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Anna Hasalliu 5^Bs

VULNERABILITA'

Nelle lezioni precedenti abbiamo visto come le nostre vite siano tra loro interconnesse e di come
noi abbiamo bisogno degli altri, perché problemi di ordine globale non possono trovare soluzione
nel personale. Oggi viviamo in un mondo estremamente vulnerabile, basta pensare alla crisi
ecologica, ai virus letali e siamo in preda a quella che Baumann chiama la paura liquida. Tutto
questo ci mette in una situazione di angoscia ma nello stesso tempo può diventare per noi
un’opportunità per cambiare le cose.
La professoressa Pulcini analizza così il concetto di 'vulnerabilità' e delle sue diverse declinazioni.
Partendo dalla visione di un mondo globalizzato la professoressa dice 'Siamo in un mondo molto
vulnerabile' in quanto siamo circondati da sfide inedite, come la crisi ecologica, il fenomeno
migratorio e il terrorismo internazionale, e indica queste come difficili da affrontare proprio a
causa della loro caratteristica globale.
Si tratta quindi di una vulnerabilità globale.
Vulnerabilità vuol dire 'essere affetti da un vulnus= ferita, perdita, essere offesa in maniera forte
da un danno' , questa parola è anche spesso collegata ai concetti di fragilità e precarietà. Ciò che
distingue la prima definizione dalle altre due è che nel primo caso la ferita viene provocata da
qualcun altro così come afferma il filosofo francese Georges Bataille.
Al giorno d'oggi possiamo quindi dire che noi ci siamo resi vulnerabili, noi ci siamo resi la ferita del
pericolo dell'autodistruzione del mondo, ad esempio è a causa dei comportamenti dell'uomo che
c'è il riscaldamento globale.
La vulnerabilità viene così vista nel suo aspetto negativo, ma come ci insegna il pensiero femminile
femminista può anche essere vista come risorsa, e ciò avviene quando la riferiamo al soggetto,
cioè quando lo pensiamo in un modo diverso da come abbiamo sempre fatto.
Il soggetto moderno forte e fiero della propria liberà, quello in cui la modernità ha riposto i valori
di forza, progettualità e capacità, si rifà al 'Soggetto Prometeico' di Thomas Hobbes, in cui il
soggetto è il sovrano che si esaurisce in sé stesso. Questo però viene denunciato da A. Sen come il
'Mito dell'individuo sovrano' perché è una pura illusione pensare ad un soggetto di quel tipo; il
problema è la sua unilateralità, che in questo modo penalizza le altre sue qualità. Rimuovendo
l'aspetto umbratile tipo la mancanza, la malattia, facciamo un'enorme rimozione all'individuo. Il
soggetto poi assunto è un soggetto non completo, spezzato a cui mancano delle parti.
La teoria delle passioni: noi abbiamo paura della vulnerabilità e di ciò che viene rimosso
(riferimento a Freud), perchè ciò che viene rimosso è per noi qualcosa di scomodo che ci
intimorisce, così come la vulnerabilità che va ad intaccare l'immagine del soggetto come forte
sovrano. Infatti chi incarna la vulnerabilità diventa oggetto di una serie di passioni di cui ci parla la
filosofa Martha Nussbaum come il disgusto. Spesso infatti la vulnerabilità è vista come repellente
nella fragilità dell'anziano e della malattia.
Le filosofie delle alterità hanno quindi proposto un'idea feconda di vulnerabilità, quella secondo
cui essa fa parte dell'umano ed è una dimensione ontologica, che se la rimuoviamo ci si ritorce
contro. Una delle filosofe che ha più insistito su questo e che ha fatto parte del femminismo
postmoderno è Judith Butler. Quest'ultima sosteneva l'idea di vulnerabilità come risorsa, perché
pensava che valorizzarla significasse mettere in atto quel processo di morte del soggetto, in
particolare del soggetto unilaterale che emargina la vulnerabilità e che danneggia in questo modo
la coesione sociale.
Dobbiamo quindi essere consapevoli che la vulnerabilità è una condizione originaria, che non può
e non deve essere esclusa, perché negare la vulnerabilità è cessare di essere umani.
Lo slogan che ci viene continuamente ripetuto 'siamo umani' ci fa rendere conto di come ci stiamo
pericolosamente allontanando dalle nostre radici umane, che dobbiamo recuperare per poter
continuare a vivere insieme, altrimenti inferiamo a noi stessi un'amputazione.
È quindi indispensabile recuperare la nostra natura relazionale, ovvero ripensare il soggetto in
termini relazionali e non più come sovrano; dobbiamo ripartire dalla ontologia della relazionalità.
Questo è possibile attraverso due strategie:
-il riconoscimento e la consapevolezza della vulnerabilità;
l'attenzione come attitudine come dice la filosofa Simone Weil, è la prima forma che ci permette di
entrare in contatto con gli altri e attraverso cui rivediamo il rapporto complessivo con noi stessi,
riscoprendo così il valore della libertà, la quale non esiste senza la responsabilità;
-il fare ogni giorno esperienza della vulnerabilità è una possibilità per passare al riconoscimento di
essa, nell'età globale siamo sempre esposti a sfide radicali che ci rendono vulnerabili.
La professoressa Pulcini così come il filosofo Gunther Anders, dice di appartenere a quella che
definisce 'filosofia d'occasione', essa partendo dagli eventi riesce a cogliere quelli che sono i più
significativi. A questo viene contrapposta la visione 'oppiacea' della società di oggi, siamo talmente
drogati dai social media, dalle fake news e dalla politica che non riusciamo più a distinguere le
priorità. Diventiamo così passivi e indifferenti a tutto, in particolare alla questione migratoria.
Ma chi è oggi l'altro?
Vengono distinti:
-l'altro distante nel tempo, che sono le generazioni future;
-l'altro distante nello spazio, in particolare riferimento ai migranti.
Relazionandoci con il diverso, noi non siamo capaci di essere empatici nei suoi confronti, di
conseguenza ne prendiamo le distanze e ne facciamo il nostro capro espiatorio.
La sfida è quindi quella di capire se è possibile empatizzare con l'altro.
Empatia=mettersi nei panni degli altri, partecipare emotivamente al vissuto e alle emozioni degli
altri.
I filosofi Hume e Adam Smith la chiamavano 'simpatia'. Hume fa riferimento ad una 'simpatia
estesa', cioè con il cambiare degli eventi, l'altro diventa significativo per noi. Quindi, noi possiamo
oggetivamente empatizzare con l'altro purché lo riconosciamo significativo. La persona vulnerabile
che viene da noi ci sta quindi chiedendo di empatizzare. Ciò è possibile come dice il filosofo
contemporaneo Peter Singer attraverso l'estensione del cerchio dell'empatia. C'è quindi un
passaggio dall'empatia in senso neutro all'empatia in senso positivo, quasi etico.
La prima forma di empatia è la compassione definita da Martha Nussbaum 'una passione che
spinge il sé fuori da sé stesso', rendendolo così disponibile all'altro consentendoci di riconoscere
l’altro come significativo.
La compassione non deve essere un sentimento pietistico, ma deve essere un patire insieme che
riesce a metterci in comunicazione con l'altro.
Riusciamo ad avere un'estensione dell'empatia quando riusciamo a personalizzare il rapporto con
l'altro e ciò avviene attraverso il riconoscimento reciproco, cioè quando abbiamo di fronte una
persona (il 'Chi è' di Hannah Arendt, che parla specificatamente di una persona). Tutti i giorni
siamo bombardati da immagini spersonalizzate, che ritraggono solo volti e mai i corpi e ne
restiamo indifferenti. Solo quando riconosciamo l'altro come soggetto, ad esempio il bambino
trovato morto nella spiaggia di Lampedusa, noi diventiamo dei soggetti ( da Levinas 'è l'altro che
mi prende ad ostaggio che mi fa diventare soggetto').
La singolarità arendtiana evoca la pluralità, è un concetto del sé aperto, la specificità della singola
persona apre all'alterità.
La compassione però viene vista come trappola quando ci esonera dall'agire. L'esempio
dell'incidente come metafora per esprimere la nostra condizione di 'spettatori commossi' dal
teorico francese Jean Luc Boltanski, ovvero proviamo compassione per l'altro, ma proseguiamo
comunque il nostro viaggio, senza fare nulla.
È qui che entra in gioco l'impegno come responsabilità e cura. Nel momento in cui riconosco la
mia vulnerabilità che è fragilità, mancanza, malattia devo mobilitarmi per farla diventare un'azione
politica che per Hannah Arendt comprende il reagire insieme, associarsi, lottare.
La responsabilità è il principio assoluto, bisogna integrare la nostra libertà con la responsabilità
che non può più essere un dovere, ma deve trovare radici nella nostra emotività.
La vulnerabilità diventa così una risorsa etica.
La responsabilità proposta da Hans Jonas ha ancora un aspetto doveristico, è per quello che
bisogna ricorrere alla cura, definita come pratica e impegno. Prendersi cura dell'altro non è
semplice, ma deve diventare una forma di vita. La dimensione ontologica della cura è biunivoca,
dobbiamo accettare di essere soggetti della cura, attraverso l'impegno, la compassione non
pietista ma anche riconoscere che siamo oggetti di cura, e che se non lo siamo adesso lo
potremmo essere più avanti (ad es. persona giovane che poi invecchia, avrà bisogno di attenzioni).
La cura, il riconoscerci bisognosi, l'empatia, la responsabilità, la compassione non in senso
pietistico e non in senso che ci induce alla non azione è veramente rivoluzionaria, perché ci mostra
l'inutilità, la menzogna del possiamo farcela da soli, non è vero, la singolarità arendtiana evoca la
pluralità, è un concetto del sé aperto, la specificità della singola persona apre all'alterità.
Se capiamo questo, ristabiliamo il rapporto con l'altro. L'altro in questione sono le generazioni
future e la natura, che sono gli oggetti vulnerabili per eccellenza, perché non hanno potere
sanzionatorio nei nostri confronti. In questo modo si crea un egoismo intergenerazionale che va
combattuto con la condivisione, bisogna ricostruire l'alleanza, questo è possibile solo attraverso
una passione che ormai si è estinta, la vergogna, il timore del giudizio dell'altro.
Oggi più che mai ci rendiamo conto che abbiamo bisogno dell'altro, il caso del Coronavirus ce lo
sta insegnando, perché questa è una situazione che si combatte avendo più rispetto per l'altro che
per sé stessi. Non basta che tu come singolo stia a casa, ma che tutte le persone lo facciano, le
nostre vite sono intrecciate.