lo sviluppo
ed il miglioramento del medesimo»; si parla in termini positivi del sistema
elettorale e si sottolinea, come un dato positivo, che «il valore dei partiti è
in ragione direttamente dell’abilità e dell’autorità dei capi». Quando si parla
del sistema inglese si continua a darne un’immagine del tutto positiva (la fonte
è non a caso il vecchio libro del De Franqueville) e non v’è alcuna ricezione
delle tesi ostrogorskiane.
Nel complesso le fonti di Grassi per la teoria dei partiti inducono a più di
una curiosità. Se non stupisce, vista la sede, l’ampia presenza della tradizione
politico-costituzionalistica italiana tardo ottocentesca con le sue fonti consue-
te, l’introduzione di Ostrogorski e Benoist pone qualche problema. Mi chiedo
soprattutto da dove Grassi avesse tratto la spinta a canonizzarli in questo mo-
do, ma va sottolineato che non solo Benoist scriveva per una rivista che era
molto letta in Italia, ma che lo stesso studioso russo ebbe una buona circola-
zione nel nostro paese. In particolare Ostrogorski non fu utilizzato solo dal
gruppo che ruotava intorno all’«Unità» di Salvemini,96 ma anche in quello de-
gli intellettuali che facevano riferimento alla «Voce» di Prezzolini.97
Ovviamente per Michels riferimenti molto importanti, come tutti sanno,
furono assai più dei giuristi, due anomali scienziati politici come Gaetano Mo-
sca (con cui come accennato ebbe rapporti a Torino) e Vilfredo Pareto. Ac-
comunati sotto l’etichetta di «elitisti liberali» entrambi sembrano i suggeritori
della visione del sociologo tedesco sfociata nella famosa «legge ferrea dell’oli-
garchia». La questione mi pare un po’ più complessa, ma indubbiamente l’au-
torità e il successo dei due autori citati giocò un evidente ruolo nelle scelte di
Michels.

96 G. QUAGLIARIELLO , Sulla fortuna italiana di Ostrogorski: partitismo e ‘leghismo’ nell’«Unità»

di Salvemini, in Il partito politico nella Belle époque. Il dibattito sulla forma partito in Italia fra ’800 e
’900, a cura di G. Quagliariello, Milano, Giuffrè, 1990, pp. 711-741.
97 N. ZAPPONI , Il tempo della «Voce»: l’antipartito della cultura e la cultura come ‘prepartito’, in

Il partito politico nella Belle époque cit., pp. 279-292. Di recente Roberto Pertici ha ricordato quanto
l’autore russo, ma anche Michels, fossero presenti nella riflessione di un intellettuale come Antonio
Anzilotti che aveva pubblicato, La crisi spirituale della democrazia italiana. Per una democrazia nazio-
nalista (con una bibliografia ragionata), Faenza, Novelli e Castellani, 1912. Cfr. R. PERTICI, Antonio
Anzilotti da Marx a Gioberti. Parabola di uno storico ‘realistico’, «Archivio storico italiano», LXX,
2012, pp. 477-531 (il rinvio specifico alla questione di Ostrogorski e Michels è a p. 492, dove si ri-
corda che questo rinvio vale anche per altri protagonisti del dibattito intellettuale come Einaudi, De
Ruggiero, Borgatta, Emery).
114 PAOLO POMBENI

La critica del tradizionale modello del parlamentarismo (anglosassone) era


già diventata del tutto evidente nel liberale disincantato che si dichiara allievo
della scienza politica di metà Ottocento, cioè nel Gaetano Mosca della Teorica
dei governi.98
Il giovane siciliano partiva, come abbiamo visto essere comune all’epoca in
cui scriveva, dalla constatazione che in Italia si sosteneva che il parlamentari-
smo fosse debole per mancanza di partiti all’inglese, e proponeva il consueto
mito sulla madre della democrazia; ma giungeva poi a negare, in nome del rea-
lismo, qualsiasi fascino all’ipotesi della forma partito intesa come istituzione.
L’esistenza dei partiti era certo un fatto necessario nella vita parlamentare,
giacché solamente con questo mezzo un certo numero di volontà e d’interessi,
coordinandosi e spalleggiandosi a vicenda, potevano imporsi a tutto un paese,
arrivare al potere e poi tenerlo; ma il credere che i partiti fossero davvero fon-
dati sopra differenze, serie e costanti, di principi e d’idee politiche, gli pareva
un’opinione, non solo contraria alla esperienza dei fatti, tanto in Italia quanto
negli altri paesi, ma anche assolutamente errata in tesi generale ed astratta.
Ed a ribadire questo suo rifiuto della natura istituzionale della forma par-
tito veniva subito dopo la notazione sulla «cosı̀ detta disciplina di partito, que-
sto mito, quest’incognita terribile, alla quale noi, che ci diciamo liberi ed in-
dipendenti [...] sacrifichiamo spesso volontà e coscienza». Ma questo, si
specificava, non sarebbe possibile se fra i membri dello stesso partito, oltre
ad una problematica e variabile comunanza di principi, non ci fosse sempre
una fortissima e reale comunanza di interessi a spiegare la loro solidarietà e
soprattutto il loro sacrificio della volontà e dell’iniziativa individuale.99
È molto significativo soffermarsi sul significativo cambiamento di vedute
che si opera in Mosca in appena una decina d’anni, quando negli Elementi di
scienza politica, fattosi più attento alle radici ‘religiose’ dell’esperienza politica,
egli, pur lasciando cadere ormai la teoria psicologica del Bluntschli, percepiva
con maggiore chiarezza i caratteri del successo e le tipologie della organizza-
zione politica.100

98 Cfr. G. MOSCA , Sulla teorica dei governi e sul governo parlamentare. Studi storici e sociali,

Torino, 1884 (lo cito ora da ID., Scritti politici cit.). Per il debito di Mosca con Bluntschli, cfr. ivi,
p. 191 (Proemio alla prima edizione). Mosca inviò subito questa sua opera anche a Minghetti, che
gli rispose con una lettera ora pubblicata dal curatore nell’edizione citata, a p. 176; quanto più in
generale al problema dell’influenza di questo autore, si veda quanto Sola scrive nell’introduzione alle
pp. 26-27.
99 ID ., Sulla teorica cit., pp. 499-501. A dimostrazione della difficoltà per Mosca di compren-

dere la forma-partito come istituzione si veda il suo giudizio sul partito clericale, durissimo nella
prima edizione (1884) e di poco mitigato nella seconda (1925). Cfr. ivi, p. 499 n.
100 Cfr. ID., Elementi di scienza politica, Torino, 1896 (1922, nuova edizione ampliata), che cito

dal volume, ID., Scritti politici cit. Significativamente si parla del nostro tema al capitolo VII, sotto il
titolo «Chiese, sette, partiti» (pp. 738-776). È infatti la stessa «naturale inclinazione alla lotta» che
LA TEORIA DEL PARTITO POLITICO NELL’ETÀ DI MICHELS 115

Ma tutto questo non lo portava certo a mutare quell’atteggiamento di so-


stanziale ripudio della forma partito come forma della politica, che anzi sem-
mai la scoperta del modello religioso alla sua radice gliela rendeva più inaccet-
tabile.
Mosca introduceva, rispetto alla tradizione giuridica precedente e del suo
tempo, un elemento che ai giuspubblicisti non era sembrato rilevante: cioè
l’interrogativo su cosa tenesse insieme le formazioni politiche, visto che il mi-
tico «idem sentire de republica» appariva poco plausibile. Certo in Mosca la
considerazione si fermava a rilevare le dinamiche ‘religiose’ della sottomissio-
ne della volontà individuale ad un centro depositario dell’ortodossia, ma è dif-
ficile negare che questo non implicasse il ‘potere’ che questa dinamica confe-
riva ai custodi dell’ortodossia. E poiché siamo ancora nel contesto di una
polemica magari implicita col potere del papato e delle gerarchie cattoliche
è ben possibile che questo avesse poi portato Michels a considerare sotto que-
st’ottica il potere dei custodi dell’ortodossia socialista.
L’apporto di Pareto era piuttosto diverso. Non si tratta solo della nota
tesi della ‘circolazione delle elite’, che farebbe pensare ad una visione tutto
sommato positiva del lavoro dei partiti per il progresso storico. In realtà, se
si legge con attenzione I sistemi socialisti, apparso originariamente in france-
se nel 1902,101 si vedrà che non a caso quella ‘circolazione’ viene illustrata
«con l’esempio che si presenta subito alla mente [...] quello del clero catto-
lico». La tesi forte di Pareto è che le ‘rivoluzioni’ a cominciare da quella
francese, sono sostanzialmente ‘rivoluzioni religiose’ («non si tratta di una
analogia, ma di una identità»). Il socialismo opera come motore storico per-
ché è una fede:
La religione socialista ha servito a dare ai proletari l’energia e la forza necessaria
per difendere i loro diritti: inoltre li ha moralmente elevati. In quest’opera, se si ec-
cettua il Tradeunionismo inglese, essa non ha avuto concorrenti molto seri, se non
fra le vecchie religioni, di cui del resto ha stimolato lo zelo a favore delle classi po-
polari.

porta gli uomini a «formarsi in nuclei, fra i quali vi sono capi e gregari». Benché più avanti si sostenga
che «l’entusiasmo, lo spirito di sacrificio, l’unilateralità di vedute, bastano a fondare religioni e partiti
politici, ma non sono sufficienti a diffonderli molto e a durevolmente conservarli» essendo necessario
«insieme ad un centro di idee e di sentimenti [...] creare un centro di interessi», si intuivano i carat-
teri culturali (in senso antropologico) del partito: dalla necessità della liturgia («le processioni alcuni
le fanno coi ceri e salmodiando litanie, altri dietro le bandiere rosse al suono della Marsigliese o can-
tando l’inno dei lavoratori»), alla creazione di ‘martiri’, ‘santi’, ‘eroi leggendari’, alla capacità rigene-
ratrice dell’appartenenza all’organizzazione ed alla sua creazione di un nuovo universo di riferimento
(«per essi chiunque porta l’abito indosso diventa di botto tutt’altro»). Per la citazione implicita di
Bluntschli si veda, ivi, p. 773.
101 Qui cito da V. PARTEO , I sistemi socialisti, Torino, Utet, 1974, pp. 126-210 per le parti che

ci interessano.
116 PAOLO POMBENI

Pareto vedeva con positività la rivoluzione intellettuale portata dalle teorie


socialiste, ma non per questo si distanziava dal clima di ripulsa dell’attività dei
partiti tipica dell’inizio del XX secolo.
Questo contesto è stato ben indagato da un lavoro di Marialuisa-Lucia
Sergio 102 a cui ricorrerò. Un giudizio di Ferrero giusto agli inizi del secolo
può essere preso come emblematico di questa fase, che non può essere assi-
milata tout court ad una prosecuzione delle critiche di Turiello o del giovane
Mosca. Ferrero, sul radicale «Il Secolo», aveva definito senza mezzi termini il
parlamento come «un club di affaristi e politicanti senza scrupoli», «docile
strumento di un regime di Palazzo e di una tirannide burocratica», mentre
i partiti che vi agivano erano per lui «cricche, delle camorre prive di ogni idea,
ogni intellettualità ed ogni energia per fare altra cosa che sia il vantaggio della
fazione».103
Non molto dopo (nel febbraio 1904), Vilfredo Pareto avrebbe usato ac-
centi del tutto simili.

Non solo il partito «liberale», ma anche gli altri insidiano la libertà. I partiti con-
servatori, per acquistare grazia appo gli elettori, vanno a gara coi partiti liberali nello
spendere e spandere, nel proporre provvedimenti per beneficiare i più a spese dei po-
chi, e si figurano di poter combattere il socialismo popolare, mercé il socialismo di
Stato che ne è propriamente una parodia.104

Il sociologo sarebbe stato fra i più attivi ad interpretare la svolta del nuovo
secolo come determinante per uscire dallo schema del «government by discus-
sion» e passare invece ad una decisa opzione per lo scontro dicotomico fra
due opposte fazioni. Due lettere che si collocano nello spazio di cinque anni
testimoniano di questo passaggio.
La prima, è indirizzata a Giuseppe Jona, ed è datata 14 ottobre 1903.

La scelta ormai è tra reazione e socialismo. Ogni via di mezzo è preclusa. Chi nel-
la speranza di seguire quella via combatte il socialismo giova alla reazione e viceversa

102 M.-L. SERGIO , Dall’antipartito al partito unico. La crisi della politica in Italia agli inizi del

Novecento, Roma, Studium, 2002.


103 Ivi, pp. 16-17.

104 Ivi, p. 11. Si colga che qui un asse della polemica è la spesa sociale che poneva problemi di

revisione del sistema fiscale (su cui gli ampi studi di G. MARONGIU, La politica fiscale della destra sto-
rica, 1861-1876, Torino, Einaudi, 1995; La politica fiscale della Sinistra storica 1876-1896, Torino,
Einaudi, 1996; La politica fiscale nella crisi di fine secolo 1896-1901, Roma, Archivio Izzi, 2002).
Era un tema molto agitato anche in Gran Bretagna, dove i conservatori, impegnati nella stessa po-
lemica, sostenevano che affidare al parlamento, dominato, in epoca di suffragio allargato, dai partiti
‘popolari’, le decisioni in materia di spesa pubblica, «sarebbe stato come nominare il gatto guardiano
della ciotola del latte».
LA TEORIA DEL PARTITO POLITICO NELL’ETÀ DI MICHELS 117

[...]. Chi vuole difendere la società deve in qualche modo fortificare i conservatori,
detti anche reazionari, deve adoprarsi principalmente per unire le varie fazioni, per
favorire il governo qualunque esso sia, che combatterà quel nemico, deve dimostrare
la vanità e la sciocchezza delle formule democratiche e [...] dell’eresia dei nuovi do-
mini.

La seconda è una lettera ad Ugo Magini, datata 10 gennaio 1908, e si rifà


esplicitamente al lavoro ‘scientifico’ che Pareto ha prodotto.

Nel mio Manuale e nei miei Systèmes [il libro su Sistemi socialisti] ho esposto con-
cetti che ognor più dall’esperienza mi paiono confermati. Purtroppo temo che l’anti-
co liberalismo di cui fui seguace altre volte, ha ognora minor probabilità di successo.
Se la borghesia non vuole essere distrutta occorre che accetti la lotta di classe voluta
dagli avversari. L’ultima parola sarà detta nella forza, e non è in potere dell’uomo di
scansare questo pericolo.105

Non stupisce certo che in questo contesto il fulcro dell’attenzione venisse


catturato dai nuovi movimenti più radicali, i sindacalisti rivoluzionari e i mas-
simalisti socialisti sulla sinistra ed i nazionalisti sulla destra.106

Sono costretto, per evidenti motivi, a contenere la mia valutazione all’interno di


alcuni passaggi essenziali, perché la letteratura sul tema dei partiti è davvero molto am-
pia in tutti i paesi europei, ma, dato il contesto in cui ci troviamo, non posso esimermi
dall’affrontare in chiusura lo scritto di Benedetto Croce del 1912 su II partito come
giudizio e come pregiudizio, che comparve non per caso sull’«Unità» di Salvemini.107

Benché il pensiero di Croce non sia mai di agevole manipolazione, il suo


famosissimo saggio merita una lettura attenta. Come premessa varrebbe forse
la pena di riandare ad un altro intervento dell’anno precedente in cui il filo-

105 Citazione in M.-L. SERGIO, Dall’antipartito cit., pp. 146-147.


106 Non a caso sempre Pareto in un articolo dal significativo titolo, Socialisme bourgeois, «La
Gazette de Lausanne», 26 gennaio 1904, aveva citato Georges Sorel ed Arturo Labriola, come so-
cialisti originali e di talento, nonché la rivista «Il Regno» di Firenze, culla del nazionalismo, come
il «contropiede» a queste evoluzioni del socialismo marxista. Cit. in M.-L. SERGIO, Dall’antipartito
cit., p. 144.
107 L’articolo fu pubblicato il 6 aprile 1912; lo si veda ora in B. CROCE , Cultura e vita morale,

Bari, Laterza, 19553, pp. 191-198. Sulla vicenda di questa pubblicazione si veda G. QUAGLIARIELLO,
Gaetano Salvemini, Bologna, Il Mulino, 2007, pp. 33-40. Croce aveva fatto precedere quell’articolo
da una lettera a Salvemini, che questi pubblicò sul suo giornale il 27 gennaio 1912, che esprimeva, se
posso dirlo, il consueto atteggiamento degli intellettuali che è un misto fra qualunquismo e utopia.
«Non sarebbe tempo di smettere la fiducia nelle distinzioni e opposizioni dei partiti politici, tanto più
che l’esperienza ci mostra che il partito che governa o sgoverna è sempre uno solo e ha il consenso di
tutti gli altri che fanno le finte di opporsi? Non sarebbe meglio contare sugli uomini saggi, lavoratori
e consapevoli del loro dovere verso la patria?» (ivi, p. 37).
118 PAOLO POMBENI

sofo napoletano reagiva all’accalcarsi l’uno sull’altro di «programmi di ogni sor-


ta» sicché «nasce[va] il dubbio che siano stati scambiati e confusi i programmi
con la fede».108 In questo intervento Croce individuava nell’«indebolimento
della coscienza dell’unità sociale» e nelle «meschine lotte di associazioni» il tarlo
che rodeva la coesione del sistema politico, una volta che si fossero perse «la
religione o la filosofia (con la quale la religione fa tutt’uno)» come punti di ri-
ferimento che fornivano la «concezione delle cose sotto specie d’eterno».
Ci si trovava dunque pienamente nell’ottica tradizionale del liberalismo,
che considerava il partito da un lato come «partito filosofico» e che dall’altro
respingeva fermamente ogni tendenza che potesse consentire l’aggregarsi sul
terreno politico della messa in discussione dell’unità dello Stato. Nel più fa-
moso articolo citato prima Croce scendeva più nel dettaglio, mantenendosi
in bilico fra una visione che ammetteva la naturalità dei partiti ed un giudizio
che ne riduceva il valore al mero terreno strumentale.
Il testo si apriva col famoso paragone dei partiti in politica ai generi lette-
rari nella retorica: strumenti di classificazione, non strumenti di produzione o
di creazione. Certo si ammetteva quasi subito che i partiti avevano una radice
psicologica ineliminabile, vuoi perché la vita si ‘meccanizza’ in abitudini ed
istituzioni, vuoi perché «l’uomo politico deve concretare il suo impeto volitivo
tra gli uomini e nelle condizioni in cui è posto, e appoggiarsi a un aggruppa-
mento e avversarne un altro, cioè entrare nel meccanismo dei partiti». Ma a
questa ripresa di una componente che abbiamo già vista nel liberalismo (la
teoria bluntschliana della naturalità dei partiti, ora sostenuta forse dalle nuove
considerazioni della psicologia) 109 si congiunge l’altra componente tradiziona-
le che vuole salvare la libertà dell’individuo e dunque nega ogni carattere isti-
tuzionale (e quindi ogni capacità di obbligazione politica) al partito: «se non si
voglia che quella cosa giudiziosa che è il partito (giudiziosa, perché creata dal
giudizio umano) si muti in pregiudizio».
Cosı̀ il partito era strumento per portare al successo pratico un’idea che si
era affermata nel singolo prima ed al di fuori di esso. I partiti esistenti, o al-
meno alcuni di essi, invece sembravano distruggere questo libero certame del-
le idee, vuoi introducendo nel confronto politico la lotta di classe (concetto
«pernicioso perché distruttivo della coscienza dell’unità sociale»), vuoi tra-
sformando meccanismi di azione politica in meccanismi «ad orpello di ogni
sorta di cupidigie». Di qui la famosa conclusione:

108B. CROCE, Fede e programmi, in Cultura e vita morale cit., pp. 160-170.
109Non si dimentichi che in questa fase siamo nel fiorire della psicologia politica da Tarde a
Graham Wallas. Su questo nuovo contesto si veda la bella ricostruzione di S. CAVAZZA, Dimensione
massa: individui, folle, consumi 1830-1945, Bologna, Il Mulino, 2004.
LA TEORIA DEL PARTITO POLITICO NELL’ETÀ DI MICHELS 119

I partiti sono necessari nella propria loro cerchia, come derivazione e non come
scaturigine dell’azione politica, come conseguenza e non come premessa. La vera
azione politica richiede sempre un trarsi fuori dai partiti per affissare, sopra di essi,
unicamente la salute della patria; e questo trarsi fuori dal partito è il solo modo di
dare vita ad un nuovo partito o di tenere in sana vita quelli esistenti.

Questa posizione è per tanti versi emblematica nella sua stessa purezza.
Essa era lontana dal ‘realismo’ dei Mosca e dei Pareto (che di naturalità po-
sitiva del partito/opinione non volevano più sentire parlare e che riducevano
la naturalità alla parte per cosı̀ dire ‘bestiale’ dell’uomo), ma al tempo stesso
non accettava l’organizzazione in politica se non come strumento sussidiario
alla lotta delle idee.
La novità di Michels non è misurabile se non riconducendola all’interno di
un trend del pensiero europeo che da un lato non si discostava ancora del tut-
to dalla considerazione del partito nel quadro del costituzionalismo liberale,
cioè in un quadro di esame delle funzioni del sistema politico moderno, ma
che dall’altro avrebbe voluto inquadrare in questo contesto il fenomeno della
formazione di nuove «classi dirigenti» funzionali a quella legge del progresso
che ormai sembrava storicamente inevitabile.110
Michels a questo non era interessato. Il suo neo-giacobinismo e la sua os-
sessione di dimostrare la «ferrea legge dell’oligarchia» gli impedivano una vi-
sione realmente moderna di quello che stava per divenire un sistema che We-
ber avrebbe plasticamente rappresentato, e senza alcun intento denigratorio,
nella famosa definizione della Führerdemokratie mit Maschine.

110 La questione delle «elite politiche» e dei loro meccanismi di formazione e di affermazione è

un tema sempre piuttosto complicato. Per lo sguardo di un politologo a partire dai nostri autori è
interessante A. ZUCKERMAN, The Concept ‘Political Elites’: Lessons from Mosca and Pareto, «The
Journal of Politics», 39, 1977, pp. 324-344.

11
Direttore responsabile: Terenzio Cozzi

Autorizzazione del Tribunale di Torino, n. 1927, del 6 aprile 1968

CITTÀ DI CASTELLO . PG
FINITO DI STAMPARE NEL MESE DI SETTEMBRE 2013
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ISSN 0531-9870 della
FONDAZIONE
L. EINAUDI
XLVI
2012
ANNALI
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FONDAZIONE
LUIGI EINAUDI
XLVI-2012

Leo S. Olschki Editore


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