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Il libro

U
n maiale nello spazio? E in quali pianeti potrebbe vivere? Se
lo chiedono George e la sua migliore amica Annie, dopo aver
constatato che Freddy, il porcellino regalato dai nonni al
ragazzo, è cresciuto troppo per poter stare in giardino. Intanto, il
padre di Annie sta lavorando a un esperimento per scoprire di cosa
sia fatto l’Universo e per elaborare, insieme ai suoi colleghi, la Teoria
del Tutto, in grado di spiegare ogni fenomeno conosciuto. Ma contro
di lui e contro Terence, il padre di George, trama un’organizzazione
segreta, legata alle grandi compagnie petrolifere e intenzionata a
sabotare le ricerche sulle fonti di energia pulita. L’unico che può fare
qualcosa è il dottor Viktor Ermin, ma George e Annie devono
raggiungerlo… in un’altra galassia!

Hawking ci racconta, con la voce sicura e semplice di un grande


genio, un viaggio incredibile alle origini della materia, dove le stelle
sembrano uguali, ma i sistemi solari distano milioni di anni luce;
dove nubi di gas e di materia oscura si alternano a folle di pianeti e
asteroidi; dove ogni cosa si è formata nello stesso modo e segue le
stesse leggi; e dove, a causa di impercettibili fluttuazioni, ogni cosa è
sempre diversa.
Gli autori

Stephen Hawking. Nato esattamente trecento


anni dopo la morte di Galileo, occupa la cattedra
lucasiana di Cambridge che fu di Isaac Newton
ed è uno tra i cosmologi più autorevoli al mondo.
Ammalato da anni di sclerosi laterale
amiotrofica, ha continuato instancabilmente a
fare ricerca. È autore di bestseller come
L’universo in un guscio di noce e Dal big bang ai
buchi neri. Breve storia del tempo (12 milioni di copie vendute nel
mondo) e ha scritto questa serie per ragazzi con sua figlia Lucy
Hawking, divulgatrice scientifica e giornalista per il “Times”.
Lucy & Stephen Hawking

MISSIONE ALLE ORIGINI


DELL’UNIVERSO
Traduzione di Angela Ragusa
A Willa, Lola e George, Rose, George, William e Charlotte
INDICE DELLE PIÙ RECENTI TEORIE SCIENTIFICHE!
Nel corso della storia vi sono quattro eccezionali saggi scientifici, che
spiegano ai lettori alcune delle teorie più recenti. Sono stati scritti dai
seguenti eminenti scienziati:

LA CREAZIONE DELL’UNIVERSO
Dottor Stephen Hawking, alias “Eric”
Università di Cambridge, Gran Bretagna

IL LATO OSCURO DELL’UNIVERSO


Dottor Michael S. Turner
Università di Chicago, USA

LA SORPRENDENTE UTILITÀ DELLA MATEMATICA PER COMPRENDERE


L’UNIVERSO
Dottor Paul Davies
Università dell’Arizona, USA

WORMHOLE E VIAGGI NEL TEMPO


Dottor Kip S. Thorne
California Institute of Technology, USA

INDICE DI SEZIONI SPECIFICHE


Questo libro contiene molte informazioni scientifiche, ma ci sono anche
un certo numero di sezioni separate, dove sono forniti fatti e informazioni
su argomenti specifici.

IL NOSTRO SISTEMA SOLARE

I PROBLEMI DEL NOSTRO PIANETA

LA TEORIA DEL TUTTO

LA LUNA

IL BIG BANG – UNA LEZIONE SCIENTIFICA

L’ESPANSIONE DELL’UNIVERSO

IL VUOTO

SPAZIO, TEMPO E RELATIVITÀ

ANDROMEDA

UNIFORMITÀ NELLO SPAZIO

COLLISIONI DI PARTICELLE

IL GRANDE COLLISORE DI ADRONI (LHC)

SINGOLARITÀ

IL MONDO DEI QUANTI

LA M-TEORIA – 11 DIMENSIONI

RITORNO AL BIG BANG


Capitolo uno

“Qual è il posto migliore dell’Universo per un porcello?” digitò


Annie sulla tastiera di Cosmo, il supercomputer. — Vedrai che
Cosmo conoscerà la risposta! — affermò. — Riuscirà a trovare a
Freddy un luogo più confortevole di quella fattoria disgustosa.
In realtà, la fattoria dove al momento risiedeva il maialino era
perfetta. O almeno lo era per gli altri animali che vivevano lì. Soltanto
Freddy, l’amato porcello di George, sembrava triste e avvilito.
— Mi sento un verme — borbottò George abbattuto, mentre
Cosmo, il supercomputer più intelligente del mondo, passava in
rassegna milioni e miliardi di file nel tentativo di trovare la risposta
giusta alla domanda di Annie in fatto di maiali. — Freddy ce l’aveva
tanto con me che neanche mi ha guardato.
— Però ha guardato me! — esclamò Annie eccitata, senza
distogliere lo sguardo dallo schermo. — E sono strasicura che mi
abbia mandato un messaggio con i suoi occhietti porcini: AIUTO!
PORTAMI VIA DA QUI!
La visita alla fattoria di Freddy, poco lontano dalla città
universitaria di Foxbridge, dove abitavano George e Annie, non era
stata un successo. Quando la mamma di Annie, Susan, era andata a
riprenderli nel tardo pomeriggio, aveva trovato la figlia sull’orlo delle
lacrime e George paonazzo di collera.
— George! Annie! Che cosa vi è successo? — aveva chiesto
stupefatta.
— È Freddy! — aveva risposto Annie, mentre si lanciava sul sedile
posteriore dell’auto. — La odia, questa fattoria.
Freddy era il porcello da compagnia di George. Gli era stato
regalato per Natale dalla nonna, quando era ancora un piccolo
maialino. Il fatto è che i genitori di George, ecologisti ultra convinti,
non apprezzavano molto i regali. Non sopportavano il pensiero che
tutti i giocattoli scartati, rotti e indesiderati ricevuti a Natale si
accumulassero a formare mucchi enormi di plastica e di metallo,
finissero negli oceani a soffocare balene e gabbiani, o formassero
disgustosi mucchi di spazzatura sulla Terra.
La nonna sapeva che se si fosse presentata con un regalo normale,
i genitori di George lo avrebbero riportato subito in negozio e tutti ci
sarebbero rimasti malissimo. Per permettere al nipote di godersi il
regalo di Natale, quindi, doveva dargli qualcosa che fosse davvero
speciale, qualcosa che contribuisse ad aiutare il pianeta, invece di
distruggerlo.
Ecco perché, in una fredda vigilia di Natale, George aveva trovato
davanti alla porta di casa una scatola di cartone con dentro un
maialino roseo, accompagnato da un biglietto dove la nonna aveva
scritto: “Puoi offrire una casa a questo giovane porcello?” George era
fuori di sé dalla gioia. Finalmente aveva ricevuto un regalo di Natale
che i genitori non potevano portargli via. Meglio ancora: aveva un
porcello tutto suo.
Il guaio con i maialini rosei, però, è che diventano grandi, sempre
più grandi… Di sicuro troppo grandi per alloggiare nel giardinetto
sul retro di una normale villetta a schiera: una striscia di prato e un
piccolo orto striminzito incuneati fra le staccionate che lo separavano
dai giardinetti dei vicini. Ma dato che i genitori di George erano di
buon cuore, Freddy, così era stato chiamato il porcello, aveva
continuato a vivere nel porcile in giardino finché non era diventato
enorme, più simile a un piccolo elefante che a un maiale. Per George,
le dimensioni di Freddy non avevano importanza: voleva molto bene
al suo porcello e passava lunghe ore in giardino, a chiacchierare con
lui, o seduto all’ombra della sua ampia mole, a leggere libri sulle
meraviglie dell’Universo.
Purtroppo il padre di George, Terence, non aveva mai nutrito una
gran simpatia per Freddy. Il nuovo arrivato era troppo grande, troppo
porcellesco, troppo roseo e, soprattutto, gli piaceva troppo
zompettare nell’orticello che Terence coltivava con tanta cura,
calpestando spinaci e broccoli, e ruminando spensierato le sue
carote. L’estate precedente, prima della nascita delle gemelle, l’intera
famiglia aveva deciso di fare un viaggio e Terence ne aveva
approfittato per sistemare Freddy in una fattoria per bambini nelle
vicinanze, promettendo a George che al loro ritorno il maiale sarebbe
tornato a casa.
Ma non era andata così. George e i suoi erano tornati dalle loro
avventure e i loro vicini di casa – lo scienziato Eric, sua moglie Susan
e la figlia Annie – erano tornati dagli Stati Uniti. Poi erano nate le
sorelline di George, le gemelle Juno e Hera, che strillavano,
gorgogliavano e sorridevano. E poi riattaccavano a strillare. Ogni
volta che una delle due stava zitta, c’era un magnifico nanosecondo di
silenzio. Poi l’altra ricominciava a strillare e proseguiva finché George
aveva l’impressione che gli si spappolasse il cervello e gli fuoriuscisse
dalle orecchie. E dato che mamma e papà erano sempre nervosi e
stanchi, lui non se la sentiva di assillarli con le sue richieste. Così,
quando Annie e i genitori tornarono dagli Stati Uniti, George prese
ad attraversare sempre più spesso il varco nella staccionata fra i
giardinetti sul retro, finché in pratica si ritrovò a vivere nella casa
accanto insieme alla bizzarra famiglia dell’amica e al supercomputer
più intelligente del mondo.
A Freddy, però, andò molto peggio. Lui a casa non tornò affatto.
Mai più.
Dopo la nascita delle gemelline, il padre di George decise che
avevano già tutti abbastanza da fare senza un porcello enorme
parcheggiato nel giardino sul retro. — E comunque — disse in tono
pomposo quando George tentò di protestare — Freddy è una
creatura del pianeta Terra. Non appartiene a te, appartiene alla
Natura.
Sfortunatamente, la piccola fattoria per bambini dove avevano
portato Freddy chiuse all’inizio delle vacanze estive. Il porcello e gli
altri animali furono trasferiti in un’altra fattoria, che ospitava
numerose specie insolite di animali domestici e riceveva valanghe di
visitatori. Era un po’ come iniziare le medie, pensò George: lasciare la
scuola piccola e familiare per andare in una scuola sconosciuta e
molto più grande. Metteva un po’ paura.
— Natura, bah! — sbuffò ora George, ricordando il commento del
padre, mentre Cosmo, il supercomputer, continuava a rimuginare
sulla complicata domanda riguardo a quale fosse il posto migliore
dell’Universo per un porcello senza casa. — Secondo me, Freddy
mica lo sa d’essere una creatura del pianeta Terra. Lui vuole stare con
noi e basta!
— Sembrava così triste — aggiunse Annie. — Sono sicura che
avesse voglia di piangere.
Quella mattina, quand’erano arrivati alla fattoria, avevano trovato
Freddy steso sul pavimento del porcile, le zampe tese, gli occhi
offuscati e le guance incavate. Gli altri porcelli saltellavano qua e là,
di ottimo umore e in forma perfetta. Il porcile era spazioso e
arieggiato, la fattoria pulita e le persone che lavoravano lì cordiali,
eppure Freddy sembrava sprofondato in un personalissimo inferno
per porcelli. George aveva iniziato subito a sentirsi in colpa. Le
vacanze erano finite e lui non aveva fatto niente per riportare a casa
Freddy. Era stata Annie a proporre la visita, dopo aver convinto la
madre ad accompagnarli in auto fino alla fattoria e poi tornare a
riprenderli.
George e Annie avevano chiesto agli impiegati come mai Freddy
fosse così giù di morale e anche loro erano sembrati preoccupati. Il
veterinario l’aveva visitato e aveva dichiarato che l’animale era
sanissimo. Era semplicemente infelice e sembrava struggersi dal
dolore. In fin dei conti era cresciuto in un giardinetto tranquillo, per
essere poi trasferito in una piccola fattoria dove arrivavano solo pochi
bambini a fargli le coccole. Nella nuova fattoria, invece, era
circondato da animali chiassosi e sconosciuti, e da una grande
quantità di visitatori. Probabilmente per lui era un grosso shock. Per
giunta, fino a quel momento, Freddy non aveva mai frequentato altri
porcelli. In effetti, si considerava più un essere umano che un
porcello. Che ci stava a fare, lui, in un posto pieno di gente che si
spenzolava dal recinto del porcile per guardarlo a bocca aperta?
— Non possiamo riportarlo a casa? — aveva chiesto George.
I dipendenti della fattoria avevano scosso la testa, perplessi. Per
trasferire un qualunque animale bisognava seguire un bel po’ di
norme e regolamenti, senza contare che ormai Freddy era troppo
grosso per vivere in un giardinetto in città. — Vedrai che non ci
metterà molto a riprendersi! — avevano assicurato a George. —
Vedrai che quando tornerai a trovarlo sarà in gran forma.
— Ma è qui già da settimane — aveva protestato George.
Loro però non l’avevano sentito o avevano preferito ignorarlo.
Annie comunque aveva altri progetti. — Non possiamo riportare
Freddy da te — aveva detto, mentre accendeva Cosmo appena
rientrati. — Tuo padre lo rispedirebbe dritto alla fattoria. E non può
neanche stare da noi.
George sapeva che purtroppo era vero. Il suo sguardo percorse lo
studio di Eric: Cosmo era appollaiato su pile di documenti scientifici
ammucchiati sulla scrivania, circondato da torri tremolanti di libri,
tazze ancora mezze piene di tè, e fogli e foglietti coperti da equazioni
scarabocchiate. Il papà di Annie usava il supercomputer per
elaborare le sue teorie sull’origine dell’Universo. E, a quanto pareva,
trovare l’alloggio ideale per un porcello era quasi altrettanto difficile.
Quando Annie e la sua famiglia si erano stabiliti nella casa accanto
a quella di George, il porcello aveva fatto il suo ingresso drammatico,
galoppando nello studio di Eric e mandando all’aria fogli e libri. In
realtà, a Eric aveva quasi fatto piacere, perché grazie al caos
provocato da Freddy aveva ritrovato un libro che cercava da un pezzo,
ma George e Annie sapevano che al momento lo scienziato aveva
troppo da fare per accogliere a braccia aperte un porcello ramingo.
— Dobbiamo trovare un buon posto per Freddy — disse Annie.
Ping! Sullo schermo di Cosmo cominciarono a lampeggiare
innumerevoli luci multicolori, segno sicuro che il supercomputer era
molto soddisfatto di sé. — Ho preparato un sommario delle
condizioni all’interno della locale area cosmica e della loro idoneità
alla vita porcellesca — annunciò. — Cliccando su ciascun riquadro
avrete una schermata relativa alle possibilità di esistenza del vostro
porcello sui pianeti di questo Sistema Solare. Mi sono preso la libertà
— aggiunse ridacchiando — di fornire un’immagine per ogni pianeta
unitamente ai miei commenti personali.
— Fantastico! — esclamò Annie. — Cosmo, sei il meglio.
Sullo schermo di Cosmo comparvero otto piccoli riquadri, ognuno
con il nome di un pianeta del nostro Sistema Solare. Annie cliccò su
M ERCURIO …

Mercurio
Porcello arrosto

Venere
Porcello puzzolente

Terra
Porcello felice

Marte
Porcello rimbalzante

Giove
Porcello che affonda
Saturno
Porcello in orbita

Urano
Porcello
pancia all’aria
Nettuno
Porcello
ai quattro venti

IL NOSTRO SISTEMA SOLARE


Sistema Solare è il nome attribuito alla famiglia di pianeti che orbitano
intorno alla nostra stella, il Sole.

Il nostro Sistema Solare si è formato circa 4,6 miliardi di anni fa.

Come si è formato il Sistema Solare

Fase Uno:
Una nube di gas e polveri ha cominciato a collassare, forse a causa di
onde d’urto provenienti da una supernova vicina.

Fase Due:
Si è formata una palla di polveri, che girava vorticosamente su se stessa e
che si è appiattita fino a diventare un disco, mentre attraeva sempre più
polveri, diventava sempre più grande e girava sempre più veloce.

Fase Tre:
La regione centrale di questa nube collassata è diventata sempre più
calda, finché non ha cominciato a bruciare, trasformando la nube in una
stella.

Fase Quattro:
Mentre la stella bruciava, le polveri del disco circostante si sono aggregate
in ammassi, diventati poi rocce, le quali alla fine hanno formato i pianeti,
ancora orbitanti intorno alla stella – il nostro Sole – al centro. Questi
pianeti hanno formato due gruppi principali: vicino al Sole, dove c’è caldo,
i pianeti rocciosi; più all’esterno, oltre Marte, i pianeti gassosi, che
consistono di una densa atmosfera di gas i quali circondano una regione
interna liquida, molto probabilmente con un nucleo solido.

Fase Cinque:
I pianeti hanno sgombrato le loro orbite inglobando qualsiasi frammento
di materia in cui si sono imbattuti.

Poiché Giove è il pianeta più grande, può darsi che abbia compiuto questo
inglobamento da solo.

Fase Sei:
Centinaia di milioni di anni dopo, i pianeti si sono assestati in orbite stabili,
le stesse che descrivono oggi. I frammenti rimasti sono finiti nella fascia
degli asteroidi tra Marte e Giove oppure oltre Plutone, nella fascia di
Kuiper.
Le stelle con una massa simile a quella del nostro Sole impiegano circa 10 milioni di
anni a formarsi.

Ci sono altri sistemi solari simili al nostro?

Un esopianeta è un pianeta in orbita intorno a una stella, come la Terra intorno al


Sole.

Per parecchie centinaia di anni gli astronomi sospettarono che altre


stelle nell’Universo potessero avere dei pianeti in orbita attorno a
esse. Ma il primo esopianeta orbitante intorno a una stella morta
molto grande non fu confermato fino al 1992. Il primo pianeta
orbitante attorno a una vera stella splendente fu scoperto nel 1995.
Da allora si sono scoperti più di 500 esopianeti, alcuni in orbita
intorno a stelle molto simili al nostro Sole!

Questo è appena l’inizio. Anche se solo il 10% delle stelle della nostra
galassia avesse pianeti in orbita attorno a esse, questo indicherebbe
la presenza di più di 200 miliardi di sistemi solari soltanto nella Via
Lattea.

Alcuni di questi potrebbero essere simili al nostro Sistema Solare, altri


potrebbero avere un aspetto molto diverso. I pianeti in un sistema
solare binario, per esempio, potrebbero vedere due soli sorgere e
tramontare nel cielo. Conoscere la distanza dalla loro stella ai pianeti
– e le dimensioni e l’età della stella – ci aiuta a calcolare quanto è
probabile trovare vita su quei pianeti.

La maggior parte degli esopianeti che conosciamo in altri sistemi


solari sono molto grandi – grandi come Giove o di più – soprattutto
perché sono più facili da individuare dei pianeti più piccoli. Ma gli
astronomi stanno cominciando a scoprire pianeti rocciosi più piccoli
che orbitano alla giusta distanza dalla loro stella, che potrebbero
essere molto simili al pianeta Terra.

All’inizio del 2011, la NASA ha confermato che la missione Keplero


aveva individuato un pianeta simile alla Terra orbitante intorno a una
stella distante 500 anni luce! Di dimensioni solo 1,4 volte quelle della
Terra, questo pianeta, il Kepler 10-b, può essere il più simile alla Terra
scoperto finora.
Capitolo due

— Non credo proprio che Freddy possa vivere su uno qualunque di


quei pianeti — obiettò George, dopo che ebbero finito di leggere le
informazioni di Cosmo sul Sistema Solare visto dai porcelli. —
Finirebbe arrosto su Mercurio e spazzato via dai venti su Nettuno,
mentre su Saturno affonderebbe dentro strati di gas velenoso.
Probabilmente preferirebbe tornare alla fattoria.
— Nel nostro Sistema Solare soltanto la Terra è adatta alla vita —
mormorò Annie arricciando il naso, segno sicuro che stava
rimuginando a pieno regime. — È la stessa cosa per gli esseri umani.
Lo sai che papà parla sempre di trovare un nuovo pianeta dove
emigrare nel caso che il nostro diventasse inabitabile?
— Tipo se fosse colpito da una cometa gigante o se il
riscaldamento globale aumentasse troppo? Non potremmo più
vivere qui se ci fossero eruzioni vulcaniche a ripetizione o se la Terra
diventasse un enorme deserto arido. — I genitori eco-attivisti
avevano già spiegato a George quali cose paurose potevano capitare
al pianeta, se gli umani non se ne fossero presi cura meglio.

I PROBLEMI DEL NOSTRO PIANETA


Attacco di asteroidi!
Un asteroide è un frammento roccioso residuo della formazione del
Sistema Solare avvenuta circa 4,6 miliardi di anni fa. Gli scienziati
ritengono che probabilmente ci sono milioni di asteroidi nel nostro
Sistema Solare.
Normalmente il diametro degli asteroidi misura da pochi metri a centinaia
di chilometri.
Di tanto in tanto un asteroide viene proiettato fuori dalla sua orbita – per esempio
attratto dalla gravità di pianeti vicini – e viene mandato in rotta di collisione con la
Terra.

Circa una volta l’anno una roccia delle dimensioni di un’automobile


piomba nell’atmosfera della Terra, ma brucia completamente prima di
raggiungerne la superficie.

Una volta ogni poche migliaia di anni, un pezzo di roccia all’incirca delle dimensioni di
un campo da calcio colpisce la Terra, e ogni pochi milioni di anni la Terra subisce
l’impatto di un oggetto spaziale – un asteroide o una cometa – abbastanza grande
da costituire una minaccia per l’umanità.

Se un asteroide o una cometa – una sfera rocciosa ghiacciata che orbita


intorno al Sole – dovesse colpire la Terra, potrebbe schiantarsi sulla
superficie, perforandola e provocando una catena di eruzioni vulcaniche.
Niente sopravvivrebbe all’impatto.
65 milioni di anni fa un asteroide si schiantò sulla Terra. Potrebbe essere
stato questo a sterminare i dinosauri: l’impatto sollevò una nube di polveri
sottili che oscurarono il Sole, condannando i dinosauri e molte altre specie
all’estinzione.

Un meteoroide è un frammento di roccia che viaggia nel nostro Sistema Solare; un


meteoroide si definisce quello stesso frammento di roccia quando raggiunge la
Terra.

Esplosione di raggi gamma… Game over!


Dobbiamo anche affrontare la minaccia esotica di un’estinzione provocata
dai raggi gamma provenienti dallo spazio.

Quando stelle molto grandi arrivano alla fine della loro vita ed esplodono,
non mandano nel cosmo solo polveri bollenti e gas in una nuvola in
espansione. Sprigionano anche fasci di raggi gamma, simili al fascio di luce
di un faro. Se la Terra si trovasse esattamente nella traiettoria di un tale
fascio, e se l’esplosione di raggi gamma avvenisse abbastanza vicino a noi,
il fascio potrebbe squarciare la nostra atmosfera, facendo riempire i cieli di
nubi marroni di azoto.

Esplosioni simili sono rare. Dovrebbero verificarsi entro poche migliaia di


anni luce per procurare un vero danno, e il fascio ci dovrebbe colpire con
grande precisione. Per questo gli astronomi che hanno studiato il
problema dettagliatamente non sono preoccupati più di tanto!

Autodistruzione!

La Terra è abitata da più di 7 miliardi di persone.

Abbiamo già procurato molti danni al nostro pianeta… e senza l’aiuto


di asteroidi o di raggi gamma.

La Terra è sovrappopolata.

Significa che si dovrà produrre più cibo per tutte quelle persone,
sottoponendo a un grande sforzo le risorse naturali della Terra e
mandando ancora più gas nell’atmosfera terrestre. Si è discusso
molto sui cambiamenti del clima. Ma gli scienziati sono sicuri che il
pianeta si sta riscaldando e che l’attività dell’uomo è la causa di
questo cambiamento. Ritengono che questo processo continuerà, e
ciò significa che il mondo diventerà più caldo e che alcune zone
subiranno abbondanti precipitazioni, mentre altre avranno siccità. Si
pensa che il livello dei mari crescerà, e questo potrebbe rendere
molto difficile la vita delle popolazioni sulle coste.

Ci sono sempre più uomini sulla Terra, ma sempre meno creature di


altre specie. Globalmente, circa un quarto di tutte le specie di
mammiferi e un terzo degli anfibi sono a rischio di estinzione.
L’estinzione di altri animali è un problema che si sta aggravando;
infatti assistiamo alla scomparsa dalla faccia della Terra di specie
intere. È un vero peccato: stiamo distruggendo il nostro pianeta,
bello e unico, proprio quando stiamo imparando come funziona
davvero.
— Esatto! Papà dice che gli esseri umani hanno bisogno di cercarsi
una nuova casa — riprese Annie — proprio come Freddy. Per vivere, i
porcelli hanno bisogno più o meno di quello che serve a noi. Perciò,
se riusciamo a trovare un posto adatto alla vita umana, dovrebbe
andare bene anche per Freddy.
— Insomma, Cosmo non deve fare altro che individuare un
pianeta adatto agli esseri umani… e andrebbe bene anche per il mio
porcello?
— Proprio così! — replicò Annie entusiasta. — E ogni tanto
potremo andare a fargli visita, perché non si senta troppo solo e
triste. — Per un po’ rimasero entrambi in silenzio, consapevoli che il
loro piano presentava parecchi punti deboli.
— Quanto ci vorrà a trovare un pianeta adatto a Freddy? — chiese
infine George. — È da un pezzo che Eric ne cerca uno dove stabilire
una colonia umana e ancora non è sicuro di averlo trovato.
— Be’, sì — ammise Annie. — Forse per ora potremmo, e dico solo
potremmo, trovargli un posto più vicino a casa.
— Un posto sulla Terra andrebbe meglio — annuì George — ma
come facciamo a portarcelo… qui o nello spazio? Come facciamo ad
andarcene in giro con un porcello enorme?
— Ah! Questa è la parte supergeniale del mio piano brillante! — si
ringalluzzì Annie. — Useremo Cosmo! Se può far viaggiare noi in
lungo e in largo per l’Universo, non avrà difficoltà a trasportare un
porcello in qualunque posto della Terra. Giusto, Cosmo?
— Giustissimo — confermò Cosmo. — Sono così eccezionale e
intelligente da poter fare tutto quello che hai appena detto.
— Ma gli è permesso? — insisté George. — Insomma, non è che tuo
padre se la prenderà a male, se scopre che abbiamo usato il suo
supercomputer per trasportare un porcello?
— A meno che non mi ordiniate di farlo — disse Cosmo in tono
astuto — non ho motivo di informare Eric della nostra avventura
porcellesca.
— Visto? — gongolò Annie. — Se chiediamo a Cosmo di portare
Freddy in un posto sicuro, lo farà senza problemi.
— Mmm… — fece George, ancora dubbioso. Aveva fatto diversi
viaggi la cui destinazione era stata selezionata da Cosmo e non era
sicuro che il supercomputer ci azzeccasse sempre. Di sicuro non
voleva spingere il suo porcello oltre il portale – l’incredibile soglia
nello spazio spalancata da Cosmo – e poi scoprire che era finito in
una fabbrica di salsicce. O in cima all’Empire State Building. O su
una remota isola tropicale troppo calda… e troppo isolata.
— Cosmo — disse George educatamente — ti dispiacerebbe farci
prima vedere i posti dove manderesti Freddy? E un’altra cosa… per il
momento, finché non gli troviamo una sistemazione definitiva,
sarebbe meglio che fossero posti abbastanza vicini da poterci arrivare
in bicicletta. Se continuassimo a usare te per andare da lui, qualcuno
potrebbe coglierci sul fatto.
— Elaborazione della richiesta in corso — rispose Cosmo. Dopo il
ritorno della famiglia di Annie dagli Stati Uniti, il supercomputer
aveva subito un collasso totale. Eric era riuscito a ripararlo e da allora
l’atteggiamento del supercomputer era diventato molto più
amichevole. I suoi circuiti ronzarono qualche secondo e al centro
dello studio comparve un’immagine sospesa a mezz’aria e connessa
allo schermo da due fasci di luce.
— Una mappa! — esclamò George. — Sembra… ehi! Ma è
Foxbridge!
— Esatto — replicò Cosmo. — È un’immagine tridimensionale.
Qualunque cosa riesca a fare quell’arrivista sfacciato di Google, io so
farla meglio.
— Ma è bellissima… — mormorò Annie. Ogni particolare
dell’antica e nobile città universitaria era tracciato sulla mappa con
cura amorosa e vi comparivano miniature perfette di torri, bastioni,
campanili e cortili.
Nell’angolo di un cortile lampeggiava una lucina rossa.
— Quella è l’università dove insegna mio padre! — esclamò Annie
stupita. — Perché dovrebbe interessarci?
— Secondo le mie informazioni, i porcelli hanno bisogno di uno
spazio buio e tranquillo, aria fresca e luce a sufficienza — rispose
Cosmo. — Il posto da me individuato è una cantina vuota sotto una
vecchia torre. È dotata di un piccolo lucernario e di un sistema di
ventilazione che garantisce il ricambio d’aria. Non viene usata da
diversi anni, perciò per qualche giorno il vostro porcello potrebbe
restare lì senza problemi. Sempre che prendiate la precauzione di
portargli un po’ di paglia dalla fattoria.
— Sicuro? — chiese George. — Non si sentirà in castigo, rinchiuso
là sotto?
— Ci resterà poco — replicò Cosmo — e si godrà la tranquillità e il
silenzio, mentre voi deciderete quale sarà la sua residenza definitiva.
— Dobbiamo toglierlo da quella fattoria! — esclamò Annie. — E
alla svelta! Ci sta troppo male… Dobbiamo salvarlo!
— Possiamo vedere la cantina? — chiese George.
— Sicuro — rispose Cosmo. — Aprirò una finestra per permettervi
di verificare le informazioni che vi ho fornito.
La mappa si dissolse, sostituita da un rettangolo di luce simile al
portale che Annie e George avevano attraversato molte volte per
viaggiare nello spazio. In quelle occasioni Cosmo aveva creato una
porta vera e propria; adesso, dato che i ragazzi volevano soltanto dare
una sbirciata alla cantina, si limitò a ritagliare una piccola finestra.
— È così elettrizzante! — commentò Annie. — Perché finora non
ci è mai venuto in mente di usare Cosmo per viaggiare sulla Terra?
Una volta completata, però, la finestra rettangolare rimase buia.
— Non si vede niente, Cosmo! — protestò George, dopo che lui e
Annie ebbero aguzzato la vista inutilmente. — Avevi detto che c’era
luce. Non vogliamo che Freddy pensi d’essere finito in prigione!
Cosmo sembrò confuso. — Ho controllato le coordinate e il posto
è quello esatto. Forse hanno sbarrato la finestra…
— Cavolo! — bisbigliò Annie. — Il buio… si muove! — In effetti,
dall’altra parte del rettangolo, l’oscurità sembrava ondeggiare e
incresparsi. — E si sentono delle voci! — aggiunse in un sibilo.
— Impossibile — ribatté Cosmo. — Secondo i miei dati, la cantina
non viene usata da un pezzo.
— Allora che cosa ci fa là dentro tutta quella gente? — chiese
Annie con voce soffocata. — Guarda!
Anche George scrutò il buio oltre il varco rettangolare e vide che
Annie aveva ragione. Davanti a loro non c’era una cantina oscura e
deserta, ma una moltitudine di persone vestite di nero da capo a
piedi, che davano loro le spalle.
— Possono vederci? — sussurrò Annie.
— Se si voltassero, vedrebbero la finestrella — rispose Cosmo,
dopo aver eseguito un rapido controllo. — Per quanto illogico,
improbabile e irragionevole, sembra che la cantina sia piena di esseri
umani.
— Vivi? — balbettò Annie. — O morti?
— Vivi e vegeti.
— Ma che cosa ci fanno, là sotto?
— Stanno…
— Si stanno voltando! — li interruppe inorridito George. —
Chiudi subito la finestra, Cosmo!
Il supercomputer obbedì così in fretta che nessuno nella cantina
notò il breve lampo di luce. Del resto, anche se lo avessero notato,
mai avrebbero sospettato che la loro riunione segreta fosse stata
scoperta da due ragazzini perplessi e da un supercomputer nervoso
in una casa normalissima alla periferia di Foxbridge.
Nonostante la finestrella fosse stata chiusa, una voce uscì dalla
cantina per arrivare nella stanza dove si trovavano Annie e George,
ancora paralizzati dallo sgomento. — Che tutti inneggino al Falso
Vuoto! — intonò la voce. — Portatore di vita, energia e luce. — A
quanto pareva, nella fretta di chiudere la finestra prima che qualcuno
la vedesse (e soprattutto vedesse loro), Cosmo aveva lasciato aperto
l’audio, perciò ora potevano sentire ma non vedere quello che
succedeva nella cantina.
Seguì un silenzio mortale. Annie e George osavano appena
respirare. Poi, come se ascoltassero un programma radiofonico
particolarmente orribile, la voce riprese.
— Viviamo tempi pericolosi! Forse gli ultimi, prima che il tessuto
stesso dell’Universo sia fatto a brandelli da una bolla di distruzione
cosmica. In breve, alcuni scienziati criminali inizieranno un
esperimento ad alta energia nel LHC , il Large Hadron Collider, ovvero
grande collisore di adroni. L’ultima volta non siamo riusciti a
impedire che usassero il Collider. Ora però la situazione è molto più
grave. Appena quei folli accenderanno le loro macchine, si scatenerà
una catastrofe cosmica che cancellerà l’Universo intero! Il loro
tentativo di portare il lavoro del Large Hadron Collider al livello
successivo ci distruggerà.
A quelle parole, nella cantina si levò un brusio.
— Silenzio! — ordinò la voce. — Ora il nostro illustre esperto
scientifico vi spiegherà tutto…
Parlò una nuova voce, più anziana e pacata. — Quegli sciocchi
pericolosi sono guidati da uno scienziato di Foxbridge che risponde
al nome di Eric Bellis.
Annie si tappò la bocca con una mano per soffocare lo squittio che
le era sfuggito. Eric Bellis era suo padre!
— È Bellis che ha organizzato quest’esperimento ad altissima
energia utilizzando ATLAS , il rivelatore di particelle del Large Hadron
Collider. E ora l’esperimento sta per entrare nella fase più pericolosa.
Secondo i miei calcoli, se Bellis otterrà l’energia di collisione
desiderata, esistono forti probabilità che si crei una certa quantità di
Vero Vuoto, che provocherà la distruzione spontanea dell’Universo.
«Se nel corso della collisione di particelle sperimentata al LHC si
creasse la minima bolla di Vero Vuoto, questa si espanderebbe alla
velocità della luce, sostituendo il Falso Vuoto e cancellando ogni
traccia di materia! Ogni atomo sulla Terra si dissolverebbe in meno
di un ventesimo di secondo. Il Sistema Solare svanirebbe nel giro di
otto ore. E non sarebbe finita qui…»
Le voci provenienti dalla cantina erano più flebili, anche se Cosmo
cercava di mantenere la connessione.
— La bolla continuerà a espandersi in eterno — proseguì la voce
in un sussurro minaccioso. — Bellis avrà realizzato l’impensabile: la
distruzione dell’intero Universo! — La voce tornò a tacere, mentre
l’ultima sillaba sibilante, “sssoooo”, aleggiava ancora nell’aria.
Per un momento George, Annie e Cosmo rimasero raggelati. Fu il
supercomputer a riprendersi per primo.
La scritta in rosso, in grosse lettere maiuscole, AM BIENTE
PERICOLOS O PER PORCELLI!, lampeggiò più volte sullo schermo.
— Non ci manderemo Freddy! — disse Annie, ancora stordita. —
Non voglio che il nostro amico rosa si trovi alle prese con gentaglia
che dice male del mio papà!
George deglutì a fatica. Di cosa parlavano quei tizi vestiti di nero?
— Cosmo, Annie — balbettò — ma… chi era quella gente?
Capitolo tre

— Chi era chi? — chiese una voce. Eric in persona era comparso sulla
soglia dello studio, una tazza di tè fumante in una mano e un fascio
di documenti scientifici sotto il braccio. Indossava una giacca di
tweed. — Ciao, Annie. Ciao, George — disse. — Vi state godendo
l’ultimo giorno delle vacanze?
I due amici lo fissarono con sguardo vacuo.
— Ahi ahi! Immagino che questo sia un “no”… — proseguì Eric.
— Allora, cos’è che non va? — Tacque e sorrise. Ultimamente non
faceva che sorridere. Al momento, se George avesse dovuto
descrivere il padre di Annie, avrebbe usato termini quali
“incredibilmente felice”. O “incredibilmente affaccendato”. In
effetti, più Eric era affaccendato, più sembrava felice. Da quando era
tornato dagli Stati Uniti, dove aveva collaborato all’organizzazione di
una missione spaziale per cercare tracce di vita su Marte, lo
scienziato sembrava avere sempre fretta e divertirsi un mondo. Era
felice a casa con la famiglia, amava il nuovo lavoro come professore
di matematica all’Università di Foxbridge ed era superelettrizzato
per il grande esperimento in corso al Large Hadron Collider in
Svizzera.
L’esperimento in preparazione al LHC non faceva che proseguire il
lavoro iniziato da altri scienziati centinaia di anni prima. Lo scopo
era quello di scoprire di che cosa fosse fatto l’Universo e come i suoi
microscopici componenti fondamentali si fossero combinati per
formare tutto quello che c’era dentro. Eric e i suoi colleghi scienziati
cercavano di elaborare una teoria che permettesse di comprendere
ogni cosa riguardo all’Universo. L’avevano chiamata semplicemente
“Teoria del Tutto”. Era il traguardo più importante della scienza. Se i
loro sforzi avessero avuto successo, forse sarebbero riusciti a capire
non solo com’erano andate le cose agli inizi del nostro Universo, ma
anche come e perché si era formato.
Con questa eccezionale prospettiva in vista, grazie ai nuovi
risultati del Large Hadron Collider, non c’era da stupirsi che Eric
fosse sempre di buonumore. Tanto di buonumore, in effetti, da non
prendersela troppo nello scoprire che i ragazzi avevano usato Cosmo
senza chiedergli il permesso.
— Vedo che state trafficando sul mio computer — commentò,
inarcando un sopracciglio. Però non sembrava arrabbiato. — Mi
auguro che non abbiate fatto di nuovo cadere la marmellata di
fragole sulla tastiera — aggiunse in tono gentile, mentre si chinava a
dare un’occhiata allo schermo.
— Qual è il posto migliore dell’Universo per un porcello? — lesse
a voce alta. — Ah! — La sua espressione si schiarì e arruffò i capelli
della figlia. — Capisco. Tua madre mi ha detto che eravate
preoccupati per Freddy.
— Stavamo cercando un posto migliore per lui — spiegò Annie.
— E che cos’avete trovato? — chiese Eric. Poi si sfilò la giacca di
tweed e afferrò una sedia girevole malconcia per prendere posto fra i
ragazzi, che ancora lanciavano occhiate inquiete allo schermo del
supercomputer.
— Be’, ecco… Cosmo ha controllato il Sistema Solare, però non
abbiamo trovato niente che andasse bene — rispose George.
— Ci credo — commentò Eric. — Non me l’immagino proprio
Freddy su Plutone.
— Così abbiamo pensato di cercare un altro pianeta adatto alla
vita umana, ma non l’abbiamo trovato — proseguì George.
— E poi, mentre cercavamo un posto nelle vicinanze di Foxbridge
per lasciarci Freddy qualche giorno — sbottò Annie — abbiamo
scoperto una cantina piena di tizi orridi che dicevano che il tuo
esperimento al Large Hadron Collider distruggerà l’Universo!
Di colpo Eric montò su tutte le furie. — Cosmo! — latrò. — Che
cosa hai combinato?
— Volevo solo essere d’aiuto… — disse Cosmo imbarazzato.
— Per tutte le galassie! — Di colpo Eric non sembrava affatto
felice. — Come ti è venuto in mente di far sentire ai ragazzi i discorsi
di quegli idioti?
— Dicevano che il tuo esperimento distruggerà il Falso Vuoto… —
spiegò lentamente George — e farà sparire l’Universo. È vero?

LA TEORIA DEL TUTTO


Nel corso della storia, gli uomini si sono guardati attorno e hanno cercato
di capire le cose meravigliose che vedevano, chiedendosi: Che cosa sono
questi oggetti? Perché si muovono e cambiano in questo modo? Ci sono
sempre stati? Che cosa ci dicono sul perché siamo qui? Solo nei secoli più
recenti abbiamo cominciato a trovare risposte scientifiche.

Teoria Classica
Nel 1687 Isaac Newton pubblicò le sue Leggi del Moto, che descrivono
come le forze cambiano il modo in cui gli oggetti si muovono, e la Legge
della Gravitazione Universale, che dice che due oggetti nello spazio si
attraggono con una forza – la gravità – che è pure il motivo per il quale
noi stessi rimaniamo attaccati alla superficie della Terra. La gravità spiega
anche perché la Terra ruota intorno al Sole, e come si sono formati i
pianeti e le stelle. Sulla scala delle dimensioni dei pianeti, delle stelle e
delle galassie, la gravità è l’architetto che controlla la grandiosa struttura
dell’Universo. Le Leggi di Newton sono ancora utili per mandare in orbita
satelliti e inviare veicoli spaziali su altri pianeti. Ma quando gli oggetti sono
molto veloci, o molto grandi, servono teorie classiche più moderne, come
per esempio le Teorie della Relatività di Einstein.

Le leggi di Newton
Le Leggi del Moto

Ogni particella rimane in quiete o nel suo stato di moto rettilineo a


velocità costante, a meno che non venga sollecitata da una forza
esterna.
La velocità di cambiamento della quantità di moto di una particella è
uguale alla forza esterna e ha la stessa direzione della forza.

Se una particella esercita una forza su una seconda particella, allora


la seconda particella esercita una forza uguale ma opposta sulla
prima.

La Legge della Gravitazione Universale


Ogni particella dotata di massa nell’Universo attrae ogni altra particella
dotata di massa con una forza che agisce lungo la retta che le congiunge,
la quale è direttamente proporzionale al prodotto delle loro masse e
inversamente proporzionale al quadrato della loro distanza.

La Teoria Quantistica
La Teoria Classica si adatta ai corpi grandi, come le galassie, le automobili
o anche i batteri. Ma non è in grado di spiegare come funzionano gli
atomi. Infatti dalla Fisica Classica si deduce che gli atomi non possano
esistere! All’inizio del Ventesimo secolo i fisici si resero conto della
necessità di sviluppare una teoria completamente nuova che spiegasse le
proprietà di corpi molto piccoli come gli atomi o gli elettroni: la Teoria
Quantistica. La teoria che riassume la conoscenza attuale delle particelle e
delle forze fondamentali è conosciuta con il nome di Modello Standard. Ha
quark e leptoni (le particelle costituenti della materia), particelle di forza (il
gluone, il fotone, i bosoni W e Z) e il bosone di Higgs (che è necessario per
spiegare parte delle masse delle altre particelle, ma che non è ancora
stato individuato). Molti scienziati ritengono che questo sia troppo
complicato, e vorrebbero un modello più semplice. Inoltre, dov’è la
materia oscura che gli astronomi hanno scoperto? E la gravità? La
particella di forza per la gravità si chiama gravitone, ma aggiungerlo al
Modello Standard è difficile perché la gravità è molto diversa: modifica
infatti la forma dello spazio-tempo.

La sfida: la Teoria del Tutto…


Una teoria che spieghi tutte le forze e tutte le particelle – una Teoria del Tutto –
potrebbe far sembrare molto diversa qualsiasi cosa abbiamo visto prima, perché
dovrebbe spiegare lo spazio-tempo come anche la gravità. Ma, se esistesse,
dovrebbe spiegare i fenomeni fisici dell’intero Universo, compresi il nucleo dei buchi
neri, il Big Bang e il futuro remoto del cosmo. Scoprirla sarebbe un risultato
straordinario.

— Certo che no! È una teoria assurda — rispose irritato Eric. —


Non dovete dare ascolto a quei tizi! Tentano in tutti i modi di
spaventare le persone e bloccare il grande esperimento che stiamo
preparando in Svizzera.
— Ma erano nella tua università! — strillò Annie.
— Scarafaggi dell’università! — sbuffò Eric. — Possono essere
dovunque, ma questo non li rende certo più credibili.
— Allora sai chi sono?
— Non esattamente — ammise Eric. — La loro è
un’organizzazione segreta e gli accoliti tengono nascosta la propria
identità. Sappiamo solo che si sono dati il nome di “Vuoto e Rischi
Micidiali Impliciti”.
— Vuoto e rischi micidiali impliciti — ripeté Annie. — Ma se metti
insieme le iniziali diventa VERM I ! Davvero si sono dati un nome del
genere?
Eric rise. — Di sicuro è il nome adatto a loro! Sono davvero un
branco di vermi!
— Ma che cosa vogliono?
— L’anno scorso i VERM I , come li chiamerò d’ora in poi, volevano
farci rinunciare a usare il Collider. A sentir loro, se avessimo dato
inizio all’esperimento, avremmo creato un buco nero. Ovviamente li
abbiamo ignorati e abbiamo acceso il Collider. E visto che siamo
ancora qui, è chiaro che nessun buco nero ha inghiottito l’Universo.
Eravamo convinti che dopo quella figuraccia si sarebbero dati una
calmata, invece ora se ne sono usciti con questa assurdità del “vuoto”
per impedirci di iniziare un nuovo esperimento, che usa ancora più
energia di quelli condotti in passato.
— Ma perché? — chiese George. — Perché si inventano tutte
queste teorie assurde?
— Semplicemente non vogliono che abbiamo successo — spiegò
Eric. — Il nostro scopo è capire l’Universo a un livello più profondo e
per questo abbiamo bisogno di sapere non solo come si comporta,
ma perché. Perché c’è qualcosa e non il nulla? Perché esistiamo?
Perché tutto obbedisce a un certo insieme di leggi fisiche e non a un
altro? Sono le domande fondamentali alla base della vita,
dell’Universo e di tutto quanto. E alcune persone non vogliono che
troviamo una risposta.
— Insomma la storia della “bolla di distruzione” è davvero
un’assurdità? — insisté George.
— Un’assoluta buffonata cosmica! — esclamò Eric. — Eppure… —
proseguì aggrottando la fronte — un numero sempre maggiore di
persone sembra credere alle chiacchiere dei VERM I . Per questo, e per
evitare sorprese sgradevoli, abbiamo cambiato i piani riguardo alla
data d’inizio del nuovo esperimento.
— Cioè, quando inizierete? — chiese George.
— Abbiamo già iniziato! L’acceleratore è acceso, i rivelatori sono in
funzione e qualche settimana fa abbiamo perfino ottenuto l’intensità
del fascio di particelle che avevamo progettato. — Lo scienziato
scosse mesto la testa. — Però abbiamo deciso di non parlarne, per
evitare interferenze da parte dei VERM I . Quegli esaltati… Ma
torniamo alle cose serie. Allora, dove possiamo portare Freddy? Che
mi dici, Cosmo?
Quasi Cosmo fosse ansioso di farsi perdonare l’errore precedente,
fece subito comparire sullo schermo una nuova immagine: una
pacifica valle boscosa illuminata dal sole basso sull’orizzonte, con
alberi che frusciavano piano, fiori selvatici e farfalle multicolori che
svolazzavano sulle siepi.
— Questo sarebbe un buon posto per un porcello — trillò Cosmo.
— Che ne dite? — chiese Eric ai ragazzi. — Può andare? Pensate
che piacerebbe a Freddy?
— Sembra un bel posto — riuscì a dire George. In realtà avrebbe
voluto chiedere “dov’è?”, però Eric, che evidentemente aveva una
gran fretta, era già passato all’azione.
— Fantastico! — esclamò e batté alcune lettere sulla tastiera. —
Allora, è un po’ complicato, ma credo di riuscire ad aprire un doppio
portale.
Prima che i ragazzini avessero il tempo di fiatare, Cosmo aveva
aperto un portale che dava sulla fattoria ed Eric lo aveva varcato ed
era emerso nel porcile. Freddy fu così stupito nel vederlo apparire dal
nulla, che non oppose resistenza quando lo scienziato lo spinse
gentilmente al di là di un altro portale creato da Cosmo. Il porcello
trotterellò allegro verso la valle boscosa che era ancora sullo schermo.
George e Annie guardarono eccitati Freddy sparire oltre il portale
aperto nella fattoria e ricomparire nella valle. Il porcello saltellò fra
l’erba fitta, il grugno che fremeva eccitato mentre annusava la fresca
aria di campagna, gli occhietti di nuovo scintillanti.
Eric rientrò nello studio e chiuse in fretta il portale. — Andremo
prestissimo a controllare come si trova Freddy nella sua nuova
residenza — disse in tono rassicurante. George notò che i pantaloni
di velluto dello scienziato erano coperti da fili di paglia. — E sarà
meglio anche avvertire i dipendenti della fattoria, prima che si
facciano prendere dal panico all’idea di un porcello in libertà.
— Che cosa gli dirai? — chiese Annie.
— Non lo so — ammise il padre — ma sono riuscito a spiegare
come un universo possa scaturire dal nulla, quindi presumo che sarò
in grado di spiegare anche la sparizione di un porcello.
— Missione trasferimento porcello completata. Porcello felice e al
sicuro nella nuova sistemazione. Cibo, acqua e riparo a disposizione.
Pericoli per il porcello: zero — la scritta lampeggiò sullo schermo di
Cosmo.
— E ora — disse Eric, col tono di chi intende chiudere l’argomento
una volta per tutte — devo mettermi al lavoro per preparare la
conferenza che terrò all’università. E voi due dovreste prepararvi per
andare a scuola. Inizia domattina, ricordate?
Sia pure malvolentieri, i due amici uscirono dallo studio di Eric. Le
vacanze estive erano finite. Annie aveva soltanto una sera per fare
tutti i compiti trascurati nel corso della lunga estate. E per George era
tempo di tornare a casa, dalla sua vera famiglia. Sperava solo che le
gemelle non frignassero tutta la notte, visto che il giorno dopo
avrebbe dovuto affrontare la nuova scuola.
Annie sospirò. — Ciao, George.
— Ciao, Annie — rispose triste George. La mattina dopo
sarebbero andati in due scuole diverse: Annie in una privata e
George in quella statale.
— Perché ci tocca andare alle medie? — sbottò Annie, mentre
indugiavano vicino alla porta sul retro, entrambi riluttanti a muovere
ancora un passo. — Perché non possiamo frequentare una Scuola per
l’Esplorazione Spaziale? Saremmo i primi della classe! Nessun altro
ha visto da vicino gli anelli di Saturno, o ha rischiato di affondare in
un lago di metano su Titano.
— O ha visto un’alba con due soli in cielo — disse George,
pensando al pianeta arroventato del sistema binario dove una volta
erano finiti per sbaglio.
— Non è giusto! — disse Annie. — Dover fingere d’essere
ragazzini normali quando non lo siamo!
— Annie! — La voce di Eric arrivò dallo studio. — Ti ho sentita!
Chi non fa i compiti, non viaggia nello spazio! Lo sai che sono queste
le regole.
Annie fece una smorfia. — Che la Forza sia con te — bisbigliò a
George.
— E pure con te — replicò George, prima di voltarsi e dirigersi
verso casa.
Capitolo quattro

Il primo giorno di George nella nuova scuola passò in una confusione


di lunghi corridoi e di una quantità di orari da far girare la testa.
Continuava a ritrovarsi in aule di materie diverse dalle sue, insieme a
studenti di anni diversi.
In quella grande scuola tutto era rumoroso e strano, e metteva un
po’ paura. Forse, pensò George, anche Freddy aveva provato le stesse
sensazioni, quando dal cortile tranquillo e sicuro dietro casa, era
stato trasferito prima nel trambusto della piccola fattoria per
bambini e poi nella fattoria più grande e spaventosa. Non c’era da
stupirsi che fosse infelice. Il primo giorno delle medie, perfino i
ragazzini che alle elementari erano sempre stati sicuri di sé
apparivano smarriti e ansiosi, mentre si aggiravano nel labirinto di
corridoi alla ricerca dell’aula giusta. Ed era un tale sollievo vedere
una faccia familiare al posto di quelle terrificanti dei ragazzi grandi,
che perfino nemici giurati diventavano di colpo amici per la pelle.
Quando George riuscì finalmente a capire quali fossero le aule
delle sue materie, era ora di tornare a casa. Si diresse lentamente
verso il cancello. Un tempo nella vecchia scuola, per essere sicuro di
non essere aggredito dai soliti bulli, ogni pomeriggio si nascondeva
negli spogliatoi in attesa che tutti se ne fossero andati.
Ma questo succedeva prima che iniziasse a viaggiare nell’Universo
e a svelare misteri cosmici. Da quando aveva conosciuto Annie e
appreso le meraviglie che circondano il nostro pianeta, non aveva più
paura. In fin dei conti, aveva affrontato uno scienziato matto in un
remoto Sistema Solare. Dopo una cosa simile, che cosa poteva fargli
ancora paura?
Ma non erano stati i viaggi in sé a cambiargli la vita. Era la
conoscenza scaturita da quei viaggi a renderlo intrepido. Aveva usato
il cervello per risolvere grandi sfide e adesso sapeva di potersela
cavare in qualunque situazione.
Mentre tornava a casa, George pensò a Eric e all’avventuroso
trasferimento di Freddy della sera prima. Forse, pensò, potrei passare
da Eric per chiedergli di dare una controllata al porcello. Si diede
dell’idiota per non aver chiesto subito dove si trovasse Freddy. La valle
aveva un bell’aspetto, d’accordo, però non sapevano se il porcello
fosse ancora sulla Terra o se il supercomputer lo avesse trasferito su
qualche pianeta remoto in grado di ospitare la vita di umani e
porcelli. George era sicuro che Eric sapesse dov’era finito Freddy, ma
si sarebbe sentito molto meglio se lo avesse saputo anche lui.
Una volta rientrato, mollò lo zaino nell’ingresso e sfrecciò per la
casa, fermandosi giusto il tempo di dare un rapido saluto alla madre
e alle gemelline, e divorare in un sol boccone una focaccina dolce con
piselli e cavolo (sua mamma usava solo le verdure che coltivava
personalmente e aveva un debole per le ricette più strane…), quindi
uscì di corsa dalla porta sul retro, nel giardinetto dove un tempo
viveva Freddy. Attraversato d’impeto il varco nella staccionata che
portava al giardino dei vicini, raggiunse a passo di carica la loro porta
sul retro e bussò. Nessuna risposta. Bussò di nuovo, più forte.
La porta si socchiuse e comparve Annie. Anche lei doveva essere
appena tornata da scuola e indossava la nuova uniforme verde.
— Oh, George! — disse. Non sembrava particolarmente felice di
vederlo.
— Ciao, Annie — replicò allegro George. — Com’è la tua scuola?
La mia un po’ strana, ma tutto sommato penso che me la caverò.
— Oh, era a posto. Ti serve… mmm… qualcosa?
George la fissò sbalordito. Andava di continuo a casa dei Bellis e
quella era la prima volta che Annie gli faceva una domanda del
genere.
— Be’, sì… Volevo chiedere a tuo padre dov’è che ha mandato
Freddy, così posso andarlo a trovare.
— Papà non è in casa — rispose Annie. — Gli riferirò il messaggio
e vedrai che più tardi ti manderà una mail.
Dopodiché fece per chiudergli la porta in faccia. George era
allibito. Che cosa succedeva? Poi, di colpo, tutto fu chiaro.
— Chi è? — La voce di un ragazzo più grande risuonò alle spalle di
Annie.
— Oh… è… ecco… un vicino di casa — disse Annie, lo sguardo
che rimbalzava qua e là come una bestiolina in trappola. — Voleva
parlare con papà.
Socchiuse la porta di qualche altro centimetro e finalmente George
vide l’altro ragazzo. Era più alto sia di lui che di Annie, con ispidi
capelli neri e la carnagione di un bruno dorato. Come Annie,
indossava un’uniforme scolastica verde.
— Ciao! — disse a George, guardandolo al di sopra della testa di
Annie. — Mi spiace che Eric non ci sia. È inutile che lo aspetti. Gli
diremo che lo hai cercato.
George lo guardò a bocca aperta, incredulo.
— A proposito, io sono Vincent — si presentò distrattamente il
ragazzo.
— Anche per Vincent oggi era il primo giorno nella mia scuola —
disse Annie, evitando lo sguardo di George.
— Davvero? — si stupì George. — Sei anche tu in prima media?
— No! — Vincent sembrò infastidito. — Io sono al terzo anno.
Conoscevo già Annie, da prima della scuola.
— Davvero? — ripeté George.
— Il papà di Vincent è un regista — disse Annie in un tono timido,
che fece capire a George quanto Vincent la affascinasse. — Ha diretto
la nuova serie TV di mio padre.
— Un regista — balbettò George, sconfitto. — Forte. Il mio papà fa
il giardiniere biologico — disse al ragazzo in tono di sfida.
— Vieni, Annie — disse Vincent. — Dobbiamo darci una mossa.
— Mamma ci accompagna alla pista di pattinaggio — spiegò
Annie. — Vincent è un asso con lo skateboard.
— In questo caso dovete darvi una mossa — replicò George,
sforzandosi di non far tremare la voce. — Assolutamente. — Girò sui
tacchi e ripercorse il sentiero che portava al varco nella staccionata.
Quando lo raggiunse, si voltò. Annie e Vincent erano fermi sulla
soglia e lo guardavano.
George tentò di superare il varco con un saltello disinvolto, come
aveva già fatto molte volte in passato, ma gli andò male. Urtò i paletti
di legno e finì per terra con un tonfo. Non seppe resistere alla
tentazione di girarsi di nuovo. Annie e Vincent lo stavano ancora
fissando. Il che era estremamente irritante nonché ingiusto. Quando
aveva bussato non volevano aprirgli e ora non si decidevano a levarsi
di torno.
Con tutta la dignità che gli riuscì, si rialzò e attraversò con calma il
varco sforzandosi di fare finta di niente, ma in cuor suo si sentiva
ferito e offeso. Era solo il primo giorno di scuola e Annie aveva già un
nuovo amico con cui fare cose interessanti.
E lui…?
Non aveva più il porcello e ora non aveva più neanche Annie. Di
colpo si sentì solo e vuoto e terribilmente infelice, e non gli rimase
altro da fare che rientrare in casa.

Più tardi, quello stesso pomeriggio, dopo avere finito i compiti e


sbrigato la sua parte di faccende domestiche, George decise di
tornare dai vicini, nella speranza che Eric fosse rientrato prima di
Annie e del suo amico Vincent-l’asso-dello-skateboard.
La porta sul retro dei Bellis era socchiusa. George la spinse ed
entrò. La casa era silenziosa, buia e insolitamente fredda, come se
all’interno fosse già inverno mentre fuori era appena iniziato
l’autunno. Sembrava anche deserta. Ma se la porta sul retro era
aperta, pensò George, qualcuno doveva essere in casa. Tese l’orecchio
alla ricerca di segni di vita: niente.
All’improvviso si accorse che da sotto la porta dello studio di Eric
usciva una pallida luce azzurrina. Bussò titubante.
— Eric! — chiamò. — Eric! — Accostò l’orecchio al battente.
L’unico suono che proveniva dallo studio era di tanto in tanto un bip
meccanico. A quanto pareva, Cosmo era in funzione.
George esitò. Era il caso di entrare? Non gli andava di disturbare
Eric se era impegnato a elaborare qualche teoria importante, ma
poteva essere la sua unica possibilità di trovarlo da solo. Con la punta
delle dita spinse cauto la porta.
A meno di considerare Cosmo il supercomputer una persona,
nello studio non c’era anima viva. Cosmo occupava il solito posto
sulla scrivania e luccicava come un albero di Natale.
Dallo schermo uscivano i due raggi gemelli usati dal
supercomputer per tracciare i contorni del portale spaziale, lo stesso
che George e Annie avevano varcato nel corso dei loro viaggi cosmici.
Al centro dello studio, appesa ai due fasci di luce e tenuta socchiusa
da uno dei mocassini scamosciati di Eric, era sospesa la porta che
conduceva nello spazio.
Al di là della soglia, George scorse una superficie desolata e
butterata dai crateri, sotto un cielo nero come la pece. E quando
provò a spalancare la porta per vedere meglio il panorama, la luce
accecante del Sole lo costrinse a coprirsi subito gli occhi con un
braccio.
Il ragazzo indietreggiò e si guardò attorno nello studio, finché
individuò la sua vecchia tuta spaziale gettata su una poltrona in un
angolo. La infilò in fretta, controllò il livello dell’aria nelle bombole
d’ossigeno, chiuse tutti i ganci come gli aveva insegnato Eric e si
avvicinò cauto alla soglia sullo spazio.
Spinse la porta con le mani protette dai guanti spaziali e si trovò
davanti la superficie della Luna, il corpo celeste più vicino alla Terra.
Di fronte a lui si allungava a perdita d’occhio una distesa grigiastra di
terreno polveroso, immersa nella luce accecante del Sole che
riempiva i crepacci di ombre nette.
Fra il portale e i monti lontani, George distinse una piccola figura
che si dirigeva a balzi frenetici verso un cratere. Benché fosse
ricoperta da una tuta spaziale bianca completa di casco, dallo stile
allegro e irregolare dei saltelli, George non ebbe difficoltà a
riconoscere Eric. Sulla Terra, lo scienziato aveva la tendenza a
ciondolare avvolto da una foschia di distrazione, ma nello spazio si
comportava come se fosse stato liberato da ogni cruccio terreno e
potesse gioire e godersi appieno le meraviglie dell’Universo.
Sentendosi molto audace, George varcò la soglia con un passo
deciso e piantò prima un piede e poi l’altro sulla Luna. Appena si
lasciò dietro la Terra, si staccò dal terreno e si librò verso l’alto, per
poi atterrare nuovamente sulla superficie lunare, che scricchiolava
sotto gli scarponi spaziali. Grazie alla bassa gravità della Luna, gli
bastava una spintarella per rimbalzare a più d’un metro d’altezza.
— Ciao, Terricoli! — strillò avanzando a saltelli. Sapeva che nessuno
sulla Terra poteva udirlo, ma doveva assolutamente dire qualcosa per
sottolineare i suoi primi passi sulla Luna. Stagliato contro il cielo
nerissimo, il pianeta somigliava a una gemma azzurro-verde
punteggiata da nubi bianche. Anche se lui e Annie avevano già
partecipato a molti avventurosi viaggi nel cosmo, era la prima volta
che George vedeva così da vicino il suo pianeta natale.
Da Marte, la Terra era soltanto un bruscolino luminoso in mezzo al
cielo.
Da Titano, era impossibile scorgerla attraverso le spesse nubi
gassose che avvolgevano la bizzarra e gelida luna di Saturno.
E quando avevano raggiunto il sistema solare Cancri 55, la Terra
era fuori dalla loro visuale. Anche se avessero usato un telescopio
potentissimo, avrebbero potuto solo intuirne la presenza dalla
debolissima variazione del colore della luce proveniente dal nostro
Sole, la stella al centro del nostro Sistema Solare.
La Luna, invece, era abbastanza vicina da fargli distinguere i
dettagli del suo pianeta natale, e abbastanza lontana da permettergli
di apprezzarne la bellezza.
Dopo avere ammirato il panorama, si diresse a balzelloni verso
Eric, accorciando rapidamente la distanza fra loro. Quando lo
raggiunse, lo scienziato era saltato dentro un cratere poco profondo
ed esaminava una macchina polverosa abbandonata lì.

LA LUNA
D: Quando si è formata la nostra Luna?
R: Si ritiene che la Luna si sia formata più di 4 miliardi di anni fa.

D: Come si è formata?
R: Gli scienziati ritengono che un corpo della grandezza di un pianeta
abbia colpito la Terra, facendo catapultare nell’orbita di questa una nube
calda di frammenti rocciosi. A mano a mano che questa nube si è
raffreddata, i materiali che la componevano si sono aggregati, formando
alla fine la Luna.

D: Quanto è grande?
R: La Luna è molto più piccola della Terra: dentro la Terra potrebbero starci
49 lune. Ha anche minore forza di gravità. Se pesi 45 kg qui sulla Terra, ne
peseresti poco più di 7,5 sulla Luna!

Q: Ha un’atmosfera?
R: No. Questo spiega perché il cielo è sempre buio sulla Luna, vale a dire
che se stai nell’ombra le stelle sono sempre visibili.

D: Che spiegazioni ci si dava sulla Luna prima che gli scienziati scoprissero
come si è formata?
Molto tempo fa, sulla Terra si credeva che la Luna fosse uno specchio o
forse una ciotola di fuoco nel cielo notturno. Per secoli gli uomini hanno
creduto che la Luna avesse poteri magici per influenzare la vita sulla Terra.
In un certo senso avevano ragione: la Luna ha davvero effetti sulla Terra,
ma la magia non c’entra. La forza di gravità della Luna esercita
un’attrazione sugli oceani, provocando le maree.

D: Potrebbe esistere la vita sulla Luna?


R: La vita è impossibile sulla Luna… a meno che non si indossi una tuta
spaziale. Ma come consolazione possiamo dire che stanno aumentando le
prove che sulla Luna ci sia molta più acqua – elemento primario per la vita
– di quanto non ritenessero gli scienziati alcuni anni fa. Però quest’acqua è
ghiacciata, e qualsiasi terrestre sulla Luna dovrebbe fare sforzi
considerevoli per trasformarla nella sua forma liquida.

D: La nostra Luna è mai stata visitata da altre civiltà?


R: Il corpo celeste più vicino a noi è stato visitato 12 volte da astronauti
provenienti dalla Terra. Tra il 1969 e il 1972 dodici astronauti della NASA
hanno camminato sulla sua superficie. La Luna potrebbe essere già stata
visitata, prima che la civiltà umana cominciasse sulla Terra, da extraterrestri
che hanno lasciato tracce? Potrebbero gli alieni essere arrivati così vicino a
noi? È un’impresa molto, molto difficile, ma alcuni scienziati sulla Terra
stanno esaminando rocce lunari alla ricerca di indizi.

— Eric! — gridò nel trasmettitore. — Eric! Sono io, George!


— Per tutte le onde gravitazionali! — esclamò sbalordito Eric e
distolse lo sguardo dal malconcio veicolo lunare. — Mi hai fatto
prendere un colpo! Non aspettavo visite quassù. — Lo scienziato non
aveva sentito il grido di gioia del ragazzo quando aveva messo piede
sulla Luna, perché il trasmettitore era fuori portata.
— La porta dello studio era aperta — spiegò George. — Che cosa
sei venuto a fare, qui?
— Volevo solo fare un salto sulla Luna per procurarmi un pezzetto
di roccia e studiarlo a dovere — rispose Eric in tono colpevole. — Per
controllare una mia teoria sulle civiltà aliene. Se un tempo, in un
passato molto lontano… cento milioni di anni fa, diciamo… siamo
stati visitati dagli alieni, è plausibile che abbiano lasciato una traccia
da qualche parte. E non credo che qualcuno abbia esaminato le rocce
lunari per cercarvi qualcosa del genere. Volevo studiarle da questo
nuovo punto di vista per vedere se vi si trovano segni di vita. E dato
che nessuno l’ha mai fatto prima, ho pensato di venire a prenderne
un po’ e occuparmene personalmente. E guarda che cos’ho trovato
mentre raccoglievo esemplari di roccia! Un rover lunare!
— Funziona ancora? — chiese George, mentre si affrettava a
raggiungere Eric sul fondo del cratere. Il rover somigliava a una 500
piombata sulla Luna e abbandonata lì. Eric salì al posto di guida,
mentre George lo fissava perplesso. — Pensi di riuscire a farlo
funzionare?
— Temo che ormai le batterie saranno quasi esaurite — disse Eric
e usò un braccio della tuta spaziale per spazzare via un po’ di
polvere.
— Non c’è il volante — osservò George. — Com’è che si guida?
— Bella domanda! — Eric strofinò le maniche sulle gambe,
lasciando lunghe strisce grigie di polvere lunare sul bianco della tuta
spaziale. — Dev’esserci un modo per accenderlo… — Provò a
spostare una leva a forma di T piazzata fra i sedili anteriori, ma senza
risultato. La leva sembrava inserita in una console e, dopo avere
spazzato via la polvere lunare con il pollice di un guanto spaziale,
Eric scoprì una serie di interruttori con le scritte POWER, DRIVE POWER
E DRIVE ENABLE. — Ah ah! — esclamò. — Ci siamo, Houston!
George si affrettò a sedersi accanto a lui. — Che cosa succede se
azioni gli interruttori? Possiamo…? — chiese, augurandosi che lo
scienziato non cominciasse a comportarsi “da grande” e a dire che
non era il caso di armeggiare con la macchina lunare di qualcun altro.
Ma Eric non lo deluse.
— Sicuro che possiamo! — replicò lo scienziato. Fece scattare gli
interruttori uno alla volta, spinse la leva e il rover schizzò in avanti. Il
movimento inatteso li catapultò entrambi per aria e fuori dal veicolo.
— Funziona! — esclamò Eric, tornando al posto di guida. — Prova
a spingere, George, mentre io lo faccio uscire dal cratere. Non
dovrebbe essere difficile, considerata la bassa gravità della Luna.
— Perché devo essere io a spingere? — brontolò George. — Perché
non posso guidare? — Ma prese posizione dietro il veicolo e si
preparò. Eric tornò a spostare la leva e le ruote del rover frullarono il
terreno, schizzando George di polvere e ghiaia lunare.
— Spingi più forte! — gridò Eric. George diede un’ultima spinta
con tutte le sue forze e finalmente il rover uscì dal cratere e riemerse
sulla pianura.
— Bene! — disse Eric, si sfregò le mani guantate e saltò giù dal
sedile. — Così va meglio. — Diede una pacca ammirata al veicolo. —
Che macchina! È rimasta ferma per quarant’anni buoni e ancora
funziona! Questa sì che è un’auto!
— Di chi è? — chiese George, ormai quasi completamente
ricoperto di polvere e sassolini lunari.
— Devono averla lasciata qui gli astronauti delle missioni Apollo.
Ehi, guarda laggiù! Quello dev’essere l’ultimo stadio di discesa del
Modulo Lunare. — Indicò un oggetto con quattro zampe, acquattato
in lontananza. — Un pezzo della storia della conquista dello spazio.
Seguì un breve silenzio, mentre entrambi riflettevano ammirati su
quel che avevano appena trovato. Di colpo, Eric sembrò rendersi
conto di essere sulla Luna in compagnia del suo vicino di casa, un
ragazzino di nome George.
— George, come ti è saltato in testa di seguirmi qui? — chiese.
— Ero passato a chiederti di Freddy. Non mi hai detto dov’è la sua
nuova casa. Non so neppure se è sulla Terra!
— Per tutti i quasar! — Eric batté sul casco la mano guantata. —
Non lo so neppure io! Dobbiamo chiederlo a Cosmo. Non temere,
sappiamo che Freddy è al sicuro, dobbiamo soltanto scoprire dove!
Ho scordato qualcos’altro?
Eric era famoso per le sue dimenticanze, come del resto non aveva
problemi ad ammettere. Non scordava mai cose importanti tipo le
sue teorie sull’Universo, sia chiaro, però dimenticava spesso le
faccende di ogni giorno, tipo infilarsi i calzini o pranzare.
— In realtà non è che te ne sei scordato tu — replicò George. —
Piuttosto sono io che non te l’ho chiesto.
— Chiesto cosa?
— Il tuo lavoro… la ricerca delle origini dell’Universo… è
pericoloso?
— No, George. Nient’affatto. Anzi, secondo me sarebbe pericoloso
se non ci interrogassimo sulle origini dell’Universo, se ci
accontentassimo di semplici ipotesi invece di cercare fatti riguardo a
dove veniamo e che cosa ci facciamo qui. Questo sì che sarebbe
pericoloso. Quel che vogliamo è capire come si è formato questo
Universo magnifico. — Eric mosse un braccio in un gesto che
includeva le montagne scoscese, la distesa nera del cielo e il globo
lontano della Terra sospeso sopra il paesaggio lunare. — Vogliamo
scoprire come e perché sono apparsi tanti miliardi di stelle, le
galassie stupende e senza fine, i pianeti, i buchi neri e l’incredibile
diversità della vita sulla Terra. Com’è iniziato tutto? Per scoprirlo
cerchiamo di tornare al Big Bang. In questo consiste la cosmologia: è
lo studio delle origini dell’Universo. Il Large Hadron Collider ci
permetterà di ricreare gli istanti iniziali del tempo, così da poter
comprendere meglio come tutto si è formato.
«Quello che facciamo non è pericoloso e non lo è neanche il Large
Hadron Collider. L’unico vero pericolo proviene da coloro che
cercano di fermarci. Perché non vogliono che siano svelati i segreti
dell’inizio dell’Universo? Perché vogliono che la gente tema la
scienza e quello che può fare per noi? Questo per me, George, è il
vero grande mistero» concluse Eric in tono avvilito.
— Pensi che quei tizi tenteranno di fare del male a te e agli altri
scienziati?
— No, non credo. Si limitano ad aggirarsi nel buio e sono una
scocciatura. Non hanno abbastanza coraggio per affrontarci a viso
aperto, perciò non credo che abbiamo granché da temere. Scordateli,
George. Non sono che un branco di falliti.
Ora George si sentiva molto meglio, riguardo a Freddy e alle
origini dell’Universo. Di colpo, non sembrava che le cose andassero
poi troppo male. Lui ed Eric tornarono balzelloni verso il portale che
brillava in lontananza. Di solito lo chiudevano durante le avventure
spaziali, ma questa volta Eric pensava di stare via solo qualche
minuto, quindi lo aveva lasciato aperto bloccandolo con una scarpa.
Prima di raggiungere la soglia, Eric tirò fuori la macchina
fotografica da una tasca della tuta spaziale. — Facciamo una foto! —
suggerì. — Sorridi! — Sollevò la macchina e scattò, mentre George
sollevava i pollici in un gesto trionfante.
— Pensi che qualcuno si accorgerà che abbiamo spostato il rover?
— chiese George.
— Solo se controllano con molta attenzione. Questa zona della
Luna non è sotto sorveglianza continua. Ecco perché l’ho scelta per
farci un giro.
— Comunque dovrebbero essere contenti — osservò George. —
Abbiamo tirato fuori il rover dal cratere e l’abbiamo rimesso in
funzione.
— Un momento… — Eric alzò lo sguardo al cielo. — Quella non è
una cometa. — Indicò un puntino di luce che veniva verso di loro nel
cielo buio.
— Che cos’è?
— Non so. Ma qualunque cosa sia è artificiale… meglio andarcene.
Ho la roccia che mi serviva. Filiamo!
Insieme, Eric e George superarono con un salto il portale spaziale
aperto da Cosmo e tornarono là dove tutte le loro avventure spaziali
avevano avuto inizio.

GUIDA PRATICA ALL’UNIVERSO


LA CREAZIONE DELL’UNIVERSO
Dottor Stephen Hawking, alias “Eric” Università di Cambridge, Gran
Bretagna

Sull’inizio del mondo esistono molte storie diverse. Secondo i Boshongo


dell’Africa Centrale, per esempio, al principio non c’erano che oscurità,
acqua e il grande dio Bumba. Un giorno Bumba, afflitto da un terribile mal
di pancia, vomitò il Sole. Il Sole asciugò parte dell’acqua, lasciando
emergere la Terra. Ancora in preda al mal di pancia, Bumba vomitò la
Luna, le stelle e alcuni animali: il leopardo, il coccodrillo, la tartaruga e, per
finire, l’uomo.
Altri popoli hanno altre storie. E tutte sono un tentativo di rispondere alle
Grandi Domande:

- Perché siamo qui?


- Da dove veniamo?

Il primo tentativo di una risposta scientifica si ebbe un’ottantina di anni fa,


quando gli scienziati scoprirono che le altre galassie si allontanavano da
noi. Insomma, l’Universo continua a espandersi e le galassie a distanziarsi.
Questo significa che in passato erano molto più vicine. Quasi 14 miliardi di
anni fa, l’Universo probabilmente si trovava in uno stato molto caldo e
molto denso detto Big Bang.
L’Universo ebbe inizio con il Big Bang, per poi espandersi a velocità
crescente. Questo fenomeno si chiama inflazione, perché aumenta sempre
di più, proprio come i prezzi nei negozi. Ai primordi dell’Universo, però,
l’inflazione era molto più rapida di quella dei prezzi. Noi giudichiamo
l’inflazione particolarmente alta se i prezzi raddoppiano in un anno, ma
l’Universo raddoppiò più volte le proprie dimensioni nel giro di una
microscopica frazione di secondo.
L’inflazione ha fatto sì che l’Universo fosse molto largo, molto uniforme e
molto piatto. Non del tutto uniforme, però: da un punto all’altro
dell’Universo si verificarono piccole variazioni. E queste variazioni
causarono piccole differenze nella temperatura dell’Universo iniziale:
differenze che possiamo riscontrare nella radiazione cosmica del fondo a
microonde. Queste variazioni significano che alcune regioni dell’Universo
si espandono un po’ meno rapidamente di altre e che alla fine
smetteranno del tutto di espandersi per collassare e formare altre galassie
e altre stelle. È a queste variazioni che dobbiamo la nostra esistenza. Se
l’Universo fosse stato completamente uniforme, non esisterebbero né
galassie né stelle e lo sviluppo della vita sarebbe stato impossibile.

Stephen
Capitolo cinque

Nella fretta di evitare d’essere avvistati dal satellite misterioso, si


fiondarono nel disordine dello studio di Eric e ruzzolarono l’uno
sull’altro, in una confusione di tute spaziali sudicie che un tempo,
ormai non più, erano state bianche.
— Il portale è chiuso — li informò Cosmo. — Siete tornati sul
terzo pianeta a partire dal Sole.
— Cosmo, il tuo QI si estende all’infinito e perfino più in là —
disse George, ben sapendo che il supercomputer aveva un debole per
i complimenti.
— Anche se tecnicamente è impossibile — replicò Cosmo, mentre
il suo schermo diventava rosa, come sempre quando arrossiva —
sono comunque d’accordo con te.
George si rialzò e si sfilò la tuta spaziale, che si afflosciò sul
pavimento come un bozzolo vuoto dopo che ne è emersa la farfalla.
Eric, ancora con addosso la tuta, metteva via con cura le preziose
rocce lunari, quando in corridoio risuonarono passi pesanti.
— Svelto! — sibilò Eric. — Nascondi la tuta.
Subito George la prese e la infilò nell’armadio in un angolo dello
studio. L’aria era piena di particelle di polvere arrivate con loro dalla
Luna.
— Ciao! — Eric lanciò il saluto con voce un po’ troppo acuta. — Sei
tu, Susan? — Dopo la loro ultima avventura, quando avevano
rischiato di finire bloccati su un sistema solare distante quarantuno
anni luce, Susan, la mamma di Annie, aveva proibito ai ragazzi di
accompagnare Eric nello spazio.
— Sì, siamo noi — rispose Susan. Andò direttamente in cucina
senza entrare nello studio, mentre il suono di altri passi annunciava
l’arrivo anche di Annie.
— È stato fantastico! — esclamò la ragazzina, spalancando
d’impeto la porta. — Papà, posso avere uno skateboard per il mio
compl…? — S’interruppe, sorpresa. — Perché hai addosso una tuta
spaziale? — chiese. — E che cosa ci fa George qui?
— Ssst! — la zittì ansioso il padre.
— No! Non puoi… l’avete fatto! Siete andati nello spazio senza di
me? — Annie fissò George con occhi furiosi.
— Tu eri andata alla pista di pattinaggio — replicò lui in tono
soave. — Un evento così… fantastico. Molto più che andare sulla
Luna, immagino.
Annie sembrò sul punto di esplodere. Eric li fissò confuso, come
se i ragazzi parlassero vulcaniano e lui avesse scordato di accendere
il traduttore.
— Adesso devo andare — disse George. — È ora di cena! Ciao,
Annie. Ciao, Eric. Ciao, Susan!
Mentre usciva di corsa, Susan gli gridò dietro: — Ricorda, George!
Domani sera vieni con noi alla conferenza! Abbiamo preso il
biglietto anche per te…

Il giorno dopo, come d’accordo, George passò a casa di Annie per


andare ad assistere alla conferenza che Eric avrebbe tenuto
all’università. Annie non sembrò contenta di vederlo.
— Com’era la Luna? — chiese imbronciata, mentre infilavano il
casco da ciclista. — Anzi, no, non dirmelo. Scommetto un trilione di
sterline che era una noia assoluta.
— Ma tu eri andata alla pista di pattinaggio — protestò George. —
Insieme a Vincent. E di sicuro non hai invitato me!
— Non hai mai detto che ti piaceva lo skateboard! — brontolò
Annie, inforcando la bici. — Però sapevi che ci tenevo moltissimo ad
andare sulla Luna. Più di ogni altra cosa! È il posto dove più desidero
recarmi, in tutto l’Universo. E ci sei andato senza di me. Non sei un
amico.
George sapeva che il comportamento di Annie era a dir poco
ingiusto, ma era troppo perplesso per riuscire a replicare. Annie era
arrabbiata con lui perché aveva fatto qualcosa con Eric, ma lei era
comunque impegnata a fare qualcos’altro con Vincent-il-figlio-del-
regista… Ma sapeva di non poterglielo dire. Così continuò a pedalare
in circolo, imbronciato, davanti a casa, finché Susan uscì reggendo
uno scatolone che sistemò in equilibrio instabile sul manubrio della
propria bici.
— Muovetevi, voi due — li incitò allegra, decisa a ignorare il fatto
che Annie e George sembravano non poterne più l’uno dell’altra.
Pedalarono insieme verso il centro della città. Ma quando
lasciarono la pista ciclabile, per imboccare la stradina nel cuore della
vecchia Foxbridge dove sorgeva il maestoso edificio che da secoli era
la sede della Facoltà di Matematica, scoprirono che era così gremita
da costringerli a smontare e a spingere le bici.
— Ma chi è tutta questa gente? — chiese Annie, mentre
avanzavano a fatica tra la folla.
— Lasciamo qui le bici — disse Susan, indicando una rastrelliera.
— Se ce le portiamo dietro non potremo avvicinarci oltre. — Dopo
avere legato le biciclette, sgusciarono fra la calca e si diressero verso
la rampa di gradini che portava all’ingresso della facoltà: due battenti
di cristallo fiancheggiati da colonne. Fermo davanti alla porta, un
custode osservava ansioso la folla crescente.
— Sono venuti tutti qui per sentir parlare tuo padre! — disse
George all’amica, mentre seguiva Susan verso le scale. — Guarda!
Vogliono entrare! — La folla sembrò gonfiarsi attorno a loro e
spingerli verso l’antico edificio di pietra e il portico sormontato
dall’iscrizione latina AD EUNDEM AUDACTER (Audacemente avanti).
— Ma perché? — mormorò Annie, tenendogli dietro col fiato
corto. — Perché tanta gente ci tiene a sentire papà che parla di
matematica?
Finalmente riuscirono a raggiungere il custode, che spalancò
subito le braccia per fermarli.
— Ancora non si entra alla conferenza! — latrò.
— Chiedo scusa — disse educatamente Susan — ma io sono la
moglie del professor Bellis e questa è sua figlia Annie, e lui è il
nostro amico George. Siamo qui per aiutare a sistemare la sala per la
conferenza di Eric.
— Mi scusi, signora! Di solito non ci occupiamo della sorveglianza
per la Facoltà di Matematica. Non che questo posto provochi molta
agitazione! — Il custode si tolse di tasca un fazzoletto e si asciugò la
fronte. — A quanto pare suo marito è diventato famoso…
Mentre Susan e i due ragazzi si voltavano verso la gente in attesa,
in fondo alla folla si scatenò un parapiglia improvviso.
— Fermate gli scienziati criminali! — Le grida arrivavano da una
fila di tizi ammantati di nero e mascherati, che agitavano striscioni.
— Non permettete che distruggano l’Universo in nome del
progresso!
Inorridito, il custode accese la ricetrasmittente: — Facoltà di
Matematica… mandate rinforzi. Entrate, signora… ragazzi… — Aprì
la porta e spinse dentro Susan, Annie e George. — Ci pensiamo noi, a
quella gente — brontolò. — A Foxbridge non tolleriamo
comportamenti del genere. Non si fa così, da queste parti.
Capitolo sei

Una volta dentro, Susan trascinò i ragazzi sbigottiti lontano dalla


porta e attraverso l’atrio. — Ignorate quegli scalmanati e mettete uno
di questi su ogni sedia — disse con calma quando furono nella vasta
sala dove si sarebbe svolta la conferenza, e consegnò a ciascuno di
loro una scatola piena di occhiali scuri.
Era quasi tutto pronto. Eric non doveva fare altro che salire sul
palco e tenere la prima conferenza come nuovo docente di
matematica nell’antica e illustre Università di Foxbridge.
Annie e George si spostarono lungo le file di sedie e posarono su
ognuna un paio di occhiali. Annie tremava ancora, spaventata dalle
grida davanti alla facoltà.
— Che succede, mamma? — chiese. — Quella gente fa parte dei
VERM I , l’organizzazione di cui ci ha parlato papà?
— Non saprei — rispose gentilmente la madre — ma sembra che
non approvino gli esperimenti condotti da tuo padre per esplorare le
origini dell’Universo. Li ritengono troppo pericolosi e vogliono
fermarli prima che si spingano troppo oltre.
— Ma è assurdo! — protestò George. — Gli esperimenti di Eric
sono più che sicuri! E potrebbero aiutarci a capire com’è iniziato
l’Universo. Sono come… be’… l’ultima tessera di un puzzle attorno
al quale gli scienziati si affannano da un’eternità! Non possiamo
gettarla via prima di aver visto il disegno completo.
Avanzando dal fondo della sala, avevano ormai raggiunto le prime
file, quando la porta si spalancò e un ragazzo alto sfrecciò verso di
loro. Il ragazzo scese con un salto dallo skateboard e atterrò accanto
a George, poi afferrò al volo la tavola mentre le ruote ancora
giravano.
— Ta-daa! — annunciò.
— Vincent! — squittì Annie, felice. — Non sapevo che saresti
venuto anche tu. Almeno potrò contare sulla presenza di un amico!
— aggiunse in tono mordace, con un’occhiata significativa a George.
— Pensavo che le porte fossero chiuse — brontolò immusonito
George.
— Le hanno appena aperte e grazie a questo — Vincent accennò
allo skateboard — sono schizzato in testa alla coda.
— I tizi in nero se ne sono andati? — chiese Annie, mentre il
pubblico cominciava a entrare nella sala e a prendere posto,
esaminando gli occhiali scuri lasciati su ogni sedia e chiedendosi a
che cosa servissero.
— Sicuro che se la sono filata — rispose Vincent. — Sono tutti
svitati. Cos’è che strillavano? “Scienziati criminali”… Che imbecilli!
Annie rivolse al ragazzo più grande un sorriso che fece venire
voglia a George di strattonarle con forza i capelli per cancellarle
quell’espressione dal viso.
— Uno ha perfino cercato di dirmi qualcosa — aggiunse Vincent,
mentre spingeva avanti e indietro lo skateboard con il piede sinistro.
— Che cosa? — chiese George.
— Veramente non sono riuscito a capire molto bene — ammise
Vincent. — Aveva una maschera sulla faccia e sembrava che parlasse
attraverso una calza di lana, però non faceva che ripetere una parola.
— Quale? — s’incuriosì George.
— A essere sincero, amico — rispose Vincent, lanciandogli
un’occhiata cauta — pareva il tuo nome. Ho avuto l’impressione che
dicesse proprio “George”.
— Ma perché mai avrebbe dovuto? — chiese Annie perplessa.
— Forse mi sono sbagliato — si affrettò ad aggiungere Vincent in
tono ragionevole. — Forse non diceva “George”, ma una parola
simile. O forse, nella lingua dei Sono-un-idiota-che-si-veste-di-nero-
senza-un-motivo-al-mondo, “George” significa tutt’altro. Anche mio
padre ha sempre problemi alle prime dei suoi film — si vantò. — Se
non hai qualche ammiratore fuori di testa, in pratica non sei nessuno.
È una di quelle cose che va di pari passo con l’essere famosi.
— Oh, sì — sospirò Annie ammirata. — Le prime dei film.
Dev’essere così… be’, super!
— Come no. Super — le fece distrattamente eco George. Non usò
un tono sarcastico. Era troppo preoccupato a chiedersi perché mai
uno dei contestatori avesse dovuto dire il suo nome a Vincent. Forse,
pensò, c’era un collegamento fra gli strani tizi in nero che lui e Annie
avevano visto nella cantina abbandonata e la dimostrazione là fuori.
Chi altri avrebbe potuto definire Eric uno scienziato criminale e
malvagio? Nessuno, tranne i cospiratori convinti che il suo lavoro
avesse il potere di fare a brandelli l’Universo nel giro di pochi
minuti! Ma com’era possibile che uno di loro conoscesse il nome di
George? Come…?
In quel momento le luci nella sala si accesero e si spensero un paio
di volte, e una voce stentorea, che Annie e George riconobbero
all’istante per quella di Cosmo, invitò tutti a prendere posto.
— Signore, signori, bambini e viaggiatori spaziali — proseguì la
voce — state per partire per un viaggio diverso da qualunque altro
abbiate mai fatto finora. Preparatevi, signore, signori e viaggiatori
spaziali! Preparatevi a fare la conoscenza del vostro Universo!
Dopodiché, la sala piombò nel buio.
Capitolo sette

George, Annie e Vincent si affrettarono a sedersi a un’estremità della


prima fila, con un’unica sedia vuota accanto a George. Per il resto, la
sala era piena zeppa, senza un solo posto libero. Nel buio sentirono
gli spettatori agitarsi ancora qualche istante e infine zittirsi.
— Viaggiatori del cosmo… — La voce di Cosmo rimbombò nella
sala gremita. — Abbiamo miliardi di anni da percorrere. State pronti
a tornare ai primordi dell’Universo, pronti a comprendere come tutto
ebbe inizio. Ora, per piacere, mettete gli occhiali scuri che vi sono
stati forniti. State per essere avvolti da una luce accecante e non
vogliamo che vi danneggi la vista. — Al di sopra degli spettatori era
comparso un puntino di luce bianca abbagliante, sospeso
nell’oscurità. D’un tratto, George si accorse che la sedia accanto a lui
non era più vuota. Mentre si voltava a guardare chi l’aveva occupata,
Cosmo proiettò una vampata di luce che illuminò l’intera sala e durò
quanto bastava perché il ragazzo notasse gli strani occhiali del suo
vicino. Non avevano lenti scure come quelle di tutti gli altri e
nemmeno trasparenti, bensì di un giallo vivo.
Solo una volta in vita sua George aveva visto lenti del genere.
Quando lui, Annie e Cosmo avevano tirato fuori Eric da un buco
nero, sul naso dello scienziato c’era un paio di occhiali identici a
quelli. Non appartenevano a lui e la domanda su che cosa ci facessero
quegli strani occhiali dentro un buco nero supermassiccio non aveva
mai trovato risposta.
— Dove ha preso quegli occh… — cominciò a chiedere George, ma
la sua voce fu sovrastata da quella di Cosmo.
— La nostra storia inizia tredici virgola sette miliardi di anni fa. —
Mentre Cosmo parlava, il puntolino di luce si librò nella sala, di
nuovo buia. — Allora nell’Universo ogni cosa ora visibile – o
invisibile ai nostri occhi – iniziò da una particella più piccola di un
protone.
«Anche lo spazio a disposizione era microscopico, perciò doveva
essere tutto terribilmente strizzato. Spingendoci il più indietro
possibile nel tempo, troveremmo condizioni così estreme che le leggi
fisiche non riuscirebbero a descrivere che cosa fosse successo in quei
momenti. Sembra però che all’inizio, ossia tredici virgola sette
miliardi di anni fa, le dimensioni dello spazio quale noi lo
conosciamo equivalessero a zero. Poi cominciò a espandersi.»
All’improvviso il puntino di luce si gonfiò come un palloncino. Era
quasi trasparente ed era possibile scorgere sulla sua superficie un
turbinare di disegni luminosi, ma per il resto sembrava vuoto.
— Questa zuppa arroventata di materia — proseguì Cosmo —
diventerà l’Universo. Vi sarete accorti che l’Universo occupa la
superficie della sfera. Quello che vedete è la rappresentazione
bidimensionale di uno spazio 3D . A mano a mano che la sfera diventa
più grande, la sua superficie si espande e il contenuto si allarga.
«Anche il tempo ha avuto inizio insieme allo spazio. Questa è la
tradizionale teoria del Big Bang, secondo la quale tutto quanto,
inclusi tempo e spazio, ha cominciato a esistere all’improvviso.»
Sopra di loro, il palloncino riprese a gonfiarsi così tanto e così
velocemente che agli spettatori sembrò d’essere assorbiti nella calda
superficie turbinante. Poi, con un’esplosione silenziosa, i colori si
contorsero, si affievolirono e si separarono come nuvole, lasciando la
sala immersa nuovamente nell’oscurità e percorsa da una serie di
“Ooo” e di “Aaaa” di meraviglia.
Dopo un momento, sul soffitto buio comparvero alcune pallide
macchie luminose. Le chiazze si mossero e presero la forma di
galassie, allargandosi e allontanandosi l’una dall’altra, finché tutte
svanirono e ancora una volta tornò a regnare l’oscurità.
— Ma è davvero andata così? — chiese Cosmo. — Alcuni scienziati
si domandano se il Big Bang sia davvero stato l’inizio di tutto. Non ne
siamo sicuri, ma cominceremo il nostro racconto una frazione di
secondo dopo il Big Bang, quando l’Universo osservabile era costretto
in uno spazio minimo, più piccolo di un protone.
— Immaginate… — intervenne un’altra voce, e un riflettore si
accese a illuminare Eric, sorridente sul palco. Gli spettatori
applaudirono entusiasti. — Immaginate d’essere seduti dentro
l’Universo proprio in quel momento esatto…

IL BIG BANG – UNA LEZIONE SCIENTIFICA


Immaginate di essere seduti dentro l’Universo proprio all’inizio del tempo
(ovviamente non potreste essere seduti fuori). Dovete essere molto tosti,
visto che le temperature e le pressioni all’interno di questa zuppa del Big
Bang sono incredibilmente alte. A quell’epoca, tutta la materia che
vediamo intorno a noi oggi era strizzata in una regione molto più piccola
di un atomo.
Questo accadrebbe una piccolissima frazione di secondo dopo il Big Bang;
tutto sembra identico in tutte le direzioni. Non c’è una palla di fuoco che
sfreccia in avanti; c’è invece un mare bollente di roba che riempie tutto lo
spazio. Ma che cos’è questa roba? Non ne siamo certi: potrebbero essere
particelle di un tipo che non conosciamo oggi; possono anche essere
piccole stringhe ad anello; ma sicuramente saranno cose del tutto
“esotiche” che non potremmo aspettarci di individuare adesso, nemmeno
nei nostri acceleratori di particelle più grandi.
Questo minuscolo oceano di materia esotica bollente si espande mentre lo
spazio che occupa diventa più grande - in tutte le direzioni vedete questa
materia che fluisce velocemente lontano da voi, mentre l’oceano diventa
meno denso. Più lontana è la materia, più lo spazio tra voi ed essa si
espande, e più veloce si muove. La materia più lontana nell’oceano
effettivamente si allontana da voi più veloce della velocità della luce.
Adesso molti cambiamenti complicati avvengono a grande velocità, e tutti
nel secondo immediatamente successivo al Big Bang. L’espansione del
minuscolo Universo consente al fluido esotico bollente che si trova nel
piccolo oceano di raffreddarsi. Questo processo causa cambiamenti
improvvisi, come quando l’acqua diventa ghiaccio.
Quando all’inizio l’Universo è ancora molto più piccolo di un atomo, uno
di questi cambiamenti nel fluido causa uno stupefacente aumento della
velocità di espansione, chiamato inflazione. La dimensione dell’Universo
raddoppia, poi raddoppia ancora, e ancora, e così via finché non si è
raddoppiata circa 90 volte, aumentando da scala subatomica a umana.
Come quando si liscia una coperta su un letto, questo enorme stiramento
appiattisce qualsiasi grossa protuberanza nel nostro oceano, così che
l’Universo che vedremo alla fine sarà liscio e quasi uguale in tutte le
direzioni.
D’altra parte, le microscopiche increspature nel fluido vengono slabbrate e
diventano molto più grandi, e questo innescherà più tardi la formazione di
stelle e galassie.
L’inflazione s’interrompe di colpo e rilascia una grande quantità di energia,
che crea un’ondata di nuove particelle. La materia esotica è sparita ed è
stata sostituita da particelle più familiari: quark (gli elementi basilari di
protoni e neutroni, anche se fa ancora troppo caldo perché questi si
formino), antiquark, gluoni (che si muovono tra quark e antiquark), fotoni
(le particelle di cui è fatta la luce), elettroni e altre particelle ben note ai
fisici. Ci possono essere anche particelle di materia oscura, ma anche se
sembra proprio che queste debbano saltar fuori, ancora non
comprendiamo cosa sono.
Dov’è finita la materia esotica? Una parte si è allontanata velocemente da
noi durante l’inflazione, verso regioni dell’Universo che forse non vedremo
mai; una parte si è trasformata in particelle meno esotiche mentre la
temperatura si abbassava. La materia tutt’intorno è adesso molto meno
calda e densa, anche se ancora molto più calda e densa che in qualsiasi
parte oggi (comprese le stelle interne). L’Universo ora è pieno di nebbia (o
plasma) bollente e luminosa, costituita principalmente da quark, antiquark
e gluoni.
L’espansione continua (a una velocità molto minore che durante
l’inflazione), e alla fine la temperatura si abbassa abbastanza perché i
quark e gli antiquark si uniscano in gruppi di due o tre, formando protoni,
neutroni e altre particelle di un tipo noto col nome di adroni; e anche
antiprotoni, antineutroni e altri antiadroni. Ancora poco si può vedere
attraverso il luminoso plasma nebbioso mentre l’Universo invecchia di
appena un secondo.
Adesso, nei prossimi secondi, ci sono dei fuochi d’artificio mentre la
maggior parte della materia e dell’antimateria prodotte finora si
annientano a vicenda, dando origine a ondate di nuovi fotoni. La nebbia è
ora costituita principalmente da protoni, neutroni, elettroni, materia
oscura e (soprattutto) fotoni, ma i protoni carichi e gli elettroni bloccano i
fotoni che si allontanano, così la visibilità in questa nebbia che si espande
e si raffredda è ancora molto scarsa.
Quando l’Universo ha alcuni minuti di età, i protoni e i neutroni
sopravvissuti si combinano per formare nuclei atomici, principalmente di
idrogeno ed elio. Questi sono ancora carichi, così è impossibile vedere
attraverso la nebbia. A questo punto la materia nebulosa non è diversa da
quella che si troverebbe all’interno di una stella oggi, ma naturalmente
riempie l’intero Universo.
Dopo la frenetica attività dei primi minuti di vita, l’Universo rimane più o
meno lo stesso per centinaia di migliaia di anni, continuando a espandersi
e a raffreddarsi, mentre la nebbia diventa progressivamente più leggera,
più indistinta e più rossa mentre le lunghezze d’onda della luce vengono
allungate dall’espansione dello spazio. Poi, dopo 380.000 anni, quando la
parte dell’Universo che noi vedremo alla fine dalla Terra avrà un diametro
di milioni di anni luce, la nebbia finalmente si diraderà e gli elettroni
saranno catturati da nuclei di idrogeno e di elio per formare atomi
completi. Poiché le cariche elettriche degli elettroni e i nuclei si annullano
a vicenda, così i fotoni possono ora muoversi incessantemente… e
l’Universo è diventato trasparente.
Dopo questa lunga attesa nella nebbia, che cosa vedete? Solo un bagliore
rosso che si attenua in tutte le direzioni, diventa più rosso e più indistinto
man mano che l’espansione dello spazio distende le lunghezze d’onda dei
fotoni. Alla fine la luce cessa di essere visibile e ovunque c’è solo buio:
siamo entrati nel Medioevo Cosmico.
Da allora i fotoni provenienti da quell’ultimo bagliore viaggiano
nell’Universo, diventando progressivamente perfino più rossi. Oggi
possono essere individuati come radiazione cosmica di fondo (CMB) e
arrivano ancora sulla Terra dal cielo da ogni direzione.
Il Medioevo Cosmico dell’Universo dura per alcune centinaia di milioni di
anni, durante i quali non c’è letteralmente nulla da vedere. L’Universo è
ancora pieno di materia, ma è quasi tutta materia oscura, e il resto è gas,
idrogeno ed elio, e nessuno di questi produce nuova luce. Nel buio,
tuttavia, ci sono scarsi cambiamenti.
Le increspature microscopiche, che erano state ingrandite dall’inflazione,
indicano che alcune regioni contengono una massa appena superiore alla
media. Questo aumenta la forza di attrazione gravitazionale verso quelle
regioni, portandovi perfino più massa, e la materia oscura, i gas di
idrogeno e di elio che già vi si trovano si aggregano più saldamente. Piano
piano, nell’arco di milioni di anni, dense aree di materia oscura e di gas si
uniscono grazie a questa aumentata gravità, crescendo gradualmente
man mano che attraggono più materia e più rapidamente entrando in
collisione e fondendosi con altre aree. Quando il gas cade in queste aree,
gli atomi accelerano e diventano più caldi. Di quando in quando il gas
diventa abbastanza caldo da smettere di collassare, a meno che non riesca
a raffreddarsi emettendo fotoni, o non sia compresso da una collisione
con un’altra nube di materia.
Se la nube di gas collassa abbastanza lontano, si rompe in grumi sferici
così densi che il calore all’interno non può più uscire. Alla fine si arriva a
un momento in cui i nuclei di idrogeno nel cuore dei grumi sono così caldi
e schiacciati insieme che cominciano a fondere in nuclei di elio e a
rilasciare energia nucleare. Voi siete seduti dentro una di queste aree di
materia oscura e gas che stanno collassando (perché qui sarà un giorno la
galassia della Terra), e forse siete sorpresi quando l’oscurità intorno a voi
viene rotta dal primo di questi grumi che diventa luminosissimo: sono le
prime stelle che nascono, e il Medioevo finisce.
Le prime stelle bruciano rapidamente il loro idrogeno, e nella fase finale
fondono insieme qualsiasi nucleo trovino per creare atomi più pesanti
dell’elio: carbonio, azoto, ossigeno e gli altri tipi di atomi più pesanti che
sono intorno a noi (e dentro di noi) oggi. Questi atomi sono dispersi come
ceneri nelle nubi di gas vicine in grandi esplosioni e vengono trascinati
nella creazione della successiva generazione di stelle. Il processo continua:
nuove stelle si formano dal gas e dalle ceneri che si aggregano, muoiono e
creano altra cenere. Mentre vengono create stelle più giovani, si
costituisce la familiare forma a spirale della nostra galassia, la Via Lattea.
La stessa cosa sta avvenendo in simili aree di materia oscura e gas
disseminate nell’Universo visibile.
Sono passati nove miliardi di anni dal Big Bang, e adesso una nuova stella
circondata da pianeti, costruita da gas di idrogeno e di elio e dalle ceneri
di stelle morte, prende forma e si accende.
Tra altri quattro miliardi e mezzo di anni il terzo pianeta originato da
questa stella sarà l’unico posto nell’Universo conosciuto in cui gli esseri
umani potranno vivere bene. Essi – voi – vedranno ovunque nel cielo
stelle, nubi di gas e polveri, galassie e radiazioni cosmiche di fondo, ma
non la materia oscura, che costituisce la maggior parte di ciò che vi si
trova. E non potrete nemmeno vedere nulla di quelle parti che sono così
distanti che neanche i fotoni CMB provenienti da lì hanno ancora
raggiunto. In verità forse ci sono parti dell’Universo che emettono luce che
non raggiungerà mai il nostro pianeta.
Questa è la nostra bella Terra…
Capitolo otto

Quando Eric terminò la conferenza e le luci si riaccesero, tutti si


alzarono di scatto e fecero rimbombare la sala di applausi.
Eric accennò qualche inchino modesto e scese dal palco, per essere
subito assalito dagli spettatori entusiasti, mentre i flash
lampeggiavano e le telecamere lo seguivano passo passo. La calca che
gli si stringeva attorno era così fitta da togliere ai ragazzi ogni
speranza di raggiungerlo. Non solo: la semplice pressione della folla
li spinse lentamente lontano da lui.
— Super! — continuava a ripetere Annie, le guance arrossate
dall’eccitazione. — Assolutamente super! — farfugliò rivolta a
Vincent, che aveva l’aria stordita, come se avesse guardato nel cuore
rovente di una stella e facesse fatica a tornare sulla Terra.
All’improvviso, George sentì dietro di sé un tossicchiare educato
ma insistente, e voltandosi riconobbe il tizio che gli si era seduto
accanto. Era decisamente anziano, con i capelli bianchi e dei baffoni
flosci; indossava un vestito di tweed completo di panciotto e orologio
da tasca con catena. Il vecchietto lo agguantò per un braccio.
— Tu eri seduto accanto alla figlia di Eric — bisbigliò ansioso. —
Conosci Eric?
— Be’, sì… — George tentò di indietreggiare, per evitare che i
baffoni gli facessero il solletico alla faccia.
— Come ti chiami? — insisté lo sconosciuto.
— George — rispose il ragazzo indietreggiando ancora.
— Devi avvertirlo — disse il baffuto in tono sempre più ansioso.
— Devo parlare con lui. È importante.
Adesso gli occhiali del vecchietto avevano normalissime lenti
trasparenti e George si chiese se non avesse solo immaginato quelle
gialle.
— Mi scusi, ma lei chi è? — chiese infine.
Il vecchio si accigliò. — Non lo sai?
George ci pensò su. Lo aveva già visto da qualche parte? No, non
gli pareva proprio. In lui, però, nel suo modo di parlare, c’era
qualcosa di familiare, qualcosa che gli faceva trillare un campanello
nella testa…
— Non mi riconosci? — insisté il vecchio. — Coraggio, prova a dire
il mio nome.
Ma per quanto George si lambiccasse il cervello, non riuscì a
farselo venire in mente. Imbarazzato, scosse la testa.
— Davvero non ricordi? — Il vecchietto sembrava terribilmente
deluso. — Un tempo ero famoso. Ogni scolaretto conosceva le mie
teorie. Sicuro di non aver mai sentito parlare del professor Zuzubin?
Sempre più a disagio, George fece una smorfia. — No, mi dispiace,
professore…
— Un vero peccato — lo interruppe mesto Zuzubin. — Ero
l’insegnante di Eric, sai!
— Oh! — esclamò George, sollevato all’idea di poter finalmente
dire una cosa gentile. — Ecco dove l’avevo già vista: nella foto di Eric
all’università! Era lei il suo fantastico insegnante!
Ma le sue parole non sembrarono rallegrare il professor Zuzubin.
— Il fantastico insegnante di Eric… — mormorò. — Sì, è così che
sarei ricordato, è questo che penserebbero di me se… — S’interruppe
e prese fiato. — Ma non importa — riprese deciso. — Di’ a Eric che
voglio parlargli. Subito. Lo aspetterò nel suo studio. Sbrigati, George!
Ignorando le proteste e gli irritati “Non spingere!” George si fece
strada a gomitate fino a Eric, impegnato a rispondere alle domande
degli spettatori affascinati, stretti attorno a lui. Quando riuscì a
raggiungerlo, vide che lo scienziato aveva spento Cosmo e se l’era
infilato sotto il braccio.
Finalmente George gli fu vicino quanto bastava per potergli
sussurrare: — Eric, il professor Zuzubin è qui e vuole parlare con te.
Dice che è importante.
— Zuzubin? — Eric si voltò a guardarlo stupito. — Qui? In questa
sala? Ne sei certo? Quel Zuzubin?
— Proprio lui — confermò George, mentre gli ammiratori di Eric
lo spingevano e lo spintonavano. — Ti aspetta nel tuo studio. Ha
detto che è urgente.
— Allora devo andare subito! — Eric batté con forza le mani e la
sala si zittì. — Vi ringrazio per essere venuti ad ascoltarmi! — disse a
quelli che ancora gli si accalcavano attorno. — E vi invito a tornare
tutti il mese prossimo, quando parleremo di buchi neri neonati e
della fine dell’Universo. Buonasera, signore, signori e bambini!
Lasciò la sala seguito da un nuovo fragoroso applauso e da un
accigliato George. In Zuzubin c’era qualcosa – forse le lenti gialle o
forse il tono strano con cui aveva pronunciato il nome di Eric – che lo
aveva messo a disagio. Qualunque cosa il professore volesse dire a
Eric, George era sicuro che avrebbe fatto bene a saperla pure lui…

— Che cosa significa questa roba? — chiese il professor Zuzubin,


mentre sbatteva un foto sulla scrivania e faceva vibrare
pericolosamente le pile di tazze da tè mezze piene, buste chiuse,
appunti e libri.
— Professor Zuzubin — balbettò Eric e arrossì. — Io… ecco…
George lo fissò sbalordito. Era la prima volta che sentiva qualcuno
parlare così al padre di Annie.
Per un momento, Zuzubin fissò il suo antico allievo senza battere
ciglio. — So che c’entri qualcosa, Eric Bellis, perciò fammi la
gentilezza di spiegare!
George lanciò un’occhiata di sottecchi alla foto. Mostrava la
superficie grigiastra e butterata della Luna. E proprio al centro
comparivano due figure sfocate in tuta spaziale. — Ohi ohi —
mormorò Eric.
— Ohi ohi, sì — replicò il professore.
— È stata tutta colpa mia — si affrettò a dire Eric. — Non se la
prenda con George.
— George! — esplose il professor Zuzubin. — Da quand’è che porti
i ragazzini nello spazio? E che altro fai? Pensi di organizzare una gita
scolastica sulla Luna? Si può sapere che ti è saltato in testa?
— È stata colpa mia — intervenne coraggiosamente il ragazzo. —
Ho seguito Eric sulla Luna perché volevo chiedergli una cosa. Non mi
ha invitato lui. Ho fatto tutto da solo. — Non aveva neanche finito di
dirlo, che si rese conto che la sua spiegazione peggiorava ancora di
più le cose.
— Insomma hai lasciato incustodito il portale durante un viaggio
nel cosmo — disse lentamente Zuzubin — così che un bambino ha
potuto usarlo senza alcuna supervisione per raggiungerti nello
spazio? Ti rendi conto della gravità della cosa?
— Mi dispiace — balbettò Eric. — Non immaginavo che ci fosse in
giro un satellite.
— Sei stato molto sbadato. Questa foto mi è stata inviata dal
dottor Ling, della sezione cinese dell’Ordine della Ricerca Scientifica.
Vorrebbe sapere com’è possibile che un satellite cinese abbia
fotografato due astronauti sulla Luna, dal momento che nessuna
astronave guidata dall’uomo è atterrata lassù dal 1972.
— In fondo non è tanto grave — disse speranzoso George. — Se
nella foto il portale non si vede, l’esistenza di Cosmo resta un
segreto. Magari alla fine decideranno che la foto è solo un errore…
— Un errore? — sbraitò Zuzubin. — Ti sei fatto beccare mentre
usavi il supercomputer per fare una gita sulla Luna e secondo te
questo è solo un errore?
— Non se la prenda con George — intervenne Eric, rianimandosi
un po’. Afferrò una tazza e ingurgitò un sorso di tè freddo, che
sembrò dargli coraggio. — D’accordo, lo ammetto: abbiamo usato
Cosmo per andare sulla Luna. Volevo approfondire una mia teoria e
per farlo mi serviva qualche roccia lunare. Tutto qui! Fine della storia.
— No! — replicò Zuzubin, sempre più livido. — Non è per niente
la fine della storia! Per ora questa foto è strettamente confidenziale, a
questo ha provveduto Ling, ma se qualcuno la scoprisse, saremo tutti
nei guai fino al collo. Sapevi che Cosmo poteva essere un utile
strumento per il progresso scientifico solo se fosse rimasto un
segreto. Sapevi che cosa poteva succedere se la sua esistenza fosse
diventata di pubblico dominio. Ti è stato affidato il più grande
supercomputer del mondo e tu… tu…
Zuzubin era così furioso che per un momento George temette che
gli esplodesse la testa.
— Per giunta, questo è successo nel peggiore momento possibile
per l’Ordine della Ricerca Scientifica per il Bene dell’Umanità —
proseguì più calmo Zuzubin.
L’Ordine della Ricerca Scientifica per il Bene dell’Umanità era uno
speciale ed eminente gruppo di scienziati che si era riunito per
assicurarsi che la scienza fosse usata per fare il bene e non il male.
Eric ne faceva parte e ne facevano parte anche George e Annie.
George era diventato il membro più giovane durante le sue avventure
con Eric e il buco nero.
— Hai visto le proteste di oggi, davanti alla facoltà, prima della tua
conferenza — continuò agitato Zuzubin. — Devi renderti conto che i
VER … Micidiali Impliciti stanno radunando le forze in questo preciso
momento.
George si rese conto che il professore ce l’aveva messa tutta per
evitare di chiamare i contestatori VERM I e la cosa lo stupì. In fin dei
conti, il nome sembrava calzare a pennello a quel gruppo di svitati.
Allora perché il misterioso cosmologo non voleva usarlo?
— Diventano sempre più audaci — continuò Zuzubin. — Finora
non avevano mai osato comparire in pubblico. Si sentono più sicuri
perché sanno che molti, in tutto il mondo, si allontanano dalla
scienza. Stando così le cose, se grazie alla tua sciocca imprudenza
diventasse di dominio pubblico che abbiamo tenuto segreta
l’esistenza di un supercomputer, molti si chiederanno che cos’altro
abbiamo nascosto… Forse, diranno, il Collider è davvero pericoloso.
Forse non dovrebbe esserci permesso di proseguire il nostro lavoro.
Potrebbero porre fine alle nostre ricerche. Porre fine alla scienza
stessa!
George aveva l’impressione che Eric fosse sul punto di scoppiare
in lacrime. Non lo aveva mai visto così sconvolto.
— Che cosa posso fare? — chiese Eric torcendosi le mani. — Come
possiamo rimettere le cose a posto?
— Per cominciare, va convocata una riunione d’emergenza
dell’Ordine della Ricerca Scientifica per il Bene dell’Umanità —
replicò Zuzubin e controllò l’orologio rotondo d’argento fissato al
panciotto con una catenella. — Devi partire all’istante e portare
Cosmo con te. Per decidere se l’hai usato per motivi validi, dovranno
controllare tutto quello che Cosmo ha fatto mentre era sotto la tua
custodia.
George ed Eric trattennero il fiato. L’idea che l’Ordine controllasse
la memoria di Cosmo e scoprisse che di recente era stato usato per
trasferire un porcello da un posto all’altro non era particolarmente
confortante.
— Spiegherai all’Ordine quello che hai fatto — disse Zuzubin.
— Potrebbe essere imbarazzante… — mormorò Eric, sempre
pensando a Freddy.
— Dopodiché verrà deciso se sei ancora degno di essere il
guardiano e il custode di Cosmo. Ho già provveduto al tuo mezzo di
trasporto.
Eric impallidì. — Vogliono portarmi via Cosmo?
— No! — esclamò George. — Non è giusto!
— Vedremo — disse Zuzubin. — Eric, devi partire subito.
Qualcuno verrà a prenderti a casa.
— Per portarmi dove?
— Al grande esperimento.
— Vengo anch’io — intervenne George. — Faccio parte anch’io
dell’Ordine e dovrei essere presente.
— Fuori discussione! — tuonò Zuzubin. — Tu resti qui. Queste
non sono cose per bambini.
— Zuzubin ha ragione — disse Eric in tono gentile. — La cosa non
riguarda te, George.
— Ma dove andrai? — insisté il ragazzo. — Dove si svolgerà questa
riunione? E quando tornerai?
Eric deglutì a fatica. — Il Large Hadron Collider — disse a voce
bassa. — Tornerò agli inizi del tempo stesso.
Non restava altro da dire.
In silenzio, uno dopo l’altro, i tre uscirono dallo studio di Eric e si
diressero verso il portone. Ma quando Eric e George furono in strada,
il ragazzo si voltò e scoprì che Zuzubin non li aveva seguiti. Al di là
dei battenti di cristallo, vide il vecchio professore dirigersi verso le
scale nell’atrio accanto al portone, e cominciare a scenderle. Che
strano, pensò. Dove va Zuzubin?
— Eric — chiese, mentre lo scienziato apriva il lucchetto della bici.
— Che cosa c’è sotto la Facoltà di Matematica?
— Sotto? — gli fece eco Eric, in apparenza ancora stordito. — Non
saprei. Non scendo là sotto da quand’ero studente.
— Ma che cosa c’è? — insisté George.
— Montagne di paccottiglia, immagino. Soprattutto vecchi
computer… — Eric scosse la testa. — Scusa, George. Al momento ho
un sacco di pensieri per la testa. Recupera la tua bici e torniamo a
casa.
Capitolo nove

Quando arrivarono a casa di Eric, trovarono Annie che saltellava di


gioia per il successo della conferenza.
— Vincent ha detto che sei stato incredibile — informò felice il
padre. — Assolutamente fantastico!
La sua allegria, però, ebbe vita breve. A Susan bastò un’occhiata al
marito e a George per capire che doveva essere successo qualcosa. La
donna trascinò Eric nello studio e si chiuse la porta alle spalle. Non
che facesse molta differenza. Le pareti erano abbastanza sottili da
permettere ai ragazzi, rimasti in cucina, di udire ogni parola.
— Come sarebbe? — sentirono esclamare Susan, quando Eric le
comunicò la notizia. — Devi partire stanotte per la Svizzera?
All’inizio del trimestre? Non hai pensato agli studenti? E a noi? Avevi
promesso di darmi una mano a organizzare la festa per il nostro
anniversario! È tanto che la progettiamo! Non deludermi, Eric. Non
di nuovo…
— Che cos’è successo? — sussurrò Annie a George.
— Un satellite ci ha scattato una foto mentre eravamo sulla Luna
— le spiegò George — e un barbogio di prof della sezione cinese
dell’Ordine della Ricerca Scientifica l’ha mandata qui chiedendo
spiegazioni. E ora tuo padre è nei guai. L’Ordine ha convocato una
riunione straordinaria presso il Large Hadron Collider, perciò Eric
deve andare subito lì a spiegare come sono andate le cose e cercare di
non farsi portare via Cosmo.
Annie diventò verde di rabbia. — Potremmo perdere Cosmo? —
sibilò.
— Susan. — La voce di Eric arrivò dalla stanza accanto. — Mi
dispiace tanto, davvero…
— Me lo avevi promesso — replicò Susan. — Avevi promesso di non
sconvolgere mai più le nostre vite!
Annie e George non avrebbero voluto ascoltare, ma non era
possibile. Ogni parola era orribilmente chiara.
— Se non vado, rischio di perdere Cosmo — disse Eric.
— Cosmo! — replicò Susan rabbiosa. — Sono stufa di quel
computer! Non ci ha procurato altro che guai.
— Non è vero — balbettò lui.
Incapace di trattenersi oltre, Annie uscì di corsa dalla cucina ed
entrò d’impeto nello studio. — Basta! — gridò. — Non vi sopporto!
Smettete di litigare! Smettetela! Smettetela e basta!
George rimase in cucina, paralizzato. Per la prima volta da quando
conosceva i Bellis, avrebbe dato qualunque cosa per essere a casa
propria, insieme ai suoi genitori. Anche se le gemelline facevano un
gran chiasso e sua mamma cucinava roba strana, l’unica cosa che
desiderava in quel momento era uscire dalla vita di Annie, Susan ed
Eric, e vivere la propria.
— Per piacere, Annie — disse Susan. — Questa faccenda non ti
riguarda.
— Vogliono portarci via Cosmo? — insisté Annie rivolta al padre,
che sembrava essersi trasferito in un universo tutto suo.
— Eh? — Eric trasalì e fissò confuso la figlia e la moglie.
— Neanche mi ascoltavi, vero? — sospirò Susan in tono sconfitto.
— Io ti parlavo e tu pensavi alla tua scienza.
— Ecco… veramente…
— Forse sarebbe meglio se ti portassero davvero via Cosmo —
sbottò Susan. — Proprio così. Spero che ti tolgano quel maledetto
computer, così potremo tornare a essere una famiglia normale.
— Mamma! — esclamò inorridita Annie. — Non dirai sul serio!
— Altroché! — replicò Susan. — Se l’Ordine della Ricerca
Scientifica non distrugge quella stupida macchina, lo farò io stessa.
Dopodiché l’atmosfera diventò gelida e imbarazzata. Eric uscì a
grandi passi dallo studio e salì le scale per andare a fare le valigie,
tallonato dalla figlia che continuava a suggerirgli che cosa dire
all’Ordine della Ricerca Scientifica. — Annie! Posso cavarmela
benissimo da solo! — lo sentì replicare a un certo punto George, a
voce insolitamente alta. — Restane fuori! Non sono affari che ti
riguardano!
Ancora immobile in cucina, George sentì l’amica scendere di corsa
le scale e correre a chiudersi nello studio del padre, sbattendosi la
porta alle spalle. Un istante dopo, il suono di violenti singhiozzi
risuonò nella casa.
— Annie… — Susan bussò piano alla porta dello studio.
— Va’ via! — urlò Annie. — Ti odio! Vi odio tutti!
Susan tornò in cucina, pallida e tesa. — Mi dispiace, George —
disse in tono stanco.
— Va tutto bene — replicò George, ma non era vero. Non aveva
mai visto gli adulti litigare in quel modo e si sentiva malissimo.
— Faresti meglio a tornare a casa — disse gentilmente Susan.
Eric comparve sulla soglia. — Volevo affidarti Pallino — disse
rivolto a George e gli consegnò la gabbietta del criceto. — E anche
questa. Come ricordo — aggiunse avvilito — nel caso in mia assenza
vengano a confiscare tutta l’attrezzatura spaziale. Ho pensato che ti
avrebbe fatto piacere averla. — Gli tese quella che sembrava una
trapunta bianco-sporco strizzata dentro uno zaino, ma George
riconobbe all’istante la sua tuta spaziale.
— Sicuro? — chiese, mentre si metteva lo zaino in spalla e
stringeva la gabbietta fra le mani. Pallino non era un criceto normale.
Per l’esattezza era l’unico nanocomputer esistente al mondo. Era
stato costruito dal dottor Ermin, un ex collega di Eric, ed era potente
quasi quanto Cosmo.
Cioè, in teoria Pallino era quasi altrettanto potente. Il problema era
che Eric non sapeva come farlo funzionare. Il nanocomputer
somigliava in modo estremamente realistico a un piccolo animale
peloso, però non aveva un pannello di controllo e nemmeno
rispondeva a comandi o istruzioni vocali. In assenza del suo creatore,
il dottor Ermin, Pallino era del tutto inutile. Eric aveva tentato senza
successo di connetterlo a Cosmo, ma alla fine aveva dovuto
arrendersi. Così, Pallino aveva continuato a vivere nella sua
gabbietta, pulirsi i baffi, dormire e correre sulla ruota. Non un
granché, per il secondo computer più intelligente del mondo. Ma
finché Ermin non fosse tornato dalla sua lunga vacanza in un lontano
Istituto di Fisica, non c’era niente che Eric potesse fare con Pallino. A
parte tenerlo al sicuro e mantenerne segreta l’esistenza.
Oltre a Ermin, solo Eric, George e Annie erano al corrente
dell’esistenza di Pallino. E questo, si rese di colpo conto George,
significava che neanche l’Ordine della Ricerca Scientifica ne era al
corrente. L’unico supercomputer che conoscevano era Cosmo.
— Ciao, George — disse Eric. — Buona fortuna.
— E Annie…? — chiese George. I singhiozzi erano cessati.
— Le chiederò di mandarti un sms — disse Susan. — Quando si
sarà calmata.

George uscì dal retro della casa dei vicini per riattraversare il
giardino e il varco nella staccionata. Nell’oscurità, la sua casa
emanava una luce accogliente, familiare, anche se il generatore a
pannelli solari installato da suo padre non forniva molta elettricità e
la batteria che alimentava spesso la sera era quasi scarica.
George aprì la porta sul retro ed entrò in cucina, dove sua madre
Daisy preparava un purè di verdure per le gemelle, e per un
momento l’odore di casa lo sopraffece. La madre si voltò e sorrise.
— Sei tornato a casa? Per restarci? — gli chiese, al vederlo esitare
sulla soglia con lo zaino in spalla e la gabbietta del criceto fra le
mani. George annuì in silenzio, un nodo alla gola.
— Mi fa piacere — disse gentilmente Daisy. — So che adesso per te
è dura, con le piccole… — Le gemelle erano addormentate in due
ceste di vimini ai lati della cucina, le lunghe ciglia scure che
ombreggiavano le guance perfette come petali. — Vedrai che fra un
po’ andrà meglio — proseguì Daisy e lo abbracciò. — A mano a mano
che cresceranno. E non faranno più tanto chiasso.
Una delle gemelle, George non sapeva quale, rise nel sonno; un
piacevole suono tintinnante, simile a una pioggia di polvere di stelle.
— Vedrai, quando saranno un po’ cresciute, non riuscirai a
immaginare la vita senza di loro.
George vide che suo padre, Terence, era fermo sulla soglia e li
osservava. All’improvviso, il ragazzo si rese conto che i genitori non
avevano mai fatto commenti sulla quantità di tempo che trascorreva
dai vicini, e questo glieli rese ancora più cari.
— Mi fa piacere che tu sia tornato — disse Terence in tono
burbero. — Abbiamo sentito la tua mancanza. Aspetta, ti do una
mano. — Prese la gabbia del criceto e guardò il secondo computer
più potente del mondo che, come le gemelle, si faceva un pisolino. —
E lui sarebbe…?
— Si chiama Pallino — spiegò George. — Può stare in camera mia?
I genitori sorrisero. — Sicuro — rispose Daisy. — Che carino!
Occupa meno posto di quel buffo vecchio porcello.
— Lo porto io di sopra — aggiunse Terence.
George salì le scale e andò a dormire nel proprio letto, ma lasciò le
tende socchiuse, nel caso si fosse svegliato nel cuore della notte e
guardando fuori avesse visto una stella cadente.
Capitolo dieci

Nella strada buia e silenziosa, una lunga e scintillante auto nera si


fermò davanti alla casa dei Bellis. L’autista scese e andò a suonare il
campanello. Eric era in attesa dietro la porta, pallido, una
piccolissima valigia in una mano e la borsa con Cosmo nell’altra.
Sulla soglia, si voltò per salutare Susan e Annie, che lo abbracciarono
con forza.
— Devo andare — disse Eric, gli occhi che ardevano come stelle
morenti nel pallore del viso.
— Buona fortuna — sussurrò Susan. — E fa’ attenzione, ti prego!
Abbi cura di te stesso. In giro c’è gente cattiva che ce l’ha con te.
— Ssst, ssst, non avrò problemi! — replicò Eric, sforzandosi di
usare un tono allegro. Ora che stava per partire, Susan e Annie non
potevano più essere arrabbiate con lui. — Tornerò fra pochi giorni e
ci faremo una risata su tutto questo! È solo uno sciocco equivoco.
Appena potrò spiegarmi, andrà tutto a posto. Sarò di nuovo a casa in
un baleno! Magari perfino in tempo per la festa!
— A presto, papà! — lo salutò Annie, con le labbra che tremavano.
— Venga, professore — lo incitò impaziente l’autista. — Salga in
macchina. Abbiamo un orario da rispettare.
Eric si voltò e salì nella vettura affusolata, poi l’autista chiuse con
cura lo sportello. I finestrini erano oscurati, perciò Annie e Susan
non videro le lacrime bagnare le guance dello scienziato, seduto da
solo con il suo computer sui morbidi sedili di pelle.
L’auto si allontanò lungo la strada, il motore potente che ronzava.
Si diressero in silenzio a un aeroporto vicino: una pista privata, dove
atterravano e decollavano solo pochi aerei al giorno. Al cancello
bastarono poche parole dell’autista perché il veicolo avesse il
permesso di passare.
Alla luce argentea della Luna piena, Eric scorse un jet pronto sulla
pista, la scaletta già abbassata, per permettergli di salire subito a
bordo. Una volta dentro, scoprì d’essere il solo passeggero.
Dopo pochi minuti, la voce del pilota uscì dall’altoparlante: —
Buonasera, professor Bellis. È un onore volare con lei. Atterreremo su
una pista nei pressi del Large Hadron Collider fra circa un’ora e
mezzo. Per piacere, allacci la cintura prima del decollo.
Subito dopo il piccolo aereo accelerò sulla pista, puntò il naso
verso l’alto e pochi istanti dopo volavano nella notte, verso quella che
poteva essere la fine della carriera di Eric.

George si era addormentato appena aveva appoggiato la testa sul


cuscino, ma non dormì a lungo. Dopo quelli che gli parvero solo
pochi secondi, si ritrovò seduto sul letto, la schiena coperta di sudore
freddo. Il suo sonno era stato pieno di sogni agitati, nei quali tizi in
nero inseguivano Freddy sulla fitta erba arancione di un pianeta
remoto illuminato da un sole verde. “Fermate il porcello criminale!”
urlavano nell’incubo. George tentò di gridare loro di lasciare in pace
Freddy, ma riuscì a emettere solo un gracchio atterrito.
Una volta sveglio, fu colpito da un pensiero spaventoso. Se Eric
fosse tornato senza Cosmo, non avrebbe più saputo dov’era finito
Freddy! Eric doveva ancora chiederlo a Cosmo. Se avessero perduto il
supercomputer, avrebbero perso anche Freddy! E se Cosmo lo avesse
mandato ai confini dell’Universo? In quel caso il porcello si sarebbe
allontanato da lui a velocità folle… Era possibile perfino che George
non lo rivedesse mai più e sarebbe stata colpa sua, perché non aveva
saputo prendersi cura di lui.
Per un po’ George rimase dov’era, sentendosi molto infelice e
dispiaciuto per se stesso e per Freddy, finché non gli venne in mente
che una focaccina dolce e un bicchiere di latte avrebbero potuto
fornirgli una qualche consolazione. Dopo una breve esitazione scese
dal letto e, ancora in pigiama, si avviò in punta di piedi verso la
cucina. Sapeva che i genitori non sarebbero stati affatto contenti se
avesse svegliato le gemelline che dormivano.
Era a metà delle scale, quando sentì un rumore provenire dal
pianterreno buio e, in teoria, deserto. George si bloccò. Era troppo
spaventato per continuare a scendere, ma non voleva neanche correre
il rischio di attrarre l’attenzione tornando a precipizio di sopra. Tese
le orecchie, pronto a captare il minimo suono sospetto.
Proprio mentre cominciava a pensare di esserselo immaginato, il
rumore si ripeté, fioco ma distinto. Era un suono di passi, cauti e
guardinghi come i suoi. La luce argentea della Luna piena si riversava
dalle finestre, vivida come quella del giorno. Addossato alla parete
delle scale, paralizzato dal terrore, George vide un’ombra alta passare
davanti alle scale ed entrare in cucina. Poi sentì la porta sul retro
aprirsi e richiudersi, e i passi felpati allontanarsi e svanire.
Facendo meno rumore possibile, George risalì le scale e guardò
fuori dalla finestra. Alla luce della sua vecchia amica Luna, vide
l’ombra alta arrivare furtiva in fondo al giardino, superare con un
balzo la staccionata e sparire. Con il sangue che gli scorreva nelle
vene così rapido da rimbombargli nelle orecchie e quasi stordirlo,
corse in camera dei genitori e scosse con forza il padre.
— Grrmmmmpf! — Terence sbuffò e si rigirò.
— Papà! — sussurrò George ansioso. — Svegliati! Papà!
— Grrmmpppf! — borbottò Terence nel sonno. — Al bando le
bombe! Salvate le balene! Mangiare carne è un delitto!
George tornò a scuoterlo.
— Al bando le balene! Mangiate le bombe! Salvate la carne! —
Terence continuò a farfugliare, mentre al suo fianco Daisy russava
piano, la testa sotto il cuscino.
Finalmente il padre si svegliò. — George! Che succede? Le
gemelle…? — Gli sfuggì un gemito. — Devono mangiare di nuovo?
— Papà, ho visto qualcuno! C’era qualcuno in casa! Ha scavalcato
la staccionata in fondo al giardino.
Sia pure bofonchiando, Terence si alzò. — Dovrebbe avere una
gran fortuna, per trovare qualcosa da rubare qua dentro — brontolò.
— Anzi, per trovare qualunque cosa. — Scese comunque a controllare
e tornò su con un’espressione ancora assonnata, ma seria.
— La porta sul retro era aperta — disse. — Ora l’ho chiusa.
Probabilmente era solo un gatto. Va’ a dormire, prima che le
piccole…
In quel momento, da una delle culle si levò un piagnucolio. — Oh,
no — gemette Terence. — Ecco che attacca una… — Anche l’altra
gemella cominciò a piagnucolare. — Ed ecco l’altra. Torna a letto,
George. Ci vediamo domattina.

Il giorno dopo, a scuola, George se ne rimase afflosciato al suo posto,


con un gran mal di testa e capace a stento di tenere gli occhi aperti.
Suo padre aveva deciso di non denunciare l’accaduto alla polizia. Non
era stato rubato niente e comunque era sicuro che si fosse trattato
soltanto di qualche animale, probabilmente un gatto, che si era
intrufolato in cucina in cerca di cibo.
George non era d’accordo. I passi che aveva sentito erano troppo
pesanti per un gatto, a meno che fosse grosso quanto un leopardo.
Era molto più probabile che si fosse trattato di una persona. Ma non
si era messo a discutere con il padre. A scuola, aprì la bocca in un
enorme sbadiglio. Era faticoso cercare di capire che cosa stesse
succedendo.
— Per caso ti teniamo sveglio? — chiese allegro il nuovo
insegnante di storia.
— No, signore — rispose George.
— In tal caso apri il libro di testo a pagina trentaquattro.
George recuperò il libro e lo aprì alla pagina che avrebbe dovuto
studiare la sera prima. Invece, con tutta l’eccitazione della conferenza
di Eric, se n’era completamente scordato.
Ma qualcun altro doveva avere aperto il libro prima di lui, perché
proprio fra quelle pagine era infilato un biglietto piegato in due, con
il suo nome in una calligrafia arzigogolata e antiquata che gli era
familiare. Con un tuffo al cuore, George lo aprì e lesse:

George,
il Male è all’opera nell’Universo. Il nostro amico Eric è in pericolo. Dobbiamo
parlare. Non tentare di metterti in contatto con me. Sarò io a cercarti.
Cordialmente tuo,
dott. E.

Un brivido gelido percorse la schiena di George. La notte prima, i


suoi libri di scuola erano rimasti sul tavolo del soggiorno, al
pianterreno. Dunque l’ombra che aveva visto e i passi che aveva
sentito erano quelli del dottor Ermin, il vecchio nemico di Eric.
“Ma perché è venuto da me?” si chiese inorridito George. “Perché
non ha cercato Eric?”
Non aveva neppure terminato di formulare la domanda, che si
diede la risposta. Eric non c’era. La notte prima era partito, portando
Cosmo con sé. E Pallino, il mini-supercomputer che probabilmente
Ermin si aspettava di trovare da Eric, era in camera di George, dove
Ermin non aveva osato avventurarsi. Se aveva avuto intenzione di
andare da Eric, era arrivato troppo tardi. Perciò era andato da George.
Per aggirarsi nel cuore della notte, però, Ermin doveva avere qualcosa
di molto importante da dirgli. George doveva assolutamente trovarlo
e chiedergli che cosa stava succedendo. Ma poteva fidarsi di lui?
Annie, George ne era arcisicuro, avrebbe detto: “No e poi no!” Già
due volte in passato Ermin li aveva cacciati in guai cosmici, però alla
fine si era comportato bene e li aveva salvati, quando erano rimasti
bloccati su una luna remota senza via di scampo. Poi, una volta
tornati sulla Terra, aveva giurato che si sarebbe lasciato alle spalle il
suo tenebroso passato. Aveva detto di voler tornare a essere amico di
Eric, lavorare di nuovo come un vero scienziato e non vivere più
nell’ombra.
A giudicare dal biglietto, sembrava che Ermin avesse informazioni
utili per aiutare Eric. George aveva innumerevoli domande che gli
turbinavano in testa e la prima era: come poteva trovare Ermin?
— Dove andrei, se fossi un ex scienziato matto? — si chiese fra sé.
O meglio, aveva avuto intenzione di chiederselo fra sé, invece lo aveva
detto a voce alta.
— Non saprei dove potrebbe andare un ex scienziato matto — lo
informò tranquillo l’insegnante — ma se fossi George Greenby,
andrei subito a pagina trentaquattro e comincerei a rispondere alle
domande scritte sulla lavagna.
Gli altri studenti ridacchiarono. — Scusi, professore — balbettò
George, e nei successivi trenta minuti si sforzò di concentrarsi sul
1066 invece che sul “Male all’opera nell’Universo”.
Impresa pressoché impossibile. Un pensiero continuava a
lampeggiargli nella mente, chiaro come se Cosmo lo stesse urlando
in grandi lettere maiuscole rosse: ERIC È IN PERICOLO.

L’ESPANSIONE DELL’UNIVERSO
L’astronomo Edwin Hubble, con il telescopio da 100 pollici (circa 2 metri e
mezzo) del monte Wilson, California, studiò il cielo notturno. Scoprì che
alcune delle nebulose – vaghi puntini luminosi nel cielo della notte – sono
galassie, come la nostra Via Lattea (anche se le galassie possono essere di
dimensioni molto variabili), e che alcune contengono miliardi e miliardi di
stelle. Scoprì anche un fatto notevole: altre galassie sembrano allontanarsi
da noi, e più si allontanano più aumenta la loro velocità apparente.
All’improvviso l’Universo dell’umanità divenne molto, molto più grande.

L’Universo si sta espandendo: le distanze tra le galassie aumentano col


tempo. Si può pensare l’Universo come la superficie di un palloncino su cui
si siano dipinti dei punti che rappresentano le galassie. Se si gonfia il
palloncino, i punti, o galassie, si allontanano l’uno dall’altro; più sono
distanti, più velocemente aumenta la distanza tra di loro.

Il redshift (Lo spostamento verso il rosso)


Oggetti caldissimi nello spazio, come le stelle, emettono luce visibile, ma poiché
l’Universo si espande costantemente, queste stelle distanti e le loro galassie si
allontanano dalla Terra. Questo sposta la loro luce mentre essa viaggia nello spazio
verso di noi. E più si allontana, più viene spostata. Lo spostamento fa sembrare la
luce visibile più rossa. Questo fenomeno è conosciuto come redshift cosmologico.
Capitolo undici

Dopo la scuola, prima di tornare a casa, George fece un giro in bici


per Foxbridge. Era improbabile che potesse semplicemente
incontrare Ermin per strada, ma non sapeva che altro fare. Poi ricordò
la mappa di Foxbridge tracciata da Cosmo. La cantina! Se fosse
riuscito a individuare la cantina dove si era tenuta la riunione segreta
dei VERM I , forse sarebbe riuscito a scoprire altre informazioni su
quell’organizzazione. Era sicuro che il pericolo di cui parlava il
messaggio di Ermin avesse a che fare con i tizi in nero.
Possibile che anche Ermin avesse partecipato alla dimostrazione?
Era forse lui il tizio mascherato che aveva tentato di parlare con
Vincent?
George pedalò ancor più velocemente. Conosceva Foxbridge come
il palmo della mano e, grazie alla mappa di Cosmo, sapeva
esattamente dove cercare la cantina.
Quando fu vicino alla sua meta, si rese conto che l’edificio in
questione era la facoltà di Eric, dove lui ed Ermin avevano studiato
sotto la guida del grande Zuzubin. Ermin, Zuzubin ed Eric facevano
tutti parte della stessa Facoltà.
“Zuzubin” pensò George. “Zuzubin.” Perché sembrava essere
dappertutto e in nessun luogo al tempo stesso?
L’imponente ingresso dell’università era sbarrato, ma una
porticina ritagliata in uno dei due battenti di legno era rimasta
aperta, per permettere agli studenti di entrare e uscire. George la
varcò d’impeto e si trovò davanti un individuo dall’aria feroce: il
custode della Facoltà.
— Ho qualcosa per il professor Bellis — mentì George, perché non
sapeva che altro dire.
— Lascialo sul tavolo — ringhiò il custode, che aveva appena finito
di raddrizzare ogni singolo filo d’erba del prato verdissimo dietro di
lui. Aveva spolverato i petali delle margherite nei bordi erbosi,
spazzato le lastre di pietra dei viali e lucidato i batacchi di ottone
delle porte, e l’ultima cosa che voleva era vedere il suo ordine
perfetto distrutto da un ragazzino sporco e disordinato. — La Facoltà
è chiusa.
Il custode rimase piantato davanti a George, lo fissò con aria
feroce al di sopra dei baffoni a manubrio e non gli lasciò altra scelta
che girare sui tacchi e tornare a casa.

Dopo cena, George andò a trovare Annie, ma in casa trovò solo


Susan, sua mamma, che appariva stranamente esausta. Di solito era
la madre di George ad avere l’aria d’essersi svegliata con la luna di
traverso, ma stavolta era Susan ad avere i capelli ritti, i vestiti infilati
a casaccio e l’espressione preoccupata.
— Annie non c’è — lo informò. — È andata a lezione di karate con
Vincent. A quanto pare, quel ragazzo è cintura nera.
“E ti pareva” pensò George. “C’era da aspettarselo.”
— Scusa se non ti lascio entrare — proseguì Susan, in tono sempre
più stressato — ma sto cercando di preparare tutto per la festa di
domenica, perciò ho molto da fare. E guarda! Stamattina ho trovato
rotta quella finestra! Ci sono vetri dappertutto.
George provò un tuffo al cuore. — È successo ieri notte? — chiese.
Ma dato che Susan sembrava già abbastanza ansiosa, evitò di parlarle
della visita notturna che aveva ricevuto anche lui.
— Penso di sì — rispose la mamma di Annie, quasi sul punto di
scoppiare in lacrime. — Non abbiamo sentito niente e non hanno
preso niente. È davvero strano.
— Eric tornerà presto? — chiese George, nel tentativo di tirarla su
di morale.
— Ho parlato con lui solo un momento. Mi ha detto che la
riunione si terrà domani sera. Si augura che le cose si sistemino alla
svelta, così potrà prendere l’aereo la mattina dopo e tornare a casa.
Sono sicura che andrà tutto bene. Più tardi passerò a prendere Annie
e poi andremo da mia sorella. Per stanotte resteremo da lei. Ora
scusa, ma devo andare. Non posso perdere altro tempo.
Susan chiuse bruscamente la porta. George sentì la chiave girare
nella serratura e lo schiocco secco dei chiavistelli. Sospirò. A quanto
pareva, non gli restava altro che tornare a casa.
Quando entrò in cucina, il padre aveva appena acceso la radio per
ascoltare il notiziario.
“Davvero l’Universo rischia di essere ingoiato da una bolla di
distruzione generata dal Large Hadron Collider?” disse
l’annunciatore in tono allegro. “Oggi è questa la domanda che tutti
hanno sulle labbra.”
— George! — esclamò Terence. — Ne sai qualcosa?
— Ssst! — replicò George. — Per piacere, papà, fammi sentire!
“Secondo il drammatico annuncio rilasciato proprio oggi dal
gruppo Vuoto e Rischi Micidiali Impliciti” proseguì la radio “il nuovo
esperimento in corso presso il Large Hadron Collider potrebbe
risultare estremamente pericoloso! In una lettera aperta rivolta
all’Universo intero, tutti gli scienziati aderenti a questo gruppo
sostengono che si tratta di un esperimento azzardato e
potenzialmente fatale, poiché potrebbe produrre una piccolissima
quantità del cosiddetto Vero Vuoto.
“Secondo fonti legate al gruppo in questione, la nostra esistenza
nell’Universo dipende dal Falso Vuoto, che potrebbe essere distrutto
in seguito agli esperimenti ad alta energia in programma presso il
Large Hadron Collider. Secondo i calcoli del Vuoto e Rischi Micidiali
Impliciti, la bolla di distruzione provocata dall’esperimento potrebbe
annullare l’intero Sistema Solare nel giro di otto ore! Stasera non
siamo riusciti a contattare il professor Eric Bellis, capo del Gruppo
sperimentale del Large Hadron Collider. Ma i suoi collaboratori
hanno appena rilasciato una dichiarazione: ‘Il Collider è
perfettamente sicuro e nessuno dovrebbe avere paura del progresso
scientifico.’
“E ora, le altre notizie...”
IL VUOTO
Che cos’è il vuoto e che cosa c’entra con l’aspirapolvere?
Il termine “vuoto” si riferisce a uno spazio così… vuoto che non ha
nemmeno aria al suo interno. Così se noi aspirassimo fuori tutta l’aria da
una stanza, per esempio, creeremmo un vuoto.
(Vacua è il plurale di vacuum. In latino “vuoto” si dice “vacuum”.)

Il vuoto nei condotti del grande collisore di adroni è privo di molecole gassose come
alcune regioni dello spazio cosmico!

Grazie a una pompa pneumatica, che raccoglie tutte le particelle di


polvere quando si sta pulendo una casa, l’aspirapolvere crea una specie di
vuoto “finto”. Ma non si potrebbe usare un aspirapolvere per ottenere
quella specie di vuoto di cui parleremo qui. Per il nostro esperimento ci
vorrebbe un aggeggio con una pompa molto più potente.

Estrarre tutte le particelle d’aria da una stanza non è impresa facile.


Perfino una stanza completamente priva di atomi contiene ancora
radiazioni:

fotoni infrarossi emessi dalle pareti calde della stanza


fotoni radio provenienti dai trasmettitori televisivi
microonde residue del Big Bang
altre particelle che sfrecciano velocissime arrivando dallo spazio (per
esempio, neutrini prodotti dal Sole)
E conterrebbe ancora materia oscura!

Che cosa succederebbe se potessimo eliminare le radiazioni raffreddando


le pareti calde? In quel caso la stanza sarebbe più vuota dello spazio tra le
galassie! Ma conterrebbe ancora i cosiddetti “campi quantistici”. Questi
sono ciò che sta dietro i fotoni, i neutrini, gli elettroni e le altre particelle. I
fisici chiamano stato di vuoto il livello più basso di energia dei campi
quantistici, ed è proprio questo stato – quello cioè senza particelle
osservabili – che riempirebbe ora la nostra stanza immaginaria.
Se potessimo osservare abbastanza da vicino, vedremmo anche minuscole
increspature nello spazio-tempo e nella forza di gravità, chiamate onde
gravitazionali.

Così, anche se si potrebbe pensare che la stanza è stata vuotata


completamente quando abbiamo pompato fuori le molecole d’aria, questo
vuoto in realtà brulica di attività!

Mettete energia in uno stato di vuoto (i fisici direbbero eccitatelo), e


appariranno particelle (e antiparticelle). Si ritiene che il vuoto sia lo stato
del livello più basso di energia. Potrebbero esserci molti altri stati di vuoto
con energia altrettanto bassa… Una volta eccitati, essi creerebbero
particelle di aspetto familiare. All’inizio dell’Universo, quando la
temperatura era molto più alta, lo spazio può essere esistito per un po’ in
un falso stato di vuoto con un livello di energia più elevato, le cui particelle
oggi sembrerebbero esotiche. Quando la temperatura è diminuita, questo
falso vuoto è decaduto nel vuoto attuale con minore livello di energia. Il
vuoto vero è quello che ha effettivamente il livello di energia più basso
possibile.
Non c’è ragione di credere che qualsiasi esperimento sulla Terra potrebbe
spedirci in un vuoto diverso!

Terence spense la radio. — È vero che gli esperimenti condotti da


Eric sono così rischiosi? — chiese serio.
— No! — protestò George. — Assolutamente no! Eric vuole
aiutare l’umanità, non distruggerla!
— Allora perché alla radio ne parlano in questo modo?
— Non so. C’è gente che vuole impedirgli di fare scoperte
importanti e ha inventato questa teoria assurda del Vero Vuoto. Per
aiutare Eric, io devo scoprire perché!
— Tu devi fare i compiti — replicò il padre. — E d’ora in poi voglio
che eviti Eric e la sua famiglia. Non mi va l’idea che ti ritrovi
immischiato in questa faccenda. È chiaro, George? Se c’è una
spiegazione logica, aspetteremo che Eric ce la dia di persona. Fino a
quel momento, sta’ alla larga dai Bellis. Promesso?
— Promesso — rispose George. Ma benché non gli facesse piacere
mentire al padre, aveva le dita incrociate dietro la schiena.

La mattina dopo, sabato, George era disteso a letto sopra la trapunta,


vestito di tutto punto, e si chiedeva che cosa fare, quando il telefono
squillò. Ora che aveva iniziato le medie, i genitori si erano finalmente
decisi a comprargli il cellulare.
— Annie! — Non era mai stato più contento di sentire la voce
dell’amica. La sera prima le aveva inviato centinaia di SMS e
telefonato un’infinità di volte, ma senza mai ricevere risposta.
— Hai sentito che cosa dicono di papà alla radio? — chiese subito
Annie.
— Oh, sì — rispose imbarazzato George. “Dev’essere tremendo”
pensò “avere un padre famoso.” — Ti ha telefonato?
— No. — Annie tirò su col naso. — E nemmeno ha mandato SMS
o una mail. Niente di niente. E ora un sacco di gente in internet dice
che è un pazzoide pericoloso e che bisogna impedirgli di continuare
con i suoi esperimenti, perché rischia di distruggere l’intero
Universo. Da mamma so soltanto che stasera alle sette e mezzo deve
partecipare alla riunione dell’Ordine della Ricerca Scientifica e forse
dopo tornerà a casa.
— Io ho ricevuto un messaggio strano da Ermin — confessò
George.
— Da Ermin? Che diceva?
— Che tuo padre è in pericolo e che il Male è all’opera
nell’Universo.
— Bah! Questo lo sappiamo già! Perché non dice qualcosa di utile,
tanto per cambiare? Hai parlato con lui?
— Macché. Mica mi ha lasciato un numero di telefono a cui
chiamarlo. Solo un biglietto, in puro stile Ermin, scritto su una carta
ingiallita con la sua calligrafia sbilenca. Quasi avesse usato una
penna d’oca intinta nel sangue o roba del genere.
— Tipico di Ermin-il-Vermin — commentò Annie.
— Così ho tentato di mettere in funzione Pallino — proseguì
George.
— Ci sei riuscito?
— Macché — ammise George. Lanciò un’occhiata alla gabbia. Per
una volta, il criceto-supercomputer non correva a perdifiato nella sua
ruota facendola girare freneticamente, ma rovistava nella paglia e si
guardava attorno con occhietti vacui. — La notte scorsa mi sono
perfino messo in contatto con Emmett e lui ha provato con la
connessione a distanza, ma non è riuscito a capirci niente. — Emmett
era un loro amico americano, nonché un genietto del computer.
— Bah! — borbottò avvilita Annie. — Se non ce l’ha fatta lui, è
fuori discussione che ci riusciamo noi.
— Emmett però ha detto una cosa. Secondo lui, Pallino corre così
tanto dentro la ruota per raffreddare il suo processore, mentre fa
calcoli o roba del genere. Ha detto qualcosa a proposito di un liquido
refrigerante che gli scorre nel cervello quando è in funzione.
— Insomma Pallino è in funzione, ma noi non riusciamo a farlo
funzionare — sospirò Annie. — È esasperante! Perché si rifiuta di
aiutarci?
Prima che George avesse il tempo di rispondere, un suono
assordante si levò dalla gabbietta del criceto.
— Che cosa succede? Sono le gemelle? — chiese Annie, che aveva
sentito.
— No — rispose George. — Penso che sia Pallino.
Il mini-supercomputer si era rizzato sulle zampe posteriori, il naso
puntato verso il soffitto. Agitò freneticamente le zampette anteriori e
lanciò un altro strillo, un suono agghiacciante che sembrava troppo
acuto per provenire da un essere così piccolo. Di colpo girò la testa e
puntò su George gli occhietti da criceto che, da celesti, erano diventi
gialli e lampeggiavano.
— Che cosa succede? — ripeté brusca Annie.
— Pallino ha una specie di attacco isterico!
Di colpo il criceto aprì la bocca. — George — disse con voce simile
a un chiodo arrugginito su una lavagna. — George.
— Chi ha parlato? — urlò Annie al telefono.
— Pallino… — bisbigliò George, e sentì rizzarsi i capelli in testa.
— È stato Pallino a parlare! — A quanto gli risultava, fino a quel
momento Pallino non aveva mai pronunciato una sola parola. A
differenza di Cosmo, era un supercomputer silenzioso. Finora.
La voce uscita da Pallino però non era quella di un criceto, e
nemmeno di un computer: era di un essere umano, uno che Annie e
lui conoscevano fin troppo bene.
— Ermin! — disse Annie. — Pallino ti ha parlato con la voce di
Ermin!
— George — ripeté Pallino, stavolta più chiaramente — devi
aiutarmi.
— Che faccio? — chiese George ad Annie, in preda al panico.
— Scopri che cosa vuole — suggerì lei — però non farti
imbrogliare! Ricorda in che guai ci ha cacciato Ermin in passato!
— Che cosa vuoi? — chiese George. Poi si rese conto inorridito che
stava parlando con un criceto elettronico.
— Dobbiamo vederci e parlare — rispose Pallino, gli occhi
lampeggianti. — E per farlo, devi spostarti nello spazio.
— È lei, dottor Ermin?
— Chi altri vuoi che sia? — rispose il criceto con la voce di Ermin.
— L’ultima volta che ci siamo incontrati — replicò George,
facendosi coraggio — voleva abbandonarci a morire asfissiati su una
luna a quarantuno anni luce dalla Terra. E la volta prima ha cercato di
scaraventare Eric in un buco nero.
— Sono cambiato — fu la risposta. — Voglio aiutarvi.
— Perché dovrei crederci?
— Nessuno ti obbliga, ma se non vieni da me a scoprire quello che
ho da dirti, Eric non tornerà più a casa…
Per un istante, nella mente di George passò l’immagine di Freddy,
solo e abbandonato chissà dove.
— Perché non me lo dice subito, quello che ha da dire? — provò a
insistere. Prese il criceto fra le mani e lo sollevò all’altezza degli
occhi.
— Eric è in grande pericolo, George, e solo tu puoi salvarlo.
Soltanto tu. Dobbiamo vederci. Ci penserà Pallino a portarti da me.
Non ho molto tempo. Devi partire immediatamente. A presto,
George. Ci vediamo nello spazio!
— Ermin! — gridò George. — Ermin! Non vada via… — Ma gli
occhi di Pallino erano tornati celesti. La connessione si era interrotta.
— Che cosa ti ha detto!? — strillò Annie al telefono.
In quel momento il criceto fu percorso da un fremito e una
pallottolina schizzò fuori dal didietro peloso.
— Ha detto — rispose George, recuperando il cellulare con una
mano tremante — che devo andare a incontrarlo nello spazio!
— Ma dove? Dove, nello spazio?
— Non lo so. Né dove andare né come arrivarci.
— Prova a far parlare di nuovo Pallino!
George tenne in mano il criceto e lo tastò cauto alla ricerca di un
interruttore nascosto, ma il mini-supercomputer si limitò a fissarlo
con la solita espressione vacua.
— Vengo da te — disse Annie decisa.
— No! — replicò George. — Non c’è tempo. — Raccolse la pallina
espulsa dal criceto e scoprì che in realtà si trattava di una striscia di
carta appallottolata. La srotolò e si trovò fra le mani una sfilza di
numeri, che terminava con una H maiuscola. — Sembra un altro
messaggio. Forse sono le coordinate della destinazione… — disse
lentamente, ricordando la lettera che in passato Ermin aveva
mandato a Eric, per fornirgli le coordinate di un pianeta
lontanissimo. La fila di numeri somigliava a quella usata da Ermin
per indicare la posizione del pianeta… Il guaio era che in realtà il
pianeta non esisteva affatto ed Ermin aveva spedito Eric dentro un
enorme buco nero. — Forse è qui che devo andare…
— Ma come pensi di arrivarci? — insisté Annie. — E come
facciamo a essere sicuri che non sia pericoloso? Potresti finire dentro
un buco nero!
— Non c’è tempo per discutere — replicò George, il cellulare
incuneato fra la spalla e l’orecchio. Quindi saltò giù dal letto e
spalancò l’armadio per tirare fuori la tuta spaziale lasciatagli da Eric
in ricordo dei loro viaggi cosmici.
Pallino riprese ad agitarsi e i suoi occhietti celesti cambiarono
colore. Segno sicuro, ormai George lo sapeva, che stava per entrare in
azione.
— Vengo da te — disse Annie decisa. — Ci metto dieci minuti.
Prenderò la bici. Non muoverti prima del mio arrivo.
— Mi dispiace, Annie, ma non ho tempo di aspettare.
Pallino si drizzò sulle zampe posteriori e i suoi occhi presero a
lanciare lampi rossastri; all’improvviso, dalle pupille del criceto
scaturirono due raggi luminosi che si bloccarono al centro della
stanza e presero a girare, per poi formare un cerchio luminoso, che
turbinava come la ruota nella gabbietta del criceto.
— George! — urlò Annie, mentre il ragazzo indossava goffamente
la tuta spaziale. — Non riattaccare! Non puoi andare da solo nello
spazio!
— Non ho scelta! — gridò George a sua volta, prima d’infilarsi il
casco. — Se non vado subito, non sapremo mai quello che Ermin ha
da dirci! Devo, Annie…
George posò il cellulare sul letto. Di fronte a lui, il cerchio di luce
era diventato più grande e, al di là, s’intravedeva un tunnel argenteo
che scompariva in lontananza, senza che fosse possibile dedurre che
cosa ci fosse dall’altra parte. George infilò il casco e respirò a fondo.
La voce di Ermin risuonò nel trasmettitore:
— Entra nel tunnel luminoso, George…
— E lei dov’è? — chiese il ragazzo. Faceva del suo meglio per
mostrarsi coraggioso, ma in realtà non aveva mai avuto tanta paura in
vita sua. Aveva l’impressione che il sangue gli si fosse ghiacciato
nelle vene e il cuore gli batteva così forte da temere che gli
esplodessero le orecchie.
— Ti sto aspettando all’altro capo del tunnel — rispose Ermin. —
Svelto, George. Vieni da me.
Durante i viaggi precedenti in giro per l’Universo, prima di varcare
il portale aperto da Cosmo, George aveva potuto vedere che cosa lo
aspettava dall’altra parte. Stavolta, invece, c’era solo lo scintillante
tunnel argenteo che si curvava in lontananza e svaniva.
Che cosa lo aspettava dall’altra parte? Un universo parallelo?
Avrebbe forse viaggiato nel tempo? Il tunnel si curvava perché
seguiva la curvatura spazio-temporale e conduceva a una misteriosa
destinazione fuori dal campo gravitazionale terrestre? Che cosa si
sarebbe trovato davanti? Non c’era che un modo per scoprirlo.
— Se vuoi salvare Eric — bisbigliò Ermin — devi venire da me.
Coraggio, entra nel tunnel.
— George! — Il microfono esterno del casco permise al ragazzo di
udire l’urlo di Annie dal telefono sul letto. — L’ho sentito anch’io,
Ermin! Non andare!
George esitò. Poi dal telefono uscì un’altra voce. La voce di
Vincent.
— George, amico — disse. — Non andare da solo! Non è sicuro.
Annie mi ha raccontato del portale e di Ermin. Non puoi fidarti!
“Che cosa?” pensò George, di colpo scocciatissimo. Che cosa ci
faceva Vincent dalla zia di Annie? Aveva ascoltato tutta la loro
conversazione? Era a conoscenza del portale e di Ermin? Di tutti i
segreti che lui e Annie avevano giurato di non rivelare mai a
nessuno? E ora Vincent, campione di karate e asso dello skateboard,
nonché nuovo amico-del-cuore di Annie, si permetteva di dire a lui
che cosa fare?
Insomma, Vincent pensava che George non sapesse cavarsela da
solo, eh? Che non fosse abbastanza in gamba da salvare Eric,
insegnante e guida di George, nonché padre di Annie? — Te la faccio
vedere io, Vincent — borbottò. — Lo salverò io, Eric, io e nessun
altro.
— Arrivederci, terrestri — gridò in tono altezzoso. — Sto per
andare nello spazio. E non credo di tornare tanto presto.
George mosse un passo verso la spirale di luce proiettata da
Pallino e in un attimo fu risucchiato nel tunnel, come se si fosse
tuffato da uno scivolo all’Acquapark. Sfrecciò a capofitto nel tunnel
argenteo, le braccia tese davanti a sé, girandosi e rigirandosi mentre
veniva trascinato lontano dalla sua stanza e verso una destinazione
ignota.
Non ebbe tempo di pensare. Viaggiava a una velocità incredibile in
una foschia di luce scintillante per andare a incontrare il suo ex
nemico mortale, il dottor Ermin, da qualche parte nella distesa
cosmica che forma il nostro Universo.
Da un luogo già anni luce alle sue spalle gli arrivò l’urlo di Annie:
— Nooooooo!
Troppo tardi. George era già lontano.

SPAZIO, TEMPO E RELATIVITÀ


Spazio quadridimensionale
Quando vogliamo andare da qualche parte sulla Terra, di solito pensiamo
in due dimensioni: quanto lontano a nord o a sud, e quanto a est o a
ovest. Così funzionano le carte geografiche. Usiamo sempre direzioni
bidimensionali. Per esempio, per andare in auto da qualsiasi parte si ha
bisogno solo di andare avanti (o indietro), o di girare a sinistra (o a destra).
Questo perché la superficie della Terra è uno spazio bidimensionale.

Il pilota di un aeroplano, d’altro canto, non è attaccato alla superficie della


Terra! L’aereo può anche andare su e giù, cioè può anche cambiare la sua
altitudine, oltre che la sua posizione sulla superficie della Terra. Quando il
pilota fa volare l’aereo, “nord”, “est” o “su” dipenderanno dalla posizione
dell’aereo. “Su”, per esempio, significa via dal centro della Terra, perciò
sopra l’Australia sarebbe molto diverso che sopra la Gran Bretagna!

Lo stesso vale per il comandante di una navicella spaziale lontana dalla


Terra. Il comandante può scegliere tre direzioni di riferimento, ma devono
essere sempre tre perché lo spazio in cui esistiamo noi, la Terra, il nostro
Sole, le stelle e tutte le galassie, è tridimensionale.

Naturalmente, se abbiamo bisogno di andare a una festa o a un incontro


sportivo, non è sufficiente sapere dove si terrà. Abbiamo anche bisogno di
sapere quando. Qualsiasi evento nella storia dell’Universo perciò ha
bisogno di quattro coordinate dette anche dimensioni: tre di spazio e una
di tempo. Perciò per descrivere compiutamente l’Universo e ciò che
accade al suo interno dobbiamo fare i conti con uno spazio
quadridimensionale.

La relatività
La Teoria della Relatività Speciale di Einstein dice che le leggi della Natura,
e in particolare quella della velocità della luce, sono sempre le stesse,
indipendentemente dalla velocità a cui ci si muove. È facile comprendere
che due persone che si muovono l’una verso l’altra non si trovano
d’accordo sulla distanza tra due eventi: per esempio, due eventi che
avvengono nello stesso posto in un aereo a reazione appariranno a un
osservatore a terra separati dalla distanza che l’aereo ha percorso tra i due
eventi. Così se queste due persone cercano di misurare la velocità di un
impulso luminoso che si muove dalla coda del velivolo al suo muso, non si
troveranno d’accordo sulla distanza che la luce ha percorso dalla sua
emissione alla sua ricezione al muso. Ma poiché la velocità è la distanza
percorsa diviso il tempo di percorrenza, non saranno nemmeno d’accordo
sull’intervallo di tempo tra emissione e ricezione, se concordano sulla
velocità della luce, come dice la teoria di Einstein!

Questo dimostra che il tempo non può essere assoluto, come credeva
Newton: cioè, non si può assegnare un tempo, su cui tutti siano d’accordo,
a ciascun evento. Invece, ogni persona avrà la propria misura del tempo, e
il tempo misurato da due persone che si muovono l’una verso l’altra non
coinciderà.

Questo è stato valutato facendo volare intorno al mondo un orologio


atomico molto preciso. Al rientro, aveva registrato un tempo appena
minore di un orologio simile che era rimasto nello stesso posto sulla Terra.
Questo significa che potreste allungarvi la vita volando costantemente
intorno al mondo! Tuttavia questo scarto è piccolissimo (circa 0,000002
secondi per orbita) e sarebbe più che annullato dal tempo che avreste
impiegato a consumare tutti quei pasti sull’aereo!
Capitolo dodici

George uscì a tutta velocità dall’altro capo del tunnel per finire
bocconi su una striscia di roccia, la vista ancora offuscata dalle luci
turbinanti del tunnel argenteo. Per un istante vide le stelle danzargli
davanti agli occhi. Poi sollevò lo sguardo e ne vide altre migliaia
ardere luminose nel cielo nero.
E vide anche qualcos’altro: uno scarpone nero, subito seguito da
un altro. George rotolò su se stesso e vide incombere sopra di sé una
figura in tuta spaziale nera, il viso nascosto dal vetro scuro del casco
spaziale. Non che facesse molta differenza. Non aveva bisogno di
guardarlo in faccia per riconoscere il dottor Ermin: il diabolico
scienziato mattoide era di nuovo in giro per l’Universo.
Dietro la testa di Ermin si allargava una distesa smisurata di cielo,
così scuro che i contorni dello scienziato vi si confondevano. Alle sue
spalle non si vedeva altro che roccia grigia punteggiata da grandi
crateri. George si sollevò faticosamente a sedere, i muscoli simili a
gelatina dopo il viaggio.
— Puoi alzarti — disse brusco Ermin. — Ho scelto un asteroide
con una massa sufficiente a creare forza di gravità quanto basta per
non farti svolazzare.
Quando George era atterrato su una cometa, durante il suo primo
viaggio spaziale in compagnia di Annie, i due amici avevano dovuto
agganciarsi alla palla di roccia e ghiaccio a forma di patata, perché
non c’era abbastanza forza di gravità da tenerli incollati alla
superficie. La cometa però era composta soprattutto di polvere,
ghiaccio e gas congelati; questo asteroide era più grande e fatto di
una materia molto più densa.
— Dove siamo? — chiese George, mentre si rialzava barcollando.
— Ti sembra di vedere qualcosa che conosci? — ribatté Ermin. —
Tipo un bel pianeta verde-azzurro sospeso lontano nel cielo, che non
aspetta altro che tu lo salvi?
George non riusciva a vedere che stelle. Il tunnel era sparito,
cancellando ogni via di fuga.
— Ovviamente no — proseguì Ermin. — Neanche saresti in grado
di riconoscere la tua stessa galassia, se ci trovassimo nella Via Lattea.
Però non sei più lì. Questo viaggio ti ha condotto molto più lontano.
— Siamo in un altro universo? Il tunnel in realtà era un wormhole?
— No. È semplicemente la mia versione aggiornata del portale.
Tracciare una porta è terribilmente antiquato, ti pare? Del resto, Eric
è sempre stato un tale conservatore. Da non credere, eh? Le sue
teorie fanno a brandelli tutto quello che pensavamo di sapere
dell’Universo, ma quando si tratta di disegnare un portale usa come
modello la sua porta di casa. Questa dove siamo, George, non è la Via
Lattea, ma Andromeda.

ANDROMEDA
La Galassia di Andromeda (conosciuta anche come M31) è la galassia
grande più vicina alla nostra Via Lattea. Insieme sono i corpi più grandi del
nostro Gruppo Locale di galassie. Il Gruppo Locale è un gruppo di almeno
40 galassie vicine che sono fortemente influenzate dalla reciproca gravità.

A 2,5 milioni di anni luce di distanza, Andromeda non è proprio la galassia


più vicina a noi (titolo che spetta alla galassia nana del Cane Maggiore), ma
è la più vicina con dimensioni e massa comparabili.

Stime attuali suggeriscono che la Via Lattea abbia più massa (compresa la materia
oscura), ma che Andromeda abbia più stelle.

Andromeda ha una forma a spirale, come la Via Lattea.

Come la Via Lattea, Andromeda ha un immenso buco nero al centro.


Inoltre, come la Via Lattea, Andromeda ha parecchie galassie nane satelliti
(almeno quattordici) che le orbitano intorno.

A differenza di quanto accade per la maggior parte delle galassie, la luce emessa
da Andromeda si sposta verso il blu. Questo perché l’espansione dell’Universo –
che fa allontanare le galassie l’una dall’altra – viene superata dalla forza di gravità
tra le due galassie, e Andromeda precipita verso la Via Lattea a circa 300
km/secondo. È probabile che le due galassie entrino in collisione tra circa 4,5
miliardi di anni, e alla fine fondere, oppure semplicemente schivarsi. Si pensa che
le collisioni tra le galassie non siano così rare: la galassia nana del Cane Maggiore
sembra essere in via di fusione con la Via Lattea proprio adesso!

— Un’altra galassia? — mormorò George, diviso fra stupore e


sgomento.
— La nostra vicina spaziale — confermò Ermin e allargò le braccia.
— L’equivalente galattico di un vicino di casa. E, viste le dimensioni
dell’Universo, è esattamente quello che è. Noti qualcosa?
— Le stelle sembrano le stesse… — disse lentamente George. —
L’asteroide sembra un asteroide. Immagino che sia in orbita attorno a
una stella, perciò ci troviamo in un altro sistema solare. Tutto
sommato, non è molto diverso che stare nella Via Lattea.
— Giusto — annuì Ermin. — Notevole, ti pare? Se li sottoponi a un
esame scrupoloso, non esistono due pezzi di roccia identici. Né
esistono due pianeti, o due stelle, o due galassie identiche. Alcune
regioni dello spazio contengono solo nubi di gas e di materia oscura,
mentre altre sono affollate di stelle, asteroidi e pianeti. Una tale
varietà! Eppure adesso eccoci qui, a due milioni e mezzo di anni luce
dalla Terra, e il panorama non ci appare molto diverso da quello a cui
siamo abituati. Per quanto risulta ai nostri occhi, questo asteroide
potrebbe trovarsi nel nostro Sistema Solare e quelle stelle nella Via
Lattea. Le variazioni qui sono identiche a quelle della nostra galassia.
Che cosa credi che significhi, George? Rispondimi e ti spiegherò
perché siamo qui.
— Significa — disse George, ricordando la conferenza di Eric —
che ogni cosa in ogni luogo si è formata nello stesso modo, dalla
stessa materia e seguendo le stesse leggi, però microscopiche
fluttuazioni iniziali hanno fatto sì che ogni cosa risultasse un po’
diversa dal resto.

UNIFORMITÀ NELLO SPAZIO


Per applicare la Relatività Generale all’Universo come un tutto unico, di
solito si parte da una serie di assunti:

ogni punto nello spazio dovrebbe comportarsi nello stesso modo (omogeneità)

e ogni direzione nello spazio dovrebbe sembrare la stessa (isotropia).

Questo porta a una raffigurazione dell’Universo che è:

uniforme nello spazio

inizia con un Big Bang

e poi si espande uniformemente da ogni parte.

Questa raffigurazione è fortemente supportata da osservazioni


astronomiche, cioè da quello che possiamo vedere nello spazio attraverso i
telescopi sulla Terra e nello spazio.

Eppure l’Universo non può essere proprio uniforme nello spazio, poiché
questo vorrebbe dire che strutture come le galassie, le stelle, i sistemi
solari, i pianeti e le persone non potrebbero esistere. Oltre all’uniformità, è
necessaria una trama di minuscole fluttuazioni per spiegare come le prime
aree di gas e di materia oscura abbiano potuto cominciare a collassare,
così che le leggi della fisica abbiano potuto continuare a creare stelle e
pianeti.

Poiché il gas e la materia oscura all’inizio sono quasi uniformi, e poiché si


ritiene che le stesse leggi della fisica si applichino ovunque, riteniamo che
tutte le galassie si formino in modo simile. Così galassie distanti
dovrebbero avere tipi di stelle, pianeti, asteroidi e comete simili a quelli
che possiamo vedere nella nostra Via Lattea.

Da dove siano venute le piccole fluttuazioni iniziali non è stato ancora


completamente compreso. La teoria migliore al momento è che derivino
da microscopiche fluttuazioni di quanti che sono state ingrandite da una
fase iniziale di espansione molto rapida – chiamata inflazione – che
avvenne durante un’infinitesimale frazione del primo secondo successivo
al Big Bang.

— Bravo! Sono lieto di vedere che almeno uno dei miei ex allievi
ha tratto qualche vantaggio dai suoi studi.
— Perché mi ha fatto venire qui? — chiese coraggiosamente
George. — Di che cosa si tratta, stavolta?
— Il tuo tono non mi piace affatto — replicò Ermin, con
l’atteggiamento di quando insegnava nella vecchia scuola di George.
— E a me non piace essere catapultato nello spazio da un criceto
parlante — lo rimbeccò George.
— Sì, hai ragione — si affrettò a dire Ermin. — Capisco che sia
stata una sorpresa, ma non avevo altro modo di mettermi in contatto
con te.
— Davvero? Non è stato forse lei a intrufolarsi ieri notte in casa
mia e a lasciarmi un biglietto nel libro di storia?
— Sì, sì, sono stato io — ammise Ermin. A differenza dello
scienziato malvagio di un tempo, che aveva sempre nutrito la
massima fiducia nelle proprie risorse, sembrava insolitamente
nervoso. — Dovevo assolutamente attrarre la tua attenzione. Ero già
andato da Eric, ma non ero riuscito a trovarlo.
— Se si tratta di una cosa tanto importante, perché non è
semplicemente venuto da me?
— Non potevo! — replicò Ermin, sempre più agitato. — Non
posso muovermi liberamente. Mi sorvegliano. Sono in trappola! Da
quando l’altra notte mi sono introdotto a casa di Eric, e poi nella tua,
non mi perdono d’occhio. Anche se non sanno dove, sanno che sono
andato da qualche parte e questo li ha insospettiti. Ecco perché ho
dovuto incontrarti nello spazio. È l’unico posto sicuro! Non avrei mai
potuto mettermi in contatto con te, e di certo non con Eric, usando
mezzi normali. Avrei mandato a rotoli la nostra unica possibilità di
fermarli.
— Ma chi è che la sorveglia?
— Loro! I VERM I ! Sono dappertutto! — Lo scienziato si guardò
attorno, come se temesse di vederli fluttuare accanto all’asteroide in
quella zona remota della galassia di Andromeda. — Sono una forza
oscura, invisibile, tutt’attorno a noi.
— Mi sa che si è confuso con la materia oscura, la materia
invisibile che compone il ventitré per cento dell’Universo conosciuto.
— Hai ragione, George — disse subito Ermin. — Quegli individui
rappresentano la materia oscura dell’umanità. Non puoi vederli, ma
ti accorgi della loro esistenza a causa dell’effetto che hanno sul resto
dell’Universo.
Una volta tanto, Ermin sembrava parlare col cuore. Ammesso che
ne avesse uno.
— Erano loro i tizi vestiti di nero alla conferenza di Eric?
— Quelli erano solo alcuni. Ce ne sono molti di più, moltissimi!
Anch’io ho partecipato alla dimostrazione e dato che non sono
riuscito ad avvicinarti, ho tentato di mandarti un messaggio tramite
quel ragazzo. Però non ha funzionato.
— Lo sapevo! Lo sapevo che era lei! Ma non riesco a capire perché.
Perché i VERM I si comportano così? Perché non vogliono che Eric
scopra la Teoria del Tutto? Che cosa c’è di tanto pericoloso nel
comprendere le origini dell’Universo?
— Per te e per me sarebbe un grandioso passo avanti, ma per i
VERM I sarebbe un colpo terribile, mortale.
— Per via del Vero Vuoto e di quello che potrebbe combinare?
— No, no! I capi dei VERM I non credono affatto che dal Large
Hadron Collider possa scaturire una bolla di distruzione capace di
fare a brandelli l’Universo. Questa è solo una menzogna spaventosa,
una prospettiva apocalittica che usano per spaventare la gente e farla
aderire alla loro organizzazione, per renderla sempre più potente. In
realtà temono qualcosa di ben diverso.
— Cioè?
L’asteroide continuò a orbitare attorno a una stella luminosissima,
di qualche miliardo di anni più giovane del nostro Sole. Davanti agli
occhi stupiti di George, due pezzi di roccia lunghi un centinaio di
metri si scontrarono con la forza di un’esplosione atomica. Una nube
di polvere si allargò e si espanse. Quel giovane sistema solare era un
posto violento, con molti pezzi di roccia simili che ruotavano veloci
attorno alla stella centrale. Un giorno i detriti frutto della collisioni si
sarebbero compattati a formare pianeti, ma per il momento era un
luogo caotico e pericoloso. Anche se, a sentire Ermin, sembrava che
al momento qualunque altro posto nell’Universo fosse meglio della
Terra.
— I capi dei VERM I sono convinti che il risultato dell’esperimento
di Eric sarà ben altro — riprese Ermin. — Credono che, una volta
dimostrata la Teoria del Tutto, gli scienziati saranno in grado di usare
quella conoscenza nei modi più vari. Per esempio, per creare una
nuova fonte di energia pulita, economica e rinnovabile.
— Ma chi può non desiderare una cosa del genere? — gridò
George.
— Mi sono inserito nei loro computer e ho letto i documenti
segreti sugli affiliati — spiegò Ermin — perciò sono uno dei pochi in
grado di identificare i capi dei VERM I . Innanzitutto ci sono le grandi
società, che preferirebbero di gran lunga che continuassimo a usare
carbone, petrolio, gas o energia atomica piuttosto che cercare fonti di
energia rinnovabile. Secondo loro, gli esperimenti condotti nel Large
Hadron Collider potrebbero fornirci un giorno la chiave della
produzione di energia pulita a basso costo. E non vogliono che
questo succeda.
— Bah! — sbuffò George disgustato. — Sarebbero gli stessi che
avvelenano i mari e l’aria e provocano l’effetto serra? — Pensò ai
genitori e a come si impegnavano per proteggere il pianeta. Loro
però erano solo persone normali, comuni e gentili, ansiose di fare
qualcosa per il futuro della Terra. Che possibilità avevano contro
nemici tanto potenti?
— E non ci sono solo loro — continuò Ermin. — Altri temono che
la scoperta di una teoria unificata delle quattro forze che regolano
l’Universo possa segnare la fine di ogni guerra. Temono che
potremmo capire d’essere tutti uguali, di fare tutti parte della stessa
razza umana. Questo potrebbe renderci infinitamente più
consapevoli dei problemi della Terra, porre fine alla lotta per
impossessarsi delle sue risorse e spingere le nazioni più ricche ad
aiutare quelle povere.
— Mi sta dicendo che i capi dei VERM I non vogliono la pace? —
George lo fissò sbalordito.
— Esatto. Molti di loro si arricchiscono vendendo armi, in modo
che le persone possano uccidersi a vicenda. Perciò sarebbero molto
più contenti se continuassimo a farci la guerra.
— Chi altri fa parte dei VERM I ? — chiese George.
— Le persone più svariate. Astrologi che temono di perdere il
lavoro e di non potersi più arricchire predicendo la fortuna in
internet, se Eric e i suoi colleghi riuscissero a spiegare ogni cosa. Un
predicatore televisivo atterrito all’idea che nessuno voglia più essere
salvato da lui. E poi c’è chi ha semplicemente paura della scienza e di
quello a cui potrà portare in futuro. Ne fanno parte perfino alcuni
scienziati…
— Scienziati? — George sbarrò gli occhi. — Ma perché uno
scienziato dovrebbe aderire a un movimento del genere?
— Be’, ci sono io, per esempio. Anche se in realtà sono entrato a
farne parte solo per spiarli. Avevo sentito parlare di
quest’organizzazione segreta, antiscientifica, e per scoprirne di più
sono diventato uno di loro. Il mio nome in codice è Isaac, come quello
di uno dei più grandi scienziati mai vissuti: Isaac Newton. Per farmi
accettare, ho mentito e ho detto che io ed Eric eravamo ancora nemici
giurati. Nessuno sa che ci siamo riconciliati, perciò mi hanno creduto
e accettato fra loro.
— Eric sa che lei fa parte dei VERM I ?
— No. Avrei voluto dirglielo e parlargli dei loro piani, ma mi sono
reso conto che se lo avessi contattato lo avrei messo ancora di più in
pericolo.
— Chi sono gli altri scienziati?
— Purtroppo non lo so. Non ci è permesso incontrarci di persona.
Abbiamo compiti distinti e le nostre strade non s’incrociano mai.
— E qual era il suo compito?
— Il mio compito — rispose Ermin, con una sfumatura d’orgoglio
nella voce — era creare una bomba incredibilmente potente e
intelligente. Una bomba impossibile da disinnescare. Il problema,
con la maggior parte delle bombe, è che per non farle esplodere
basta tagliare il cavo giusto. I VERM I volevano una bomba che fosse
impossibile da bloccare. Hanno detto — aggiunse rapido Ermin —
che sarebbe stato solo un prototipo, da usare a fini sperimentali.
— Lei però non l’ha inventata sul serio, eh? Voglio dire, mica avrà
consegnato una bomba vera, funzionante, a un pericoloso gruppo
segreto antiscientifico?
— Certo che sì! — replicò Ermin e sembrò stupito. — Come avrei
potuto inventare qualcosa che non funzionasse?
— Sarebbe facile! — rispose George. — E non farebbe saltare in
aria un bel niente. Problema risolto!
— Ma io sono uno scienziato! — protestò Ermin. — Non potrei
mai inventare qualcosa che non funzionasse! Quello che invento deve
funzionare. Altrimenti non sarei uno scienziato! E in tal caso… — La
sua voce si affievolì e si spense.
— Farebbe meglio a parlarmi della bomba — suggerì George, che
si sforzava di non perdere la pazienza.
— Ah, sì, dunque… — disse Ermin, subito ringalluzzito. — È
geniale! Può far saltare in aria qualunque cosa, assolutamente
qualunque cosa!
— Sì, ho capito. Questo me l’ha già detto.
— Chiedo scusa. Dunque, la bomba ha otto interruttori. Per
metterli in funzione, inserisci un codice su una tastiera numerica; poi
schiacci tutti e otto gli interruttori, creando una sovrapposizione di
otto livelli. A quel punto, quando scattano tutti e otto gli interruttori,
il conto alla rovescia è automatico.
— E quale sarebbe la parte geniale?
— Dato che si tratta di una bomba quantico-meccanica — spiegò
Ermin, con tutta l’aria di pavoneggiarsi — crea all’interno del
detonatore una sovrapposizione quantica delle varie alternative.
Ossia, chiunque tentasse di disinnescare la bomba tagliando un cavo
o spegnendo un interruttore, ne provocherebbe al contrario
l’esplosione immediata. È questo il punto. I VERM I volevano una
bomba impossibile da disinnescare, nel caso qualche traditore si
fosse infiltrato nell’organizzazione.
— Non riesco a capire… — disse George.
— La bomba è programmata in modo che nessun interruttore
possa spegnerla. Si trova in una sovrapposizione quantica di otto
diversi possibili interruttori. Il detonatore non “decide” quale
interruttore usare finché non si prova a schiacciarne uno nel tentativo
di fermare la bomba e il circuito controlla se è quello giusto. In
quello stesso istante, la funzione d’onda ricade a caso su una delle
otto possibili alternative. Con ogni probabilità, la bomba
esploderebbe all’istante anche premendo gli otto interruttori tutti
assieme. Il punto cruciale è che la bomba esplode qualunque cosa si
tenti di fare per impedirlo.
— Ma perché ha inventato una cosa del genere? — chiese George
in tono severo.

COLLISIONI DI PARTICELLE
Se non ci fossero le forze, le particelle che si scontrano all’interno di
macchine come il LHC (Large Hadron Collider, il grande collisore di adroni)
uscirebbero così come sono entrate. Le forze permettono che particelle
fondamentali si influenzino a vicenda nelle collisioni (e anche che si
trasformino in particelle diverse!) emettendo e assorbendo particelle
speciali che trasportano forza, chiamate bosoni di gauge.
I fisici possono rappresentare una collisione usando i diagrammi di
Feynman. Questi diagrammi mostrano i modi in cui è possibile che le
particelle si respingano a vicenda. Un solo diagramma di Feynman
rappresenta soltanto una parte della descrizione di tale collisione, e
bisogna valutare i vari diagrammi per avere una descrizione completa di
una singola collisione.
Ecco il tipo più semplice, nel quale due elettroni si avvicinano, si
scambiano un solo fotone e poi proseguono per la loro strada. Il tempo va
da sinistra a destra, la linea sinuosa è un fotone, e le linee continue
rappresentano gli elettroni (segnalati con la lettera “e”). Questo
diagramma comprende tutti i casi in cui il fotone si sposta dall’alto al
basso o dal basso all’alto (ecco perché la linea sinuosa è tracciata
verticalmente):

Processi più complicati hanno più di una particella virtuale in diagrammi


di Feynman più complessi. Per esempio, eccone uno con due fotoni virtuali
e due elettroni virtuali:
È necessario un numero infinito di molti diagrammi per descrivere
compiutamente ciascun tipo di reazione particellare, anche se per fortuna
gli scienziati possono spesso ottenere ottime approssimazioni usando solo
i più semplici. Eccone uno che potrebbe rappresentare ciò che potrebbe
avvenire nel LHC quando i protoni si scontrano! Le lettere “u”, “d” e “b”
sono quark, mentre “g” rappresenta i gluoni.
— Perché volevo che qualcuno apprezzasse il mio genio — rispose
Ermin avvilito. — Non pensavo che avessero davvero intenzione di
usarla! Avevano detto che si trattava solo di un esperimento!
— E ora dove si trova questa bomba quantico-meccanica
impossibile da disinnescare?
— Non lo so! — Di colpo Ermin sembrò assalito dal panico. — È
questo il problema: la bomba è sparita!
— Ma come…?
— L’hanno portata via. Non so dove! E quando mi sono intrufolato
nei loro computer ho scoperto che hanno davvero intenzione di
usarla! Dov’è Eric?
— Al Large Hadron Collider — rispose lentamente George,
sempre più inorridito. — È stata convocata una riunione d’emergenza
dell’Ordine della Ricerca Scientifica e vi parteciperanno tutti i suoi
membri a pieno titolo.
— Ecco! — esclamò Ermin. — Ecco quando vogliono usare la
bomba! Vogliono usarla per distruggere il Collider, Eric e tutti i più
grandi scienziati del mondo!
— Ma come fanno a sapere della riunione dell’Ordine? — balbettò
George.
— Sospettavo da un pezzo che fra gli scienziati dell’Ordine ci
fosse un infiltrato — disse Ermin in fretta. — Uno di loro è un
traditore e in realtà lavora per i VERM I .
— È sicuro di non essere lei, quello scienziato? — lo accusò
George.
— Impossibile! Dimentichi che sono stato espulso dall’Ordine
molti anni fa e non mi è stato più permesso di rientrarvi. Si tratta di
qualcun altro, qualcuno estremamente pericoloso.
— Come mai ora vuole aiutare Eric?
— Lo so che non hai una grande opinione di me, George, però
credimi: amo la scienza più di qualunque altra cosa e non ho
intenzione di restarmene con le mani in mano a guardare mentre un
branco di idioti avidi o schiavi dei pregiudizi cerca di cancellare
secoli di lavoro. Mi sono unito ai VERM I solo per tentare di fermarli.
Ecco perché sono qui.
George si sentiva girare la testa. Ermin diceva la verità? In tal caso,
sarebbe stata la prima volta che non nascondeva nella manica un
trucco letale mirato a uccidere Eric e vendicarsi di lui. Il ragazzo
rialzò lo sguardo… e si accorse che mentre lui era assorbito nelle
proprie riflessioni, allo scienziato era successo qualcosa. I suoi
contorni sembravano sempre più sfocati ed Ermin stava per svanire
nelle tenebre della galassia di Andromeda.
— George — disse ansioso Ermin. — Abbiamo meno tempo di
quanto avessi sperato.
— Che cosa succede?
— Quello che vedi non sono davvero io. — Ora Ermin parlava
molto in fretta. George non riusciva quasi più a distinguerlo. Vedeva
solo piccoli triangoli di luce stellare riflessa dal casco e dagli stivali
scintillanti. — Sono un avatar generato dal computer. Non avevo altro
modo d’incontrarti. Quando non sono riuscito a trovare Pallino, né
Eric, né Cosmo, mi sono introdotto in casa tua e ho nascosto un re-
router al pianterreno. Tramite quello, ho usato Pallino per mandare
qui il mio avatar e aprire il portale per trasportare qui anche te.
— Allora perché non manda il suo avatar al Collider e li avverte? —
esclamò George. — Perché devo andarci io?
— Non posso farmi trasmettere al Collider — replicò Ermin con la
voce ormai distorta. — Non riuscirò a sfuggire di nuovo alla loro
sorveglianza.
— Ma la bomba quantico-meccanica?
— C’è un modo per disinnescarla! Non sono del tutto sciocco! Ho
fatto un controllo! Pallino ti ha fornito il codice…
— Ma come lo uso? Come faccio a disinnescare la bomba?
L’unica risposta fu un bisbiglio fioco nel casco: — George…
Dopodiché il silenzio avvolse l’Universo attorno al ragazzo. Il
tunnel argenteo si riaprì davanti a lui, nello stesso punto in cui fino a
pochi istanti prima c’era stato Ermin, e lo risucchiò di nuovo in un
torrente di luce.
George rotolò e si rigirò e ancora rotolò su se stesso a velocità
inimmaginabile attraverso l’Universo, superò al volo i miliardi di
chilometri che separano Andromeda dalla nostra galassia, la Via
Lattea, che è fatta di materia e di materia oscura, la misteriosa
sostanza buia che ci circonda ma che non possiamo vedere, sentire, o
toccare. Strada facendo, un pensiero gli guizzò nella mente: “Ho visto
il lato oscuro” si disse. “Ho visto l’oscurità.”

GUIDA PRATICA ALL’UNIVERSO


IL LATO OSCURO DELL’UNIVERSO
Dottor Michael S. Turner Università di Chicago, USA

Una delle domande più semplici che possiamo porci è: di che cosa è fatto
l’Universo?
Molto tempo fa, il filosofo greco Democrito ipotizzò che ogni cosa fosse
composta da mattoni invisibili che chiamò atomi. Democrito aveva ragione
e nel corso dei duemila anni successivi altri scienziati hanno perfezionato i
dettagli della sua teoria.
Ogni cosa nel nostro mondo è il risultato di combinazioni dei 92 differenti
tipi di atomi, che poi sarebbero gli elementi della tavola periodica:
idrogeno, elio, litio, berillio, boro, carbonio, azoto, ossigeno e via dicendo
fino all’uranio, che è il numero 92. Piante, animali, rocce, minerali, l’aria
che respiriamo… ogni cosa sulla Terra è costruita usando questi 92
mattoni. Sappiamo che gli stessi 92 elementi chimici compongono anche il
nostro Sole, gli altri pianeti del nostro Sistema Solare e le stelle più
lontane. Ormai conosciamo gli atomi molto bene e siamo in grado di
muoverli per costruire le cose più diverse, inclusa la mia preferita: le
patatine fritte! La chimica riguarda proprio questo: come costruire cose
diverse con gli atomi, un po’ come giocare al Lego con gli atomi.
Oggi sappiamo che non esiste solo il nostro Sistema Solare. Intorno a noi
c’è un Universo stupefacente, con miliardi di galassie, e ogni galassia è
composta da miliardi di stelle e di pianeti. Dunque di che cos’è fatto
l’Universo? Sorpresa! Se il nostro Sistema Solare, e altre stelle e pianeti
sono composti di atomi, la maggior parte del resto dell’Universo non lo è.
È fatta di roba molto strana – ossia di materia oscura e di energia oscura –
che non capiamo bene quanto gli atomi.
Per cominciare, ecco i numeri: gli atomi sono appena il 4,5% dell’Universo;
la materia oscura il 22,5%; e l’energia oscura arriva al 73%. Come se non
bastasse, solo circa uno su dieci di questi atomi contribuisce a formare
stelle, pianeti o cose viventi; il resto esiste in forma gassosa troppo calda
per formare alcunché.
Iniziamo dalla materia oscura. Come facciamo a sapere che esiste? Che
cos’è? E come mai non la si trova sulla Terra o nel nostro Sole?
Sappiamo che esiste perché è la sua forza di gravità a tenere assieme la
nostra galassia, la galassia di Andromeda e tutte le altre grandi strutture
dell’Universo. La parte visibile della galassia di Andromeda si trova al
centro di una sfera enorme (dieci volte più grande della galassia in
questione!) di materia oscura (che gli astronomi chiamano alone nero). Se
mancasse la forza di gravità prodotta dalla materia oscura, la maggior
parte delle stelle, dei sistemi solari e di ogni altra cosa nelle galassie
finirebbe per schizzare qua e là nello spazio. E sarebbe una gran brutta
cosa.
Al momento non sappiamo esattamente di che cosa sia composta la
materia oscura (un po’ come Democrito, che aveva un’idea di che cosa
fossero gli atomi, ma non ne conosceva i dettagli). Ma ecco che cosa
sappiamo.
Le particelle di materia oscura non hanno gli stessi componenti degli
atomi (protoni, neutroni ed elettroni); si tratta di una forma di materia
completamente nuova! Del resto, non c’è da stupirsi troppo: abbiamo
impiegato quasi duecento anni per identificare i diversi tipi di atomi e nel
corso del tempo sono state scoperte molte nuove forme di materia
atomica.
Poiché la materia oscura non è composta dagli stessi “pezzi” degli atomi,
in linea di massima gli atomi tendono a ignorarla (e viceversa). Di più: le
particelle di materia oscura tendono a ignorarsi anche loro. Un fisico
direbbe che le particelle di materia oscura interagiscono molto
debolmente – ammesso che lo facciano – con gli atomi e fra loro. Perciò,
quando si sono formate la nostra e le altre galassie, la materia oscura è
rimasta a comporre il vasto e diffuso alone oscuro, mentre gli atomi
collidevano l’uno contro l’altro e poi affondavano al centro dell’alone
oscuro, per formare infine stelle e pianeti composti quasi interamente di
atomi.
È dunque la “timidezza” di queste particelle a spiegare perché le stelle, i
pianeti e noi stessi siamo fatti di atomi e non di materia oscura.
Ciò nondimeno, le particelle di materia oscura non fanno che ronzarci
attorno; a occhio e croce, in un qualunque momento, in una normale
tazza da tè c’è più o meno una particella di materia oscura. Ed ecco come
provare quest’idea audace. Le particelle di materia oscura sono timide, ma
talvolta lasciano una traccia rivelatrice in un sensore molto, molto
sensibile. Perciò i fisici hanno costruito enormi sensori e li hanno piazzati
sottoterra (per proteggerli dai raggi cosmici che bombardano di continuo
la superficie terrestre), per vedere se davvero il nostro alone include
particelle di materia oscura.
Ancora più entusiasmante è creare nuove particelle di materia oscura
usando un acceleratore di particelle per trasformare l’energia in massa,
secondo la famosa formula di Einstein, E = mc 2.
È questo – creare e individuare particelle di materia oscura – che cerca di
fare il Large Hadron Collider a Ginevra, in Svizzera, il più grande
acceleratore di particelle mai costruito.
Dal canto loro, i satelliti che attraversano il cielo cercano frammenti di
atomi creati dalle eventuali collisioni delle particelle di materia oscura;
collisioni che, al contrario di quello che cercano di fare gli acceleratori di
particelle, producono materia normale.
Se – come mi auguro – almeno uno o più di questi metodi avrà successo,
saremo in grado di confermare che la maggior parte della materia
nell’Universo è composta da qualcosa di diverso dagli atomi. Fantastico!
E ora passiamo al più grande dei misteri scientifici: l’energia oscura. Questo
sì che è un rompicapo! Così difficile, in effetti, che probabilmente toccherà
a uno di voi lettori risolverlo. E risolverlo potrebbe addirittura far vacillare
la Teoria della Relatività Generale di Einstein!
Tutti noi sappiamo che l’Universo si espande: nei 13,7 miliardi di anni
trascorsi dal Big Bang non ha fatto che accrescere le proprie dimensioni.
Da quando, più di ottant’anni fa, Edwin Hubble ha scoperto l’espansione
dell’Universo, gli astronomi hanno tentato di misurare il rallentamento di
questa espansione dovuto alla forza di gravità, la stessa che tiene noi
legati alla Terra, i pianeti in orbita attorno al Sole ed è in senso lato il
collante cosmico della Natura. La gravità è una forza di attrazione: attira
gli oggetti l’uno verso l’altro, e rallenta palloni e razzi lanciati dalla Terra.
Perciò, l’espansione dell’Universo dovrebbe rallentare a causa di tutte le
cose che attraggono altre cose.
Invece, nel 1998, gli astronomi scoprirono che quest’idea semplice e in
apparenza logica era sbagliata! Non solo l’espansione dell’Universo non sta
rallentando, ma sta accelerando. (Lo hanno scoperto usando il risvolto da
macchina-del-tempo dei telescopi: poiché la luce impiega parecchio
tempo per attraversare l’Universo e arrivare da noi, quando guardiamo
oggetti lontani li vediamo com’erano molto tempo fa. Usando telescopi
potentissimi – incluso il Telescopio Spaziale Hubble – agli scienziati è stato
possibile determinare che l’Universo un tempo si espandeva più
lentamente.)
Com’è possibile? Secondo la teoria di Einstein, alcune cose – cose perfino
più strane della materia oscura – possiedono una forza di gravità repulsiva.
(“Gravità repulsiva” significa una forza di gravità che invece di attirare le
cose, le spinge più lontane le une dalle altre, ed è un fenomeno bello
strano!) Questa forza è stata chiamata “energia oscura” e potrebbe essere
dovuta a qualcosa di molto semplice come l’energia del vuoto quantistico,
o bizzarra come l’influsso di altre dimensioni spazio-temporali! O potrebbe
non esistere affatto e in tal caso dovremmo sostituire la Teoria della
Relatività Generale di Einstein con qualcosa di meglio.
Parte di quel che rende l’energia oscura un rompicapo così importante è il
fatto che regge nelle sue mani il destino dell’Universo. Ora come ora,
l’energia oscura continua a tenere schiacciato il pedale dell’acceleratore e
l’Universo corre in avanti, lasciando pensare che continuerà a espandersi
per sempre finché, fra cento miliardi di anni, nel cielo tornerà a regnare
l’oscurità.
Dal momento che non comprendiamo l’energia oscura, non possiamo
escludere la possibilità che a un certo punto in futuro schiacci il pedale del
freno, provocando un nuovo collasso dell’Universo.
Sono queste le sfide che gli scienziati del futuro – forse tu? – dovranno
affrontare e risolvere.

Michael
Capitolo tredici

Eric si trovava nella sala di controllo principale del Large Hadron


Collider, di fronte agli schermi a circuito chiuso che mostravano
ATLAS , uno dei giganteschi rivelatori del LHC , nella sua caverna, cento
metri più in basso. ATLAS era il più grande rivelatore del suo tipo mai
costruito, una colossale opera d’ingegneria al cui confronto gli esseri
umani che l’avevano creato apparivano dei nani. Ora l’ingresso ai
chilometri di tunnel che ospitavano l’acceleratore, così come alle
enormi caverne artificiali dove si trovavano ATLAS e gli altri rivelatori,
era proibito e tutte le porte erano state sigillate. Mentre il LHC era in
funzione, nessuno poteva accedere a quella parte del complesso
sotterraneo.
Secondo il programma ufficiale, mancavano ancora settimane
all’inizio del grande esperimento, con tanto di politici pronti a
premere un pulsante rosso. Questa avrebbe dovuto essere una specie
di “prova costumi”, che sarebbe servita agli scienziati per controllare
se avevano previsto ogni possibilità e per risolvere gli ultimi
problemi tecnici prima dell’inizio effettivo dell’esperimento. Ma
tutto era filato così liscio che era difficile distinguere la prova
dall’esperimento vero e proprio. Nelle gallerie, i raggi protonici
roteavano già in direzioni opposte a più di 11.000 volte al secondo,
creando 600 milioni di collisioni al secondo, e ATLAS era impegnato a
leggere i dati.
Per Eric lo svolgimento perfetto del grande esperimento sarebbe
dovuto essere motivo di gioia, invece lo scienziato provava uno strano
senso di solitudine. Colleghi e amici si mostravano comprensivi ma
distanti. Finché la nuvola che oscurava il suo nome non si fosse
dissolta, Eric era una figura controversa e tutti tendevano a starne
educatamente alla larga.
Più che essere evitato dai colleghi, a Eric pesava la consapevolezza
di rischiare di essere escluso dal lavoro di una vita. Stava per avere
inizio una serie di esperimenti della massima importanza, che
avrebbe potuto fornire le risposte alle grandi domande della fisica,
ma di colpo Eric si rese conto che, se fosse stato giudicato colpevole
ed espulso dall’Ordine della Ricerca Scientifica, sarebbe dovuto
andare via all’istante. Non avrebbe potuto assistere al momento più
importante della scienza a partire dal Big Bang. Addirittura, quale
che fosse il risultato dell’esperimento, era possibile che gli fosse
proibito leggerne i dati. Finché non fosse stata ristabilita la sua
reputazione di scienziato fidato e responsabile, sarebbe rimasto un
individuo sospetto e isolato, tenuto ai margini della comunità
scientifica. Era questo che aveva provato Ermin tanti anni prima,
quando, in seguito alle rivelazioni di Eric, si era trovato respinto e
disprezzato da tutti i colleghi? Eric si sentì sprofondare nella
depressione, mentre rifletteva su un futuro lontano dal lavoro che
amava sopra ogni altra cosa.
Il suo cercapersone vibrò e sul piccolo schermo comparvero alcune
lettere lampeggianti: RIUNIONE CONFERM ATA S TAS ERA ALLE 19.30 – S ALA
S OTTERRANEA. Eric deglutì a fatica. Finalmente il suo destino sarebbe
stato deciso.
Era da un pezzo che aspettava. I membri dell’Ordine della Ricerca
Scientifica avevano impiegato più tempo del previsto per arrivare al
LHC . Eric non aveva neanche potuto contare sulla compagnia di
Cosmo. Il supercomputer gli era stato confiscato appena aveva messo
piede in Svizzera, sotto una pioggia scrosciante. Il dottor Ling, lo
scienziato cinese che aveva individuato Eric e George sulla Luna, lo
aspettava all’aeroporto.
— Mi dispiace, Eric — gli aveva detto in tono imbarazzato,
evitando d’incrociare il suo sguardo. — Devi consegnarmi subito
Cosmo.
— Che cosa gli farete?
— La Griglia lo esaminerà, per controllare tutto quello che ha fatto
da quando ti è stato affidato.
L’immagine di Freddy era passata nella mente di Eric. Chissà che
cos’avrebbe pensato la Griglia, l’enorme e diffusa rete di computer
che analizzava i dati del Large Hadron Collider, del fatto di aver
usato Cosmo per trasportare un porcello da una fattoria a una
campagna idilliaca. E della recente gita di Eric e George sulla Luna…
Per non parlare dei vari viaggi nell’Universo in compagnia di ben due
ragazzini. Comunque, anche se la Griglia era uno dei computer più
potenti al mondo, non era all’altezza di Cosmo. Il piccolo
supercomputer aveva una qualità speciale che mancava
completamente alla Griglia: Cosmo era capace di empatia, il che gli
permetteva d’essere creativo e lo rendeva il computer più intelligente
del mondo. A dispetto del suo nome, la Griglia era incapace di
aggirare le proprie regole rigide o di realizzare connessioni intuitive
fra le varie informazioni. In una gara leale, Eric sapeva che Cosmo se
la sarebbe cavata senza problemi con l’enorme computer prepotente,
ma lo rattristava ugualmente l’idea che il piccolo amico argenteo
dovesse affrontare un’esperienza così dura.
Adesso, mentre aspettava nella sala principale, Eric controllò l’ora.
Non mancava molto alla riunione che avrebbe deciso il suo destino.
Era ancora sbigottito per la velocità con cui la sua vita era finita
sottosopra. Possibile che una foto scattata sulla Luna avesse
conseguenze tanto drammatiche? Davvero meritava una riunione
straordinaria dell’Ordine? Non stavano facendo una montagna di
quello che, in fin dei conti, era soltanto un sassolino lunare?
Uno scienziato gli passò accanto col naso all’aria, tentando di
evitare il suo sguardo.
Eric lo bloccò. — È qui il professor Zuzubin? — chiese ansioso.
Forse sarebbe riuscito a convincere l’ex insegnante a considerare
l’incidente con maggiore indulgenza. Magari, se Eric avesse
promesso di comportarsi meglio in futuro, Zuzubin avrebbe potuto
chiedere all’Ordine di non punirlo troppo severamente…
— Zuzubin? — rispose lo scienziato. — È andato via.
IL GRANDE COLLISORE DI ADRONI (LHC)
Il CERN
Il CERN – l’Organizzazione Europea per la Ricerca Nucleare – è un
laboratorio internazionale di fisica delle particelle situato al confine tra la
Francia e la Svizzera.

Nel 1990 uno scienziato del CERN , Tim Berners-Lee, inventò il World Wide Web come
sistema per permettere ai fisici delle particelle di scambiarsi informazioni; adesso il
Web è uno strumento quotidiano per molte persone!

Fondato nel 1954, il CERN ormai da più di 50 anni utilizza gli acceleratori di
particelle per farle scontrare e indagare la struttura della materia.

Nel 1983 il Super Proton Synchroton (SPS) fece scontrare protoni e


antiprotoni (la versione dell’antimateria del protone) e scoprì le particelle
W e Z, che trasportano l’energia nucleare debole. L’SPS è costruito
all’interno di un tunnel circolare di sette chilometri di circonferenza, e oggi
fornisce protoni al LHC .

Nel 1988, dopo tre anni di scavi, fu completato un nuovo tunnel


sotterraneo (a 100 m di profondità) con una circonferenza di 27 chilometri
per alloggiare il LEP (Large Electron-Positron collider). Il LEP fece scontrare
elettroni con positroni (la versione dell’antimateria dell’elettrone).

Nel 1998 si cominciò a scavare caverne di rilevazione per il LHC . Il LEP fu


spento nel novembre del 2000 per consentire la costruzione di questo
nuovo collisore nello stesso tunnel.

Il LHC entrò in funzione per la prima volta nel settembre del 2008.

Il LHC
È l’acceleratore di particelle più grande del mondo.

Due condotti si sviluppano lungo il tunnel circolare di 27 chilometri del


LHC ; ciascuno accelera un fascio di protoni, che si muovono in direzioni
opposte. È come un enorme circuito elettromagnetico!

È stata estratta quasi tutta l’aria dai condotti per creare un vuoto simile a
quello dello spazio cosmico, in modo che i protoni possano muoversi
senza colpire le molecole dell’aria.

Il cuore del LHC è il posto più senza vita della Terra!

Poiché il tunnel è curvo, più di 1200 potenti magneti posizionati intorno


deviano la traiettoria dei protoni in modo che non colpiscano le pareti del
condotto. I magneti sono superconduttori, il che significa che possono
generare grandi campi con scarso dispendio di energia. Questo richiede
che siano raffreddati con elio liquido fino a -271 °C… più freddi dello
spazio cosmico!

In tutto ci sono circa 9300 magneti intorno al LHC.

Alla massima potenza, ciascun protone eseguirà 11.245 giri del circuito al
secondo, muovendosi a più del 99,99% della velocità della luce. Ci saranno
fino a 600 milioni di collisioni frontali tra protoni ogni secondo.

Oltre che protoni, il LHC è progettato per far scontrare ioni di piombo
(nuclei di atomi di piombo).

La rete
Con circa 1 megabyte di dati per collisione, i rilevatori del LHC producono
complessivamente troppi dati anche per le più moderne attrezzature di
immagazzinamento dati. Degli algoritmi selezionano solo gli eventi di
collisione più interessanti; il resto, più del 99% dei dati, viene scartato.

Anche così, si ritiene che i dati delle collisioni nel LHC in un solo anno siano
15 milioni di gigabyte (che riempirebbero 75.000 pc con un hard disk da
200 gigabyte ciascuno). Questo crea un immagazzinamento massiccio e
problemi di elaborazione, soprattutto perché i fisici che hanno bisogno dei
dati si trovano in tutto il mondo.

L’immagazzinamento e l’elaborazione vengono condivisi inviando i dati


rapidamente, via internet, a computer che si trovano in altri Paesi. Questi
computer, insieme con i computer del CERN , costituiscono la LHC Computing
Grid, una rete planetaria.

I rilevatori

Il LHC ha quattro rilevatori principali situati in caverne sotterranee in diversi


punti intorno alla circonferenza del tunnel. Si usano speciali magneti per
far scontrare i due fasci in ciascuno dei quattro punti lungo il circuito dove
sono situate le caverne dei rilevatori.

ATLAS è il più grande rilevatore di particelle mai costruito. È lungo 46 metri,


alto 25, largo 25 e pesa 7000 tonnellate. Identificherà le particelle prodotte
in collisioni ad alta energia tracciando la loro traiettoria attraverso il
rilevatore e registrandone l’energia.

CMS (Compact Muon Solenoid) utilizza un progetto diverso per studiare


processi simili a quelli dell’AT L AS (avere due diversi progetti di rilevatori
aiuta a confermare qualsiasi scoperta). È lungo 21 metri, largo 15 e alto 15,
ma pesa più dell’AT L AS: 14000 tonnellate.

ALICE (A Large Ion Collider Experiment, Esperimento al Grande Collisore di


Ioni) è progettato specificamente per cercare plasma di quark-gluone
prodotto dalle collisioni di ioni di piombo. Si ritiene che questo plasma sia
esistito subito dopo il Big Bang. ALICE è lungo 26 metri, largo 16, alto 16 e
pesa circa 10.000 tonnellate.

LHC b (Large Hadron Collider-beauty) – il “beauty” nel nome di questo


esperimento si riferisce al beauty, o b quark che si intende studiare. Lo
scopo è di chiarire la differenza tra materia e antimateria. È lungo 21
metri, alto 10, largo 13, e pesa 5600 tonnellate.
Nuove scoperte?
Il Modello Standard della fisica delle particelle descrive le forze
fondamentali, le particelle che trasmettono quelle forze e tre generazioni
di particelle della materia.
Ma…

Solo il 4,6% dell’Universo è fatto del tipo di materia che conosciamo. Di


che cos’è fatto il resto (la materia oscura e l’energia oscura)?

Perché le particelle elementari hanno massa? Il bosone di Higgs – una


particella prevista dal Modello Standard ma mai osservata – potrebbe
spiegarlo. Se tutto va bene, il LHC vedrà il bosone di Higgs per la prima
volta.

Perché l’Universo contiene tanta più materia che antimateria?

Per un breve periodo, subito dopo il Big Bang, quark e gluoni furono così
caldi che non poterono combinarsi per formare protoni e neutroni, e
l’Universo era pieno di uno strano stato di materia chiamato plasma
quark-gluone. Il LHC ricreerà questo plasma, e l’esperimento ALICE lo rileverà
e lo studierà. In questo modo gli scienziati sperano di conoscere di più
dell’energia nucleare forte e dello sviluppo dell’Universo.

Nuove teorie stanno cercando di includere la gravità (e lo spazio e il


tempo) nella stessa teoria quantistica che già descrive le altre forze e
particelle subatomiche. Alcune di queste idee suggeriscono che ci possano
essere più delle quattro dimensioni dello spazio-tempo conosciute. Le
collisioni nel LHC potrebbero permetterci di vedere queste “extra-
dimensioni”, se esistono!

— Via? — Eric lo fissò stupito. — Ma l’ha convocata lui, la


riunione! Perché non si è trattenuto, se per lui era tanto importante?
— Ma il collega scrollò le spalle e si allontanò senza rispondergli,
lasciandolo ancora una volta solo con i suoi pensieri.
C’era qualcosa che non andava. La riunione era stata organizzata
troppo in fretta e per un motivo inconsistente; Zuzubin, che
sembrava esserne il promotore, se n’era andato senza preavviso; e
Cosmo era ammanettato alla Griglia per essere esaminato circuito
per circuito. Non era così, si disse di colpo Eric, che sarebbero dovute
andare le cose. No, decisamente qualcosa non andava. Ma che cosa
poteva fare?
Guardò il cellulare. Lo schermo era vuoto. Perfino lì, in sala
controllo, la Griglia bloccava ogni tipo di segnale e rendeva
impossibile usare mezzi di comunicazione diversi dal cercapersone
interno o dalla rete telefonica del LHC . Del resto, si rese conto Eric,
non avrebbe saputo a chi telefonare. L’unico che gli avrebbe creduto
senza discutere era George, ma non era certo il momento di
coinvolgere un ragazzino in una situazione così difficile e
imbarazzante.
Lo scienziato sospirò e decise che tanto valeva spegnere il
cellulare, prima che la batteria si scaricasse del tutto. Per un altro po’
rimase a gironzolare in sala controllo, ma di colpo sentì di non poter
sopportare oltre quell’atmosfera. Non gli restava che una cosa da
fare. Oppresso dall’ostilità e dai sospetti dei colleghi, stufo
dell’isolamento e della mancanza di attività, esasperato dal vedere
ignorata la sua opinione, Eric decise di andare a farsi una lunga
passeggiata rilassante.
Capitolo quattordici

George schizzò fuori dal tunnel argenteo e atterrò bocconi sul


pavimento della sua camera. Per qualche istante rimase lì disteso
ansimante, finché si rese conto che, come sull’asteroide, non era solo.
Stavolta ad aspettarlo c’erano due paia di piedi infilati in scarpe da
ginnastica. Rotolò sulla schiena e al di là del casco vide due facce
sfocate che lo guardavano dall’alto, distorte dalla curvatura del
cristallo. Una era contornata da capelli biondi e aveva occhi azzurri
preoccupati. L’altra, sormontata da un pennacchio di aculei neri,
esibiva un’espressione stupefatta.
— George… — La figura più piccola lo scrollò. — Sei tornato! Non
dovevi andare da solo!
“E questi chi sono?” si chiese George, sforzandosi di riconoscerli.
Aveva l’impressione di averli incontrati un tempo, in un sogno
strano, però non riusciva a ricordare come o perché. Davanti agli
occhi gli danzarono luci multicolori, mentre lottava contro la nuvola
iridescente che gli galleggiava in testa nel tentativo di formare
pensieri sensati. Ma prima di riuscire ad afferrarne uno, ogni
pensiero sembrava evaporare nella foschia che gli riempiva il
cervello.
La figura più grande gli afferrò le mani ancora infilate nei guanti
spaziali e lo tirò su di peso, ma George non riuscì a restare in piedi.
Aveva l’impressione che gli si fossero squagliate le ossa e spappolati i
muscoli.
— Ohi, gente! — esclamò la figura più grande, bloccandolo prima
che si afflosciasse sul pavimento. Il tunnel di luce argentea
continuava a roteare davanti agli occhi di George, mentre si sforzava
inutilmente di mettere a fuoco. — Da dov’è uscito? E quello cos’era?
Guardandosi attorno smarrito, George vide che il portale era
tornato a chiudersi e Pallino era di nuovo immobile e silenzioso. Solo
quei due fatti sembravano avere un senso per la sua mente confusa.
Lo sconosciuto lo trasportò di peso sul letto e lo mollò lì, ancora
ricoperto dalla tuta spaziale e scomodamente appollaiato sopra la
bombola di ossigeno. Due mani aprirono i ganci del casco e glielo
sfilarono dalla testa, asciugandogli il viso sudato con un angolo della
trapunta.
— Acqua! — ordinò la figura più piccola. — Va’ a prendere
dell’acqua!
Il compagno corse fuori dalla stanza e dopo un momento tornò
con una tazza stretta fra le mani. — Tieni, bevi. — Versò qualche
goccia fra le labbra di George.
La figura piccola cominciò a strattonargli gli stivali. — George!
Sono io, Annie! Aiutami, Vincent! Dobbiamo togliergli la tuta.
I due afferrarono uno stivale ciascuno e tirarono, per poi finire a
terra entrambi con un tonfo quando gli stivali si sfilarono di colpo.
Ma neanche questo li fermò. Subito si rialzarono e tornarono di corsa
da George, che sembrava stare sempre peggio. Era bianco come il
gesso, le guance coperte da chiazze rosse e gli occhi che gli giravano
nelle orbite, mentre si sforzava senza successo di mettere a fuoco.
— Ma che cos’ha? — gridò Vincent, mentre Annie tirava su George
e gli staccava la bombola di ossigeno dalle spalle.
— Aprigli la tuta — ordinò lei per tutta risposta.
Obbediente, Vincent cominciò a sfilargli le maniche della tuta
spaziale. — Sta’ dritto — gli disse e lo sollevò di peso per potergli
togliere la tuta, lasciandolo in jeans e maglietta.
Quando George gli si afflosciò fra le braccia come se fosse privo di
ossa, Vincent lo ridepositò sul letto e usò una maglietta recuperata
dal pavimento per asciugargli il viso sudato.
— La tuta! — gridò Annie. — Dalla a me! — Vincent gliela lanciò e
subito la ragazzina cominciò a rovistare nelle tasche borbottando: —
Dove si è cacciata…?
— Ha un’aria da schifo — la avvertì Vincent. — Chiamiamo un
medico?
Annie interruppe per un momento le sue ricerche. — E che cosa
gli diciamo? “Il nostro amico è tornato dallo spazio e non si sente
molto bene?” Come possiamo spiegare che ha viaggiato attraverso
un portale non autorizzato e pericoloso? — Il suo tono diventava
sempre più acuto e isterico. Guardò George: una bava verdastra gli
usciva dalla bocca e gli gocciolava sul mento.
— Aiutami! — disse Annie. — Dobbiamo trovare le gocce spaziali
d’emergenza… sono in una di queste tasche.
Vincent la raggiunse, afferrò l’altra metà della tuta e la tastò
freneticamente. — Sono queste? — chiese dopo un momento e le
mostrò una bottiglietta di plastica che aveva trovato in una tasca sulla
manica. RIM EDIO PER IL M AL DI S PAZIO! annunciava l’etichetta in
allegre lettere rosse. Vincent lesse il resto a voce alta: — “Un attacco
di mal di spazio? Una brutta esperienza spaziale? Nausea? Vista
offuscata? Muscoli spappolati? Perdita di capelli?” — Lanciò
un’occhiata ansiosa a George, che sembrava avere ancora la chioma
intatta.
— Dammela! — gridò Annie.
— L’hai già usata? — chiese Vincent sospettoso, mentre le passava
la bottiglietta.
— No — ammise lei — ma papà ci ha sempre detto di prenderle,
se ci fosse venuto un attacco di mal di spazio dopo un viaggio.
Vincent gliela lanciò e subito Annie ne schizzò qualche goccia in
bocca a George, che aveva cominciato a sussultare con violenza. Parte
del liquido ambrato scivolò sulle labbra intorpidite, che diventavano
lentamente blu.
— Per piacere, per piacere, pianeti e stelle… — mormorò Annie,
mentre terminava di versargli fra le labbra il resto delle gocce. — Fate
che funzioni!
— Hai controllato la dose? — chiese Vincent preoccupato.
— Non ce n’è bisogno. È una monodose, così non c’è il rischio di
prenderne troppo. Me l’ha detto papà.
Neanche aveva finito di parlare, che vide le labbra di George
ritornare rosee e il suo viso perdere il pallore chiazzato per
riprendere il solito colorito sano. Il respiro del ragazzo rallentò,
passò dagli ansiti rapidi a un sibilo lento, e le palpebre fremettero,
mentre il Rimedio per il Mal di Spazio entrava in circolo e rimetteva
in sesto tutto quello che era stato sconvolto dal viaggio nel cosmo.
— Oh, George! — esclamò Annie, scoppiando in lacrime. Vincent
le andò vicino e la circondò con le braccia, proprio mentre George
riapriva gli occhi.
— Che cosa…? — farfugliò il ragazzo.
Annie e Vincent si separarono di scatto e corsero al suo fianco,
prendendo posizione ai due lati del letto.
— George! Sei vivo! — Annie gli scoccò un bacio umido sulla
guancia.
George si sentiva scoppiare la testa. — Annie…? — balbettò. —
Sei tu?
— Sicuro! — replicò lei allegra. — E c’è anche Vincent. Ti abbiamo
salvato! Sei uscito da non so che tunnel strano ed eri in tuta spaziale
e poi ti è venuto una specie di attacco epilettico.
— Un attacco? — le fece eco George, che si sentiva meglio di
momento in momento. Si mise seduto e si guardò attorno.
— Sbavavi — si affrettò a informarlo Vincent. — E avevi gli occhi
stralunati.
George tornò a sdraiarsi sul letto e riabbassò le palpebre. Era tutto
così strano… Si sforzò di ricordare che cosa fosse successo, ma
l’unica immagine che riusciva a mettere a fuoco era quella di Annie e
Vincent abbracciati, quando lui era uscito dal delirio multicolore.
— George — lo incalzò ansiosa Annie. — Dov’eri? Perché sei
andato nello spazio senza di noi?
— Noi?
— Io e Vincent — rispose Annie, impaziente ora che George non
correva più pericolo. — Saremmo venuti con te, se solo avessi
aspettato. Ci siamo precipitati qui appena hai messo giù il telefono.
— Come avete fatto a entrare? — Il cervello di George non si era
ancora ripreso quanto bastava per ricordare che cos’era successo
nello spazio. Poteva solo affrontare i dettagli di quello che gli
accadeva attorno.
In risposta alla sua domanda, dal pianterreno arrivarono gli strilli
delle gemelle. — Ci ha aperto tua mamma — spiegò Annie.
— Mia madre? Sa del portale? — George si tirò su di scatto, in
preda al panico.
— No, ha troppo da fare con le gemelle. Fanno tanto chiasso che
dubito riesca a sentire altro.
— Tieni, bevi — disse Vincent e gli tese una tazza piena d’acqua.
George bevve un sorso e quasi sputò. — Che roba è? — chiese
disgustato.
— Oh, scusa. È la tazza dove tieni lo spazzolino da denti. Non ho
trovato altro.
— Insomma, George — intervenne Annie. — Pensa! Dove sei
stato? E perché ci sei andato?
Di colpo la mente di George tornò a fuoco. E ricordò tutto, con
estrema chiarezza e ancor più estrema urgenza.
— Per tutte le stringhe supersimmetriche! — esclamò, usando la
frase preferita di Emmett, il fanatico dei computer. Il suo sguardo
passò incerto da Annie a Vincent. — Vincent, posso fidarmi di te?
— Devi per forza — replicò Annie, mettendogli un braccio attorno
alle spalle — considerato quello che ha appena visto. Senza contare
che mi ha aiutata a salvarti la vita. Allora, George, che cosa è
successo?
George rifletté un momento. La posta in gioco era molto più
importante dei suoi sentimenti. E anche se Vincent continuava a non
piacergli granché, ormai era lì e ovviamente sapeva tutto.
Infine prese fiato. — Ho visto Ermin — annunciò.
— Dunque era davvero lui — disse Annie. — E ti aspettava…
— Ermin sarebbe lo scienziato matto, giusto? — chiese Vincent,
poi prese la tazza dello spazzolino e bevve a sua volta.
— Be’, sì — disse George. — Mi ha portato su un asteroide nella
galassia di Andromeda.
— Andromeda! — squittì Annie. — Io non mi sono mai spinta così
lontano. — Sembrava quasi invidiosa.
— Non te lo raccomando — George fece una smorfia. — Dubito
che il portale creato da Pallino possa superare i controlli di sicurezza.
— In effetti avevi l’aria alquanto sballottata — commentò Vincent.
— Devi essere un tipo tosto.
— Uh, grazie — disse George.
In quel momento, sua madre bussò alla porta e infilò dentro la
testa. — Vi ho portato qualche ciambella di broccoli e spinaci! —
annunciò e tese loro un vassoio.
— Grazie mille — disse Annie, poi acchiappò al volo il vassoio e
restò sulla soglia finché Daisy fu richiamata a pianterreno da un altro
vagito rabbioso delle gemelle. — Sembrano squisiti! — le gridò
dietro.
Vincent, che era sempre affamato, piombò sul vassoio con un
grido di gioia, ma appena azzannò una ciambella, la sua espressione
passò dalla gioia allo stupore.
— Ossignore! — biascicò, sputacchiando briciole tutt’attorno.
Annie gli tirò un calcio negli stinchi prima che se ne uscisse con
qualche commento scortese sul cibo di Daisy. Lei e George potevano
anche ridere delle sue assurde ricette, ma d’un tratto la ragazzina si
rese conto che Vincent non poteva prendere in giro la mamma di
George.
— Volevo dire che sembra roba davvero energetica — spiegò
Vincent. — Tipo quella che ci danno prima di una gara di karate. Solo
questo. Ci credo che George è un tipo tosto, se è questo che mangia
di solito.
— Che ore sono? — chiese George.
Vincent guardò l’orologio. — Le cinque e sei minuti.
— Le cinque! Non abbiamo tempo! Un momento… che ore sono
in Svizzera?
— Le sei e sei minuti — rispose pronto Vincent.
— Ancora meno tempo, allora! Dobbiamo sbrigarci — disse
George, affastellando le parole per la fretta. — Annie, la riunione
dell’Ordine è stasera alle sette e mezzo, giusto? Be’, Ermin mi ha
detto che i VERM I hanno una bomba quantico-meccanica e scommetto
che l’hanno piazzata nel LHC e l’hanno regolata in modo che esploda
appena la riunione inizia, per fare saltare in aria tutti quegli
scienziati e portare indietro di secoli la scienza.
— Una bomba quantico-mecc…? — Di colpo sembrava che Annie
si sentisse male almeno quanto George pochi minuti prima. — Che
cos’è?
— Che cos’è lo so — rispose George — però ancora non so bene
come disattivarla. Sarà meglio portarsi dietro questo. — Recuperò la
strisciolina di numeri espulsa da Pallino. — Credo che sia il codice da
usare per disinnescarla. O almeno uno dei codici.
— Pensi che Ermin abbia detto la verità? — domandò Annie.
— Non posso esserne certo, però credo che stavolta stia dalla
nostra parte. E dalla parte di Eric. Vuole impedire a quei mattoidi che
abbiamo visto nella cantina, quando cercavamo un posto dove tenere
Freddy, di far saltare in aria il Collider e chi c’è dentro.
— Come potete fidarvi di questo Ermin? — interloquì Vincent. —
In passato vi ha sempre imbrogliati, no?
Annie tirò fuori di tasca il cellulare e tentò di chiamare il padre,
ma non riuscì a prendere la linea. Non le fu possibile neanche
lasciare un messaggio.
— Non so se possiamo — rispose George a Vincent — ma
dobbiamo correre il rischio. Se non facciamo qualcosa, è possibile
che il Collider esploda stasera stessa, durante la riunione dell’Ordine
della Ricerca Scientifica.
— Come facciamo ad arrivare in tempo? — esclamò Annie. —
L’unico modo per riuscirci sarebbe usando un portale e non abbiamo
più Cosmo!
— Esiste un altro portale — replicò George. Finalmente era
riuscito a riordinare le idee e a scoprire l’anello mancante, che aveva
continuato a cercare dalla visita alla Facoltà di Matematica. — E so
dove si trova!
— Un altro portale? — chiese Annie perplessa. — Pensavo che
Cosmo fosse l’unico supercomputer del mondo… a parte Pallino,
però il suo portale non è sicuro.
— Hai ragione — annuì George. — Non possiamo usare Pallino.
Non solo non sappiamo come accenderlo, ma il suo portale è una
vera schifezza. Comunque, dato che sappiamo usare il nuovo Cosmo,
dovremmo essere in grado di far funzionare anche il vecchio.
— Il vecchio…?
— Ricordi la conferenza di tuo padre? — Il cervello di George
lavorava alla velocità della luce. — C’era anche quel vecchio
professore, Zuzubin. È stato lui a convocare la riunione di emergenza
dell’Ordine della Ricerca Scientifica e a informare Eric che doveva
andare in Svizzera.
— E con ciò? — insisté Annie. — Dove vuoi andare a parare?
— Quando abbiamo lasciato la Facoltà di Matematica, Zuzubin
non è uscito insieme a noi. Ha continuato a scendere le scale.
— E allora…?
— Una volta tuo padre ci ha detto che quando studiava a
Foxbridge, il vecchio Cosmo, il primo supercomputer, si trovava sotto
la Facoltà di Matematica. Mentre andavamo via, ho visto Zuzubin
scendere le scale del seminterrato. E poco prima gli avevo visto sul
naso un paio di occhiali dalle lenti gialle, uguali a quelli che aveva
Eric quand’è uscito dal buco nero. Questo significa che qualcun altro
va in giro per l’Universo lasciandosi roba dietro…
— E per farlo deve usare un supercomputer — completò la frase
Annie, che aveva finalmente capito. — Insomma, secondo te il
vecchio Cosmo è nel seminterrato della Facoltà di Matematica e
Zuzubin lo sta usando…?
— Ma il papà di Annie era uno studente, be’, secoli fa —
intervenne Vincent. — Ormai quel computer sarà spento da un
pezzo.
— Questo è quello che vogliono farci credere — affermò George.
— Che il vecchio Cosmo non funzioni più. Ma se funziona, e può
spedire Zuzubin a dare un’occhiata ai buchi neri, può anche
mandarci al Collider in tempo per disinnescare la bomba.
— E perché Zuzubin terrebbe segreta una cosa del genere? —
chiese Annie.
— Non lo so — rispose George e si sentì assalire da un brutto
presentimento. — Però immagino che lo scopriremo presto.
Dobbiamo andare subito alla Facoltà di Matematica. Di sicuro
Zuzubin sarà anche lui al Large Hadron Collider, per partecipare alla
riunione, perciò non dovremmo avere problemi a usare il vecchio
Cosmo.
Con Vincent alle calcagna, George e Annie scesero le scale a tutta
velocità, sfrecciarono fuori dalla porta e inforcarono le rispettive bici.
— Quello che non capisco — disse Vincent, saltando sullo skateboard
— è perché la matematica. Che cosa c’entra la matematica con questa
faccenda? Sono solo un sacco di numeri su una lavagna che, sommati,
danno un altro numero. Che cosa c’entrano i numeri con l’Universo?
Che cosa se ne fa uno della matematica?

GUIDA PRATICA ALL’UNIVERSO


LA SORPRENDENTE UTILITÀ DELLA MATEMATICA PER COMPRENDERE
L’UNIVERSO
Dottor Paul Davies Università dell’Arizona, US

È ovvio che nel nostro mondo quotidiano alcune cose sono semplici e
altre complesse. Sappiamo che il nostro Sole sorge in orario giorno dopo
giorno, ma il clima cambia in modo casuale e fastidioso… A meno di vivere
in Arizona, come me, dove è quasi sempre caldo e soleggiato. Perciò
potete regolare la sveglia la sera ed essere sicuri di svegliarvi all’ora giusta,
ma se vi capitasse di decidere in anticipo come vestirvi, rischiereste di
prendere una cantonata.
Le cose semplici, regolari e sicure possono essere descritte da numeri: per
esempio, il numero di ore in una giornata, o il numero dei giorni in un
anno. Possiamo usare i numeri anche per descrivere cose complicate
relative al clima – per esempio la temperatura massima giornaliera – ma in
questo caso è spesso difficile individuare nei numeri uno schema specifico.
I nostri progenitori notarono molti schemi in natura. Non solo l’alternarsi
del giorno e della notte, ma anche quello delle stagioni; il moto della
Luna, delle stelle e dei pianeti; l’innalzarsi e l’abbassarsi delle maree. A
volte, per descrivere quegli schemi, usarono i numeri; a volte usarono il
canto o la poesia. Molti popoli antichi compirono un notevole sforzo per
descrivere con numeri e schemi il moto dei corpi celesti. Per esempio,
amavano predire le eclissi, eventi paurosi ma emozionanti, quando la Luna
oscura la luce del Sole ed è possibile vedere le stelle in pieno giorno.
Predire un’eclisse richiedeva una grande quantità di calcoli noiosi e non
sempre ci azzeccavano. Quando ci riuscivano, però, facevano colpo su
tutti.
Molto tempo fa nessuno sapeva come mai in natura si ripetono così
spesso numeri e schemi semplici. Finché, circa 400 anni fa, alcuni
cominciarono a studiare con maggiore attenzione quegli schemi e,
specialmente in Europa, costruirono strumenti speciali e affascinanti per
poter osservare e misurare più accuratamente quegli schemi. Orologi e
meridiane e ogni tipo di aggeggi di metallo per misurare distanze e angoli
e tempo; e, in seguito, anche piccoli telescopi. Queste persone curiose si
autodefinirono “filosofi naturali” ed erano l’equivalente di quelli che oggi
chiameremmo scienziati.
Una cosa sulla quale i filosofi naturali rimuginavano parecchio era il moto.
Dapprima sembrava che fosse soltanto di due tipi: il moto delle stelle e dei
pianeti in cielo, e il moto degli oggetti sulla Terra. Tutti sanno che, se lanci
un pallone, questo percorre una traiettoria curva; e non sono necessari
molti tentativi per vedere che, se il pallone è lanciato alla stessa
angolatura e velocità, la curva è sempre la stessa.
Perfino i nostri avi più remoti sapevano che gli oggetti in movimento
seguono traiettorie semplici e prevedibili. Lo sapevano perché ne andava
della loro vita. Un cacciatore dev’essere sicuro che, quando un sasso lascia
la fionda o una freccia l’arco, si comporterà oggi come si è comportato
ieri. In Australia, gli antichi aborigeni erano così intelligenti da costruire un
bastoncino piatto detto boomerang che, una volta lanciato, avrebbe
seguito una speciale traiettoria curva per poi tornare fra le mani di chi lo
aveva lanciato.
Nel Sedicesimo secolo, gli studi matematici si spinsero oltre la semplice
aritmetica per includere l’algebra e altri metodi piuttosto fantasiosi, e i
filosofi naturali furono in grado di usare le equazioni per descrivere curve
simili alle traiettorie di frecce e palloni. Per esempio, una semplice
equazione descrive un cerchio, una poco diversa descrive un cerchio
schiacciato chiamato ellisse, e un’altra ancora descrive la curvatura di una
fune tesa fra due pali. Grazie a questa matematica più avanzata, fu
possibile descrivere un’enorme varietà di schemi e forme non solo con le
parole, ma con simboli ed equazioni, che poi venivano scritti o stampati
per essere studiati da altri scienziati e matematici.
Per quanto utile, però, questa era ancora soltanto la descrizione di schemi
esistenti in natura, non la loro spiegazione. Le vere grandi scoperte ebbero
inizio in Italia, all’inizio del Diciassettesimo secolo, con il lavoro di Galileo
Galilei. Tutti sanno, che quando si lascia cadere un oggetto dall’alto,
questo si muoverà sempre più velocemente verso il terreno. Galileo, però,
voleva sapere con precisione quanto avrebbe accelerato dopo un secondo,
dopo due secondi, dopo tre secondi… La velocità di caduta seguiva forse
uno schema preciso? Scoprì la risposta tramite una serie di esperimenti,
ossia lasciando cadere gli oggetti più vari e prendendo nota della loro
velocità di caduta. Per misurare più facilmente la loro velocità, fece anche
rotolare delle sfere su superfici inclinate. Poi si sedette con tutti i suoi
numeri e lavorò con aritmetica e algebra, fino a trovare una singola
formula che descrivesse correttamente l’accelerazione di tutti i corpi in
caduta, ossia come la loro velocità aumenta a mano a mano che cadono.
La formula di Galileo è molto semplice: se l’oggetto cade da uno stato di
riposo, la sua velocità aumenta in modo proporzionale al tempo della
caduta. Questo significa che se l’oggetto cade per due secondi, la sua
velocità sarà esattamente doppia di quella che era dopo un secondo. Non
solo. Se l’oggetto è lanciato dall’alto invece che semplicemente lasciato
cadere, cadrà sempre nello stesso modo, ma si muoverà anche in senso
orizzontale; secondo la formula di Galileo, inoltre, la forma della traiettoria
dell’oggetto sarà una parabola, ossia un tipo di curva già noto ai
matematici grazie allo studio della geometria.
Il passo decisivo arrivò quando Isaac Newton, in Inghilterra, scoprì come
oggetti tipo i palloni modificano il loro moto (ossia: accelerano o
rallentano) quando sono respinti o attratti da un qualche tipo di forza. Per
descrivere questo fenomeno, Newton scrisse un’equazione semplicissima.
Nel caso degli oggetti in caduta di Galileo, la forza in questione è
ovviamente la forza di gravità. Una forza che avvertiamo di continuo.
Newton suggerì che la Terra attrae ogni cosa verso il basso, verso il suo
centro, con una forza proporzionale alla massa di ogni oggetto. Così,
ponendo in connessione forza e accelerazione, la formula di Newton
spiegò la formula di Galileo relativa alla caduta degli oggetti.
E questo fu solo l’inizio. Newton suggerì anche che non solo la Terra, ma
tutti gli oggetti nell’Universo, incluso Sole, Luna, pianeti, stelle, perfino
persone, si attraggono a vicenda. La forza di attrazione diminuisce con la
distanza secondo una formula precisa, l’inverso del quadrato. Per dirla in
parole povere, a distanza doppia dal centro della Terra (o del Sole, o della
Luna), la forza di gravità si riduce a un quarto; a una distanza tripla diventa
un nono, e così via.
Usando questa formula, insieme all’equazione che descriveva il rapporto
tra forza di gravità e accelerazione, Newton poté eseguire calcoli
matematici davvero eccezionali (alcuni dei quali inventati da lui) per capire
come pianeti e comete si muovono attorno al Sole, attratti dalla sua forza
di gravità. Calcolò anche l’orbita della Luna attorno alla Terra, e tutti i suoi
calcoli risultarono esatti! Di più: i suoi calcoli descrissero correttamente
anche la forma delle orbite. Per esempio, gli astronomi avevano calcolato
che le orbite dei pianeti sono ellittiche, e il grande Newton dimostrò che
dovevano esserlo… grazie ai suoi calcoli! Non c’è da stupirsi che tutti lo
ritenessero un eroe e un genio. Il governo era così fiero di lui che gli diede
l’incarico di stampare il denaro dell’Inghilterra.
Comunque, l’aspetto davvero importante del suo lavoro su moto e forza di
gravità è più profondo. Infatti Newton propose che la formula che descrive
l’azione della forza di gravità e quella che descrive il rapporto tra forza di
gravità e accelerazione fossero leggi naturali. Ossia che fossero identiche e
immutabili in ogni parte dell’Universo e in ogni momento. Come Dio, nel
quale Newton credeva. Prima di Newton, alcuni pensavano che il moto
degli oggetti sulla Terra, tipo palloni o barche o uccelli, non avesse niente
in comune con il moto dei corpi celesti quali la Luna e i pianeti. Adesso,
però, era chiaro che tutti obbedivano alle stesse leggi. Mentre altri
scienziati avevano descritto il moto, Newton lo spiegò secondo leggi
matematiche.
In termini pratici, questo fu un enorme balzo in avanti perché ora
chiunque poteva calcolare come si sarebbe mosso un certo oggetto senza
mai vederlo, o addirittura senza mai uscire dal proprio studio. Per esempio,
è possibile calcolare dove finirà una palla di cannone sparata a una
determinata velocità e angolazione; oppure quale velocità è necessario
raggiungere per staccarsi da terra e volare via. Usando le semplici
equazioni di Newton, gli ingegneri possono calcolare con esattezza – e
prima di avere i soldi per costruirla! – come spedire un’astronave sulla
Luna o su Marte.
Tutto questo rese la fisica, ossia lo studio delle leggi fondamentali
dell’Universo, una scienza profetica. I fisici potevano trafficare con le loro
equazioni e predire cose fino allora ignote, come per esempio l’esistenza di
pianeti sconosciuti. Urano e Nettuno furono scoperti quando gli
astronomi usarono le leggi di Newton per calcolare in quale punto del
cielo avrebbero dovuto trovarsi, e noi usiamo queste stesse leggi per
predire l’esistenza di pianeti in orbita attorno ad altre stelle.
In breve, i fisici cominciarono ad applicare le stesse idee ad altre forze,
quali elettricità e magnetismo, scoprendo che anche quelle obbedivano a
semplici leggi matematiche. E quando passarono a studiare gli atomi e il
loro nucleo, videro che anche quelli potevano essere spiegati fin nei
minimi particolari da formule matematiche. È per questo che i testi di
fisica sono pieni zeppi di equazioni.
Alcuni fisici si chiedono se si andrà avanti così per sempre, o se tutte le
leggi ed equazioni possano essere in qualche modo unificate in una specie
di superlegge. Parecchi tipi in gamba hanno esaminato a fondo le
equazioni alla ricerca di possibili legami, trovandone alcuni che sono
risultati esatti.
Per esempio, James Clerk Maxwell, un fisico scozzese del Diciannovesimo
secolo, scoprì che è possibile mettere assieme le leggi di elettricità e
magnetismo. Così ci provò e quando risolse le relative equazioni, scoprì
che la forza combinata, la forza “elettromagnetica”, era in grado di
generare onde elettromagnetiche. Quando poi usò le sue equazioni per
calcolare la velocità di quelle onde, scoprì che era la stessa della velocità
della luce. Centro pieno! La luce, disse, dev’essere un’onda
elettromagnetica.
Comunque, la ricerca di una superlegge capace di combinare tutte le forze
non è ancora finita. E servirà un giovane davvero in gamba per trovarla!
Quando ero ancora uno studentello, mi piaceva una bella ragazza di
nome Lindsay. Un giorno stavo facendo un compito di fisica. Dovevo
calcolare (ossia predire) a che angolazione lanciare una palla per farle
raggiungere la massima distanza su una collina con un determinato
pendio. Lindsay (che studiava arte) era seduta di fronte a me nella
biblioteca della scuola. Era una sensazione gradevole, averla davanti,
anche se un po’ mi innervosiva. A un certo punto, mi chiese che cosa
stessi facendo e quando le spiegai il problema commentò stupita: — Ma
com’è possibile che scrivere su un foglio di carta ti faccia scoprire come si
comporterà una palla? — All’epoca pensai che fosse una domanda
sciocca. In fin dei conti, quello era un compito! In realtà, Lindsay era
andata dritta al punto. Come mai è possibile usare semplici leggi
matematiche per descrivere, e perfino predire, quello che accade nel
mondo attorno a noi? Da dove arrivano queste leggi? Ossia: perché la
natura ha certe leggi? E anche se devono esistere certe leggi naturali,
come mai sono così semplici (tipo il quadrato inverso della legge di
gravità)? Potremmo immaginare un Universo basato su leggi matematiche
così sottili e complesse da mettere in crisi perfino il matematico più
cervellone.
Nessuno sa come mai sia possibile spiegare l’Universo con semplici
formule matematiche, o come mai il cervello umano sia così in gamba da
comprenderle. Forse, semplicemente, abbiamo avuto fortuna? Secondo
alcuni, l’Universo è stato creato da un Dio matematico… Agli scienziati,
però, gli dei non interessano granché. Forse la vita può svilupparsi solo se
l’Universo segue semplici leggi matematiche? Ed è per questo che la
natura deve essere matematica… o non saremmo qui a discuterne? Forse
esistono molti universi, ognuno con leggi diverse dal nostro, e forse alcuni
non hanno la minima legge. In questi altri universi potrebbero non
esistere né scienziati né matematici. O forse no.
È un grande mistero, e molti scienziati ritengono che non sia compito loro
preoccuparsene. Si limitano ad accettare le leggi naturali come un dato di
fatto e vanno avanti con i loro calcoli.
Io non sono uno di loro. Di notte resto sveglio a rigirarmi queste domande
nella testa. Mi piacerebbe trovare una risposta. Comunque, ci sia o no una
spiegazione alla semplicità matematica dell’Universo, è chiaro che fisica e
matematica sono profondamente connesse. Perciò ci sarà sempre bisogno
di qualcuno che faccia esperimenti e di qualcuno che faccia calcoli
matematici. E sarà molto meglio se continueranno a comunicare fra loro!

Paul
Capitolo quindici

Pedalando frenetici, George e Annie passarono davanti alle cittadelle


del sapere di Foxbridge, mentre Vincent li seguiva manovrando
abilmente lo skateboard. La città era piena di antichi edifici dalle
architetture bizzarre, dove per secoli gli studiosi avevano elaborato
grandi teorie, spiegando l’Universo e le sue meraviglie a un mondo
che solo di rado ci teneva a conoscerle.
Alcuni edifici sembravano fortezze. E per un buon motivo.
Talvolta, nel corso della loro esistenza, erano stati costretti a chiudere
i cancelli per tenere fuori folle rabbiose, infuriate per alcune delle
nuove idee proposte dagli studiosi. La forza di gravità, per esempio.
L’annuncio che era la Terra a girare attorno al Sole e non viceversa. La
Teoria dell’Evoluzione. Il Big Bang. La doppia elica del DNA. La
possibilità di vita in altri universi. Le mura dei palazzi erano spesse e
con finestre piccolissime, per meglio proteggere i loro occupanti da
un mondo spesso ostile.
I tre ragazzi entrarono a razzo nel cortile della Facoltà di
Matematica e, dopo aver buttato le bici contro le rastrelliere nere,
salirono di corsa i gradini d’ingresso. Quel giorno i battenti di
cristallo oscillavano nella brezza e nessuno li fermò quando li
varcarono d’impeto. Furono accolti solo dal familiare odore di
polvere di gesso e calzini vecchi, e dal lontano sferragliare del
carrello del tè che veniva svuotato.
— Non prendere l’ascensore! — sibilò Annie un attimo prima che
Vincent schiacciasse il bottone. — Fa troppo rumore! Usiamo le scale.
Vincent parcheggiò l’amato skateboard sotto la bacheca
nell’ingresso e notò di sfuggita alcuni annunci per eventi affascinanti
quali M ONOPOLI PERIODICI DOPPI: UN S IS TEM A 3D INTEGRABILE O
L’UNIVERS O PRIM IGENIO: FAS I DI TRANS IZIONE. In punta di piedi, i tre
scesero le scale che portavano al seminterrato, George in testa, Annie
dietro di lui e Vincent alla retroguardia.
Una volta in fondo alle scale, scoprirono che le luci erano già
accese e il bagliore fioco permise loro di vedere l’intero locale. Era
pieno di cianfrusaglie d’ogni genere: vecchi mobili da ufficio,
computer antiquati, sedie rotte, scrivanie scheggiate, pile di carta da
stampante. Si fecero strada cauti nel caos, guidati dal ronzio di un
computer che proveniva da qualche parte al di là della muraglia di
scarti. Non erano soli, nello scantinato. Dopo pochi istanti, una voce
molto chiara e molto umana sovrastò il ronzio del computer.
— No! — Un ululato di esasperazione. — Stupida macchina!
Perché non mi permetti di fare quello che voglio?
Avanzando cauti – Annie e George davanti; Vincent, il più alto dei
tre, dietro – videro un vecchietto in completo di tweed armeggiare
attorno a un computer così grande da occupare un’intera parete del
seminterrato. Era un computer antiquato, composto da scomparti e
sportelli simili a quelli degli armadi, pile di macchinari e, al centro,
uno schermo dove sembrava fosse trasmesso un film. Le immagini
però comparivano solo sulla metà superiore dello schermo, mentre
su quella inferiore scorrevano lettere verdissime su uno sfondo nero.
— È il professor Zuzubin — bisbigliò George all’orecchio di
Annie. — Perché è qui? Dovrebbe essere al Collider. Fa parte anche
lui dell’Ordine della Ricerca Scientifica!
— Ma che fa? — bisbigliò a sua volta Annie. Stupiti, videro
Zuzubin far scorrere a ritroso lettere e filmato; poi il vecchio
scienziato schiacciò il tasto PLAY e il film riprese dall’inizio.
Guardando passare le immagini, i ragazzi riconobbero una versione
molto più giovane di Zuzubin, che parlava di fronte a una platea
gremita usando un proiettore antiquato.
— È la sala dove tuo padre ha tenuto la conferenza — sussurrò
George all’amica. — Nel filmato, però, la conferenza la tiene
Zuzubin!
— Un tempo, la cattedra di papà era sua — mormorò Annie. —
Anche lui era docente di matematica.
— Forse vuole riprendere il suo vecchio posto — brontolò George.
Non gli piaceva affatto quello che vedeva. — Guarda… là, in mezzo al
pubblico! È tuo padre, quello!
Sullo schermo, un giovanotto sorridente con i capelli neri arruffati
e occhiali sbilenchi si era appena alzato in piedi.
— Hai ragione: è mio papà! — disse Annie e sentì salire le lacrime
agli occhi. — Non sembra vero che sia stato così giovane! Ma che cosa
fa?
Fu il vecchio Cosmo a rispondere alla sua domanda. — Professor
Zuzubin — recitò in tono meccanico, pronunciando le parole dette
sullo schermo dal giovane Eric — ho dimostrato che la sua teoria
contiene un errore! — Com’era tipico di Eric, aveva tutta l’aria di
pensare che quella dichiarazione avrebbe suscitato il giubilo di
Zuzubin.
Nel film, il sorriso di Zuzubin diventò rigido e fisso, come se glielo
avessero attaccato sul viso con la supercolla.
— Ho dimostrato — proseguì Eric con la voce del vecchio Cosmo
— che il modello dell’Universo da lei proposto viola la condizione di
energia debole.

SINGOLARITÀ
Una singolarità è un punto in cui la matematica usata dai fisici fallisce
clamorosamente! Per esempio, quando vi avvicinate al centro di un buco
nero – un tipo di singolarità – la curvatura dello spazio-tempo cresce
all’infinito e le normali regole matematiche falliscono proprio nel centro
(dicono di dividere per zero, quando tutti sanno che non si può!).
A volte un calcolo di fisica formula ipotesi che si rivelano sbagliate a un
certo punto, e si scopre una singolarità. Una volta che lo si capisce, il
calcolo può essere adattato così che l’errore può essere determinato, la
matematica funziona correttamente e la singolarità scompare. Bingo!
È difficile liberarsi dalle singolarità più interessanti. In questi casi serve una
teoria nuova. Per esempio, le singolarità del buco nero e del Big Bang si
verificano nella matematica della Relatività Generale. Forse è necessaria
una teoria con matematica diversa per comprendere che cosa sta
accadendo davvero, e per ottenere risultati apprezzabili in tali punti
dell’Universo.
Questa è un’area di ricerca molto attiva per gli scienziati che sperano che
una Teoria del Tutto si liberi di queste singolarità.

lo spazio che contiene tutto ciò che ci circonda nell’Universo raggiunge


una dimensione pari a zero e tutti i percorsi a ritroso nel tempo arrivano…
alla fine.
Questa singolarità è nota anche come singolarità iniziale perché sta
all’inizio del tempo.
Sullo schermo, le narici di Zuzubin fremettero di collera.
— Bellis — disse il vecchio Cosmo, mentre le stesse parole
scorrevano sulla metà inferiore dello schermo. — Le sue teorie
relative al Big Bang sono interessanti, ma impossibili da dimostrare.
— Non credo! — replicò giulivo il giovane Eric. — La radiazione
del fondo a microonde che è stata da poco scoperta ci fornisce una
chiara prova a favore del modello del Big Bang. Inoltre, sono della
ferma opinione che un giorno saremo in grado di eseguire un grande
esperimento per dimostrare l’esattezza delle teorie matematiche da
me sviluppate qui a Foxbridge insieme ai miei colleghi. — Eric indicò
modestamente gli altri seduti attorno a lui.
Lo Zuzubin del presente schiacciò il tasto PAUS A per bloccare
l’immagine e cominciò a pestare freneticamente sulla tastiera del
vecchio Cosmo. Sullo schermo apparve un pennellino. Zuzubin lo
mosse usando un mouse collegato al computer, ma per quanto lo
agitasse sull’immagine, non ottenne alcun risultato. Niente cambiò.
— Perché non funziona? — brontolò Zuzubin sbuffando. — Bah!
Vuol dire che dovrò provare in un altro modo…
Cancellò tutto il testo visibile sullo schermo e battendo
rapidamente sulla tastiera inserì le parole: “Nient’affatto. Le
proprietà della particella zuzon sono la chiave per comprendere la
relazione fra le quattro forze e la creazione della materia. Secondo le
mie previsioni, ogni esperimento che richiede la quantità d’energia
da lei proposta si concluderà con un’esplosione spaventosa, provando
l’esattezza delle mie teorie sulla natura delle particelle fondamentali
e sulle dinamiche dell’Universo.”
Appena Zuzubin ebbe finito di digitare il nuovo testo, però, il
cursore si mosse all’indietro e lo cancellò, sostituendolo con quello
originario.
— Non è un film — mormorò George. — È il passato! Usa Cosmo
per vedere il passato e la sua vecchia conferenza a Foxbridge! E non
solo! Cerca di modificarlo. Usa una specie di Photoshop per cambiare
quello che ha detto all’epoca.
— Ma perché? — chiese Annie.
— Per far credere a tutti che lui aveva previsto quello che
succederà. Vuole usare Cosmo per cambiare il passato e fare apparire
giuste le sue teorie e sbagliate quelle di Eric. Tenta di dimostrare che
lui aveva previsto l’esplosione del Collider.
Zuzubin era troppo concentrato su quello che faceva per notare
eventuali rumori provocati dai ragazzi, ma neanche a lui poteva
sfuggire la colonna sonora di Star Wars, quando rimbombò nel
seminterrato dal cellulare di George.
Veloce come il fulmine, George lasciò cadere il telefono sul
pavimento e lo calciò all’indietro verso Vincent, che si tuffò a
raccoglierlo, chiudere la chiamata e togliere la suoneria.
Troppo tardi. Zuzubin li aveva sentiti. Si voltò con occhi
fiammeggianti… e sorrise quando vide due paia d’occhi fissarlo dalla
muraglia di scarti che aveva ammucchiato per nascondere il primo
supercomputer al resto del mondo.
— George! — disse, con un sorriso tutto denti. — E la mia piccola
amica Annie. Venite, cari ragazzi. Fatevi avanti! Sai che quand’eri
piccola ti ho tenuta sulle ginocchia, Annie? Non avrai paura di me,
vero?
A George e Annie non restò che farsi avanti, ma Vincent rimase
dov’era. Si era reso conto che Zuzubin non si era accorto di lui e
pensò che, se fosse rimasto nascosto, avrebbe potuto aiutare gli amici
se fossero finiti nei guai. A dire il vero, non aveva capito granché di
quello che succedeva, però gli era chiaro che non c’era da fidarsi di
chiunque tentasse di cambiare il passato per fare bella figura a spese
di qualcun altro.
— Annie — tubò Zuzubin. — Quanto sei cresciuta! Sei così alta! E
così intelligente! È un vero piacere rivederti. Ma perché siete così
preoccupati, piccolini? Così ansiosi? Che cosa può fare per voi il
professor Zuzubin? Dite, dite pure! Potete fidarvi di me!
George tirò un pizzicotto ad Annie per avvertirla di tenere la bocca
chiusa, ma non servì. La ragazzina era abbastanza disperata da
credere a chiunque le promettesse aiuto.
— Professor Zuzubin… — disse con voce tremante.
Il vecchio allungò di soppiatto una mano dietro di sé per spegnere
lo schermo e interrompere il filmato del passato.
— Dobbiamo assolutamente raggiungere il Large Hadron Collider
— proseguì Annie. — Sta per succedere qualcosa di terribile!
Dobbiamo salvare papà! Ci mandi al LHC usando il vecchio Cosmo,
così arriveremo in tempo per fermare la bomba!
— Tuo padre è nei guai? — chiese Zuzubin, in tono di simulata
ansia. — Una bomba? Nel LHC ? No, non ci credo! Certo Eric… —
S’interruppe e lanciò un’occhiata sospettosa a George.
— Non dirgli altro… — stava bisbigliando il ragazzo all’amica, ma
Zuzubin lo sentì.
— E perché non dovrebbe? — lo rimbeccò il vecchio professore. —
Eric era il mio studente preferito, il migliore di tutti! Se ha bisogno
del mio aiuto, per me sarà un onore e un privilegio fornirglielo. —
Come per sottolineare le sue parole e dimostrare che diceva sul serio,
sprofondò in un inchino.
— Non abbiamo scelta — disse Annie impaziente, voltandosi
verso George. — Non possiamo rivolgerci a nessun altro!
— Dunque volete raggiungere il Collider! — disse Zuzubin in tono
soave. — Nessun problema, assolutamente nessuno. Potete arrivarci
in un secondo. — Batté rapido sulla tastiera, la mano che si librava
vicino a un’apertura del grande computer.
— Quando spalancherò questo sportello — proseguì mellifluo —
Cosmo vi condurrà dritti dove dovete andare… dritti alla
destinazione giusta per voi. Oggi, Annie, sarai un’eroina. Risolverai
tutti i problemi e rimetterai le cose a posto.
Gli occhi di Annie scintillarono. Finalmente sarebbe stata lei
l’eroe. Sarebbe stata lei a salvare tutti. Per una volta, il merito non
sarebbe stato del papà, della mamma o di George. Sarebbe stato
tutto merito suo.
— D’accordo! — disse decisa. — Mi mandi al Collider!
— Ma non puoi andarci da sola! — Zuzubin schioccò la lingua e
scosse la testa. — Il tuo amichetto dovrà venire con te. Dovete
andarci insieme, altrimenti Cosmo non potrà trasportarvi.
— Annie… — George le strattonò frenetico la maglietta. — Non
dargli retta! Non ha senso!
— Non m’importa! — affermò Annie e fulminò George con lo
sguardo. — Usi Cosmo, professore, e ci mandi al LHC .
— Non abbiamo le tute spaziali — obiettò disperatamente George.
— Non dovete andare nello spazio — replicò Zuzubin nel solito
tono mieloso — perciò non vi servono. Dovete solo fare un balzo da
un Paese all’altro. Entrate nel portale qui — spiegò, le dita strette
attorno alla maniglia della porta — e arrivate quasi istantaneamente
a destinazione. Promesso. Ve lo giuro sul Giuramento che ho prestato
entrando a far parte dell’Ordine della Ricerca Scientifica per il Bene
dell’Umanità.
— Vedi? — insisté Annie rivolta all’amico. — Ha giurato sul
Giuramento dell’Ordine, lo stesso giuramento fatto da noi e da papà
e da tutti i suoi amici scienziati! Impossibile che menta! Ha giurato
sull’Ordine!
— Non lo farei mai — disse serio Zuzubin. — Dunque, Annie, ora
ascolta con attenzione. Diventerai un’eroina, Annie… attraverserai il
portale… sarai tu a salvare la situazione. — La sua voce suonava
stranamente ipnotica. Annie batté in fretta le palpebre e la sua testa
sembrò oscillare.
George guardò l’orologio. A Foxbridge erano già le sei del
pomeriggio, il che significava che in Svizzera erano le sette.
Mancavano appena trenta minuti prima che la bomba esplodesse,
portandosi via l’esperimento, Eric e i più grandi scienziati del mondo.
Quando avvertì che la resistenza di George si indeboliva, Zuzubin
strizzò l’occhio ad Annie e spalancò il portale. Al di là, i ragazzi non
videro che oscurità.
— Coraggio — li incitò Zuzubin. — Entrate nel portale, cari! Il
vostro vecchio amico Zuzubin si assicurerà che arriviate a
destinazione sani e salvi… sani e salvi, miei cari bambini.
Come una sonnambula, Annie fece un passo avanti. Oltrepassò la
soglia buia e sparì nel giro di pochi secondi.
George non aveva idea di dove fosse finita l’amica, ma non poteva
lasciarla andare da sola. Se per un miracolo il vecchio Cosmo l’aveva
davvero trasportata fino al LHC , in mancanza del codice Annie non
sarebbe mai riuscita a disinnescare la bomba. Perciò, senza più
esitare, corse verso il portale.
Com’è diverso, pensò, il Cosmo originario, il primo
supercomputer del mondo, rispetto al nuovo Cosmo, il piccolo
computer cordiale e chiacchierone che avevano imparato a conoscere
e amare. Usare il vecchio Cosmo era come tentare di far sterzare un
enorme transatlantico dopo essersi abituati a guidare un motoscafo
agile e scattante.
George prese fiato, fece un passo avanti per varcare ancora una
volta un portale che lo avrebbe condotto in un mondo sconosciuto di
scoperte e avventure, e l’oscurità lo avvolse.
Capitolo sedici

Vincent aveva assistito alla scena dal suo nascondiglio fra la


paccottiglia. Vide il viso malvagio di Zuzubin e anche se non riusciva
a sentire tutto quello che diceva il vecchio scienziato, lesse la
confusione e l’incertezza sul viso di Annie. Vide anche George
diventare paonazzo di collera e lo sentì protestare, però sapeva che il
ragazzo non poteva fare granché.
Appena Zuzubin aprì il portale che, almeno così credeva Annie, li
avrebbe condotti al Collider e da Eric, Vincent – come già George –
capì che il destino dei suoi amici era segnato e si preparò a entrare in
azione. Prima, però, come ogni volta che doveva ricorrere al karate,
recitò fra sé il mantra: “Vengo a te con mani vuote. Non porto armi,
ma se sarò costretto a difendere me stesso, il mio onore o i miei
princìpi, fosse questione di vita o di morte, giusta o sbagliata che sia,
allora ecco le mie armi: il karate, le mie mani nude.”
Quando rialzò lo sguardo, però, scoprì che Annie e George erano
spariti. Davanti al grande computer silenzioso c’era solo Zuzubin e
rideva a crepapelle. Rideva tanto, che le lacrime presero a scorrergli
sulle guance, costringendolo a tirare fuori un candido fazzoletto
inamidato per asciugarsele. Finalmente il vecchio scienziato smise di
ridere e riaccese lo schermo.
Scrutando fra le pile di scarti, Vincent lo vide cambiare canale e
mettere a fuoco sullo schermo l’immagine di due piccole figure
all’interno di una stanza. Senza fare rumore, il ragazzo cominciò a
farsi avanti, proprio mentre Zuzubin prendeva un antiquato
microfono e cominciava a parlare:
— George e Annie… — disse.
Il portale del vecchio Cosmo si richiuse con uno scatto secco,
lasciando George e Annie nel buio più fitto. Di colpo, una luce si
accese e illuminò quello che li circondava. Per un istante i due
ragazzini si guardarono attorno a bocca aperta, ammutoliti. Era la
prima volta che varcavano un portale per trovarsi in un posto del
genere. Cosmo li aveva abituati ad affrontare le condizioni di gravità
più disparate su pianeti sconosciuti, dove finivano per fluttuare a
mezz’aria o strisciare sulla superficie. Nel corso dei loro viaggi
avevano visto laghi di metano nero, vulcani che sputavano pennacchi
di lava appiccicosa, tempeste di sabbia capaci di inghiottire interi
pianeti. Avevano assistito a un tramonto con due soli nel cielo e
all’esplosione accelerata di un buco nero. Ma il posto dove si
trovavano era una novità assoluta.
In realtà, sembrava una stanza come tante, perciò era difficile dire
perché apparisse così sinistra. Era quadrata, con un soffitto di altezza
normale, un divano dall’aspetto comodo, un televisore, due poltrone
confortevoli, un tappeto e parecchi scaffali carichi di volumi rilegati
sistemati in ordine alfabetico.
Su una poltrona, un gatto si stiracchiò facendo le fusa. Le tende
dell’unica finestra erano chiuse e Annie si affrettò ad aprirle. Davanti
agli occhi stupiti dei due ragazzini comparve una catena montuosa
dalle cime innevate, con i pendii coperti di abeti; il cielo sopra le vette
era azzurrissimo, ma nuvole scure si addensavano dietro le
montagne più distanti. — Dove siamo? — chiese Annie.
— Non lo so — rispose lentamente George, mentre si guardava
attorno — ma di sicuro questo non è il Large Hadron Collider. — I
ragazzi si sentivano nelle ossa che in quella stanza c’era qualcosa di
orribilmente sbagliato.
— Forse quelle sono le Alpi — suggerì speranzosa Annie. — Che
dici, apriamo la porta? Forse il Collider è qui vicino. — Si voltarono
entrambi a guardare il portale che si era richiuso alle loro spalle.
— Non si limiterà a riportarci a Foxbridge? — obiettò George. —
Forse servirebbe un’altra porta per uscire da qui, ovunque siamo.
In quel momento il televisore antiquato si accese crepitando e
lampi bianchi e neri percorsero lo schermo, permettendo loro di
distinguere a fatica soltanto parte di un’immagine sfocata. La voce
che risuonò però era inconfondibile. Zuzubin parlava attraverso il
televisore, senza sapere che Vincent era alle sue spalle, pronto a
passare all’azione.
— George e Annie — disse il professore, mentre la sua immagine
si stabilizzava sullo schermo.
— Zuzubin! — strillò Annie. Ora vedevano chiaramente sia lui sia
la muraglia di scarti sullo sfondo. Di colpo George capì: le voci udite
nella cantina, gli occhiali gialli di Zuzubin, le frasi captate grazie a
Cosmo, l’uso segreto del vecchio Cosmo…
— Era lei! — gridò il ragazzo, rivolto al televisore. — Era lei ad
andare in giro per l’Universo lasciando un po’ di tutto nei buchi neri!
È stato lei a tirare fuori la Teoria del Vero Vuoto per spaventare la
gente e farla aderire ai VERM I ! È lei il traditore infiltrato nell’Ordine
della Ricerca Scientifica. E ha organizzato la riunione di stasera per
riunire tutti i più grandi scienziati in un unico posto, così potrà farli
saltare in aria e diventare l’unico scienziato del mondo! E vuole
cambiare il passato per dimostrare di avere avuto ragione da sempre,
per dimostrare che le sue teorie ormai dimenticate avevano previsto
l’esplosione del Large Hadron Collider!
— E ci sono riuscito in pieno — replicò Zuzubin in tono crudele.
— Fra poco il Collider esploderà e il mondo si renderà conto di avere
sbagliato a scordarsi di me e delle mie teorie! Tutti crederanno che io
abbia avuto ragione da sempre e non ci saranno altri scienziati a
contraddirmi. Ho vinto!
— No, ha imbrogliato! — gridò George. — Questo non significa
vincere! Significa essere il più grande imbroglione del mondo.
— Ma dove siamo? — lo interruppe Annie, il viso schiacciato
contro lo schermo. — Aveva promesso di farci arrivare sani e salvi al
LHC ! L’ha giurato sull’Ordine.
— Oh no, mia cara — ridacchiò Zuzubin. — Se mi avessi ascoltato
con più attenzione, senza cedere alla tua immatura tendenza a tirare
conclusioni affrettate, avresti sentito che cos’ho detto esattamente. Ho
promesso di farvi arrivare a destinazione sani e salvi. E l’ho fatto.
Non ho mai detto dove, però.
Annie corse alla porta e si bloccò.
— Ferma! — gridò George. — Non aprire. Non sappiamo che cosa
c’è dall’altra parte.
— Esatto — disse Zuzubin. — Voi, miei cari piccoli amici, vi
trovate nella Trappola inversa di Schrödinger. È stato così facile
mandarvi lì! In pratica vi ci siete infilati dentro da soli.
— Ma che significa? — chiese confusa Annie.
— Significa — sospirò avvilito George — che sapremo dove ci
troviamo solo quando apriremo la porta. Potremmo finire dovunque,
ma non lo scopriremo finché la porta è chiusa.
— Ma bravo — si complimentò Zuzubin. — Finché la porta rimane
chiusa, vi trovate in un numero infinito di posti. Volete che vi mostri
alcune possibilità? — La scena al di là della finestra cambiò. Adesso
mostrava un panorama bianco e arroventato, con una sfumatura
giallognola. D’istinto, Annie e George si ritrassero dalla vampa che
sembrava attraversare i vetri.
— Forse siete al centro della Terra — proseguì Zuzubin —
racchiusi nel centro cristallino del nucleo. Nel qual caso vi trovereste
nel cuore di un palla di quasi duemilacinquecento chilometri di ferro
solido, caldo quasi quanto la superficie solare. La pressione è tre
virgola cinque milioni di volte superiore a quella della superficie del
pianeta. Aprite la porta, prego! Accomodatevi! Sono davvero curioso
di scoprire che cosa vi succederà. Finirete arrostiti o spiaccicati? Vi
ucciderà prima il calore o la pressione?
George fissò inorridito la finestra.
— Nessun commento, una volta tanto? — riprese Zuzubin. — In
tal caso proseguirò la lezione di geologia. Attorno alla palla di ferro
si trova un nucleo esterno di ferro liquido… a proposito: anche quello
è decisamente calduccio… e attorno c’è un altro strato roccioso che
talvolta lascia filtrare lava vulcanica. Comunque, se pure riusciste a
raggiungerlo, il calore eccezionale vi farebbe bollire il sangue nelle
vene. E non basta. Da lì, per raggiungere la superficie, dovreste
attraversare quaranta chilometri di roccia. Senza contare che, dopo
appena pochi chilometri, potreste ritrovarvi sul fondo dell’oceano!
Oh, miei cari! — Batté le mani. — Vediamo un po’ che cosa vi
succederebbe!
Annie si sedette di colpo sopra il gatto che, con un miagolio
indignato, sgusciò via e si trasferì sul divano, dove cominciò a leccarsi
le zampe e a lanciarle occhiatacce.
Il panorama al di là della finestra tornò a mutare e mostrò un
crepaccio sottomarino così profondo da non essere mai raggiunto dai
raggi del sole. Alla luce che filtrava dalla stanza distinsero contorte
formazioni coralline e un pennacchio di fumo nero che fuoriusciva da
una fenditura nel terreno.
— Diciamo che siete in fondo al Pacifico, vicino a una sorgente
calda — gongolò Zuzubin. — Laggiù esistono ancora bizzarre forme
di vita preistoriche, mai viste dagli esseri umani, capaci di
sopravvivere grazie ai minerali espulsi dal nucleo della Terra tramite
sfiatatoi.
Un verme enorme, molto più lungo dei ragazzi, nuotò dritto verso
la finestra e vi sbatté contro. Il lungo corpo pallido strisciò
rumorosamente sul vetro, mentre arretrava sorpreso.
— Oh, non ci ha visti! — esclamò Zuzubin. — Be’, in effetti non ha
occhi. È un tubeworm gigantesco, una creaturina adorabile. Vi
piacerebbe farci una nuotatina? È un tipo amichevole. Non che
questo abbia importanza, sia chiaro. Prima di riuscire a toccarlo,
sareste lessati dal calore dello sfiatatoio. Sempre che non affoghiate
prima, ovvio.
George si sedette accanto ad Annie e le passò un braccio attorno
alle spalle tremanti. — Non guardare — le disse. — Vuole solo
spaventarci. Non dobbiamo permetterglielo. — Ma neanche lui fu in
grado di distogliere lo sguardo dal panorama spaventoso al di là
della finestra.
— A quanto pare ancora non riesco ad accontentarvi! — disse
Zuzubin in tono mesto. Ancora una volta il panorama cambiò,
sostituito da una distesa di banchi di ghiaccio che sembravano
perdersi all’infinito. — Forse non vi piace il caldo! Proviamo un posto
diverso. Forse siete al Polo Sud, nel bel mezzo dell’inverno antartico.
— Raffiche violente fecero vibrare la finestra. Al di là dei vetri, un
gruppo di pinguini avanzava a testa china contro il feroce vento
gelido.
— Come vedete, piccoli miei — gongolò Zuzubin — al di fuori
della stanza esistono possibilità infinite. Forse siete stati rimpiccioliti
a dimensioni quantistiche, così potrete scoprire che effetto fa essere
un quark!
— È impossibile — sbottò George.
— Davvero? — ribatté Zuzubin. — Non potreste trovarvi rinchiusi
per l’eternità insieme ai tre quark e agli sciami di coppie quark-
antiquark e gluoni che ruotano dentro un protone? Una volta
intrappolati là dentro, vi resterebbe solo una possibilità
infinitesimale di fuggire. Nessuno ha mai visto un quark a parte gli
adroni, George, e nessuno vedrà mai più voi due…
— No — insisté George. — Sono tutte assurdità.
— Vi lascerò il compito di scoprirlo da soli — replicò mellifluo
Zuzubin. — In fin dei conti, gli esperimenti sono una parte
essenziale della scienza. Sono ansioso di osservare i risultati dei
vostri tentativi di provare che sono in errore.
— Sta’ zitto! — urlò Annie. — Dobbiamo uscire da qui!
— Accomodatevi pure — ribatté Zuzubin. — Non voglio
trattenervi contro la vostra volontà. Non dovete fare altro che aprire
la porta.
— Ma non possiamo! — gemette Annie e si afflosciò sulla
poltrona. — O forse sì? Se aprissimo la porta, probabilmente
moriremmo…
— È solo una probabilità — replicò Zuzubin in tono ben poco
consolante.
— Insomma siamo in trappola — disse lentamente George. — In
questa stanza… per sempre.
— Ho provveduto a fornirvi letture in abbondanza — lo informò
Zuzubin. — Sugli scaffali troverete tutti i principali testi di fisica e c’è
del cibo in frigorifero.
Annie si alzò e andò ad aprire il frigo, come se potesse contenere
una via di fuga, ma non vi trovò altro che una scatola di cereali,
cinque tavolette di cioccolato e una bottiglia di latte con sopra scritto
GATTO .

IL MONDO DEI QUANTI


L’indeterminazione e il gatto di Schrödinger

Il mondo dei quanti è il mondo degli atomi e delle particelle subatomiche;


il mondo classico è il mondo delle persone e dei pianeti. Sembrano essere
molto diversi:

Quanti: non possiamo conoscere


Classico: possiamo sapere sia
entrambi con esattezza, e forse
dove si trova qualcosa sia
neanche uno dei due. Questo è il
quanto velocemente si
Principio di Indeterminazione di
muove.
Heisenberg.
Classico: una palla che si
Quanti: una particella percorre
muove da A a B compie un
tutti i tragitti da A a B, compresi
percorso determinato. Se c’è
quelli attraverso buchi diversi: i
un muro con due buchi lungo
tragitti si sommano per produrre
il tragitto, allora la palla passa
una funzione d’onda che esce
attraverso un buco oppure
fluttuando da A.
attraverso l’altro.
Quanti: la particella può
Classico: sappiamo che la raggiungere qualsiasi punto possa
palla sta andando verso B, e raggiungere la funzione d’onda.
non da qualche altra parte. Noi scopriamo solo dov’è quando
facciamo un’osservazione.
Quanti: le osservazioni cambiano
completamente la funzione d’onda:
Classico: le semplici per esempio, se osserviamo la
osservazioni non influiscono nostra particella nel punto C, la
sul moto della palla. funzione d’onda collassa per essere
completamente nel punto C (poi
riprende a fluttuare).

Un gatto nella scatola!


Ma i gatti (classico!) sono fatti di atomi (quanti!). Erwin Schrödinger
immaginò ciò che questo potesse significare per un gatto, ma non fatelo
al vostro micio (neanche Schrödinger lo fece per davvero)!
Schrödinger immaginò di chiudere un gatto dentro una scatola, in cui non
potessero penetrare né luce né suoni, con un po’ di veleno, un rilevatore
di radiazioni e una piccola quantità di materiale radioattivo. Quando il
rilevatore emette un segnale sonoro (perché un atomo produce
radiazioni), allora il veleno viene rilasciato automaticamente. Dopo un po’
che si trova nella scatola, il gatto è ancora vivo? Gli atomi che vi sono nella
scatola (compresi quelli del gatto) percorrono tutti i tragitti possibili: in
alcuni si producono radiazioni e il veleno viene rilasciato; ma questo non
succede in altri. Solo quando compiamo un’osservazione aprendo la
scatola scopriamo se il gatto è sopravvissuto. Prima, il gatto non è di
sicuro né morto né vivo… In un certo senso, è una combinazione di
entrambi!

— Cereali e cioccolato? — protestò Annie.


— L’ho sempre ritenuta una dieta perfettamente equilibrata —
replicò gelido Zuzubin. — Vi avrei chiesto le vostre preferenze
culinarie, ma non ne ho avuto il tempo. Andavate così di fretta!
— Questa è la sua stanza, vero? — chiese George, che cominciava a
intuire la verità. — È qui che viene a nascondersi quando sparisce
dalla circolazione.
— È un posto tranquillo — ammise Zuzubin. — Un buon posto
per pensare.
— Allora c’è un modo per venirne fuori — insisté George. — Dato
che ogni tanto lei torna a Foxbridge, dovremmo poterlo fare anche
noi. Non verrebbe certo qui, se ci fosse il rischio di finire chissà dove
ogni volta che apre la porta. Scommetto che ha usato questa stanza
per andare al LHC e anche in altri posti. È così che viaggia.
— Ovviamente! Usando il telecomando della TV posso scegliere un
posto specifico ed è lì che mi trovo quando apro la porta.
— Il telecomando! — esclamò George. — Annie, dobbiamo
cercare il telecomando della TV !
— Cercate quanto vi pare — ghignò Zuzubin e sventolò un piccolo
oggetto davanti allo schermo. Sconfitto, George si afflosciò, quando
riconobbe il telecomando.
— Vuole lasciarci qui mentre mio padre salta per aria? — chiese
Annie col tono di chi ha perso ogni speranza.
— Proprio così. Volete assistere allo spettacolo? Posso
sintonizzarvi, se vi va. Sono ansioso di soddisfare i miei ospiti.
— Noooo! — gridò Annie con tale disperazione che, a Foxbridge,
anche Vincent la sentì e seppe che era il momento di darsi una
mossa.
Capitolo diciassette

Vincent era rimasto in agguato alle spalle del professore, nella


speranza che le sue chiacchiere gli fornissero un indizio sul modo
per tirare Annie e George fuori dalla trappola dov’erano finiti. Era
sicuro di poterlo sopraffare senza problemi, ma a che cosa sarebbe
servito? Se Zuzubin non gli avesse rivelato come fare uscire i suoi
amici dalla strana stanza apparsa sullo schermo, era possibile che
finissero in guai perfino peggiori.
Vincent lanciò un’occhiata al cellulare di George, che aveva
raccolto da terra, e vi lesse il messaggio CHIAM ATA PERS A: CAS A. In
quel momento sentì l’urlo disperato di Annie e si rese conto di non
poter aspettare oltre.
Senza esitare, saltò da dietro l’ammasso di paccottiglia lanciando
un grido di guerra, si portò con un balzo alle spalle del professore e
lo abbatté con un rapido e preciso colpo di karate. Zuzubin fece per
voltarsi, ma prima d’esserci riuscito crollò sul pavimento come un
vecchio albero e rimase lì svenuto.
Sullo schermo, Vincent vide Annie e George fissarlo stupefatti.
— Vincent! — Annie coprì di baci lo schermo.
George la tirò indietro. — Vincent! — esclamò. — Sei stato
fantastico!
— Sei il migliore! — rincarò Annie.
Di nuovo George la scostò. — Ma Vince, come facciamo a uscire da
qui?
— Telefona a mio padre! — strillò Annie. — Digli che c’è una
bomba nel LHC !
Vincent controllò la rubrica del cellulare di George e, selezionato il
numero di Eric, schiacciò la piccola icona verde. Dopo pochi istanti,
una voce registrata lo avvertì che il telefono era spento e lo invitò a
riprovare più tardi.
— Il telecomando! — gridò George. — Prendi il telecomando a
Zuzubin!
Dopo un’occhiata a Zuzubin, ancora privo di sensi nel suo
completo di tweed e con i baffoni che ricadevano da un lato del viso,
Vincent si chinò a togliergli il telecomando dalle dita e lo avvicinò
allo schermo per mostrarlo agli amici.
— È questo?
— Sì! — gridò George. — È quello! Facci uscire da qui!
— Ma come? — chiese Vince. — Come funziona quest’affare?
— Oh no — gemette George. — Non ci avevo pensato! Non lo so…
— E se provaste a guardarlo più da vicino? — suggerì Vincent e
appoggiò il telecomando direttamente sullo schermo.
— Macché — sbuffò George. — L’immagine non è abbastanza
nitida. E per giunta dobbiamo sbrigarci. Non c’è molto tempo!
— Telefona al LHC ! — insisté Annie. — Avvertili della bomba!
— Lascia perdere — la zittì George. — Tanto non gli crederebbero.
Non c’è che una possibilità: andare lì e disinnescare la bomba noi
stessi. — Mentre George parlava, Vincent continuò a esaminare il
telecomando.
— A casa, quando schiaccio INPUT sul telecomando — disse
lentamente — le funzioni della TV cambiano. Sarebbe quello che
vogliamo, giusto? Cambiare la Trappola inversa di Schrödinger, da
trappola a portale. Che dite, ci provo? — chiese nervoso.
— Devi! — esclamò George. — È la nostra unica speranza!
Vincent prese fiato e schiacciò il tasto. Niente. Riprovò a
schiacciarlo e sullo schermo del vecchio Cosmo comparve una lista di
nomi. La stessa lista comparve sullo schermo del televisore
all’interno della stanza. Vincent lesse a voce alta la prima opzione:
Foxbridge. E poi la seconda: Large Hadron Collider.
— Devono essere i posti visitati da Zuzubin! Forse, se clicchiamo
su “Collider ”, ci porterà dove ha lasciato la bomba! Vedi tasti con le
frecce, sul telecomando? — chiese in fretta George. — Se ci sono,
usali per selezionare “Collider ”.
— E se non funziona? — balbettò Vincent. Finché si trattava di
esibirsi in sport pericolosi quali skateboard e karate, Vincent non
conosceva il significato della parola “paura”. Però era atterrito alla
prospettiva di mandare gli amici ad affrontare un pericolo mortale.
— Non posso mandarvi al LHC ! C’è una bomba, là dentro!
— Datti una mossa, Vincent! — ordinò Annie, dopo aver spinto via
George dallo schermo. — Devi mandarci lì! Se non lo fai, mio padre
non tornerà più a casa, proprio come ha detto Ermin! Prima ti decidi,
più tempo avremo per trovare la bomba e disinnescarla. Schiaccia il
tasto, Vince! E noi apriremo la porta! Svelto!
Trattenendo il fiato, Vincent spostò il cursore sulla scritta “LHC ” e
schiacciò il tasto.
Nello stesso momento, George tese una mano e aprì la porta…
L’ultima cosa che Vincent vide sullo schermo furono le schiene dei
suoi amici mentre varcavano il portale. Aveva fatto funzionare Cosmo
nel modo giusto? George e Annie erano arrivati sani e salvi al Large
Hadron Collider? Ed era sicuro che fosse stato giusto mandarli
proprio là, dove c’era una bomba pronta a esplodere? Non avrebbe
forse fatto meglio a riportarli a Foxbridge? E se aveva schiacciato il
tasto sbagliato e aperto qualche stramberia tipo un wormhole che li
aveva scaraventati chissà dove? Se per sbaglio li aveva mandati
indietro nel tempo? Che cosa sarebbe successo?
Vincent si lasciò scivolare lungo la parete e piombò a sedere con
un tonfo sul pavimento, la testa fra le mani, mentre Zuzubin, il
creatore di tanta malvagità, russava sul pavimento accanto a lui.

GUIDA PRATICA ALL’UNIVERSO


WORMHOLE E VIAGGI NEL TEMPO
Dottor Kip S. Thorne California Institute of Technology, USA

Immagina di essere una formica e di vivere sulla superficie di una mela.


Dato che la mela è appesa al soffitto con un filo, non puoi arrampicarti e
andare da qualche altra parte, perciò la superficie della mela è tutto il tuo
mondo. Ora immagina che un verme abbia scavato una vera e propria
galleria attraverso la mela, così da permetterti di andare da un lato all’altro
della mela in due modi: girando sulla superficie della mela (il tuo universo);
oppure usando come scorciatoia la galleria scavata dal verme… o
wormhole.
Possibile che il nostro Universo sia come quella mela? Possibile che
esistano wormhole capaci di collegare un posto del nostro Universo a un
altro? E, se così fosse, che aspetto avrebbero?
Il wormhole avrebbe due aperture, una a ogni estremità, probabilmente di
forma sferica. Una potrebbe trovarsi a Buckingham Palace, a Londra, e
l’altra su una spiaggia della California. Guardando nell’ingresso di Londra
(un po’ come guardare dentro una palla di cristallo), si vedrebbe la
spiaggia della California lambita dalle onde e costeggiata da palme
ondeggianti. Guardando nell’apertura in California, il tuo amico ti
vedrebbe a Londra, con Buckingham Palace completo di sentinelle alle tue
spalle. A differenza di una palla di cristallo, però, le aperture del wormhole
non sono solide. Si potrebbe entrare nella grande imboccatura sferica a
Londra e, dopo aver fluttuato per un po’ dentro uno strano tunnel,
arrivare sulla spiaggia della California e passare la giornata facendo surf.
Non sarebbe splendido, avere a disposizione un wormhole del genere?
Se la superficie della mela ha solo due dimensioni, l’interno ne ha tre: est-
ovest, nord-sud, su-giù. Il wormhole connette i vari punti della superficie
bidimensionale attraversando l’interno tridimensionale della mela. Proprio
come, nel nostro Universo tridimensionale, il wormhole connetterebbe
Londra e la California attraversando un iperspazio quadrimensionale (o
addirittura con più dimensioni estranee al nostro Universo).
Il nostro Universo è governato da leggi fisiche che determinano che cosa
può e che cosa non può accadere. Secondo queste leggi, è possibile che
esista un wormhole? Incredibilmente, la risposta è “sì”!
Purtroppo (secondo queste stesse leggi), la maggior parte dei wormhole
imploderebbe – ossia le pareti del tunnel crollerebbero – così in fretta che
niente e nessuno potrebbe attraversarli e sopravvivere. Per impedire
l’implosione, dovremmo inserire nel wormhole una bizzarra forma di
materia: una materia che possieda energia negativa e perciò produca una
antiforza di gravità che riesca a mantenerlo aperto.
Ma può esistere una materia dotata di energia negativa? Di nuovo,
incredibilmente, la risposta è “sì”! Una materia di questo tipo viene creata
ogni giorno nei laboratori di fisica, ma solo in quantità minime e solo per
un brevissimo istante. Per crearla, si prende in prestito un po’ di energia da
una regione dello spazio che non ne possiede affatto, ossia dal “vuoto”. I
prestiti però vanno restituiti molto in fretta, soprattutto se sono presi dal
Vuoto. A meno di prendere in prestito una quantità davvero minima.
Come facciamo a saperlo? Grazie alla matematica, che abbiamo usato per
esaminare con grande attenzione le leggi fisiche.
Ora immagina di essere un ingegnere eccezionale e di voler mantenere
aperto il wormhole. È possibile ammassare dentro un wormhole
abbastanza energia negativa e tenercela quanto basta da permettere ai
tuoi amici di attraversarlo? Secondo me la risposta è “no”, però nessuno lo
sa per certo. Non ancora, cioè. Finora non siamo stati abbastanza in
gamba da trovare la soluzione.
Se le leggi permettessero loro di restare aperti, è possibile che wormhole di
questo genere esistano in natura e nel nostro Universo? Molto
probabilmente no. Quasi certamente dovrebbero essere creati e
mantenuti aperti artificialmente, da ingegneri.
Quanto sono lontani, oggi, gli ingegneri umani dalla realizzazione di
un’impresa del genere? Molto, molto lontani. La tecnologia dei wormhole,
sempre che sia possibile, sarebbe difficile per noi quanto il volo spaziale
per i cavernicoli. Ma per una civiltà più avanzata, e che dominasse appieno
la tecnologia necessaria, i wormhole sarebbero il modo ideale per
viaggiare fra le stelle!
Immagina ora di essere un ingegnere che vive in una civiltà del genere.
Piazzi uno dei due ingressi di un wormhole (una delle sfere simili a una
palla di cristallo) su un’astronave, la porti lontano nell’Universo a tutta
velocità, e poi torni indietro. Secondo le leggi fisiche, questo viaggio
richiederebbe pochi giorni se misurato, visto e percepito sull’astronave, ma
molti anni se misurato, visto e percepito sul pianeta. Il risultato è ben
strano. Se entri nell’ingresso del wormhole portato nello spazio, percorri il
tunnel ed esci dall’imboccatura rimasta sul tuo pianeta natale, torni
indietro nel tempo di parecchi anni. Il wormhole, insomma, diventa una
macchina del tempo!
Con una macchina simile si potrebbe tentare di cambiare la storia. Potresti
tornare indietro nel tempo, fare visita al tuo “io” più giovane e dirgli di
restare a casa perché quel giorno, andando al lavoro, sarà investito da un
camion.
Comunque, secondo l’ipotesi di Stephen Hawking, le leggi fisiche in sé
impediscono a chiunque la costruzione di una macchina del tempo,
proprio per evitare il rischio che qualcuno cambi la storia. E dato che
“cronologia” significa “organizzare e classificare gli eventi secondo la loro
successione nel tempo”, questa è stata chiamata Congettura di protezione
cronologica. Non sappiamo per certo se Stephen abbia ragione, ma
conosciamo due modi in cui le leggi fisiche potrebbero impedire la
costruzione di una macchina del tempo, proteggendo così la cronologia.
Primo: le leggi fisiche potrebbero impedire perfino a ingegneri delle civiltà
più avanzate di ammassare energia negativa sufficiente a stabilizzare un
wormhole e permetterci così di attraversarlo. E dato che, usando le leggi
fisiche, Stephen ha provato che ogni macchina del tempo richiederebbe
energia negativa, questo impedirebbe la costruzione di qualunque
macchina del tempo, non solo di quelle basate sull’utilizzo di un
wormhole.
Secondo: i miei colleghi fisici e io abbiamo dimostrato che le macchine del
tempo potrebbero autodistruggersi, forse con una spaventosa esplosione,
appena qualcuno provasse ad azionarle. Le leggi fisiche ci forniscono seri
indizi che questo potrebbe succedere, però non conosciamo ancora a
sufficienza le leggi e le loro previsioni da poterne essere certi.
Insomma, il verdetto finale non è chiaro. Non sappiamo per certo se le
leggi fisiche consentirebbero a civiltà estremamente avanzate di creare
wormhole e usarli per viaggiare fra le stelle o indietro nel tempo. Scoprirlo
richiede una comprensione di queste leggi maggiore di quella a cui siamo
arrivati al momento io, Stephen e gli altri scienziati.
Questa è la sfida che aspetta voi: la prossima generazione di scienziati.

Kip
Capitolo diciotto

Nel loro quartier generale segreto, anche i capi dei VERM I erano
incollati allo schermo di una TV che mostrava la sala controllo del
Large Hadron Collider.
— Questo ti piacerà — disse uno di loro a Ermin, che non osava
mostrare i suoi veri sentimenti e si fingeva ansioso di vedere che cosa
succedeva. — Finalmente il tuo vecchio nemico Eric Bellis sarà
eliminato per sempre! Meglio ancora, quando il Collider esploderà,
tutti crederanno che sia successo a causa dell’esperimento e si
convinceranno che Bellis ne avesse volutamente minimizzato i rischi.
— Ah ah. — Ermin si costrinse a ridere, mentre in cuor suo si
augurava che l’incontro con George sull’asteroide fosse in qualche
modo servito a sventare quel piano spaventoso. — Sono così…
elettrizzato…
Le lancette dell’orologio continuavano ad avanzare. Erano già le
19.15 e la riunione al Collider doveva iniziare alle 19.30. La sala
controllo del LHC , il luogo più segreto e sicuro della grande caverna,
si stava riempiendo di scienziati. Pur trovandosi sottoterra, come le
gallerie di accelerazione e i rivelatori di particelle, quella sala non era
sigillata, ma un muro spessissimo proteggeva gli scienziati dagli
eventuali risultati dell’esperimento.
Era anche un luogo sicuro. O almeno così credevano i membri
dell’Ordine della Ricerca Scientifica. Non sapendo che qualcuno
aveva inserito nella sala una telecamera nascosta, erano convinti di
essere al riparo da occhi indiscreti. Invece ogni loro parola e ogni loro
gesto erano osservati proprio dai peggiori nemici dell’Ordine.
Al centro della sala si trovava il piccolo Cosmo, lo schermo di
traverso e parecchi cavi che spuntavano dal retro, un po’ sottosopra
dopo il lungo interrogatorio a cui lo aveva sottoposto la Griglia. Uno
scienziato entrò nella sala e lo ispezionò, poi fece una smorfia
quando notò i danni che aveva subito.
— È quello, Bellis? — chiese il predicatore televisivo, scrutando lo
schermo.
— No — rispose Ermin. — Bellis non è ancora arrivato. — Quanto
avrebbe voluto essere sicuro che Eric fosse da qualche altra parte,
possibilmente ascoltando le informazioni di George sulla bomba
quantica!
— Deve essere lì alle sette e quaranta — disse irritato un altro
capo dei VERM I . — Deve trovarsi al centro dell’esplosione.
I minuti continuavano a scorrere ed Ermin a trattenere il fiato. Le
lancette segnavano le 19.30, quando finalmente la porta della sala
controllo si spalancò per lasciar passare Eric, di ritorno dalla sua
passeggiata rilassante e deciso ad affrontare in modo combattivo il
proprio destino…

Dall’altro lato della parete spessa due metri, George e Annie


varcarono d’impeto il portale che si era spalancato nella Trappola
inversa di Schrödinger, si spintonarono l’un l’altra e atterrarono in
una confusione di braccia e gambe sul pavimento di metallo.
— Spoftati! — protestò Annie, che era schiacciata da George. Il
ragazzo rotolò di lato e, prima di alzarsi sulle gambe molli, rimase
seduto sul pavimento a fissare stordito il grande disco di metallo che
avevano davanti.
Somigliava a un banalissimo disegno del Sole, tondo e scintillante
e circondato da tantissimi raggi. Attorno al bordo del cerchio c’era un
anello di placche di metallo azzurrine e più all’esterno, enormi
braccia tubolari grigie si tendevano in un abbraccio possente. La
macchina torreggiava su di loro come una cattedrale: immensa,
silenziosa, imponente. Era il genere di posto in cui viene voglia di
parlare a voce bassa.
Finalmente George riuscì a rialzarsi barcollando. A quanto pareva,
erano atterrati su una specie di piattaforma. Guardò l’amica, ancora
raggomitolata sul pavimento. — Stai bene? — le chiese.
Annie voltò il viso verso di lui, socchiuse appena le palpebre
lasciando intravedere un lampo azzurro e tornò a chiudere gli occhi.
— Sì, sto bene — rispose. — Mi serve solo un momento. È come
quando dormi profondamente e qualcuno accende la luce di colpo.
George si guardò attorno. — C’è qualcuno, qui? — chiamò. La sua
voce si smarrì nel vuoto, quasi inghiottita dall’enorme macchina, e
l’unica risposta fu un insieme ritmico di sibili strani: FIIIIuuuuu,
FIIIIuuuuu, FIIIIuuuuu. A parte quel suono, però, non sembrava che
attorno ci fosse qualcuno.
Quel che George non notò furono i microscopici sensori di moto
che, avvertito all’istante l’arrivo non autorizzato di due esseri umani,
avevano azionato il sistema di allarme e trasmesso le immagini degli
intrusi sugli schermi dell’intero complesso. George e Annie,
circondati dai macchinari intricati e dalle pareti spesse, non potevano
sentire le sirene che annunciavano che il sistema di sincronizzazione
era stato azionato, dando inizio al beam dump. Questo significava che
i raggi protonici erano spinti fuori dai tubi dell’acceleratore per
sbattere contro cilindri di grafite lunghi sette metri, ognuno
contenuto in un cilindro di acciaio. Perciò i due ragazzini non
sospettavano che la loro presenza fosse stata scoperta e avesse messo
in moto una reazione rumorosa e drammatica.
Annie si rialzò a sua volta barcollando e batté le palpebre. —
Siamo su un’astronave? — bisbigliò guardandosi attorno. — Nella
sala motori di un’astronave?
— Non credo. — George scosse la testa. — La gravità è normale e
possiamo respirare senza bisogno di bombole di ossigeno. Secondo
me siamo ancora sulla Terra e questo dev’essere il Large Hadron
Collider… Perciò il vecchio Cosmo ci ha portati nel posto giusto.
— Questo sì che è un colpo di fortuna — disse Annie. Gli si fece
più vicino, come sempre quando era nervosa. — Ma ora che
facciamo? Come troviamo papà? E…?
George stava per risponderle, quando l’amica lanciò un urlo.
— Che cosa succede? — le chiese spaventato. Annie era proprio
accanto a lui e in giro non si vedeva nulla di particolarmente
spaventoso.
— Una cosa… pelosa… sulla gamba! — ansimò Annie, pietrificata
dal terrore. George abbassò lo sguardo e vide il gatto bianco e nero,
che era prigioniero con loro della trappola crudele di Zuzubin,
strusciarsi contro le caviglie della ragazzina.
George si chinò e prese il gatto fra le braccia. — Va tutto bene —
disse in tono rassicurante, rivolto sia ad Annie sia al micio. — È il
gatto di Zuzubin. Deve averci seguito nel wormhole. — Gli grattò la
testa, e il gatto fece le fusa e si strinse a lui.
— Siamo sicuri che non sia pericoloso? — chiese dubbiosa Annie,
mentre si riprendeva dallo spavento. — Non pensi che Zuzubin si sia
trasformato in un gatto e ci abbia seguiti per fare altre carognate?
— Non credo — replicò George e accarezzò il pelo bianco e nero.
— Il gatto mi sembra amichevole. Mi sa che voleva uscire da quella
stanza almeno quanto noi. Guarda… — Le mostrò una medaglietta
appesa al collo del micio. — Che cosa c’è scritto?
Annie la girò e lesse: — “Ricompensa! Ricercato, vivo o morto.” —
Tornò a girare la medaglietta e proseguì: — “Schrödy.” Dev’essere
così che si chiama. E c’è scritto anche qualcos’altro, in lettere più
piccole: “Sono il gatto che cammina solo.”
Di colpo il gatto soffiò e piantò gli artigli nel braccio di George,
che si affrettò a lasciarlo cadere sul pavimento.
— Ahia! — strillò.
— Visto? — commentò Annie. — Non possiamo fidarci di niente
che sia uscito da quella stanza orribile!
Il gatto atterrò su quattro zampe e mosse qualche passo sulle
punte, come una ballerina en pointe. Soffiò di nuovo e raschiò il
pavimento di metallo, rizzò il pelo sulla schiena e si inarcò come se
avesse davanti un avversario invisibile. Alzò lo sguardo su George, i
baffi frementi, e subito lo distolse.
— Che c’è, Schrödy? — chiese George e si accovacciò accanto a lui.
— Scommetto che è un altro trucco — lo avvertì Annie.
Schrödy fece qualche passo, si voltò, tornò indietro, girò un paio di
volte attorno a George, si allontanò e di nuovo tornò da lui, senza mai
smettere di fissarlo.
— Vuole che lo seguiamo — disse lentamente George.
— Dovremmo seguire un gatto? — chiese Annie incredula.
— Sono stato spedito nello spazio da un criceto parlante — le
ricordò George. — E rinchiuso dentro una stanza assurda da uno
scienziato pazzo che vuole fare esplodere il Large Hadron Collider.
Perciò perché non dovremmo seguire un gatto? In fin dei conti è il
gatto di Zuzubin.
— Pensavo fosse il gatto di Schrödinger — replicò Annie.
— Quale che sia! È un gatto esperto in fisica, forse sa qualcosa.
Forse, attraverso la finestra della Trappola, ha visto dove Zuzubin ha
nascosto la bomba! — George guardò le macchine enormi e quasi
silenziose che li circondavano, e proseguì: — Del resto, al momento
non abbiamo altri indizi e non sappiamo come trovare tuo padre. O
la bomba.
Annie riprovò a utilizzare il cellulare, ma non c’era campo.
— Se questo è il Large Hadron Collider — riprese George — e
penso che lo sia, significa che siamo sottoterra. Probabilmente
quest’affare — indicò la grande macchina — è una specie di sensore
che circonda il tubo dove collidono i protoni.
— Se siamo sottoterra… — disse lentamente Annie — è come se
fossimo in metropolitana.
— Esatto. — George annuì. — Siamo usciti da una trappola per
finire dritti in un’altra. Questa però è molto più pericolosa.
Comunque sono sicuro che se siamo arrivati qui è per un buon
motivo. Il vecchio Cosmo deve averci portati in uno dei punti del
Large Hadron Collider visitati da Zuzubin. E questo significa che la
bomba si trova da qualche parte qua attorno.
Di nuovo Schrödy soffiò e saltellò impaziente sul pavimento. Nel
silenzio spettrale del gigantesco sensore, i ragazzini ebbero
l’impressione di sentire ticchettare la bomba. Nella loro mente,
videro scorrere gli ultimi minuti e videro la bomba esplodere,
distruggendo il più grande esperimento dell’umanità e una quantità
spaventosa di vite umane.
— Seguiamo il gatto! — decise Annie, rompendo il silenzio. —
Coraggio, Schrödy, mostraci la strada.
Schrödy si leccò i baffi e li fissò con quello che pareva un sorrisetto
soddisfatto, prima di trotterellare verso il bordo della piattaforma,
dove scendeva una rampa di gradini azzurri. Una volta lì, il gatto si
fermò e fissò George in attesa.
— Vuole che lo prendi in braccio — tradusse Annie.
— Tieni giù le unghie, Schrödy! — gli raccomandò George, poi lo
prese in braccio e cominciò a scendere. Annie lo seguì rapida, gli
scalini di metallo che tintinnavano a ogni passo.
Quando furono in fondo alle scale, Schrödy si divincolò fra le
braccia di George e atterrò con grazia sul pavimento. I ragazzi lo
seguirono mentre girava attorno al fianco ricurvo dell’enorme
sensore ATLAS .
— George… — Annie gli tirò la manica, mentre seguivano in
punta di piedi il micio bianco e nero. — E se Schrödy non ci porta
dov’è la bomba? Che cosa facciamo?
George sentì una stretta allo stomaco. — Non lo so — ammise e si
sforzò di mostrarsi coraggioso. — Cercheremo tuo padre e di sicuro
lui riuscirà a fermarla. Ci riuscirà, Annie!
Ma entrambi erano fin troppo consapevoli di essere nelle viscere
della Terra, circondati da cemento, roccia e strati di macchine di
metallo. Se la bomba fosse esplosa, non avrebbero avuto la minima
possibilità di salvezza.
Il gatto li guidò in fondo all’enorme camera sotterranea. Il vasto
ventre di ATLAS , composto da milioni di parti, torreggiava su di loro
curvandosi verso l’alto. I ragazzini alzarono sgomenti lo sguardo sul
più grande esperimento mai preparato dall’umanità.
— Se la bomba è là dentro non la troveremo mai — sussurrò
Annie.
Per un momento anche George si sentì assalire dalla disperazione,
ma Schrödy la pensava diversamente. Soffiando, estrasse ancora una
volta gli artigli e li piantò in una gamba di Annie, perforando i jeans
spessi con le punte aguzze.
— Ahi! Sei un gatto orribile! — strillò la bambina.
Senza scomporsi, il micio fissò lei e George in attesa, agitò la coda
e trottò verso un distributore di bibite piazzato in un angolo. Un
oggetto così familiare fra tante cose straordinarie da essersi
mimetizzato sullo sfondo, fino a diventare quasi invisibile.
— Schrödy! — esclamò Annie indignata. — Non vorrai da bere
proprio ora! Abbiamo ben altro per la testa!
George si avvicinò alla macchina e la esaminò con cura. — Annie
— disse a voce bassa — non noti qualcosa di strano in quest’affare?
Annie lo raggiunse e osservò anche lei la macchina. La metà
superiore era suddivisa in scomparti, ognuno con l’immagine di una
bibita e, di fianco, il pulsante da premere per ordinarla. Sotto l’elenco
delle diverse bevande, però, un cartello scritto a mano annunciava
FUORI S ERVIZIO.
— Non ho mai sentito nominare queste bibite — commentò Annie
e si voltò a guardare l’amico. — Non esistono! Gustaquark! Ghiotto
Gluone! Nettare di Neutrino! Che roba è? E come mai le luci sono
accese anche se c’è scritto FUORI S ERVIZIO?
George contò rapidamente. — Otto — mormorò e aggrottò la
fronte. — Ci sono otto bibite. Ermin mi ha detto che la bomba ha otto
interruttori.
Annie trattenne il fiato. — Vuoi dire che la bomba è qua dentro? E
che dobbiamo scegliere la bibita giusta per disinnescarla?
George tirò fuori il foglietto con il lungo codice numerico
fornitogli da Pallino. — È questo! Questo è il codice che aziona gli
interruttori e permette di innescare, o disinnescare, la bomba. Per via
della sovrapposizione quantica, per innescarla sono stati usati tutti e
otto gli interruttori. Però solo uno è quello davvero importante. Ma
quale?
— Cioè, se schiacciamo il pulsante sbagliato, la bomba esplode? —
chiese Annie.
— Sì. È impossibile sapere qual è la bibita giusta da chiedere,
finché non proviamo a schiacciare un pulsante. Ed è altamente
probabile che sia quello sbagliato. Però Ermin mi ha anche detto di
avere fatto in modo che, alla fin fine, fosse possibile disinnescare la
bomba. Ha detto di avere fatto un controllo…
— In tal caso — proseguì Annie, facendo rapidamente due più
due — significa che deve aver saputo quale bibita chiedere per
evitare la sovrapposizione quantica, quale interruttore usare per
disinnescare la bomba. Pallino ti ha dato il codice…
— E noi dobbiamo semplicemente scegliere la bibita giusta —
concluse George. — Tutto qui.
— Tutto qui… — gli fece eco Annie, lo sguardo fisso sulla
macchina. Fece un passo avanti.
— Non toccare niente — l’avvertì George. — Potrebbe esserci
qualche trappola.
— Non la tocco, però dobbiamo scegliere. Guarda!
Sotto la fessura per inserire le monete c’era un piccolo schermo,
dove appariva la cifra pagata per la bibita scelta. Ora sullo schermo
c’erano solo due numeri in rapida diminuzione: davanti agli occhi
sbigottiti dei ragazzi, 80 fu sostituito da 79. — Sono i secondi che
mancano all’esplosione, ci scommetto! — esclamò Annie. —
Dobbiamo fare qualcosa alla svelta, o la bomba esploderà. Che cosa
succede se premiamo tutti gli interruttori nello stesso momento?
Potrebbe funzionare?
— No, perché è un distributore di bibite. È questa la furbata! Con
una macchina normale, puoi schiacciare un solo bottone alla volta
per prendere una bibita. Ti è permessa un’unica scelta. Perciò non
possiamo premere più di un pulsante.
— D’accordo, ma quale?
George deglutì e lesse la prima fila dell’elenco di bibite. — Frizzi-
Wizzz. Gustaquark! Ghiotto Gluone. Fotone Gelato. Nettare di
Neutrino. Elettroni Energetici. Hi-Hi-Hi-GG-Su! FrescoTau al Limone.
— Sul piccolo schermo lampeggiò la scritta 60: i secondi scorrevano
in fretta. George abbassò lo sguardo su Schrödy. — Hai qualche idea?
— gli chiese. Il gatto scosse mesto la testa, come per dire che aveva
fatto tutto il possibile, si raggomitolò ai suoi piedi e cominciò a
pulirsi i baffi. — Annie? — disse George speranzoso.
— Una delle bibite dev’essere fuori posto, quella usata da Ermin
per fare il controllo, in modo da costringere la bomba a scegliere uno
degli otto codici in particolare. Ma quale bibita?
— Bosoni W e Z… — bofonchiò George fra sé e sé. — Quark,
gluone, fotone, neutrino, elettrone, Higgs e Tau. Quale usare? — Di
colpo il cervello gli si illuminò come le lucine del distributore di
bibite. — Eureka! — esclamò. — Ci sono! È l’Higgs! È quello il nome
fuori posto.
— Sicuro? — chiese Annie. Il piccolo schermo indicava che
mancavano soltanto trenta secondi all’esplosione.
— Higgs — spiegò in fretta George — è l’unico elemento teorico.
Tutti gli altri li conosciamo, sappiamo che esistono. Però non
sappiamo se la particella Higgs esiste davvero o se è soltanto
un’ipotesi utile per combinare al meglio tutte le nostre conoscenze.
— Allora schiaccia il pulsante! — gridò Annie. — Svelto!
Mancavano appena 15 secondi, quando George sollevò la mano…
ed esitò.
Se si fosse sbagliato?
Se avesse schiacciato il pulsante sbagliato e avesse fatto saltare per
aria il Large Hadron Collider e tutti quelli che c’erano dentro?
Un ricordo gli attraversò la mente. Una volta Eric gli aveva detto
che nella teoria dei quanti tutte le osservazioni erano
fondamentalmente imprevedibili (“indeterminate” era il termine che
aveva usato). I fisici non potevano che calcolare la probabilità di un
particolare risultato, e solo in situazioni speciali la probabilità
diventava una certezza. Allora come aveva potuto Ermin costringere
la bomba a scegliere Hi-Hi-Hi-GG-Su? George abbassò lo sguardo sul
foglietto fornitogli da Pallino e di colpo si rese conto che l’ultimo
carattere della sfilza di simboli non era un numero, ma una H
maiuscola.
Sullo schermo proseguiva rapido il conto alla rovescia – 9 8 7 6 5 –
quando George, finalmente sicuro di sé, schiacciò il pulsante
collegato alla bibita Hi-Hi-Hi-GG-Su.
Di punto in bianco tutte le luci della macchina, tranne quella della
bibita prescelta, smisero di lampeggiare. Il conto alla rovescia si
bloccò al 4. In una finestrella accanto ai pulsanti cominciò a scorrere
la scritta INS ERIRE CODICE.
Senza esitare, George digitò la parte numerica del codice di
Pallino. L’intera macchina s’illuminò un istante e vibrò da capo a
piedi, i numeri sullo schermo sparirono e al loro posto comparve la
scritta DIS INNES CATA.
Infine, davanti agli occhi stupefatti dei ragazzi, la macchina lasciò
cadere sferragliando una lattina nel vassoio trasparente sul fondo e si
spense del tutto.
— Questa poi non me l’aspettavo! — commentò George.
Schrödy fece le fusa soddisfatto e Annie si afflosciò sul pavimento,
sopraffatta dal sollievo. Di colpo sentirono qualcos’altro: il tonfo di
una porta pesante che veniva spalancata e un suono di passi sempre
più vicini. Dopo pochi istanti, un Eric dall’aria stravolta sbucò da
dietro la grande macchina e si bloccò alla vista dei ragazzi.
— Annie! George! — esclamò. — Per tutte le comete! Che cosa ci
fate qui? — Dietro di lui comparve una schiera di scienziati
stupefatti, scesi a tutta velocità nella caverna dove si trovava ATLAS .
Appena era scattato l’allarme, Eric e i colleghi si erano resi subito
conto che due piccole creature si erano introdotte chissà come nella
caverna del sensore ATLAS . Facendosi largo tra la folla stretta attorno
allo schermo su cui erano comparsi gli intrusi, Eric si era reso conto
inorridito che somigliavano stranamente a sua figlia Annie e al suo
migliore amico George. Insieme agli altri, li aveva visti scendere dalla
piattaforma e uscire dalla visuale delle telecamere. Eric si era
precipitato all’istante fuori dalla sala controllo e verso ATLAS .
— Papà! — Annie corse ad abbracciarlo. — Sei salvo! Il Large
Hadron Collider non salterà in aria! La scienza non è finita!
— Ma di che cosa parli? — esclamò Eric.
— Professor Bellis — intervenne un altro scienziato — può
spiegare come hanno fatto questi due ragazzini, in apparenza
collegati a lei, a introdursi nella sezione sotterranea e supersicura del
LHC , facendo scattare il sistema di sicurezza e interrompendo
l’esperimento?
— Ecco… dottor Ling… — balbettò Eric.
— Allora? Potrebbe gentilmente spiegarci che cosa succede? — Il
dottor Ling aveva sottobraccio Cosmo, il piccolo computer argenteo.
Nonostante la fretta di seguire Eric fuori dalla sala controllo, il dottor
Ling non aveva voluto lasciare Cosmo incustodito.
— Oh… eh… veramente no! — disse Eric. I colleghi cominciarono
ad accigliarsi, ma George fu svelto a farsi avanti.
— Uhm… ciao a tutti — disse. — Mi dispiace per questa faccenda,
ma il fatto è che dentro la macchina delle bibite c’era una bomba
quantica…
— La macchina delle bibite? — esclamò il dottor Ling. — Ma se è
fuori servizio da una vita! Non la usa mai nessuno… ah —
S’interruppe e aggrottò la fronte, per poi osservare: — Senza dubbio
un posto molto intelligente dove nascondere una bomba.
— Se fosse esplosa — proseguì George — l’intero Collider sarebbe
stato distrutto. Noi… cioè io e Annie, perché da solo non ci sarei mai
riuscito, sapevamo che la bomba era innescata o disinnescata da otto
interruttori e dato che il distributore offre otto bibite, ognuna doveva
rappresentare un interruttore. Avevamo il codice — sventolò il
foglietto con il codice fornito da Pallino — e sapevamo che chi ha
costruito la bomba aveva eseguito una prova in gran segreto, perciò
non ci restava che capire quale pulsante premere, qual era la bibita
giusta da scegliere. E abbiamo pensato che fosse “Higgs”, perché
tutti gli altri sono nomi di particelle di cui conosciamo l’esistenza,
mentre quella di Higgs è solo teorica, non è stata ancora confermata
dagli esperimenti al Large Hadron Collider. Ed era la scelta giusta,
perché il codice finisce con “H”! — George lanciò un’occhiata ad
Annie e concluse: — Così abbiamo scelto Higgs, inserito il codice, e
ora la bomba è disinnescata.
— Ah… dunque la particella Higgs è stata osservata per la prima
volta al Large Hadron Collider — commentò uno scienziato. — E
grazie a un distributore di bibite!
— Una bomba quantico-meccanica? — bisbigliarono gli altri
scienziati. — Chi ha potuto escogitare un congegno così diabolico?
— Ma com’è possibile? — chiese ansioso il dottor Ling. — Chi mai
poteva voler provocare un tale disastro?
George e Annie si scambiarono un’occhiata, poi la ragazzina si
alzò e cominciò a sua volta a spiegare com’erano andate le cose.
— Quell’organizzazione, i VERM I … — Alcuni scienziati
mugugnarono, ma Annie proseguì: — I VERM I volevano far esplodere
il Collider con tutti voi dentro, così la gente avrebbe pensato che era
tutta colpa del vostro esperimento. Avrebbero preso due piccioni in
un colpo solo: spazzato via i migliori scienziati del mondo e fatto
credere a tutti che esperimenti di questo tipo sono troppo pericolosi
e da non ripetere mai più.
— Non capisco — insisté il dottor Ling. — Come sono riusciti a
portare qui una bomba? Le misure di sicurezza del Collider sono
severissime. Come ci sono riusciti?
— C’era un traditore, fra voi — spiegò George.
— Era Zuzubin, vero? — lo interruppe Eric in tono avvilito. — È
stato lui a tradirci, è così? Sai anche perché, George?
Eric aveva un’aria così triste che George avrebbe preferito non
parlare più del tradimento di Zuzubin, però sapeva di dovergli dare
una risposta.
— Ecco, io e Annie pensiamo che Zuzubin volesse usare il vecchio
Cosmo per riscrivere il passato. Come una specie di macchina del
tempo. Voleva far credere che le sue teorie, quelle ormai dimenticate
da tutti, fossero sempre state esatte, e le tue sbagliate. E tentava di
modificare il passato perché sembrasse che lui aveva predetto fin da
allora l’esplosione del Large Hadron Collider.
Eric si tolse gli occhiali e li strofinò sulla camicia. — Povero
vecchio Zuzubin… — mormorò.
— Povero vecchio Zuzubin? — esclamò George. — Ma se ha tentato
di farci saltare tutti in aria! Non puoi essere dispiaciuto per lui!
— Dev’essere impazzito — ribatté Eric e scosse la testa. — Lo
Zuzubin che conoscevo io non avrebbe mai agito così. Sapeva che la
scienza è una storia in continuo sviluppo. Non ha importanza chi ha
ragione e chi ha torto, importa solo che progredisca. Importa solo
fare meglio che si può e lasciare che gli scienziati dopo di te possano
edificare su quello che hai creato. Può capitare che le tue teorie
vengano smentite, è un rischio che corriamo tutti. Provare una nuova
via significa correre rischi, ma se non lo fai, non otterrai mai risultati
significativi. E naturalmente a volte ti sbagli. È questo il punto. Devi
provare e fallire e riprovare e andare avanti… Non solo nella scienza,
ma anche nella vita.
— Senza contare — aggiunse il dottor Ling — che le sfide
maggiori arrivano non quando le nostre ipotesi si dimostrano esatte,
ma quando non lo sono. Quando scopriamo nuove informazioni che
ci costringono a cambiare tutto quello che pensavamo di sapere.
D’un tratto il suo cercapersone cominciò a squillare e così pure
quelli degli altri scienziati. Nella sala echeggiò un cinguettio
frenetico, come se vi fosse entrato uno stormo di fringuelli. Tutti
presero il rispettivo cercapersone e lessero il breve messaggio.
L’istante successivo si levò un grido esultante.
— Che cosa succede? — chiese George.
Eric abbracciò di nuovo lui e Annie. — È ATLAS ! — esclamò. — Ha
i risultati! Quando meno ce lo aspettavamo! Ha nuove informazioni
sulle origini dell’Universo. Se mi fosse possibile trasmettere
l’informazione a Cosmo… — La sua voce si affievolì e si spense.
Tutti gli scienziati si zittirono, ricordando che il delicato problema
della custodia di Cosmo non era stato ancora risolto.
Per un momento il dottor Ling rimase immobile, pensieroso. —
Professor Bellis — disse infine — credo che prima di indagare le
nuove eccitanti informazioni fornite da ATLAS ci sia una faccenda da
risolvere. Ma prima di chiedere ai membri dell’Ordine della Ricerca
Scientifica di decidere se Cosmo debba restare affidato a lei, vorrei
sapere come mai questi due ragazzini sono al corrente di tante cose.
E come hanno fatto a usare le loro inaspettate conoscenze di teoria
quantica per prevenire la distruzione del Large Hadron Collider, un
evento che avrebbe fermato il progresso scientifico per secoli.
Eric fece per aprire bocca, ma George lo precedette.
— Posso rispondere io, alla sua domanda — disse il ragazzo,
rivolto al dottor Ling. — Sappiamo tante cose perché ce le ha
spiegate Eric. Ma non si è limitato a spiegarle: ci ha permesso di
accompagnarlo nei suoi viaggi nell’Universo così da permetterci di
capire le cose da soli. Non solo ci ha fornito informazioni di ogni
tipo, ma ci ha incoraggiati a usare il cervello per utilizzarle al meglio.
— E ha usato Cosmo a questo scopo? — domandò il dottor Ling.
— Cosmo lo ha aiutato a rendere tutto più divertente e
appassionante — rispose George. — Così, quando ci troviamo
davanti a nuove sfide, sappiamo come applicare alle situazioni più
varie quello che abbiamo imparato e troviamo le risposte giuste.
Però… — George lanciò un’occhiata ansiosa a Eric, ma decise
comunque di continuare — non saremmo mai riusciti a salvare il
Collider e tante vite umane, se non fosse stato per il dottor Ermin. Ha
corso un grosso rischio aderendo ai VERM I . Chissà che cosa avrebbero
potuto fargli se avessero scoperto che li aveva traditi! Il dottor Ermin
ha mandato nello spazio il suo avatar per avvertirmi della bomba.
Senza di lui, non saremmo mai riusciti a fermarli. Perciò, perché non
ci ripensate e lo riammettete nell’Ordine? Se lo merita, davvero!
— Interessante — replicò il dottor Ling. — Suggerisco di mettere
ai voti le tue proposte. Tutti quelli favorevoli alla proposta di lasciare
la custodia di Cosmo a Eric Bellis alzino per piacere la mano.
Si sollevò una foresta di mani.
— Contrari?
Neanche un braccio si mosse.
— Tutti quelli favorevoli alla riammissione di Victor Ermin
nell’Ordine della Ricerca Scientifica?
Diverse mani si alzarono, ma anche con il voto di Eric mancavano
ancora due voti.
— George e Annie — intervenne Eric — anche voi due fate parte
dell’Ordine. Vi piacerebbe votare?
I ragazzini sorrisero e alzarono la mano.
— In tal caso — disse il dottor Ling, mentre consegnava il
supercomputer a Eric — ho il piacere di restituirle Cosmo. Quanto al
dottor Ermin, lo troveremo e lo informeremo della decisione di
riammetterlo fra noi. Per ringraziarlo di avere salvato non solo noi,
ma la scienza stessa.
— Grazie! — Eric strinse felice Cosmo. — Grazie dottor Ling.
Grazie a tutti voi, colleghi dell’Ordine della Ricerca Scientifica. E
soprattutto grazie a voi, Annie e George.
— Un’ultima cosa — disse il dottor Ling, mentre il gruppo
cominciava a dirigersi verso l’ascensore. — Niente più porcelli, Eric.
Per piacere. Non usando il supercomputer, almeno.
— Sicuro! — si affrettò ad annuire Eric. — La prossima volta che
dovrò trasferire un porcello userò l’auto. Appena l’avrò ritrovato —
aggiunse sottovoce. Era la prima voce nella sua lista di cose da fare.
Ovviamente dopo aver esaminato i risultati degli esperimenti sui
primordi dell’Universo.
— Fra parentesi — aggiunse il dottor Ling, mentre raggiungevano
la coda per l’ascensore — sbaglio, o mi è sembrato di vedere un
gatto? Ma è assurdo, come potrebbe esserci arrivato, un gatto,
quaggiù?
— Oh, quello era Schrödy… cioè… — Annie si guardò attorno e si
zittì, al non vedere traccia del micio bianco e nero. — Forse è andato
in un’altra dimensione — mormorò stupita. — In fin dei conti, se la
M-Teoria è esatta, ne ha dieci da scegliere.
— Schrödy? — indagò il dottor Ling.
— Un amico immaginario — disse deciso George. — Di Annie. In
fondo non è che una bambina, signore, e ha ancora queste fantasie…
Ahia! Ahia! Smettila, Annie!

LA M-TEORIA – 11 DIMENSIONI
Come possiamo combinare la classica Teoria della Relatività Generale di
Einstein, che descrive la forza di gravità e la forma dell’intero Universo, con
la teoria quantistica che spiega minuscole particelle fondamentali e tutte
le altre forze?

I tentativi che hanno avuto più successo coinvolgono tutti le dimensioni


spaziali addizionali e la supersimmetria.

Le dimensioni addizionali sono arrotolate così strettamente che i corpi


grandi non le notano nemmeno!

La supersimmetria implicherebbe più particelle fondamentali: per esempio


i fotini si accoppiano con i fotoni e gli squark con i quark!
(Il LHC può vederli e forse anche scoprire dimensioni addizionali.)

La teoria delle superstringhe (stringhe supersimmetriche) sostituisce le


particelle (punti) con minuscole “stringhe” (linee). Vibrando in modi diversi
– come note diverse su una corda di chitarra – le stringhe si comportano
come tipi diversi di particelle. Anche se sembra strano, le stringhe possono
spiegare la gravità!

Le superstringhe devono esistere in 10 dimensioni, in modo che 6


dimensioni spaziali addizionali siano nascoste. Non si capisce ancora
esattamente come questo accada.

Nel 1995 Ed Witten suggerì che i vari tipi di teorie delle superstringhe siano
tutte approssimazioni di un’unica teoria in 11 dimensioni, che lui chiamò
M-Teoria.

Gli scienziati non sono d’accordo sul significato della M: è magia, mistero,
maestro, madre o forse membrana? Le future generazioni di fisici
scopriranno la verità!

Gli scienziati studiano la M-Teoria da allora, ma ancora non sanno cosa sia,
o se in realtà non sia la Teoria del Tutto.
Capitolo diciannove

Una volta tornati nella sala controllo del CERN, gli scienziati si
radunarono elettrizzati attorno agli schermi dei computer per
esaminare i nuovi sorprendenti dati forniti da ATLAS , grazie alle
collisioni ad alta energia in corso nelle gallerie sottostanti. Il dottor
Ling ed Eric erano impegnati a passare quegli stessi risultati a
Cosmo.
— È tutto così elettrizzante — disse Eric ai ragazzi. — Queste
nuove informazioni permetteranno a Cosmo di mostrarci una
simulazione a ritroso degli inizi dell’Universo, iniziando da ora e
tornando a tredici virgola sette miliardi di anni fa. Sarà un vero
spettacolo!
— Senti, papà — lo interruppe Annie. — Prima di iniziare, potresti
fare una telefonata alla mamma? Era preoccupatissima e vorrà sapere
se è tutto a posto.
— Sì, certo! — Eric prese uno dei telefoni sulla scrivania e
compose il numero.
— Ciao, Susan! — disse nel ricevitore. — Sì, sì, sto bene… Cosa?
Annie? Sparita? No, è qui con me. Come ha fatto ad arrivare in
Svizzera? Be’, è una lunga storia… No, anche George è qui. Sì,
torneremo in tempo per la festa… No, non ho dimenticato che ho
promesso di passare a prendere la torta…
Mentre Eric tentava di spiegare come avessero fatto i ragazzi a
raggiungere il Large Hadron Collider, George batté sulla spalla del
dottor Ling.
— Dottor Ling — chiese. — Che cosa succederà ai membri dei
VERM I ?
— Ho fatto diramare un allarme internazionale — rispose lo
scienziato in tono serio. — Spero che li trovino e li arrestino quanto
prima. Hanno messo in pericolo molte vite ed è solo grazie a te e a
Annie che oggi non è successa una tragedia.
— Li troveranno?
— Li rintracceremo, dovunque siano.
— A loro non interessava affatto proteggere il mondo, vero?
Volevano solo spaventare un sacco di persone per spingerle a unirsi a
loro.
— Proprio così. Fingevano di voler proteggere l’umanità, ma non
era vero. Hanno usato un buon motivo per celarne uno cattivo. E
questa è un’azione davvero malvagia.
— Ai miei genitori non piace molto la scienza — confessò George.
— Sono convinti che danneggi il pianeta. A loro interessa soprattutto
vivere una vita “verde”.
— In tal caso noi scienziati dovremmo ascoltarli. Non dovremmo
ignorare il loro punto di vista. Il pianeta appartiene a tutti e
dobbiamo riuscire a lavorare assieme per migliorarlo.
George non fece commenti, ma in cuor suo si sentì fiero dei
genitori.
Nel frattempo, Annie aveva preso il telefono dalle mani del padre
e parlava con Vincent, ancora nella cantina a Foxbridge.
— Cos’è che hai fatto? — Ridendo, coprì il telefono con una mano e
si voltò verso George. — Vincent ha infilato Zuzubin nella Trappola
inversa di Schrödinger! Il professore stava riprendendo i sensi,
quando Vincent ha aperto il portale e lo ha spinto dentro!
George s’impossessò del telefono. — Forte! Sei stato davvero in
gamba, Vincent! — disse ammirato. Doveva ammettere di essere
grato al ragazzo più grande e forse, solo forse, in futuro sarebbero
diventati amici.
Vincent rise. — Ma figurati! — disse in tono modesto. — Non è
stato niente, in confronto a quello che avete fatto voi. Ho solo
pensato che fosse il posto più sicuro dove rinchiuderlo fino al ritorno
di Eric. Lo vedo sullo schermo: è fuori di sé! Però ho chiuso la porta a
doppia mandata e non può andare da nessuna parte.
— Può scappare? — chiese George a Eric.
— No — rispose lo scienziato, che aveva ascoltato la
conversazione. — È bloccato là dentro. Di lui mi occuperò domani,
quando torneremo a Foxbridge… in aereo, come persone normali.
Non preoccupatevi, ragazzi. E sì, George, rintraccerò Freddy e gli
troveremo un bel posto dove stare.
Annie tornò a impossessarsi del telefono. — Ti saluto, Vince! —
disse allegra. — A domani! Ora dobbiamo andare. Papà sta per far
tornare indietro il tempo usando Cosmo! Torneremo all’inizio
dell’Universo e assisteremo al Big Bang!
Eric si sedette davanti al computer e cominciò a pestare sulla
tastiera, mentre il dottor Ling allungava il collo al di sopra delle sue
spalle. Annie e George si fecero largo tra la piccola folla di scienziati
silenziosi, stretti attorno allo schermo dove scorrevano rapide
colonne di numeri, mentre nell’angolo la sottile linea rossa di un
grafico si muoveva lenta e puntava verso il fondo dello schermo. —
Questa indica il diametro dell’Universo — spiegò Eric e la indicò. —
Si avvicina a zero a mano a mano che Cosmo si avvicina al Big Bang.
Di colpo, la linea si tuffò quasi in verticale verso il basso. —
Questa è l’Inflazione — mormorò il dottor Ling. — Un periodo di
espansione esponenziale. Abbiamo già raggiunto il primo secondo di
vita dell’Universo.
Nei minuti che seguirono, il silenzio fu rotto solo dal pulsare
ritmico dei computer e dell’aria condizionata. George non riusciva a
staccare gli occhi dalla linea rossa. Era quasi in fondo allo schermo.
Poi sembrò raddrizzarsi, sia pure di una frazione infinitesimale.
Continuava a scendere, ma non più in modo così ripido.
Davanti agli occhi sbalorditi del ragazzo, la linea sembrò
raddrizzarsi di nuovo. Qualcuno alle sue spalle trattenne il fiato.
George lanciò un’occhiata a Eric e vide che sorrideva felice, gli occhi
che guizzavano da una colonna di numeri all’altra.
— Non è quello che ci aspettavamo! — bisbigliò Eric. — Non è
affatto quello che ci aspettavamo!
— Che cosa non vi aspettavate? — chiese Annie.
Suo padre si voltò a guardarla con un sorriso entusiasta. — È
quello che speravamo fin dall’inizio, Annie. Nuove leggi fisiche! Vedi
questo? Sembra che non ci sia stato affatto il Big Bang! — Tornò a
rivolgere la sua attenzione a Cosmo e riprese a pestare rapido sulla
tastiera.
Annie si voltò a chiedere a George: — Cos’è che non c’è stato?
Ma George stava ancora fissando il grafico. La lineetta continuava
a scendere, ma ora sembrava avanzare in orizzontale, quasi sfiorando
il fondo dello schermo. — Forse lo so… — rispose lentamente il
ragazzo.
Eric si appoggiò trionfante allo schienale della sedia. — Ora
vedrete! — esclamò. Si piegò avanti e schiacciò il tasto F4 . Un sottile
raggio di luce uscì dallo schermo di Cosmo e disegnò a mezz’aria,
sopra la testa degli scienziati, i contorni di una finestra. Dapprima la
finestra rimase buia, con uno sfocato oggetto rotondo appena
distinguibile al centro, ma in breve la sfera verde e azzurra si mise a
fuoco e comparve la Terra, che ruotava sul proprio asse mentre si
muoveva attorno alla sua stella, il Sole. Cosmo zummò sulla Terra e i
contorni familiari di continenti e oceani, deserti e vaste foreste,
comparvero nitidi sulla superficie del più bello e abitabile dei
pianeti. Poi, davanti ai loro occhi, la superficie della Terra sembrò
cambiare forma…

RITORNO AL BIG BANG


TEMPO: ORA 13.7 MILIARDI DI ANNI DAL BIG BANG
TEMPO: 200.000 ANNI FA
Comparsa dell’uomo
TEMPO: 65 MILIONI DI ANNI FA
Fine dell’era dei dinosauri.

TEMPO: 175 MILIONI DI ANNI FA


Pangea (in cui tutti i continenti sono uniti a formare un’unica grande
terraferma) si divide.
TEMPO: CIRCA 200 MILIONI DI ANNI FA
I dinosauri iniziano a vagare sul pianeta.

TEMPO: CIRCA 2 MILIARDI (OSSIA: 2.000.000.000) DI ANNI FA


La fotosintesi inizia a pompare ossigeno nell’atmosfera terrestre.
Un miliardo = 1.000 milioni o 1.000.000.000
TEMPO: CIRCA 3.5 MILIARDI DI ANNI FA
Inizio della vita sulla Terra…

TEMPO: 4.6 MILIARDI DI ANNI FA


La Terra degli inizi è un luogo pericoloso…
Come pure il Sistema Solare degli inizi durante la formazione dei
pianeti.

Nascita del nostro Sole.


TEMPO: 13.2 MILIARDI DI ANNI FA – CIRCA 500 MILIONI DI ANNI DOPO IL BIG
BANG
Una bella galassia a spirale: la Via Lattea.

Le prime stelle esplodono e sparano un miscuglio di differenti atomi


nello spazio, che finirà nella generazione successiva di stelle in tutto
l’Universo.
Chiazze di gas si addensano e si riscaldano tanto da rilasciare energia
nucleare. E diventare le prime stelle.

TEMPO: CIRCA 500 MILIONI DI ANNI PRIMA, 380.000 ANNI DOPO IL BIG BANG
Dense chiazze di materia oscura e gas sono attratte l’una verso l’altra
dalla forza di gravità.
Il Medioevo dell’Universo dura qualche centinaio di milioni di anni.

La nebbia si solleva mentre compaiono i primi atomi interi. Ora le


microonde della radiazione cosmica di fondo possono attraversare
l’Universo.
TEMPO: 13.7 MILIARDI DI ANNI FA – 3 MINUTI DOPO IL BIG BANG
Una nebbia calda riempie l’Universo mentre si formano i primi
nuclei.

TEMPO: 1 MICROSECONDO DOPO IL BIG BANG


Il plasma di quark e gluoni si raffredda, permettendo la formazione
di protoni e neutroni. Materia e antimateria si annullano a vicenda,
liberando fotoni (particelle di luce) che però non possono viaggiare
lontano attraverso la foschia di plasma.

TEMPO: 1 MILIONESIMO DI MICROSECONDO DOPO IL BIG BANG


Tutte le particelle acquisiscono massa grazie al campo di Higgs.
TEMPO: 10 MILIARDESIMI DI MILIARDESIMO DI MILIARDESIMO DI
MICROSECONDO DOPO IL BIG BANG
L’Universo ha appena smesso di espandersi e ha rilasciato una
grande quantità di energia. L’Universo è pieno di un plasma di quark
e gluoni.
TEMPO: L’ERA DELL’INFLAZIONE. QUASI IL BIG BANG…
L’Universo si contrae a grande velocità mentre ci avviciniamo al Big
Bang!
TEMPO: L’ERA DI PLANCK – NUOVE LEGGI FISICHE!
Il regno della materia esotica e della M-Teoria. L’Universo continua a
restringersi, ma non più così rapidamente…
TEMPO: IL BIG BANG?
L’inizio – forse – dello spazio e del tempo come li conosciamo. Però
l’Universo è ancora qui, incredibilmente piccolo, e continua a
contrarsi. Forse, alla fin fine, non raggiungerà mai una singolarità…
RINGRAZIAMENTI

Un libro come Missione alle origini dell’Universo non spunta dal nulla.
Molte persone sono coinvolte nella sua realizzazione. Lavorare
all’intera serie dedicata a George, e in particolare a questo terzo
volume, è stato un piacere e un privilegio. Vorrei ringraziare la
squadra della Random House Children’s Books, che ha accompagnato
George nelle sue avventure. In particolare la mia fantastica editor,
Sue Cook, che ha portato George dal barlume di un’idea fino a una
trilogia. Vorrei ringraziare Annie Eaton, per la sua visione e il suo
impegno nel rendere la scienza accessibile ai giovani lettori. Gli altri
amici e colleghi della Random House che hanno fatto un lavoro
meraviglioso per la serie di George sono Jessica Clarke, Sophie
Nelson, Maeve Banham, Juliette Clark, Lauren Buckland, Bhavini
Jolpara, Margaret Hope, James Fraser e Clair Lansley.
Vorrei ringraziare inoltre Claire Paterson, Kirsty Gordon, Luke
Janklow e Julie Just della Janklow e Nesbit, per il loro prezioso
contributo, nell’assicurarsi che George non viaggiasse solo per
l’Universo ma anche per il pianeta Terra.
Garry Parsons ha dato vita ai suoi amici e nemici con verve e
fascino, questa volta raccogliendo la sfida di illustrare l’Universo al
contrario. Molti ringraziamenti vanno al ricercatore Stuart Rankin,
senza il quale il mondo non avrebbe mai conosciuto la Trappola
inversa di Schrödinger. Fra i contributi di Stuart rientrano la geniale
Trappola inversa, il saggio sul Big Bang e le spiegazioni
ingannevolmente semplici della teoria dei quanti e altri fenomeni
bizzarri e favolosi. Un sincero ringraziamento a Markus Poessel del
Max Planck Institute, per il suo eccellente contributo alla versione
finale del testo.
Ancora una volta, una schiera di eminenti scienziati si è fatta
avanti per spiegare il proprio lavoro a un pubblico giovane. I miei
ringraziamenti vanno a Paul Davies, Michael S. Turner e Kip S.
Thorne, per i loro brillanti contributi. Vorrei ringraziare anche Roger
Weiss della NAS A per le testimonianze fotografiche sulle meraviglie
dell’Universo e tutti i nostri amici della NAS A per l’utilizzo di
immagini del cosmo.
Vorrei ringraziare inoltre tutti gli amici e colleghi dell’AS U , dove
ero writer-in-residence all’Origins Project, per avermi regalato un
anno magnifico e avermi ospitata mentre terminavo questo libro.
Ma soprattutto, vorrei ringraziare i nostri giovani lettori, che
hanno desiderato un altro libro di George! Buona fortuna, in tutti i
vostri viaggi cosmici.

Lucy
ARCHIVIO FOTOGRAFICO
LA NOSTRA CASA NELLO SPAZIO
La nostra bella Terra, con la nostra unica Luna. © NASA/courtesy of
nasaimages.org.
Lo Space Shuttle pronto per il decollo proprio mentre una meteora attraversa il
cielo sulla Terra, ricordandoci l’infinita grandezza dell’Universo che desideriamo
esplorare. © Stephen Clark/Spaceflightnow.com.
Un tramonto dell’ultimo quarto di Luna crescente e la sottile linea dell’atmosfera
terrestre. Foto scattata dalla Stazione Spaziale Internazionale. © NASA/courtesy
of nasaimages.org.
Esplorando la superficie della Luna su un Rover lunare. © NASA/courtesy of
nasaimages.org.
Il nostro Sole
© ES A/NAS A/S OHO .
Sonde gemelle ci trasmettono le due viste simultanee sul nostro Sole: sia davanti
che dietro! Questa straordinaria immagine doppia è stata creata nel febbraio del
2011. © NASA/courtesy of nasaimages.org.
La nostra Terra vista dallo spazio
I monti Simien in Etiopia, Africa. © NASA/courtesy of nasaimages.org.
Il vulcano Cosiguina in Nicaragua, Sud America. © NASA/courtesy of
nasaimages.org.
L’uragano Danielle nell’agosto 2010. © NASA/courtesy of nasaimages.org.
Il Great Sand Dunes National Park in Colorado, Usa. © NASA/courtesy of
nasaimages.org.
Le terribili conseguenze dello tsunami e del terremoto del marzo 2011 in
Giappone. © NASA/courtesy of nasaimages.org.
PER CAPIRE L’UNIVERSO QUANDO ERA GIOVANE
Le immagini più profonde del cosmo, ottenute dal Telescopio Spaziale Hubble,
suggeriscono che le prime stelle dopo il Big Bang abbiano illuminato i cieli come
uno spettacolo di fuochi d’artificio. © Adolf Schaller for STScI.
Un giovane splendente gruppo di stelle – NGC3603 nella costellazione Carina,
lontana 20.000 anni luce. © NASA, ESA, R. O’Connell (University of Virginia), F.
Paresce (istituto nazionale di astrofisica, Bologna, italia), E. Young (Universities
Space Research Association/Ames Research Center), the WFC3 Science Oversight
Committee, and the Hubble Heritage Team (STScI/AURA).
Il campo profondo del telescopio spaziale Hubble è il ritratto più profondo
dell’Universo visibile. © NASA/courtesy of nasaimages.org.
© NAS A/COURTES Y OF NAS AI MAGES .ORG.
La macchia rossa appena visibile – nell’immagine a infrarossi – indica una delle
più antiche galassie mai viste nel nostro Universo. © NASA/courtesy of
nasaimages.org.
Una piccola particella delle galassie giganti di oggi; questa galassia compatta
esisteva già appena 480 milioni di anni dopo il Big Bang. © NASA/courtesy of
nasaimages.org.
Nel grande ammasso di galassie Abell 1689, gli astronomi hanno usato le
tecnologie di ultima generazione per tracciare la mappa della materia oscura – la
materia che non può essere vista direttamente. © NASA/courtesy of
nasaimages.org.
Uno sguardo indietro, all’inizio del tempo, con l’LHC (Large Hadron Collider), un
progetto internazionale con base in Europa. © CERN.
© CERN.
© CERN.
© CERN.
GALASSIE
La galassia Girandola (M101), grande circa il doppio della Via Lattea. ©
NASA/CXC/JHU/K.Kuntz et al.
Un paio di galassie che si stanno mescolando a circa 62 milioni di anni luce
lontano dalla Terra. © X-ray: NASA/CXC/SAO/J.DePasquale; R: NASA/JPL-
Caltech; Optical: NASA/STScI.
La galassia Sombrero… sembra proprio un cappello! Si ritiene che al centro vi sia
un buco nero. © NASA/Hubble Heritage Team.
La galassia Andromeda, lontana 2,5 milioni di anni luce. L’immagine precedente
mostra i suoi due nuclei. © NASA/Swift/Stefan Immler (GSFC) and Erin Grand
(UMCP). © NASA/STScl.
La nostra Via Lattea in un’immagine artistica che mostra l’ammasso stellare
Arches. © Artist’s Concept/NASA/ESA/STScI.
Due immagini incredibilmente diverse della galassia Vortice. © NASA, ESA, M.
Regan and B. Whitmore (STScI), and R. Chandar (University of Toledo). © NASA,
ESA, S. Beckwith (STScI), and the Hubble Heritage Team (STScI/AURA).
Le dimensioni comparate fra la nostra Via Lattea (a sinistra) e una galassia
ultracompatta (a destra) nell’Universo giovane. Eppure hanno lo stesso numero di
stelle! © NASA, ESA, A. Feild (STScI), and P. van Dokkum (Yale University).
Tempi di formazione delle galassie spirale; qui di seguito si vedono quattro
galassie spirale barrate a diverse distanze dalla Terra.
6,4 miliardi di anni luce. © NASA, ESA, and Z. Levay (STScI).
5,3 miliardi di anni luce. © NASA, ESA, and Z. Levay (STScI).
3,8 miliardi di anni luce. © NASA, ESA, and Z. Levay (STScI).
2,1 miliardi di anni luce. © NASA, ESA, and Z. Levay (STScI).
Una curiosità spaziale! L’unica parte visibile di Hanny’s Voorwep, una nube di gas
lunga 300 anni luce che si estende intorno a una galassia spirale. © NASA, ESA,
W. Keel (University of Alabama) and the Galaxy Zoo Team.
IL NOSTRO MAGNIFICO UNIVERSO
Una colonna di gas interstellare e polveri all’interno della nebulosa della Carena.
Un’immagine a colori, differenti a seconda dei vari gas. © NASA, ESA, and M.
Livio and the Hubble 20th Anniversary Team (STScI).
Un’immagine ai raggi infrarossi, i cui colori segnalano diverse lunghezze d’onda.
© NASA, ESA, and M. Livio and the Hubble 20th Anniversary Team (STScI).
Sculture cosmiche in ghiaccio nella nebulosa della Carena. © NASA, ESA, N.
Smith (U. California, Berkeley) et al., and The Hubble Heritage Team
(STScI/AURA).
La nebulosa dell’Aquila. © NASA, ESA, and The Hubble Heritage Team
(STScI/AURA).
La Nebulosa Crescente. © Daniel López, IAC.
“Baby” stelle, nella costellazione di Orione. © Rogelio Bernal Andreo.
Un fungo di gas interstellare, generato dalla dirompente esplosione di una
supernova, che si espande nello spazio. © NASA, ESA, and the Hubble Heritage
Team (STScI/AURA).
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copiato, riprodotto, trasferito, distribuito, noleggiato, licenziato o trasmesso
in pubblico, o utilizzato in alcun altro modo ad eccezione di quanto è stato
specificamente autorizzato dall’editore, ai termini e alle condizioni alle quali
è stato acquistato o da quanto esplicitamente previsto dalla legge applicabile.
Qualsiasi distribuzione o fruizione non autorizzata di questo testo così come
l’a lterazione delle informazioni elettroniche sul regime dei diritti costituisce
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civilmente e penalmente secondo quanto previsto dalla Legge 633/1941 e
successive modifiche.
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commercio, prestito, rivendita, acquisto rateale o altrimenti diffuso senza il
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potrà avere alcuna forma diversa da quella in cui l’opera è stata pubblicata e
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Missione alle origini dell’Universo


di Lucy Hawking, Stephen Hawking
Elaborazione grafica di Stefano Moro
Revisione scientifica del testo italiano a cura di Stefano Sandrelli
Traduzione dei box scientifici di Isabella Bonamini
© 2011 Lucy Hawking
Illustrazioni di Garry Parsons
© 2011 Random House Children’s Books per le illustrazioni interne e i
diagrammi
Titolo dell’opera originale: George and the Big Bang
© 2011 Arnoldo Mondadori Editore S.p.A., Milano, per l’edizione italiana
© 2015 Mondadori Libri S.p.A., Milano
Ebook ISBN 9788852066900

COPERTINA || ART DIRECTOR: GIACOMO CALLO | GRAPHIC DESIGNER:


ALESSANDRO PALVARINI | TUTTE LE SEGUENTI FOTO SONO SU LICENZA
DI SHUTTERSTOCK.COM: © 2011 PEDRO NOGUEIRA (PER IL TERRENO); ©
2011 RICHARD WILLIAMSON (PER IL PAESAGGIO); © 2011 ZACK
CLOTHIER (PER IL RAGAZZO).