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Quaderni

di diritto ecclesiale
15 (2002) 197-206

L’offerta per l’applicazione


della santa Messa.
Lineamenti storici
di Tiziano Vanzetto

Nel presente articolo si intende offrire un sintetico excursus sto-


rico sulla prassi delle offerte per l’applicazione di sante Messe fino al-
le norme previste dal Codice vigente. Successivi contributi affronte-
ranno vari aspetti peculiari di questa consuetudine, tra cui quanto pre-
vede il decreto Mos iugiter 1, in termini normativi, ma anche per
quanto attiene ad alcune problematiche relative alla prassi e alle ra-
gioni che la giustificano.

Una pia e lodevole tradizione


Lo studio del Galea2 dimostra che, storicamente, la prassi di dare
un’offerta al sacerdote per la celebrazione della Messa, a beneficio
del singolo offerente, compare nei secoli V-IX, quando, accanto alle
oblationes communes – offerte fatte in forma comunitaria assieme
all’offerta del pane e del vino o prima dell’inizio della Messa –, sorse
l’uso delle oblationes peculiares.
All’epoca si era venuta «formando e consolidando la comune per-
suasione che una Messa applicata per un singolo offerente riuscisse
di maggiore efficacia, individualmente, di quanto non lo fosse quella
applicata, dietro offerta comune, per più offerenti»3.

1
Il 23 marzo 1991 la Congregazione per il clero rendeva pubblico su «L’Osservatore Romano» il decreto
con cui si interveniva a proposito di una «prassi abbastanza recente» riguardante la celebrazione di sante
Messe cosiddette «collettive», destinate, cioè, a soddisfare contemporaneamente l’applicazione di più in-
tenzioni. Il decreto era stato approvato in forma specifica dal Sommo Pontefice il 22 gennaio 1991 e por-
tava la data del 22 febbraio 1991 (CONGREGATIO PRO CLERICIS, decretum Mos iugiter, quoad celebrationem
Missarum, quae “collectivae” dicuntur, in AAS 83 [1991] 483-487).
2
Cf D. GALEA, Dottrina antica e problematica moderna sulla legittimazione dello “stipendium Missae”, in
«Divinitas» 25 (1981) 183-205; 273-315.
3
Ibid., pp. 189-190.
198 Tiziano Vanzetto

Dalle fonti canoniche e liturgiche sembra si possa dedurre che,


a partire dal sec. VIII, la prassi dello stipendio individuale per la cele-
brazione di Messe peculiari sia accolta come fatto bisognoso di una
sua regolamentazione. Non mancheranno infatti abusi e deviazioni,
dovuti alla possibilità di guadagno economico a favore dei celebranti.
Contro questi abusi reagiranno i Papi, i concili particolari, i vescovi e
gli scrittori del tempo. Si viene così a stabilire il conflitto tra quella che
è chiamata la lodevole consuetudine, le pie consuetudini di dare la pro-
pria offerta in occasione di azioni sacre e l’indebito esigere, l’estorsione
di denaro, il simoniaco patteggiare.
Sarà Innocenzo III, nel concilio Lateranense IV (1215), a chiari-
re, nella costituzione 66, Ad apostolicam, i termini della questione,
con la ferma proibizione dell’«exigere indebite» da parte dei ministri
e con l’altrettanto decisa prescrizione di mantenere le «pias consuetu-
dines»4. Viene quindi condannato l’abuso ma non il fatto dell’offerta
individuale che viene anzi definita «pia e lodevole consuetudine».
Marsili, esaminando la prassi celebrativa del periodo pretridenti-
no5, pur affermando che non «vi sia qualcosa da eccepire per quanto
riguarda la liceità di interporre il valore d’intercessione altissimo, che
la fede della Chiesa ha sempre riconosciuto alla celebrazione dell’eu-
caristia, in quanto sacrificio di Cristo e preghiera comune della Chie-
sa», mette in evidenza che non c’è stato in questo periodo solo un abu-
so da parte del clero a favore di un proprio vantaggio, ma anche una
deviazione della fede e della pietà dei fedeli, che si erano allontanate
dal valore sacramentale e sacrificale della celebrazione per approdare
a una visione devozionale della Messa considerata come potente mez-
zo «esorcistico-liberatorio»6.
A partire dal secolo XIII, decretalisti e teologi scolastici discute-
ranno sulla natura giuridica del rapporto tra fedele e ministro sacro, sul-
la legittimità o meno dell’esigere o percepire una retribuzione per l’ope-
ra sacra, sul titolo che giustifica un tale compenso senza cadere nella si-
monia. Il risultato della discussione dei decretalisti evidenzia che il
titolo di legittimità dell’esigere il compenso sarà il diritto all’onesto so-
stentamento dei ministri e, in aggiunta a questo primo e fondamentale
aspetto, la lodevole consuetudine entrata nella vita della Chiesa7.

4
Si veda il testo latino-italiano in Conciliorum oecumenicorum decreta, Bologna 19912, p. 265.
5
Cf Teologia della celebrazione dell’Eucaristia, in AA.VV., La liturgia, Eucaristia: teologia e storia della ce-
lebrazione, a cura di S. Marsili, Genova 1993, pp. 11-186.
6
Ibid., pp. 86; 90-91.
7
Cf D. GALEA, Dottrina antica e problematica..., cit., pp. 197-205.
L’offerta per l’applicazione della santa Messa. Lineamenti storici 199

Come si può ben vedere, l’attenzione si sposta tutta sul fattore


economico, cioè sulla legittimità di un compenso dato e ricevuto, non
già sul valore e quindi sulla legittimità di chiedere e ottenere che un
ministro celebri e applichi secondo le intenzioni del richiedente i frut-
ti del sacrificio.
Tra i teologi scolastici merita particolare attenzione Giovanni
Duns Scoto († 1308). Egli è il primo che, trattando del valore e dell’ef-
ficacia della Messa come sacrificio, ne distingue il triplice frutto. Que-
sta distinzione è fondamentale per comprendere l’esatto significato
dei termini applicare e applicazione, usati anche dal Codice vigente in
riferimento a un aspetto della celebrazione della Messa (cf cann. 388;
534; 548 § 2; 901; 945 § 1; 946; 950; 951 § 1; 952 § 1).
Secondo questa distinzione i frutti della celebrazione sarebbero
classificati nel modo seguente: frutto generale (per tutta la Chiesa e i sin-
goli suoi membri); frutto speciale, medio o ministeriale (a beneficio della
persona o del fine per cui il sacerdote applica); frutto specialissimo o per-
sonale (quello di cui usufruisce il celebrante, frutto personale e inaliena-
bile). Se non si ammettesse questa distinzione e la possibilità del frutto
speciale, secondo il Doctor subtilis, non avrebbe senso che nella Chiesa
ci fossero preghiere speciali e particolari per i vivi e per i defunti 8.
Oggi questa classificazione risulta anche ampliata quando si ve-
de aggiungere, al triplice frutto proposto da Duns Scoto, il frutto uni-
versale (per l’intera umanità) e il frutto particolare (di cui usufruisco-
no i fedeli che assistono alla Messa)9.
Per quanto appena considerato, quando nel can. 901 si afferma
che è diritto del sacerdote applicare la Messa per chiunque, sia vivo
che defunto, si vuole solamente dire che è diritto del sacerdote cele-
brante destinare (applicare), riservare uno «spazio» speciale, per una
specifica intenzione10.

8
«Oratio celebrantis potest intelligi valere quodam modo medio inter modum specialissimum et generalis-
simum, puta quod quis velit eam valere, non tantum sibi, qui est modus specialissimus, nec tantum toti Ec-
clesiae, qui est modus generalissimus, sed specialiter velle valere alicui de Ecclesia, id est, quod quamvis
vellet orationem sibi valere, et etiam toti Ecclesiae, adhuc potest illam orationem specialiter valere alicui
personae determinate in Ecclesia, ita quod talis oratio valeat illi personae, non tantum quia est membrum,
Ecclesiae, pro qua Ecclesia offertur talis oratio, sed quod etiam valeat sibi specialiter, quia specialiter offer-
tur pro illa persona, sive quia determinate applicatur illi personae, aliter in Ecclesia frustra essent speciales
orationes assignatae, alia pro vivis, alia pro mortuis» (JOANNES DUNS SCOTUS, Opera omnia, Tomus 26,
Quaestio XX: Utrum sacerdos obligatus ad dicendum missam pro uno, obligatus etiam ad dicendum missam
pro alio, sufficienter solvat debitum dicendo unam missam pro ambobus?, Parisiis 1895, n. 3, p. 301).
9
Cf G. TREVISAN, L’Eucaristia (cann. 897-958), in La funzione di santificare nella Chiesa, a cura del Grup-
po Italiano Docenti di Diritto Canonico, Milano 1995, pp. 104-105.
10
La dottrina tradizionale così si esprimeva spiegando il senso del termine «applicare» riferito a una in-
tenzione particolare assunta nella celebrazione della Messa: «Intentio, qua sacerdos celebrans vult, ut
200 Tiziano Vanzetto

Inoltre, Duns Scoto si pone la questione se il sacerdote, che si è


obbligato a celebrare-applicare la Messa sia per un fedele come per
un altro, assolve al proprio obbligo celebrando-applicando una sola
Messa per entrambi. La risposta del Doctor subtilis è negativa, perché
tra il sacerdote e il fedele si è instaurato un rapporto «ex stricta obli-
gatione, ex stricta iustitia», cioè un vero obbligo di giustizia a cui il sa-
cerdote è legato in forza dell’intenzione del fedele che da lui è stata ac-
cettata. L’intenzione del fedele viene infatti comunemente interpreta-
ta come la volontà che venga applicata per sé, per la propria utilità, la
celebrazione della Messa. La fonte dell’obbligo non è l’offerta data e
ricevuta (Duns Scoto rifiuta qualsiasi rapporto di tipo contrattuale, an-
che se non nega che l’offerta possa essere data), ma l’intenzione del
fedele, espressa in modo preciso e accolta dal sacerdote11.
La «pia e lodevole consuetudine» troverà un oppositore convinto
nel teologo inglese Giovanni Wicleff, il quale negava esplicitamente la
dottrina circa i frutti della Messa e la loro applicabilità da parte del ce-
lebrante. Wicleff affermava che la Messa applicata per il singolo offe-
rente non giova a questi più di quanto non giovi la Messa applicata per
tutti. Da questo deduceva che l’offerta individuale data dal fedele per la
Messa non ha ragione di esistere ed è simoniaca12. Le tesi di Wicleff fu-
rono riprese e condannate dal concilio di Costanza (1414-1418), nella
sessione VIII, con il decreto Fidem catholicam, che così formula gli er-
rori del teologo inglese: «n. 19. Le preghiere particolari applicate a una
sola persona da prelati o da religiosi non le giovano, a parità di condi-
zioni, più delle preghiere generali. [...] n. 25. Sono tutti simoniaci quelli
che si obbligano a pregare per chi li aiuta nelle necessità temporali»13.
Il concilio di Trento, nella sessione XXII (17 settembre 1562),
«sul santissimo sacrificio della Messa», si pronuncerà, per quanto ri-
guarda il presente argomento, nei capitoli dottrinali I e II, al can. 3, e
nel decreto Quanta cura.
Al can. 3 così stabilisce:
«Se qualcuno dirà che il sacrifico della Messa è solo un sacrificio di lode e di
ringraziamento, o una semplice commemorazione del sacrifico offerto sulla
croce, e non un sacrificio propiziatorio; o che giova solo a chi lo riceve; e che

fructus ministerialis missae cedat in utilitatem alicuius determinatae personae aut in aliquem finem de-
terminatum» (F. CAPPELLO, Tractatus canonico-moralis de sacramentis, I, Roma 1962, p. 489; cf pure A.
VERMEERSCH - J. CREUSEN, Theologia moralis, III, Roma 1948, p. 168).
11
Cf JOANNES DUNS SCOTUS, Opera omnia, Tomus 26, Quaestio XX..., cit., nn. 25-27, pp. 323-328.
12
Cf D. GALEA, Dottrina antica e problematica..., cit., p. 283.
13
Si veda il testo latino-italiano in Conciliorum oecumenicorum decreta, cit., p. 412.
L’offerta per l’applicazione della santa Messa. Lineamenti storici 201

non deve essere offerto per i vivi e per i morti, per i peccati, le pene, le soddi-
sfazioni e altre necessità: s.a.»14.

Nel decreto Quanta cura il Concilio ordinerà ai vescovi diocesa-


ni di proibire
«assolutamente ogni condizione o patto relativo a un onorario di qualsiasi ge-
nere e tutto ciò che venisse dato per la celebrazione delle prime messe; inol-
tre vieteranno quelle richieste di elemosina che sembrano piuttosto esazioni
insistenti e indecorose, e altre cose simili, che non sono molto lontane dal
peccato di simonia o almeno da un guadagno disonesto»15.

Secondo il Galea il concilio di Trento ha insegnato espressamen-


te la dottrina circa i frutti del sacrifico eucaristico «dichiarandone
esplicitamente l’applicabilità», in riferimento al frutto propiziatorio
che comprende di conseguenza quello impetratorio16. Inoltre, condan-
nando gli abusi, il Concilio non ha inteso proibire la prassi dello sti-
pendio in se stessa. Anzi, nella sessione XXV, al cap. IV, Contingit, del
decreto De reformatione generali (3-4 dicembre 1563), lo stesso Con-
cilio dà facoltà ai vescovi e ai supremi moderatori degli ordini di ridur-
re, in casi particolari, gli oneri delle Messe fondate, facendo comun-
que in modo che «in ogni caso la commemorazione di quei defunti
che hanno destinati pii legati per la salvezza delle loro anime, dovrà
sempre avvenire»17.
Dopo il concilio di Trento la dottrina e la prassi dell’intenzione
particolare a cui, a richiesta dei singoli fedeli, viene applicato il frutto
speciale della Messa, vengono attaccate nel sinodo di Pistoia (1786)
e difesi da Pio VI nella costituzione apostolica Auctorem fidei del 28
agosto 1794. Pio VI condanna la posizione secondo la quale il sacer-
dote non può applicare il frutto del sacrifico eucaristico a chi vuole,
poiché ciò sarebbe un’ingiuria nei confronti di Dio al quale solo spet-
ta dispensare i frutti del sacrificio. Il Papa condanna allo stesso mo-
do l’opinione conseguente secondo la quale da una speciale applica-
zione non può derivare un frutto speciale del sacrificio per il fedele
che per una sua particolare intenzione ha chiesto l’applicazione e da-
to l’offerta18.

14
Ibid., p. 735.
15
Ibid., p. 736.
16
Cf D. GALEA, Dottrina antica e problematica..., cit., pp. 284; 296-297.
17
Si veda il testo latino-italiano in Conciliorum oecumenicorum decreta, cit., p. 787.
18
Cf DENZINGER-SCHÖNMETZER, Enchiridion Symbolorum, 2630.
202 Tiziano Vanzetto

Il Codice pio-benedettino e alcuni argomenti critici


Il Codice del 1917, raccogliendo la secolare tradizione della Chie-
sa, dopo aver riconfermato il diritto, per ogni sacerdote, di applicare la
Messa in favore di qualsiasi fedele vivo o defunto (cf can. 809), offre
una adeguata regolamentazione della materia nei cann. 824-844. Di
questi canoni è significativo sottolineare il principio per cui devono es-
sere celebrate e applicate tante messe quante offerte sono state date e
ricevute (cf can. 828); la distinzione tra celebrazione senza applicazione
e applicazione (cf can. 825, 4°); il dovere di comportarsi sempre in mo-
do da allontanare ogni sospetto di mercanteggiamento (cf can. 827).
Dal punto di vista dottrinale, a sostegno della prassi, è doveroso
richiamare l’intervento del magistero della Chiesa, dopo la promulga-
zione del Codice pio-benedettino.
Pio XII, nella lettera enciclica Mediator Dei del 20 novembre
1947, ribadisce che l’«augusto sacrifico dell’altare» realizza gli stessi fi-
ni della croce: la gloria di Dio, il rendimento di grazie, l’espiazione e la
propiziazione, l’impetrazione19. Il Papa, dopo aver ricordato che Cristo
«volle immolarsi in Croce “propiziazione per i nostri peccati, e non sol-
tanto per i nostri, ma anche per quelli di tutto il mondo” (1 Gv 2, 2)»,
continua affermando che «il Redentore sugli altari si offre ugualmente
ogni giorno per la nostra redenzione, affinché, liberati dalla eterna
dannazione, siamo accolti nel gregge degli eletti. E questo non soltan-
to per noi che siamo in questa vita mortale, ma anche “per tutti coloro
che riposano in Cristo, che ci hanno preceduto con il segno della fede
e dormono il sonno della pace” (Mess. Rom. Canone I)»20. Il Pontefice,
dunque, afferma esplicitamente che il sacerdote celebrante, ripetendo
ciò che fece il Divin Redentore nell’Ultima cena, offre a Dio il santo sa-
crificio «per la Santa Chiesa Cattolica e per i vivi e i defunti»21.
Di Paolo VI si possono ricordare la lettera enciclica Mysterium fi-
dei del 3 settembre 196522 e la lettera apostolica Firma in traditione del
13 giugno 197423. Nella Mysterium fidei il Pontefice ricorda che i sacer-
doti hanno ricevuto la potestà di offrire il sacrificio e di celebrare per i

19
Cf PIUS XII, litterae encyclicae Mediator Dei, de Sacra Liturgia, 20 novembre 1947, in AAS 39 (1947)
548-550.
20
Ibid., p. 549
21
Ibid., p. 557.
22
Cf PAULUS VI, litterae encyclicae Mysterium fidei, de doctrina et cultu SS. Eucharistiae, 3 settembre
1965, in AAS 57 (1965) 753-774.
23
Cf ID., litterae apostolicae m.p. Firma in traditione, quibus quaedam capita de facultatibus ad missarum
stipendia pertinentibus statuuntur, 13 giugno 1974, in AAS 66 (1974) 308-311.
L’offerta per l’applicazione della santa Messa. Lineamenti storici 203

vivi e per i defunti; raccomanda loro di celebrare «la Messa ogni gior-
no degnamente e con devozione», motivando questa raccomandazio-
ne con la necessità che i sacerdoti stessi e i fedeli possano attingere-
usufruire «dell’applicazione dei copiosi frutti provenienti dal sacrificio
della croce»24. Nella Firma in traditione, con la quale il Pontefice intro-
duce l’elenco delle facoltà relative alle elemosine delle Messe, si legge
il senso di questo antichissimo uso e di questa costante tradizione del-
la Chiesa: il significato dell’offerta data al sacerdote dal singolo fedele
che chiede l’applicazione del «frutto speciale» della Messa per una
propria intenzione sta nel fatto che in questo modo il fedele può asso-
ciarsi più intimamente a Cristo offerente e percepire dalla celebrazio-
ne frutti più abbondanti. Attraverso questo atto di partecipazione si
esprime non soltanto l’unione del fedele con Cristo, ma anche la reci-
procità esistente tra il sacerdote celebrante e i fedeli25.
Da qui deriva la preoccupazione di preservare integro questo si-
gnificato e promuoverne il valore con norme opportune. Per ben
comprendere la mente di Paolo VI risulta utile rileggere anche la let-
tera della Segreteria di Stato, con la quale vengono trasmessi la lette-
ra apostolica Firma in traditione e l’indice delle facoltà concesse. In
tale lettera si raccomanda di «vagliare con cura» le istanze «affinché il
numero delle SS. Messe sia conservato integro, la volontà degli obla-
tori sia doverosamente rispettata, sia fomentata la solidarietà verso sa-
cerdoti che versano in condizioni di bisogno», per cui le concessioni
devono essere considerate «come eccezioni, e sono da adottarsi come
soluzione rara e straordinaria solo in difetto di altre più conformi allo
spirito delle disposizioni canoniche». Inoltre la lettera richiama il pen-
siero del Sommo Pontefice secondo cui «non vanno in alcun modo fo-
mentate ed incoraggiate quelle iniziative o modalità che siano atte a
diminuire il numero delle elemosine o sottovalutare l’importanza del-
le elemosine individuali»26.

24
«Paterne igitur et enixe commendamus sacerdotibus [...] ut memores potestatis [...] offerendi scilicet
Sacrificium Deo Missasque celebrandi tam pro vivis quam pro defunctis in nomine Domini, quotidie di-
gne et devote Missam celebrent, ut ipsi et ceteri Christifideles fructuum ex sacrificio Crucis uberrime
manantium applicatione fruantur.»
25
«Qui quidem usus, quo fideles Christo, se hostiam offerenti, arctius sociantur et abundantiorem fruc-
tuum copiam inde percipiunt, non solum probatus est ab Ecclesia, sed etiam promotus, quae eum esse
existimat veluti signum coniunctionis hominis baptizati cum Christo, necnon fidelis cum sacerdote, qui
in eiusdem fidelis bonum suum obit ministerium.» Cf pure Lumen gentium, n. 28 dove si dice che i pre-
sbiteri agendo «in persona Christi» uniscono i voti dei fedeli al sacrificio del loro capo.
26
SECRETARIA STATUS, lettera Con lettera con la quale vengono trasmessi ai prefetti delle congregazioni inte-
ressate il motu proprio e l’elenco di facoltà circa le elemosine di Messe, prot. n. 260321, 17 giugno 1974 (EV
S1, nn. 508-513).
204 Tiziano Vanzetto

Questi interventi, se da un lato riconfermano la dottrina e la pras-


si tradizionale, dall’altro testimoniano come il periodo postconciliare
veda l’emergere di una forte contestazione circa la legittimità dello sti-
pendio delle Messe e la stessa applicabilità della Messa per intenzioni
o richieste particolari e personali. In questo contesto, significativa fu la
risposta data a un sacerdote che manifestava il fatto di non essere «riu-
scito a capire perché una singola persona dà l’offerta per l’intenzione
della Messa avendo perciò diritto (??) a quello che è il frutto speciale o
specialissimo che sia»27. Falsini dava risalto, nella risposta, alla prote-
sta del lettore, contrapponendo una visione sorpassata della Messa,
cioè la Messa privatizzata e comprata, a una visione più matura e con-
sona con il Vaticano II, cioè ecclesiale e aperta a invocare il Signore per
le necessità dell’intera comunità e di tutto il mondo28.
Indubbiamente anche la protesta è feconda: obbliga a ripensare
la prassi e a riconsiderare i principi su cui essa si fonda. Alle contesta-
zioni sopra accennate si deve rispondere con chiarezza che una Messa
«privata» non esiste e tanto meno è pensabile che un fedele possa ave-
re il diritto di «comprare» la Messa. La dottrina tradizionale sui frutti
del sacrificio della Messa, proprio nello sforzo del distinguere, dava at-
to dell’infinito, universale e sempre attuale valore del sacrificio di Cri-
sto. Se si è arrivati a parlare di privatizzazione e se l’istituto dell’appli-
cazione della Messa ha provocato in alcuni un certo disagio, ciò non
deve portare a concludere che la «pia e lodevole tradizione» sia da la-
sciare, ma deve indurre a riflettere e a interrogarsi se il modo con cui
questa tradizione è stata vissuta e spiegata ne abbia forse oscurato o
svilito il significato. È dunque necessario riflettere sugli interventi dei
Pontefici e vedere se la prassi di applicare secondo l’intenzione di un
singolo fedele è coerente con la natura della celebrazione eucaristica.
J. Auer, in uno studio di carattere teologico sull’eucaristia, affron-
ta l’argomento relativo ai frutti del sacrificio della Messa29. Questo au-
tore, pur ritenendo valida la concezione che distingueva nella Messa i
frutti generali, speciali e specialissimi, ammette anche che si tratta di
una concezione troppo concreta e materialistica e che pertanto questa

27
R. FALSINI, Supermercato delle Messe, in «Rivista di pastorale liturgica» 8 (1970) 488.
28
La giusta istanza per cui si deve evitare l’idea secondo la quale l’intenzione particolare sia quasi un mono-
polio della Messa da parte di un singolo fedele, appare anche nel processo di formazione del nuovo Codice
di diritto canonico. Cf «Communicationes» 13 (1981) 432, dove si legge che un Consultore esprime l’esi-
genza che non «appareat intentio particularis quasi quoddam monopolium habere Missae quae offertur».
29
Cf J. AUER, Il mistero dell’Eucaristia. La dottrina generale dei sacramenti e il mistero dell’Eucaristia, As-
sisi 1972, pp. 342-352.
L’offerta per l’applicazione della santa Messa. Lineamenti storici 205

dottrina ha bisogno di una certa correzione e di una visione più ap-


profondita, coerente con una visione della Messa come «celebrazione
sacramentale dei misteri della redenzione di Cristo» e in sintonia con
la dimensione ecclesiale della stessa celebrazione. La Messa è sempre
nello stesso tempo il sacrificio di Cristo che compie egli stesso ed è
azione della Chiesa; è azione di tutta la Chiesa come della singola co-
munità dove la celebrazione si compie, del singolo sacerdote che nella
Chiesa e per la Chiesa, nella, con e per la comunità celebra. In questa
prospettiva l’autore sviluppa e spiega come chi partecipa e coopera al
sacrificio della Messa, per l’opera di Cristo e nella misura della propria
disposizione, ha parte al sacrificio eucaristico sia sotto l’aspetto della
lode e del ringraziamento, sia sotto l’aspetto espiatorio e impetratorio.
Inoltre, per il «carattere sociale» del sacrificio della Messa, il dono di
grazia non solo può giovare a chi vi partecipa, ma anche può essere
applicato agli altri. Non si tratta di una formula magica, come se il sa-
cerdote o il fedele potessero disporre del sacrificio, ma di una supplica
incessante e di una continua offerta di sé continuamente rinnovata e
resa possibile per l’offerta di Cristo al Padre.
«Se la Chiesa celebra “parecchie messe” per la stessa intenzione o per lo stes-
so defunto e nella sua istituzione delle applicazioni ha previsto questo “cumu-
lo di sacrifici”, il motivo di questa pratica non è una fede in un “limite estensi-
bile” dell’applicazione (ossia di una valutazione quantitativa dei frutti del sa-
crificio della Messa), ma la consapevolezza della storicità dell’uomo: tanto il
vivente che intercede e applica il sacrificio, quanto il defunto a cui è destinata
l’applicazione sono considerati in questa ripetizione e nel conseguente cumu-
lo di atti sacrificali della Chiesa come uomini che si trovano in continuo pro-
cesso di crescita e di maturazione»30.

Il Codice vigente
Il nuovo Codice ordina tutta la materia in 14 canoni (cann. 945-
958). A questi canoni va aggiunto il can. 901 che enuncia il principio
generale secondo cui è diritto del sacerdote applicare la Messa per
chiunque, sia vivo che defunto. I cann. 945-958 sono raggruppati sotto
la denominazione «L’offerta data per la celebrazione della Messa». Si
deve subito osservare che questo modo di indicare la materia indica
solo parzialmente il contenuto dei 14 canoni in questione. Infatti, se è
vero che la regolamentazione delle offerte è ciò che più preoccupa il
Legislatore, che rimane attento a evitare ogni abuso, tuttavia ci si può

30
Ibid., pp. 348-349.
206 Tiziano Vanzetto

chiedere se non sia meglio mettere in evidenza più il rapporto esisten-


te tra il sacerdote che celebra e il fedele che chiede l’applicazione della
Messa per una propria intenzione, che non l’offerta data e ricevuta. In
altre parole, poiché, come recita il can. 901, «il sacerdote ha diritto di
applicare la Messa per chiunque, sia per i vivi sia per i defunti», e con-
siderato che «è vivamente raccomandato ai sacerdoti di celebrare la
Messa per le intenzioni dei fedeli, soprattutto dei più poveri, anche
senza ricevere alcuna offerta» (can. 945 § 2), ne consegue che non l’of-
ferta data e ricevuta fa sorgere il diritto-dovere dell’applicazione della
Messa, ma l’intenzione del fedele, manifestata con la volontà di unirsi
in modo particolare alla celebrazione e accettata dal sacerdote cele-
brante. Che ne sarebbe, infatti, delle intenzioni di coloro che non po-
tessero dare un’offerta, nemmeno esigua? Accettando questa posizio-
ne, il can. 948 che dice: «Devono essere applicate Messe distinte se-
condo le intenzioni di coloro per i quali singolarmente l’offerta, anche
se esigua, è stata data e accettata», potrebbe essere formulato in ma-
niera diversa o, comunque, interpretato nel senso che «devono essere
applicate Messe distinte secondo le intenzioni di coloro per i quali sin-
golarmente, con o senza offerta, la richiesta è stata accettata». Tale in-
terpretazione trova la sua conferma ed è coerente con quanto si dice
al can. 945 dove, dopo aver enunciato, al § 1, che è lecito a ogni sacer-
dote ricevere un’offerta data affinché applichi la Messa secondo una
determinata intenzione (e ciò non significa che ne è obbligato), al § 2
si precisa che è «vivamente raccomandato» celebrare anche senza ri-
cevere l’offerta. È evidente che ciò che viene dichiarato lecito è meno
importante di ciò che risulta vivamente raccomandato31.

TIZIANO VANZETTO
Vicolo Gorizia, 11
35020 Albignasego (Pd)

31
Cf D. MOSSO, L’Eucaristia nel nuovo codice, in «Rivista liturgica» 71 (1984) 281-282. L’autore, richiaman-
do la disposizione del sinodo dei vescovi del 1971, che aveva detto: «Sembra anche molto auspicabile che
il popolo cristiano riceva pian piano una tale formazione, da far sì che i proventi dei sacerdoti siano di-
sgiunti dagli atti di ministero, specialmente da quelli di natura sacramentale», si manifesta molto critico
sulla prassi dell’offerta data per l’applicazione della Messa che, secondo lui, impedisce nel popolo di Dio
una formazione all’autentico significato dell’eucaristia.