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PULCINI-VULNERABILITA’ Ricci Francesca VBs

Durante il Festival della Filosofia del 2019 dedicato alla persona, la professoressa
Elena Pulcini analizza il tema della vulnerabilità.

La vulnerabilità è un concetto difficile, oggi ci troviamo in un mondo vulnerabile


circondati da sfide più o meno visibili, come il fenomeno migratorio, il terrorismo
internazionale e la sfida ecologica. Si tratta quindi di una vulnerabilità globale.

Vulnerabilità significa essere affetti da “vulnus” ovvero da una ferita, una perdita, un
fallimento ed ha parentela con altre parole quali la fragilità e la precarietà. La
vulnerabilità però è distinta dalle due precedenti in quanto, come sostiene il filosofo
George Bataille che parla di “blessure”, è una ferita provocata per lo più da altri.

La vulnerabilità sembra che abbia una dimensione negativa, ma si può considerare


una risorsa se noi la riferiamo al soggetto, per ripensare a questo in termini diversi da
come è stato pensato fino ad ora.
Il soggetto moderno è forte, fiero della propria libertà. Secondo Thomas Hobbes è un
soggetto prometeico, cioè sovrano che si esaurisce su se stesso e su cui la società ha
proiettato valori. Ciò fa riferimento al mito dell’individuo sovrano .
Amarya Sen lo definisce un mito proprio perché sostiene che questa figura sia una
pura illusione perché emerge il problema della sua unilateralità, cioè valorizzare
questa figura di soggetto significa rimuovere una serie di qualità che sono state
penalizzate. La vulnerabilità viene rivalutata dal pensiero
delle donne, in quanto esse hanno subito un processo di emarginazione.

Freud insegna che ciò che viene rimosso è ciò di cui abbiamo paura. Quindi chi
incarna la vulnerabilità diventa oggetto di paura e di passioni come il disgusto. La
professoressa in merito a ciò fa l’esempio della dipendenza di un disabile, della
fragilità che ha un anziano, delle violenze in case di riposo e ai bambini negli asili,
che sembrano delle mostruosità e non si riescono a spiegare se non attraverso la paura
e il disgusto della vulnerabilità.

Per rispondere a ciò la Pulcini fa riferimento ad una scuola di pensiero, le filosofie


dell’alterità (di cui fa parte anche Hans Jonas) che hanno scoperto e hanno proposto
l’idea di vulnerabilità partendo da un presupposto: la vulnerabilità fa parte
dell’umano ed è quindi una dimensione ontologica. Una delle autrici che più ha
insistito su ciò è la rappresentante del femminismo post-moderno, Judith Butler, che
parla della vulnerabilità come risorsa perché valorizzare quest’ultima ci aiuta a
mettere in atto un processo di morte del soggetto moderno di cui abbiamo bisogno,
ciò consiste nella morte del soggetto unilaterale.
La vulnerabilità è la condizione primaria del soggetto e non la dobbiamo eludere.
Negare la vulnerabilità significa cessare di essere umani. La professoressa enuncia lo
slogan ”Siamo umani”, molto frequente nei giornali. Ciò significa che ci stiamo
allontanando dalle radice umani e dobbiamo recuperarle per riuscire a vivere
insieme.
Secondo Daniele Francesconi (Roberto Esposito parla della ontologia del cum, per
evidenziare la necessità di recuperare la dimensione delle relazionalità)dobbiamo
recuperare la nostra natura relazionale pensando ad un soggetto non più sovrano
bensì ad un soggetto in relazione.

La professoressa Pulcini afferma che ciò è possibile attraverso due strategie:

 Il riconoscimento della vulnerabilità; ossia assumere la consapevolezza di


quest’ultima per rimettere in moto la qualità relazionale del soggetto che parte
dall’ attitudine all’attenzione (termine ripreso da Simon Weil), cioè dall’
attenzione che è il primo aspetto per entrare in relazione con gli altri;
 Noi quotidianamente facciamo esperienza della vulnerabilità. L’età globale
infatti ci rende tutti vulnerabili. In questo modo si passa dall’esperienza al
riconoscimento.

Gunther Anders, il primo marito di Hanna Arendt, parla di una filosofia di occasione.
Essa parte dagli eventi, riesce a cogliere quelli più significativi e propone una
riflessione. Noi infatti non riusciamo più a distinguere le priorità, ci muoviamo
all’interno di una società oppiacea. La Pulcini offre l’esempio della politica che usa
temi e argomenti che nascondono verità.

La professoressa poi si interroga a riguardo di chi è l’altro. Tra le tante figure


dell’alterità analizza l’altro distante che si declina in due figure:

 Le generazioni future (l’altro distante nel tempo);


 L’altro distante nello spazio.

Noi rispetto al diverso non siamo capaci di empatia (fenomeno analizzato da Hume),
questo ci da la possibilità di prenderne le distanze, di inventarne un nemico e spostare
sulla paura dell’altro le minacce più consistenti.
La sfida è capire se è possibile empatizzare con il diverso.
Empatia ha come significato etimologico patire insieme, ovvero mettersi nei panni
degli altri ed essere capaci di partecipare emotivamente al loro vissuto e alle loro
emozioni; non si tratta quindi di un sentimento pietistico. Hume parla di una simpatia
estesa presupponendo che via via le condizioni cambino e l’altro diventa significativo
per noi, allora siamo in grado di empatizzare con quest’ultimo, per farlo occorre
ricnoscere l’altro come portatore di valore, farlo cioè diventare, come sostiene Martha
Nusbaum, significativo. Il filosofo contemporaneo Peter Singer parla di un’estensione
dei cerchi dell’empatia.

L’empatia è uno stato neutro e può passare ad essere positiva (esiste però anche
l’empatia negativa, come per esempio nel caso di un torturatore che fa bene il suo
lavoro e riesce ad enfatizzare con la vittima).
Per fare ciò la passione a cui si fa riferimento è la compassione che è la prima forma
di empatia. Martha Nusbaum, dice che spinge il se al di fuori di sé stesso rendendolo
disponibile agli altri. Noi riusciamo a fare ciò quando entriamo davvero in relazione
con gli altri, si tratta infatti di un rapporto reciproco. Un esempio è dato dal bambino
trovato morto in spiaggia a Lampedusa che viene riconosciuto come soggetto allora
anche io divento soggetto, a differenza dei migranti che solitamente in televisione
non ne viene mostrato il volto. Ciò accade solo quando abbiamo davanti quella
persona precisa e non un'altra, si tratta infatti del “chi” di Arendt. La singolarità per
quest’ultima infatti evoca il concetto di pluralità, ovvero di alterità.
La professoressa inoltre espone la riflessione della filosofa Susan Sontag, secondo la
quale quando l’empatia diventa pietà allora ci esonera dall’agire. Ne è un esempio
quando vediamo un incidente per strada, presi dalla curiosità proviamo compassione
ma proseguiamo il nostro viaggio e siamo soddisfatti di aver provato tale sentimento.

Bisogna quindi fare un maggior scatto, passando dall’empatia alla cura, all’impegno.
Si arriva alla responsabilità verso l’alto quando riconosco la mia vulnerabilità e ciò
deve tradursi in azione politica (termine arendtiano), ossia nell’agire insieme ed
associarsi nella sfera pubblica.

Inoltre vi è un ulteriore passaggio, dalla responsabilità alla cura, si tratta di un


impegno. La cura è anche una forma di pratica assistenziale, (come prendersi cura di
un disabile nonostante la difficoltà), ma deve diventare una forma di vita e scandire la
nostra quotidianità, in quanto noi siamo sempre potenzialmente soggetto ed oggetto
della cura ed in questo modo entriamo in relazione con l’altro e con il mondo. L’altro
sono le generazioni future, il mondo vivente e la natura. Questi infatti sono oggetti
vulnerabile in quanto non hanno né alcun diritto riconosciuto né potere di sanzione
nei nostri confronti e ciò ci spinge verso un egoismo intergenerazionale che va rotto
in quanto passa in primo luogo con l’alleanza con le generazioni future. Questa
alleanza si fa riattivando la passione della vergogna, cioè del timore del giudizio
dell’altro.

Un altro esempio di cura è rappresentato dalla figura di Enea che in fuga


dall’incendio porta con se il vecchio padre Anchise sulle spalle e per mano il figlio
Ascanio. Enea infatti è spinto a curare tutti anche a scapito della propria
sopravvivenza.