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DISPENSA SUL TEMA DELLA RESPONSABILITA’

ELENA PULCINI: PRINCIPIO DI RESPONSABILITA’


Nell’analizzare la tematica della responsabilità, data la sua complessità, è preferibile partire
dall’etimologia del termine stesso.
Due sono le principali sfumature in cui la parola “responsabilità”, derivata dal verbo latino
respondeo, si declina:
la prima sviluppa il concetto di “rispondere di qualcosa”, evidenziando l’aspetto giuridico, esso si
fonda sul principio di libertà che esiste solo nella misura in cui viene limitato dal soggetto stesso;
la seconda sfaccettatura, invece, si focalizza sull’idea di “rispondere a/per”, basandosi sul fattore
relazione, essa ha per oggetto la necessità nei confronti di qualcuno o qualcosa.

Già diversi intellettuali hanno toccato questo tema così particolare e tra di essi due sono
fondamentali. Il primo è, senza dubbio, il filosofo Jonas, scrittore del Principio di responsabilità, a
cui si accosta Anders, del quale si ricorda Ll’uomo è antiquato.
In entrambi questi scritti i due autori partono da due esempi di sfide di portata globale, se Jonas
predilige una particolare attenzione per la crisi ecologica, Anders tratta la guerra di carattere
nucleare.
Ed attraverso questo percorso, è lo stesso Jonas a giungere alla conclusione che queste sfide
globali costituiscono un vero e proprio rischio riguardo la possibilità per l’uomo, in quanto abitante
del Pianeta, di avere un futuro. Discostandosi dall’etica kantiana, l’invito è proprio quello di
garantire la sostenibilità del Pianeta, e quindi assicurarci un futuro, facendoci carico delle sfide che
il mondo ci mette davanti. L’idea di base è quindi che non possiamo più affidarci o delegare
queste sfide a qualcun altro, ma dobbiamo farcene carico in prima persona, ovvero assumercene
la piena responsabilità.

Questo, oggi, sta divenendo sempre più fondamentale a causa della portata globale del rischio in
cui stiamo incorrendo. La non curanza delle sfide dell’età globale, affiancata da una generale
sottovalutazione dei problemi, ci stanno portando verso un danno irreversibile, di carattere
catastrofico: la perdita del mondo, inteso come dimora stessa di ogni essere vivente. Ogni sfida
che il mondo ci pone davanti sta divenendo così una tappa verso l’autodistruzione, poiché il
responsabile è l’uomo stesso che non si fa carico delle stesse sfide.
Il problema è dovuto alla perdita del senso di LIMITE. Questo va inteso come un imposizione che il
soggetto stesso si da, riguardo all’eccesso di libertà. Il soggetto deve quindi porsi un limite là dove
l’illimitatezza, già condannata dai latini come Hybris, è dannosa. L’idea è quella che la mancanza di
questo limite faccia diventare il dono “avvelenato”, come emerge chiaramente dall’esempio
portato da Jonas del “Prometeo scatenato” o “pervertito”, come invece lo definisce Anders.

L’uomo si è abituato a considerare il mondo come il proprio laboratorio e, come tale, ad usarlo
andando appunto oltre quelli che sono i suoi limiti naturali. Così facendo, il rischio a cui si viene in
contro riguarda il mondo intero, quindi l’uomo, gli animale e le piante del presente, ma anche del
futuro.
Se la tendenza al diniego persiste infatti, non ci sarà alcuna soluzione possibile a fermare
quest’autodistruzione. L’uomo è a conoscenza delle sfide globali a cui è sottoposta ma, ed è qui
che sta il problema, questi rischi non arrivano a intaccarne la sua emotività. Ed in questo modo
diventa impensabile pensare ad una presa in carico in prima persona da parte del soggetto.

Questo “prendersene carica”, che altro non è che l’atto di responsabilizzarsene, deve portare al
concetto di “prendersene cura”. Tuttavia questo non deve essere basato sull’idea del dovere,
come lo stesso Jonas afferma, ma va inteso come un impegno mantenuto quotidianamente
nell’avere cura di un individuo, di una questione, o di una cosa, per l’aspetto affettivo che ci lega
ad essa. Jonas infatti fonda il suo tentativo di garantire la sopravvivenza umana facendo uso
dell’idea di imperativo categorico, cioè assunto in nome di un senso del dovere a cui l’uomo è
sottoposto, che quindi viene dall’esterno. Mentre il curare necessario in questo caso è un curare
mosso da un sentimento interno al soggetto, questo senso affettivo che appunto lo lega con
l’oggetto di questa cura.
Questa tipologia di cura ha come risultato la vita attiva, come la stessa Arendt la definisce: una
vita in cui l’uomo è attore e non spettatore nel contesto delle sfide globali, in modo da garantire
l’esistenza non solo a sé stesso, ma anche alla natura ed alle generazioni future.

Purtroppo però, oggi, l’uomo è soggetto di una generale superficialità nei confronti di questi temi,
e così facendo viene a meno il senso di responsabilità con cui andrebbero trattati.

PIER PAOLO PORTINARO: PRINCIPIO DI RESPONSABILITA’

Jonas, l’autore del testo Principio di responsabilità, vive in un periodo caratterizzato da


discontinuità e fratture. Ciò determinerà il suo interesse rivolto verso il concetto di responsabilità,
soprattutto negli anni della sua completa maturità.
Jonas infatti nasce in Germania 1903, da una famiglia di origine ebraica, fattore che non gli
faciliterà di certa la sua permanenza nel paese natale. Qui avrà la possibilità di ottenere solidi
insegnamenti da due note figure come Heidegger e Bultmann. Tuttavia, nel 1933 è costretto a
lasciare la Germania, per poi raggiungere la Palestina, luogo dove vive e lavora. Attirerà poi
l’attenzione di accademie in Canada, dove si sposterà, e successivamente anche di alcune situate a
New York.
Durante la seconda guerra mondiale troverà posto nella brigata ebraica dell’esercito britannico in
modo da combattere il nemico nazionalsocialista che, in precedenza, gli aveva decimato la famiglia
e lo aveva costretto a lasciare la Germania. Prende quindi parte alla spedizione che partendo da
Brindisi attua la risalita di tutta la penisola italiana, sino al Friuli. Sarà proprio durante
quest’esperienza che, grazie a diversi incontri con ebrei non deportati, nascosti dalla popolazione
locale, che Jonas sviluppa una profonda sensibilità nei confronti del senso di responsabilità.
Sappiamo infatti che un episodio emblematico in questi termini è la vicenda di due sorelle ebree
che, ormai anziane riuscirono a restare a Trieste nonostante le deportazione e, scappate a Udine,
vennero nascoste in una mansarda per molto tempo. Singolare è, agli occhi di Jonas, che il
vescovo e l’intera comunità udinese le abbiano aiutate e protette per tutto quel tempo. In
particolare egli nota come una contadina, dalla quale le due anziane avevano acquistato prodotti
sul mercato nero, abbia, in seguito, restituito loro il denaro di quell’acquisto. Proprio questo gesto
infatti impressionò il filosofo a tal punto da determinarne un’acuta riflessione circa il tema della
responsabilità ed una grande stima nei confronti del coraggio e della responsabilità dimostratagli
in tal modo da questi italiani.
Negli anni successivi infatti, nonostante vivesse in America, Jonas era solito passare l’estate in
Germania. Tuttavia, data l’età ormai avanzata, nel 1972 aveva deciso che, tornato in America, non
sarebbe più messo piede in Europa. Quell’inverno però, avendo vinto il rinomato premio letterario
Percoto, decise di tornare in Italia proprio in nome di quegli ideali d’animo degli italiani di cui
aveva avuto prova durante la guerra.
Sarà poi a causa di questo sforzo, notevole per un uomo della sua età, che l’autore morirò
immediatamente dopo questo viaggio.

Il senso di responsabilità sviluppato da Jonas in età matura, va inteso come un prendersi cura
dell’altro, accostandosi così a quella che nella scuola del suo precettore Heidegger veniva chiamata
sorge. Si tratta quindi di una cura che rispetto a quella teorizzato dal suo maestro, va oltre la
responsabilità presente e che è la condizione dell’uomo dominata appunto da questo tipo di
responsabilità.
Il rapporto di responsabilità si occupa quindi di amministrare il rapporto tra l’umano e
l’extraumano, in modo da ottenere un rapporto di fiducia. Tuttavia è un sentimento riscontrabile
anche verso il futuro, i nuovi nati, quelle che saranno le generazioni future.

Jonas riprende il concetto tipicamente arendtiano di natalità, inteso come ciò che riguarda il
nuovo nel mondo. Il filosofo ritiene che i nuovi nati necessitino di cure, mosse dal senso di
responsabilità, in quanto fragili. Questi sono infatti da considerarsi tali, in nome del concetto di
reciprocità e uguaglianza. La disuguaglianza sta nella mancanza di possibilità di chiedere aiuto, di
farsi giustizia.

Nelle società attuali, definite civiltà tecnologiche, le dottrine morali impongono una cura degli
elementi più fragili, identificati in certi aspetti della biosfera.
Il mondo, che era visto come una minaccia, è ormai divenuto fragile. La sua fragilità sta
nell’eccesso di potere dell’uomo. Quest’ultimo si è infatti servito della scienza e della tecnica per
dominarlo. Si tratta di quanto rientra sotto il termine di “imperativi necessitanti” o “fatalismo”.
L’esempio portato da Jonas è l’aspetto ecologico, poiché in quest’ambito il progresso illimitato ha
dei costi, tanto che arriva a potersi identificare come una minaccia.
Questo va di pari passo con la questione della guerra nucleare analizzata da Anders. La bomba
atomica è infatti l’emblema dell’impiego della tecnica con potenzialità distruttive. In questo modo
la fragile umanità diviene onnipotente, secondo l’accezione negativa del termine. Proprio questo
problema è il tema di fondo del libro L’uomo è antiquato. In esso, Anders si occupa del divario
umano tra il progresso della tecnica, tale da determinare l’onnipotenza sulla natura; ed il carattere
arcaico, per quanto riguarda la considerazione delle conseguenze.
Si tratta di una ripresa di quella che era la questione del divario prometeico, nella quale il
superamento dei limiti e l’illimitatezza che ne deriva divengono dannose.
Tutto quanto precedentemente affermato, a livello pratico, va a costituire L’ETICA NORMATIVA.
Se Anders si limita ad avere un atteggiamento nichilista, andando solo a denunciare il problema,
senza alcuna effettiva azione, dal canto suo, Jonas cerca una vera e propria etica per la civiltà
ecologica.
Jonas parte infatti dalla sua nozione di responsabilità che sta alla base della vita dell’uomo nella
società moderna e che è mossa da due diversi sentimenti: la paura e la speranza.
Facendo riferimento alla distinzione di Hobbes, poi ripresa dalla Arendt, oltre che da Anders e
Jonas, le azioni umane si possono dividere così come aveva fatto Aristotele in due categorie. La
prima riguarda il fare, nel senso produttivo del termine, ovvero fabbricare, basandosi sul concetto
latino di poiesis, ovvero tecnica. Ad esso si contrappone l’agire per uno scopo, verso appunto
equilibrio e sviluppo, sviluppando quindi il concetto latino greco di praxis.

A seguito della rivoluzione scientifica, con lo sviluppo delle macchine, si è infatti registrato un
incremento del fare, prettamente a livello produttivo, poiché il produrre era la preoccupazione
principale del tempo.
In questo contesto, il fare poietico viene mosso dalla speranza, mentre l’agire è scatenato dalla
paura. Quest’ultima deriva infatti dall’insicurezza dovuta al rischio, che è scatenato ancora una
volta dell’eccesso di libertà e dall’assenza di limite. Così facendo, l’agire diviene un elemento
conturbante, in quanto si tratta di che richiede l’uscita dallo stato di natura per costruire uno
Stato che neutralizza la paura perenne di una morte violenta, sostituiendola con la paura della
sanzione. un’uscita dallo stato di natura e quindi di un limitare l’unico limite innocuo.

Nell’idea di Marx, invece, il fare poietico è ambivalente.


Se da un lato esso va verso produce quello che è il concetto di alienazione, reificazione, ovvero la
schiavizzazione dell’uomo e la sua trasformazione in cosa (res); dall’altro sviluppa l’idea di
liberazione, sottolineando le potenzialità liberatorie del lavoro e la sua capacità emancipatrice. In
questa prospettiva infatti l’agire politico è visto come positivo, poiché fornisce un’opportunità di
emancipazione, nel momento in cui, con la rivoluzione, cancella la condizione alienata del
lavoratore e lo pone in una situazione in cui il lavoro diventa fonte della sua realizzazione perché
liberato dallo sfruttamento del dominio capitalistico.

C’è ora da dire che alla base dello scritto di Jonas, Principio di responsabilità, ci sia il testo di Bloch,
Principio Speranza, andandone a costituire una vera e propria critica.
Il testo di Bloch viene definito come una vera e propria teologia teleologia: ontologia del non
essere ancora. Esso si basa infatti sul progetto di evoluzione volto all’idea di felicità, ma si tratta
prevalentemente di ontologia del non compiuto. Il ragionamento di base è che ci sono le
condizioni necessarie per lo stato di felice, che tuttavia non si è ancora compiuto.
Di questo pensiero Anders critica appunto il “non ancora”, poiché esso diviene “non più”,
carattere di fondo della distruzione. Lo scrittore va quindi contro quella che è la speranza nel suo
senso teologale.
Jonas condivide la posizione appena presentata, ma la ridimensiona, per ottenerne delle critiche
costruttive. Egli desidera infatti che la paura e la speranza, intese nei loro aspetti positivi, arrivino a
determinare il senso di responsabilità.
Analizzando la speranza, essa è sovrastima del futuro e soffermandosi su questo, è violenza per
l’umanità del presente e del passato. Quest’ultima viene infatti considerata inferiore, come se
costituisse una pre-istoria.
La paura è, nella sua accezione positiva, come Hobbes affermava, ciò che mossi dalla ragione
spinge ad azione. Ma più che all’agire politico, bisogna soffermarsi sul fare poietico.
Con l’idea della speranza nel futuro che cade e la paura intesa come elemento motore, si
esprimere il concetto del disincantamento di Weber. Le promesse per il futuro sono parzialmente
menzogne, mantenendo però una posizione non antiscientifica, come era invece Anders.
Lo stesso Jonas, poi, vedeva la scienza come elemento positivo, ma necessitante di un uso
prudente. Torna così il concetto latino in dubbio pro malo, ovvero il frenarsi a causa della mancata
conoscenza delle conseguenze, che porta a pensare il peggio. E per la società moderna, fondata
sull’idea del rischio, diviene perfetta.

L’etica di Jonas, confrontandosi con il tema tradizionale di tipo politico, assume una posizione
conservatrice. Attua infatti una critica al principio speranza, richiama i concetti di Hobbes e
Aristotele e si rifà all’idea di dovere classica. Egli è infatti un conservatore per quanto riguarda i
valori, poiché si occupa della natura e di quanto riguarda il volto umano senza trasformazioni
deturpanti.

Tutto ciò si incontra con il filone di Weber e con il suo discorso “La politica come
professione”(1919). In esso il filosofo vede due aspetti dell’etica , ottiene l’idea di etica di
responsabilità ed etica dell’intenzione, della convinzione o dei principi. Se la prima definisce uso
dei mezzi per i fini, andando così a considerare anche le conseguenze, la seconda determina un
senso di preoccupazione, volto solo ad avere la coscienza a posto in nome dei modelli di
uguaglianza e onestà.
In questo contesto la storia della tecnica è una vera e propria storia di azzardi, poiché non si pone
attenzione a sufficienza nelle conseguenze. La scienza consente una maggiore previsione degli
effetti, ma va limitata nel momento in cui arriva all’euforia, poiché ci può essere il rischio
dell’irrevocabilità. Questa mancanza di attenzione ha portato ad avere effetti distruttivi, come per
quanto riguarda la bomba atomica.
Per quanto riguarda l’idea delle società moderne democratiche, in Europa è presente dal dopo
guerra, mentre negli Stati uniti si è creata passo dopo passo. Tuttavia, negli ultimi anni, se la
tecnica ha sviluppato il mondo con notevole velocità, così non è stato nell’analisi delle
conseguenze e per quanto riguarda le istituzioni, che sono rimaste pressoché le stesse.

Si giunge così a dar credito all’affermazione di Jonas che nega la visione del passato come realtà e
nel futuro solo possibilità, poiché è il passato che condiziona il futuro. Le possibilità hanno infatti
diversa vis, ovvero un diverso grado di realizzazioni di possibilità o di attrito.
Nel criticare questa eccessiva fiducia nel futuro, Jonas fa inconsciamente appello alle vicende
storiche di quel tempo, ovvero nazionalsocialismo e stalinismo, rivelatesi fallimentari e distruttive.
Jonas definisce l’uomo autentico AMBIGUO, LIBERO, nel bene e nel male, ed è soggetto del
passato, del presente e del futuro, SENZA UNIVOCITA’. inoltre è uomo in relazione agli altri
nell’occasionalista che ne regola la vita.

Ti ho sottolineato un passo scorretto: Jonas critica le morali fondate sulla parità e sulla
responsabilità perché ritiene che la relazione instaurata dalla responsabilità sia strutturalmente e
intrinsecamente dispari, presupponendo un forte (genitore) che ha il dovere di aver cura e di
essere responsabile di un debole (figlio). Nel mondo in cui scrive a diventare debole è diventato il
pianeta, questo è un altro punto in cui va oltre il suo maestro, problematizzando il “ci” in cui
Heidegger vedeva gettato l’uomo. Questo punto andava quindi meglio approfondito, così come
potevi essere più precisa in merito a paura e speranza in Hobbes e Marx. TI ho corretto alcune
altre inesattezze, ma complessivamente il lavoro è più che buono.