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LEIBNIZ

Gottfried Leibniz segue una strada particolare ed esclude radicalmente che il rapporto causale abbia
validità esterna: tra le cose non sussiste alcuna causalità, sicchè quando sul tavolo da biliardo la palla
B si muove quando è urtata dalla palla A, ciò non avviene perché A causa il moto di B. In questa
maniera, Leibniz si spiana la strada, aggirando più che risolvendolo il problema: di fronte all’evidente
difficoltà del giustificare la causalità tra le cose, egli la nega. Ma come si spiega allora che quando la
palla A urta quella B, quest’ultima si muove? Leibniz dice che a noi pare che A sia la causa del moto
di B, ma si tratta di mera apparenza, giacchè in realtà è Dio che ha voluto che la palla A avesse una
sua storia e che colpisse B, la quale è dotata a sua volta di una sua storia per cui ad un certo punto si
mette in moto: A e B si muovono indipendentemente l’una dall’altra. Con questa posizione, Leibniz
si avvicina molto all’occasionalismo di Malebranche, anche se il pensatore tedesco non concepisce
l’intervento divino come continuo (come se ogni volta che A tocca B Dio intervenisse a muovere B
stessa), ma piuttosto come una predisposizione originaria: in origine Dio ha – secondo Leibniz –
creato ogni cosa in un’armonia perfetta, predisponendo le varie cose come orologi caricati
sincronicamente, in grado di procedere per loro conto senza necessità di intervento; la posizione
occasionalista, invece, prevede che Dio debba continuamente intervenire nel mondo. Pur bandito dai
rapporti fra le sostanze, il rapporto causale sussiste all’interno delle singole sostanze stesse, e Leibniz
si fa portavoce di un pluralismo metafisico, sostenendo – aristotelicamente – che le sostanze sono
tante quanti sono gli individui. Per addurre prove a sostegno della sua tesi, egli arriva a far coincidere
il rapporto causale con la relazione (aristotelica) fra sostanza e predicato: da sempre siamo abituati a
concepire il predicato come un qualcosa che si aggiunge al soggetto, cosicchè dire che "Socrate"
(soggetto) è "camuso" (predicato), significa appunto aggiungere qualcosa alla sostanza individuale
"Socrate". Ora, tradizionalmente, tale inerenza del predicato al soggetto è considerata come
espressione meramente logica, esistente non nella realtà esterna, ma nella nostra mente (la quale
congiunge, appunto, il soggetto e il predicato, dicendo che "Socrate è camuso"), sicchè potrò dire che
"la penna è nera", aggiungendo a livello logico al soggetto "penna" il predicato "nera" che le inerisce.
Ma – continua Leibniz – in realtà sussiste una coincidenza assoluta tra logica e metafisica, tra pensiero
ed essere, sicchè il soggetto non è mai meramente logico, ma è sempre una sostanza individuale
precisa (Cesare, Socrate, Alessandro Magno, ecc.) e il predicato che logicamente le inerisce è
anch’esso non già una nozione puramente logica, bensì una determinazione reale di tale sostanza
reale: non è un caso che, quando noi diciamo "inerire", Leibniz usi invece l’espressione latina inesse,
con un evidente significato ontologico (inesse significa "essere dentro"); in questo modo, viene
dimostrato che non si tratta di una relazione meramente logica, esulante dal reale. Al contrario,
sussiste una sostanza reale (ad esempio Alessandro Magno), a cui ineriscono determinati predicati
(l’esser uomo, il diventare re dei Macedoni, il vincere Dario, il nutrire grande affetto per il proprio
cavallo, il morire giovane, ecc.), che non sono solo nozioni logiche, ma reali proprietà che stanno
dentro (insunt) ad una sostanza, e quindi il rapporto intercorrente è un rapporto di produzione, è cioè
la sostanza (Alessandro Magno) che produce i predicati (l’esser re dei Macedoni, vincere Dario, ecc.):
se ne evincerà, paradossalmente, che, se Cesare passa il Rubicone, lo fa perché è Cesare. Tutto ciò
che ciascuno di noi realizza non costituisce solo una trama di concetti congiunti tra loro in maniera
logica alla sostanza (chè sarebbe una connessione dubbia), ma sono produzioni reali della sostanza,
sicchè è lecito affermare che tra sostanza e predicato sussiste un rapporto di determinazione causale
che vige solo all’interno della sostanza singola (Cesare, Alessandro Magno, Socrate, ecc.) e non tra
le sostanze (Cesare e Alessandro). Ne consegue, allora, che non si può affermare che Alessandro
Magno causa la sconfitta di Dario, giacchè ciò presupporrebbe una relazione causale tra le due
sostanze; viceversa, esiste solo una causalità interna (inest) a Dario e una interna ad Alessandro
Magno, sicchè l’uno ha nel proprio DNA metafisico lo sconfiggere l’avversario, e l’altro ha invece
l’essere sconfitto, senza interrelazioni causali, proprio come due orologi caricati in maniera tale da
segnare la stessa ora pur non influenzandosi a vicenda. Leibniz dunque, pur di salvare la
determinazione causale fatta saltare da Hume, abbandona la possibilità di stabilire rapporti causali tra
le sostanze, ma li mantiene all’interno delle singole sostanze stesse: certo, un contemporaneo di
Alessandro Magno avrebbe potuto presagire che sarebbe diventato un grande eroe, ma non avrebbe
sicuramente potuto immaginare che sconfiggesse i Persiani, giacchè non conosceva tutte le proprietà
che erano (inerant) in Alessandro; ma Dio – che sa tutto – conosce tutte le singole proprietà di ogni
sostanza, cosicchè dalla semplice visione della sostanza individuale Alessandro potrà sapere tutto ciò
che ad essa accadrà in futuro. Ne segue che la constatazione che le relazioni analitiche non valgano
per le verità di fatto è valida solo al livello umano (il livello del finito), mentre per l’onniscienza di
Dio anche nelle questioni di fatto vale il procedimento analitico, cosicchè Egli può dedurre
analiticamente dalla sostanza Dario che essa è destinata a essere sconfitta, a morire, ecc., così come
noi cogliamo analiticamente che 2+2 dà 4. Da una prospettiva di tal genere sembra affiorare che
l’intera vita di Alessandro Magno e, più in generale, di ciascuno di noi, sia già contenuta nella sua
sostanza (e già conosciuta da Dio ancor prima che si svolga), quasi come un tappeto che si srotola un
po’ alla volta: pare che spazio per il libero arbitrio ne resti davvero poco, ma Leibniz – che voleva
tenersi lontano dal determinismo – resta sempre piuttosto sul vago, ricorrendo talvolta ad artefizi
impensabili pur di non negare la libertà del volere umano, puntando soprattutto su come il predicato
sia produzione del soggetto ma potrebbe anche essere diverso; sarebbe cioè stato possibile un
Alessandro Magno buono a nulla, sconfitto nella prima battaglia, ma ciò sarebbe stato possibile solo
in un altro tra gli infiniti mondi possibili, poiché nel nostro mondo, se cambiamo anche una sola
sostanza, cambiamo l’intero mondo, giacchè ogni sostanza è rapportata (ma senza legami causali) a
tutte le altre (se Alessandro Magno fosse stato diverso, magari Dario non sarebbe stato sconfitto, il
cavallo non sarebbe stato amato, ecc). In Leibniz troviamo sostanzializzato il concetto di soggetto e,
in tal modo, il pensatore tedesco riesce a sfuggire a quella che sarà la critica mossa da Hume al
principio di causalità in sede empirica. Man mano che il suo pensiero maturerà, Leibniz arriverà a
dire che la sostanza è dinamica, come un punto di forza (una "monade"), che si sviluppa (Alessandro
che vince Dario, conquista le terre, muore in viaggio, ecc.), e tutto ciò deriva a Leibniz dalle sue
indagini fisiche, che l’avevano portato a scoprire che l’accelerazione dipende non dalla velocità, ma
dal quadrato della velocità, e riporta tali scoperte dalla sfera fisica a quella metafisica, sostenendo che
ogni realtà ha una forza che la fa sviluppare. Questa soluzione di Leibniz al problema della causalità
è fortissima sul piano logico, ma poco convincente sul piano pratico, poiché viene abbandonata la
possibilità di dimostrare la validità ontologica dei nessi causali fra le cose. Sarà invece Spinoza a
percorrere la strada del rapporto causale fra le sostanze: per far ciò, egli riterrà necessario ammettere
che vi sia un supervisore della connessione stessa (secondo Hobbes e Vico tale supervisore era l’uomo
stesso, per le cose che egli fa; secondo Leibniz, invece, è Dio stesso), poiché se si vuol dire che il
principio di causalità ha valore non solo nella sostanza (come dice Leibniz), ma anche fra le sostanze
e che gli uomini possono conoscere tali connessioni causali, occorre dimostrare che tutte le cose
derivino causalmente da Dio e che l’uomo possa porsi dal punto di vista di Dio stesso, il quale causa
ogni cosa, cosicchè se ci si pone dal suo punto di vista possiamo conoscerle come le conosce Dio
stesso che ne è l’artefice (è il principio del verum ipsum factum che ritorna).