Sei sulla pagina 1di 4

Vulnerabilità

Elena Pulcini, festival della filosofia 2019

È importante che le persone non perdano la capacità di pensare. (Hanna Arendt)

Vulnerabilità. Siamo in un mondo molto vulnerabile, circondati da sfide più o meno visibili, il fenomeno
migratorio, la crisi ecologica in atto, la sfida del terrorismo internazionale, siamo circondati da sfide inedite,
mai viste prima, come la sfida al Covid-19 che stiamo vivendo in questo momento, siamo chiamati ad
affrontare l’ignoto. Siamo circondati dalla vulnerabilità, che visto il mondo in cui viviamo oggi, diventa una
vulnerabilità globale. Vulnerabilità è essere affetti da un vulnus, ovvero una ferita, una perdita, in modo
grave. La vulnerabilità ha un’evidente parentela con altre parole e altri concetti, la fragilità e la precarietà.
Quello che distingue la vulnerabilità dagli altri concetti, è l’idea del filosofo Battaglia, lui parla del wound
(ferita in inglese), spesso quando parliamo di vulnerabilità si parla di una ferita provocata da un altro, ma in
realtà, noi ci siamo resi vulnerabili, ci siamo inflitti una ferita, l’autodistruzione dell’umanità e del pianeta,
stiamo viviamo questo paradosso. Non abbiamo capito se la vulnerabilità è positiva o meno, ma possiamo
considerarla una risorsa. Possiamo farla diventare una risorsa quando la colleghiamo al soggetto, la
vulnerabilità è una risorsa se usata per rivalutare il soggetto trasformando, demistificando, smascherando
l’immagine del soggetto moderno, quello della modernità, il soggetto prometeico, l’idea del soggetto
sovrano che si esaurisce in sé stesso, sul quale la modernità ha proiettato tutti i punti di forza, la razionalità,
la forza, e altre virtù. Questa figura del soggetto che può fare tutto, è una pura illusione, non perché i valori
che incarna siano sbagliati, ma perché abbiamo a che fare con l’unilateralità del soggetto, ciò accade in
tutta l’umanità. L’unilateralità porta a non considerare gli altri valori, ed è questo che è sbagliato, dobbiamo
rivalutare tutti quei valori che ormai non sono più considerati tali. Il femminismo è stato il primo
movimento che ha portato in auge la rivalutazione dei valori messi da parte nella modernità, ha analizzato
come l’essere sensibili, aggettivo tipicamente associato alle donne, non è per forza un punto di debolezza
come si è sempre creduto, ma può essere un punto di forza. Questo è dimostrato anche da vari studi che
hanno dimostrato l’importanza del coworking. All’interno della visione maschilista vengono valorizzati
solamente gli aspetti virili, gli aspetti considerati forti, ed ecco che il soggetto viene spezzato, mancano degli
arti, viene eliminata una parte del soggetto. La valorizzazione degli aspetti forti del soggetto ha reso reale la
paura della vulnerabilità, abbiamo paura di quegli arti che sono stati strappati via dal corpo, abbiamo paura
di ciò che viene rimosso, questo è spiegato all’interno della teoria delle passioni. . Amartya Sen esprime la
questione del superamento del mito moderno dell’individuo sovrano, tipico della modernità, e della
necessità di rivalutare l’aspetto umbratile rimosso, nel senso freudiano. La paura del rimosso ci viene
insegnata anche dallo stesso Freud. Noi abbiamo paura della vulnerabilità in quanto essa viene rimossa dai
valori. Una passione di cui parla Martha Nusbaum è il disgusto. La vulnerabilità ci disgusta, pensiamo alla
dipendenza del disabile, della malattia, della senilità. Per esempio, le violenze che si verificano all’interno di
case di riposo e di asili nido, non si riescono a spiegare se non attraverso la paura e il disgusto della
vulnerabilità.

Come si può rispondere a tutto questo? Si può rispondere con la rivalutazione dei valori, come sta facendo
il femminismo. C’è anche una scuola filosofica che ha scoperto questo problema e per rispondere a ciò, ha
proposto un’idea feconda di vulnerabilità, partendo dal presupposto che la vulnerabilità fa parte
dell’umano e della sua dimensione ontologica. La rappresentante del femminismo post-moderno, Judit
Butler, parla di vulnerabilità come risorsa, infatti ci aiuta a mettere in atto la morte del soggetto moderno,
del soggetto forte ma spezzato, la morte del soggetto unilaterale, quello impossibile da ricondurre alla
vulnerabilità, quello creato dalla società patriarcale. Dobbiamo assumere la consapevolezza che la
vulnerabilità è come una mano, è una cosa che non dobbiamo eludere. Negare la vulnerabilità significa
negare di essere umani. Infatti, è la vulnerabilità che ci rende umani, in tutti gli esseri umani c’è una ferita,
un vulnus, che noi riconosciamo in noi stessi e negli altri, quella ferità è l’essenza della nostra umanità. Noi
tramite l’eliminazione della vulnerabilità, stiamo negando le nostre radici umane, troppo umane, come
direbbe Nietzsche. Ciò ci porta al non vivere più assieme come umanità e con umanità. Noi dobbiamo
ripensare il soggetto in termini relazionali, non più ad un soggetto sovrano ma un soggetto in relazione agli
altri. Per fare ciò dobbiamo partire da un’ontologia di relazione, ovvero dall’ontologia del cum di Esposito,
che abbiamo sacrificato e perduto.

Come si fa a recuperarla? Possiamo mettere in atto due strategie. La prima è il riconoscimento della
vulnerabilità, assumerne la consapevolezza. Simone Weil utilizza la parola attenzione. Ci vuole attenzione
per rientrare in contatto, fare attenzione è diverso dall’ascolto, il fare attenzione include il fatto di sapere di
essere sempre all’interno di un contesto, quindi avere la consapevolezza che noi non siamo mai soli. La
libertà non esiste senza la responsabilità. La responsabilità e anche la consapevolezza della vulnerabilità di
tutti, ed è ciò che riapre all’attenzione verso l’altro. Il secondo modo è basato sull’oggi, oggi abbiamo una
chance in più, noi facciamo continuamente esperienza della vulnerabilità, l’età globale ci rende esposti a
sfide globali, quindi il passo è corto verso la responsabilità di ognuno, di ogni individuo.

Dobbiamo riscoprire la filosofia degli eventi, ovvero una filosofia che parte dagli eventi e che sa accogliere
gli eventi stessi per poi far partire una riflessione da essi. Fondamentale l’espressione accogliere gli eventi,
ovvero saperli riconoscere e attribuirgli un’importanza ma spesso noi non sappiamo più riconoscere la
priorità. La politica usa determinati temi che spesso ci sviano dai temi realmente importanti. I temi utilizzati
dai politici, non sono fittizi, ma nascondono altri temi più importanti. Per fare un esempio più concreto,
spesso ci si focalizza verso il fenomeno migratorio e la sua gravità, ma non viene mai detto che se la crisi
ecologica e l’emergenza climatica che stiamo vivendo peggiora e non viene curata, porterà alti migranti.
Questo ci mostra l’importanza di dare la giusta priorità alle cose, di accogliere gli eventi, ovvero osservare
gli eventi e da lì avviare una riflessione.

Chi è oggi l’altro? L’altro è colui che è distante, ci sono due figure dell’altro: del distante. La prima è l’altro
distante nel tempo, ovvero le generazioni future. La seconda tipologia dell’altro è l’altro distante nello
spazio, per esempio i migranti, coloro che affrontano la guerra in Medio Oriente, la povertà dei paesi in via
di sviluppo, finché il corona virus è restato in Cina nessuno se ne occupava.

Lo stesso Hume afferma che noi non siamo capaci di empatia nei confronti del diverso. Ciò ci dà la
possibilità di prendere le distanze, di farne un capro espiatorio, di inventare un nemico, di proiettare su di
lui le vere minacce del mondo. È possibile diventare empatici nei confronti del diverso? L’empatia è
mettersi nei panni degli, essere capaci di partecipare al vissuto degli altri. Hume e Adam Smith, non
utilizzavano la parola empatia, ma parlavano di simpatia. Hume parla di simpatia e morale, infatti noi
possiamo oggettivamente entrare in empatia con l’altro solo se lo riconosciamo significativo, se per noi è
importante. Spesso l’empatia è intesa in senso neutro, ma esiste anche un’empatia negativa, per esempio
pensiamo al torturatore che sa dove colpire per colpire la vittima nel suo punto debole, anche lui in questo
caso entra in empatia con la sua vittima.

L’empatia di cui si parla oggi è la compassione, la compassione è una passione che spinge il se al di fuori di
sé stesso e quindi lo rende disponibili all’altro. La compassione non è pietà, compassione significa patire
assieme. È un sentimento vicario, ma che mi mette in connessione con gli altri. Quand’è che riusciamo a
entrare in empatia con l’altro? Quando riusciamo a familiarizzare con gli altri. Per riprendere l’esempio
migratorio, ai telegiornali non fanno mai vedere la storia, il volto dei migranti, di conseguenza sono
percepiti da noi solo come corpi, senza una storia, c’è ancora una distanza emotiva anche se si sono
avvicinati geograficamente alle nostre coste, questo accade perché ormai ci siamo abituati, siamo
bombardati quotidianamente da notizie di questo tipo, siamo sottoposti a un’assuefazione oppiacea. Solo
quando io riconosco l’altro come un soggetto, allora io divento soggetto. In questo modo c’è un
riconoscimento reciproco, io riconosco l’altro se l’altro riconosce me. Accade solo quando noi abbiamo
davanti una persona, ricca di una storia, non un corpo vuoto. L’altro è una risorsa per riconoscere noi stessi
e vedendo le vulnerabilità degli altri io vedo anche le mie, l’altro è uno specchio che riesce a mostrarmi i
miei punti deboli, perché io riesco a riconoscermi nell’altro. Per ricollegarci all’attualità degli sbarchi,
quando vediamo nei migranti che si avvicinano alle nostre coste e vogliono mettersi in salvo dalla situazione
dalla quale cercano di fuggire, noi tendiamo a respingerli poiché in loro, persone vulnerabili, noi
riconosciamo le nostre vulnerabilità. Questa è la stessa legge che domina il mare, io marinaio quando vedo
un naufrago, mi riconosco in lui poiché tutte le volte che un marinaio salpa dal porto è consapevole che
anche lui può diventare naufrago, quindi il marinaio si rispecchia nel naufrago ed ha il dovere morale di
salvarlo. Questo viene spiegato molto bene da Hannah Arendt quando parla del chi. L’individuo è diviso, è
un’entità chiusa in sé stessa. Nella filosofia di Arendt, la singolarità evoca la pluralità, la singolarità è il
concetto del sé aperto. La singolarità individua la specificità della persona ma al contempo apre alla
pluralità.

Susanne Sontag dice di fare attenzione infatti la compassione contiene delle trappole, la prima è che rischia
di diventare pietismo, la seconda trappola è quando ci esonera dall’agire. Boltanski afferma che non è vero
che non possiamo provare emozioni davanti alle immagini mediatiche, noi possiamo diventare spettatori
commossi, ci compiacciamo di ciò che vediamo, ma ci fermiamo lì, non andiamo oltre, non facciamo nulla
per cambiare la situazione che vediamo. Bisogna fare uno scatto dobbiamo passare dall’essere spettatori
commossi all’agire. Noi arriviamo all’azione, alla responsabilità solo quando scopriamo la vulnerabilità.
Dobbiamo arrivare a ciò che afferma Arendt nel suo saggio Vita activa, ovvero l’agire politico, il lottare e il
metterci assieme, unirci in quella social catena di cui parla Leopardi e che riprende Gramsci. Ciò è
strettamente collegato con la visione del soggetto non unilaterale, davvero rivoluzionaria poiché sfata il
mito del self-made man, infatti il tempo in cui viviamo ci sta dicendo che non possiamo tutto, abbiamo dei
limiti, non possiamo tutto né sul piano individuale-personale, né sul piano globale, non possiamo farcela da
soli, dobbiamo unirci in una social catena per affrontare la vulnerabilità globale in cui stiamo vivendo.
Dobbiamo diventare tessuto del mondo, dei fili fragili da soli ma essi vengono uniti formano un tessuto
forte e resistente. Dobbiamo imparare a integrare la vulnerabilità e la responsabilità, la responsabilità non
deve essere intesa solo come un dovere ma deve trovare radici nelle nostre emozioni. Quindi la
vulnerabilità può essere una risorsa etica. Hans Jonas parla del principio della responsabilità, ma ancora nel
suo aspetto legato al dovere, al contrario noi dobbiamo compiere un passaggio dalla responsabilità si deve
arrivare alla cura del mondo. La cura è una pratica, un impegno. La cura è una pratica difficile da compiere.
Prendiamo l’esempio della disabilità, noi di fronte a una persona vulnerabile siamo consapevoli che è
difficile prendersi cura di essa. Davvero la cura è una parola rivoluzionaria, facendola uscire dal solo un
ambito assistenziale, anche se ci rimane all’interno perché la cura è anche assistenza, ma dobbiamo riuscire
ad andare oltre all’assistenzialismo e far diventare la cura una vera e propria forma di vita, un vero modo di
vivere. Noi siamo sempre soggetti e oggetti di cura, se noi partiamo da questa responsabilità e arriviamo
allo stile di vita della cura, facciamo un passo rivoluzionario, riprendiamo il legame con il mondo. L’altro
sono anche le generazioni future, il mondo vivente, la natura, questi sono gli oggetti vulnerabili per
eccellenza ed essi non hanno alcun diritto riconosciuto, sono coloro che non possono vedere e non hanno
voce, non hanno alcun modo per far valere i loro diritti. Infatti, la natura e le generazioni future non
esercitano alcun potere su di noi, non possono sanzionarci. Stiamo vivendo in un egoismo
intergenerazionale senza precedenti. Dobbiamo ricostruire un’alleanza di fatti non solo di principi,
dobbiamo allearci nell’agire. L’unico modo per farlo è riattivando la passione della vergogna, noi ci
dobbiamo vergognare davanti i nostri figli, nei confronti delle generazioni future. Noi dobbiamo sentirsi
giudicati da quelli che vengono dopo di noi. La vergogna è il timore del giudizio dell’altro, dobbiamo
vergognarci difronte alle generazioni future, vergognarci di come lasceremo il mondo.
 Etimo di Vulnerabilità: Vulnerabilità è essere affetti da un vulnus, ovvero una ferita, una perdita, in
modo grave. La vulnerabilità ha un’evidente parentela con altre parole e altri concetti, la fragilità e
la precarietà. Quello che distingue la vulnerabilità dagli altri concetti, è l’idea del filosofo Battaglia,
lui parla del wound (ferita in inglese), spesso quando parliamo di vulnerabilità si parla di una ferita
provocata da un altro, ma in realtà, noi ci siamo resi vulnerabili, ci siamo inflitti una ferita,
l’autodistruzione dell’umanità e del pianeta, stiamo viviamo questo paradosso.
 Amartya Sen e il superamento del mito moderno dell’individuo sovrano (caratteristiche del
soggetto moderno): necessità di rivalutare l’aspetto umbratile rimosso (in senso freudiano).
 Risposte della filosofia dell’alterità e del femminismo : idea feconda di vulnerabilità e sua
dimensione ontologica. Judit Butler: morte del soggetto, unilaterale, che nasconde la vulnerabilità
 Strategie per recuperare la dimensione della relazionalità (Esposito, ontologia del cum):
riconoscimento della V. : attenzione di S. Weil, per entrare in contatto con altri che nella
globalizzazione ci espone tutti a sfide radicali, versus l’indifferentismo e l’assuefazione di una
società oppiacea
Riconoscimento dell’altro distante: nello spazio (migrante), nel tempo (generazioni future)

 Empatia con il diverso (Martha Nusbaum, far diventare l’altro significativo; Singer: estendere i
cerchi dell’empatia) dall’empatia negativa alla compassione; Levinas: l’altro che mi prende ad
ostaggio/Pulcini necessità del reciproco riconoscimento: siamo singolari plurali

 Sfuggire alle trappole della compassione: pietismo ed esenzione dall’agire attraverso l’Impegno:
- Responsabilità (verso l’altro quando riconoscendo la mia stessa vulnerabilità) Azione
arendtiana, azione collettiva, di concerto, integrare la libertà con la responsabilità; Jonas
- Cura: per Pulcini parola rivoluzionaria, parola che è pratica faticosa. Soggetti e oggetti di
cura. Cura verso oggetti vulnerabili (quelli che non hanno alcuni diritto riconosciuto, forza
sanzionatoria nei nostri confronti: questione sepolutra morti nell’antichità; pianeta, future
generazioni) Alleanza con le generazione future. Rivalutazione della vergogna