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Vulnerabilità - appunti

Essere vulnerabili vuol dire essere affetti da un danno/ferita(vulnus appunto) e ha molti nessi
con la fragilità e la precarietà.

Solitamente con ferita si intende quella inflitta da qualcun altro, ma nel tempo globale questa
è autoinflitta.

La vulnerabilità può diventare una risorsa per ripensare il soggetto

Il soggetto moderno è forte e sovrano, prometeico su cui è stato proiettato la razionalità,la


forza, la libertà. Si tratta però di un mito che Amartya Sen intende smascherare. Perché
esaltare questo soggetto ha significato mettere da parte e penalizzare tutti coloro che non si
rifacevano ad esso. Non a caso le donne sono le prime a rivalutare la vulnerabilità essendo
esempio di soggetto vulnerabile nella società essendo caratterizzate da emarginazione e
marginalizzazione. Il soggetto dunque assunto dal pensiero maschile e patriarcale è
spezzato dalla rimozione di elementi come carenza, imperfezione, dipendenza, malattia,
morte, come se gli mancassero degli arti.
La valorizzazione delle parti forti del soggetto

Abbiamo paura della vulnerabilità perché lede l'immagine del soggetto forte. Chi incarna la
vulnerabilità diventa oggetto anche di disgusto oltre che di paura. (Es. Anziani picchiati nelle
case di riposo)

Per rispondere a questo problema molti filosofi (tra cui hans jonas) sono partiti affermando
che la vulnerabilità fa parte dell'umano, è una dimensione ontologica che non si può
escludere né rimuovere altrimenti ci saranno ritorsioni negative.

Judith Butler, figura di risalto del femminismo postmoderno, utilizza per prima la
connotazione di vulnerabilità come risorsa . Valorizzare la vulnerabilità ci aiuta a mettere in
atto la morte del soggetto unilaterale sovrano, cosa di cui abbiamo bisogno, poiché egli con
comportamento aggressivo e dominatore reprime tutto ciò che è vulnerabile. Il soggetto
sovrano manca di umanità che è prodotta dalla vulnerabilità. Occorre rivalutare la
dimensione umbratile del soggetto che è stata rimossa, in senso freudiano.

Il soggetto deve essere ripensato attraverso le relazioni e non più la sovranità. Questo può
essere fatto attraverso due passi, il primo è la consapevolezza della vulnerabilità,
l'attenzione, categoria invocata da Simone Weil, è ciò che ci permette di entrerai in contatto
con gli altri ed è un'attitudine che permette di riconoscere la propria appartenenza ad una
comunità, perché la libertà non esiste senza responsabilità. Il secondo passo è quello messo
in atto dalla globalizzazione, che ci permette di entrare in contatto con la vulnerabilità in
continuazione.

Ma chi è l'altro distante da noi? Colui che è vulnerabile. Ci sono due alterità.
L'altro distante nel tempo e l'altro distante nello spazio. Rispetto al diverso noi difettiamo di
empatia, per questo ci risulta facile renderlo un capro espiatorio e indicarlo come causa del
nostro male. Ciò che bisogna fare dunque è attivare l'empatia quindi mettersi nei panni
dell'altro. Ci deve essere un'estensione dei cerchi dell'empatia (Peter Singer) per far sí che
l'altro vulnerabile distante nello spazio possa diventare significativo per noi (Martha
Nusbaum)

L'empatia è un termine neutro che divenendo positiva o etica acquista i connotati della
compassione attraverso cui il soggetto si può spingere al di fuori di sé per diventare
disponibile all'altro (Susan Sontag)
La compassione non è pietà, ma un soffrire insieme all'altro, entrare in comunicazione con
esso. La compassione si genera con la personalizzazione del rapporto con l'altro.
(Es. bimbo morto sulla spiaggia)
Si diventa soggetto solo a riconoscere l'altro come tale (Lévinas, l’altro mi prende ad
ostaggio)

Non dobbiamo però fermarci alla compassione passiva che può condurre alla trappola del
pietismo o dell’esenzione dalla azione ma piuttosto agire e con l'azione intraprendere la
responsabilità e la cura.
Si scopre la propria vulnerabilità e così si scopre anche la responsabilità verso l'altro che si
concretizza nell'azione, senza essere un dovere ma venire invece dalle nostre emozioni.
La responsabilità deve essere dunque cura quindi impegno. È importante constatare che noi
siamo sempre potenzialmente soggetti e oggetti di cura ed è importante riconoscere
entrambe gli aspetti.

Debora, anche se piuttosto schematico e privo di una forma organica, il tuo lavoro coglie
correttamente quasi tutti i punti oggetto del tema. La conclusione però è un po’ troppo
condensata e accenna appena a questioni che invece rivestono importanza, avresti dovuto
meglio approfondire le modalità con cui Pulcini invita a sfuggire alle trappole della
compassione, agendo attraverso l’Impegno declinato nella forma della Responsabilità
(verso l’altro quando riconoscendo la mia stessa vulnerabilità) attraverso l’azione arendtiana,
azione collettiva, di concerto, che integra la libertà con la responsabilità. Per dare maggior
concretezza alla Responsabilità di Jonas Pulcini propone la Cura come parola rivoluzionaria,
parola che è pratica faticosa rivolta verso oggetti vulnerabili (quelli che non hanno alcuni
diritto riconosciuto, forza sanzionatoria nei nostri confronti:; pianeta, future generazioni). Per
questo occorre riannodare un’ alleanza con le generazione future e in questa ottica
rivalutare la vergogna.
Complessivamente comunque, il tuo lavoro è più che discreto.