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EVASIONE

DAL
DIRITTO?

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INTRODUZIONE...................................................................................................................................3

ANALISI NORMATIVA

LO SCOPO DELLA PENA.......................................................................................................................4

NOZIONI ESSENZIALI DI
DIRITTO PENALE..................................................................................................................................5

ESECUZIONE PENALE.........................................................................................................................14

ANALISI DEI DATI ATTUALI

TROPPI CORPI,POCO SPAZIO.....................................................................................................…......16

QUESTIONE DI NUMERI.....................................................................................................................19

IL LAVORO DEI DETENUTI..................................................................................................................24

LEGALMENTE CARCERE?.....................................…............................................................................25

NUOVO E VECCHIO CONTINENTE A CONFRONTO

IL PLEA BARGAINING....................................................................................................................…..27

CRISI DELLA FILOSOFIA RIEDUCATIVA................................................................................................27

DALLA GUERRA ALLA DROGA


ALLA THREE STRIKES AND YOU'RE OUT.............................................................................................28

I PROFITTI DEL NASCENTE MERCATO


FINANZIARIO.....................................................................................................................................28

IL MODELLO ATTUARIALE …..................................... …......................................................................29

RIFLESSIONI............................................................................................................................................... 30

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“L'ingiustizia in qualsiasi luogo è una minaccia alla Giustizia, ovunque” – Martin Luther King

Raramente il carcere e tutto ciò che ruota intorno ad esso viene posto al centro del dibattito politico e
giornalistico, a meno che non ci si trovi di fronte ad eventi drammatici ed eclatanti.
Questo progetto nasce da un’idea di diritto che abbracci tutte le sfere sociali che compongono la collettività,
e cresce permettendoci di prendere coscienza della realtà carceraria italiana attraverso l’analisi dei fatti e
delle normative che riguardano un mondo ancora sconosciuto e raramente messo in discussione,
nonostante la sempre maggiore rilevanza sociale del fenomeno. Basti pensare infatti alla consistenza
numerica dei soggetti che vengono direttamente a contatto con queste realtà, dalle famiglie al personale
penitenziario, dai condannati in via definitiva a coloro che ancora sono in attesa di giudizio, dal piccolo
spacciatore all’omicida sanguinario.
Abbiamo portato a termine un’analisi che vuole essere, da una parte, accessibile a tutti e, allo stesso tempo,
approfondita a tal punto da far emergere quali siano le vere problematiche di questa istituzione che troppo
spesso diamo per scontata ma che in realtà tocca diversi aspetti dello Stato di Diritto in modo così cruento
da arrivare a metterne in discussione le stesse basi.
Questo fascicolo rappresenta un viaggio all’interno degli ingranaggi della macchina penitenziaria, che può
funzionare solo se tutti ruotano nella stessa direzione e con uno scopo ben preciso. Dall’analisi delle
normative processuali, a quelle sul diritto penitenziario, alle lucide riflessioni sulla realtà quotidiana dei
detenuti, certificata da dati ufficiali, ci siamo resi conto di come questi ingranaggi siano non solo poco
funzionanti, ma spesso anche mal assemblati.
Ci auguriamo che la lettura che vi apprestate a fare non sia per voi una semplice serie di informazioni da
riporre nel vostro bagaglio culturale, ma che venga piuttosto affrontata come uno spunto per una riflessione
più ampia su che tipo di società vogliamo costruire, e su come la natura intrinsecamente dinamica del
diritto necessiti di una propositività costante e consapevole da parte di tutti noi, attori consapevoli e non
spettatori inermi del diritto che ci regolamenta.

“Il grado di civilizzazione di una società si misura dalle sue prigioni” – Fëdor Dostoevskij

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Iniziamo questo percorso fornendo una sorta di compendio di diritto penale, che possa dare a tutti un'idea di
come funzioni il nostro sistema a livello normativo, a partire dalle teorie sullo scopo della pena e dai moderni
principi costituzionali che lo caratterizzano, fino ad accennare agli istituti della procedura penale dell'esecuzione.
Questo al fine di dare una base teorica agli aspetti pratici che più avanti saranno analizzarti, e di mettere in luce
quindi le contrapposizioni che si creano tra teoria e realtà.

LO SCOPO DELLA PENA


Le teorie più accreditate al riguardo sono quattro :

1- Prevenzione generale negativa


I suoi sostenitori confidano nella “paura” da parte dei soggetti nei confronti dei castighi e della deterrenza ,
per cui pene più severe dovrebbero portare ad una diminuzione dei reati.
Si presuppone però un “homo penalis” , cioè che l’uomo, nell’agire, sia un attento calcolatore dei vantaggi e
degli svantaggi del proprio agire.

2- Prevenzione speciale negativa


Considera che l’esclusione sociale del detenuto attraverso l’emarginazione e la distruzione della sua
personalità possano portare ad un numero inferiore di reati. Si punisce perciò duramente il colpevole per
evitare che in futuro compia altri reati.

3- Prevenzione generale positiva


Considera il diritto come un potente sistema di stabilizzazione: presuppone che i cittadini credano nel diritto
ed abbiano fiducia nelle istituzioni; perciò non commetterebbe più reati in quanto questi metterebbero in
difficoltà le istituzioni stesse , che tutelano la società. Chi commette un reato tradisce di conseguenza la
società.

4- Prevenzione speciale positiva


Tende verso la restituzione dell’ “homo criminalis” alla società tramite la rieducazione del condannato. Da
questi tentativi di reintegrazione deriverebbe dunque una diminuzione dei reati commessi.

In Italia

L’art 27 della Costituzione italiana stabilisce che “la responsabilità penale è personale.
L'imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva.
Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla
rieducazione del condannato. Non è ammessa la pena di morte, se non nei casi previsti dalle leggi militari di
guerra”.
Il 1975 è l’anno della riforma dell’Ordinamento penitenziario. Il legislatore del 75 ha l’intento di cambiare
radicalmente quella che era l’ideologia della pena , nonché la funzione del carcere. In modo molto
dettagliato viene ampliato sotto tutti gli aspetti quello che è il concetto di rieducazione del condannato
presentato dalla Costituzione: al centro della riforma vi è la personalità dell’individuo condannato che va
sviluppata durante il periodo di detenzione attraverso percorsi precisi volti alla rieducazione.
In questi ultimi dieci anni, il legislatore ha apportato svariate modifiche all’ordinamento penitenziario,
anche e soprattutto attraverso leggi che hanno modificato singoli istituti già presenti in precedenza.
La l. 251/2005: (ovvero “ Modifiche al codice penale e alla legge 26 luglio 1975 n. 354, in materia di
attenuanti generiche , di recidiva, di giudizio di comparazione delle circostanze di reato per i recidivi, di
usura e di prescrizione .tratta della carriera) se da un lato è volta alla riduzione dei termini
prescrizionali,dall’altro presenta note di “inasprimento” con maggiori aumenti di pena e ulteriori limitazioni
all'accesso di varie misure penitenziarie per i recidivi. Così come questa legge, dati e testimonianze portano
alla conclusione che l’art.27 della Costituzione , così come era stato interpretato ed integrato dalla legge del
‘75 , cioè volto alla rieducazione del condannato, abbia ormai una valenza sempre più lontana dalla realtà
attuale.

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NOZIONI ESSENZIALI DI DIRITTO PENALE (PARTE GENERALE)

- Il codice penale si divide in 2 parti: una generale e una speciale. Il I Libro è dedicato al reato in
generale; mentre il II Libro e il III Libro raggruppano rispettivamente il catalogo dei delitti e quello delle
contravvenzioni che descrivono i singoli comportamenti illeciti.
Nel nostro sistema i reati si suddividono infatti in delitti e contravvenzioni. L’art 17 c.p. indica quali pene per
i delitti l’ergastolo, la reclusione e la multa; per le contravvenzioni l’arresto e l’ammenda.

Tuttavia, rispetto al codice vigente (che risale ancora al 1930, avendo poi avuto solo alcune riforme
parziali), è indispensabile considerare il ruolo preminente da riconoscere ai principi democratici della
Costituzione del 1948, che prevalgono o danno comunque criteri interpretativi vincolanti, rispetto alle
norme codicistiche, aventi invece mero rango di legge ordinaria.
In specie occorre considerare gli artt. 27 e 25 Cost., oltre ad altre disposizioni di carattere più generale che
indirettamente rilevano (es. artt. 2, 3 , 10, 11, 13, 21, 76 e 77, 117 Cost.).

Funzione della pena

- “ Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere
alla rieducazione del condannato” (art 27,comma 3, Cost.)
- Sono posti 2 principi fondamentali:
1. Principio di Umanità: opera come limite esterno invalicabile all’afflittività della sanzione
penale ed impedisce la possibilità di fare ricorso a pene che contrastino con il “senso di umanità”
(si pensi ad esempio alle pene corporali ed in genere a tutti quei trattamenti che producono
sofferenze fisiche);
2. Principio Rieducativo: prescrive che la pena sia volta alla risocializzazione del reo, ovvero
che tenda alla opportunità di recupero sociale per gli autori di fatti penalmente rilevanti, la cui
dignità e capacità di autodeterminazione è pur sempre necessario rispettare. La pena non deve
quindi servire ad emarginare ed a “etichettare” il condannato, e non può nemmeno imporre
autoritariamente una adesione a valori o modelli da lui non condivisi, ma deve favorirne e
promuoverne, fin dove possibile, la sua reintegrazione nella società, offrendogli la possibilità di
una presa di coscienza del significato del suo agire e percorsi di risocializzazione dallo stesso
accettati.
In ogni caso il limite del potere punitivo è dato dal principio di proporzione, in forza del quale la risposta
sanzionatoria, sia a livello di previsione normativa astratta (pena edittale), sia a livello di commisurazione oi
concreto (vedi infra) deve essere proporzionata al contenuto offensivo e disvalore oggettivo del fatto
commesso ed alla gravità della colpevolezza personale.
Principi generali

à Il principio fondamentale dell’ordinamento penale è quello della legalità. Tradizionalmente tale principio
viene suddistinto in tre profili o sotto-principi: la riserva di legge, la tassatività, l’irretroattività.
- La riserva [assoluta] di legge: la legge deve essere l’unica fonte formale delle incriminazioni, così
da bandire dal diritto penale sia fonti non scritte (come la consuetudine), che fonti scritte diverse dalla
legge statale parlamentare (è il caso dei regolamenti governativi e delle leggi regionali e di ogni fonte sub
primaria; invece è possibile l’incidenza di fonti sovranazionali, in specie dell’Unione europea, ai sensi l’art.
117 Cost.), in quanto il potere punitivo deve appartenere ad un organo rappresentativo della volontà
popolare nella sua più ampia dimensione nazionale. Si impedisce così un’indebita assunzione da parte del
potere esecutivo delle scelte fondamentali della politica criminale, essendo la sua competenza limitata
all’emanazione di decreti legge e decreti legislativi (o leggi delegate), ma alle condizioni previste dalla
Costituzione (artt. 76 e 77) con diretto controllo parlamentare, preventivo o successivo.

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- Principio di tassatività: vanno distinti 2 profili: la sufficiente determinatezza dell’incriminazione
(l’esigenza cioè che la formulazione dei precetti penali non sia vaga o indeterminata, sia per esigenze di
certezza e conoscibilità da parte del cittadino, sia per evitare che l’imprecisione della legislazione finisca
per essere colmata dall’attività giurisdizionale) e il divieto di analogia ovvero di estensione delle norme a
casi non espressamente previsti (lacune: cfr. art. 14 disp. prel. c.c.) che verrebbero colmate dal giudice
(destinatario qui del divieto) “creando”, in pratica, nuovo diritto;
- Principio di irretroattività: riguarda l’efficacia della legge penale nel tempo: il diritto penale deve
disporre unicamente per il futuro; se così non fosse, e le incriminazioni potessero essere applicate a fatti
antecedenti la loro entrata in vigore, la libertà del singolo subirebbe una eccessiva menomazione e
verrebbe vanificata l’esigenza di colpevolezza (si potrebbe cioè essere incriminati per fatti che all’epoca in
cui erano stati commessi non erano considerati reati e non potevano quindi neppure essere oggetto di
rimprovero).

à Principio di territorialità: è la regola generale sull’efficacia della legge nello spazio, espressa dall’art. 6 c.p.
,comma 1: ”chiunque commette un reato nel territorio dello Stato è punito secondo la legge italiana”.
Peraltro sono previsti anche altri criteri sussidiari ed oggi si pone sempre più un problema di razionale
cooperazione internazionale (anziché “concorrenza”) con gli altri ordinamenti giuridici, specie nell’ambito
dell’Unione europea (problemi della criminalità transnazionale, crimini informatici, ecc.)

à principio di personalità della responsabilità penale: art 27,comma 1, Cost.: “la responsabilità penale è
personale”, da leggere sistematicamente anche in relazione al comma 3 (vedi sopra: finalità rieducativa
della pena). La norma ha un significato duplice:
- sancisce cioè la sola responsabilità per fatto proprio, ovvero il divieto di responsabilità per fatto
altrui;
- è inoltre equivalente di “colpevole” e contrassegna il principio di colpevolezza o di divieto di
responsabilità oggettiva.

à principio di offensività: sancisce che il fatto (proprio e colpevole), previsto dalla legge per integrare gli
estremi di un illecito penale, deve essere inoltre un fatto offensivo di beni essenziali per la convivenza civile.

à principio di materialità (o esteriorità): è il divieto di incriminazioni di meri atteggiamenti interiori della


volontà, di idee, stati d’animo, sentimenti.

à principio di laicità: esprime l’autonomia rispetto ai valori delle singole concezioni morali e religiose
diffuse nella società.

IL REATO

Il reato può essere definito quale fatto umano cui la legge ricollega una sanzione penale. I reati possono
essere classificati in diverse categorie a seconda della loro peculiare struttura:
- reati comuni e reati propri: i primi realizzabili da chiunque, i secondi realizzabili solo da
soggetti che sono in possesso di una particolare qualifica o che rivestono una determinata
posizione.
- reati di evento e reati di mera condotta: nei primi si prevede la realizzazione di un evento
esteriore separato dalla condotta, e legato a questa da un rapporto di casualità; i secondi si
caratterizzano per l’assenza di un evento lesivo che sia riconducibile alla condotta. In questi casi,
perché si commetta il reato, basta il compimento dell’azione vietata.
- reati commissivi e reati omissivi: nei primi vi è una vera e propria azione positiva; i secondi
consistono nella mancata realizzazione di un azione invece giuridicamente doverosa, imposta cioè
da una norma giuridica allo scopo di impedire la verificazione di un evento lesivo. Per i particolari

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profili della causalità in quest’ipotesi (“reati omissivi impropri”) si veda art. 40 cpv. c.p., secondo cui
“non impedire un evento che si ha l’obbligo giuridico di impedire equivale a cagionarlo”.
- reati istantanei e reati permanenti: nei primi la realizzazione del fatto integra allo stesso
tempo il reato e l’offesa; i secondi si caratterizzano per la permanenza dell’effetto lesivo sul bene
giuridico.
- reati abituali: il reato abituale si caratterizza nella ripetizione intervallata e discontinua di più
condotte identiche rilevanti penalmente.
à Le componenti del reato, secondo la teoria tripartita, sono tre:
1) Tipicità

Il fatto tipico è costituito dall’insieme degli elementi oggettivi che devono necessariamente sussistere
perché si verifichi un illecito penale. Elementi che devono avere una rilevanza esterna (non meri
atteggiamenti interiori), nonché sorretti dalla colpevolezza (dolo o colpa) . È richiesta sempre una
condotta tipica, spesso anche l'evento, nonché talvolta elementi ulteriori (es. presupposti del reato,
qualifiche soggettive, ecc.)

à Causalità
- Si tratta di stabilire, nei reati di evento, se una certa condotta debba considerarsi “causa” del reato.
Art. 40, comma 1, c.p. ” Nessuno può essere punito per un fatto preveduto dalla legge come reato, se
l’evento dannoso o pericoloso, da cui dipende l’esistenza del reato, non è conseguenza della sua azione o
omissione”. Bisogna cioè accertare l’esistenza del cosiddetto nesso causale tra condotta ed evento. Questo
nesso deve sussistere anche nel caso di reati omissivi impropri (art. 40 cpv. c.p.) verificando che se fosse
stata realizzata la condotta doverosa l’evento non si sarebbe realizzato.
- A tale scopo, è necessario individuare, perché non si tratti di pura intuizione del giudice sul caso
specifico, una legge scientifica di carattere generale che giustifichi la riconduzione alla condotta dell’agente.
Sono leggi scientifiche le c.d. leggi universali: queste permettono di stabilire nella successione tra
determinati accadimenti delle regolarità invariabili e senza eccezioni. Ma sono considerate leggi scientifiche
anche quelle c.d. statistiche, cioè basate sulle ricorrenze empiriche che fondano giudizi probabilistici,
dovendo raggiungersi un alto grado di probabilità razionale attraverso l'esclusione di fattori diversi che
escludono l'ipotesi formulabile.
- concorso di cause: L’art.41 c.p., comma 1, (“ il concorso di cause preesistenti o simultanee o
sopravvenute, anche se indipendenti dall’azione od omissione del colpevole, non esclude il rapporto di
causalità fra l’azione e l’omissione e l’evento”) sancisce il c.d. principio dell’equivalenza delle condizioni; vale
a dire: quando interagiscono diverse cause, l’una non esclude il rapporto causale tra l’evento e ciascuna di
esse. I fattori che escludono il rapporto causale sono solamente quelli sopravvenuti, che siano di per sé soli
a necessari a causare l'evento, mentre le cause concomitanti e antecedenti sono irrilevanti (comma 2).

2) Antigiuridicità

La categoria serve a distinguere le ipotesi di fatti tipici che, per la presenza di ulteriori elementi “negativi”
(secondo la teoria bipartita) non costituiscono reato in quanto situazioni particolari fanno venir meno la
natura illecita del fatto stesso per ragioni di protezione di altri interessi contrapposti a quelli protetti dalla
norma o bilanciabili con questi. Si tratta di una valutazione oggettiva che deve valere per tutto
l’ordinamento giuridico (esclude quindi anche l’illiceità civile). Si applicano oggettivamente (art. 59 c.p.), ma
a favore del reo giovano anche se erroneamente supposte per errore sul fatto (cause di giustificazio9ne
putative), che escludono perciò solo la colpevolezza e non l’antigiuridicità.

è Scriminanti

Le cause di giustificazione (o scriminanti) sono, tra le cause di non punibilità, quelle che escludono
l’antigiuridicità, previste sia nella parte generale del codice penale, sia anche per singole categorie di reati
nella parte speciale. Le scriminanti “comuni” operano nei seguenti casi:

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a) Consenso dell’avente diritto: la circostanza che un individuo presti un valido consenso al sacrificio
di un proprio bene è considerata una concreta espressione della libertà di disposizione di quell’interesse
da parte del titolare. L’art 50 c.p. limita per ai soli diritti “disponibili” l’operatività della scriminante, che
ad esempio non può valere per delitti contro la vita (es. art. 589 c.p.) o interessi pubblici o collettivi. Il
consenso deve necessariamente provenire dalla persona che può validamente disporne.
b) Esercizio di un diritto: l’art 51 c.p. afferma che “l’esercizio di un diritto esclude la punibilità”: la
norma ribadisce una sacrosanta quanto ovvia esigenza di coerenza ed equità. Ipotesi di esercizio di un
diritto in chiave scriminante sono innanzitutto quelli che hanno una fonte gerarchicamente superiore
alla legge ordinaria come il diritto di sciopero (art. 40 Cost.), la libertà di manifestazione del pensiero
(art. 21 Cost.), tra cui il diritto di cronaca giornalistica.
c) Adempimento di un dovere: l’art 51 c.p. prevede che “l’adempimento di un dovere imposto da
una norma giuridica o da un ordine legittimo della pubblica Autorità esclude la punibilità”.
d) Legittima difesa: è la più tradizionale causa di giustificazione, che esprime il diritto di autodifesa in
situazioni di impossibilità di un efficace intervento pubblico. È soggetta a limiti stringenti e oggettivi, in
particolare quelli dell’attualità del pericolo e della necessità e proporzione della difesa. Nel 2006 si è
prevista l’ipotesi specifica per aggressione compiuta nel domicilio, che giustifica l’uso di armi
legittimamente detenute.
e) Uso legittimo delle armi: (art. 53 c.p.) scrimina i fatti di reato che scaturiscono dalla necessità di
respingere una violenza o di vincere una resistenza posta in essere da un privato rispetto all’azione di un
pubblico ufficiale. L’interpretazione conforme a Costituzione richiede anche in questi casi il rispetto dei
requisiti di attualità e proporzione.
f) Stato di necessità: la struttura dello stato di necessità, pur avendo elementi comuni alla legittima
difesa (attualità necessità e proporzione), se ne allontana sotto un duplice profilo. Da un lato prevede
che l’azione necessitata sia diretta nei confronti di un soggetto incolpevole, dall’altro restringe
l’operatività ai soli casi di pericolo di un grave danno alla persona, non alla tutela di un qualsiasi diritto.

3) Colpevolezza
Si configura oggi come una categoria complessa ,che non coincide più solo con l'elemento soggettivo del
reato (dolo o colpa), da taluni sistemi collocato anzi nella tipicità (azione colposa e azione dolosa).

è Imputabilità
È il primo presupposto per poter muovere un rimprovero:
§ Art 85 c.p.:“ nessuno può essere punito per un fatto preveduto dalla legge come reato, se, al
momento in cui lo ha commesso, non era imputabile”; un soggetto, perché sia imputabile, deve avere, nel
momento della commissione del fatto, la capacità di intendere e volere:
§ capacità di intendere: attitudine del soggetto a comprendere il significato del proprio
comportamento nella realtà che lo circonda;
§ capacità di volere: capacità del soggetto di controllare i propri impulsi e determinarsi
in conformità al proprio giudizio.
- In realtà il giudice non deve accertarla singolarmente, ma solo verificare che non vi siano cause di
esclusione o diminuzione dell’imputabilità, che sono tassativamente previste: la minore età, il vizio totale
di mente (se fosse solo diminuito importa una diminuzione di pena ma non esclude l’imputabilità, al pari
degli stati emotivi o passionale), l’intossicazione da alcool (l’ubriachezza accidentale o volontaria non
esclude invece l’imputabilità) o stupefacenti, ed il sordomutismo.

è Dolo
È la forma più comune d’imputazione soggettiva dei delitti, perché esprime il più intenso grado di
colpevolezza (come “volontà consapevole”)
- Art. 42 c.p., comma 2, ”Nessuno può essere punito per un fatto preveduto dalla legge
come reato se non l’ha commesso con dolo, salvi i casi di delitto preterintenzionale o
colposo espressamente preveduti dalla legge”

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- Art. 43, comma 1, c.p. ”Il delitto è doloso, o secondo intenzione, quando l’evento
dannoso o pericoloso, che è il risultato dell’azione od omissione e da cui la legge fa
dipendere l’esistenza del delitto, è dall’agente preveduto e voluto come conseguenza della
propria azione od omissione”.
- La struttura del dolo è composta da due elementi: la rappresentanza e la volontà. In
ogni caso l’oggetto dev’essere il fatto tipico. Tali elementi possono avere diversi gradi
d’intensità:
§ Dolo intenzionale: quando la realizzazione dell’evento è direttamente presa di
mira come scopo dal soggetto agente.
§ Dolo diretto: quando il soggetto non agisce al fine di commettere il reato ma
si rappresenta come certi gli elementi del fatto (o perlomeno altamente probabili)
fra cui in particolare la realizzazione dell’evento stesso.
§ Dolo eventuale: quando il soggetto non agisce al fine di commettere il reato,
ma si rappresenta la realizzazione del fatto in termini possibilità o rischio, che
accetta di correre, senza astenersi dalla condotta. Confina con la c.d. colpa
cosciente (art. 61, comma 3), in cui il fatto non deve essere voluto neppure
nell’intensità minima dell’accettazione del rischio, che il soggetto invece confida di
evitare.
§ Dolo specifico: non è realmente una forma di dolo ma una tecnica di
formulazione di singole fattispecie di parte speciale, che prevedono esplicitamente
un fine che il soggetto deve perseguire, ma che non deve realizzarsi come evento
perché il reato sia consumato (es. sequestro a scopo d’estorsione).

è Colpa
È una forma di imputazione eccezionale per i delitti, comune per le contravvenzioni.
- Art. 43, comma 3, c.p. ”il delitto è colposo, o contro l’intenzione, quando l’evento,
anche se preveduto, non è voluto dall’agente e si verifica a causa di negligenza o
imprudenza o imperizia, ovvero per inosservanza di leggi, regolamenti, ordini o discipline”.
- Si distingue quindi una colpa generica ed una colpa specifica:
§ Colpa generica: le regole di diligenza, prudenza o perizia hanno alla loro base
una concreta riconoscibilità del rischio e prevedibilità (da contrapporre alla
previsione effettiva che costituirebbe aggravante), nonché evitabilità dell’evento
che non deve essere voluto (salvo che per errore). Il giudizio di accertamento della
colpa si fonda su un parametro o standard oggettivo cautela. Tale misura oggettiva
è ricavabile da un modello di agente definito dall’appartenenza ad una determinata
cerchia sociale o professionale, individuata dal tipo di attività svolta (medico,
ingegnere, imprenditore, ecc.).
§ Colpa specifica: in questa seconda tipologia, la colpa consiste
nell’inosservanza di una regola cautelare “positivizzata” (cioè scritta), cioè posta
formalmente da una fonte giuridica generale ed astratta (come la legge o il
regolamento), o contenuta in un atto di normazione pubblica o privata (come le
discipline emanate da un datore di lavoro) o infine in un atto ad personam quindi
privo del carattere di generalità e astrattezza, come un ordine.

è Preterintenzione

- La preterintenzione è un criterio d’imputazione che ha natura eccezionale rispetto al


dolo. Riguarda un ristrettissimo numero di reati. Come dispone l’art.42 c.p., comma 2,
l’imputazione per il delitto preterintenzionale può avvenire soltanto nei casi previsti per
legge. L’art 43 c.p., comma 2° parte, stabilisce che il delitto “è preterintenzionale , o oltre
l’intenzione, quando dall’azione o omissione deriva un evento dannoso o pericoloso più
grave di quello voluto dall’agente”. In realtà i tratta di una forma di responsabilità oggettiva.

è Responsabilità oggettiva

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- Le ipotesi di responsabilità oggettiva sono quelle in cui la responsabilità per un
evento è addossata ad un soggetto a prescindere dall’elemento soggettivo (dolo, colpa o
preterintenzione) ma sulla base del puro nesso causale. A seguito della
costituzionalizzazione del principio di colpevolezza è da ritenere che siano illegittime se non
si possono interpretare se non presupponente uantomeno un requisito di colpa. Questi i
casi:

a) aberratio delicti: (art. 83 c.p.) se per errore o per altra causa, nel commettere un reato, si
cagiona un evento diverso da quello voluto, il colpevole risponde a titolo di colpa dell’evento
non voluto, quando il fatto è preveduto dalla legge come delitto colposo. Si pensi a Caio che
scaglia una pietra per infrangere il finestrino di un autoveicolo e ferisce un passante.
b) aberratio ictus: (art. 82 c.p.) se, invece od oltre alla persona alla quale l’offesa era diretta
viene offesa una persona diversa.
c) reato diverso da quello voluto dal compartecipe: l’art 116 c.p. disciplina l’ipotesi in cui in
caso di concorso di più persone l’illecito realizzato dall’esecutore sia diverso da quello
concordato, stabilendo la responsabilità a titolo di concorso del compartecipe anche per il reato
non voluto, purché questo fosse quantomeno prevedibile (es. rapina che sfocia in omicidio).
d) condizioni obiettive di punibilità: l’art 44 c.p. stabilisce che “Quando, per la punibilità del
reato, la legge richiede il verificarsi di una condizione, il colpevole risponde del reato, anche se
l’evento, da cui dipende il verificarsi della condizione, non è da lui voluto. La categoria sarebbe
incostituzionale, salvo valutare quelle intrinseche, ovvero che esprimono l’offensività tipica del
reato come evento che deve essere sorretto dal dolo (es. pubblico scandalo nell’incesto).

è Conoscibilità della legge penale

A seguito della sentenza 364/1988 C. Cost. è presupposto del rimprovero di colpevolezza la possibilità, sia
nei delitti colposi che dolosi, di conoscere il precetto penale, per cui l’errore od ignoranza inevitabile su di
esso scusa, in parziale deroga all’art. 5 c.p.

è Scusanti

- La scusante preclude il rimprovero di colpevolezza relativo al fatto in quanto delinea una situazione
eccezionale nella quale non si potrebbe oggettivamente esigere il rispetto della norma. Le singole ipotesi:
a) l’ordine illegittimo insindacabile: art 51 c.p.: “non è punibile chi esegue l’ordine illegittimo,
quando la legge non gli consente alcun sindacato sulla legittimità dell’ordine”.
b) l’erronea supposizione dell’esistenza di una scriminante: art 59 c.p.: “se l’agente ritiene per
errore che esistono circostanze di esclusione della pena, queste sono sempre valutate a favore di
lui. Tuttavia, se l’errore è determinato da sua colpa, la punibilità non è esclusa, quando il fatto è
preveduto dalla legge come delitto colposo” (“scriminante putativa”, vd. sopra).
c) lo stato di necessità: (vedi SCRIMINANTI ) è incerto se sia scriminante lo “stato di necessità
altruistico”, mentre si considera semplice scusante quello egoistico. Tale è sicuramente l’ipotesi
dell’esimente speciale nei delitti contro la giustizia (art. 384).

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MANIFESTAZIONE DEL REATO
Tentativo

- Il tentativo si ha quando l’agente intraprende la commissione della fattispecie delittuosa, ma non


riesce a portare a compimento il reato oppure desiste.
- Il reato si dice consumato quando si realizzano tutti gli estremi del fatto tipico, ovvero quando sono
presenti tutti gli elementi costitutivi, necessari e sufficienti per l’esistenza del reato. Si devono distinguere:
§ Perfezione (formale): il reato viene ad esistenza nel suo contenuto minimo, ma è ancora in
grado di aumentare il proprio livello di offensività (es. reati di attentato);
§ consumazione materiale: con essa il reato, già perfetto nei suoi requisiti formali, raggiunge
la massima gravità offensiva.
- Il problema sta nel definire la soglia di punibilità senza colpire la mera fase ideativa o preparatoria
non ancora pericolosa. L’art. 56 richiede pertanto due requisiti oggettivi degli atti, non ancora tipici, ma
che devono essere idonei (secondo un criterio probabilistico) e univocamente diretti (quindi prossimi alla
consumazione).
- L’art 56 c.p. dà rilievo alla desistenza volontaria che determina la non punibilità (tentativo
incompiuto), mentre nel caso di semplice recesso attivo (tentativo compiuto, in cui però l’evento non si
verifica) applica una semplice attenuante.

Concorso di persone

- Il reato può essere commesso dal singolo individuo (reato monosoggettivo), o da più individui
(reato plurisoggettivo). Si distingue se è la stessa fattispecie incriminatrice a richiederlo (concorso
necessario) o se è solo un’eventualità.
- L’art. 110 c.p. prevede semplicemente che quando più persone concorrono nel medesimo reato,
ciascuna di essa soggiace alla pena per questo stabilità. Non specifica perciò i requisiti per la punibilità che
si ricavano dall’art. 40 (necessità di contributo causale) e dai principi generali (necessità di imputazione
dolosa). Pertanto si ritiene che occorrano questi quattro requisiti:
1. Pluralità di agenti, anche se in concreto non tutti punibili o imputabili;
2. Realizzazione da parte di almeno uno di essi (o in cooperazione) di una fattispecie tipica;
3. Contributo causale che può essere di tipo morale (istigazione o determinazione) ovvero
materiale (ausilio, agevolazione, complicità in genere). Non occorre che sia una condicio sine qua
non per la commissione del reato, ma va apprezzato nel complessivo piano criminoso;
4. Dolo di partecipazione, che oltre alla rappresentazione del fatto tipico richiede comunque
la volontà di cooperare.
- Vi sono speciali circostanze aggravanti per il concorso (numero di persone, promotori/organizzatori,
ecc.) nonché due attenuanti (contributo di minima importanza e subire la determinazione altrui).
- Le circostanze soggettive di cui all’art. 118 e quelle di esclusione della pena (scusanti) si applicano
solo a colui cui si riferiscono; quelle oggettive hanno effetto per tutti (art. 119 c.p.; ad es. scriminanti);
- Vi sono ipotesi speciali per chi ha voluto un reato diverso da quello poi realizzato (art. 116 c.p., vedi
sopra) e per chi concorre nel reato proprio senza avere la qualifica (risponde solo se il fatto era comunque
reato comune: art. 117, oltreché se era a conoscenza dell’altrui qualifica secondo i principi generali)

Circostanze del reato

- Le circostanze incidono esclusivamente sulla pena principale, la quale viene modificata, da un punto
di vista quantitativo o da un punto di vista qualitativo, sostituendo la pena originaria con una di specie
diversa.
- Si distinguono tra aggravanti (art. 61) e attenuanti (art. 62, 62bis per le attenuanti generiche), e
altre possono essere previste nella parte speciale.
- Si imputano oggettivamente le attenuanti; le aggravanti devono essere invece conosciuti o
conoscibili (art. 59, comma 2).
- Sono soggette ad un giudizio di bilanciamento da parte del giudice se eterogenee tra loro (art. 69).

11
LE CONSEGUENZE DEL REATO

- Commisurazione della pena:

Per attuare il principio di individualizzazione della sanzione, che risponde oggi alla previsione costituzionale
della personalità e della finalità rieducativa, è molto importante il corretto esercizio della discrezionalità da
parte del giudice in sede di concreta commisurazione della pena, che non può essere predeterminata in
misura fissa ed astratta soltanto dalla legge.
L’art.133 c.p. viene valorizzato come direttiva per il giudice che deve al riguardo motivare.
In base all’art.133 c.p., prima parte, la gravità del fatto deve essere desunta:
1. dalla natura, dalla specie, dai mezzi, dall’oggetto, dal tempo, dal luogo e da ogni altra modalità
dell’azione;
2. dalla gravità del danno o del pericolo cagionato alla persona offesa dal reato;
3. dall’intensità del dolo o dal grado della colpa.
L’ulteriore criterio di valutazione che fa riferimento alla capacità a delinquere dell’autore del reato riguarda
la personalità del reo e contempera il criterio incentrato sul fatto di reato. In base all’art 133 c.p., seconda
parte, tale requisito soggettivo deve desumersi:
1. dai motivi a delinquere e dal carattere del reo;
2. dai precedenti penali e giudiziari e, in genere, dalla condotta e dalla vita del reo, antecedenti al
reato;
3. dalla condotta antecedente, contemporanea o susseguente al reato;
4. dalle condizioni di vita individuale, familiare e sociale del reo.

- Alla commissione di un reato corrispondono pene principali (ergastolo: consiste nella detenzione
perpetua e rappresenta la pena più grave prevista nel nostro ordinamento; reclusione: è una pena
detentiva temporanea prevista per i delitti; si estende dai 15 giorni ai 24 anni ed è scontata in uno degli
stabilimenti a ciò destinati; multa: è la pena pecuniaria per i delitti e consiste nel pagamento allo Stato di
una somma non inferiore a euro 50 né superiore a euro 50.000, ma può essere anche proporzionale al
reddito (art. 27); arresto: è una pena detentiva temporanea prevista per le contravvenzioni; si estende da
5 giorni a 3 anni, ed è scontato in uno degli stabilimenti a ciò destinati; ammenda: è una pena pecuniaria
e consiste nel pagamento allo Stato di una somma non inferiore a euro 20 né superiore a euro 10.000) e
pene accessorie, che devono essere specificamente previste e tendono a impedire attività che possono
essere occasione di reati simili (es. interdizione dai pubblici uffici)

- Il giudice di cognizione può in alternativa applicare pene sostitutive delle pene detentive (legge
689/1981): semidetenzione, comporta l’obbligo di trascorrere almeno 10 ore al giorno in un apposito
istituto penitenziario; libertà controllata, configura una limitazione della libertà di circolazione del
condannato e consiste nel divieto di allontanarsi dal comune di residenza dovendosi presentare almeno
una volta al giorno presso un ufficio di pubblica sicurezza; pena pecuniaria, può sostituire le pene
detentive fino a sei mesi, viene disposta nella specie corrispondente alla pena detentiva sostitutiva.

- Il giudice di sorveglianza può poi applicare le misure alternative alla detenzione (legge
dell’Ordinamento Penitenziario):
a) L’affidamento in prova al servizio sociale: può essere disposta nei confronti dei condannati a pena
non superiore a 3 anni. Per un periodo pari a quello della pena detentiva da scontare, il condannato,
sottoposto ad una serie di obblighi e divieti, viene affidato ad un servizio sociale, che svolge funzioni di
controllo ed aiuto, al di fuori di istituti penitenziari. Se non intervengono cause di revoca del regime di
prova, si estingue la pena e viene meno ogni effetto penale della condanna.
b) La detenzione domiciliare: può essere concessa ad un condannato in presenza delle seguenti
condizioni:
a. che abbia superato i settant’anni d’età;
b. che non sia stato dichiarato delinquente abituale, professionale o per tendenza né sia stato
mai condannato con l’aggravante della recidiva;

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c. che non sia stato condannato per delitti contro la personalità individuale, violenza sessuale,
atti sessuali con minorenni, violenza sessuale di gruppo.
c) La semilibertà: il condannato trascorre la maggior parte della giornata in un istituto di pena con
licenza di uscire per il tempo necessario ai fini della partecipazione ad attività lavorative, istruttive o
comunque utili al reinserimento sociale. In questa fase egli è comunque sottoposto alle prescrizioni
stabilite dal tribunale di sorveglianza.
d) La liberazione anticipata: questo istituto comporta una detrazione di quarantacinque giorni per ogni
semestre di pena scontata a beneficio del condannato a pena detentiva che abbia dato prova di
partecipare al programma rieducativo.

- Cause di estinzione del reato:

a) La morte del reo prima della condanna;


b) La prescrizione del reato: opera quando dalla commissione del fatto criminoso sia decorso, senza che
sia intervenuta sentenza irrevocabile, un periodo di tempo (in linea di principio proporzionato alla gravità
del reato) tale per cui l’ordinamento giuridico perde l’interesse alla persecuzione del reato commesso;
a) L’amnistia propria: è un provvedimento generale ed astratto, mediante il quale lo Stato rinuncia a
punire determinate tipologie di reati, che si applica prima che intervenga sentenza irrevocabile; era
espressione di potere di clemenza attribuito al Presidente della Repubblica, che poteva emanare il
provvedimento di clemenza in forza di una legge di delegazione del Parlamento. In seguito alla
riformulazione dell’art. 79, comma 1, Cost., la sua adozione è riservata in via esclusiva al Parlamento, che
lo concede con legge approvata a maggioranza dei due terzi dei componenti di ciascuna Camera;
c) La sospensione condizionale della pena: consiste nell’ordine del giudice che l’esecuzione della pena
inflitta resti sospesa per un certo termine, decorso il quale, se il condannato non ha commesso un reato
della stessa indole ed ha adempiuto agli obblighi impostigli, il reato è estinto. La sospensione condizionale
della pena configura un rimedio contro gli effetti negativi delle pene detentive brevi;
d) La remissione di querela: si tratta di una causa estintiva limitata ai delitti punibili a querela, esclusi i
casi in cui la querela sia irrevocabile (es. reati sessuali);
e) L’oblazione nelle contravvenzioni: è una causa estintiva dei reati contravvenzionali che se puniti con
la sola pena dell’ammenda è un diritto dell’imputato, altrimenti è soggetta a condizioni valutate dal
giudice. Essa consiste nel pagamento di una somma di denaro ragguagliata al massimo dell’ammenda
comminata dalla legge;
f) Il perdono giudiziale: è una causa estintiva del reato riguardante i soli soggetti minori imputabili,
ovverosia coloro che al momento della commissione del fatto abbiano compiuto i quattordici anni ma non
i diciotto.

Non estinguono comunque quelle conseguenze civili del reato (restituzione, risarcimento, ecc.)

- Cause di estinzione della pena:

b) La morte del reo;


c) L’amnistia impropria: presenta i medesimi contenuti della amnistia propria, l’unica differenza è che
l’amnistia impropria interviene dopo la sentenza definitiva di condanna;
d) La prescrizione della pena;
e) L’indulto: era espressione di clemenza sovrana, ora regolamentato nelle stesse forme dell’amnistia;
f) La grazia: è un provvedimento di clemenza individuale, che si applica ad uno o più condannati
determinati, la cui concessione resta riservata al Presidente della Repubblica;
g) La non menzione della condanna nel certificato del casellario giudiziale rilasciato ai privati: il
casellario giudiziale consente di ricostruire la storia personale del condannato nei suoi rapporti con la

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giustizia penale. La finalità dell’istituto è di evitare effetti di stigmatizzazione sociale che possono
compromettere le possibilità di lavoro;
h) La liberazione condizionale: configura una causa sospensiva di una parte della pena principale
inflitta, a cui fa seguito l’estinzione di tale pena nel caso in cui il condannato superi la prova;
i) La riabilitazione: è una causa estintiva delle pene accessorie e di ogni altro effetto penale della
condanna. La funzione è quella di favorire il reinserimento sociale del condannato

MISURE DI SICUREZZA

- Il codice Rocco, cercando un compromesso tra Scuola Classica e Scuola Positiva, ha adottato il
sistema del doppio binario, affiancando alle pene che presuppongono imputabilità e colpevolezza del
condannato, le misure di sicurezza che invece possono prescinderne, mirando piuttosto a prevenire la
pericolosità sociale di soggetti che abbiano comunque commesso un fatto previsto come reato (art. 202).
- La pericolosità sociale, che non può mai essere presunta, è definita come “probabilià di
commissione di nuovi fatti di reato e si desume discrezionalmente dalle circostanze ex art. 133 c.p.
- Si distinguono in personali (detentive o non detentive) o reali;
- Quelle personali non hanno un termine massimo di durata ma solo minimo con periodico riesame
poi della pericolosità, il cui venir meno soltanto può farle cessare.
- Sono misure di sicurezza detentive l’assegnazione ad una colonia agricola o ad una casa di lavoro; il
ricovero in una casa di cura o di custodia; il ricovero in un ospedale psichiatrico giudiziario; il ricovero in
un riformatorio giudiziario. Sono misure di sicurezza non detentive la libertà vigilata; il divieto di
soggiorno in uno o più comuni, o in una o più province; il divieto di frequentare osterie e pubblici spacci
di bevande alcoliche; l’espulsione dello straniero dallo Stato.
- Sono misure di sicurezza reali la confisca (che oggi presenta molte ipotesi speciali per gravi reati
specie di criminalità organizzata) e la cauzione di buona condotta, pressoché desueta.

ESECUZIONE PENALE
- L'esecuzione penale si occupa dell’attuazione pratica della pena comminata dal giudice di
cognizione, sia che si tratti di pena detentiva che di pena pecuniaria. In questa parte abbiamo
sommariamente analizzato i meccanismi tecnici che accompagnano il condannato dalla sentenza di
cognizione fino all’entrata in carcere e fino all’espiazione della pena.
- Concerne le attività successive alla formazione del giudicato.
- Si tratta innanzitutto delle attività volte a dare concreta attuazione al comando contenuto nel dispositivo
della decisione penale appena divenuta definitiva.
- Ma non solo: spesso risulta necessario rideterminare o modificare la pena, o ancora rimettere in
discussione il giudicato ed, in generale, possono porsi questioni sul titolo esecutivo o sull’esecuzione della pena;
- Ancora e non meno importante: questa è la sede migliore per l’attuazione dei principi costituzionali che
concernono l’umanizzazione della pena e l’adeguatezza al fine rieducativo: è durante la fase esecutiva che
vengono adottate le misure utili ad adeguare il trattamento penitenziario alle effettive esigenze e prospettive di
recupero del condannato.
- Dovendosi quindi prevedere “garanzie di giurisdizionalità nella fase dell’esecuzione, con riferimento ai
provvedimenti concernenti le pene e le misure di sicurezza” (direttiva 96 lg 81/1987, legge delega per il nuovo
Codice di procedura penale), è stata predisposta una disciplina che, da un lato, affida al pubblico ministero il
compito di promuovere e curare l’esecuzione della decisione e, dall’altro, assicura la presenza continua di un
organo giurisdizionale che adotti le decisioni della fase esecutiva (il giudice dell’esecuzione).

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La chiusura della fase cognitiva e la irrevocabilità del provvedimento

- Con la conclusione della fase cognitiva il provvedimento del giudice diviene definitivo (res iudicata est).
- Solo allora potrà essere eseguito il comando del giudice, che diviene titolo esecutivo. Fino a quel
momento cioè l’esecuzione del provvedimento è sospesa.

Effetto preclusivo del giudicato: il divieto di un secondo giudizio

- L’effetto tipico della res iudicata penale è quello di precludere la possibilità che nei confronti del soggetto
giudicato possa nuovamente instaurarsi un procedimento penale per lo stesso fatto: ne bis in idem. L’art. 649,
comma 1, c.p.c., dispone, in tal senso, che “ l’imputato prosciolto o condannato con sentenza o decreto penale
divenuti irrevocabili non può nuovamente essere sottoposto a procedimento penale per il medesimo fatto,
neppure se questo viene diversamente considerato per il titolo, per il grado o per le circostanze”.

L’esecuzione dei provvedimenti giurisdizionali: le funzioni del pubblico ministero

- Le attività esecutive sono, di massima, attività di mera ottemperanza al comando contenuto nel dispositivo
della decisione irrevocabile e, in quanto tali, hanno natura essenzialmente amministrativa e non
giurisdizionale.
- Il pubblico ministero: propone le sue richieste al giudice competente per intervenire in tutti i procedimenti
di esecuzione, cura l’esecuzione dei provvedimenti, non appena gli perviene l’estratto della decisione
divenuta definitiva, verificando innanzitutto che il provvedimento sia concretamente eseguibile (ad
esempio, non lo sarebbe la condanna a pena condizionalmente sospesa). Dovendosi eseguire una pena
detentiva, il pubblico ministero emette l’ordine di esecuzione, con il quale dispone la carcerazione del
condannato. Cura inoltre l’esecuzione delle misure di sicurezza, delle pene pecuniarie, e delle altre
sanzioni pecuniarie, delle sanzioni sostitutive e delle pene accessorie.

Le attribuzioni di compiti giurisdizionali: il giudice dell’esecuzione

- Durante l’intera fase esecutiva, a richiesta del pubblico ministero, dell’interessato o del difensore, o
d’ufficio nei casi previsti, interviene il giudice d’esecuzione. È competente a conoscere dell’esecuzione di un
procedimento il giudice che ha deliberato il provvedimento da eseguirsi. Spetta al giudice dell’esecuzione anche
il compito di risolvere il conflitto pratico di giudicati, individuando la decisione eseguibile in caso di violazione del
divieto di ne bis in idem e revocando il giudicato “ incompatibile”.

15
TROPPI CORPI, POCO SPAZIO.
Proseguiamo il nostro viaggio dandovi un'idea di quali siano i numeri delle carceri, e di come essi influenzino
giorno dopo giorno la vita delle persone che vi stanno dentro. Tramite questo spaccato di “vita quotidiana”
cerchiamo di renderci conto di quanto i principi costituzionali siano rispettati in luoghi “di diritto”; cerchiamo
inoltre di capire se e perché le classi sociali meno abbienti siano le più rappresentate in carcere.

I dati che vi stiamo per elencare sono tratti da: relazione annuale dell'ass.Antigone; rapporto dei sindacati
degli agenti carcerari; dati del dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria; archivio del notiziario di
Ristretti Orizzonti.

In cella si trascorrono mediamente 20 ore al giorno. La capienza delle celle è minore rispetto all'effettivo
numero di detenuti(l'indice di sovraffollamento è del 53%,gli istituti penitenziari ospitano 23.833 detenuti in
più rispetto alla capienza regolamentare),per cui diventa difficile riuscire a stare in piedi negli spazi non
occupati dalle brande. Il risultato è che si scrive, si legge, spesso anche si mangia,restando a letto.
La mancanza di spazio fa sì che le aree di socializzazione e le aule ricreative,considerate parte integrante dei
programmi rieducativi per i detenuti, siano convertite in celle. Questo fattore,unito alla più alta promiscuità
dei detenuti che il sovraffollamento comporta, induce ad una maggiore conflittualità tra gli stessi. Gli
episodi di violenza nelle carceri sono sempre più frequenti, soprattutto tra esponenti di etnie differenti o di
gang locali finalizzate al traffico di stupefacenti. L'alto tasso di detenuti non sempre permette una divisione
di spazio tra essi. Anche l’ora d’aria si trascorre in luoghi sovraffollati, vengono così meno anche quelle
limitate attività fisiche che aiuterebbero ad allentare la tensione e rendere più umano il soggiorno in cella.
Uno dei metodi utilizzati in queste situazioni è quello di tenere di giorno le celle aperte all'interno delle
sezioni. Vi sono però le cosiddette "sezioni a regime speciale" in cui questo non può avvenire.
Spesso vi è difficoltà da parte del personale amministrativo nel dividere i detenuti in base alla loro posizione
giuridica; il risultato è che delle persone cui di diritto spetterebbe un regime penitenziario più leggero, si
trovano a vivere a contatto e nelle stesse condizioni di chi è stato per legge sottoposto ad un regime più
duro. Le conseguenze negative sono ovvie, soprattutto se immaginiamo l'impatto emotivo che un luogo
come il carcere può avere su un giovane alla sua prima detenzione.
Un gran numero di detenuti viene trasferito dalle carceri delle grandi città nelle carceri dei piccoli centri: si
tratta maggiormente di stranieri e di persone con meno legami familiari,che vengono così sradicati dalla
rete di rapporti positivi che si erano personalmente creati nel periodo della detenzione.
Ultimamente questo accade anche per persone che hanno famiglia,fattore dovuto al sovraffollamento. Il
trasferimento ha sovente luogo anche per persone in attesa di giudizio che, per subire il processo,
dovranno essere nuovamente trasferite nel carcere della zona in cui erano state arrestate.
Il personale penitenziario è drasticamente minore in numero rispetto alla popolazione detenuta,questo
comporta una riduzione consistente del rapporto sociale che tra essi si può instaurare, anche nei confronti
del personale educativo e sanitario con conseguenze gravi per la vita ordinaria di tutto il carcere.
Tutti i tempi di attesa sono dilatati (colloqui e telefonate con la famiglia, educatori, accesso al lavoro,
accesso alla formazione, colloquio con i magistrato di sorveglianza, colloquio con i volontari, …);.
Il vitto a volte è scarso e di bassa qualità: i detenuti normalmente sopperiscono cucinando in cella generi
alimentari che ricevono dall’esterno o che acquistano allo spaccio interno. Ovviamente per i detenuti
poveri,i senza famiglia e i senza tetto, l’unico vitto è quello del carcere. (La spesa prevista per il vitto di un
detenuto per un giorno intero è di 3,15 euro). Aumentano le richieste di vestiti e generi per l’igiene
personale, che dovrebbero essere garantite dall’amministrazione penitenziaria, a causa della presenza di
un’alta percentuale di detenuti che non hanno risorse economiche e la famiglia all’esterno.
A causa dei numerosissimi ingressi l’accoglienza dei nuovi giunti non è curata adeguatamente. Il materiale
che viene dato ad ogni detenuto dall’amministrazione penitenziaria all’arrivo (carta igienica, posate, ciotola
e brocca di plastica, generi per l’igiene personale, lenzuola e coperte) a volte è carente e non viene rifornito
regolarmente durante la detenzione.

16
Perdita della residenza
Per gli stranieri, molti dei reati, ovvero tutti quelli previsti dall’art 380 e 381 del Codice di Procedura Penale
anche con condanne non definitive, provocano la decadenza del Permesso di Soggiorno per chi ne era in
possesso e l’impossibilità di ottenerlo e rinnovarlo.
I detenuti privi del Permesso di Soggiorno senza una fissa dimora e quindi sprovvisti di una residenza
anagrafica, che richiedono di essere accolti nelle Comunità Terapeutiche non possono essere ospitati. Non
avendo un legame con il territorio non è per loro consentito accedere alla copertura finanziaria delle ASL.
Poter ottenere la residenza presso la struttura penitenziaria dove si è ristretti potrebbe agevolare
l’organizzazione di percorsi in vista del rieducazione e del trattamento.
Per i detenuti tossicodipendenti poter scontare la parte finale della pena seguendo un programma presso
comunità terapeutiche darebbe una maggiore possibilità di pieno inserimento nella società e
parallelamente un alleggerimento del sovraffollamento delle carceri. Non avere la residenza crea problemi
per il riconoscimento dei figli e per poter contrarre matrimoni. Per i senza fissa dimora all’uscita del carcere,
non avere la residenza, vuol dire non poter avere l’iscrizione al SSN e di conseguenza non avere un medico
di base e le medicine gratuite. Alcuni detenuti malati, internati negli OPG (Ospedale Psichiatrico Giudiziario)
e senza appoggi familiari all’esterno, nonostante possano essere dimessi, restano in misura di
sicurezza perché non avendo la residenza non ottengono la presa in carico da parte delle ASL e dei Servizi
Sociali.

I tossicodipendenti in carcere
A quattro anni dalla sua entrata in vigore, la legge 49/2006 sulle tossicodipendenze mostra uno dei
principali effetti sul sistema penitenziari. Il numero dei tossicodipendenti in carcere è rilevante e in crescita -
nel 2009 è di 15.835 unità, il 24 % del totale (tra questi gli immigrati con problemi di tossicodipendenza, si
stima che siano più di 6000) - mentre il meccanismo di presa in carico da parte del sistema delle misure
alternative è di poco superiore alle 1.200 unità. Dal 2006 con l’indulto sono tornati in libertà i detenuti
ristretti nelle carceri e un gran numero di detenuti che erano in affidamento presso le comunità
terapeutiche.
Da allora i posti lasciati liberi nelle comunità terapeutiche sono stati occupati da tossicodipendenti non in
stato di detenzione. Di fatto quindi i detenuti tossicodipendenti che accedono alle misure alternative dal
2006 registrano un forte calo anche perché problemi legati a mancati finanziamenti hanno portato alla
chiusura di un certo numero di strutture sul territorio per tossicodipendenti detenuti.
Le lungaggini nelle procedure hanno reso sempre più difficile completare l’iter per ottenere l’affidamento. I
provvedimenti legislativi della Legge ex-Cirielli sulla recidiva negano la possibilità di accedere alle pene
alternative ad un certo numero di detenuti.
I detenuti immigrati, privi del Permesso di Soggiorno, quindi quasi la totalità e le persone senza una fissa
dimora, sprovvisti di una residenza anagrafica che richiedono di essere accolti nelle Comunità Terapeutiche
non possono essere ospitati. Non avendo un legame con il territorio non è per loro consentito accedere alla
copertura finanziaria delle ASL. Il tesserino per l’assistenza sanitaria per persone straniere senza documenti
STP (Straniero Temporaneamente presente) non copre le spese per l’ingresso nelle Comunità Terapeutiche.
Negli istituti di detenzione dove è presente un SERT che agisce al suo interno è offerta la possibilità, durante
la detenzione, di intraprendere un percorso di disintossicazione dalle sostanze stupefacenti. Certo, liberarsi
dalla dipendenza fisica è un passo importante per il recupero dalla tossicodipendenza, ma il recupero pieno
è quello che può avvenire seguendo i programmi di riabilitazione svolti dalle Comunità Terapeutiche.
Dall’aprile 2008 è entrata in vigore la legge che trasferisce per i detenuti le competenze sanitarie dal
Ministero della Giustizia al Ministero della Salute attraverso il Servizio Sanitario Nazionale. Questa legge è
un passo importante per offrire a tutti, compresi i detenuti, di accedere al Servizio Sanitario Nazionale. Ma
questo trasferimento di competenze al momento ha reso molto più difficile, se non impossibile, per i
detenuti stranieri e gli italiani più poveri ad accedere a questi programmi terapeutici. La conseguenza è
quella che i tossicodipendenti che necessitano di interventi socio-sanitari per il loro pieno recupero
scontano la pena fino all’ultimo giorno tra le mura del carcere e non avendo goduto di interventi adeguati
sono molto più soggetti ad essere recidivi. Tutto questo è un fattore che contribuisce in modo rilevante alla
realtà del sovraffollamento in costante aumento nelle carceri italiane.

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Morti e suicidi in carcere negli ultimi 10 anni
Deceduti Suicidi
2000 165 61
2001 177 69
2002 160 52
2003 157 57
2004 156 52
2005 172 57
2006 134 50
2007 123 45
2008 142 46
2009 175 72
2010 53 18
Tot 1.614 579
Secondo un'inchiesta dell'associazione "Il detenuto ignoto",www.ildetenutoignoto.com, esiste una stretta
connessione tra il sovraffollamento e il suicidio in carcere.
Lo scenario che vi abbiamo appena mostrato è un chiaro esempio del malfunzionamento della struttura
penitenziaria nazionale. L'Italia, comunque, è sempre stata caratterizzata dalla capillare presenza di
associazioni umanitarie che operano all'interno di realtà difficili e poco attenzionate dal dibattito politico.

200
180
160
140
120
100 suicidi
deceduti
80
60
40
20
0
2000 2001 2002 2003 2004 2005 2006 2007 2008 2009

18
QUESTIONE DI NUMERI

(al 4 ottobre 2010) I detenuti in Italia sono 68.749, cifra mai registrata nella storia penitenziaria del Pese:
nelle oltre 200 carceri italiane, è stata abbondantemente superata la capienza regolamentare. L’eccesso di
presenze è del 53,3% rispetto alla capienza prevista.
Nella top ten delle regioni d’Italia dove le celle scoppiano, c’è l’Emilia Romagna, con un indice di
affollamento dell’85,7% (4.444 detenuti presenti contro una capienza prevista di 2.393 unità). Seguono la
Puglia con un indice dell’80,9% e il Veneto con il 71,6. A respirare è invece la Sardegna, che a fronte di una
capienza di 1.970 detenuti ne contava qualche giorno fa, 2.368 (+20,2%). Meno affollate anche le carceri del
Molise (481 detenuti per 354 posti previsti) e Lazio (6.345 a fronte di 4.614 posti). E negli istituti di Trentino
Alto-Adige (48,8% l’indice di affollamento) e della Basilicata (46,3%) si sta più stretti che in quelli della
Campania (39,5%).
Ma a portare la maglia nera dell’istituto dove si sta più stretti, è il carcere di Caltagirone (Catania), dove a
fronte di una capienza regolamentare di 75 persone, si trovano ora in 302: qui l’indice di sovraffollamento è
del 302,6%. Seguono il carcere di Mistretta (Messina) con il 175%, Lamezia Terme (Catanzaro) con il 173%
Piazza Armerina (Enna) con il 160% e Busto Arsizio (Varese) con 158%. Dati diffusi nel dettaglio dalla Uil
penitenziari.

Profilo penale dei detenuti: il 30% dei detenuti è dietro le sbarre per aver commesso reati contro il
patrimonio: furti, rapine, truffe ed episodi di riciclaggio, ricettazione, estorsione e usura che nel
quadriennio preso in esame sono stati oltre 342mila; al secondo posto, i reati riguardanti la violazione della
legge sulle armi (16,8%), nel dettaglio 192.762 casi commessi dal 2006 al 2010. Molto “gettonati” anche lo
spaccio e l’uso di stupefacenti, i reati contro la persona, dall’omicidio alle lesioni, fino ai casi di omissione di
soccorso, ingiuria e diffamazione: il 15% è finito in cella per questi delitti. Più in fondo alla classifica, trovano
posto i reati contro la fede pubblica (4,1%), contro la pubblica amministrazione (3,4), amministrazione della
giustizia (2,9%), associazione mafiosa (2,7%). In totale, dal 2006 a oggi, i reati commessi da chi è finito
dietro le sbarre sono stati 1.127.316.

reati contro il patrimonio


reati legati agli stupefacenti
violazione legge sulle armi
reati contro la persona
reati contro la fede pubblica
reati contro la pubblica
amministrazione
reati contro l'amministrazione
della giustizia
reati di associazione mafiosa

19
Posizione giuridica dei detenuti: Dei quasi 69mila reclusi, poco più di 37mila hanno avuto una condanna
definitiva:14.724 sono ancora in attesa del primo giudizio, 7.962 sono imputati appellanti, 4.978 i ricorrenti,
1.704 quelli con più reati a carico. E ancora, sono 1830 gli internati, e 71 i detenuti che si trovano in una
situazione ancora transitoria (ovvero, quei soggetti per i quali è momentaneamente impossibile inserire
nell’archivio informatico lo stato giuridico, in quanto non sono ancora disponibili tutti gli atti ufficiali
necessari). Nel dettaglio, i condannati all’interno delle Case di Reclusione sono circa 9.400, contro gli oltre
27.500 delle Case circondariali e i 163 degli Istituti per le misure di sicurezza (ospitanti i detenuti in attesa di
giudizio). Gli imputati, in attesa di condanna definitiva, delle Case di reclusione sono 1.542 contro i 27.720
delle Case circondariali e i 106 degli Istituti per le misure di sicurezza.
Detenuti stranieri:A rendere ancora più critiche le precarie condizioni portate dal sovraffollamento, i
detenuti stranieri. Quasi 25mila, secondo le statistiche del Dap: di questi, la metà ha avuto una condanna
definitiva, 5.785 è in attesa del primo giudizio e 12.368 è ancora nella condizione di imputato. È la
Lombardia a ospitare il maggior numero di detenuti stranieri nei suoi istituti (4.039), seguita da Piemonte
(2514), Lazio (2.391), Toscana (2.349) e Emilia Romagna (2.269). Mentre in casi come il Molise e la
Basilicata, superano di poco le 80 unità.
Il 51,5% (12.868), quindi oltre la metà, proviene dai Paesi dell’Africa, molti dei quali dal Marocco (oltre
5.200) e dalla Tunisia (oltre 3.100). Predominano anche nazionalità europee, che caratterizzano il 37,22%
della popolazione straniera dietro le sbarre: su 9.298, circa la metà è cittadino Ue, 2908 (11,64%) viene
dall’Albania, un migliaio dai Paesi dell’Ex Jugoslavia e 648 da altri Paesi d’Europa. In minoranza invece gli
asiatici (5,23% sul totale) e gli americani (5,94%) quasi tutti del Sud America

BOLOGNA
Casa circondariale di Bologna Dozza-Popolazione carceraria: Numero presenti: 1177, di cui 1089 uomini e
88 donne
al 4/10/2010
capienza regolamentare: 483; tollerabile: 882.
Grave situazione di sovraffollamento, popolazione detenuta quasi tre volte superiore alla capienza
regolamentare.
Profilo penale detenuti: I reati più rappresentati in istituto sono quelli relativi alla normativa sugli
stupefacenti (detenzione e spaccio ex art. 73 DPR 309/90), per cui sono detenuti 490 stranieri e 142 italiani;
a seguire le rapine (art. 628 CP) per cui sono detenuti 92 stranieri e 143 italiani; le lesioni personali (art. 582
CP) per cui sono detenuti 93 stranieri e 62 italiani; i furti (art. 624 CP) per cui sono detenuti 67 stranieri e 88
italiani; gli omicidi (art. 575 CP) per cui sono detenuti 36 stranieri e 63 italiani; le ricettazioni (art. 648 CP)
per cui sono detenuti 34 stranieri e 61 italiani; e l’associazione a delinquere finalizzata allo spaccio di
sostanze stupefacenti (art. 74 DPR 309/90) per cui sono detenuti 48 stranieri e 23 italiani.
Posizione giuridica dei detenuti:Al novembre 2009 vi sono circa 395 detenuti la cui posizione giuridica è
ormai definitiva, laddove nel 2008 ve ne erano una media di 340 (compresi quelli in posizione giuridica
mista). I detenuti in attesa di giudizio sono 772 (287 imputati; 399 appellanti; 86 ricorrenti). I detenuti in
posizione mista 69.
Il carcere di Bologna ha un turnover molto elevato di detenuti (attorno ad una media di 4.000 per anno), su
cui incide ovviamente l’elevata percentuale di detenuti in custodia cautelare presenti nella struttura
Detenuti stranieri: La presenza di cittadini extracomunitari è molto elevata, anche se attualmente la loro
incidenza è scesa al 64%, un dato sicuramente in diminuzione rispetto al 2008 (quando si era arrivati al
70%).Ben 53 le nazionalità censite. Ad ogni modo le nazionalità più rappresentate sono: Marocco; Tunisia;
Romania; Algeria; Albania; Nigeria.
Circa 290 sono i detenuti tossicodipendenti, quasi i 2/3 della popolazione detenuta totale, ubicati al primo
piano della sezione circondariale.

20
DATI ITALIA 1990-2010
Popolazione detenuta
1990 29133
1991 35469
1992 47316
1993 50348
1994 51165
1995 46908
1996 47709
1997 48495
1998 47811
1999 51814
2000 53165
2001 55275
2002 55670
2003 54237
2004 56068
2005 59523
2006 39005
2007 48693
2008 58127
2009 65067
2010 68749

PROVENIENZA
Italiani 42.288 62,9% Stranieri 24.983 37,1%
Donne 2.963 4,4% Uomini 64.271 95,6%

donne
stranieri
uomini
detenuti
italiani
detenuti

64277

SITUAZIONE GIURIDICA
In attesa di 1° giudizio 15.136 22,5
In Appello 8.176 12,1
Ricorsi in Cassazione 4.928 7,4
In attesa di definizione 1.748 2,6

21
Totale in attesa di giudizio 29.988 44,6
Condannati definitivi 35.272 52,4

Condannati in attesa di
definitivi primo giudizio
Totale in in appello
attesa di cassazione
giudizio in attesa di
definizione

In ospedale psichiatrico 1.825 2,8


Situazione transitoria 1862 0,2

ALCUNE DELLE CARCERI PIU' SOVRAFFOLLATE


Milano - San Vittore 1.460 (capienza 930) + 57%
Bologna – Dozza 1.184 (capienza 494) + 139%
Roma - Rebibbia Nuovo Complesso 1.674 (capienza 958) +78,5%
Napoli - Poggioreale 2.690 (capienza 1385) +94,2%
Palermo - Ucciardone 720 (capienza 522) +37,9%

3000

2500

2000

1500

1000

500
capienza regolamentare
detenuti effettivi
0
Bologna,Dozza Napoli,Poggioreale
Milano,San Vittore Roma,Rebibbia Palermo,Ucciardone

22
Carcere: “Porta girevole”
Il numero degli ingressi in carcere in un anno è molto elevato e in costante crescita dal
2001
92.900 ingressi nel 2008
nel I° semestre 2009, 45.447 7
Il 50 % dei detenuti ha una permanenze in carcere inferiore a 11 giorni. 2/3
dei detenuti in attesa di giudizio: rimangono in carcere 48 ore in attesa della
convalida dell’arresto. Inutile aggravio di lavoro per il personale della polizia
penitenziaria.

23
IL LAVORO DEI DETENUTI
Per analizzare la questione del lavoro in carcere partiamo da un dato: il numero dei detenuti lavoratori è di
7.500, pari a circa l'11% dei reclusi. Nei fatti non si è stati capaci di dare concreta applicazione alla
previsione normativa in cui il lavoro era considerato l'unico elemento obbligatorio del trattamento
rieducativo. I detenuti vogliono infatti lavorare, la loro esigenza primaria non pare tanto essere quella della
rieducazione ma più che altro quella di riuscire a non pesare sulle proprie famiglie ed avere una vita
dignitosa. La possibilità di lavorare viene negata in una realtà dove anche beni di prima necessità come il
sapone e i francobolli devono essere acquistati, ricordiamo (vedi capitolo sovraffollamento carcere) che il
vitto è spesso di scarsa qualità e che la possibilità di acquistare alimenti allo spaccio interno finisce per
rappresentare un importante discrimine della qualità di vita dei detenuti , l'unico per un detenuto povero,
dato che la spesa del carcere per il vitto di un detenuto, è di 3,15 euro a persona. La situazione in realtà non
è sempre stata questa :la percentuale dei carcerati lavoratori era paradossalmente molto maggiore quando
fino alla riforma del 1975, la materia era regolata dal regio decreto 18.06.1931 n. 787. La riforma
penitenziaria, introdotta con la legge 26 luglio 1975 n.354 e con il successivo regolamento di esecuzione
DPR 29.04.1976 n.431, ha avuto il grande pregio di porre in una prospettiva radicalmente mutata il lavoro
dei detenuti. Prima della riforma del 1975 il lavoro era concepito come parte integrante della pena, un
obbligo e non un diritto, e mancava qualsiasi corrispettività tra lavoro prestato e mercede ricevuta. Con la
riforma si afferma l'idea che il lavoro penitenziario non debba avere carattere afflittivo, sebbene permanga
l'obbligatorietà per i condannati e per coloro che sono sottoposti alle misure di sicurezza della colonia
agricola e della casa di lavoro. La riforma ha anche stabilito che la remunerazione del detenuto lavoratore
non può essere inferiore a due terzi di quanto stabilito dalla contrattazione collettiva per quella quantità e
qualità di lavoro prestato. Nella pratica l’intervento legislativo del 1975 ha diminuito la possibilità di lavoro
per i detenuti. Questo è accaduto perché, per evitare il rischio che la manodopera degli stessi venisse
sfruttata da parte dei privati fu abrogato il meccanismo delle concessioni in appalto. Le direzioni dei
carceri avevano ora la funzione di attivare e gestire le lavorazioni penitenziarie senza avere nessuna
formazione specifica né aree contabili potenziate. Non fu mai previsto alcun obbligo da parte
dell’amministrazione centrale di attivare le lavorazioni ,con la conseguenza che si è progressivamente
registrata una naturale flessione delle opportunità occupazionali nelle carceri. Passi in avanti vengono fatti
con la legge 10 ottobre 1986, c.d. legge Gozzini , che rimuove alcune limitazioni all’ammissione al lavoro
esterno, introducendo una fase di controllo giurisdizionale nel procedimento che regola l’ammissione del
detenuto. La riforma del 1975 fu poi sensibilmente modificata dalla legge 12.08.1993 n.296 agli articoli 20 e
21 con l’introduzione dell’articolo 20 bis legge n.354/1975, furono messe sullo stesso piano la destinazione
dei condannati al lavoro e la loro partecipazione a corsi di formazione professionale , consentendo di
lavorazione gestite direttamente da imprese pubbliche o private tramite una convenzione, si sopperì così
alla mancanza di formazione delle direzioni delle carceri che avevamo visto essere una grande criticità della
riforma del 1975. La creazione di questi strumenti doveva agevolare la creazione di nuovi posti di lavoro nei
penitenziari e la trasparenza della loro assegnazione. Si pensava che questa manodopera ,che poteva essere
pagata anche un terzo meno di quanto stabilito dai contratti collettivi, potesse interessare molto ai datori di
lavoro ma ciò non è stato sufficiente a dar vita a una massiccia entrata dei privati nelle carceri. Le ragioni del
perché ciò non sia avvenuto sono complesse. Sicuramente tra esse vi sono: la scarsa professionalizzazione
della manodopera carceraria, il contrasto tra le esigenze di sicurezza tipiche di questo particolare ambiente
e le esigenze organizzative della produzione, la grande mobilità della manodopera a disposizione. Un
ulteriore sforzo per rendere appetibile alle imprese esterne l’utilizzazione della manodopera carceraria fu
fatto con la legge 22 giugno 2000 n. 193 detta legge Smuraglia con cui venne ampliata la categoria delle
persone svantaggiate con l’aggiunta delle persone detenute o internate negli istituti penitenziari ed estende
alle imprese che operano alle carceri e che utilizzano lavoratori detenuti alcuni sgravi contributivi. Con
questa legge il lavoro svolto all’interno dell’istituto alle dipendenze di terzi è passato ad essere disciplinato
dal diritto comune mentre il solo lavoro svolto all’interno dell’istituto alle dipendenze dell’amministrazione
penitenziaria ha mantenuto il suo carattere di specialità.
Per il futuro appaiono necessari interventi del legislatore volti ad aumentare il numero dei detenuti
lavoratori, dato che il lavoro pare elemento imprescindibile per evitare la condizione di alienazione tipica
della vita negli istituti di pena e per il reinserimento sociale dei carcerati.

24
LEGALMENTE CARCERE?
Analizziamo tre tra le più recenti leggi “accusate” di aver incrementato il già ostico problema del
sovraffollamento penitenziario: la Bossi-Fini, la Fini-Giovanardi, la ex-Cirielli.

CAUSA-EFFETTO. È da qui che bisogna partire, è necessario lavorare su questo binomio, come in tutte le
cose d’altronde, per capire il problema e trovare una soluzione all’emergenza carceraria italiana che ha
raggiunto gli onori della cronaca solo se si è trattato dell’ennesimo suicidio, mentre le associazioni
continuano oramai da anni a denunciare gli spazi angusti dove vivono più detenuti di quanti legalmente
dovrebbero essere presenti e lo stile di vita che conducono, auspicando un deciso cambiamento di rotta.
Ritorniamo al nostro problema CAUSA-EFFETTO, il lavoro dovrebbe svolgersi così: analizzare l’effetto, che è
lampante, tuttavia non in maniera superficiale, frettolosa e sull’onda emotiva dell’ennesima “vittima del
carcere” (stridente concetto), ma sviscerare l’effetto per capirne i punti deboli, una volta fatto con serietà
tutto ciò si deve procedere con l’altro elemento del nostro binomio, il punto focale di ogni problema, la
Causa, anche qui è necessario un lavoro meticoloso per capire il perché delle cose e solo dopo agire, trovare
una soluzione, questa volta mettendola in pratica con fermezza e risolutezza.
Invece no, nel nostro paese molto spesso, purtroppo, si preferisce correggere la periferia quando il
problema è nucleare, insomma è la nostra solita passione per le emergenze che portano ad agire in fretta e
male, infatti si prediligono soluzioni scenografiche, da spot elettorale, quando il problema è di trama, e lì
resta…
Così è accaduto anche per la questione carcere per la quale è stata dichiarata l’emergenza per tutto il 2010,
inoltre all’inizio dello stesso anno è stato previsto dal Ministro della Giustizia Angelino Alfano un Piano
Carceri di cui enucleiamo solo due punti:
- la realizzazione di 49 padiglioni nelle carceri esistenti (da realizzare entro il 2010) e di 18 nuovi
edifici (da iniziare nel 2011) portando il totale dei posti letto a 80.000;
- interventi normativi sulla detenzione domiciliare e le pene alternative.
Non c’è che dire, no? Si realizzano nuovi posti per arginare il sovraffollamento e si prevede l’adozione di
leggi che mirino a pene alternative al carcere stesso.
Sebbene questa soluzione sembra risolvere il recto e il verso del problema è, anche in questo caso,
un’azione sugli effetti, ed infatti una volta che il piano è stato “tagliato”, si è giunti a progettare la
realizzazione di 11 nuovi penitenziari e 20 padiglioni. Bella differenza.
Insomma ancora una volta si è agito solo a valle senza risalire a monte del problema, programmando/
promettendo molto e realizzando effettivamente poco.
Quindi cerchiamo di ripartire dalle cause…per farlo si deve rispondere a qualche semplice domanda: chi c’è
in carcere? Quanto tempo vi resta un “normale” carcerato? Come mai ricorrono frequentemente alcune
“tipologie” di detenuti?
Si noterà che il sovraffollamento non è il frutto di una società più degradata di una volta, ma di scelte
politiche essenzialmente non corrette nelle quali, semplificando, molto spesso si livella la pena per tipi di
reati molto diversi tra di loro, comminando direttamente il carcere.
Ciò determina alcuni effetti immediati tra cui la rassicurazione della popolazione garantendo la privazione
della libertà personale a chi sbaglia, ma al tempo stesso, dato che il rischio di condanna è uguale, si
incentiverà il criminale potenziale a compiere il reato maggiore che almeno gli rende maggior profitto.
Inoltre, in tal modo, lo Stato lascia quasi esclusivamente alle carceri l’onere di occuparsi delle “pecore nere”
della società determinando un eccessivo stipendio di risorse e la sostanziale mancanza della rieducazione
del condannato come il dettato Costituzionale impone (art. 27).
Vediamo che la causa di tutto ciò risiede in alcuni provvedimenti legislativi a prima vista criminogeni, che
hanno ampiamente contribuito al sovraffollamento carcerario tra cui prendiamo ad esempio la Bossi-Fini
(189/2002), la Fini-Giovanardi (49/2006) e la Ex-Cirielli (251/2005), nessuna delle tre si occupa del carcere
prima facie, ma tutte ne producono parte degli effetti problematici.
La Bossi-Fini è una legge che ha modificato la precedente Turco-Napolitano in materia di immigrazione e
circa la condizione dello straniero, stabilendo limiti molto ristretti per l’immigrazione regolare. I punti
principali sono la necessità di possedere un contratto di lavoro prima di partire e il fatto che il permesso di
soggiorno ha validità più breve, di appena due anni.
Insomma, se si entra nel nostro paese senza un contratto di lavoro, non si ottiene il permesso di soggiorno
quindi si diventa irregolari e vi è l’espulsione, nel caso in cui si rientri dopo la stessa è prevista come pena la

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reclusione. Inoltre per violazioni prima sanzionate colo in sede amministrativa ora c’è sanzione penale.
Notiamo, quindi, come è molto più facile per un immigrato finire dietro le sbarre, ma vi è un’effettiva utilità?
Per quale motivo punire qualcuno perché non possiede i documenti necessari i quali si conseguono solo con
un contratto di lavoro, già in tasca prima della partenza, cosa altamente improbabile? Sembra un gatto che
si morde la coda.
L’esperienza carceraria inoltre aiuterà il clandestino o l’irregolare a trovare lavoro nel nostro paese, ad
integrarsi, a vivere dignitosamente? No, naturalmente. Porterà alcuni di loro a trovare strade alternative
non sempre legali.
La legge Fini-Giovanardi, è un altro esempio di come il livellamento in direzione alla pena carceraria non fa
altro che aumentare i detenuti, ma diminuire il livello di prevenzione e cura. Tale provvedimento è l’ultimo
tassello di un coacervo normativo e giurisprudenziale che regola e sanziona l’uso di sostanze stupefacenti e
psicotrope. Innanzitutto viene a cadere l’interna divisione tra droghe leggere e droghe pesanti
determinando quell’effetto negativo già precedentemente accennato, cioè che se il rischio è uguale
“conviene” utilizzare le droghe pesanti che rendono di più e hanno maggior profitto (ma anche maggiori
effetti dannosi, purtroppo).
Mentre precedentemente vi era l’utilizzo di un criterio, quello della modica quantità per distinguere tra
consumatore e spacciatore oggi viene utilizzato il criterio del limite massimo stabilito (tenuto conto però del
principio attivo della sostanza), oltre cui si è considerati spacciatori per i quali è prevista la sanzione penale
da 6 a 20 anni di reclusione, mentre per il consumatore restano alcune sanzioni amministrative, come la
sospensione del passaporto, la sospensione della patente di guida o il divieto di conseguirla, la sospensione
del porto d’armi e la sottoposizione, oltre a ciò, a cure riabilitative. Questo determina il fatto che non solo si
può essere più facilmente condannati per spaccio per qualunque tipo di droga, ma che la criminalità
organizzata proprio per evitare tali conseguenze diminuirà nelle dosi la presenza del principio attivo,
ottenendo così doppi guadagni perché aumentano le dosi, e inseriscono ulteriori sostanze dannose come se
non bastasse. A prescindere dal fatto che paradossalmente lo spacciatore professionista finisce alle cure
riabilitative e il consumatore dietro le sbarre, è necessario chiedersi se l’annosa questione-droga possa
essere prevenuta ed eliminata attraverso una massiccia reclusione. Naturalmente da sola non basta, anzi da
sola non è utile (nonostante i fatti ci dicano il contrario, infatti più di un terzo della popolazione carceraria è
costituita da detenuti accusati di reati connessi all’uso di stupefacenti), dato che chi fa uso di tali sostanze
una volta scarcerato tende a ricadere se non partecipa a specifici programmi riabilitativi. Oltretutto il
carcere per tali soggetti è altamente claustrofobico e dannoso, difatti tendono a trovare lo “sballo” con ciò
che trovano all’interno della struttura, finendo per inalare perfino il gas dei fornelletti.
Infine la legge Ex-Cirielli la quale prende il nome dal Senatore Edmondo Cirielli che dopo le modifiche
parlamentari apportate alla legge, la sconfessò, non la votò e chiese che non fosse ricordata col suo nome.
Modifica il codice penale in alcuni punti circa la prescrizione, la recidiva, il giudizio di comparazione delle
circostanze di reato per i recidivi, le attenuanti generiche e l’usura.
È sicuramente ricordata perché diminuisce i termini per la prescrizione ed aumentano le pene per la
recidiva, determinando episodi come quello ben purtroppo noto di Napoli in cui il giudice monocratico ha
condannato a tre anni un soggetto per aver rubato un pacco di biscotti in un discount dato che si trattava di
recidiva.
Tuttavia, non sempre viene ricordata come dovrebbe per altri aspetti della legge la quale diminuisce le
strade alternative al carcere, addirittura per i recidivi (80% delle persone in carcere) vengono annullati tutti i
benefici, vanificando l’impegno dello stato a cercare strutture alternative alla detenzione, consacrato con la
legge Gozzini dell’1986.
Queste tre leggi, limitatamente tratteggiate in questo breve percorso rendono immediatamente conto del
fatto che spesso si vogliono risolvere attraverso la detenzione nervi scoperti della società, problemi non
risolti o risolti male, rispondendo ad ogni grido d’allarme con il carcere e i suoi scarsi mezzi, rassicurando la
parte “buona” della società e ghettizzando i “colpevoli”.
È utile tale “giudizio universale” di diritto?

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Il fenomeno del sovraffollamento penitenziario è stato osservato , oltre che da giuristi e operatori volontari,
anche e soprattutto da sociologi e criminologi, i quali hanno cercato di risalire all'origine del problema
analizzando il dove e il perché esso è nato. Il loro viaggio ci porta Negli Stati Uniti degli anni '70. In quel
periodo, vi erano due discorsi spesso portati all'attenzione pubblica: il primo era un discorso politico, basato
sulla necessità da parte delle istituzioni di interpretare e soddisfare il bisogno di sicurezza dei cittadini,
sempre più sentito in seguito ai diversi assetti urbanistici che gli anni '60 avevano portato;il secondo era
composto dalle critiche portate avanti da sociologi e criminologi al sistema “trattamentale” della pena, da
essi ritenuto troppo invasivo e discrezionale.
Come abbiamo appena detto, le nuove realtà urbane, essendo composite e multietniche, erano spesso
scenario di conflitti: questa circostanza, unita all'enfatizzazione che inevitabilmente i media provocano e al
continuo riferimento da parte dei politici ad una necessità di “ripristinare l'ordine”, portò al consenso da
parte dell'opinione pubblica delle politiche di “law and order”, ad alla conseguente impopolarità per le tesi
portate avanti dai criminologi del tempo. Tutto ciò ebbe delle conseguenze strutturali in campo legale,
economico e politico. Partiamo analizzando i cambiamenti che il diritto americano ha conosciuto in seguito
alla nascita delle politiche di “law and order”.

“IL PLEA BARGAINING”


Nel 1971, una sentenza della Corte Suprema Federale chiamata Santobello ratificò l'utilizzo del “plea
bargaining”, uno strumento che permette all'imputato in un processo penale di ottenere uno sconto della
pena dichiarandosi colpevole. Quando questo avviene, il processo non ha seguito, e non vi è quindi la
ricerca della “verità storica”. Critiche sono state mosse da esperti di diritto e sociologi, i quali ritengono che
in questa maniera si assoggetti la giustizia ad una sorta di privatizzazione, non supportata da prove
oggettive e neutrali, ma basata su una semplice dichiarazione di colpevolezza. I sociologi lo ritengono una
delle principali cause del sovraffollamento penitenziario, e vedremo in seguito perché.

CRISI DELLA FILOSOFIA RIEDUCATIVA


Fino all'inizio degli anni '70, il diritto penitenziario americano era caratterizzato dalla filosofia educativa
della pena: il legislatore lasciava al giudice e agli educatori un ampio margine di discrezionalità nel decidere
la pena, in base alla situazione sociale e psichica, del reo e al tempo di cui si riteneva avesse bisogno per
poter essere reintegrato in società. Tale discrezionalità veniva garantita in particolare grazie allo strumento
del parole e alle “sentenze indeterminate”. Il giudice, nel dichiarare la sentenza, non individuava la
lunghezza esatta della pena,ma si limitava a fissare un massimo e un minimo. Spettava poi alla corte di
sorveglianza decidere la durata esatta della pena, che veniva stabilita in base all'avvenuta rieducazione o
meno del detenuto. Inoltre, quando il giudice si esprimeva con una sentenza determinata, la corte di
sorveglianza poteva chiedere il rilascio anticipato del detenuto qualora avesse scontato un limite minimo di
pena e fosse ritenuto rieducato.
Questi strumenti furono fortemente criticati in particolare dai liberals, i quali ritenevano che vi fosse troppa
discrezionalità da parte dei giudici e delle corti di sorveglianza nel decidere chi era stato rieducato e chi no,
con la conseguenza di una forte disparità di trattamento tra i detenuti.
La critica al sistema rieducativo era un punto cruciale anche per i conservatives, che miravano, all'opposto,
ad un sistema penitenziario più duro, supportati dal bisogno di sicurezza che continuava a crescere nelle
città. La convergenza di liberals e conservatives nel criticare gli strumenti del parole e delle sentenze
indeterminate, seppur per motivi antitetici, portò alla crisi definitiva della filosofia rieducativa. I risultati più
immediati furono che il parole venne abolito e dalle sentenze indeterminate si passò alle “guidelines
sentences”, nelle quali era il legislatore ad identificare direttamente la lunghezza della pena in base al tipo di
reato,riducendo fortemente la discrezionalità del giudice. I criteri secondo i quali le “guidelines sentences”
vennero emanate partivano dal pensiero per cui il soggetto nel compiere un reato effettua una libera scelta,
pur essendo consapevole delle conseguenze. Esso è libero di sbagliare o agire nel giusto, e nel momento in
cui sceglie il male,lo fa di sua spontanea volontà. Questo approccio però non tenne conto dei diversi
background socio-economici dei rei, fino a quel momento considerati fondamentali soprattutto per quanto
riguarda i cosiddetti street-crimes, quelli ritenuti di “allarme sociale” (scippi,furti,spaccio). Dal criterio di
rimozione della criminalità mediante rimozione degli aspetti sociali ed economici che vengono ritenuti
causa del crimine stesso (primo tra tutti,la povertà) si passa quindi ad un criterio di rimozione del crimine

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mediante la costrizione dei rei. E' evidente che in questo contesto il sistema rieducativo appare inutile, e si
gettano le basi per un nuovo sistema punitivo e “contenitivo”.

DALLA GUERRA ALLA DROGA ALLE THREE STRIKES AND YOU'RE OUT.
Il nuovo assetto del sistema penale è particolarmente evidente nelle leggi sulle droghe. La “war on drugs”
fu lanciata per la prima volta durante la presidenza di Reagan, negli anni '80, e si mosse su due binari
principali: il rafforzamento di arresti e controlli, e l'emanazione di “guideline sentences” con pene
particolarmente elevate per i reati connessi alla droga. Questo portò ad un incredibile crescita dei tassi di
detenzione, ma come dimostra uno studio condotto dal National Institute for Drug Abuses, nessuna
diminuzione è stata registrata per quanto riguarda il consumo di droga. Inoltre, la war on drugs ha ottenuto
effetti devastanti nei confronti dei piccoli pushers, ma poco o nulla ha prodotto nei confronti dei grandi
narcotrafficanti. Il campo delle droghe, inoltre, è quello dove si evidenzia maggiormente una differenza di
trattamento tra bianchi e neri. Tuttavia, tale politica si è dimostrata vincente da un punto di vista elettorale.
A partire dalla guerra alla droga, le strategie penali si fanno sempre più severe. Al riguardo, è emblematica
l'emanazione delle leggi “three strikes and you're out”, il cui scopo è quello di prevedere pene più severe,
fino all'ergastolo, per i recidivi. I reati che permettono l'applicazione della legge “three strikes” sono
tassativamente indicati nella legge stessa. La gamma di tali reati, inizialmente molto stretta, è andata via via
estendendosi, e in molti Stati arriva a includere anche molti reati non violenti. Il caso più impressionante è
quello della California, dove qualsiasi tipo di reato può essere considerato un “terzo strike”: il giudice è
obbligato, qualora si trovi davanti a un recidivo , di dare dai venticinque anni di reclusione fino all'ergastolo.
Le leggi three strikes sono state accusate di aver intaccato alcuni dei principi che erano fino a quel momento
ritenuti fondamentali dall'ordinamento giudiziario: il bilanciamento tra reato commesso e pena comminata
(come abbiamo visto, anche un reato lieve può condurre ad una pena elevatissima se è stato preceduto da
un reato violento, o da due reati lievi); l'analisi della situazione sociale del detenuto; l'uguaglianza di
trattamento tra rei (due persone che hanno commesso gli stessi tipi di reati possono essere sottoposte a
pene diverse a seconda che sia la prima,la seconda o la terza volta che lo commettano). Anche in questo
caso, come è stato osservato per le droghe, le leggi sembrano colpire più una fetta di popolazione che non
un'altra. Il maggior tasso di recidività si ha, infatti, nei cosiddetti “street crimes”, reati per lo più commessi
dalla fasce meno abbienti della popolazione.

I PROFITTI DEL NASCENTE “MERCATO PENITENZIARIO”


In concomitanza col sovraffollamento dei detenuti, si ha l'entrata delle multinazionali nel sistema
penitenziario. La necessità di costruire sempre più carceri apre le porte alle grandi compagnie private
economiche, che sono più veloci ed efficienti delle pubbliche. Inoltre, vi sono delle nazioni che stipulano
accordi con le compagnie private sulla base dei quali queste ultime si impegnano a farsi carico della
gestione dei penitenziari dietro un corrispettivo in danaro. Tuttavia, il campo in cui l'influenza delle
compagnie private si fa maggiormente sentire è quello della fornitura di beni e servizi. Questo meccanismo
trasforma il detenuto, soprattutto il detenuto povero, in un consumatore che, se fosse stato libero, non
avrebbe potuto permettersi le merci di quella data compagnia privata. Un altro ruolo è poi ricoperto
dall'industria delle armi, che finanziano ricerche atte a sostenere che l'aumento della criminalità non è
dovuto alla diffusione delle armi da fuoco, bensì alla ferocia di alcuni criminali che dovrebbero quindi essere
reclusi in carcere.

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IL MODELLO ATTUARIALE
Dopo l'emanazione delle leggi “three strikes”, una fetta importante dei sociologi del diritto ha iniziato a
teorizzare la nascita di una “nuova teoria delle pene” , basata sul controllo di masse potenzialmente definite
“ pericolose”. Secondo questa teoria, il diritto avrebbe rotto la sua relazione classica con la psicologia per
iniziarne una nuova con le scienze economiche e statistiche: il pericolo di un gruppo sociale è definito da
calcoli simili a quelli utilizzati dalle assicurazioni nella determinazione delle classi di rischio (da qui,il termine
attuariale). Questa nuova teoria delle pene avrebbe il suo fondamento nella totale perdita di fiducia verso i
modelli educativi e verso la concezione del carcere come luogo di reinserimento sociale (cosiddetta teoria
del “nothing works”). I critici del nuovo modello attuariale hanno puntato il dito contro il linguaggio stesso
del nuovo assetto penale, che non suggerirebbe più uno scenario di “diritto”, bensì di “gestione del
pericolo”: lo scopo di questa nuova teoria delle pene non è quello di eliminare la devianza (risultato che si
ritiene utopistico),ma di limitare fisicamente quei soggetti che, per l'appartenenza ad una determinata
categoria di persone, sono ritenuti pericolosi. Le sentenze dei giudici, sempre secondo i critici del modello
attuariale, sarebbero divenute il risultato di meri calcoli matematici, che non tengono conto del background
economico e sociale dell'imputato. Tutto ciò sembra essere stato avallato dagli ambienti politici in nome di
una maggiore sveltezza e funzionalità dei processi.

Giunti alla fine del nostro primo viaggio all'interno della macchina penitenziaria, ci auguriamo che molte
domande vi siano sorte spontanee.
E' lecito, alla luce degli sconvolgenti dati che abbiamo analizzato, riflettere su quanto la pena detentiva
riesca nella sua funzione di diminuire i tassi di criminalità?
Il fatto che, nonostante le moderne legislazioni occidentali, esperti della materia insistono ancora oggi
nell'affermare che il carcere non si risolve in nient'altro di diverso che in uno strumento di discriminazione
sociale, ci legittima a denunciare fermamente una vera e propria evasione dal diritto.

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… … … Da bambini ci hanno insegnato che chi sbaglia,paga. Ci hanno detto che dovevamo ubbidire,o
sarebbe venuto il lupo cattivo a prenderci, e pur disubbidendo solo per il gusto di fare il contrario di quello
che ci veniva detto, ci credevamo. Crescendo abbiamo intrapreso molteplici strade,ma in un modo o
nell’altro tutte impregnate del medesimo concetto: se sbagli,paghi. E’ così per chi è cresciuto a pane e Marx,
sognando una dittatura proletaria che vedesse i ricchi soccombere. E’ così per chi è cresciuto a pane e Papa,
credendo nella necessità del sacrificio per trovare la salvezza. Ed è così anche per chi cresce a pane e legge,
convinto che ci sia necessità di stabilire un limite tra giusto e sbagliato, e che chi valica quel limite dovrà
accettarne le conseguenze. Poi però ci siamo guardati intorno, e ci siamo accorti che forse quell’assioma
non è così dogmatico, che come tutti i princìpi che ci sono stati inculcati, può essere modificato in base alle
“necessità delle società”. Le leggi possono cambiare, il confine tra giusto e sbagliato farsi sempre più
blando, e i criteri secondo i quali questo avviene confondersi e perdere di significato in una realtà sbiadita
da slogan propagandistici e dalla perenne necessità di cercare un capro espiatorio, sistematicamente
trovato nel “debole” di turno, da consegnare alle masse come il mostro da punire.
Eppure credevamo che non sarebbe più successo, che siamo stati fortunati a nascere in un’epoca in cui tutti
possiamo votare,tutti possiamo esprimerci, e tutti rispondiamo delle nostre azioni davanti alla legge.
Ci hanno dato una costituzione, ci hanno detto di studiarla: ci siamo emozionati alla lettura di quegli articoli
scritti da persone di vedute divergenti,in un momento in cui l’Italia appariva un paese
sconfitto,devastato,umiliato. Ci hanno insegnato a scuola le barbarie del nazifascismo, abbiamo sognato
divorando libri sul ’68, abbiamo assistito alle emanazioni di decine e decine di convenzioni per la
salvaguardia dei diritti umani,e ci siamo chiesti come avessero fatto i nostri antenati, a permettere che i
genocidi avvenissero indisturbati . Forse abbiamo anche un po’ storto il naso nel leggere il nostro articolo
27 ,”Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla
rieducazione del condannato”, o magari non ci siamo soffermati a farlo profondamente nostro. In fondo chi
è in carcere ha sbagliato, perché dobbiamo garantire dei diritti a chi non ha compiuto i suoi doveri,perché
preoccuparci di un mondo che tanto non possiamo vedere, dal quale ci teniamo a distanza? Ed è così che ci
siamo macchiati nuovamente della più grande piaga umana,l’indifferenza. Abbiamo lasciato che l’identità e
la dignità di migliaia di persone venissero annullate, senza chiederci perché si finisce in prigione oggi, e
perché se i processi durano così tanto e il diritto penale italiano è troppo garantista (come insigni giornalisti
e politici continuano a ripeterci),le carceri continuano ad affollarsi. Da studenti, da giovani, e più che mai da
esseri umani, abbiamo il dovere di chiederci a chi sottraiamo ogni giorno un po’ di vita, se al potente che
ruba soldi allo Stato, se al mafioso che paralizza la vita economica e sociale del paese,se alla persona che ha
fumato uno spinello in più, se all’immigrato che ha rubato una scatola di biscotti. Ed oltre a chiederci chi
sono quelle persone da noi dimenticate, dobbiamo chiederci se sia giusta la sistematica violazione del più
basilare concetto di umanità,indipendentemente dal resto commesso, all’interno di luoghi di Stato,
all’interno di spazi in cui le istituzioni dovrebbero dimostrare la loro integrità e palesare il radicamento
profondo dei diritti ,che a nessuno dovrebbero essere negati; perché se la legge viene corrosa nei nuclei in
cui maggiormente dovrebbe essere tutelata, poiché nuclei all’interno dei quali si reclude chi essa ha violato,
allora tutti possono sentirsi in diritto di corroderla. Se i princìpi basilari che ci sono stati tramandati, quegli
stessi che ci fanno considerare “una generazione fortunata,che non ha conosciuto gli anni della fame”
vengono negati in luoghi di Stato non è improprio affermare che lo Stato abdica ai suoi doveri
fondamentali, e lo fa in un settore basilare come quello del diritto penale, in cui si decide chi è ammesso
alla società civile e chi no .Noi,”moderna democrazia occidentale”; noi, fucina di arte e cultura;
noi,identificati come “sovrani” all’interno della nostra costituzione; noi che non adoperiamo più il termine
“lotta di classe” o classi sociali, convinti che sia roba vecchia, abbiamo un carcere luogo di inasprimento
delle differenze sociali, il luogo dove è immediatamente comprensibile chi ha il diritto ad essere tutelato e
chi no.
<<”La legge è uguale per tutti" è una bella frase che rincuora il povero, quando la vede scritta sopra le teste
dei giudici, sulla parete di fondo delle aule giudiziarie; ma quando si accorge che, per invocar la uguaglianza
della legge a sua difesa, è indispensabile l'aiuto di quella ricchezza che egli non ha, allora quella frase gli
sembra una beffa alla sua miseria.>> Piero Calamandrei.

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BIBLIOGRAFIA

Il terzo strike, Elisabetta Grande

Carcere e globalizzazione, Lucia Re

Diritto Penale Parte Generale, Giovanni Fiandaca, Enzo Musco

Introduzione al sistema penale, AAVV

Sesta Relazione sull'attività svolta dall'ufficio del garante nell'ultimo anno del mandato 2005 2010, periodo
maggio 2009 luglio 2010 a cura dell'ufficio del garante delle persone private della libertà personale di
Bologna

SITOGRAFIA

www.ristretti.it

detenutoignoto.blogspot.com

www.associazioneantigone.it

www.adnkronos.com

www.giustizia.it

santegidio.org

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A cura di

Emanuele Picotti
Francesca de Nisi

Francesca Raimondo
Laura Pergolizzi
Luca Rossi
Daniele Natale
Marina Facchi
Irene Agnolucci
Maddalena Bernardi

Associazione Progrè
con il contributo dell'Alma Mater Studiorum-- Università di Bologna

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