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Sintesi

Il metodo semiotico
Serie di saggi e ricerche diretta da Paolo Fabbri

Comitato scientifico: Jean-Marie Klinkenberg,


Eliseo Verón, Gianfranco Marrone,
Jacques Fontanille, Jorge Lozano
Coordinamento editoriale: Tiziana Migliore
Jean-Claude Coquet

Le istanze enuncianti
Semiotica e fenomenologia
Prefazione e cura di Paolo Fabbri

Bruno Mondadori
Jean-Claude Coquet
“Les instances énonçantes”, in Phusis et logos. Une phénoménologie
du langage, Presses Universitaires de Vincennes 2007;
“Temporalité et phénoménologie du langage”, in Coquet, La quête
du sens. Le langage en question, puf, Paris, 1997, pp. 81-103;
“Temps ou aspect? Le problème du devenir”, ivi, pp. 55-71;
“Sémiotique et histoire”, in Coquet, ivi, pp. 159-172.
Traduzione dal francese di Elena Nicolini
Tutti i diritti riservati
© 2008 Pearson Paravia Bruno Mondadori S.p.A.

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Indice

vii Tra Physis e Logos


di Paolo Fabbri
1 Introduzione

Prima parte
Linguaggio e fenomenologia
7 Le istanze enuncianti
8 1. Un paradigma: Pos, Benveniste, Merleau-Ponty
12 2. Il soggetto. Due operazioni diverse,
l’asserzione e l’assunzione
26 3. Il “si pensa” dell’immanenza e i due livelli
del principio di realtà: physis e logos
39 4. Il rapporto tra linguaggio ed essere
45 5. La produzione del discorso

Seconda parte
Il potere della fenomenologia nel linguaggio
81 Temporalità e fenomenologia del linguaggio
101 Tempo o aspetto? Il problema del divenire
117 Semiotica e storia. Il fatto e l’evento

129 Riferimenti bibliografici


137 Indice dei nomi
Tra Physis e Logos

La storia delle idee non dovrebbe mai essere continua;


dovrebbe guardarsi dalle somiglianze come dalle
discendenze e dalle filiazioni. E limitarsi a marcare
le soglie che un’idea attraversa, i viaggi che compie
e che ne cambiano la natura e l’oggetto.
Deleuze e Guattari 1980

1. Paradigmi in semiotica

I paradigmi sono «acquisizioni generalmente riconosciute che per un


certo periodo forniscono un modello di problemi e soluzioni accettabi-
li a chi pratica un campo di ricerca» (Kuhn). Sono anche promesse di
successo: le discipline “normali” – con le loro restrizioni prospettiche,
le procedure collaudate di descrizione, scoperta e valutazione – sono le
condizioni fiduciarie per realizzare queste promesse.
Perché ci sia consenso su un paradigma “standard” della semiotica,
non dobbiamo essere esigenti nella definizione. Nella ricerca attuale sui
segni e sui linguaggi – o sulle forme, le forze e i processi di significazio-
ne – c’è un tacito accordo sull’esistenza di un paradigma, ma non sulla
sua interpretazione o razionalizzazione. D’altronde, nel caso di una “se-
miotica normale”, meglio sarebbe non provarci: i paradigmi possono
orientare la ricerca anche in assenza di regole, se le promesse di succes-
so vengono mantenute.
Purtroppo non è questo il caso: nonostante il moltiplicarsi d’introdu-
zioni semplificate alla disciplina (o forse proprio per tale motivo), il pa-
radigma semiotico è in piena deregulation. In primo luogo, per una sua
peculiarità: nello stesso àmbito disciplinare c’è una convivenza disagia-
ta tra un’epistéme linguistica del valore differenziale (Saussure) e una
logica delle interpretazioni inferenziali (Peirce). L’effimero successo me-
diatico e le scarne esigenze didattiche delle università hanno fatto il re-
sto. La semiotica alterna oggi un lessico passepartout di parole-chiave
mal definite (e interdefinite peggio) e una collezione di portolani de-

VII
Le istanze enuncianti

scrittivi del territorio del senso – scienze, arti, media, stili di vita – diffi-
cili da assemblare in una sola carta.
Vane le geremiadi sui molti ritardi scambiati per anticipazioni, sui
saldi permanenti di risultati acquisiti e sulla vendita d’indulgenze teori-
che. Diciamo che questa “condizione liquida” può rivelarsi feconda se
vi riconosciamo lo spostarsi di un accento di senso. Nei momenti di dis-
senso si rilassano le condizioni e si sfocano le articolazioni, cambiano le
anomalie e le lacune – che hanno senso solo sullo sfondo di un paradig-
ma – ma si propongono anche nuove riflessioni filosofiche, nuovi punti
di vista teorici, nuove regole e nuovi fatti rilevanti.
Rispetto alla sua vulgata iniziale, talora imperante, la semiotica attua-
le si è mossa infatti dal segno al sistema, dal codice al processo; e dal-
l’enunciato all’enunciazione, dalla frase al discorso, dalla narratività al
testo. La rilevazione delle discontinuità si è estesa all’esplorazione del
continuo e del tensivo, del contrasto e dell’unione. I bordi del paradig-
ma teorico, i presupposti filosofici e le derivazioni di metodo si son fat-
ti sempre più frattali.

2. Le istanze del discorso

In questo sostrato malcerto, il progetto di Jean-Claude Coquet, capofi-


la dell’École Sémiotique de Paris, traccia un preciso piano di consisten-
za. La sua semiotica delle istanze, discorsiva e fenomenologica, è di ob-
bedienza saussuriana: «per noi il problema linguistico è prima di tutto
semiologico» (Saussure). Ed è l’esito originale di un’attività di riflessio-
ne e di ricerca sulla lingua e la discorsività che ha come tappe principa-
li Le discours et son sujet (1984, 1985), La quête du sens. Le langage en
question (1997) e infine Phusis et Logos. Une phénoménologie du langage
(2007). Questa prima antologia italiana riunisce, in un formato origina-
le, i contributi più salienti per lo stato dell’arte semiotico nel nostro Pae-
se. Contiene articoli sulla fenomenologia del linguaggio, sulle istanze
enuncianti, sulla temporalità, sull’evento e la storia. 1 Coquet, che si de-
finisce “linguista fenomenologo”, ha messo al centro del suo progetto
“l’uomo di parola” (e non della lingua) e la sua multiforme discorsività.
La riflessione nasce da uno dei massimi linguisti e semiologi del Nove-
cento, Émile Benveniste, che per Coquet costituisce lo snodo e l’intrec-
cio fra la tradizione fenomenologica e le discipline del linguaggio. 2
1
Rispetto alla relazione tra enunciazione e modalità, cfr. Fabbri e Marrone 2001.
2
Per una valutazione dell’attualità di Benveniste nella linguistica contemporanea fran-
cese, cfr. Milner 1989. A Benveniste, come e forse più che agli altri strutturalisti, si rim-
provera l’oscillazione tra un modello “galileiano” privo di un dispositivo di verifica (ad

VIII
Tra Physis e Logos

Più noto per le ricerche storiche sul vocabolario delle istituzioni in-
doeuropee, Benveniste, in alcuni saggi teorici, ha posto in modo radi-
calmente nuovo il problema della soggettività nel linguaggio, esplicitan-
do alcune formulazioni di Husserl e soprattutto di Merleau-Ponty. Un
percorso coerente che lo ha condotto a una inattesa convergenza con la
psicoanalisi di Lacan. 3
I testi di Benveniste hanno il potere talismanico dei libri non letti, ma
le loro risposte permettono di formulare nuove domande. Prolungan-
done il gesto e articolandone il proposito, Coquet ci sottopone un pro-
gramma radicale che coinvolge linguisti e filosofi:

(i) costruire o estendere il paradigma di una linguistica fenomenolo-


gica;
(ii) completare con i propri modelli quanto di “deficit teorico” si tro-
va nella riflessione di Benveniste sulla Soggettività;
(iii) distinguere nettamente una fenomenologia linguistica dalla filo-
sofia del linguaggio, sulla base di una ontologia dell’Enunciazione.

Così facendo, Coquet offre – a mio avviso – nuovi modelli per la cono-
scenza dei fenomeni della Soggettività e della Temporalità, diversamen-
te iscritte nel discorso. Esplicita formalmente la tradizione della feno-
menologia e, mantenendosi nell’àmbito del paradigma semiotico saus-
suriano, ne ripara le lacune.

2.1. Per una linguistica fenomenologica

A detta di Coquet, pochi sono i linguisti che hanno ascoltato la lezione


– decisiva nelle scienze umane – del primo Husserl, per cui la linguisti-
ca era una “fenomenologia inavvertita”, e di Merleau-Ponty, con la sua
ostinata valorizzazione della parola nel campo dell’esperienza. Per il fe-
nomenologo francese, tra i linguisti solo H. J. Pos (1898–1955) avrebbe
insistito, inascoltato, sulla priorità dell’esperienza rispetto al pensiero.
Senza ignorare lo scarto epistemico introdotto dalla langue saussuriana,
il linguista olandese si sarebbe posto il problema della parole e della re-

esempio, la ricostruzione “astratta” di un tratto linguistico indoeuropeo senza verifica


empirica) e la “messa in intrigo” storica del Vocabolario delle Istituzioni indoeuropee
(1969). È riconosciuta invece, al livello della sintassi, l’originalità delle sue analisi sui pro-
nomi – soprattutto la caratterizzazione del “noi” – la distinzione tra verbi e funzioni ver-
bali ecc., pur respingendo il postulato del linguaggio come struttura di strutture fonda-
mentalmente omogenee. Coquet, al contrario, si colloca risolutamente al livello di una
linguistica dell’enunciazione e del discorso.
3
Cfr. Benveniste 1971.

IX
Le istanze enuncianti

lazione a un soggetto parlante che enuncia la sua realtà vissuta, nell’atto


dialogico d’intendere l’altro e d’intendersi con lui. Compito della lingui-
stica non sarebbe quindi l’esame della “langue” («collocare le lingue esi-
stenti nel quadro di una eidetica di ogni linguaggio possibile, cioè obiet-
tivarle davanti a una coscienza costituente universale e atemporale»), ma
il linguaggio, con un «ritorno al soggetto parlante, al mio contatto con
la lingua che parlo» (Merleau-Ponty).
Spetta però a Benveniste, con Merleau-Ponty e Pos, completare il pa-
radigma di una fenomenologia del linguaggio, collocando al centro del-
la teoria l’atto di “parole”. Restaurando una lezione saussuriana per cui
«è nel discorso che la “langue” si forma e si configura», Benveniste ha
messo a fuoco il soggetto parlante nel «presente incessante della sua
enunciazione». Ha così tracciato il piano di consistenza di una linguisti-
ca del discorso, che studia «la lingua in quanto assunta dal parlante in
quella condizione d’intersoggettività che sola rende possibile la comu-
nicazione linguistica».

2.2 Soggetto e Persona

La ricerca di Coquet costituisce a tutt’oggi la migliore esegesi e lo svi-


luppo più coerente dell’opera trascurata di «una delle figure più sugge-
stive e affascinanti della linguistica del nostro secolo» (Lepschy). Negli
studi semio-linguistici sulla soggettività nel linguaggio, sull’apparato for-
male dell’enunciazione e sulla natura del pronomi, Benveniste discrimi-
na la nozione di Persona dal Soggetto che si costituisce dentro e attra-
verso il linguaggio. 4 Per il linguista fenomenologo, infatti, l’uomo si fa
Soggetto «enunciando l’istanza presente di un discorso che contiene
“io”», il quale è “Istanza di Persona”, “indicatore linguistico”. Disso-
ciando la declinazione pronominale, separando forma linguistica e fun-
zione semantica, Benveniste ha distinto l’Egli caratterizzato dall’assenza
di Persona e la Persona dell’Io/ Tu soggettivamente correlati. Coquet,
rispondendo all’esigenza di «ridefinire il Soggetto come un campo, un
insieme gerarchizzato di strutture aperte a partire da un c’è originario»
(Merleau-Ponty), propone una vera “riforma della coscienza”: quella
del Soggetto che si enuncia come locutore. La soggettività viene artico-

4
Non tutti i semiologi sono interessati alla problematica della soggettività. Eco sostie-
ne, ad esempio, che «possiamo costruire una semiotica senza soggetto o (ciò che è lo stes-
so) dove il soggetto sia dappertutto». Cfr. Eco 1997, p. 165. D’altronde, per il semiologo
interpretativo, il Soggetto è «qualunque istanza capace di dire “Io” che entra nella semio-
si in qualche modo dal di fuori materiale e corporale – intendo dire un cervello» (Ibidem,
p. 166).

X
Tra Physis e Logos

lata in tre istanze enuncianti (attanti, nell’accezione di Tesnière) – Sog-


getto, quasi-Soggetto e non-Soggetto – differenziate sulla base di diver-
se modalità enunciative: la presenza, la quasi presenza e l’assenza del
giudizio. Un’istanza corporea – l’Enunciare – che è propria del non-Sog-
getto, e un’istanza giudicante – l’Enunciarsi – che appartiene al Sogget-
to e al quasi-Soggetto. In questo rapporto complesso si costruisce o si
decostruisce l’identità personale. 5
Per Coquet, sulla scia di Benveniste, l’istanza originaria (io) si speci-
fica nelle due operazioni di Asserzione e di Assunzione, gerarchizzate e
ordinate da un rapporto di presupposizione. La prima precede e fonda
il discorso, l’altra lo conclude. Coquet, che ha abbandonato la distinzio-
ne di Benveniste tra storia e discorso, postula, poi, due ulteriori livelli
discorsivi, i quali escludono invece ogni riferimento all’istanza enuncia-
tiva: la predicazione logica e finzionale e la predicazione fatica, caratte-
rizzate entrambe da un “segno zero” della Enunciazione. Con questi
strumenti esplora le modalità linguistiche della temporalizzazione e sot-
topone a una critica originale il carattere ideologico, razionalista, della
rappresentazione a freccia del tempo. Moltiplica, infine, le tattiche enun-
ciative che scandiscono i fatti e gli eventi nella retorica del discorsi sto-
rici. 6

2.3.1 L’impegno ontologico: Essere e Mondo

L’originalità del semiologo francese sta nella sua radicale posizione on-
tologica. Per Coquet ecco il punto fondamentale d’una fenomenologia
delle istanze: «una realtà di primo livello (il mondo sensibile) è tradot-
ta in un secondo livello di realtà dal discorso e dalla sua istanza». L’espe-
rienza umana, individuale e collettiva, è integrata all’atto di significare
5
Il secondo volume dei Problemi di Linguistica generale (1981) ha corretto l’infelice
traduzione di instance come «situazione», che oscurava, nella prima parte, il proposito
sui pronomi e sulla soggettività. In Benveniste, “istanza” caratterizza la manifestazione di
una presenza. Lepschy ha indicato le variazioni di senso del termine dal valore classico di
instantia come «il fatto di essere presente, incombente» a quello medievale di «esempio»
(si veda l’inglese instance), fino al senso di Instanz in Freud e di instance in Lacan. Sem-
pre Lepschy ha intuìto che «situazione» rende incomprensibile la «definizione di io co-
me individuo che enuncia la presente situazione di discorso contenente la situazione lin-
guistica “io”» (Benveniste). Si tratta invece, per lui, «di enunciare o produrre un evento
discorsivo, una manifestazione linguistica che contiene una replica, un esemplare, una ri-
correnza, cioè appunto un’istanza, della parola “io”».
6
In merito alla temporalizzazione, una recente riflessione semiotica sulle figure crono-
logiche e sui regimi temporali problematizza il passaggio da una filosofia dell’essere a una
fenomenologia dell’esperienza oggettiva. Si condivide con Coquet il tema dell’opposizio-
ne tra esistenza ed esperienza e tra presenza e mediazione. Cfr. Bertrand (a c. di), 2006.

XI
Le istanze enuncianti

perché il linguaggio ci abita come noi l’abitiamo. Il discorso, quindi,


non è rappresentazione mediatrice, mero strumento conoscitivo, ma si
trova radicato nell’esistenza e sottoposto al principio di realtà. L’attivi-
tà enunciativa, nella varietà delle sua istanze, ci dà modo di esperire e di
far presa sul nostro mondo. Come per Pos e Benveniste, la realtà del
linguaggio – non della lingua – è quella dell’essere. Coquet è filosofica-
mente conscio della portata della sua affermazione: «siamo ormai nel
territorio dell’ontologia, il linguaggio è l’essere che si enuncia al presen-
te». Per questo, oltre ai classici della linguistica (da Saussure, Jakobson
e Trubeckoj a Guillaume; da Martinet e Tesnière ad Hagège), fa appello
alla tradizione filosofica (Aristotele, Rousseau e Port-Royal) e alla sua at-
tualità (Heidegger e Wittgenstein, Frege, Lacan, Lévi-Strauss, Levinas e
Ricœur).
Ci sarebbe, insomma, un continuum partecipativo che va dalla physis
al logos, dall’essere al mondo e indi al linguaggio. Non si tratta della re-
altà in generale, ma della particolare realtà del soggetto enunciante, di-
versa dall’idea logica di referenza, cioè di un riferimento esterno al di-
scorso. È infatti la ri-presentazione dell’esperienza nell’hic et nunc della
sua enunciazione, non la rappresentazione di oggetti esterni o di modu-
li cognitivi. Per il fenomenologo, l’extralinguistico non esiste: la realtà
del linguaggio è in presa diretta sul mondo tramite il corpo proprio, la
percezione e l’emozione. Il discorso è una piega somatica del dire. An-
che il problema del pensiero dipende da come si enuncia il corpo.
Nella tradizione filosofica che ha preso il testimone della fenomeno-
logia, il corpo è Corpus Ego, essere dell’esistenza, e il linguaggio è il suo
esponente incarnato: «al limite tra materia e discorso il corpo dà luogo
all’esistenza» (Nancy). Per il filosofo derridiano «è la significazione [...]
che dà senso al corpo facendone un segno del senso. Tutti i corpi sono
segni, così come tutti i segni sono corpi (significanti)». E ancora: «il
corpo significante continua a scambiare il dentro e il fuori, ad abolire
l’estensione in un unico organon del segno: là dove si forma e da dove
prende forma il senso».
L’enunciazione è una escrizione del corpo. «L’istanza enunciante con-
divide un’esperienza che ogni volta s’instaura di nuovo e svela lo stru-
mento linguistico che la fonda» (Benveniste). Per la fenomenologia del-
le istanze non è la lingua a enunciare lo stato esterno delle cose, è que-
sto che si enuncia nel linguaggio, attraverso modalità proiettive che
mantengono, con diversi gradi di plasticità, il rapporto dell’esperienza
somatica col reale. Una semiotica immersiva nelle sue installazioni di-
scorsive. È quanto faceva difetto alla prima fenomenologia tanto da co-
stituirne premessa per una descrizione grammaticale. A detta di Fou-
cault, «la fenomenologia ci ha insegnato a vedere, ma cosa?».

XII
Tra Physis e Logos

2.3.2. Proiezione e traduzione

Prima viene questa lingua senza parole dei corpi vivi


[...], poi le parole con cui si scrivono i libri e si cerca
inutilmente di tradurre quella prima lingua, e poi...
Calvino, Il viaggiatore, 1979

È l’analisi semiotica che dovrebbe permettere la descrizione di come si


passa da un piano all’altro: dal corpo enunciante al terzo immanente,
dalla sensazione primigenia – esperita nel presente da un non-Soggetto
– fino a quel distacco dalla referenza enunciativa che conduce il discor-
so alla sua post-produzione, sotto il segno predicativo di un Soggetto
dell’Immanenza. E viceversa: nell’attività di ascolto o di lettura, l’istan-
za ricevente (ir) è tenuta a riprendere l’esperienza dell’Istanza origina-
ria (io). A ritrovare Il corpo già situato nel cronotopo dello spazio-tem-
po e a ritrascriverne l’esperienza “escritta” nella forma della lingua. Nul-
la a che vedere – nota l’autore – con una ripresa ermeneutica.
Coquet chiama Traduzione il processo semio-linguistico con cui i pre-
dicati del sensibile proiettano e ri-presentano (Darstellung) quel c’è che
si è iscritto nella presenza del corpo (Vorstellung). E introduce all’uopo
le nozioni inedite di predicati di realtà e di prossimità rintracciabili nel-
l’attività discorsiva, orale e scritta, e nei suoi esiti: i dialoghi e i testi.
Il linguista fenomenologo compie un’attenta disamina delle operazio-
ni che mettono in forma le tracce provenienti dal mondo della physis e
le marche del logos cognitivo e sociale. Guarda agli universi passionali,
dove risuonano le parole non soggettive dell’istanza corporea. Rifiutan-
do l’uso di exempla ficta immateriali e di gedankenexperimenten disin-
carnati, 7 lo studioso procede all’analisi di testi linguistici e letterari,
portatori di esperienza collettiva e individuale. Le esemplificazioni van-
no dall’analisi grammaticale alla letteratura – H. Cixous, Valéry, Duras,
Deguy, fino a Proust e a Virgilio, con una magistrale lettura dell’appari-
zione epifanica di Venere madre al figlio riconoscente, Enea. 8
In letteratura, l’“io” dell’Istanza Originaria (io), l’io referente, si tra-
scrive nell’“io” riferito della scrittura; questi, in seguito, costruisce i si-
mulacri – i personaggi – che abitano la narrazione. Al lettore il compito
di ricostruire, a partire dalle tracce testuali, l’io, quel che del corpo per-
mane trascritto nella realtà ri-prodotta del testo. E in questo senso, per

7
Non è il caso dei filosofi del linguaggio e di molti semiologi: «Come al solito, imma-
giniamoci una situazione» (Eco 1997, p. 193).
8
Per Coquet una semiotica del visibile porrebbe gli stessi problemi, di discorsività e di
ontologia, di physis e di eidos. Diverse sono invece le risorse formali in gioco nella tradu-
zione.

XIII
Le istanze enuncianti

Coquet, la ri-presa nella lettura è più vera dell’esperienza vissuta, giac-


ché il testo instaura una comunità condivisa di esperienza di senso che
trae la sua esistenza dalla lettura e dall’ascolto. «L’effetto di reale è ine-
luttabile solo perché c’è l’altro e mi guarda» (Derrida).

2.4.1 Il paradigma immanentista

Il linguista fenomenologo vuol prendere le distanze dalla filosofia del


linguaggio. Per Coquet quest’ultima, nella sue accezioni referenzialista
e mentalista, si muove nel solo spazio del logos e smarrisce quindi il con-
tatto con la physis, con la realtà dell’esperienza. È incapace di articolare
le istanze enuncianti dell’autonomia e si esprime all’impersonale: al gra-
do zero della enunciazione, nel regime eteronomo de “si” e del “ciò”
(ça). Il soggetto logico-epistemico, secondo Coquet, non esperisce, fa so-
lo esperienze di pensiero; confonde il percepire con il pensiero di per-
cepire e perde di vista corpo, sentire e passione.
L’analisi della nozione di rappresentazione (pp. 77 ss.) è il punto-chia-
ve della dimostrazione, lo spartiacque tra fenomenologia e filosofia del
linguaggio. Per Benveniste e Coquet, calpestiamo il suolo filosofico quan-
do l’esperienza è immediatamente trasposta, razionalizzata, in concetti:
sul piano del solo pensiero, tra forma e cosa (ciò che c’è), si apre allora
uno iato invalicabile. Anche nell’analisi dei fenomeni comunicativi an-
drebbe perduta l’esperienza intersoggettiva di empatia che sostiene la
creazione del “noi”, non come pluralità di “io” ma come sua dilatazione
intensiva: una “civitas” dell’emozione, fatta di amici in postura di con-
tatto, piuttosto che una “polis” del pensiero.
Solo spostando l’accento del senso, trasformando il “c’è” del mondo
in esperienza dell’evento e la forma semiotica in ri-presa dell’esperienza,
si assicura la transizione di fase che va dalla rappresentazione alla realtà
e viceversa. A partire da questo assunto, Coquet procede a una redistri-
buzione delle carte teoriche – da Eraclito ad Aristotele, a Frege e Witt-
genstein – e a una ri-combinazione del retaggio filosofico, operando nuo-
ve intersezioni e annodamenti. Forse discutibile, ma almeno non è la
storia santa retrospettiva, scritta a titolo decorativo e liturgico, di molte
capitolazioni filosofiche del segno!
Qui ci interessa la ricostruzione di una doppia genealogia nel campo
della semiotica post-saussuriana: una corrente Soggettale e una Ogget-
tale. A detta di Coquet, la semiotica hjelmsleviana e greimasiana è in-
trinsecamente logico-cognitiva e si colloca al di là della barra dell’espe-
rienza di senso. Una semantica immanentista e “oggettale” quanto al-
l’istanza enunciante, per cui il linguaggio è immediatamente metalin-

XIV
Tra Physis e Logos

guaggio e incapace di ristabilire il collegamento tra attività discorsive e


realtà.
In questo senso Coquet respinge, nel quadro immanentista, la semio-
tica di Greimas, che pur si riferisce esplicitamente a una fondazione fe-
nomenologica e ad una teoria dell’enunciazione. Si potrebbe obiettare
che Greimas, in un testo che Coquet trascura, Dell’imperfezione (1987),
cerca di cogliere l’epifania sempre nuova degli eventi sensibili, l’etero-
geneità enigmatica dei momenti di felicità. Per Coquet, però, il sogget-
to greimasiano dell’enunciazione enunciata, iscritta cioè nella testualità,
abita solo l’immanenza dei testi e non ha accesso all’esperienza della
physis, all’essere-mondo. Non sarebbe quindi in grado di tradurre la
“lingua” del mondo naturale in quella dei sistemi segnici – come si pro-
pone Greimas – proprio per la mancanza di quella presa e ripresa di re-
altà che garantisce il corpo della sensazione e il linguaggio, con i suoi
predicati di realtà e di prossimità. Può farlo invece una semiotica Sog-
gettale, quella del discorso e delle istanze enuncianti.
Anche Ricœur, inizialmente vicino alla posizione fenomenologica, 9
avrebbe poi abbracciato la causa immanentista di una semiotica narra-
tiva, incapace di spiegare l’efficacia del racconto se non in termini di
configurazione e ri-figurazione di un’esperienza la cui l’istanza origina-
ria resta inattingibile. Per Coquet, questa narratività immanentista, che
amputa la physis e scorpora la Persona, non sa che farsene del Soggetto.
L’identità narrativa individuata da Ricœur non sarebbe in grado, dun-
que, di render conto dell’identità personale. Ci riuscirebbe una semio-
tica delle istanze che, dopo la fase dell’oggettivazione, riprenderebbe
contatto con la realtà dell’esperienza originaria.

2.4.2 Biforcazioni e convergenze

[...] Il linguaggio,
sia il nulla o non lo sia,
ha le sue astuzie.
Montale, La lingua di dio, 1971

Quella di Coquet è una posizione ontologica che fa stridere molti denti


e biforcare diverse lingue. Vivamente discussa, ad esempio, da J. Cour-
tés, per il quale l’apparato dell’enunciazione è un simulacro efficace e
suscettibile di effetti retorici di persuasione intersoggettiva, ma privo di
9
«Il linguaggio si presenta come ciò che solleva l’esperienza del mondo fino ad artico-
larsi nel discorso, fonda la comunicazione e fa accadere l’uomo in quanto soggetto». Cfr.
P. Ricœur in Coquet 2007.

XV
Le istanze enuncianti

ogni riferimento a un supposto “reale”, che a suo dire sarebbe fuori


portata se non “definitivamente perduto”. Un simulacro discorsivo sul
cui statuto di verità non saremmo tenuti a interrogarci, sebbene il rap-
porto con un orizzonte ontico, via il corpo, resti sempre presupposto.
A una conclusione comparabile giunge F. Rastier, con la tesi sull’auto-
nomia semantica e sul ruolo mediatore del linguaggio, in cui egli vede lo
specifico dell’eredità saussuriana e lo strumento per federare le scienze
umane come discipline della significazione. Proprio Rastier, nella sua
caccia anti-parmenidea all’ontologizzazione del senso, ha messo in luce
l’impiego filosofico dei “grammemi liberi” nella sostanzializzazione, una
“tattica ontologica” della filosofia. Particelle come gli avverbi, i deter-
minativi, i pronomi, le congiunzioni, le preposizioni; l’aristotelico todé
ti (qualcosa), calcato su un deittico, le preposizioni di W. James o gli av-
verbi di U. Eco. I pronomi personali, soprattutto, hanno un impiego pri-
vilegiato nella costruzione del soggetto trascendentale della filosofia.
Come l’Ich di Kant, l’Ich e l’Es di Freud, anche «Benveniste, sul versan-
te linguistico dell’ontologia, fa dell’Io l’operatore istitutivo della realtà
del discorso». «Io significa la persona che enuncia l’istanza discorsiva
che contiene Io» (Benveniste 1971). Secondo Rastier, quindi, anche la
semiotica delle istanze soffrirebbe di cronica, inguaribile ontalgia. 10
Per Coquet, invece, i due paradigmi, quello formalista dell’Enuncia-
to e quello sostanzialista delle istanze enuncianti, sono complementari.
Nel tempo della disciplina semio-linguistica variano la loro dominanza
e il loro accento di senso. Ma una convergenza, per quanto asintotica,
sarebbe possibile. Una semiotica fenomenologica in grado di fondarsi
sul corpo, sulla sostanza, sull’essere, potrebbe proiettare, gradualmente
– con un ordine di successione che va dalla fondazione alla proiezione –
una semiotica immanentista come quella di Greimas e di Ricœur. Non
è un problema generazionale – la semiotica soggettale che succederebbe
a una oggettale – ma generativo: l’ingranaggio di un dispositivo concet-
tuale.

La prospettiva soggettale è l’anello mancante tra linguaggio e realtà, la


pietra filosofale della semiologia? Il dibattito è in corso e ci sono mate-
ria e forma del contendere. In una disciplina in divenire, il quod non pre-
esiste alla dimostrazione.

10
Per Rastier (2000), l’ontologia di Eco è una «posizione esemplare che illustra i limiti
della tradizione semiotica». Si tratta, per Eco, di «quel qualche cosa che ci conduce a
produrre dei segni» e che «ci siamo decisi a chiamare l’Essere», «orizzonte, bagno am-
niotico in cui si muove naturalmente il nostro pensiero». Uno zoccolo duro dell’Essere
predisposto alla salvaguardia dei limiti imposti alla fuga, altrimenti inarrestabile, degli in-
terpretanti.

XVI
Tra Physis e Logos

3. Una semiotica “marcata”

Parlare, come abbiamo fatto all’inizio, di deregulation del paradigma se-


miotico è un’approssimazione per difetto. Nei suoi labili confini – cam-
po di ricerca, federazione disciplinare – si accavallano proposte di neo-
semiotica, di semiotica non standard, di nuova generazione, ermeneuti-
ca, tensiva, cognitiva, interpretativa, del continuo e dell’unione. Persino
dolce (Courtés)!
Il contributo della Semiotica delle Istanze – quella di Pos, Benveniste
e Coquet – non è però una voce ulteriore, aggiunta alla dissonanza. È
una prospettiva coerente e autonoma che riorganizza la struttura del-
l’esperienza linguistica e le apre un nuovo orizzonte di attese, senza ri-
nunciare alla cogenza teorica e all’efficienza descrittiva. Una proposta
fuori del coro teorico, ma che non è mai fuori testo.
1. Il suo piano di consistenza accentua le differenze tra la semiotica
fenomenologica e la semiotica di C. S. Peirce, con le sue sequele prag-
matiche e interpretative. 11 Un prototipo “immanentista” per restrizio-
ne logica e per assenza di una teoria articolata della soggettività. Per Co-
quet il ça pense (ciò pensa) del pragmatista è animato da un puro logos
inferenziale, ignaro della realtà prima della physis. Una prospettiva co-
gnitiva e metalinguistica, insensibile alla problematica del corpo e alle
sue traduzioni espressive. 12 Per la semiotica delle istanze, decisamente
antinaturalistica, il cervello deve diventare soggetto locutore (Deleuze)
e disporsi in una rete gerarchizzata di attanti enunciativi.
Anche la versione idiosincratica di Peirce elaborata da Eco non trove-
rebbe grazia ai suoi occhi. Ricordiamo che, a detta di Eco, solo l’interes-
se di un soggetto attenzionato permetterebbe di passare dall’apprensio-
ne di un primo ground irreversibile (i qualia virtuali di un ontologico
“zoccolo duro”) alla secondità e alla terzità del giudizio percettivo. Ma
l’istanza cognitiva di un soggetto che procede “sotto qualche rispetto o
capacità” sarebbe solo un momento irrelato nella gerarchia delle istan-
ze avanzata da Coquet.
Queste provengono infatti da una epistéme linguistica che fa difetto a
Peirce – come notato da Benveniste (1985) – quanto a Eco. Una postura
che ha permesso alla semiotica contemporanea di andare oltre l’“osta-
colo epistemologico” rappresentato dal segno e convergere – dalla dop-
pia prospettiva di una filosofia del linguaggio o di una fenomenologia
linguistica – verso una teoria generale del discorso.
2. Oltre al divario teorico ripetutamente affermato e al di là dell’effet-
11
«Ma si sa, a Peirce si può far dire tutto, a seconda di come lo si rivolti» (Eco 1997, p.
394).
12
Cfr. Savan 1991.

XVII
Le istanze enuncianti

to tattico di campo, ci sembra invece che la Semiotica delle Istanze man-


tenga una certa aria di famiglia: una compatibilità e una possibile com-
plementarità col paradigma semio-linguistico di retaggio saussuriano e
fenomenologico, dove si confrontano, con «voci invano discordi» (Sa-
ba), Benveniste e Greimas, Merleau-Ponty e Ricœur. Una congruenza di
sviluppo più che di situazione, fatta di differenze che si somigliano, ma
promesse a una possibile intercattura.
Nella prospettiva di questo confronto vanno intese le ricerche di fe-
nomenologia discorsiva sui dispositivi enunciativi di debraiaggio e di
embraiaggio, sulle passioni, sulle identità narrative e quelle personali,
sui tempi e sulla storia. Analisi e disamine che permettono, grazie a uno
sfondo epistemologico comune, l’impiego di procedure intelligibili di
valutazione.
E premettono (o promettono) una semiotica enunciativa e discorsiva
che segue un’altra via rispetto all’orientamento standard, referenziale e
argomentativo. Una semiotica “marcata”, nel senso che la linguistica dà
a questo termine: dotata cioè, contrariamente al paradigma standard, di
una tensione e un’energia di ricerca in grado di schivare l’opposizione
tra comprensione ermeneutica e spiegazione scientifica. Come Ricœur,
anche Coquet, linguista e semiologo, ci chiede di spiegare di più e me-
glio i discorsi e i testi per comprendere meglio e di più le esperienze dei
sensi e del senso.

XVIII
Riferimenti bibliografici

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XIX
Le istanze enuncianti

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XX
Prima parte
Linguaggio e fenomenologia

Perché scrivi? Te lo dirò. Innanzitutto perché è


un bisogno come un altro, come lavare i piatti
o fare le pulizie. In più, è una specie di obbligo
che senti, di mettere su carta quello che hai nella
mente, come quando metti ordine nell’armadio. 1

Le istanze enuncianti

Spesso si chiama in causa la fenomenologia del linguaggio, ma i lingui-


sti lo fanno poco. Ecco perché dovremmo cominciare a occuparcene. In-
nanzitutto è necessario ricordare il modo in cui è stata usata. E. Husserl
ne è, per così dire, il colpevole. È lui il punto di riferimento moderno, al-
meno per noi; un riferimento non privo di ambiguità. Con le Ricerche lo-
giche (1901), Husserl ha inaugurato la fondazione di una grammatica ge-
nerale e ragionata, ipotizzando che fosse possibile accedere a una forma
ideale del linguaggio. Ha tratto il modello dalla Grammatica generale e
ragionata di Port-Royal, così come dalle Meditazioni di Cartesio. A que-
ste ultime si ispireranno quattro conferenze in tedesco tenute alla Sor-
bona, più tardi pubblicate in Francia con il titolo di Meditazioni carte-
siane. A questo proposito, J-C. Chevalier (1994, pp. 57, 59) nota giusta-
mente che nella prospettiva di una “logicizzazione” dei fatti di gram-
matica, prospettiva scelta da Port-Royal, il linguaggio viene considerato
un «essere razionale». Formula felice ed emblematica, che definisce la
via seguita unanimemente dai linguisti della corrente strutturalista. R.
Jakobson accolse favorevolmente il fatto che il giovanissimo Circolo lin-
guistico di Copenhagen, fondato nel 1931, rendesse omaggio – attraver-
so le parole di V. Brøndal nel primo numero della nuova rivista “Acta
linguistica” (1939) – alle «penetranti riflessioni di Husserl sulla fenome-
nologia». Queste rappresentavano, sostiene Brøndal alla fine di un arti-
colo intitolato “Linguistica strutturale”, «la fonte d’ispirazione per ogni
1
Cixous 2001, p. 193.

7
Le istanze enuncianti

logico del linguaggio». 2 Così, la prospettiva è chiaramente definita. L.


Hjelmslev, riflettendo su “La nozione di reggenza” all’interno dello
stesso numero, si soffermava a sua volta su una teoria della dipendenza
che traeva – secondo P. Diderichsen – dalle Ricerche logiche, probabil-
mente dalla Terza, “Della teoria degli interi e delle parti”.
L’importanza epistemologica di Husserl è dunque evidente. Ciò che
si è detto per i linguisti di Copenaghen è altrettanto vero sia per quelli
di Praga – che d’altronde avevano dato l’esempio, fondando il Circolo
nel 1926 – sia, risalendo ancora un po’ nel tempo, per quelli del Circolo
linguistico di Mosca, il cui geniale promotore e presidente – dal 1915 al
1920 – era stato Jakobson. È noto che, stabilitosi a Praga, Jakobson par-
tecipò attivamente alla creazione del Circolo, del quale divenne vice-pre-
sidente. Tra Mosca e Praga non c’era soluzione di continuità. In entram-
bi i casi, nota M. Dennes, «non si trattava soltanto di privilegiare il ca-
rattere di scientificità, ma di denunciare i presupposti dello psicologi-
smo e dello storicismo, e pertanto di rendere le regioni del sapere, all’in-
terno del campo delle scienze umane, indipendenti le une dalle altre». È
la sfida lanciata anche dallo «strutturalismo fenomenologico» di Jakob-
son, secondo E. Holenstein, o dalla semiotica generale di A. J. Greimas,
qualche decennio più tardi. «I soli elementi suscettibili di collegare [le
diverse discipline delle scienze umane] dovevano essere metodologici e
inerenti a quella logica pura e trascendentale che Husserl aveva sistema-
tizzato in Logische Untersuchungen e in Ideen». 3
Quando Jakobson pubblica, nel 1941 (a Uppsala, in Svezia, dove si
era rifugiato per sfuggire ai nazisti), il suo breve lavoro sul linguaggio
dei bambini, sull’afasia e le leggi generali della struttura fonica, Kinder-
sprache, Aphasie und allgemeine Lautgesetze, è sempre dalle Ricerche lo-
giche che trae questa epigrafe: «In realtà, a unire ogni cosa sono i rappor-
ti di fondazione». 4

1. Un paradigma: Pos, Benveniste, Merleau-Ponty

È però in un altro membro del Circolo, H. J. Pos, che si trova la giusta


risonanza degli insegnamenti del secondo Husserl, quello degli anni
Trenta. Pare che Husserl fosse venuto a Praga per tenere una conferen-
za sulla fenomenologia del linguaggio, e che Jakobson avesse l’onore
d’introdurlo. La conferenza fu «di grande rilievo», dice Jakobson, ma

2
Jakobson 1973, p. 13.
3
Cfr. Dennes 1997, p. 5.
4
Cfr. Holenstein 1975, trad. fr., p. 8.

8
Linguaggio e fenomenologia

non aggiunge altro. 5 Holenstein (op. cit., p. 65) precisa tuttavia che i due
«ebbero l’occasione di discutere dell’aspetto intersoggettivo del lin-
guaggio». Su questo punto, il discepolo di Husserl riporta alcune infor-
mazioni. Jakobson cita due articoli di quello che era divenuto «un emi-
nente teorico olandese del linguaggio» (1898-1955). Per Jakobson (op.
cit., pp. 13, 138), Pos aveva svolto «un ruolo di primo piano nella crea-
zione di una fenomenologia del linguaggio e della teoria della linguistica
strutturale». Entrambi gli scritti sono datati 1939. Il primo, pubblicato
nella “Revue internationale de Philosophie”, porta il titolo di “Phéno-
ménologie et linguistique”; il secondo, pubblicato nei Travaux du Cer-
cle linguistique de Prague, è intitolato “Perspective du structuralisme”.
Nel primo articolo, Jakobson non trova nulla che sia direttamente con-
nesso con l’intersoggettività; nota però che la prospettiva fenomenologi-
ca consente di mettere in luce il ruolo «dell’intuizione del soggetto par-
lante»; «ruolo decisivo» precisa «per lo stato attuale della linguistica
strutturale dei diversi paesi». 6 Tale ruolo viene preso in considerazione
da Pos ogni volta che stabilisce una gerarchia tra l’intuizione immedia-
ta che l’uomo, «soggetto parlante», ha della «sua propria realtà» – fe-
nomeno di base – e il successivo processo dell’oggettivazione scientifi-
ca. I «dati intuitivi», scrive Pos nel passaggio citato da Jakobson, «ren-
dono possibile l’oggettivazione», che rimane però infondata se intesa in
modo assoluto. È un punto essenziale, su cui ritorneremo. Jakobson
non si sofferma sulla differenza di piano che permette a Pos di distin-
guere l’àmbito dell’esperienza – primo cronologicamente e ontologica-
mente, sebbene egli non impieghi il termine – dall’àmbito del pensiero,
secondo cronologicamente ma logicamente primo. Nella prospettiva
dell’analisi strutturale, preferirà sottolineare l’importanza della relazio-
ne d’opposizione binaria, e della priorità dell’opposizione sui termini
opposti. Mentre Pos (1939b, pp. 75-76) rende conto della differenza pri-
maria operata dall’intuizione, Anschauung (per esempio, nel caso del-
l’«intuizione sensibile», il nero e il bianco appaiono «distinti, semplice-
mente diversi»), e della relazione d’opposizione («quando passo dal-
l’intuizione al pensiero, dirò non solamente che il nero e il bianco sono
diversi, ma che sono opposti»), Jakobson, preso dal suo lavoro di ricer-
ca, tiene conto solo dell’operazione logica. Ai fini della sua dimostra-
zione, non ha forse ritenuto necessario – dato che in quel momento si
occupava del “concetto linguistico dei tratti distintivi” – approfondire
la lettura di Pos, tanto più che i molti punti in comune dovevano appa-
rirgli evidenti. Come Pos, anche i membri della Scuola di Praga (denomi-

5
Jakobson, loc. cit.
6
Id., op. cit., p. 14. Vedi anche Pos 1939a, pp. 362-363, 365.

9
Le istanze enuncianti

nazione del 1932) portavano avanti l’ipotesi di un «sistema fonologico


ideale» e di una «struttura [organizzatrice] tracciata dal pensiero». 7 Ta-
le “logicizzazione” ci rimanda all’eidetica di Husserl, e più in generale,
nonostante i differenti punti di vista, a G.Ch. Lichtenberg e a E. Mach,
che prende spunto da lui per affermare: «si dovrebbe poter dire “pen-
sa” come si dice della luce, “brilla”». 8 È una concezione vicina a quella
dei grammatici e dei logici del xvii secolo, i quali accordano al linguag-
gio, per riduzione, lo statuto di «essere razionale», e vicina anche alle
posizioni di Saussure, che ci invita a «riconsiderare il [nostro] rapporto
col mondo, con la conoscenza e con il pensiero» e, così facendo, a spo-
sare «una filosofia della mente» fondata sull’analisi della lingua (e non
del linguaggio), la quale è un’«astrazione materiale fondata solo su se
stessa». 9
Come nel ritorno del pendolo, dove i poli opposti devono essere pen-
sati contemporaneamente («coesistono», dice Pos) così torna ora in pri-
mo piano la questione dell’intersoggettività. Si sa che per Jakobson, fe-
dele in questo alla corrente pragmatista della Scuola di Praga, definita
da Dennes (op. cit., p. 53) «la svolta sociologica dei Praghesi negli anni
Trenta», la nozione di comunicazione diventa dominante. Lo sostiene
in un cruciale articolo del 1970. In primis, da una prospettiva generale:
se la semiotica (la semiologia di Saussure) ingloba la linguistica, è per-
ché la prima «studia e mette a confronto la comunicazione di qualun-
que tipo di messaggio», mentre la seconda «si limita alla comunicazione
dei messaggi verbali». 10 Poi elabora la nozione da un punto di vista spe-
cifico: come voleva Pos (1939b, pp. 74-75), occuparsi della relazione in-
tersoggettiva porta a esaminare le diverse componenti dell’«intesa uma-
na». Il termine «intesa» utilizzato da Pos si collega alle funzioni lingui-
stiche messe in campo da Jakobson. Il fatto che «i soggetti s’intendano,
svela una realtà che oltrepassa il mondo isolato del soggetto individua-
le». 11 L’«intesa intersoggettiva» permette gli scambi tra individui di
una stessa società sottoposti a una «finalità inconscia»; scambi, in pri-
mo luogo, di parole, e in generale, per Jakobson, di oggetti culturali.
Per C. Lévi-Strauss, con lo stesso spirito ma qualche decennio più tar-
di, nel 1968, si tratta di quello scambio generalizzato che permette di
comprendere ciò che può essere una società: «un vasto sistema di co-
municazione tra gli individui e i gruppi». 12

7
Pos, op. cit., p. 78.
8
G.C. Lichtenberg, citato da Mach [1885] 1998, p. 315.
9
Cfr. Normand 2003, p. 130.
10
Cfr. Jakobson 1973, p. 32.
11
Pos, op. cit., pp. 74-75.
12
Cfr. Lévi-Strauss 1973, trad. it., p. 84.

10
Linguaggio e fenomenologia

Pos (op.cit., p. 75) procedeva già nella stessa maniera, per estensione,
quando riconosceva nel sistema fonologico un modello «per la scienza
della realtà intersoggettiva», a riprova di quanto fosse grande, agli occhi
dei Praghesi, la «fertilità della fonologia». A partire da tale modello di
struttura elementare, se è possibile sostenere che la vita di una lingua è
comparabile a quella di un «organo all’interno del grande organismo del-
la società umana», restano ancora da scoprirne le regole. A questo ri-
sponde la nozione di “funzione”, che non deriva dalla fisiologia o dalle
matematiche, come in Hjelmslev, ma è mutuata dalla sociologia. Una
funzione, per i Praghesi, è un’intenzione e un compito, conformemente
a una «concezione teleologica del linguaggio in quanto mezzo di comu-
nicazione». 13 Così, sulla base della funzione impiegata, il “messaggio”
comunicato cambia di significazione, mentre l’obiettivo – «l’intesa uma-
na», per riprendere la formula di Pos – resta identico. Ecco l’“oggetto”,
questo “qualcosa” verso cui sembra orientarsi la comunità. Infatti, ci di-
ce ancora Pos, questa volta in Phénoménologie et linguistique, occorre
tener conto della nostra «tendenza all’intesa». 14
In ogni caso, analizzare l’atto di comunicazione induce a porre delle
semplici questioni. Ad esempio, “comunicare” equivale a “significare”?
Chi comunica? Che cosa comunica? A chi? Come? Perché? Il ricorso
alle funzioni, alla loro convertibilità, ossia al passaggio da una funzione
a un’altra (code-switching), evita di ridurre la comunicazione a un mero
trasferimento d’informazioni. Informare – «l’aspetto cognitivo del lin-
guaggio», per Jakobson – e comunicare sono modalità della significa-
zione. È questa l’attività linguistica principale, che ingloba e determina
le funzioni d’informazione o di comunicazione. Tra i Praghesi c’è un
certo consenso: «la prima funzione di un segno è significare», afferma-
va Jakobson nel 1949. 15 Detto altrimenti, i piani vanno gerarchizzati: in
primo luogo, l’atto di significare; secondariamente, da un lato, l’orien-
tamento pragmatista che porta a privilegiare informazione e comunica-
zione, dall’altro, le relazioni strutturali. Ricordiamo la posizione di Pos
(1939b, p. 75) sul sistema fonologico: il sistema forma «un tutto le cui
parti sono legate come se l’insieme fosse il prodotto della ragione». Ma-
nifestato, l’oggetto dipende dall’osservazione. Al contrario, se si mira a
individuarne i «fondamenti», l’atto di significare diventa un’«attività
originaria», compiuta da quell’istanza che i Praghesi chiamano «sogget-
to», soggetto parlante o anche «soggetto linguistico». Pos (op.cit., p.
357) – come, più tardi, É. Benveniste – precisa che «enuncia la sua re-
altà vissuta, senza osservarla in veste di spettatore».
13
Holenstein, op. cit., trad. fr., p. 23.
14
Pos 1939a, p. 357.
15
Jakobson, in Holenstein, op.cit., trad. fr., p. 143.

11
Le istanze enuncianti

Eccoci di fronte a due orientamenti fenomenologici concorrenti. Non


sono contraddittori, ma richiedono di essere messi in prospettiva. È a
questo che mirano i criteri finora esposti: da un lato, le operazioni di
enunciazione e di partecipazione (va da sé che non è il “pensiero” a
enunciare una realtà vissuta; il campo di azione del “pensiero” si situa
su un altro piano); dall’altro, le operazioni di osservazione e di oggetti-
vazione, usuali in logica. Husserl – nota Merleau-Ponty (1960, trad. it.,
p. 141) – si proponeva, nella prima fase della sua carriera, come il «mae-
stro dei possibili», pronto a «separarsi dalla propria lingua per ritrova-
re, fuori di ogni autorità, le forme ideali di una lingua universale». Ora,
l’appropriazione della lingua nel suo funzionamento «attuale» (la mia
lingua, ossia la mia parole, secondo l’opposizione saussuriana, o il mio
«discorso», se si seguono Guillaume e Benveniste) dipende da un «sog-
getto». «La linguistica esiste perché l’uomo è un soggetto parlante e si
conosce in quanto tale», sottolinea Pos (op.cit., p. 357). Al contrario, la
logica ha una prospettiva che induce a privilegiare il principio d’imma-
nenza, principio secondo il quale l’oggetto posto a distanza diventa adat-
to all’analisi concettuale e si definisce attraverso un gioco di relazioni in-
trinseche. Il metalinguaggio di Hjelmslev e Greimas risponde a questa
definizione. Dunque, non ci sorprende vedere che Greimas accorda
uno statuto di scientificità alla teoria del linguaggio di Hjelmslev – sot-
tolineiamo la preposizione determinativa “alla” – e nel 1979, in collabo-
razione con J. Courtés, compone il ragguardevole e finora ineguagliato
Dizionario ragionato della teoria del linguaggio, opera simmetrica ai Fon-
damenti della teoria del linguaggio di Hjelmslev. 16 Uno dei meriti di Pos
è giustamente quello di aver aiutato a tracciare il confine tra i due Hus-
serl, definendo la «fenomenologia del linguaggio non come un tentati-
vo di collocare le lingue esistenti nel quadro di un’eidetica di ogni lin-
guaggio possibile, cioè di obiettivarle davanti a una coscienza costituen-
te universale e atemporale, bensì come un ritorno al soggetto parlante,
al mio contatto con la lingua che parlo». 17

2. Il soggetto. Due operazioni diverse, l’asserzione e l’assunzione

A detta di Merleau-Ponty, Husserl, con le Ideen i del 1913, abbandona


la riflessione puramente formale. Se si vuole «chiarire l’essenza della
formazione logica», spiega infatti Husserl, bisogna prendere in consi-
derazione il «giudizio predicativo» e rilevarne la differenza rispetto al

16
Pubblicato in Danimarca nel 1943, è stato impropriamente tradotto nel 1968 con il ti-
tolo Prolegomena a una teoria del linguaggio. Cfr. Arrivé 1985, p. 196.
17
Cfr. Merleau-Ponty, op.cit., trad. it., p. 118.

12
Linguaggio e fenomenologia

«giudizio copulativo», o rifiutarsi d’identificare la proposizione verba-


le (quella che linguisti della scuola di Praga come L. Tesnière e Benve-
niste chiamano la «frase») con la proposizione logica propriamente det-
ta, proposizione copulativa, di tradizione aristotelica. 18 Il giudizio pre-
dicativo ci fa ritornare, per forza di cose, all’operazione di enunciazione,
benché questa, in quanto rapportata a un’istanza individuale, sia inac-
cettabile per un logico. Non mancano, tuttavia, dei contro-esempi. Co-
sì, un altro discepolo di Husserl, A. Pfander (Logik, 1921), fa della fun-
zione assertiva (Behauptungsfunktion) – che presuppone un «soggetto
parlante» – il perno dell’attività linguistica. 19 Nella prospettiva fenome-
nologica di Pfander e Pos, è possibile affermare che l’enunciazione ha
come tratto pertinente l’asserzione (Behaup-tung). Un soggetto diventa
allora, per definizione, un operatore di asserzione. «Il soggetto che giu-
dica» – scrive Husserl nella prima e nella seconda Meditazione, è un «es-
sere di per sé». È portatore di un’«intenzione» riflessiva, di un’«inten-
zione esistenziale» (Seinmeinung). 20 Pertanto, anche in una prospettiva
“logica”, non sembra necessario escludere forme come quelle della pri-
ma e della seconda persona («il giudizio: “io sono...”, “tu sei...”», preci-
sa Husserl), con il pretesto che non corrispondono allo schema tradizio-
nale della terza persona. 21 Sul concetto di giudizio che presuppone un’i-
stanza-soggetto aveva insistito anche G. Frege, il quale – nella sua Be-
griffsschrift (1879), Husserl aveva allora vent’anni – affermava che non
esistono «proposizioni» – noi diremmo “frasi” – senza un prefisso d’as-
serzione (Urteilsstrich). Respingeva così la proposizione copulativa, a fa-
vore di una logica dei giudizi, come più tardi farà Husserl. Il «segno
d’affermazione», un tratto verticale (), ha aperto una breccia nel dispo-
sitivo logico tradizionale: nascono da qui la critica di Wittgenstein, del
tutto fondata, secondo cui il tratto di giudizio è «logicamente privo di
significazione», e la ritrattazione dello stesso Frege. Questo segno spia-
na la strada a un analista del discorso come Benveniste, o a un pragma-
tico come J. Searle, che nel presentare la classe dei suoi verbi «assertivi»
ricupera il prefisso d’asserzione. Si veda la notazione:

“ Piero afferma”, da leggersi come: “l’istanza-soggetto asserisce che


Piero afferma”. 22

Ma la fenomenologia del linguaggio, per come la conosciamo, ha le sue


costrizioni, soprattutto di forma. È in questa direzione che hanno guar-
18
Ibidem, p. 143. Cfr. anche Husserl [1954] 1970, trad it., pp. 37, 42.
19
Cfr. Ruprecht 1987, pp. 73-74.
20
Husserl [1929-1931], trad. it., p. 46 e p. 73.
21
Husserl [1954] 1970, p. 42.
22
Wittgenstein [1921], 1961, 4.442, trad. it., p. 60.

13
Le istanze enuncianti

dato i linguisti della Scuola di Praga, Tesnière e Benveniste. Entrambi


hanno studiato la frase, mettendo a fuoco in particolare le «connessio-
ni» (Tesnière) e le «funzioni» (Benveniste) che ne fanno un’organizza-
zione significante. Una lunga tradizione ci invita a ricordare il ruolo
giocato – nella frase – dal verbo, o più precisamente dalla forma verba-
le, anche se priva di contenuto, una forma in qualche modo vuota. Pren-
diamo, per esempio, W. von Humboldt. La frase – afferma lo studioso
all’inizio del xix secolo – o il discorso (Rede), è il parlare vivo (das le-
bendige Sprechen). Questa “vita” la deve al verbo: «il verbo, in sé, è il
punto centrale che racchiude e diffonde la vita [...], tutti gli altri termini
della frase sono, per così dire, materia morta, in attesa di collegamenti».
Direi che Humboldt, introducendo le nozioni di vita e di morte, illustra
a suo modo quello che H. Meschonnic definisce il «primato antropolo-
gico del discorso». Il verbo, infatti, gioca il ruolo di termine mediatore
tra la “mente” e il mondo (la realtà): «se ci è concesso esprimerci in ma-
niera figurata, il pensiero, con il verbo, lascia la sua dimora interiore ed
entra nell’effettività del reale». 23
Di fatto, in Humboldt la “mente” (der Geist) è posta su un piano più
profondo di quelli del pensiero (das Denken) e della sensibilità (das Emp-
finden), ed è paragonata a una forza “naturale” («l’ispirazione di Hum-
boldt è molto “fisica”», nota D. Thouard in un articolo sul tema della
“mente”). Una forza di vita che è all’opera anche nella lingua, nella sua
«forma interiore» (innere Sprachform), la quale condivide «la natura di
tutto ciò che è organico» (die Sprache teilt die Natur alles Organische). 24
In apparenza, voltiamo così le spalle alla presa di posizione dei linguisti
della Scuola di Kazan, altrettanto interessati alla nozione di “forza”. Se-
condo gli insegnamenti di J. Baudouin de Courtenay, trasmessi nella le-
zione inaugurale tenuta all’Università di San Pietroburgo nel 1870, nella
lingua operano forze che dipendono da «processi inconsci». 25 Si tratta,
però, di forze “mentali”, cioè di forze della logica, non naturali. D’altra
parte, malgrado il carattere “vitale” di questa forma interiore, non si fa
appello a nessuna istanza discorsiva, come potrebbe essere un “sogget-
to”, operatore d’asserzione determinato, certo, ma anche – come abbia-
mo visto – «essere di per sé».
Il tentativo di Tesnière va nella medesima direzione. Il punto di vista
che assume – ci dice J. Petitot (1985) – è infatti «dinamico, “vitalista” e
“gestaltista”», ma le strutture sintattiche che presenta hanno il caratte-
re quasi universale di «organizzazioni autoregolate, analoghe a quelle
23
W. von Humboldt, citato da Dastur 2002, pp. 124-125. Cfr. anche Meschonnic 1985,
pp. 142-144.
24
W. von Humboldt [1822] 2000, trad. fr. pp. 68-69, 173.
25
In Jakobson 1973, p. 14, pp. 209, 240.

14
Linguaggio e fenomenologia

degli organismi biologici». Si tratta di spazi di pregnanza. Qui Hum-


boldt e Tesnière si distinguono da Benveniste e da N. Trubeckoj (altro
vecchio compagno di Jakobson a Mosca e a Praga, «la testa migliore
della linguistica», sosteneva A. Meillet) perché entrambi puntano all’at-
tualizzazione del discorso. 26 Nell’anno 1939, come Pos, e sempre nei
Travaux du Cercle Linguistique de Prague, Trubekoj pubblica i Princìpi
di fonologia (Grundzüge der Phonologie), in cui riconosce, seguendo K.
Bühler, tre piani di organizzazione della «manifestazione della parola».
Il primo, quello che m’interessa in questa sede, riguarda il soggetto par-
lante, che si presenta attraverso un atto riflessivo: il «piano dell’espres-
sione», afferma, mira a «caratterizzare» il soggetto parlante. 27 Dal pia-
no riflessivo ne derivano altri due, l’appellativo e il rappresentativo.
Toccherà a Benveniste rendere esplicite le procedure di caratterizzazio-
ne. Non ci si può certo accontentare della relazione metaforica presen-
tata da Humboldt: nella frase, il verbo è l’elemento «vivente», federati-
vo, e le altre parole, in sua assenza, sono come morte. Ma l’orientamen-
to è chiaro. Lo riprenderà, ad esempio, Tesnière (1959, p. 9), per il qua-
le «costruire una frase è immettere la vita in una massa amorfa di paro-
le». E lo si ritrova generalmente in certe prese di posizione del gestalti-
smo, e in quella che è stata chiamata “bio-linguistica”, difesa, tra gli al-
tri, da Ch. Bally e – di recente – da Th. Givón (Is Linguistics a Natural
Science?) e anche da un esperto di geometrie sicuramente sostanzialista,
qual è R. Thom: per lui, lo spazio-tempo è il «supporto» concreto del
verbo. 28
C’è – nel linguaggio – un “vuoto” che la descrizione formale non può
colmare e sul quale non smette d’interrogarsi. Sottolineare, come fanno
Pos e Merleau-Ponty, che riflettere sul linguaggio (operazione seconda)
non può sostituire l’esperienza prima, perché immediata, di «vivere il
linguaggio», 29 porta a scegliere un approccio duplice, forse il solo pra-
ticabile. In effetti, «immettere la vita in una massa amorfa di parole» è
un’operazione complessa, che corrisponde a quello che chiamiamo tra-
duzione frastica (oggi diremmo “discorsiva”), traduzione dell’esperien-
za ordinaria, quotidiana, svolta da un’istanza enunciante.
Ebbene, solo la “mente”, dice Tesnière (op.cit., p. 11), «percepisce» le
connessioni strutturali, dato che «nulla le indica». Il ruolo della “men-
te”, istanza giudicante, è quello di sondare il vuoto, il nulla, insomma il
segno zero dell’esperienza vissuta. Torniamo così al processo di asser-
26
Jakobson, op.cit., p. 45.
27
Trubeckoj [1939] 1974.
28
Ch. Bally, citato in Chiss e Puech 1997, pp. 160-161; Givón 2002; Thom 1973, p. 237.
29
Merleau-Ponty 1969, trad. it., p. 49: «vivere il linguaggio» prima di «riflettere sul lin-
guaggio».

15
Le istanze enuncianti

zione che Benveniste integra alla funzione verbale, ma che è indipen-


dente da essa. «Ogni lingua», dice, «qualunque sia la sua struttura, è
capace di produrre delle asserzioni finite». 30 A essere pertinente non è
allora la forma verbale, un osservabile, ma la funzione verbale, o piutto-
sto la funzione detta “verbale”: il piano della sola morfologia risulta in-
sufficiente. Ciò che appare chiaro, comunque, è che la tradizione, da
Aristotele a Port-Royal, dedita allo studio quasi esclusivo delle lingue
indoeuropee, è stata tesa a privilegiare il ruolo svolto dal verbo nella co-
stituzione della frase.

La formula aristotelica del Περ ρµηνεας (Dell’interpretazione, 1,3) è


riportata fedelmente nella Grammatica generale e ragionata del 1660. Ri-
prendiamo innanzitutto alcuni punti del testo di Aristotele in 16-b. Il si-
gnificato specifico del verbo è l’affermazione: «il verbo indica sempre
qualcosa che afferma qualche altra cosa» (σηµανειν, significare), a cui
aggiunge (πρ ς, ad, in più) un rapporto alla realtà presente, un “questo
è ora” che presuppone un giudizio di esistenza [ρηα προσσηµανει (ad-
significat)] τ νν πρχειν].
Rimane questa proposizione fondamentale: il verbo isolato, ψιλ ν, è
una forma vuota, non ancora significante, ο δν, ma la presenza di que-
sta forma, la sua aggiunta, è necessaria perché una combinazione di ter-
mini (σ!ν, con) si trasformi in un insieme discorsivo significante. Il ver-
bo dà senso (πρ ς) a un dispositivo combinatorio (σ!ν): ρηα προσση-
µανει (adsignificat) συνθεσν τινα. Così la forma svolge il ruolo di un se-
gno zero, la cui funzione – forma e funzione sono dunque ben distinte –
è produrre (πρ ς) un discorso la cui espressione primaria (πρ τος) è
l’affermazione ( judicium, λ γος
ποφαντικ ς ). 31
«Il giudizio che diamo sulle cose», dichiara a sua volta Port-Royal,
implica evidentemente un’istanza giudicante, quel che chiamo un “sog-
getto”, la cui marca formale è un indicatore di persona, qui il plurale
“noi” e, negli esempi che seguono, il singolare “io” o l’indefinito “si”.
Consideriamo questa “proposizione” della Grammatica: “quando dico la
terra è rotonda”, il nostro giudizio verte su “due termini”. Nella tradi-
zione scolastica il primo si chiama soggetto, un soggetto logico-gramma-
ticale, “che è ciò di cui si afferma, terra; il secondo è chiamato attributo,
ed è ciò che si afferma, rotonda”. Ora, il terzo elemento, che ha la pro-
prietà intrinseca di enunciare il giudizio di cui siamo gli autori, cioè di
affermare, è il verbo, la forma vuota di Aristotele, che, una volta aggiun-
to (πρ ς, in più), dà senso ai due termini combinati (σ!ν, con). «In più,
il legame tra questi due termini è», dichiara Port-Royal. Così, se l’anali-
30
É. Benveniste, “La frase nominale” [1950], in Benveniste 1966, trad. it., p. 183.
31
Aristotele, Dell’interpretazione, 16 b et 17a.

16
Linguaggio e fenomenologia

sta si rifà al principio d’immanenza, regolatore del dispositivo combina-


torio, la relazione del tipo σ!ν, rintracciabile nella lingua, è necessaria e
sufficiente. Dipende invece dalla relazione πρ ς se l’analista ha di mira
il fondamento dell’attività significante, cioè se si posiziona al livello del
linguaggio e della sua espressione, il discorso, conformemente al princi-
pio di realtà, sul quale ritornerò. 32
L’ importante è ricordare che l’operazione di enunciazione – o di pro-
duzione del discorso, che poi è la stessa cosa – viene correlata, tanto da
Port-Royal quanto da Aristotele, alla presenza di una forma che chia-
miamo “verbo”; è la forma essere, che di per sé non significa nulla, «by
itself it is nothing», si legge nella traduzione di J.L. Ackrill pubblicata
da Clarendon Press (α τ καθ’ αυτ [...] ο δν στι). Oltre al ricorso al
verbo, possono essere impiegati altri procedimenti, quali variazioni pro-
sodiche o particolari combinatorie: l’inversione dei termini, ad esempio,
che differenzia la “frase” dal gruppo nominale. La costante, nota Ben-
veniste, rimane però la distinzione di principio tra funzione e forma. Co-
sì, si può avanzare la strana affermazione – ma «la stranezza è nei fatti»,
e in questo Benveniste si distingue sia da Aristotele sia da Port-Royal –
che «il verbo d’esistenza abbia, tra tutti i verbi, il privilegio di essere
presente in un enunciato in cui non appare». La forma può non esserci,
ma la funzione sussiste. «Alla relazione grammaticale che unisce i mem-
bri dell’enunciato [la funzione verbale coesiva (funzione σ!ν)] si ag-
giunge implicitamente un “questo è”, che lega l’apparato linguistico al
sistema della realtà [la funzione verbale assertiva (funzione πρ ς )». In-
somma, l’impronta di Aristotele è evidente: l’aggiunta apportata dalla
funzione verbale (e non più la forma verbale) è proprio tale asserzione:
così è, ora! (ρηα προσσηµανει τ νν πρχειν). In breve, la funzione
coesiva (σ!ν) è regolata dal principio di immanenza, la funzione asserti-
va (πρ ς) dal principio di realtà. 33
Dai tempi di Aristotele, dunque, l’universo del linguaggio non è dis-
sociato dalla realtà. È solo quando il linguaggio viene oggettivato per
proiezione che diventa uno strumento logico, e allora è necessario in-
trodurre la nozione di “referenza” logica con il suo correlato, il vero e il
falso. Per Benveniste, nel 1950, l’anno dell’articolo su “La frase nomi-
nale”, la “realtà” è una grandezza integrata costitutiva del linguaggio.
Nello stesso saggio, lo studioso tiene conto, inoltre, di un «ordine di re-
altà» o di un «campo posizionale» in cui s’installa il soggetto «che asse-
risce la realtà»: egli si enuncia tramite essa e dota ogni frase del suo di-
scorso di un «predicato di realtà». Introducendo la nozione di «cam-
po» nell’analisi linguistica, Benveniste prende partito per un modo di
32
Arnaud e Lancelot [1660] 1969.
33
Benveniste, op. cit., trad. it., pp. 180, 182.

17
Le istanze enuncianti

pensare proprio del metodo fenomenologico e della Gestalttheorie. Pos


lo faceva già notare: la fenomenologia mira a ciò che egli chiama la «re-
altà concreta». Allo stesso modo Merleau-Ponty (1945, p. iii; 1964a: p.
23) vuole «andare» e «ritornare alle cose stesse», «immergersi comple-
tamente nel mondo», progetto dinamico che trova il suo impatto e la
sua realizzazione in questo universo dalle frontiere mobili chiamato, da
M. Heidegger [1922 (1992, p. 17)], «campo di realtà» (Sachfeld). Una
definizione di “soggetto” che non tenga conto del suo «campo fenome-
nico» (è il titolo di un capitolo della Fenomenologia della percezione di
Merleau-Ponty), cioè dell’inglobante che lo determina, è impensabile.
L’incontro con il mondo permette d’identificarlo. Occorre, allora, pre-
cisare le coordinate spazio-temporali del soggetto, localizzare gli ogget-
ti in rapporto alla posizione centrale ch’egli occupa, circoscrivere e va-
lutare l’incontro con l’altro, con il partner. È questa esperienza, prima
di tutto sensibile, che il soggetto si sforza di portare alla luce, enuncian-
dola al presente, «il presente incessante dell’enunciazione», precisa Ben-
veniste. 34
Situando su due livelli diversi la forma linguistica e la funzione se-
mantica, Benveniste si ripropone di distinguere il «soggetto», soggetto
grammaticale, dalla «persona». Nella stessa pagina, lo chiama anche
l’«individuo» o, più generalmente, l’«uomo». Il «soggetto» è dunque
«la persona [l’individuo, l’uomo] che enuncia la presente istanza del di-
scorso che contiene io», o ancora, «è dentro e attraverso il linguaggio
che l’uomo si costituisce in quanto soggetto». 35 Da un lato, nell’ordine
della realtà, abbiamo a che fare con l’essere (e con una realtà presente,
«la presente istanza del discorso»), che integra le nozioni di persona,
d’individuo e di uomo. Dall’altro, ci misuriamo con una forma, detta
anche «istanza linguistica» o «indicatore di persona», la forma io. Ben-
veniste usa la stessa suddivisione per il tempo. Accanto alla forma tem-
porale, quella della coniugazione, troviamo infatti la funzione tempora-
le, quella del tempo «inerente all’enunciazione». S’impone, ancora una
volta, la nozione di essere. Per completare la citazione inserita prima: «il
presente incessante dell’enunciazione» – e l’enunciazione, ricordiamo-
lo, implica la persona – «è il presente dell’essere stesso». La metterei a
confronto con questo bell’aforisma di Merleau-Ponty (1945): «il tempo
è una relazione dell’essere», tanto mi pare chiaro che Benveniste fondi
la sua teoria del linguaggio in accordo diretto con le tesi sviluppate dal-
la fenomenologia del secondo Husserl, di Pos e di Merleau-Ponty. Do-
34
Benveniste, “L’apparato formale dell’enunciazione” [1970], in Benveniste 1974, trad.
it., p. 101.
35
Benveniste, “La natura dei pronomi” [1956 ], “Della soggettività nel linguaggio”
[1958]. In Benveniste, op. cit., trad. it., pp. 302, 312.

18
Linguaggio e fenomenologia

vremmo forse ritornare sulle osservazioni di Pos e di Merleau-Ponty ri-


spetto a quel fenomeno di base, costitutivo di una fenomenologia del
linguaggio, che è il contatto con il mondo. Occorre infatti liberarsi del-
l’idea che il discorso riguardi solo la “persona”. In questo ci aiuterà l’in-
dagine compiuta da un grammatico del xviii secolo, F. U. Domergue,
giustamente soprannominato “il giudice”. Si tratta di un esame appro-
fondito del campo dell’istanza giudicante. Tale istanza, essendo più che
una forma una funzione, può essere considerata anzitutto l’analogon del
πρ ς aristotelico, un analogon il cui statuto ha suscitato, per secoli, ac-
cesi dibattiti. Ma il soggetto può anche caratterizzarsi senza che sia abo-
lita la nozione di giudizio. Tramite l’operazione di asserzione, l’istanza
si enuncia in quanto soggetto, come produttore di un discorso che gli è
proprio. E può assumere il discorso che ha enunciato. I due modi non
appartengono alla stessa fase. L’asserzione fonda e precede il discorso;
l’assunzione lo chiude. Il cambiamento di posizione può essere rappre-
sentato da uno spostamento all’indietro del segno fregeano:

 operazione d’asserzione
 operazione d’assunzione.

Nel caso dell’asserzione, il mio intento si fonda su quel che sono. L’ope-
razione di asserzione è un’operazione originaria; quindi, ignora ciò che
l’ha preceduta. All’inverso, nel caso dell’assunzione, il mio intento fon-
da quel che sono. Però, asserzione e assunzione possono anche soste-
nersi reciprocamente. Per spiegare la differenza di forma nell’espressio-
ne del futuro, Benveniste osserva che il futuro vèdico, datcsmi (io da-
rò), è costruito per enunciare una predestinazione. Non si tratta di un
futuro narrativo, ma di una forma che, «nel discorso, serve a constatare
o a predire una necessità». Tale futuro, «fa un’affermazione di certezza
la cui autorità deve essere assunta da una persona». 36 L’istanza che «fa
un’affermazione di certezza» è sul registro dell’asserzione; ma tale istan-
za, dotata per definizione o per delega di trascendenza, ha acquistato
l’autorità per parlare e assumere ciò che proferisce. 37 In questo caso,
l’assunzione autorizza l’asserzione. O, per meglio dire, una volta che ho
compiuto e assunto (o ricevuto dalla divinità, per esempio, e assunto) il
36
Benveniste [1948] 1975, p. 18. La distinzione tra «racconto» e «discorso» anticipa
l’articolazione, presentata da Benveniste nel 1959, dei due piani dell’enunciazione, lo sto-
rico e il discorsivo, utili a descrivere «le relazioni di tempo nel verbo francese». Cfr. Ben-
veniste 1966.
37
Benveniste segue qui la tradizione classica, quella di Port-Royal o di D. de Tracy, per
la quale il termine di «asserzione» era un raro sinonimo di «affermazione». Nel 1970 di-
rà però: «L’asserzione tende a comunicare una certezza». Cfr. Benveniste 1974, trad. it.,
p. 102.

19
Le istanze enuncianti

percorso identitario, posso mostrare la mia competenza, “asserirla”. Che


si trovi in una situazione di autonomia o di eteronomia (che sia l’autore
della propria regola o dipenda da una forza – trascendente o immanen-
te – sulla quale non ha alcun potere), il soggetto si pone in quanto tale:
asserisce o assume la propria identità. Quella che abbiamo individuato
è proprio l’istanza giudicante (colui che è giustamente definito il “giu-
dicante”).
Anche se per tradizione, da Saussure a Benveniste, si preferisce imba-
stire il sistema linguistico – generalmente detto “lingua” – a partire dal-
l’esercizio del “discorso” («lì comincia il linguaggio», ricorda Benveni-
ste), 38 è pur vero che l’analista tende a moltiplicare gli esempi della re-
lazione d’assunzione, sebbene questa venga per seconda. È così che l’as-
sunzione risulta un atto di appropriazione necessario per caratterizzare
sia il discorso sia il suo autore, il soggetto, definito da Benveniste «per-
sona», «locutore» o «individuo». Il discorso non è altro che «la lingua
in quanto assunta dal parlante e in quella condizione d’intersoggettività
che, sola, rende possibile la comunicazione linguistica». 39 L’assunzione
funziona dunque nel vasto campo della lingua convertita in discorso.
Entra in gioco per esplicitare i modi di esistenza di storie molto singola-
ri, dato che per il locutore si tratta di raccontarsi. L’«assunzione, da par-
te del soggetto, della sua storia» – scrive J. Lacan nel primo numero del-
la rivista La Psycanalyse (1956) – è «a fondamento del nuovo metodo
che Freud chiama psicoanalisi [...] nel 1895». 40 Ispirandosi a questo te-
sto e nello stesso fascicolo, Benveniste, quasi avesse voluto dare il suo
appoggio di linguista all’impresa lacaniana, riprende la nozione di as-
sunzione e la lega a sua volta all’atto di discorso e al soggetto. «Il sog-
getto si dà» una biografia. Nel farlo, la verbalizza «e così» l’assume. 41
Non si dà discorso senza assunzione. Andiamo avanti.
Siamo passati, per l’intermediazione dell’assunzione, dalla lingua al
discorso, poi dal discorso alla sua “biografia” analitica, e di qui al “sog-
getto”. Resta da mettere a fuoco il tratto pertinente del soggetto, il giu-
dizio. Il processo dell’assunzione s’innesca proprio nel determinarlo. È
qui che si fonda il rapporto, «difficile da stabilire» – nota Benveniste –
tra un predicato d’autorità come «comandare» e un predicato cognitivo
come «pensare», ricoperti dalla stessa forma verbale, γεσθαι. «La li-
nea dello sviluppo semantico», “modale”, porta a uno slittamento dalla

38
Benveniste, “I livelli dell’analisi linguistica” [1962] in Benveniste 1966, trad. it., p. 155.
39
Benveniste, “Della soggettività nel linguaggio” [1958], in Benveniste, op. cit., trad. it.,
p. 319.
40
Cfr. Lacan 1966, trad. it., p. 250.
41
Benveniste, “Note sulla funzione del linguaggio nella scoperta freudiana”, in Benve-
niste, op.cit., trad. it., p. 96.

20
Linguaggio e fenomenologia

categoria del potere, da cui deriva il comando, a quella del volere, che ab-
braccia tutte le forme dell’affermazione e dunque del pensiero. A que-
sto titolo, per riprendere la formula di M. de Certeau (1982, p. 232), il
potere è «quel tratto del discorso» (quel prefisso d’asserzione) che il
soggetto pone «alla base di ogni parola». “Pensare”, per un greco, non
riguarda allora e in prima istanza il piano cognitivo: l’atto non è conce-
pibile ai suoi occhi se non è compiuto da una persona (da un soggetto)
che, dopo aver asserito, «assume la piena responsabilità del suo giudi-
zio». 42 «In principio è il verbo volere», la modalità fattitiva di ogni di-
scorso intrapreso da un soggetto. 43
Tuttavia, l’assunzione – o meglio, la coppia asserzione-assunzione che
include necessariamente la persona – non è il presupposto di ogni atto
di linguaggio, come potrebbero far credere queste ultime analisi. Ari-
stotele si preoccupa di rilevarlo. Si può dire (λγειν) senza sostenere
quel che si dice (πολαµβνειν), si può parlare per parlare (λγειν λ γου
χριν), o accontentarsi di una coerenza discorsiva meramente formale
(λ γον πχειν). «Non è necessario che uno sostenga quel che dice». 44
L’assunzione consiste invece nel non separare la verità dalla realtà, il di-
re dall’essere. Colui che tiene un discorso su niente, non tiene alcun di-
scorso; è simile a una pianta (µηθνα χει λ γον µοιος γρ φυτ ), fa un
«logos da pianta». Anche coloro che raccontano delle storie «coerenti,
sostenibili, convincenti», non producono altro che «parole, finzioni che
non hanno alcuna presa sulla realtà», sofismi insomma. 45
Qui inizia la critica della nozione di linguaggio, anche se si dovrebbe
sempre ricordare che la forma linguistica è la traccia d’un “senso” in
continua ridefinizione. Tornando all’esempio del futuro vèdico, occor-
re far attenzione alla forma perifrastica che gli è propria. Tale forma mo-
stra fino a che punto una data società, necessariamente conservatrice
della lingua costruita a partire dal discorso, considera essenziali le di-
mensioni dell’eteronomia e dell’autonomia, tra le quali è costretta a sce-
gliere. Il soggetto dell’una non ha lo stesso statuto del soggetto dell’al-
tra. Una forma di futuro detta “semplice”, regime dell’autonomia, non
implica lo stesso tipo di soggetto che ha la sua complementare, detta
“perifrastica”, regime dell’eteronomia. Associando il linguaggio al giudi-
zio del soggetto, dobbiamo riesaminare gli stessi criteri che abbiamo con-
siderato determinanti, come l’asserzione o l’assunzione. L’analisi condot-
ta da Aristotele insegna che le parole che scambiamo per il piacere di
parlare (e questo piacere non è da nulla: anzi è al cuore dell’«intesa in-
42
Benveniste 1969, trad. it., pp. 5, 113-115.
43
De Certeau, op. cit., trad. it., pp. 238-240.
44
Aristotele, Metafisica, libro Γ, 1005b, 25-26. Vedi anche Cassin e Narcy 1989, p. 124.
45
Ivi, p. 49, 59, 126.

21
Le istanze enuncianti

tersoggettiva» evocata da Pos, così come della «comunione fàtica», fe-


nomeno linguistico riconosciuto in primis da B. Malinowski, quando
rende conto dell’esperienza conversazionale degli indigeni delle isole
Trobriand) o le storie che inventiamo, dette “di finzione”, non hanno a
che fare col “soggetto”, per definizione. 46 In sostanza, si può predicare
(λγειν, πχειν) senza asserire né assumere quel che si dice (πολαµ-
βνειν). La nozione e il termine di “soggetto” – un soggetto fedele al
principio di realtà – risultano quindi inadeguati. È ora possibile chiarire
le due operazioni che caratterizzano lo statuto del “soggetto”, l’asser-
zione e l’assunzione. Che ne è, infatti, dell’istanza capace di produrre un
discorso scollegato dal principio di realtà, e dunque «senza ontologia»?
«L’πχειν è un πολαµβνειν senza ontologia, che produce coerenza
anziché verità, e pertanto una logica puramente formale»; un universo
finzionale coestensivo allo «spazio retorico». 47 Si tratta ancora di un
“soggetto”, di un essere razionale, ma spogliato della sua dimensione di
realtà, insomma di un’istanza che s’integra nel dispositivo regolato dal
solo principio d’immanenza. Questa terza operazione, e quella che se-
gue, possono essere considerate elementari rispetto alle precedenti. En-
trambe mettono in scena un tipo d’istanza che chiamerò, per distinguer-
la, “non-soggetto”, e richiedono solo la predicazione:

(1) , l’asserzione, prima operazione: πρ ς (σ!ν), ossia il segno del-


l’enunciato (σ!ν) dipendente dall’istanza enunciativa (πρ ς);
(2) , l’assunzione, seconda operazione: πολαµβνειν. Presuppone
l’asserzione;
(3)  (σ!ν), la predicazione πχειν : tanto il discorso logico quanto
quello finzionale escludono la referenza all’istanza enunciativa (πρ ς).
(4)  (σ!ν), la predicazione λγειν. È il supporto del discorso fatico,
del «parlare per parlare», come lo chiamava Aristotele.
Negli ultimi due casi, il simbolo  marca l’assenza di ogni rapporto
con il principio di realtà. È in questo vuoto che si situano il soggetto del-
l’immanenza (3) e quel tipo di “non-soggetto” che definirei “funziona-
le” (4).

Molte critiche formulate dai linguisti nel corso degli anni Sessanta mo-
strano tuttavia un certo imbarazzo. Per cominciare, va notata la loro re-
46
La comunione fàtica non può essere separata dall’empatia. Si tratta infatti di «un tipo
di discorso nel quale i rapporti di unione sono creati da un semplice scambio di parole»,
scrive Malinowski. Vedi Benveniste 1974, trad. it., p. 87. Fedele all’orientamento sociolo-
gico della Scuola di Praga, Jakobson opera un cambiamento di piano traducendo «comu-
nione fàtica» con «funzione fàtica». Cfr. Jakobson “Linguistica e poetica” [1960], in Ja-
kobson 1963, trad. it., p. 188.
47
Cassin e Narcy, op. cit., pp. 49, 59.

22
Linguaggio e fenomenologia

ticenza rispetto alle affermazioni di Aristotele e di Port-Royal. È un fat-


to che può, a buon diritto, sorprendere. A parte Benveniste, gli altri tra-
scurano in generale la prima operazione, si limitano all’assunzione e in-
troducono dei gradienti; come se il locutore, nel suo atto di discorso,
potesse essere “più o meno” soggetto. «Il soggetto dell’enunciazione»
(dove “enunciazione” è assimilabile a “parola”), o il soggetto parlante,
«aderisce» più o meno a quel che dice, nota a questo proposito J. Du-
bois in un saggio fondamentale: «egli assume più o meno il contenuto
del suo enunciato». 48 Il ricorso a una graduazione nell’assunzione, nel-
l’adesione o nel «controllo» indica quanto sia fragile lo statuto del sog-
getto (o del “partecipante” al processo). Che ne è dell’istanza «dotata di
un certo controllo sul processo»? Se si legge C. Hagège, si scopre che
una lingua amerinda come il comox, parlata nella Colombia britannica,
può, con l’uso dello stesso radicale verbale, utilizzare dei suffissi per mar-
care la responsabilità dell’agente, mentre altre lingue, come il francese e
l’italiano, fanno ricorso al lessico. «Secondo il grado dell’intenzione di
uccidere», ad esempio, l’atto commesso è, come minimo, un omicidio
involontario e, al più alto livello della scala di valutazione, un assassinio.
In comox, la differenza è codificata morfologicamente. Perciò, che si
tratti di gradi di assunzione, di adesione, di controllo o di volontà, biso-
gna far riferimento a degli «stati di coscienza», scrive Hagège. 49 Il lin-
guista, anche se ricorre al principio d’immanenza, e dunque all’idea che
la lingua (e non il linguaggio) sia un oggetto astratto in cui contano sola-
mente le relazioni tra i termini, fa appello allo stato di coscienza. Il sog-
getto è comunque in causa. Ricordiamoci che per Saussure anche un’al-
ternanza vocalica come Nacht/Nächte (singolare-plurale di “notte”, in
tedesco), ad esempio, implica dei «gradi di coscienza» in un «soggetto
parlante» capace di distinguere e d’interpretare delle marche differen-
ziali: «C’è una significanza legata a questa differenza». 50 Questo punto
di vista mi sembra largamente condiviso dai linguisti. Alcuni arrivano a
parlare – ma si rendono conto del pleonasmo? – di «soggetto di coscien-
za», mentre altri, che non temono il paradosso, parlano di «soggetto del-
l’inconscio».
Gli scopi del presente lavoro si stanno chiarendo. Se ammettiamo, se-
guendo Merleau-Ponty [1942 (1992, p. 177)], che «la coscienza è una
fonte di giudizi», gioverà, elaborando una teoria del linguaggio, ammet-
tere come “soggetto” la sola istanza giudicante. Sarà invece “non-sog-
getto” l’istanza produttrice di un discorso nel quale il giudizio non inter-
viene: ad esempio, l’istanza pre-giudicante del fenomenologo. Ma può
48
Dubois 1969, pp. 103-106.
49
Cfr. Hagège 1982, pp. 46-50; Hagège 1985a, pp. 214, 244; Hagège 1985b, p. 304.
50
Godel 1957, pp. 211, 233.

23
Le istanze enuncianti

anche trattarsi di un’istanza non necessariamente prossima al soggetto,


qualcuno o qualcosa senz’altra identità se non quella conferita dal suo
ruolo sociale: un “quasi-soggetto”, un’«istanza-frontiera», secondo la fe-
lice espressione di S. Dambrine (2001), caratterizzata da un indeboli-
mento reversibile del giudizio. Tale istanza intermedia rende conto di
quello che le osservazioni sui “gradi” di coscienza tentano di dirci. Ec-
co una tipologia elementare a tre livelli:

1. Presenza del giudizio: soggetto


2. Quasi-presenza del giudizio: quasi-soggetto
3. Assenza di giudizio: non-soggetto

I linguisti non sono molto inclini a disfarsi della categoria onnipresente


del “soggetto”, anche quando nella pratica arrivano a scartarlo (senza
farne la necessaria disamina) o a restringerne l’uso alla morfo-sintassi, co-
me per la coppia soggetto-predicato. Quest’ultima presa di posizione è
troppo riduttiva per chi vuole abbracciare il punto di vista, necessaria-
mente inglobante, di una fenomenologia del linguaggio. Si ricordi la
formula di Pos: «il soggetto linguistico enuncia la sua realtà vissuta». È
chiaro che «linguistico» non si riferisce alla lingua ma al linguaggio che
la fonda, e alla sua messa in forma, il discorso. Siamo giunti alle istanze
enuncianti.
Due criteri tra loro collegati servono a definire il soggetto in quanto
fonte unica del discorso. Leggendo i testi di Merleau-Ponty, ci si può in-
terrogare sul ruolo della coppia asserzione-assunzione (in generale, del-
la “coscienza”) e sul posto accordato al corpo in tutto il processo di si-
gnificazione. Merleau-Ponty – che ci ha fatto conoscere l’articolo di Pos,
“Phénoménologie et Linguistique” (1951), prima di Jakobson – nel 1946,
in una relazione sul primato della percezione, associa il corpo al sogget-
to. Una sintesi percettiva, osserva, non è una sintesi intellettiva. Non
mette in campo – direi – l’istanza giudicante. Forse il soggetto assume
«un punto di vista». Ma «questo soggetto è il mio corpo in quanto cam-
po percettivo e pragmatico, dal momento che i miei gesti hanno una
certa portata e circoscrivono come mia spettanza l’insieme degli oggetti
a me familiari». 51 Si tratta proprio della funzione anaforica dell’assun-
zione, ma Merleau-Ponty dota il corpo, un “corpo-soggetto”, il Subjek-
leib di Husserl, di un’attività di giudizio che, fino ad allora, spettava al
“soggetto” propriamente detto. Ora, il predicato d’assunzione coincide
col processo di riconoscimento dell’identità. Ego, la persona che dice
“io”, si riconosce nell’enunciato e negli atti che l’enunciato descrive. È
51
Merleau-Ponty 1946, trad. it., p. 25; e Merleau-Ponty 1951, trad. it., p. 118; Jakobson
1973, p. 13.

24
Linguaggio e fenomenologia

proprio attraverso questa strategia discorsiva che si costituisce come


“soggetto”. Merleau-Ponty nota che il corpo investe e si appropria del-
lo spazio e degli oggetti che lo occupano. Mi sembra che non ci sia al-
cun vantaggio ad appiattire la seconda fase, quella dell’assunzione, sul-
la prima, dell’esplorazione del mondo, o – in altri termini – il modo di
esistenza del soggetto su quello del non-soggetto. L’istanza giudicante
elabora le informazioni che l’istanza corporea gli fornisce. Il corpo (que-
sta forma di non-soggetto) ha la propria attività significante: rivela il suo
statuto d’istanza percependo, parlando, operando, tracciando abbozzi
di sapere ecc. Il suo privilegio, e anche la sua funzione, è di enunciare
per primo il suo rapporto con il mondo.
Torniamo ora alla coppia asserzione-assunzione, per individuare delle
occorrenze che mettano in luce il ruolo specifico dell’asserzione. Ope-
razione fondamentale rispetto all’assunzione, la quale, invece, è anafo-
rica. Con l’asserzione mi enuncio in quanto “io”, dice Benveniste. È que-
sto l’atto di discorso proprio del soggetto, preliminare alla trasmissione
di ciò che intende far conoscere. Per riprendere la tesi di un altro mem-
bro della scuola di Praga, A. Martinet, «mi affermo ai miei occhi e a quel-
li degli altri senza avere realmente il desiderio di comunicare qualco-
sa». 52 «Affermarsi» – è il verbo utilizzato da Port-Royal – equivale a
«enunciarsi». I linguisti ritrovano qui la critica della nozione di “co-
scienza” condotta da Merleau-Ponty. Si tratta di un’“intenzionalità non
oggettivante”, di un’“intenzionalità senza atti”, insomma di una pura as-
serzione. Il che «porta a rigettare la nozione di soggetto», dice Merleau-
Ponty, «o a definire il soggetto come un campo, come un sistema gerar-
chizzato di strutture aperte da un c’è inaugurale». «Inaugurale» è il ter-
mine giusto. Se ne deduce la necessità, aggiunge Merleau-Ponty (1964a),
di una «riforma della “coscienza”».
Forse l’ipotesi dell’articolazione in tre istanze enuncianti – soggetto,
quasi-soggetto, non-soggetto – può andare incontro a questa esigenza.
Essa permette anche di sottolineare come siano differenti i punti di vi-
sta di una descrizione oggettivante e di una ricerca che tenti di stabilire
(o di ristabilire) il legame tra l’universo sensibile e l’universo razionale,
tra physis e logos. Ricordiamoci che le analisi condotte secondo la pro-
spettiva strutturale classica escludevano il ricorso alle istanze enuncian-
ti. Impiegare la nozione di enunciazione significherebbe infatti tradire il
principio d’immanenza. “Enunciarsi” ed “enunciare” sarebbero dunque
predicati da mettere al bando. Il soggetto e il quasi-soggetto, così come
li intendiamo nella fenomenologia del linguaggio, andrebbero esclusi.
Stesso destino per il non-soggetto, a loro complementare: nella prospet-

52
Cfr. Martinet 1961, trad. it., p. 17.

25
Le istanze enuncianti

tiva immanentista, il corpo non “enuncia”, non può enunciare. Infatti,


la coppia generica “enunciarsi/enunciare”, è utile solo se l’analisi viene
condotta conformemente al principio di realtà:

“enunciarsi” – istanza giudicante (soggetto/quasi-soggetto)


“enunciare” – istanza corporea (non-soggetto).

3. Il “si pensa” dell’immanenza e i due livelli del principio di realtà

L’istanza a quo presupposta dall’immanenza ha i suoi propri indicatori:


l’“egli” o meglio il “si”. Non il “si” di G. Groddeck – autore, nel 1923,
di Das Buch vom Es (Il libro del “si”), al quale fa riferimento Freud –
ma quello di Ch. S. Peirce. Si pensa – dice Peirce, con un sintagma che
denota un’attività di pensiero unificata, governata da un “meta-sogget-
to” – mentre l’attività del linguaggio («attività significante per eccellen-
za») va ricondotta a una o a più istanze enuncianti. 53 Così l’attività del
pensiero rinvia a una filosofia del linguaggio (a una fenomenologia lin-
guistica, diceva Austin) e l’attività del linguaggio (o, più precisamente,
l’attività delle istanze enuncianti) a una fenomenologia del linguaggio.
Non saremo sorpresi nel constatare che i linguisti degli anni Sessanta,
almeno quelli interessati a un’epistemologia delle scienze umane – a una
«filosofia della linguistica», secondo l’espressione di Saussure – abbia-
no privilegiato la prima opzione. 54 Il maggior esponente è stato senza
dubbio L. Hjelmslev. Sulla base del postulato di Saussure «la lingua è
una forma e non una sostanza», Hjelmslev stabilisce il legame tra la lin-
guistica strutturale, la sua, una «linguistica immanente», e le tesi del
Circolo di Vienna. Una forma si auto-organizza in struttura, si potrebbe
dire. O anche, seguendo il postulato di Hjelmslev, «esiste un principio
universale di organizzazione» che, messo all’opera, genera degli enun-
ciati di relazione. Questo principio è proprio l’istanza a quo di cui ha bi-
sogno l’analisi concettuale. Esiste un principio universale di organizza-
zione, tale per cui per ogni x (un enunciato) si dimostra f:

 (x) f (x)

Hjelmslev, per il quale la teoria del linguaggio «si propone di costituire


[un’]algebra immanente delle lingue», sottolinea con soddisfazione i

53
Benveniste, “La forma e il significato nel linguaggio” [1966-1967], in Benveniste 1974,
trad. it., p. 249: «Si può essere certi che il linguaggio sia l’attività significante per eccellen-
za, l’immagine stessa di ciò che può essere la significazione».
54
Cfr. Bouquet 1997, p. 81.

26
Linguaggio e fenomenologia

punti d’accordo con Carnap. Approva in pieno, ad esempio, la definizio-


ne di «struttura» come «un fatto puramente formale e puramente rela-
zionale». «Per Carnap, tutti gli enunciati scientifici devono essere enun-
ciati strutturali, nel senso vero del termine. E un enunciato scientifico de-
ve sempre essere un enunciato di relazione, senza che ciò implichi una
conoscenza o una descrizione dei relata». Sempre considerando garan-
te di scientificità il libro di Carnap dal titolo audace Der logische Aufbau
der Welt (La struttura logica del mondo), pubblicato nel 1928, Hjelms-
lev conclude: «l’opinione di Carnap che un enunciato scientifico debba
sempre essere un enunciato di relazioni conferma appieno i risultati ot-
tenuti in questi ultimi anni nella linguistica propriamente detta», quel-
la che egli teorizza e chiama «glossematica». 55
In questa prospettiva, il linguaggio non è accessibile se non prende la
forma di una struttura concettuale. È la tesi sostenuta da A.-J. Greimas
– forse il miglior rappresentante del pensiero hjelmsleviano tra i soste-
nitori dello strutturalismo francese – nella “Prefazione” al Linguaggio di
Hjelmslev (Sproget). Hjelmslev non solo porta a termine un percorso –
la sua teoria del linguaggio «sussume le precedenti acquisizioni della
linguistica» – ma fonda anche «un’epistemologia delle scienze umane,
rivolta, attraverso il linguaggio, a tutte le manifestazioni dell’uomo».
L’universo concettuale (il λ γος) è separato dall’universo sensibile (la
φ!σις). «Ogni linguaggio [...] è riducibile a una struttura, fatta di rela-
zioni, che non ha più bisogno del suo supporto materiale». È immanen-
te al suo oggetto d’analisi e «si giustifica solo attraverso la maniera d’es-
sere e di funzionare» del suo oggetto. Questo lavoro teorico e descritti-
vo, «tale concezione della forma», permette al modello linguistico di ga-
rantire alla ricerca scientifica il livello di rigore ritenuto necessario: «for-
se per la prima volta, il termine “scientifico”, attribuito al campo delle
scienze umane, perde il suo uso metaforico». 56
Per riprendere il criterio di Frege – la presenza o assenza del tratto di
giudizio (Urteilsstrich) – ci troviamo di fronte a un universo di linguag-
gio senza “discorso”, a dei contenuti concettuali non asseriti. Si perde il
legame con quell’istanza, la persona, che per costituirsi ha bisogno di
essere, secondo la felice espressione di Hagège (1985a, p. 8), un uomo
di parole, homo loquens. Abbiamo perduto appunto la “parola”: «Wirm
verloren die Sprache», scrive Wittgenstein facendo eco all’insegnamen-
to del celebre fisico e filosofo della fine del xix secolo, E. Mach, secon-
do cui l’“Io” è condannato. «Das Ich ist unrettbar, bewies uns Mach»,
si legge nelle Lezioni di Wittgenstein. Dell’affermazione «l’Io è insalva-
bile (unrettbar)» Mach ci ha fornito la prova: beweisen, un termine for-
55
Cfr. Hjelmslev 1959, trad. it., pp. 200, 208-209; Hjelmslev 1943, trad. it., pp. 88, 91-92.
56
Greimas 1963, pp. 10-12, 15.

27
Le istanze enuncianti

te. 57 Come avevamo già notato, lo stesso Mach fa riferimento alle rifles-
sioni filosofiche di un altro fisico, G. Ch. Lichtenberg, che un secolo
prima scrive: «Si dovrebbe poter dire [si] “pensa” come si dice della lu-
ce “brilla”». In questo modo prende forma una specie di consenso (dal-
l’Illuminismo?) tra scienziati e filosofi, tra Lichtenberg, Mach, Peirce
(suo contemporaneo) e poi, più tardi, Wittgenstein ecc., per fermarci al
periodo precedente all’ultima guerra.
Resta aperta la questione formulata negli anni Trenta: «Come ritorna-
re dall’oggettivazione all’esistente, all’esistenza?». 58 È un problema co-
stante. Lo riprende Merleau-Ponty in un saggio dedicato all’antropolo-
gia sociale, “Da Mauss à Claude Lévi-Strauss”. 59

Le sorprendenti operazioni logiche che la struttura formale delle società atte-


sta devono pur essere compiute, in un modo o nell’altro, dalle popolazioni che
vivono quei sistemi di parentela. [...] Il riscontro dell’analisi oggettiva nel vis-
suto è forse il compito più specifico dell’antropologia.

La riflessione di Merleau-Ponty si pone tuttavia sulla stessa linea di


quella di Lévi-Strauss: Mauss legava l’obiettività alla soggettività, ossia
all’esperienziale o, in fin dei conti, al corpo. Allora, la verità non dipen-
de dalla parola o dalla convenzione, ma dalla persona: «Veritieri non so-
no la preghiera o il diritto, ma il malinesiano di tale o tal’altra isola, di
Roma o di Atene». E Lévi-Strauss aggiunge: il tutto ha valore soltanto
nella singolarità; il «fatto totale» invocato da Mauss deve «incarnarsi in
un’esperienza individuale». 60
Al processo oggettivante si somma così un processo esperienziale
(l’“esperienziale” include l’istanza corporea, il non-soggetto) e sogget-
tivante (il “soggettivante” prende in conto solo l’istanza giudicante, il
soggetto). Non era forse Lévi-Strauss a notare, nel 1972, che «il model-
lo dell’analisi strutturale [era] già nel corpo» e che il corpo stesso, seb-
bene «oscuramente», «enuncia[va] delle verità più profonde» di quel-
le assunte dalla «coscienza», ossia dall’istanza giudicante? 61 Se il campo
dell’oggettività si “raccorda” con quello dell’esperienza (e della sogget-
tività), si ha il diritto d’immaginare il movimento inverso, quindi un dop-
pio movimento del processo, dall’oggettivato verso l’esperienziale (o il
soggettivato) e viceversa. Movimenti di “discesa”, da un lato, e di “sali-
57
L. Wittgenstein, Lezioni del 1930-1932, citato da Chauviré 1989, pp. 98, 254; Mach
[1885] citato da Le Rider 1998, pp. 307, 315.
58
Berdiaeff 1936, p. 65.
59
Cfr. Merleau-Ponty 1960, trad. it., p. 160.
60
C. Lévi-Strauss, “Introduzione all’opera di Mauss”, in Mauss 1950, trad. it, p. xxvii.
61
Lévi-Strauss, “Strutturalismo ed ecologia” [1972], in Lévi-Strauss 1983, trad. it., p.
144.

28
Linguaggio e fenomenologia

ta”, dall’altro, che sono complementari. La metafora spaziale è comu-


ne, e proporrò solamente due esempi.
Nel fondamentale contributo del 1951, Merleau-Ponty espone la tesi
di Husserl secondo cui «la parola realizza la “spazializzazione” e la
“temporalizzazione” di un senso ideale che, “secondo il suo senso d’es-
sere”, non è né spaziale né temporale». Commenta poi l’osservazione
sui due movimenti complementari, e avanza questa ipotesi: «con un pri-
mo movimento, l’esistenza ideale discende nella spazialità e nella tempo-
ralità; con un movimento inverso, l’atto di parola fonda qui e ora l’idea-
lità del vero». 62 Senza allontanarmi dalla fenomenologia del linguag-
gio, citerò, in aggiunta, quest’affermazione di Ricœur (1975, trad. it., p.
361), che dichiara, con Heidegger: «la poesia [...] risale la china che il
linguaggio scende quando la metafora morta si deposita nell’erbario».
Accogliendo l’idea di Benveniste che un’esperienza data non è «de-
scritta», l’analisi del discorso permetterà d’illustrare il passaggio da un
piano all’altro. A essere in causa è lo statuto della descrizione, che sta là,
«inerente alla forma che la trasmette». 63 Si dirà – per esempio – che
“l’esperienza umana” del tempo informa in sincronia il sistema tempo-
rale di una lingua; allo stesso modo, quella del dialogo informa la ripar-
tizione delle marche della soggettività e dell’intersoggettività. Che ac-
compagni o meno la datazione di un avvenimento, l’uso, in francese mo-
derno, dell’aoristo o del perfetto (riprendendo la terminologia di Ben-
veniste, noi diremmo del passato remoto o del passato prossimo), come
anche la scelta di un indicatore di persona, sono alcune delle tracce for-
mali, ossia linguistiche, delle esperienze fondamentali. Quando H. Ci-
xous (1997, p. 68) scrive:

Io non sono colei che perse mio padre nel 1948

dovrebbe essere chiaro ad ogni lettore che si trova di fronte a un’inter-


sezione tra il piano dell’oggettività

Io non sono colei che perse suo padre nel 1948

e quello della soggettività (non dell’esperienziale, che implicherebbe la


partecipazione dell’istanza corporea):

Ho perso mio padre nel 1948.

62
Merleau-Ponty 1951, trad. it., p. 131.
63
E. Benveniste, “Il linguaggio e l’esperienza umana” [1965], in Benveniste 1974, trad.
it., p. 84.

29
Le istanze enuncianti

Rispetto al passaggio da un sistema temporale all’altro, Benveniste af-


fermava: «è una caratteristica del linguaggio permettere questi transfert
istantanei». 64 È un’osservazione valida anche per il gioco degli indica-
tori. Il processo soggettivante evidenzia, nel discorso, la presa sull’espe-
rienza dell’evento, in questo caso la perdita del padre. Tale evento (Er-
eignis) è la «cosa stessa» che l’istanza giudicante è chiamata a pensare,
ossia «la co-appartenenza dell’uomo e dell’essere», direbbe Heidegger
(1943), la cosa stessa che rinvia alla physis e il pensiero della cosa che ap-
partiene al logos.

Ma oggi chi si ricorda più, non è più lo stesso, non è lei, non è lui, non erano
né lui né lei oggi non sono quella che perse mio padre nel 1948, è da quaran-
tacinque anni che ci siamo allontanati gli uni dagli altri il 12 febbraio 1948 e
da allora raccontiamo il seguito.

La fenomenologia del linguaggio invita a riflettere sulle marche formali


sia del processo soggettivante sia del processo esperienziale. Allora, è le-
cito formulare questo secondo interrogativo: quali sono le tracce del-
l’esperienza sensibile inscritte nel discorso? La fenomenologia del lin-
guaggio sviluppata da Pos, Merleau-Ponty, Benveniste, e anche la semio-
tica delle istanze, cercano una risposta. La semiotica delle istanze, ad
esempio, ricorda che la rigida osservanza del principio d’immanenza por-
ta a invalidare tale questione. Per l’immanentista, infatti, c’è una fron-
tiera invalicabile tra l’universo sensibile e l’universo intelligibile, ma non
è possibile negare l’esistenza del primo. La sua posizione consiste allora
nel ridurlo alla misura del letto di Procuste che si è costruito. L’universo
sensibile e l’esperienza che se ne può avere diventano, una volta sotto-
posti alla «pertinenza dello sguardo» dell’analista, una «forma cogniti-
va», razionale, «il luogo omogeneo delle nostre esplorazioni». 65
Il linguista fenomenologo non si accontenta neanche di un approccio
sistemico che combini “forme dinamiche in trasformazione”, che si pre-
sentino come una «risalita» verso l’«idealità del senso». Ci viene detto
che il linguaggio, ridotto in definitiva al “simbolico”, non è altro che la
risultante ultima del gioco tra due strutture soggiacenti auto-organizza-
te (l’una – la più profonda – fisica, l’altra morfologica), due «strati del-
l’essere» che apparterrebbero alla stessa ontologia regionale. 66 Dal pun-
to di vista fenomenologico, che io sostengo, lo statuto del linguaggio è
64
E. Benveniste, “Le relazioni di tempo nel verbo francese” [1959], in Benveniste
1966, trad. it., p. 288.
65
Cfr. Greimas e Fontanille 1991, trad. it., p. 324. È la posizione dello strutturalismo
formalista. Ma, come nota Petitot (1985b: 300), l’integrazione forzata della dimensione co-
gnitiva è piuttosto l’indizio di una «carenza della teoria».
66
Petitot 1992, p. 319; Petitot 2004, p. 14.

30
Linguaggio e fenomenologia

tutt’altra cosa. Un linguista fenomenologo come Pos si preoccupa, in


primo luogo, del processo detto “originario”, dell’attività del linguaggio
implicato nel “c’è” del mondo, del dire e non del detto, dell’enunciazio-
ne, insomma, e non delle strutture. Tentando di esplicitare questo per-
corso, la semiotica delle istanze si concentra sul “c’è” del mondo, regi-
strato dall’istanza corporea (istanza a quo) prima che i predicati del sen-
sibile lo traducano e ne rendano testimonianza. Per questa semiotica,
“l’idealità del senso” non è il compimento di una “risalita”, ma un pro-
cesso oggettivante secondario, una proiezione dovuta a un’istanza giu-
dicante.
Torniamo nuovamente alla tesi discussa da Aristotele nell’Organon, e
poi ripresa e sviluppata da Benveniste (vedi sopra, p. 17): «c’è» qualco-
sa, un «questo è ora!». Affermazione che a lungo è stata data per scon-
tata: il linguaggio, per sua natura, non avrebbe accesso al “c’è” del mon-
do, perché il mondo è assimilato al “referente” della logica tradiziona-
le. La divisione è sempre stata chiara: da un lato il linguistico, dall’altro
l’extra-linguistico. Se anche il mondo potesse entrare nel linguaggio, ciò
avverrebbe indirettamente, sotto forma di un oggetto di pensiero. 67
Ora, la semiotica delle istanze considera infondata la differenza tra il
linguistico e l’extra-linguistico, e respinge il privilegio accordato alla di-
mensione cognitiva. Linguaggio e mondo sono legati da un doppio pro-
cesso di “salita” e di “discesa”. In altre parole, il mondo naturale (phy-
sis) prima, e il mondo cognitivo e sociale (logos) poi, lasciano nel lin-
guaggio delle tracce che l’analista è chiamato a leggere.
L’esperienza percettiva è «come un terreno primigenio e irrinunciabi-
le». 68 Tocca proprio all’istanza corporea, un non-soggetto, instaurare
questo tipo di esperienza. È suo compito stabilire e poi mantenere il con-
tatto con il mondo, «un mondo fatto di forme, colori, testure, sapori e
odori...». 69 Posto in questi termini, l’esercizio della funzione corporea
obbedisce a costrizioni spazio-temporali precise, come la prossimità e
l’immediatezza, nel campo del presente. «Si gratta la notte con le ci-
glia», scrive Cixous, 70 che condivide il parere di P. Klee, per cui bisogna
che l’occhio “bruchi” la superficie del quadro e l’assorba mano a mano.
“Grattare”, “brucare” sono predicati che implicano la prossimità. Se-
gnalano operazioni del corpo che precedono l’emergenza del senso. Al-
l’analista il compito di distinguere con minuzia le operazioni intellettive
67
«La referenza non è condotta su un oggetto reale ma su un oggetto del pensiero», ci
dice il Larousse (1973, p. 414). La semiotica delle istanze pone il problema in termini di-
versi: il corpo (il corpo proprio, istanza di base) sta alla «cosa stessa» come lo spirito
(istanza giudicante) sta all’«oggetto del pensiero».
68
Cfr. Merleau-Ponty 1946, trad. it., p. 73.
69
Lévi-Strauss 1983, trad. it., p. 145.
70
Cfr. Calle-Gruber e Cixous 1994, p. 63.

31
Le istanze enuncianti

che le mettono in forma. Nell’ordine, materia e forma, per la precisione.


Si tratta di una lezione classica: λη κα µορφ, diceva Platone. La pros-
simità è una posizione naturale e necessaria per chi vuole «trattenere la
linea fuggevole e tanto vicina delle cose». È il punto di vista dei pittori:
di Cézanne, secondo J. Gasquet [(1921) 2002, p. 99], e poi di Bonnard,
secondo L. Janvier (1998, pp. 19-21, 65):
L’oro di mezzogiorno incipria lo sguardo, è convoglio di fiori, braciere di fie-
no, polvere bionda. Tutti i gialli sono lì in mandria, uno sprazzo di rosso qua
e là, a scopo di grido o di scampanìo, pronti per un inizio nella luce, vicinis-
simi all’occhio, lì, al cospetto di una presenza, ai bordi del viaggio immobile,
ai bordi della stagione.

La topologia fenomenica che il pittore fa valere è esemplare. Raffigura


la topologia dell’istanza enunciante inscritta nel suo campo di realtà.
Enunciandosi, l’istanza ci informa infatti di ciò che è per lei il mondo
che la circonda. Fa l’esperienza di uno spazio fenomenologico che sfug-
ge a ogni misurazione. Le cose si ordinano in funzione della distanza va-
riabile, mutevole, che le separa dal mio corpo: qui, là, più vicino, più
lontano, eccetera. 71 Le cose sono «ai bordi di...», «al cospetto», «vici-
nissimo». Janvier dice, più avanti: «si deve toccare con l’occhio» o, in
altre parole, il mio corpo, istanza “originaria”, il corpo proprio, il non-
soggetto, «tocca con lo sguardo» gli oggetti del mondo disposti attorno
a lui. Li seleziona per comporre il suo spazio, il mio spazio. Quando di-
co: io sono qui e non laggiù, è prima di tutto il mio corpo (Leib) a esse-
re in questione. Questa posizione è quella dell’«autore», dell’istanza di
origine. Il corpo sofferente di Lol V. Stein, che M. Duras mette in scena
nel Rapimento, è il luogo di una «sofferenza senza soggetto»:
Lo ha portato a passeggio per la città. Ma non basta più. Si domanda ancora
dove dovrebbe stare il suo stesso corpo, dove metterlo esattamente, perché
smetta di lamentarsi. – Sono meno lontana di prima dal saperlo. Ho perso
tanto tempo a situarlo altrove, invece che là dove avrebbe dovuto essere. Ora
credo che sto per arrivare dove sarebbe felice. 72

Come riunire ciò che è stato separato? Come fare perché l’istanza cor-
porea, denotata linguisticamente dall’“egli”, indicatore di distanza, tro-
vi il giusto posto, la smetta di soffrire, di «gridare senza tregua», con-
cluda il suo «spostamento meccanico»? La soluzione, per Lol, è in que-
sto caso tentare di stabilire la giunzione dell’“egli” con l’“io” e, così fa-
71
Sulla «buona distanza», cfr. Coquet 1984, p. 76 e Coquet 1997, p. 201. Come si è ca-
pito, è sull’attività del linguaggio, campo della linguistica, che possono fondarsi gli «atti
di linguaggio» inventariati dalla filosofia del linguaggio e dalla pragmatica.
72
Cfr. Duras 1964, trad. it., pp. 8, 15-18, 142-143.

32
Linguaggio e fenomenologia

cendo, manifestare la sua presenza al mondo, l’“essere là”. Le si diceva,


quando era piccola – nota Lacan (1979, pp. 133, 136) – che lei non era
mai davvero “là”. Infatti, a scuola, come ricorda una sua amica d’infan-
zia, «mancava già qualche cosa a Lol per essere, dice lei, “là”. Questa
giunzione risolverebbe tutto. Osserviamo, in primis, la correlazione for-
male tra l’“io” e l’“egli”, e il difficile ed esitante processo di avvicina-
mento che dovrebbe metter fine alla separazione tra l’agente, l’“io” (sin-
tatticamente, il “soggetto”) e il corpo, l’“egli” (sintatticamente, l’“ogget-
to”), il mondo per metonimia:
J’ai été longtemps à le mettre ailleurs que là où il aurait dû être. Maintenant
je crois que je me rapproche de là où il serait heureux.

In questo scenario, pur trovandoci nel registro della verità, poiché – ag-
giunge Lacan – stando a quel che ci viene riferito, bisogna prendere que-
sta storia“per una storia vera”, l’istanza giudicante non può essere assi-
milata istantaneamente a un soggetto, a un operatore di asserzione che
sia al di sopra dell’evento che controlla e commenta. Ci troviamo di fron-
te a quella che Husserl chiama – nella Seconda Meditazione – una «qua-
si esperienza» («eine Erfahrung als ob»), un modo di essere e di fare
proprio del quasi-soggetto, partecipe dell’esperienza che conduce o cre-
de di condurre.
Gli universi passionali conoscono situazioni analoghe, in cui la sepa-
razione, figura spaziale della mancanza da colmare, lascia progressiva-
mente posto al contatto e poi alla riunificazione. Penso ad alcuni passi
di un’opera di H. Cixous (1995, pp. 217-218). Anche qui è in gioco un
quasi-soggetto, un “io” che tenta di mettere fine a una «lontananza sen-
za accesso», di stabilire una giunzione con un “egli” il cui territorio è
«in alcuni punti senza speranza, a due metri dallo stesso tavolo, almeno
in apparenza» («qui comincia il mondo che vive davanti a lei, che scor-
re proprio vicino a lei, che scorre con lei»):

Eravamo seduti a un tavolo rotondo, ma dagli innumerevoli angoli, partecipa-


vamo a una riunione, lui era di fronte a me. Era un lui, non un tu. A poco a
poco quel giorno si faceva un problema per me. Durante la riunione io pen-
savo tu, volevo dire che ti amavo, te lo dicevo, ma come potevo dirtelo, di
fronte a me tu eri un lui, ecco perché è stato così difficile, tu eri un lui, e io mi
ingannavo, era possibile tradurci, e io non lo facevo, non avevo colto il mo-
mento. Di fronte a me c’era lui.

La lettura del testo ci guida: il tavolo è rotondo nello spazio continuo


(fenomenologico) dell’“io-tu”, ma presenta «innumerevoli angoli» nel-
lo spazio discontinuo (euclideo) dell’“egli/lui”. Risuonano nella mente
le prime pagine di Combray. Ricordiamole: il bambino è in camera sua,

33
Le istanze enuncianti

lontano dalla madre. Lei cena in sala da pranzo. L’ora inesorabile, l’ora
di andare a dormire, è arrivata. I gradini della scala che ha dovuto sali-
re l’uno dopo l’altro, controvoglia, rappresentano perfettamente il fram-
mentato spazio euclideo, il discontinuo, spazio della separazione. Con
lo stratagemma della lettera che redige, e che chiede alla servitù di tra-
smettere, spera di metter fine alla crudele disgiunzione. Il «piccolo mes-
saggio» è chiamato a giocare il ruolo dell’istanza corporea. Entrando «in-
visibile e raggiante nella stanza dove c’è anche lei», ristabilisce il contat-
to perduto: andrà «a parlarle all’orecchio». La distanza è stata percorsa,
e la vicinanza ristabilita. Nello spazio topologico (continuo), i corpi si
toccano di nuovo, legati da «un filo delizioso»:

Ora non ero più diviso da lei; le barriere erano cadute, un filo delizioso ci con-
giungeva.

È proprio grazie a questo filo che si apre il territorio edenico che inglo-
ba il “lei” e l’“io”, lo spazio felice del “noi”. La lettera ha dunque lo
stesso effetto del filo della bobina con cui giocava il nipotino di Freud:
riportare accanto a sé la madre. Quando la bobina è vicino a lui, il wie-
derkommen è marcato da un “gioioso da, da un “ecco!”: lei sta tornan-
do! 73 Il bambino ha risolto il problema. La madre è nelle sue mani, a
portata di mano: vorhanden, dice il fenomenologo. 74 Ma per le altre
istanze, quella del Rapimento, di Combray o di Beethoven à jamais, ciò
che conta è vederci giusto, situare il corpo “là dove” dev’essere, tocca-
re l’orecchio dell’altro perché si raggiunga l’accordo carnale, musicale,
tanto desiderato (la lettera, infatti, non ha alcun contenuto), perché s’in-
tenda ciò che il corpo “pensa”. Pensa “in altro modo”, forse, ma da non-
soggetto “pensa” e va “molto più lontano” dell’“anima”, istanza giudi-
cante.
Ancora una volta, la physis ha scavalcato il logos:

Scrivevo anima mia, non dicevo nulla, dicevo soltanto tu, dicevo soltanto ta-
mo, non potevo fare altrimenti, sei tu che mi dai il volere, tamo io non te lo
dico, io non ho niente da dirti – Niente da comunicarti, tamo è la parola, te la
offro, io non ti offro niente, è il grido, in verità bastava che glielo dicessi, a ri-
fletterci la passione è questo, se ci si riflette, bastava solamente che io gli des-
si questa parola cioè che lui la ricevesse, l’essenziale era che lui la ottenesse e,
ricevendola, che me la accordasse e si accordasse alla mia nota. 75

73
Freud 1920, trad. it., pp. 200-201.
74
Il «carattere di presenza», dice Husserl («charakter “da”, “vorhanden”»). Vedi Das-
tur 2002, p. 91.
75
Cixous, op.cit. , pp. 86 e p. 219.

34
Linguaggio e fenomenologia

L’istanza corporea, il non soggetto, pensa e parla, anche. A dire il vero,


in queste circostanze, il corpo urla. Grida “tamo”. La parola è scono-
sciuta al lessico. È come un nome proprio: «questo tamo è il suo nome,
volevo gettarlo». Un nome e un oggetto destinati all’altro. Anche Ome-
ro attribuiva agli dèi un linguaggio specifico, di cui ci offre alcuni termi-
ni. Hermès regala a Ulisse un talismano, il succo contenuto nella pianta
che gli dèi chiamano µ λυ – «erba della vita», traduce Bérard (τ δε
φρµακον σθλ ν) – che gli permetterà di unirsi a Circe e di rispondere
al suo invito: diventare amanti. Compiere l’impossibile è appunto un
prodigio riservato solo alla “natura divina”, alla physis, questo terzo im-
manente, «la forza che abita le cose», «gli esseri». 76 Allo stesso modo,
in Beethoven à jamais, è stato gettato un «filo», «un filo di sangue di sa-
liva d’alito». È la chiave per la soluzione. La passione ha la virtù della
forza insopprimibile che ci abita. Come il talismano, come la parola de-
gli dèi, ha un potere magico. Non può mancare il suo scopo: la trasfor-
mazione dell’“egli” in “tu” avrà dunque luogo. Ma, per il momento, non
si tratta ancora di un dialogo, di una «soggettiva a due», secondo una
formula felice. 77 Non è ancora il momento del faccia a faccia tra le per-
sone. «Questo tamo», questo «grido», non appartiene al linguaggio del-
la comunicazione (non c’è niente da dire), ma al discorso della passione.
Con esso, siamo invitati ad entrare in un altro universo: quello, appun-
to, in cui il corpo pensa e parla e si rivolge a un altro corpo che pensa e
parla: «la passione è questo, se ci si riflette». L’inter-corporeità non è
l’interlocuzione. L’istanza giudicante è fuori luogo. Al tempo dell’espe-
rienza carnale, la sola che è in causa, tempo che fa presa sulla “carne”,
dell’immediatezza consustanzialmente legata alla prossimità, subentre-
rà il tempo della ripresa («se ci si riflette»), effettuata dall’istanza giudi-
cante.
Prima di affrontare nel dettaglio l’immediatezza, cioè il ruolo giocato
dal presente, mi sembra utile abbozzare lo schema delle principali istan-
ze, se non altro per esplicitare visivamente il percorso svolto finora. Nel
testo della Cixous, tre istanze producono il discorso. Attraverso il discor-
so (d) si definisce l’istanza di origine (io), quella che chiamiamo l’“au-
tore”. L’iniziativa è lasciata all’istanza di base, l’istanza a quo, il non-
soggetto corporeo, un corpo enunciante (a). Questo è subordinato a un
terzo immanente (a’), la cui figura costante è la Natura (la physis), sede
della passione. L’istanza giudicante (b) si sforza di proporre una tradu-
zione dell’evento (a, a’). Se, caso ideale o immaginario, l’istanza di rice-
zione (ir), il “tu” del testo, è dotato della stessa base discorsiva, ossia se

76
Cfr. Bollack e Wismann 1972, p. 337.
77
J. Damourette e E. Pichon, citati da Green 1979, p. 139.

35
Le istanze enuncianti

riproduce lo stesso discorso fondato sulle istanze a, a’, b, allora si realiz-


za uno scambio del medesimo tenore. L’altro, il “tu”, «si accorda alla
mia nota»:

a’ a
 io 
b’  b

d

ir

La ricerca dei predicati di prossimità non si conclude con il reperimen-


to del verbo, degli avverbi o delle preposizione, come in latino. Ricordia-
moci, ancora una volta, che nella fenomenologia del linguaggio non esi-
stono, come in filosofia analitica, delle liste da redigere. I fatti sono evi-
dentemente molteplici. Per rimanere nel campo del latino, si noterà, ad
esempio, che anche la metrica, al pari della sintassi, ha il potere di mar-
care la prossimità. Un esametro dell’Eneide (i, 405), molto commentato,
offre una buona occasione per verificare questa tesi:

Et vera incessu patuit dea. Ille ubi matrem


Agnovit [...]

La pausa dello iato tra dea e ille, che il punto sintattico trascrive come
può, mette in scena l’incontro tra la madre e il figlio, tra la dea Venere
ed Enea. La traccia del loro fronteggiarsi (la marca formale) è sotto i
nostri occhi, nella relazione di contiguità.
Fra i tratti dell’universo sensibile che permettono a Enea di ricono-
scere (agnovit) la vera dea, c’è il portamento (incessu), in cui sembrano
riunirsi e rivelarsi tutti gli altri tratti. Quando Venere appare (i gramma-
tici analizzano il perfetto, patuit, non come un passato ma come un “per-
fetto d’esperienza” e lo traducono con un presente), è grazie al suo ince-
dere che il figlio la riconosce. Se il testo si apre sviluppando le differen-
ti fasi dell’esperienza percettiva (versi 402-404) – dopo aver parlato, vol-
ta le spalle, avertens, e così mette in luce il suo incarnato, mentre lascia
vedere, e ammirare, l’ondeggiare delle pieghe della veste e sentire il pro-
fumo d’ambrosia che l’avvolge –, l’andatura porta a compimento i se-
gni della divinità radiosa (signa divini decoris, v, verso 467). Al suo fian-
co (aspetto che indicano formalmente, lo ricordiamo, sia la pausa sia lo
iato dea/ille), il corpo di Enea percepisce le proprietà dell’altro corpo,
di Venere in quanto dea, anche se in veste di cacciatrice. Solo successi-
vamente (verso 406), il soggetto, l’istanza giudicante, prende il posto del

36
Linguaggio e fenomenologia

non-soggetto, dell’istanza corporea. Ha bisogno, infatti, di formulare il


proprio giudizio: con tutta evidenza, è sua madre a trovarglisi di fronte,
anche se, evitando ogni contatto fisico, gli impedisce di prenderla per
mano («Cur dextrae jungere dextram / Non datur?», versi 408-409).
Nonostante ciò, apparendogli (patuit), rivela al figlio la sua doppia na-
tura. Come insegna Eraclito, Enea è anche quello che non è: un dio. Lui,
mortale, s’identifica con l’altra, che gli appare per quello che è, un’im-
mortale. 78
Il regime dell’apparire è singolare. Ha innanzitutto una funzione di ri-
sveglio, che sollecita l’attenzione dell’istanza percettiva, propria del non-
soggetto. Valéry ha messo a fuoco questo «risveglio della percezione». 79
Eccone una testimonianza in cui, come al solito, prossimità e immedia-
tezza si legano. La traggo ancora una volta dall’omaggio “virgiliano” con-
sacrato a Bonnard da Janvier (1998, pp. 77-79):

Ed era lei, davanti a voi, di fronte a voi, lontana da voi, la messaggera più vi-
cina all’immediato. Immediata, l’altra voce del mondo e la sua carnagione,
pelle, profumo, sguardo. Lei, irradiata dalla luce che irradiano i fiori. Indo-
lente, distesa nuda sul suo letto in penombra o in piedi contro la tovaglia chia-
ra color ocra. Figura malva che sporge per un istante da sotto gli alberi. Figu-
ra notturna che si accorda con i rossi del tavolo. Dormiente caduta nell’oblio
per la stanchezza di un pomeriggio. Sognatrice seduta di fronte a voi, quasi
fosse un gesto dell’aria. Sparirà così come è sempre apparsa, venuta dal colo-
re, andata via con il profumo, ombra eloquente e chiaro enigma.

Quello che «stupisce il corpo» deve essere colto per tempo. La «mes-
saggera» di cui parla Janvier è di passaggio. Situata «davanti», «di fron-
te», «vicinissima all’immediato», la sua posizione e il suo tempo («si
sporge al bordo dell’istante») fanno di lei una figura equivalente a quel-
la della madre che appare al figlio. Entrambe vivono la durata dell’even-
to, hanno le stesse “lievi” caratteristiche, la voce, l’incarnato, il profu-
mo, che l’istanza percettiva si sforza di raccogliere, perché ciò che appa-
re all’improvviso rischia di scomparire. Di qui il ruolo attribuito ai pre-
dicati d’immediatezza, quelli che M. Deguy (1996, p. 211) chiamerebbe
forse dell’«abbaglio epifanico», che marcano fenomeni effimeri, come
l’ondeggiare (defluxit) delle pieghe della veste ai piedi della dea in Vir-
gilio («pedes vestis defluxit ad imos», op. cit., verso 404) o il “leggero
movimento della bocca e degli occhi”, perifrasi con cui i dizionari defi-
niscono il sorriso. Così, nel ricordo di un incontro, ci dice Janvier,
78
Bollack e Wismann, op. cit., p. 329: «L’essenza dell’uomo è ciò che egli non è, il divi-
no», frammento 119.
79
«Alla fine, ci si ferma soltanto a quello che stupisce il corpo», scrive Valéry (1929),
citato da Ouzounova-Maspero 2003, pp. 125, 133.

37
Le istanze enuncianti

[...] su una passante, si ritorna stupefatti


d’improvviso da quel sorriso imprevedibile
sorto dall’infanzia come ricordo di non si sa chi
un sorriso affiorato e rimasto come un’ombra
offerta e ritirata per tutti i viandanti.

Nella prospettiva dell’immediatezza, quello che conta è cogliere l’esse-


re nel momento migliore, quello in cui si rivela la sua identità, nel breve
ma luminoso (o tenebroso) momento del suo compimento. Riprenderò
qui il celebre esempio della rosa che sboccia (cito il distico di Angelus
Silesius): «Una rosa è senza un perché (ohne warum), fiorisce perché
fiorisce, non si cura di se stessa, non ama farsi vedere». 80 Si potrebbe di-
re, allo stesso modo, che Venere si rivela nel portamento (incessu). Sem-
pre nel portamento, oltre che per l’«affiorare del sorriso», si rivela

l’angelo dimenticato l’angelo spuntato di bocca in bocca


la cifra dei volti amati la cui carezza
dalla musica dolorosa è bruscamente apparsa
e ripartita si perde per sempre nell’andatura
dopo aver citato un misterioso sorriso d’altri tempi. 81

Un ultimo esempio illustra il fatto che «viviamo d’incontri, non abbia-


mo al-di-là» (Deguy, op. cit.) Aggiungerei: siamo in un presente condi-
viso, dato che formiamo una comunità di presenze. Nel commentare Il
Rapimento di Lol V. Stein, Lacan (1979, p. 131) osserva che è nell’eserci-
zio della sua funzione (il ratto), nella sua funzione identitaria, che si fa
conoscere «colei che ha dovuto soltanto apparire» perché Lol, l’eroina,
perdesse per sempre il fidanzato. Ai predicati dell’immediatezza si asso-
ciano allora le modalità dell’apparire e della sequenza apparire/scom-
parire: il «d’improvviso», il «sorgere», l’«angelo dimenticato l’angelo
spuntato», il « bruscamente apparso e ripartito» e, infine, il «rapimen-
to» o il «ratto» e l’ineluttabile perdita.
La precarietà dell’epifania e la preoccupazione di coglierne al massi-
mo le manifestazioni vanno di pari passo. «Il vostro imbarazzo», soste-
neva un antico filosofo cinese le cui tematiche erano simili a quelle del-
la fenomenologia occidentale – l’imbarazzo dell’analista, direi io – «sva-
nisce se ci si tiene vicini all’insorgere dei fenomeni e se si trattano le co-
se in quanto cose, invece di lasciarsi trattare come cose dalle cose». 82
80
Cfr. Lacoste 2000: «Una rosa è senza un perché, e tutto ciò che fiorisce con lei, ger-
moglia, cresce». In sostanza tutto quello che riguarda la physis nel regime dell’autonomia,
p. 123.
81
Janvier 1992, p. 29.
82
Cfr. Billeter 2002, p. 108.

38
Linguaggio e fenomenologia

L’insegnamento della fenomenologia del linguaggio è dello stesso ordi-


ne: è necessario distinguere due momenti, che vanno in due direzioni
opposte, quello dell’esperienza (e in particolare dell’epifania, il più in-
stabile) e quello – riflessivo – del pensiero sull’esperienza. Il corpo ha
avuto presa sull’evento, poi si assiste alla ripresa da parte del soggetto,
sotto la forma del riconoscimento. Mettendosi in linea con l’evento per
proiezione (tp), il soggetto che parla o scrive si pone il più vicino possi-
bile alla cosa così com’è stata percepita dal non-soggetto (in t-1):

t-1
presa ⇒


ripresa ⇐ t°
tp

Tale processo, che comporta la concomitanza, ha una portata generale.


Nell’esempio tratto dall’Eneide, il personaggio, istanza proiettata, “rico-
nosce” il suo alter ego solo rivivendo l’esperienza della percezione, la me-
ravigliosa epifania della madre (t ° → tp → t-1). Si dirà altrettanto, per
estensione, dell’autore, istanza di origine (io). Il fenomeno è specifico
dell’attività di linguaggio. Mi servirò di un’osservazione fatta da M. Du-
ras (1993) nel corso di un’intervista su Rapimento:

Un evento non può accadere due volte, dice lei a proposito del ballo con cui
si apre il romanzo, una nella realtà e una dentro una storia di finzione [...].
L’evento stesso è distrutto dal libro [ma] il libro compie il miracolo che assai
rapidamente ciò che è stato scritto è stato vissuto.

4. Il rapporto tra linguaggio ed essere

È tempo di tornare a quel che dimostra un linguista fenomenologo, qual


è Benveniste, in un famoso articolo del 1963. 83 Quando apparve, non se
ne colse tutta l’originalità. È cambiato qualcosa oggi? Le opzioni forma-
liste di quegli anni ci portavano ad affermare il principio d’immanenza
e a negare, almeno implicitamente, quello che ho chiamato il principio
di realtà. Si tratta di riconoscere che il linguaggio non è il metalinguag-
gio o, per la precisione, che l’attività di linguaggio e la realtà sono colle-
gate:

83
É. Benveniste, “Sguardo sullo sviluppo della linguistica” [1963], in Benveniste 1966,
trad. it., p. 34.

39
Le istanze enuncianti

Chi parla fa rinascere, con il suo discorso, l’evento e la sua esperienza del-
l’evento.

Il produttore del discorso, l’istanza di origine, il cosiddetto “autore”


(io), si rivolge all’altro, all’istanza di ricezione (ir):

Chi lo ascolta coglie prima di tutto il discorso e, attraverso questo discorso,


l’evento riprodotto.

Tra l’evento, l’esperienza dell’evento (come l’esperienza vissuta del rapi-


mento, Erlebnis) e l’espressione dell’evento, o discorso, non c’è soluzio-
ne di continuità. L’uno integra l’altro, ci dicono lo scrittore (M. Duras),
il linguista (Benveniste) e anche il fenomenologo (Merleau-Ponty). For-
se cambia il livello, come denota il prefisso ri-: se adottiamo la termino-
logia della semiotica delle istanze, abbiamo anzitutto una realtà primaria
percepita dall’istanza di base; e poi una realtà seconda, elaborata dal-
l’istanza giudicante. Benveniste insiste su questo doppio processo: nel-
la prima fase emergono l’evento e l’esperienza dell’evento, vissute a suo
dire dal “soggetto” (dall’istanza di base, dal “non-soggetto”, per la se-
miotica delle istanze); nella seconda, questa stessa realtà (physis) viene
assunta dal discorso (logos), «prodotta di nuovo»:

Il linguaggio ri-produce la realtà. Questo va inteso nella maniera più letterale:


la realtà è prodotta ex novo mediante il linguaggio.

Merleau-Ponty fa un’osservazione simile, il che non stupisce se si consi-


dera la vicinanza intellettuale tra il linguista e il filosofo. Condividono
le stesse opinioni sulla priorità del discorso, sullo spazio topologico, sul
tempo e la durata, infine sull’essere e sui due piani del linguaggio (la sua
singolare «architettonica», dice il filosofo). 84 Così Merleau-Ponty di-
stingue il linguaggio «proferito», il λ γος προφορικ ς, dal linguaggio
«silenzioso della percezione», il λ γος νδιθετος, che «parla in noi e
che non siamo noi a parlare». Il “mondo sensibile” o “naturale”, consi-
derato nelle sue strutture, ha dunque il suo doppio nell’ordine del di-
scorso: «la vita del linguaggio [il linguaggio proferito] riproduce a un
altro livello le strutture percettive». La funzione del linguaggio è analiz-
zata da entrambi come un’operazione di «riproduzione» (di nuova pro-
duzione) o di «ripresa» (di una nuova presa) delle strutture percettive
«in un’architettonica altra». 85 Che si tratti di “altra architettonica” o di
84
J.C. Coquet, “Note sur Benveniste et la phénoménologie” [1992] in Coquet 1997,
pp. 73-79.
85
Merleau-Ponty 1959-1960, trad. it., pp. 309, 320. Questa «ripresa» non ha niente a
che vedere con la ri-apprensione del senso per l’ermeneuta.

40
Linguaggio e fenomenologia

“intermediazione del linguaggio” («la realtà è prodotta ex novo me-


diante il linguaggio»), è chiaro che il secondo livello non riproduce il
primo in maniera identica; sarebbe meglio, allora, parlare di “traduzio-
ne” di un livello nell’altro. Qualunque sia il termine scelto, “riprodu-
zione”, “ripresa” o “traduzione”, la realtà del linguaggio non è in cau-
sa. Riprendiamo i termini dell’analisi di Benveniste: il “soggetto parlan-
te” (l’istanza di origine, io nella semiotica delle istanze) fa ri-nascere,
con il suo discorso, l’evento e l’esperienza dell’evento; ri-presenta la re-
altà (la presenta una seconda volta); il suo interlocutore (l’istanza di ri-
cezione, ir) coglie l’evento ri-prodotto; ri-crea questa realtà (la crea una
seconda volta). In sintesi, è possibile dire che si ha una realtà di primo
livello (il mondo sensibile), “tradotta” in un secondo livello di realtà dal
discorso e dalla sua istanza. Questo è il punto fondamentale di una fe-
nomenologia del linguaggio.
Non è certo che l’articolazione tra due realtà dallo statuto diverso sia
stata compresa dagli analisti, sebbene si trattasse di studiosi del calibro
di Benveniste o di Ricœur, il quale ha seguito i lavori del linguista me-
glio di chiunque altro, e fin dal 1967. 86 Va aggiunto che la maggior par-
te dei ricercatori, potremmo dire tutti, aveva l’abitudine (o ha ancora
l’abitudine) di assimilare i fenomeni della realtà alla nozione di referen-
za, cioè di passare al mondo intelligibile senza considerare il mondo sen-
sibile. Inoltre, sottovalutando il ruolo svolto dal corpo nell’attività del
linguaggio – un corpo, ricordiamolo, percipiente, ma anche pulsionale,
che parla, conosce, agisce, soffre, gioisce ecc. – si finiva per ritenere in-
fondato ogni tentativo di stabilire un rapporto tra il linguaggio e l’esse-
re, temendo di «sospendere l’evidenza del mondo». È un buon meto-
do? 87 L’interrogativo sul ruolo del corpo, corpo proprio o corpo funzio-
nale (sul non-soggetto della semiotica delle istanze), ci invita, invece, a
riconsiderare lo statuto del «soggetto parlante», del «soggetto linguisti-
co che enuncia la realtà vissuta», diceva Pos nel 1939 (vedi p. 9).
Farò ora riferimento al dibattito aperto da una conferenza di Benve-
niste a Ginevra, nel 1966, davanti a un uditorio di filosofi francofoni.
Ricœur si sofferma innanzitutto sulla «presa che il nostro linguaggio ha
sul reale», quindi su una «mira del reale». 88 “Mira” rinvia alla “referen-
za” tradizionale, d’ispirazione logica, e più in generale a una costruzio-
ne della realtà, all’esercizio di un logos separato dalla sua istanza di ba-
se; invece, “presa” è una nozione che traduce efficacemente la relazione
di contatto che il linguaggio intrattiene con il reale, con la physis. Qua-
86
Cfr. Ricœur 1967, pp. 808-812.
87
Cfr. Merleau-Ponty 1964a, trad. it., p. 118.
88
É. Benveniste, “La forma e il senso nel linguaggio” [1966]; e Ricœur, “Discussione”,
in Benveniste 1974, trad. it., p. 268.

41
Le istanze enuncianti

le frontiera si supera passando dalla “referenza” alla “presa”? Conside-


riamo simultaneamente i due punti di vista. Nel campo della psicoanali-
si, si sostiene che «l’io è anzitutto corporeo» (Freud) e che «il linguag-
gio non è immateriale. È un corpo sottile, ma è corpo» (Lacan). 89 La te-
si di un linguista come Saussure non è poi troppo lontana da questa po-
sizione. «Il linguaggio è un fenomeno», ci dice, e non un’astrazione.
Mediante la parola, entra nel campo dei fatti. Al contrario, «la lingua»
non è che «l’insieme delle forme di concordanza che prende il fenome-
no». Secondo l’insegnamento dato dalla scuola di F. Bopp all’inizio del
xix secolo («la prima scuola di linguistica», ricorda Saussure), il lin-
guaggio dipende dalla lingua, «lingua in quanto istituita, delimitata» e
s’ignora l’«atto di linguaggio». Dal punto di vista della semiotica delle
istanze, ci sarebbe un regime di eteronomia, in cui regna sovrano il ter-
zo trascendente (b’); ad esempio, nel caso della lingua («lingua in quan-
to istituita», «essere sociale»), le istituzioni o la società. Un regime del
genere non lascerebbe alcuno spazio al «fatto di linguaggio» e alle sue
istanze autonome, per esempio alla coppia non-soggetto/soggetto (a,
b), rivestita dall’“essere umano”, che è inseparabile dall’“atto di lin-
guaggio”.

La prima generazione di linguisti non considerava il linguaggio per il suo ca-


rattere fenomenico. In più ignorava il fatto di linguaggio, si applicava diretta-
mente alla lingua [...]. La conquista di questi ultimi anni è quella di avere fi-
nalmente dato il giusto spazio a tutto ciò che è il linguaggio per il soggetto
parlante, sia in quanto essere umano, sia in quanto essere sociale. 90

Il “soggetto parlante”, “il parlante”, come lo chiama Benveniste, ma an-


che lo scrittore, enunciano la loro esistenza “come esseri umani o come
esseri sociali”. Ricordiamo, in primis, alcune affermazioni dei linguisti fe-
nomenologi sull’essere. La realtà, ad esempio, non rimanda all’extralin-
guistico. Secondo Pos, il soggetto parlante stabilisce la “propria realtà”,
ossia la sua “realtà vissuta”, la “enuncia”. E se enuncia ciò che gli è pro-
prio (non si tratta della realtà in generale, ma della “sua” realtà), è per-
ché il linguaggio è un’attività significante indissociabile dalla sua istanza
enunciante. Così, si distingue nettamente dalla lingua, che ne è il prodot-
to. Dal canto suo, Benveniste si preoccupa di precisare che un’istanza di
discorso si àncora a un indicatore, dunque a una marca formale, a un
«io». Ma questo «io» testimonia della presenza di un altro «io» che lo
proferisce.

89
S. Freud, “L’io e l’es” [1922], in Freud 1985, trad. it., p. 488; J. Lacan, “Funzione e
campo della parola e del linguaggio” [1956], in Lacan 1966, trad. it., p. 294.
90
F. de Saussure, in Bouquet ed Engler (a c. di), 2002, pp. 129-130.

42
Linguaggio e fenomenologia

«Io» è una persona; è colui che «enuncia la presente istanza di discor-


so che contiene l’istanza linguistica “io”». 91 Ne risulta che ogni «istan-
za di discorso» attualizzata necessita di una presenza, quella dell’istan-
za che si enuncia enunciandola. Il locutore, sempre secondo Benveni-
ste, è presente «alla» o «nella» sua enunciazione. 92 Si può dire altrettan-
to dello «scrittore che si enuncia scrivendo e che, all’interno della sua
scrittura, fa sì che gli individui si enuncino» (op. cit., p. 88). Detto altri-
menti, e siamo ormai nel territorio dell’ontologia, il linguaggio è l’esse-
re che si enuncia al presente.
D’altronde, questa incorporazione del linguaggio da parte dell’essere
appartiene alla tradizione presocratica. L’affermazione di Benveniste
che «la realtà del linguaggio è quella dell’essere», fa eco alla «“decisio-
ne” che è a fondamento della tesi di Parmenide: parlare dice l’essere». 93
Non c’è soluzione di continuità tra la realtà (le cose stesse), il linguag-
gio (l’enunciato dell’«esperienza dell’evento», dice Benveniste) e il par-
lante o lo scrittore (l’istanza enunciante). Una fenomenologia del lin-
guaggio implica, analiticamente, questo tipo di continuum: il linguag-
gio, physis e logos (primo termine), partecipa al mondo (secondo termi-
ne) come il mondo partecipa all’essere (terzo termine). 94
Si noterà che questo punto di vista focalizza l’attenzione sull’istanza
individuale associata al “soggetto” o – più esattamente, in Pos come in
Benveniste – ai partner del dialogo, al locutore e all’interlocutore, al-
l’“io” e al “tu”, quindi al “noi” dell’“intesa intersoggettiva”. Noteremo
anche che ci siamo spostati dal lato della sostanza, «inseparabile dal
soggetto vivente e dal mondo della sua esperienza». 95 «Qualche cosa è
ora» diceva Aristotele (τ νν πρχειν). Benveniste prosegue: «questo
è!» (vedi p. 14). Ci fa sapere, servendosi della sottolineatura del corsivo
e dell’esclamativo (questi due procedimenti, l’uno grafico, l’altro proso-
dico, si congiungono per meglio esprimere la certezza), che mette tra
parentesi il valore copulativo del verbo “essere”. Pertanto gli dà la por-
tata ontologica che il linguaggio e le sue istanze hanno il potere di espli-
citare. Tra queste vi è, in particolare, l’operatore di asserzione, l’istanza

91
É. Benveniste, “La natura dei pronomi” [1956], in Benveniste 1966, trad. it., p. 302.
92
É. Benveniste, “L’apparato formale dell’enunciazione” [1970], in Benveniste 1974,
trad. it., p. 99 e p. 101.
93
É. Benveniste, “La soggettività nel linguaggio” [1958], in Benveniste 1966, trad. it.,
p. 312, ora in Fabbri e Marrone (a c. di), 2001, p. 22. Cfr. anche P. Aubenque, citato in
Cassin 1992, pp. 77-78.
94
La sottovalutazione di questo continuum porta inevitabilmente a rifiutare la nozione
di “essere” e a riscontrare nelle analisi del linguista fenomenologo, in questo caso Benve-
niste, un discorso «intricato», del quale bisogna subito denunciare «le cadute incontrolla-
te» e «le derive curiose». Cfr. Culioli 1984, pp. 83-84.
95
Cfr. Normand 2003, p. 130.

43
Le istanze enuncianti

giudicante che chiamiamo “soggetto”. Insistiamo su questo punto, che


è di grande interesse per la semiotica delle istanze: non si può lasciare in
sospeso la presenza del mondo o quella delle istanze enuncianti senza
abbandonare il principio di realtà. I linguisti contemporanei potrebbe-
ro trovarsi d’accordo nel dire che l’istanza enunciante “soggetto” ha co-
me testimone della sua esistenza una traccia formale. È l’affermazione
di J.-P. Desclés (1993, p. 49), che condividiamo: un «“io” testimonia l’e-
sistenza di colui che enuncia». Possiamo estendere una constatazione di
questo tipo, per cui forma e sostanza sono legati, ad altri sistemi lingui-
stici, come il cinese. La forma grafica wu, per esempio, è l’indice della
presenza di una persona. Quando Confucio, nelle sue Conversazioni, di-
ce “io” (è il primo autore cinese a enunciarsi con l’“io”), il wu del sog-
getto grammaticale è indissociabile dalla persona stessa di Confucio: «A
quindici anni ho deciso d’imparare» (wu shi you wu er zhi yu xue). È la
prospettiva di Benveniste sulla doppia istanza all’opera nel discorso: un
indicatore linguistico e il locutore di cui esso è la traccia. Un’altra osser-
vazione, che rafforza la precedente (e un altro esempio della doppia
istanza): per parlare del senso, Confucio utilizza il segno yi. Questo im-
plica – dice A. Cheng (1997, pp. 64, 76) – «l’elemento me, io» e «rap-
presenta l’investimento personale di senso che ognuno apporta al suo
modo di stare al mondo e nella comunità umana». Nel vocabolario usa-
to dalla Cheng troviamo alcune nozioni a noi familiari: «l’investimento
personale di senso» rimanda alla coppia asserzione/assunzione, mentre
«lo stare al mondo» e «la comunità umana» rinviano alle consuete for-
mulazioni del linguista fenomenologo. Un’istanza enunciante di questo
genere, pur col nome di “soggetto”, non rientra nel paradigma riduzio-
nista del “rappresentazionale”. Infatti, presuppone un rapporto carna-
le con il mondo che solo il corpo può stabilire. Forse Benveniste (come
Pos e Merleau-Ponty) non ha sentito il bisogno d’introdurre la nozione
di “non-soggetto”, l’istanza corporea. Tuttavia, quando l’analisi lo indu-
ce a trattare del πθος, campo della “passione”, il primato del corpo
s’impone. Un esempio: basta seguire – dice – i movimenti del corpo nel-
lo spazio che esso abita per comprendere che raggiungere l’estremo limi-
te del suo territorio equivale, per lui, a provare il culmine dell’affetto. 96
L’esperienza è inerente alla forma che la traduce; in questo caso, a un
elemento sub-frastico, una preposizione: la preposizione latina prae, se-
gno di un passo in avanti (esiste «un movimento prae», spiega Benveni-
ste), che ha il compito di codificare l’espressione dell’emozione più vi-
va. Al culmine della gioia, le lacrime mi salgono agli occhi: prae laetitia
lacrimae prosiliunt mihi. Prae «marca un punto limite, un eccesso, che
96
É. Benveniste, “Il sistema sublogico delle preposizioni latine”, in Benveniste 1966,
trad. it., p. 164.

44
Linguaggio e fenomenologia

ha per conseguenza una certa disposizione [ossia un πθος ] del sogget-


to». Il corpo è il campo di localizzazione del sentire; o meglio, è il luogo
in cui comincia ciò che non conosco. Benveniste impiega, in mancanza
di meglio (?), il termine “soggetto”, al quale si potrebbe sostituire util-
mente – mi sembra – quello di “non-soggetto”. Dal canto suo, nel 1946,
Merleau-Ponty chiama senza esitazioni il corpo «il mio corpo», il «sog-
getto che assume un punto di vista», dal momento che compie una «sin-
tesi percettiva». Nel corso del 1956-57, forse cercando termini più ap-
propriati per i fenomeni che vuole descrivere, utilizza un sintagma come
«soggetto incarnato» o, tra virgolette, «“corpo-soggetto”» (vedi p. 23).
In entrambi i casi, si tratta di tradurre la parola composta Subjektleib e
di avvicinarsi alle ricerche di Husserl sull’«incarnazione linguistica» (die
sprachliche Verleiblichung), pubblicate nel 1939 nello stesso numero del-
la Revue Internationale de Philosophie in cui appariva l’articolo di Pos
“Phénoménologie et linguistique”. 97
Il principio di realtà presuppone che l’istanza corporea sia accoppia-
ta all’istanza giudicante, il non-soggetto al soggetto. Spostandomi senza
timore in un altro universo linguistico e culturale, dirò che si tratta del-
la medesima operazione compiuta dal taoismo quando considera il cor-
po, da un lato, come «sede del vuoto», capace di registrare quel che av-
viene attorno a lui, essendo dunque ricettivo a ciò che appare, a ciò che
gli si presenta come «parte di se stesso» (ziran); dall’altro, come organo
di un potere sul mondo. «È lasciandolo agire» (impedendo all’istanza
giudicante di fare da schermo) «che possiamo preservare la nostra au-
tonomia». Insomma, «abbiamo la facoltà di attribuire significazioni, di
significare» attraverso il corpo, il corpo proprio, votato al «digiuno del-
la mente» (sin-tchai). Nella prospettiva della semiotica delle istanze, si
sospende il giudizio per percepire, al momento giusto – nota Billeter
(2002, p. 97) – «l’infinitamente semplice, l’infinitamente vicino, il pres-
soché immediato». Ho già dato esempi di questo processo spazio-tem-
porale (vedi pp. 32-40).

5. La produzione del discorso.

5.1 Autonomia ed eteronomia


«Assicurare la nostra autonomia», questo è il programma di base che
Tchouang-tseu assegna al corpo, dice Billeter. Ed è anche la funzione
primaria che la semiotica delle istanze attribuisce all’istanza corporea.

97
Cfr. Merleau-Ponty 1946, trad. it., p. 25; Merleau-Ponty 1956-1957, trad. it., pp. 110-
111; Merleau-Ponty 1951, trad. it., p. 118.

45
Le istanze enuncianti

Il corpo proprio (Leib), ricordiamolo, possiede la capacità di percepire,


agire, conoscere, provare piacere e soffrire. È lui a stabilire il contatto
con il fenomeno. H. Cixous, con cui concordo, parla di «lettura»: ognu-
no, «con il suo corpo, legge il libro del mondo». 98 A questo titolo, il
corpo proprio dipende dalla physis.
Ora, va detto che anche all’interno del sistema politico è possibile pre-
servare i diritti dell’autonomia del terzo trascendente, che regola l’Isti-
tuzione. Infatti, per continuare a riferirci al principio di realtà, anche una
certa “fenomenologia politica” è suscettibile d’integrare l’istanza corpo-
rea. 99 È quello che mette in luce la costruzione della nozione di civitas a
Roma, nella misura in cui si fonda su quell’«intesa intersoggettiva» di
cui parla Pos. Il cittadino è prima di tutto un concittadino. «È civis per
me [“per me” è una relazione tipicamente fenomenologica] colui per il
quale io sono civis. Quindi civis meus», mio concittadino, scrive Benve-
niste. Dunque, per i romani la relazione politica non può essere astrat-
ta. Implica la mutualità, se priviamo il termine di ogni connotazione lo-
gica. Il civis è anzitutto un compagno che «condivide dei diritti politi-
ci». Vivere la condizione di civis permette a ciascuno di sperimentare
con l’altro una «stretta associazione» e «fa nascere relazioni di amici-
zia». Come il suo corrispondente sanscrito sveva (“caro”), civis traspo-
ne «il sentimento di comunità in termini affettivi».
Perché allora non mettere in parallelo, come fa Hobbes nel Leviatano
(1651), la città romana con quell’insieme di cittadini che costituisce lo
“Stato”? «La moltitudine», scrive «unita in un’unica persona, è chia-
mata Stato; in latino, civitas». Ricœur, che lo cita, riconosce in queste
due forme politiche l’applicazione di un medesimo modello, che defini-
sce «orizzontale». Entrambi presuppongono in effetti “un vivere insie-
me”, mentre nella città greca domina un modello “verticale”, come in
Hegel, dove prevalgono «le forme logiche della reciprocità». La città
greca, per riprendere un’osservazione di Benveniste che Ricœur non
menziona, è un “corpo astratto”, una forma giuridica presupposta, a cui
spetta stabilire doveri e diritti dei cittadini. Ad Atene, il cittadino igno-
ra il comunitarismo; fa parte di un’«entità primaria» che lo dota di un
«ruolo pubblico» e gli assegna oneri e privilegi. Queste analisi confor-
tano la pretesa che ogni società si semiotizzi secondo la prospettiva che
le è propria. Accordando all’istanza corporea un ruolo determinante,
conforme alla «fenomenologia della mutualità», Roma adotta un mo-
dello «orizzontale» fondato sull’affetto. La città romana, malgrado il
peso dell’Istituzione, si apre all’autonomia. Invece, la città greca, assu-
98
Cfr. Calle-Gruber e Cixous 1994, p. 64.
99
Benveniste 1969. Bisognerebbe svolgere «uno studio comparato della terminologia e
della fenomenologia politica in Grecia e a Roma».

46
Linguaggio e fenomenologia

mendo un regime di esclusiva eteronomia, sceglie di obbedire a un uni-


co terzo trascendente, la Ragione o la Legge, al fine di concepire e met-
tere in pratica una «logica della reciprocità». 100
Tornando al metodo della fenomenologia del linguaggio e riprenden-
do il confronto di Benveniste tra i due modelli di società, greco e latino,
possiamo constatare una “carenza” teorica. Conformemente alle abitu-
dini intellettuali dell’epoca strutturalista, in cui era pertinente solo la di-
mensione cognitiva, il linguista stabilisce un «movimento concettuale»
da cui «procede» l’istituzione dei due modelli, come se un’analisi meta-
linguistica fosse sufficiente a rendere conto del fenomeno politico, così
eterogeneo. È evidente, invece, che la priorità del logos è smentita dal ri-
corso alle passioni. L’insistenza sui «valori affettivi», sull’intersoggetti-
vità (è civis il civis meus), ossia sull’intercorporeità (l’analogia tra civis e
sveva invita ad associare le relazioni d’amicizia alle relazioni politiche, a
«trasporre il sentimento della comunità in termini affettivi»), sottolinea
proprio un’incompatibilità tra il cosiddetto «movimento concettuale»,
applicabile a una «struttura formale» relativa all’istanza giudicante, e
quest’altro tipo di movimento, timico.
Benveniste ne riconosce l’importanza in un articolo sulle preposizio-
ni latine, dove osserva lo spostamento in avanti che chiama «movimen-
to prae». 101 È attraverso il «movimento prae», dice, specifico dell’istan-
za corporea, che si realizza la capacità del corpo di giungere, «senza so-
luzione di continuità col ritorno», fino al limite del proprio spazio e, me-
taforicamente, di provare il grado massimo della passione (vedi p. 49).
I due movimenti non possono essere confusi. Dal punto di vista moda-
le, l’uno dipende dal sapere (e dal soggetto), l’altro dal potere (e dal non-
soggetto). 102 Cronologicamente, il primo è secondo (il suo campo è quel-
lo del logos) e il secondo è primo (il suo supporto è la physis). Si tratta
di una lezione di fenomenologia del linguaggio che Benveniste non ha
sufficientemente compreso. 103
Una società che adotti il regime dell’autonomia, come nel caso della
città romana, si dà la regola di fondarsi sulla mutualità. Il “noi” inclusi-
vo, il “noi” condiviso, un “noi” reciproco, simbolizza correttamente il
processo relazionale. Per Lévi-Strauss, che prendiamo come guida, J.-J.
100
Cfr. Benveniste 1969, trad. it., p. 25; Benveniste, “Due modelli linguistici della città”
[1970], in Benveniste 1974, trad. it., pp. 309, 314-315; Ricœur 2004.
101
Benveniste 1969, p. 335, e Benveniste “Due modelli linguistici della città” [1970], in
Benveniste 1974, p. 278.
102
Deriva da qui l’importanza accordata dal fenomenologo all’«io posso». L’indicatore
«io» lo induce in errore perché gli manca il concetto di «non-soggetto». Il potere in que-
stione non è quello di un «soggetto», ma dell’istanza corporea. Un campo ben diverso.
103
É. Benveniste, “Il sistema sublogico delle preposizioni in latino” [1949], in Benve-
niste 1966, trad. it., p. 158.

47
Le istanze enuncianti

Rousseau è il «fondatore delle scienze dell’uomo». 104 Gli altri, e il mon-


do che ci circonda, assicurano il nostro fondamento. Dipendiamo da
quello che Rousseau chiama «il sistema degli esseri». Per assumere la
propria identità, occorre, seguendo la riflessione di Lévi-Strauss, «met-
tere l’altro davanti all’Io» e identificarsi con lui. Prima di sottomettersi
a qualche terzo istituzionale, com’è d’uso nei regimi dell’eteronomia, è
importante riconoscere nell’altro «un simile esposto alla sofferenza».

Infatti l’unica speranza, per ognuno di noi, è di non essere trattato da bestia
dai suoi simili, e che tutti i simili, lui per primo, si colgano immediatamente
come esseri sofferenti, e coltivino nell’intimo quell’attitudine alla pietà che,
nello stato di natura, fa “da legge, da costumi, e da virtù” e senza il cui eserci-
zio cominciamo a capire che, nello stato di società, non possono esserci né
legge, né costumi, né virtù.

In tal caso, l’Io e l’altro si congiungono in un noi, un «noi» capace di le-


varsi «contro il lui», ossia contro «una società nemica», che diffida de-
gli uomini perché non immagina che essi possano «percepirsi immedia-
tamente come essere sofferenti» e che, per capirli, sia necessario avvici-
narsi a loro. Ora, «quando si vogliono studiare gli uomini», si legge in
Lévi-Strauss (1973), «è necessario guardare vicino a sé». 105 Immediatez-
za e prossimità: sono questi i tratti che caratterizzano il funzionamento
dell’istanza corporea, perno di una fenomenologia della mutualità.
La società oggettivata, se non “nemica”– nella quale, per riprendere
la distinzione saussuriana tra «essere umano» ed «essere sociale», i par-
tecipanti al dialogo, gli esseri umani, l’“io”, il “tu”, il “noi”, scompaio-
no a favore dell’“egli”, della non-persona – è messa in scena attraverso
istanze tanto collettive quanto individuali. Il rischio che corre l’essere
sociale, se ci collochiamo dal punto di vista del “soggetto”, è di prose-
guire la via dell’oggettivazione fino a trasformarsi in un essere funziona-
le. Seguendo Benveniste, ci si può richiamare per un primo esempio al-
la lingua greca. Questa, infatti, tramite un suffisso diverso, distingue l’au-
tore dell’azione dall’agente. Il non-soggetto (l’agente) porta la traccia
morfologica della messa a distanza del “soggetto”, autore e responsabi-
le dell’azione. Si direbbe che la società abbia bisogno d’individui pro-
grammati, assorbiti dall’azione che li definisce. «Imprigionato nella sua
funzione», questo non-soggetto, questo «agente», dice Benveniste, è pu-
ramente strumentale. Un δωτρ, suffisso - τρ, è in assoluto un «donato-
104
C. Lévi-Strauss, “Jean-Jacques Rousseau, fondatore delle scienze dell’uomo” [1962],
in Lévi-Strauss 1973.
105
C. Lévi-Strauss, “Saggio sull’origine delle lingue”, in Lévi-Strauss 1973, trad. it., pp.
47, 49, 52, 54, 55, 70-71, 73, 77, 78, 79.

48
Linguaggio e fenomenologia

re»; è «“destinato a dare”», per funzione, attitudine o predestinazione”.


È lo stesso principio che, sempre secondo Benveniste, presiede alla di-
stinzione morfologica tra due futuri in indo-iraniano. Il futuro perifra-
stico ha lo scopo d’indicare che l’azione è conforme a quanto stabilito
da un terzo trascendente. L’“io” del datcsmi, “sono destinato a donare”,
non è l’autore dell’atto (un “soggetto”, istanza giudicante), ma solo un
esecutore (un “non-soggetto” funzionale). Il futuro perifrastico «enun-
cia una predestinazione» il cui agente è il non-soggetto funzionale. È un
tipo di distinzione che si ritrova facilmente anche in discorsi prodotti
da istanze collettive o individuali di altre culture, altre lingue, altre epo-
che rispetto a quelle a cui generalmente si riferisce Benveniste. Sempre
nell’ambito della morfologia, si noti che in francese il suffisso -eur è
comparabile al suffisso indo-europeo * -tor: «un sauveur [salvatore] è
tale perché ha sauvé [salvato]» così come un « * dõtor è “colui che ha do-
nato o dona”». Il suffisso -teur è invece comparabile al suffisso *-tér e
denomina un agente: un sauveteur (salvatore) è colui la cui funzione è
di salvare gli altri o, come aggettivo, uno strumento di salvataggio: un
canot sauveteur (un canotto salvagente). 106 Consideriamo il livello te-
stuale. Ecco un altro esempio. Nel racconto di un’esperienza percetti-
va, intitolata Il ponte di Londra, Valéry distingue quello che la semiotica
delle istanze chiamerebbe il soggetto (l’istanza giudicante) dal non-sog-
getto funzionale e dal non-soggetto corporeo. Il soggetto analizza infat-
ti a posteriori l’azione del non-soggetto funzionale e l’enunciato del non-
soggetto corporeo, laddove, come abbiamo visto, il corpo enuncia le sue
verità. Riprenderò solo il caso del non-soggetto funzionale. Il «mondo
che ci circonda», dice Valéry, è prevalentemente composto di «un po-
polo invisibile di ciechi eternamente concentrati sull’oggetto immedia-
to della loro esistenza», di automi che svolgono le funzioni per le quali
sono stati concepiti e che si muovono per la città come comandano lo-
ro «i simboli e i segnali». Si tratta di un universo la cui popolazione è
stata disumanizzata. In questa «società nemica» trionfa il terzo trascen-
dente (b’), che muove, anziché lasciarli vivere, i non-soggetti funzionali
da lui creati. Spetta al soggetto (b), o piuttosto al quasi-soggetto, tanto
è fragile ai suoi occhi la conoscenza, trasmetterci questo tipo di espe-
rienza:

Mi sembrava che questa folla non fosse affatto composta di esseri singolari,
ognuno con la propria storia, il proprio unico dio, i suoi tesori e le sue tare,
un monologo e un destino; ne facevo piuttosto, a mia insaputa, all’ombra del
mio corpo, al riparo dai miei occhi, un flusso di particelle tutte identiche,

106
Benveniste [1948] 1975, pp. 17, 61-62.

49
Le istanze enuncianti

identicamente aspirate da non so quale vuoto, e di cui percepivo la corrente


sorda e precipitosa attraversare monotona il ponte. 107

Nel seguire il discorso prodotto dall’istanza di origine, l’io, passiamo,


leggendolo o ascoltandolo, e in qualche modo rispondendo al suo invi-
to, da un regime all’altro. L’accezione di civitas che avevano i Romani
ne è un esempio: c’è autonomia quando prevale l’istanza corporea (a),
che assicura il contatto con l’altro e con il mondo (tra il corpo e il mon-
do «c’è non una frontiera, ma una superficie di contatto», dice il feno-
menologo); 108 c’è eteronomia quando s’impone l’organizzazione socia-
le (b’). Per quanto i due regimi coesistano, bisogna tener presente, se si
vuole condurre un’analisi rigorosa, che è sempre possibile uno slitta-
mento da una fase all’altra (in sincronia, come nel caso di Valéry) o da
un’epoca all’altra (in diacronia). Le testimonianze abbondano. Presso i
greci, e più in generale presso le popolazioni indoeuropee, la concezio-
ne del tempo e dell’eternità si fonda sul regime dell’autonomia, e poi
passa al regime dell’eteronomia. «I primi pensatori dell’India e della
Grecia», spiega Benveniste, «concepirono l’“Eternità” (la maiuscola è
la traccia dell’ingresso nell’eteronomia) attraverso un’esperienza vitale
e immediata». Qui l’istanza corporea (a) ha un ruolo determinante.
L’«attraverso» traduce, sul piano dell’espressione, sia il ricorso al «pri-
mo suolo», per riprendere la metafora cara a Merleau-Ponty, sia la di-
pendenza dell’eteronomia dall’autonomia. L’esperienza in questione è
anzitutto esperienza dell’essere, di ciò che «ci mantiene nella freschezza
del sempre nuovo», grazie alla quale tutto ricomincia». 109 Da questa
prospettiva, e siamo già nel territorio dell’eteronomia, il tempo, l’α 1ν,
è «la forza che anima l’essere e lo fa vivere». Forza interna e irreversibi-
le, che nella semiotica delle istanze rimanda alla categoria del terzo im-
manente (a’). Infatti, se l’esperienza, mettendoci in presenza delle «cose
stesse», ci tiene ancorati all’autonomia, «forza di vita» che «implica la
rinascita incessante del principio che la nutre», «il principio immanen-
te all’uomo» e che «lo mantiene in vita» ci spinge – precisa Benveniste
– dal lato dell’eteronomia. Si dà poi un altro slittamento, intrinseco que-
sta volta all’eteronomia: il terzo immanente (a’) cede il posto al terzo tra-
scendente (b’). «Da principio immanente all’uomo, l’α 1ν diventa prin-
cipio trascendente il tempo e l’universo». Appoggiandosi inizialmente
all’esperienza temporale condotta nel campo dell’autonomia, l’α 1ν con-
107
Cfr. Valéry 1930, pp. 513-514.
108
Cfr. Merleau-Ponty 1964a, trad. it., p. 282.
109
Sottolineo il prefisso ri-, qui e più avanti. Cfr. É. Benveniste, “Sguardo sullo svilup-
po della linguistica” [1963], in Benveniste 1966, trad. it., p. 38: è sufficiente «dire» l’espe-
rienza, riprenderla verbalmente (presa e ripresa), perché «l’avvenimento si dispieghi» e
«il mondo ricominci».

50
Linguaggio e fenomenologia

duce dall’immanenza alla trascendenza. Allora, al termine del proprio


percorso, acquista «il senso filosofico e astratto dell’eternità, diviene la
trasposizione nominale dell’
ε, del “per sempre”»:

Ritornando circolarmente su se stesso [e il circolo è quello della «proiezione


sensibile» dell’α 1ν], il tempo si modella sull’eternità, che a sua volta ripro-
duce il circolo infinito delle trasformazioni umane. Da un’intuizione vitale è
nata una delle categorie della comprensione. 110

Quest’ultimo esempio ci consente di esplicitare il processo di produzio-


ne del discorso. Parafrasando Benveniste, spetta all’istanza di origine
(l’io, l’“autore”) dispiegare l’evento. La messa in forma verbale è assi-
curata dal soggetto, componente giudicante (b), istanza prima sul pia-
no del logos, indipendentemente dall’istanza a quo che trascrive: il non-
soggetto (a), il suo complementare, il terzo immanente (a’), o il comple-
mentare di (b), il terzo trascendente (b’). Queste quattro componenti
dell’istanza di origine, cioè dell’autore per come si mostra nella sua atti-
vità di linguaggio, scritta o orale, sono articolazioni che discendono dai
regimi dell’autonomia (a, b) o dell’eteronomia (a’, b’) i quali a loro vol-
ta dipendono, sull’altro lato dall’asse, dai regimi della physis (a, a’) e del
logos (b, b’).

eteronomia - autonomia
____________________
physis a’ a
logos b’ b

Per illustrare ancora una volta la plasticità e il percorso delle istanze,


prenderò ad esempio il procedimento usato da Freud (1919) al fine di
chiarire il complicato meccanismo del “perturbante”. Nell’«analisi dei
casi di perturbante», spiega, siamo ricondotti «all’antica concezione del
mondo animista, caratterizzato dalla tendenza a popolare il mondo di
spiriti antropomorfi», ossia di figure del terzo trascendente (b’). L’un-
heimlich ci pone di fronte al divino o alla sua altra faccia, il demoniaco.
«In arabo e in ebraico, unheimlich coincide con il demoniaco», nota
Freud. Lo si può solo constatare, e il Faust di Goethe rafforza la sua
convinzione: siamo sottomessi a «forze occulte», Geheimkräfte:

È il presentimento di tali forze occulte che rende Mefistofele così stranamen-


te inquietante agli occhi della pia Gretchen: “Ella intuisce che sono senza dub-
bio un genio / E, perché no, forse il diavolo”.

110
Benveniste 1937, pp. 109-112. Indica un punto anatomico preciso: «l’α 1ν è una for-
za vitale che risiede in quella regione del corpo chiamata “midollo spinale”».

51
Le istanze enuncianti

Queste forze, pur non essendo familiari (Heim) – commenta J.-B. Pon-
talis – ma estranee, come estranee sono le figure antropomorfe del ter-
zo trascendente (b’) – e il Mefisto di Gœthe ne è un esempio – si sono
installate in noi (a’). Si trasformano da terzo esterno, un osservabile in-
somma, in «occulte». Sebbene non siano familiari, da cui la loro este-
riorità, ci abitano – aggiunge Pontalis – quindi sono interne. Per un ver-
so fuori, per l’altro dentro: ecco il doppio aspetto della definizione del
perturbante, dell’unheimlich. Tale forza doppia, trascendente, “divina”
o “demoniaca”, è percepibile solo in quanto è immanente in noi (a’), so-
lo per il fatto che, vivendo in noi, ci priva del giudizio (b) a favore del-
l’istanza corporea (a) e provoca in essa, come effetto indotto, almeno un
«brivido», ma più spesso la paura (per esempio, dell’occhio malvagio,
der böse Blick) o, peggio, una crisi di «angoscia spaventosa». Il fenome-
no ha colpito «i nostri antenati primitivi», ma coglie ancor oggi tutti noi.
Potremmo descrivere il cambiamento di livello osservato da Freud sia
in termini di sostituzione dell’istanza individuale (io, tu) con l’istanza
collettiva (egli), sia come lo sviluppo di un processo evolutivo che la bio-
logia della fine del xix secolo formulava così: l’ontogenesi ricapitola la
filogenesi.

Sembra che, nel corso della nostra evoluzione individuale, abbiamo tutti at-
traversato una fase corrispondente all’animismo dei primitivi, e che ciò non
sia accaduto in noi senza lasciare dei resti e delle tracce da esprimere. Tutto
ciò che oggi ci appare “perturbante” risponde dunque al bisogno di attinge-
re a questi resti di attività psichica animista e di incitarli a manifestarsi.

L’argomentazione di Freud mostra chiaramente che esistono dei resti e


delle tracce non ancora in grado di esprimersi. Ammettiamo – così Freud
chiude il suo articolo – che «l’angoscia infantile non si risolva mai com-
pletamente» (pensiamo al complesso del seno materno, Mutterleib), e
poniamo anche, per un rovesciamento di prospettiva (l’ontogenesi mo-
della dunque la filogenesi), che «le convinzioni primitive trovino le lo-
ro radici nei complessi infantili». Il potere di controllo della coscienza
(l’istanza giudicante, b) non può comunque essere scartato. Felice con-
seguenza dell’evoluzione? Chiunque ha la possibilità di «stornare con il
giudizio» il perturbante prodotto da terribili forze occulte, ovvero di «li-
quidarle radicalmente e definitivamente». In questa prospettiva teleolo-
gica, il soggetto (b) dovrebbe, in fin dei conti, vincere le forze occulte
(a’) e far succedere l’autonomia all’eteronomia, come se questa fosse so-
lo un vestigio, testimonianza di una fase dell’evoluzione. 111

111
Cfr. Freud 1919, trad. it., pp. 81-114.

52
Linguaggio e fenomenologia

5.2 Istanza di origine e istanza proiettata


Giunti a questo punto, si potrebbe credere che l’istanza di origine (io)
abbia uno statuto diverso a seconda che mantenga il legame con il prin-
cipio di realtà, che lo metta tra parentesi o lo escluda, scegliendo così di
conformarsi al principio d’immanenza. Qui mi avvarrò dei concetti ope-
rativi elaborati da Benveniste per distinguere la «persona» dalla «non-
persona» e dall’«assenza di persona». In un regime di autonomia, la
persona si dissocia in «due figure in posizione di partner», l’«io» e il
«tu», in un tempo e in un luogo dati. Se l’istanza di origine innesca un
processo di oggettivazione, esce dall’universo dialogico. Ora, è in que-
sto altrove e nel tempo proprio dell’assenza, tempo non più «coestensi-
vo alla nostra propria presenza», che si situa la non-persona, l’“egli”. Al
termine del processo di oggettivazione, resta solo un’astrazione, il “si”,
figura dell’assenza della persona, il si del “si pensa” di Peirce. 112
Nell’ottica di una fenomenologia del linguaggio, l’istanza di origine è
una proiezione dell’essere umano e dell’essere sociale, secondo l’utile
distinzione di Saussure. È un “al posto di”, direbbe forse H. Cixous. La
si conosce solo attraverso il discorso che essa sostiene. Le sue quattro
componenti servono allora da punti di riferimento; una definizione del-
la persona, per esempio, obbedisce al principio di realtà. Rende conto
della relazione tra l’istanza corporea e l’istanza giudicante, nel regime
dell’autonomia (a, b) e della sua dipendenza dal terzo immanente (a’),
ossia (a’, a, b), o nel regime dell’eteronomia e della sua dipendenza dal
terzo trascendente (b’), ossia (b’, b, a). La persona allea così la physis
(a’, a), il corpo, e il logos (b’, b), il giudizio. Quanto alla non-persona e
all’assenza di persona, esse si situano unicamente al livello del logos. Af-
feriscono al regime dell’eteronomia, (b’, b) per la non-persona e (b’)
per l’assenza di persona. Tramite esse entriamo, in accordo con il prin-
cipio d’immanenza, nel mondo della rappresentazione (del metalinguag-
gio). Insomma, l’istanza di origine, proiezione dell’essere umano e del-
l’essere sociale, ha la funzione di farci conoscere quello che dicono o
scrivono le sue componenti, la persona, la non-persona e l’assenza di
persona.
Una lettera di C. Simon all’amico J. Dubuffet illustra con chiarezza il
meccanismo che permette d’identificare l’istanza di origine.

All’uscita da un corso sui miei romanzi, tenuto al Collège de France, in cui si


erano sollevate questioni sul tempo e lo spazio che avevo seguito a fatica, dis-

112
É. Benveniste, “Le relazioni di tempo nel verbo francese” [1959], in Benveniste
1966, trad. it., p. 288 e “L’apparato formale dell’enunciazione” [1970], in Benveniste 1974,
trad. it., pp. 100, 102.

53
Le istanze enuncianti

si a Merleau-Ponty: “Questo Claude Simon di cui avete parlato, dev’essere


proprio intelligente!”. Al che lui rispose: “Sì, ma non si tratta di lei: è un per-
sonaggio che evochiamo solo per motivi di lavoro...”». 113

Questo «personaggio» corrisponde esattamente all’istanza di origine.


Si possono rintracciare, senza troppa difficoltà, altre testimonianze che,
come in questo caso, fanno appello a una realtà primaria – «Claude Si-
mon» – e poi alla sua traduzione in una realtà seconda, il «personag-
gio». Per citare Cézanne: il mestiere di pittore consiste nel «tradurre il
testo» della natura nel testo della tela; «due testi paralleli», a suo avviso:

Il paesaggio si riflette, si umanizza, si pensa in me. Io lo oggettivo, lo proietto,


lo fisso sulla mia tela [...] La mia tela, il paesaggio, entrambi fuori di me, ma
l’uno [il paesaggio] caotico, sfuggente, confuso, senza logica, al di là di ogni ra-
zionalità; l’altra [la tela] stabile, tangibile, classificata [...]. 114

Da un lato il pittore, la realtà primaria; dall’altro, il paesaggio fissato sul-


la tela, la realtà seconda. Nel suo studio sul linguaggio (sull’attività di
linguaggio), Benveniste propone un’analisi simile.
Nel discorso – dice – si coniuga una «doppia istanza», quella di un
«io referente» e quella di un «io riferito». La somiglianza degli indica-
tori non deve trarre in inganno. Il primo «io» rinvia alla realtà primaria
(la «persona»), il secondo alla sua proiezione, una forma «io»: «io si-
gnifica “la persona che enuncia la presente istanza di discorso conte-
nente io”». Quest’altro «io» è sì un’istanza proiettata, ma poiché non
può apparire nell’atto di discorso se non in relazione al primo, partecipa
a sua volta della realtà, di una realtà seconda forse, ma che è pur sempre
una realtà. L’«io» della realtà primaria si enuncia nell’«io» della realtà
seconda.
Quest’affermazione del 1956 non è stata presa troppo sul serio dalla
comunità dei linguisti, che a quel tempo – mancando di un apparato
concettuale adeguato – respingeva l’idea di un’istanza enunciante dal
doppio statuto, al contempo sostanziale e formale. Peraltro, Benveniste
lo ha ribadito, ma senza buoni risultati, nel 1963, sostenendo che la pro-
prietà fondamentale del linguaggio è quella di «riprodurre» la realtà.
Parallelamente alla forma linguistica, è necessario considerare la funzio-
ne del linguaggio, «che è quella di produrre ex novo la realtà». Il lin-
guaggio è pertanto una realtà di second’ordine. Infine, nel 1970, lo stu-
dioso ha ripreso per l’ultima volta il doppio dispositivo, senza tuttavia
sentire il bisogno di distinguere chiaramente la “persona” (il parlante, lo

113
Cfr. Dubuffet e Simon 1970-1984 1994, p. 44.
114
Cfr. Gasquet, op. cit., pp. 238-239.

54
Linguaggio e fenomenologia

scrivente) dall’autore (“lo scrittore”), che innanzitutto è istanza proiet-


tata, e poi istanza di origine:

lo scrittore si enuncia scrivendo e, all’interno della sua scrittura, fa sì che i per-


sonaggi si enuncino. 115

«Lo scrittore» (l’autore, istanza di origine), «enunciandosi», atto fon-


damentale del processo di significazione, presenta la «persona», realtà
primaria. In seguito, dà la parola a degli «individui», istanze proiettate,
che ri-producono il medesimo schema: divenuti a loro volta delle istanze
di origine, «si enunciano» e fanno sì che altri «si enuncino». Così, si av-
vicendano «narratori» e «personaggi». Il lettore, istanza di ricezione,
apprende questo insieme, comunemente chiamato «l’opera». 116

5.3 L’asse della physis


Finché il linguaggio è ancorato all’asse della physis, il principio di realtà
si conserva, e noi restiamo nell’universo del discorso. È questo, presu-
mibilmente, il suo tratto distintivo. Riprendiamo la descrizione virgilia-
na dell’incontro tra la madre e il figlio (Venere ed Enea, libro i, versi
402-405; vedi p. 38). Qui si presuppone che l’istanza di ricezione (il let-
tore) colga l’avvertenza dell’autore: percepire non è riducibile al “pen-
siero di percepire”; leggere e scrivere devono rispettare le medesime re-
gole. Si rende necessaria un’operazione di traduzione. Per l’istanza di di-
scorso, si tratta dunque d’imparare a

tradurre in significati disponibili un senso dapprima prigioniero nella cosa e


nel mondo stesso. 117

Bisogna evitare di confondere l’atto di traduzione, che è di competenza


dell’istanza giudicante, con l’esperienza della cosa in sé, che dipende
dall’istanza corporea, ovvero la ripresa (in t °) con la presa (in t -¹). I soli
segni che ha Enea della presenza della madre, quando lei si volta (aver-
tens), sono qualità del mondo, come il colorito rosa della nuca (rosea
115
É. Benveniste, “La natura dei pronomi” [1956], in Benveniste 1966, trad. it., p. 302;
É. Benveniste, “Sguardo sullo sviluppo della linguistica” [1963], in Benveniste 1966, trad.
it., pp. 33-34; É. Benveniste, “L’apparato formale dell’enunciazione” [1970], in Benveni-
ste 1974, trad. it., p. 99.
116
L’articolazione delle istanze – istanza di origine, istanza proiettata, istanza di ricezio-
ne – è illustrata attraverso un diagramma a piramide.
117
Merleau-Ponty 1964a, trad. it., p. 61. H. Meschonnic nota giustamente che «la più
grande difficoltà consiste nel sapere cosa resti del corpo nella scrittura». Cfr. Meschonnic
1982, p. 654.

55
Le istanze enuncianti

cervice), il cui brillìo è pari a quello dei fenomeni luminosi del cielo (re-
fulsit), il profumo d’ambrosia che esala dalla sua capigliatura ondulata
(vertice), l’aspetto cangiante (l’«ondeggiare») 118 dell’abito lungo fino ai
piedi (pedes vestis defluxit ad imos) e infine il movimento del corpo (in-
cessu). Una luce, un colore, un profumo, l’ondeggiare di un tessuto, un
modo di muoversi, sono proprietà distintive della divinità che si mostra.
Ecco come “enuncia” la propria identità:

[...] et avertens rosea cervice refulsit


Ambrosiaeque comae divinum vertice odorem
Spiravere; pedes vestis defluxit ad imos
Et vera incessu patuit dea [...]. 119

Ora la direzione di lettura è chiara: saremo fedeli al principio di realtà


se – attraverso la traduzione – ritroveremo l’esperienza somatica del ri-
conoscimento della madre da parte del figlio. Tenendo uniti physis e lo-
gos, sapremo ri-produrre nei nostri discorsi, alla stregua di Virgilio, espe-
rienze particolari. Benveniste – lo ribadiamo – si è impegnato a mettere
in evidenza questa funzione del linguaggio: l’istanza enunciante condi-
vide, di fatto, un’esperienza che ogni volta «s’instaura di nuovo e svela
lo strumento linguistico che la fonda». 120 All’opposto, se leggeremo i
versi di Virgilio sottovalutando il livello della physis, seguiremo il princi-
pio d’immanenza. Di fronte a noi è apparso qualcosa che l’istanza giudi-
cante ha tentato di tradurre; in questa fase, il nostro orizzonte è il “sem-
brare” e l’istanza corporea non ha più ragion d’essere. Il divario è netto:
da un lato – con la fenomenologia del linguaggio e la semiotica delle
istanze – l’“apparire”; dall’altro – negli anni Sessanta con l’analisi strut-
turale del racconto e la semiotica narrativa e oggettale, e oggi con le op-
zioni cognitiviste che mandano in cortocircuito il ruolo del corpo, a tut-
to profitto del cervello – il “sembrare” (il simulacro, la finzione). 121 Pe-
rò, qualunque sia il grado di astrazione progressivamente raggiunto, il
cambiamento di rotta è sempre possibile. Dal momento che il continu-

118
Benveniste ricorda che a partire da Eraclito, con i filosofi ionici, il ritmo (υθµ ς) è
un «modo particolare di fluire» e che «le specifiche configurazioni di ciò che è in movi-
mento si definiscono “ondulazioni”». Cfr. «La nozione di “ritmo” nella sua espressione
linguistica» [1951], in Benveniste 1966, trad. it., p. 397. Quanto alla parola vertex (testa):
la tradizione latina la riconduceva alla quasi omonima vortex (vortice), a causa del movi-
mento ondulatorio dei capelli (propter flexum capillorum).
119
Eneide, i, vv. 402-405.
120
É. Benveniste, “Il linguaggio e l’esperienza umana” [1965], in Benveniste 1974, trad.
it., p. 84.
121
Come accade negli studi sui meccanismi percettivi delle emozioni. Cfr. Damasio
1994, p. 202.

56
Linguaggio e fenomenologia

um è accertato, almeno secondo la fenomenologia del linguaggio (il lin-


guaggio è per il mondo ciò che il mondo è per l’essere), possiamo anco-
ra trarre giovamento dall’osservazione di Lévi-Strauss sullo statuto del
soggetto nella sociologia di Mauss: «il soggetto [l’istanza giudicante] è
capace di oggettivarsi indefinitamente; senza mai arrivare ad abolirsi co-
me soggetto, può cioè proiettare all’esterno delle porzioni sempre più
piccole di sé...».122 L’astrazione ha un limite che non va superato, altri-
menti si trasforma in artefatto. Ora, quel che è vero per una delle istan-
ze del discorso lo è a maggior ragione per le altre, in particolare per
l’istanza corporea, istanza di base, e per il linguaggio stesso. La lezione
che vorrei trarre dalla citazione di un testo ormai datato di Lévi-Strauss
ha un portata generale: l’ostinato tentativo di trattare il linguaggio co-
me se fosse un problema di metalinguaggio urta contro tutto il resto. Il
linguaggio, infatti, integra la realtà; è privo di un fuori, è senza referen-
za, se si considera il termine nella sua accezione logica. Ecco perché, an-
che nel caso estremo della «finzione narrativa, il linguaggio dice ancora
l’essere». Esso permette di trascrivere e poi di «rendere condivisibile
con altri un’esperienza», uno «stato di cose», nel quale consiste, secon-
do Ricœur – che la pensa come Wittgenstein, Husserl e Benveniste – la
stessa «referenza»:

Nel linguaggio di Wittgenstein, in questo vicino a quello di Husserl, il refe-


rente della frase è uno “stato di cose” [...]; in un senso assai simile, Benveni-
ste chiama referente della parola “l’oggetto particolare al quale corrisponde
la parola nella concretezza della circostanza e dell’uso”. 123

Benveniste fonda dunque l’analisi della referenza su due predicati rela-


tivi a due fasi successive, «provocare» e «rapportarsi a». Per Benveni-
ste, l’espressione verbale (la “frase”) è in qualche modo la proiezione di
uno stato di cose, della situazione, della referenza insomma, realtà di pri-
m’ordine. A questo titolo, la frase assurge a una realtà di second’ordine.
Una riflessione analoga aveva indotto Benveniste a distinguere – nel-
l’«istanza di discorso» – un “io” referente, quello dello stato di cose, e
un “io” riferito, istanza linguistica. È il cosiddetto fenomeno della «dop-
pia istanza congiunta»: «io significa “la persona che enuncia la presente
istanza di discorso contenente io”». Il referente (lo stato di cose) ha con
la frase lo stesso rapporto che l’«io» referente ha con l’«io» riferito. La
frase – doppio significante dello stato di cose che la produce (la «pro-

122
Lévi-Strauss 1950, trad. it., p. xxv.
123
Cfr. Ricœur 1975, trad. it., p. 172; Ricœur 1983, trad. it., p. 126; Ricœur 1990, trad.
it., p. 440; É. Benveniste, “La forma e il senso nel linguaggio” [1966], in Benveniste 1974,
trad. it., p. 257.

57
Le istanze enuncianti

voca») e che così si mette in scena o che, una volta prodotta, gli si «rap-
porta» – ha un’esistenza correlativa:

Ogni forma verbale, senza eccezione e in qualsiasi idioma, è sempre collega-


ta a un certo presente, e perciò a un insieme ogni volta unico di circostanze
che la lingua enuncia in una morfologia specifica. 124

Conformemente al continuum nel quale prende posto, «la lingua enun-


cia» degli stati di cose (o piuttosto degli stati di cose «si enunciano» nel
linguaggio): per «enunciare» la sua identità, l’«io» referente ha bisogno
dell’«io» riferito; a un altro livello, «il corpo enuncia» delle verità (degli
stati di cose); a un altro livello ancora, «lo scrittore si enuncia e, all’in-
terno della sua scrittura, fa sì che gli individui si enuncino». Però, se si
esce dal campo della realtà, il linguaggio conosce solo il regime dell’ete-
ronomia e lo zoccolo duro delle rappresentazioni mentali. Mentre per
Benveniste «rappresentazione» ha un significato «nella situazione ine-
rente all’esercizio del linguaggio, che è quella dello scambio e del dialo-
go», come nuova presentazione della realtà, ri-presentazione, la rappre-
sentazione (senza trattino) secondo il principio d’immanenza che sosti-
tuisce al linguaggio il metalinguaggio è solo «la trasformazione simboli-
ca degli elementi della realtà o dell’esperienza in concetti, processo gra-
zie al quale si realizza il potere razionalizzante della mente». 125
Senza rendercene conto, tanto sono pregnanti le abitudini cognitive,
siamo passati dall’asse della physis (a, a’), insieme con quello del logos
(b, b’), al solo asse del logos (b, b’) o, per totale riduzione, a b’ (che rap-
presenta il «si pensa»). Quest’ultimo, inoltre, è messo in parallelo con
a’ quando la scelta epistemologica è quella di naturalizzare il linguag-
gio. 126
Tale soluzione, la razionalizzazione, adottata così facilmente dai lin-
guisti da sembrare senza alternative, illustra bene la definizione della lin-
gua come «modo di pensare» (Damourette e Pichon) o «modo in cui la
mente si osserva pensare» (Guillaume).127 Che cos’è un sistema fonolo-
gico – dicevano al Circolo linguistico di Praga – se non «una struttura
intelligibile che sembra tracciata dal pensiero»? 128
124
Ibidem. Il lettore avrà avuto modo di notare che Benveniste non si cura di distingue-
re rigorosamente «lingua» e «linguaggio», fatto che è stato spesso sottolineato (vedi Ha-
gège e Lyons 1984, pp. 108, 132).
125
É. Benveniste, “Sguardo sullo sviluppo della linguistica” [1963], in Benveniste 1966,
trad. it., pp. 34, 38.
126
Cfr. Petitot 1994, p. 6: “La naturalizzazione della mente e del senso apre gli orizzon-
ti dell’unificazione metodologica dei programmi di ricerca sui Geisteswissenschaften”.
127
È lo stesso per il guillaumiano R.-L. Wagner, che dà il suo apporto con affermazioni
come «Il pensare si esprime nella lingua» [1948]. Cfr. Wagner 1980, pp. 28-29.
128
Cfr. Pos 1939a, p. 4.

58
Linguaggio e fenomenologia

5.4 L’asse del logos

5.4.1 La non-persona
Anche se optiamo per il principio d’immanenza, con il suo corollario –
l’esclusione del principio di realtà e della sua base (a, a’) – si pone ugual-
mente la questione: “chi pensa?” o, secondo la semiotica delle istanze,
“quali sono le componenti dell’istanza di origine?”. Gli “immanentisti”
(compresi Pos e Benveniste in parte delle loro riflessioni) tentano di ri-
spondere facendo leva sulle rappresentazioni che il pensiero ha costrui-
to e sulle quali opera. Il pensiero pensa o, volendo evitare la tautologia,
un x pensa; un’istanza giudicante rende noto il proprio pensiero nel qua-
dro dell’eteronomia (b, b’). Piaget (1968) chiama questo x «soggetto
epistemico» o soggetto «qualsiasi», ridotto allo statuto di «nucleo cogni-
tivo comune a tutti i soggetti dello stesso livello». Benveniste spiega che
nella lingua l’indicatore abituale del soggetto qualsiasi è l’“egli” – che in-
dica la non-persona – un «“egli” prototipico che introduce una classe
d’indicatori come il “si” e il “noi”». Il fenomeno è noto. Il soggetto epi-
stemico (b), guidato dalla Ragione (forma del terzo trascendente, b’),
questo «ego “ragionevole” (animale razionale)», compie esperienze di
pensiero. 129
Qualche esempio: come produciamo la significazione?, si chiede Ben-
veniste. Operazione fondamentale: «congiungiamo» degli elementi che,
isolati, non significano nulla. Aristotele diceva lo stesso. Un’operazione
di «sintesi» (di congiunzione), marcata dall’operatore σ!ν, «con» (σ!ν-
θεσις), viene compiuta da un’istanza giudicante nella forma del «noi»
(b). Se non è in relazione con la physis (l’asse a, a’), il «noi» appartiene
al metalinguaggio, e viene detto soggetto dell’immanenza. Aristotele ha
dotato tale soggetto della capacità di costruire dei discorsi coerenti nel-
la forma e privi di referenza con l’essere, con la physis. Questo vale an-
che per B. Russell: «non si deve necessariamente presupporre la pre-
senza di una persona [in carne ed ossa] per spiegare quello che accade».
Non abbiamo accesso alla realtà se non attraverso il pensiero. Per Witt-
genstein anche «la proposizione [unità metalinguistica, a differenza del-
la frase, che è un’unità discorsiva, il riferito di uno stato di cose] è una
trasposizione della realtà così come la pensiamo». 130 È sempre il sogget-
to dell’immanenza, il soggetto epistemico, a costruire le proprie rappre-
sentazioni dei meccanismi linguistici. M. Barbut, riflettendo sul signifi-
cato di “struttura” in matematica negli anni Sessanta, prende a modello
(e il modello è per definizione un oggetto su cui possiamo ragionare) un

129
Cfr. Husserl [1929-1931], trad. it., p. 52.
130
Cfr. Russell 1921, trad. it., p. 19; Wittgenstein 1921, 4.01.

59
Le istanze enuncianti

gruppo astratto, il quadrato di Klein. Questo modello a quattro termini


è stato impiegato nell’analisi del discorso per rappresentare le trasfor-
mazioni ritenute necessarie e sufficienti all’identificazione formale di un
“soggetto” in movimento. Barbut riassumeva così gli insegnamenti di
Klein: «una rappresentazione di questo gruppo è un significato dato a
ogni elemento del gruppo; vuol dire farne oggetti “concreti” che si com-
binano come elementi del gruppo “astratto”». 131
Nella costruzione dei modelli cognitivi, di ordine metalinguistico (da
Aristotele a Wittgenstein) o logico-matematico (Klein e il suo gruppo
di trasformazioni), la non-persona è forse qualcosa di più d’un sempli-
ce «nucleo cognitivo», dato che è agente di operazioni mentali. La non-
persona, soggetto epistemico, è modellizzante. Viene modellizzata nel
momento in cui dipende da un insieme testuale, e trova la sua forma co-
me soggetto narrativo. Ricœur teorizza questa costruzione quando ri-
chiama la nozione di «messa in intreccio» (µθος) concepita da Aristo-
tele nella sua Poetica. A mio avviso, la messa in intreccio spetta all’istan-
za di origine (io), che essa sia di primo (l’“autore”), di secondo (il “nar-
ratore”) o di terzo livello (il “personaggio”). La non-persona racconta,
«dice chi ha fatto cosa, come e perché, e dispiega nel tempo la connes-
sione tra questi punti di vista. 132 L’atto di raccontare e di raccontarsi –
afferma Ricœur – mira a stabilire un’«identità narrativa» immanente (b,
b’), mentre l’atto di enunciare e di enunciarsi ha come scopo quello di
stabilire un’«identità personale» che è, di diritto, conforme al principio
di realtà (a, a’, b, b’). La persona enuncia e si enuncia (Pos, Benveniste);
il soggetto narrativo racconta e si racconta (Ricœur e i narratologi).

5.4.2 L’assenza di persona


Ma se si segue fino in fondo la logica dell’immanenza, il soggetto narra-
tivo continua a essere necessario? Conserva ancora la funzione di pon-
te con il terzo trascendente? Ritorniamo alla formula astratta proposta
da Piaget, quella del «nucleo cognitivo». Sembra la più appropriata, nel
momento in cui l’istanza di origine si limita a una sola componente, il
terzo trascendente (b’) e dunque fa economia del soggetto narrativo (b).
Alla non-persona si sostituisce, allora, l’assenza di persona. Qui vale la
pena di riprendere la distinzione, operata da Benveniste, tra il regime
dell’assenza di persona, che caratterizza il racconto storico, e quello del-
la persona (io/tu), specifico del discorso: «dato che il narratore non in-
terviene, la terza persona non si oppone a nessun’altra, quindi è un’as-
131
Cfr. Barbut 1966, p. 800. In riferimento al gruppo di Klein, vedi Lacan 1967-1968,
pp. 189 ss.; Coquet 1989, pp. 39, 100.
132
Cfr. Ricœur 1990, trad. it., p. 238.

60
Linguaggio e fenomenologia

senza di persona». 133 Abbandoniamo il “discorso”, attività significante


per eccellenza, alla quale concorrono le istanze corporea (a) e giudican-
te (b), per impegnarci nel “testo”, luogo in cui si costruisce e si svilup-
pa il “racconto”. Il testo – il testo “tela”, diceva Cézanne – è il prodotto
del “mio” processo di oggettivazione (b). Su questo “testo” “proietto” il
paesaggio (vedi p. 75). Con il “racconto”, le cose cambiano. Si può dire
che anche se è un oggetto costruito, e dunque caratterizzato da proprie-
tà razionali di coerenza e di chiusura, resta il prodotto di un terzo tra-
scendente (b’). «Il pensiero si compie testualizzandosi», nota F. Jacques.
Il pensiero di un terzo, innanzitutto, quel terzo che il discorso religioso
chiama “Dio”. È lui, o meglio Lui, a rivelarsi attraverso l’intermediazio-
ne del «Libro» di cui è il «Supremo Autore». Con Lui è possibile apri-
re un «dialogismo originario», a patto, ovviamente, di rispettare la ge-
rarchia: l’uno, il lettore, è «sotto lo sguardo dell’Altro», l’Autore, che è
anche la «Persona» per eccellenza, la «Prima». I ruoli sono stati attri-
buiti una volta per tutte e le maiuscole sono lì a testimoniarlo. «Il pen-
siero che interroga» si confronta con l’assenza. Dio è giustamente «l’As-
sente universale», il terzo escluso, una pura «illeità» (il concetto è di Le-
vinas), ed «è compito dell’indagine dire da quale assenza un testo sta na-
scendo». Una volta entrati nell’universo dell’eteronomia, l’istanza giu-
dicante, rappresentata qui dall’homo religiosus, è risolutamente invitata
ad aderire alle proposizioni del Testo e a rispondere alla Chiamata che
esso implica: sottoposto a una «trasformazione progressiva e faticosa
[...], l’essere che interroga s’inserisce nella trama di un’economia che lo
sovrasta, quella delle grandi decisioni creatrici di Dio». 134 Messo a con-
fronto con la forza esterna e irreversibile del terzo trascendente, l’uomo
è costretto ad adeguarsi, dato che non può opporsi. Nel suo spazio vita-
le «fa irruzione una Chiamata di pura grazia»: «Qualcuno chiama» e at-
tende una risposta, un’apertura; o meglio, un’adesione. 135
Qualunque sia la figura che riveste il ruolo di terzo trascendente –
Dio, la Ragione, la Scienza, la Società ecc. – il “testo”, “testo narrativo”
(Jacques) o “racconto” (Greimas, Ricœur), nasce da qui. L’indicatore si,
il si di «si pensa», denoterebbe allora perfettamente l’assenza di perso-
na, ossia il terzo trascendente (b’) che, da solo, assume il ruolo d’istan-
za di origine. Assenza, tuttavia, non significa tanto “un niente” quanto

133
É. Benveniste, “Le relazioni di tempo nel verbo francese” [1959], in Benveniste 1966,
trad. it., p. 288.
134
Cfr. Jacques 1993, pp. 351, 362, 364-365, 372; Jacques 1998, p. 1768; Levinas 1967,
p. 199. Sull’«adesione» come criterio del discorso religioso, cfr. Coquet 1985, p. 211: il
terzo trascendente «s’impone e il soggetto aderisce; per lui non si tratta più di accettare o
rifiutare», come potrebbe fare in regime d’autonomia.
135
Sullo «strano regime» Chiamata /Risposta, vedi Jacques 1999, pp. 142, 149,159.

61
Le istanze enuncianti

piuttosto “una presenza mancante”. Insomma, il terzo si nasconde, ma


lascia tracce che ne permettono l’individuazione, coinvolgendoci così
in una sorta di caccia agli indizi. La regola generale è offerta da questo
aforisma: «lo riconosco proprio perché non lo conosco». 136 Basta la-
sciarsi guidare dai segni che lascia. Ne è un esempio quello che Jacques
chiama il «discorso teleologico»: «se la verità dell’essere si è enunciata
una volta per tutte, bisogna solo esplicitarla». Il terzo trascendente, seb-
bene la forma pronominale non lo dica, “enuncia” il giudizio (infatti
corrisponde, nel suo ordine, all’istanza giudicante) e il “testo” è la for-
ma evoluta con cui esso viene comunicato. Siamo facilitati nell’interpre-
tazione per il fatto che nei testi “sacri”, la Bibbia per gli ebrei, il Vange-
lo per i cristiani, le Chiamate abbondano. Il Verbo è ripetitivo. Il tappe-
to si srotola a principio, e siccome il testo è assai ricco di segnali, il letto-
re, condotto per mano, non ha difficoltà nel risalire alla fonte. 137 Ricor-
rendo ancora una volta al predicato generico del racconto, “racconta-
re/raccontarsi”, diremo che il terzo racconta (ha raccontato), e il letto-
re che vuole cogliere il messaggio a lui indirizzato dovrà compiere il
cammino a ritroso e “ri-raccontare” (wiedererzählen). L’operazione di
ripresa è necessaria perché si costituisca il soggetto dell’adesione.
Va sottolineato che il soggetto eteronomo (di tipo b’, b, contro il sog-
getto epistemico, che è di tipo b, b’) non svolge alcuna funzione nella
produzione del discorso: presupposto dal «discorso teleologico», obbe-
disce ai “segni” che una divinità benevola pone sul suo cammino. Pos-
siamo però andare oltre, e passare dall’obbedienza alla programmazio-
ne. Ritroviamo allora il non-soggetto funzionale (quello della relazione
b’, a), l’automa descritto da Valéry, che reagisce ai “segnali” inviati dal-
la Società, il doppio laico di Dio. Il terzo trascendente non è più il «Su-
premo Autore» di un «Testo» di salvezza, ma il Regolatore delle forme
sociali, di cui fanno parte la lingua e il racconto (o piuttosto le strutture
narrative). Si comporta come una forza razionale, paragonabile «a un
inconscio categoriale, combinatorio», secondo la formula proposta a Lé-
vi-Strauss da Ricœur. La Società e la sua proiezione, la lingua, acquista-
no, logicamente, lo statuto di entità autonome. Affermare l’autonomia
delle proprie discipline: era questo, all’inizio del xx secolo, il progetto
scientifico comune a sociologi e linguisti. La lingua, così come «il pen-
siero collettivo», va studiata in se stessa e per se stessa – α τ καθ’ α τ,
diceva Aristotele nell’Organon – salvaguardando la specificità di ogni
136
Cfr. Claudel 1967.
137
«La Bibbia non è che una serie di Chiamate, il Vangelo di Cristo una lunga Chiama-
ta. La questione religiosa va da una Chiamata a una Risposta che coinvolge tutto l’essere:
la sua struttura non è più del tipo domanda/risposta, ma è quella chiamata/risposta».
Cfr. Jacques, op.cit., pp. 137-138.

62
Linguaggio e fenomenologia

termine della proposizione; «senza referenza a un soggetto pensante»,


precisa Ricœur. 138 Per quanto il terzo sia logico e, per definizione, uni-
versalista, la “disincarnazione” è stata un rischio tanto per la sociologia
quanto per la linguistica. Mauss e Lévi-Strauss hanno saputo evitarlo,
ma non la sociologia durkheimiana né la linguistica hjelmsleviana o la
semiotica narrativa e oggettale di Greimas, e tanto meno la narratolo-
gia. 139 Vanno ricordati i legami che, tradizionalmente, hanno connesso
la riflessione linguistica con la riflessione sociologica. Greimas (1956,
pp. 16-17) sostiene che «la linguistica francese si considera, da mezzo
secolo, come una scienza sociologica», e che Saussure partiva da «po-
stulati durkheimiani». In entrambi i casi prevalgono relazioni logiche.
Saussure (1916, trad. it., p. 126) dota la «coscienza collettiva» del pote-
re di «studiare i rapporti logici [...] che legano termini coesistenti che
fanno sistema». Durkheim, dal canto suo, constata con stupore che in
alcune popolazioni dell’Australia il «pensiero» è in grado di «costruire,
grazie a un semplice calcolo, il sistema delle classi di una tribù». Un
«quadro sociale» è anzitutto un «quadro logico», aggiunge, «una logica
speciale, diversa dalla nostra, ma che ha comunque le sue regole defini-
te». 140 Questo tipo di ricerche è regolato dal principio d’immanenza,
fatto che Lévi-Strauss (op. cit., trad. it., p. 14) sottolinea quando ricorda
il suo debito verso la sociologia di Durkheim: «per ogni forma di pen-
siero e di attività umane» s’impone una procedura preventiva, «identi-
ficare e analizzare i fenomeni, e scoprire in quale misura le relazioni che
li uniscono siano sufficienti a spiegarli».
Non abbandoniamo l’universo immanentista e il suo spazio logico ne-
anche passando all’àmbito narrativo, sede preposta alla rivelazione e al-
l’esplicitazione delle «forme universali dell’umanità». Così, dopo aver
riconosciuto la «dimensione sociale» del linguaggio, «anteriore all’indi-
viduo», Greimas (1984, p. 3) assume senza difficoltà una prospettiva oli-
stica e riduce in blocco

le tremila società etno-culturali che compongono l’umanità. Esse possiedono,


mutatis mutandis, le stesse forme narrative. In più ci sono formule, proverbi,
rituali, forme discorsive che sottendono schemi di pensiero generalizzabili.

138
«Il pensiero collettivo deve essere studiato in se stesso, per se stesso», si legge nella
“Prefazione” a Durkheim 1895. Il Corso di linguistica generale di Saussure editato da Bal-
ly e Sechehaye nel 1916 dice lo stesso: «bisogna inquadrare la lingua in se stessa per se
stessa». Cfr. anche Ricœur 1963, p. 600. «Il “ça pense” è sufficiente: il pensiero struttura-
le resta un pensiero che non si pensa», p. 617.
139
«La disincarnazione è stata uno dei pericoli che hanno minacciato la sociologia dur-
kheimiana». C. Lévi-Strauss, “Il campo dell’antropologia” [1960], in Lévi-Strauss 1973,
trad. it., p. 39.
140
É. Durkheim, citato da Goudineau 2004, p. 175.

63
Le istanze enuncianti

Tali forme non possono essere spiegate né ricorrendo al concetto d’influenza


né considerandole modi di produzione spontanei. Diciamo che sono le forme
universali dell’umanità.

Da questo punto di vista, nonostante l’eterogeneità dei componenti,


abbiamo a che fare con degli insiemi testuali ordinati, coerenti. Nella
Poetica di Aristotele, si legge che la “storia” (µθος) – chiamo qui “sto-
ria” il sistema dei fatti (50a, 4-5) o la «messa in intreccio», secondo la
traduzione di Ricœur – implica un’operazione cognitiva e la sua tradu-
zione in racconto. Preoccupato di configurare gli avvenimenti in una
unità razionale (σ!νθεσις), il terzo trascendente racconta e si fa cono-
scere. 141
Propp (1928) usa una delle sue figure, il concetto di «struttura», per
sottolinearne, con una metonimia, il carattere autoritario: «la struttura
della fiaba vuole che [...]». Perciò il lettore non si sorprenderà nello sco-
prire che Propp, e dopo di lui Greimas, segmentano la fiaba o il raccon-
to, più generalmente il testo, in sequenze predeterminate. Uno “schema
narrativo canonico” prevede, spiega Greimas, l’iterazione di tre sintag-
mi, chiamate prove; a una prova “qualificante” segue una prova “deci-
siva”, e alla prova “decisiva” una prova “glorificante”. È il modo pro-
gressivo in cui si manifesta la significazione. Così, una serie d’istruzioni
fa passare l’“eroe” (un non-soggetto funzionale, un automa) da un luo-
go iniziale («la struttura della fiaba vuole, comunque, che l’eroe parta
da casa sua», loc.cit.) fino al luogo di destinazione, dove trova la sua ri-
compensa o la sua punizione. 142 Si noti che, essendo votata alla rappre-
sentazione degli atti di un non-soggetto funzionale (b’, a), la semiotica
greimasiana si accontenta di rappresentazioni logico-semantiche, di una
razionalità narratologica insomma (b’). Del soggetto (b) non sa che far-
sene. 143
La fenomenologia del linguaggio è interessata a un altro tentativo, per
quanto sia limitato al solo universo dell’eteronomia. Più ambizioso, es-
so postula l’identità delle leggi del pensiero e delle leggi della natura, ri-
battendo quelle su queste, il “si pensa” sul “si vive”, l’asse del logos su
quello della physis. Un aforisma di Piaget (1968) può servire a guidare
la riflessione: «la vita è geometria». Evocava il contributo di un natura-
lista scozzese, W. D’Arcy Thompson, i cui studi sulla morfogenesi han-
141
«L’intreccio è l’unità narrativa di base che compone ingredienti eterogenei (degli
agenti, delle finalità, delle circostanze, delle interazioni e dei risultati voluti e non voluti)
in una totalità intelligibile». Ricœur 1986, p. 230.
142
Greimas, nella sua vocazione alla scientificità, ricorre metaforicamente alla nozione
di «algoritmo di trasformazione». Vedi le voci «algoritmo», «automa» e «narrativo (sche-
ma)» in Greimas e Courtés 1979.
143
Cfr. la voce «soggetto» in Greimas e Courtés 1979. Ricœur 1975, trad. it., p. 400.

64
Linguaggio e fenomenologia

no attirato l’attenzione di un antropologo, Lévi-Strauss, e di un matema-


tico, Thom. Thompson D’Arcy s’interessa, ad esempio, ai processi mes-
si in atto da microrganismi marini unicellulari, i radiolari, che fabbrica-
no un tessuto protettivo paragonabile, per noi, a una rete. La particola-
re architettura di questi fenomeni naturali è attribuita a un dinamismo
soggiacente, a una forza che è la marca – direbbe la semiotica delle istan-
ze – del terzo immanente (a’). 144 Un’illustrazione del potere della physis
sugli oggetti del mondo è fornita da Valéry nel celebre testo L’uomo e la
conchiglia. Il lavoro di questo corpo molle che con il suo ritmo si costrui-
sce un habitat secondo il «motivo fondamentale dell’elica a spirale», di-
ce Valéry, mostra il «legame indissolubile e reciproco» che “la figura”, la
geometria, intrattiene con “la materia”, la fisica. Lo statuto delle due
istanze associate mi sembra ben definito: da un lato, «questa necessità
di origine interiore», questo “si” che «crea in noi» e che «non ha no-
me», il terzo immanente (a’); dall’altro lato, un esecutore, il mollusco,
un «essere che conosce solo il suo mestiere», un automa, il non-sogget-
to funzionale (a’, a): «una conchiglia emana da un mollusco». 145 Avva-
lendomi della concezione dello strutturalismo sostanzialista esposta da
Petitot (1996), dirò che la materia occupa una posizione a quo: è uno
«strato oggettale», il primo «strato dell’essere». L’espressione è di Hus-
serl. Ma la materia rende possibile «la costruzione geometrica delle for-
me», secondo strato dell’essere, che appartiene a un mondo intermedio,
qualitativamente strutturato (fenomenologico). Siamo vicini alla Meta-
fisica di Aristotele. «La materia è catturata dalla forma», dice Thom. 146
Le stesse forme narrative che prima derivavano da un terzo trascenden-
te (b’) sono, in questa prospettiva, «radicate nella regolazione biologi-
ca», e quindi generate da un terzo immanente (a’). Questo secondo stra-
to è il campo della biolinguistica thomiana. A un terzo livello si situano
le strutture linguistiche, «emanate», avrebbe forse detto Valéry, dal pia-
no morfologico. Per Petitot, le strutture sintattiche, come quelle narrati-
ve, «descrivono delle interazioni tra pregnanze», quali si vedono all’ope-
ra esaminando, per esempio, il funzionamento della «pregnanza preda-
zione» o della «pregnanza sessualità». In questo caso, è importante «sta-

144
W. D’Arcy Thompson, On Growth and Form [1917], citato nel Dictionnaire d’his-
toire et philosophie des sciences, puf, Paris 1999, p. 428: «La morfologia ha un aspetto di-
namico, grazie al quale riconosciamo l’interpretazione, in termini di forze, di operazioni
energiche».
145
Valéry [1937] 1965, pp. 888, 892, 898, 900, 905. Vedi anche J. C. Coquet, “La bonne
distance selon ‘L’Homme et la coquille’ de Paul Valéry”, [1983], in Coquet 1997.
146
Cfr. Thom 1991, p. 492, citato nel Dictionnaire d’histoire et philosophie des sciences,
op.cit., p. 429. Questa eredità del pensiero aristotelico si ritrova in Merleau-Ponty, quan-
do scrive: «La materia è pregnante della sua forma». Cfr. Merleau-Ponty 1964a, trad. it.,
p. 24.

65
Le istanze enuncianti

bilire la giunzione, se non l’equivalenza, tra Morfologie della Natura e


Strutture del Senso» e marcare così un’unità, quella del logos, che pre-
siede all’«unità della natura». 147 Il logos domina a qualsiasi livello; agi-
sce come una forza che lascia tracce in una forma. Il terzo trascendente
regolatore (b’) si sovrappone al terzo immanente (a’).
Nel prendere forma, la materia prende senso. Per Eraclito (frammen-
to 50), il logos, «istanza sovrana», esprime l’unità delle cose: «ogni co-
sa ha il suo logos, e il logos di ogni cosa è il principio della sua stabilità»,
afferma Thom (1988, p. 37). In questa tradizione s’inscrive Merleau-
Ponty, «tra i filosofi del xx secolo» – sostiene Petitot – «sicuramente co-
lui il quale, seguendo Husserl, meglio ha compreso che, prima di acce-
dere alla significazione semantica, il senso è uno strato dell’essere che si
edifica sullo strato dell’essere della forma». In breve, se il logos ha “due
facce” è perché da un lato abita il “mondo” (i sostrati materiali, fisici e
neuronali), e dall’altro il “linguaggio” (le sue strutture fonologiche, sin-
tattiche e narrative). Di fronte a questo terzo determinante (b’) – ripren-
do la terminologia di Petitot – c’è un «meta-soggetto operatore», ese-
cutore fedele dei programmi definiti dal logos. Il suo compito è di assi-
curare l’«organizzazione oggettiva del mondo». Ritroviamo la posizio-
ne di Piaget, che considera il soggetto alla stregua non di un’istanza giu-
dicante autonoma (b), ma di una struttura concettuale, un «nucleo co-
gnitivo» comune a un insieme dello stesso livello, ossia alla stregua di un
automa, di un non-soggetto funzionale (a), integrato nell’ormai nota re-
lazione di eteronomia, cioè nella relazione (b’, a). 148
Questa è la regola. Dovunque si guardi, il logos trionfa. In definitiva,
è come se non costruissimo e non sapessimo costruire altro che una «to-
talità intelligibile», per riprendere una citazione di Ricœur. Ma ad alcu-
ni questa sottomissione della physis al logos, ovvero la negazione della
physis, apparirà bizzarra. Porta a ribattere sull’asse del logos quello che
per noi appartiene, di diritto, all’asse della physis. In questa prospettiva,
il corpo proprio (Leib) è solo un concetto – («il concetto husserliano
fondamentale di “carne”», dice Petitot – e non l’istanza di base che as-
sicura la prima presa sul “mondo” (se stesso, l’altro, i nostri oggetti). La
pulsione e la passione, nella loro specificità, risultano accantonate. Il ve-
ro problema è quello di coglierle non nel momento in cui esse s’inscri-
vono di forza nel corpo proprio, come fa la semiotica delle istanze, ma
147
È la questione posta da Valéry a Einstein: «Quanto è alta la probabilità che la natu-
ra sia unita? Mi ha risposto: è un atto di fede». Cfr. Valéry [1929] 1974, p. 876.
148
Cfr. Petitot 1992, p. xxv, pp. 270, 319, 356; Petitot 1993, pp. 307, 311. A proposito
del «linguaggio», ricordo che Petitot presenta L. Tesnière come il linguista per il quale «le
strutture sintattiche sono delle organizzazioni autoregolate, analoghe agli organismi bio-
logici». Cfr. Petitot 1985, p. 45.

66
Linguaggio e fenomenologia

soltanto quando si manifestano «attraverso le strutture antropologiche


dell’immaginario», e già razionalizzate, poste sotto l’influenza del terzo
trascendente (b’). 149 Valga da avvertimento la seguente osservazione di
Varela (2008): «non potremmo avere alcuna idea di quel che sono il
mentale o il cognitivo, se li separassimo dalla nostra esperienza», ossia
dal campo della physis. 150

5.5 L’istanza di ricezione


Rispetto al “discorso” sviluppato dall’istanza di origine, a quell’insieme
significante rapportato, cioè, a una o a più istanze enuncianti che chia-
miamo discorso, l’istanza di ricezione può scegliere tra due alternative:
installarsi, secondo il principio di immanenza, sull’asse del logos o risa-
lire, in conformità con le esigenze del principio di realtà, fino al campo
inglobante della physis. Inteso in questi termini, il “discorso” è la nostra
unica via d’accesso all’“autore”, istanza di produzione originaria. Sia la
sequenza reversibile:

ir → ip → io.

In questo schema ideale, l’istanza di ricezione (ir), dotata a priori delle


stesse componenti dell’istanza di origine primaria (io), risale (traduce),
passo passo, dall’istanza proiettata fino all’istanza d’origine, l’“autore”.
A ciò che dice del suo mondo (come lo presenta e come si presenta, Dar-
stellung; come lo rappresenta e se lo rappresenta, Vorstellung), a seconda
che faccia riferimento all’asse inglobante della physis o al solo asse del lo-
gos. L’istanza di ricezione si lascia dunque guidare dal discorso e cerca
nelle sue costrizioni, dato che si compone di determinazioni concatena-
te, le componenti delle istanze.
Il corpo, ad esempio. Componente primaria dell’istanza di origine, il
corpo è infatti l’istanza produttrice di base (a), se è vero che il testo (il
mio testo) è elaborato (b) «a partire dal mio corpo», come nota H. Ci-
xous. Dal suo punto di vista, esso è persino istanza di ricezione, dato
che

si scrive con le orecchie. È assolutamente fondamentale. L’orecchio non per-


cepisce isolatamente le note: percepisce composizioni musicali, ritmi, scansio-
ni. La scrittura è una musica che passa, che almeno in parte si spegne, perché

149
Cfr. Petitot 1985b, p. 284. Cfr. Greimas & Courtés 1979, voce “Pregnanza”.
150
Varela 2008.

67
Le istanze enuncianti

quello che resta non sono note musicali, sono parole. Ciò che resta invece del-
la musica, e che esiste anche nella musica, è il ritmo, una scansione che agisce
anche sul corpo del lettore. 151

Il corpo (a) partecipa tanto alla lettura quanto alla scrittura. Non solo
«scrivo e mi scrivo» (Cixous), ritrovando così l’idea di Benveniste che
«lo scrittore si enuncia scrivendo», ma «scrivo per risonanza – e voglio
che si sentano le vibrazioni» (sottolineatura mia). Dunque la scrittura
non è dissociabile dalla voce, «questo inter-corpo che tocca l’orecchio»,
come felicemente la definisce H. Parret. 152 La testimonianza recata dal
discorso in regime di autonomia è che l’atto di “enunciarsi” congiunge
l’istanza corporea (a) e l’istanza giudicante (b), il non-soggetto e il sog-
getto. Inscritto nell’asse primario e determinante della physis e nell’asse
secondo del logos, il discorso “significa”con un doppio significato. Tor-
niamo nuovamente al testo esemplare di H. Cixous. Il principio è noto
alla fenomenologia del linguaggio. Bisogna «far entrare nella definizio-
ne di “reale” il contatto tra l’osservatore e l’osservato». 153 Qui il discor-
so mette a fuoco esattamente la persona dell’altro, con cui l’istanza di
origine vorrebbe stabilire un rapporto di intimità; ma non ci riuscirà se
le sue parole silenziose (il suo richiamo, e un richiamo può essere muto)
non lo faranno passare dallo spazio dell’altrove a quello della prossimi-
tà e dell’immediatezza. Colui che si tiene a distanza nella stessa stanza,
alla stessa tavola, è ancora un “egli”, una non-persona. Come portarlo a
diventare un “tu”? Rivediamo questa scena (Darstellung):

Io lo guardavo. Non pensavo che a catturare la sua attenzione, i suoi occhi


[...] non dicevo niente, dicevo soltanto tu, dicevo soltanto tamo [...] bastava
solamente che io gli dessi questa parola cioè che lui la ricevesse, l’essenziale
era che lui la ottenesse e, ricevendola, che me la accordasse e si accordasse al-
la mia nota. 154

Riprendendo un’espressione di Pos, potremmo dire che «l’intesa inter-


soggettiva», un’intesa passionale nel testo della Cixous, implica l’inter-
corporeità, un fondamento per così dire musicale: accordarsi alla nota
dell’altro che ci sta di fronte e che partecipa alla medesima tonalità fon-
damentale (Grundstimmung).
È vero che non ci troviamo in una situazione di dialogo interpersona-
151
Cfr. Calle-Gruber e Cixous 1994, pp. 73, 110; e Cixous 1986, p. 63: «La vita fa testo
a partire dal mio corpo. Io sono già testo».
152
«La voce è questo pezzo di corpo che scorre, un pezzo di corpo che si sta staccando,
corpo in evanescenza. La voce è inoltre, a causa del suo tempo di dispiegamento, un in-
ter-corpo che tocca l’orecchio». Cfr. Parret 1992, p. 43.
153
Cfr. Merleau-Ponty 1964a, trad. it., p. 43.
154
Cixous 1995, p. 219.

68
Linguaggio e fenomenologia

le, eppure il testo si rivela una sorta di interlocutore. È lui a giocare il


ruolo dell’altro ed è in rapporto a lui che si stabiliscono le identità reci-
proche dell’istanza di origine e dell’istanza di ricezione. «Io sono già te-
sto», afferma H. Cixous. Quindi, va da sé che non è previsto alcun “let-
tore esterno” («non credo di aver mai scritto per qualcuno in particola-
re»), almeno a una prima analisi (le dediche potrebbero servire da con-
troesempio). «La scrittura si scrive», offrendo i suoi testi da decifrare,
cosa che l’istanza giudicante fa più o meno bene (b), nella forma del
soggetto o del quasi-soggetto. La scrittura è una proiezione; «non si ri-
volge prima a un lettore esterno, perché comincia da me». 155 La si co-
nosce scrivendola e ricevendola. Mi serve per rivelare la mia identità. È
una partita che si gioca in tre: l’autore, il lettore (il suo doppio) e il testo,
oggetto materiale di riferimento. Ecco perché alcuni filologi possono pre-
tendere che «questa vita nelle lettere», questa proiezione in uno scritto,
questa «ri-produzione», direbbe Benveniste, sia «più vera dell’esperien-
za vissuta» dall’istanza di origine, nella misura in cui «ha saputo trasfe-
rirla in un altro ordine, che ne è libero». 156 Il testo ha sul dialogo il van-
taggio di convocare non solo il lettore originario ma l’insieme dei letto-
ri potenziali, e di costituire una comunità stabile e omogenea in cui cia-
scuno trae la sua esistenza dall’ascolto dell’altro. Ripenso al «si» del «vo-
glio che s’intendano le vibrazioni». C’è un’esperienza sensibile da con-
dividere, di cui il testo reca testimonianza malgrado il suo carattere og-
gettivante, se rimane subordinato al principio di realtà. «Lo si sente»,
dice M. de Certeau (1982, p. 402), «come si entra in una danza. Il corpo
è “informato” (riceve la forma) di quel che gli accade [...] molto prima
che l’intelligenza ne abbia conoscenza». Qualunque sia il discorso as-
sunto (b) dall’istanza di ricezione (it), orale (il dialogo) o scritto (il te-
sto), è sul corpo, il non-soggetto (a), che si fonda «l’intesa intersogget-
tiva».
La comunità politica può e dovrebbe essere basata su rapporti di que-
sto tipo. L’analisi della civitas romana ne ha fornito una rappresentazio-
ne. Il civis è civis meus: il cittadino è mio concittadino. «Il sentimento di
comunità», scrive Benveniste, è trasposto «in termini affettivi» (vedi
pp. 65-66). Un’affermazione del genere implica l’esistenza di quelli che
Merleau-Ponty (1964b) chiamava «corpi associati, gli “altri”». Nel rico-
noscere a Rousseau il merito di aver «scoperto, grazie all’identificazio-
ne [con l’altro, con «la natura intera»] il vero principio delle scienze
umane e il solo possibile fondamento della morale»,157 Lévi-Strauss in-
dica la strada, se così si può dire, a Pos. Per quest’ultimo, la comunità

155
Calle-Gruber e Cixous 1994, p. 75, pp. 109, 132.
156
Cfr. Bollack 2000, p. 214.
157
C. Lévi-Strauss, “Jean-Jacques Rousseau, fondatore delle scienze dell’uomo”, cit.

69
Le istanze enuncianti

linguistica, quella degli uomini, «il contatto con l’altro», presuppone


l’intesa («l’intesa umana è indispensabile alle scienze morali»), 158 un’in-
tesa inscritta sull’asse della physis, e dunque fondata sull’esperienza di
una relazione carnale con l’altro, l’empatia (l’Einfühlung di Husserl):

Il senso di una comunità di uomini, il senso del termine “uomo” che, in quan-
to individuo, è già essenzialmente membro di una società (cosa che vale an-
che per le società animali), implica un’esistenza reciproca dell’uno per l’altro.
Questo innesca un’assimilazione oggettivante che pone sullo stesso piano il
mio essere e quello di tutti gli altri. 159

L’identità sociale si costruisce in maniera analoga: delle esperienze sin-


golari, poi un’«assimilazione oggettivante». Gli uomini provano (o so-
no capaci di provare) «quei sentimenti specifici che costituiscono la gre-
garietà conviviale» perché stanno tutti sullo stesso piano. Lo sostiene l’an-
tropologo polacco-britannico B. Malinowski in un articolo di cui Ben-
veniste ha sottolineato l’interesse generale. A volte, «le persone chiac-
chierano insieme senza scopo». Nei suoi studi sulla comunicazione, Ma-
linowski analizza quella proprietà del linguaggio che fa sì che uomini ap-
partenenti alla stessa comunità linguistica e culturale si riuniscano e par-
lino senza avere alcun interesse intellettuale da condividere. 160 Non c’è
niente da dire, nulla che possa definirsi un’informazione, eppure la pa-
rola è necessaria a stabilire un legame sociale:

There is in all human beings the well-know tendency to congregate, to be to-


gether, to enjoy each other’s company. 161

Questa osservazione sull’affetto vale come un’istruzione. L’osservatore


non può tenersi a distanza dallo stato di cose. Il piacere di stare in com-
pagnia dell’altro (enjoy each other’s company), la «tendenza all’intesa»
tra i soggetti parlanti, secondo Pos, implica nell’estraneo, che è necessa-
riamente un osservatore, un cambiamento di attitudine. Se vuole com-
prendere la situazione, deve adottare il metodo che Malinowski chiama-
va dell’«osservazione partecipante». 162 Diventato un compagno, un ci-
vis insomma, farà a sua volta l’esperienza della condivisione, di quella

158
Cfr. Pos 1939a, p. 357; Pos 1939b, p. 78.
159
Cfr. Husserl [1929-1931] 1992, trad it., p. 124.
160
É. Benveniste, che cita B. Malinowski, “The Problem of Meaning in Primitive Lan-
guages”, in Ogden e Richards (a c. di), 1923. Cfr. Benveniste 1974, trad. it., pp. 104-105.
161
Malinowski, op.cit., citato da Mounin 1968, p. 27.
162
«L’estraneo è il nostro obiettivo», nota Berdiaeff. «Sull’oggetto possiamo formarci
dei concetti, ma non entrarvi in comunione, o – come dice Lévy-Bruhl – in “partecipazio-
ne”». Cfr. Berdiaeff 1936, trad. it., p. 64.

70
Linguaggio e fenomenologia

«comunione fàtica» che lega affettivamente lui, ascoltatore-testimone


(ir), al locutore, al gruppo sociale (io). Il passo successivo dell’antropo-
logo è trasmettere l’esperienza che ha vissuto senza tradirla. Come sot-
tolineano alcuni commentatori di Malinowski, la partecipazione non va
a buon fine se l’osservatore-partecipante non sa coinvolgere il lettore.
Con lui ha firmato (implicitamente) un “patto”, nel quale s’impegna (me-
rito non da poco) a far sì che il suo racconto resti «“affar nostro”», af-
fare del gruppo sociale, dell’osservatore-partecipante e, infine, del letto-
re. 163 Il “noi”, un “noi” inclusivo, dimostra, a suo modo, che il campo in-
globante della physis non è stato abbandonato. Si tratta sempre del «pun-
to di vista di qualcuno che ci sta». 164
La retorica delle passioni potrebbe dare man forte a questa tesi. In un
passo del De Oratore, Cicerone, da avvocato, rifiuta l’identità stretta-
mente sociale, quella di un non-soggetto funzionale (b’, a), di un abile
oratore dal comportamento gestuale e verbale codificato, e rivendica
l’identità personale (a, b), che è propria del soggetto:

Neque actor sum alienae, sed auctor meae.

«Non sono un attore che interpreta un personaggio che gli è estraneo»,


commenta G. Mathieu-Castellani, «ma l’autore del mio ruolo». Anzi,
perché la “partecipazione” sia piena, la mia persona (io) si appropria
del personaggio che io stesso proietto (ip). I due «si fondono in me. In
tribunale, attore e autore sono un tutt’uno». Come la persona s’identifi-
ca con il proprio personaggio per essere più persuasiva, per sedurre (ca-
piendi causa) il suo pubblico e il tribunale, così, visto che «la scena re-
torica è una scena teatrale», lo spettatore a teatro è invitato a diventare
attore; o meglio, come vuole Aubigné (sempre secondo Mathieu-Castel-
lani), a trasformarsi in «personaggio impegnato in una tragedia che si
svolge sul pubblico patibolo»:

Vedete che tragedia, scoraggiatevi.


Non siete spettatori, siete personaggi.

Di regola, perché s’instauri la comunione, «conviene che il discorso


giunga “scottante” all’auditorio». 165 Il che dimostra quanto l’identità per-
sonale – e la sua componente corporea (a) – sia costitutiva dell’identità
sociale.
Benché il processo di oggettivazione non abbia soluzione di continui-
163
Cfr. Adam, Borel, Calame, Kilani 1990, pp. 85, 287.
164
Cfr. Merleau-Ponty 1964a, p. 237.
165
Cfr. Mathieu-Castellani 2000, pp. 4, 88-89, 142, 145.

71
Le istanze enuncianti

tà con l’asse della physis, il potere di attrazione del logos è evidente. Mi


riferisco all’«assimilazione oggettivante» o al carattere oggettivante del
testo. Per chi riconosca la sola autorità del logos, il meccanismo è chia-
ro; l’istanza di origine (io) riduce o scarta l’istanza corporea, sia nella
versione (a) sia nella versione (a’, a), e – quanto all’istanza di ricezione
(ir) – ammette solo l’istanza giudicante sotto la forma (b) o (b’, b). Un
percorso di esclusione che porta a sostituire al riconoscimento della per-
sona quello della non-persona o dell’assenza di persona. Anche un avve-
duto fenomenologo come J. Patoika (1985, p. 46) fa prevalere la terza
persona, l’“egli”, sulla prima, forse perché influenzato dall’opinione dif-
fusa che per i greci non esista il “soggetto”: «la filosofia antica è una fi-
losofia della terza persona». È questa convinzione a fargli ritenere il
frammento 101 di Eraclito, « διζησµην µε1υτ ν » «un’idea oggetti-
va», mentre per Bollack e Wismann (1972, p. 289) la stessa frase, tradu-
cibile come «io mi cerco»,
combatte i motivi che la ragione trova per conservare l’identità che s’impone
dall’esterno. L’individuo si determina dall’interno. Il me (ossia la prima perso-
na) s’identifica come un essere in cerca della propria identità. Il sentimento
inalienabile, legato alla sua persona, dell’alterità fa di lui ciò che è. Il mortale
salva il suo pensiero scoprendo l’insondabile che lo ricongiunge all’immortale
che c’è anche in lui. L’uomo è quel che di lui resta sconosciuto.

Contro l’idea di un’unità razionale riduttrice, che «s’impone dall’ester-


no» (b’, b), Eraclito tenta di stabilire i diritti dell’identità personale, sia
del lettore o dell’interlocutore (ir) sia quella, simmetrica, dell’autore
(io). Non dissociare la physis dal logos è compito tutt’altro che facile.
Lo dimostrano le reticenze suscitate da questo genere di operazioni. Al
centro resta tuttavia l’obiettivo specifico di una fenomenologia del lin-
guaggio che usa gli strumenti concettuali della semiotica delle istanze.
A questo proposito, ritornerei sul “postulato” della Cixous (p. 68), che
mi pare in grado di orientare la nostra riflessione: tutti noi leggiamo con
il nostro corpo il libro del mondo, cioè un testo. Prima di leggerlo, come
può fare un’istanza di ricezione autonoma, si è dovuto tradurlo; poi,
grazie a questa traduzione, farlo conoscere. Perciò, l’istanza di origine
primaria è il mondo. Si offre a noi, e anzitutto all’istanza corporea (a),
come un “libro”. Il mondo è muto, ma attende di essere trascritto e tra-
smesso. A questa operazione di presa, compiuta dal corpo percipiente,
segue un movimento riflessivo (b), un movimento di ripresa, che per-
mette all’autore, divenuto la seconda istanza produttrice del discorso, di
dire al lettore che cos’è, per lui, l’essere del mondo: 166
166
Gli fa eco Merleau-Ponty, quando scrive: «quindi una cosa non è effettivamente da-
ta nella percezione, ma è ripresa interiormente da noi, ricostruita e vissuta da noi in quan-

72
Linguaggio e fenomenologia

io 1 (il mondo) → io 2 [il produttore (a, b) del discorso sul mondo] → ir (il
lettore del discorso).

Viceversa, la subordinazione razionalizzante della physis al logos (se ne


considerano esclusivamente le strutture) porta, alla fine dell’analisi, a ri-
conoscere solo il logos come oggetto del mondo. I fautori della “natura-
lizzazione della mente e del senso” procedono così. Il vantaggio, ai loro
occhi, è notevole: tale naturalizzazione, favorendo il processo di «unifi-
cazione metodologica dei programmi di ricerca sui Geisteswissenschaf-
ten», si definisce come un’«ascesa» della forma sensibile verso l’ideali-
tà del senso e implica, secondo la prospettiva classica della fenomeno-
logia husserliana, una semantizzazione della forma. 167
La subordinazione non è l’ultima delle questioni. Possiamo separare
ancora physis e logos ed entrare così nel campo dell’eteronomia univoca,
quella del terzo trascendente (b’). Il nostro linguaggio, ∆, orale e scritto
(con il simbolo ∆, intendo insieme “dialogo” e “testo”), si riduce allora
a una sola componente di produzione della significazione. Basterà rie-
vocare il «si pensa» della Scuola linguistica di Kazan o dei filosofi del
Circolo di Vienna o della semiotica oggettale, di Peirce o di Greimas.
Esso resta strutturalmente dominante, per quanto modificato dal pro-
cesso in cui s’inscrive, anche nel caso in cui diventa l’esito del «si vive»,
ossia nel «si vive → si pensa», proprio dell’opzione naturalista. Tale mo-
vimento, innescato dal terzo trascendente, passa attraverso un termine
oggettale d’intermediazione, uno spazio mentale chiamato – a seconda
delle discipline – “cervello”, “testo” o anche “struttura narrativa”. Nel-
le sue esperienze del mondo, dunque, l’osservatore (questa volta non
partecipante, e figura del terzo trascendente) incontra solo simulacri,
modelli sui quali ragionare. Per costituirsi in comunità, l’istanza di rice-
zione (ir) dovrà pervenire a un certo grado di generalità. E allora potrà
integrare le informazioni che l’istanza di origine gli trasmette, sullo stes-
so piano cognitivo.
Damásio (1994) mostra, ad esempio, che è possibile mettere a punto
dei «meccanismi di simulazione» della passione: «il cervello impara a
configurare l’immagine indebolita di uno stato “emotivo” del corpo, sen-
za poi riprodurlo nel corpo propriamente detto». L’espressione «imma-
gine indebolita» chiarisce che è «come se» fosse una percezione, e fa
dubitare che «sia la stessa di quella che nasce da uno stato reale del cor-
po». Il «processo ciclico della simulazione», che «corto-circuita com-
pletamente il corpo», ha il vantaggio di non oltrepassare i limiti del ter-
to legata a un mondo di cui portiamo con noi le strutture fondamentali, e di cui essa non
è altro che una delle concrezioni possibili». Cfr. Merleau-Ponty 1945, trad. it., p. 425.
167
Per Petitot, il compito di una semiogenesi è «edificare, a partire da una base morfo-
logica, una “risalita” semiotica della forma verso il significato». Cfr. Petitot 2004, p. 7.

73
Le istanze enuncianti

ritorio del logos, e dunque di restare pienamente intelligibile. L’osserva-


tore dovrà però accontentarsi di una conoscenza approssimativa dei
«meccanismi di percezione delle passioni» e soprattutto continuerà a
ignorare le tracce che l’esperienza passionale ha lasciato nel linguaggio.
Su uno schema di questo tipo si basa l’esperimento di pensiero (Ge-
dankenexperiment), che ha avuto successo nella fisica moderna, a parti-
re da Galileo. L’istanza ordinatrice (b’), sola istanza di origine (io), com-
pie un montaggio concettuale senza neanche ricorrere all’osservazione.
Proietta, nella configurazione, dei “robot”, come il malin génie carte-
siano, dei non-soggetti funzionali (b’, a), capaci di realizzare le azioni
previste in una sceneggiatura immaginaria. Questi non-soggetti trascri-
vono il resoconto dell’esperienza di pensiero alla quale hanno parteci-
pato come agenti virtuali. Una comunità scientifica “in ascolto” (ir)
raccoglie quella che viene presentata come informazione. Il discorso
scientifico abbonda di esempi di questo genere. R. Boyle, noto scienzia-
to irlandese del xvii secolo,

era considerato un testimone affidabile: ha stilato perciò un resoconto della


pompa ad aria, al fine di dimostrare le sue idee sull’etere. Ma leggendo i suoi
testi, tutto quello che ci resta è una sorta di Gedankenexperiment del tipo
“Immaginate una bottiglia in cui è stata pompata dell’aria, vi accorgerete su-
bito che...”. In questi casi, sono gli strumenti e le pratiche di manipolazione
in laboratorio a giocare il ruolo di agente.

Per convincere la comunità, il non-soggetto narratore fa leva sulla pre-


supposizione di un’evidenza: «vi accorgerete subito che...»]. 168 Nelle
scienze umane, ad esempio nella semiotica di Greimas, è frequente il ri-
corso a formule di questo tipo, basate sul predicato prototipico “vede-
re” a cui si accompagna un indicatore di genericità, come il “si”: “si ve-
de che...”, “osservando da vicino, ci si accorge che...”; e ancora: “allora
si è potuto constatare...”, “ci si è resi conto fin da subito...”, “si è consta-
tato in seguito...”. 169 Il lettore esperto in letteratura scientifica non farà
fatica a moltiplicare gli esempi.
Anche il “testo” può essere considerato uno spazio mentale, un «la-
boratorio» all’interno del quale – come afferma a più riprese Ricœur –
«la letteratura, il racconto, compiono “esperimenti di pensiero”». Le
stesse strutture narrative sono esperimenti di pensiero. 170 Nella pro-
168
Cfr. Depraz, Varela, Vermersch 2003, 1.3.
169
Cfr., per esempio, Greimas e Courtés 1979, trad. it, p. 234, «si vede bene che»; e p.
235, «a guardare da vicino». Per la terza citazione, vedi Greimas 1983, p. 15. Queste for-
mule ripetitive hanno il valore di parole-chiave per entrare nell’universo semiotico con-
cettuale di Greimas.
170
Cfr. Ricœur 1995, trad. it., p. 379; Ricœur 1986, p. 231.

74
Linguaggio e fenomenologia

spettiva ermeneutica (quella di Ricœur) o della filosofia del linguaggio


(quella di Jacques) o della semiotica greimasiana, il testo viene amputa-
to – dirà la semiotica delle istanze – del rapporto con la physis. Affidan-
dola a un universo di proiezioni, se ne fa economia, e il testo ottiene
“autonomia semantica”. Che si tratti di ermeneutica, di filosofia del lin-
guaggio o di semiotica standard, il presupposto più importante è «la
scelta del senso [e dunque della dimensione simbolica]». La posizione
epistemologica di Ricœur mi sembra esemplare:

La questione essenziale non è più quella di ritrovare, dietro il testo, l’intenzio-


ne [soggettiva del suo autore], ma di dispiegare, in un certo modo davanti al
testo, il mondo che esso apre e scopre.

Insomma, il testo è in contatto col mondo, agisce sul mondo: «lo apre»
e, reciprocamente, riceve da esso la sua messa in forma. È il suo «al-di-
là mondano», per Ricœur. Ottiene significato dalla sua referenza, il mon-
do. Un mondo di rappresentazioni, beninteso: quello del logos, e non
quello sensibile della physis. Le rappresentazioni hanno infatti il merito,
secondo Ricœur, di rendere più intelligibile «il rapporto con la nostra
collettività e con noi stessi [...]. È grazie alle rappresentazioni, cioè alle
ideologie, alle utopie, che ci realizziamo». Situato tra una fonte imperso-
nale (il contrario dell’«al-di-qua personale» dell’articolo del 1967) e una
istanza di ricezione (il lettore), il testo funge da intermediario, da «me-
diatore scritto». L’istanza di ricezione (b), posta «dinanzi» al testo, im-
para, leggendolo, quello che l’istanza trascendente (b’) pensa e vuole:

Comprendersi, per il lettore, significa comprendersi di fronte al testo e rice-


vere da lui le condizioni d’emergenza di un sé diverso dal me, suscitato dalla
lettura. 171

Un testo così concepito ha lo statuto di un’istanza proiettata dall’istan-


za di origine, dal terzo trascendente. Il lettore, un “sé”, “riceve da Lui”,
ossia dalla coppia narratore-personaggi che il testo mette in scena, l’in-
formazione che il terzo intende trasmettergli:

io (il terzo) → lp (il testo) → ir (il lettore)

Se l’al-di-qua non è personale, è perché, nella tradizione di F. Schleier-


macher, «l’origine sfugge ad ogni riappropriazione della ragione». 172 Il
terzo è allora assimilabile a un’assenza di persona, (b’), a un “si”.

171
Cfr. Ricœur 1967, p. 812; Ricœur 1988, p. 311; Ricœur 1995, trad. it., pp. 62-65.
172
Cfr. Dosse 1997, p. 397, nota 10.

75
Le istanze enuncianti

In qualità di filosofo della religione, Jacques vi riconosce un assente,


anzi «l’Assente universale». L’istanza di ricezione si affida a Lui perché
Lui le parla e le permette, in cambio, d’interrogarLo, senza creare, però,
le condizioni di un dialogo:

Ciò di cui si tratta, ciò di cui il testo tratta – le cose e gli stati di cose a cui fa
riferimento – è dibattuto, messo in discussione. In breve, i termini della que-
stione sono messi in questione nel e dal testo.

Il terzo, logos per definizione, è una ragione che parla, direbbero i teo-
logi (il Vangelo di Giovanni comincia proprio con l’affermazione che
Dio è logos, Θες ν  Λ γος ). Si serve del testo come medium per par-
lare all’uomo, istanza di ricezione. La relazione che si stabilisce tra Lui,
fonte testuale (b’/io) – «Dio, questo qualcosa», scrive Jacques – e l’a-
scoltatore-lettore (ir), impone a quest’ultimo un cambiamento d’iden-
tità: uscire dal suo campo di autonomia. È a questo prezzo che «Dio co-
munica e l’uomo lo accoglie». 173
Ricœur ha in mente un’operazione molto simile, quando distingue
l’“io” dal “sé”, l’identità personale dall’identità narrativa, doverosamen-
te oggettivante. La frase: «cambio l’io, padrone di se stesso, con il sé, di-
scepolo del testo» fa capire lo statuto del terzo trascendente. I due poli
sono correlati. 174 Il cambiamento d’identità in gioco (“lo scambio del-
l’io con il sé”) è rivelatore di quel che vuole il terzo. L’istanza di ricezio-
ne, il “sé”, è il “discepolo” del terzo, non invitato ma costretto ad aderi-
re al suo progetto, inscritto nel testo che riceve. Gli basta leggere. La
sua esperienza individuale viene cancellata. Con la sua nuova identità,
definita da Ricœur “narrativa”, prende posto in una storia collettiva. Il
principio è semplice: «individuo e comunità costituiscono la loro iden-
tità attraverso la ricezione di racconti che diventano per entrambi la lo-
ro storia effettiva». È così che «l’antico Israele, attraverso il racconto
delle storie dell’Esodo [...], si costituisce ricordando». Però occorre chia-
rire se «la comunità storicamente chiamata “popolo ebraico” tragga la
sua identità anche dalla ricezione dei testi che ha prodotto». Dal nostro
punto di vista, che è quello della relazione (b’, b), la “produzione” è in-
teramente attribuibile al terzo trascendente (b’). 175
In sintesi, se il testo è il luogo delle rappresentazioni, della messa in
forma concettuale del mondo, è perché il terzo trascendente (la Socie-
tà, quando il terzo è “profano”; Dio, quando è “sacro”) lo ha manifesta-
to così. Allora, l’istanza di ricezione (b) è obbligata a porsi sull’asse del
173
Cfr. Jacques 1993, pp. 351, 360; Jacques 1999, p. 137.
174
Ricœur 1995, trad. it., p. 72.
175
Ricœur 1985, trad. it., pp. 377-378.

76
Linguaggio e fenomenologia

logos, scelto dal terzo (b’). Uno comunica, l’altra accoglie. È esattamen-
te quello che diceva Jacques:

io (b’, si) → lp (il testo) → ir (b, sé)

Forse non siamo troppo lontani dai postulati della filosofia della mente,
per la quale la comunicazione (e «ogni cognizione è comunicazione») 176
implica la scelta esclusiva della “terza persona”. Qui, beninteso, non c’è
traccia della distinzione tra non-persona e assenza di persona, il cui qua-
dro epistemologico è diverso. Il “sé” è un primo indizio di questo ten-
tativo di oggettivazione. La storia e la cultura, ossia il mondo della “re-
ferenza”, mi rendono un altro. Così trasformato, lontano da me stesso,
a un passo dal diventare l’elemento di un insieme, sono l’“essere socia-
le” che Saussure opponeva all’“essere umano”, un individuo più che una
persona. Uso il linguaggio come una «forma di attività rappresentazio-
nale e cooperativa», che fonda un’istanza collettiva, un “noi” oggettiva-
to (un noi “esclusivo”, dicono i linguisti). 177 Nell’universo chiuso della
cognizione è la rappresentazione (il linguaggio del pensiero) a fungere
da anello di collegamento tra il mondo della referenza e il “sé”/“noi”
(l’istanza individuale e l’istanza collettiva). Il mondo, così definito, è
fonte (io) di un linguaggio (ip) ricevuto da un “sé” o da un “noi” (ir):

io (b’, si) → lp (il linguaggio del pensiero) → ir (b, sé/noi)

L’analisi della nozione di “rappresentazione” è utile a marcare il confi-


ne tra filosofia del linguaggio e fenomenologia del linguaggio. Se la rap-
presentazione è intesa come il prodotto della «trasformazione simboli-
ca degli elementi della realtà o dell’esperienza in concetti», siamo nel-
l’àmbito della filosofia del linguaggio. 178 Ammettiamo che questa “real-
tà” sia l’istanza a quo (io). Quello che sappiamo di essa (dato che restia-
mo nella sfera del pensiero), lo dobbiamo alla sua proiezione (ip), cioè
al linguaggio. Come dice Wittgenstein, «la proposizione [e «la totalità
delle proposizioni costituisce il linguaggio»] è una trasposizione della
realtà così come noi la pensiamo». 179 Questo “noi” ingloba i partecipan-
ti a una comunità linguistica (ir) in cui si distribuisce il “si pensa” (io).
Sia pure come metafora, il “si pensa” appartiene al mondo della refe-
renza, cioè alla “realtà”. «Qualcosa d’immateriale» (un «soffio», dice

176
Cfr. Moscovici 1992, p. 106.
177
Cfr. Putnam 1988, trad. it., p. 44.
178
É. Benveniste, “Sguardo sullo sviluppo della linguistica” [1963], in Benveniste 1966,
trad. it., p. 38.
179
Cfr. Wittgenstein [1921] 1961, 4.001 e 4.01.

77
Le istanze enuncianti

C. Chauviré), un principio, da «aggiungere ai segni morti per rendere


viva una proposizione». 180 Con il “si pensa” – e qui ritorno alla formula
di Benveniste – occupiamo infatti il luogo di origine del «processo con
cui si compie il potere razionalizzante dello spirito». 181
Anche la fenomenologia del linguaggio fa del logos la base dell’elabo-
razione e della trasmissione delle informazioni. Qui, però, la realtà non
è immediatamente concettuale; dipende, prima di tutto, da ciò che il
corpo impara del mondo nel suo contatto con esso. Il “c’è” della refe-
renza è un primo livello di “realtà”. Ma ne esiste un secondo, quello del
logos. Wittgenstein ha differenziato i due campi: una frontiera (Grenze)
separa il primo, quello del pensiero o del linguaggio (che è la stessa co-
sa), dal secondo, che è il campo di ciò che non può essere né pensato né
detto, ma c’è. La realtà viene mostrata (gezeigt), il pensiero viene detto
(gesagt). Negli anni Sessanta, questa è ancora l’unica prospettiva ritenu-
ta pertinente. Riprendiamo Wittgenstein: «una proposizione [il linguag-
gio] può dire di una cosa solo come essa è, non che cosa è». 182 Tra il
“come”, wie (la forma), e il “cosa”, was (ciò che è), c’è un salto che la lo-
gica impedisce di compiere. La semiotica concettuale di Greimas porrà
dei limiti simili a questi. Si rilegga Greimas e Fontanille (1991, trad. it.,
p. 290): «resta tuttavia, per lo sguardo semiotico, un orizzonte insor-
montabile, quello che separa il “mondo del senso” [il wie] dal “mondo
dell’essere” [il was]». L’operazione cognitiva (il termine “sguardo” è si-
gnificativo) ha la virtù quasi catartica di negare l’accesso alla physis.
L’insegnamento di Benveniste è completamente diverso e una feno-
menologia del linguaggio dovrebbe valersene. Benveniste chiama “ciò
che è” “evento” e lo associa all’esperienza dell’evento. Il “come” rinvia
alla messa in forma dell’evento e dell’esperienza. Tra i due campi, tutta-
via, non c’è distanza, ma solo una differenza di livello e un passaggio
dall’uno all’altro grazie a un processo di discesa, dal “cosa” al “come”,
oppure di risalita, dal “come” al “cosa”. A una realtà di prim’ordine,
quella dell’evento e dell’esperienza che ne abbiamo – nei limiti in cui
abbiamo presa su di esso (regime dell’autonomia) o esso ha presa su di
noi (regime dell’eteronomia) – fa seguito una realtà di second’ordine,
che elaboriamo a partire dalla realtà del primo. La fase di ripresa lascia
apparire tracce dell’evento, attraverso l’esperienza avuta. Notiamo, di
passaggio, che Wittgenstein riconosceva l’esistenza di questo fenomeno,
ma il suo scopo, all’epoca del Trattato, lo distoglieva dal proseguire nel-
l’analisi. Si limitava a far valere questo tipo di aporia: «L’inesprimibile
180
Wittgenstein 1933-1934, trad. it., p. 10; Chauviré 1989, p. 89. Questo «qualche cosa
che si aggiunge» è analogo al πρ ς di Aristotele.
181
Benveniste, op.cit.
182
Wittgenstein [1921] 1961, 3.221.

78
Linguaggio e fenomenologia

[il was] sarà contenuto – inesprimibilmente – nell’espresso [il wie]». 183


Sul processo presa/ripresa ci invita a riflettere anche Benveniste (1963),
quando tenta di mettere in luce la “funzione” del linguaggio che instau-
ra lo scambio e il dialogo: «il linguaggio ri-produce la realtà». Il sogget-
to del linguaggio, il parlante o lo scrivente (secondo livello), ha per sup-
porto la realtà (primo livello). Dato che la realtà ha un potere di dupli-
cazione («la realtà è prodotta di nuovo», dice Benveniste), il soggetto,
«incluso» nel suo proprio linguaggio, è capace di presentarla di nuovo.
In scena non va più la «rappresentazione» (Vorstellung), ma una nuova
presentazione (Darstellung), una «ri-presentazione». «Colui che parla»,
così come colui che scrive, «fa rinascere attraverso il suo discorso», con
il suo testo, «l’evento e la sua esperienza dell’evento».
Dal punto di vista di una semiotica delle istanze, l’istanza di origine
(io), soggetto del linguaggio (b, b’), è provvista di due componenti del-
la physis (a, a’). L’istanza di ricezione (ir), dal canto suo, si sforza – esem-
pio didattico, lo ammettiamo! – di omologarsi all’istanza di origine. Se
«per il locutore l’atto di discorso rappresenta la realtà, per l’ascoltatore,
ricrea questa realtà». Le operazioni che illustrano la «doppia funzione»
del linguaggio e che mettono in scena l’istanza di origine e l’istanza di ri-
cezione, possono così essere classificate sotto due predicati archetipici,
«ri-produrre» e «ri-creare». 184
La filosofia del linguaggio (prendo a testimone Ricœur) può anche ri-
correre a formule forti del tipo «il posto ontologico del lettore». Sta di
fatto che per lui la realtà è un al-di-là del linguaggio, un’implicazione
del discorso. È vero che «una concezione meramente immanentista del
linguaggio» non sa che farsene di una dimensione ontologica, e Ricœur
fa bene a ricordarlo. Però la sua analisi è condotta sul piano retorico e
privilegia la prospettiva dell’istanza di ricezione, per cui «il reale appar-
tiene al mondo del lettore» che lo «ridescrive» o lo «ri-figura» (anche
Ricœur compie la separazione, alla maniera di Benveniste). Ora, la real-
tà, per la fenomenologia del linguaggio, “rinasce”, si fa presente una se-
conda volta. Occupandosi dell’“essere-detto della realtà”, Ricœur si in-
scrive sull’asse del logos e si àncora alla sola relazione (b, b’), come se la
dimensione cognitiva coprisse la totalità del linguaggio. Ricœur, mante-
nendo la distanza tra linguaggio ed essere, sceglie il «sapere riflessivo»
(«il linguaggio si conosce nell’essere»); invece, Benveniste va oltre, e po-
ne l’equivalenza tra linguaggio ed essere: la realtà del linguaggio è quel-
183
L. Wittgenstein, lettera del 1917 all’architetto Paul Engelmann, citata in Chauviré
1989, p. 68.
184
É. Benveniste, “Sguardo sullo sviluppo della linguistica” [1963], in Benveniste 1966,
trad. it., p. 34; “Struttura della lingua e struttura della società” [1968-1970], in Benveniste
1974, trad. it., p.114.

79
Le istanze enuncianti

la dell’essere; si tratta della “sua” realtà, insiste l’autore, in grado, poi, di


prevedere e integrare lo spazio proiettato dell’immanenza. Per lui il pun-
to di partenza è il linguaggio, per Ricœur il metalinguaggio. 185
Grazie all’atto di linguaggio, inscritto, di fatto, sull’asse della physis,
mantengo il contatto con la realtà, la “mia” realtà – afferma il linguista
fenomenologo. Momento fondativo. Il ricorso al logos viene dopo. Dun-
que, l’esperienza dell’evento non va né «descritta» né «ri-figurata»; «è
là, presente, inerente alla forma che la trasmette». Per citare Wittgen-
stein, la forma del linguaggio (il wie, il come) e l’essere (il was, il cosa) si
danno insieme. A ogni atto di linguaggio, l’evento e l’esperienza che ne
abbiamo «s’instaurano di nuovo e manifestano lo strumento linguistico
che li fonda». Physis e logos sono legati. «In ogni momento il mondo ri-
comincia», «rinasce». 186 Appare così com’è. Come Venere a suo figlio.
Ricordiamo per l’ultima volta l’esempio di Virgilio: «vera incessu patuit
dea». Enea riconosce la madre (vera dea), nell’istante in cui la vede ve-
derla voltarsi (avertens) e scomparire, grazie alla sua andatura (incessu),
ma anche grazie al movimento della veste, alla capigliatura, al profumo
che l’avvolge, alla luce che splende intorno alla sua nuca. L’esperienza
sensibile è là, sfuggente, «inerente» ai predicati che la traducono.
Certo della necessità pratica della fenomenologia, appresa da Pos, da
Benveniste, da Merleau-Ponty (il nostro primo paradigma), l’analista si
preoccupa costantemente di articolare il logos con la physis. Inoltre, è
convinto della preminenza dal principio di realtà. Si tratta quindi di non
perdere, secondo la bella espressione di Benveniste, «la freschezza del
sempre nuovo» (vedi p. 70). «Giochiamo con cose che spariscono, e,
quando sono scomparse, è impossibile farle rivivere». 187 Come non pren-
dere sul serio questo monito di H. Cartier-Bresson?

185
Cfr. Ricœur 1975, trad. it., pp. 402-403; Ricœur 1995, trad. it., p. 75.
186
É. Benveniste, “Il linguaggio e l’esperienza umana” [1965], in Benveniste 1974, trad.
it., p. 84; É. Benveniste, “Sguardo sullo sviluppo della linguistica” [1963], in Benveniste
1966, trad. it., p. 38.
187
Cfr. Cartier-Bresson e Giacometti 2005, p. 82.

80
Seconda parte
Il potere della fenomenologia nel linguaggio

Temporalità e fenomenologia del linguaggio.


Alcune questioni poste dalla fenomenologia
alla linguistica e alla semiotica 1

La linguistica e la fenomenologia hanno legami di vecchia data. Tutta-


via, ci si può chiedere se su un tema cruciale come quello della tempora-
lità – gli elementi che definiscono il tempo – gli specialisti delle scienze
del linguaggio abbiano colto davvero tutti gli insegnamenti della feno-
menologia. Per un fenomenologo come Ricœur, era chiaro che la lingui-
stica è «una fenomenologia che non sa di esserlo» (Ricœur 1978: 1466),
ma il linguista, spesso prigioniero o molto innamorato dei suoi modelli
parascientifici, non sembra aver reagito a questa osservazione. 2 Husserl,
maestro incontestato della fenomenologia pura (alle Ricerche logiche
fanno riferimento Brøndal, Hjelmslev e Jakobson), è anche colui che, se-
condo Merleau-Ponty (1960, trad. it., 117), ha messo in «posizione cen-
trale» la parola. Il linguista dovrebbe incamminarsi risolutamente su
questa seconda strada, anche se crede poco alla fecondità dell’analisi fe-
nomenologica, per l’importanza delle questioni che essa solleva. Mi ri-
sulta che Benveniste sia stato il primo ad averci provato. 3
Per convincersene, basterà ricordare il posto occupato, nella sua ri-
flessione teorica, da alcune nozioni indispensabili allo svolgimento di
questo tipo di analisi, in particolare quella di discorso, che mi pare fon-
damentale. Nella teoria di Benveniste, il campo di riferimento non è più
la retorica, tradizionalmente limitata alla descrizione di discorsi sociali
specifici, come il giudiziario o il politico, e alla classificazione dei tropi e
delle figure. La sua nozione di discorso, poi, non riguarda più la classica

1
“Temporalité et phénoménologie du langage”, in Coquet 1997, pp. 81-103. Il saggio è
stato pubblicato per la prima volta in Sémiotiques, 5, 1993, pp. 9-29.
2
Una decina d’anni prima, Ricœur riconosceva nella fenomenologia una «teoria del
linguaggio generalizzato». Cfr. Ricœur 1969, trad. it., p. 262.
3
Cfr. Coquet 1992.

81
Le istanze enuncianti

opposizione linguistica tra dimensione frastica e dimensione trans-


frastica, dovuta all’ipotesi che la frase sia la sola unità formale diretta-
mente analizzabile in livelli. Il discorso si definisce, invece, in relazione
a un atto di linguaggio compiuto in un tempo presente, e che mette in
presenza delle persone da lui chiamate «partner». 4 In questo modo, Ben-
veniste inverte la prospettiva dominante in epoca strutturalista. In pri-
mo piano, come unico oggetto immanente che si offra all’analisi, non c’è
la lingua, ma il discorso: «È nel discorso, attualizzato in frasi, che la lin-
gua si forma e si configura. A questo punto comincia il linguaggio». 5
Questo cambiamento nell’ordine delle priorità si è potuto produrre
solo in virtù dell’abbandono del punto di vista esclusivamente logico,
fondamento delle teorie immanentistiche, e dell’assunzione di una pro-
spettiva della morfogenesi del tutto diversa da quella che nel xix secolo
aveva caratterizzato la ricerca delle origini.
Cogliere la specificità del discorso porta a riprendere alcune delle sue
inscindibili proprietà. Innanzitutto quella di istanza, centro del discorso,
nozione introdotta da Benveniste nel 1956, sotto forma di «istanza di
discorso», cioè «degli atti discreti e ogni volta unici mediante i quali la
lingua è attualizzata in parole da un parlante». 6 Tre osservazioni. La pri-
ma concerne la parola in sé. Essa non ha il valore quasi giudiziario che
assume in Freud, dove l’istanza del super-io, ad esempio nella Traum-
deutung , esercita una funzione di censura. La filiazione è grammatica-
le. Così, Quintiliano definiva il presente un «tempus instans», ossia un
tempo ancorato (in-) nell’“adesso”. La seconda osservazione riguarda il
fatto che l’istanza (o l’atto) ha due versanti: uno formale (una marca lin-
guistica, come “io”, “tu”, “egli” ecc.) e uno sostanziale, la persona (il lo-
cutore, il partner): «Io significa “la persona che enuncia la presente
istanza di discorso contenente Io”» (Benveniste 1966, trad. it., p. 302).
Infine, “ancorato” non vuol dire immobile, ma situato nel reale. L’atto
di linguaggio, infatti, «realizza ogni volta l’inscrizione del locutore in
un nuovo momento del tempo e in un contesto diverso di circostanze e
di discorso» (Benveniste 1974, trad. it., p. 101). Il locutore è doppia-
mente centrato: nel tempo, e nello spazio. Nel tempo, dato che «siamo
centrati sempre nel presente» (Merleau-Ponty 1945, trad. it., p. 546);
nello spazio, perché occupa un centro che ha una prospettiva sul mon-
do. Si tratta, però, di un centro mobile, un centro che si sposta a mano a
mano che il presente del discorso si rinnova. 7 Sostanziale e formale,
4
Il discorso è «il linguaggio talvolta in azione, e necessariamente tra partner». Cfr.
Benveniste 1966, trad. it., p. 310.
5
Cfr. Benveniste 1966, trad. it., p. 155.
6
Cfr. Benveniste 1966, trad. it., p. 301.
7
Gadamer osserva che Heidegger riconosce nell’«essere della mobilità» (das Sein der

82
Il potere della fenomenologia nel linguaggio

l’istanza risponde così simultaneamente a quattro condizioni: è un atto


(a) che è compiuto ora (b) da una persona (un centro di funzionamen-
to) la cui presenza ci è fenomenologicamente sensibile, un esserci (Da-
sein), presente, mobile. Atto presente, da un lato; persona e presenza,
dall’altro: ecco i tratti distintivi dell’istanza di discorso. 8 Se mancano
queste condizioni, significa che siamo passati a un altro registro, quello
del racconto. Parallelamente, Benveniste propone di distinguere due
forme di temporalità: il tempo linguistico e il tempo cronico, a seconda
che il nostro universo di significazione sia quello del discorso o quello
del racconto. In apparenza, il tempo cronico è facilmente percepibile.
Un esempio:

1. Consegnò il suo articolo in redazione il 15 settembre 1993.

Il tratto pertinente del tempo cronico è la data, e non l’uso del passato
remoto e della non-persona, l’“egli”, come Benveniste (1966) aveva teo-
rizzato per i due paradigmi del tempo formale nei verbi francesi.

2. Ho consegnato (consegnerò) il mio articolo in redazione il 15 settembre 1993

presenta la medesima prospettiva. Per rendere conto del tempo croni-


co, è dunque sufficiente misurare il tempo, considerandolo come una
successione di intervalli. Un altro esempio di misurazione – questa volta
preso a prestito dalla poetica – è:

˘¯ ˘¯creator
3. Deus ˘¯ omnium (Dio creatore di tutte le cose).
Il passo del cantico di sant’Ambrogio, citato da sant’Agostino, soddisfa
i criteri di misurazione per il solo fatto di mettere in opera una ritmica
codificata, il metro giambico ( ). È già in qualche modo programma-
˘¯
to: «in te, anime meus, tempora metior» (è in te, animo mio, il metro del
tempo).
In opposizione a questo tempo, quantitativo, il tempo linguistico è qua-
litativo, cioè non misurabile. 9 Non è il presente formale, quello della co-

Bewegtheit) il filo conduttore della Fisica di Aristotele. Cfr. Gadamer [1922] 1990. Vedi
anche la definizione di attante da me proposta: «L’attante è un centro che si sposta attra-
verso lo spazio e il tempo». Cfr. Coquet [1984] 1989, pp. 9-11.
8
Nell’articolo “L’apparato formale dell’enunciazione” Benveniste non manca d’insi-
stere sulla «presenza del locutore alla propria enunciazione». Cfr. Benveniste [1970] in
Benveniste 1974, trad. it., p. 99.
9
«Non metior praesens, quia nullo spatio tenditur» (Non misuro il presente, perché
non ha estensione), sant’Agostino, xxvi, 33. Cfr. Ricœur 1983, trad. it., p. 28, pp. 37-42.

83
Le istanze enuncianti

niugazione, ma un «presente continuo, coestensivo alla nostra presen-


za» (Benveniste 1974, trad. it., p. 101). Qui Benveniste impiega la ter-
minologia di Merleau-Ponty. 10 In accordo con il presente, l’istanza oc-
cupa un centro che si muove come si muovono gli oggetti che popola-
no il suo universo, il suo «campo di realtà» (Sachfeld) [Heidegger 1921-
1922, trad. it., p. 11]:

4. Vedo l’aereo puntare verso di me.

L’istanza non occupa la posizione di un osservatore, per cui entrerebbe


nel registro dell’/egli /. È invece una persona, il cui riferimento è l’indi-
catore “io”, che partecipa passivamente all’evento (l’aereo in picchiata).
Per riprendere alcune formule vicine alla mia tesi, da una parte «il mon-
do mi viene incontro con i suoi tratti di significanza»; dall’altra, «l’es-
serci [...] è completamente proprio, e non un esserci generico» (Hei-
degger, op.cit., trad. it., pp. 14, 17), quale potrebbe essere l’osservatore.
Gli studi di Benveniste sui Nomi d’agente e i nomi d’azione permetto-
no di chiarire un altro problema. Nella sua teoria, i suffissi linguistici so-
no prodotti del discorso. Il loro impiego può dunque servire a segnala-
re se mi trovo nell’ordine del tempo cronico o in quello del tempo lin-
guistico. Questa categorizzazione del tempo ha una portata generale,
come testimonia l’analisi di due suffissi in greco antico:

5. -σις vs -θµς

Per l’atto di danzare, ad esempio – tempo cronico, dato che si tratta di


un evento inquadrato da altri eventi – i greci ricorrono al suffisso - σις.
Se si vuole indicare la danza in quanto oggetto, si dice infatti ρχησις.
Ma se voglio indicare la danza che si svolge sotto i miei occhi, come oc-
correnza specifica, dovrò scegliere l’altro suffisso, - θµς: ρχηθµς , la
danza «così come si presenta agli occhi», sotto l’angolazione che mi è
propria (Benveniste 1948, trad. it., p. 86). Allo stesso modo, il ritmo – il
cui suffisso è - θµς – sta nel campo della percezione. Quello che perce-
pisco è un flusso, «un modo particolare di fluire»; è un moto, il «moto
del tempo», per riprendere un’espressione di Merleau-Ponty (1960,
trad. it., p. 206). L’oggetto ritmato, ad esempio un vestito, è riconosci-
bile per il fatto che ha una forma «momentanea, modificabile». Le sue
variazioni sono il prodotto di una «disposizione sempre soggetta al
cambiamento» (Benveniste 1966, trad. it., p. 397).
Quindi, siamo indotti a prendere come riferimento il presente del di-
scorso. Un presente vissuto e non pensato. «Inerente all’enunciazione»,
10
«Il tempo [...] è infine coestensivo all’essere» (Merleau-Ponty 1960, trad. it., p. 206).

84
Il potere della fenomenologia nel linguaggio

è espresso dal presente del verbo (Benveniste 1974, trad. it., p. 101), cioè
è implicito: «una forma vuota», 11 di cui si può parlare solo a posteriori.
Allora, si è in diritto di separare un «tempo oggettivo» da un tempo
soggettivo? (Desanti 1992, p. 103). Farlo significherebbe trascurare un
fenomeno che è alla base dell’analisi discorsiva, cioè l’operazione meta-
linguistica di oggettivazione (o di soggettivazione) compiuta da un’i-
stanza enunciante. 12 Nell’osservare da vicino questo processo fondamen-
tale, parlerò d’ora in poi di tempo oggettivato e di tempo soggettivato.
Due semplici diagrammi rendono conto della diversa prospettiva. Per
il diagramma del tempo oggettivato, si consideri l’esempio 1:

L’avvenimento, simbolizzato da un punto (l’istanza enunciante x dà un


oggetto y a una persona z), si situa nel non-presente. Ha avuto luogo
(avrà luogo) in una data precisa del calendario gregoriano. Torniamo
per un istante a Benveniste: il passato e il futuro non sono che proiezio-
ni fatte a partire da un unico tempo, il presente. Sono delle «prospetti-
ve sul tempo, proiettate all’indietro o in avanti partendo dal punto pre-
sente» (Benveniste 1974, trad. it., p. 91). «Prospettive», ossia concetti,
dato che il presente, il «presente vivente», rinvia all’esperienza del tem-
po nella singolarità della sua istanza. 13 Le due parentesi inquadrano
l’evento, e la freccia indica il “senso” del tempo. 14
L’esempio 3 si basa su una rappresentazione simile: il cantico, rappor-
tato alla sua istanza produttrice, si sviluppa in identiche cellule di tempo:

Il diagramma del tempo soggettivato è costruito secondo lo stesso prin-


cipio: un punto per l’istanza enunciante, e delle parentesi mobili per se-
11
«La forma vuota che chiamiamo “presente” ha un solo contenuto: la ripetizione del
proprio annullamento» (Desanti 1992, p. 188).
12
Sostituire «istanza enunciante» a «istanza di discorso» permette di accedere a un li-
vello di generalità maggiore. Per i tratti che definiscono l’istanza di discorso, cfr. Benve-
niste 1974.
13
«Die lebendige Gegenwart» dice Heidegger, seguendo Husserl (Heidegger, op. cit,
trad. it., p. 11).
14
Uso i segni grafici di cui si serve Desclés per fare la notazione di un avvenimento:
«Un intervallo è delimitato quando la distanza tra i due limiti può essere misurata con un
numero finito (cioè quando l’intervallo è commensurabile a una durata)». Cfr. Desclés
1977, p. 117.

85
Le istanze enuncianti

gnalare le frontiere instabili di un campo fenomenico che ha un doppio


orizzonte: su un futuro riducibile a “domani” e su un passato riducibile
a “ieri”. I limiti imposti dal “vicino” presente fondano la riflessione svi-
luppata da Benveniste in alcuni famosi articoli, e che già troviamo nel
Meursault dello Straniero. 15

Il doppio orientamento rinvia al luogo dell’istanza enunciante, alla sua


mobilità, al suo specifico punto di vista, alla percezione che ha degli og-
getti stabili o instabili che strutturano il suo campo di realtà.

nb. Il tema del doppio orientamento, a partire da un centro del discorso, dà


l’occasione di riflettere sul concetto d’intenzionalità, che a mio avviso è lin-
guisticamente e semioticamente inadeguato, per due ragioni. È innanzitutto
legato, per definizione, a un fenomeno che riguarda la “coscienza”. Ora, so-
lo l’istanza soggetto (e una proiezione di questa istanza come lo è il “terzo at-
tante”) può essere definita intenzionale. L’istanza non-soggetto, che pure è
necessaria per ogni tipo di analisi del linguaggio, è, sempre per definizione,
priva di “giudizio” e dunque d’intenzionalità. 16 La seconda ragione concerne
l’orientamento unidirezionale generalmente attribuito all’intenzionalità da co-
loro che impiegano il concetto, compreso Heidegger nel testo a cui facciamo
riferimento. 17 È implicato l’avvenire o, nella dimensione spaziale, l’oggetto po-
sto davanti a noi. Al livello della configurazione narrativa, si dirà, per esem-
pio, che un rapporto d’intenzionalità lega il predatore alla sua preda (Petitot
1985a, trad. it., p. 52). In linguistica, Brøndal (1943) assume la stessa prospet-
tiva quando, riconoscendo nella sintagmatica il «movimento» che consente a
un’unità linguistica di trovare nella frase il posto che le spetta e di prendere il
tempo giusto per compiersi, propone una formula limpidissima per un am-
miratore di Husserl: il discorso è un «discorso-intenzione». Anche Benveni-
ste si è interessato alla questione e ne ha condiviso i termini: un tempo unidi-
rezionale è la condizione necessaria e sufficiente per costruire, in opposizio-
ne a una significazione del denotato, una «significazione dell’intentato», che
caratterizza l’universo del discorso (Benveniste 1966, trad. it., p.292). 18

15
Cfr. Benveniste 1966 (1956) e Benveniste 1974 (1965). «Ieri o domani erano le sole
parole che continuavano ad avere senso per me». Cfr. Camus 1942, trad. it., p. 99.
16
Desanti commenta il paragrafo 84 delle Ideen i di Husserl: «È l’intenzionalità a ca-
ratterizzare la coscienza». Cfr. Desanti 1992, p. 150.
17
Heidegger considera l’intenzionalità, «così come Aristotele l’ha esplicitata», una mo-
tilità (il movimento dell’essere) che va dalla produzione (Herstellung) al prodotto (Herge-
stellt). Cfr. Heidegger, op. cit, trad. it., pp. 77-78.
18
Nutrono lo stesso interesse per l’intenzionalità anche alcuni linguisti contemporanei,
come N. Ruwet. Cfr. Ruwet 1991,13, 1.

86
Il potere della fenomenologia nel linguaggio

Tornando per un momento ai tratti specifici del tempo soggettivato,


notiamo che esso è adatto a marcare l’esperienza singolare di un’istanza
il cui campo fenomenico è instabile. 19 Nei diagrammi semplici che ho
esposto, non ho ancora preso in considerazione il presente della refe-
renza interna. Eppure, è proprio a partire da questo presente che si co-
struisce tanto il tempo oggettivato quanto il tempo soggettivato. Perciò,
il diagramma che segue è doppio e comprende tre punti di vista:

t(-n) t(n) t(+n)

tp to tp

Il presente in cui si situa l’istanza enunciante di origine è marcato con


t o ; il momento oggettivato o soggettivato è marcato con t (-n), t (n), t (+n) a
seconda dei casi (punto di vista retrospettivo, concomitante o prospet-
tico). La freccia verticale corrisponde all’assunzione, da parte dell’istan-
za enunciante (istanza originaria t o o istanza proiettata t p a partire da
t o ), dell’evento (tempo oggettivato) o dell’esperienza (tempo soggettiva-
to). La freccia orizzontale è funzione 1) dell’ordine di apparizione cro-
nologica dei fenomeni (evento o esperienza); 2) del doppio orientamen-
to della “presa”, retrospettiva o prospettica.

nb. Per non complicare il dispositivo, il diagramma proposto non tiene conto
dello sfasamento temporale obbligatorio tra il momento t o (parliamo al pre-
sente) e il momento t (+1) (parliamo del presente). Questo vale per ogni tipo di
discorso.

Il ritorno all’esempio 4

Vedo l’aereo puntare verso di me

ci consentirà di applicare questo nuovo e più completo diagramma. In


un campo fenomenico dato, sono disposti due attanti chiamati conven-
zionalmente soggetto (S) e oggetto (O). Non si dice nulla del movimen-
to dell’istanza enunciante soggetto (“vedo”), mentre si sa che l’oggetto
percepito si sposta a grande velocità. Lo presuppone il processo della
“picchiata”. La seguente rappresentazione, applicabile a un tempo sog-
19
«Il movimento e il tempo sono espressioni omologhe di un medesimo fatto». Cfr.
Claudel [1904] 1957, p. 138.

87
Le istanze enuncianti

gettivato con una prospettiva concomitante (l’“io” inscrive nel proprio


presente un’esperienza percettiva singolare), schematizza la situazione:

t(+n)

to tp

Ora è necessario capire quale sia il criterio per distinguere l’evento dal-
l’esperienza. In generale, è lo statuto dell’istanza di origine a guidarci, e
non la forma dell’indicatore, “io” o “egli”. Bisogna poi stabilire se ci tro-
viamo in presenza di un osservatore, di una non-persona o di una per-
sona; se siamo nel registro dell’/egli / o in quello dell’/io/. Verifichia-
molo a proposito dell’esempio 4. Dire:

Vede l’aereo puntare verso di lui

non cambia il risultato dell’analisi. Che sia un “egli” o un “io”, si tratta


pur sempre di una persona che vive un’esperienza percettiva singolare.
È anche vero che per passare da un tempo all’altro, da un registro all’al-
tro, basta cambiare angolazione. Ecco, allora, alcuni esempi di un gioco
polivalente. 20 Il primo ha assunto, per i filosofi, «il valore di un prover-
bio». 21 Lo si deve a Bergson:

6. Bisogna aspettare che lo zucchero si sciolga.

Il punto di vista è prospettico:

t(n) l’esperienza

to
(presente)

20
Non è la totalità che bisogna conservare, ma le «pieghe» dell’essere (mehrfältig). Cfr.
Heidegger, op. cit., trad. it., p. 75.
21
A detta di Grisoni, l’interlocutore di Desanti. Cfr. Desanti 1992, p. 84.

88
Il potere della fenomenologia nel linguaggio

Ma il problema che pone è quello dell’attesa. Se si tratta di un esperi-


mento di laboratorio che preveda l’uso di strumenti di misurazione, ci
troviamo nell’ambito del tempo oggettivato. È escluso, qui, che interfe-
riscano «il tempo delle cose e la temporalità propria di chiunque abbia
a che fare con esse» (Desanti 1992, p. 85). Conta solo il tempo delle co-

t(+n)

to tp

se. Viceversa, se si tratta – per recuperare la tripartizione lacaniana – di


un desiderio, un bisogno o una domanda, il fenomeno dell’attesa è pa-
tente. 22 L’attesa esige «la dimensione temporale dell’anticipazione», di
cui Ricœur rende conto a più riprese, quella «che accompagna il gettar-
si in avanti del sé dell’agente stesso». 23 L’ambito che gli è proprio è
dunque quello del tempo soggettivato:

t(+n)

attesa
to tp

Il secondo esempio è tratto da un dialogo la cui analisi richiede un dia-


gramma a tre livelli:

7. Hai cinquantadue anni e ne dimostri trenta! Com’è che non invecchi mai?

L’età reale, registrata dallo stato civile, è afferente al tempo oggettivato;


l’età apparente rientra invece nel tempo soggettivato:

22
Il testo di Bergson, apparentemente, fa riferimento a un bisogno: «Quando si vuole
preparare un bicchiere d’acqua zuccherata [...], è necessario attendere che lo zucchero si
sciolga» (Bergson 1938, trad. it., p. 12).
23
Vedi Ricœur 1990, trad. it., pp. 169-170. L’«in-avanti-del-sé» si riferisce al vocabola-
rio di Heidegger (Sichvorweg). Cfr. Ricœur 1985, trad. it., p. 386.

89
Le istanze enuncianti

t(n)
l’essere

l’apparire

to

Sull’asse dell’apparire, il tempo oggettivato s’inserisce nel tempo sogget-


tivato, perché la numerazione appartiene di diritto al tempo oggettivato.
Ricordiamo che t o rinvia, nella visione della concomitanza, all’istanza di
origine, al locutore presente alla sua enunciazione (direbbe Benveniste),
all’istanza soggetto che qui è implicita.
Secondo la prospettiva adottata, l’oggetto da determinare può dunque
slittare da un piano temporale all’altro. Rivediamo ora una celebre ana-
lisi dello Straniero. Per J.-P. Sartre, ogni frase è un «indivisibile, un ato-
mo di tempo» o anche «uno scintillìo di piccoli bagliori senza domani»
(Sartre 1947, pp. 117-119). Se tutti i momenti della vita avessero lo stes-
so valore, nota Meursault, allora «morire a trent’anni o a settanta non fa-
rebbe differenza [...]. Dal momento che si muore, come e quando non
importa, è evidente». 24

a b c

Si tratta di cellule di tempo giustapposte. La successione di presenti og-


gettivati e isometrici permette di stabilire che a = b = c:

t(n)

to

24
Cfr. Camus 1942, trad. it., p. 140.

90
Il potere della fenomenologia nel linguaggio

Questo tempo non è il tempo pensato, ma il tempo del racconto, del-


l’/egli/. All’ «è evidente» del ragionamento di Meursault si può replica-
re dicendo che non esiste evidenza apodittica. 25 Quello che la persona
Meursault tenta di fare è appropriarsi del tempo, soggettivarlo: di qui l’im-
portanza attribuita al tempo quieto della sera, quando gli oggetti del
mondo, dolcemente illuminati, manifestano integre le loro proprietà e si
fanno presenti, a lui solo. Non è più

ma

Se la luce è troppo forte, le frontiere dell’oggetto diventano così mobili


che le forme escono dal campo di percezione e ritornano improvvisa-
mente all’universo angosciante del tempo oggettivato.
Ennesima testimonianza di questo rovesciamento è la storia dell’istan-
za enunciante attorialmente ricoperta dal padre di Meursault. Spettato-
re di un’esecuzione pubblica, stenta a sopportare lo spettacolo della mes-
sa a morte. In qualche modo, siamo tutti condannati a morte. Non si
sfugge alla relazione di eteronomia in cui il tempo, unidirezionale, avan-
za da un punto α a un punto ω. Lì ogni movimento, per quanto vissuto
dal corpo proprio o da un soggetto individuale (il corpo proprio non è
il soggetto), è immediatamente trasferito, per oggettivazione, in una se-
rie di eventi programmati da un terzo: cioè dal terzo attante, regolatore
dell’eteronomia e, infine, dalla morte. Chiamiamo questo tempo ogget-
tivato e finalizzato il tempo del terzo attante:

t(n)

to

α ω
terzo attante

25
«L’evidenza non è mai apodittica, il pensiero non è mai intemporale». Cfr. Merleau-
Ponty 1946, trad. it., p. 18.

91
Le istanze enuncianti

I tre piani – l’istanza regolatrice o terzo attante, l’istanza di origine e il


suo correlato, l’evento che inquadra l’esperienza – vanno all’unisono ver-
so il “futuro”. Il diagramma mostra chiaramente che qualsiasi esperien-
za vissuta da un’istanza si traduce necessariamente in un evento, segno
del passaggio all’eteronomia. Il discorso mitico e quello storico ne for-
niscono spesso dei buoni esempi. Quando, nella Bibbia, Jahwèh si au-
todefinisce «Colui che sono», si sottrae di diritto alla temporalità. Se ne
ricava un diagramma che utilizza un semplice tratto continuo senza
orientamento:

9. Io sono Colui che sono. 26 (Esodo, iii, 6; 14)

Ma, come ricorda Ricœur, Jahwèh parla e agisce in funzione del patto fi-
duciario stipulato con gli uomini: «L’eternità di Jahwèh trova fonda-
mento nella fedeltà del Dio dell’Alleanza che accompagna la storia del
suo popolo» (Ricœur 1985, trad. it., p. 401). Così il terzo attante sosti-
tuisce, al tempo senza orientamento che gli è proprio, un tempo croni-
co in cui s’inscrivono in successione «il Dio di Abramo, il Dio di Isacco
e il Dio di Giacobbe». Tuttavia, nonostante il riferimento ai nomi pro-
pri, a una linea continua che va di padre in figlio (Abramo è il padre di
Isacco e Isacco è il padre di Giacobbe), la storia del popolo d’Israele
non può essere che collettiva; le esperienze e le azioni individuali devo-
no collocarvisi e fondersi con essa. Gli eventi integratori che l’istanza di
origine è invitata ad assumere sono tutti e tre equivalenti, nella misura in
cui rinnovano l’atto iniziale dell’alleanza:

10. Il Dio di Abramo, il Dio di Isacco e il Dio di Giacobbe.

t(-n) t(n)

to

α ω
terzo attante

26
È anche il segno grafico adottato da Thom per la prima delle sue morfologie archeti-
piche (l’«essere»). Cfr. Thom 1970, p. 248.

92
Il potere della fenomenologia nel linguaggio

Nella prospettiva dell’istanza di origine (t o ), il terzo attante è l’autorità


definitiva che controlla il suo racconto al presente e il susseguirsi degli
eventi da raccontare (la triplice ripetizione del patto, t (-n), tra parentesi
quadre), ai quali è spinto a integrarsi (t (n)). L’ultima prova della predo-
minanza del futuro non si lega direttamente alla relazione di eterono-
mia, ma vi trova una sorta di sostegno. Qui la presenza fissa del terzo
attante spiega perché la relazione di autonomia, quando integra il futu-
ro, sfoci facilmente nella relazione di eteronomia.
Affidandosi questa volta al principio d’intenzionalità, basterà affer-
mare che il soggetto, muovendosi, continua a trasformarsi e che l’ogget-
to realizza il proprio statuto di oggetto “reale”, la sua determinazione
completa, nelle stesse condizioni temporali. 27 Per riprendere la tesi del
filosofo, «il venire-verso» (Zu-kommen) e «l’avvenire» (Zu-kunft) sono
imparentati: il primo genera il secondo. 28

11. Avvenire. A venire! La cosa che è a venire! La cosa davanti a noi che è già
– in potenza, come si dice – e che conta su di noi, sui nostri movimenti, ine-
luttabili, sulla nostra attività lineare nella stessa direzione, per realizzarsi.
(Claudel 1958, p. 255)

Si vedano i diagrammi dell’«attività lineare»:


O (in potenza)

S (in atto)

O (realizzato)

S (in atto)

27
«L’intenzionalità, così come è espressa nelle Ricerche (di Husserl) e anche nelle Lezio
ni del 1905, è fondamentalmente“oggettivante”. Significa, cioè, che arriva a compimento
nella determinazione di un oggetto colto come effettivamente presente». Cfr. Desanti
1992, p. 151.
28
«Il lasciarsi pervenire a se stesso (sich auf sich zukommen lassen) è il fenomeno origi-
nario dell’ad-venire (zukunft)». Heidegger, 1927, § 325, citato in Ricœur 1985, trad. it.,
pp. 107-108.

93
Le istanze enuncianti

Esprimiamo, con un quadrato tratteggiato, l’oggetto in potenza – «la


cosa davanti a noi», «la cosa che è a venire» 29 – e con un quadrato a li-
nea continua la «cosa» realizzata. Le frecce orizzontali indicano con-
venzionalmente il futuro. La freccia verticale rappresenta l’assunzione,
da parte dell’istanza enunciante soggetto, dell’oggetto ora realizzato, co-
me «effettivamente presente» dice Desanti. Nella prospettiva dell’in-
tenzionalità, con l’oggettivazione raggiunta tanto dall’istanza enuncian-
te soggetto quanto dall’oggetto, il tempo oggettivato include il tempo
soggettivato; e l’evento racchiude l’esperienza.
Torniamo ora al testo di Claudel per illustrare lo slittamento – natu-
rale? – della relazione di autonomia nella relazione di eteronomia. Non
solo le cose hanno bisogno del nostro movimento, del nostro tempo,
per realizzare le determinazioni che dapprima possiedono soltanto “in
potenza”, ma le persone non sono veramente quello che dovrebbero es-
sere se non quando hanno concluso il loro percorso. 30 Ora, il movimen-
to può essere agevolato o impedito, ma è innanzitutto sottomesso a una
forza d’attrazione. Si rivela così il potere del terzo attante, rivestito da
una delle sue figure, l’angelo: colui che cammina davanti a noi, «a ritro-
so», sul «sentiero dell’ulteriore», come dice ancora Claudel:

12. Se ognuno di noi si prendesse il tempo per riflettere sul proprio destino,
si renderebbe conto che davanti a lui c’è un invito e che lateralmente, a sini-
stra e a destra, ci sono sistemi di accettazione e di rifiuto. Come dice il salmo,
c’è un angelo che cammina davanti a noi, a ritroso. (Claudel 1958, pp. 254, 257)

forza adiuvante forza opponente

forza d’attrazione
α ω
terzo attante
(figura dell’angelo)

Come nell’esempio precedente, marchiamo – con una linea continua –


l’istanza enunciante soggetto e, con una linea tratteggiata, la sua forma
“in potenza”. Due frecce in diagonale rappresentano rispettivamente la
forza adiuvante e la forza opponente («accettazioni» e «rifiuti»). Con
una freccia verticale indico la forza di attrazione esercitata sul soggetto

29
Per contrasto, rinvio all’analisi dell’attesa in Ricœur, op. cit., trad. it., p. 93.
30
«Essere vuol dire essere compiuto, l’essere nel quale il movimento è giunto al suo
termine». Cfr. Heidegger 1927, trad. it., p. 38.

94
Il potere della fenomenologia nel linguaggio

dal terzo attante. All’eteronomia opporremmo l’autonomia. Si è già no-


tato, infatti, che l’istanza di origine ha bisogno di questi due registri per
evidenziare il suo rapporto con il tempo. Claudel (1958, p. 255; 1957, p.
126) può dire, a seconda del punto di vista scelto: «il presente non è
niente» (all’interno della relazione di eteronomia) o «non è il futuro
che intravedo, è il presente stesso che un dio ci spinge a decifrare» (al-
l’interno della relazione di autonomia). Per render conto del cambia-
mento di prospettiva e delle sue implicazioni, tornerei al tempo sogget-
tivato e a uno dei suoi tratti definitori, i limiti del campo di esperienza.
È giusto dire che «la propagazione circolare» dell’istanza di origine si
estende al di là degli orizzonti, 31 che «questo mondo che non è mio [...]
è solo il prolungamento del mio corpo», che arriva «fino alle stelle»? 32
Ad eccezione degli ultimi esempi presentati, relativi alla temporalità del
terzo attante (9, 10, 11, 12), gli altri fanno tutti riferimento alla realtà del
mondo comune (Mitwelt). Si tratta di un’istanza soggetto i cui atti coin-
volgono la cognizione o la percezione immediata. I prossimi esempi
suggeriranno invece che quella finora considerata non è la realtà inte-
grale, che bisogna tenere conto di una «prossimità nella distanza», 33 che
il campo di realtà è doppio, immediato e mediato, e che in questo secon-
do universo, mondo-del-sé (Selbst-welt), “immaginario” e presente, il
tempo obbedisce a regole diverse da quelle abituali. Il tempo, ad esem-
pio, accelera o rallenta secondo il modo dell’eccesso o collega, a scapi-
to del terzo escluso, la velocità estrema all’estrema lentezza; si dilata,
passando da un’ora a un anno, o – al contrario – si condensa, acquistan-
do, con un improvviso processo di allineamento, una strana proprietà,
l’«eternità esistenziale» (Merleau-Ponty 1964b, trad. it., p. 278). Chia-
merò questo tipo di tempo tempo del non-soggetto, ed è il tempo del
corpo proprio e anche il tempo della «carne». 34 Per il suo tramite ab-
biamo accesso alla «trama immaginaria del reale» (Merleau-Ponty
1964a, trad. it, p. 19). La rappresentazione planare di questo “luogo” in

31
Andando in direzione del tempo soggettivato, M. Blanchot nota che per Claudel «il
presente non è un punto, è la costante propagazione circolare dell’essere in perpetua vi-
brazione». Cfr. Blanchot 1959, p. 74.
32
«Il mio corpo arriva fino alle stelle» è una citazione di Merleau-Ponty (1964a, trad.
it., pp. 57-58) da Bergson.
33
«Bisognerebbe ritornare a questa idea della prossimità nella distanza, dell’intuizione
come auscultazione o palpazione dell’essere». Ecco il modo per accedere alla terza di-
mensione. Le cose non sono «davanti a noi, stagliate come spettacoli prospettici». Per
comprenderle, dobbiamo entrare nella percezione, tenerci con esse in «contatto-distan-
za». Cfr. Merleau-Ponty 1964b, trad. it., pp. 146, 234.
34
La carne ci fa provare godimento e sofferenza, e concerne in generale il sensibile; il
corpo ci fa sperimentare «una potenza, un io posso» dice Merleau-Ponty. Dunque, per
lui «la filosofia di Freud è una filosofia non del corpo, ma della carne». Cfr. Merleau-
Ponty, op. cit., trad. it., pp. 238, 280.

95
Le istanze enuncianti

cui il tempo non ha più lo stesso valore, è ancora più approssimativa dei
diagrammi temporali precedenti. Ipotizziamo tuttavia che lo schema se-
guente sia interpretabile tanto come un’estensione quanto come un ap-
profondimento del medesimo campo comune:

“prossimità nella distanza”


(mondo 2: “l’immaginario”)

“prossimità delle cose”


(mondo 1: “il reale”)

In questo secondo universo, gli eventi non hanno più luogo; o meglio,
si trasformano subito in esperienza. Terrò conto del punto di vista del-
l’istanza che esperisce la durata, e non di quello del narratore. Istanza
corporea (non-soggetto) e non istanza giudicante (soggetto). E per illu-
strare questo punto, mi servirò di un testo molto conosciuto di M. Du-
ras, Il rapimento di Lol V. Stein. Quando il narratore dice che la fine del
ballo è anche «la fine del mondo», è questa fine, «l’istante preciso» di
questa fine, cioè la morte, che Lol esperisce:

13. L’aurora, con una brutalità inaudita, arriva [...], [con una] fulminea rapi-
dità [...]. (Duras 1964, trad. it., p. 36)

La brutalità, la folgorazione dell’aurora, sono figure di un fenomeno che


non fa parte della comune percezione del mondo. Al paragone, l’istan-
za del tempo oggettivato, un osservatore (una telecamera, per esempio),
collocato in un altro punto dello spazio, avrebbe registrato il processo
che conduce insensibilmente dall’alba all’aurora e dall’aurora al giorno.
Nel caso di un corpo percipiente, e qui di un corpo sofferente (dal mo-
mento che il fenomeno naturale dell’aurora si trasforma, agli occhi di
Lol, in una forza aggressiva), non c’è assunzione, perché manca l’istanza
soggetto.
Lo stesso schema potrebbe rappresentare un’altra esperienza vissuta
da Lol, almeno se si dà fiducia al narratore, che cerca di accordare il
proprio sguardo con il suo, per quanto è possibile, forse fino a farlo co-
incidere. Identico il movimento dell’oggetto percepito che le si fa incon-
tro, unendo, paradossalmente, l’estrema velocità alla lentezza, da cui l’os-
simoro «bolide lento»; e identica l’aggressione che la mette in pericolo:

96
Il potere della fenomenologia nel linguaggio

14. Una coppia di amanti le è piombata addosso, bolide lento, mascella primor-
diale dell’amore. (Duras 1964, trad. it., p. 149)

Anche qui, solo un’istanza non-soggetto può percepire i due processi


congiunti e contrari: rapido, estremamente rapido (come un bolide) e
allo stesso tempo lento. La «mascella primordiale» (“barbara” o “origi-
naria”, direbbe forse il fenomenologo) rappresenta lo strumento dell’ag-
gressione. La sua funzionalità in potenza può essere evocata da una se-
rie di processi riuniti in un programma d’azione, come: cattura, seguita
da divoramento, che arreca la morte.
Altri passi mostrano chiaramente questo sdoppiarsi dell’istanza, ma
senza che si esca mai dalla sfera del non-soggetto. Lol, infatti, continua
a mettersi in scena attraverso una modalità fantasmatica.
Il prossimo esempio corrisponde a un programma apparentemente
non significante: svestire una donna. La percezione che se ne ha obbedi-
sce al principio della prossimità nella distanza. Nella terza dimensione,
«le cose coesistono gradualmente, scivolano le une sulle altre e s’inte-
grano» (Merleau-Ponty 1964b, trad. it., p. 233). 35 Percezione e non vi-
sione: «Egli l’avrebbe spogliata della sua veste nera, con lentezza, e nel
frattempo sarebbe stata superata una grande tappa del viaggio» (Duras
1964, trad. it., p. 38). Ma questo programma che esige «l’annientamen-
to» non si realizzerà mai:

15. Questo scivolare lentissimo della veste di Anne-Marie Stretter, questo an-
nientamento vellutato della propria persona, Lol non è mai riuscita a portar-
li a termine. (Duras 1964, trad. it., p. 39)

Ricuperando per un istante il sistema di Z. Harris (1963), potremo stabi-


lire gli equivalenti formali

questo scivolare questo annientamento


lentissimo vellutato
del vestito di Anne-Marie Stretter della propria persona

Il parallelismo mette in luce la sovrapposizione di due esperienze in-


compiute (che sono una la replica dell’altra) e la concentrazione del
tempo nel presente.
In t o c’è il non-soggetto, istanza di organizzazione della messa in sce-
na. La freccia verticale è tratteggiata, in opposizione alla freccia vertica-

35
Nel Primato delle percezione, Merleau-Ponty osservava che il reale si offre « deforma-
to» a seconda del luogo che occupiamo: «è a questo prezzo che può essere “reale”». Cfr.
Merleau-Ponty 1964b, trad. it., p. 31.

97
Le istanze enuncianti

le, che è a linea continua e che marca l’assunzione da parte di un sog-


getto. In t (n) c’è la doppia esperienza equivalente. Il campo fenomenico
è ridotto a un presente ripetitivo. L’orientamento delle frecce orizzon-
tali indica il movimento di concentrazione:

t(n)

to

L’uomo di T. Beach ha un solo compito da assolvere, sempre lo stesso, nel-


l’universo di Lol: ogni pomeriggio, Michael Richardson comincia a spogliare
una donna che non è Lol e quando altri seni compaiono, bianchi, sotto la tuni-
ca nera, si ferma, abbagliato, un Dio affaticato da questo denudare, suo unico
compito, e Lol aspetta invano che egli riprenda. (Duras 1964, trad. it., p. 39)

Ovviamente, il tempo del non soggetto non è limitato alla “finzione” del
romanzo, termine consueto ma qui particolarmente improprio, dato che
«il libro compie quel miracolo che fa sì che immediatamente quello che
viene scritto è stato vissuto» (Duras 1993). È il tempo dello «scrittore di
poemi», secondo l’espressione di Deguy 36 o, nell’universo non verbale
del pittore, tema principale di Merleau-Ponty (1964b); più in generale,
di chi, rifiutando di «perdersi nel mondo esterno», cerca di «raccoglier-
si dalla periferia verso il centro» e di penetrare con ciò la cosa stessa
(Bergson 1938, trad. it, p. 153). Anche se vi si presta scarsa attenzione,
l’esperienza di questo tipo di tempo è largamente diffusa, quasi banale.
In merito alle istanze, possiamo sostenere che il non-soggetto, salvo
nei casi clinici, si alterna al soggetto; o meglio, si sostengono l’uno con
l’altro. Se registrassimo le conversazioni della vita quotidiana, ci accor-
geremmo che casi simili si verificano di frequente. Riprenderò l’esem-
pio 7 per completarlo. La risposta alla domanda «Com’è che non invec-
chi mai?» era:

16. È un segreto. D’altronde, questo non mi dispensa dall’essere malato. Og-


gi pomeriggio ho visto il mio medico condotto: tensione arteriosa 29 /13. Non

36
Per M. Deguy, «la grande prerogativa della poesia è proprio quella dell’accostamen-
to, che realizza senza lasciarsi dominare dal sistema metrico, del vicino e del lontano»
(Deguy 1993, pp. 22, 37). In uno scritto precedente, l’autore si richiamava al «corpo-poe-
tico come a un corpo-glorioso [...], sempre già coestensivo ad ogni cosa, scambiato con
qualsiasi cosa». Cfr. Deguy 1966, p. 273.

98
Il potere della fenomenologia nel linguaggio

ha lasciato che me ne andassi e mi ha tenuto un anno.


Sembra sorpreso dalla risposta che aveva appena dato, e rimane interdetto:
aveva detto “un anno”; voleva dire “un’ora”.

Nel mondo dell’“immaginario”, il dispiegarsi del tempo (die Zeitigung)


è sintomo di angoscia (Heidegger, op. cit, trad. it., p. 28). Il lapsus, la pa-
rola che ci si lascia sfuggire, ne è il segno verbale. Il ritorno al mondo
comune è marcato sia da una paralisi momentanea (restò interdetto)
che dalla rettifica (voleva dire «un’ora»). Due diagrammi paralleli mo-
streranno come si alternino il non-soggetto, prima, e il soggetto, poi:

non-soggetto soggetto

t(n) un anno t(+n) un’ora

to to

Quando l’istanza è un non-soggetto (un corpo sofferente), la misura del


tempo diventa un’esperienza del tempo. Sfuggiamo così alla regola fis-
sata nell’analisi dell’esempio 7: ogni numerazione appartiene di diritto
al tempo oggettivato. Il tempo oggettivato lascia il posto al tempo sog-
gettivato. La freccia verticale tratteggiata ricorda che il lapsus è una for-
ma di relazione fantasmatica. Le frecce orizzontali centripete segnalano
l’espansione temporale fino ai limiti dell’universo “immaginario”. Il dia-
gramma del soggetto è quello invece del mondo comune: è l’istanza di
origine che assume l’evento e la sua durata “reale”.
Il caso inverso è rappresentato dalla messa in linea del tempo. Se si ri-
scontrano analogie con lo schema precedente, è perché l’esperienza del
non-soggetto viene prima dell’assunzione di controllo da parte del sog-
getto. Ma qui, benché il tema sia lo stesso (la malattia), la situazione
cambia. L’esempio è tratto dalla Ricerca del tempo perduto. Marcel si è
nuovamente trasferito al Grand-Hôtel di Balbec-Plage. «Dalla prima
notte» soffre «di un affaticamento cardiaco»:

17. Cercando di dominare la mia sofferenza, mi chinai con lentezza e cautela


per togliermi le scarpe.

Ora, al suo «primo arrivo» nello stesso hôtel, era stato altrettanto male,
«invaso fino alle ossa dalla febbre». Prima di coricarsi, aveva compiuto

99
Le istanze enuncianti

lo stesso gesto preparatorio: toccare i primi bottoni degli stivaletti. Og-


gettivamente, diversi anni separano i due eventi; la sua consolatrice, co-
lei che s’ingegnava di risparmiargli qualsiasi sofferenza, sua nonna, è
morta. Era lei che, quando lui rischiava di soffocare, indossava la «cami-
cia da cameriera e da infermiera», il «suo abito da religiosa» e, toglien-
dogli le scarpe, gli evitava la crisi. La storia di allora e di adesso ricomin-
cia, dunque, e prosegue in modo stranamente simile:

17. (a seguire) Sconvolgimento di tutto il mio essere [...] appena ebbi tocca-
to il primo bottone dello stivaletto, il petto mi si gonfiò, colmo di una presen-
za sconosciuta, divina, i singhiozzi mi scossero, le lacrime mi sgorgarono da-
gli occhi.

Così, il corpo sofferente trova di nuovo sollievo. Riconosce – senza cu-


rarsi del tempo – «l’essere che mi veniva in aiuto»; colei che «molti an-
ni prima, in un momento di sconforto e solitudine identici», l’aveva spo-
gliato. Stabilisce un legame «senza soluzione di continuità» tra due mo-
menti in cui alla sofferenza subentra, «in modo del tutto naturale»,
un’improvvisa tranquillità, «come se esistessero, nel tempo, delle serie
differenti e parallele». 37 (Proust 1954, trad. it. All’ombra delle fanciulle
in fiore, pp. 260-264; Sodoma e Gomorra, p. 172).
Due schemi – l’uno è cronologico e l’altro contiene il processo di alli-
neamento realizzato dal non-soggetto – fanno emergere, per contrasto,
la specificità temporale di queste «esperienze della carne», realizzando,
come osserva Merleau-Ponty (1964a, trad. it., p. 167), una «coesione sen-
za concetto».

tempo oggettivato tempo del non-soggetto

t(-2) t(-2)

(I, 668)
“esperienze
della carne
doppia
NS
attrazione
(-1)
t

(II, 755-757)

t(-1)

tp to

37
Sullo statuto di “attrazione” del corpo, vedi la rinomata esperienza della madeleine.
Cfr. Coquet 1991, p. 210.

100
Il potere della fenomenologia nel linguaggio

I due momenti, disgiunti cronologicamente, diventano concomitanti in


seguito all’operazione di attrazione compiuta dal non-soggetto (il piano
intermedio tratteggiato). L’identificazione delle esperienze (t (-2) ≡ t (-1))
presuppone l’atemporalità del corpo proprio e della “carne”. L’istanza
proiettata dall’istanza di origine, quella del narratore-scrittore (t o → t p ),
prende in carico un processo che in teoria gli sarebbe estraneo.
Non c’è dubbio che la scelta di Benveniste (1959) di separare il siste-
ma delle coniugazioni dal sistema temporale abbia fortemente inciso sul
pensiero della linguistica. Il cambiamento fondamentale è però avvenu-
to con la teorizzazione, nel 1956, dell’istanza di discorso. Lì si trova, a
mio parere, l’ancoraggio alla fenomenologia. Grazie alla nozione d’istan-
za, ampliata in seguito in «istanza enunciante» (Coquet 1987), è possi-
bile reintrodurre un problema cruciale, ma creduto obsoleto: quello del
reale (ricordiamo che le teorie dominanti negli anni Sessanta considera-
vano il linguaggio come una rappresentazione; adottavano cioè un pun-
to di vista strettamente cognitivo). Il linguaggio fa parte del reale, e il di-
scorso è prioritario rispetto alla lingua. In questa prospettiva, il presen-
te, il “presente vivente”, è al centro del dispositivo. È a partire da esso
che si costruiscono il tempo oggettivato e il tempo soggettivato; più
esattamente, i due tempi del soggetto e del non-soggetto, atti a marcare
sia l’esperienza del mondo comune sia l’esperienza del mondo del cor-
po proprio e della carne, ma con un cambiamento d’istanza.
La prospettiva fenomenologica spinge così il ricercatore a collegare il
sistema temporale alle istanze discorsive e ad aprire il ventaglio delle
marche linguistiche. A valere, allora, non sono tanto le forme verbali o
la combinatoria di “nomi” metalinguistici, di “referenti” grammaticali
quali “io”, “quello”, “domani” ecc., quanto piuttosto l’insieme degli in-
dicatori di persona, azione, posizione e movimento, dunque di tempo,
che specificano il campo fenomenico occupato da un’istanza singolare.
È la strada che aveva audacemente intrapreso Benveniste.

Tempo o aspetto? Il problema del divenire 38

Alla domanda “tempo o aspetto?” i grammatici delle lingue classiche


hanno risposto affermando che la temporalità, almeno nelle lingue in-
doeuropee, si esprime in due modi diversi, ordinati diacronicamente:
prima secondo il modo dell’aspetto, poi secondo il modo del tempo.
La categoria dell’aspetto sussume la “durata” del processo. In greco
antico, la morfologia del verbo si basa su questa articolazione. Va scelto
il “tema del presente” se il punto di vista è quello della durata, e il “te-
38
“Temps ou aspect? Le problème du devenir”, in Coquet 1997, pp. 55-71.

101
Le istanze enuncianti

ma dell’aoristo” se la durata non costituisce un tratto pertinente. In


questo senso, posso coordinare in italiano due atti che si svolgono en-
trambi nel presente e renderne la consecutività in greco con due verbi
uno dei quali al presente e l’altro all’aoristo: «Zeus mette in fuga [pre-
sente, φοβε ] perfino un uomo valoroso, e gli sottrae [aoristo, φελετο]
la vittoria». Passiamo da questa citazione omerica a un esempio tratto
da una grammatica scolastica: «il tempo cancella [διλυσε] molte co-
se». 39 Per tradurre un verbo che in italiano è al presente, uso di nuovo
l’aoristo, anche se la durata logicamente necessaria al compimento del
processo non lo richiederebbe.
Tuttavia, un problema potrebbe turbare l’analista. L’aspetto ingloba
la morfologia del verbo e la semantica della parola, il che vuol dire che il
processo è suscettibile di essere definito in due modi, e anche in manie-
ra contraddittoria. Il tema dell’aoristo si astrae dalla durata, ma quando
la nostra scelta cade su un verbo «non-conclusivo», come lo chiama O.
Jespersen, allora reintroduciamo quello che prima avevamo escluso.
“Mettere in fuga” e “cancellare” sono morfologicamente opposti (il pri-
mo è al presente, e il secondo all’aoristo) e semanticamente identici (sia
“cancellare” che “mettere in fuga” sono verbi «non-conclusivi», il cui
processo può durare). Viceversa, i due aoristi sono identici morfologi-
camente e opposti semanticamente: “cancellare” è «non-conclusivo», ma
“sottrarre” è «conclusivo»: qui il processo non continua.
La categoria dell’aspetto in greco antico consente di evidenziare, più
che la pertinenza della nozione di durata, la nozione topologica di limi-
te. Sono due piani distinti. Se si considera il processo delimitato, è ne-
cessario usare il tema del presente (“mettere in fuga”). A livello tempo-
rale questo significa, per l’osservatore implicito del processo, che la du-
rata è delimitata da una circostanza: il combattimento. Al contrario, se
si considera il processo non delimitato, è necessario l’uso del tema del-
l’aoristo (“sottrarre”, “cancellare”); non si tiene conto, cioè, della dura-
ta effettiva del processo, del suo tempo di realizzazione. Al delimitato
corrisponde una durata conclusa; al non delimitato, una durata qualsia-
si; nel primo caso c’è la possibilità della misura, mentre nel secondo la
misura è assente. 40
D’altra parte, la temporalità si manifesta attraverso il modo del tem-
po, perché la lingua ha stabilito un sistema di coniugazioni (costruzione
che Meillet descrive come un «fatto di civiltà»). È un’operazione for-
male, logicamente necessaria perché i processi possano essere disposti
su un asse di simmetria, prima o dopo un punto di riferimento. Questo
tipo di tempo, detto da Benveniste «cronico», è delimitato e dunque
39
Cfr. Meillet e Vendryes [1924] 1948, p. 175.
40
Aoristo significa non-concluso. I grammatici hanno scelto un termine adeguato.

102
Il potere della fenomenologia nel linguaggio

misurabile. È il tempo quantitativo dei calendari: «il computo degli in-


tervalli è fisso e immutabile». 41
Ma introducendo le nozioni di limite, metrica, asse, intervallo, si cor-
re il rischio di spazializzare il tempo, e dunque d’immobilizzarlo. 42 Po-
tremmo stupircene, visto che la topologia, dalla quale abbiamo libera-
mente preso in prestito queste nozioni, ha il compito di descrivere fe-
nomeni dinamici, nel corso dei quali il tempo, il tempo «fisico» (Benve-
niste), non si arresta: ad esempio, una deformazione continua. La com-
prensione delle lingue naturali – in particolare, del fenomeno dell’enun-
ciazione e delle sue istanze – presuppone la soluzione di problemi di
quest’ordine.
Prendiamo il caso del verbo divenire. Il suo uso rivela la posizione as-
sunta. Esaminiamo l’enunciato, apparentemente elementare, proposto
da Desclés e Guentcheva (1987, p. 119): «Socrate diventa grande». Per
gli autori, si tratta di un «processo semplice», in cui si passa da una si-
tuazione di stato iniziale (campo del «non ancora») a una situazione di
stato finale (campo del «non più»). Un’analisi topologica di questo tipo
si può dire completa? Di quale divenire stiamo parlando se il predicato
manca di una delle sue proprietà specifiche, l’evoluzione? La topologia,
poi, ci invita a riflettere sul continuo presupposto, ad esempio, nel pas-
saggio da un colore all’altro o nella trasformazione di un cubo in una
sfera; ci interroga sulla differenza da stabilire tra disgiunzione, che indi-
ca discontinuità, e separazione, che indica continuità, ma anche sull’av-
vicinamento e sull’allontanamento, sul limite e sullo sconfinamento, sul-
la fusione ecc. Un testo di Merleau-Ponty (1964a, trad. it., p. 56) rende-
rà la trattazione più chiara. Mettendo in risalto due modi temporali op-
posti, legati l’uno alla pratica della fotografia e l’altro a quella della pit-
tura, il fenomenologo segnala la possibilità di scegliere tra il continuo e
il discontinuo: «La fotografia mantiene aperti gli istanti che la spinta del
tempo richiude subito, distrugge il superamento e lo sconfinamento, la
“metamorfosi” del tempo che la pittura invece rende visibile, perché i
cavalli hanno dentro di sé un “partire di qui, andare là” [H. Michaux],
perché hanno un piede in ogni istante». Posso così correre sulla tela «in
una posizione che nessun cavallo al galoppo ha mai avuto». È la pro-
spettiva giusta.
Occorre dotarsi, oltre che di una semiotica del discontinuo, di una se-
miotica del continuo. Il tempo del discontinuo, tempo cronico, quanti-
tativo, è facilmente segmentabile in intervalli; il tempo del continuo, del
divenire, qualitativo, è analiticamente inseparabile dall’istanza di discor-

41
É. Benveniste, “Il linguaggio e l’esperienza umana” [1965] in Benveniste 1974, trad.
it., p. 88.
42
Pericolo che è stato segnalato spesso. Di recente, da Parret 1985.

103
Le istanze enuncianti

so, e perciò rinvia a quel modo temporale che Benveniste chiama «tem-
po linguistico».
La semiotica di prima generazione è una semiotica dell’enunciato.
Dunque si è occupata solo del tempo discontinuo. Le procedure di “nor-
malizzazione” messe in campo e preconizzate al momento della sua fon-
dazione, negli anni Sessanta, imponevano questo tipo di scelta. Per og-
gettivare il testo – da cui la denominazione di “oggettale” che ho propo-
sto di assegnare a questa semiotica – era necessario “eliminare” tutto ciò
che sembrava in relazione con un “tempo soggettivo”. In Greimas (1966)
si legge: «L’eliminazione riguarda tutti gli indicatori temporali relativi
al nunc del messaggio. Il testo conserverà tuttavia il sistema di non-con-
comitanza temporale, costruito su un allora privo di rapporto diretto
con il messaggio». In funzione di questo “allora”, si distribuiscono logi-
camente dei programmi narrativi che lo seguono o lo precedono. Inter-
viene poi «la misura del tempo secondo durata». Ed eccoci tornati agli
intervalli e all’aspetto. Di fatto, i processi costitutivi dei programmi sono
conoscibili – ricordano Greimas e Courtés (1979, trad. it., voce “Aspet-
tualizzazione”) – solo se articolati in «aspetti». Da cui questa dichiara-
zione un pò paradossale: «Situandola nel tempo, si dirà che l’aspettua-
lizzazione è una sovradeterminazione della temporalità e che il proces-
so, pur essendo temporale, è conoscibile solo grazie alle sue articolazio-
ni aspettuali», principalmente l’incoativo, il durativo e il terminativo. Il
tempo così normalizzato è il solo che consenta di «localizzare i diffe-
renti programmi narrativi del discorso». In altre parole, abbiamo a che
fare con un tempo “aspettualizzato” o “enunciativo”, o anche “oggetti-
vo”, da cui è escluso, per necessità, il parametro del continuo. Da que-
sto punto di vista, il “durativo” non deve illuderci. Non è altro che l’in-
tervallo di tempo compreso tra i due limiti iniziale e finale. È in questa
fase che si effettuano le «trasformazioni subite tra uno stato iniziale e
uno stato finale», «il passaggio da un equilibrio a un altro». Data l’esi-
stenza di un unico riferimento temporale, l’“allora” della narrazione,
l’analista elimina ogni riferimento al soggetto del discorso, assimilato
all’enunciatore e “squalificato” per via della sua “mobilità”.
La semiotica oggettale si consacra così alla descrizione degli “stati” e
delle loro trasformazioni. La sua sintassi, che comprende solo due tipi
di “enunciati elementari” – l’enunciato di giunzione, costruito con il ver-
bo essere, e l’enunciato di trasformazione, costruito con il verbo fare –
non prevede alcun enunciato costruito con il verbo divenire. Come no-
ta giustamente B. Pottier (1985, pp. 500-501), «in una prospettiva essen-
zialmente discontinua, l’essere e il fare bastano per la descrizione degli
eventi del mondo». Come analizzare, allora, restando sul piano della
sintassi frastica, verbi di «modificazione» (Wagner) o di «evoluzione»

104
Il potere della fenomenologia nel linguaggio

(Pottier) quali «svanire», «impallidire», «addormentarsi», «trasferirsi»


ecc.? Sembrerebbe non esserci altra soluzione se non quella di assimila-
re il cambiamento al fare, alla transitività. Così, nel caso di un enuncia-
to come «lo spostamento di Piero», il Dizionario, alla voce “Transitivi-
tà”, propone l’equivalenza: «Piero sposta se stesso». Ora, se si ammette
che «lo spostamento di Piero» è la nominalizzazione di “Piero si spo-
sta” bisogna scartare ogni possibilità di sostituzione semantica tra un
evolutivo (“spostarsi”), “Piero si sposta”, e un transitivo (“spostare”),
“Piero sposta se stesso”. È quello che nota anche Pottier (op.cit.): «Un
semplice evolutivo non si può glossare come una costruzione attiva».
Un altro esempio: la “nostalgia”, studiata da Greimas (1986), rinvia, se-
condo i dizionari in uso, a uno «stato di deperimento». 43 Ma che analisi
proporre di questo “stato”? Quale permanenza riconoscergli, se il “de-
perimento” è stranamente definito dai dizionari come lo “stato di chi
deperisce”, e “deperire”, a sua volta, come un “indebolirsi per gradua-
le consunzione”? Anche qui Greimas convoca il fare, nei termini di una
successione di semi aspettuali derivati dalla conversione del fare in pro-
cesso. È l’esito ultimo della trasposizione del divenire nella semiotica
oggettale. Lo stato di deperimento sarà così, in definitiva, caratterizzato
da due aspetti concatenati:

duratività → distensività 44

La domanda si pone di nuovo: come è possibile rendere conto di un


processo evolutivo (un “consumarsi graduale”), e dunque continuo, at-
traverso una sequenza aspettuale, cioè attraverso una giustapposizione
d’intervalli?
È probabile che questa aporia derivi dal fatto che la semiotica ogget-
tale ha ridotto l’articolazione continuo-discontinuo all’opposizione es-
sere-fare. Infatti, secondo il Dizionario – che in questo segue la lezione
dei lessicografi – «il termine “stato” può essere omologato con quello di
“continuo”». Ma il Petit Robert, riferimento abituale di Greimas, defi-
nisce lo stato come «la maniera d’essere (di una persona o di una cosa)
considerata per quello che essa ha di durevole» e lo oppone al divenire.
Il discontinuo, invece – prosegue il Dizionario – introduce la rottura nel
continuo, è il «luogo di trasformazione», il luogo di modificazione de-
43
L’articolo di Greimas costituisce una sorta di risposta alla critica di Pottier.
44
Va notato che, per il Dizionario, i due aspetti non sono sullo stesso livello perché la
“distensività” sovradetermina la relazione tra incoativo e durativo (la “tensività” sovrade-
termina la relazione tra il durativo e il terminativo). La posposizione della distensività raf-
forza il problema: assenza di gerarchia tra gli aspetti e abolizione della relazione tra incoa-
tivo e durativo.

105
Le istanze enuncianti

gli stati, il luogo del fare che assicura il passaggio da uno stato all’altro.
È proprio la definizione data dal Petit Robert: il divenire è «il passaggio
da uno stato a un altro».
Il punto di vista della semiotica di seconda generazione è antitetico:
qui la categoria del discontinuo sussume gli stati di cose, e quella del
continuo il loro divenire. Altrove (Coquet 1984), ho sviluppato la tesi
che, se si considera l’identità attanziale come un processo di formazio-
ne, non si può far economia del divenire. È l’obiettivo della prospettiva
sintagmatica: descrivere i processi di significazione in modo tale da se-
guire il più possibile, ossia fino all’abolizione del limite, la storia trasfor-
mazionale dell’attante. Bachelard (1975) giustamente notava: «l’avere e
l’essere non sono nulla, se confrontati al divenire»; e Pottier (op. cit.),
rivolgendosi a Greimas, auspica il momento in cui «il divenire cominci
ad essere [...] la base necessaria di ogni programma narrativo» e lo sta-
to sia quindi presentato come «una riduzione artificiale operata dal se-
miotico, consapevole e provvisoria».
Ora, è noto che nel corso degli anni Settanta si è prodotta una svolta
epistemologica che ha facilitato la reintegrazione del divenire. In sinte-
si, i processi di enunciazione si sono imposti su quelli dell’enunciato.
Alcuni articoli di Benveniste, che a quell’epoca rappresentavano il me-
glio della linguistica strutturale in Francia, 45 hanno preparato questo
cambiamento di focalizzazione, che doveva innescarsi, però più tardi,
con la pubblicazione di altri due articoli destinati ad avere una grande
eco: l’uno del 1965, l’altro del 1970. 46 Le nozioni di base diventavano
quelle di discorso, istanza e tempo. Per Benveniste, infatti, il tempo e la
persona costituiscono le «due categorie fondamentali del discorso», che
sono «necessariamente congiunte» (Benveniste 1974, trad. it. p. 83). Su
questo caposaldo è stata elaborata, con alcuni aggiustamenti, la semio-
tica discorsiva e soggettale. Rispetto alla categoria della persona, per
esempio, la semiotica discorsiva non può assumere la prospettiva del
linguista. Deve prendere in considerazione non i deittici della lingua
naturale, gli embrayeurs manifestati (nemmeno per distinguere, come fa
Benveniste, l’istanza linguistica, formale, i pronomi “io” e “tu”, dal-
l’istanza di discorso), ma piuttosto, a partire dalle marche formali, i cen-
tri di discorsività, le istanze enuncianti, più astratte rispetto agli attanti.
In questo modo, il discorso è concepito come un’organizzazione tran-
sfrastica legata a una o a più istanze enuncianti. Non si tratta più, so-
stanzialmente, di opporre enunciato ed enunciazione o di emancipare

45
È il parere di Lévi-Strauss in Lévi Strauss ed Eribon 1988. Gli articoli sono “La na-
tura dei pronomi” (1956) e “Della soggettività nel linguaggio” (1958), in Benveniste 1966.
46
“Il linguaggio e l’esperienza umana” (1965) e “L’apparato formale dell’enunciazione”
(1970), in Benveniste 1974.

106
Il potere della fenomenologia nel linguaggio

l’enunciazione dai suoi legami con l’oralità, ma di rintracciare e caratte-


rizzare quei centri di referenza che sono le istanze enuncianti. 47 Quin-
di, una volta elaborato questo ripensamento, la semiotica discorsiva man-
tiene il suo secondo punto d’ancoraggio: il tempo o, per la precisione, il
presente. Infatti, scrive Benveniste (1970, trad. it., p. 101), «il presente è
propriamente la fonte del tempo, una presenza al mondo che solo l’at-
to di enunciazione [l’atto di predicazione, direi io] 48 rende possibile.
Presente, presenza. Questa messa in relazione mostra quanto la lingui-
stica debba alla fenomenologia. Il “reale” ci si presenta a partire dalla
predicazione e tramite essa, come a partire dalla percezione e tramite
questa. È così che siamo parte integrante del mondo che ci circonda.
Tramite la percezione, ma anche tramite la predicazione, ci congiungia-
mo con il mondo. Nella lingua, spiegava Benveniste al Collège de Fran-
ce nel 1967, «ogni cosa è predicazione; ogni cosa è affermazione di esi-
stenza». Abbinando presente e presenza, il linguista introduceva nuo-
vamente la “realtà”, accuratamente esclusa dalla tradizione saussuriana,
anche se non da Saussure, 49 come parametro necessario dell’esercizio
del linguaggio. Nel formare un’unica entità con l’istanza che lo esprime,
il presente resta implicito. È un «presente continuo, coestensivo alla no-
stra presenza» (Benveniste 1970, trad. it., p. 101). La categoria del con-
tinuo diventa in questo modo essenziale per l’analisi del discorso. Assu-
me l’istanza, centro di discorsività, e la coppia presente-presenza che le
è correlata. L’unione di questi fattori rende possibile l’esperienza del
tempo. Si evita così di confondere l’esperienza del tempo con il concet-
to di tempo.
Con quest’ultimo rientriamo di nuovo nel campo del discontinuo. L’ar-
ticolazione è quella della categoria continuo/discontinuo, o della di-
stinzione tra tempo linguistico e tempo cronico, per usare la terminolo-
gia di Benveniste. La tesi di Meillet che la coniugazione sia un fatto di
civiltà mostra che la costruzione di un paradigma verbale (e la concet-
tualizzazione presupposta) costituisce un notevole progresso della so-
cietà. All’interno del sistema, ogni forma è delimitata da un’altra: il pas-
sato dal presente, il presente dal futuro. La struttura è coerente, ma il
presente – situato, per oggettivazione, sullo stesso piano degli altri tem-
pi che lo inquadrano simmetricamente – ha perso, con questa operazio-
ne, tutta la sua specificità. Un’altra visione simmetrica che non ricono-
47
Sui problemi sollevati dalla semiotica di seconda generazione, cfr. Coquet 1988 e Co-
quet 1984, pp. 223 ss.
48
Analiticamente, l’atto di predicazione è costitutivo dell’istanza enunciante, ma per
passare dal non-soggetto al soggetto (o al terzo attante) deve essere accompagnato dall’at-
to d’asserzione. Cfr. Coquet 1988, pp. 223-229.
49
Sulle «funzioni attive» del linguaggio e sull’entrata in azione della lingua come di-
scorso in Saussure, cfr. Coquet 1987.

107
Le istanze enuncianti

sce un carattere proprio al presente è quella in cui le forme dell’anterio-


rità o della posteriorità sono subordinate a forme dello stesso livello
temporale, per esempio un anteriore del presente al presente: “una vol-
ta che ha scritto il suo testo, esce”. La successione, in sé, non ha caratte-
re temporale, ma il riferimento alla struttura passato-presente-futuro
permette la sua integrazione nel paradigma temporale. In ogni caso, il
“tempo” è considerato omogeneo, ossia composto di segmenti simme-
trici della stessa natura disposti su una retta; è come se fosse guidato,
orientato, in generale, dal passato verso il presente e dal presente verso
il futuro. Il suo statuto è quello di un’unità razionale. È un tempo ”og-
gettivato”. 50
Un’organizzazione così perfetta non può non inquietarci. Ha tutta
l’aria di essere l’artefatto di una cultura la cui istanza, il centro organiz-
zatore, è lo «schematismo logico» denunciato da Nietzsche, la Ragione.
Invece, è chiaro che questa figura del terzo attante non è la sola imma-
ginabile. 51 Basta prendere in considerazione altre lingue per osservare
delle composizioni completamente diverse. Benveniste (1965, trad. it.,
p. 92), confrontandosi con Sapir, cita il caso di un dialetto della lingua
chinook (nord-ovest dell’America del Nord) in cui sussiste un forte di-
squilibrio tra il passato (tre forme) e il futuro (una forma). Si è tentati di
pensare che un sistema verbale del genere sia il frutto di un giudizio di
valore sul tempo. «Impossibile conoscere il tempo senza giudicarlo»,
diceva Bachelard. In effetti, nella cultura indiana, la prevalenza del pas-
sato è dovuta alla particolarità che vengono riconosciuti tre tempi: uno
per il passato immediato, un altro per il passato lontano e un terzo, infi-
ne, che costituisce la forza di attrazione più potente, in quanto manifesta
una tensione verso l’origine. La lingua, infatti, ha creato una forma per
marcare il passato mitico, ossia per situare l’evento «nel tempo in cui gli
uomini e gli animali non erano ancora differenziati». 52
Ma non serve confrontarsi con un idioma parlato sulle rive del fiume
Columbia per trovare un sistema regolato semanticamente da un terzo
attante “mitico”. La storia della formazione del futuro nelle lingue ro-
manze è, da questo punto di vista, molto istruttivo. Senza entrare nei
dettagli, diciamo che la forma del futuro si è stabilizzata in un’epoca
precisa (all’inizio del iii secolo d.C.), inizialmente a Cartagine, all’inter-
no di una comunità cristiana dove il proselitismo era molto attivo. In
concorrenza con la forma in uso a quel tempo, un nuovo futuro, peri-

50
Vedi la rappresentazione tridimensionale del tempo (il presente, l’asse di simmetria
passato/futuro, l’asse di successione) in Bordron 1989.
51
Il terzo attante è dotato, per definizione, di un potere trascendente. Cfr. Coquet 1988,
p. 219.
52
Lévi-Strauss e Eribon, op. cit., trad. it., p. 193.

108
Il potere della fenomenologia nel linguaggio

frastico, s’impose per via della nozione di predestinazione, che «era in-
sieme nuova rispetto ai “tempi” classici del verbo e necessaria nel qua-
dro concettuale in cui si produceva». Questo nuovo futuro è l’esatto
contrario del passato chinook: esprime la tensione verso la fine, così co-
me l’altro esprimeva la tensione verso l’origine. Entrambi rinviano a uni-
versi di credenze. Per Tertulliano, traduttore della Bibbia in latino, si
tratta di diffondere la Buona Novella: l’uomo non è solo sulla terra; la
nuova fede giunge a compimento dell’antica. La predicazione degli apo-
stoli si propagherà su tutta la terra, è scritto: «in omnem terram exire
habebat praedicatio apostolorum». Se i primi testi erano al passato, è
perché si poteva constatare da subito quel che era stato annunciato. Il
futuro mostra un mondo in cui le cose accadranno così come devono
accadere, come sono già accadute; gli uomini, figli di Dio, giungeranno
alla casa del Padre. 53
Altri fenomeni analoghi non riguardano la descrizione sincronica o
diacronica delle lingue, ma la tipologia dei discorsi. Abbondano le te-
stimonianze di racconti che non passano più sotto le «macine della Ra-
gione», 54 ma attraverso una delle sue forme più pregnanti e inquietan-
ti: l’Ideologia. La figura del terzo attante della semiotica discorsiva or-
ganizza e domina la riflessione storica e politica.
Offrirò due esempi che faranno proficuamente riflettere sulla soggia-
cente operazione di valutazione e sulla prevalenza del futuro, ovvero
sull’asimmetria del sistema. In entrambi i casi, si tratta di modelli poli-
tici di società. Se ne conosce l’origine, lo sviluppo e qualche volta anche
l’esito, secondo il detto che una situazione eccessivamente propizia può
presto rivelarsi ingannevole. Alla metà del xix secolo, A. Thierry scrive
La storia della formazione e del progresso del terzo stato. Non si preoccu-
pa, allora, di presentarne l’origine, dato che pensa di averne vissuto la
fine. Ha potuto «avere sotto gli occhi la fine provvidenziale di un lavo-
rìo che dura e si protrae dal xii secolo». La Rivoluzione del 1789 aveva
svolto la propria funzione in maniera imperfetta; si sarebbe potuta ri-
solvere positivamente se non fosse stata sviata. Ad ogni modo, essa «get-
ta luce sulle rivoluzioni medievali». Il ruolo di logica conclusione delle
rivolte comunali del xii secolo spettava alla Rivoluzione del 1830 e alla
monarchia costituzionale che aveva istituito. Thierry credeva di aver
chiuso in questo modo la storia politica della Francia. Ma, con l’arrivo
del giugno 1848 e del successivo “mattino di luglio”, lo storico – scrive
F. Hartog – «viene colpito, “come cittadino” e “come storico”, da una
catastrofe che mina il postulato di una vita e di un’opera». Il suo model-

53
Cfr. Benveniste 1974, trad. it., p. 154; Coquet [1984] 1989, pp. 62, 63; Coquet 1987,
pp. 38 ss.
54
Prendo in prestito l’espressione da Lévi-Strauss ed Eribon, op. cit., p. 165.

109
Le istanze enuncianti

lo d’intelligibilità non contemplava questo tipo di Repubblica. 55 La stes-


sa istanza è in gioco anche nel secondo esempio. Il mito fondatore, que-
sta volta, risale alla fine del xix secolo, al 1871. Per Lenin, la Rivoluzio-
ne d’ottobre (1917) ha la sua origine nella Comune francese, al punto
da ritenere la Parigi operaia un’anticipazione del potere dei Soviet. J.
Rougerie (1978, pp. 12-13) ricorda che «il rivoluzionario russo si mise a
ballare sulla neve quando la durata del potere dei soviet superò, anche
solo di ventiquattr’ore, quella della Comune di Parigi, e che ora egli ri-
posa, nel suo mausoleo, avvolto nella bandiera di un battaglione della
Guardia Nazionale insorto nel 1871». Quanto al destino, se non si è an-
cora compiuto, è però fin da quel momento prevedibile. Stalin, che in
Principi del leninismo (1924) offre una visione d’insieme del processo,
data senza difficoltà le prime due fasi: 1871 e 1917. Lascia la terza in so-
speso: «La Comune di Parigi è stata l’embrione della [forma politica
cercata e infine trovata]». È nel quadro della Repubblica dei Soviet che
«doveva realizzarsi l’emancipazione del proletariato, la vittoria comple-
ta del socialismo».
Che si tratti di analisi linguistica o di discorso ideologico, il ricorso al
terzo attante non deve creare troppe illusioni. Anche se si è ottenuto un
effetto di oggettivazione, l’istanza resta una funzione del discorso. D’al-
tronde, la manipolazione è troppo evidente per dimenticare che il tem-
po cronico, il cui equivalente formale è la coniugazione, è subordinato
al tempo linguistico. I due elementi non si escludono a vicenda, anzi si
determinano reciprocamente. È l’esperienza del tempo che «informa i
sistemi concreti e soprattutto l’organizzazione formale dei diversi siste-
mi verbali» (Benveniste 1965, trad. it., p. 91) e dei diversi tipi di discor-
so, aggiungerei io. Il passato e il futuro non sono allora che delle «pro-
spettive sul tempo, proiettate all’indietro o in avanti a partire dal pre-
sente» (ibidem).
Sostituendo il primo attante, cioè la coppia soggetto/non-soggetto, al
terzo attante, cambiamo le condizioni dell’esperienza temporale. 56 Nel
discorso ideologico, era il terzo attante a determinare la posizione e la
traiettoria del primo. Mettendo al centro il primo attante e il presente
che gli è associato, non solo cambiamo prospettiva, ma istituiamo una
relazione di autonomia. 57 Un commentario di sant’Agostino alla Bibbia
chiarirà questo punto, in quanto fa riferimento, all’interno dello stesso

55
Cfr. Hartog 1986, p. 59. La rivoluzione del 1830 «ha fatto fare un passo avanti allo svi-
luppo logico della nostra storia», scrive Thierry.
56
Su questa ambivalenza è parzialmente fondato un mio saggio. Lì il soggetto è dotato
di “giudizio”, e il non-soggetto ne è sprovvisto. Cfr. Coquet 1984.
57
Nella semiotica discorsiva e soggettale, il primo attante non è necessariamente tribu-
tario del terzo. Vedi il mito di Prometeo, in Coquet, op. cit, p. 51.

110
Il potere della fenomenologia nel linguaggio

enunciato, ai due poli temporali del tempo linguistico e del tempo cro-
nico. Nella famosissima formula «Sum qui sum» (Io sono Colui che so-
no), il tempo è continuo; non è possibile fissarvi un limite né un orien-
tamento. Il tempo, allora – usando la terminologia di Benveniste o di
Merleau-Ponty – è coestensivo all’essere; e, semioticamente, coestensi-
vo all’istanza enunciante. Questo vuol dire che il tempo cronico è abo-
lito? No, risponde Dio: «Per non gettare nella disperazione l’umana de-
bolezza, aggiungo: “sono il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di
Giacobbe”». La gerarchia introdotta nel tempo è evidente. Tuttavia, è
solo per ragioni contingenti che ci si richiama al tempo cronico. L’uo-
mo è debole, dice Dio; è agevolato nelle possibilità di calcolo, dirà il ma-
tematico. 58 Dal canto suo, la formula «Io sono Colui che sono», a par-
te la posta metafisica inscritta nella sua dichiarazione d’identità, ci ri-
corda opportunamente che il discorso implica il primo attante come
istanza enunciante, che questo tipo di istanza è inserita nel presente e
che il terzo attante è solo una proiezione del primo. 59
Fare di questo attante un centro di organizzazione del discorso porta
in qualche modo a limitare la nostra prospettiva o ad assumere la sua.
Per riprendere una nota espressione di Husserl, dirò che ora il nostro
problema è quello di osservare il «campo di presenza» del primo attan-
te e la sua estensione. Le tre analisi che seguono metteranno in luce il re-
stringersi di questo campo, e simultaneamente il passaggio dall’attante
soggetto all’attante non-soggetto. Cominciamo con un’osservazione di
Bachelard sul «dinamismo del pensiero». Un predicato come /compren-
dere/, che condensa una serie di processi cognitivi, presenta un doppio
orientamento con un disquilibrio a destra, verso il futuro. Da un lato,
/comprendere/ «riassume un passato di sapere»; dall’altro, è «l’atto
stesso del divenire della mente». Al pari di un esploratore, il soggetto
epistemico ha il suo piano d’azione. Sicuro di un sapere acquisito, e fi-
ducioso nel «pensiero progressivo» o «discorsivo» (alla riflessione è le-
gato il valore della rapidità), si spinge là dove si nutrirà di un nuovo sa-
pere. «Lo slancio induttivo è il vettore stesso della scoperta», afferma
ancora lo studioso. Il divenire, che è associato al futuro anziché al pre-
sente, alimenta facilmente la fiducia. Su questo punto, Bachelard è he-
geliano proprio come Nietzsche. Non mi ci soffermerò, per insistere in-
vece sulla delimitazione del campo di presenza e sulla relazione del sog-
getto con il mondo che gli è proprio. Ad ogni modo, reintrodurre la no-
zione di limite non implica una misurazione dello spazio (e quindi un

58
Cfr. Ranson (a c. di), 1988.
59
Benveniste lo sottolinea: “inserire” non vuole dire “situare”. «Una cosa è situare un
avvenimento nel tempo cronico, e un’altra inserirlo nel tempo della lingua». Cfr. “Il lin-
guaggio e l’esperienza umana” [1965], in Benveniste 1974, trad. it., p. 89.

111
Le istanze enuncianti

ritorno al tempo spazializzato). Si tratta, piuttosto, di marcare il doppio


limite del dispiegamento temporale imposto al soggetto epistemico, evi-
tando così le prospettive riduttrici di un’intenzionalità pensata come
unidirezionale.
Postulando il primato della percezione, e dunque situandosi a un al-
tro livello dell’analisi fenomenologica rispetto a Bachelard, Merleau-
Ponty (1945, trad. it., p. 319) gli risponde, precisando però le condizioni
dell’esperienza: è il corpo, «il mio corpo», a fare da riferimento. Tiene
le cose in cerchio attorno a sé: «in ogni movimento di fissazione, il mio
corpo riunisce un presente, un passato e un futuro, secerne del tempo
o, meglio, diviene quel luogo della natura in cui, per la prima volta, an-
ziché spingersi vicendevolmente nell’essere, gli accadimenti proiettano
attorno al presente un duplice orizzonte di passato e di futuro e ricevo-
no un orientamento storico». L’atto di comprensione impegna l’orizzon-
te del passato e l’orizzonte del futuro, e spetta al corpo esercitare la fun-
zione della conoscenza.
Ora siamo pronti a esaminare il secondo esempio, tratto, come lo sa-
rà il terzo, dall’opera di M. Proust, a cui Merleau-Ponty ricorre volen-
tieri. Per via degli spostamenti del corpo – ma bastano anche i movi-
menti dello sguardo – le forme si modificano, i volumi si trasformano.
Gli oggetti perdono i loro contorni e le loro proprietà. Entrano nel mon-
do delle qualità sensibili, instabili e spesso impalpabili. Sfuggono alla
presa immobilizzante, persino a quella prospettica. È così che appare
l’esperienza descritta dal narratore quando la domenica, al seguito dei
suoi genitori, «che portavano il loro parrocchiano», si dirigeva dall’in-
gresso della chiesa al posto che gli era riservato. L’antico sire di Guer-
mantes, rappresentato in una vetrata – «la fede in Gilbert le Mauvais mi
aveva fatto amare Madame de Guermantes» – si trasformava, a piaci-
mento dei raggi del sole e dell’avanzare nella navata, simile a «una valle
abitata dalle fate»: «passava dal verde cavolo al turchino prugna, a se-
conda ch’io stessi ancora prendendo l’acqua santa o che avessi raggiun-
to i nostri posti». Il mutare delle forme, imposto dall’azione sensibile del
tempo (vista dall’esterno, l’immagine di Gilbert era lacca nera) fa per-
dere al mondo dei Guermantes la sua stabilità sostanziale e conferisce
alla loro “persona ducale” immersa nel passato merovingio, una qualità
immateriale.
Anche l’esplorazione dell’occhio, senza che il corpo si muova, produ-
ce degli effetti di «trasmutazione». Così, ad esempio, grazie all’abito di
Fortuny indossato da Albertine (Fortuny era un «artista» veneziano),
Marcel visita Venezia. Infatti, sotto i suoi occhi la stoffa riluceva e «man
mano che il mio sguardo vi si addentrava», il blu intenso «si mutava in
oro malleabile, per effetto di quelle stesse trasmutazioni che, davanti al-

112
Il potere della fenomenologia nel linguaggio

le gondole che avanzavano, cambiano in metallo fiammeggiante l’az-


zurro del Canal Grande» 60 Per il soggetto, che allo stesso tempo regi-
stra e provoca la continua deformazione degli oggetti, l’omologia è chia-
ra: Venezia sta ai Guermantes come il vestito di Fortuny sta alla vetrata
di Gilbert. 61 Inoltre, l’alterazione progressiva dell’oggetto (e, almeno
implicitamente, la corrispettiva modificazione del soggetto) si produce
in un divenire-presente. Tempo della «pura durata», descritto da Ber-
gson (1946, trad. it., p. 69) come composto da «cambiamenti qualitativi
che si fondono, si compenetrano, senza contorni precisi, senza alcuna
tendenza a esteriorizzarsi gli uni rispetto agli altri, senza alcuna paren-
tela con il numero». A differenza del tempo cronico, che è omogeneo e
dunque misurabile, questo è «eterogeneità pura».
Nell’esempio proposto, la pura durata è ottenuta grazie alla percezio-
ne dei colori. Tuttavia, c’è un altro modo per accedervi. Se prendiamo
come riferimento il tempo cronico, diremo che l’esperienza è quasi
istantanea. I cambiamenti di forma sono effimeri. Ma il problema è un
altro. Questi momenti, per quanto brevi, sfuggono ad ogni tentativo di
misurazione: sono qualitativi. Lo dimostra il motivo della madeleine. Il
vedere, che era in azione nell’esperienza della vetrata o del vestito, cede
il passo al toccare. Le due modalità percettive sfruttano regimi tempora-
li diversi, come se l’esperienza corporea fosse implicata più profonda-
mente nel tatto che nella visione. Marcel lo nota in una frase: la vista
della piccola madeleine non gli aveva ricordato nulla prima che il sorso
misto alle briciole del dolce toccasse il palato. Il corpo, è vero, conserva
«in mille vasi chiusi» le proprietà sostanziali delle cose, compreso il lo-
ro sapore. E questa sensazione resta «al suo rango», «nell’attesa» del-
l’occasione che la renderà di nuovo «reale». Questo momento potrebbe
non presentarsi mai, ma – se giunge – s’innesca un’esperienza concreta.
Concreta, «materiale, perché l’impressione è entrata attraverso i nostri
sensi», precisa il narratore. Come si realizza, poi, il raccordo tra quello
che nel tempo cronico corrispondeva a due istanze distinte? Le condi-
zioni della sua riuscita sono evidenti. Occorre anzitutto che «il minuto
presente» e il ricordo siano del tutto disgiunti, non deve esserci alcun
rapporto. Il ricordo, allora, «resta al suo posto, nella sua epoca [...] ha
conservato le distanze». Perché risalga in superficie – nel momento in
cui comincia lo spostamento, non è ancora identificabile – bisogna che
60
Cfr. Proust 1954, trad. it., La strada di Swann, p. 184, La prigioniera, p. 387.
61
Jean-Pierre Richard, dopo aver considerato il «fascino qualitativo» di quest’abito
«cromaticamente incerto», analizza così le trasmutazioni dell’oggetto: «l’acqua azzurra
di Venezia diviene sostanzialmente una fiamma di metallo, così come il blu profondo del
vestito diviene oro malleabile e come, addirittura, lo stesso intero vestito diviene l’azzur-
ro di Canal Grande». Cfr. Richard 1974, trad. it., p. 154.

113
Le istanze enuncianti

sia mosso da una forza di attrazione. Il narratore-testimone è esplicito:


«sento in me trasalire qualcosa che si sposta e che vorrebbe alzarsi, qual-
cosa che si fosse come disancorato, a una grande profondità; non so co-
sa sia, ma sale piano piano». Il segno dell’avvenuta giunzione è la «gioia
potente» che d’un tratto lo anima senza che ne abbia «nozione di cau-
sa». Immediatamente si dispongono intorno a lui la camera della zia Léo-
nie (che, per prima, gli aveva offerto la madeleine inzuppata nell’infuso)
e «di seguito tutta Combray e i suoi due viali». Marcel, per così dire,
conferma in anticipo la definizione di Merleau-Ponty per cui «percepi-
re è rendere presente qualcosa a se stessi tramite la mediazione del cor-
po». 62 Ed eccoci di nuovo alla coppia presente/presenza. I momenti ec-
cezionali sono «frammenti di esistenza sottratti al tempo». L’operazio-
ne di attrazione che il corpo, il corpo proprio, ha condotto a buon fine
non va attribuita a un attante soggetto. Ogni cosa, infatti, accade al di
fuori di lui. Il soggetto risulta incapace di «risolvere l’enigma della feli-
cità» che gli viene posto. Solo un non-soggetto, estraneo alle strutture di
giudizio, può affrontare quella situazione in cui «un essere extra-tem-
porale [gode] dell’essenza delle cose». Questo tipo di attante sussume
il «vero me». Solo lui può sentire la «gioia del reale ritrovato», provare
una sensazione «contemporaneamente nell’istante attuale e in un istan-
te lontano, fino a ripiegare il passato sul presente». In verità, aggiunge
Marcel, «l’essere che in me delibava allora tale impressione, la delibava
in ciò che essa aveva di comune tra un giorno trascorso e ora, in ciò ch’es-
sa aveva di extratemporale... un essere che compariva soltanto quando,
per una di tali identità tra il presente e il passato, gli era possibile trovar-
si nell’unico elemento in cui gli è dato di vivere, gioire dell’essenza del-
le cose, cioè fuori del tempo». Solo il non-soggetto, istanza pre-asserti-
va, riesce «a carpire, a isolare, a fermare la durata di un lampo, quello
che [il soggetto] non coglierà mai: un po’ di tempo allo stato puro». 63
Come accade spesso nei confronti dei fenomeni linguistici, non ci sen-
tiamo di dire che esista una soluzione unitaria. Le nostre riflessioni non
invalidano quelle altrui. È solo una questione di punto di vista e di dif-
ferenze sul piano epistemologico. Le ragioni per cui riteniamo che l’a-
spetto sia prevalente sul tempo sono state dimostrate. E, in epoca strut-
turalista, le ricerche della semiotica oggettale e narrativa hanno chiarito
a sufficienza l’interesse di questa scelta. Oggi ne riconosciamo meglio i
limiti. Come contestare, del resto, il rigore metodologico del linguista
che sussume la temporalità sotto la categoria “aspettuale-temporale”?
Nell’analisi delle lingue naturali, le nozioni di tempo e di aspetto appa-
iono infatti inestricabilmente legate. Tuttavia, la temporalità linguistica
62
Merleau-Ponty 1946, trad. it., p. 73.
63
Proust, op. cit., trad. it., La strada di Swann, p. 5; Il tempo ritrovato, pp. 180-181.

114
Il potere della fenomenologia nel linguaggio

non si riduce alle proprietà del tempo cronico e dell’aspetto; questa è la


lezione che bisogna imparare. Formuliamo adesso un’analogia: come lo
spazio è omogeneo o eterogeneo, a seconda che sia euclideo o non eucli-
deo, così il tempo è omogeneo se si fa riferimento alle proprietà del tem-
po cronico e dell’aspetto, ed eterogeneo se ci si basa invece sulle pro-
prietà del tempo linguistico. Uno spazio omogeneo è determinato dai
corpi che lo abitano; un tempo eterogeneo, dalle istanze che governano
il discorso. Così, ci troviamo di fronte a un tempo asimmetrico, se l’i-
stanza discorsiva valorizza il passato o il futuro (è il caso del terzo attan-
te); a un tempo non orientato o a un doppio orientamento, al «doppio
orizzonte del passato e del futuro», per Merleau-Ponty, oppure qualita-
tivo, di «pura durata», se l’istanza discorsiva è centrata sul presente (è
il caso del primo attante, soggetto o non-soggetto).
Forse è con il passaggio dal non-concluso (l’aoristo in greco antico) al
divenire presente, forma di continuo, che si può, in definitiva, risolvere
il problema posto da Merleau-Ponty: «il tempo costituito, la serie delle
relazioni possibili secondo il prima e il dopo, non è il tempo stesso, ma
la registrazione finale [...]. Deve dunque esserci un altro tempo, quello
vero, in cui io impari cos’è il passaggio o il transito stesso». 64

64
Merleau-Ponty 1945, trad. it., p. 532.

115
Semiotica e storia. Il fatto e l’evento

Quali preziosi suggerimenti [...] sul


metodo e sull’interpretazione dei fatti,
quale vantaggio per la cultura, quale
progresso nell’intuizione nascerebbero
[...] da scambi intellettuali più frequenti!
Il futuro della storia [...] ne dipende;
e anche la giusta intelligenza dei fatti
che domani saranno la storia.
Lucien Febvre

Nozioni come “fatto” o “evento” non sono facili da definire. Ogni ana-
lista ha potuto verificarlo nel suo campo. Per non allontanarmi troppo
dall’oggetto di studio, la storia, mi limiterò a sottolineare, seguendo Ri-
cœur (1983), «l’uso estremamente ambiguo che gli storici fanno della no-
zione di evento». Aggiungerei che neanche quella di “fatto” mi pare più
certa.
Nell’interrogarmi su questa mancanza, tenterò d’individuare dei trat-
ti distintivi che possano servire alla descrizione del semiologo, ma anche
allo storico, quando ritiene utile confrontare la sua disciplina con la se-
miotica del discorso. Il punto di partenza saranno le istanze di enuncia-
zione e le specificità dell’organizzazione testuale, a seconda che dipen-
dano dall’ordine del fatto o dall’ordine dell’evento. Cercherò di analiz-
zare non il discorso dello storico, ma gli elementi a partire dai quali esso
si costituisce; per farlo, mi servirò di testi apparentemente banali: una
lettera, una mozione, un annuncio, un’inscrizione. 1 Di fatto, la lettera è
già stata classificata negli Archivi, primo indizio della sua storicità (Pro-

1
“Sémiotique et histoire”, in Coquet 1997, pp. 159-172. I miei esempi sono tratti, il pri-
mo (la richiesta, l’annuncio, l’inscrizione), da Greimas 1973. L’articolo è stato profonda-
mente rimaneggiato prima di essere incluso in Greimas 1976 e non contiene più il testo
qui citato. Il secondo esempio (la lettera sulla morte di Marat) si trova in Gumbrecht
1979. Di questo testo ho proposto un’analisi, consacrata alla modalità del potere, in Co-
quet 1984, pp. 118-121 (per la lettera, vedi pp. 213-214).

117
Le istanze enuncianti

cessi verbali della Convenzione, 1793); anche la mozione, l’annuncio e


l’inscrizione potrebbero esserlo, in quanto significativi degli “avveni-
menti del Sessantotto”.

nb. È forse utile ribadire questa specificità della semiotica, dovuta ai legami
con la linguistica: la sua teoria e la sua pratica si fondano sull’analisi dei testi.

L’analisi del primo esempio sarà abbastanza rapida. Ci condurrà a valu-


tare il ruolo dell’implicito, le operazioni di trasformazione e, infine, lo
statuto e la funzione del terzo attante. 2 Riporto il testo di Greimas:

Ho partecipato [...] con Roland Barthes, durante le giornate di maggio del


1968, a un Comitato d’Azione chiamato Critica del Linguaggi, che era, di fat-
to, la trasformazione dei nostri due seminari di quell’anno. La prima riunio-
ne del comitato cominciò in quel silenzio psico-socio-dinamico tipico del-
l’azione contestatrice non direttiva. Così, durante i primi cinque minuti, il Co-
mitato d’azione taceva: non c’era un presidente, e neppure un segretario che
aprisse la seduta. Il silenzio fu rotto da una giovane filosofa [Catherine Clé-
ment]. Era di ritorno dalla Sorbona, dove il dipartimento di Filosofia, riuni-
to in assemblea generale, aveva votato all’unanimità, diceva, una lunga mozio-
ne di tre pagine, nella cui ultima frase si affermava: “È evidente che le strut-
ture non scendono mai in piazza”. Questa frase – suggeriva lei – poteva forse
servire da punto di partenza per intavolare la discussione. E in effetti la di-
scussione si avviò, il Comitato iniziò i suoi lavori. L’indomani, un manifestino
attaccato alla porta annunciava: “Barthes dice: le strutture non scendono in
piazza. Noi diciamo: neppure Barthes”.

Da questo racconto si possono estrarre due enunciati.


a) (mozione): «È evidente che le strutture non scendono mai in piaz-
za», frase attribuita, a una prima analisi, a un soggetto enunciante (S 1),
il dipartimento di Filosofia della Sorbona.
b) (manifestino): «Barthes dice: le strutture non scendono in piazza.
Noi diciamo: neppure Barthes». «Barthes» e «noi» costituiscono i sog-
getti S 2 e S 3.

Ritorno all’articolo di Greimas per mettere in evidenza quest’altro passo:

Qualche tempo fa mi trovavo all’altro capo del mondo, in California, nel


campus di San Diego. Entrando nella sala riservata alla mia conferenza, tro-
vai, scritta sulla lavagna, in maiuscolo e in buon francese, questa frase: “Le
strutture non scendono mai in piazza”. In seguito, ho ritrovato lo stesso slo-

2
Preferisco questa denominazione a quella di “destinante”, in uso nella semiotica nar-
rativa ma semanticamente troppo ambigua. Prendo da Tesnière l’ipotesi sul numero degli
attanti.

118
dohjlyerkkd

gan, la stessa inscrizione, nelle università del Middle East e dell’East degli
Stati Uniti.

Ecco un terzo enunciato:


c) (inscrizione-slogan): «Le strutture non scendono mai in piazza».

È quest’ultimo a rivelare, secondo me, la conversione di livello provoca-


ta dall’entrata in scena del terzo attante. Infatti, se i due enunciati pre-
cedenti collegano il detto a soggetti del dire, il terzo è costruito per can-
cellazione. Nessuno parla più. Questa classe di discorso, che integra uni-
tà analoghe come i proverbi, la morale delle Fiabe o le massime, noi la co-
nosciamo. Qui l’enunciatore presupposto (chi parla?) è da cercare dal
lato del secondo insieme, e non del primo. Un criterio potrebbe essere
fornito (e sarà la nostra ipotesi di lavoro) dal tipo di veridizione implica-
ta. Con proverbi e morali, è in gioco una verità a pretesa “universale”:

p è egli vero
(la proposizione è vera dal punto di vista dell’egli, simbolo dell’universale)

Con le massime la verità si restringe (per noi analisti-osservatori) a una


comunità definita nel tempo e nello spazio:

p è si vero
(la proposizione è vera dal punto di vista del si, simbolo di una generalità li-
mitata a un gruppo, a una classe...).

Nella morale delle Fiabe – si dice – c’è tutta la saggezza antica dei popo-
li (p è egli vero); nelle massime è invece l’ideologia dominante (p è si
vero) a esprimersi. Così, la nota morale di La Fontaine, «la ragione del
più forte è sempre la migliore», si distingue da questa massima di La
Rochefoucauld: «la buona grazia sta al corpo come il buon senso sta al-
lo spirito». Il modello ideologico dell’aristocrazia del xvii secolo, come
si vede da quest’ultimo esempio, combina il vero (“il buon senso” dello
spirito) con il bello (“la grazia” del corpo). La correlazione formale (l’a-
nalogia “a sta a b come c sta a d”) sollecita il lettore a stabilire un’equi-
valenza fra i termini corpo e spirito, bello e vero. È la stessa cosa per i no-
stri tre enunciati. Il “dipartimento di Filosofia”, e il “noi” che lo rappre-
senta, hanno assunto un comportamento ideologicamente giusto (razio-
nalmente fondato) e assiologicamente (politicamente) buono; la loro azio-
ne lo dimostra: scendono in piazza. 3 Al contrario, «Barthes», figura me-
tonimica degli Strutturalisti, soggetti della “scienza”, non può che assu-
3
Nella sua analisi di “Un modello ideologico della città”, Greimas (1976) pone invece
il “razionale” e il “politico” sullo stesso piano “assiologico”.

119
Le istanze enuncianti

mere un comportamento scorretto (mal fondato) e cattivo: non scende


in piazza.
Rispetto all’ipotesi sulla differenza tra “fatto” ed “evento”, esprimerò
a questo punto alcune osservazioni:
1) Il discorso ideologico, la cui proprietà invariante è per definizione
il “vero”, integra necessariamente delle variabili che preleva dall’univer-
so dei valori sociali. Da questo punto di vista, è il fondamento del “ve-
ro” (dell’aletico) a distinguere il discorso ideologico da ogni altro tipo di
discorso.
2) Il detentore del discorso ideologico, esplicito o implicito, che iden-
tifico con il terzo attante della semiotica discorsiva, esercita questo ruo-
lo solo in opposizione a un altro terzo attante che ha la medesima prete-
sa di verità. La struttura conflittuale, dunque, è costitutiva di quello che
chiamiamo discorso ideologico.
3) La presenza implicita del terzo attante (“positivo” o “negativo”)
priva il soggetto (S1, S 2, S 3) del suo statuto di autonomia. Egli viene in
qualche modo spossessato del suo atto a favore dell’istanza gerarchica-
mente superiore, il terzo attante. 4 Nel momento in cui il soggetto cam-
bia di statuto e passa dall’autonomia (relazione binaria) all’eteronomia
(relazione ternaria), il “fatto” si trasforma in “evento”. «Barthes» (S 2) di-
venta il delegato dell’ideologia “reazionaria” dominante, così come il «di-
partimento di Filosofia» e il «noi» (S1 e S 2) rappresentano l’ideologia
“rivoluzionaria” dominata.
4) Il discorso ideologico aspira a una validità universale, dunque rifiu-
ta qualsiasi limite temporale (o spaziale). Per quanto l’attante-osservato-
re (posizione esterna) possa considerarlo sotto la modalità del

p è si vero,

è certo che il soggetto in posizione interna (integrato alla relazione ter-


naria) lo vede immediatamente sotto la modalità protettrice del

p è egli vero. 5

Quanto ho detto a proposito del tempo vale anche per lo spazio. Tratto
distintivo del terzo attante, simboleggiato dall’egli, è infatti la funzione
di universalità. Il passaggio al campo regolato dalla relazione ternaria,
ovvero il passaggio all’egli, mi pare dunque la condizione necessaria e
4
Sul gioco tra relazione binaria (Soggetto-Oggetto) e relazione ternaria (Destinante-
Soggetto-Oggetto), in cui il terzo attante occupa un’istanza superiore a quella del Sogget-
to, cfr. Coquet 1985.
5
In posizione esterna, l’attante distingue, come osservatore, le modalità de re da quelle
de dicto; in posizione interna, le fa coincidere.

120
dohjlyerkkd

sufficiente per la trasformazione del “fatto” in “evento”. Non è un caso


che alcuni linguisti, riflettendo sulla categoria della persona, abbiano fi-
nito col postulare l’esistenza di una “persona universale”. Con delle for-
me come “tuona”, per esempio, la lingua esprime un tipo di fenomeno
che sfugge al controllo di ciò che chiamiamo la “persona umana”. C’è
da stupirsene? Per opporre il “fatto” all’“evento”, il fisico utilizza un cri-
terio molto simile:

Il fatto “tuona”, che dapprima entrava nella coscienza come “esperienza per-
sonale”, [diventa, se è condiviso] “evento” (oggettivo). È alla totalità degli
eventi che noi pensiamo quando parliamo del “mondo esterno reale”. 6

5) L’esercizio della funzione di universalità si riconosce, infine, nel fatto


che “nessuno” parla più. L’abbiamo già detto: a proferirsi è il “noi” ci-
tato da Einstein o, con un’audace generalizzazione, la “Natura”, con la
N maiuscola, come la scrivono gli uomini di scienza. Queste voci che di-
cono il vero e che selezionano i fatti trasformabili in eventi costituisco-
no un paradigma in cui s’incontrano la Ragione, il Progresso, la Storia,
Dio ecc. Il «dipartimento di Filosofia», «Barthes», «noi» possono an-
che continuare a esprimersi. Fiato sprecato, visto che sono spossessati
del loro dire. Nella sfera del terzo attante, infatti, la parola non è più lo-
ro; è «come se fosse indipendente da chi la proferisce». 7
Disponiamo ora di un numero sufficiente di elementi per distinguere
l’evento storico dall’evento ideologico (pre-storico). Si potrà forse dire
che il denominatore comune è il riferimento all’Egli e alla sua modalità
di discorso impersonale. Ma l’istanza che valuta l’evento oggettivo non
funziona come quella che valuta l’evento ideologico. Prima d’imporsi
alla collettività, l’evento oggettivo è stato accolto come tale dalla «città
scientifica», secondo l’espressione di Bachelard (1949). Questo passag-
gio preliminare è di capitale importanza. La regola sarà, per esempio,
che deve esserci conformità tra il quadro concettuale, il discorso che lo
rende noto o modalità de dicto, e la pratica sperimentale o modalità de
re. Ora, come tutti sanno, l’ideologia non ha accesso alla modalità de re.
Ripiega allora su un’altra necessità: la coerenza.
Il secondo testo che esamineremo, la lettera sulla morte di Marat, co-
me stadio in cui si elabora il discorso storico, ci offrirà l’occasione di ap-
prezzare l’importanza del criterio – e del relativo principio – secondo il
quale il logico prevale sul cronologico.
La lettera si presenta nella forma di un Proclama dei membri della so-

6
Cfr. Einstein 1929.
7
Il fenomeno è rintracciabile a differenti livelli del linguaggio. Penso a Benveniste e al
suo studio sulla radice * bhã- (opposizione tra infans e homo). Cfr. Benveniste 1969.

121
Le istanze enuncianti

cietà repubblicana di Tonnerre ai delegati del popolo. Annuncia l’omi-


cidio di Marat, commesso pochi giorni prima. Citerò per intero solo il
primo, il secondo e il quarto paragrafo:

È stato commesso un grave attentato, la rappresentanza nazionale è stata vio-


lata nella persona di Marat, l’amico del popolo, l’intrepido difensore dei suoi
diritti.
Un ferro liberticida ci ha portato via il vostro degno collega, una donna... un
mostro è servito da strumento di vendetta dei federalisti e di tutti i nemici del-
la libertà.
Così, l’epoca memorabile della Rivoluzione sarà marcata per sempre da even-
ti funesti e disastrosi! La testa del tiranno cade sotto la lama della legge, e Le
Peletier viene assassinato; poi, la Repubblica subisce diverse crisi: il Senato
francese viene purgato dei traditori che lo lordavano, una Costituzione popo-
lare, oggetto di voto di un intero popolo e opera di questa Montagna tutelare
tante volte calunniata, viene sottoposta all’accettazione dei dipartimenti, deve
consolidare la Repubblica, Marat è uno dei fautori, Marat smaschera i tradi-
tori e gli ipocriti, diventa la loro vittima.

Cominciando l’analisi dal quarto paragrafo, si noterà che tutti i fatti evi-
denziati dagli autori del Proclama stanno all’interno di una sequenza, os-
sia in un insieme di programmi ordinati nel tempo e sottomessi alla lo-
gica della presupposizione. Alla morte del «tiranno» segue l’assassinio
di Le Peletier; viene istituito il Senato (implicito); è quindi «lordato» da
«traditori» e infine «purgato»; si forma una Costituzione popolare, e
Marat, uno dei fautori, viene assassinato. A leggere la lettera, i fatti si suc-
cedono secondo questa regola: i patrioti fondano la Repubblica, «i tra-
ditori e gli ipocriti» la mandano in rovina.
Soffermiamoci per un attimo sulle operazioni che trasformano il fatto
in evento. La selezione può essere compiuta sulla base dell’inclusione in
due paradigmi opposti e complementari: quello del dono (alcuni co-
struiscono) e quello della predazione (altri distruggono). Proiettati sul-
l’asse sintagmatico, sono ordinabili nel tempo; il dare precede il prende-
re. Ma si tratta di un «tempo socializzato» (Benveniste), che non si cura
della cronologia. Non è questo il principio del suo ordine. Gli serve
piuttosto fissare l’atto di fondazione, il punto α, un giudizio espresso dal-
l’autorità legale e seguito dalla sua applicazione, l’esecuzione di Luigi
xvi, il «tiranno». Alla monarchia di diritto divino (implicito) si sostitui-
sce il popolo; al potere di uno solo, il potere di tutti, la legge della Re-
pubblica. Gli autori del Proclama si preoccupano non tanto di registra-
re un fatto accaduto (factum), ma di marcare l’origine dell’evento, ciò
che accade (eventus). Non più semplicemente il fare, ma un movimen-
to orientato, una serie di azioni investite da un divenire. Per produrre il

122
dohjlyerkkd

concatenamento desiderato, non esitano a manipolare i fatti. Le Peletier


è stato assassinato alla vigilia dell’esecuzione di Luigi xvi. L’ordine dare-
prendere imponeva che Le Peletier morisse dopo il re. Prima il dono, poi
la predazione. Rispetto al quarto paragrafo, è dunque possibile disporre
gli eventi a partire dall’atto fondatore, e seguire l’ordine del loro svolgi-
mento:

dare poi prendere poi dare ecc.


a... a’... ...
la messa a morte l’assassinio
legale del tiranno di Le Peletier
b... b’... b”...
l’istituzione del la violazione la rigenerazione
Senato (implicita) del Senato del Senato
c... c’... ...
la formazione di l’assassinio di
una Costituzione Marat
popolare

Come abbiamo osservato nell’analisi del primo esempio (gli eventi del
Sessantotto), il passaggio da un piano all’altro, dal fatto all’evento, im-
plica anche delle trasformazioni attanziali. Il soggetto – diciamo noi – è
spossessato del suo agire a favore del terzo attante. Qui è lo stesso. Tor-
niamo ai primi due paragrafi. È la descrizione di un fatto di cronaca:
una donna ha ucciso un uomo, Marat. Ma il Proclama non dice questo,
dice: «un ferro liberticida ci ha portato via il vostro degno collega». Al
livello soggiacente – cioè x ha ucciso y – y viene identificato due volte:
come oggetto di un’isotopia individuale («l’amico del popolo», «il vo-
stro degno collega») e come oggetto di un’isotopia collettiva («la liber-
tà»). La sostituzione del soggetto sintattico «un ferro liberticida» (iso-
topia collettiva) con «una donna» (isotopia individuale) prova che la se-
conda isotopia è dominante. Era una scelta obbligata. D’altronde, l’agen-
te individuale ha così poco peso da venire immediatamente tradotto in
agente strumentale. Il testo stesso lo conferma: «una donna... un mo-
stro è servito da strumento [...]». Lo slittamento del ruolo sintattico im-
plica l’entrata in campo di un nuovo agente, questa volta collettivo: i
«federalisti», «i nemici della libertà».

f/uccidere/(x, y) trasformazione f/uccidere/(x, y, z)


isotopia individuale isotopia collettiva
x: una donna x: i federalisti
y: Marat y: la libertà
z: una donna

123
Le istanze enuncianti

Grazie alle trasformazioni attanziali e all’imposizione di un ordine sin-


tagmatico (la sequenza iterativa in cui dare precede prendere), il discor-
so acquisisce un grado di generalità sufficiente a produrre degli effetti
di senso “oggettivi”. Ma le marche del discorso ideologico sono tenaci.
La prima, si sa, concerne il rapporto con l’aletico. Non è un caso se nei
nostri due esempi la verità non è messa in discussione. Il discorso ideo-
logico è anche un discorso dogmatico. Come ha detto una volta C. Le-
fort, l’ideologia è una «fabbrica di certezze». In questo senso, il

p è egli vero

al quale il discorso ideologico vuole che aderiamo, non ha nulla in co-


mune con il

p è egli vero

del discorso scientifico, sottoposto in via preliminare al controllo della


«città scientifica» e sempre suscettibile di revisione.
Va aggiunto che l’aletico acquista un peso epistemico solo ed esclusi-
vamente se l’ordine presentato s’inserisce in un insieme chiuso. L’anali-
sta delle scienze umane si trova allora in una posizione comoda, perché
ha in mano i due estremi della catena, il punto α e il punto ω. Si pensi a
quello storico del xix secolo, A. Thierry, sicuro come un profeta che pre-
dice a ritroso. 8 Per lui il punto α è la creazione dei Comuni, e il punto
ω la Monarchia costituzionale del 1830. La rivoluzione del 1848, scop-
piata quando non ci si aspettava più nulla, deve essergli sembrata una
sfida all’intelligibilità (Hartog). L’atteggiamento mi pare normale, a me-
no di non voler anticipare l’avvenire.
Veniamo all’ultimo esempio. L’atto fondatore del potere operaio è
per Lenin (lo dice in una lettera del 1918) la Comune di Parigi del 1871.
Quanto al punto ω, se ne conosce il nome, «socialismo». 9
La seconda caratteristica del discorso ideologico, come ho postulato
in precedenza, è la necessaria congiunzione del vero con una variabile
assiologica. Difficile sfuggire al fascino della razionalità condita da una
morale trionfante. Propp, e dopo di lui Greimas, ne sono stati succubi;
lo testimonia ancor oggi lo “schema narrativo” della semiotica. Ripren-
diamo il Proclama dei repubblicani di Tonnerre. Non basta che i predi-
cati siano organizzati secondo un ordine, possibilmente chiuso. Biso-
gna anche che quest’ordine sia buono, che mostri una necessità interna.

8
«Schlegel, precursore della linguistica comparata e della tipologia, descriveva lo sto-
rico come un profeta che predice a ritroso». Cfr. Jakobson 1963, trad. it., p. 53.
9
Cfr. Rougerie 1978, pp. 12-13.

124
dohjlyerkkd

Allora, la regola è che all’interno di una sequenza il primo e l’ultimo


programma devono riguardare il dono. Ogni epoca memorabile della ri-
voluzione, per usare gli stessi termini della lettera, è caratterizzata da un
evento gratificante: la morte del tiranno, la rigenerazione del Senato, la
costituzione popolare. «Eventi funesti e disastrosi» s’intercalano come
se gioia e dolore dovessero sempre succedersi, ma l’alternanza non an-
nulla la doppia valutazione positiva: il punto di partenza (l’atto fonda-
tore) e il punto di arrivo sono «felici». Scopo della rivoluzione è la fon-
dazione della Repubblica, ossia una società libera; alla fase conflittuale,
che il nostro testo mette in scena con il sintagma discorsivo dare-pren-
dere, subentra, logicamente, una fase contrattuale, che dà avvio al «re-
gime della libertà vittoriosa e pacifica». 10
La “storia” scritta dai sovietici obbedisce allo stesso schema: all’ini-
zio, la Comune di Parigi, l’«embrione» della Repubblica dei Soviet; al-
la fine, «la vittoria completa del socialismo». 11 Contrariamente al mo-
dello della tragedia classica, dove si passa dalla fortuna alla sventura, il
modello dell’ideologia (o, all’occorrenza, dell’utopia) riserva solo alla
fortuna la posizione dominante e regolatrice. Questa certezza di un esi-
to felice non appartiene ai rivoluzionari, siano essi Sovietici o Monta-
gnardi del 1793. Nietzsche (1882), nell’osservare lo «sforzo di Napoleo-
ne», insiste su uno dei suoi meriti principali: l’imperatore ha saputo «ri-
portare alla luce un pezzo di natura antica» e fare di un’Europa unita la
«signora della terra». La Francia e l’Europa erano state consegnate a
uomini d’affari, a Filistei; la «fraternità» dei popoli e le loro «fiorite ef-
fusioni» le avevano indebolite. Occorreva dunque che l’eroe distrugges-
se quest’universo di valori mediocri (programma di predazione) e poi ri-
modellasse – «virilizzasse», dice Nietzsche – la società (programma di
dono). Sorvolo su altre eminenti qualità di Napoleone per riproporre il
verdetto finale in forma di sintesi: abbiamo sotto gli occhi un «periodo
che i millenni a venire considereranno retrospettivamente, con invidia e
rispetto, come un elemento di perfezione». 12 Anche qui, l’ultimo pro-
gramma, il programma decisivo, è dell’ordine del dono.
Si può anche rovesciare la prospettiva, e dichiarare che è attraverso la
sventura (e dunque attraverso un presupposto programma di predazio-
ne) che si segmenta, e soprattutto si compie, la storia degli uomini. Sia-
mo sempre prigionieri del discorso ideologico. Sembra l’opzione più
largamente adottata, se non assunta, dagli storiografi contemporanei.
Lo è per la «grande rivoluzione francese», che ha rappresentato per se-
coli – ci dice F. Braudel (1969) – «la storia drammatica del mondo inte-

10
Cfr. Coquet 1984, p. 121
11
Rougerie, op. cit.,, p. 13.
12
Cfr. Coquet, op. cit., pp. 117, 125, 126.

125
Le istanze enuncianti

ro». Ma questo è vero anche per il xvi secolo. Come nota Ricœur (1983,
trad. it., p. 316), Braudel «non ha potuto evitare di concludere la sua
magnifica opera [Civiltà e imperi del Mediterraneo nell’età di Filippo ii]
con l’immagine di una morte, non del Mediterraneo, ma di Filippo ii».
Ed è vero infine per il presente, per «il nostro secolo di ferro», se credia-
mo a P. Nora (1977, p. 37). «La Storia non smette di ripetersi, ma [...]
ogni volta è un po’ più tragica».
A rendere difficile la posizione dello storico, non è tanto il compito di
descrivere la vita e la morte delle società e degli uomini, ma il dover sot-
tostare a una regola di questo tipo: per chiudere la narrazione, è neces-
sario un programma di dono oppure un programma di predazione. Ulti-
mo tratto, che rischia di suscitare ambiguità: il ruolo accordato alle pas-
sioni. Si direbbe che l’“argomentazione” non sappia farne a meno. Co-
sì, il Proclama, la Gaia scienza, numerose ideologie politiche o religiose
fanno leva sulla “fiducia”. La regola sembrerebbe in questo caso la se-
guente: il predicato del dono ha già dato i suoi frutti e immancabilmen-
te si ripresenterà, a prescindere dalla frequenza del ricorrere della pre-
dazione. La profezia si realizza, e allora non bisogna stupirsi se testi di
questo tipo inducono nel lettore o nell’ascoltatore – come nell’“eroe” –
comportamenti di ricerca. Lo storiografo che assuma una visione otti-
mistica del mondo ha come equivalente narrativo le fiabe, in particola-
re quelle di magia. L’epiteto parla da sé. Il racconto si chiude con la ri-
compensa «dell’eroe che si sposa e sale al trono», scrive Propp a pro-
posito della sua ultima funzione. Viceversa, quando è predominante la
morfologia della predazione, siamo soggetti alla «pietà» e al «timore»,
le due passioni tragiche della Poetica di Aristotele. «L’arte fragile di scri-
vere storie» se si dà credito a Braudel (op. cit., trad. it., p. 16), si lascia
sedurre dalla sventura, come se lo storico, nel suo mestiere, «per resta-
re ben desto, avesse bisogno, sempre, della sofferenza e dell’insicurezza
flagrante degli uomini».
La storia include così degli effetti di “realtà” che l’aiutano a passare
dal piano della convinzione a quello della persuasione. L’ordine della
passione, infatti, è necessario per persuadere l’altro quanto lo è l’ordine
della ragione per convincerlo. Verità che va al di là del fatto che la sto-
ria obbedisca ad altre sollecitazioni, ludiche (ed economiche) – lo stori-
co s’incarica di divertire il lettore 13 – o politiche, quando la narrazione
proietta in una «fiaba concordata» le strutture del potere. 14 Torniamo

13
«Il discorso dello storico “arrivato” giunge [...], per “il piacere del testo”, a organiz-
zarsi come una finzione. Il racconto storico diventa allora, allo stesso tempo, un diverti-
mento, un mezzo di evasione, di “formazione” del cittadino e del “galantuomo”». Cfr.
Duby 1971, p. 23.
14
Cfr. Barraclough 1978, p. 482.

126
dohjlyerkkd

un’ultima volta al Proclama del 1793. La morte di Marat dava ai Mon-


tagnardi l’occasione di riaffermare la loro solidarietà. Il contratto poli-
tico era in pericolo. Toccava dunque a ognuno di loro rinnovare l’impe-
gno e assumere il comportamento passionale più adeguato alle circo-
stanze: anzitutto esprimere dolore, poi occuparsi della vendetta: «a gran-
di sfoghi di dolore subentra la più profonda indignazione» (terzo para-
grafo). Che il sangue dei controrivoluzionari sia versato «per soddisfare
i mani del martire della libertà» (settimo paragrafo). Infine, manifesta-
re la pietà: «l’immagine di quest’uomo virtuoso sarà per noi oggetto di
venerazione» (decimo paragrafo): una tale concatenazione di passioni
(il dolore provato dopo l’oltraggio, la vendetta implicata dall’assassinio,
la pietà per il martire) è doverosa per il patriota che si occupi della vir-
tù. La sua esistenza, consacrata al «bene», 15 ha valore di massima: il cit-
tadino che è «all’altezza della Rivoluzione» (quinto paragrafo) si fa sem-
pre testimone, con le parole e con i fatti, dei valori immortali della Re-
pubblica. L’ingresso nella sfera del terzo attante ha molte conseguenze.
Ne ricorderò due, quelle che permettono di apprezzare meglio le condi-
zioni nelle quali l’evento “ideologico” diventa “oggettivo”. La prima con-
cerne l’uso dell’aletico. L’ideologia conosce un unico supporto discorsi-
vo, il più favorevole alle sue tesi:

p è egli vero.

Viceversa, il discorso scientifico stabilisce e rispetta le regole del pas-


saggio da una fase preparatoria marcata da

p è si vero,

alla fase decisiva:

p è egli vero.

L’ideologia sfrutta inoltre un aletico combinato con una variabile assio-


logica, necessità interna estranea al campo delle scienze dure. L’assiolo-
gia è in rapporto con la dimensione timica delle strutture di dialogo. Se
il calcolo e l’esperimento respingono le passioni, che pure giocano un
ruolo in ogni fase della ricerca, 16 il discorso ideologico non può trala-
sciarle. Quando si deve persuadere (e non solamente convincere), non
bisogna forse rendere sensibile (strana impresa, a ben vedere!) fino a su-

15
Il bene pubblico, ma anche il bene di ciascuno. Cfr. Coquet, op. cit., pp. 125-126.
16
Ivi, pp. 145-147.

127
Le istanze enuncianti

scitare il «mormorìo del corpo sociale» e porre il lettore o l’ascoltatore


davanti all’“evidenza” (campo dell’egli vero) che «il reale vi parla»? 17
Al paragone, gli altri criteri di pertinenza della sfera del terzo attante
– le tre trasformazioni attanziale, deittica e diatetica 18 – appariranno
meno discriminanti. Infatti, in entrambi i campi si ritrovano “oggettivo”
e “ideologico”. L’analisi dovrebbe aver comunque dimostrato – me lo
auguro – che la conversione da un tipo di discorso all’altro obbedisce a
delle regole, e che per passare infine dall’“ideologico” all’“oggettivo”
(allo storico), conviene soffermarsi preventivamente sulle forme discor-
sive della verità e della passione. Questa è forse una delle condizioni da
soddisfare per avere, come auspicava Febvre, quella «giusta intelligen-
za dei fatti che domani saranno la storia».

17
Cfr. De Certeau 1977, pp. 13, 20.
18
La diatesi si riferisce al fenomeno della voce: cambia a seconda dell’istanza di enun-
ciazione (se è soggetto o terzo attante), della trasformazione deittica, del tempo, dello spa-
zio, della trasformazione attanziale.

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Ackrill J. L., 17 53, 67-69, 72
Agostino A. (sant’), 83, 110 Claudel P., 93-95
Ambrogio (sant’), 83 Clément C., 118
Aristotele, xii, xiv, 1, 16-17, 21-23, 31, Confucio, 44
43, 59-60, 62, 64-65, 126 Courtés J., xv, xvii, 12, 104
Aubigné Th.-A. (d’), 71
Damásio A., 73
Bachelard G., 106, 108, 111-112, 121 Dambrine S., 24
Bally Ch., 15 Damourette J., 58
Barbut M., 59-60 de Certeau M., 21, 69
Barthes R., 118-121 Deguy M., xiii, 37-38, 98
Baudouin de Courtenay J. N.I., 5, 14 Deleuze G., vii, xvii
Beach T., 98 Dennes M., 8, 10
Benveniste É., viii-xii, xiv, xvi-xviii, Derrida J., xiv
2-3, 6, 11-20, 23, 25, 29-31, 39-51, Desanti J. T., 85, 89, 94
53-54, 56-60, 68-70, 78-86, 90, Desclés J.-P., 44, 103
101-104, 106-108, 110-111, 122 Diderichsen P., 8
Bérard V., 35 Domergue F. U., 19
Bergson H., 88, 98, 113 Dubois J., 23
Billeter J.F., 45 Dubuffet J., 53
Bollack J., 72 Duras M., xiii, 32, 39-40, 96-98
Bonaparte N., 125 Durkheim E., 63
Bonnard P., 32, 37
Bopp F., 42 Eco U., xvi-xvii
Braudel F., 125-126 Einstein C., 121
Brøndal V., 7, 81, 86 Enea, xiii, 36-37, 55, 80
Bühler K., 15 Eraclito, xiv, 37, 66, 72
Eschilo, 4
Caligola G.G.C.G., 4
Calvino I., xiii Febvre L., 117, 128
Camus A., 4 Filippo ii, 126
Carnap R., 27 Fontanille J., 78
Cartesio (René Descartes), 7 Fortuny, 112-113
Cartier-Bresson H., 80 Foucault M., xii
Cézanne P., 32, 54, 61 Frege G., xii, xiv, 13, 27
Chauviré C., 78 Freud S., xvi, 5, 20, 26, 34, 42,
Cheng A., 44 51-52, 82
Chevalier J.-C., 7
Cicerone M.T., 71 Galilei G., 74
Circe, 35 Gasquet J., 32

137
Indice dei nomi

Giacobbe, 92, 111 Martinet A., xii, 25


Giovanni (evangelista), 76 Mathieu-Castellani G., 71
Givón Th., 15 Mauss M., 28, 57, 63
Goethe J.W., 51-52 Mefistofele, 51
Greimas A.-J., xv-xvi, xviii, 8, 12, Meillet A., 15, 102, 107
27, 61, 63-64, 73-74, 78, 104-106, Merleau-Ponty M., ix-x, xviii, 1-3,
118, 124 6, 12, 15, 18-19, 23-25, 28-30, 40,
Groddeck G., 26 44-45, 50, 54, 66, 69, 80-82, 84, 95,
Guentcheva Z., 103 97-98, 100, 103, 111-112, 114-115
Guillaume Ch.-E., xii, 12, 58 Meschonnic H., 14
Michaux H., 103
Hagège C., xii, 23, 27 Montale E., xv
Harris Z., 97
Hartog F., 109, 124 Nancy J.-L., xii
Hegel G.W. F., 46 Nietzsche F., 108, 111, 125
Heidegger M., xii, 18, 29-30, 84, 86, 99 Nora P., 126
Hermès, 35
Hjelmslev L., 8, 11-12, 26-27, 81 Omero, 35
Hobbes Th., 46
Holenstein E., 8-9, Parmenide, 43
Humboldt von W., 14-15 Parret H., 68
Husserl E., ix, 2-3, 7-10, 12-13, 18, 24, Patoika J., 72
29, 33, 45, 57, 65-66, 70, 81, 86, 111 Peirce Ch. S., vii, xvii, 5, 26, 28, 53, 73
Petitot J., 14, 65-66, 86
Isacco, 92, 111 Pfander A., 13
Piaget J., 59-60, 64, 66
Jacques F., 61-62, 75-77 Pichon E., 58
Jahwèh, 92 Platone, 32
Jakobson R., xii, 7-11, 15, 24, 81 Plauto, 5
Janvier L., 32, 37 Pontalis J.-B., 52
Jespersen O., 102 Pos H. J., ix-x, xii, xvii, 8-13, 15,
18-19, 22, 24, 30-31, 41-46, 59-60,
Kant I., xvi 68-70, 80
Klee P., 31 Pottier B., 104-106
Klein F., 60 Prometeo, 4
Kuhn Th., vii Propp V., 64, 124, 126
Proust M., xiii, 99, 100, 112-114
La Fontaine J. (de), 119
La Rochefoucauld F. (de), 119 Quintiliano M. F., 82
Lacan J., ix, xii, 20, 33, 38, 42
Lefort C., 124 Rastier F., xvi
Le Peletier L.M., 122-123 Richardson M., 98
Lepschy G., x Ricœur P., xii, xv-xvi, xviii, 6, 29, 41,
Levinas E., xii, 3, 61 46, 57, 60-64, 66, 74-76, 79-81, 89,
Lévi-Strauss C., xii, 10, 28, 47-48, 57, 92, 117, 126
62-63, 65, 69 Rougerie J., 110
Lichtenberg G. Ch., 10, 28 Rousseau J.-J., xii, 48, 69
Luigi xvi, 122-123 Russell B., 59

Mach E., 5, 10, 27-28 Saba U., xviii


Malinowski B., 22, 70-71 Sapir E., 108
Marat J.-P., 121-123, 127 Sartre J.-P., 90

138
Indice dei nomi

Saussure F., vii-vii, xii, 10, 20, 23, Thouard D., 14


26, 42, 53, 63, 77, 107 Trubeckoj, N. S., xii, 15
Schleiermacher F., 75
Searle J., 13 Ulisse, 35
Silesius A., 38
Simon C., 6, 53-54 Valéry P., xiii, 1-2, 5, 37, 49-50, 62, 65
Socrate, 103 Varela F., 67
Stalin I.V. D., 110 Venere, xiii, 36, 38, 55, 80
Stein Lol V., 32, 38, 96 Virgilio (Publio Virgilio Marone), xiii,
Stretter A.-M., 97 37, 56, 80

Tchouang-tseu, 45 Wagner R.-L., 104


Tertulliano Q.S.F., 109 Wismann H., 72
Tesnière L., x, xii, 13-15 Wittgenstein L., xii, xiv, 13, 27-28,
Thierry A., 109, 124 57, 59-60, 77-80
Thom R., 1, 15, 65-66
Thompson D’Arcy W., 64-65 Zeus, 102

139