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Piero Chiara

Il cappotto di astrakan

Introduzione di Marco Forti

Copyright 1978 Arnoldo Mondadori Editore S.p.A., Milano

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Trama

Ambientato nella Parigi dell'ultimo dopoguerra, Il cappotto di astrakan


costituisce un capolavoro dell'arte narrativa di Piero Chiara. Il protagonista,
di ritorno al suo paese dall'internamento, decide di raccontare agli amici la
sua esperienza avventurosa di un gioioso autunno nella capitale francese. Un
universo letterario che trova il suo fulcro vitale e psicologico nella
dimensione provinciale della vita divenuta metafora. Le inquietudini, le
aspirazioni, i giochi e gli amori del grande scrittore disegnano una pagina
naturale per ritmo e misura. Ci fanno riconoscere un uomo e una poetica
indimenticabili.

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Introduzione
di Marco Forti

Non è un caso che "in limine" al suo libro più fortunato e, sicuramente, uno
dei suoi più felici, La spartizione del 1964, Piero Chiara abbia posto una
frase del Boccaccio: «... a raccontarsi mi tira una novella di cose cattoliche e
di sciagure e d'amore in parte mescolata...». Non è tanto per darsi un blasone
di nobiltà e dirsi un nipotino del Boccaccio, cosa che, in fin dei conti, anche
è, quanto per stabilire la famiglia di scrittori a cui ritiene di appartenere, in
complesso controcorrente in un secolo in cui il romanzo e la "fiction"
sembrano privilegiare lo scavo o la parcellarizzazione dell'io, la
sperimentazione di modelli e di forme, che più che sul terreno tradizionale e
corposo dei sensi e dei sentimenti, del loro intreccio, appunto, "cattolico"
con una morale sociale o individuale in qualche modo convenuta, col suo
male e il suo bene, la sua colpa e il suo riscatto, si avventura piuttosto su un
"terrain vague" di mitologie contraddittorie e ossimoriche, nella lettura di
una realtà non più tanto data o certa, che si costituisce, invece, assieme al
suo racconto, alla sua stessa scrittura. Chiara, nipotino di Boccaccio,
abbiamo detto, e in altro senso di Casanova di cui è stato studioso fedele e
tenacissimo, cultore della nostra novellistica delle origini da un lato, e di
quella ottocentesca - da quella della nostra Scapigliatura a quella francese
coeva dei Maupassant o dei Daudet - si è abituato invece a costruire il suo
racconto, o il suo romanzo, come intreccio e struttura fattuale, come
parabola avventurosa di personaggi portata naturalmente a risolversi in
chiave di sensi e di sentimenti, di colori e magari di umori, di risvolti più
frequentemente ironici e comici, più raramente drammatici. La sua narrativa
si muove, generalmente, in una cornice reale che ha la sua base in una
Lombardia lacustre, avente il suo centro nella nativa Luino e nelle cittadine
delle due rive rispettivamente lombarda e piemontese del lago Maggiore, e le
sue propaggini nelle valli più solitarie o impervie, che da li conducono ai
varchi secondari del confine svizzero, nel Canton Ticino.

Questa di Chiara è una regione reale che, nei suoi racconti e romanzi, sa
ugualmente trovare un sufficiente stacco per costituirsi in regione

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metaforica, che può allungare anche di molto i tentacoli geografici e
psicologici dei suoi intrecci vitalistici al capoluogo lombardo, e più ancora
alla Sicilia da cui giunsero sul lago gli antenati dello scrittore, al Veneto dove
Chiara ha passato gli anni della giovinezza come piccolo impiegato
giudiziario, ai paesi spesso ricordati dove le ultime Guerre Mondiali hanno
condotto per anni a languire i compagni della sua generazione
ultrarichiamata e prigioniera (tipico esempio, il concittadino Vittorio Sereni),
fino alla vicina Svizzera dove Chiara stesso si è rifugiato per ragioni
politiche nell'ultimo tempo della guerra durante l'occupazione tedesca del
Nord, e alla Parigi dei suoi sogni letterari e di provinciale curioso e
avventuroso. Un universo letterario, una riserva senza limite di storie, di
figure e di intrecci che, infine, ritrova il centro e fulcro vitale e psicologico
nella dimensione lacustre e provinciale della vita divenutane metafora, con le
sue piccole inquietudini e aspirazioni, i suoi ozi e i suoi giochi, i suoi amori
ora clandestini e ora ultraraccontatì, i suoi sogni inesausti, il gusto per
l'amicizia e per gli affari, che trovano il loro ritmo più naturale nella misura
dei giorni e delle stagioni, delle passioni che inaridiscono nell'attesa,
nell'improvviso sciogliersi ora ironico e ora anche drammatico delle
situazioni, che paiono esistere più che altro e prender forza come correttivo
individualistico del mondo diverso della città e della storia, della società di
massa e industriale coi suoi eventi collettivi, le sue lusinghe, le sue guerre e
catastrofi, di cui paiono giungere ai personaggi di Chiara ora echi sfocati, e
ora improvvisi e a volte anche letali colpi di coda.

In questa geografia, dopo un lungo e non casuale apprendistato fra vita e


letteratura, e subito individuandola nella propria dimensione metaforica di
"topos" letterario e poetico, è nato non precocemente, nel 1962, il primo
libro narrativo di Chiara, Il piatto piange, per alcuni insuperato nella sua
singolare freschezza e vitalità nel dare la dimensione narrativa, cronachistica,
umoresca di una materia tutta sua, ormai: guizzante di fatti, di intrecci, di
gioco, di pettegolezzi, di amori lungamente vagheggiati, e se rapidamente
consumati, ricordati poi come eventi epici dai protagonisti o dai loro amici
nelle lunghe serate d'autunno o d'inverno, passate al caffè un po'
vitellonescamente, fra i giochi d'azzardo e quelli del biliardo. Un mondo il
cui disimpegno nel vitalismo, la cui allegria per il "colpo" riuscito al casinò o
al casino, con la straniera di passaggio, o con l'acquisto o la vendita
tempestiva di un cascinale, di un appezzamento di terreno, di una villa in

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disarmo sul lago, o di una partita di granaglie, ha il suo contrappasso nella
melanconia e nella solitudine dei vecchi, che attendono la fìne seduti in riv'a
al lago, fissando le cime dei monti lì di fronte, o a odorare nell'aria profumi
remoti come la giovnezza, quando non a spiare l'uno nell'altro i segni del
decadimento, mentre i giovani non più giovani e i reduci di avventure finite
male nel più vasto mondo, stanno loro addosso calcolando le magre eredità.

A II piatto piange è seguito La spartizione, di cui si è accennato all'inizio di


questo scritto, e in cui la propensione innata del novelliere ha saputo
articolarsi in quella più costruita e diffusa del romanziere, senza che si
perdesse, d'altro canto, la naturalezza sorgiva del racconto, il gusto per
un'interpretazione dei fatti, con la loro dinamica volta a coglierne un vero
meno epidermico, a volte persino una "moralità" dal piglio ora come crudo e
senza scampo, e ora sorridente e, appunto, "cattolico", nel considerare anche
allegramente il groviglio peccaminoso del mondo. A essi sono seguiti, negli
anni, libri come Con la faccia per terra (1965), Il Balordo (1967), L'uovo al
cianuro e altre storie (1969), I giovedì della signora Giulia (1970), Il
pretore di Cuvio (1973), Sotto la sua mano (1974), La stanza del Vescovo
(1976), Le corna del diavolo (1977) e questo II cappotto di astrakan (1978)
di cui parleremo più avanti diffusamente: romanzi e racconti (e raccolte di
novelle, una misura particolarmente adatta alla narrativa di Chiara), in cui ia
sua arte cosi ben caratterizzata fino dall'esordio, ha saputo maturare,
rinnovare tematica e personaggi, pur entro uno spessore e una visione di
superfìcie del proprio mondo che, una volta individuata, ha saputo rimanere
fedele a se stessa, alla propria agilità e sveltezza, ma anche alle proprie
improvvise melanconie e, quasi, aridità. Rischio del lavoro narrativo di
Chiara è stato infatti, certe volte, quello di prodursi in un pur ottimo
artigianato. Quello del racconto o della novella concepiti come tali, che si
allungano un po' troppo in una impropria dimensione romanzesca; o quello
del racconto che raccontato più volte oralmente agli amici in serate
conviviali (nessuno che non lo abbia sentito narrare oralmente le sue storie,
può immaginare che razza di "conteur'' spontaneo si racchiuda in Chiara)
lasci infine un poco prevalere la dimensione "parlata" del racconto su quella
"scritta". Sono i rischi e i pregi ineviabili di un'arte di raccontare, che pur
maturatasi su fonti ben selezionate della tradizione letteraria, prende succhi e
umori direttamente dalla vita, dalle esperienze che l'uomo Chiara ha saputo
vivere con intensità e vivi appetiti, traendone quel tanto di saggezza scaltra,

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una visione ben calibrata delle cose, in cui i demoni e i santi, i veleni e i
balsami, si intrecciano concretamente sulla pagina.

Resta assodato che libri come La spartizione, o La stanza del Vescovo, o


questo II cappotto di astrakan, sono opere in cui la bontà del racconto sa
procedere di pari passo con la buona costruzione romanzesca, con la
capacità dello scrittore a inventare modelli di storie che trovano via via,
felicemente, soluzione a ogni loro costrutto immaginativo, a ogni loro
emergente e corposo disegno: e più ancora, varrà ricordare che in raccolte
narrative come L'uovo al cianuro o Le corna del diavolo, accanto a racconti
e a novelle nati dalla puntuale messa a fuoco di una situazione, di un
paesaggio in cui muovere e fare agire le sue tipiche figure, dalla creazione di
un intreccio pratico-fantastico in cui raggiunge il suo spessore una fattualità
che sfuma nel fantastico, o nel plateale, o nel comico, in cui il destino
umano può anche divenire commedia buffa o sarcastica, groviglio indicibile
e pirotecnico sulla scia di certo Palazzeschi o di certo Landolfi, si trovano
infine racconti e novelle in cui tutti i diversi componenti della prosa di
Chiara sanno esaltarsi a vicenda nei diversi registri della sua scrittura - il
fattuale e l'epidermico, lo schiettamente narrativo e il ragionativo, il
fantastico e il curiale - fino a darci esemplari dawero insuperati nel loro
genere, almeno in tempi recenti. Mentre il senso sfumato e, quasi, ineffabile
di una sua poesia originaria, potrà individuarsi nell'"unicum'' di quel ritratto-
omaggio del padre novatenne, fermo come una roccia nel suo paesaggio, che
è Mi fo coragio da me; o, analogamente, nel modo in cui la memoria non
tutta sopita di sensi e sentimenti, crei, in Ti sento, Giuditta, un piccolo
capodopera di complicità fra uomini di diverse età, nella melanconia del
paesaggio lacustre.

Queste diverse qualità e connotazioni dell'arte narrativa di Chiara si


ritrovano a un livello di speciale ariosità ed evidenza, e insieme di freschezza
un po' scapigliata e, in senso positivo, provinciale (cioè lontana dalle vie
troppo correntemente battute) ne Il cappotto di astrakan, che pur
svolgendosi nella nuova e più articolata dimensione paesistica, geografica e
psicologica di una Parigi e, marginalmente, di una Svizzera dell'ultimo
dopoguerra, non abbandona neanche qui il controcanto luinese, attraverso
cui lo scrittore riesce a cogliere il suo vero più personale, fra ironico ed
elegiaco, fra fattuale e drammatico, il succo ora sensuale e ora arido fìn

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quasi al cinismo dell'intera vicenda. Chi racconta è un "doppio" dello
scrittore, un io narrante che gli somiglia molto, che dopo la prima estate del
dopoguerra passata, di ritorno dall'internamento svizzero, al suo paese a fare
affari e a navigare allegramente le acque quiete del lago in barca a vela (è il
caso di ricordare che si tratta un po' della materia più amena del precedente
La stanza del Vescovo?), decide, sulla spinta di vecchie vanterie sentite
raccontare dagli amici più anziani del caffè, e di una prima breve esperienza
del 1936, passata avventurosamente a Parigi e a Lione vivendo quasi di
espedienti, di consumare i primi guadagni di quell'estate in un gioioso
autunno a Parigi. Parte con un bel treno passeggeri e ripercorre la valle del
Rodano che, anni prima, ha visto da internato in tutt'altre condizioni. Va a
Parigi per «... imparare, capire il mondo, fiutare il vento...»; vuol
ripercorrere tardivamente le tappe dei più celebri compatrioti passati un
tempo da Parigi - Modigliani, De Chirico, Soffici, Severini, De Pisis - ma
anche quelle più umili dei suoi concittadini che non ne hanno sentito
nominare neanche i nomi. E come immersa in una autunnale e vsiva luce
postimpressionistica è la prima parte del libro: dallo sbarco, una bella
mattina, alla Gare de Lyon e alla prima ricerca di un domicilio nella zona dei
grandi "boulevards'', alla sistemazione, dopo qualche ricerca,
nell'appartamento vecchiotto della vedova Lenormand, che pare uscire da un
film francese di anteguerra, con il suo fisico elefantesco e il suo berretto
basco perennemente in testa, col petto costellato di medaglie del marito
colonnello morto nella battaglia della Mosa da inalberare nei giorni di festa
patriottica, con la sua dignitosa povertà, e col gatto Domitien, che, con fare
imperiale come il suo nome, risiede imperturbabile nella poltrona della
stanza che viene affittata al narratore.

Il libro avanza allora su un doppio binario. Da un lato approfondisce


l'ambiente della Lenormand, a partire dalla stanza affittata, dove non
mancano tracce di un precedente abitante - libri costellati di note, disegni, e
infine un manoscritto ritrovato nello scaffale dei libri - che risulterà essere
stata del figlio della signora, Maurice, un giovane bizzarro e intelligente (al
dire di sua madre), lettore di Baudelaire e di Verlaine, autore di poesie e di
quello Zibaldone di pensieri che il narratore legge segretamente di notte, di
curiose invenzioni di cui pure ci sono tracce nel suo Zibaldone, fino a una
"Lettera a Dio", in cui le più astruse riflessioni si mischiano alle più evidenti
dichiarazioni sulla necessità di guadagnare molto denaro. Del resto,

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misteriosa e mal chiarita risulterà, nelle parole di sua madre, la ragione della
sua scomparsa un paio di anni prima, con l'abbandono di un buon impiego
bancario e di una brava fidanzata (la ragazza a cui paiono dedicate le poesie),
per fuggire a un tratto in Indocina, dove aveva seguito una ragazza di cui si
era pazzamente innamorato. Dall'altro lato il libro segue il rapporto, diciamo,
di conquista del protagonista con la città, di cui percorre ogni viale e ogni
parco, le due rive della Senna, piccoli bar e latterie dove si nutre a poco
prezzo, senza trovare nessuno con cui scambiare una parola in francese,
finché una sera, tornando a casa, non si imbatterà in un'immagine, quella
dell'ombra nuda di una ragazza, vista nel buio dietro una persiana illuminata
che, figura impressionista anche lei, come un Degas, avrebbe dato una svolta
al racconto: «... Forse la donna faceva degli esercizi o si studiava a uno
specchio, perché prendeva posizioni da ballerina, alzando le braccia,
riunendole dietro il capo o mettendole ai fianchi. Improvvsamente la visione
che mi aveva immobilizzato quasi sull'attenti, scomparve...».

È Valentine, una giovane impiegata con cui, dopo qualche altra sera di
pazienti appostamenti e di analoghe visioni, il protagonista sarebbe riuscito
ad attaccare italianamente discorso e a iniziare un rapporto guardingo (da
parte di lei) almeno inizialmente, fatto di conversazione in lingua francese e
di passeggiate sempre più frequenti nei giardini del Luxembourg e di Saint
Germain, e poi di gite domenicali a Versailles e a Fontainebleau, con grandi
racconti e vanterie da parte di lui, e gentilezza ma anche riserva da parte di
lei. Di fronte all'avventurosità provinciale di lui c'è, da parte di lei,
l'aspirazione a sentimenti più profondi («... non sono una donna in cerca
d'avventure. Mi interessano i sentimenti e voglio soprattutto la sincerità...»).
Valentine, sfornita di spalle e di seno, dal volto spesso aggrondato, tradiva
però un certo temperamento nella fiammata dei capelli rossi e nel giro
corposo delle anche. «... Una donna imperfetta - dice -, un modello fuori
serie, che sembrava ordinato al Creatore da un cliente capriccioso al quale
importavano solo certe parti...»; quanto al resto i sentimenti del narratore
restavano aridi, insinceri. Era orfana di madre e ogni sera dopo l'ufficio, e
dopo aver fatto davanti allo specchio - sarebbe venuto fuori più tardi -
esercizi da ballerina per alleggerirsi le anche, si recava a sorvegliare i figli di
una sorella sposata. Un paio di volte al mese si recava a Rambouillet a
trovare suo padre pensionato di una compagnia di navigazione,
immobilizzato nel letto di una clinica per anziani. Infine il loro amore

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sarebbe andato un po' avanti, anche se: «... M'appariva chiaro un fatto : non
sentivo per Valentine alcun trasporto... ».

Finché la decisione di andare a passare un fine settimana a Juziers, per


consumare il loro amore in un alberghetto, avrebbe saldato i due momenti
del racconto - quello gravitante attorno alla Lenormand e quello di Valentine
- in una nuova dimensione fra gialla e avventurosa che, d'ora in avanti, ne
sarà determinante. L'autunno è ormai inoltrato e l'inverno è alle porte; la
Lenormand avrebbe prestato al narratore un cappotto di astrakan quasi
nuovo dello scomparso Maurice, in attesa ch'egli si recasse a casa per Natale
a vedere i suoi, e a fornirsi di abiti più pesanti. Quando in partenza per il
week-end di Juziers Valentine avrebbe visto il narratore con indosso quel
cappotto cosi diverso da ogni altro, qualcosa di improvvisamente strano nel
suo sguardo, e il bisogno di interrogarlo subito sul cappotto, avrebbe dato al
narratore la certezza di starsi avvicinando al punto di non ritomo della sua
avventura, a quel tanto di misterioso e di non detto, che adombrava e
congelava in qualche modo la sua relazione con Valentine. Infatti, dopo un
breve giro un po' rabbrividito per il tipico paesino della provincia francese,
con le sue vecchie case affacciate sulla Senna che si abbuia e dove, la
mattina dopo, si sarebbero viste correre le chiatte, e dopo un'ottima cena in
albergo senita dal padrone in persona, che sembrava avere con Valentine la
leggera complicità che si ha per una cliente già conosciuta in analoghe
circostanze, avrebbe avuito inizio una lunga notte di amore fisico liberatorio,
ma anche di spiegazioni fin quasi all'alba. Valentine si era dapprima
interessata al narratore per la straordinaria somiglianza con l'originario
proprietario di quel cappotto, Maurice Lenormand, un tempo suo fidanzato.
Lei era la destinataria delle poesie che scriveva e ora, proprio attorno a
quell'indumento in qualche modo simbolico, le due vicende si intrecciavano.
Maurice non era, del resto, affatto fuggito in Indocina come diceva sua
madre; ma coinvolto in una serie di furti con suoi ex compagni di Maquis,
aveva finito con l'uccidere un guardiano in occasione di un furto di opere
d'arte e, catturato, era stato processato e condannato a lunghi decenni di
carcere, che scontava in un penitenziario non lontano. L'indomani mattina,
passeggiando per Juziers con Valentine loquace e come liberata dalla lunga
confessione, il narratore non sarebbe riuscito invece a evitare di dirsi di
essere solo l'erede o la controfigura di Maurice: «... Andavo, chiaramente,
mettendo i piedi dove li aveva messi lui e raccogliendo ciò che aveva dovuto

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abbandonare, dai libri al cappotto di astrakan e alla stessa donna che aveva
amato e forse amava ancora...».

Di ritorno a Parigi era certo di voler tornare presto a casa a passare il Natale
e a chiarirsi le idee. Sarebbe, magari, tornato più tardi, in primavera, a
riprendere Valentine e portarla al suo paese per le vacanze estive. Ma un
colpo di scena un po' da novella classica e un po' maupassantiano, avrebbe
fatto precipitare il romanzo. Il fantasma di Maurice rievocato a Juziers,
sarebbe ricomparso poche notti dopo, a un tratto e in carne e ossa, in casa
Lenormand. Evaso dal carcere, era piombato in casa di sua madre a rifornirsi
di abiti non da galeotto e, soprattutto, a prendere un malloppo di soldi che,
all'insaputa di tutti, aveva occultato nell'imbottitura della poltrona dove,
generalmente, dormivn il gatto Domitien. Con una pedata avrebbe fatto
volare vìa il felino, e degnando appena di un'occhiata il narratore congelato
nel suo letto, si sarebbe riappropriato del suo malloppo, volatilizzandosi poi
nella notte, non prima di essersi reimpossessato del famoso cappotto di
astrakan trovato all'attaccapanni. Più tardi si sarebbe saputo che, di lì,
sarebbe passato a prendere Valentine a casa sua, costringendola (o
persuadendola?) a seguirlo in fuga verso un'impossibile libertà. In meno di
mezz'ora anche il nostro narratore, temendo l'imminente arrivo della polizia
con gli inevitabili interrogatori e fastidi, avrebbe raccolto le sue poche cose
e, lasciata in stato di shock la vecchia Lenormand, si sarebbe precipitato a
prendere il primo treno per l'Italia, via Losanna.

Prima di rientrare a Luino, avrebbe però atteso in quella città svizzera di


leggere sulla stampa francese la cattura dei due fuggiaschi, Maurice e
Valentine, e la fine del pericolo che poteva ancora incombere su di lui.
Intanto, come in una camera di decompressione sentimentale e di emozioni,
fra l'avventura parigina e l'imminente quiete invernale sul lago, avrebbe
avuto un breve interregno amoroso con colei che, nel suo precedente
periodo di internamento svizzero, era stata la "samaritana" che lo aveva
preso sotto la sua protezione. È un tipico racconto del Chiara più consumato,
fra tentatore e scompigliatore di un'esistenza femminile vissuta fino allora
interamente sul dato della rinuncia, che qui si innesta sul tronco principale
del racconto. Più necessario, dopo l'avventura parigina, risulterà invece al
protagonista il clima del ritorno in patria e a Luino assaporato fìno in fondo:
col relativo silenzio di settimane e mesi anche con gli amici che si attendono

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da lui coloriti racconti, dopo che aveva letto della cattura dei due fuggiaschi
su un treno per Marsiglia da parte della polizia francese; ma non avendo
saputo più altro. Il suo orgoglio maschile non sapeva dirsi fino a che punto
Valentine avesse seguito spontaneamente Maurice nella sua fuga. Ci pensava,
ma: «... senza riuscire ad affliggersene troppo...». Ancora una volta lo
specchio dell'aridità nel loro rapporto e nei suoi sentimenti profondi è forse
la spia della distanza tipicamente novecentesca, che par correre anche fra un
narratore di intreccio e d'avventure come Chiara, concreto e fattuale, e la
misura diversa e più profonda della passione, della sua seconda e più
decisiva dimensione, che avrebbe potuto invece travolgere interamente in
poesia la materia del suo racconto. Questa dimensione sarebbe invece
comparsa solo marginalmente, quando commentando il senso troppo
controllato della sua relazione con Valentine, egli awebbe ricordato il diverso
tempo in cui Rehane, un'altra amica, aveva accolto il suo amore con un
pianto gratificante di felicità: «... quel mare di lacrime del quale m'aveva
inondato una mattina d'inverno, al risveglio...».

Ma altrimenti si concluderà qui la parabola narrativa. In chiusura di libro


varrà ancora il gioco delle evocazioni, lo stesso che, dopo la notte di racconti
e confessioni di Juziers, aveva fatto ricomparire in carne e ossa il fantasma
evocato di Maurice. Cosi quando il nostro narratore, dopo un inverno
luinese di silenzio sull'avventura parigina, rotto appena da qualche parola
confidata al fedele e discreto amico Masoero, si sarebbe deciso a raccontare
la sua storia in due lunghe puntate serali agli amici riuniti al caffè Clerici,
ecco che il fantasma evocato di Valentine sarebbe comparso a un tratto in
carne e ossa, proprio quando pronunciava le ultime battute della sua storia.
È un vero colpo di scena di quelli a cui non sfugge Chiara, cultore - come s'è
detto - della nostra novellistica classica. È primavera ormai inoltrata e,
secondo la promessa fatta prima della imprevista fuga con Maurice,
Valentine viene a ricercare il narratore sul suo lago. In verità gli viene a dire
che dopo la cattura con Maurice è stata processata e assolta, mentre a lui
sono stati dati altri anni di carcere. Ora è pronta a adempiere il suo vecchio
impegno amoroso e, se rifiutata, a partire per New York, dove la
manderebbe la sua vecchia azienda che l'ha riassunta. Ma una notte d'amore
fra i due all'Albergo Ancora non sarebbe bastata a resuscitare l'incantesimo
parigino. Di tutto il passato di lei con Maurice, la notte di Juziers aveva
purificato Valentine agli occhi del narratore: ma non dell'ultima fuga con lui

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di tre giorni dopo la sua evasione. «... nei quali Maurice poteva aver
recuperato i due anni di assenza...» trascorsi in carcere. In verità - come gli
avrebbe detto l'amico Masoero - il narratore aveva caricato Valentine «... di
troppi pesi...»; di troppi significati. L'indomani l'avrebbe lasciata tornare a
Parigi assicurandole una risposta forse positiva che non le avrebbe, in verità,
mai dato. Appena partita Valentine si era seduto a tavolino per scriverle
parole che l'avrebbero fatta certamente partire per New York; una sorta di
requisitoria del suo orgoglio di maschio tradito incapace di accettare da lei i
tre giorni trascorsi con Maurice. Poi, al colmo dell'ambiguità, avrebbe
impostato la lettera in una vecchia buca proprio in riva al lago, forse non più
funzionante dal tempo della guerra. Ma per lui la lettera era stata ormai
scritta, navigava per sempre verso una destinazione ignota: «... Quanto alla
destinazione - avrebbe concluso - avrebbe corso la sorte di un manoscritto
nella bottiglia, affidato alle onde del mare». A suo modo, come il suo sosia
Maurice, anche il protagonista-narratore di questo libro avrebbe scritto la sua
"Lettera a Dio", il suo messaggio cifrato.

Tutto quello che era stato duplice e ambivalente nel corso della narrazione -
ed è quasi tutto: dalla doppia ragione pratica e ideale che ha spinto il
narratore ad andare a Parigi, ai due toni ambientali della storia stessa, quello
di casa Lenormand e quello che circonda Valentine, e poi quello parigino e
quello luinese, che messi a contrasto si rivelano, ironizzano e commentano a
vicenda, fino all'intreccio e allo scambio di persona, di stanza, di cappotto e
infìne di amante con Maurice, al punto di non più sapere chi dei due sia fino
in fondo la controfigura dell'altro - si risolverà nell'ambivalenza cosi bene
inventata della conclusione, che mentre taglia gli ultimi fili di un amore che
ha sempre avuto (dalle due parti) un margine di insincerità, volge anche la
sua punta finale verso una poetica suggestione di durata. Qui è, ne Il
cappotto di astrakan, come, d'altra parte, ne La spartizione e, in misura
minore, ne La stanza del Vescovo la dimensione che distingue in Chiara il
romanziere dal cronista-novelliere di Il piatto piange o dallo scrittore di
racconti e novelle felicissimi di L'uovo al cianuro, o di Le corna del
diavolo: uno scrittore che pur nell'adesione puntuale alla figura dei fatti,
all'intreccio, alla scansione tutta narrativa di vicende che si aprono e
chiudono con precise entrate e uscite di personaggi, col loro pratico
muoversi nel tempo reale di una commedia, di una stagione, di luoghi e di
paesaggi - soprattutto il parigino e il lacustre-luinese, che qui sanno cogliere

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tanto felicemente la suggestione lieve, la grafia rapida e svirgolettata e anche
la melanconia del lume postimpressionista – sa, nell'ambivalenza di fondo,
cogliere anche "altro". Anche quando si affida alla tradizione comica del
colpo di scena, alla tipicità del suo dialogato, persino alla "fìcelle" già quasi
cinematografica, ma in altro senso simbolica del cappotto che intitola il libro,
Chiara risulterà infine qui sempre in grado di controllare la sua materia da
un luogo mentale diverso e più intenso; da quel luogo dove è infine
possibile compiere il piccolo ma indispensabile miracolo a tradurne
l'evidenza arida, il gioco, e anche la penombra elegiaca e melanconica, in più
ferma e durevole metafora poetica.

1980

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I

Verso la fine d'aprile del millenovecentocinquanta, non avendo trovato dalle


mie parti e non pensando di trovare neppure in altri luoghi vicini, o per dir
meglio in Italia, il terreno favorevole alla nuova vita che durante la guerra mi
ero proposta per il caso che ne fossi scampato, pensai di portarmi a Parigi,
senza programmi di alcun genere e solo per viverci qualche mese. Chissà, mi
dicevo, che non abbia a cogliervi il bandolo di un avvio e magari a trovarvi
la mia fortuna.

Andare a Parigi era a quell'epoca, ed è stato sempre, come darsi a un


mestiere, a una professione o a un corso di studi. Vivere in quella gran città
voleva dire imparare, capire il mondo, fiutare il vento. L'avervi passato
qualche anno e magari soltanto qualche mese, poteva dare gloria per tutta la
vita anche a un tipo qualunque, solo che avesse saputo raccontare le sue
gesta, immancabili, perché nessuno poteva vivere a Parigi senza capitare
dentro casi e vicende degne di venir raccontate.

A Parigi avevo già avuto occasione di metter piede una ventina d'anni avanti,
ma solo per pochi giorni, funestati da un guaio che mi costrinse a lasciar la
città, della quale non avevo potuto vedere che una stazione, la gare de Lyon,
e poche strade.

Da Lione, dove mi ero stancato di vivere alla giornata, non mi parve giusto
tornare in Italia senza aver visto quella che, al dire di molti, era la capitale
del mondo. Progettai quindi di dedicare a Parigi almeno una settimana e di
profittarne per far visita a un mio amico e conterraneo del quale avevo
appreso casualmente l'arresto e l'imprigionamento alla Santé.

Mi era sembrata perfetta opera di misericordia corporale andare a prestar


soccorso o almeno conforto a quell'infelice, ma poco mancò che non mi
prendessero per un suo complice o gregario e non mi associassero alla sua
sorte, che fu miseranda, perché scampò per miracolo alla deportazione nella
Guiana ma non al reclusorio, nel quale stazionò molti anni.

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Quattro o cinque giorni in tutto ero rimasto a Parigi, passati in gran parte
negli uffici di un commissariato di polizia del secondo arrondissement, in
rue Thorel e nella camera di sicurezza di quel bel posto, che aveva tuttavia
un nome augurale: Bonne-Nouvelle. Il tempo necessario per chiarire la mia
posizione, che era la più limpida del mondo: avevo lavorato qualche mese a
Nizza come esattore di affitti per un grosso proprietario di case popolari, poi
non sentendomela più di far scale con una borsa al collo, avevo prestato
opera di fattorino in un'agenzia giornalistica dalla quale venni presto
licenziato per eccesso di personale. Da Nizza ero passato a Lione, dove non
mi bisognò cercar lavoro, perché il giorno stesso del mio arrivo incontrai per
strada un compaesano o quasi, il cuoco Angelo Morandi, chef all'Hôtel
Carlton, che mi assicurò il vettovagliamento giornaliero per tutto il tempo
che fossi rimasto in quella città.

Ogni sera verso le nove accedevo da una porta di servizio alle cucine del
Carlton, infilavo una giacchetta bianca da sguattero e mi sedevo a un tavolo
dietro una colonna, dove il Morandi mi passava casseruole mezze piene e
piatti li portata quasi intatti. Sceglievo qua e là, mi servivo e mangiavo a
sazietà. Prima di andar via prendevo uno di quei lunghi pani francesi detti
baguettes, lo tagliavo a metà spessore, lo riempivo di paté, fette di arrosto
formaggio, jambon e quant'altro capitava, poi me ne andavo con
sottobraccio il pane imbottito di un intero pasto per il giorno dopo.

Capitava qualche volta che il direttore venisse in cucina a dare ordini per
qualche pranzo speciale dell'indomani. In quei casi mi alzavo e girando
intorno alla colonna mi mettevo a una macchina per lucidare i coltelli, della
quale azionavo a mano la ruota feltrata, passando tra la ruota e un disco
ugualmente ferrato i coltelli che prendevo da una cesta sempre piena.

Durante il giorno passeggiavo lungo il Rodano e la Saona, sostavo sui ponti


e per lo più giocavo a biliardo in un caffè del quartiere Croix-Rousse con
fannulloni e figli di famiglia ai quali mi riusciva di carpire, ora di sera,
qualche decina di franchi per le mie piccole spese.

Sarei potuto rimanere a Lione per anni, o almeno finché il Morandi era chef
al Carlton. Per dormire, avevo una stanza ammobiliata a due letti in società

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con uno studente che pagava il misero affitto anche per me, in cambio di
metà della mia baguette carica di saporite pietanze. Gli portavo talvolta una
pernice o un piccione farcito, avvolti in carta oleata, oppure una salsiccia.
Tutta roba fredda, con la quale lo studente si nutriva rabbiosamente, a grandi
bocconi, ingozzandosi e digerendo male, come si vedeva dalla sua faccia
coperta di brufoli fino alla radice dei capelli. Era un giovane di provincia,
figlio di esercenti, di Paladru, modesto borgo vicino a un lago del quale
parlava come di un paradiso perduto e dove andava un paio di volte al mese
portandosi dietro la biancheria sporca da far lavare in casa. Si chiamava
Adolphe e a quest'ora sarà notaio o avvocato a Paladru e forse a Chambéry,
se ha fatto strada nella sua professione.

Una sera Adolphe tornò in camera con un giornale e me lo gettò sul letto
dicendomi:

«Guarda cosa fanno quelli del tuo paese.»

Lessi che un mio conterraneo, proprio del mio paese, era stato arrestato a
Parigi con altri due italiani per furto con scasso. I tre avevano forzato, di
notte, la porta d'un negozio di tabacchi, dal quale erano passati in
un'oreficeria adiacente praticando un buco nel muro divisorio. Benché
carichi di catenelle e di orologi ripassando per la tabaccheria vollero servirsi
di sigarette. I gendarmi, incontrandoli con degli scatoloni sottobraccio, li
fermarono e li portarono al posto di polizia dove i tre non finirono più di
cavar roba rubata d'indosso.

L'arrestato era un giovane di buona famiglia, che pensavo al paese e che


doveva invece essersi mosso, anche lui attirato dalla Francia e in particolare
da Parigi. Come me, aveva sentito decantare la gran città dal Rapazzini e da
altri nostri amici anziani che ci avevano vissuto.

Appena arrivai a Parigi credetti bene andarlo a visitare in carcere e vedere


poi la città, ma la mia richiesta all'autorità giudiziaria destò dei sospetti e fu
vero miracolo se, grazie alle dichiarazioni del mio principale di Nizza e del
cuoco Morandi, e dopo una razione di pedate e di schiaffoni che mi fu
somministrata paternamente da un gendarme, fui rilasciato, con l'ingiunzione
di lasciare Parigi entro quarantotto ore e la Francia entro sette giorni.

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La “Ville lumière” in quei frangenti mi era apparsa come l'anticamera d'una
prigione, e non mi parve vero lasciarmela alle spalle, per tornare a Lione,
raccogliere i miei pochi effetti e poi restituirmi al paese e alla compagnia del
mio solito caffè, con ben poco da raccontare, anzi convinto che fosse meglio
tacere sulle mie vicende parigine.

Da allora, tra guerre e altri guai erano passati quasi vent'anni: quanti
bastavano per dimenticare quella mala accoglienza e per farmi un'altra idea
di Parigi, che doveva essere, a quanto avevo letto in certi libri, un paradiso
dell'arte e delle lettere e soprattutto una specie di città libera, dove ognuno
poteva andare e venire a suo piacimento, fare l'artista, il poeta o il
gabbamondo anche con pochi mezzi, se era vero, come pareva, che Parigi
doveva venir considerata la capitale della buona vita ma anche della
bohème, cioè della vita povera, possibile a chiunque, emigrati, esuli, senza
patria e addirittura latitanti o clandestini, con denari oppure senza. Non
erano vissuti, dei pittori in un casamento di rue de Vaugirard, la Ruche,
simile a un lazzaretto o ai Granili di Napoli? E altri, tra i quali Picasso, in un
lavatoio di rue Ravignan?

Certo non erano più i tempi del pittore Soffici, che arrivato a Parigi nel 1900,
aveva conosciuto di persona Picasso, Degas, Modigliani, Matisse,
Apollinaire. Non era più neppure il tempo tra le due guerre, durante il quale
De Chirico, Tozzi, Severini o De Pisis avevano fatto a Parigi la loro
stagionatura. Del resto non andavo in Francia sulle tracce di quei nomi dei
quali avevo allora scarsa nozione, ma dietro le parole del Rapazzini, del
Códega, del Malingamba e di altri del mio paese che vi avevano trafficato,
anche senza far fortuna, arricchendosi di una cognizione del mondo e di
un'esperienza che non si poteva fare altrove.

Per me, che subito dopo la guerra avevo cominciato a far buoni affari, non
era impossibile mettere insieme quanto occorreva per una simile impresa.
Andare a Parigi e rimanerci qualche mese era questione soltanto di montare
un bel giorno in treno a Gallarate, dove passava l'Orient-Express, e scendere
alla gare de Lyon.

Avrei rivisto, traversando la Svizzera, la vallata del Rodano, Sierre, Sion e


Granges-Lens, il villaggio nelle cui vicinanze avevo vissuto due mesi nel
1944, al Campo disciplinare per internati dove ero finito in seguito ad un

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errore e dal quale infatti fui liberato con le scuse o quasi del Governo
federale.

Il Campo era stato aperto sul greto del Rodano ed era una specie di
dipendenza del Reclusorio federale di Crête-Longue.

Per la mia buona condotta mi era stato consentito di allontanarmi dalle


baracche nelle ore di riposo, fino alla riva del Rodano, che lambiva il nostro
Campo. Ci andavo ogni giorno e mi sedevo sopra un frangi-onde a guardar
passare sull'altra riva i treni pieni di gente ai finestrini.

Su uno di quei treni, sarei passato ora con la valigia sopra la rete e un bel
cappello in testa, libero e padrone di fermarmi in qualunque posto o di
passar via, indifferente alle piccole stazioni e perfino a quella di Losanna,
che pure avrebbe potuto dirmi molto se mi fossi lasciato prendere dai
ricordi.

Ma che cos'è più il passato, triste o lieto, per un uomo giovane che si mette a
far nuovi passi nel mondo? Sarei transitato senza alcuna emozione per quei
luoghi dove avevo lasciato sudore e anche sangue, perché un giorno ero
stato ferito di coltello alla schiena da un alsaziano durante una rissa. Si
lavorava al nivelage, cioè a spianare e pulire un terreno cosparso di pietre e
sabbia durante le antiche piene del Rodano, e le risse erano quasi giornaliere
tra gli elementi eterogenei di quel Campo.

Stando al finestrino, tra Visp e Sion, avrei forse fatto in tempo a riconoscere
il villaggio, il ponte sul fiume e il piccolo Hôtel Suisse, davanti alla stazione,
dove ero entrato a bere un bicchiere di Apfelmost la mattina che mi avevano
liberato dal Campo, con in tasca il foglio di via per Mendrisio, in Canton
Ticino.

Chi l'avrebbe mai detto, quando seminudo spalavo sabbia o correvo sui
decauville, che di lì a qualche anno sarei passato sull'altra riva del fiume
come un signore, diretto a Parigi e con le carte in regola?

Fu certamente questo bisogno di rivincita a decidermi, perché da un giorno


all'altro mi trovai sul piede di partenza.

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II

Quando uscii sul piazzale alla gare de Lyon, presi un taxi e mi feci portare
sul boulevard du Montparnasse, il campo di battaglia del Rapazzini, che al
caffè, quando raccontava la sua vita a Parigi, nominava quel celebre viale
come una sua proprietà.

Scesi dal taxi davanti alla gare Montparnasse e cominciai a guardarmi attorno
in cerca di un alberghetto. Ne trovai uno in un casamento di rue de l'Arrivée.
Dal padrone, o tenutario, che stava seduto in maniche di camicia e con un
mezzo sigaro in bocca dentro una cabina vetrata ai piedi della scala, mi fu
assegnata per pochi franchi una stanzetta triangolare all'ultimo piano, con la
finestra che guardava sui binari.

La stazione con la sua tettoia, rue de l'Arrivée, rue du Départ, il piazzale e il


lungo serpente del boulevard erano sotto di me, ormai a portata di mano.

Ne cominciai subito la ricognizione, dentro un raggio che comprendeva il


cimitero di Montparnasse e aveva per limiti rue de Vaugirard e boulevard
Saint-Michel, dove mangiavo due volte al giorno in piccoli ristoranti
nascosti nelle più scure traverse.

Parigi mi andava a genio e me ne accorsi subito, tanto che decisi di restarci


fin che avessi avuto denaro, cominciando con l'impormi qualche economia
per resistervi più a lungo. La prima cosa da fare era cercare una camera
ammobiliata.

La vedova Lenormand, davanti alla quale mi presentai su indicazione di una


lattaia, abitava in rue de Fleurus, poco lontano da Montparnasse, sul lato
destro di boulevard Raspail, verso il Luxembourg. Il suo appartamento era al
primo piano d'una casa grigia, con le persiane marce e scolorite, senza
nessun balconcino e una scala che prendeva la sua scarsa luce da un
lucernario annerito dalla fuliggine. Per la scala saliva dalle cantine, o

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scendeva dalle soffitte, l'odore delle introvabili deiezioni dei gatti, numerosi
in tutta la strada e attivissimi di notte, quando andavano e venivano
tuffandosi dentro e fuori dalla cancellata del Luxembourg.

Quando la vedova mi aprì e sentì la mia richiesta, mi disse che non aveva
mai affittato camere in vita sua e non intendeva affittarne. Ma per urbanità,
per curiosità o per qualche altro motivo, mi fece entrare e mi indicò una
poltrona dentro un salotto pieno di ninnoli, di tappetini coi fiocchetti, di
pizzi, fiori finti, ritratti e altre cianfrusaglie. Sedette davanti a me, con la
finestra alle spalle per vedermi in piena luce e ribadì che pur disponendo di
una camera non intendeva affittarla, perché fortunatamente viveva del suo e
non aveva bisogno di quel triste mestiere per vivere.

Era una donna sui sessantacinque anni, grassa e un po' elefantesca nei
movimenti, con un enorme viso senza sopracciglia nel quale si sperdevano
due grossi occhi glauchi. Sotto un naso grasso e curvo, tutto bucherellato dai
pori della pelle dilatati oltre misura, alcuni grossi peli dorati che avrebbe
potuto radere o strappare e che invece tollerava, erano il segno d'un certo
suo compiacimento nell'apparire donna forte di carattere, collaudata dalla
vita e ormai priva di affetti ma senza rimpianti, come dev'essere chi è solo al
mondo e non ha da aspettarsi che una fine pulita e decorosa. In testa portava
un berretto basco piegato su di un'orecchia. Intorno al collo aveva un
foulard bianco fermato da una spilla. Indossava una camicetta grigia con due
taschini e una gonna color blue come il basco. Ai piedi aveva degli stivaletti
sopra i quali calzava un paio di galosce. Pensai d'averla sorpresa mentre
stava per uscire e guardandole i piedi dissi che fuori non pioveva.

«Pioverà» rispose.

Non obbiettai e chiesi se non conoscesse qualche signora, nei dintorni,


disposta ad affittare una camera.

Per capire se ero degno di una casa e di una signora che doveva esserle
venuta in mente, m'interrogò a fondo. Volle sapere chi ero, donde venivo,
perché ero a Parigi, se ero scapolo o ammogliato, quanti anni avevo e per
quanto tempo mi occorreva la camera. Quando ebbe tutte le risposte
desiderate, si concentrò prendendo in mano la giogaia di carne e pelle che
aveva sotto il mento, poi allargò le gambe sotto la gonna spessa come una

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coperta, batté una manata sul ginocchio destro e guardandomi in faccia
disse:

«Puah! L'affittacamere! Eppure mi ci fate pensare. Sono sola, ho una casa


grande, niente da fare. Un buon giovane, che non rincasasse tardi la sera,
che non portasse nessuno in casa, intendo nessuno, neppure un amico, forse
lo terrei.»

Si alzò e mi fece segno di seguirla. Le andai dietro, in un odore di vaniglia


che emanava dalle sue vesti, fino in fondo a un corridoio, dove aprì una
porta e m'introdusse in una camera che pareva fatta apposta per me, con un
lettino bianco in un angolo, due grandi librerie con gli scaffali sovraccarichi
di bei volumi rilegati, un tavolino presso la finestra, una poltrona, un
divanetto di mezza misura, due sedie, due grandi armadi. uno dei quali con
lo specchio, e un bel tappeto sul pavimento.

«La toilette è qui fuori ed è indipendente» disse indicandomi una porticina


nel corridoio.

Mi domandavo di chi fosse stata quella camera, se di una figlia andata sposa
o di un figlio forse morto. Guardandomi attorno vidi, sotto il tavolo,
acciambellato sopra la sedia imbottita collocata in quel posto per chi volesse
sedersi a scrivere o a leggere, un grosso gatto soriano che mi teneva
d'occhio.

«È Domitien,» disse la signora Lenormand «e quello è il suo posto. Dalla sua


sedia si muove solo per uscire due volte al giorno sulla scala e per venire in
cucina a mangiare.»

«Domiziano?» chiesi. «E perché?»

«Perché è un imperatore come Domiziano. Il nome gli è stato dato dal mio
povero marito che sapeva tutto sulla storia romana.»

Volevo chiederle se prevedeva lo sgombero di Domiziano o se mi sarebbe


toccato sopportare il gatto, ma non osai. Accettai la cifra del mensile, in
verità esigua, e corsi subito all'albergo per il mio piccolo trasloco. Un affare,
mi dicevo andando a gran passi verso Montparnasse, un vero affare. Una

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camera simile per quattro soldi, con tutte le comodità, una piccola biblioteca,
divani e poltrone per distendermi, un bel letto non a rete metallica ma con
tanto di elastico a molle e materasso di lana. Una camera che mi avrebbe
dato, nelle giornate di pioggia o di maltempo, il gusto di stare in casa, a
leggere o a divagare in bei pensieri.

Alla sera, quando andai a dormire verso le ventidue con gran


compiacimento della Lenormand, il gatto era sempre sulla sedia. Cercai, con
buona maniera, di farlo uscire, ma invano. Mossi allora la sedia e arrivai a
inclinarla al punto che il gatto avrebbe dovuto scendere per forza. Scese, ma
appena rimisi in sesto la sedia vi tornò sopra. Stavo per decidermi alle brutte
maniere, quando la porta si aprì e comparve la Lenormand.

«Non le darà fastidio» disse. «Ma lasci socchiusa la porta perché di notte
Domiziano va e viene dalla cucina per bere o per sgranchirsi.»

Capii che avrei dovuto godere quella stanza senza potermi mai rinchiudere e
dividendola col gatto.

Mi spogliai, mi distesi e spensi la luce con la peretta che pendeva dalla testata
di ferro del letto. Dopo una mezz'ora, quando stavo per prender sonno,
guardai verso il tavolo e vidi gli occhi verdi del gatto, accesi come due fanali
nel buio. Un momento dopo dormivo.

Ogni mattina alle nove uscivo dopo aver dato il buongiorno alla Lenormand
e andavo in fondo alla via, verso la cancellata del Luxembourg, che seguivo
fino a rue de Vaugirard per poi avviarmi per rue Bonaparte e raggiungere
boulevard Saint-Germain.

Impiegavo, per fare quel tratto, mai meno di due ore, perché mi fermavo a
curiosare nelle vetrine e spesso deviavo nelle strade adiacenti. Verso l'una
entravo in qualche piccolo ristorante per pranzare.

Al pomeriggio riprendevo il cammino e raggiungevo la Senna. Vagavo da un


ponte all'altro fino alle sette, poi cercavo un altro ristorante per cenare.
Quando i camerieri mi facevano capire che avevano bisogno del mio posto,

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mi alzavo e andavo lentamente fino a rue de Fleurus.

La Lenormand, con gli occhiali sul naso e il “Figaro” spiegato sulla tavola
fingeva di leggere, ma sapevo che mi aspettava. Quando comparivo
approvava con un grugnito e rispondeva alla mia buonanotte togliendosi gli
occhiali e dandomi una guardata da capo a piedi. Il gatto Domitien, che se ne
stava in cucina con la padrona, appena mi sentiva alla porta se ne andava
nella mia camera a occupare il posto al quale pensava di aver diritto. Mi era
capitato più volte di vederlo di coda, mentre svoltava in fretta nel corridoio
per farsi trovare sulla sedia.

Leggevo di solito per un'ora qualche libro preso a caso da uno degli scaffali.
Capitavo spesso su delle opere di poesia, ma senza trascurare i libri di
viaggi, i romanzi che erano in buon numero e una quantità di opere
scientifiche che andavano dalla fisica e dalla chimica all'astronomia, dalla
geometria alla mineralogia, nei quali più che altro curiosavo, per giungere,
attraverso una specie d'inventario di quella singolare raccolta, a farmi un'idea
sull'abitatore o l'abitatrice precedente di quella camera, dove oltre i mobili e i
libri c'erano anche due quadri, o meglio due riproduzioni a colori
incorniciate e messe sotto vetro Tra le due librerie era appesa La maison du
pendu di Cézanne, un paesaggio con una casa di campagna in primo piano e
sullo sfondo una lunga collina dai colori teneri e leggeri. Di fianco al letto,
dentro una cornice nera, c'era una faccia da mietitore abbacinato dal sole
sotto la quale si leggeva, a stampa: Van Gogh, Autoritratto.

Sopra la testata del letto, al posto dove di solito si mettono madonne e altri
quadri sacri, pendeva, appeso per la coda a un chiodo, un piccolo
coccodrillo imbalsamato.

Avevo chiesto alla signora Lenormand se non era possibile appendere


altrove, per esempio in corridoio, quel piccolo coccodrillo, ma mi aveva
risposto che non solo non dovevo togliere nulla dal suo posto, ma non mi
era neppure consentito spostare oggetti o mobili Potevo usare tutto, e quindi
anche leggere i libri, ma per poi rimetterli nel luogo preciso dal quale li
avevo tolti.

Nei giorni di pioggia leggevo anche di pomeriggio, sdraiato in un'ampia e


dura poltrona coi braccioli guarniti di pizzo macramé oppure sedendo sul

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piccolo divano. Ogni tanto alzavo gli occhi e guardavo la sedia sotto il
tavolo, per il caso che il gatto la lasciasse libera. Mi aspettavo che, spinto da
qualche bisogno, Domiziano scendesse dal suo posto e infilasse la porta. In
tal caso avrei occupato la sedia e sarei stato a vedere la sua faccia quando
fosse tornato. Ma la bestia, che la sapeva lunga, tratteneva tutto con dolore
piuttosto di abbandonare il suo posto. Aveva capito che se mi avesse ceduto
anche una sola volta la sedia, il suo dominio sarebbe finito e quindi anche il
suo compito, che era quello di non lasciarmi prendere completo possesso
della camera. Forse aspettava qualcuno che secondo lui doveva tornare,
oppure, essendosi trovato erede dell'ambiente, non voleva cederlo ad altri e
difendeva ostinatamente il suo privilegio, nell'attesa che l'intruso se ne
andasse come era venuto.

Un giorno, aprendo la porta della camera, vidi Domitien acculato sul


davanzale e coi baffi contro i vetri. Corsi alla sedia, ma in un volo il gatto
era già sceso dalla finestra e con un balzo vi era giunto prima di me. Deciso
a cacciarlo, cominciai a scuotere lo schienale. La Lenormand era fuori per la
spesa e intendevo vedermela da solo a solo con Domitien.

Ma l'animale si aggrappò con le unghie all'imbottitura, drizzò il pelo e


cominciò a soffiare con l'aria di volermi saltare agli occhi da un momento
all'altro. Diedi un calcio alla sedia, che si rovesciò, ma Domiziano restò
nell'angolo tra il sedile e lo schienale, in attesa del soccorso della
Lenormand. Sconfitto, raddrizzai con un'altra pedata la sedia, lasciando che
il gatto la rioccupasse, ormai vittorioso.

Quando arrivò la vedova le raccontai l'impresa del suo compagno. Mi


ascoltò attentamente, poi disse: «Domitien ha carattere, nonostante
l'operazione che ha subìto» e fece con l'indice e il medio il segno di un colpo
di forbice. «Ha orgoglio, buona memoria e una certa fedeltà non solo alle
sue abitudini, ma anche alle persone. Lo tratti bene, e vedrà che col tempo le
diventerà amico.»

«Quanti anni ha Domiziano?» chiesi per far capire che volevo cominciare a
interessarmi del gatto.

«Non più di dieci» rispose «e li porta molto bene. Non vede che bel pelo
lucido? Guardi che pettorale, che coda!»

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Non c'era nulla da dire: Domitien era un bel gatto e la sua celata ostilità più
che spiegabile, dal momento che la Lenormand mi aveva affittato la stanza
senza tener conto dell'affezione dell'animale per quel locale dove aveva
sempre vissuto indisturbato.

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III

Avevo ormai camminato per tutta Parigi. Guardando nelle stazioni del metrò
le piante della città, mi accorsi che in un mese o poco più l'avevo percorsa in
ogni senso. Vedevo, nelle planimetrie, l'Ile Saint-Louis al centro
dell'agglomerato urbano, che è pressapoco rotondo o meglio a forma di una
pagnotta, e facevo girare da quel punto un raggio per centottanta gradi senza
trovare strade che non avessi battuto, chiese, monumenti, palazzi storici,
giardini, cimiteri che non avessi visitato. Mi chiedevo che senso avesse
restarci ancora, se non facevo conoscenze e non trovavo quasi più nulla di
nuovo da vedere. Ma un giorno, avendo deciso di avvicinarmi a casa prima
di sera per prendere un caffellatte coi biscotti in una latteria, passando per
rue Chevalier, nei pressi di place Saint-Sulpice, fui sorpreso da una vista
inaspettata. Dietro le tapparelle non completamente abbassate d'una stanza al
primo piano della casa di fronte, era possibile intravedere una donna nuda.
Negli spazi tra le listarelle si delineava a tratti luminosi, la sagoma d'un bel
corpo, interrotta e come tagliata dalla luce ogni due o tre centimetri. Forse la
donna faceva degli esercizi o si studiava a uno specchio, perché prendeva
posizioni da ballerina, alzando le braccia, riunendole dietro il capo o
mettendole ai fianchi. Improvvisamente la visione che mi aveva
immobilizzato quasi sull'attenti, scomparve.

Restai a lungo sul marciapiede, riscaldato dallo spettacolo che si era offerto
ai miei occhi e attento al portoncino nella speranza di poter riconoscere,
benché rivestito, il modello femminile che mi aveva colpito.

Dopo una mezz'ora la stanza cadde nel buio e quasi subito una ragazza uscì
sulla strada. Era una personcina snella, dal passo rapido e un po'
ondeggiante. Camminava a testa alta, guardando lontano e facendo
svolazzare una gonna azzurra che le arrivava fino a metà polpaccio. Aveva i
capelli d'un bel rosso rame, ondulati, che le scendevano fino alle spalle, e
teneva una borsettina sotto il braccio. Di faccia non riuscii a vederla, tanto
improvvisa fu la sua comparsa sul portoncino e tanto rapida la sua
scomparsa allo svolto della strada.

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Il giorno seguente alla stessa ora ero fermo sul marciapiede di rue Chevalier
in attesa dell'apparizione. Dopo pochi minuti vidi accendersi la luce e potei
assistere al ripetersi dello spettacolo. Appena la luce venne spenta nella
camera, passai all'altro marciapiede e mi riuscì di vedere in faccia la ragazza,
che uscita di casa mi passava sotto il naso col volto teso e lo sguardo
lontano, attraverso un paio d'occhiali cerchiati di tartaruga colore ambra,
senza neppure accorgersi di me.

L'aspettavo ormai ogni sera, più o meno vicino alla sua casa, ma senza che
mi notasse mai. La vedevo uscire, avvicinarsi, sorpassarmi senza vedermi o
almeno senza guardarmi, poi perdersi tra la gente che percorreva il
marciapiede. Decisi di seguirla. E una sera potei accertare che dopo aver
percorso me Madame, svoltava in me de Mézières, traversava me de Rennes
e me d'Assas, sbucava nella piccola place Deville che ha un lato aperto sul
boulevard Raspail, risaliva per un tratto, suonava al portone di un palazzo e
restava un minuto in attesa che qualcuno aprisse dall'alto premendo un
bottone. Entrava senza voltarsi indietro e con un colpo secco chiudeva il
battente.

Quando l'ebbi incontrata e seguita una decina di volte potei dire di


conoscerla. Doveva essere un'impiegata che viveva sola in una stanza
ammobiliata, come me. Tornava a casa dall'ufficio, faceva un bagno o una
doccia, si cambiava d'abito e andava da una famiglia amica in boulevard
Raspail, dove restava a cena e a passare la sera. Oppure in boulevard Raspail
aveva un amante, per il quale si preparava davanti allo specchio, studiando
le mosse che avrebbe ripetuto più tardi.

Era, certamente, una donna di carattere, padrona dei suoi atti e dei suoi
pensieri. Non si guardava mai attorno e camminava cosi spedita che nessuno
avrebbe mai pensato di fermarla.

Mi venne, considerandola e studiandola, una povera idea: una sera,


sull'angolo del boulevard feci in modo d'incrociarla prima del portoncino e
la fermai per domandarle se sapeva indicarmi rue de Fleurus.

«La seconda a destra» mi rispose seccamente, indicando a sinistra, verso

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l'alto. E se ne andò, dopo avermi guardato dalla testa ai piedi, senza badare ai
miei ringraziamenti.

Mentre si allontanava a busto eretto, la seguii con lo sguardo, prima di


avviarmi verso rue de Fleurus. Aveva fatto forse dieci passi, quando si voltò
di scatto. Mi girai subito come una marionetta, ma troppo tardi.

Una donna così severa, composta, un po' all'antica nei modi, cittadina, per
me che venivo dal Lago Maggiore e portavo indosso, come tutti quelli
cresciuti in un paese, una crosta di rustichezza, era irraggiungibile. Tanto più
dopo essermi compromesso con quell'espediente. Mi aveva certamente
notato più volte lungo la sua strada senza darne segno, e vedendomi di
fronte con quella domanda in bocca, degna di un Renzo Tramaglino che
arriva a Milano dalla campagna, mi doveva aver classificato tra i gonzi.

Non avendo ormai più nulla da perdere, decisi di continuare nei miei
appostamenti. Ogni sera, all'ora giusta, ero sul marciapiede di rue Chevalier
a guardare la sua finestra chiusa e le ombre cinesi che disegnava col suo
corpo dietro le tapparelle.

Poco dopo la incrociavo sul marciapiede o camminavo parallelamente a lei


su quello opposto, fino al boulevard Raspail, dove mi fermavo per guardarla
traversare e poi scomparire dietro il portone del palazzo nel quale entrava
ogni sera. Benché fingesse di non vedermi, ero convinto che mi notasse con
la coda dell'occhio e mi tenesse sotto controllo.

Ormai avevo studiato, oltre alla sua figura, anche la sua faccia. Dietro gli
occhiali aveva due occhi fermi, grigi e freddi. Il viso era fortemente rilevato,
come quello dei manichini che vedevo nelle vetrine delle Galeries Lafayette
o al Bon Marché, con gli zigomi alti e le guance sinuose che davano slancio
alle labbra, prominenti e ben disegnate dalla natura prima che dal rossetto,
del quale non faceva certo economia. Aveva una bocca mobile, sempre
chiusa e così piena d'espressione da togliere ogni importanza al naso,
piccolo, costellato di lentiggini e un po' all'insù, destinato apparentemente
solo a sostenere il ponte degli occhiali, che completavano la sua fisionomia
piena di sicurezza e di concisione. Poteva avere venticinque o ventisei anni,
forse di più ma non di meno.

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Come mi potesse interessare un tipo simile, me lo chiedevo spesso. Ma ero
ormai imbarcato nell'impresa, un po' poliziesca, di scoprire quale fosse la
sua vita. E mi pareva, o mi conveniva di credere~ che una delle ragioni per
cui mi trattenevo a Parigi era l'intenzione di conoscere, dopo la città, i suoi
abitanti, scegliendone qualcuno a caso e studiandolo a fondo.

Passate un paio di settimane in queste ambagi, stimai giunto il momento per


un passo estremo. L'avrei fermata sul boulevard per parlarle apertamente.

Non andai quella sera sul marciapiede e la aspettai nel mezzo del viale, tra le
piante, dove solitamente traversava.

«Permette,» dissi quando mi passò vicino «vorrei parlarle un momento.»

Si fermò e mi dardeggiò attraverso gli occhiali sbattendo le palpebre allibita


e senza reprimere una smorfia di disgusto.

«Vuol sapere da che parte è rue de Fleurus?» mi prevenne. E restò a


guardarmi, muovendo le labbra in modo ironico, per un vezzo innato, che
avevo già notato in una mia insegnante molti anni prima e che mi sembrava
un tic rivelatore di qualche inquietudine o impazienza: un difetto, in fondo,
ma che interessando delle labbra carnose e ben disegnate, finiva col
diventare un'attrattiva.

Non mi lasciò tempo per rispondere e riprese: «Si vede che lei non ha nulla
da fare, se passa il tempo a pedinare delle donne. Ma le voglio dire che con
me si stancherebbe, perché non faccio conoscenze per la strada».

Stava per riprendere il passo, convinta d'avermi sistemato, ma l'espressione


della mia faccia la fermò. Mi vide infatti così contristato e interdetto che si
arrestò un istante per lasciarmi dire le parole che avevo cominciato a buttar
fuori.

«Sono un italiano» dissi. «Vivo qui da due o tre mesi per imparare la lingua
e per conoscere Parigi. In tre mesi non ho fatto una conoscenza. Ho bisogno
di avvicinare qualcuno. Vengo da un paese del Lago Maggiore dove, se

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arriva un francese, dopo un paio di giorni ha già degli amici.»

Rimase colpita e mi guardò con l'aria di volermi studiare un tantino,


lasciandosi nel contempo traversare la mente da un pensiero che mi parve
d'intuire: non solo si era accorta da tempo che la pedinavo, ma forse mi
aveva visto fermo sul marciapiede mentre guardavo verso la sua finestra.

«Se è così...» disse. «Ma perché si è rivolto proprio a me con tutta la gente
che c'è a Parigi?»

«Mi sono rivolto a lei» risposi «perché non posso fermare un uomo....»

«Capisco, ma con tante donne che ci sono, perché si è rivolto proprio a


me?»

Non volevo parlare della finestra e dirle che tra di noi si era stabilita, col mio
guardare e il suo lasciarsi guardare, un certo rapporto. Dissi soltanto che
abitando da quelle parti mi era caduta lei sotto gli occhi e mi aveva ispirato
fiducia.

«Va bene,» disse allora in tono molto remissivo «mi dica cosa posso fare per
lei.»

«Permettermi di parlarle di tempo in tempo. Anche solo durante il tratto di


strada che fa ogni sera da casa sua fin qui.»

Rimase un momento pensierosa, poi improvvisamente uscì a dire tutto d'un


fiato:

«Potrei concederle ogni tanto una mezz'ora.»

«Ne sarei felice.»

«Allora» riprese «domani alle diciotto mi aspetti all'entrata del Luxembourg,


in rue de Vaugirard.»

«Posso sapere il suo nome?» domandai.

«Valentine» rispose in un soffio.

32
33
IV

Rincasando di buon'ora come d'abitudine, trovai nelle stanze l'odore della


zuppa di cipolle che costituiva il pasto serale della signora Lenormand. C'era
l'odore delle cipolle, il gatto Domitien sdraiato sul divano della sala da
pranzo, il “Figaro” sul tavolo, ma non la padrona di casa, che dopo la sua
solita cena doveva essere uscita, perché la cucina era in ordine. Esplorai tutte
le stanze, temendo di trovarla morta in letto o in qualche andito, ma dovetti
persuadermi che era fuori, per qualche ragione certamente grave, perché
usciva solo di mattina.

Mi disposi ad aspettarla nel salotto cominciando a leggere il suo “Figaro”


dalla prima all'ultima pagina.

Quando ero già alla quarta ed erano passate le ventitré, sentii girare la chiave
nella serratura.

La signora Lenormand, col basco in testa e un lungo soprabito nero,


rientrava nel suo dominio. Giunta in salotto, dove aveva visto la luce accesa,
si tolse la palandrana e potei vedere sul suo petto, appuntate alla camicetta di
lana grigia sopra il taschino sinistro, cinque medaglie, due d'argento e tre di
bronzo, coi nastri multicolori ai quali erano appese.

«Sono» disse notando la mia attenzione a quei ciondoli «le decorazioni del
mio defunto marito, che morì alla battaglia della Mosa, nel 1940, col grado di
colonnello. Vengo da una riunione di ex combattenti e vedove di guerra.
Nelle assemblee porto sempre le medaglie del mio François al petto. È stato
un eroe ed è giusto ricordarlo, anche se come marito non fu proprio nulla di
speciale.»

Così dicendo cominciò a manovrare sulle spille che tenevano le medaglie e a


toglierle, una dopo l'altra, per posarle sul “Figaro” e lasciarmele soppesare.

Nel salotto, che era anche sala da pranzo, c'erano sopra una credenza due
ritratti, uno dei quali era certamente del colonnello, un tipo curvo di spalle,

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coi baffetti corti e gli occhi pesti. L'altro era il ritratto d'un bambino nudo,
gettato a pancia sotto su una pelliccia, che non riuscivo a collocare nella vita
della signora Lenormand.

«Morto da piccolo?» chiesi accennandolo con gli occhi.

«Sarebbe stato meglio» rispose.

Non osai chiedere di più. Ma la signora continuò: «Preferisco ricordarlo


quando era un bambino. Di quel che è diventato dopo, a quasi quarant'anni,
vorrei dimenticarmi, se potessi. Un figlio, figlio unico, badi bene, che lascia
la madre, vedova, vecchia e sola... E come, poi! Mah! È meglio non
parlarne.»

Raccolse le medaglie dal tavolo e tenendole in mano mi voltò la schiena per


andare, caracollando, verso la sua camera. La salutai e andai nella mia, dove
mi guardai intorno a lungo per trovare nel coccodrillo, nei mobili, nei libri,
nella presenza di Domiziano che era già sulla sua sedia, nell'aria stessa di
quella stanza, la ragione dell'assenza di colui che se l'era composta in quel
modo, ci aveva vissuto certo fin dall'adolescenza e l'aveva poi abbandonata
intatta, con le penne, il calamaio e il tagliacarte sul tavolo, e nel cassetto della
scrivania dove avevo curiosato, un temperino, due mozziconi di matita, una
lunga forbice e un regolo calcolatore d'avorio.

Due volte la settimana, dal giorno che l'avevo fermata per strada, aspettavo
Valentine all'entrata del Luxembourg e stavo con lei le prime volte mezz'ora e
poi anche un'ora buona. Le parlavo di me, del mio paese, della guerra
passata, degli amori che mi avevano sfiorato e della solitudine in cui ero
caduto. Di lei seppi che lavorava come segretaria negli uffici del
l'Organizzazione americana dell'Unesco, in place de Fontenoy, che viveva
sola in un piccolo appartamento di rue Chevalier e che ogni sera, dopo il
lavoro, faceva una doccia, si cambiava e andava in boulevard Raspail, a
cena e a passar la sera in casa di una sua sorella sposata e madre di due
bambine. Era orfana di madre fin da piccola e suo padre, malato d'una strana
e inguaribile malattia alle gambe, viveva in una clinica o ricovero a
Rambouillet, fuori Parigi, dove lei e la sorella andavano a fargli visita a

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turno, una domenica ciascuna.

Non erano discorsi d'amore i nostri. Neppure quando sedevamo su una


panchina di fronte alla facciata del palazzo verso il parco, quasi stanchi di
riferire l'uno all'altro faccende e casi che mascheravano le nostre vere
intenzioni, era possibile, tanto a me che a lei, trovare la strada di un discorso
diretto e tale da far procedere anche di poco i nostri rapporti. Ma capitò,
proprio su quella panchina, che una sera, sedendole vicino, mi cadesse lo
sguardo sulle sue cosce unite sotto la gonna di cotone leggero. Fingendo di
concentrarmi in una pausa di silenzio, guardavo tutto il tratto dalle ginocchia
all'inguine per rilevare il piccolo rigonfio del bottoncino delle giarrettiere che
doveva affiorare da qualche parte e la linea segnata dal bordo della
sottoveste: ogni cosa che facesse rilievo tra il tessuto della gonna e la sua
carne, magari anche quella specie di ellisse obliqua intorno alla coscia,
appena percettibile anche per un occhio esercitato, nella quale si può
ravvisare la generosa svasatura dell'indumento più intimo e segreto. Non mi
sfuggiva, in quell'ispezione quasi subacquea, un leggero tremito dei muscoli
delle sue gambe, mentre girava lo sguardo d'intorno, forse per non far capire
che si era accorta della mia indiscrezione o per ostentare una freddezza
inglese sulla quale cercava di modellarsi, avendo imparato, con la lingua,
anche i modi e gli atteggiamenti d'oltre Manica.

Capitando in questo gioco a ogni incontro, mi parve una volta d'aver


insistito troppo e pensai di uscirne come se fossi stato solo sovrappensiero.

«Pensavo» dissi «allo strano spettacolo che ho visto stamattina: in boulevard


Saint-Michel c'era un uomo appoggiato al muro, che mostrava una
scimmietta. La teneva dentro una cassetta che aveva un lato coperto da una
piccola tenda rossa. Quando qualcuno si fermava, l'uomo batteva con le
nocche sopra il coperchio della cassetta. La scimmietta tirava la tenda, si
affacciava e dava la mano al curioso, il quale poi metteva qualche moneta
nel cappello che l'uomo gli porgeva. Andai anch'io a dar la mano alla
scimmietta e sentii tra le dita le sue ossicine e il suo piccolo palmo, freddo e
tremante.»

A Valentine piacque molto la storia e si commosse al pensiero della vita che


era toccata alla povera scimmietta.

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Capii quel giorno che occorreva cambiare sfondo ai nostri incontri e mi
offrii di accompagnarla a Rambouillet la domenica, quando andava in visita
al padre. L'avrei aspettata fuori della clinica. Accettò, e cominciò a
guardarmi in un modo nuovo. Notava con piacere che condividevo, almeno
apparentemente, anche gli aspetti penosi della sua vita. Passare una
domenica nella sala d'aspetto di una clinica, era un vero segno d'amicizia.

La domenica dopo eravamo in treno, seduti di fianco come fratello e sorella


e diretti a Rambouillet.

Giunti alla clinica, che doveva essere un cronicario o una casa per incurabili,
Valentine mi consigliò di aspettarla in giardino, assicurandomi che la sua
sosta non sarebbe durata più di un'ora.

Nel giardino si aggiravano, guardandomi con dispetto, tre o quattro ammalati


con soprabiti e vestaglie indossate sopra il pigiama. Andavano qua e là per
prendere aria, con le loro poche forze, godendo di quel poco che il mondo
lascia a disposizione dei moribondi e squadrando di mal occhio gli estranei
come me, che andavano a vederli in quel loro marcitoio. Il sole dell'estate
scendeva sul giardino, troppo forte per quei malati, che lo cercavano e lo
sfuggivano, stando fermi all'ombra leggera di piante che sembravano anche
loro intisichite e tristi.

Nel viaggio di ritorno Valentine mi raccontò che suo padre, ex direttore alla
Compagnia di Navigazione Paquet, ma ormai immobilizzato in un letto,
aveva un solo desiderio: venir provvisto di un nuovo orario dei treni a ogni
minimo cambiamento. Viveva infatti in una camera con l'orario aperto sul
letto, tendendo l'orecchio al rumore dei treni sulla strada ferrata che passava
dietro la clinica e sotto la sua finestra. Come un capostazione o l'incaricato di
un posto di blocco, spuntava i passaggi e verificava i ritardi, anche di notte,
perché non dormiva quasi mai. Il traffico ferroviario era la sua unica
salvezza dalla disperazione, perché aspettando un treno dopo l'altro riusciva
a tener lontano il pensiero della morte.

Arrivati a Parigi, accompagnai a casa Valentine nella speranza che mi facesse


salire nel suo appartamento. Ma sulla soglia mi diede la mano con freddezza,

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come la scimmietta di boulevard Saint-Michel, dicendomi che per la
domenica dopo avremmo combinato una gita a Saint-Germain-en-Laye.

Durante la settimana la vidi al Luxembourg per due volte, ma ormai facevo


conto solo su Saint-Germain-en-Laye, che immaginavo come il luogo più
adatto per passare dall'amicizia a qualche cosa di più caldo e intimo.

Venne la domenica e ci trovammo alle nove del mattino, nell'ingresso del


metrò in rue de Sèvres: vicino a casa sua e non lontano dalla mia, le avevo
detto, cioè dal piccolo albergo dove abitavo, in rue de l'Arrivée. Non so per
quale ragione, fin dalla prima volta che me lo chiese, mi diedi per alloggiato
all'Hôtel du Midi presso la gare Montparnasse, dove ero sceso arrivando a
Parigi. Mi era parso poco elegante dirle che stavo presso una vedova, in una
camera ammobiliata, come un impiegatuccio o uno di quei miserabili turisti
inglesi col sacco a spalla che sembravano arrivati a piedi da Calais.

Alla gare Saint-Lazare prendemmo il treno per Saint-Germain-en-Laye. Il


viaggio durò una mezz'ora, ma senza che mi riuscisse di trovare parole adatte
alla situazione, che trovavo nuova e piena di incognite. Avrei dovuto far
risonare la corda del sentimento? Farle una specie di dichiarazione? O
insistere sulla mia solitudine, cioè smuovere la sua pietà e quell'istinto di
protezione che è in tutte le donne? Oppure era meglio passare senz'altro,
appena fossimo in luogo discreto, a qualche gesto inequivocabile, come
baciarla, almeno in fronte? Nel pensare a queste diverse tattiche mi appariva
chiaro un fatto: non sentivo per Valentine alcun trasporto. L'amore, altre
volte da me conosciuto e visto in opera, si manteneva latitante nonostante i
miei appelli, e per quanto desiderassi sinceramente di venir travolto da un
sentimento, da unire e confondere con quello che mi sentivo nascere per
Parigi e per la Francia, per i colori del cielo e della campagna, cosi diversi da
quelli di Lombardia, ma d'una qualità che si poteva amare al punto
d'abbandonare per sempre l'immagine della propria terra, posseduta in fondo
per pochi anni e forse solo in attesa d'un altro luogo nel quale vivere la vera
vita.

Da quella gita comunque non sarei tornato a mani vuote. Non mi sarebbe
più capitato, come altre volte, di tacere per timidezza e di accorgermi troppo

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tardi che se avessi osato... In uno dei libri del figlio della Lenormand avevo
trovato dei versi che sembravano scritti apposta per me: “Par delicatesse / j'ai
perdu ma vie”. Per delicatezza, cioè per troppa discrezione, per timore di
abusare, di offendere o anche solo di sorprendere le persone che mi avevano
concesso amicizia e confidenza, avevo sprecato la mia vita.

Nel grande parco di Saint-Germain dove Valentine mi condusse, rimasi come


schiacciato o annullato dall'altezza smisurata degli alberi e dall'ampiezza
dell'orizzonte, sul cui limite affiorava Parigi come una grande ondata di case
e di palazzi. Seduti su una panchina, con davanti un avvallamento di giardini
e di ville soffuso da nebbie leggere, richiamai lo sguardo dalle lontananze e
lo abbassai sulle sue gambe bene unite. Ebbero, come nel parco del
Luxembourg, un leggero fremito muscolare.

Posai una mano, leggermente, dove avevo notato il fremito e sentii la


compattezza della sua carne, forse contratta e irrigidita al contatto con la mia
palma aperta. Alzai gli occhi e la guardai in faccia. Stringeva i denti e
guardava lontano. Ritrassi la mano e le passai un braccio dietro le spalle.
Non si muoveva ancora. La attrassi allora verso di me e la baciai
rapidamente tra la fronte e l'attaccatura dei capelli.

Lasciò fare, poi mi puntò gli occhi in faccia. Pensavo mi dicesse: “Un altro
passo avanti e me ne vado!”, invece cominciò a muovere le labbra chiuse,
quasi trattenendo un sorriso. Aspettai che abbassasse gli occhi e la baciai
audacemente sulla bocca.

Capii d'essere andato avanti abbastanza per quel giorno e non passai oltre.
Valentine me ne fu riconoscente, e ritornando verso la stazione mi tenne un
discorso riassuntivo.

“Vedi,” diceva “me l'aspettavo questo tuo comportamento. Forse non così
presto... Era, in fondo, inevitabile, sottinteso sin dal nostro primo incontro.
Questo vuol dire che fra noi c'è qualche cosa. Ma attenzione! Non sono una
donna in cerca d'avventure. Mi interessano i sentimenti e voglio soprattutto
la sincerità.»

39
Finii col pensare che Valentine sarebbe riuscita a provvedermi in giusta
misura di quei sentimenti che non avevo e della cui necessità mi rendevo
conto. Mi pareva impossibile non innamorarmi di una donna come
Valentine. Se non ci fossi riuscito voleva dire che mi ero disincantato al
punto d'essere maturo per prender moglie, e forse che Valentine dovevo
guardarla come una possibile moglie e non come il personaggio chiave di
un'avventura da raccontare.

Durante la settimana, negli incontri al Luxembourg, che lei aveva limitato al


mercoledì e al venerdì, mi avvertì che sulle panchine di quel parco non
avrebbe accettato le mie effusioni, che erano da riservare alla domenica, o
meglio a due domeniche al mese, quando saremmo andati in gita nei
dintorni, a Versailles per esempio, a Fontainebleau, oppure in qualche
piccolo paese lungo la Senna o la Marna, luoghi bellissimi che lei conosceva
e che mi avrebbe mostrato.

40
V

Le mie giornate senza di lei erano interminabili come l'autunno parigino, che
si prolungava ormai nell'ottobre con giornate di sole tiepide e colorate d'un
leggero azzurro appena velato da qualche fiato di nebbia luminosa. Ormai al
mattino uscivo tardi, solo per pranzare. Al pomeriggio, quando non dovevo
aspettare Valentine al Luxembourg, restavo in camera, seduto in poltrona
presso la finestra e leggevo uno dopo l'altro i libri che toglievo dagli scaffali.
Non uscivo, in quei giorni, nemmeno per cenare, perché la signora
Lenormand, dalla quale ero stato sorpreso una sera mentre mangiavo in una
latteria della vicina rue Madame, m'aveva detto che un caffelatte poteva
prepararmelo anche lei, se non mi fossi contentato della sua saporita zuppa
di cipolle, per la quale non mi avrebbe neppure chiesto un sovrapprezzo.

Seduto di fronte a lei al tavolo di cucina, una sera ebbi il coraggio di


domandarle qualche cosa su suo figlio.

«Dormo nella sua camera, leggo i suoi libri» dicevo «e mi pare quasi di
conoscerlo. Si può dire che non ce n'è uno, dei suoi libri, che non mi
interessi Abbiamo, pare, gli stessi gusti. Ci sono, per esempio, delle poesie
sottolineate nei titoli o segnate ai margini, che sono proprio quelle che avrei
scelto anch'io. I romanzi li sto leggendo uno dopo l'altro quasi con frenesia.»

La vedova ebbe un amaro sorriso, poi mi guardò a lungo abbassando la testa


e puntandomi contro la piega anteriore del suo berretto basco, che forse non
si toglieva neppure quando andava a letto. Finalmente parlò:

«Quando» disse «lei è capitato qui, non so come né mandato da chi, in cerca
di una camera, sulla porta, nell'ombra del pianerottolo, l'avevo presa per mio
figlio C'è una forte rassomiglianza tra lei e Maurice. Ma fu solo un istante:
non era possibile... Fu per quell'impressione tuttavia che decisi di farla
entrare e che poi le affittai la camera. Avendola come inquilino, e meglio
ancora come mezzo pensionante, mi sento meno sola e per di più ho la
sensazione d'essermi liberata dal pensiero di Maurice Non vedo più quella
stanza vuota, quelle file di libri sempre allo stesso posto che sembrano fusi

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in un solo blocco, quella sedia accanto al tavolo che oramai è diventata del
gatto. Mio figlio,» continuò non senza un'ombra di rancore nella voce «mio
figlio è un ingrato, un senza cuore. Con quel che ho fatto per lui da quando
è nato, non doveva mai comportarsi così. Pensi che due anni fa, pur essendo
fidanzato da tre anni con una signorina molto ammodo, di buona famiglia e
anche bella, che sembrava fatta apposta per lui, è andato a innamorarsi di
una indocinese: una nana, ripugnante, giallastra, che se lo è tirato dietro al
suo paese. Una di quelle orientali che vengono a Parigi per studiare,
apparentemente, ma nella speranza di rimanerci. Questa purtroppo se n'è
andata portandoselo dietro. Così, da due anni Maurice è in Indocina, dove
pare che stia benissimo, perché mi ha mandato in tutto fin ora un paio di
cartoline. Per me è come se fosse morto.»

Tracciò una croce nell'aria e cambiò faccia per farmi capire che del figlio
aveva parlato già troppo. Per aiutarla a cambiar discorso le domandai quale
fosse il suo cognome di nascita.

«Carpentier» rispose. Forse aveva detto Parmentier o Garmantier, ma non


osai farle ripetere la parola. Fui invece tanto indiscreto da chiederle anche il
nome di battesimo.

«Cornélie» biascicò con disgusto quasi a rilevare che quel nome, famoso per
essere appartenuto alla fortunata madre dei Gracchi, le fosse toccato per uno
scherzo della sorte.

Avevo strappato il suo segreto alla signora Lenormand e i dati principali


della sua povera persona, ai quali potevo aggiungere l'età, valutandola tra i
sessantacinque e i settant'anni. Una donna che avrebbe potuto essere mia
madre e alla quale oramai mi sentivo quasi obbligato a fare da figlio. Stavo
infatti sempre di più in casa a leggere e anche al mattino facevo colazione
con lei, tra le otto e le nove.

«Non legga troppo,» mi diceva vedendomi sempre coi libri in mano «quei
libri sono stati la rovina di mio figlio.»

Cercando invece sempre nuovi libri negli scaffali, mi accorsi che dietro la
fila più alta ce n'era un'altra, di guide turistiche e libri di viaggi, tra i quali
trovai un voluminoso brogliaccio scritto a mano. Me ne appropriai e mi

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accorsi subito che era una specie di zibaldone dove Maurice aveva annotato
ogni cosa che lo interessasse. Vi erano tentativi di poesie, pensieri vari
spesso datati, brani d'autori celebri, minute di lettere d'amore, formule
algebriche, trame di racconti e di romanzi e una quantità di quei ghirigori
spesso complicatissimi che si disegnano quando si ha una penna in mano e
si sta ascoltando una relazione noiosa o una lunga telefonata, oppure quando
si stanno inseguendo dei vaghi pensieri Figure geometriche derivate l'una
dall'altra, volute, labirinti, arabeschi, che studiati a fondo e decifrati con un
sistema, potrebbero riuscire rivelatori delle qualità e anche dei vizi occulti di
coloro che li tracciano lasciandosi guidare, si direbbe, da una mente
sussidiaria, che sta dietro o sotto quella che si usa per pensare. I geroglifici
spesso lasciavano il posto a veri e propri disegni che proponevano strani
teoremi sulla sfera, che egli indicava come la fonte di tutte le figure
geometriche, in quanto riunendo con linee rette i centri di tre sfere uguali
combacianti si ottiene il triangolo equilatero, di quattro il rettangolo, di
cinque il pentagono e così via. Era chiaro che si stava avviando alla
quadratura del cerchio, perché parlava, nella pagina seguente, di lunule
quadrabili e di uno strano solido che sarebbe risultato dal riempimento del
vuoto determinato dall'accostamento di tre sfere uguali Lo spazio interno,
delimitato da tre porzioni di superfici sferiche, avrebbe costituito una specie
di piramide dai lati concavi. Che cosa intendesse farne, di quel solido, per
quel che mi pareva di sapere niente affatto nuovo, non risultava, cosi come
non avrebbe potuto trovare applicazione un'altra sua trovata di alcune pagine
più avanti, che riguardava i numeri maiuscoli. Evidentemente era stato
colpito dall'idea che come ci sono le lettere minuscole e maiuscole, ci
potrebbero essere anche i numeri minuscoli e maiuscoli. Un'intera facciata
del quaderno infatti era coperta di numeri maiuscoli, ottenuti rovesciando la
figura d'ogni numero e tracciandola in corpo doppio del corrispondente
minuscolo. In una nota in calce si osservava che, come la t minuscola in
corsivo ha il trattino a destra mentre la maiuscola lo porta a sinistra, così per
esempio il 6 doveva avere nel maiuscolo la pancia verso sinistra.

Le idee di Maurice non erano sempre astratte come quelle dei numeri
maiuscoli. Ve n'erano altre di genere molto pratico che potevano servire,
come lui stesso annotava, per ottenere la concessione di brevetti industriali.
Una, che mi colpì più delle altre, riguardava una macchina per lavare i piedi,
poco dissimile da una comune lavatrice o lavastoviglie di oggi, nella quale,

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dopo aver introdotto del sapone in polvere, faceva entrare dell'acqua calda
che veniva agitata da un'elica posta dietro una grata Il piede, introdotto nella
macchina attraverso un'apertura protetta da un manicotto di gomma che
stringeva la ~amba a metà polpaccio, veniva a trovarsi avvolto da un turbine
d'acqua saponata che presto defluiva da un foro di scolo lasciando il posto a
un getto d'acqua calda per risciacquare. Espulsa l'acqua del risciacquo,
entrava un flusso d'aria calda che asciugava il piede. Nelle note illustrative
della sua macchina, l'inventore, rilevato che il lavare i piedi è operazione
sempre disagevole e pericolosa, faceva notare la praticità della sua lavatrice,
che era da tenere in bagno, accanto al lavabo.

Il volume era di oltre cento pagine e constava di tre o quattro quaderni legati
insieme. Cominciava nel settembre 1945 e arrivava probabilmente fino al
tempo in cui Maurice aveva deciso di andarsene a vivere tra gente d'altra
razza e d'altro costume, dietro la indocinese che lo aveva stregato.

Cominciai a leggere il quaderno, studiandolo come un incunabolo e senza


farne parola alla signora Lenormand che certamente ignorava l'esistenza di
quella specie di testamento abbandonato dal figlio, il quale non l'aveva
portato con sé in Oriente per troncare ogni legame col passato e vivere libero
dai ricordi e dalle abitudini della vita passata.

Sfogliando il voluminoso quaderno trovai dei versi che alludevano alla sua
decisione di sparire, con una donna s'intende, per andarsi a lanciare nella
fornace dell'Oriente:

Mon enfant, ma sœur,

Songe à la douceur

D'aller là-bas vivre ensemble!

Aimer à loisir,

Aimer et mourir...

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Più chiaro di così! Ma quando cominciai a tradurre quei versi nel quaderno
che avevo iniziato ad imitazione del suo, mi accorsi d'una annotazione poco
decifrabile: qualche cosa come “Baudelaire”.

Cercai il volume delle poesie di Baudelaire che era stato tra i primi a tentarmi
e trovai quei versi in una poesia. Maurice li aveva semplicemente copiati,
trovandoli aderenti a un suo pensiero. Infatti, oltre a quelli ne trovai due altri
che tradussi:

Laggiù tutto è ordine

Lusso, calma e voluttà,

anche loro preannunciatori di quel che avrebbe fatto al momento giusto.

Trovavo gusto principalmente alle lettere d'amore, che erano senza il nome
delle destinatarie e senza date Vere e proprie minute, piene di correzioni,
conservate forse per venir utilizzate in un romanzo, tanto appariva intinto di
letteratura il suo autore, che alle lettere alternava componimenti poetici,
descrizioni liricheggianti e spesso dei versi che rivelavano un'inclinazione
morbosa e un gusto piuttosto pesante.

Le due o tre figure di donna che cercavo d'immaginare leggendo le lettere di


Maurice, erano scarsamente delineate nei tratti fisici, ma assai studiate nei
movimenti dell'animo e nella loro carica, più o meno notevole, di sensualità.
Risultava chiaro che Maurice le aveva lentamente sedotte con l'ausilio della
sua abilità letteraria.

Le sue donne, delle quali cercai invano per tutta la camera qualche lettera di
risposta, dovevano essere state tutte di rigidi princìpi, ma Maurice era
riuscito ad aggirare gli ostacoli che gli avevano opposto se poteva scrivere,
in una delle sue minute: “Il fiore del tuo corpo, che ho spogliato e
scarnificato fino allo stame, mi ha svelato le inimmaginabili essenze delle
quali si nutrirà ormai per sempre la mia vita”.

45
Un po' trombone - pensai - e facile a promettere, come tutti i seduttori.

Meno liricamente, in alcune lettere successive Maurice rimproverava alla sua


corrispondente una certa freddezza nei momenti supremi e si domandava se
un simile comportamento fosse effetto di un naturale pudore o di una
studiata riluttanza destinata ad acuire le sue sensazioni. In una lettera parlava
del Bois de Boulogne, che è un luogo d'elezione per gli innamorati parigini, e
d'una gita nella foresta, avvenuta sulla fine dell'estate.

Tutto quello che avevo potuto estrarre dalle lettere e dalle poesie mi aveva
consentito di fissare in numero di tre le donne con le quali aveva avuto un
legame. Delle tre mi pareva di poterne ricostruire almeno una, che era la più
documentata. Si trattava di una ragazza dagli occhi “radiosi” e dai capelli
“infuocati”, della quale Maurice si azzardava a descrivere il seno in maniera
così minuziosa, che mi pareva quasi di metter le mani, leggendo, dentro la
camicetta di seta color ciclamino per la quale il giovane spasimava,
trovandola soltanto di un tono meno intensa di colore delle mammole, ma
per tornare subito su quel genere di fiori ai quali paragonava certe “violacee
corolle” che si capiva troppo bene dove fossero ubicate, passando poi dalle
vene azzurre dei salienti, al lieve sudore che l'emozione faceva stillare tra i
due coni di latte e ad altre minuzie che mi confondevano la vista,
impedendomi di veder sorgere davanti ai miei occhi la figura intera di una
donna.

Le “corolle” che tanto mi avevano colpito, tornavano poche pagine dopo in


un abbozzo di poesia, il più completo dei tanti che figuravano nel quaderno.
Vi si accennava a una passeggiata lungo un fiume, finita in un “interno”
dove a mio parere doveva aver avuto luogo la prima battaglia amorosa tra i
due.

Con l'aiuto del dizionario tascabile italiano-francese che mi ero comperato


dai primi giorni, cercai di tradurre la poesia, non solo per esercizio, ma
anche nella speranza che mi si rivelasse lo sfondo segreto di una passione
che era stata così apertamente tradita con la fuga del poeta in Indocina.

Riuscii a ricostruire subito la prima strofa, nonostante le molte correzioni e


varianti che presentava:

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Le soste, i lenti passi, le parole,

nel lungo pomeriggio

che ha luci di maltempo

portavano, ora sappiamo,

a questi specchi di pozzanghere

tra le foglie morte

di un morto lungofiume.

Dopo parecchi versi cancellati e illeggibili, riprendeva col passaggio ad altro


ambiente, non più aperto:

Guardiamo dai vetri

scendere e salire

le maone e le cisterne

e mentre l'incanto d'altro tempo vola

sull'ala stanca del giorno...

A questo punto una serie di rabbiose cancellature svelava l'ostinato


recalcitrare della musa alle sollecitazioni del poeta, che lasciata in sospeso la
strofa ribelle, notava un volo di aironi remigante verso sud, come una
visione sulla quale gli fosse corso l'occhio mentre cominciava ad assaporare
un fluido, una rugiada, un nettare che non riusciva a precisare:

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Lontano, contro terra,

è passato il volo degli aironi:

l'àlea cinerea è scesa a stormo

tra le canne e i falaschi della riva.

Affrontava poi senza esitazioni un ultimo periodo poetico:

Ma già si aprono

le violacee corolle del tuo seno

l'iride si oscura dei tuoi occhi.

L'occhiata al volo degli aironi che andavano verso sud - mi chiedevo - non
era segno della presenza in lui, già inquietante, d'una tentazione di fuga,
d'evasione? Certamente il poeta teneva il piede in due scarpe, e mentre
sfogliava una corolla correva già con l'occhio a un'altra.

Fu certo quella lettura che ml indusse a stringere i tempi con Valentine, della
quale mi ero messo a immaginare le bellezze nascoste, col preciso intento
ormai di nutrirne anch'io, magari per sempre, la mia vita.

Si avvicinava intanto la fine dell'autunno e una domenica, nel parco di


Versailles, dissi a Valentine che avevo in mente di tornare a casa mia, in
Italia, almeno per un mese, anche perché non avevo con me gli abiti
invernali. Ma prima di partire avrei voluto, cercai di farle intendere, stabilire

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un legame che mi inducesse a ritornare al più presto e a concludere,
nell'annata prossima, il nostro rapporto, che consideravo importante nel mio
destino.

Discorsi di questo genere le erano sempre graditi, perché pur nominando


con orrore il matrimonio, si capiva che aspirava ad una sistemazione che la
togliesse dalla sua vita senza luce, tra l'ufficio, il suo piccolo appartamento
da zitella e la casa del cognato, con le nipotine noiose e indisponenti delle
quali ogni tanto mi parlava.

Restava, per me, una gran curiosità per quel suo specchiarsi, alla sera, dopo
o prima della doccia e muoversi nuda, nella camera, a tapparelle abbassate
ma non del tutto. Un'abitudine che continuava, come avevo avuto occasione
di accertare nei giorni in cui si sottraeva agli incontri con me nel giardino del
Luxembourg, e che mi aveva ingenerato un sospetto. In quell'appartamento
del quale non mi aveva mai fatto varcare la soglia, poteva darsi che certe
sere l'aspettasse qualcuno, un uomo forse munito della chiave di casa, che vi
entrava sul tardo pomeriggio e si soffermava poi a smaltire le sue amorose
fatiche per un'ora o due, dopo che Valentine se n'era andata dalla sorella.
Mentre lei si muoveva dinanzi allo specchio, immaginavo l'altro steso nel
letto e poggiato su un gomito a contemplarla. Avrei potuto appostarmi nelle
vicinanze, ma sarebbero occorse ore e giornate per fissarsi su di una
persona, fra le tante che entravano e uscivano dallo stabile. Avevo visto
comparire sulla porta per due volte, mezz'ora dopo che Valentine era uscita,
un tipo coi basettoni rossi e lo sguardo sfuggente, ma il giorno seguente
l'avevo incontrato mentre camminava accanto ad una donna incinta
spingendo una carrozzella con un bambino.

Durante una delle solite cene a caffè e latte con la Lenormand uscii a dirle
che su Parigi era disceso un freddo per me insopportabile fuori di casa e che
avevo intenzione di tornarmene in Italia, non fosse altro per provvedermi di
un cappotto e degli abiti in vernali.

La vedova aggrottò le sopracciglia.

«Bene,» disse «ve ne volete andare così, da un giorno all'altro? Per tornare sì

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e no, magari in primavera? O forse mai più, se al vostro paese troverete,
come sarebbe giusto, un lavoro e magari una donna da sposare. Dopotutto
avrete anche voi una madre che certo vi aspetterà. Andate, andate.»

Non seppi cosa rispondere.

«Tuttavia» riprese, o meglio toutefois come aveva l'abitudine di dire ogni tre
o quattro parole, «se è solo per il freddo, vi posso venire incontro. Ho in
serbo tre o quattro maglie di lana nuove che mio figlio ha abbandonato qui
partendo, e se non volete disdegnarlo, anche un cappotto di astrakan nuovo
fiammante, anch'esso abbandonato da Maurice, che in quei paesi caldi
dell'Estremo Oriente non avrebbe saputo cosa farsene.»

Si alzò, mi portò le maglie ancora avvolte nelle carte trasparenti della


fabbrica e le posò sul tavolo. Andò via un'altra volta e tornò reggendo un
pesante cappotto di astrakan grigio che aveva l'aria di non essere stato mai
portato o solo qualche volta, se ricordavo bene d'averle sentito dire che suo
figlio era partito per l'Indocina nel novembre di due anni prima.

A prima vista mi era parso una pelliccia della Lenormand, di breitschwanz o


di karakul, ma la donna presentandomela disse che si trattava di un capo di
gran valore fatto confezionare da suo figlio prima della sua partenza presso
un grande sarto. «Fu» disse «un'idea di Maurice. Voleva un cappotto non
con la pelliccia all'interno come si usa comunemente, ma all'esterno. Diceva
che in Russia, al tempo degli zar, i signori portavano cappotti di quel tipo
lunghi fino ai piedi. Perciò è un po' lungo... Andrebbe portato con un
colbacco dello stesso pelo in testa e un paio di stivali ai piedi.»

Mi vidi, quando avessi indossato quella pelliccia, simile a un Michele


Strogoff o a qualche personaggio di Tolstoi, ma non osai sorridere. Guardai
bene il cappotto, che aveva una martingala sopra lo spacco posteriore e un
colletto rialzato, come certi pastrani militari dell'epoca napoleonica. Era di
colore grigio argento con riflessi quasi azzurri e una fodera di satin bleu
all'interno, sulla quale spiccava l'etichetta di un sarto.

Al mio paese, con un cappotto simile non sarei mai comparso, ma a Parigi si
può portare tutto, anche un elmo col pennacchio. Nessuno si sarebbe mai
voltato a guardarmi per strada.

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Stavo tuttavia per rifiutare il dono, o prestito che fosse, quando sul volto
della Lenormand apparve un'espressione che non le avevo mai vista. Una
tristezza un po' virile ma commovente, che m'impedì di parlare Col sontuoso
cappotto di suo figlio la povera donna pensava di trattenermi presso di lei,
come unico rimedio della sua solitudine e malinconia di vecchia donna sola
al mondo.

Tenendolo un po' in alto per farmelo vedere intero, e con l'aria di un


venditore che mostri il suo più bel capo a un cliente perplesso, seria, quasi
accigliata e mostrando in viso la durezza di chi ha imparato a perdere ogni
bene, la Lenormand mi metteva davanti a una scelta difficile. Non si trattava
soltanto di acconsentire a quel travestimento: nel mio proposito di tornare in
Italia perché non avevo panni invernali vi era infatti, latente, il segreto
intento di sottrarmi a una decisione sulla vicenda con Valentine, che si era
ormai avviata bene, tanto che per il prossimo sabato avevamo in progetto
una gita a Juziers, un paese lungo le rive della Senna dove avremmo passato
il pomeriggio e la notte, per tornare in città la domenica sera.

La gita a Juziers era il frutto di una lunga preparazione e implicava una tacita
promessa di Valentine, una specie di cambiale che aveva firmato, ma a
doppio taglio, perché quella cambiale potevo finire con l'addossarmela,
capitale e interesse, per il resto dei miei giorni.

Davanti al cappotto che la Lenormand mi mostrava, pensai improvvisamente


alla gita prevista. Andare in campagna per due giorni in giacchetta, a parte il
freddo, mi pareva in quella stagione ridicolo. Accettai l'offerta e infilai per
prova il cappotto, che pareva tagliato sulla mia misura. Mi presentai allo
specchio inclinato appeso tra l'alzata e il buffet, e mi trovai elegantissimo:
una specie d'ufficiale di cavalleria, un tipo come il Foscolo e comunque un
personaggio rispettabile.

La Lenormand faticava a nascondere la sua contentezza. Era riuscita a


trattenermi, e dopo il gatto mi aveva fatto accettare anche gli abiti di suo
figlio. Mi guardava di tanto in tanto come per prendermi le misure, forse
pensando di passarmi pian piano tutto il guardaroba di Maurice, dalle
camicie alle scarpe.

Disse invece che trovava eccezionale la somiglianza tra me e suo figlio.

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«Non di carattere o di temperamento» precisò, «ma di aspetto e specialmente
nell'espressione del volto.»

Così dicendo mi guardava la fronte, poi gli zigomi e il mento, ricapitolando


un inventario che aveva cominciato a fare fin dal giorno in cui ero apparso
per la prima volta in casa sua.

«Ci sono parentele incredibili tra gli uomini e tra gli europei in particolare»
dissi «per cui, anche a distanza di anni, al di qui o al di là di un confine,
appaiono dei tipi che sembrano fratelli: spuntano degli spagnoli in
Lombardia, dei tedeschi nel Veneto o a Bologna, dei francesi in Sicilia,
qualche volta addirittura dei siciliani in Germania o in Inghilterra.»

La Lenormand si alzò e andò nella sua camera, dalla quale ritornò reggendo
un grosso album nero che posò sul tavolo.

Domitien, che era sul divano in attesa di precedermi appena mi fossi mosso
per andare a letto, saltò sul tavolo e si acculò il più lontano possibile da me.

«Ora» disse la Lenormand «le mostrerò le fotografie di Maurice.»

Cominciò da una foto nella quale si vedeva un bambino di sei mesi gettato
bocconi sopra una pelle di agnello, che era il medesimo esposto sulla
credenza. Poi da una pagina all'altra dell'album mi fece passare sotto gli
occhi tutta la crescita del figlio: cresima, prima comunione, compleanni,
diplomi scolastici, tutto era ricordato da fotografie di studio o istantanee.
Verso l'età di quattordici anni Maurice cominciava a somigliarmi.
Ricordando le vecchie fotografie conservate da mia madre, mi pareva che la
mia vita e quella di Maurice si fossero svolte parallelamente, benché lui
avesse un anno più di me, come risultava dalle date e dalle indicazioni scritte
sul tergo delle fotografie di compleanno: il 5 luglio 1919 “a sette anni”. Il 5
luglio 1920 “a otto anni”, e così via fino ai sedici, dopo i quali le fotografie
erano occasionali. Ne vidi alcune in cui Maurice era in divisa militare, altre
fatte al mare, sulle montagne della Savoia con gli sci e una al volante di
un'automobile. Quasi in tutte mi somigliava.

Domandai alla Lenormand se Maurice avesse fatto la guerra.

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«Sì,» rispose «ma fu congedato quando il padre cadde nella battaglia della
Mosa. Appena libero dal servizio militare cominciò a tessere, con gli amici,
le fila di un'organizzazione di resistenza e finì con l'avere una parte di rilievo
nel maquis.»

Nell'ultima fotografia dell'album, datata del 1946, Maurice mi somigliava in


modo sorprendente. Pareva un mio fratello, quel fratello che non ho mai
avuto ma che se fosse venuto al mondo, prima o dopo di me, non avrebbe
potuto essere molto diverso dal giovane che mi guardava dal ritratto quasi
sorridendo, come se anche lui avesse fatto la stessa constatazione.

Giunto a quella fotografia capii che per la Lenormand cominciavano le


dolenti note e presi congedo dandole la buonanotte. Domitien, come se la
chiusura dell'album lo avesse avvertito, saltò sopra una sedia poi in terra e si
avviò verso la mia camera, dove andò ad occupare il suo solito posto. Ero
ormai rassegnato a subire l'arroganza del gatto, il quale un giorno, trovando
la sua sedia occupata da un catino pieno d'acqua che avevo pensato di
mettervi nella speranza che con un salto finisse a bagno. riusci a far cadere la
catinella spargendo l'acqua sul pavimento e costringendomi a tamponare con
un asciugamano ogni angolo della stanza.

Quella sera, sentendo ormai prossimo il mio ritorno in Italia, decisi di


completare la lettura dello zibaldone di Maurice, del quale volevo arrivare
fino all'ultima pagina, avendovi intravisto, nello sfogliarlo, parole che mi
avevano incuriosito più delle poesie, delle lettere e dei disegnini.

Portai il grosso volume a letto, e stando seduto col cuscino dietro le spalle
incominciai a leggere una nuova parte scritta con diverso inchiostro e
certamente la più recente.

L'universo, attaccava senza alcun preambolo e subito dopo aver concluso la


descrizione della macchina per lavare i piedi - cioè tutta la materia, compreso
l'uomo e i corpi celesti - è il risultato di una predisposizione contenuta in
alcuni elementi e forse in un solo elemento. Vi è perciò una continua
semplificazione, un procedimento che si può paragonare a quello di chi
seziona un frutto, ne toglie il seme, poi seziona il seme, quindi uno dei
granuli che il seme contiene e così fino al centro del centro. E' chiaro che
scartando scartando. si arriva al contenuto, al nucleo originario.

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Dopo la minuta d'una lettera d'amore nella quale esaminava il rapporto tra
piacere e crudeltà, riferendoci il tormento che la destinataria della lettera gli
aveva inflitto, riprendeva il discorso di prima.

Di quelle predisposizioni, scriveva, se ne sarebbero potute determinare


un'infinità, a seconda del capriccio di chi mescolò gli elementi originari o in
conseguenza di accoppiamenti casuali.

A questo punto era scritto fra parentesi: Carneade, Epicuro. Dopo il nome di
Epicuro veniva l'abbreviazione Democr., probabile allusione a Democrito, il
filosofo del quale Dante dice “che il mondo a caso pone”.

La sua elucubrazione su così vasti problemi si concludeva con l'affermazione


che l'uomo deve ricercare solo il piacere. Per ottenere il massimo del piacere
possibile, diceva, occorre il denaro, tanto denaro.

Come procurarselo il denaro non spiegava, a meno che pensasse alla


macchina per lavare i piedi o a qualche altro brevetto, nascosto in certi
calcoli che coprivano intere pagine di numeri, di equazioni e di figure
geometriche per me incomprensibili.

Seguivano cerchi, sfere e gruppi di coni disposti a raggiera, col vertice in un


sol punto.

Dopo una serie di geroglifici tornava alla geometria, per affermare che il
rapporto del quadrato con la sua diagonale potrebbe servire da chiave per
scoprire i rapporti tra materia e energia, tra pensiero e azione, immagine e
forma, in quanto l'universo intero ha natura geometrica, come appare
considerando il fenomeno della cristallizzazione, la quale si attua in forma di
stelle a 6, 3 e 4 raggi, per la costanza degli angoli diedri.

Mi era impossibile, allo stato delle mie conoscenze, capire se si trattasse di


sue pensate originali o di osservazioni che aveva tratto dalla lettura di opere
scientifiche. Erano chiare invece a prima vista alcune sue conclusioni
provvisorie, secondo le quali la vita umana era da considerarsi come il più
alto stadio della materia. Per cui non riteneva possibile, dopo la vita, qualche
cosa di meglio, ma solo qualche cosa di peggio. Se così non fosse, diceva,
l'uomo non avrebbe, innato, il timore della morte. La metempsicosi, cioè la

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trasmigrazione dell'anima dopo la morte nel corpo di cani, gatti, polli e altri
animali, era per lui una sciocchezza. Che bisogno c'è, si domandava, di
queste passeggiate fuori dalla specie? Se anche fosse vero che una volta
entrati nella formula della vita si ritorna per sempre a circolare nel ciclo delle
esistenze, ogni vivente dovrebbe restare nella sua orbita: l'uomo tornare
uomo e la pecora tornare pecora. In tal caso gli uomini sarebbero sempre i
medesimi, con poche e insignificanti variazioni. Purtroppo, finiva col dire, le
cose forse stanno diversamente. Quando si disgregherà quella combinazione
che è il nostro corpo, non resterà, di ciascuno di noi, che un'inezia: poche
particelle d'energia sparse nel cosmo e avviate, se pur si avvieranno, alla
probabilità di altre combinazioni.

Il discorso si faceva un'altra volta vago e difficile. Era tardi e mi veniva


sonno. Posai il volume sul comodino, spensi la luce e mi addormentai.

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VI

Due giorni dopo, che era sabato, alle quattro del pomeriggio ero nell'atrio
della gare Saint-Lazare in attesa di Valentine che arrivò con una valigetta
dentro la quale immaginai una camicia da notte, qualche paio di mutandine e
tutto il nécessaire d'una bella ragazza che va a passare due giorni con un
uomo.

Quando mi riconobbe dentro il cappotto di astrakan, fermo contro la parete


sinistra dell'atrio e sotto la grande lapide dei ferrovieri morti in guerra, si
oscurò in volto e rallentò il passo. Mi guardava come se non mi avesse mai
visto. Giunta accanto, invece di salutarmi mi scorse con l'occhio da capo a
piedi.

«Mi sta bene?» chiesi.

Ebbe un'espressione vaga ma non rispose.

«Andiamo» dissi «che il treno sta per partire.»

Sul treno non smetteva di guardarmi, non negli occhi o in volto, ma nella
persona. Finii col chiederle che cosa trovasse di così interessante in me.

Ero certo che si trattava del cappotto, ma avevo pronta una spiegazione ben
congegnata. Mi chiese infatti da dove diavolo venisse la pelliccia che
indossavo.

«L'altro ieri,» dissi «all'Hôtel du Midi dove abito, ho finalmente ceduto alle
richieste di un curioso tipo che vive nell'albergo da vent'anni. Si tratta di un
certo Misckin, principe russo finito in miseria. Pare che l'anno scorso questo
principe, dopo anni di penuria abbia ricevuto dei soldi in seguito alla morte
di un parente che abitava a Nizza. Il Misckin aveva pagato subito un anno di
pensione anticipata all'albergo, poi col rimanente si era fatto confezionare un
cappotto di astrakan alla moda russa dei suoi tempi dal sarto Charles Fiorini
di rue Saint-Honoré, come si vedeva dall'etichetta cucita sulla fodera di satin.

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Ma quando il cappotto fu pronto era primavera e il Misckin lo appese
nell'armadio. Quest'autunno, stretto dalla necessità, ha dovuto venderlo. Me
l'ha offerto a un prezzo che è appena il doppio di quello d'un normale
soprabito. Un po' per aiutarlo e un po' perché avevo bisogno d'un cappotto,
ho concluso l'affare. Il principe mi ha assicurato che si tratta di astrakan o
agnellino di Persia grigio. Infatti, pare d'argento.»

Valentine scosse la testa, poi disse inarcando le sopracciglia:

«Hai fatto bene. Ti sta benissimo! Un ottimo acquisto.»

«In quella lettera» riprese cambiando discorso «che mi hai messo nella
cassetta giovedì scorso, c'era una frase che mi ha colpito.»

In verità il giovedì precedente, uscendo per la prima volta col cappotto di


astrakan, le avevo recapitato una lettera. Era la terza che le scrivevo, nei
giorni in cui non potevo incontrarla, non perché avessi qualche cosa di
urgente da dirle, ma per rompere il silenzio e anche per esercitarmi nella
lingua. Infatti, quando ci incontravamo lei toglieva dalla borsetta la mia
ultima lettera e mi faceva notare gli errori o le frasi che non avevo saputo
costruire in buon francese.

«Mi hai scritto,» disse «una frase che credo di aver già letto in qualche
libro.»

Tolse la mia lettera dalla borsetta e lesse:

«“Tu vins au temps marqué, tu parus à ton heure. Soyons l'un à l'autre,
enfin!...” O sei diventato più bravo di me, o ti sei servito di qualche libro»
concluse.

Probabilmente impallidii. Ricordavo infatti di aver ricopiato letteralmente


quelle frasi da uno dei libri di Maurice che avevo aperto a caso.
Rapidamente imbastii una risposta.

«In verità» dissi «giorni or sono, guardando dei libri sopra una bancarella
lungo la Senna, ne ho aperto uno e sono caduto su alcuni versi che
rispecchiavano il mio pensiero. Era proprio quello che volevo dirti nella mia

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lettera e mi si presentava già scritto. Per l'ambizione di non commettere i
soliti errori di grammatica e d'ortografia e per fare bella figura, li ho ricopiati
su un foglietto e alla sera li ho trascritti nell'ultima lettera che ti ho messa
nella cassetta.»

Avrei potuto dire la verità: che li avevo trovati in un libro, nella mia camera
d'affitto, in rue de Fleurus, ma continuavo a farle credere, per una mia
inclinazione naturale a dir bugie, che alloggiavo nel piccolo Hôtel du Midi in
rue de l'Arrivée.

«Sì,» disse «sono versi di Verlaine.»

Era vero. Nello scaffale di Maurice avevo trovato sei volumetti di poesie di
Verlaine con le sovracoperte illustrate da schizzi tratteggiati a penna e con
qualche tocco leggero di colore.

In uno di quei disegni si vedeva il pont au Change: un uomo camminava


rasente al parapetto lungo il fiume con l'ombrello aperto, grandi alberi neri
sorgevano dalla banchina sottostante nascondendo quasi tutto il ponte del
quale apparivano solo due archi, con la grande N in rilievo sopra il pilone.
Una carrozza, passato il ponte, traversava il quai de la Corse.

Il secondo disegno offriva la vista d'un altro lungosenna sotto la pioggia,


con i cassoni verdastri dei librai chiusi dai loro coperchi di lamiera. Sul
fondo si vedeva il Pont-Neuf con la statua equestre di Enrico IV che in
lontananza sembrava una formica. Alcuni alberi spogli diramavano nel cielo
e in primo piano camminavano affiancati un uomo e una donna con
l'ombrello aperto, spinti dal vento che li prendeva di spalle. La donna aveva
una lunga gonna rossa che rifletteva uno sprazzo di colore sul marciapiede
bagnato.

Descrissi le due copertine a Valentine, sempre sostenendo di averle viste


sopra il banco d'un libraio. Non le dissi che quei due disegni mi avevano
aiutato più di lei a capire Parigi, mostrandomi la città nella sua luce giusta,
sotto le piogge invernali, con la Senna incupita a tratti dal vento, i palazzi
color piombo tra larghe zone di nero lucido, con sopra squarci di cieli
biancheggianti. Nell'abito invernale, un po' luttuoso ma carico, come il corpo
di una bella vedova, di segreti splendori, Parigi mi appariva ben disposta a

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lasciarsi conquistare anche da me, ultimo venuto in quella Mecca alla quale
ogni uomo dovrebbe andare pellegrino almeno una volta nella vita.

Improvvisamente Valentine mi domandò:

«Non hai caldo? Perché non togli il cappotto?»

«Hai ragione,» risposi «lo tolgo subito.»

Mi alzai, sfilai il cappotto e lo posai sul sedile di fianco a lei, che si avvicinò
col viso alla pelliccia e la fiutò.

«Sa di naftalina» mormorò.

«Me ne sono accorto anch'io» risposi. «Il principe l'ha tenuta tutta l'estate in
un armadio ed è spiegabile che per timore delle tarme l'abbia messa in
naftalina.»

Ma nonostante la mia prontezza nel rispondere, ebbi l'impressione che


Valentine non fosse persuasa del mio racconto sulla provenienza del
cappotto di astrakan. Ogni tanto volgeva infatti lo sguardo alla pelliccia che
aveva di fianco stesa sul sedile e un paio di volte vi passò sopra la mano per
carezzarne il pelo.

Quando il treno si fermò a Juziers era quasi notte. Stavo ancora pensando
alla bugia che avevo detto sulla provenienza del cappotto, e non badai alla
stazioncina dove eravamo scesi. Camminavo di fianco a Valentine, che
doveva conoscere il luogo, perché prese una strada in discesa lungo la quale
si andavano accendendo poche luci, molto distanti l'una dall'altra. Non
s'incontrava nessuno, come se il paese fosse disabitato.

In pochi minuti arrivammo su di una grande strada percorsa da automobili


che passavano come turbini di vento. Era sabato e i parigini fuggivano verso
il mare e le campagne.

Lasciata la strada dopo averne percorso un tratto rettilineo che seguiva


un'alta e scura muraglia, ci trovammo davanti a una chiesa. Valentine si

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orientò, e lasciata la chiesa sulla destra infilò il cortile bene illuminato di un
alberghetto. Ci venne incontro un uomo alto e magro che indossava un
lungo grembiule di tela bleu. La mia compagna gli disse che avevamo
intenzione di fermarci fino al pomeriggio del giorno dopo. L'uomo, che era
molto dolce di modi, ci accompagnò in fondo al cortile, poi al primo piano
d'una bassa costruzione unita all'albergo, dove ci aprì una stanza col lavabo
tra due finestre e un grande letto matrimoniale.

«Ceneremo verso le otto» gli annunciò Valentine posando la sua valigetta


sopra un vecchio canterano.

Senza la storia del cappotto avrei saputo cosa dire, e cosa fare, in una simile
occasione. Ma ero pieno di pensieri e non sapevo come passare a qualche
intimità. Tolsi la pelliccia e la appesi dentro l'armadio dove Valentine aveva
messo il suo soprabito di gabardine verde, contento di vederla sparire per un
po' di tempo.

«Domattina» disse Valentine «vedrai quanto è grazioso questo paese. È


collocato su un lungo colle ai piedi del quale scorre la Senna tra due rive
coperte di boschi.»

Tolse le scarpe, tolse gli occhiali, li posò sul comodino e si stese sul letto con
le mani sotto la nuca.

Mi venne in mente che forse su quel letto, in quella locanda, era già stata in
altra compagnia. Fu quel pensiero a darmi il coraggio che mi mancava.

Un'ora dopo, rivestiti, prendevamo aria camminando al buio lungo la scura


muraglia che avevamo seguito arrivando. Dal fiume vicino veniva un'aria
umida e fredda che si condensava in leggere nebbie vaganti come spettri
nell'alone dei fanali, ma buona per me da respirare e gradevole al pari di una
bevanda per chi ha sete. Mi sentivo infatti inaridito e secco, come se
Valentine mi avesse sottratto gran parte delle mie linfe vitali. Ma ero, o mi
credevo, felice.

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Tutto era accaduto, finalmente, quasi ci fossimo messi d'accordo anche sui
minimi particolari. Il corpo di Valentine era quale me lo ero immaginato:
piuttosto magro sul busto e soprattutto sulla schiena, ma ben tornito e
addirittura abbondante dal ventre alle ginocchia. Il viso, senza occhiali,
aveva ombre di durezza e si accordava con le spalle ossute, col costato
evidente e le scapole un po' aperte. Ma le braccia erano piene e tonde come
le cosce, nelle quali risiedeva la sua femminilità. Una donna imperfetta, un
modello fuori serie, che sembrava ordinato al Creatore da un cliente
capriccioso al quale importavano solo certe parti. Gli occhi parevano
inespressivi senza gli occhiali, ma le labbra, sempre chiuse, con la loro
prominenza e mobilità davano carattere a tutto il suo volto.

Dovevo ammettere che se avessi potuto farmi fare una donna a mio gusto e
misura, l'avrei voluta tale e quale mi era apparsa Valentine quel pomeriggio.

Ero certo, camminando lungo la nera muraglia con la coda dell'occhio ai fari
delle automobili lanciate sul rettilineo, di avere pensieri del tutto diversi da
lei, che lieta e quasi gongolante nonostante il freddo e il buio della sera, si
stringeva al mio fianco.

«Dietro questa muraglia» disse camminando «c'è un bellissimo cimitero in


dolce declino fino alla riva del fiume, che qui fa una grande curva. Domani
mattina ci verremo. Vedrai le péniches che salgono e scendono la corrente:
hanno una vera casetta a poppa, coi panni stesi, i bambini che giocano in
coperta, il padre al timone e la madre al finestrino della cucina con le pentole
alle mani. Vedrai le sponde del fiume gonfie di alberi color rame e tutta la
ferraglia del cimitero che scintilla al sole. È uno spettacolo!»

L'anticipazione di quel paesaggio di acque mi riportò agli aspetti quasi


dimenticati del mio paese, ai battelli del Lago Maggiore, all'autunno e
all'inverno delle mie parti. Erano mesi che non ci pensavo. Chissà, mi
domandavo, cosa dicono di me gli amici. Forse che ho trovato da far bene e
mi sono ormai radicato a Parigi. Oppure che ho finito col mettermi a qualche
lavoro. Molti mi penseranno solo e sperduto nella grande città, ma ostinato a
non tornare per non dichiararmi deluso o fallito. Nessuno certo immagina
che sono in un piccolo paese lungo la Senna, con una bella donna, una
camera con un letto già sconvolto al pomeriggio e che mi attende per la
notte, un cimitero qui di fianco, dove andrò domattina a veder passare le

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péniches nere e gialle che vanno verso il mare. Vita! La vita che cercavo.
Con in più il gran dono dell'amore, o di una donna, almeno, che chiunque
poteva invidiarmi. E quando si dispone di una donna, è finita la solitudine e
la malinconia. Verranno forse dei guai, concludevo, perché la vita è un
giardino di supplizi, a sentire certa gente. Ma per ora sono come una di
quelle navi fluviali che sostano sotto i ponti di Parigi e che vedrò domattina
scendere lungo il filo della corrente: ben catramate, col fumaiolo in attività e
tutto l'occorrente a bordo per una lunga navigazione. Certo, l'amore, a
pensarci bene, era un'altra cosa.

Ricordavo i primi innamoramenti, e anche uno degli ultimi, di cinque o sei


anni prima, quando ero in Svizzera internato e mi trovavo un po' nella stessa
se non peggiore solitudine. C'era stata, allora, come una rivelazione
improvvisa e certi dilagamenti di dolcezza nell'animo che ora non si erano
per nulla verificati. Il batticuore nell'attesa di un incontro, non lo provavo
più. Era scomparso, come una tachicardia qualsiasi dopo la cessazione della
causa che l'ha prodotta. Quello stato indefinibile di felicità, di leggerezza, di
abbandono, che avevo provato in Svizzera, non si ripeteva in Francia,
sebbene le circostanze dell'incontro non fossero diverse. Il pianto di Réhane,
quel mare di lacrime del quale m'aveva inondato sul letto una mattina
d'inverno, al risveglio, non potevo aspettarmelo da Valentine.

Réhane era riuscita a raggiungermi in Ticino, da Zurigo dove abitava, per


passare qualche giorno con me tra la fine dell'anno e l'Epifania. Mi ero
allogato con lei alla pensione Belvedere di Castagnola, sopra il promontorio,
in una camera che guardava verso l'alto lago. Dalla finestra si vedeva la
distesa delle acque sotto i monti d'Intelvi, nudi e secchi nell'inverno. Non era
la prima volta che stavamo insieme, ma quella mattina, svegliata dalla luce
del sole che entrava dalla finestra, trovandosi in quel letto con me vicino,
Réhane scoppiò in un pianto di felicità. Calda di un sonno che le era stato
conciliato dal più gran sonnifero che la gioventù conosca, aveva riaperto gli
occhi dopo otto ore nella gran luce d'una mattina invernale che era la prima
di un anno pieno di speranze: il 1945. Aveva mosso un braccio, mi aveva
sentito al suo fianco e le era parso di avermi per sempre.

Debbo dire che, anche senza piangere, ero nel suo medesimo stato d'animo
quella mattina. Seduto sul letto mentre Réhane lasciava libero corso alle sue

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lacrime che mi bagnavano il petto, guardavo il lago dove l'ombra leggera dei
monti stava per essere dispersa dal sole appena spuntato dietro le cime della
Valsolda. C'era vento fuori, un vento di gennaio spiritato e gelido che
arricciava le onde. D'un tratto vidi venire avanti, in mezzo al lago, una
tromba d'acqua uguale a quelle che si vedono nelle illustrazioni dei libri di
scuola. Era simile a una grande colonna di piombo svasata in alto e in basso,
alta un centinaio di metri. Veniva avanti sul pelo dell'acqua awitandosi, come
una ballerina che avanzi correndo sul proscenio avvolta in veli di mussola e
lanciata in una danza vorticosa. Arrivata sulla curva dalla quale appare il
bacino luganese del Ceresio, la tromba d'acqua si sciolse senza darmi il
tempo di chiamare Réhane a vederla. Mi rimase il dubbio che fosse stata una
specie di Fata Morgana, un simbolo della nostra fusione, avvenuta nel
turbine della guerra e destinata a dissolversi in un soffio.

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VII

Quello di Réhane non era stato l'ultimo dei miei amori. Altri ne avevo avuti,
altri certo mi aspettavano, perché non si sa mai quando questo dono finisca.
Ecco infatti che un nuovo amore mi appariva in vista. Era forse solo
questione di qualche giorno. Mi pareva che infatti stesse per liberarsi in me
un nuovo dilagamento capace di superare tutti i precedenti.

Valentine, che mi teneva a braccetto girando al buio per le stradicciole


intorno alla chiesa, mi domandò cosa pensassi.

“Buon segno” mi dissi. “Quando una donna chiede a un uomo che cosa
pensa, vuol dire che di quell'uomo le sta a cuore anche il meglio, cioè i
sentimenti e magari anche le idee.”

Risposi che pensavo a lei e stavo esaminando i suoi atti e le sue parole di
un'ora prima, rendendomi conto che il fantasma che ci seguiva, o ci
precedeva, in quella passeggiata notturna, era proprio l'amore.

Ne fu felice, e stringendomi il braccio sussurrò, accennando col capo verso


la facciata della chiesa alla quale passavamo davanti per la terza o la quarta
volta:

«È dell'undicesimo secolo. Ha quasi mille anni.»

Non ebbi parole davanti a tanta durata, e continuai a pensare all'amore,


sempre così breve e perituro.

Valentine intanto, avendo passeggiato abbastanza, tirava verso l'osteria.

«Ostriche! Ostriche!» esclamò sedendo a tavola e vedendone un cesto pieno


sul banco.

L'uomo col grembiule di tela bleu, che era il proprietario ma stava abbigliato
a quel modo per sembrare un cantiniere o un inserviente qualsiasi in
armonia con l'ambiente rustico della locanda, ci portò in tavola una bottiglia

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di vino bianco, ammiccando furbescamente nello sturarla, come se volesse
sottintendere non tanto che con le ostriche ci voleva quel vino, ma che il
vino e le ostriche erano quanto di più indicato al caso nostro.

Cenavano nel locale due altre coppie, una famiglia intera di sei persone e
due anziane amiche o forse sorelle. Ma il proprietario aveva uno speciale
riguardo per la mia compagna, che tuttavia pareva non aver mai visto prima,
pur senza convincermi, tanto mi era nota l'abilità degli albergatori nel fingere
di non riconoscere un vecchio cliente quand'è in nuova compagnia. Mi
parve perfino che Valentine, chiamandolo per farsi dare altri limoni da
spremere sulle ostriche, gli si rivolgesse con un “Monsieur Lestinguer” o
Cerquinet, se non era un semplice “s'il vous plaît” che avevo capito male,
desideroso com'ero di scoprire le sue passate vicende.

Mi sarebbe bastato chiederle come avesse conosciuto quel posto, per venire
in chiaro di qualche cosa, ma non osavo. Avrebbe potuto rispondermi che vi
era stata con un amico anni prima. Che cosa avrei potuto obbiettare? Nulla,
perché lei non mi aveva mai chiesto se avessi conosciuto altre donne. Che
non fosse nuova, vale a dire illibata, me ne ero accorto, ma di far domande,
e peggio ancora delle rimostranze, me ne ero guardato bene. Che diavolo!
Eravamo o no in Francia e nel 1950? Ero o no un figlio della legge o almeno
un uomo di mondo? Domande simili sapevo per esperienza che non
dovevano mai venir fatte. Che importanza aveva, d'altra parte, un
precedente, anche se ci fosse stato? Cercavo di persuadermi, da uomo di
buon senso, che un precedente, occasionale o no, non aveva nessuna
rilevanza. Ridevo perfino, dentro di me, pensando ai vari imbrogli delle
donne per non far risultare i loro trascorsi.

Valentine mi domandò perché sorridessi.

«Pensavo» risposi «alle ostriche, che hanno fama di riuscire stimolanti, in


certi casi...»

Valentine, che a volte era piena di sussiego, non apprezzò per nulla la mia
battuta che in verità era tutt'altro che una finezza.

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Le due donne si alzarono per prime e uscirono a passeggiare nel buio. Le
seguimmo quasi subito, per non passare indecentemente dalla tavola al letto,
sebbene non ci fosse che da girare intorno alla chiesa, dove la luce dei fanali
illuminava passabilmente la strada. Il paese, se paese c'era, pareva avvolto
nel buio. Passeggiando a braccetto incrociavamo ogni tanto le due donne,
anche loro a braccetto, poi le altre due coppie. Tutta gente che dormiva
nell'albergo e che al pari di noi tentava di avviare la digestione passeggiando.

Fummo l'ultima coppia a rientrare, ma Valentine volle fermarsi nella trattoria


dove si erano raccolti tutti i clienti, davanti a un grande camino
fiammeggiante. Il proprietario stava servendo un grog bollente di rhum
bianco con limone e chiodi di garofano: una sua specialità che disintoppava
qualunque stomaco. Capii che in quell'albergo vigeva un rituale e che
Valentine lo conosceva.

Bevuto il grog, ogni coppia si ritirò nella sua stanza. La prima che
scomparve era formata da un signore sui sessant'anni e da una ragazza poco
più che ventenne. La seconda, quella che sedeva vicino a noi durante la
cena, da una donna tra i quaranta e i cinquanta e da un giovanottone di
venticinque anni, probabilmente un meccanico o garagista a giudicare dalle
mani. La terza coppia, quella delle due donne, fu l'ultima a ritirarsi, per
timore di qualche commento alle spalle.

Tutta gente che andava a passare il sabato in campagna per centellinarsi in


pace e con tutte le comodità una passione irregolare o clandestina, habitués
di quel posto, certamente segnato sulla carta geografica della dissipazione ma
anche su quella della malinconia. L'oste dalla faccia lunga, il cimitero di
fronte e la chiesa millenaria, nera e lugubre, ormai nient'altro che un
perimetro cui girare intorno in attesa del pranzo o prima di andare a
coricarsi, facevano di Juziers un curioso porto di arrivo, una specie di riviera
d'Acheronte alla quale approdavano a due a due i peccatori dalla vicina
metropoli, come uccelli al richiamo del chioccolatore.

Uscito dal locale per la porta che metteva in cortile, mi avviai con Valentine
verso la scala, ma in una disposizione d'animo e anche fisica diversa da
quella di poche ore prima, quando non ero ancora certo e meno ancora
cognito di quel che sarebbe stato il primo scontro, simile sempre a un duello.

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Sapevo ormai quello che sarebbe accaduto e pressapoco come, ed ero deciso
a osservare ogni particolare del suo corpo e a studiare ogni suo atto, perché
mi ero convinto di aver rilevato poco o nulla al primo incontro e che il
meglio restasse ancora da scoprire, anzi che non l'avrei scoperto mai, come
dev'essere perché l'amore si conservi.

Sul braccio avevo il cappotto di astrakan che non valeva la pena d'indossare
per la traversata del cortile, e che arrivato in camera feci sparire nell'armadio.

Profittando del fatto che Valentine si era soffermata nella toilette di fronte
alla camera, mi spogliai in fretta per non mostrarmi con le mutande di lana
lunghe fino a metà polpaccio che la Lenormand mi aveva dato insieme alle
maglie. Prima di cena mi era riuscito di sfilarle insieme ai pantaloni, gettando
tutto in un mucchio, come richiedeva l'urgenza del momento. Ora invece
volevo mettere i miei pantaloni ben piegati sulla spalliera della poltrona e
nascondere le mie braghesse sotto la camicia. Purtroppo Valentine entrò
mentre, in mutande, stavo stirando i pantaloni con le mani contro il velluto
della poltrona. Mi aspettavo una risata, ma invece rimase in silenzio a
contemplarmi.

«Porto questi mutandoni» spiegai «perché soffro il freddo alle ginocchia. Fin
da piccolo avevo freddo alle ginocchia.»

Ma Valentine, che salendo le scale era allegra, aveva già cambiato umore.

Per fortuna intervenne il calore che si forma sotto le coperte a cancellare


tutto e a unirci in un abbraccio che mi sembrò il più misterioso che avessi
mai sperimentato, tanto Valentine mi parve diversa da qualche ora prima.

La prima notte è lunga per gli amanti. Ha pause di sonno, risvegli, momenti
d'abbandono ma anche improvvise richieste di rivelazioni sul passato,
confessioni, inquisizioni inammissibili, giustificate sol tanto dal nuovo
legame appena stretto e più volte rinnovato nella notte. Nasce, dagli abbracci
più teneri, un bisogno di dirsi tutto, che è il desiderio di conoscere e di farsi
conoscere dall'estraneo o dall'estranea alla quale ci siamo concessi e come
consegnati ormai per la vita.

Fu in uno di quei trasporti a luce sempre accesa, verso le tre della notte, che

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forse per le eccessive scosse che avevamo dato al letto, la porta dell'armadio,
non chiusa a chiave, lentamente si aprì. Balzati a sedere, la guardammo
esterrefatti staccarsi dalla battuta e seguire cigolando il proprio peso fino a
spalancarsi interamente, come se la mano di un essere invisibile la muovesse
per mostrarci l'interno dell'armadio, dove pendevano dalle grucce, uno
accanto all'altro, il soprabito verde di Valentine e il mio cappotto di astrakan.

Ci guardammo sorridendo. Feci un piccolo sobbalzo sul letto e la porta


dell'armadio, che si era fermata, si aprì d'un altro tratto con un ultimo
cigolìo.

«Vecchi mobili» dissi «e vecchi pavimenti di assicelle, coi travetti, sensibili


ad ogni movimento.»

Valentine era rimasta fissa all'armadio aperto. Le toccai un braccio. Si voltò e


capii che stava per farmi un lungo discorso. Si ridistese infatti di fianco a
me, ravviò i capelli con le dita, poi allungò un braccio fino al comodino,
prese gli occhiali e se li mise. Era chiaro che stava per cominciare un
interrogatorio in piena regola e voleva controllare le mie reazioni anche nei
minimi movimenti del viso.

«Quel cappotto» cominciò «che mi hai detto di aver comperato ieri, a me


non pare nuovo del tutto. E inoltre mi ricorda certe cose del passato che ti
dirò, un po' per volta...»

Alle cinque del mattino, stavamo ancora parlando. Aveva cominciato col
raccontarmi la morte della madre, scomparsa quando lei aveva tredici anni.

Sua madre, di lontana origine italiana e di famiglia nobile, era andata sposa
giovanissima a un ufficiale della marina mercantile, che dopo il matrimonio
aveva smesso di navigare per occuparsi presso la Compagnia di Navigazione
Paquet. Era bellissima, diceva, dolcissima, ma quando ne avrebbe avuto più
bisogno le era mancata.

Passò poi a parlarmi d'un suo primo amore dell'adolescenza, nutrito di sogni
più che di palpiti: una storia degli anni di scuola che mi sembrò assai

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comune e che forse le servi soltanto da introduzione al racconto della
vicenda che aveva dominato la sua giovinezza: una “relazione”, disse, per far
capire che si era trattato di un rapporto completo, ma senza escludere, anzi
sottolineando, che si trattava di amore e al più alto grado possibile. Il
giovane, o meglio l'uomo che l'aveva rivelata a se stessa era un essere
eccezionale. Colto, raffinato, con un animo d'artista e un temperamento
pieno di fantasia, che per uno scherzo della vita aveva finito col qualificarsi
in un ambito totalmente estraneo alle sue grandi doti: quello dei funzionari di
banca.

Purtroppo, una specie di improvvisa follia, un vero raptus, l'aveva già da


due anni come cancellato dal mondo.

Stavo per domandarle se quell'uomo straordinario fosse terminato suicida o


sfociato nella pazzia, quando Valentine, improvvisamente e come se le fosse
tornato in mente un pensiero che aveva accantonato per abbandonarsi alla
rievocazione di fatti essenziali, venne a parlare del cappotto di astrakan.

«È incredibile» disse «ma anche lui portava un cappotto di questo tipo, fatto
dallo stesso sarto, e perfino dei “completi” di maglia uguali ai tuoi. Non
parliamo poi della somiglianza fisica tra voi due, che a volte è addirittura
impressionante, specialmente nell'intimità.»

Avevo sentito ormai tutta la storia del suo grande amore, nato durante la
guerra e finito da due anni. In quale modo fosse finito non mi era ben
chiaro, ma ormai potevo andare avanti io a raccontarle il resto, perché da
una mezz'ora avevo saldato insieme una serie di elementi attraverso i quali
mi era stato possibile dar sostanza a un dubbio che mi tormentava da
qualche settimana: Maurice, il figlio della Lenormand, era stato il suo amico
o fidanzato fino a due anni avanti, quando si era innamorato d'una
indocinese che aveva seguito in Oriente, abbandonando per sempre patria,
madre e fidanzata. Il primo sospetto mi era venuto leggendo, nel brogliaccio
di Maurice, alcune minute delle sue lettere d'amore dalle quali era in qualche
modo possibile intuire il tipo fisico e anche il carattere di Valentine. Quando,
il giorno prima, alla gare Saint-Lazare mi ero mostrato alla ragazza col
cappotto di Maurice e l'avevo vista sorpresa, non mi erano rimasti più dubbi.
Tanto che appena coricati, al pomeriggio, la mia emozione durante il nostro
primo avvicinamento era stata deviata da un'idea fissa: verificare se

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l'immagine delle “violacee corolle” era reale, oppure niente altro che una
fantasia poetica.

Una sfumatura livida, un colore simile a quello dei petali appassiti delle
mammole, se non era suggestione, l'avevo notata al sommo dei suoi seni, nel
giro delle aureole, più evidente verso i margini, con un brivido, come se le
avessi scoperto dei bubboni o delle enfiature, il segno di un contagio che
stranamente, invece di farmi paura o inorridirmi, mi attraeva.

Prima di iniziare la mia confessione mi alzai dal letto e andai a chiudere con
la chiave la porta dell'armadio perché non ci facesse più lo scherzo di aprirsi
inaspettatamente, poi mi sedetti con le spalle appoggiate alla testata e
cominciai a parlare mentre Valentine, con le coperte fino al collo, mi stava ad
ascoltare fissandomi attraverso gli occhiali.

«Quando sono arrivato a Parigi» cominciai «ho preso alloggio all'Hôtel du


Midi, un alberghetto di rue de l'Arrivée, ma otto giorni dopo ho cercato una
camera ammobiliata nei dintorni e l'ho trovata in rue de Fleurus, presso una
vedova: la signora Lenormand.»

«La signora Lenormand!» scattò Valentine uscendo a metà dalle coperte.

«Per la verità» continuai «non voleva accettarmi. Ma poi d'un tratto cambiò
idea, mi mostrò la camera che era stata di suo figlio Maurice e mi domandò
un prezzo, per l'affitto, direi quasi simbolico. Capii più tardi, quando mi
parlò di suo figlio, che per alleviare o ingannare la sua sofferenza aveva
pensato di considerarmi una specie di ritratto vivente o di reincarnazione del
transfuga, mettendomi al suo posto e vestendomi addirittura dei suoi panni.
Sì, perché appena cominciò il freddo e mi vide determinato a tornare in
Italia, mi offri con insistenza prima delle maglie di lana ancora nuove che
erano state di suo figlio, poi addirittura il cappotto di astrakan che tu hai
riconosciuto.»

«Ma perché non dirmelo subito che eri dalla Lenormand?» insorse un'altra
volta Valentine.

«Perché mi pareva inutile raccontarti le piccole vicende di quell'interno


malinconico, nel quale mi ero ridotto quasi controvoglia. Cercavo una

70
camera, non una specie di madre e tutta una casa piena di oggetti, di
fotografie, di libri, di richiami a persone che mi erano estranee. Ma non ebbi
il coraggio di tirarmi indietro e accettai tutto, perfino il gatto.»

«Domitien!» esclamò Valentine uscendo una seconda volta da sotto le


coperte. «C'è ancora Domitien?»

«Sicuro,» risposi un po' seccato «e non abbandona mai la sedia di Maurice,


vicino al tavolo, sulla quale non sono ancora riuscito a sedermi. Forse lo
aspetta di ritorno dall'Indocina.»

Valentine aggrottò le sopracciglia dietro gli occhiali: «Dall'Indocina?» chiese


con profonda meraviglia.

«Sì, dall'Indocina dov'è andato due anni or sono, come saprai.»

«Racconta, racconta!» incalzò lei.

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VIII

«Maurice» ripresi «che era un giovane molto ammodo, impiegato di banca e


addirittura cassiere, a quasi trentacinque anni non aveva ancora avuto
amiche né fidanzate. Era stato militare in guerra, poi, congedato, era entrato
nel maquis, dove si era distinto partecipando ad azioni contro i tedeschi.»

Valentine assentiva gravemente ormai seduta accanto a me.

«Dopo la liberazione» continuai «tornò in banca e si fidanzò con una ragazza


di ottima famiglia e di elevata moralità: sono parole della vedova
Lenormand...»

Valentine, che aveva slacciato la camicia da notte come presa da un calore


improvviso lasciandomi vedere quasi interamente il seno, a quelle parole si
strinse nella camicia, tolse gli occhiali, li posò sul comodino e si voltò verso
di me per ascoltarmi meglio.

«La ragazza che aveva trovato» proseguii «poteva essere per lui la moglie
ideale. Ma purtroppo, sempre stando al racconto della vedova, un incontro
fatale lo portò fuori strada. Una indocinese, studentessa alla Sorbona e figlia
di un maggiorente di laggiù, lo stregò al punto da indurlo a lasciare tutto per
seguirla, quando finiti gli studi tornò in Indocina, pare a Saigon.»

Valentine meditava senza più ascoltarmi. Pensai che le bruciasse sapere che
mi era noto il ripudio e l'abbandono del quale era rimasta vittima. Feci
silenzio e aspettai qualche sua parola di commento.

«Questa storia della indocinese» disse quasi sottovoce «non mi sorprende.


Che cos'altro avrebbe potuto dire la povera Lenormand? Poteva forse
spiattellare la verità al primo venuto? Mostrare la sua piaga, orgogliosa
com'è?»

«Quale piaga?» domandai.

«Maurice» riprese Valentine «non è per niente in Indocina e non è corso

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dietro a nessuna indocinese, come sarebbe stato meglio, forse. Almeno per
lui. Ora ti racconterò tutto, perché è giusto che tu conosca la verità. Maurice
era cassiere al Crédit Lyonnais, stimato dai superiori e conosciuto nella
buona società. Di temperamento vivace ma di vita morigerata, anche dopo
avermi conosciuto non andava a dormire oltre le undici. Attaccatissimo a sua
madre, non usciva quasi mai dopo cena. Se ne stava sui libri perché era
studioso di letteratura e gran dilettante di ogni scienza, dall'astronomia alla
chimica. Veniva ogni sera a farmi una visita prima di cena in casa e solo al
sabato facevamo delle gite insieme fuori città. Siamo venuti anche qui, a
Juziers. Non in questa stanza, ma in quest'albergo...»

«Mi pareva di saperlo» mormorai.

Valentine andò avanti senza raccogliere la mia interruzione.

«Improvvisamente incominciò a rincasare tardi, dopo mezzanotte. Diceva


alla madre che mi accompagnava a casa e che qualche volta restava da me
fino alle ore piccole e perfino all'alba a parlarmi delle sue letture o a
discutere. Forse lasciava capire anche altro, tanto che la Lenormand mi
faceva il broncio, le poche volte che la vedevo. In verità Maurice stava con
me fino alle undici e qualche volta fino a mezzanotte, poi raggiungeva non
so dove alcuni suoi vecchi compagni di quand'era nel maquis. Mi aveva
mormorato qualche cosa, pregandomi di coprirlo con la madre. Erano
colloqui segreti. Maurice aveva degli ideali e i suoi amici li condividevano.»

«Quali ideali?» domandai.

«Ideali. Mi disse, un giorno, che li avrei conosciuti e apprezzati quando


sarebbe uscito alla luce coi suoi compagni. Ma per realizzare quegli ideali
occorreva molto denaro. Aveva dei grandi progetti anche per la nostra vita.
L'idea di portarmi, dopo il matrimonio, nell'appartamento di sua madre in
rue de Fleurus lo inorridiva. Mi aveva raccontato che fin da ragazzo, quando
andava durante le vacanze al paese della madre in Bretagna, sognava sempre
di scoprire un tesoro sepolto in giardino o murato nella vecchia casa dei suoi
avi.

«Per finanziare l'azione futura il suo gruppo decise un colpo in una banca
della banlieue. L'impresa ebbe successo. A me raccontava le cose in un altro

73
modo: stava facendo, diceva, molto denaro con speculazioni di borsa, che
gli riuscivano in grazia delle informazioni che carpiva in banca. Invece, dal
colpo in banca erano passati al furto delle opere d'arte nelle grandi ville. Una
notte, durante un'incursione dentro una villa al Bois de Boulogne, un
guardiano allarmato dai rumori dell'effrazione affrontò i ladri con una
pistola in pugno. Seguì una sparatoria: uno della banda rimase ferito
gravemente e il guardiano della villa fu ucciso, pare da un colpo esploso da
Maurice. Furono arrestati tutti e venne a galla l'attività del gruppo, a
cominciare dallo svaligiamento della banca. Risultò addirittura che Maurice
era il capo, il più deciso e spietato. Una cosa incredibile, perché era un poeta,
un sognatore.»

«Ma tu» chiesi «lo amavi molto?»

«Certo che lo amavo. Molto, non so. Lo vedevo, allora, come il compagno
ideale della mia vita, benché...»

Drizzai le orecchie e mi voltai verso Valentine che aveva abbassato il tono


della sua voce.

«Benché?» la incoraggiai.

«Durante l'unico colloquio in carcere che ebbi con lui prima del processo,
Maurice mi fece una confidenza... è una storia molto delicata che non dovrei
raccontare.»

«Fa' come vuoi.»

«No, te la dico: era omosessuale... a periodi.»

«Anche!» mi scappò detto. Ma subito cercai di correggermi: «Forse, in


carcere...»

«No, anche prima» concluse spietatamente.

«Si vede allora che era ambivalente.»

Valentine allargò le braccia, poi tagliò quel discorso e riprese:

74
Gli toccarono ventitré anni di carcere. In altri tempi sarebbe andato alla
Caienna. Ma nel 1938 la colonia penale era stata soppressa. Così, è finito a
Poissy, dov'è rimasto anche dopo la conferma della sentenza d'appello. Sua
madre mi ha chiesto perdono per lui e mi ha lasciata libera fin dal tempo del
suo arresto. In quanto a lui, mi ha scritto una sola volta, durante il processo.
La sua lettera mi fu consegnata dall'avvocato difensore. Sembrava scritta da
un altro. Arrivava al punto di farmi colpa della sua brutta fine. Diceva che se
l'avessi capito, se non avessi visto in lui un semplice impiegato di banca ma
quel poeta e quel libero spirito che sentiva di essere, la sua vita sarebbe stata
un'altra.

Aveva trentotto anni al momento della condanna. Uscirà a sessantun anni.


Posso forse aspettarlo?»

«Solo Domitien» mormorai «lo aspetta. Neppure sua madre, che non potrà
campare abbastanza per rivederlo in libertà.»

La povera Lenormand aveva inventato per me la storia della indocinese, non


avendo il coraggio di dirmi il vero. Forse si era costruita quella favola per
non pensare al carcere dove languiva suo figlio. Preferiva immaginarlo
ingrato e immemore, lontano per sempre e diventato quasi asiatico, ma non
avvilito dalla condanna e dalla morte civile, che alla sua mente di vedova di
un eroe era inaccettabile. Ormai, come mentecatta, avrebbe sempre ripetuto a
tutti la storia della fuga di Maurice in Indocina, dietro una donna di colore.

Ne convenne anche Valentine, che intanto aveva ritirato le ginocchia verso il


petto, tenendole abbracciate come un tuffatore a metà del salto. La guardai,
con quel bagaglio della sua parte migliore stretto al petto un po' esiguo e gli
occhi fissi all'armadio, valutando con un'occhiata di che cosa mi avesse
lasciato erede Maurice.

Dopo quel lungo racconto Valentine sentì il bisogno di disperdere il


fantasma che era stato evocato.

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«Non ne parleremo più, vero?» disse stendendosi nel letto. «Ne abbiamo
parlato a sufficienza. Ora tutto è dietro di noi e dobbiamo guardare avanti, al
nostro amore, alla nostra felicità, che è cominciata stanotte sulle rovine del
passato. Ora parlami soltanto di te, del tuo paese, dei tuoi progetti per
l'avvenire.»

Dei miei posti le avevo già parlato più volte, descrivendole il Lago Maggiore
che non aveva mai visto, le isole Borromee, i paesi sulla riva e il mio vagare
in barca a vela da un porto all'altro, prima di decidermi a un soggiorno a
Parigi, che avevo previsto di alcune settimane e che durava ormai da sei
mesi.

Le parlai della mia casa, di mio padre che aveva più di ottant'anni, di mia
madre, della mia vita in Svizzera durante la guerra, del Caffè Clerici dove
passavo le sere e qualche volta la giornata, dei miei amici, quelli che erano
stati a Parigi e quelli che sognavano di arrivarci un giorno. Le descrissi
Gervaso, con l'occhio stirato dalla paresi facciale, il professor Gilli, il Mutti,
il capostazione Balestrini e qualche altro.

Parlando del mio paese mi si fece più acuta la voglia di rivederlo.

«Tornerò presto» dissi «a vedere i miei, prima di Natale. Ma dopo


Capodanno sarò di nuovo a Parigi e in estate, quando avrai il tuo mese di
vacanza, ti porterò sul Lago Maggiore.»

Valentine era felice e seguiva il mio discorso come se fosse l'esposizione del
suo destino futuro.

«Ci verrei a stare per sempre al tuo paese!» esclamò. «Ormai mi pare di
conoscerlo meglio di te. Solo così mi libererei d'ogni triste ricordo. Mio
padre ne avrà ancora per qualche mese, dice il medico. Mia sorella è sposata
e non ha bisogno di me. Che cosa ci resto a fare in rue Chevalier? Via! Via di
qui! Un altro paese, altra gente, con te, amore mio! Imparerò l'italiano, che
mi piace tanto, e sarò un'ottima moglie.»

Capii che era vero, perché non mancava di nessuna delle doti che occorrono
a una moglie, compreso il trauma del primo uomo, che la garantiva contro le
deviazioni sempre possibili nelle donne senza esperienza, le quali nel

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matrimonio non cercano la quiete dopo la tempesta, ma delle emozioni
continue. Mi venne in mente uno dei libri che avevo letto nella camera di
Maurice, intitolato Il veleno della vergine, nel quale si raccontava la storia di
un giovane di campagna che non osava sposare la fidanzata per timore di
una specie di fluido nocivo che la ragazza secondo lui portava chiuso nel
grembo. Lasciò che la sposasse un altro, il quale di quel fluido morì e gliela
lasciò ormai purificata e inoffensiva. Mi ricordai anche del capostazione
Balestrini, che aveva sposato una vedova di due mariti, e del Bossi, che
parlando al caffè del Balestrini lo invidiava perché aveva trovato una donna
perfettamente messa a punto.

Si raccontava, del Balestrini, che quando ebbe deciso di sposare la vedova


Irene, volle spingere fino all'estremo la sua curiosità sulla vita precedente
della futura moglie. Avvicinò infatti tutti coloro che la voce pubblica
indicava come amanti occasionali della vedova tra un marito e l'altro,
quando era ancora ragazza e perfino durante i suoi due matrimoni. Da
ciascuno ottenne, talvolta a fatica, la confessione dei suoi rapporti con
l'Irene, della quale si informava con apparente disinteresse e con l'aria
d'essere animato dal più puro amore per il pettegolezzo. Quando poté
valutare appieno la carriera amorosa della fidanzata, la impalmò
serenamente, al sicuro ormai d'ogni sorpresa.

Tra quei discorsi, seguiti dalle mie riflessioni, si era fatta mattina, benché
dalle imposte non trapelasse ancora la luce.

Eravamo alla fine di un difficile inventario e bisognava ravvivare l'atmosfera


che si era fatta un po' pesante. Spensi la luce centrale che era rimasta accesa
tutta la notte e presi in considerazione Valentine, cercando di allontanare dal
letto ogni ricordo di Maurice, di sua madre, del gatto Domitien, del veleno
delle vergini e perfino le immagini del Lago Maggiore che avevo evocato
poco prima.

A farci capire che era ora di metter termine alla notte venne un raggio di
sole, verso le nove, attraverso il cortile. Mi alzai e mi lavai canticchiando:

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«Parigi, o cara, noi lasceremo...».

Un'ora dopo eravamo nella sala da pranzo davanti alla colazione del mattino,
insieme alla coppia della ragazza e del sessantenne. Delle altre coppie,
nessuna traccia. Già involate, come i migratori al far dell'alba, o ancora tra le
lenzuola a compensare la veglia con un sonno mattutino.

La chiesa, così tetra di notte, sotto il sole della mattina autunnale pareva
ringiovanita di alcuni secoli, pur restando nerastra e fumosa come il
muraglione del cimitero che aveva di fianco, dove volli entrare subito per
liberarmi d'una visita che a Juziers pareva di dovere. Dovetti riconoscere di
non aver mai visto, tranne a Morcote sul lago di Lugano, un cimitero più
allegro e altrettanto panoramico. Dai viali tra le vecchie tombe la vista
spaziava sulla Senna, gonfia e verde come un grande serpente. La sponda
opposta era tutta un folto d'alberi quasi spogli che facevano ancora macchia,
non lasciando altra veduta oltre il fiume che scendeva solennemente
disegnando una grande curva. Ogni tanto compariva una péniche e veniva
avanti incrociandosi con altre, più lente, che risalivano la corrente.
Mancavano soltanto, in quel cimitero, delle comode panche per star seduti a
contemplare il fiume e il suo movimento.

Ma poco più avanti, di fronte all'albergo, c'era un piccolo parco con le


panche e perfino un pontile con attraccata una barca per chi volesse remare
su e giù per il fiume.

La poesia di Maurice che avevo tradotta parlava di péniches, cioè di maone e


di cisterne che scendevano e salivano lungo la corrente, ma viste “dai vetri”,
quindi da qualche stanza più alta dell'albergo o dalla vetrata d'un caffè del
paese. Andavo, chiaramente, mettendo i piedi dove li aveva messi lui e
raccogliendo ciò che aveva dovuto abbandonare, dai libri al cappotto di
astrakan e alla stessa donna che aveva amato e forse amava ancora.

Valentine era soddisfatta della mia meraviglia. Mi aveva portato a Juziers,


come a Saint-Germain-en-Laye, a Versailles e una domenica anche a
Fontainebleau, non per ripercorrere le tappe del suo primo amore, ma solo
per mostrarmi il meglio del suo paese e per farmene godere gli incanti.

Lasciato il cimitero si diresse verso la stazione alla quale eravamo scesi la

78
sera prima, poi prese per i campi, verso le fattorie sparse lungo il colle che
seguiva il fiume. A ogni fermata il paesaggio variava di poco, ma offrendo
sempre qualche nuovo aspetto: ora un ponte lontano, a valle, ora il
terrapieno della ferrovia che descriveva un grande arco, ora un gruppo di
alberi rosseggianti sotto il sole vivo della mattina o un gran prato pieno di
mucche pezzate. Un'Arcadia tranquilla e serena, inimmaginabile a così poca
distanza da Parigi e forse oggi, a distanza di neanche trent'anni, scomparsa
per sempre. Rientrando incontrammo un uomo con un cesto che vendeva
per le strade non arachidi o castagne, come avevo pensato, ma crevettes,
gamberetti di mare lessati e sgusciati. Valentine capì subito di che cosa si
trattava e si avvicinò all'ambulante, che scoprì il cesto e le riempì un cornetto
di carta con una manciata di bacherozzoli rosati. Gli alimenti offerti per la
strada e maneggiati dai venditori, specialmente se caldi, mi hanno sempre
urtato lo stomaco. Così non pescai nel cartoccio e quando Valentine volle
mettermi in bocca un gamberetto arretrai d'un passo. Non fece caso al mio
rifiuto e mangiò tranquillamente tutto il contenuto del cartoccio, forse
ricordando di averlo diviso, altre volte, con Maurice.

Per le tredici eravamo a tavola nella locanda, dove il sornione in grembiule


ci servì diligentemente. Ogni tanto mi guardava con la coda dell'occhio, con
l'aria di voler valutare, dal mio aspetto e dal mio appetito, la prestazione
notturna che dovevo aver fornito profittando della sua organizzazione. Delle
altre coppie era riapparsa solo quella delle due amiche, soffocata da altra
gente, piuttosto rumorosa, che era arrivata per il pranzo.

Fuori, il sole, dopo aver sfavillato tutta la mattina, s'impigriva lungo il muro
del cimitero e brillava a tratti nella scia di qualche péniche in risalita verso
Parigi.

Dopo il pranzo andai con Valentine a camminare lungo il fiume, in un


vialetto sparso di foglie morte, quasi per chiudere la pagina di Juziers.

Su quel lungofiume vennero a tormentarmi, come gamberetti lessi che


qualcuno volesse mettermi in bocca, i versi della poesia di Maurice:

79
Le soste, i lenti passi, le parole...

e mentre l'incanto d'altro tempo vola

sull'ala stanca del giorno...

L'ala del giorno pareva stanca anche a me e il cadere della domenica sul
fiume mi immalinconì improvvisamente.

80
IX

Era già notte quando, vicino al cimitero, salimmo su un autobus per Parigi.
La partenza in treno dalla gare Saint-Lazare mi pareva avvenuta in un'altra
età, in un'epoca lontana, in cui Maurice era un giovane stravagante, volato
via dietro un sogno di templi buddisti e di fiumi popolati di giunche.

Viaggiando sull'autobus vicino a Valentine, ogni scossone, ogni fermata nella


notte, mi richiamava alla realtà. Maurice non era in Indocina, non aveva
volontariamente abbandonato Valentine per inseguire un altro amore. Era
vicino, forse vicinissimo, se l'autobus doveva toccare, come mi pareva,
Poissy, nella sua corsa verso Parigi. Mi pareva di vederlo, con le mani
afferrate alle sbarre, mentre guardava dall'alto di una finestra del reclusorio
la campagna immersa nel buio e tagliata, lungo le strade, dai fari delle
macchine. Nel fiume dei veicoli che andavano e venivano da Parigi, c'era
anche il nostro autobus che veniva da Juziers. Maurice guardava senza
vedere, ma con gli occhi della mente, in quella sera di domenica forse
rivedeva la Senna a Juziers, il volo degli aironi, la vita libera che aveva
perduto per sempre e nella quale era ancora immersa la sua donna, chissà
come, chissà con chi.

Cenai con Valentine a casa sua, in rue Chevalier, dove mi aveva finalmente
introdotto, con un caffè e latte che portò lei stessa in tavola mentre mi
aggiravo per i suoi tre locali a studiare il luogo che sarebbe diventato una
mia riserva, dopo la scomparsa di colui che vi aveva dominato per un paio
d'anni. Le poltroncine e il divano erano di velluto con cuscini di piume. Il
letto, di stile Impero e a forma di una barca, con la spalliera a riccio e con
dei rilievi in ottone, faceva pensare a Paolina Bonaparte della quale Valentine
ripeteva approssimativamente il tipo, con le sue spalle strette e il bacino
accentuato.

Nella camera che dava verso la strada c'era, montato su di un telaio di


mogano, un grande specchio girevole. Era a quello specchio che Valentine si
guardava nuda mentre stavo sul marciapiede, tre mesi prima, incantato dal
suo contorno che si disegnava contro le tapparelle semichiuse.

81
Mentre spalmavo il burro sulle tartine glielo dissi, timidamente. Ne fu
sorpresa perché non immaginava che dalla strada si potesse vedere dentro la
camera quando la persiana era abbassata. Il pensiero d'essere stata vista da
chissà quanti la conturbò. Per tranquillizzarla le spiegai che dalla strada si
vedeva solo il profilo di un'ombra e per di più suddiviso in tanti segmenti a
causa delle listarelle.

«Si trattava» dissi «di una figura così elegante che avrebbe fermato una folla
sul marciapiede. Ma me ne ero accorto solo io, per un felice destino.»

«Sono un po' grossa di gambe e specialmente di cosce» spiegò umilmente «e


ogni giorno quando dopo la doccia mi cambio, di ritorno dall'ufficio, faccio
un po' di ginnastica. Da bambina, per un anno o due ho seguito un corso di
danza classica...»

Tutto diventava chiaro, anche le sue solitarie evoluzioni davanti allo


specchio. Valentine era, o mi pareva, anche lei uno specchio, nel quale era
possibile vedere tutto, senza ombre.

Mi ritirai verso mezzanotte. Appena in camera andai vicino a Domitien che


sonnecchiava sulla sua sedia con un occhio aperto e gli dissi: «Adesso lo so
chi aspetti, vaurien!» Un epiteto, questo, che gli avevo sentito rivolgere dalla
signora Lenormand e che voleva dire buono a nulla, fannullone e forse
anche mascalzone.

Il gatto chiuse tutti e due gli occhi.

«Lo dovrai aspettare per un pezzo» gli dissi ancora «il tuo padrone.» E mi
distesi in letto tirandogli da lontano le mie mutande di lana appallottolate,
senza poterlo colpire perché stava col corpo sotto il tavolo e solo con la testa
in luce, ma difesa dalla spalliera della sedia.

La mattina dopo, alzandomi, lo vidi acciambellato sul cappotto d'astrakan


che avevo gettato sulla poltrona la sera prima invece di appenderlo
all'attaccapanni dietro la porta. Ma appena misi un piede in terra balzò sulla
sua sedia.

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Durante la colazione del mattino la Lenormand venne a sedersi al tavolo, col
bricco del caffè.

«Vedo» attaccò «che lei santifica le feste. Non c'è domenica che non vada
fuori città.»

Aveva ragione, perché quando non andavo in gita con Valentine, la


accompagnavo a Rambouillet e l'aspettavo nel giardino della clinica mentre
faceva la sua visita al padre.

«Ho un compaesano» spiegai «che abita a Rambouillet, e non trovo di


meglio, per passare la domenica, che andare da lui al sabato. Ha una
macchina, e mi porta un po' in giro, a Versailles, a Fontainebleau, a Saint-
Germain-en-Laye, a Juziers...»

Non obbiettò, anzi trovò giusto quell'andare a respirare aria buona verso la
campagna. Ma la settimana dopo, avendo notato che il martedì e il venerdì
ero rientrato verso le due della notte, mi tenne altro discorso.

«Ho notato» disse «che lei rientra alle ore piccole, furtivamente. La sento. E
la sentirei a qualunque ora, perché il mio sonno da due o tre anni è
leggerissimo. Lei è libero di rientrare a qualunque ora. Ha la chiave. Ma se
posso permettermi una parola...»

«Dica pure.»

«Ebbene: chi va alla notte va alla morte, si diceva una volta. E bisogna
riconoscere che di notte, in giro, non si può far nulla di buono. Non vedere
monumenti, non passeggiare lungo la Senna, non visitare mostre o musei,
ma solo locali equivoci. E la compagnia che si trova di notte, non è mai di
brava gente.»

«Un uomo» risposi «può avere delle esigenze.»

«Capisco» concluse abbassando la testa «ma veda di non cadere male: a


Parigi c'è di tutto e non sarebbe lei il primo a fare una brutta fine.»

«Non farò in tempo» dissi «perché fra otto giorni tornerò in Italia. Si
avvicina il Natale e lo voglio passare a casa mia.»

83
«Tornerà qui, dopo?» domandò cercando di dissimulare una certa ansietà.

«Certamente. Anche per riportarle il cappotto. Ma non prima di metà


gennaio.»

Afferrò la borsa e si dispose ad uscire come ogni mattina per la spesa, col
suo basco in testa, la palandrana nera e le galosce sopra le scarpe.

La sera prima, steso nel letto di Valentine in rue Chevalier, le avevo detto di
aver fissato il giorno del mio rientro in Italia. Ma assicurandola che in
gennaio, tornando a Parigi, mi sarei domiciliato in casa sua, come mi aveva
proposto forse temendo che una volta rientrato al mio paese non mi sarei più
fatto vivo. Volle che le promettessi solennemente di portarla, come avevo
detto, sul Lago Maggiore durante l'estate, per farle conoscere mio padre e
mia madre. Un bel progetto, che si capiva cosa fosse destinato a preludere.
Ma era certa di avermi in pugno saldamente, come in verità mi aveva e mi
avrebbe ancora, per quel che poteva dipendere da me.

Quella sera, che era mercoledì, rientrai alle dieci, dopo aver fatto con lei la
solita cena leggera di caffè e latte, burro e marmellata. La sera successiva
invece rientrai dopo mezzanotte. Valentine aveva manifestato una strana
voglia di parlare del mio paese, che oramai conosceva bene attraverso le
descrizioni che gliene avevo fatto. Voleva dei particolari, poi passava a
chiedermi che carattere avessero mio padre e mia madre, com'era la mia
casa, se aveva vista sul lago, terra intorno o almeno un piccolo giardino.
Ogni cosa che dicevo le andava bene. Il giardino, la piccola vigna in fondo e
il casottino di legno degli attrezzi, col coperto davanti, dove mio padre
sedeva a fumare il “toscano” quando pioveva, erano cose che le piacevano
da non dire. «Che vita semplice» diceva. «Che bella casa, che bel paese.»
Volle sapere qualche cosa di più sul Caffè Clerici, che le parve un'istituzione
degna d'interesse. Glielo descrissi, vicino al porto, sul quale si affacciava da
un portichetto, coi tavolini di ferro e i miei amici seduti intorno fin dalla
mattina. Le barche che andavano e venivano, la gente che passava, il biliardo
dentro al caffè, in attività tutto il giorno e il giardinetto inghiaiato sempre in
ombra dietro, con le piante concimate coi fondi di caffè nelle mezze botti
dipinte di verde. Magnificai il lago, oltre i moli, steso fin sotto i monti

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dell'altra sponda, bianchi di neve fino a marzo, poi verdi fino a novembre.
Le parlai del farmacista, del macellaio, del fornaio Baroffio detto Cobra, che
usciva dal suo forno mezzo inebetito una sola volta al giorno, dopo il sonno
pomeridiano, senza mai arrivare fino al caffè per timore di essere preso in
giro dai soliti fannulloni che passavano la vita a studiare la gente del paese.

Valentine non vedeva l'ora che arrivasse l'estate per venire con me a vedere
tutte quelle cose.

«Domani è venerdì» disse «e non ci vedremo perché uscirò con mia sorella
per certe spese e cenerò poi in casa sua. Ma sabato andremo a Chartres. Devi
vedere l'abbazia e la campagna intorno. Le guglie della cattedrale si vedono a
venti chilometri di distanza.»

«Sì» risposi. «Sabato andremo a Chartres e ci staremo fino a domenica sera.


Lunedì mattina partirò per l'Italia.»

Tornai a casa a mezzanotte. La luce nella camera della signora Lenormand


era ancora accesa e si sentiva lo spiegazzamento delle pagine del “Figaro”
che muoveva con intenzione, per farmi capire che aveva notato il mio
rientro a ora tarda.

Domitien era già sulla sedia ma non accovacciato. Stava in piedi, con la coda
in movimento. Era in stato di eccitazione e forse anche lui seccato per il mio
ritardo. Girava su se stesso sul tondo della seggiola, senza mai
acciambellarsi. Presi, da sotto una pila di libri dove l'avevo nascosto, lo
zibaldone di Maurice che non aprivo da tempo e seduto in poltrona coi piedi
sul tavolo cominciai a leggerne l'ultima parte.

Quasi in continuazione alle pagine che aveva dedicato alle sue riflessioni
sull'origine della vita, ne venivano altre nelle quali spiegava che possono
esistere esseri viventi di dimensioni così ridotte da sfuggire ad ogni
elettromicroscopio, così come esistono corpi celesti che non è possibile
rinvenire nello spazio con nessun strumento d'osservazione visiva o non
visiva. Qual è, si domandava, il più piccolo degli organismi o delle parti
della materia? E qual è il più grande? Metteva in dubbio anche i concetti di

85
dimensione, peso e misura, che riteneva convenzionali e relativi solo alle
specie terrestri. Se in un luogo, concludeva, si dovesse localizzare Dio,
sarebbe al centro di quella sfera che è l'Universo e nel più piccolo e
irraggiungibile degli organismi, al di là di ogni visibilità. Non per nulla,
sottolineava, Dio è per definizione invisibile.

Alla parola invisibile seguiva una pagina bianca, dopo la quale cominciava
una “Lettera anonima al Padre Eterno” della lunghezza di sette pagine, che
lessi fino in fondo con grande interesse e decisi di ricopiare nel mio
quaderno.

Mi alzai e mi misi al tavolo, seduto di traverso sul divanetto per non


disturbare Domitien.

Eterno Padre - cominciava la lettera - so benissimo, perché il primo libro


della Bibbia e anche i seguenti li ho letti come vanno letti, che Tu, dopo aver
creato il cielo e la terra, la luce e le tenebre, l'asciutto e il bagnato, aver fatto
spuntare i vegetali e messo nel cielo gli astri, hai dato mano alla formazione
degli animali Quando finalmente ti sei deciso a fare l'uomo, dopo averlo
composto a tua immagine e somiglianza, te ne stavi andando. Ma il diavolo,
che era presente, ti impose, per l'equilibrio, di fare anche un essere a sua
immagine e somiglianza. Sei tornato indietro allora e a malincuore hai
improvvisato la donna, non impastandola con la terra, ma deducendola
dall'uomo, per scissione. Càpita così, che come il diavolo porta Te
all'imperfezione, allo sdoppiamento, a volere il bene e a permettere il male,
così la donna separa l'uomo in due, o lo raddoppia, facendolo metà buono e
metà cattivo. È vero che, coerentemente, appena hai potuto ci hai mandato
tuo figlio a dividere il bene dal male, a distinguere tra mansuetudine e
violenza, tra carità e egoismo, amore e odio. Tuo figlio ha persuaso gli
uomini a prendere le cose come sono, ad accettare le due forze opposte:
quella di suo padre e quella del diavolo, una specie di zio carogna, direi, se
su queste cose fosse lecito scherzare. Vi è quindi un principio maschile e un
principio femminile, il dolore e il piacere, il positivo e il negativo, senza di
che l'universo non potrebbe reggere, perché non è che il risultato dello
scontro di due volontà. E l'energia, che è l'universo medesimo, non è che la
conseguenza di questo scontro, la polvere sollevata dalla lotta tra Te e il

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diavolo.

D'improvviso mi venne sonno e pensai di ricopiare il resto all'indomani


mattina. Posai un paio di libri sopra lo zibaldone aperto, tornai a letto e
spensi la luce.

Ancora tre giorni, pensavo al buio, poi tornerò a casa. Cosa racconterò al
caffè? Sei mesi a Parigi per far che? Potrò dire di aver inventato la macchina
per lavare i piedi? O di aver trovato il nascondiglio di dio? L'unico risultato
era un po' di francese, che parlavo passabilmente ma che avrei dimenticato
presto. La storia di Valentine non aveva nulla di straordinario e non era
neppure paragonabile alle imprese del Códega o del Rapazzini. Dunque, cosa
restavo a fare in quella camera, con quel gatto? E con la vedova Lenormand
che si era fatta inquisitoria e pretendeva di disciplinarmi la vita?

In questi pensieri mi addormentai.

87
X

Dormivo da poco più di quattro ore, quando un rumore sordo, come di un


tonfo, mi svegliò.

“Il gatto” pensai, e stetti in ascolto. Qualcuno camminava pesantemente nel


corridoio. Voci soffocate vennero dalla cucina. Distinsi quella della
Lenormand. Sopravvenne un attimo di silenzio nel quale improvvisamente
proruppe un'esclamazione. Era una voce maschile, forte e decisa, alla quale
quella della vedova teneva testa con pari vigore.

Accesi la luce e guardai l'orologio: erano le quattro e mezzo. Domitien stava


ritto sulle zampe, con la schiena inarcata, gli occhi fissi alla porta e la coda
inalberata e rigida come un bastone.

Scesi dal letto e andai nel corridoio. Il gatto mi passò tra le gambe come una
palla di cannone e svoltò verso la cucina. Feci qualche passo e sentii di
nuovo la voce della Lenormand:

«Hai fatto una pazzia!»

«Poche chiacchiere» rispondeva l'altra voce. «Ho un'ora di tempo. Dammi


un vestito, un po' di biancheria... in fretta.»

«Voglio sapere!» diceva imperiosamente la Lenormand. «Voglio sapere!


Sono tua madre!»

Si trattava, dunque, di Maurice.

«Saprai tutto domani dai giornali. Via! Non ho tempo da perdere» gridava il
giovane.

«Voglio sapere se sei innocente!»

«L'ho detto mille volte al processo: ho sparato in aria!»

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Maurice si mosse ed io credetti bene tornare sollecitamente a letto.

Stavo seduto con la schiena appoggiata alla testata, quando un uomo della
mia età e corporatura, con indosso un giaccone grigio, irruppe nella camera,
si guardò intorno, mi vide e arretrò d'un salto. Alle sue spalle arrivò di corsa
la Lenormand.

«È un signore al quale ho affittato la tua camera» disse.

Il giovane mi guardò. Dal letto dov'ero seduto lo guardai anch'io.

Constatai che era un po' più robusto di me, e forse mi somigliava davvero,
benché sia difficile e anche sgradevole vedersi ripetuti in altre persone, tanto
più in un pazzoide scappato di prigione. Lo fissai negli occhi cercando di
leggervi quel che temevo, cioè che era informato dei miei rapporti con
Valentine. Era stato il mio primo pensiero quando l'avevo sentito parlare dal
corridoio. Probabilmente era già passato da rue Chevalier a raccogliere la
confessione che gli serviva per venire a sgozzarmi come un pollo.

Stavo per saltare dal letto, quando improvvisamente uscì, come colto da
un'idea. Ma un momento dopo e prima che mi fossi deciso a togliere le
gambe di sotto le coperte, ricomparve con in mano un grosso coltello da
cucina.

«Maurice!» gridò la donna.

Maurice, brandendo il coltello, si diresse verso la poltrona vicino alla


finestra nella quale stavo seduto quand'ero in casa e cominciò a sventrarla
con dei colpi frenetici. Uscì della stoppa, poi si videro le molle liberate
dall'imbottitura e i tiranti che pendevano fino a terra. Maurice infieriva con
sempre maggior furia, finché, posato il coltello sul tavolo, cacciò le mani
dentro la poltrona sfondata ed estrasse, uno dopo l'altro, degli involti. Uno
gli sfuggì di mano, si disfece e sparse sul terreno una pioggia di banconote
di grosso taglio.

Maurice le raccattò e se le infilò insieme alle altre in diverse tasche. Dentro la


camicia cacciò un involto e altri tre li tenne in mano gridando: «La valigia, la
valigia!»

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Sua madre andò lentamente a prendere una valigia e la posò sul tavolo,
inorridita.

Maurice vi gettò dentro le tre mazzette di banconote, alle quali aggiunse


quelle che si era messo indosso e nelle tasche, poi gridò:

«Un vestito!»

La vecchia scomparve e un momento dopo tornò con un vestito, una


camicia e un completo di maglia e mutande di lana.

Maurice tolse la casacca, si abbassò i pantaloni e in pochi istanti apparve


nudo, benché avesse avuto cura di mettersi dietro il tavolo e rivolto verso la
finestra. Si infilò le mutande, la maglia e la camicia. Vide la mia cravatta
sulla spalliera della sedia e se la annodò. Indossò quindi il vestito con mosse
sempre più rapide. La madre intanto era andata a prendergli una scorta di
calze e fazzoletti che gli mise nella valigia ancora aperta sul tavolo.

Dal letto, dov'era seduto con le gambe sotto le coperte, lo guardavo


muoversi per la stanza tra le sue cose ormai abbandonate. Fra qualche
minuto se ne sarebbe andato alla sua sorte, lasciandomi nel suo letto, tra i
suoi libri...

Mi venne in mente Valentine, che a quell'ora forse dormiva tranquilla in casa


sua, ma un mezzo urlo di Maurice mi distolse da ogni pensiero.

«L'orologio!» gridò come se gli fosse venuta un'altra idea.

«Quale?» chiese la Lenormand. «Quello di papà o quello da polso?»

«Quello da polso!» urlò guardandosi attorno con l'aria di cercare qualche


cosa. Saltò sulla sedia, mosse la terza fila di libri nello scaffale di fronte
all'armadio e cacciò un braccio nel vuoto. Dall'alto della sedia si voltò a
guardarmi. Scesi allora dal letto, spostai la valigia, presi il suo quaderno di
appunti e minute che era sul tavolo coperto da un paio di libri e glielo
consegnai. Restò un momento perplesso, poi lo gettò nella valigia e la
richiuse, mentre io tornavo a letto.

Prese il coltello dal tavolo, se lo infilò nella cintura e afferrò la valigia.

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Uscendo, vide sull'attaccapanni il cappotto d'astrakan. Posò la valigia, restò
un momento a guardarlo, poi lo indossò, mise in testa il mio cappello di
feltro che era su di un pomo, riprese la valigia e infilò il corridoio. Mi alzai
allora e lo seguii, deciso a farmi restituire almeno il cappello. Domitien, che
correva come un pazzo tra la camera e la cucina, venne a trovarsi tra i suoi
piedi. Maurice si tirò indietro mezzo metro e gli misurò una pedata che lo
sollevò fino al soffitto. Il gatto non fece un gemito: ricadde e saltò in alto
verticalmente, tentando di aggrapparsi alla porta d'ingresso. Maurice, che
doveva essere stato giocatore di calcio, lo colpì a mezz'aria con una
rovesciata, mandandolo dietro le sue spalle tra me e sua madre. Poi si voltò
sorridendo sinistramente, tornò indietro due passi per dare un mezzo bacio
alla madre, e ignorandomi completamente aprì la porta e si gettò per le scale,
preceduto da Domitien che fuggiva sgnaolando come una sirena della
polizia.

La signora Lenormand, affranta, accostò la porta, poi andò a chiudersi nella


sua camera.

Tornai nella mia e mi guardai attorno, cercando di riordinare i pensieri.


Dunque, Maurice era evaso dal carcere ed era in fuga. Dalla fretta che aveva,
si poteva desumere che si sentisse la gendarmeria alle calcagna. Aveva detto:
«Ho un'ora di tempo». Mi restava dunque sì e no una mezz'ora per
provvedere ai casi miei.

Cominciai a vestirmi meccanicamente ma con una certa fretta, come se


anch'io fossi in fuga.

Spiegare alla giustizia tutte le combinazioni per cui ero ospite nella casa di un
ergastolano, far capire perché portavo i suoi abiti e come ero diventato
amico della sua fidanzata, non sarebbe stato facile. E che dire di tutti quei
soldi sui quali mi ero seduto per sei mesi?

L'idea di andare al più vicino commissariato per rendere una deposizione


spontanea sull'accaduto di quella notte7 non mi passò neppure per la testa.
Non pensavo che ad andarmene e al più presto.

Nel giro di un'ora o due la polizia avrebbe fatto irruzione in casa. Potevano
scambiarmi, a prima vista, per l'evaso e spararmi a bruciapelo, oppure

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ritenermi un favoreggiatore dell'evasione e farmi stagionare dei mesi in
carcere.

Mi ricordai di quasi vent'anni avanti, quando avevo messo piede la prima


volta a Parigi e delle pedate avute dai gendarmi. Negli archivi si sarebbe
potuto trovare il mio nome. E questa volta chi avrebbe testimoniato per me?
Cosa facevo a Parigi? Studiavo il francese a trentanove anni? E potevo dire
di avere per insegnante la signorina Valentine, conosciuta per caso,
fermandola nella strada?

Mentre mi terrorizzavo con queste domande avevo già in mano la valigia e


andavo riempiendola dei miei pochi effetti personali. Misi sopra la
biancheria il quaderno dei miei esercizi di francese nel quale avevo ricopiato
parte dello zibaldone di Maurice, poi andai nel bagno a prendere il rasoio e il
pettine.

Prima di chiudere la valigia mi cadde l'occhio sulla casacca grigia


abbandonata dall'evaso. Era una specie di “tre quarti” assai pesante che
giudicai adatto in mancanza del cappotto a difendermi dal freddo, e che
indossai benché emanasse un odore ripugnante.

Per terra, sotto l'armadio, intravidi qualche cosa. Mi chinai e tirai fuori
quattro grossi biglietti di banca. Li ricacciai dov'erano, afferrai la valigia e in
punta di piedi uscii nel corridoio. Raggiunta la porta, alzai lo scrocco e fui
sul pianerottolo. Presi le scale e un momento dopo ero sul marciapiede.

La rue de Fleurus si stendeva deserta da un capo all'altro. Da lontano, forse


dal boulevard du Montparnasse, veniva il ruggito semispento dei primi
autobus della giornata.

Se arriva la polizia, apre il fuoco senz'altro, pensai. Chi potrei essere, davanti
a questa porta con una valigia in mano, se non Maurice? Lo sfondo della
strada verso il giardino del Luxembourg era velato dalla nebbia. Guardai da
quella parte e intravidi il folto delle piante, nere nella notte. Per rue
Guynemer, che fiancheggia la grande cancellata, passò un'automobile. Presi
dalla parte opposta, verso boulevard Raspail. Era questione di minuti: se
avessi raggiunto il viale prima dell'arrivo della polizia potevo sperare di
eclissarmi. Tagliai per rue d'Assas e raggiunsi rue de Rennes. Svoltai a

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sinistra e fui sul Raspail, che presi in discesa: c'era un taxi fermo poco prima
dell'Hôtel Lutetia. Lo raggiunsi senza fretta e chiesi al taxista se poteva
portarmi alla gare de l'Est. Abbassò la testa.

Nel traversare rue de Rennes la macchina incrociò due furgoni neri della
polizia che salivano velocemente verso rue de Fleurus.

«Le spiace passare per rue Honoré Chevalier?» chiesi garbatamente al taxista.

Non rispose, ma svoltò. In rue Chevalier, davanti alla casa di Valentine c'era,
come avevo sospettato, un altro furgone nero della gendarmeria. Due
gendarmi, fermi sul marciapiede, si guardavano attorno.

«Deve fermarsi?» chiese con flemma il taxista rallentando.

«No. Può proseguire: gare de l'Est» risposi sbadigliando per finta. Alla gare
de l'Est scesi, pagai il taxi, entrai, ma un minuto dopo tornai fuori e presi un
altro taxi per la gare de Lyon.

C'era un treno in partenza per Milano. Presi un biglietto di seconda classe,


destinazione Losanna. Faceva appena chiaro, un'alba nebbiosa e plumbea
che non riusciva a staccarsi dall'orizzonte. Solo nello scompartimento, mi
domandavo se non avrei fatto meglio ad aspettare in casa la polizia. La mia
fuga poteva compromettermi. Se arrivo al mio paese, pensavo, ora sì che
avrò da raccontare una bella storia.

Lo scompartimento si era riscaldato rapidamente e il treno correva ormai per


i sobborghi. Tolsi la casacca della quale non potevo più sopportare la puzza,
per metterla vicino alla valigia sul portapacchi. Solo allora mi accorsi che
all'interno, sulla sinistra e all'altezza del cuore aveva, stampati a caratteri di
scatola, cinque numeri: 28367. La guardai meglio avvicinandola al finestrino
e mi accorsi che si trattava di un giubbone da forzato. Con orrore vidi che la
matricola era ripetuta anche sul petto, sotto il risvolto. Sarebbe bastato alzare
il colletto in un momento di freddo per farla apparire. Ridussi il giaccone a
un fagotto e lo nascosi dietro la valigia. Avrei voluto buttarlo dal finestrino,
ma la linea ferroviaria correva tra le case e pensai che qualcuno poteva
accorgersi del lancio, raccogliere l'indumento e dare l'allarme alla polizia. Era
meglio aspettare.

93
Quando il treno fu in aperta campagna abbassai il finestrino e gettai fuori la
casacca, che finì in un prato.

Ad ogni stazione mi alzavo a guardare dal finestrino: nessun poliziotto.

Li avrei trovati alla frontiera in gran numero, e uno di loro, un sergente dal
naso a becco, dopo avere esaminato il mio passaporto poteva alzare la testa e
dirmi: “Favorisca con noi”.

Mi pareva che le ruote del convoglio girassero all'indietro, come si vede nei
film, e che le fattorie davanti alle quali si passava fossero le stesse già viste
prima.

Il sonno che può scendere anche su un condannato a morte un'ora prima


dell'esecuzione, mi rapì ai miei incubi. Dormii più di un'ora, passando
attraverso vari sogni. Ero, da ultimo, in un grande salone, steso sopra un
divano. Qualcuno bussava alla porta, ma non mi decidevo a muovermi.
Aprii gli occhi e mi vidi davanti il controllore. Aveva in mano la macchinetta
bucabiglietti con la quale aveva battuto due colpi contro il montante della
mensola dove era posata la mia valigia.

Cercai nelle tasche il biglietto senza trovarlo. Forse era nella casacca che
avevo buttato dal finestrino. Il controllore stava per perdere la pazienza,
quando trovai il biglietto nel taschino della giacca dove non ricordavo
d'averlo messo.

Lo strazio di quel viaggio durò fino alle quattro del pomeriggio, quando il
treno si fermò al posto di frontiera di Vallorbe. La polizia entrò nelle
carrozze che intanto si erano riempite a metà. Nel mio scompartimento era
salita, un paio di stazioni prima, una signora italiana con due bambini. Ne
presi uno sulle ginocchia mentre un poliziotto guardava il mio passaporto
con una strana insistenza, passando più volte con gli occhi dalla fotografia
alla mia faccia.

Avrei voluto dirgli che si trattava di una fotografia di alcuni anni prima, nella
quale sembravo più giovane. Ma capii che era meglio star zitto.

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Finalmente appoggiò il documento sulla gamba, lo timbrò, me lo porse e se
ne andò seguito dal suo subalterno.

Mancava solo la dogana. Appena entrò la guardia spalancai la mia valigia,


che non fu neppure degnata d'uno sguardo. Ma il treno non partiva e c'erano
poliziotti che andavano e venivano lungo i marciapiedi. Fosse arrivata una
telefonata? “Fermate tal dei tali, italiano, colorito roseo, naso diritto, capelli
neri, occhi castani, sopracciglia unite, valigia cuoio naturale, senza cappello,
senza cappotto...”

Il treno finalmente si mosse e passò la frontiera.

Quando in Svizzera ero entrato in cerca di salvezza il 23 gennaio del 1944


passando sotto la rete di confine e avevo visto biancheggiare tra l'erba nella
prim'alba il cippo di granito con scritto SVIZZERA, non mi si era allargato il
cuore come in quel momento. Avrei abbracciato il ferroviere segaligno che
con la borsetta rossa attaccata alla lunga tracolla passò a bucare i biglietti e
ritirò il mio vedendo che era per la prossima fermata.

“Ah! Losanna, Losanna!” gridavo dentro di me «come ti rivedo volentieri!»

Indifferente agli sguardi curiosi della signora coi due bambini, cantavo a
mezza voce: «Vecchia città, son ritornato a te...».

Quando il treno si fermò in stazione, il sole, uscito una mezz'ora prima dalle
nubi, tramontava dietro le montagne della Savoia, oltre il lago che si
stendeva in basso ampio come un mare. Sulla costa di fronte intravedevo
Evian, dove mi era capitata una gran vincita al Casinò nel 1936 e avevo poi
noleggiato un battello intero, l'Actynia, per tornare a Losanna.

Il bambino che avevo tenuto sulle ginocchia durante l'ispezione del mio
passaporto aveva preso confidenza con me e dopo la frontiera non mi aveva
più lasciato in pace. Quando vide che mi apprestavo a scendere si mise sulla
porta dello scompartimento con le braccia aperte per non farmi passare.
Rividi Maurice che dava il calcio a Domitien, ma fui gentile, lo carezzai e gli
dissi: «Scendo a prenderti le caramelle e torno subito.»

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96
XI

A Losanna sapevo dove andare. L'indirizzo di mademoiselle Marguerite


Gagnebin, l'avevo scritto in mente.

Mademoiselle Marguerite era la “samaritana” che mi aveva preso sotto la sua


protezione quando ero in un campo di lavoro del Giura, durante
l'internamento. Veniva a trovarmi a Tramelan tutte le domeniche, mi portava
a mangiare una bistecca in trattoria per salvarmi dalla denutrizione, mi
lasciava tre pacchetti di sigarette e tornava a Losanna felice di aver compiuto
un'opera di bene. A casa sua ero stato una volta sola, dopo essermi liberato
dai “campi”, ma le avevo scritto chissà quante volte. Si dichiarava mia
sorella in Cristo, e da buona protestante mi aveva amato evangelicamente,
ma guai se mi fossi sognato un gesto equivoco, una scorrettezza da italiano,
uno sguardo solo che preludesse al tentativo di disobbligarmi dei suoi
servizi. Aveva qualche anno più di me, un viso severo e piuttosto asciutto,
una figura slanciata, ma dissimulata sotto abiti da mezza monaca, se pur vi
era qualche cosa da dissimulare in quel suo corpo inamidato che nessuna
mano maschile doveva mai aver toccato nel vivo. Mi pare che avesse
pronunciato dei voti, di verginità o semplicemente di impegno al servizio dei
derelitti, perché faceva parte dell'Armée du Salut, una specie di ordine
religioso protestante i cui membri, quasi tutte donne, vestono in bleu con le
sottane lunghe e portano un cappellino dal nastro rosso. Girano a gruppi per
le città, si raccolgono nelle piazze, dove cantano e suonano con trombe e
grancasse, mentre una fa la questua a favore dei loro assistiti. Marguerite
non era mai andata in giro a cantare, a quanto mi aveva detto, ma suonava e
forse era a capo di un gruppo o di un insieme di gruppi.

Arrivato davanti alla sua porta vi trovai una bottiglia di latte, segno che era
fuori di casa ma non fuori città. Potevo aspettarla oppure tornare alla
stazione a prendere il primo treno per l'Italia. Ma avevo deciso di fermarmi
qualche tempo a Losanna per guardare, giorno per giorno, i giornali francesi
nei quali speravo di trovar notizie sull'evasione di Maurice e sui suoi
sviluppi.

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Marguerite arrivò dopo un quarto d'ora con due o tre pacchetti che le
caddero per terra quando mi riconobbe. Entrai e deposi la valigia in
anticamera.

«Può ospitarmi stanotte?» chiesi subito: «Mi trovo in una situazione un po'
particolare e mi farebbe comodo evitare gli alberghi. Sono... in fuga.»

Era quanto bastava a suscitare i suoi sentimenti samaritani. Mi fece entrare e


portò in guardaroba la mia valigia.

«Senza cappotto, con questo freddo?» chiese guardandomi da capo a piedi.

«È una lunga storia» risposi «che le racconterò dopo cena. Ora ho una gran
fame, perché è da ieri sera che non mangio.»

«Mio povero amico!» esclamò. «Lei è sempre in guerra, come nel 1944.»

«La mia vita è tutta una guerra» ammisi. «Sentirà, sentirà!»

A tavola, davanti a una magra cena che consisteva in una coppia di würstel,
patate lesse, un po' di pane e acqua minerale, mi mancò la voglia di parlare.
Vino non ne potevo sperare, perché Marguerite faceva parte della lega contro
l'alcool ed era inoltre quacchera, quindi di un'austerità assoluta. Per un paio
d'anni, dopo il 1945, mi aveva spedito “L'Essor”, un foglietto che è il
giornale dei quaccheri svizzeri.

Ma al dolce, una torta di mele che mi servì col caffè e latte, cominciai a
raccontarle la storia del mio viaggio e del mio soggiorno a Parigi.

Mi seguiva con le sopracciglia corrugate, approvando la mia idea di passare


qualche mese in Francia e poi il collocamento presso la Lenormand. Ma
quando arrivai a Valentine cominciò a inquietarsi. Si aspettava qualche
garbuglio sentimentale o matrimoniale.

Con riguardo, ma senza sorvolare su nulla, raccontai gli approcci con


Valentine, la storia del cappotto di astrakan, le gite a Saint-Germain e a
Fontainebleau e la nottata di Juziers, che riuscì a tollerare perché venne

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subito distratta dalla rivelazione, piuttosto sensazionale, della vera
personalità di Maurice e delle sue vicende.

Da quel punto cominciò a tremare. Quando le descrissi l'evaso che entrava


in camera col coltello in mano si mise le mani nei capelli. Sentendo della
pedata al gatto, inorridì addirittura.

Quando arrivai alla storia della casacca da forzato con la matricola stampata
all'interno e sotto il risvolto, stava per cadere in deliquio. Ora mi prendeva
una mano, ora un braccio, altre volte si gettava indietro sulla sedia e si
copriva gli occhi con le mani. Alla fine, quando le dissi che durante il
viaggio pensavo a Losanna, a lei e alla sua casa come un marinaio pensa al
porto durante un'orribile tempesta, la sua emozione toccò il massimo.

Era il momento per chiederle un grande sacrificio: di andarmi a prendere, in


qualche ristorante, una bottiglia di Fendant o di Dôle. Sapevo che pur
essendo figlia di un vigneron vodese aveva in orrore il vino, e che se fosse
comparsa in un bar o in un ristorante dov'era conosciuta a comperare una
bottiglia, si sarebbe rovinata la reputazione. Ma sentivo il bisogno di una
bevanda che mi riscaldasse all'interno.

Marguerite s'infilò un pastrano militaresco e uscì. Tornò con una bottiglia di


Dôle e me la mise davanti.

Cominciai a bere e col bere a capacitarmi del pericolo che avevo corso e che
forse ancora correvo. Se ne rese conto anche lei e mi propose di restare
nascosto in casa sua senza limiti di tempo. Mi avrebbe tenuto - disse - come
un canarino in gabbia anche vita natural durante.

Ero commosso e le assicurai che non mi sentivo lontano dall'idea di farmi


quacchero, se i quaccheri erano così perfetti in carità. Marguerite aveva le
lacrime agli occhi.

«Ho sempre capito» disse «fin da allora, che lei aveva bisogno di una
sorella.»

Allungai un braccio attraverso la tavola e le carezzai una guancia. L'avrei


fraternamente stretta al cuore se mi fosse stata vicina.

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Mentre la guardavo pieno di riconoscenza, scoppiò a piangere scuotendo la
testa.

«Ah!» diceva «posso essere così poco per lei! Solo un rifugio momentaneo,
come in tempo di guerra. Ricorda? Quando siete partiti, lei e gli altri che
assistevo, ho sentito un gran vuoto. Oh! poter fare qualche cosa per
qualcuno! Salvare! Donando anche se stessi! Ma che cosa sono io? Non
sono neppure una donna. Posso essere appena appena un'amica, una
sorella.»

Mi alzai, la feci alzare, la portai sul divano e le asciugai le lacrime, cercando


di consolarla nello smarrimento che l'aveva colta. Nel suo animo
probabilmente affiorava in quel momento un senso di vuoto e le appariva,
d'improvviso, l'aridità del suo apostolato, dei suoi rapporti umani fatti solo
di pietà e preclusi a ogni passione.

«Come vorrei sentire» esclamò improvvisamente «quello che deve aver


provato Valentine, prima con Maurice e poi con lei! Che passione dev'essere
stata!»

«Passione» dissi a mezza voce e come insinuando. «È di passione che si


vive. O altrimenti non si vive.»

Marguerite approvò, abbandonandosi sulla mia spalla.

Capii che stava per cominciare una tenzone, sorprendente e strepitosa come
altre del genere alle quali mi ero trovato in passato, senza esser mai certo
quale fosse il soccombente, chi era travolto e chi travolgeva. Una di quelle
tenzoni che sarebbe pazzia differire o evitare, quando si presentano, perché
sembra che ogni evento precedente sia servito soltanto a preparare il terreno
di quello scontro, al quale subentrerà una pace meravigliosa, la profonda
pace delle imprese compiute e delle vendette soddisfatte, perché sembra, in
simili occasioni, d'esser chiamati a ristabilire un diritto di natura, a pagare un
debito verso la vita e addirittura a vendicare gli affronti e le sconfitte del
passato.

Mi alzai barcollando tanto ero stanco e andai verso il guardaroba dov'era


preparato il mio letto: un cassone alto due palmi dal pavimento che veniva

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tolto da sotto l'armadio. Marguerite mi seguì, e vedendomi così sfinito, come
una vera infermiera mi aiutò a svestirmi.

La mattina dopo, svegliandomi con la testa sul ventre di Marguerite ricordai


tutto. Avevo bevuto l'intera bottiglia di Dôle, poi si era parlato di non so che
passione. Più tardi Marguerite aveva cominciato a spogliarmi, finché anch'io
mi ero messo a spogliare lei, arrivando a una pelle bianca, madida, tesa su
un corpo che m'era sembrato quello di Eva nel quadro d'un antico pittore
tedesco, per il quale non contava che la sua modella fosse di una sovrumana
bellezza, ma solo che fosse donna e nuda.

Dalla finestra entrava una luce diafana. Guardai Marguerite: dormiva


scoperta con un braccio abbandonato sul mio cuscino e l'altro allungato sul
pube, che copriva con una mano rilassata e come morta. Una delle sue
gambe era stesa fuori dal piccolo letto e il piede appoggiato per terra.

In quella luce il suo corpo affranto, col viso rovesciato verso l'ombra, mi
avrebbe destato pietà come quello di un giustiziato se non mi fossi accorto,
potendolo guardare con comodo, che era di una perfetta bellezza.

Ero preoccupato per il suo risveglio, quando di colpo avrebbe preso


coscienza d'aver disperso, in quella notte, un'intera vita di astinenza e di
virtù.

Si svegliò invece lentamente, ritirò il braccio dal pube e si passò le dita sugli
occhi con un dolce sorriso e per nulla sorpresa di trovarsi in quello stato,
proprio come una Eva nascente e ancora ignara non solo d'ogni colpa, ma
d'ogni divieto.

Verso le undici, Marguerite, che era uscita, tornò con la spesa e col “Figaro”.
Lo scorsi tutto senza trovarvi nulla e mi parve che l'evasione di Maurice e la
mia fuga fossero un sogno e che la mia partenza da casa avesse avuto per
meta Losanna e per suo unico scopo la scoperta di Marguerite. Anche lei,
non vedendo nulla sul giornale, pensò forse che la mia storia fosse tutta

101
un'invenzione per non dirle che ero venuto, dopo cinque anni, a cogliere un
fiore presso il quale ero passato in tempo di bufera senza neppure sentirne il
profumo.

Per fortuna, prima di cena, sul “France-Soir” del giorno prima, che
Marguerite era andata a prendere all'edicola della stazione e che mi aveva
portato rientrando, trovai un lungo articolo che parlava dell'evasione di tre
detenuti dal carcere di Poissy, due dei quali catturati poche ore dopo, mentre
il terzo, Maurice Lenormand, era ancora uccel di bosco. Un taxista aveva
dichiarato di averlo trasportato dal boulevard Raspail alla gare de l'Est e di
aver notato che il fuggiasco indossava ancora la casacca grigia dei carcerati.
Le ricerche erano estese a tutta la Francia. La madre del delinquente, così era
indicato Maurice in quell'articolo, interrogata dalla polizia aveva dichiarato
che il figlio era passato da casa, dove si era cambiato d'abito e aveva
indossato un cappotto di astrakan. Col fuggiasco aveva lasciato Parigi la sua
amante, della quale venivano indicate le generalità.

L'articolo continuava facendo la storia delle imprese di Maurice Lenormand,


di giorno cassiere di banca e di notte cambrioleur, cioè svaligiatore,
condannato per rapina e omicidio.

Nel mezzo dell'articolo che era in seconda pagina, figuravano due fotografie
del Lenormand, di fronte e di profilo, mentre in prima pagina campeggiava,
vicina a un grosso titolo, la stessa fotografia che avevo visto in casa sua,
nell'album di famiglia e nella quale era ritratto all'età di forse trentacinque
anni.

Finita la cena mi ritirai con Marguerite nel suo letto d'una piazza e mezza
dove si poteva dormire in due.

Tenevo d'occhio oramai il “France-Soir”, che il giorno dopo portò una


strabiliante notizia: a una ventina di chilometri da Parigi, in un prato, era
stata rinvenuta la casacca dell'evaso con la matricola 28367. Le ricerche,
dirette verso il sud, si spostavano in direzione del confine svizzero. Vari
indizi facevano supporre infatti che il Lenormand si fosse diretto verso la
Svizzera o l'Italia.

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Marguerite era agitatissima e si sentiva la polizia alla porta.

Cominciavo a preoccuparmi seriamente, quando il “France-Soir” due giorni


dopo riportò su tre colonne la notizia della cattura di Maurice Lenormand.

A trecento chilometri da Parigi, nei pressi di Moulins, sulla strada di Lione,


la polizia lo aveva scovato sulla brandina di riposo di un autotreno insieme
alla sua amante, in un piazzale di sosta, mentre i camionisti, che lo avevano
caricato alla periferia di Parigi, si rifocillavano in un ristorante.

Era chiaro che i camionisti, avendolo riconosciuto, alla prima fermata si


erano sentiti in obbligo di telefonare alla polizia.

Avrei voluto sapere qualche cosa di più, ma quel che mancava potevo
immaginarlo. Maurice dopo l'evasione aveva trovato un mezzo per arrivare a
Parigi in meno d'un'ora. Si era presentato in rue de Fleurus per cambiarsi
d'abito e rifornirsi di denaro, sapendo di avere in serbo, nell'imbottitura della
poltrona, il frutto delle sue imprese. Da rue de Fleurus era passato nella
vicina rue Chevalier a prelevare Valentine, che volente o nolente l'aveva
seguito in qualche rifugio dal quale si erano mossi tre o quattro giorni dopo,
forse con l'intenzione di raggiungere Marsiglia.

Mi domandavo che sorte fosse toccata a Valentine, ma senza riuscire ad


affliggermene troppo, tanto mi infastidiva il dubbio che avesse seguito
Maurice di sua volontà.

Marguerite, che informavo di tutto a mano a mano che dai giornali venivo a
sapere lo svolgimento della vicenda, cominciò a chiedersi che uomo fosse
Maurice.

«Un delinquente» dissi, accorgendomi con fastidio che andava concependo


per lui una certa simpatia.

«Un infelice» ribatté Marguerite, che vedendomi lì ormai fuori d'ogni


pericolo cominciava a considerare Maurice bisognoso di protezione ben più
di me e forse anche tanto più meritevole quanto più grande era il suo

103
traviamento.

«Era» tagliai corto «un assassino, svaligiatore di banche e di appartamenti.»

«Non mi hai detto» insistette Marguerite «che Maurice aveva pensato, in


gioventù, di scoprire un tesoro? Sottoterra o dentro il muro d'una antica
casa? E che da ragazzo avevi pensato anche tu la stessa cosa? Ebbene,
svaligiare una banca, in fondo, non è che la proiezione della speranza
giovanile di scoprire un tesoro. E il tesoro è l'immagine della felicità, perché
il denaro sembra sempre promettere libertà, abbondanza e una quantità di
altre cose che messe insieme danno l'illusione della felicità. Ma dimmi»
incalzò «ti assomigliava proprio tanto Maurice?»

«Tantissimo: un fratello, un sosia. Arrivai, guardandolo dal letto mentre si


preparava alla fuga, a vederlo come se fossi stato io quel frenetico che
inzeppava biglietti di banca, camicie e fazzoletti nella valigia.»

«Vedi» riprese Marguerite «Maurice era la parte migliore di te, quella


destinata ad agire, a fare quello che tu pensi ma non osi, quindi a soffrire e a
pagare per te e per lui, ma soprattutto per te, che godevi del suo letto, delle
cure di sua madre della sua donna, del suo cappotto. Perfino del suo gatto, al
quale dovette dare la pedata che gli volevi dare tu.»

«Era, a quanto mi confidò Valentine, un omosessuale. Glielo aveva detto lui,


apertamente.»

«E con questo?» chiese Marguerite.

«Nulla. Tanto più che lo era solo a periodi, saltuariamente. Ma mi pareva un


dato.»

«Un dato favorevole, positivo. E avere avuto il coraggio di confessarlo alla


donna che amava è stato...»

Marguerite s'interruppe e rimase sovrappensiero lungamente per poi


chiedermi di lasciarle copiare, prima d'andar via, e avendo capito che me ne
sarei andato molto presto, le pagine dello zibaldone di Maurice che avevo
riportato nel mio quaderno.

104
«Peccato,» disse «che non hai potuto copiare interamente la sua lettera
anonima al Padre Eterno!»

Il piccolo appartamento di Marguerite mi andava apparendo sempre più


angusto e simile a una prigione. Ma non parlai di andarmene e riuscii a
comportarmi come se nulla fosse stato.

La mattina dopo, col sole che splendeva sulla città, uscii come un uomo
libero e sicuro a passeggiare per le strade. Volevo rivedere la place Saint-
François, la casa dello Chemin du Trey Blanc dove avevo passato qualche
settimana nella primavera del 1936 e poi scendere a Ouchy, in riva al lago e
vicino agli imbarcaderi, dove ero arrivato un giorno da Evian con le tasche
piene di denaro, a bordo dell'Actynia.

Rientrai a mezzogiorno dopo essere passato dalla stazione a studiare gli orari.
Marguerite, forse per farsi perdonare la sua simpatia per Maurice, mi aveva
preparato la fondue e si era procurata una seconda bottiglia di vino che
troneggiava in mezzo alla tavola.

Bevendo l'ultimo bicchiere le dissi che il giorno dopo sarei partito:


mancavano otto giorni a Natale e volevo rivedere mia madre, dopo sette
mesi di lontananza.

Con mia grande sorpresa mi disse allora che non avrebbe sopportato un
altro mio “passaggio”. Le si era smosso tutto un assestamento ormonale,
precisò, che andava secondato o messo a tacere per sempre.

Era una sera eccezionalmente dolce, forse per lo spirare del föhn o favonio,
il vento caldo di ponente che i poeti chiamano zeffiro e che gli antichi
credevano favorisse la procreazione.

Andai con Marguerite fino alla cattedrale, nella parte alta della città, a
guardare le ultime luci del giorno sul lago. I monti della Savoia erano
bianchi di neve, ma il vento caldo dava l'illusione di un'imminente
primavera.

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Al rientro Marguerite andò in guardaroba a prepararmi il letto per farmi
capire che desiderava dormire sola. Ma si muoveva con una tale rilassatezza,
dovuta certamente al favonio, che mi parve un invito a risparmiarle la fatica
e approfittare un'ultima volta del suo letto.

106
XII

Col primo sole che suscitava nebbie azzurre sul lago, lasciai Losanna stando
al finestrino del treno fino a Montreux per saziarmi d'un paesaggio che
difficilmente sarei tornato a contemplare. Ricordando il viaggio di andata a
Parigi e la mia boria passando da Granges-Lens nel sentirmi libero e padrone
di fermarmi in qualunque posto, riflettevo sulla facilità con la quale si può
restare intrappolati e finir male, anche in tempo di pace e solo andando a
spasso per il mondo.

Passò Sion, passò Granges-Lens con il piccolo Hôtel Suisse dove avevo
bevuto l'Apfelmost appena liberato dal Campo disciplinare. Il treno correva
lungo il Rodano, verso le montagne coperte di neve e il gran traforo del
Sempione, riportando ancora una volta a casa sua uno sventato, baciato,
bisognava che lo riconoscessi, più che altro dalla fortuna.

L'Italia la riconobbi solo a Domodossola, ma tardò ad accogliermi fino a


Baveno, quando mi si spalancò davanti il golfo Borromeo con le isole. Un
francese, Théophile Gautier, era apparso cento anni prima a Baveno,
scendendo in carrozza di posta da Domodossola, come avevo letto in uno
dei libri di Maurice, senza provare nessuna emozione alla vista delle isole e
del lago. Ma non era così per me. Su quelle rive e su quelle acque ero
passato fin da bambino per andare al paese di mia madre, nel basso lago, su
quelle sponde ero nato, e avrei fatto meglio a viverci sempre, senza andare
per il mondo a strapazzarmi e a correre rischi.

Decisi subito, con l'estate, di tornare sul lago in barca a vela, come avevo
fatto per anni vivendo a bordo e dormendo nei porti, su e giù tra la sponda
piemontese e quella lombarda a cercar buona fortuna.

Avevo il biglietto per Gallarate, dove avrei cambiato treno, ma pensai di


scendere a Stresa, una fermata d'altri tempi quando gli stranieri calavano a
greggi interi sul Lago Maggiore, mantenuta negli orari dell'Orient-Express
forse per dimenticanza, tanto erano ormai rari i clienti del Grand'Hôtel et des
Iles Borromées e del Regina Palace Hôtel. Da Stresa potevo risalire il lago

107
col battello fino al mio paese.

All'imbarcadero, che era deserto, il capo scalo mi informò degli orari: un


battello partiva per l'alto lago alle quattordici. Tirava un vento freddo che mi
gelava le orecchie e si insinuava sotto la mia giacca, della quale avevo alzato
il bavero. Mancava un'ora e mi rifugiai, con la mia valigia, nel Caffè
Bolongaro.

Nell'angolo vicino alla vetrata quattro clienti giocavano uno di quei magri
pokerini che servono, nei paesi, a passare il pomeriggio. Avvolti nel fumo
delle sigarette e con le tazze del caffè sui tavolini di fianco, in silenzio, i
quattro spillavano carte e ramazzavano gettoni. Altri gruppi di quattro
giocatori, di certo, erano al tavolo all'Albergo Moro di Laveno, dal Cavallini
a Intra, allo Sport di Cannobio e al Caffè Clerici di Luino. Il che voleva dire
che tutto andava bene, sul lago, che il tempo stagnava, come bisogna perché
la vita sembri un bene impossibile da consumare fino in fondo.

I giocatori non mi degnarono di uno sguardo. Seduto vicino ai vetri con


davanti un caffè corretto, guardavo la piazza vuota e l'imbarcadero al quale
pareva non dovesse più attraccare nessun battello.

Ma improvvisamente il battello apparve in silenzio, come uno spettro,


bianco sul fondo grigio del lago e del cielo. Feci appena in tempo a salire a
bordo. Il capitano, non vedendo nessuno allo scalo, stava per ripartire dopo
aver sfiorato il pontile e senza neppure attraccare.

Non mi pareva vero di tornare da Parigi col battello e credo che nessuno, al
mio paese, ci abbia mai pensato.

Dai vetri del salone di prima classe, che nelle piccole motonavi a nafta allora
in servizio era sotto il livello della coperta, stando in piedi vedevo sfilare le
sponde ancora verdi di magnolie e di canfore in basso, rossicce a mezza
costa dove i castagneti erano stati spogliati dai venti autunnali e bianche in
alto della prima neve.

Traversando il golfo, tra Baveno e Pallanza, guardai verso il fondo


dell'Ossola, dove le montagne ghiacciate del Sempione che avevo appena
passato chiudevano un cielo di madreperla, rosa e celeste.

108
Mi sembrava di essere ancora ragazzo, quando tornavo a casa in battello dal
Collegio De Filippi di Arona per le feste di Natale, dopo aver cantato in
chiesa per tutto il tempo dell'Avvento il Rorate cœli desuper.

Erano passati poco più di vent'anni e mi trovavo ancora sulla strada d'un
ritorno a casa, dai miei vecchi ai quali da Parigi non avevo mai scritto,
perché non scrivevo mai quand'ero in giro e neppure ai tempi del collegio,
ma che certo mi aspettavano perché non m'era mai capitato di mancare per
Natale, tranne in tempo di guerra.

Al mio paese bisogna arrivare col battello, dall'altra sponda e non dalla parte
di terra, come mi era capitato rientrando dalla Svizzera a guerra finita. Dopo
due anni di assenza ci arrivai in automobile, da Como, verso mezzogiorno,
portato da un amico che mi faceva parlare continuamente, impedendomi di
sentire che tornavo.

Restai in casa tre giorni senza farmi vedere da nessuno. Quando uscii la
prima volta andai al vicino valico di Fornasette, per ripetere il ritorno in
modo migliore, come se arrivassi allora, lungo un bel sentiero tra i boschi.
Aspettai il tramonto prima di muovermi dal posto di frontiera e di
incamminarmi verso i colli dai quali, di colpo, appare in basso il paese.

Appena lo vidi ai miei piedi, coi suoi tetti scuri, stagliati sulla lastra d'oro del
lago, alzai un braccio a salutarlo, poi scesi cautamente, come un
contrabbandiere, per sorprenderlo alle spalle.

Purtroppo, il primo che incontrai fu il barbiere Cipriano. Gli domandai, con


indifferenza, cosa c'era di nuovo.

«Nulla» mi rispose, e proseguì per la sua strada. Non si era neppur accorto
che mancavo da due anni e stavo tornando in patria col cuore in gola, anche
se era per finta.

Qui, mi dicevo all'appressarsi del porto, anche la noia è sopportabile, qui


potrò darmi alla barca, alla caccia, alle carte, al biliardo, e non sarò mai solo,
perché ad ogni passo incontrerò un amico.

109
Appena uscito da sotto la tettoia dell'imbarcadero vidi il Gervaso, un mio
coetaneo che da anni era stato colpito da una mezza paralisi. Usciva dal
tabaccaio e andava al caffè, tutto intabarrato e con una sciarpa al collo,
camminando di traverso e trascinando un piede.

«Da dove vieni» mi domandò «con quella valigia?»

«Vengo da Parigi.»

«Da Parigi col battello?»

Gli spiegai che invece di andare fino a Milano o a Gallarate a cambiar treno,
ero sceso a Stresa e avevo preso il battello.

«E vieni da Parigi così, senza cappotto?»

«Me l'hanno rubato in treno,» risposi «tra Domodossola e Stresa.»

Quella sera non mi feci vedere al Caffè Clerici. Ci andai il giorno dopo e
giocai a biliardo tutto il pomeriggio.

Nessuno mi domandava cosa avessi fatto in Francia e da un giorno all'altro il


mio ritorno venne dimenticato. Era finito il tempo in cui tornavano da Parigi
il Rapazzini o il Còdega pieni di storie da raccontare.

«Sono stato sette mesi a Parigi,» dissi un giorno a casa mia «ma non ho
perso tempo, perché ora parlo bene il francese e arrivo anche a scriverlo.»

In verità, di francese, non ne sapevo molto più di prima, perché da internato


in Svizzera avevo già raggiunto il livello che mi era possibile dopo il mio
primo soggiorno in Francia e quel po' di grammatica e di verbi che don
Giuseppe Redaelli mi aveva insegnato nel collegio di Arona.

A casa, al caffè o in giro per le strade dei dintorni, ebbi tempo di ripensare,
durante quell'inverno, ai miei casi, che non avevo intenzione di raccontare
neppure agli amici più sicuri, tanto mi bruciava il pensiero di Valentine che
se n'era andata con l'amante, come dicevano i giornali, a dividere i rischi

110
della latitanza, ancora legata a quel tristo soggetto del quale mi aveva certo
considerato un modesto sostituto.

Era tale il mio dispetto, che giudicavo provvidenziale la sosta fatta a


Losanna, dove mi ero depurato da ogni contatto con Valentine passando
attraverso il filtro di Marguerite. Filtrazione che il mio stato d'animo di quei
giorni mi aveva impedito di considerare in tutto il suo valore, ma che non mi
veniva in mente di ripetere, quasi che riattraversare il Vallese volesse dire
gettarmi un'altra volta allo sbaraglio, mettermi ancora per l'altomare della
sorte, senza sapere come sarei uscito dalle tempeste sempre nascoste dietro
l'inganno delle brezze leggere e profumate.

Passò uno dei tanti inverni di quegli anni, dei quali non ho memoria, tanto
furono uguali l'uno all'altro. Preziosi doni del tempo, che si accettano con
indifferenza, senza pensare che ricchezza sarebbero a saperli adoperare,
sempreché fosse possibile a tutti far buon uso della vita, portarla come una
pelliccia di astrakan e non come un giaccone da galeotto.

Le mie vicende parigine potevo considerarle chiuse per sempre. Tornare


lassù e andare in cerca di Valentine per trovarla in carcere oppure, nel caso
che fosse stata prosciolta d'ogni possibile accusa di complicità nella fuga di
Maurice, per sentirmi raccontare cose certamente spiacevoli sulle quali avrei
dovuto sorvolare come aveva fatto il Balestrini con la vedova Irene, era
l'ultima cosa che mi potesse venire in mente. Prima di tornare a Parigi
dovevo lasciar passare almeno altri vent'anni.

I miei affari, quelli ai quali mi ero dedicato dopo la guerra, abbandonati per
più di sei mesi languivano e l'inverno non era la stagione propizia per
riavviarli. Bisognava aspettare la primavera e magari l'estate. Ma le giornate
non mi parevano lunghe. Alla mattina mi alzavo con comodo e uscivo di
casa solo per andare dal mio amico d'infanzia Masoero, dal quale rimanevo
fino all'una. Al pomeriggio, se non tornavo dall'amico andavo al caffè, dove
giocavo al biliardo. La sera la passavo sempre al caffè, seduto con le spalle
al termosifone e le carte in mano.

111
Arrivavo dal Masoero di solito verso le dieci e mezzo e lo trovavo già dentro
il suo battello, dove batteva chiodi, mazzolava o lavorava di lima intorno a
qualche parte metallica della gran carcassa che aveva ricoverato vent'anni
prima in un cortile della “cantina” di suo padre.

Ferdinando Masoero era figlio di un grosso negoziante di vini piemontese


venuto a insediarsi forse cinquant'anni prima sul lago. Andando in Puglia
per incarico del padre a comperare uve da vinificare, aveva avuto l'idea di
farsi costruire dai carpentieri di Barletta un grosso battello a vela. Insieme a
un amico, quando il suo bragozzo fu pronto, e fu proprio l'anno del mio
primo soggiorno in Francia, si era messo per mare col progetto di compiere
il periplo della penisola fino a Genova, dove contava di caricare sopra un
autocarro la barca che voleva tenere sul lago come una seconda casa.

Tutto era andato bene fino a Gallipoli, ma nel golfo di Taranto un maltempo
aveva disalberato il cutter che ridotto a un pontone galleggiante era stato
rimorchiato a Reggio da un peschereccio. A Reggio caricato il suo relitto su
un pianale delle Ferrovie dello Stato, riuscì a portarselo a casa e a
ricoverarlo sotto una tettoia, fra i tini e le botti sfondate del magazzino di suo
padre.

Venne il 1940 e Ferdinando fu chiamato alle armi.

Tornato al paese nel '46 dopo una lunga prigionia in India, decise di
rimettere finalmente in efficienza il battello e cominciò a lavorarci qualche
ora al giorno. Mezzo meccanico, mezzo falegname e mezzo elettricista,
Ferdinando dava sfogo alle sue varie capacità nell'opera di trasformazione
del suo barcone, che aveva deciso di far diventare un panfilo a vela e a
motore, con tutte le comodità e le attrezzature di un cabinato di lusso. Vi
installava una quantità di ingegnosi automatismi e di congegni segreti, in una
febbre crescente di perfezione che lo spingeva a rifare continuamente quel
che aveva già fatto e a inventare “manovre” e machiavelli d'ogni genere.
Lavorava ormai da tre anni alla sua impresa, nei magazzini deserti della
vecchia “cantina” abbandonata dal padre, che da tempo aveva cessato
l'attività commerciale.

Era un puntiglio, quello di Ferdinando, che capivo benissimo e addirittura


invidiavo, perché lo salvava dalla noia, dalle contese e dai fastidi che gli

112
affari comportano, e perfino dal bisogno d'aver compagnia e quindi di
frequentare il caffè. Chi lo voleva vedere doveva andare alla “cantina”, dove
era sempre disposto a mollare il lavoro e a fare un po' di chiacchiere.

La barca non era più sotto la tettoia dov'era stata per vent'anni, ma dentro
una specie di hangar che aveva ospitato, quando fioriva la ditta Masoero, il
laboratorio del bottaio, un tal Giovanni Pennacchiotti venuto dalla Valsesia.
Appesi ai muri infatti si vedevano ancora gli arnesi di quell'arte: l'ascia, il
mazzapicchio, il caprugginatoio che serviva a far le tacche per commettere le
doghe ai fondi delle botti e che il Pennacchiotti chiamava “varloppa”, il
bucafondi, il coltello a petto e una quantità d'altri ferri che conoscevo,
perché da ragazzo andavo spesso a veder lavorare il bottaio in quel locale.
Tutti arnesi che a Ferdinando venivano buoni. Fare una barca, diceva, è un
po' come fare una botte.

La barca era posata sopra una calastra e sostenuta da quattro puntelli. Contro
un fianco era appoggiata la scaletta a pioli della quale Ferdinando si serviva
per entrare nello scafo a lavorare.

Quando Ferdinando sentiva la mia voce usciva dal ventre della barca,
appariva in coperta e m'invitava a salire per mostrarmi le sue ultime trovate.
Altre volte invece scendeva dalla scaletta e sedeva con me davanti alla
stufetta sulla quale fumava il caldaio della colla di pesce.

Stando a quel caldo e in quell'odore di legname, di colla e di tartaro


aggrumato, una mattina raccontai a Ferdinando le mie avventure di Parigi.
Avevo bisogno di scaricarmene, e non avendo il coraggio di parlarne al
caffè, o per prepararmi a un racconto bene organizzato, gli feci tutta la storia
del mio soggiorno in Francia e anche quella della mia sosta in Svizzera.
Ferdinando lodò la mia prudenza e disse che al posto mio si sarebbe
comportato come me.

«È una bella storia da raccontare» concluse «ma dovresti omettere la


faccenda del cappotto: mi pare che abbia una punta di ridicolo.»

Un pomeriggio, al caffè, sentendo parlare di Parigi a un tavolino, mi

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avvicinai e mi intromisi. Un milanese parlava di Pigalle, dei tabarin e delle
Folies-Bergère. Era un contafrottole che doveva essere stato a Parigi con una
organizzazione turistica e non poteva trovar credito presso gente abituata a
sentire le gesta del Rapazzini, del Códega, del Primone e di altri che a Parigi
avevano tenuto botta per anni, magari cominciando come camerieri, ma
entrando nel vivo della città e portandone via un sapore così forte da bastare
anche per quelli che a Parigi non ci sarebbero mai andati.

Gervaso mi tirò in ballo cominciando col chiedermi come mai fossi arrivato
da Parigi col battello. Restai un po' in silenzio, come chi si risolve con
qualche sforzo a richiamare in mente dei fatti che gli rinnovano ansie e
patimenti già seppelliti nel passato, poi cominciai a raccontare, prima
stentatamente e mano a mano che procedevo con sempre maggior calore.

Dall'idea che avevo avuta di scendere dal treno a Stresa, andando a ritroso
col racconto fino a parlare del Vallese dove avevo vissuto da internato e poi
Losanna dove ero stato ospite d'una monaca protestante, arrivai, all'ora di
cena, alla storia di Valentine e alla fuga dalla casa della vedova Lenormand.
Non avevo ancora riferito gli antefatti, e mi ero fermato all'entrata in casa,
come un colpo di vento, di Maurice.

«E sapete chi era Maurice?» dissi. «Era il figlio della Lenormand, evaso
un'ora prima dal carcere di Poissy.»

Con il nome della cittadina sede del famoso penitenziario chiusi la prima
puntata e mi alzai annunciando il resto per il dopocena.

Tornai al caffè verso le dieci. Gli amici mi aspettavano.

«Il gatto Domitien» cominciai «fin dal primo giorno in cui entrai in quella
casa...»

Nessuno fiatava, neppure per comandare da bere. Chi aveva sete faceva un
segno e il padrone andava dai tavoli al bancone del bar in punta di piedi e
con l'orecchio teso, per non perdere una parola di quel che dicevo.

Era passata mezzanotte quando arrivai alla nottata di Juziers e finii


descrivendo Valentine, il suo passo incrociato come quello dei cammelli, le

114
sue anche a tenaglia, le “corolle”, i capelli rosso rame, gli occhi chiari, freddi
e smaglianti ma che si spegnevano quando toglieva gli occhiali. Seguendo il
consiglio di Ferdinando avevo omesso la storia del cappotto di astrakan.

Quando saldai il racconto rivelando che Maurice era stato il primo amante di
Valentine, cominciarono le congetture. Secondo il Balestrini, la ragazza era
stata costretta da Maurice a seguirlo. Secondo il Galantina invece aveva
addirittura avuto parte nell'evasione. Il vecchio professore di calligrafia
Serafino Gigli era del parere che Valentine fosse un'ottima figliola, capitata
male due volte: la prima con Maurice e la seconda con me. Il Cipolla, che
era stato per un paio d'anni commesso dell'ufficiale giudiziario e aveva
pratica di legge, sentenziò che Valentine doveva essere in carcere, e ben le
stava, per favoreggiamento personale.

«E la vecchia?» domandò il padrone del caffè.

«Non ne so nulla,» risposi «ma penso che la avranno tartassata anche lei
quando hanno perquisito la casa per vedere se ci fossero altri soldi
nascosti.»

«Potresti scrivere alla vecchia per sapere qualche particolare» suggerì il


Mutti. «Bisogna andare al fondo delle cose.»

A me invece l'idea di andare al fondo di quei fatti, di conoscerne i


particolari, e in ispecie di venire a sapere esattamente che parte vi avesse
avuto Valentine, non mi tentava affatto. Preferivo ignorare, lasciare tutto nel
vago e ritener chiuso l'episodio con la mia fuga da Parigi.

Gervaso, che non aveva ancora parlato, faceva segno di voler dire la sua:

«Io» disse balbettando «sono contento per il gatto: quelle due pedate è come
se gliele avessi date io.»

All'una di notte il padrone abbassò la saracinesca ma i clienti non finivano


ancora di far domande e congetture. A un tavolo, sul fondo, quattro
giocatori di poker che di solito a quell'ora venivano sloggiati e che non si
erano minimamente interessati al mio racconto, profittavano della nostra
discussione per un ultimo giro di carte.

115
Usciti dal caffè, il Mutti mi si mise di fianco e non mi mollò fino a che
l'ultimo degli amici si fu staccato da noi per andarsene a dormire. Gran
nottambulo, mi tenne in giro un paio d'ore per interrogarmi sulle teorie di
Maurice. Il Mutti, che era ragioniere, si interessava alle elucubrazioni sulla
sfera e alle altre fantasie che avevo trascritto dallo zibaldone di Maurice.

«Quello» diceva «era il vero tesoro sul quale dovevi mettere le mani. I
denari nascosti nella sedia non valevano nulla al confronto.»

La mattina dopo andai al caffè verso le undici e sedetti come al solito a uno
dei tavolini di ferro sotto il portico, accanto al professor Gigli, che con gli
occhiali sulla punta del naso leggeva il giornale. Gervaso e un paio d'altri
fumavano pensosamente guardando il lago che pareva sollevarsi sotto il
vento fresco delle Alpi. Sulla calata del porto due uomini pitturavano una
barca capovolta e l'odore della vernice veniva fino ai nostri tavolini.

Uscì il padrone e si guardò in giro, cercando qualcuno. Quando mi vide,


dietro il giornale del professor Gigli, con aria di mistero mi disse che dentro
al caffè c'era una signorina che cercava di me. Misi la testa dentro la porta,
ma non vedendo donne, pensai a uno scherzo e tornai a sedere.

Voltandomi verso la piazzetta, come guidato da un pensiero, vidi venire


verso il portico un'agile figura di donna, vestita d'un tailleur grigio guarnito
di volpe intorno al collo, con un cappellino verde in testa e un paio
d'occhiali scintillanti.

«Valentine!» esclamò Gervaso che l'aveva vista prima di me.

116
XIII

Valentine si avvicinò lentamente, cercandomi nel gruppo, finché mi vide


sprofondato nella sedia annichilito al punto che non avevo la forza di
alzarmi. Mi arrivò di fronte e restò ferma in attesa che mi muovessi.

Mi alzai, e prima che fra gli astanti cessasse la meraviglia di quell'apparizione


che sembrava provocata dal mio racconto della sera prima, mi affiancai a
Valentine e la portai verso la piazzetta.

«Quando sei arrivata?» chiesi ancora trasecolato.

«Ieri sera alle nove e mezzo. Ricordavo la tua descrizione del paese e ho
trovato subito l'albergo Ancora. Non ho osato venire al Caffè Clerici a
quell'ora. Sono andata a letto e stamattina, sempre sulla scorta dei tuoi
racconti, ho fatto il giro dell'isolato e mi sono trovata davanti all'entrata del
caffè.»

«Ma come potevi pensare di trovarmi» domandai: «E se fossi stato in giro


per affari?».

«No, non potevi essere che al caffè. So come si vive nei paesi e ricordo i
tuoi racconti.»

Mi dava fastidio d'essermi fatto trovare al caffè, che è il domicilio dei


fannulloni, ma non potevo negare neppure a me stesso che una delle mie
maggiori gioie era affacciarmi alla porta del bar con la stecca in mano, tra un
tiro e l'altro d'una partita a biliardo, a veder passare il Merli col carretto, il
fabbro Pozzi con un fascio di tondino in spalla, il Balestrini in bicicletta,
qualche donna con la borsa della spesa, il Mentasti che correva in banca a
ritirare una tratta o altra gente affaccendata. Capii solo in quel momento, che
salvo i pochi affari che concludevo di tempo in tempo, vivevo come un
pensionato, il Pedroli, o il vecchio professor Gigli, oppure come il Gervaso
che non aveva mai lavorato neppure prima di venir colpito dalla paralisi.

117
Ma più che dar giustificazioni, mi pareva di doverne chiedere. Condussi
Valentine in fondo alla piazza e la feci sedere di fianco a me su una delle
panchine messe sotto gli ippocastani per quelli che amano guardare il lago.

Non mi occorse far domande, perché Valentine, che era venuta proprio per
parlarmi e per spiegarsi, cominciò subito il suo discorso:

«Appena sono stata in grado di mettermi in viaggio, ho preso il treno per


l'Italia. Mi avevi dato un'idea così precisa del tuo paese, che era come se ci
fossi già stata. Ero sicura di trovarti al caffè, da quando ho saputo che la
mattina stessa dell'evasione di Maurice avevi abbandonato la casa della
signora Lenormand. Quella mattina Maurice, uscito da casa sua, si precipitò
in rue Chevalier. Sentii suonare il campanello, alla porta di strada, verso le
cinque e mezzo. Balzai sul letto. Chi poteva essere a quell'ora? Forse mio
cognato con la notizia di un improvviso aggravamento di mio padre? Come
sai non ho telefono perché non sono mai in casa. Corsi alla finestra, guardai
di sotto e ti vidi sul marciapiede con in mano una valigia.»

Mi voltai a guardarla stupito.

«Sì,» riprese «non poteva essere diversamente. Ti riconobbi dal cappotto di


astrakan che indossavi e dal cappello. Toccai il bottone che apre il
portoncino e poi corsi ad aprire la porta dell'appartamento.

«Solo quando fu entrato riconobbi Maurice, che in due parole mi disse di


essere evaso e mi ordinò di prepararmi a seguirlo. Mi opposi decisamente,
ma lui estrasse un lungo coltello e me ne fece sentire la punta tra le costole,
attraverso il pigiama.»

«A Losanna infatti» dissi «ho letto su “France-Soir” che eri fuggita con lui.»

«Fuggita per forza. Mi vestii, misi qualche cosa in una valigetta e mi disposi
all'obbedienza, sperando in un'occasione qualsiasi per dileguarmi. Dopo una
corsa a piedi fino a una fermata del metrò, prese un autobus per Neuilly e
scese in avenue du Roule. Mi fece fare un'altra camminata, fino a un vecchio
palazzo. All'ultimo piano suonò alla porta d'un appartamento. Venne ad
aprire una donna, alla quale parlò a nome di qualcuno. Credo un tale col
quale era in carcere a Poissy. Fece vedere due o tre banconote e la donna ci

118
allogò in una stanzetta.

«Restammo tre giorni in quella casa senza mai uscire. La donna ci portava i
giornali e le provviste al mattino, poi scompariva per tutto il giorno. Su uno
di quei giornali lessi che, non lontano da Parigi, degli sterratori avevano
trovato lungo la linea ferroviaria la casacca di Maurice.»

«Sicuro,» la interruppi «me l'ero infilata senza rendermi conto di che divisa
si trattasse. Quando me ne accorsi la gettai dal finestrino.»

«Me l'ero immaginato» disse Valentine. Poi riprese: «Passati tre giorni e
quando pensò che le ricerche fossero un po' rallentate, Maurice si mosse. A
Neuilly, una mattina all'alba, in un piazzale pieno di autotreni, cercò dei
camionisti diretti al porto di Marsiglia e ne trovò uno disposto a trasportarci
dietro un lauto compenso. Ci collocammo sulla brandina di riposo, dietro i
due autisti, e cominciò il nostro viaggio verso Marsiglia dove Maurice era
sicuro di trovare un imbarco clandestino per il Sud America.

«A forse trecento chilometri da Parigi, verso Moulins, i camionisti si


fermarono in una grande stazione di rifornimento. Dovevano fare carburante
e anche mangiare. Maurice li pregò di portarci, al loro ritorno, dei panini
imbottiti e della birra. Ma dopo una mezz'ora si udì una voce imperiosa che
diceva: “Lenormand, scendete. Polizia!”.

«Tornato in carcere, Maurice tentò il suicidio tagliandosi le vene dei polsi


con un pezzetto di vetro. Ma fu portato subito in infermeria, dove gli venne
fermato il sangue.

«Un mese fa si è avuto il processo, che è terminato con la mia assoluzione. I


giudici hanno capito che ero stata obbligata a seguire Maurice. Lui stesso nel
suo interrogatorio, pur sapendo che gli sarebbero piovuti addosso altri anni
di carcere per il sequestro di persona, ha ammesso di avermi costretta a
seguirlo. Ora, dovrà fare in tutto ancora ventitré anni.»

«Avrà tempo» dissi «per perfezionare la sua macchina lavapiedi.»

«Che macchina?» domandò Valentine.

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«Una macchina che ho trovato descritta in una specie di Codice Atlantico
leonardesco tutto scritto di sua mano. L'ho trovato tra i suoi libri e vi ho letto
ogni sorta di trovate. Anche delle poesie...»

Valentine rimase turbata ma non rispose.

«Appena uscita di prigione» riprese «ho dovuto entrare in clinica perché ero
in condizioni pietose. Quante volte ho pensato a te! Intanto mio padre morì
improvvisamente: non ho potuto neppure vederlo. Sono uscita dalla clinica
una settimana fa e il mio primo pensiero è stato di venirti a cercare per
informarti minutamente di tutto. Avrei potuto scriverti, preavvisarti, ma ho
preferito presentarmi di persona, ed eccomi qua.»

La voce di Valentine non era più quella che conoscevo. Aveva un tono più
basso, come se nei tre giorni di Neuilly fosse maturata, se non invecchiata.

Durante l'ultima parte del suo racconto avevo preso a guardare un battello
che si avvicinava all'imbarcadero e ingrandiva sempre più. Alle parole
“eccomi qua” il battello attraccò e mi riscossi. Capii che dovevo emettere la
mia sentenza. Vedendomi perplesso, Valentine fece un'aggiunta.

«Non ti ho detto che sono stata ripresa al lavoro nel mio ufficio. Non solo:
ma il mio direttore mi ha offerto un trasferimento alla sede di New York per
aiutarmi a dimenticare e perché possa rifarmi un'esistenza. Ho tempo sino
alla fine del mese per decidere. I miei sentimenti per te sono sempre gli stessi
e nulla mi starebbe più a cuore che vivere in questo paese in riva al lago, con
te. Sento che solo qui riuscirei a dimenticare il passato e a cominciare
davvero una nuova esistenza.»

Il battello, dopo aver scaricati due passeggeri e averne imbarcati tre, ripartì
per l'altra sponda.

«Hai detto a Maurice» chiesi «di avermi conosciuto?»

«No. Perché avrei dovuto dirglielo?»

«Se glielo avessi detto non ti avrebbe costretto a seguirlo.»

«Può darsi, ma non mi pareva il momento. Era lì col coltello in mano e la

120
valigia al piede, impaziente di riprendere la fuga.»

«Questo è vero» ammisi. «Ma poi, nei tre giorni che avete passato a
Neuilly?»

«Non parlarmi di quei tre giorni! Sono stati un inferno per me. Ma ormai ho
cancellato tutto, per sempre. Non parlarmene più, per favore!»

Era invece proprio di quei tre giorni che avrei voluto parlare, perché dei suoi
precedenti rapporti con Maurice, nel piccolo appartamento di rue Chevalier,
a Juziers e in chissà quanti altri posti, mi ero come lavato a mano a mano che
andavo prendendo il posto dell'ex fidanzato, ma di quei giorni di libertà, nei
quali Maurice poteva aver recuperato i due anni di assenza, non riuscivo a
liberarmi. Sentivo che se mi fossi deciso a trattenere Valentine, o a seguirla,
mi sarebbe stato impossibile non pensare continuamente a Maurice, a ciò che
la parte migliore di me, come aveva detto Marguerite, aveva fatto in quei tre
giorni nella casa di Neuilly, il suo e mio cappotto sopra una poltrona, il mio
cappello appeso all'attaccapanni e indosso, come me, le mutande di lana a
mezza gamba, anzi il completo, nel quale doveva apparire come un mio
sosia, o meglio far apparire me come una sua imitazione mal riuscita.

Come il Balestrini, che rinfacciava alla moglie i suoi amanti uno dopo l'altro
e, finita la serie, tornava daccapo, avrei passato anch'io la vita a disseppellire
continuamente il cadavere di quei tre giorni, nella speranza di trovarvi, in
qualche punto, la prova che mi occorreva per liberarmi d'ogni incubo o per
persuadermi una volta per tutte della mia mala sorte.

Questi pensieri mi passavano per la testa mentre guardavo il lago, seduto di


fianco a Valentine, che ogni tanto si girava a studiarmi un momento,
riuscendo certamente a leggermeli sulla fronte, dove mi pareva che uscissero
a lettere di fuoco, come le parole delle insegne pubblicitarie che si vedono
correre di notte sulle facciate dei palazzi, nelle grandi città.

Le campane della chiesa dov'ero stato battezzato suonarono mezzogiorno.


Pregai Valentine di aspettarmi e corsi a casa ad avvertire che dovevo andare
a Novara e sarei rimasto fuori fino all'indomani.

121
All'una portai Valentine, passo passo, fino all'Albergo delle Due Scale e mi
misi a tavola con lei senza tornare sull'argomento.

«Ci penserai» mi disse alzando il bicchiere «e mi darai una risposta.»

Alzai anch'io il bicchiere, non so se a lei o a che cosa, e risposi: «Ci penserò,
in questi giorni, appena tu sarai partita. Poi, tra un paio di settimane e
comunque prima della fine del mese, verrò a Parigi e parleremo».

Parve un po' delusa, ma pranzò di buon appetito, guardando ogni tanto il


lago dalla finestra e trovando che il paesaggio era più vasto di quanto se lo
era immaginato.

«Cos'è» domando indicandomelo «quel paese che si vede di fronte a noi


sull'altra sponda?»

«Cannero» risposi di malavoglia.

«E quell'altro laggiù?»

«Brissago, in territorio svizzero.»

A metà pranzo ricordò che le avevo detto di essere nato in una casa dalla
doppia scalea di granito rosa, davanti al porto delle barche.

«Tu sei nato in questa casa!» disse con gioia.

«Sì» risposi «ma nell'altra ala. Qui c'è sempre stata la trattoria e albergo delle
Due Scale. Ci ho abitato, in questa casa, fino ai dodici anni, poi mia madre la
vendette per andare a stare fuori dal vecchio centro: voleva un po' di terra e
di verde intorno, per mio padre che ama il giardinaggio.»

«Al processo» domandai improvvisamente «sono venuti in chiaro i


particolari dell'evasione? Aveva avuto dei complici? Dei favoreggiatori? O
forse degli aiuti da fuori? Ho letto sui giornali che è evaso di notte... Come è
potuto arrivare da Poissy a rue de Fleurus prima di giorno?»

«Al processo» spiegò Valentine «non è emerso nulla. Maurice era fuggito
insieme a due altri reclusi dopo aver segato un'inferriata e profittando della

122
nebbia per scalare il muro senza esser visto dalle guardie. Gli altri due
furono catturati appena giorno in un cascinale poco lontano dal carcere,
dove si erano riparati. Lui invece, a quanto mi raccontò, si separò subito dai
compagni di fuga e si mise in marcia verso Parigi battendo naturalmente
delle strade secondarie. Dopo un'ora vide un autocarro fermo nel buio sopra
un ponte, con le luci accese. Il conducente aveva fatto sosta per orinare nel
canale. Senza farsi accorgere né sentire Maurice si arrampicò dietro
l'autocarro, che portava un carico di maiali.»

«Ora capisco» la interruppi «perché puzzava a quel modo il suo giaccone!»

«Nascosto tra quegli animali» continuò Valentine «arrivò in poco più di


un'ora all'ingresso dei macelli di rue des Morillons, dove riuscì a calarsi
inosservato dal cassone. In pochi minuti fu in rue de Fleurus. Un vero colpo
di fortuna.»

«Bella fortuna» commentai «per te e anche per me. Ma quando ti ha


raccontato tutto questo?»

«A Neuilly... in quei tre giorni.»

Finito il pranzo le domandai per quando avesse previsto il suo ritorno a


Parigi.

«Per domani» rispose «con l'Orient-Express che parte da Milano alle dieci e
mezzo.»

«Purtroppo» dissi «devo partire per Novara, dove nel pomeriggio ho un


impegno. Ho comperato un terreno, sopra Cannero, e oggi c'è la firma
dell'atto davanti al notaio. Ma sarò qui prima delle otto per cenare con te
all'Ancora, dove mi fermerò anche a dormire, se hai piacere.»

«Certo» rispose.

«Ma senza tornare più su quello che abbiamo detto stamane» aggiunsi.
«Voglio pensarci con calma nei prossimi giorni.»

«D'accordo» disse. «Tieni solo presente che oggi è il 12 aprile e che entro la
fine del mese devo decidere sul mio avvenire. Se sarò costretta a optare per

123
New York, partirò subito.»

Quel pomeriggio non andai a Novara, ma dall'amico Ferdinando.

Stava dentro la barca dove era intento a manovrare un trapano. Quando lo


chiamai, battendo con le nocche sull'esterno della carcassa, il rumore del
trapano cessò di colpo e poco dopo Ferdinando apparve al parapetto.

«Ti devo parlare» gli dissi.

Scese la scaletta e venne a sedersi accanto alla piccola stufa di ghisa sulla
quale stava in caldo la colla di pesce.

«È arrivata Valentine» gli dissi di colpo.

«Me l'aspettavo» rispose. «È venuta a prenderti. E tu, che farai?»

«È quello che volevo chiederti: che fare?»

«Se mi chiedi di un motore,» comincio con calma Ferdinando «di un piano


velico, d'un tipo di fasciame piuttosto che di un altro o di vernici, posso
parlare per delle ore, ma in fatto di donne ho imparato a non dar consigli di
nessun genere. Vedi questa barca? Probabilmente non la metterò mai in
acqua. Ci ho cacciato dentro tanto di quel metallo, che pesa almeno due
quintali più dell'acqua che sposta. Secondo i miei calcoli ho passato il limite
di peso quando ho installato il water a pompa. Da allora ho continuato ad
aggiungere strumenti e sovrastrutture d'ogni genere. Senza tener conto
dell'àncora. Guardala là, in quell'angolo: pesa quindici chili senza la catena.
E due lunghezze di catena, non fanno meno di trenta chili. Poi c'è l'albero,
che è di “pispai” e sarà di almeno quindici metri d'altezza. Non è più una
barca, è un macigno, un “corpo morto”, un sasso che messo in acqua
calerebbe subito a picco. Ma non importa. Per me ha incominciato il suo
viaggio fin da quando ho ribattuto il primo chiodo. Continuerò ad arricchirla
di “manovre” e di comodità, finirò col farla diventare magari un
sottomarino, ma non la metterò mai in acqua, perché non è più una barca ma
un sogno. Ebbene, così è Valentine, per te. L'ha caricata di troppi pesi...

124
Comunque, non ti ho detto nulla. La barca, per quanto mi riguarda, io non la
metterò mai in acqua, ma tu fai come ti pare.»

Me ne andai a fare un largo giro fuori dal paese e alle otto mi presentai
all'Albergo Ancora come se fossi arrivato in quel momento da Novara.

Valentine era in camera.

«Chiama la signorina del numero nove» disse Domenico a un cameriere.

Seduti di fronte, non trovai di meglio che descriverle il terreno che avevo
comperato sopra Cannero.

Il Domenico, che andava e veniva coi piatti, ci studiava attentamente.

«Domenico,» gli dissi tanto per prendere un atteggiamento «stasera mi fermo


a dormire.»

«Al numero nove» confermò ammiccando.

125
XIV

Finita la cena invitai Valentine a fare due passi intorno all'isolato,


ricordandomi della passeggiata di Juziers. Dopo mangiato ci vuole aria,
molta aria.

La portai fino all'imbarcadero che era lì vicino poi, passando tra i nudi
ippocastani del terrapieno piegai verso il porto delle barche, già immerso nel
buio e simile a una gran vasca nera. Voltai quindi verso il portico che unisce
il molo alla piazzetta antistante l'Albergo delle Due Scale per dare una
guardata dentro al caffè. C'erano i soliti, intorno un tavolo da poker. Altri tre
o quattro parlottavano in crocchio. Il Lischetti e il Todeschini giocavano a
biliardo, il geometra Pagani e il capostazione Balestrini stavano a guardarli,
mentre il Galantina leggeva il giornale. La sera dopo sarei stato tra di loro,
uno di loro, con in più soltanto un nuovo capitolo della storia di Valentine
da raccontare.

Sfiorai la porta d'entrata del caffè e arrivai di nuovo nella piazza che era
deserta. Il Domenico stava con le mani in tasca dietro la porta a vetri del suo
albergo a guardar fuori, in attesa di tre vecchi clienti coi quali ogni sera
giocava a scopone: il Traldi negoziante di vino, il Bardelli assicuratore e il
geometra Falcetti che aveva sostituito il cavalier Napoletano, morto durante
la guerra. Appena ci vide aprì la porta premurosamente, pensando che
avessimo intenzione di rientrare. Avrei voluto prolungare la passeggiata, ma
per non farlo restar male entrai, mandando innanzi Valentine che infilò
subito la scala.

Presi la chiave del numero nove e facendo un cenno di saluto al proprietario


la seguii.

Appena dentro la stanza fui avvolto dal profumo di saponetta “Mirurgia” che
Valentine usava da quando aveva scoperto quella qualità di sapone durante
un viaggio in Spagna: un profumo di garofano e di olio d'oliva che mi era
antipatico, perché non avevo mai avuto il coraggio di chiederle con chi
avesse fatto quel viaggio prima che la conoscessi, temendo di venire a sapere

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che vi era andata con Maurice.

Valentine intanto si era tolta la giacca del tailleur mostrandomi le spalle,


diventate ancora più magre.

Pensai di fingere un malore e di ritirarmi ancora in tempo dalla soglia del


numero nove. Mi rendevo conto che rischiavo di svuotare l'argomento dei
“tre giorni d'inferno” a Neuilly, sul quale non volevo sorvolare ad alcun
prezzo, non solo perché era l'unica arma di cui disponevo per motivare la
ritirata che avrei potuto compiere, ma anche perché il tarlo della gelosia
voleva soddisfazione, o quel sollievo ingannevole che è la sicurezza del
tradimento.

Valentine, quasi avesse capito le mie intenzioni, scomparve nel bagno.


Ricomparve dopo cinque minuti in una camicia da notte rosa cortissima con
una balza ondulata. Era accigliata e come preoccupata di ricercare qualche
cosa nella sua valigia, sulla quale si piegò mandando in aria quella specie di
tutù che le spumeggiava intorno alle cosce.

Mi sfilai la giacca e la collocai su di una gruccia, nell'armadio, vicino a


quella del suo tailleur, maledicendo la mia debolezza.

Dal basso dove i quattro giocavano a scopa nel silenzio dell'albergo del
quale eravamo i soli ospiti, venne un tonfo: la solita manata del Traldi,
infuriato contro il geometra Falcetti. Poi la voce del Bardelli che gridava:
«Tocca a lei sparigliare!».

Nel vuoto che seguì sentii, all'esterno, un brusio crescente. Si era alzato il
vento. Presto infatti si udì il rimbrotto delle onde contro i moli del porto.

Verso le cinque del mattino si dispiegò in tutta la sua forza il vento di


tramontana, che di solito dura tre giorni. Lo sentivo arrivare a colpi, come
sempre quando incomincia le sue sfuriate triduane. Valentine dormiva,
ignara dei pensieri che mi giravano per la testa da un paio d'ore.

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Alle otto e mezzo la accompagnai alla stazione e la misi sul treno dopo averla
abbracciata quasi con passione.

«Ti scriverò!» le gridai mentre il treno si muoveva. «Ti scriverò! Magari oggi
stesso. Prima di venire a Parigi ti scriverò.»

Dal finestrino Valentine agitava la mano assentendo.

Scomparso il treno, comperai dal tabaccaio della stazione dieci buste e dieci
fogli di carta da lettera del tipo “Diplomatica” allora in commercio, poi andai
a casa mia, per provvedermi del quaderno di esercizi che avevo portato dalla
Francia, del dizionario tascabile italiano-francese e anche d'un vecchio libro
di scuola: Le chemin le plus court pour apprendre les verbs français, di don
Giuseppe Redaelli.

Meditavo, per la strada, sul titolo di quel libretto, del quale non mi ero mai
sbarazzato, in più di venticinque anni, come se si trattasse di un Vangelo e
non di un semplice prontuario per la coniugazione dei verbi. Indicandoci “le
chemin le plus court”, mi pareva che don Redaelli intendesse incitarci alla
speditezza, a quella direzione rettilinea che è il percorso più breve tra due
punti, come se la vita non fosse invece il tentativo di restare per strada il
maggior tempo possibile, girando attorno, divagando da un'occasione a un
impegno, fino a trovarsi, ormai vecchi come il professor Gigli, a non aver
più da perdere che l'abitudine del caffè e del giornale, alla mattina, sotto il
portico del Clerici.

Con tutta quella roba sotto il braccio arrivai all'Albergo ancora camminando
controvento.

Le camere non erano ancora state rifatte. Salii al numero nove per scrivere a
Valentine una lettera nella quale avevo intenzione di mettere tutto ciò che
non avevo saputo dirle a voce.

Nel bagno trovai per terra un foglio di carta velina sporco di rossetto. Sul
bordo del lavabo c'era una traccia rosa di dentifricio e due o tre dei suoi
lunghi capelli rossi. Scoprii il letto e vidi nel mezzo il solco lasciato dai
nostri corpi. Il profumo di saponetta “Mirurgia” che era rimasto nell'aria si
sentiva a tratti, come la materializzazione d'un corpo svanito o trapassato,

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simile a quelle fragranze che i santi mandano talvolta ai mortali.

Presi il tavolino, lo portai sotto la finestra, tirai fuori la carta e la penna


stilografica. Attraverso le tendine vedevo il negozio dei Mutti con i cavalli a
dondolo, i tricicli, le bambole, le valigie, le ombrelle e tutto il bazar esposto
sul marciapiede nonostante il vento. Dal negozio uscì l'Arnaldo, che era il
maggiore dei fratelli Mutti, ex capitano richiamato nell'ultima guerra e
ragioniere, che non si era mai avvilito in un impiego e aveva preferito
starsene ad aspettare i clienti nel suo bazar. Passò il Gervaso e si fermò con
lui. Parlavano con foga, certamente di me e dell'apparizione di Valentine.

Cominciai a scrivere compulsando il vocabolario, ma nonostante l'aiuto


dello Chemin mi pareva di aver dimenticato parole, regole e ortografia.

Finii malamente la lettera, la rilessi e indispettito stracciai ii foglio.

Il Mutti e il Gervaso che continuavano a parlare tra di loro mi distraevano.

Sul marciapiede avanzò col suo passo di lumaca il Lischetti, detto Pégora, e
si fermò con gli altri due. Aveva anche lui la sua da dire e voltandosi indietro
accennò all'Albergo Ancora, forse insinuando che dovevo essere là dentro
con Valentine, chiuso in camera fin dalla sera prima.

Il vento portava via le parole dei tre, scomponeva le vesti alle donne che
passavano e costringeva gli uomini a tener fermo con una mano il cappello
sulla testa.

Mi rimisi al tavolino e cominciai un'altra lettera. Stavolta mi veniva bene.


Riuscivo, o mi pareva, a render chiaro anche a me stesso un preciso stato
d'animo nel quale non poteva farsi strada in alcun modo la decisione che
Valentine attendeva da me.

Sorpreso al caffè dove, dopo quattro mesi, stavo ancora covando la rabbia
della precipitosa conclusione del mio rapporto con lei. Posto davanti a un
aut-aut, avevo diritto di chieder tregua e di lasciar passare anche un anno, se
fosse stato necessario. Andasse pure a New York per dimenticare, se era
vero quel che mi aveva detto, ma lasciando anche a me il tempo per
cancellare il ricordo della triste vicenda nella quale mi ero trovato a correre

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dei rischi e a subire degli scorni.

Valentine avrebbe dovuto cominciare col rispondere alla lettera che le stavo
scrivendo, adoperarsi per chiarire ogni dubbio, mettere in carta le sue
ragioni, risolvere, in un carteggio che avrebbe passato per mesi l'Atlantico o
anche soltanto le Alpi, le mie incertezze. Doveva raccontarmi in termini
precisi e senza l'alibi troppo comodo del disgusto, i suoi “tre giorni
d'inferno” a Neuilly, dirmi che cosa aveva subìto e con quale animo, magari
descrivermi minutamente, fino allo strazio, i quadri che aveva composto con
Maurice in quelle stanze. Volevo conoscere la sua opinione su Maurice, del
quale mi aveva rivelato il tentativo di suicidio con accenti che mi erano
sembrati di segreta ammirazione. Ma soprattutto volevo sapere se Maurice
nei famosi tre giorni avesse ristabilito su di lei il suo possesso nel senso che
pensavo.

Che lei non gli avesse parlato di me, era un brutto segno, tale da orientarmi
verso i peggiori sospetti. Maurice le aveva detto certamente di aver trovato
un uomo nella sua casa di rue de Fleurus. Era quindi chiaro che mi aveva
visto, soppesato e gettato da parte, al pari di Domitien. Perché non rivelargli
che quel pensionante di sua madre non era uno straniero qualunque, un
inciampo casuale sulla strada della sua fuga, ma colui che lei amava e dal
quale era amata? Si vergognava forse di me? Col suo silenzio mi aveva
rinnegato, pronta a dimenticarmi se Maurice fosse riuscito a raggiungere
Marsiglia e a imbarcarsi con lei per il Sud America. Arrivavo al punto
d'immaginarla felice, in una fazenda al piede delle Ande, col suo compagno
al quale non si sarebbe peritata di giurare che per due anni gli aveva serbato
assoluta fedeltà.

Nell'inventario dei miei risentimenti veniva, non ultima, la dichiarazione con


la quale l'evaso l'aveva discolpata dell'accusa di favoreggiamento,
assumendosi il sovraccarico di un'imputazione per sequestro di persona e la
pena relativa. Non era forse questo il segno più certo di un amore accettato e
addirittura corrisposto?

Mi sentivo tanto riscaldato dagli argomenti che andavo trovando, che il


dizionario e il libretto dei verbi mi risultavano inutili. Le parole mi
accorrevano alla mente una dopo l'altra, uscendo direttamente, mi pareva,
non dal povero libretto di don Redaelli, ma dai libri di Maurice, destinati a

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tornarmi utili proprio per dirimere ogni pendenza con lui.

La mia lettera era ormai arrivata a coprire sette fogli interi, che faticai a far
entrare nella busta sulla quale avevo scritto l'indirizzo di rue Chevalier,
mettendo sul tergo l'indicazione del mio domicilio per il caso che la lettera
non si fosse potuta recapitare.

Mi alzai ingranchito che era quasi mezzogiorno. Dalla finestra vidi il


ragionier Arnaldo Mutti che trattava il prezzo d'un cavallo a dondolo con un
operaio molto perplesso sull'acquisto. Per invogliarlo, il Mutti metteva il
piede sulla scocca e faceva muovere il cavallo che sembrava voglioso di
seguire l'operaio e di entrare in funzione in qualche casa con un bambino in
arcione.

Scesi al pianterreno e uscii in piazza diretto al tabaccaio dal quale feci pesare
la lettera. Per l'affrancatura occorreva il triplo della tariffa normale. Coprii la
busta di francobolli e tenendo in mano il plico andai, camminando
controvento, verso la cassetta postale dell'imbarcadero, un monumentale
scatolone di ghisa dipinto di verde e incastrato nel muro dietro la biglietteria,
sul quale spiccava in rilievo lo stemma del regno d'Italia, cancellato, dopo
l'avvento della repubblica, da una croce tracciata col catrame.

Imbucai, e la lettera cadde sul fondo della cassetta con un tonfo sordo,
simile a un mezzo tocco di grancassa.

Da anni i battelli non facevano servizio di posta, ma se la cassetta fosse


andata fuori uso sarebbe stata di certo rimossa, mi dicevo, perché poteva
trarre in inganno molta gente e causare delle perdite di corrispondenza. Mi
venne dubbio che la buca fosse stata da tempo accecata o bloccata, ma che
poi qualcuno, forse un ragazzo, l'avesse riaperta per gabellare i turisti che
spediscono ad ogni passo cartoline illustrate.

Comunque fosse, la mia lettera era partita e aveva cominciato il suo viaggio:
come la lettera di Maurice al Padre Eterno che importava più che altro averla
scritta, o la barca di Ferdinando che importava soltanto averla costruita.
Quanto alla sua destinazione, avrebbe corso la sorte di un manoscritto nella
bottiglia, affidato alle onde del mare.

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Nota

Mi sento in obbligo di render noto ai lettori che ho scritto questo romanzo in


prima persona per un semplice espediente narrativo. È quindi da escludere
una mia partecipazione ai fatti raccontati e un qualsiasi riscontro dei fatti
stessi con la realtà.

Questa storia, che ho raccontato per la prima volta a Valentino Bompiani, è a


lui dedicata in segno di amicizia.

L'Autore

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