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Maya Cucinelli V Bs

Elena Pulcini: PRINCIPIO DI RESPONSABILITÀ


Partiamo dell’etimologia della parola “responsabilità”: deriva dal latino “respondeo” che
significa “rispondere di”, quindi rispondere delle proprie azioni (responsabilità giuridica);
questa responsabilità nasce nel ‘700 proprio perché non esiste senza libertà, è però anche
una sorta di limite alla mia libertà (un limite voluto dal soggetto). D’altra parte,
responsabilità significa anche “rispondere a”, e quindi rispondere a qualcuno; qui c’è un
elemento di relazione.
Vediamo il principio di responsabilità con la grande filosofia dell’‘900, in particolare con
Jonas e Anders; quest’ultimo scrive, in un suo libro intitolato L’uomo è antiquato, delle sfide
del suo tempo. Anders parte dalla sfida nucleare, mentre Jonas parte da quella ecologica.
Jonas dice che noi oggi non possiamo più fermarci all’etica kantiana del rispetto reciproco
perché entra in campo il futuro, un futuro che è messo in pericolo dalla crisi nucleare e da
quella ecologica, un futuro che potrebbe non esserci più. Da qui parte il tema della
responsabilità, cioè il farsi carico di queste sfide che riguardano soprattutto le generazioni
future a cui dobbiamo lasciare un mondo sostenibile. Per affrontare questa grande sfida del
tutto inedita che deve essere gestita da grandi poteri ma anche sul piano individuale, non
possiamo più delegare coloro che detengono il potere. Se io non prendo sul serio questa
sfida ecologica, appunto, rischiamo di perdere il futuro. I filosofi sopra citati e la filosofa
Hannah Arendt usano parlare di “perdita del mondo”, il mondo come terra, come nostra
dimora.
Ma allora com’è possibile che siamo arrivati a questo punto? Quali sono state le azioni che
ci hanno portato a questo? Secondo la filosofa contemporanea E. Pulcini, quello che
abbiamo perso è il senso del limite. Jonas e Anders usano la metafora di Prometeo: Jonas
parla di Prometeo scatenato, Anders di Prometeo pervertito (che sta dirigendo la sua
direzione in quella contraria e ha dimenticato il limite). Prometeo è colui che ruba il fuoco
agli dei per donarlo agli uomini. Questo dono, però, è come se fosse avvelenato, perché gli
uomini non hanno saputo usarlo anzi, ne hanno perso l’idea dell’origine. Dobbiamo
riprendere il senso del limite, che è soggettivo, e dipende da quando io, in primis, sfocio
nella “hybris” (tracotanza). Noi abbiamo usato quel veleno e abbiamo dimenticato la nostra
origine di creature. Jonas si focalizza sul fatto che è in discussione il mondo vivente, non
solo l’umanità, ma anche la natura e gli animali; noi abbiamo saccheggiato e spremuto fino
all’ultima goccia questo mondo vivente. Dobbiamo restituire la vita a queste due
dimensioni invertendo il nostro rapporto predatorio con verso la natura. Un altro aspetto
importante sono le generazioni future: dobbiamo agire adesso per tentare di rimediare ed
egli ci chiama tutti a raccolta. Noi sappiamo ciò che sta succedendo ma è come se non
arrivasse alla nostra emotività, forse perché è un problema troppo grande, o forse perché ci
fa paura, attivando quello che Freud definiva come diniego. La responsabilità diventa
necessaria, ed ancor più necessario è slittare dalla responsabilità alla cura (Jonas la fonda
sul dovere ma è concetto che rischia di essere astratto); bisogna recuperare l’affettività, che
non è altro che la cura. La cura è la capacità di farsi carico quotidianamente delle cose, e
dobbiamo assimilarlo come stile di vita.
La responsabilità si collega alla paura e all’impotenza. Dobbiamo passare dalle paure
paralizzanti alle paure mobilitanti, le cosiddette “paure per”, perché attraverso queste
nasce la responsabilità, non solo di quello che abbiamo fatto, ma anche per quello che è il
pianeta e per le generazioni future. Dobbiamo agire non perché c’è una sanzione su di noi
(le generazioni future, infatti, non possono ammonirci), ma perché dobbiamo essere
vulnerabili nei confronti del mondo.

Pier Paolo Portinaro: RIFLESSIONI SU CLASSICI


Portinaro parte dalla presentazione autobiografica del filosofo Jonas che prende inizio dalla
fine: infatti, introduce ciò che ha portato Jonas, nella maturità, ad interrogarsi sul tema
della responsabilità. Jonas è un intellettuale di origine ebraica e che ha avuto una
formazione tedesca; nel 1933 deve abbandonare la Germania, prima va in Francia, poi negli
Stati Uniti. Jonas scelse poi la strada della Palestina, dove visse per alcuni anni, e solo dopo
la fine della guerra riceve una chiamata da un’università canadese. Infine, si trasferirà a
New York fino alla morte. Fece parte della brigata ebraica dell’esercito britannico durante la
II Guerra Mondiale contro il nemico tedesco (Jonas, infatti, aveva perso molti parenti ad
Auschwitz); quando alla fine della guerra la brigata sbarca a Brindisi, lui è lì ed avviene un
episodio molto significo spiegato in seguito. Durante la risalita della penisola lui e i suoi
compagni di brigata incontrarono molti ebrei sopravvissuti che gli raccontarono le loro
storie. Ad Udine, dove terminò la risalita della penisola, Jonas incontrò due sorelle ebree
anziane che erano rimaste a Trieste per tutta la durata della guerra finché non vennero
avvisate da alcuni vicini di casa di mettersi in salvo perché ci sarebbe stata una retata. Loro
scappano ad Udine dove avrebbero voluto rimanere in incognito, ma non fu così. Presero in
affitto una mansarda e il giorno dopo ricevettero un letto dagli abitanti della città che si
erano organizzati per tenere nascosti moltissimi ebrei. Con gli ultimi risparmi acquistarono
dello strutto al mercato nero; il giorno dopo incontrarono la contadina che aveva venduto
loro il lardo e la quale restituisce loro i soldi perché aveva saputo che erano ebree. Tornato
in Germania Jonas raccontò spesso questo episodio davvero significativo. Nell’estate del
‘92, ultimo anno di vita di Jonas, egli si reca come sempre in Germania. Nell’autunno viene
a sapere che gli è stato affidato il premio Nonino col timbro di Udine e, quindi, decide di
tornare ancora una volta in Italia per rivedere le persone che hanno avuto cura e
responsabilità di coloro che dovevano essere protetti e salvati. Nel ‘93 torna ad Udine e
tiene anche un discorso sul razzismo. Tornato negli USA morì qualche giorno dopo.
Jonas cerca di porsi un problema che va aldilà della responsabilità morale. Fu allievo di
Heidegger (Heidegger ritiene che l’uomo è un esser-ci gettato nel mondo e ciò che è più
importante è la cura, che è la modalità tipica dell’uomo di essere nel mondo). Jonas
riprende e supera questa concezione di cura; egli la declina al futuro e riprende anche l’idea
di mondo che però, è differente da quello di Heidegger e sarà spiegata in seguito. La
responsabilità è per lui qualcosa che origina il bisogno di esercitare una sorta di
associazione fiduciaria della natura umana ed extraumana a partire da un’esperienza
fondamentale che tutti fanno, l’esperienza della responsabilità nei confronti dei nuovi nati
(soggetto debole). Questa natività è qualcosa di estremamente fragile, che ha bisogno di
cura, protezione, responsabilità. Jonas sottolinea, contro le dottrine morali (che parlano di
diritti e uguaglianza) che il legame morale è asimmetrico, è posto su un piano di
diseguaglianza: c’è chi può prendersi cura, essere responsabile e chi può solo esprimere il
bisogno di aiuto e per questo deve essere protetto.
Ma nella civiltà tecnologica questa domanda di cura da parte di un bisognoso, fragile, si
allarga oltre il mondo umano e investe la natura. La fragilità diventa un connotato del
mondo in cui viviamo, che nella tradizione filosofica è sempre stato considerato in termini
di minaccia, o insofferente alle vicende umane (per Leopardi la natura è matrigna), ora ha
bisogno di essere protetto dall’eccesso di potere dell’uomo, di potenza, che può governarlo
con i suoi strumenti. Il mondo in cui scrive Jonas è a rischio, la natura non ci minaccia più,
ma siamo noi a minacciare lei: dobbiamo difenderla, e non difenderci da essa. Nella sua
opera del ‘79 esprime la sua coscienza ecologica che inizia ad emergere nel mondo
occidentale. Infatti, partire dagli anni ‘50 e ’70, in occidente, comincia a svilupparsi una
coscienza ecologica; in Italia con la scrittrice Elsa Morante che scrive un breve pamphlet
provocatoriamente intitolato Pro e contro la bomba atomica. Un’altra persona ad
occnouparsi di questa coscienza ecologica è Alexander Langer, che fu il primo ad introdurre
in Italia il concetto di sostenibilità.
Inoltre, si capisce che il mito del progresso che darà benefici a tutti ha dei costi molto alti e
presenta grandi minacce, di cui Hannah Arendt era consapevole. Anche Anders aveva
richiamato, a partire dagli anni ’50, l’attenzione, riferendosi all’episodio dell’invenzione e
uso della bomba atomica: la tecnica, infatti, produce anche cose che sono potenzialmente
devastanti. L’umanità è fragile ma ha acquistato il potere di distruzione che gli dà
un’onnipotenza negativa. Anders scrive un libro intitolato L’uomo è antiquato, ciò significa
che da un lato c’è un uomo che può produrre tutto grazie alle tecnologie, dall’altro un
uomo che non ha minimamente la capacità di immaginazione di quello che potrà accadere,
un uomo rimasto arcaico nelle sue emozioni e non capisce che potrebbe essere la causa di
grandi catastrofi. Previsione è il poter immaginare i rischi, rischi che sono irrevocabili.
L’opera di Jonas, invece, vuole dare una risposta pratica di un’etica normativa che dia delle
istruzioni, mentre l’opera di Anders denuncia solo la situazione, informa. Jonas cerca la via
per la risposta in termini di filosofia morale elaborando un’etica per la civiltà tecnologica.
Nonostante l’etica di Jonas sembri più riformista che rivoluzionaria, il punto è che i nostri
tempi sono talmente paradossali che hanno fatto diventare un aspetto riformistico
rivoluzionario. Forse perché l’umanità non si dà più dei fini e l’uomo è rimasto intrappolato
nelle sue stesse invenzioni. È indispensabile immaginare le conseguenze delle nostre azioni.
Nel corso della filosofia del ‘900 è avvenuta un’inversione sui termini classici. La nozione di
responsabilità di Jonas si incunea rispetto ai termini fondamentali mediante i quali la
modernità aveva descritto se stessa: paura e speranza. Nel XVII secolo, Hobbes riprendendo
la dicotomia aristotelica, aveva già distinto il fare poietico, cioè il fare produttivo, il
fabbricare, e l’agire, l’agire con gli altri in uno spazio comune, la polis degli antichi, al fine di
raggiungere degli scopi che non sono materiali, ad esempio l’integrazione di una società e la
trasformazione in un organismo capace di equilibrio e sviluppo. Il fare poietico per tutta la
modernità è stato collegato alla speranza, mentre l’agire è stato considerato uno spazio in
cui c’è la paura, uno spazio comune in cui c’è bisogno di uno stato che ci protegga. All’inizio
dell’età moderna i filosofi dicono che il produrre risolverà molti problemi, ed è lì che si
radica la speranza di un mondo migliore. Per Hobbes l’agire è qualcosa di pericoloso che
condanna all’insicurezza dello stato di natura, in cui domina la paura; ma uscire dallo stato
di natura vuol dire limitare lo spazio della libertà politica. Lo sviluppo della modernità ha
trasformato la posizione di Hobbes.
Il passaggio significativo è offerto da Marx nell’800. Per lui, l’agire è qualcosa di
ambivalente: da un lato lo ritiene responsabile dell’alienazione e della reificazione
(dimensione di pietrificazione e della trasformazione in cosa, res, dell’uomo), dall’altro c’è
un fare liberatorio in quel lavoro, che ha anche una capacità emancipativa, quando grazie
alla rivoluzione non sarà più lavoro alienato, ma realizzazione dell’uomo in tutte le sue
potenzialità. Il fare prepara il passaggio dal regno della necessità al regno della libertà. Colui
che termina questo ragionamento è il filoso tedesco Ernst Bloch che scriver un’opera
intitolata Il principio di speranza. Bloch è convinto che questo confluire in un progetto
comune del fare, possa tradursi anche in una ontologia che lui chiama ‘ontologia del non
ancora’, ovvero che la storia umana non è ancora compiuta e così nemmeno l’essere
umano, ma si è giunti a delle condizioni in cui l’umano può realizzarsi e giungere al termine
del suo sviluppo. Bloch utilizza la metafora della larva che non è ancora farfalla, ma
attraverso il lavoro emancipatorio si potrà trasformare, adotta quindi una prospettiva
teleologica.
Partendo dall’esperienza della bomba atomica, Anders dice che Bloch si è sbagliato che
l’umano è entrato nella fase del ‘non più’. Jonas condivide la critica di Anders ma cerca di
rendere la critica più costruttiva. L’umanità non è che deve ancora realizzarsi, ma si è
compiuta in ogni epoca. Inoltre, recupera il principio di Hobbes della paura: a fargli paura è
il fare poietico, che per Hobbes era salvezza, pace e ordine. Jonas non è un pensatore anti-
scientifico, o anti-scientista, in confronto ad Anders che ha una concezione demonizzante
della tecnica; Jonas dice che la scienza è una acquisizione dell’umanità, che ha portato cose
positive e che dobbiamo necessariamente tenerne conto, ma dobbiamo usare gli strumenti
straordinari che ci fornisce con prudenza, ovvero avendo sempre presente una massima
che recita “Sii prudente, temi il peggio, usa il freno.” Spesso non siamo cauti come l’etica di
Jonas ci consiglierebbe. Questa etica si incontra con una tematica più tradizionale, interna
al pensiero politico, quella del dovere. Le nostre etiche contemporanee sono tutte sature di
diritti. Il conservatorismo rispetto ai valori vuol dire conservare la natura, l’ambiente, senza
stravolgerlo con azioni che potrebbero essere deturpanti. Jonas si incontra con il filone
tradizionale; parla, da un lato, dell’etica della responsabilità, dall’altro dell’etica
dell’intenzione riprendendo la celebre distinzione posta da Weber nel suo saggio Politica
come professione. La differenza è che quando noi decidiamo secondo l’etica
dell’intenzione, ci preoccupiamo di avere la coscienza a posto, e quindi qualsiasi mezzo mi
pare legittimo perché sono consapevole dell’onestà della mia intenzione (ciò accade, ad
esempio, per i rivoluzionari, o i fondamentalisti religiosi). L’etica di responsabilità, invece, ti
chiede sempre di commisurare i mezzi ai fini e di prevedere e calcolare le conseguenze del
tuo agire. Bisogna chiedersi sempre quali potrebbero essere gli effetti collaterali, perché
l’agire umano ha la caratteristica dell’irrevocabilità degli effetti. Jonas dice che la scienza ci
consente una maggiore, anche se limitata, previsione degli effetti. Uno scienziato deve
poter prevedere le conseguenze delle sue azioni; questa immaginazione la sviluppiamo
attraverso le discipline umanistiche. Bisogna coniugare la discipline scientifiche a quelle
umanistiche, come ci insegna il filosofo contemporaneo Edgar Morin.
Secondo Portinaro Negli ultimi decenni non abbiamo fatto dei progressi significativi: a
livello della democrazia non abbiamo trasformato il mondo delle istituzioni per rispondere a
queste nuove sfide globali. Non ci sono delle istituzioni per i grandi mali, come potrebbero
essere delle nuove guerre, il rischio collegato all’uso della bomba atomica, ecc. La
prospettiva di Jonas è che il regno della realtà, che è la nostra storia, incide e condiziona le
possibilità del futuro, perciò non abbiamo davanti a noi possibilità equivalenti, alcune sono
state indebolite da quanto abbiamo fatto in passato.
Secondo Jonas l’uomo autentico è ambiguo, e ciò che caratterizza l’essere umano è la sua
ambiguità, insita nella libertà, sia di fare il bene che di volere il male; non c’è un’univocità
dell’essere umano. Può darsi, talvolta, che nella storia una sorta di univocità nel bene come
nel male abbia la meglio sull’ambiguità di fondo dell’uomo. In tal caso assisteremo alla
comparsa dei santi e dei mostri, ma ritenere di poter avere gli uni senza la possibilità degli
altri e anche senza la loro occasionale realtà, è un’illusione propria della concezione
secolarizzata della natura e della fortuna. La concezione cioè dell’innata buona fortuna di
una natura umana non ostacolata nel suo libero corso, un’illusione contraddetta dalla più
ingenua coscienza e conoscenza religiosa del peccato e della tentazione, ma anche
contraddetta dalla più semplice conoscenza mondana dell’inerzia e dell’arbitrio del cuore.
L’uomo che abbia perso davvero quell’ambiguità, l’uomo utopico può essere soltanto
l’homunculus della futurologia sociotecnica sottoposto in modo umiliante ai
condizionamenti della buona condotta e del benessere e quindi addestrato alla più totale
conformità sociale.