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Un ritratto di Gianfranco Contini 237

Un ritratto di Gianfranco Contini


Davide Colussi

In uno studio futuro su Gianfranco Contini che ne analizzi esten-


sivamente, come ancora non si è fatto, le scelte linguistiche e stilisti-
che, una parte certo secondaria ma non troppo esigua andrà riser-
vata al memorialista. Ci si riferisce anzitutto all’autore dei «ricordi»
o «epicedî», come Contini nel tempo passa a chiamare – con lieve
sfumatura autoironica nell’adozione del grecismo non comune (ma
già crociano) – gli scritti d’occasione funebre in memoria di studiosi
cui Contini è stretto da un vincolo di ammirazione non puramente
professionale ma anche umana: a partire dal Ricordo di Joseph Bédier
del ’39, dove en passant ma pur sempre esplicitamente è confessata
la «simpatia» per il grande filologo, di cui fu discepolo nel soggiorno
parigino del ’34-36 (EL 359).1 È plausibile che gli epicedi continiani

1
Sigle adottate per le opere in volume di Contini, secondo l’ordine di prima com-
parsa: EL = Esercizî di lettura sopra autori contemporanei con un’appendice su testi
non contemporanei. Edizione aumentata di «Un anno di letteratura», Torino, Einau-
di, 1974 (1a ed. 1939); VAL = Varianti e altra linguistica. Una raccolta di saggi (1938-
1968), ivi 1970; AL = Altri esercizî (1942-1971), ivi 1972; PT = Pagine ticinesi di
Gianfranco Contini, a cura di R. Broggini, seconda edizione accresciuta di nuovi
testi, Bellinzona, Salvioni, 1986; BE = Breviario di ecdotica, Torino, Einaudi, 1990
(1° ed. 1986); UEE = Ultimi esercizî ed elzeviri, ivi, 1989; DV = Diligenza e voluttà.
Ludovica Ripa di Meana interroga Gianfranco Contini, Milano, Mondadori, 1989;
A = Amicizie, a cura di V. scheiWiller con una prefazione di P. giBellini, Milano,
Scheiwiller, 1991; CS = La critica degli scartafacci e altre pagine sparse, con un ricor-
do di a. roncaglia, Pisa, Scuola Normale Superiore, 1992; PEE = Postremi esercizî
ed elzeviri, Torino, Einaudi, 1998. Per l’uso di epicedio in Croce cfr. d. colussi, Tra
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risentano inizialmente del modello offerto da Giorgio Pasquali, che


fra l’altro raccoglie i propri «ricordi» di maestri disponendoli accan-
to a scritti d’altro tenore nei volumi delle Pagine stravaganti proprio
come farà poi Contini nelle sillogi di «scritti non strettamente tec-
nici» (UEE ix), cioè Varianti e altra linguistica esclusa, edite presso
Einaudi: altra somiglianza, da aggiungere a quella già notata nei titoli
delle raccolte, per cui ad esempio la sequenza formata dagli Ultimi
e dai Postremi esercizî ed elzeviri ricorda quella disposta da Pasquali
per le Terze pagine stravaganti e le Stravaganze quarte e supreme.2 Se
anche si possa supporre un iniziale abbrivo offerto da Pasquali, ben
presto però negli epicedi di Contini si fondono in maniera del tutto
caratteristica ricordi di prima mano, spesso nella forma dell’aneddo-
to, e valutazione obiettiva dell’opera scientifica, sicché – come ha os-
servato ancora Segre – del commemorato sono forniti nel contempo
«un ritratto penetrante e quasi una biografia».3
Affini stilisticamente agli epicedi ma non integrabili in essi sono i
ritratti di viventi, come nel caso delle pagine che presentano nell’im-
minenza della Liberazione ai lettori ticinesi di «Cultura e azione»
la figura di Aldo Capitini, così incisiva – nel giudizio di Contini –
sull’antifascismo prebellico nell’Italia mediana (PT 70-79). E a rigore
una terza fattispecie di ritratti si può distinguere nell’ultima stagione
continiana: quella di scritti memoriali che, slegati dall’occorrenza lut-
tuosa, rievocano maestri, scrittori e altre figure care, legate all’autore
da salda amicizia intellettuale anche quando estranee alle discipline
di studio che egli praticava. Con una sorta di anticipazione costituita
dalla prefazione al volume fotobiografico su Montale dell’85 (quan-
tomeno per lo spazio più ampio assegnato all’io dell’autore – e su ciò

grammatica e logica. Saggio sulla lingua di Benedetto Croce, Pisa-Roma, Serra, 2007,
p. 159; di simpatia Contini parla anche nel ricordo di Ungaretti, definendo sé «un
sodale legato da ininterrotta, mai offuscata simpatia» (UEE 343).
2
Cfr. c. segre, Postfazione a PEE, p. 255.
3
Ivi, p. 257.
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si tornerà qui avanti),4 quest’ultima specie di scritti memoriali forma


una piccola serie a sé stante, pubblicata con cadenza variabile sotto il
titolo Amicizie sulle pagine del mensile «Leggere», fra settembre ’88
e ottobre ’89, in stretta coincidenza temporale con la lunga intervista
consuntiva rilasciata a Ludovica Ripa di Meana nel settembre ’88,
a stampa l’anno seguente col titolo Diligenza e voluttà. Le Amicizie
consistono di cinque pezzi;5 scegliamo di leggerne il terzo, dedicato
a Émile Benveniste:

[1] Una cartolina postale francese segnò l’inizio della più rara simbiosi a
cui la sorte benigna mi espose. Era un individuo d’una coppia scambia-
ta, durante la scorsa guerra, fra due iranisti, residenti l’uno a Friburgo
in Svizzera l’altro pro tempore dalle parti di Lione, che a prima vista (e
ciò valga anche innocuamente per la più occhiuta censura) discutevano
l’interpretazione di un passo in lingua pahlav (il medio persiano, lingua
dello zoroastrismo). Decrittate, le due cartoline contenevano indicazio-
ni circa il passaggio della frontiera franco-svizzera per via di contrab-
bandieri. Era il momento in cui i Tedeschi, che da principio avevano
occupato solo la parte della Francia a nord di Vichy, si accingevano a ir-
rompere nell’altra metà, la «zone non occupée», gergalmente «la zone»
o anche «la no-no», dando fra l’altro la caccia agli israeliti (quali erano
nella specie i due corrispondenti). L’ospitante era il padre domenicano
Pierre de Menasce (ebreo ungherese d’Egitto, ovviamente convertito),
l’esule era Émile Benveniste, il grande linguista delle Hautes-Études

4
Si fa riferimento a Eugenio Montale. Immagini di una vita, a cura di F. contorBia,
Milano-Genova, Librex, 1985; la prefazione, intitolata Istantanee montaliane, è leg-
gibile ora in PEE 153-63.
5
Nell’ordine: Il menu dipinto, su Filippo De Pisis (PEE 169-72); Il «doppio» scom-
parso, su Armand Mastrangelo (PEE 177-80); Émile Benveniste (PEE 181-84);
Antonio Pizzuto, investigatore (PEE 191-95); Per Romano Bilenchi (PEE 188-89).
Sulll’opportunità di sottodistinguere questa serie entro la memorialistica continiana
si veda già la recensione di C. ciociola, La responsabilità della memoria, in «Rivista
dei Libri», i (1991), 8, pp. 42-43: «Si è proposto di leggere, sotto il cartellino delle
Amicizie, l’instaurazione di un microgenere o, se si vuole, di un genere “stilistico”,
non pertanto meno, e anzi tanto più, inconfondibile e regolato: del quale il prece-
dente più prossimo (anche per l’etichetta) sono gli Epicedî […] che edificano un
ragguardevole comparto degli Ultimi esercizî».
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e del Collège de France, maestro di persiano al de Menasce (che per


il momento gestiva un insegnamento più generico, ma dopo la guerra
avrebbe occupato alle Hautes-Études la cattedra di storia delle religioni
dell’Iran). Ecco dunque dietro la cartolina sorgere a Friburgo, e restarvi
fino alla liberazione di Parigi, uno dei genî della linguistica di questo
secolo, oggi famoso anche presso i dilettanti, allora stazzato solo dagli
specialisti.
[2] Uno dei tanti debiti, forse il massimo, che ho verso il Père, fu di aver
visto subito il nuovo arrivato, che mi ricevette – solo molto più tardi
seppi quanto difficile forse l’evento – con grande benevolenza. Era una
persona piccola e rapida, con l’incarnato bruno del sefardita e occhi di
grande intelligenza ma non aggressivi. Quest’ultima precisazione pos-
so esplicitarla solo ora, perché l’uomo guardava soprattutto dentro di
sé, come il parlare soprattutto dentro di sé faceva di questo parlatore
elegantissimo qualcosa di percettibilmente distante. Ciò valeva anche
quando parlava in una lingua straniera: non udivo senza stupore la sua
voce in un tedesco impeccabile. Né so se la cosa si ripetesse quando
parlava in una delle «sue» lingue, persiana o amerindia. (Una volta mi
chiese di spostare un nostro incontro perché doveva avere a Berna una
conversazione col figlio del ministro di Persia. «Ah sì, – risposi io candi-
damente, – vuol tenersi in esercizio». «Veramente, – disse Benveniste, –
è piuttosto il rovescio»: era lui che iniziava il ragazzo all’uso della lingua
patria).
[3] Fui aiutato dalla circostanza che un amico, notabile della città, si era
trasferito in una rustico-sontuosa villa di campagna, alloggiando Ben-
veniste nella sua pristina casa perfettamente arredata, a distanza di due
dalla mia, su un grande viale periferico. Accadde così che salissi da lui
tutti i giorni. Una visita eccezionale fu quella del 6 giugno 1944, quando
la mattina presto, appena captata la radio, gli portai la notizia dello sbar-
co alleato in Normandia, e festeggiammo insieme il primo gesto della
Liberazione. L’appartamento era luminoso, piacevolmente ammobiliato
e fornito anche di una simpatica bibliotechina francese (oltre al resto,
il padron di casa, pro tempore direttore della Biblioteca Cantonale, era
francese per parte di madre); e l’amico ricorreva per consiglio all’ospite:
nelle notti difficili a che libro catturante affidarsi? Benveniste non aveva
esitazioni: all’Histoire des Treize di Balzac.
[4] Passavamo gran parte della giornata alla Biblioteca, dove Benveni-
ste, per quel che potevo vedere, accumulava schede e appunti, non so
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anche se redigesse (si rifiutava alla macchina da scrivere): veniva prepa-


rando le grandi opere di dopo la guerra, di dove gli sarebbe venuta una
gloria travolgente. Ma nei nostri incontri preordinati non dico dimen-
ticassimo i nostri mestieri, ma li evocavamo con discrezione, solo io so
quanto abbia imparato; mentre ero esortato a studiare quei fatti della
nostra linguistica che avessero rilevanza generale. Eravamo occupati da
interminabili conversazioni à bâtons rompus. Benveniste sapeva tutto,
molto anche di cose nostre (mi disse di essere stato uno dei sette acqui-
renti del Cardarelli tradotto da Baruzi; anni dopo confesserà, facendo la
consolazione di mia moglie straniera, che Gadda, in cui non aveva man-
cato di voler mordere, gli faceva difficoltà grammaticale). Inverosimile
fuori dell’intimità la sua sensibilità alla natura: ricordo una cattivante
descrizione della bellezza dei precipitosi tramonti sahariani. Il «lume
trascendentale», incanto düreriano del Plateau svizzero, ci seduceva a
lunghe passeggiate. Una volta che circumnavigavamo la città, non riu-
scivamo a liberarci della compagnia d’un cagnolino: «È il barboncino
di Faust» diceva Benveniste. Finché non si rientrò da una porta della
grande cintura, e l’inseguimento cessò: «Vede, – concluse Benveniste, –
il valore magico della soglia».
[5] Un giorno Benveniste mi segnalò con acceso interesse studî che
Roman Jakobson, approdato in Svezia nella sua fuga dalle varie tiran-
nidi, aveva pubblicato a Uppsala sull’afasia dal punto di vista della
struttura linguistica. Segno provvidenziale: i tre amici che a Friburgo
si vedevano tutt’i giorni, sarebbero stati colpiti dalla stessa malattia
in forma più o meno severa, il più grande in forma devastante. A
complicare l’aspetto provvidenziale della cosa, si aggiunga che, per
quanto riguarda l’ictus afasico di Benveniste, l’informatore non mi fu
altri che Jakobson. Appena seppi che Jakobson era per lezioni estive
(come in precedenza, con immenso successo, Benveniste) alla Scuola
Normale, mi precipitai a Pisa. Volevo continuare gl’incontri di Firen-
ze e di Milano, convegno l’ultimo che era stato comune con Benve-
niste. Ed egli mi raccontò, non so se con qualche velo d’incoercibile
romanzo, che Benveniste, colto da malore per strada, era stato tro-
vato privo di documenti d’identità, di modo che l’avevano preso per
un «barbone», anziché per un illustre «membre de l’Institut» (per la
verità vestiva in modi assai sobrî) e curato di conseguenza; quando fu
riconosciuto, era troppo tardi per cure sofisticate e preda d’un’afasia
irremediabile.
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[6] Da allora i miei viaggi a Parigi presero un altro ritmo. Uno dei miei
punti nodali, prima e dopo il mio ritorno in Italia, era stato Benveniste;
come poi, trasferito a Parigi, il padre de Menasce (che al tempo in cui
sono giunto era già stato vittima di una malattia simile, ma ne era uscito
fortemente invalido, per fortuna intatto mentalmente). La mia prima
visita, credo nel ’48, era stata una lezione al Collège: Benveniste parlava
molto semplicemente (come un altro grande, Longhi), in piedi, andando
ogni tanto alla lavagna. Ricordo che, quando m’invitò a pranzo, espressi
un desiderio di sidro. Ormai questo divino idromele si trova quasi dap-
pertutto, ma allora bisognava consultare una mappa mentale: Benveni-
ste ne era provvisto, e cito questo apparentemente futile aneddoto per
segnalare che in nulla Benveniste era distratto. Spesso accadeva che non
lo trovassi, o in missione per le pendici dell’Afganistan a cercare un dia-
letto idoneo come lingua nazionale (e poi doveva descrivermi l’emozio-
ne in riva all’Am Dary ), o negli Stati Uniti a studiare sul terreno nuove
lingue indiane. Ma se a Parigi, non ometteva i più straordinarî segni di
affetto: che, contro ogni sua abitudine, uscisse la sera per assistere a una
mia conversazione all’Hôtel de Galuiffet, lasciò tutti stupiti. E fu, mi
pare, l’ultima volta che stetti col vecchio uomo.
[7] Negli anni della sua infermità lo frequentai, per quanto si poteva,
assiduamente. Avevo scommesso con me stesso che avrei cercato di col-
lazionare il maggior numero possibile di manoscritti del Roman de la
Rose: mi duole che mi restino delle lacune, ma non ho dubbio di esserne
stato di gran lunga il maggior frequentatore. E poiché la maggioranza
di quei pezzi si trovano lì, le mie incursioni più abbondanti furono per
Parigi. Nessun mio viaggio cominciò senza una visita al padre de Mena-
sce, che attraverso la sua infermità santamente vissuta ci spirava gioia.
Era lui a occuparsi, direttamente o indirettamente, della sistemazione di
Benveniste e a dirigere le nostre visite, prima alla Salpêtrière (coi suoi
echi charcot-freudiani), poi d’una in altra clinica periferica, man mano
che il caso si chiariva più disperato. E appunto per questa caduta fuor
d’ogni speranza era finito nelle mani di neurologhetti da strapazzo, di
quelli che gli davano ordini assurdi-convenzionali del genere «Butti in
terra il fazzoletto», e poiché l’infermo aveva ancora qualche capacità di
comprensione e furore e non ubbidiva, concludevano: «Vedete che non
capisce». La mia presenza suscitava visibilmente l’interesse del malato,
che seguiva le sinuosità del discorso, dando segni approvativi a osserva-
zioni professionali e a maneggi di libri. Forse mi riconosceva; mentre,
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pur non ravvisando la mia accompagnatrice, aveva la fisionomia di chie-


dersi chi fosse. Quasi mai incontravamo altri visitatori, qualche volta
la sorella, essere candido e inerme, gli ultimi tempi assiduo il grande
erasmista Marcel Bataillon, d’una raffinatezza morale pari al livello dello
studioso, tardo rappresentante della Belle Époque. Conoscenti comuni,
no, si dicevano troppo impressionabili per seguire il nostro esempio.
[8] Dei tre amici di Friburgo sono rimasto l’ultimo; a rappresentare,
benché ne senta duramente l’insufficienza, la parte di testimone.

Il lettore di Contini subito constata l’uso complessivamente mol-


to contenuto di voci rare o “difficili” e di metafore spregiudicate,
com’è invece tipico dello stile saggistico continiano. Certo la desti-
nazione a una sede non specialistica conterà per la sua parte, ma non
bisogna sopravvalutarne l’influenza: a riscontro basti richiamare gli
articoli destinati alle pagine culturali di «Corriere» e «Repubblica»,
ben più impervi. Ma la differenza non va rilevata solo nei confronti
dell’elzevirista; anche rispetto agli altri articoli della serie questo che
prendiamo ad analizzare si segnala per una maggiore sobrietà, in una
qual certa concordanza con l’indole («modi assai sobrî» 5, «parlava
molto semplicemente» 6) dell’amico ritratto (ecco ad esempio, inve-
ce, nel ricordo di De Pisis: «il soma apparentemente atletico», «ero-
gazioni quasi simboliche», «virtù apiciane»; in quello di Mastrange-
lo: «coaxante voce»; di Bilenchi: «ecchimosi della censura», «natura
“bloccale”»). Come che sia, anche questo partito di compostezza o
moderata invenzione verbale finisce per contribuire alla riuscita del
ritratto, che si segnala senz’altro come il vertice della serie.
Consideriamo più da vicino i dati linguistici. Sobrietà non signifi-
ca che Contini receda dal suo stile d’autore, coglibile in dettagli che
– trasponendo quanto egli stesso ha osservato in Croce – potremmo
chiamare le «istituzioncelle del primo piano», la sua propria «vernice
stilistica» (AE 64). Nel lessico ad esempio si rileva l’uso, al di fuori
dell’ambito nautico, del verbo stazzare ‘misurare, valutare’ 1 («oggi
famoso anche presso i dilettanti, allora stazzato solo dagli speciali-
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sti»), un “continismo” talmente tipico da contagiare gli allievi;6 meno


marcati, ma frutto di un affine processo di detecnicizzazione seman-
tica, sono circumnavigare 4 («Una volta che circumnavigavamo la cit-
tà»; cfr. invece nel racconto orale del medesimo episodio in DV 93:
«Mi ricordo che una volta si fece la circonvallazione di Friburgo»),
incursione 7 col valore qui di ‘viaggio di ricerca’ («le mie incursioni
più abbondanti furono per Parigi») e nell’incipit, a designare subito
l’eccezionalità del rapporto, simbiosi 1 («l’inizio della più rara sim-
biosi a cui la sorte benigna mi espose»). Ed è sparsa qua e là qualche
voce di registro più alto, con effetto aulicheggiante ora per velatura
ironica come nel caso di pristino 3 («nella sua pristina casa perfetta-
mente arredata») o di idromele 6, per variatio del subito antecedente
sidro e con inevitabile, per Contini, ricordo di De vulgari eloquentia
i 1 («Ormai questo divino idromele si trova quasi dappertutto»), ora
invece per intensificazione drammatica, e sarà l’evenienza di tiran-
nide 5 («Roman Jakobson, approdato in Svezia nella sua fuga dalle
varie tirannidi»).
La scelta di vocaboli d’uso più ristretto o specialistico è osservabi-
le anche in casi in cui non sia operato alcuno scarto metaforico, con
l’esito allora di una formulazione più precisa: il più proprio decrittare
1 in luogo del comune decifrare («Decrittate, le due cartoline conte-
nevano indicazioni circa il passaggio della frontiera franco-svizzera
per via di contrabbandieri»), percettibilmente 2 e non la variante di
maggior diffusione percepibilmente («qualcosa di percettibilmen-
te distante»), captare 3 con oggetto diretto costituito dalla radio,
fors’anche a sottintendere l’aspetto di laboriosità implicato nella ri-
cerca dell’emissione radiofonica («appena captata la radio, gli portai
la notizia dello sbarco alleato in Normandia»).7 Quanto al lessico
dello studioso, l’unico tecnicismo caratteristico del Contini filologo a

6
Cfr. ad es. d. isella, Le carte mescolate vecchie e nuove, Torino, Einaudi, 2009,
p. 228: «Gadda, di cui ha saputo stazzare precocemente la grandezza» (trattando
appunto di Contini).
7
Un esempio del costrutto in Pavese, e con analoga sfumatura semantica («cercavo
di captare tutte le radio possibili»), è registrato dal GDLI s.v. captare § 3.
Un ritratto di Gianfranco Contini 245

infiltrarsi nel pezzo è individuo 1 col significato di ‘testimone’ («Era


un individuo d’una coppia scambiata, durante la scorsa guerra, fra
due iranisti»; cfr. ad es. BE 166: «l’archetipo poteva essere munito
di varianti […], o in singoli individui essersi introdotto l’esito del-
la collazione con altri»). Si noti però che il tecnicismo potrà anche
restare inavvertito senza che ciò costituisca ostacolo per il lettore
digiuno dei saggi ecdotici continiani, al quale potrebbe sfuggire del
pari il valore pregnantemente etimologico che l’autore tende ad as-
segnare al verbo complicare 5 («A complicare l’aspetto provviden-
ziale della cosa»), da intendersi quindi non, banalmente, ‘rendere
difficile’ (che d’altronde nel contesto non darebbe pieno senso, dal
momento che Contini si dimostra pienamente convinto del caratte-
re «provvidenziale» degli accadimenti) bensì ‘intricare, arricchire di
implicazioni’, come si vede bene in un passo memorabile contenuto
nel ricordo dell’amico Fausto Ardigò, il dedicatario degli Esercizî di
lettura: «l’amicizia di Fausto è stata un fatto talmente interno, e mio,
che parlarne è come staccare una parte di me, estrarre un viscere,
operazione non dico dolorosa, ché alla sofferenza siamo allenati, ma
difficoltosissima, perché quegli stami sono troppo legati e complicati
nel mio tessuto» (A 57).
Un sottile scarto dall’uso corrente si registra anche nell’impiego,
sempre inventivo, delle reggenze verbali: rifiutarsi a 4 («si rifiutava
alla macchina da scrivere»), mordere in ‘assaggiare’ 4 («Gadda, in
cui non aveva mancato di voler mordere»), sedurre a ‘indurre’ 4 («Il
“lume trascendentale” […] ci seduceva a lunghe passeggiate»), redi-
gere assoluto 5 («Benveniste […] accumulava schede e appunti, non
so anche se redigesse»), spirare con oggetto e dativo ‘ispirare’ 7 (il
«padre de Menasce […] ci spirava gioia»). Caratteristici della prosa
critica continiana – e anch’essi ritrovabili negli allievi (in particolare
in Giovanni Pozzi) – sono poi i participi presenti, oscillanti fra valo-
re verbale e valore aggettivale; qui si contano i non comuni: «libro
catturante» 3, «una cattivante descrizione» 4. Sono spie di un più
generale atteggiamento di innovazione che si riflette nell’uso degli
aggettivi, o per formazione di iuncturae inconsuete con il sostanti-
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vo che qualificano («precipitosi tramonti» 4, «incoercibile romanzo»


5) o per il loro combinarsi: non tanto in dittologie come «persona
piccola e rapida» 2 o «essere candido e inerme» 7, quanto in compo-
sti biaggettivali saldati dal trattino, secondo un modulo studiato dal
giovane Contini in Boine e designato allora «fusione degli epiteti»,
a esprimere «perfetta contemporaneità» nella percezione degli attri-
buti (VAL 253): «una rustico-sontuosa villa di campagna» 3, «ordini
assurdi-convenzionali» 7, «echi charcot-freudiani» 7. Dove si vede –
tralasciando l’ultimo esempio, eterogeneo – come il modulo accentui
la tensione semantica che si stabilisce fra i due elementi (qualcosa di
analogo è ricercato, ma con più usuale formula sintattica, anche nel
tratteggio della figura di Benveniste: si osservi il binomio «compren-
sione e furore» 7, che fissa in uno stampo di dittologia sostantivale
la condizione bloccata, priva di risoluzione, dello studioso oramai
colpito da afasia).
Rari i forestierismi di cui abbonda invece la prosa del critico, e qui
ristretti alla sola locuzione convenzionale à bâtons rompus 4; ma ricca
invece la serie dei toponimi, a convocare sulla pagina una fitta geogra-
fia di luoghi che vale di per sé, ove relativa al soggetto ritratto, a testi-
moniarne il tratto di energia e rapidità: a parte gli ovvi riferimenti a
Friburgo e Parigi 1, ecco sfilare Lione 1, Berna 2, «tramonti sahariani»
4, Pisa, Milano 5, «le pendici dell’Afganistan» e gli «Stati Uniti» 6, e a
riguardo di Jakobson Uppsala 5, con un gusto per la precisa localizza-
zione (anche sulla mappa di Parigi: «Hôtel de Galuiffet» 6, Salpêtrière
7) che lascia trapelare talora, un po’ proustianamente, il fascino eser-
citato dalla pura nominazione: «l’emozione in riva all’Am Dary » 6.
In una di queste occasioni l’evocazione del luogo – lo sfondo colli-
nare del Plateau svizzero, allorché vengono ricordate le passeggiate
con Benveniste sulle colline circostanti Friburgo – induce Contini a
un cortocircuito di allusioni culturali che è certo tipico del suo stile
critico, arduo per «fittezza di riferimenti e rapidità di pensiero»,8
ma che risulta qui invece un poco dissonante, vista la propensione

8
Cfr. a. roncaglia, Ricordo di Gianfranco Contini, introduzione a CS, p. xxxiv.
Un ritratto di Gianfranco Contini 247

del pezzo che stiamo esaminando a una scrittura pervia e persino


a glosse come quella iniziale: «un passo in lingua pahlav (il medio
persiano, lingua dello zoroastrismo)» 1. Scrive Contini nel passo in
questione: «Il “lume trascendentale”, incanto düreriano del Plateau
svizzero, ci seduceva a lunghe passeggiate» 4; dove non soltanto la
bellezza dei luoghi è messa in rapporto di sottesa analogia con un
riferimento pittorico («incanto düreriano») lasciando nell’implici-
to quali tratti siano condivisi fra comparato e comparante, ma tale
«incanto» è in prima battuta designato con la formula virgolettata
«lume trascendentale», di ascendenza rosminiano-kantiana, posto
che nella filosofia di Rosmini è centrale la nozione di lume, con il
valore di facoltà sopraindividuale ingenita nell’individuo, che lo as-
siste ed è condizione del suo agire morale, presente alla sua mente
ma preesistente al di fuori di essa: un apriorismo quindi che con les-
sico kantiano potrà a buon diritto dirsi trascendentale.9 È questo un
sintagma ricorrente nella prosa critica continiana, a partire almeno
dal Pretesto novecentesco sull’ottocentista Giovanni Faldella del ’46-

9
La base dati approntata più di un trentennio fa da un gruppo di ricerca del cnr in
vista della compilazione di un Lessico rosminiano è ora reperibile in rete: a fronte
delle centinaia di occorrenze di lume, non vi si rinviene alcun caso della locuzione
«lume trascendentale»; sull’accezione, compatibile con quanto si sta qui osservando,
in cui Rosmini intenda l’agg. trascendentale cfr. la sua Filosofia del diritto, Milano,
Boniardi-Pogliani, 1841, vol. i, p. 186: «La parola trascendentale adunque ci sembra
poter esser conservata utilmente nella filosofia, quando s’intenda tutto ciò che ha
nella mente di trascendente i sensi corporei e tutta la cognizion materiata e relativa».
Sulla precoce influenza ricevuta da Rosmini e l’ammirazione perdurante per lui in
Contini cfr. DV 31-32, 104, 194; ivi anche il tema della Provvidenza, che emerge
nella seconda parte del ritratto («segno provvidenziale», «aspetto provvidenziale»
5), è ricondotto, sempre con riferimento all’infermità di Benveniste, de Menasce
e Contini stesso, a una matrice rosminiana: «sono i modi in cui la Provvidenza si
rivela, sono le epifanie della Provvidenza che mi importano, e io ho avuto di queste
epifanie. Ma debbo dire che sono stato un poco sensibilizzato a riconoscerle dalla
dottrina rosminiana, perché quello che importa, secondo me, di Rosmini, quello che
importa al nostro interno, è soprattutto l’ascesi e quello che lui chiama il “principio
di passività”. Cioè, abdicare in Dio. Le rappresentazioni non prevedute e non rifiu-
tabili sono un segno della Provvidenza» (DV 114-15).
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47 (VAL 574: «il petrarchismo del Cinquecento […] è un desiderio


di assoluto che appartiene alla “poesia” […], come le appartiene la
ricerca del lume trascendentale»), poi – ed è il luogo più celebre fra
quelli in cui ricorre – nei Preliminari sulla lingua del Petrarca del ’51
a proposito del monolinguismo petrarchesco (VAL 173-74: «se non
monoglottia letterale, è certa l’unità di tono e di lessico, in partico-
lare, benché non esclusivamente, nel volgare. Questa unificazione
si compie lungi dagli estremi, ma lontano anche dalla base, sopra la
base, naturale, strumentale, meramente funzionale e comunicativa
e pratica. Tuttavia codesto lume trascendentale del linguaggio è un
ideale assolutamente spontaneo, non compatibile con razionale ope-
ra di riflessione») e inoltre nella lectura Dantis dedicata ad Angelo
Monteverdi del ’59 Alcuni appunti su «Purgatorio» xxvII (VAL 467:
«Tali valori stanno qui a rilevare il tema dell’opposizione di luce e
tenebre, non già in senso impressionistico e fenomenico, ma senza
chiaroscuro, insomma ‘lume trascendentale’»). La serie di riscontri,
piuttosto impressionante per continuità d’uso nel tempo e varietà di
oggetti critici cui è applicata, illustra come la formula sia ben cara a
Contini, che indulge in un caso (il saggio petrarchesco) a utilizzarla
anche con valore lato o metaforico («codesto lume trascendentale
del linguaggio»); ma altrove e in questa tarda pagina memoriale il
sintagma dovrà essere inteso – con stretta attinenza al pensiero ro-
sminiano – come presenza all’uomo del «divino nella natura». “De-
crittando” a nostra volta il denso passo continiano: la cornice natura-
le del Plateau svizzero, così incantevole e seduttiva, detiene dunque
in sé qualcosa di disincarnato ed extrafenomenico o metafisico acco-
munabile all’arte di Dürer.
È opportuno affiancare a queste sparse note linguistiche alcune
osservazioni sulla tecnica con cui è allestito il ricordo, che si inge-
gna di rispondere alla mobilità del soggetto ritratto con un gioco di
continua variazione prospettica e spostamento sull’asse temporale.
Quanto a questo secondo aspetto, si osservi intanto che lo scritto
prende avvio esattamente dal principio dell’amicizia, e anzi dal suo
antefatto con il preannuncio dell’arrivo di Benveniste a Friburgo per
Un ritratto di Gianfranco Contini 249

via della cartolina ricevuta dal comune amico de Menasce, e si chiu-


de nella constatazione dell’assenza e della solitudine inflitta all’a-
mico che sopravvive. Si noti, di passata, che il rilievo conferito alla
chiusa epigrafica dall’accapo e dall’uso rallentante di interpunzione
marcata fra sovraordinata e subordinata («Dei tre amici di Friburgo
sono rimasto l’ultimo; a rappresentare, benché ne senta duramente
l’insufficienza, la parte di testimone» 8) è per altro verso assegnato
anche all’incipit, in cui – per usare una formula impiegata da Con-
tini stesso nell’analisi dei poèmes en prose baudelairiani – si ritrova
una «microcadenza interna» (UEE 28) di dattilo + spondeo, per di
più variamente assonanzata e consonanzata («postale francese […]
rara simbiosi […] benigna mi espose»). Fra queste due rinforzate
estremità dello scritto, che per la verità nelle altre prose memoriali
di Contini non collimano mai col racconto dell’inizio e della fine
del rapporto amicale (qualcosa di simile si legge invece ad esem-
pio, in particolare per l’esordio, nel Ricordo di Jacob Wackernagel
di Pasquali),10 la narrazione procede scandita grosso modo in due
ampie fasi cronologiche: anni di frequentazione quotidiana a Fribur-
go (i parr. 1-4) e anni di visite a Parigi nella salute e nell’infermità di
Benveniste (i parr. 5-7). Ma quest’ordinata imbastitura cronologica
è di continuo interrotta e contraddetta da anacronie, che anticipa-
no o posticipano l’enunciazione di eventi. Già nel par. 1, dove si
fornisce al lettore un sintetico inquadramento storico alla vicenda
(«Era il momento in cui i Tedeschi, che da principio avevano oc-
cupato solo la parte della Francia a nord di Vichy, si accingevano
a irrompere nell’altra metà […]»), le figure dei due corrispondenti
sono illustrate aggiornandole al periodo postbellico e, nel caso di
Benveniste, alla fama sopraggiunta tardivamente: «de Menasce (che
per il momento gestiva un insegnamento più generico, ma dopo la
guerra avrebbe occupato alle Hautes-Études la cattedra di storia del-
le religioni dell’Iran)»; «uno dei genî della linguistica di questo se-

10
Cfr. g. Pasquali, Terze pagine stravaganti, in id., Pagine stravaganti di un filologo,
a cura di c.F. russo, Firenze, Le Lettere, 1994, vol. ii, pp. 216-31.
250 Davide Colussi

colo, oggi famoso anche presso i dilettanti, allora stazzato solo dagli
specialisti». Nel par. 2 veniamo informati che Benveniste ricevette
«subito» e «con grande benevolenza» Contini, ma il ricordo del pri-
mo incontro non è disgiunto dall’espressione della consapevolezza,
di necessità posteriore nel tempo, che tale condiscendenza nell’ami-
co fosse molto rara; la soggiunzione è incapsulata sintatticamente in
un inciso: «solo molto più tardi seppi quanto difficile fosse l’evento».
Anche nella descriptio di Benveniste che subito segue, fatta quindi
coincidere nell’ordine del racconto col momento in cui per la prima
volta se ne osserva l’aspetto, Contini sente l’obbligo di distinguere,
con intervento metadiscorsivo, fra giudizi formulati immediatamen-
te e altri cui sarebbe pervenuto solo in séguito per l’approfondirsi
della conoscenza: «Era una persona piccola e rapida, con l’incarnato
bruno del sefardita e occhi di grande intelligenza ma non aggressivi.
Quest’ultima precisazione posso esplicitarla solo ora […]». Analo-
gamente, in fine di paragrafo, quando ancora non sappiamo della
quotidiana frequentazione con l’amico, viene anticipato il racconto
dell’equivoco in merito alla «conversazione col figlio del ministro di
Persia». L’aneddoto viene racchiuso fra i segni di parentesi, in con-
cordia con quanto Contini avverte nel ricordo di Montale, aprendo –
per dir così – en abyme una parentesi nella parentesi del suo discorso:
«ogni parentesi segna un’associazione nel flusso della memoria, che
infrange la sincronia» (PEE 159). Queste parentetiche asincroniche,
che conservano, quasi in forma di miniatura, un qualche tono prou-
stiano, sono tipicissime della prosa memoriale di Contini e ricorrono
anche in altri luoghi dello scritto in esame, ora con valore prolettico:
«([…] anni dopo confesserà […] che Gadda […] gli faceva difficol-
tà grammaticale)» 4; ora analettico: «(come in precedenza, con im-
menso successo, Benveniste)» 5; «il padre de Menasce (che al tempo
in cui sono giunto era già stato vittima di una malattia simile, ma ne
era uscito fortemente invalido, per fortuna intatto mentalmente)» 6.
Dominante sulle altre, e perciò non rinserrata entro le parentesi, è la
prolessi del par. 5, in cui rintocca solenne il tema provvidenzialisti-
co dell’ictus afasico, con l’esito di produrre subito un forte iato fra
Un ritratto di Gianfranco Contini 251

l’epoca friburghese e quella postbellica trattata nella parte a seguire,


su cui incombe fin dal primo momento, nella prospettiva del lettore,
l’esito di malattia che congiungerà i tre amici: «Segno provvidenzia-
le: i tre amici che a Friburgo si vedevano tutt’i giorni, sarebbero stati
colpiti dalla stessa malattia in forma più o meno severa, il più grande
in forma devastante» 5.
Quanto alla rappresentazione del soggetto, accortamente Contini
non lo dispone subito in primo piano ma con tecnica dilatoria ne dif-
ferisce fin quando è possibile anche la nominazione, sicché vediamo
dapprima il dettaglio della «cartolina», poi per progressivo allarga-
mento del quadro questa cartolina si rivela parte di una coppia di mis-
sive, poi apprendiamo che gli autori dello scambio epistolare sono,
indeterminatamente, «due iranisti», poi ne conosciamo le rispettive
residenze, indi si fa luce sul momento storico in cui avviene lo scam-
bio, e solo a questo punto viene declinata l’identità dell’«ospitante» e
infine quella dell’«esule». Benveniste si situa al centro della scena nei
parr. 2-4 e almeno in parte 6, e Contini bada a connotare con termini
dotati di forte elazione semantica, in specie aggettivi, le qualità inte-
riori e gli atti esteriori dell’amico: «uno dei genî della linguistica di
questo secolo» 1, «grande benevolenza», «occhi di grande intelligen-
za», «parlatore elegantissimo», «un tedesco impeccabile» 2, «Benve-
niste sapeva tutto» 4, «il più grande [scil. dei tre amici]» 5, «in nulla
Benveniste era distratto», «i più straordinarî segni di affetto» 6. Ma
a movimentare quest’eulogia provvede il fatto che i singoli quadri
di cui si compone seguono al loro interno un graduale processo di
avvicinamento al soggetto. Dal punto di vista narrativo, ciò implica
che il racconto trascorra spesso dalle azioni iterative alle singolative:
nel par. 2 dalla constatazione dell’eleganza di parlatore posseduta da
Benveniste anche quando si trattasse di lingue straniere si passa all’e-
pisodio già ricordato dell’incontro a Berna con il figlio del ministro
persiano; nel par. 3, con doppio movimento, dalla rievocazione delle
visite quotidiane nella vicina casa in cui era alloggiato («Accadde
così che salissi da lui tutti i giorni») alla «visita eccezionale» del 6
giugno ’44, quando i due festeggiano la notizia dello sbarco in Nor-
252 Davide Colussi

mandia, e dalla descrizione della «simpatica bibliotechina francese»


di cui era fornito l’appartamento al ricordo puntuale di un consiglio
di lettura richiesto all’amico; nel par. 4 dalla routine di studi, conver-
sazioni e passeggiate alle precise reminiscenze delle letture italiane
dell’amico (Cardarelli in rara traduzione, Gadda) e dell’escursione
intorno a Friburgo accompagnati da un cagnolino; nel par. 6 dalla
considerazione del nuovo «ritmo» preso dagli incontri fra i due nel
dopoguerra alla messa a fuoco della prima visita parigina nel ’48, in
cui Benveniste dà mostra di conoscere un locale dove Contini avreb-
be potuto bere del sidro. «E cito questo apparentemente futile aned-
doto per segnalare che in nulla Benveniste era distratto», commenta
Contini; ma si vede bene come tutti gli apparentemente futili aned-
doti che si sono qui enumerati mirino a illustrare plasticamente le
qualità impareggiabili del commemorato e nel contempo a renderne
più viva la figura, ricorrendo alla riproduzione degli scambi dialogici
in forma indiretta (par. 3) o diretta (parr. 2, 4), così che ciascun para-
grafo si rastrema ed esaurisce sulla voce, perduta con anticipo sulla
morte, dell’amico.
Sulla scena del racconto tuttavia – ed è questo l’ultimo aspetto
che qui si intende rimarcare – Benveniste non figura mai solo, ma
còlto nel fervore dei suoi scambi intellettuali dapprima con de Me-
nasce (par. 1), poi con l’autore stesso (parr. 2-4); non sarà casuale la
metafora selezionata da Contini secondo cui Benveniste era stato,
prima del ritorno in Italia, uno dei suoi «punti nodali» 6. Attorno a
questo “nodo” o intreccio di amici compaiono personaggi secondari,
funzionali al racconto, nei confronti dei quali l’autore non rinuncia
a effettuare rapide prospezioni, come Jakobson (par. 5, di cui è sug-
gerita la propensione al «romanzo» nel racconto del malore occorso
all’amico), e i radi visitatori dell’infermo, la sorella («essere candido
e inerme» 7) e l’ispanista Marcel Bataillon («d’una raffinatezza mo-
rale pari al livello dello studioso, tardo rappresentante della Belle
Époque» 7). Altri maestri potranno essere richiamati per fulminea
analogia: «Benveniste parlava molto semplicemente (come un altro
grande, Longhi)» 6. Ma a guardare lo scritto nel suo insieme si nota
Un ritratto di Gianfranco Contini 253

come alla figura di Benveniste che diventa sofferente e muta, nella


«caduta fuori d’ogni speranza», finisca per sostituirsi gradualmente
al centro del quadro, quasi per dissolvenza incrociata, l’io del nar-
ratore. «La solitudine legittima e anzi impone il pronome ‘io’», ha
scritto Contini nel ricordo di Ungaretti (UEE 343); e il pronome
«io», quasi del tutto rifuggito nella prima parte (anche con forme
di oggettivazione in terza persona come la seguente: «e l’amico ri-
correva per consiglio all’ospite: nelle notti difficili a che libro cat-
turante affidarsi?» 3) e fatto rifluire semmai nel «noi» («Passavamo
[…] evocavamo […] Eravamo occupati […]» ecc. 4), trova impie-
go via via più frequente nella seconda parte, anche con “slarghi”
autobiografici del tutto inconsueti nella memorialistica continiana
precedente, che hanno il loro unico possibile termine di paragone
nella coeva intervista Diligenza e voluttà («Avevo scommesso con me
stesso che avrei cercato di collazionare il maggior numero possibile
di manoscritti del Roman de la Rose: mi duole che mi restino delle
lacune, ma non ho dubbio di esserne stato di gran lunga il maggior
frequentatore» 7). È significativo che nell’ultimo incontro preceden-
te l’icuts, con una sorta di rovesciamento delle parti che già prelude
a quanto avverrà, sia Contini a comparire nelle vesti di conferenziere
e Benveniste in quelle di astante.
Cosa ricavare in conclusione da questa breve disamina? Forse la
percezione di qualche analogia fra la tecnica ritrattistica di Contini,
qui dispiegata al suo meglio, e le procedure di analisi adoperate dal
grande critico, anche tralasciando di considerare i singoli travasi lin-
guistici, che pure – come si è visto – sussistono, dalla prosa del critico
a quella del narratore. Intanto perché, come s’intende, il coglimento
di un dettaglio detiene qui – come nella tradizione maggiore della sti-
listica novecentesca – il valore di una chiave interpretativa generale,
stante il presupposto idealistico di una circolarità fra parte e intero.
Ma poi perché, nell’organizzazione presentativa, il dettaglio esem-
plare, solitamente incastonato in un aneddoto, segue la descrizione
del tratto generale, illustrandolo efficacemente; e così accade spesso
anche nel saggista, il quale tende ad anticipare le conclusioni all’e-
254 Davide Colussi

semplificazione stessa, com’è confessato fra l’altro nelle prime battu-


te del saggio sulle varianti petrarchesche: «e così intravediamo dalla
soglia la conclusione centrale, che quello di Petrarca sia un sistema
d’equilibrio dinamico» (VAL 6). Si è detto poi che il soggetto ritratto
non compare isolato ma implicato in un nesso di rapporti con altre
figure, e sbalzato ora avanti ora indietro nel tempo per via di analessi
che infrangono la linearità della narrazione: difficile trattenersi dal
vedere in ciò una corrispondenza con quanto Contini, forte della sua
impostazione precocemente strutturalistica, perviene a cogliere in
un testo, scrutandolo come un sistema mobile che rivela pienamente
il suo senso a chi si ponga a considerarlo nell’arco diacronico della
sua storia.