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Gli sciamani del ‘700:

la funzione estetica della scienza

“Keats odiava Newton; quale poeta greco avrebbe odiato Eudosso?” [1]

Siamo fatti veramente a sua immagine e somiglianza. “Ma ad immagine di chi?”, verrebbe da
chiedersi. Eppure la risposta, pare così ovvia che viene spesso e volentieri omessa.
Potremmo forse partire da qui: l'ideale di conoscenza occidentale nella sua evoluzione storica,
corrisponde alla sua idea del Θεός ed alla corrispettiva introiezione (e viceversa). In questo senso,
l’evoluzione del pensiero dall’antica Grecia al ‘900 è stata una continua ricerca di narrazione del
problema divino. Nel medioevo, il Dio come auctoritas (che è comunque un Dio che si è rivelato gli
uomini, caratteristica che rimane invariata fino all’inizio del XX secolo) posiziona l’uomo all’interno
del suo mondo, che, in un assoluto ideale panglossistico, è il migliore dei mondi possibili. In questo
sistema creato dall’auctoritas, nasce il concetto di nomos in quanto somiglianza: si ricerca l’analogia
tra gli essere viventi, la sympatheia tra le parti che lo compongono, così

“Per quanto riguarda la sua vegetazione [del mondo], la pianta si accorda con la bestia bruta, e in
virtù del sentimento, l’animale bruto con l’uomo, che a sua volta si conforma al resto degli astri grazie
alla sua intelligenza [...]” [2]

Ogni ente è dunque parte dell’armonia nel mondo, all’interno di questa “cosmografia analogica del
confronto” [3]. Le opere diventano prolisse, in un sistema linguistico simile ad infiniti centri
concentrici, dove a restituire l’ordine è proprio la somiglianza. L’analogia diventa così imperativo
epistemologico fondata sull’assioma che l'intelletto umano è dono divino e dunque partecipare al
volere ultimo di conoscenza. Sarà così che Cartesio uscirà dal dubbio iperbolico presentato nel suo
Discours de le Méthode, precisando in altra sede che

“[...] in omni ratiocinatione per comparationem tantum veritatem praecise cognoscamus [...]” [4]
([...] in ogni ragionamento conosciamo la verità tanto precisamente per comparazione [...])

Si inserisce all’interno di questo percorso la nascita (ed il perfezionamento) del metodo scientifico,
che si avvale di un potente strumento qual è il linguaggio matematico [5]. La matematica, in quanto
costruzione basata su assiomi [6] e solide regole logiche, permette di distinguere la scienza dalla
filosofia (od almeno, dalla filosofia in accezione aristotelica), creando un sostrato di partenza per il
far scienza: un linguaggio che permetta di essere chiaro trasversalmente su più campi e più nazioni,
che non obbedisce a principi di autorità al di fuori del sistema, perfettamente replicabile e la cui
traduzione

1. S. Weil, Sur la Science, Editions Gallimard (1966), p. 266


2. G. Porta, Magia naturalis (1562), p.3
3. M. Foucault, Les mots et les choses (tr. it. Le parole e le cose, BUR , 1967, p.37)
4. R. Descartes, Regulae ad directionem ingenii, 1701, regola XIV (ove non diversamente
indicato, le traduzioni sono dell’autore. Ammazza quanto sono borghese…)
5. Si veda a tal proposito: Eugene Wigner, The unreasonable effectiveness of mathematics in the
natural sciences, Communications on pure and applied mathematics 13, p. 1-14 (tr. it.,
Adelphi, 2017)
6. Proposizioni indimostrabili ma universalmente accettate: cfr. “La retta è composta da infiniti
punti.”
è “biunivoca” (dalla natura, alla misure, ai numeri ed anche al ritroso). Tutto ciò per molto però, non
fu
compreso nella sua integrità, e la scoperta matematica non veniva inquadrata nel contesto
dell’indagine razionale, ma come casi curiosi e fortuiti (ritorna qui il tema degli sciamani). Eppure gli
strumenti matematici sono in continuo sviluppo, e negli anni 1670-1710 si discuteva della disputa
Newton e Leibniz circa l’invenzione del calcolo infinitesimale [7,8], e non mancano esempi di “geni”
esperti in tutti i campi del sapere matematico, quali Newton stesso (1642-1726), che pubblica i suoi
Principia Philosophiae Naturalis [9] [Principi di filosofia naturale], e più avanti anche C. F. Gauss
(1777-1855).
Così si giunge all'età dei Lumi, che pochi sanno essere rappresentata da uno tra i più sfaticati:
Immanuel Kant. Il filosofo tedesco è famoso, oltre che per il suo contributo più “politico” (che
rappresenta comunque un’attività di sfondo, per quanto necessaria), per le sue opere più teoriche, in
particolare per i suoi lavori di filosofia trascendentale, uno fra tutti la Kritik der reinen Vernunft [Critica
della ragion pura]. Innanzitutto il compito è fra i più ingrati, e nessuno se ne sarebbe occupato se non
un animo acceso del ridente paesino di Königsberg: rifondare la metafisica come scienza. La sua
Critica
era dunque un mero organon, uno strumento, per giungere alla fondazione ultima del sapere, o per
esprimermi con le parole di Vittorio Mathieu: “Ciò che Newton fece per mezzo dei numeri, Kant volle
farlo per mezzo della metafisica” [10]. Sul piano idealistico dunque, seppur l’esistenza di Dio non sia
suscettibile a prova, viene accettata e nuovamente annessa alla facoltà dell’intelletto umano, ed unita
ad un nuovo piano politico (rivoluzione francese) ed un nuovo sistema di produzione (capitalismo),
rappresenta un ulteriore spinta alla conoscenza, secondo il principio per cui ogni avanzamento nel
sapere segna un ritirarsi nell’ignoranza (da cui, tra le altre cose, la genesi del “sapere in circolo”,
ovvero l’Encyclopédie). Laplace, altro fisico e matematico un po’ megalomane giunge a formulare, il
suo “demone”, che descrive all’inizio della sua opera Essai philosophique sur les probabilités (1814):

“Une intelligence qui, à un instant donné, connaîtrait toutes les forces dont la nature est animée et la
situation respective des êtres qui la composent, si d’ailleurs elle était suffisamment vaste pour
soumettre ces données à l’analyse, embrasserait dans la même formule les mouvements des plus
grands corps de l’univers et ceux du plus léger atome ; rien ne serait incertain pour elle, et l’avenir,
comme le passé, serait présent à ses yeux.” [11]

7. Il calcolo infinitesimale è un potente strumento matematico che permette di rappresentare il


mutare continuo delle cose per unità discrete.
8. Ad ogni modo, non c'era bisogno di litigare, era un metodo già sviluppato (seppur in maniera
diversa) da matematici greci quali Euclide, Eudosso, Anassagora e che aveva raggiunto un
certo grado di maturità con Archimede (peccato che questi si divertivano a disegnare
formine sulla sabbia).
9. Newton espone nella sua opera un nuovo sistema fisico che rappresenta con cura il
macroscopico che noi conosciamo (non a caso “fisica newtoniana” è un sinonimo per fisica
“classica”). Dell’opera monumentale redatta in latino ne esiste una traduzione parziale per i
tipi di Einaudi (2018).
10. Cfr. l’introduzione alla Critica della ragion pura, Laterza (1977)
11. [Un intelletto che ad un determinato istante riuscisse a conoscere tutte le forze che mettono
in moto la natura, e tutte le posizioni di tutti gli oggetti di cui la natura è composta, se questo
intelletto fosse inoltre sufficientemente grande da analizzare tutti questi dati, racchiuderebbe
in un'unica formula i movimenti dei corpi più grandi dell'universo e quelli degli atomi più
piccoli; per un tale intelletto nulla sarebbe incerto ed il futuro, proprio come il passato,
sarebbe evidente davanti ai suoi occhi.]
Quest’impostazione intrinsecamente deterministica [12] segna un momento di assoluta certezza: si
pensa addirittura che il lavoro teorico sia essenzialmente concluso, e non restano che misurazioni
sempre più accurate.
I matematici, tipi da sempre un po’ invidiosi, cercarono, tra la fine dell’ottocento e l’inizio del
novecento, di riportare la matematica stessa ad uno stato di perfetto ordine: se ne occuparono, tra gli
altri, Bourbaki, Russell, Whitehead e Hilbert. Il primo, Bourbaki, in realtà neanche esisteva. Era un
gruppo costituito da matematici francesi (tra cui il fratello della filosofa riportata all’inizio di questo
contributo, André Weil [13]) che, più che interessarsi ad i cosiddetti “fondamenti”, come fecero gli
altri tre pensatori, si impegnarono a ristabilire un metodo all’interno della ricerca matematica.
Russell e Whitehead invece, entrambi attivi ad Oxford e tra i massimi esponenti del positivismo logico,
si impegnarono profusamente nella ricerca iniziata da Hilbert: ovvero stabilire un insieme più
piccolo possibile di assiomi ed inferenze logiche da cui dedurre il colossale edificio matematico.
L’opera che ne venne fuori fu chiamata appunto Principia Mathematica (in occidente siamo dei
fanatici dei principi), e si basa sulla teoria dei tipi logici. Per avere un’idea approssimativa di ciò che
significa tipo logico potremmo partire da un problema:
In un paese gli uomini si possono dividere in due categorie: coloro che si fanno la barba da soli e
coloro che si fanno la barba dal barbiere. In quale categoria ricade quest’ultimo?
Il dilemma si chiama appunto “Problema del barbiere”, ed è stato proposto da Russell. La risposta si
annida nella gerarchia degli insiemi: quello rappresentato dal barbiere è “di un livello più alto” (un
differente tipo logico) e dunque non può ricadere nei due insiemi “più bassi”, rispettivamente quello
di chi si fa la barba da solo e di chi va dal barbiere [14]. Con la fisica siamo apposto, matematica idem,
di Dio possiamo adesso farne anche a meno e Russell può tornare dal suo barbiere. Se non che un
logico austriaco con tendenze paranoiche pubblica un lapidario articolo intitolato

“Über formal unentscheidbare Sätze der Principia Mathematica und verwandter Systeme”
[Su proposizioni formalmente indecidibili dei Principia Mathematica e sistemi affini]

Apriti cielo. L’articolo essenzialmente determina al livello metalogico che la matematica può essere o
completa o coerente. Aut aut, ed anche il linguaggio matematico perde quella certezza di cui ha
goduto per millenni. Sul versante della fisica la situazione crolla inesorabilmente dapprima con la
teoria della relatività di Einstein, e poi con la scoperta ad opera del fisico tedesco M. Planck del
quanto d’azione [15].
A ciò si aggiunge la formulazione di W. Heisenberg del “principio di indeterminazione”: non è
possibile conoscere la posizione e la velocità di una particella contemporaneamente.

12. Per una discussione del problema del determinismo in fisica: cfr. A. Kojève, L’idée du
déterminisme dans la physique classique et dans la physique moderne, (tr. it. Adelphi, 2018)
13. Per un interessante scambio epistolare tra i due fratelli, cfr. L’arte della matematica, Adelphi,
2018
14. Variazione sul tema: la teoria in questione è stata utilizzata da G. Bateson et al. nell’articolo
“Towards a theory of Schizophrenia” (ora antologizzato in Steps to an ecology of mind, tr. it.
Adelphi, 1977). Lo schizofrenico è definito come un individuo incapace di distinguere tra “tipi
logici” o livelli di linguaggio: prendono seriamente ciò che è metaforico, etc. (come quelli che
non capiscono l’ironia).
15. La teoria del quanto d’azione stabilisce che la natura non si possa descrivere con mutamenti
continui, ma soltanto con quantità discrete: dalla “duna” dell’energia di un atomo si può
sottrarre al minimo “un granello” nella sua interezza (un “pacchetto d’energia”), non meno.

Ecco così che la scienza ha seppellito quell’ideale (che eppure è così diffuso al livello “laico”) del
determinismo come legalità: non è detto che conoscendo la causa si possa predire l’effetto, come non
è assicurato che la causa sia un’entità individuabile. Uno dei fisici iniziatori di questa rivoluzione, N.
Bohr, pubblicherà nel 1950 su Dialectica un articolo dal titolo “On the notions of causality and
complementarity” [Su le nozioni di causalità e complementarietà], in cui traccia un riassunto
scientifico-filosofico di quanto appurato dalla moderna teoria fisica:

“However, a wholly new situation in physical science was created through the discovery of the
universal quantum of action, which revealed an elementary feature of "individuality" of atomic
processes far beyond the old doctrine of the limited divisibility of matter originally introduced as a
foundation for a causal explanation of the specific properties of material substances. This novel
feature is not only entirely foreign to the classical theories of mechanics and electromagnetism but is
even irreconcilable with the very idea of causality. In fact, the specification of the state of a physical
system evidently cannot determine the choice between different individual processes of transition to
other states, and an account of quantum effects must thus basically operate with the notion of the
probabilities of occurrence of the different possible transition processes. [...] Recapitulating, the
impossibility of subdividing the individual quantum effects and of separating a behavior of the
objects from their interaction with the measuring instruments serving to define the conditions under
which the phenomena appear implies an ambiguity in assigning conventional attributes to atomic
objects which calls for a reconsideration of our attitude towards the problem of physical
explanation.” [16]

L. Wittgenstein, filosofo austriaco, commenta ulteriormente l’ideale di Laplace con parole pesanti:

“Die Ereignisse der Zukunft können wir nicht aus den gegenwärtigen erschließen. Der Glaube an den
Kausalnexus ist der A b e r g l a u b e.” [17]

Pensare però che la crisi riguardi solo le scienze esatte sarebbe un errore. Anche le cosiddette
Geisteswissenschaften [scienze dello spirito] risentono della nuova impronta epistemologica. Cos’è il
concetto di complementarità se non il tentativo del Picasso cubista analitico?

16. [Comunque, si è venuta a creare una situazione assolutamente nuova grazie alla scoperta del
quanto d’azione universale, che ha rivelato una caratteristica elementare di “individualità” nei
processi atomici assolutamente altra rispetto alla vecchia dottrina e rispetto alla limitata divisibilità
della materia introdotta come fondamento per una spiegazione causale delle specifiche proprietà
delle sostanze materiali. Questa nuova caratteristica è non solo assolutamente estranea alle teorie
classiche della meccanica e dell’elettromagnetismo, ma è anche inconciliabile con la stessa idea di
causalità. Difatti, la specifica di uno stato di un sistema fisico evidentemente non può determinare la
scelta tra differenti processi individuali di transizione ad altri stati, ed un resoconto degli effetti
quantici deve perciò fondamentalmente operare con la nozione di probabilità con cui diversi
possibili stati di transizione possono occorrere. [...] Ricapitolando, l’impossibilità di suddividere in
singoli effetti quantici e di separare il comportamento di un oggetto dall’interazione con gli strumenti
di misurazione atti a definire le condizioni secondo le quali appaiono i fenomeni, implica
un’ambiguità nell’assegnare attributi convenzionali agli oggetti atomici, il che richiede una
riconsiderazione del nostro atteggiamento rispetto al problema della spiegazione fisica.], Dialectica,
1950, 111, p. 51-54

17. [Non possiamo dedurre gli eventi futuri dal presente. Il credere al nesso causale è s u p e r s t i z i
o n e], L. Wittgenstein, Tractatus Logico-Philosophicus, proposizione 5.1361

Per saltare da un campo del sapere all’altro e completare questo contributo con un ennesimo volo
pindarico, potremmo concentrarci su discipline che non si occupano più del rapporto uomo-natura
(od almeno, non in senso stretto) ma dei rapporti tra individui, gruppi e società. Il pensiero
psicoanalitico prima di tutti ha messo in crisi le regole della logica aristotelica (identità, non
contraddizione, tertium non datur), imponendo ad un ente che non corrisponde più all’intelletto
settecentesco (l’inconscio) una nuova struttura. Anche se adesso il pensiero psicoanalitico si è scisso
in più correnti, analizzando due esempi estremi, I. Blanco [18] e J. Lacan [19], potremmo dedurre
come la rottura logica rimanga la cifra significante del problema inconscio.

“Queste caratteristiche [dell’inconscio] sono: I. Assenza di negazione, II. Spostamento, III.


Condensazione, IV. Assenza di tempo, V. Sostituzione della realtà esterna con quella psichica” [20]

“[L’inconscio è] luogo presente per tutti e chiuso ad ognuno in cui Freud ha scoperto che, senza che ci
si pensi, e dunque senza che qualcuno possa pensare di pensarci meglio di un altro, c’è chi pensa, ça
pense. Che pensa piuttosto male, ma pensa fermamente: Freud annuncia l’inconscio proprio in questi
termini: pensieri che, anche se le loro leggi non sono affatto le stesse di quelle dei nostri pensieri,
nobili o volgari, di ogni giorno, sono però perfettamente articolati.“ [21]

Così, gli uomini del ‘900, riscoprivano la loro scienza, il loro linguaggio, i loro concetti come magia
infantile e sciamanismo fuori luogo; eppure, la accettavano. Uno degli esponenti dello strutturalismo
francese prima citato affermava che:

“On peut en effet considérer que l’ethnologie n’a pu naître comme science qu’au moment où un
décentrement a pu être opéré: au moment où la culture européenne – et par conséquent l’histoire de
la métaphysique et de ses concepts – a été disloquée, chassée de son lieu, devant alor cesser de se
considérer comme culture de référence.” [22]

Se spesso prevale dunque, un dualismo di matrice platonica che oppone scienza e arte, misura e
sentimento, numero e poesia, non si può non ammettere che tra le due è sempre intercorso un ponte
rimasto latente a chi fa solo scienza o solo arte. Galileo era un letterato, Musil un ingegnere, ed il
disagio di Kafka è simile alla frustrazione di Schröndinger. In Grecia, come riporta S. Weil nell’incipit,
la ricerca scientifica aveva fondamentalmente funzione estetica, di unione tra uomo e Natura. Alla
scienza il merito artistico di aver distrutto la monade, nel conoscere l’Altro (l’altro uomo, l’altro
sapere, l’altro io),

18. I. Blanco (1908-1995), psicoanalista argentino freudiano, influenzato dalla corrente psicoanalitica
anglosassone di M. Klein e dalla filosofia analitica, tenterà di elaborare un metabolismo logico
dell’inconscio.
19. J. Lacan (1901-1981), psicoanalitico francese che, espulso dalla società freudiana, fonderà la
propria. Risente della corrente strutturalista francese di cui parleremo più avanti.
20. I. Blanco, The unconscious as infinite sets, (tr. it. Einaudi, 2000, p. 42)
21. J. Lacan, Ecrits (tr. it. Einaudi, 1974, p. 544)
22. [Si può difatti considerare che l’etnologia non poteva nascere come scienza se non nel momento
in cui veniva operato un decentramento: un momento in cui la cultura europea – e, come
conseguenza, la storia della metafisica e dei suoi concetti – veniva dislocata, rimossa dal suo luogo, e
forzata a cessare di considerarsi come la cultura di riferimento.], J. Derrida, L'écriture et la différence
[La scrittura e la differenza], Seuil (1967), p. 414

l’uomo ha fondato nuova pedagogia: “L’unica conoscenza che valga è quella che si alimenta di
incertezza, e il solo pensiero che vive è quello che si mantiene alla temperatura della propria
autodistruzione.” (Morin)
QED.

P. Picasso, Bagnante, 1908-09

Nicolaus Caput