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Cos’è questo corso?

è un corso di diritto, ovviamente, però sarà alleggerito perché non parleremo di regole
se non necessariamente, ma daremo un taglio più storico-culturale, cioè, cercheremo in definitiva di
comprendere perché ogni paese di questo nostro bel mondo ha regole diverse. Non ci sono le stesse regole
di condotta in Italia, Inghilterra, Germania, Corea del Nord ecc, sono tutte regole di condotta diverse che
disciplinano tutti gli aspetti della nostra vita. Quindi, ci sposiamo in Italia con alcune regole che non sono
utilizzate in Cina. Banale, però la domanda che spesso noi ci poniamo è: ma perché? Potremmo rispondere:
perché la Cina è lontana, mentre ad esempio la Svizzera italiana è talmente vicina che senz’altro avrà le
nostre stesse regole… e invece no. Allora dobbiamo domandarci, dando per scontato che non è la
lontananza geografica che fa mutare le leggi, lo fa qualcosa di diverso, e noi cercheremo di comprendere
cos’è questo qualcosa di diverso, durante questo corso. Innanzitutto, voglio una lezione introduttiva, quindi
sarà leggera e anche breve, dobbiamo comprendere che cosa intendiamo per diritto, perché questa sarà
una lezione di diritto. Il diritto non è altro che un insieme di regole di condotta. Regole di condotta ce ne
saranno di vario tipo voi direte. Ci sono regole di condotta che hanno dei risvolti sociali, ad esempio
salutare le persone più anziane è una regola di buona condotta. Però ci dobbiamo domandare qual è la
sanzione nell’ipotesi in cui non salutiamo o non ci alziamo dal tram quando un signore anziano vuole
sedersi. Non abbiamo una sanzione. Se il papà e la mamma non ci fanno regali a Natale hanno una
sanzione? Sì ci sono sanzioni sociali, teniamo il mogio per molto tempo, però non sono regole, sanzioni che
hanno a che fare col diritto. Ci sono poi veri mondi del diritto: del mondo civile, privato, di realtà di enti
religiosi, abbiamo il diritto della Chiesa, il cosiddetto diritto canonico e quindi le sanzioni che vengono
applicate saranno di natura diversa rispetto a quelle che vengono applicate nel mondo secolare. Quindi, in
realtà, non ogni regola di condotta è una regola di diritto, ma le regole di diritto possono avere
sfaccettature diverse. Possono essere di tipo diverso. Pensate che si dice anche che il mondo animale abbia
con sé regole di condotta, regole di condotta sono ad esempio quelle che si ha imprinting nei branchi. I lupi
hanno regole di condotta, se qualche lupo non si comporta in maniera adeguata, ma in maniera deviante,
verrà allontanato. Quindi anche in quel caso noi troviamo delle regole di condotta. Le regole di condotta,
quindi, preesistono all’esistenza dell’uomo. Non è l’uomo che ha pensato e creato le regole di condotta. Ciò
che ha fatto l’uomo è particolare, cioè ha fatto sì che le regole di condotta fossero verbalizzate, ovviamente.
Solo noi abbiamo il dono del linguaggio e cosa forse ancora più importante, le regole dell’uomo tendono a
programmare il futuro. Cosa significa programmare il futuro? Significa che ci sono regole di condotta che mi
consentono di immaginare come disciplinare una determinata situazione o un determinato
comportamento non in maniera istantanea, pensiamo alle regole meno sofisticate che esistono anche nelle
società tradizionali, cioè le società più legate ai mondi preistorici. Pensiamo alla regola del taglione o ad
altre forme di reazione istantanea. L’istantaneità nella reazione, a seguito di una violazione di una regola, è
un meccanismo naturale e poco sofisticato, non programma niente. Io vado in giro con la mia pecora,
qualcuno cerca di rubarmela, con la clava gli do sulla testa. Non programmo nulla. Io mi sto comportando
correttamente perché c’è una regola di condotta che mi assicura la possibilità di mantenere la proprietà,
possesso, detenzione del bene che ho a disposizione, di reagire di fronte ad un’aggressione. Un po’ più
sofisticato potrebbe essere trovare la modalità, la regola di condotta non per consentirmi/autorizzarmi a
reagire in maniera così istantanea, ma ottenere dal mondo giuridico uno strumento che mi permetta di
avere l’equivalente della pecora. Mi porta via la pecora, io non reagisco, ma domani, programmazione, ci
sarà una modalità fornitami dalla società in cui vivo per ottenere non la pecora, ma l’equivalente della
pecora. Capite che questo è un meccanismo un po’ più sofisticato, perché la reazione istantanea è una
capacità di tutti noi anche molto animale di pensare che la società in cui viviamo può organizzare una
modalità di reazione e ritorsione non immediata, ma nel tempo. Da comprendere che la sanzione a seguito
della violazione di un precetto è gestita in maniera diversa da quella strettamente animale. Quindi, quando
noi parleremo di regole di condotta, parleremo di regole che nascono non sofisticate, tratteremo anche del
diritto romano, quello della primissima repubblica che era un diritto assolutamente conforme ai canoni
antichi ove il taglione, cioè il replicare la violazione patita nei confronti della gente, mi feriscono ad un
braccio, io ferisco al braccio, è la reazione meno colta che noi possiamo immaginare ma la più classica del
mondo tradizionale. Quando parlo di società tradizionale parlo di quelle società dove non vi è stata ancora
percepita la modernità. Quindi, per noi occidentali, parliamo di realtà 3000, 4000, 5000 a.C.. Lì iniziano a
vedersi dei villaggi, delle realtà, società tradizionali che hanno caratteristiche che noi possiamo iniziare a
definire in qualche maniera vicine a quelle che ci saranno nella Roma più antica e quelle che attualmente
noi incontriamo in quei contesti che non hanno ancora avuto contatto con la modernità, cioè quei villaggi
che si trovano in Africa, Amazzonia, in alcune zone dell’Asia. Quelle sono le società tradizionali. Società
tradizionali ove l’unico strumento conosciuto di reazione alla violazione di una regola di condotta è il
taglione. Ecco, quello che noi andremo a studiare è come da quel tipo di regola siamo arrivate alle regole
sofisticatissime che governano il nostro mondo. Il nostro mondo, voi sapete, è governato da regole
talmente sofisticate che vi è solo un simulacro, ancora, di idea di taglione. Anche quello che avviene da noi,
il discorso che, seguendo sulla famosa legittima difesa, in tutto il mondo occidentale, la reazione istantanea
a fronte di una violazione di una regola di condotta, e cioè l’autotutela, io che mi faccio giustizia secondo i
miei strumenti è limitatissima. è limitatissima quell’ipotesi in cui è in pericolo la mia vita o delle persone a
me vicine, e io posso nell’immediatezza reagire. Non mi è consentita una reazione ritardata, mi è consentita
una reazione immediata. Quindi vedete come ormai è contenuto quel tipo di ritorsione che contiene
l’evento iniziale molto antico del taglione. Perché tutto il resto del mondo, tutto il resto delle regole di
condotta che governano la nostra realtà sono programmate, si programma la ritorsione, non la si consente
contestuale. è sempre qualcosa di programmato, cioè il futuro che viene investito dagli effetti di queste
regole. Ora, è naturale, anticipo cose che poi vedremo meglio nelle prossime lezioni, è naturale che noi,
quando parliamo di regole di condotta, percepiamo l’idea che queste sono date, per noi le regole di
condotta non sono quelle che ci facciamo, ci vengono date da qualcun altro. C’è un potere, da qualche
parte, un po’ ovunque nei paesi che elabora regole di condotta. Non solo le elabora, poi anche gli strumenti
per applicarle, per eseguirle. Non devo rammentare a voi la divisione del potere, no? Ne parleremo spesso
in questo corso, potere legislativo che è quello che elabora, regola; l’esecutivo che la esegue; il giudiziario
che la applica. Insieme i tre poteri sono l’espressione più avanzata del mondo del diritto perché la regola di
condotta viene elaborata a livello centrale, poi da lì cade su di noi, letteralmente: noi non contribuiamo
personalmente ad elaborare la regola, qualcun altro provvede. Però non sempre è stato così. Le società
tradizionali non hanno questo meccanismo di elaborazione della regola. La regola non è scritta in quella
realtà. In quella realtà la regola è consuetudinaria, è una consuetudine, il reiterare di un comportamento da
parte di tutta la comunità pensando che quel comportamento sia obbligatorio. Quindi è obbligatorio ad
esempio che il capo del villaggio sia il primo ogni giorno a poter attingere all’acqua del pozzo, non c’è scritto
su nessun testo perché non ci sono testi di legge, è semplicemente una consuetudine: lui è il capo del
villaggio e deve poter accedere al pozzo. Quindi, se non c’è abbastanza acqua nel villaggio, lui berrà
senz’altro. Consuetudini, quindi regole trasmesse oralmente, di generazione in generazione. Però, questa
società ha un’altra caratteristica e lo si vede quando io accenno al fatto che manca un potere centrale che
poi fa cadere (?) le leggi e poi le applica e le esegue, perché le regole così, consuetudinarie, come vengono
applicate? è vero, ci sono, le abbiamo illustrate all’inizio. Sì, c’è una regola, ma poi qualcuno deve applicarla
questa regola, no? Non c’è un giudice. Il giudice è l’espressione classica del sistema attuale. Un potere
centrale che fa la legge e nomina una serie di funzionari che hanno il compito di applicarla. Due persone
litigano perché ritengono ciascuno che la legge debba essere in un modo più favorevole alla propria
posizione litigano e c’è qualcuno che dirime quel conflitto. Ecco, nelle società tradizionali non c’è un
giudice, ci sono dei poteri, se così vogliamo dirli, dei poteri isolati. Pensiamo ad una tribù, pensiamo ad un
villaggio. Ci sono tante famiglie, tanti clan, tante tribù. Non c’è un giudice. Abbiamo forse uno sciamano, un
sacerdote. Be’, allora, se viene violata una regola consuetudinaria, la più classica è “non uccidere”, è quasi
naturale, abbiamo un imprinting di “non uccidere”. Ecco, se noi invece constatiamo un omicidio all’intero di
questa realtà tradizionale dove ciò che conta sono il clan, il potere è lì, è nel clan, non c’è un collegio dei
capi famiglia che ah un potere. No, ci sono tanti capi famiglia che hanno il loro clan, la loro famiglia e il
potere è esercitato lì all’interno. Il problema è se il componente di un odi questi clan uccide, viola la regola
base del villaggio, il componente di un altro clan. Be’, Noi sappiamo cosa succede nel mondo moderno se
c’è una violazione grave come questa: arriva la polizia, mi viene a prelevare, mi porta in prigione. C’è un
funzionario chiamato giudice che valuterà il mio comportamento, capirà se ho fatto bene o ho fatto male,
quanto dovrò permanere poi in carcere. Cioè, c’è una regola di condotta che mi verrà detta “guarda, che c’è
questo articolo del codice che dice ‘chiunque cagiona la morte di un’altra persona deve essere incarcerato
per 24 anni’”. C’è, questa è la regola di condotta che contiene il precetto “non uccidere un’altra persona” e
la sanzione “24 anni” te li fai se violi il precetto. E poi c’è qualche d’uno che applica, chi ha elaborato questa
regola, be’ sarà il Parlamento, è parte (?) del potere centrale, il legislativo che ha fatto quella regola ed è lo
stesso potere centrale che ha in sé quell’insieme di soggetti tra cui c’è anche il mio funzionario giudice che
mi condanna, che applica quella sanzione sulla mia pelle. Questo è quello che avviene oggi. Ma quello che
avviene se io litigo con qualcuno di voi circa il fatto che voi dobbiate sedervi o meno in un certo modo in
quest’aula. Se il litigio supera una certa soglia, ci sarà un giudice, perché voleranno delle parole che non
devono volare, che andrà a verificare se io ho utilizzato quell’ (?) in maniera giusta o sbagliata. C’è sempre il
giudice che applica questa regola elaborata ovviamente dal nostro legislativo che dice “nessuno può
ingiuriare qualcun altro”. Vedremo che succederà. Torniamo a noi in quel piccolo villaggio composto da
qualche famiglia, ognuna di queste ha una ventina di componenti, per semplificare diciamo 20, 10 famiglie
ciascuna con 20 componenti e c’è un equilibrio in questo villaggio, perché ognuno ha diritto ad avere tot
campi da coltivare per sé, cioè per tutta la propria famiglia, per ciascuna famiglia c’è un capofamiglia che
regola i rapporti interni alla famiglia e nessuno può andare a sindacare perché è endofamiliare, dentro quel
potere è quel potere stesso che si autogoverna, non c’è bisogno di nessuno che vada a verificare se è stato
fatto bene o male, se fa bene il capofamiglia a fustigare il figlio che non lo saluta tutte le mattine, non c’è
nessuno che va a verificare. Cosa invece può essere problematico e che crea dei problemi alla società, a
quel villaggio? Be’, se c’è una violazione extra-familiare, cioè viene fustigato da un componente della
famiglia A un componente della famiglia B oppure se non solo viene fustigato, e quindi viene reso invalido
per un certo periodo di tempo, ma viene ucciso persino. Be’, qui si pone un problema perché, a differenza
di quello che avviene nel mondo moderno, il centro di imputazione della regola di condotta (fino ad adesso
vi ho detto che nessuno può ingiuriare, nessuno può uccidere. Il centro di imputazione di queste regole
ovviamente è il nessuno. Nessuno di noi, a ognuno di noi non è consentito di fare questo, di fare
quest’altro). In quel contesto, ho detto, il centro di imputazione non è il singolo, è il gruppo, è la famiglia, è
la famiglia che non può per così dire, attraverso i suoi membri, di violare regole, cioè la serenità,
l’autonomia di un’altra famiglia. Non posso io andare a fustigare il figlio dell’altro capo famiglia perché non
mi saluta. Non spetta a me. Il centro di imputazione della regola è il gruppo. Quando noi parliamo di
taglione, perché la società tradizionale vede solo ed esclusivamente il taglione da applicare all’ipotesi che vi
ho fatto: componente del clan A uccide o fustiga componente del clan B, il taglione come si applica? Be’, noi
vediamo il taglione del mondo romano che è arcaico ma da un certo punto sofisticato perché ha un potere
centrale. Il centro di imputazione è il singolo cittadino romano. Quindi il taglione a Roma nella Roma più
antica si applica avendo come centro di imputazione il singolo uomo. Chi uccide, chi, proprio lui, Caio che
ha ucciso verrà ucciso. Caio viene ucciso, non viene ucciso Tizio, cugino, fratello, viene ucciso proprio Caio.
Se il centro di imputazione, perché il potere sta tutto in mano al clan, alla famiglia, al gruppo, è il gruppo in
sé, quindi nessuno può andare a sindacare quello che avviene all’interno del gruppo. Possiamo sindacare, e
quindi applicare la regola del taglione, tutte le volte in cui c’è un’iniziativa extra gruppo. Io che sono
componente del gruppo A uccido un componente del gruppo B. Come applico il taglione? Verranno ad
uccidere me? No. Non è necessario, o meglio, chi dovranno uccidere? Un componente del mio gruppo. Il
taglione si applica sul gruppo. Perché alla fin fine non importa, come invece secondo la logica nostra
moderna e sofisticata, una ritorsione per punire il fatto in sé. Tu hai ucciso e devi essere ucciso. Qui siamo
in un mondo più arcaico. Non importa a nessuno che sia stato ucciso da A, B o C. Quello che importa è che a
questo punto il gruppo A il clan A, la famiglia A quanti uomini ha? Non più 20, ne ha 19. Be’, ma
quell’equilibrio che si era formato con 20 uomini, 20 spade, 20 guerrieri, una volta, 20 lance, ecco, come
poter ripristinare l’equilibrio che è venuto meno col venir meno di questa lancia, di questo guerriero?
Eliminando un guerriero. E non mi importa nulla se il guerriero che devo eliminare è esattamente quello
che ha ucciso il primo o è semplicemente suo fratello, suo cugino, suo papà, non importa: io devo
ripristinare l’equilibrio. Quindi anche la logica della regola di condotta, quella più semplice, più abbietta, più
(?) criticata come il taglione, si applica in maniera diversa a seconda del contesto. La regola di condotta è
una regola mutevole a seconda del contesto. e faccio sempre questo esempio: se effettivamente è qualcosa
di naturale che la reazione nei confronti nei confronti del gruppo venga esercitata indipendentemente da
chi ha effettivamente commesso il primo delitto, se noi andiamo ad avvicinare questo mondo al nostro
mondo vi sono incomprensioni che non riescono ad essere conciliate. Pensiamo al periodo coloniale: è
arrivato lo Stato europeo che sta monitorando quello che succede in una realtà che era tradizionale. Si
verifica un omicidio, la realtà tradizionale reagisce secondo le proprie regole. Taglione sul gruppo. Allora,
soggetto A del gruppo A uccidere soggetto B del gruppo B. Il taglione all’interno di questo contesto
tradizionale de il gruppo B deve uccidere qualcuno del gruppo A per ripristinare l’equilibrio delle lance. E
così avviene, ma la realtà europea coloniale non capisce, vede qualcosa che noi vediamo, cioè vediamo quel
soggetto del gruppo B, chiamiamolo B3 che uccide un soggetto del gruppo A, A4, e si comporta come vi ho
detto: arriva la polizia, va in prigione c’è il giudice che lo condanna perché ha ucciso. Non ha ucciso come
avrebbe potuto giustificarsi il classico omicida che reagisce ad un’aggressione come vi ho detto prima,
attraverso quel meccanismo che noi chiamiamo tecnicamente “legittima difesa”, cercano di uccidere e mi
uccidono e io all’ultimo momento uccido chi mi ha ucciso. Oppure io ho mio fratello vicino e in quel
momento uccide per cercare di salvarmi. Ecco, non è avvenuto questo, perché è avvenuto qualcosa di
meditato che è giusto che avvenisse in modo meditato. Oggi hanno ucciso ingiustamente un soggetto del
gruppo B quelli del gruppo A o uno del gruppo A, nel giro di 2, 3, 4, 5 giorni, 10 settimane, c’è la reazione.
Una reazione che noi diciamo “rituale” perché è proprio il rito che la impone, cioè il gruppo B è tenuto, per
ripristinare l’equilibrio ad uccidere qualcuno del gruppo A, ma il giudice europeo, lo Stato europeo coloniale
non capisce questa logica. L’unica cosa che verifica è che non c’è stata una reazione immediata, una
legittima difesa, c’è stata una reazione tardiva, dopo 3 settimane l’hanno ucciso, non è consentito,
nell’ordinamento europeo, e quindi, paradossale, per incomprensione, viene incarcerato il soggetto del
gruppo B. E quindi quell’equilibrio che si era ripristinato, secondo le logiche del sistema tradizionale,
vengono meno perché la lancia viene messa in prigione, una è morta, l’altra è in prigione. Quindi, ecco,
come può diventare incomprensibile la convivenza tra realtà così diverse. Dicevo, la ritorsione del taglione
in queste realtà è rituale nel senso che il taglione è ciò che si aspetta l’intera società, tutti si aspettano che
un uomo del gruppo A muoia perché deve essere ripristinato l’equilibrio all’interno dell’intera società. Poi,
è vero, si parla dell’idea della vendetta, no? Noi, in alcune zone d’Italia, l’idea di queste faide che vanno
avanti per anni, per decenni e non ci si ricorda neanche più da dove, da quale fatto iniziale sono nate, tra
famiglie, non è altro che il portato di quel tipo di realtà. Perché in maniera rituale ritorsiva ci sono azioni e
reazioni tra famiglie. Qualcosa che viene da lontano, viene da questo mondo tradizionale. Ecco, c’è allora
l’interruzione di questa faida, di questa vendetta ritualizzata, attraverso quelli che vi dicevo. Non sono dei
giudici, ma sono quei soggetti legati al sacro: sacerdoti, sciamani… vengono a ricomporre questi conflitti.
Hanno questo compito. Quello che in una società normale, moderna è il giudice, nel contesto tradizionale
può essere lo sciamano, può essere visto come colui che non perché è stato incaricato da taluno che ha con
sé un potere di dirimere i conflitti, ma semplicemente perché è colui che la società riconosce essere legato
al mondo sacro. Quindi, in quel caso, la sua autorevolezza del soggetto legato a Dio fa sì che possa
intervenire in queste faide e interrompere questa ritorsione ritualizzata che continua ad intervenire fra
clan, famiglie e tribù. L’idea che tutto sia legittimo, cioè che l’intera società si aspetti la ritorsione, noi così,
percepita in maniera superficiale la consideriamo una cosa anomala, secolare, lontana dal nostro sentire. In
realtà, non è così. In realtà è esattamente quello che sentiamo noi. Nel senso, è naturale che in guerra, noi
tutti lo sappiamo, si commette esattamente lo stesso fatto che viene sanzionato in tempi di pace. Anzi,
viene incentivato. L’omicidio del nemico è incentivato. Viene premiato chi uccide tanti nemici, ma quello, il
fatto in sé è un omicidio, non è niente di diverso, sono tanti omicidi, ma qual è la differenza noi diciamo.
Be’, semplicemente che tutto è ritualizzato. Cioè, c’è una condizione formale di guerra tra due Paesi e
quindi i componenti di quei due paesi che vanno in giro con delle divise particolari hanno la legittimazione a
commettere quello che in tempi di pace è l’omicidio e che comporterebbe l’incarcerazione o la pena di
morte a seconda di dove ci troviamo. Comportarsi in maniera rituale, cioè avere addosso una divisa e
uccidere è qualcosa che per noi è normale, la normalità più assoluta. La guerra è questo. Il poliziotto che
uccide perché ha la divisa è questo. Se io uccido e non sono un poliziotto ne rispondo. Quindi il rituale
diventa e si sostituisce all’atteggiamento legittimo perché io se ho una divisa sono legittimato o incentivato
ad uccidere, se io non ho la divisa e reagisco allo stesso modo, non sono legittimato e vengo sanzionato.
Anche qui c’è il solito aneddoto classico che si usa come esempio: i partigiani, sempre il problema, ma i
partigiani sono legittimati a ucciderei soldati. Non sono dei soldati loro. Quindi siamo in un contesto rituale
o no? Be’, durante l’ultima guerra il tema si è posto e voi sapete che i nazisti non li pensavano in termini di
soldati e quindi era giusto ucciderli. Non si applicava loro alcun tipo di regola che si applicava ai soldati che
venivano catturati. Durante la guerra franco-tedesca del 1860-61 (?) è nato proprio il concetto di franchi
tiratori perché questi non erano dei soldati, erano dei francesi che sparavano perché i tedeschi stavano
arrivando, anzi, poi arrivarono a Parigi e sparavano per difendere la loro terra, ma non erano dei soldati,
non erano autorizzati a reagire in maniera rituale, uccidere. E quindi venivano uccisi dai tedeschi, non
venivano catturati e trattati come soldati francesi, erano franchi tiratori. Cioè, sparavano, ma non avevano
alcun tipo di legittimazione. Quindi, la ritualità, che nel primo momento in cui ve l’ho raccontata, tipica del
mondo tradizionale, lontanissima da noi, è qualcosa che noi viviamo quotidianamente. La ritualità nella
ritorsione è essenziale perché questa sia legittima. Se manca il rito, io commetto un fatto illecito e sarò
sanzionato. Quindi, vedete come regole che sembrano remote, nate e poi morte in determinati contesti
sono assolutamente presenti, sono sopravvissute e disciplinano anche l’odierno nostro. Secondo voi, quel
sistema delle società tradizionali ove si applicava tra gruppi, quindi con l’imputazione a gruppo in una
singolo (?), il taglione, le forme di reazioni di questo tipo ritualizzato. Si scontra questa società intorno a
quegli anni 3000/6000 a.C. con delle nuove realtà che non avevano più il centro di imputazione nel gruppo,
ma che spostavano l’imputazione sul singolo. Perché non c’erano più gruppi che detenevano il potere,
quindi questo potere diffuso tra più gruppi, clan o tribù, ma c’era un potere unico e centralizzato. Quindi la
presenza di questo potere unico e centralizzato faceva sì che non vi potesse più essere un margine di
autonomia o arbitrio all’interno dei clan, per cui nessuno potesse sindacare su cosa avveniva all’interno
dello stesso, perché il potere centrale controlla e disciplina tutti, non i gruppi, ma i singoli. Perché vuole
obbedienza dai singoli. Lo Stato oggi vuole obbedienza da ciascuno di noi. Ecco, quando c’è lo scontro tra
società dove vi era tradizionalmente un potere diffuso tra clan e società che invece erano improntate alla
nuove idea di potere centrale che in maniera pervasiva controllava tutti, be’, le prime lasciavano il passo.
Andavano scomparendo. Si era però già colto un problema, in queste società tradizionali, perché abbiamo
detto: sì, si applica il taglione. Bene. C’è un equilibrio, quindi c’è una regola di condotta che funziona e ha
sempre funzionato. Però ci può essere un evento, secondo voi, che dà luogo alla fibrillazione di questo
sistema? Cioè un evento che comporta il venire meno dell’equilibrio senza possibilità di ripristino.
Pensiamo, il venire meno dell’equilibrio, per essere molto banali, è la morte di un uomo, cioè il venir meno
di una lancia, di un guerriero, in un clan. Quell’evento, quando, secondo voi, non consente che vi possa
essere un ripristino, cioè quindi una riduzione nel numero di guerrieri, lance, nell’altro clan? [qui una
ragazza risponde] “Nel momento in cui manca una persona …..(non si capisce)”. [Il prof risponde] Sì, manca
perché viene ucciso. Viene ucciso un lavoratore, quindi non è una lancia ma è una scorta che porta un
coltivatore. Però anche in questo caso bisogna eliminare qualcuno da un altro clan per riequilibrare, perché
altrimenti io ho un coltivatore in meno, l’altro continua ad avere un coltivatore in più e poi quando ci sarà
da decidere quanti ettari di terreno dare, daranno più ettari a chi ha coltivato di più. Quando non è
possibile, perché sappiamo quando è possibile, si uccide il coltivatore, una lancia, un guerriero, un
portatore d’acqua del clan vicino. Quando io non posso procedere in questo modo, secondo voi? [risponde
una ragazza, ma non capisco]. No, perché l’equilibrio sta anche lì, voglio dire, ci può essere un clan di 5
persone e uno di 200, anche lì c’è un equilibrio nel senso che quello di 200 avrà apertamente tutte le terre,
tutta l’acqua praticamente, però c’è uno spazietto che viene lasciato a quei 5, un po’ d’acqua, poca, a quei
5. Se ne togliamo uno a quei 5, diventano 4, questo perderà dello spazio, perderà dell’acqua. E quindi l’idea
è: io uccido qualcuno dell’altro clan dei 200 così almeno riequilibro. Tu non hai diritto ad avere la mia
acqua e il mio spazio, perché anche tu hai un uomo in meno. C’è, questa è la logica, molto banale. Quando,
tutto questo, secondo voi, non è possibile? [Una ragazza risponde: “quando qualcuno fa qualcosa di
ingiusto sia per uno che per l’altro clan”] No, proprio l’ingiustizia è lontana dalla loro logica, l’ingiustizia,
perché se muore una lancia bisogna ripristinare, comunque. [un ragazzo dice: “quando muore per cause
naturali”] No, perché lì l’equilibrio si ripristina perché ci sono quelli che nascono. [una dice: “….quando
viene ucciso il capofamiglia] No, no, no, viene sostituito. Pensate, qui parliamo di GRUPPI! Parliamo di
gruppi. [un ragazzo dice: “quando non si tratta di altri gruppi, cioè, quando uno del clan A uccide uno del
clan A”] Esatto. Quando, all’interno dello stesso gruppo, viene commesso un omicidio, che cosa succede?
Ovvio che secondo la nostra logica uccidiamo quello che ha ucciso, ma così perdiamo due lance. Già se n’è
persa una all’interno del gruppo, secondo la logica del sistema dove il potere è diffuso tra i clan non c’è
nulla da fare, è la fine del sistema. Perché quello è l’evento che impedisce il riequilibrio. All’interno dello
stesso gruppo avviene un omicidio. Non posso reagire, anche se vorrei, perché in realtà perderei ancora più
all’interno dell’equilibrio, perderei due lance. Ecco, questo era il motivo per cui già prima che ci fosse un
nuovo scontro epocale con questi nuovi sistemi a potere non diffuso, ma centralizzato, i primi avevano una
situazione claudicante, perché effettivamente, a seconda poi delle dimensioni dei clan, i clan erano
consistenti e più questo tipo di violazioni infragruppo si poteva verificare, senza contare la possibilità di
ripristino dell’equilibrio. Però, anche i sistemi a potere centralizzato, come il nostro, possono fibrillare.
Ovviamente, a seguito della violazione di una regola di condotta. Secondo voi, qui abbiamo un potere
centralizzato, possiamo fare l’esempio nuovamente del nostro ordinamento centralizzato: c’è il
Parlamento, c’è il Governo, che si organizzano anche nell’istituzione di tutti i giudici; che esercita questo
potere, secondo la classica divisione dei poteri, su tutti i consociati, su di noi cittadini italiani. Quando
fibrilla? Tutte le volte in cui qualcuno di noi commette una violazione, viola una regola di condotta, non c’è
problema: c’è il giudice, il nostro ordinamento ha, vedremo, una serie di regole di condotta, e si aggiorna
ogni giorno in Parlamento e vengono elaborate regole di condotta per le nuove situazioni che non sono
disciplinate. Quindi, vengono formate regole di condotta e queste vengono applicate. Quando fibrilla? [una
ragazza risponde: “Quando il sistema stesso fa una legge, ma non la rispetta”] Ecco, quindi? Noi abbiamo
effettivamente un meccanismo, sentito parlare della Corte Costituzionale, no? Allora, noi abbiamo il
legislativo che elabora le leggi, abbiamo il giudiziale che le applica ed è possibile che tra questi due poteri
che esercitano i relativi poteri, ci possano essere dei conflitti. Be’, noi ne abbiamo visti di conflitti! Ad
esempio, tempo addietro, ma chi viola la regola? Il giudice che impone al parlamentare di stare in udienza
tutti i giorni, perché lo sta perseguendo, o il Parlamento che dice “tu parlamentare devi stare in aula,
perché devi votare le leggi”: motivo di conflitto. Prevale l’esigenza del potere giudiziario di decidere e
quindi lui deve stare in udienza perché lui vuole difendere i proprio diritti ovale il potere legislativo di
elaborare con il suo contributo le leggi? Conflitto. E allora noi abbiamo, ragionevolmente i nostri padri
costituenti nel ’48 hanno detto: costituiamo un bell’organo, la Corte Costituzionale, composta da membri
che vengono nominati dai 3 poteri, che disciplina, dirime situazioni di questo tipo, quindi quel tipo di
conflitto è andato alla Corte Costituzionale che ha deciso. Abbiamo risolto il problema? Si è risolto? Non
potrà mai più fibrillare questo ordinamento perché tanto abbiamo la Corte Costituzionale…? 15 membri che
decidono di tutti questi conflitti di attribuzione, ce l’ho io, ce l’hai tu. Decide la Corte Costituzionale, in
grado unico, e quel che decide è vincolante. Abbiamo risolto i problemi? Chi altro può violare la regola di
condotta? Se i membri della Corte violano le regole, e non abbiamo più nessuno, voi direte “eh vabbè, non
importa, ne costituiamo un altro di organo sopra la Corte Costituzionale che controlla che la Corte
Costituzionale si comporta bene”. Allora, ritorniamo chi è che poi valuterà come si comportano coloro che
devono controllare? Ecco, quindi, quando siamo in sede applicale (?) e abbiamo delle violazioni di regole di
condotta, il sistema a potere centralizzato può fibrillare, perché, se il potere stesso viola le regole che si è
dato, allora il sistema fibrilla. Quindi non c’è un sistema che non ha dei bachi, ovviamente. Il sistema a
potere centralizzato è proprio quello che si è visto in pratica nella storia che riesce a gestire al meglio tutte
le risorse dei singoli cittadini, che non lascia delle sacche all’interno delle quali non può sindacare. L’idea
che ci sia un centro di imputazione individuale è senz’altro più raffinata e quindi il sistema centralizzato è
quello che non è mai stato superato da altre forme di governo. Ora, quello che noi andremo ad accertare,
poi oggi chiudiamo, è che quando parliamo di diritto non intendiamo semplicemente….. Cos’è il diritto. Ne
abbiamo parlato fino ad adesso… i sistemi a poteri diffuso e centralizzato… Siamo andati a dire che oggi il
sistema centralizzato, ciò che prevale nel mondo, essere centralizzato e fatto secondo i criteri della
divisione dei poteri. Abbiamo, per limitarci, un potere legislativo, quindi un potere che elabora la regola,
“non devi uccidere”, e poi abbiamo il potere giudiziario che cioè applica quella regola così come è stata
individuata al caso concreto, a uno che ha ucciso qualcun altro. Eh, però, quando parliamo di diritto, noi che
cosa intendiamo…? Intendiamo ciò che dice il potere legislativo o ciò che dice il potere giudiziario? Perché
qui come esempio che abbiamo già fatto: è vero, si dice “tu non devi uccidere, sei legittimato al massimo a
reagire nell’immediatezza nell’ipotesi in cui sia in pericolo la tua vita o quella dei tuoi cari”. Questa è la
regola elaborata dal potere legislativo. Però capita davanti al nostro giudice un caso in cui non è stato
proprio immediato il momento ritorsivo, non è pensato dopo tre settimane, però, lui ha trovato chi in casa
l’ha percosso, stava per uccidere il figlio, non l’ha ucciso, ha messo via la pistola e si è incamminato verso la
porta di casa per andarsene. Il nostro audace genitore tira fuori la sua pistola, un coltello e ammazza
quest’uomo. Immediatezza. Siamo nell’immediatezza o no? Uno dice no, chi sì. Immediato perché in realtà
nel contesto temporale è lì. C’è poi però un’attività di abbandono che mi faceva comprendere che la
situazione di pericolo era venuta meno o così potevo immaginare. E ma tutto questo, il potere legislativo
non è che lo abbia chiarito, ha detto “immediatezza”… Quindi, in realtà, dobbiamo attendere quello che
dice il giudice per capire poi come calare quella regola un po’ generale, un po’ astratta al caso concreto. E
allora io quando parlo di diritto, poniamo che io debba illustrare il diritto italiano a un marziano, che cosa
devo illustrargli? Gli dico “guarda che qui da noi non si può uccidere se non nel caso dell’immediatezza a
seguito di una situazione di pericolo per la vita mia e dei miei cari” o gli devo spiegare nel dettaglio “guarda,
c’è un caso però, lasciamo stare la regola generale, c’è un caso molto piccolino, specifico, dove uno se ne
stava andando e il giudice alla fine ha detto che non c’è immediatezza. Anche se era lì, negli stessi due
secondi in cui è avvenuto il tutto, però si era voltato e quindi significava che la presente regola era venuta
meno”. Ma tutto questo la legge non lo dice, non illustra tutto questo, è tutto un percorso argomentativo
che fa il giudice quando poi decide. E allora, quando noi parliamo di diritto, scopriremo, non è così semplice
dicendo “vediamo che cosa dice il legislatore di quel paese, cioè il Parlamento di quel paese, quella è la
regola di condotta di quel Paese”. No, perché quella regola di condotta poi bisogna vedere come viene
applicata. Voi direte “vabbè, abbiamo capito, non dobbiamo farci 60 ore perché basta capire che dobbiamo
leggere quello che dice il giudice. Eh allora, quello che dice il giudice è il diritto. Eh però, quello che dice il
giudice è qualcosa che viene limitato ad un caso microscopico, cioè quello che vede il rapinatore in casa con
la pistola e che minaccia il figlio e che poi si volta e se ne va. C’è il giudice risolve una questione di estremo
dettaglio. Quanti giudici dobbiamo attendere per sapere in tutte le possibili ipotesi che si possono verificare
nella realtà qual è la regola di condotta? Decenni, mentre io ho un sistema più semplice: vado a vedere che
cosa è stato elaborato in Parlamento perché per altro il Parlamento potrebbe, in un notte, sconvolgere un
lavoro di decenni del giudice. Perché si elimina il riferimento temporale all’immediatezza, come adesso in
parte si vuole fare a livello parlamentare, ma si consente basta che qualche d’uno entri in casa armato…
be’, tutto quel diritto del giudice, 20 anni, 30 anni, 40 anni di analisi dei singoli casi di dettaglio, viene
buttato via e bisogna riiniziare in lavoro. Quindi, le autorità che elaborano il diritto hanno tempi e modi
diversi, perché il legislatore è istantaneo, però è anche contingente il legislatore, perché il legislatore, be’,
dipende dalla maggioranza parlamentare, oggi abbiamo qualche d’uno che vuole la legittima difesa estesa,
domani ci sarà un nuovo Parlamento dove quelle forze non sono più presenti e si ……(?) di nuovo. Quindi, in
realtà, se noi seguiamo la regola elaborata dal legislatore, possiamo vedere dei cambiamenti repentini: 1, 2,
3 anni cambiano delle regole. Se invece noi vediamo come opera il giudice, be’, il giudice opera in maniera
mooolto lenta. Per vedere un cambiamento secondo un orientamento che un giudice muove da un punto a
un altro, noi abbiamo bisogno di decenni, perché prima deve mappare tutti i possibili casi, poi rendersi
conto che quello che ha mappato e le soluzioni che ha dato non sono quelle che riguardan la realtà e allora
inizi di nuovo a rimapparli tutti dando una soluzione diversa cosa che invece può avvenire in una notte in un
Parlamento. Quindi, già questo ci fa dire che ci sono non una sola fonte del diritto, quindi non un solo luogo
dove guardare che cosa è il diritto, ma ce ne sono almeno due. Poi, sapete, quando noi parliamo di diritto,
parliamo anche di soggetti che sono deputati a studiarselo questo diritto, che sono i giuristi. Questi giuristi
studiano il diritto e, come dicevo all’inizio, c’è un luogo dove i giuristi crescono che è l’università, più
specificatamente nella facoltà di giurisprudenza e lì ci sono tanti bravi colleghi che illustrano le regole, la
loro lettura delle regole elaborate dal legislativo, la loro lettura delle decisioni dei giudici… Quindi, in realtà,
che cosa fanno questi miei colleghi… be’, inseriscono nelle menti dei vostri colleghi un modo di leggere e
interpretare e di orientarvi all’interno delle regole. Ma quei vostri colleghi che poi diventeranno giudici e
avvocati, ma saranno influenzati da come l’università li ha formati e quindi quando poi saranno
giudici/avvocati applicheranno la regola quale che sia secondo quei meccanismo che non sono neanche
espressi, perché non è che vi dicono “guardate che dovete interpretare in maniera letterale quindi quando
dico ‘contratto’ è contratto e non è qualcos’altro”. Non vi viene illustrato questo. Vi viene fornita una
modalità di lettura che può andar bene in una situazione, in un’altra diversamente. Qui, ci sono una serie di
modelli, chiamiamoli per adesso, di lettura, di modelli di comprensione della regola di condotta, sia che sia
quella che emerge dalla decisione dei giudici, sia che sia quella che emerge dalle elaborazioni del
Parlamento che possono essere diverse. Ci può essere un momento storico in cui i giuristi hanno molto
concettualizzato, quindi, secondo regole dogmatiche rigide, ci può essere un momento storico in cui si
lasciava al giurista molta libertà per la gestione delle regole di condotta e tutto questo veniva insegnato,
ovviamente, in università. E quindi, poi, i vostri colleghi diventeranno giudici/avvocati verranno influenzati.
Be’, ma allora, diritto… abbiamo detto che “diritto” è ciò che viene elaborato dal Parlamento, però, il diritto
è ciò che viene poi applicato in concreto dai giudici. Be’, non possiamo dimenticarci che il diritto è anche ciò
che viene insegnato in università, perché forse, quel luogo è quello dove c’è la maggior capacità di
influenzare, sul lungo periodo, il diritto. Perché se io insegno a tutti i discenti un modo specifico di
approcciare la regola di condotta e lo faccio tutti gli anni, in maniera metodica, e lo facciamo tutti noi
docenti in maniera metodica con tutti gli studenti, in tutte le università di Italia, noi influenziamo il diritto,
perché quando questi, non domani come può avvenire in Parlamento, ma quando questi saranno
giudici/avvocati questi saranno influenzati da quel bombardamento concettuale che noi abbiamo loro
fornito. Quindi, noi siamo in un contesto, università, dove si può orientare il diritto e dove noi possiamo
modificarlo. Perché non dobbiamo modificare la regola di condotta perché è talmente generale… dobbiamo
fornire gli strumenti per allontanarsi dalla regola di condotta elaborata da… Io devo conoscere anche quello
che viene insegnato in università se voglio alla fine effettivamente poter dire che sono arrivato in Italia e ho
capito il diritto italiano. L’ho capito perché ho compreso che c’è uno scollamento totale tra ciò che viene
elaborato dal Parlamento e ciò che viene applicato dal giudice e ciò che invece viene insegnato in
università. Quindi, posso anche immaginare come nell’arco di 2, 5, 10, 20 anni quel diritto si muoverà, se
così restano le cose. Quindi, noi scopriremo che, sfortunatamente per voi, il diritto non si riduce a ciò che
viene elaborato dal nostro legislatore, non si riduce a ciò che viene deciso dal giudice, non si riduce
neppure a ciò che viene insegnato in università. Be’, la regola di condotta coinvolge sempre e comunque la
quotidianità di tutti noi. Pensiamo alle multinazionali. Noi tutti abbiamo la necessità fisica di avere un
cellulare, e quindi noi tutti dobbiamo sottoscrivere un contratto con qualcuno che ci fornisce la linea. Ora,
questi contratti noi tutti gli abbiamo sottoscritti, pagine di contratto. Qualcuno di voi le avrà lette? No, noi
tutti sottoscriviamo perché la scelta è tra avere ciò che è fondamentale per la mia esistenza, il cellulare, o
non averlo, perché se io non sottoscrivo, non mi danno la linea. Quello che è scritto là dentro sono una
serie di previsioni, sono regole di condotta pattizie, cioè sono un patto tra me e chi mi fornisce la linea, ma
sono regole di condotta tutte uguali in tutta Italia per tutti quelli che sottoscrivono e quindi per tutti noi
italiani perché tutti abbiamo il nostro telefono cellulare. Quelle regole di condotta disciplinano il rapporto in
deroga a qualsiasi regola che è stata elaborata dal nostro legislatore: limitazione di responsabilità, voglio
dire, io ho il mio cellulare, devo chiamare perché devo vincere un bellissimo premio che mi ha dato la
lotteria ma devo chiamare entro le 15. La linea non ce l’ho. Arrivo sicuro che è certo che io se chiamo
vinco. La linea non mi arriva e io non sono riuscito a vincere. Diamo per scontato che è sicuro e pacifico che
io avrei dovuto vincere perché io non so quale motivo, cosa faccio. Vado da un giudice e dico: “caro giudice,
io potevo vincere il mio milione. Non l’ho vinto perché non ho potuto telefonare. Perché non ho potuto
telefonare? Perché c’è stata una discontinuità nella linea che è obbligo della mia controparte, società di
telefonia, assicurarmi sempre. Quindi, io voglio il mio milione, che me lo dia la mia società di telefonia”. La
società di telefonia dice: “Sì, nel mondo ideale è senz’altro così, sfortunatamente c’è l’articolo 24.17 del
contratto che tu hai sottoscritto e dice che ‘ti limiti, nelle pretese risarcimento del danno, a 400€ quale che
sia il danno che tu hai patito’”. Il giudice, di fronte ad un accordo in questi termini dice “ti assegno 800€”.
Ora, la domanda è: se fosse un contratto tra me e un unico altro soggetto e quindi un contratto unico in
Italia, quanto incide sul diritto quel contratto? Praticamente nulla. Se invece è un contratto che è
sottoscritto da tutti gli italiani, sostanzialmente, quanto incide sul diritto, cioè, quanto possiamo
effettivamente dire “in Italia io posso pretendere il risarcimento del danno completo che ho patito nei
confronti di qualsiasi società di telefonia come dice la legge”? Posso dire questo. Sì, posso dirlo,
astrattamente, poi però scopro che tutta Italia ha rinunciato a ciò che la legge gli consentiva. Be’, allora mi
domando “ma l’attività di queste multinazionali” parlo di multinazionali perché sono quelle che riescono in
maniera massiva a modificare nei rapporti con tutti noi regole di condotta “il comportamento di queste
multinazionali incide sul diritto?” e certo che anche quello incide, quindi, dovremmo studiarci anche il
comportamento delle multinazionali per conoscere il diritto italiano. E poi, ancora, pubblica
amministrazione: io voglio costruire casa, ho bisogno di un’autorizzazione per la costruzione. La legge mi
dice che non devo fare altro che portare il certificato di residenza. I comuni di Italia, o buona parte dei
comuni d’Italia, oltre al certificato di residenza vogliono che ci siano delle dichiarazioni liberatorie (?) del
vicino che mi dica “Sì, va bene, costruisca”. Io dico “mah, non è necessario, la legge non lo prevede…” Sì,
però, alcune amministrazioni, che è pervasiva come una multinazionale, se mi chiede qualche cosa, se
disciplina in maniera autonoma, anche contro la legge, un determinato rapporto, posso dire cosa non
influenza il diritto? Eh no, influenzerà il diritto. Quindi, voi vedete: ci sono una serie di autorità che noi non
possiamo neanche capire che esistono, che influenzano i rapporti giuridici tra noi consociati. Quello che
cercheremo di scoprire in queste lezioni è: come nei vari ordinamenti le tre autorità, che poi ovviamente
limitiamo a queste l’analisi, che sono il mondo legislativo, il mondo giudiziario e quello accademico hanno
influenzato i diritti, tendenzialmente degli Stati europei e del mondo americano e quanto ancora
influenzano la progressione del diritto. L’invito è a farmi domande perché io dopo due ore, perché già faccio
due ore prima, arrivo da voi che sono già spossato. Se mi fate domande mi fate un favore e così cerchiamo
un dialogo socratico, va bene? Domande? Non ora che la lezione è finita, ci vediamo domani!