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26/09/19

Lezione 3 - Cultura Inglese I

Ok, c'è qualcuno presente oggi che non ha firmato ieri? Bene, allora faccio passare il foglio e dovete
firmare sotto “X” (cognome di un compagno), che ha cominciato dal 15.
Poi devo dire una cosa importante che riguarda gli spostamenti del corso; non ci si può spostare da
questa aula (T11) all'altra (Aula Magna dove fa lezione la Prof.ssa Vallorani). Il range alfabetico va
rispettato, non è quello scritto sul sito perché rispetto alle origini la “L” e la “M” non sono più qua (aula
T11) ma devono andare là (aula magna). Qui si incomincia dalla “N” fino alla “Z”. Quindi non è possibile
cambiare corso a meno che, dato che io qui a mediazione sono il responsabile della salute e di ogni
forma di disabilità parziale/temporale/definitiva, non ci siano problemi di questo tipo ed è meglio venire
qua da me. È tutto chiaro? “Ok”.
Poi adesso vi do' una notizia alla quale vi prego di reagire con un virile e rassegnato dolore; mercoledì
prossimo (2-10-19) non c'è lezione.
Guardate che sta girando il foglio firme; in realtà è un foglio nomi e serve soltanto per avere un'idea
delle persone che più o meno hanno frequentato l'aula in questi giorni. E l'idea anche che poi non
vorremmo che si aggiungessero altre persone, quelli che si aggiungono molto probabilmente avranno un
corso apposta nel secondo semestre.
Quindi dicevo che mercoledì prossimo non c'è lezione con me, invece con Vallorani c'è. Il motivo per cui
non la facciamo, perché a me piace dire il motivo se lo so, è che io in realtà ci sono qua mercoledì
prossimo ma ho un'importante riunione di dipartimento. Poi la recupereremo più avanti.
Ci sono domande di qualunque tipo? Ricordatevi di firmare, l'importante è che mettiate il nome.

Allora, vorrei cominciare la lezione di oggi mostrandovi un brevissimo pezzo da Youtube relativo ad
un'intervista a Richard Hoggart (Il filmato in questione: “(Extrait) [ENG] Richard Hoggart on culture”
https://www.youtube.com/watch?v=X0Hh8baB_nE). È in inglese, non mi risulta che sia sottotitolato, ma
al massimo lo ascoltiamo due volte oppure. È un pezzo di intervista che dura 35 secondi, ma in 35
secondi lui da' una definizione di cultura che compendia tutto quello che abbiamo detto fino ad ora.
Allora qualcuno ha capito e vuole magari ripetere? Ok, allora proviamo, passo il microfono così
sentono.
Alunna: “Praticamente ha detto che secondo lui la cultura non sta soltanto nell'opera lirica e teatrale, ma
è in come le persone di comportano, nei modi di fare, nelle abitudini. Ha citato come si vestono i giovani
o come lui stesso parlava, come la cadenza della sua voce, e quella è espressione di cultura”.
Molto bene, direi che più o meno hai beccato tutto. Ad un certo punto lui usava l'espressione “highbrow
books”, cosa vuol dire lo sapete?
Vuol dire “Highbrow culture”. Allora “high” vuol dire alto e “brow” è la fronte. Non so perché si dica
così, però per “highbrow” si intende tutte le manifestazioni culturali considerate di alta cultura, quindi
“highbrow books” sono libri come “l'Ulisse” di Joyce o le opere di Shakespeare. Tutte le volte che sentite
“highbrow” il riferimento è sempre a un livello di cultura alto in senso però tradizionale/abituale.
Ecco, come diceva la vostra collega, il concetto di cultura non è “operas” o “highbrow books”, ma è
anche il modo in cui ci vestiamo ed è verissimo questo, basta guardarci in giro su come ci vestiamo in
quest'aula; tu riesci ad immaginare la religione o la provenienza di una persona a seconda di come
questa persona è vestita in molti casi. Ma anche se noi prendiamo un gruppo qua dentro di maschi
bianchi italiani cattolici, comunque il modo in cui queste persone sono vestite, danno lo stesso delle
indicazioni, quelle che possono essere anche la loro cultura. Lui addirittura diceva anche nel tono della
voce che io posso utilizzare. Ed è vero perché molto spesso le persone che hanno studiato di più
tendono a parlare con un tono di voce più basso. Non è una regola fissa, però insomma per dire che la
cultura come la intende lui, passa attraverso tutte queste modalità.
Appunto gli studi culturali sono questa cosa qua e quello era Richard Hoggart che in un certo senso li ha
aperti e adesso vedremo bene in che modo. Voglio tornare su questo concetto perché è fondamentale e
noi partiamo da qua.
La cultura degli studi culturali è qualcosa con la “c” minuscola, non maiuscola, cioè anzi si potrebbe dire
che non si parla di cultura ma di culture e vengono tutte messe sullo stesso piano. Cioè io non è che
studio la cultura del fumetti sapendo però che è una cultura inferiore, io studio le culture mettendole
tutte sullo stesso piano. Nel senso che io so che esistono le gerarchie, ma non ci interessano se facciamo
studi culturali, interessano ad altri. È ovvio che studiare la storia della barbie e la storia della letteratura
inglese o francese è ovvio che un po' di gerarchia la possiamo fare, però a noi non interessa tanto. Per
certi aspetti anche la cultura della barbie può essere rivelatrice. In effetti la barbie è bionda, bianca,
giovane, bella e quindi già un po' di culture sono escluse, poi tra l'altro di sposa con Ken che è bianco,
giovane, bello, chiaramente occidentale e questo vorrà dire qualcosa. In fondo sono cose che
implicitamente ci danno dei valori e riflettono un'ideologia.
Potrebbe essere utile cominciare a prendere il manuale a pagina 31. Vedete l'immagine in alto, tutte
queste sono culture che rientrano teoricamente nell'oggetto di studio del “cultural studies”. “High
Culture” nel senso di “highbrow” come diceva Hoggart, perché attenzione, il fatto che la cultura non sia
soltanto high culture non vuol dire che non ci interessi, ma che non ci interessa solo quella, perché
quella è espressione comunque di un gruppo/comunità, ma il problema che ci interessano anche gli altri
gruppi.
Allora “high culture”- “low culture” oggi la distinzione fra cultura alta e bassa non la fa più quasi
nessuno, ma fino agli anni 60-70 invece si. I romanzi armoni, cioè quelli super romantici che vendono di
solito nelle edicole, appartenevano alla cultura bassa e lo stesso vale per la televisione, che poi invece è
paradossale, perché avessimo oggi una televisione con un livello culturale pari a quello della televisione
italiana degli anni 70', che aveva tre canali e ogni tanto facevano teatro in prima serata, mente oggi se ci
provi gli sponsor ti bombardano. I fumetti erano cultura bassa,a anche i libri gialli. La cultura alta era la
poesia, il romanzo e così via.
Io tutti gli anni faccio questo esempio che è tratto dalla mia storia personale che però è significativo:
quando facevo le superiori avevo una professoressa di italiano che era coltissima, quello che però mi
colpì ad un certo punto è che una volta dedicò una lezione al cinema. Io non ci potevo credere, perché
lei era coltissima ma molto tradizionale. Parlò di cinema ma per tutta la lezione di “Eisenstein” che è
quello della “Corazzata” famosa di Fantozzi. Per dire che se proprio ti concedevi un'escursione nel
cinema poteva solo essere “Eisenstein”, perché un corso sulla commedia italiana era inconcepibile.
All'ora era così, cioè la cultura che si poteva fare alle superiori era solo questa cultura qua. Questo è per
dire che in un certo senso è cambiata la cultura su la cultura, cioè oggi è più facile che in una scuola
superiore si parli di cinema ma magari in senso un po' più elastico, si parli magari di fumetti/fumetti
d'autore ecc.
Questo cambiamento è un cambiamento che è stato introdotto negli anni 50 in Inghilterra che poi si è
radiato. Questa vignetta è significativa (Pag. 31 manuale), perché tutte queste culture si affollano ma
non c'è l'impressione che una prevalga sull'altra. Centralmente vediamo “Gay Culture”, ossia la cultura
omosessuale, poi a sinistra “Black British Culture” ecc..
Quindi allora la cultura intesa come espressione di un gruppo omogeneo che in qualche modo produce
testi.
Introduciamo un secondo concetto importante per i nostri studi, che è il concetto di “testo”. È chiaro
che un concetto particolare di cultura si deve fondare su un altro concetto particolare di testo. Quando
noi sentiamo la parola testo ci viene in mente qualcosa di scritto/stampato, però per gli studi culturali si
intende testo tutto ciò che può essere suscettibile di analisi.
Fatemi un esempio di testo che non è testo scritto e può essere suscettibile di analisi. Il discorso e la
narrazione centrano fino ad un certo punto perché li vedo comunque travasarsi in un testo scritto, a
meno che siano orali. La narrazione soprattutto può avere una tradizione orale. Per esempio la
fotografia può essere oggetto di analisi e lo è per i cultural studies, ma non in quanto foto d'autore, ma
in quanto foto che parla e ci dice un sacco di cose. Per esempio se guardate le foto pubblicitarie degli
anni 50-60-70 e paragonatele a quelle di oggi, cioè in quegli anni quando c'era una donna rappresentata
era spesso in veste di casalinga e contenta di esserlo, mentre l'uomo in veste di lavoratore perché era la
realtà che predominava nelle immagini, sia che venisse venduto un oggetto o l'altro. Se invece oggi
guardiamo la pubblicità di qualche prodotto, anche lì abbiamo dei testi che parlano tantissimo perché
abbiamo molto spesso degli uomini impegnati in attività di casa e donne raffigurate di più come
lavoratrici. Sono cambiati i parametri e una cosa che è cambiata negli ultimi 3-4 anni è l'allusione nei
messaggi pubblicitari all'omosessualità, cioè molto spesso vengono rappresentate delle famiglie che
sono omosessuali, ossia due maschi che sono in casa insieme ma che non hanno ancora il coraggio di
dire, però potrebbero essere una coppia. Così come spesso hai due donne che sono una coppia. Questo
perché se l'avessero fatto negli anni 60' il prodotto avrebbe venduto meno e avrebbe fatto scandalo,
mentre oggi il prodotto viene venduto di più e intercetti anche il mercato omosessuale che è più
esplicito nell'ammetterlo.
Infatti in un certo senso la pubblicità non è né buona né cattiva, è come la natura; se un giorno
dimostrerai al pubblicitario quel prodotto salva le foreste, ma ti fa guadagnare di più, lui farà pubblicità
a quel prodotto, non è che lui vuole distruggere le foreste. Questa però è un'osservazione che centra
fino ad un certo punto.
Per ritornare a ciò che diceva la vostra collega, la fotografia ci dice tante cose, ci racconta una storia che
però non c'è una trama, ma ci dice delle cose dal punto di vista ideologico, di come sono cambiate le
opinioni sulle persone che agiscono della società (uomini, donne, bambini, omosessuali). Poi oggi per
esempio nelle pubblicità occidentali ci sono molte più persone di etnie non occidentali, perché sono
diventati dei consumatori. Queste cose riflettono molto una società che cambia.
Un altro esempio di testo è il film o il fumetto che anche loro sono suscettibili di analisi, anche in un
certo senso la moda come diceva Hoggart.
Se anche il testo non si fosse un po' sdoganato, saremmo sempre qui a considerare il testo letterario.
Infatti la parola testo è una parola molto duttile e neutra.

Richard Hoggart (1918-2914), The Uses of Literacy (1957)


Raymond Williams (1921-1988), Culture and Society (1958); Keywords (1976, and later)
Edward P. Thompson (1924-1993), The Making of the English Working Class (1963)

Torniamo adesso a Hoggart con The Uses of Literacy. Quelli che vedete, Richard Hoggart, Raymond
Williams e Edward P. Thompson, con quelle opere segnate, sono le tre pietre miliari nella storia degli
studi culturali.
Di Raymond due opere: Culture and Society e Keywords, che è del 1976 and later, nel senso che poi lui
l'ha aumentata aggiungendo altre keywords negli anni. Sono opere che vanno sapute a memoria, nel
senso i titoli e gli autori. Il fatto che ci siano così tante maiuscole è perché in inglese e americano, cioè
nelle lingue anglosassoni si fa così, cioè si mettono molte più maiuscole nei titoli, rispetto a quante se ne
facciano in italiano. È una cosa molto importante sennò sarebbe un errore. Vedete che i titoli sono in
corsivo? i titoli dei romanzi e anche dei libri vanno in corsivo. Il motivo non è cosi, una norma
internazionale, ma è perché io quando leggo capisco immediatamente che ci troviamo di fronte a un
libro. Mentre se io devo indicare un racconto oppure un saggio all'interno di questo libro, lo metto tra
virgolette perché cosi si capisce che è un saggio all'interno di un libro che lo contiene. Non sono cose da
poco, sono delle indicazioni come se avessero un vestito, ci danno delle informazioni. Se io devo scrivere
a mano, cioè se non ho un computer che può farlo in corsivo, l'equivalente è la sottolineatura;
funzionava cosi anche quando c'era la vecchia macchina da scrivere. Io che al contrario di voi non sono
un nativo digitale ho visto utilizzare il corsivo sulle macchine da scrivere.
The use of literacy (1957): perché questo testo è così famoso? Perché gli studi culturali si fanno a partire
da questo testo? Questo avviene un po' convenzionalmente perché é difficile stabilire quando un
movimento culturale cominci, non é semplice stabilire qual é il primo romanzo nella storia della
letteratura. Per esempio c'è chi dice Robinson Crusoe di Defoe, questo lo si diceva un po' di anni fa, poi
qualcuno ha iniziato a sostenere che esistesse già prima qualcosa che assomigliasse ad un romanzo. C'é
quindi un margine di convenzione nel far partire i movimenti da un punto preciso però fino ad un certo
punto, un po' come con Defoe o Robinson Crusoe. Sicuramente c'é stato qualcosa prima che annunciava
già certe cose, Hoggart avrà avuto degli ispiratori, delle fonti; però il primo vero volume dedicato in
maniera estensiva ad un argomento che poi sarebbe stato noto come studi culturali è The use of literacy
.
Che cosa aveva ed ha tuttora di così rivoluzionario questo testo? Hoggart, che proveniva dalla working
class, pur avendo studiato all'università grazie alle borse di studio, attraverso uno studio era andato a
vedere quali erano le abitudini culturali della working class, cioé della classe operaia. Nel 1957 andare a
vedere le abitudini culturali della classe operaia sembrava una contraddizione in termini, un ossimoro,
come dire ghiaccio bollente perché secondo il canone di allora non era ammissibile pensare che la
working class, che se andava bene aveva frequentato l'equivalente delle nostre scuole medie di oggi,
potesse avere una cultura e delle abitudini culturali. Ovvio che le abitudini culturali della working class
analizzate da Hoggart non erano quelle delle persone che uscivano da Oxford o Cambridge: se una
persona uscita da Oxford o Cambridge passava il proprio tempo a leggere poesie e Shakespeare, questo
le persone appartenenti alla working class non lo facevano se non in casi isolatissimi. Ma, sosteneva
Hoggart, questo non vuol dire che non avessero delle abitudini culturali; non erano le abitudini culturali
con la c maiuscola ma erano comunque delle abitudini culturali. Il suo studio va a vedere queste
abitudini dopo un'analisi di tipo sociologico (l'autore proveniva dalla sociologia, non dalla letteratura
come studi). Questo é significativo perché in Italia gli studi culturali sono stati calamitati, attirati dalla
critica letteraria; per il mondo anglosassone non é così. Infatti per un sociologo non si parla di
letteratura in The use of literacy .
Adesso si capisce un po' di più il perché di quel titolo. "Literacy" vuole dire alfabetizzazione: è
abbastanza giusto perché è un po' più di alfabetizzazione e un po' meno di literature, un po' meno di
culture. Non c'è un equivalente italiano esatto; se si vede la traduzione italiana di literacy non traduce
con una parola sola, pare che ce ne siano un paio anche molto diverse; a volte si fa fatica a capire che sia
quel libro lì.

In The use of literacy ci sono delle persone che hanno un grado di alfabetizzazione discreto, ma come
viene usata questa literacy? Nella ricognizione che lui fa (lui che proveniva dalla working class ed era di
sinistra come approccio), una delle sue conclusioni era molto critica nei confronti della working class
(questo è uno dei punti che dobbiamo mettere fuoco!): lui proveniva dalla working class, aveva un
orientamento di sinistra, va a vedere quali sono le loro abitudini culturali e poi alla fine ne trae un
giudizio un po' severo. Lui dice, la working class di oggi non è più come quella di una volta; oggi si passa
il tempo a leggere fotoromanzi, ad andare a music hall , a leggere libri gialli (per lui una forma di cultura
bassa), a leggere fumetti (usato come termine spregiativo). Quindi la working class la usa male questa
"literacy" che si è guadagnata, va a scuola e quello che impara lo spende guardando la televisione,
leggendo fotoromanzi ecc. non come le classi proletarie dal 500 all'800 perché all'ora non sapevano
leggere e scrivere però avevano una cultura orale che invece era molto ampia e molto vasta.
Ricapitolando: literacy è una parola che si fa fatica a tradurre, è qualcosa di più della mera
alfabetizzazione (vuol dire che so leggere e scrivere) mentre litracy vuol dire che ne faccio anche
qualcosa di questo saper leggere e scrivere anche se non è proprio cultura. Quindi Hoggart va a vedere
quali sono i consumi culturali delle classi proletarie e già questo è rivoluzionario per i tempi perché per i
tempi non avevano studiato e non potevano avere nessuna forma di cultura; questo è un elemento
nuovo, di rottura. Le classi proletarie a livelli di studi universitari non erano mai state considerate questa
è la novità. quando Hoggart ha fatto questa indagine, trae un giudizio piuttosto negativo; è vero, la
classe proletaria ha imparato a leggere e scrivere ma guardare la televisione e leggere fotoromanzi,
perché non viene usata questa literacy per leggere qualcosa di meglio? potrebbero anche loro leggere
Shakespeare ma perchè non lo fanno? perché si accontentano. Mentre la classe proletaria di una volta,
secoli fa, che non sapeva leggere e scrivere perché non si andava proprio a scuola, avevano però una
cultura orale che era molto più ampia e paradossalmente molto più letteraria. Un esempio tratto dalla
mia storia personale: quando ero alle superiori avevo un compagno di banco che aveva un nonno
analfabeta cioè non sapeva né leggere né scrivere; quando si fece in classe l'Orlando furioso di Ariosto io
non sapevo niente e il mio compagno sapeva tutto! Questo perché da quando era piccolo suo nonno gli
raccontava e declamava l'Orlando furioso tutto a memoria nonostante fosse analfabeta; arrivato quindi
alle superiori sapeva già tutto come se l'avesse letto, è proprio questo il punto! Hoggart dice
esattamente questo: le classi proletarie di una volta non sapevano leggere e scrivere ma avevano una
cultura orale che noi adesso ci possiamo solo sognare, quindi sembra che siamo andati avanti ma in
realtà ci siamo arretrati, perché sappiamo leggere e scrivere però poi ci accontentiamo e non
utilizziamo più certe facoltà e no abbiamo più determinati interessi. In Galles (Wales) ancora oggi la
cultura orale ha ancora una grandissima tradizione, ancora oggi capita molto spesso di trovare persone
di varie età che imparano testi a memoria con molta facilità. Questo tipo di tradizione, di imparare i testi
a memoria oggi non c'è più perché abbiamo internet e possiamo trovare i testi in tre secondi; questo è il
senso ultimo delle analisi di Hoggart. Lui aveva anche dei bersagli: tutta colpa del mercato, del sistema
degli americani perché sono loro che hanno interesse a vendere i programmi tv e quindi tenere le
persone un po' ignoranti. Siamo nel 1957, è veramente un'analisi molto in anticipo sui tempi; la cultura
orale del passato ha cominciato ad essere studiata seriamente per gli storici negli anni 80 del novecento
e hanno scoperto che in Italia nel 500 i contadini che erano sicuramente analfabeti avevano una cultura
orale che non era tanto ristretta, conoscevano la Bibbia a memoria per esempio.
The use of literacy testo epocale per queste ragioni che presenta però anche dei difetti; se oggi un
sociologo facesse un'analisi di questo tipo riempirebbe le pagine di dati, statistiche, persone intervistate,
grafici, curve.. tutto questo non c'è nel libro di Hoggart. Anche quando lui parla di fotoromanzi o libri
gialli, lui non dice quali sono ma lui racconta tutto questo. oggi si direbbe che questo approccio non è
scientifico ed è vero! lui chiede di essere creduto ma non da la possibilità di ripercorrere lo stesso
tragitto che ha fatto lui, non ti diche chi ha intervistato, dove e quando (sono cose che hanno un'enorme
importanza perché a secondo della zona che tu vai ad analizzare le risposte possono essere molto
diverse). Esempio se vado a mezzogiorno in piazza Duomo e chiedo alle persone per chi votano,
difficilmente avrò una statistica di persone che votano estrema sinistra, mentre se vado alle otto di sera
in periferia e chiedo per chi votano ecco che allora le statistiche possono cambiare. Tutto questo dal
libro di Hoggart non emerge proprio perché siamo nel 1957; lui chiede di essere creduto ma non ha un
approccio che oggi chiamiamo scientifico.
Sugli altri due autori ci soffermiamo meno; io volevo fare un quadro piuttosto completo dell'opera
groundbreaking cioè che ha proprio iniziato i cultural studies. Secondo me è anche importante
menzionare a un approccio che non è molto scientifico, perché infatti una critica che venne mossa ai
cultural studies all'inizio della loro vita era proprio questa.
Un termine come "testo", text in inglese, Hoggart se lo usa lo usa per caso, non si rende conto ancora
del fatto che il testo sarebbe uno strumento utile se lo utilizzasse perché tutto ciò che è suscettibile di
analisi. Quindi lui usa testo, brano, pagina, giornale..
Perché da qui e non da un'altra parte? in primis proprio per l'oggetto della ricerca, gli studi culturali della
working class che per i tempi era una contraddizione in termini; poi anche per i risultati che ottiene.
Inoltre non c'è un approccio paternalistico (lui viene dalla working class) anzi Hoggart ha un
atteggiamento molto critico; che cosa ne fanno della loro literacy?

Gli altri due padri fondatori (dovrebbe esserci un capitolo nel manuale che si intitola cosi) sono Raymond
Williams e Edward P. Thompson, di solito nominati dopo perché hanno avuto la sfortuna di pubblicare
dopo rispetto a Hoggart (58, 76 e 63).
Culture and Society è importante perché l'autore ci spiega che la cultura è il prodotto di un gruppo
omogeneo, infatti bisognerebbe usare il termine culture. Infatti non c'è una sola cultura per una sola
società ma tanti gruppi sociali per tante culture; questo non viene detto chiaramente nel testo di
Hoggart.
Nel 76 Raymond Williams pubblica Keywords che poi integra negli anni; lui dice che secondo gli studi
culturali (che lui chiamava in un altro modo) ci sono delle parole che non sono parole come le altre
perché pesano di più (per esempio cultura, testo sono parole chiave).
Abbiamo poi nel 63 questo testo di Thompson, The Making of the English Working Class che è un testo
storico, qui non c'è un'analisi sociologica. L'autore cerca di spiegare da dove arrivino le working class
inglesi. Prima di allora si raccontavano le storie del re, della regina, degli eserciti però nessuno si era mai
occupato con approccio storico rigoroso della working class, cioè da dove viene. Lui parla anche delle
varie rivoluzioni industriali e prima ancora del proletariato agricolo. Quello che è dirompente anche qui
è l'oggetto dell'analisi perché prima di lui gli storici non si occupavano tanto di queste cose, semmai "the
making of the English middle class". Thompson ha anche un approccio più dichiaratamente marxista.

Una tappa molto importante di cui si parla molto nel manuale: nel 1964 viene fondato presso
l'Università di Birmingham (una redbrick university) il Centre for Contemporary Cultural Studies cioè gli
studi culturali hanno un centro all'interno dell'università e il primo direttore è Richard Hoggart.
Lezioni, corsi e pubblicazioni: escono dei volumi annualmente cercando di trattare l'argomento (cultural
studies) sempre con un approccio sociologico più che letterario. Secondo me (mia osservazione, non l'ho
mai trovato da nessuna parte) non è un caso che l'acronimo del centro sia CCCS perché lo stemma
dell'unione sovietica di allora era CCCP (letto da un occidentale perché in realtà era in alfabeto cirillico);
volevano dichiarare apertamente la natura left wing della formazione, di sinistra. Ma questo centro c'è
ancora o no? Questo centre ha prosperato fino al 2002, venne chiuso dal primo ministro britannico di
allora Blaire (che poi si è convertito al cattolicesimo). Il centro ha chiuso ufficialmente perché Blaire
voleva fare dei tagli soprattutto all'università; una delle tante cose è stato tagliare i fondi per il centre,
con la scusa che doveva tagliare molti rami secchi, nonostante il centre non fosse secco per niente e
richiamava studenti da tutto il mondo. Vero motivo: il centre era molto di sinistra e l'aveva più di una
volta criticato nelle sue pubblicazioni; per Blaire è stata una vendetta anche se questo non fu un vero
problema per gli studi culturali perché a quel punto si erano talmente diffusi nel mondo che in termini
pratici non è cambiato niente. L'unico punto è che se uno voleva studiare a Birmingham in questo centro
non ha più potuto farlo. Una cosa importante: dal 68 al 79 (un periodo piuttosto lungo) è stato direttore
di questo centro Stuart Hall, un nome che compare molto nel manuale. Lui era di origini jamaicane
quindi nel 99% dei casi dire "jamaicano" significa "di colore" (i bianchi sono la netta minoranza in
Jamaica). Non è un caso, probabilmente si voleva proprio …. in questo senso (oggi non ha più senso
ricordare che uno è di colore, che la cosa è significativa da un punto di vista politico, abbiamo fatto dei
progressi in questa direzione ma nel 68 poteva ancora avere un certo significato). Il signor Hall ha avuto
parecchi meriti; quello principale è stato aver reso più scientifici gli studi culturali, appunto per rendere i
risultati degli studi più verificabili e inoppugnabili da un punto di vista scientifico. Soprattutto lui ha
contribuito a dare agli studi culturali anche un proprio lessico, in gran parte mutuato dalla linguistica
(esempio usare il termine text deriva in fondo da lui). Lui ha aperto molto alla linguistica, che significa
che da un approccio più sociologico è diventato più orientato verso la lingua e la linguistica. Quando noi
leggiamo Hoggart notiamo che non è molto scientifico ma si capisce tutto invece quando leggiamo Hall
notiamo che è molto scientifico ma si capisce meno.

Ragioniamo un attimo su alcune keywords; sono delle parole molto ricorrenti nell'ambito degli studi
culturali.
Una di queste è il termine di "other" (l'altro), concetto che ha iniziato a saltar fuori quando si è iniziato a
studiare seriamente, anche con spirito critico, l'imperialismo che ha portato il primo uomo al contatto
con l'altro. Ai tempi l'"other" era un inferiore; il fatto che avesse una cultura diversa, magari per conto
orale, lo qualificava non come persona che avesse caratteristiche diverse ma come inferiore, il paragone
era l'occidentale maschio bianco (tutto quello che non rientrava in questo modello era "other").
L'"othering" è il processo con cui si entra in contatto con l'other, spesso sta a significare che io un po' lo
asfalto questo "other", cioè gli trasmetto i miei valori perché sono migliori dei suoi, lo addomestico (un
po' quello che avviene con Robinson Crusoe di Defoe: a un certo punto R.C. salva un indigeno su un'isola
che stava per essere mangiato dai cannibali; lo chiama come il giorno della settimana in cui lo salva cioè
friday; già lì è significativo, perché avrà avuto un nome ma ora non ce l'ha più). Quando lui lo salva,
dicevamo, il rapporto è padrone-servitore (friday è ben contento di servire un uomo cosi meraviglioso) e
Robinson non lo lascia essere com'è, lo converte al cristianesimo (perché la religione pagana è inferiore).
"Writing back" è un termine che si utilizza per indicare la letteratura che viene dai paesi che una volta
erano colonie, cioè post-coloniali. La scrittura viene spesso etichettata cosi, una specie di scrittura di
ritorno perché appunto, è vero che questi scrittori scrivono nella stessa lingua dei colonizzatori, ma la
usano per aggredire e criticare i colonizzatori.
Un altro termine che ricorre molto spesso è "imperial overstretch" in due parole spiega quello che è il
viaggio coloniale nel Regno Unito: a un certo punto la corona britannica si trovo in considerazione di
"imperial overstretch" cioè eccessivo allungamento imperiale. Sono parole difficili da tradurre quindi
molto spesso si trovano in inglese anche quando si parla in italiano. L'impero si era cosi dilatato che si
parla di "over" e non aveva più senso tenerlo in piedi (esempio alla fine della prima guerra mondiale
l'impero e lo sforzo britannico è cosi esteso che non è più uno stretch ma un over stretch tanto che si
deve ridurre e lo si farà piuttosto rapidamente).