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CANTO XXXIII

[Canto XXXIII, ove tratta di quelli che tradirono coloro che in


loro tutto si fidavano, e coloro da cui erano stati promossi a di-
gnità e grande stato; e riprende qui i Pisani e i Genovesi.]

La bocca sollevò dal fiero pasto


quel peccator, forbendola a’capelli
del capo ch’elli avea di retro guasto. 3
Poi cominciò: «Tu vuo’ ch’io rinovelli

dialetto fiorentino, e di grande durezza. E si vedano sopra, a poca


distanza, gorgiera e manduca. Così le locuzioni popolaresche prima
usate: non mi dar più lagna; qual diavol ti tocca. È tutta una tempe-
rie stilistica che fa preferire decisamente – per la chiusa di un tale
canto – la prima e più comune interpretazione. L’incipit virgiliano
del racconto di Ugolino (XXXIII 4-6) denoterà immediatamente il
nuovo ambito in cui si svolge la storia. Non più le rime aspre e
chiocce, ma il grande linguaggio della tragedia.
1. La bocca sollevò: attacco di grande forza: quella bocca avi-
damente attaccata, come per fame (XXXII 127), al cranio
dell’odiato nemico si solleva; il fiero pasto, di belva feroce, s’inter-
rompe. Ma il gesto che subito segue (vv. 2-3) non è meno fiero e
orrendo a vedersi nella sua naturalezza. Tutta la terzina è battuta
di apertura, carica di sospensione, al racconto che ognuno attende,
che dia ragione dell’atto più terribile fin qui visto nell’Inferno. Ma
alla fine della tragica narrazione la terzina di chiusura (76-8) ci ri-
porterà all’atto e alla situazione da cui nel canto precedente siamo
partiti, quasi Dante abbia voluto porre questa storia sotto il segno
della disumanità.
– fiero: quasi di belva, e orrido alla vista; i due sensi concorrono
in genere nell’aggettivo fiero o feroce (cfr. nota a XXXI 105).
2. quel peccator: ancora non ha nome; il nome sarà detto
quando le parole e le lacrime ne avranno rifatto un uomo.
– forbendola: il verbo rievoca e presuppone, senza indulgere ai
macabri particolari, la scena descritta da Stazio: «atque illum ef-

Letteratura italiana Einaudi 769


Dante - Inferno XXXIII

disperato dolor che ’l cor mi preme


già pur pensando, pria ch’io ne favelli. 6
Ma se le mie parole esser dien seme
che frutti infamia al traditor ch’i’ rodo,
parlar e lagrimar vedrai insieme. 9
Io non so chi tu se’ né per che modo
venuto se’ qua giù; ma fiorentino
mi sembri veramente quand’io t’odo. 12

fracti perfusum tabe cerebri / aspicit et vivo scelerantem sanguine


fauces» (Theb. VIII 760-1).
3. guasto: guastato, devastato col mordere (cfr. XIV 94 e
nota).
4. Tu vuo’ ch’io rinovelli: con questo verso inatteso la belva di
prima rivela un profondo movimento dell’animo umano: è questa
una delle grandi traduzioni virgiliane di Dante, dove la parola del
maestro muta colore e potenza nel verso del discepolo: «Infan-
dum, regina, iubes renovare dolorem» (Aen. II 3). Il solenne e «in-
dicibile» dolore di Enea per la rovina della patria diventa qualcosa
di tremendo e disperato, per una tragedia che supera la misura
umana.
5. ’l cor mi preme: mi opprime, mi grava e serra il cuore. Il re-
novare è di Virgilio, il premere è dantesco.
6. già pur pensando: già solo a ripensarvi; Virgilio: «quam-
quam animus meminisse horret luctuque refugit» (ibid. 12).
7. Ma se: ecco la condizione per sopportare il rinnovarsi di
quello strazio: poter dare infamia a colui che glielo ha inflitto.
L’odio, già manifesto nell’atto del peccatore, appare ora nelle sue
parole in tutta la sua veemenza.
– esser dien seme: devono essere motivo, causa. Già in Conv. IV,
II 8 le parole sono dette «quasi seme d’operazione».
– dien (dieno) è forma antica senese della 3a plurale del presen-
te di dovere (NTF, p. 160), usata anche a Purg. XIII 21.
8. che frutti infamia: risponde alla promessa fatta da Dante al-
la fine del canto XXXII: che se tu a ragion di lui ti piangi...
9. parlare e lagrimar: il verso riecheggia quello di Francesca
(V 126) con maggior potenza e immediatezza (da dirò come a ve-
drai); Dante ha stabilito un parallelismo tra la prima e l’ultima sto-
ria del suo Inferno, simili nell’attacco e, come vedremo, nella chiu-
sa. Ma Francesca si induce a parlare per amore, Ugolino per odio
(si confrontino le due condizioni – i due se – che precedono il loro
racconto). Questo verso chiude il preambolo e segna il vero inizio

Letteratura italiana Einaudi 770


Dante - Inferno XXXIII

Tu dei saper ch’i’ fui conte Ugolino,


e questi è l’arcivescovo Ruggieri:
or ti dirò perché i son tal vicino. 15
Che per l’effetto de’ suo’ mai pensieri,
fidandomi di lui, io fossi preso
e poscia morto, dir non è mestieri; 18
però quel che non puoi avere inteso,
cioè come la morte mia fu cruda,

della storia, al punto in cui quel peccatore è ridiventato una creatu-


ra umana.
10. Io non so chi tu se’: il modo è leggermente spregiativo: né
il nome del vivo che gli è davanti, né il modo straordinario con cui
può esser giunto, importano a Ugolino, che di fatto non li chiede.
A lui preme, e basta, che egli sia un toscano, che potrà quindi ri-
portare in Toscana la sua storia, e far ricadere sul nemico la desi-
derata infamia.
12. quand’ io t’odo: cioè a sentirti parlare. Così Farinata: la
tua loquela ti fa manifesto... (X 25). Si tratta evidentemente della
pronuncia, alla quale subito si riconoscono i vari dialetti, anche di
una stessa regione.
13. conte Ugolino: si svela qui infine il nome del peccatore,
ben noto alla cronaca del suo tempo. Nel 1288 Ugolino della Ghe-
rardesca, signore di Pisa, fu per opera dell’arcivescovo Ruggieri
degli Ubaldini e di altri potenti famiglie pisane condannato per
tradimento, e chiuso nella Torre dei Gualandi, dove fu lasciato
morire di fame, insieme a quattro tra suoi figli e nipoti, dopo alcu-
ni mesi di prigione. Il fatto destò enorme impressione, come chia-
ramente traspare anche dai versi danteschi, dalle cronache e dai
commenti antichi al poema. Tuttavia la vera grande risonanza
dell’episodio, in un tempo in cui le efferatezze erano all’ordine del
giorno, è dovuta in realtà ai versi di Dante, che si levano ancora, a
distanza di tanti secoli, a deprecare i feroci odi politici che insan-
guinano le comunità civili degli uomini. Sulla vicenda storica di
Ugolino si veda la nota alla fine del canto.
15. perché i son tal vicino: perché sono per lui (i = gli) un vici-
no tale, cioè così feroce da rodergli il cranio. Con i due notissimi
nomi egli ha già detto la sua storia; ma gli resta da dire una cosa: il
perché del suo odio disumano.
16-8. Che per l’effetto...: riepiloga in breve i fatti (cfr. nota al
v. 13) che l’altro come toscano doveva ben conoscere, per giungere
presto a ciò che gli preme dire.

Letteratura italiana Einaudi 771


Dante - Inferno XXXIII

udirai, e saprai s’e’ m’ha offeso. 21


Breve pertugio dentro da la Muda
la qual per me ha ’l titol de la fame,
e che conviene ancor ch’altrui si chiuda, 24
m’avea mostrato per lo suo forame
più lune già, quand’io feci ’l mal sonno
che del futuro mi squarciò ’l velame. 27

17. fidandomi di lui: il tradimento è definito appunto come


frode contro chi si fida.
18. morto: fatto morire (cfr. Purg. X 84 e XII 59).
– non è mestieri: non è necessario (per te fiorentino).
19. quel che non puoi: che non può Dante, come nessuno al
mondo: e proprio nel segreto tragico di quella morte penetra l’alta
fantasia che ricrea i destini umani, come per Francesca, come per
Ulisse.
20. cruda: crudele: come e quanto, lo sapremo presto.
21. offeso: ferito nel profondo; per il valore di offendere cfr. V
102-9 e nota; non a caso anche questo verbo ritorna dal canto di
Francesca. Qui finisce il preludio al racconto, svolto su tre unità
metriche di due terzine ciascuna. Col verso seguente ha inizio la
storia che nessuno «può avere inteso», che si estende in un giro
narrativo di 18 terzine, quasi identica, nella durata, a quella di
Ulisse.
22. pertugio: finestrella, feritoia (piccola e stretta, come erano
allora le finestre delle torri).
– Muda: così era chiamata la torre dei Gualandi in Pisa, forse
perché, come dice il Buti, «vi si tenessono l’aquile del comune a
mudare», cioè a cambiare le penne. Apparteneva infatti al Comu-
ne, che la usò come prigione fino al 1318.
23. la qual per me: che, a causa mia, oggi s’intitola dalla fame:
«e fecenli morire tutti di fame in una Torre in sulla Piazza delli An-
ziani, che poi è chiamata la Torre della fame» (Cronica di Pisa, RIS
XV, col. 979).
24. e che conviene: e che ancora accadrà che sia chiusa per al-
tri uomini (si chiuda è forma passiva, altrui è dativo di vantaggio);
«questo immagina per le continue mutazioni che faceva quella
città» (Landino), per cui forse la stessa torre potrebbe tra breve
chiudere uno dei suoi nemici. Il Petrocchi segue per questo verso
la lezione preferita dall’antica vulgata, che è anche la più difficile;
le altre edizioni leggono: e ’n che conviene ancor ch’altri si chiuda. Il

Letteratura italiana Einaudi 772


Dante - Inferno XXXIII

Questi pareva a me maestro e donno,


cacciando il lupo e ‘ lupicini al monte
per che i Pisan veder Lucca non ponno. 30
Con cagne magre, studïose e conte
Gualandi con Sismondi e con Lanfranchi
s’avea messi dinanzi da la fronte. 33
In picciol corso mi parieno stanchi

senso non cambia. Ma far soggetto la cella della torre sembra dare
maggior rilievo alla sua buia e tragica potenza di morte.
25. forame: foro, apertura (lat. foramen).
26. più lune: più mesi dunque eran passati, contati dal prigio-
niero attraverso il breve pertugio da cui filtra nel carcere la luce lu-
nare. Si ricordi lo stesso conto fatto da Ulisse sul mare aperto, an-
ch’esso un conto del tempo che manca alla morte. Secondo il
Villani (VII 121 e 127), quella prigionia durò dall’agosto al marzo
successivo, quindi intorno ai sette mesi.
27. mi squarciò ’l velame: ruppe il velo che ricopre agli occhi
il futuro, e me lo mostrò. Il verbo squarciò dice la crudele violenza
di quella rivelazione. Il sogno prefigura dunque ciò che dovrà av-
venire, come accade – dice altrove Dante – nei sogni mattutini (cfr.
XXVI 7 e nota).
28. Questi: l’arcivescovo Ruggieri, che è lì sotto di lui, appari-
va nel sogno come maestro e donno, cioè guida e capo (donno da
dominus, signore: cfr. XXII 83) di una battuta di caccia.
29. cacciando: nell’atto di cacciare, di dar la caccia.
– il lupo e ’ lupicini: in quella caccia, figura della persecuzione
politica, gli animali inseguiti rappresentano Ugolino e i suoi figli: il
sogno presenta la realtà sotto il velo di un fatto simbolico che ne
contiene tutta la crudeltà e l’angoscia. Per l’immagine cfr. XXX 8:
la leonessa e ’ leoncini.
– al monte: il monte a cagione del quale (per che) i Pisani non
possono vedere Lucca è il monte S. Giuliano, detto anche Pisano,
situato tra le due città, altrimenti poste «tanto presso che l’una ve-
drebbe l’altra» (Buti). Si è pensato che il sogno possa adombrare
un tentativo di fuga (reale o immaginario) verso Lucca, roccaforte
guelfa.
31. magre: quindi affamate (cfr. I 49-50); studïose: desidero-
se, bramose; e conte: esperte, ammaestrate. I tre aggettivi esprimo-
no in successione l’ardore con cui quelle cagne inseguono la preda.
Le cagne rappresentano il popolo aizzato contro Ugolino dall’arci-

Letteratura italiana Einaudi 773


Dante - Inferno XXXIII

lo padre e ‘ figli, e con l’agute scane


mi parea lor veder fender li fianchi. 36
Quando fui desto innanzi la dimane,
pianger senti’ fra ’l sonno i miei figliuoli

vescovo; nel verso successivo, in una diversa terna, appaiono i po-


tenti.
32. Gualandi... Sismondi... Lanfranchi: le tre principali fami-
glie della parte ghibellina di Pisa, della quale era a capo l’arcive-
scovo degli Ubaldini (cfr. Villani VII 121). Egli si manda dunque
innanzi (dinanzi da la fronte), nella battuta, il popolo e i nobili del-
la città, non lasciando scampo alla sua vittima.
34. In picciol corso...: dopo breve percorso, già gli inseguiti
appaiono stanchi, spossati. Essi son mostrati fin dal principio mi-
seri e impari ai loro avversari. Con questo verso, dalla persecuzio-
ne subita si passa a ciò che deve ancora accadere (il sogno contie-
ne infatti il passato e il futuro); il tono da concitato si muta in
affranto.
35. lo padre e ’ figli: all’occhio angosciato di Ugolino, quegli
animali già appaiono nella loro realtà di uomini. Tutto il sogno è
misto di figura e realtà: questi, e il lupo; le cagne, e i nobili di Pisa.
Ma in questa terzina, tale passaggio tocca il massimo dell’intensità:
lo padre e ’ figli, cioè lui stesso e i suoi; tali parole intitolano tutta la
storia.
– agute scane: denti acuti, aguzzi; scane (da non confondere con
zane, zanne) sono propriamente i denti canini: quelli con i quali il
cane afferra la preda, di forma appunto acuminata. Vocabolo raro,
ma di cui ricorrono altri esempi in antico, anche in latino (cfr. Gio-
vanni da Viterbo, De Regimine civitatum CXL, ed. Salvemini, p.
277: «scanos dentes», detto di cavalli).
36. lor: a loro; dipende da fender. Si noti in questo verso l’al-
litterazione delle r finali (lor veder fender), quasi a render lo strap-
po dei denti nelle carni.
37. Quando fui desto: comincia qui la storia vera e propria,
anche questa, come quella di Ulisse, con un quando. La grande for-
za inventiva che si rivela nella figurazione di questo angoscioso ri-
sveglio resterà ormai operante in tutta la narrazione, senza più la-
sciare la presa.
– innanzi la dimane: prima del sorgere del nuovo giorno.
38. pianger senti’: è il primo segno con cui comincia quel
giorno. Dal sogno egli passa al pianto, vero questo, dei figli ancora
addormentati, che forse fanno lo stesso sogno (cfr. v. 45). S’instau-
ra da qui il rapporto che regge tutta la scena nella torre, tra il pa-

Letteratura italiana Einaudi 774


Dante - Inferno XXXIII

ch’eran con meco, e dimandar del pane. 39


Ben se’ crudel, se tu già non ti duoli
pensando ciò che ’l mio cor s’annunziava;
e se non piangi, di che pianger suoli? 42
Già eran desti, e l’ora s’appressava
che ’l cibo ne solea essere addotto,
e per suo sogno ciascun dubitava; 45
e io senti’ chiavar l’uscio di sotto

dre consapevole e muto e i giovani solo confusamente avvertiti,


che parlano e piangono.
– i miei figliuoli: tutti e quattro così chiamati, anche se in realtà
due figli e due nipoti. Ma gli antichi li accomunavano sotto lo stes-
so titolo: così la cronaca pisana sopracitata («e morì con quattro fi-
glioli di fame»), così il Buti, che pure era pisano («presono il detto
conte con quattro suoi figlioli»). Il termine è usato per estensione,
come spesso nel linguaggio quotidiano, e come qui la ragione poe-
tica richiedeva. Dante conosceva bene infatti la famiglia del conte,
per i suoi rapporti sia col nipote Nino Visconti (che troveremo nel
Purgatorio), sia con la figlia Gherardesca contessa di Battifolle,
presso la quale fu ospite durante il suo esilio. Se dunque dice fi-
gliuoli, è perché in questa storia essi non possono essere che tali.
39. dimandar del pane: inconscio preavviso dei dormienti – di
fame sognata – che ferisce il padre ridesto annunziandogli ciò che
già teme (v. 41). È questo il momento in cui Ugolino comprende, e
per questo qui si interrompe.
40. Ben se’ crudel: la rottura improvvisa del racconto è dovu-
ta alla violenza acutissima di quel ricordo. Ugolino apostrofa e
coinvolge l’ascoltatore, quasi che a questo punto ogni uomo non
possa non sentire lo stesso suo dolore. È grande variazione del mo-
vimento virgiliano, sempre di Enea che narra la sventura di Troia,
come all’attacco: «Quis talia fando... / temperet a lacrimis?» (Aen.
II 6-8).
41. s’annunziava: quasi annunciava a se stesso, non volendolo
ancor credere.
42. e se non piangi: se non piangi ora; perché nessun altro do-
lore umano può esser più grande di questo. La domanda è come
un grido acuto che resta tuttavia senza risposta.
43. l’ora: cioè l’ora terza (Buti), circa le nove del mattino.
44. addotto: arrecato; tutti i giorni alla stessa ora, come è
d’uso nelle prigioni d’ogni tempo.
45. per suo sogno: per il pauroso sogno che ognuno di noi

Letteratura italiana Einaudi 775


Dante - Inferno XXXIII

a l’orribile torre; ond’io guardai


nel viso a’ mie’ figliuoi sanza far motto. 48
Io non piangea, sì dentro impetrai:
piangevan elli; e Anselmuccio mio
disse: “Tu guardi sì, padre! che hai?”. 51
Perciò non lacrimai né rispuos’io

aveva fatto; anche i figli, come rivelava il loro pianto, avevano dun-
que sognato qualcosa che presagiva la terribile realtà.
– dubitava: stava nel dubbio (se a quell’ora il cibo sarebbe stato
anche quel giorno portato). Il silenzio di tutti quei minuti è pro-
prio delle attese angosciose e incerte. Per questo, intendere qui
«temeva», come i più fanno, ci par togliere il senso proprio a tutta
la terzina. Si veda la chiosa del Vellutello in nota al verso seguente.
46. senti’ chiavar: sentii inchiodare (dal latino clavus, chiodo;
cfr. Purg. VIII 137 e Par. XIX 105; clavi per chiodi in Par. XXXII
129): e quel suono tolse ogni dubbio. «Ma sentendo egli chiavar
l’uscio de l’horribil torre, fu del tutto chiaro di ciò, che per lo so-
gno stava in dubbio» (Vellutello). Il Villani, che forse deriva da
Dante, dice che i Pisani «feciono chiavar la porta della torre, e la
chiave gittare in Arno» (VII 127): ma chiusa a chiave, la porta sem-
bra dovesse essere sempre.
– di sotto: in basso, all’entrata della torre; mentre la stanza della
Muda, adibita a prigione, era ovviamente in alto. Il suono è dun-
que lontano, in fondo alle scale, di dove riecheggia paurosamente.
47. orribile: perché ospitava quell’orrore.
– ond’ io guardai: questo sguardo muto e lungo – si osservi
l’enjambement che crea appunto l’effetto di lunghezza – racchiude
tutta l’interna tragedia del padre. Egli non riesce a parlare. Con lo
sguardo chiede se hanno inteso. Spiegare non vuole. Confortare
non sa.
49. impetrai: divenni come pietra; onde non escon le lacrime,
né alcun moto dell’animo. Questa parola, posta in fine di verso,
contrassegna Ugolino, fatto pietra dal dolore (cfr. Rime CII 18:
«tal che m’andò al core ov’io son petra»). Si pensi a come questo
tratto risponde al luogo dove egli si trova, a quella ghiaccia dove
gli uomini sono per sempre pietrificati.
50. piangevan elli: essi sì, piangevano: si veda quanto osserva-
to sopra, al v. 38.
– Anselmuccio mio: il più giovane dei due nipoti, figlio del pri-
mogenito di Ugolino; con il diminutivo è chiamato anche nelle

Letteratura italiana Einaudi 776


Dante - Inferno XXXIII

tutto quel giorno né la notte appresso,


infin che l’altro sol nel mondo uscìo. 54
Come un poco di raggio si fu messo
nel doloroso carcere, e io scorsi
per quattro visi il mio aspetto stesso, 57
ambo le man per lo dolor mi morsi;
ed ei, pensando ch’io ’l fessi per voglia
di manicar, di subito levorsi 60
e disser: “Padre, assai ci fia men doglia

cronache, ma ciò non toglie che tale forma, unita al possessivo po-
sposto, abbia un fortissimo valore affettivo.
51. Tu guardi sì: così; come, è impossibile al giovanetto defi-
nire, e tanto più a noi. Ognuno veda da sé quello sguardo, che
spinge il più giovane a rompere il silenzio nella torre.
– che hai?: l’ingenuità della domanda – che pur dice amore – ri-
suona in quella stanza e nel cuore paterno. Ricordiamo un’altra si-
mile acuta domanda senza risposta (X 60).
52. Perciò: perché, come lo sguardo, ogni sua risposta o lacri-
ma può turbarli. Egli si fa pietra fuori, com’era dentro. Si veda il
ritmo lungo della terzina: Perciò non lagrimai né rispuos’ io..., che
conta quelle ventiquattr’ore d’immobilità e silenzio.
54. l’altro sol: il nuovo sole, quello del giorno dopo; nel mon-
do: quasi essi non ne facessero più parte; uscìo: uscì, forma di per-
fetto arcaico, già incontrata.
55. un poco di raggio: il primo lume dell’alba, quanto basta a
far distinguere i volti.
57. per quattro visi: sui volti consumati dei figli, egli vede ri-
petuto ben quattro volte, quasi specchiato, quello che doveva esse-
re il suo aspetto. Quella vista, che l’oscurità aveva nascosto, gli ri-
vela al vivo la realtà.
58. ambo le man...: è il primo gesto che Ugolino compie: ge-
sto di impotente furore. Ogni lettore riconosce il legame che corre
tra questo e il gesto che egli compie eternamente nell’inferno. Egli
non sa piangere, né parlare, tanto meno confortare: è reso disuma-
no e impotente, pur nel suo amore. Per cui non riesce che ad atter-
rire i figli, prima con lo sguardo, ora con il gesto.
59. pensando: nella loro ingenuità.
– fessi: facessi.
59-60. per voglia di manicar: per desiderio di mangiare, cioè
per la fame; manicare è variante ridotta del manducare del canto
precedente (v. 127); sono forme popolari ma più forti di mangiare,

Letteratura italiana Einaudi 777


Dante - Inferno XXXIII

se tu mangi di noi: tu ne vestisti


queste misere carni, e tu le spoglia”. 63
Queta’mi allor per non farli più tristi;
lo dì e l’altro stemmo tutti muti;
ahi dura terra, perché non t’apristi? 66

usate nei due casi, crediamo, per sottolineare la parola che è tema
dominante della storia (per il suo carattere rozzamente dialettale,
manicare è citato in Vulg. El. I, XIII 2).
60. levorsi: si levarono (cfr. XXVI 36 e nota). Essi si alzano
tutti e quattro, da prostrati che erano, tanto forte è l’impressione
di quel gesto su di loro.
61. Padre: la parola è sempre ripetuta, nelle tre volte che i fi-
gli parlano (vv. 51, 61, 69). Essa segna il centro su cui converge la
tragedia. Che egli sia tale, che essi lo tengano per tale, che egli co-
me tale non possa aiutarli.
– ci fia men doglia: sarà per noi minor dolore, minor pena (che il
vederti mangiare te stesso).
62. se tu mangi di noi: l’offerta può sembrare innaturale e as-
surda; ma qui sta la sua grandezza: è l’assurditá propria della giovi-
nezza e dell’amore. Tutta la situazione è al limite dell’insostenibile.
In essa questo gesto d’amore è l’unico fattibile, e che solo un fan-
ciullo può immaginare. Come è stato indicato dal Contini
(Un’idea, pp. 127-8), questa offerta eccezionale, fatta in analoghe
circostanze, si ritrova in un altro testo romanzo (la canzone di ge-
sta Ami et Amile). Il gesto rientra dunque nella tradizione lettera-
ria, come l’altro che lo anticipa, l’uomo che rode il cranio di un al-
tro, è nella Tebaide di Stazio. Ciò riduce, o attenua, la loro
incredibilità, rendendoli veridici, in qualche modo già avallati,
mentre non toglie né l’orrore al primo, né il valore di generoso e
ingenuo amore al secondo.
– ne vestisti: ci facesti indossare (vestire è usato transitivamen-
te), cioè ci desti, come padre; la metafora del corpo come veste è
prediletta nella Commedia, e sempre potentemente usata (cfr. XIII
104 e nota).
63. misere: come una misera veste appunto, che si indossa e si
depone (cfr. Aen. II 215, del serpente che divora i figli di Lao-
coonte: «et miseros morsu depascitur artus»).
– le spoglia: sottinteso: a noi; spogliare è usato come sopra vesti-
re e vale: toglier di dosso.
64. Queta’mi allor...: mi misi quieto; si ripete il silenzio pater-
no che segue alle parole giovanili, come al v. 52. Egli non ha, come
padre, altra risposta.

Letteratura italiana Einaudi 778


Dante - Inferno XXXIII

Poscia che fummo al quarto dì venuti,


Gaddo mi si gittò disteso a’ piedi,
dicendo: “Padre mio, ché non mi aiuti?”. 69
Quivi morì; e come tu mi vedi,
vid’io cascar li tre ad uno ad uno
tra ’l quinto dì e ’l sesto; ond’io mi diedi, 72
già cieco, a brancolar sovra ciascuno,
e due dì li chiamai, poi che fur morti.

65. lo dì e l’altro: tutto quel giorno e il seguente (si cfr. il v.


53); le indicazioni di tempo, contato giorno a giorno, intessono
tutto il racconto; è quel tempo interminabile che li condurrà fino
alla morte.
66. ahi dura terra: l’esclamazione di ora sembra interrompere
il silenzio tragico di allora. dura perché non ebbe pietà, togliendoli
a ciò che li attendeva. Si cfr. il Tieste di Seneca, dove al padre sono
imbandite le carni dei figli: «Sustines tantum nefas / gestare, Tel-
lus?» (vv. 1006-7). È stato qui citato anche Virgilio: «aut quae iam
satis ima dehiscat / terra mihi?» (Aen. X 675-6). Ma l’espressione è
topica, e la citazione da Seneca ha senso solo in quanto riferita a
una circostanza simile.
67. al quarto dì: si veda la nota al v. 65. Il primo giorno, par-
la Anselmuccio; il secondo, sempre all’alba, parlano tutti insieme;
il terzo, restano tutti muti; al quarto, il grido di Gaddo e la sua
morte.
68. Gaddo: uno dei due figli di Ugolino; tutto il verso segue
lo slancio disperato di quel corpo che si getta ai piedi del padre
cercando un impossibile aiuto.
69. ché non m’aiuti?: è la terza e la più terribile delle frasi che
risuonano in quel carcere e che Ugolino deve ascoltare. In essa si
riassume, con un’acutezza che non ha forse l’uguale nel poema,
tutto il valore tragico di questa scena. Non per niente in queste pa-
role risuona un’eco – che più di un critico ha colto – di quelle pro-
nunciate da Cristo sulla croce: «Dio mio... perché mi hai abbando-
nato?» (Matth. 27, 46).
70. Quivi: su queste parole.
– e come tu mi vedi: cioè come ora tu vedi me, con la stessa con-
cretezza e realtà, dovetti io veder quelli morire.
71. li tre: gli altri tre: Anselmuccio, già ricordato, il Brigata, e
Uguccione, che saranno nominati più avanti, al v. 89.

Letteratura italiana Einaudi 779


Dante - Inferno XXXIII

Poscia, più che ’l dolor, poté ’l digiuno». 75


Quand’ebbe detto ciò, con li occhi torti
riprese ’l teschio misero co’denti,
che furo a l’osso, come d’un can, forti. 78
Ahi Pisa, vituperio de le genti
del bel paese là dove ’l sì suona,

– ad uno ad uno: uno per volta, onde egli dovette soffrire quat-
tro volte quella vista.
72. tra ’l quinto dì e ’l sesto: tutti questi giorni sono contati.
73. già cieco: per l’inedia; non vedendoli più, li cerca a tento-
ni: brancolar vale appunto toccare qua e là senza vedere. La scena
ricorda – con ben altra forza tragica – quella dell’ovidiana Niobe
che abbraccia i corpi inanimati dei figli: «corporibus gelidis in-
cumbit, et ordine nullo / oscula dispensat natos suprema per om-
nes» (Met. VI 277-8).
74. due dì: il settimo e l’ottavo. Al nono, narrano le cronache,
la torre fu aperta, «e tutti e cinque morti insieme nella torre vil-
mente furono sotterrati» (Villani VII 128).
– li chiamai: ha sempre taciuto finché eran vivi. Li chiama a no-
me, quasi a risvegliarli, poi che fur morti.
75. Poscia, più che ’l dolor...: più che il dolore che mi spingeva
a chiamarli e accarezzarli, poté la fame. Il tragico verso resta come
Dante lo ha voluto, ambiguo e velato. Ma che l’ipotesi più terribile
possa esser fatta (e tutti i più grandi critici non l’hanno esclusa) ba-
sta a convincere che Dante ha voluto che si facesse. La voce del re-
sto doveva essere corsa, e ne resta traccia in un’antica cronaca: «e
così morirono d’inopia fame tutti e cinque... e quivi si trovò che
’ll’uno mangiò de le carni all’altro» (Cronica Fiorentina, TF, p.
133). D’altra parte il preciso richiamo al Tieste non può, crediamo,
esser casuale. Come l’ultimo verso di Francesca, anche questo co-
pre d’un velo l’ultimo gesto della storia, sul quale non è quindi le-
cito insistere. Ma i riferimenti continui, sparsi dall’inizio alla fine,
come segnali per il lettore, al tema dominante del mangiare e del
mordere, avvertono e guidano: chi vuole intendere, intenda. Sul
senso profondo di questo verso si veda quanto si è detto nell’Intro-
duzione al canto.
76. torti: fatti da diritti biechi, come quelli di Ciacco (cfr. VI
91); che vale da umani a disumani.
77. riprese: il gesto che segue l’ultimo verso della storia con-
clude quello interrotto all’inizio (v. 1). Anch’esso appare, così
strettamente adiacente a quella chiusa, uno dei segnali di cui ab-
biamo detto. Si noti anche che il teschio è detto misero come le
carni offerte dai figli al v. 63.

Letteratura italiana Einaudi 780


Dante - Inferno XXXIII

poi che i vicini a te punir son lenti, 81


muovasi la Capraia e la Gorgona,
e faccian siepe ad Arno in su la foce,
sì ch’elli annieghi in te ogne persona! 84
Ché se ’l conte Ugolino aveva voce
d’aver tradita te de le castella,

78. come d’un can, forti: forti nella presa come quelli di un ca-
ne. Verso vivamente onomatopeico. Si veda come Ugolino è vio-
lentemente ridotto a condizione ferina (occhi torti; can), proprio
come è apparso all’inizio (bestial segno, fiero pasto). C’è qualcosa
di disumano in lui, come in nessun altro dei dannati; ciò che l’ha
ridotto tale non può che ritrovarsi in una disumanità già presente
nella sua vita. Giacché tutti i dannati appaiono in questo inferno
come furono da vivi (cfr. XIV 5 1).
79-80. Ahi Pisa...: l’invettiva violenta prorompe dall’animo di
Dante, quasi a trovar sfogo, come spesso gli accade, alla forza e in-
tensità dei sentimenti patiti. Ma tutto l’orrore e la pietà, per cui si
invoca un castigo divino sulla città, sono per i quattro giovani in-
nocenti messi a tal croce insieme al colpevole. Per lui non c’è paro-
la, quasi egli abbia sorpassato le soglie di ogni possibile sentimento
umano.
– vituperio de le genti...: vergogna delle popolazioni tutte che
abitano l’Italia (il paese dove si parla il volgare di sì, come è chia-
mato in Conv. I, X 12); la particella affermativa definiva la lingua
(così la lingua d’oc era il provenzale e d’oil il francese; cfr. Vulg. El.
I, VIII 6).
81. i vicini: si allude a fiorentini e lucchesi, gli abitanti delle
due città guelfe nemiche acerrime di Pisa, che sembrano tardare, al
desiderio di Dante, nel punire tanta efferatezza.
82. muovasi...: il movimento è biblico: è infatti propria della
Scrittura la punizione divina su città intere, per colpa dei loro abi-
tanti. È quindi assurdo e ingenuo osservare che così, per quattro
innocenti, Dante farebbe morire tutti gli innocenti di Pisa. L’escla-
mazione ha funzione altamente retorica, di monito profetico, ri-
cordando come Dio punisce i popoli per le loro atrocità, commes-
se collettivamente (si cfr. l’apostrofe a Pistoia a XXV 10-2). Essa fa
così chiaramente intendere che non di un singolo fatto privato qui
si tratta, ma di un male che investiva tutta la società civile del tem-
po, quell’odio crudele tra le fazioni che Dante, la cui vita ne porta-
va il segno, non si stanca di denunciare.
– la Capraia e la Gorgona: due isolette del mar Tirreno, nel trat-
to prospiciente la foce dell’Arno, allora ambedue sotto il dominio

Letteratura italiana Einaudi 781


Dante - Inferno XXXIII

non dovei tu i figliuoi porre a tal croce. 87


Innocenti facea l’età novella,
novella Tebe, Uguiccione e ’l Brigata
e li altri due che ’l canto suso appella. 90
Noi passammo oltre, là ‘ve la gelata

di Pisa. È stato osservato che, per quanto la Gorgona sia in realtà


molto lontana da quella foce, a chi guarda dalla Torre di Pisa, o
dalle alture vicine, essa dà l’illusione ottica di chiudere l’Arno. Il
che rende ragione dell’immagine di Dante (Ampère, Basserman e
altri).
85. aveva voce: aveva fama; la cosa non è dunque data per si-
cura da Dante.
86. de le castella: compl. di relazione: riguardo ai castelli. Si
tratta di castelli ceduti da Ugolino a fiorentini e lucchesi per otte-
nere un accordo politico (si veda la nota al v. 13 alla fine del can-
to). Questa cessione fu probabilmente ciò che gli alienò il popolo e
di cui si valsero i suoi nemici. Ma il vero tradimento per cui egli sta
nell’ultimo cerchio non sembra poter essere questo, se era solo una
voce. Si tratta più probabilmente del suo improvviso voltafaccia
quando era signore della città, per cui tradì Nino Visconti accor-
dandosi con l’arcivescovo Ubaldini, secondo una versione da Dante
seguita (cfr. ancora la nota finale al v. 13). Qui Dante, invocando la
punizione su tutto il popolo pisano, si appella a ciò che il popolo
credette e per cui incrudelì con cieco furore contro il conte.
87. a tal croce: a tale supplizio.
88. Innocenti: in inizio di verso, la parola si staglia come la so-
la e vera accusa, che ricade su tutta la città.
– l’età novella: l’età giovanile; è stato osservato che nella realtà
storica due almeno di essi (Gaddo e il Brigata) erano adulti; ma il
Buti, pisano, si tiene alle parole di Dante: «Imperò ch’erano tutti
garzoni», e nessuno fra gli antichi le contesta. In ogni caso tali li ha
creduti o ricreati Dante, come queste due parole dichiarano, e su
tale età, vera o poetica che sia, tutta la scena della torre è costruita.
Questa età vale dunque anche per noi (si cfr. anche qui Tieste, v.
1100: «quid liberi meruere?»). Per l’elemento autobiografico che
sembra ben presente in queste dolenti parole – anche Dante vide i
suoi figli giovinetti condannati a subire gli stenti del suo esilio – si
veda l’Introduzione al canto.
89. novella Tebe: l’inciso è un appellativo rivolto a Pisa: nuo-
va Tebe, perché ne rinnova gli orrori. Come già si è detto, Tebe era
nell’antichità classica la città delle massime nequizie (si veda nota a

Letteratura italiana Einaudi 782


Dante - Inferno XXXIII

ruvidamente un’altra gente fascia,


non volta in giù, ma tutta riversata. 93
Lo pianto stesso lì pianger non lascia,
e ’l duol che truova in su li occhi rintoppo,
si volge in entro a far crescer l’ambascia; 96
ché le lagrime prime fanno groppo,
e sì come visiere di cristallo,
riempion sotto ’l ciglio tutto il coppo. 99

XXXII 11). Con il suo ricordo si è aperta la storia di Ugolino, ci-


tando l’orrido pasto di Tideo, sotto Tebe appunto (XXXII 130-1);
nel suo nome ora questa storia si chiude.
– Uguiccione e ’l Brigata: il primo, figlio di Ugolino; il secondo,
Nino o Ugolino, detto il Brigata, era suo nipote, figlio, come An-
selmuccio, del suo primogenito Guelfo II. Con questo verso, i
quattro vengono così a essere tutti nominati.
90. appella: nomina; cioè Anselmuccio e Gaddo.
91. Noi passammo oltre: come sempre, essi vanno oltre: nes-
sun affetto, nessuna straziante scena può fermarli. Il duro viaggio
consiste proprio in questo: nel conoscere, e abbandonare, le colpe
umane e le loro dolorose conseguenze. Si entra così nella terza zo-
na di Cocito, la Tolomea, assegnata ai traditori degli ospiti.
– la gelata: la superficie ghiacciata.
92. un’altra gente: cioè un’altra categoria di peccatori.
– fascia: avvolge e serra con la sua fascia di ghiaccio; il verbo è
segnale della ripresa – dopo l’intervallo di Ugolino – del linguaggio
«petroso» proprio di questo cerchio.
93. riversata: col viso, cioè, rivolto all’indietro, e non chinato
(volto in giù) come quelli della prima zona (cfr. XXXII 37); ciò ac-
cresce la pena, impedendo il fluire delle lagrime, come ora si dirà.
94. Lo pianto stesso...: ben tragico giuoco di parole: il pianto
impedisce in quella zona di piangere, perché le lacrime si congela-
no appena uscite dagli occhi e sbarrano la via alle altre.
95. ’l duol: qui vale le lacrime (la causa per l’effetto); cfr.
XXIII 98.
– rintoppo: ostacolo (per le lagrime prime che si son subito
ghiacciate).
96. in entro: in dentro, negli occhi stessi.
97. fanno groppo: formano un nodo; qui groppo vale massa
dura e impenetrabile. Ma nodo si dice ancor oggi delle lacrime ser-
rate nella gola.

Letteratura italiana Einaudi 783


Dante - Inferno XXXIII

E avvegna che, sì come d’un callo,


per la freddura ciascun sentimento
cessato avesse del mio viso stallo, 102
già mi parea sentire alquanto vento:
per ch’io: «Maestro mio, questo chi move?
non è qua giù ogne vapore spento?». 105
Ond’elli a me: «Avaccio sarai dove
di ciò ti farà l’occhio la risposta,
veggendo la cagion che ’l fiato piove». 108
E un de’ tristi de la fredda crosta
gridò a noi: «O anime crudeli,

98. visiere: la visiera era la parte mobile dell’elmo che ricopri-


va gli occhi; l’acuta fantasia cerca tra gli aspetti terreni ciò che più
somiglia a quel durissimo schermo ghiacciato posto sugli occhi; –
di cristallo: «le lacrime ghiacciate paion cristallo» (Buti). Tutta
l’immagine par riecheggiare la Scrittura: «Frigidus ventus aquilo
flavit, et gelavit crystallus ab aqua... et sicut lorica induit se aquis»
(Sir. 43, 22).
99. il coppo: la cavità dell’occhio, che è come un vaso alle la-
crime (coppo significa appunto «vaso di coccio»). Tutta la terzina,
di precisa e forte evidenza, serve da chiosa all’immagine di XXXII
46-8. Oltrepassato Ugolino, il linguaggio, le figure e le rime (vedi
sopra fascia e rintoppo) riprendono il filo stilistico del canto prece-
dente, duro e petroso.
100-2. E sebbene, come accade della pelle indurita da callo-
sità a causa del freddo, ogni sensibilità (sentimento) avesse lasciato
il mio viso...; – cessare stallo vale «cessar di dimorare» (per stallo,
dimora, cfr. Guerra di Troia, p. 13: «e di non fare ivi troppa grande
dimoranza, acciocché... per lungo istallo non offendessero gl’habi-
tatori»; vedi anche Purg. VI 39: chi qui si stalla: chi qui ha la sua di-
mora).
103. mi parea sentire: se il suo viso era divenuto insensibile
per il freddo, questo vento doveva dunque essere ben forte.
104. questo chi move?: chi muove mai questo vento? La do-
manda è giustificata da quella che segue.
105. qua giù: nell’inferno, dove non c’è il sole, non può esser-
ci vento, che il calore trae dall’umidità della terra: «entrando lo ca-
lore del sole entro per lo corpo [della Terra], risolve l’umidità del-
la terra, e diventane vapore ventoso» (Ristoro, Composizione VII,
VI 6); – vapore vale dunque «vento»; spento (annullato, inesisten-
te), detto di vapore, è ardita metafora per contrasto. Le domande

Letteratura italiana Einaudi 784


Dante - Inferno XXXIII

tanto che data v’è l’ultima posta, 111


levatemi dal viso i duri veli,
sì ch’io sfoghi ’l duol che ’l cor m’impregna,
un poco, pria che ’l pianto si raggeli». 114
Per ch’io a lui: «Se vuo’ ch’i’ ti sovvegna,
dimmi chi se’, e s’io non ti disbrigo,
al fondo de la ghiaccia ir mi convegna». 117
Rispuose adunque: «I’ son frate Alberigo;
i’ son quel da le frutta del mal orto,

destano curiosità, preparando il lettore all’ultima scena dell’infer-


no che ormai si avvicina.
106. Avaccio: presto (da vivacius); cfr. X 116.
108. che ’l fiato piove: che fa piovere, discendere su questa
ghiaccia il vento (il fiato: cfr. V 24) che tu senti. Piovere è usato
transitivamente, come in Par. XXVII 111.
109. de’ tristi...: dei rei, dei dannati.
– fredda crosta: la crosta di ghiaccio formata da Cocito. Tutto il
verso ha tono di spregio. Per l’uso di de la (compl. di appartenenza)
cfr. XI 70: quei de la palude pingue e XXVII 127: i rei del foco furo.
110. crudeli: l’aggettivo è determinato dal v. seguente: tanto
crudeli che vi è assegnato l’ultimo luogo dell’inferno. Il dannato
crede che i due che passano siano due traditori diretti alla quarta
zona di Cocito, quella detta Giudecca.
112. i duri veli: il velo ghiacciato formato dalle lacrime.
113-4. sì ch’ïo sfoghi...: sì che io possa dare sfogo alle lacrime
che impregnano di pianto il mio cuore, almeno per quel poco tem-
po che passi prima che di nuovo si gelino. Il dannato chiede un
sollievo, paradossalmente, a coloro che egli stesso ha chiamato cru-
deli più di ogni altro al mondo. Si osservi la «variatio», in minore,
dal dolor che ’l cor mi preme di Ugolino al duol che ’l cor m’impre-
gna. Impregnare si dice propriamente di liquidi che riempiono, im-
bevono sostanze permeabili (tessuti, terra ecc.); qui il duol vale ap-
punto le lacrime, come al v. 95.
115. ti sovvegna: ti venga in aiuto (cfr. XVII 94).
116. disbrigo: disbrigare vale trarre di briga, cioè d’impaccio
(cfr. Purg. VII 55).
117. ir mi convegna: ch’io sia costretto ad andare. È una for-
ma di promessa deprecativa: se io non ti libero, ch’io debba finire
in fondo all’inferno. Ma l’equivoco è chiaro: Dante deve comun-
que arrivare al fondo de la ghiaccia. Egli inganna quindi con le sue
parole il dannato, e il traditore viene tradito.

Letteratura italiana Einaudi 785


Dante - Inferno XXXIII

che qui riprendo dattero per figo». 120


«Oh!», diss’io lui, «or se’ tu ancor morto?».
Ed elli a me: «Come ’l mio corpo stea
nel mondo sù, nulla scienza porto. 123
Cotal vantaggio ha questa Tolomea,

118. frate Alberigo: Alberigo dei Manfredi, frate godente,


uno dei capi di parte guelfa di Faenza, padre del rimatore Ugolino
detto Bucciola, ricordato da Dante in Vulg. El. I, XIV 3. Per gelosie
di signoria fece assassinare due suoi parenti, dopo averli invitati a
pranzo nella sua villa: «e quando essi ebbono desinato tutte le vi-
vande, egli comandò che venessono le frutta et allora venne la sua
famiglia armata... et uccisono tutti costoro alle mense, com’erano a
sedere; e però s’usa di dire: Elli ebbe delle frutta di frate Alberigo»
(Buti).
119. quel da le frutta: il modo proverbiale citato sopra, ritro-
vabile già in una poesia senese del 1321, spiega questa autodefini-
zione. Se il fatto, avvenuto nel 1285, era già passato in proverbio a
quel tempo, ciò testimonia la sua risonanza, e come Dante, a que-
ste parole del dannato, dovesse subito intendere di chi si trattasse.
– da le frutta è compl. di qualificazione; del mal orto vale «dell’orto
che recò mali frutti» (il mal orto non può esser Faenza, come inten-
de Benvenuto, perché specifica le frutta e non Alberigo).
120. dattero per figo: «pan per focaccia»; ma trattandosi di
frutta, il proverbio è riconiato su misura. Il dattero è poi più pre-
zioso del fico, quindi la frase equivale a dire che la pena è anche
più grave della colpa.
– figo: forma sonorizzata che nella stessa Toscana si affianca a
fico, come spiga a spica, fatiga a fatica ecc. (così Dante usa laco e la-
go, preco e prego, ecc.; e fico a XV 66; cfr. Parodi, Lingua, pp. 229-
30). Tutta questa terzina riprende il tono di spregio, fatto di brevi
e ironiche definizioni, con cui son designati i personaggi che ap-
paiono nel canto precedente (cfr. XXXII 115 sgg.).
121. Oh...: è la naturale meraviglia di veder nell’inferno uno
che egli sapeva vivo in terra. – ancor vale «già»: come, sei dunque
già morto? (cfr. Purg. XXIII 82). Un egual movimento in Purg. XI
79: «Oh!», diss’io lui, «non se’ tu Oderisi... Per l’invenzione che
qui prende avvio, e dà materia e novità a tutto lo scorcio finale del
canto, di morti cioè i cui corpi sono rimasti in terra abitati da dia-
voli, si veda l’Introduzione.
122. stea: stia; stea, come il seguente dea (v. 126), è forma

Letteratura italiana Einaudi 786


Dante - Inferno XXXIII

che spesse volte l’anima ci cade


innanzi ch’Atropòs mossa le dea. 126
E perché tu più volentier mi rade
le ’nvetriate lagrime dal volto,
sappie che, tosto che l’anima trade 129
come fec’io, il corpo suo l’è tolto
da un demonio, che poscia il governa
mentre che ’l tempo suo tutto sia vòlto. 132
Ella ruina in sì fatta cisterna;
e forse pare ancor lo corpo suso

propria del fiorentino fin oltre alla metà del Trecento (NTF, pp.
72-4).
123. nulla scïenza porto: non ne ho alcuna notizia; secondo
ciò che disse Farinata, i dannati vedono le cose future, ma ignora-
no le presenti (X 100-5).
124. vantaggio: prerogativa («si praerogativa dici debet»:
Benvenuto); forma ironica, di quell’amara ironia rivolta contro se
stessi con cui parlano questi dannati, già osservata nella terzina
118-20.
– Tolomea: si apprende qui il nome della terza zona di Cocito –
tutti e quattro i nomi son dati come casualmente, nel corpo del
dialogo (XXXII 58 e 88; XXXIV 117) – che accoglie i traditori de-
gli ospiti. Tolomeo è personaggio biblico: governatore di Gerico,
fece uccidere a tradimento il suocero Simone Maccabeo e i suoi fi-
gli Matafia e Giuda che aveva invitati, come frate Alberigo, ad un
banchetto (1 Macc. 16, 11-6).
126. innanzi ch’Atropòs: prima che la parca Atropo le dia il
via, la mossa per lasciare il corpo, cioè prima che sia giunto per lei
il momento della morte. Atropo era quella delle tre Parche che ta-
gliava il filo della vita. Alberigo parla come uomo colto, da signore
e cavaliere che era.
127. più volontier: secondo il patto, già Dante è tenuto a far-
lo; Alberigo aggiunge qualcosa in più, per la gran brama di essere
esaudito.
– mi rade: verbo di forte precisione: non levare, come sopra
(112), ma radere, fino all’ultima goccia, a fil di pelle.
129-32. sappie che...: vien data qui la straordinaria informa-
zione: non appena l’anima commette un tradimento di quel gene-
re, il corpo le vien tolto e poi abitato da un demonio finché sia tra-
scorso (vòlto) il tempo di vita a lei assegnato. – governa: regge; –

Letteratura italiana Einaudi 787


Dante - Inferno XXXIII

de l’ombra che di qua dietro mi verna. 135


Tu ’l dei saper, se tu vien pur mo giuso:
elli è ser Branca Doria, e son più anni
poscia passati ch’el fu sì racchiuso». 138
«Io credo», diss’io lui, «che tu m’inganni;

volgere è detto più volte del trascorrere del tempo (cfr. Purg. I 60).
– L’imperativo sappie è forma dell’antico toscano, che si ritrova so-
lo a Purg. XXII 49 (altrove sempre sappi). Qui sembra portata dal-
la tonalità stilistica propria di questa zona dell’inferno (si veda la
nota al v. 99 e quella a XXXII 139).
133. ruina: rovina, precipita.
– cisterna: il pozzo che forma l’ultimo cerchio dell’inferno.
134. pare ancor: è visibile ancora (come il mio), suso: là sulla
terra. Il verso introduce un altro personaggio, in una forma nuova,
che asseconda e prosegue l’invenzione appena esposta, lasciando
tuttavia un margine di dubbio (forse).
135. de l’ombra: dell’anima.
– dietro mi verna: passa l’inverno qua dietro a me; vernare per
«svernare» anche in Purg. XXIV 64 e in Rime LXXIII 3. Qui assu-
me valore ironico (l’inverno di quella ghiaccia non passerà mai) e
sprezzante, come sempre in questo luogo. Altri prende vernare
nell’altro suo significato del cantare degli uccelli a primavera, e in-
tende: mi canta qui dietro, col battere dei denti (Torraca), che è
più crudo sarcasmo. Resta tuttavia il fatto che negli altri due luoghi
citati Dante usa il verbo nel primo senso qui proposto.
136. pur mo: pur ora (cfr. XXVII 25); se Dante arriva adesso,
saprà bene se quel corpo pare ancor suso, in terra. Si veda l’estrema
naturalezza con cui è condotto questo dialogo che verte su una
realtà del tutto inverosimile.
137. Branca Doria: della nobile famiglia genovese dei Doria,
tra le più influenti della città. Personaggio di rilievo, svolse la sua
attività politica soprattutto in Sardegna, dove avvenne l’episodio
qui ricordato da Dante, del quale peraltro non parlano i documen-
ti: gli antichi commenti ci dicono che, aspirando a impossessarsi
del Logudoro, di cui era signore il suocero Michele Zanche (cfr.
XXII 88 sgg.), invitò quest’ultimo ad un banchetto e poi lo fece
trucidare con tutto il suo seguito (è quindi la stessa forma di tradi-
mento di cui è colpevole Alberigo). Il prossimano che gli dette ma-
no nel delitto fu per alcuni un cognato, per altri un nipote. Il fatto
è stato datato con approssimazione al 1294. (Si veda la ricostruzio-
ne storica di T. Casini in «Nuova Antologia», s.3, LVIII, 1895, pp.

Letteratura italiana Einaudi 788


Dante - Inferno XXXIII

ché Branca Doria non morì unquanche,


e mangia e bee e dorme e veste panni». 141
«Nel fosso sù», diss’el, «de’ Malebranche,
là dove bolle la tenace pece,
non era ancor giunto Michel Zanche, 144
che questi lasciò il diavolo in sua vece
nel corpo suo, ed un suo prossimano
che ’l tradimento insieme con lui fece. 147
Ma distendi oggimai in qua la mano;

259-67.) Quello che è certo è che nel 1299 il Doria richiedeva a


Bonifacio VIII il riconoscimento dei suoi diritti sul Logudoro. Le
ultime notizie che abbiamo di lui sono del 1325 (egli dunque poté
leggere la sua condanna nel libro dantesco, o sentirsela racconta-
re). È ipotesi plausibile che Dante lo abbia incontrato a Genova
quando Arrigo VII vi sostò nel 1311, accolto dalle principali fami-
glie ghibelline della città.
– più anni: da quando avvenne il tradimento (circa nel 1294),
che è il momento in cui l’anima lascia il corpo (vv. 129-30).
138. racchiuso: serrato nella ghiaccia.
139. m’inganni: si ripete la naturale incredulità del v. 121.
Anche dopo la spiegazione, Dante istintivamente non può credere
a una simile storia.
140. unquanche: dal lat. umquam+anche (cfr. Purg. IV 76 e
Par. 148); è in genere tradotto con «mai» (non è mai morto!); ma
per il Parodi (Lingua, 260) l’avverbio mantiene il senso di «ancora,
ancor mai», che qui e anche negli altri due esempi citati sembra
più proprio (così anche il Bembo, Prose, p. 159).
141. e mangia e bee...: per dire: è ben vivo (sono infatti tutte
cose che i morti non fanno: Benvenuto). È modo proverbiale, che
si ritrova in Fra Giordano: «se mangia [l’usuraio] o bee o dorme o
veste, tutto è peccato» (Prediche, ed. Narducci, p. 10). L’uso popo-
lare sottolinea l’istintività della battuta.
142. Nel fosso... de’ Malebranche: nella quinta bolgia, quella
dei barattieri, a cui presiedono i diavoli detti Malebranche (XXI
37).
143. là dove: il verso riprende e cita quello di XXI 8, quasi a
ravvivare il ricordo in chi ascolta e fornire una struttura stabile a
questo immaginario viaggio.
144. Michel Zanche: ricordato fra i barattieri (cfr. XXII 88 e
nota). Il suocero non era dunque arrivato al suo luogo di pena, che

Letteratura italiana Einaudi 789


Dante - Inferno XXXIII

aprimi li occhi». E io non gliel’apersi;


e cortesia fu lui esser villano. 150
Ahi Genovesi, uomini diversi
d’ogne costume e pien d’ogne magagna,
perché non siete voi del mondo spersi? 153

già l’anima del suo uccisore aveva lasciato il corpo, occupato in sua
vece da un diavolo. La frase vuol dire l’istantaneità con cui tale di-
stacco segue al tradimento (cfr. v. 129), ma richiamando al vivo la
bolgia e il nome già in essa incontrato crea anche continuità e veri-
dicità al racconto.
146. ed un suo prossimano: ed un suo parente (il cognato, o
altro parente che fosse; cfr. nota al v. 137); è secondo soggetto, in-
sieme a questi, della frase che precede: lasciò ecc.
148. oggimai: ormai; tutto il verso, con il forte Ma iniziale,
esprime l’impazienza di esser liberato: ormai è tempo che tu man-
tenga il patto.
149. E io non gliel’apersi: la e ha funzione avversativa violen-
ta, a stabilire voluto contrasto fra la pietosa richiesta e il netto ri-
fiuto. Tale fatto inaudito ha bisogno di un commento, che sarà da-
to al verso seguente.
150. e cortesia: ed esser villano verso di lui fu cortesia. Villa-
nia e cortesia erano termini contrari. In questo caso, la vera corte-
sia era dunque il non esser cortese; perché? Si sarebbe infranto, si
dice, il giudizio divino. Ciò non toglie che la cosa appaia crudele,
in quanto altrove l’atteggiamento di Dante è stato ben diverso (cfr.
XVI 15 o XIV 1-3): e crudele e disumano è infatti questo compor-
tamento, proprio come il gesto compiuto contro Bocca degli Aba-
ti, anch’esso sottolineato dal testo. Questo cerchio vuol apparire
diverso da tutti gli altri: qui non vi è pietà, come nessun altro senti-
mento umano, giacché questi dannati, che han tradito la fiducia e
l’amore, non sono più degli uomini, e la terribile realtà dei loro
corpi abitati da demoni lo conferma. La «villania» verso di loro è
in realtà «cortesia» verso l’uomo, verso l’amore, verso Dio. Si veda
su questo punto l’Introduzione al canto.
151. Ahi Genovesi...: la scena’si chiude, come la storia di
Ugolino, con l’invettiva a una città: l’Ahi («dolenter dico»: Benve-
nuto), come sopra per Pisa, come per Pistoia (XXV 10), esprime
l’angoscia civile di Dante, propria di chi vede il male non a livello
di individuo, ma esteso a popolazioni intere. Sono le città (e le na-
zioni: Ahi serva Italia..., Purg. VI 76), prima fra tutte Firenze, che

Letteratura italiana Einaudi 790


Dante - Inferno XXXIII

Ché col peggiore spirto di Romagna


trovai di voi un tal, che per sua opra
in anima in Cocito già si bagna,
e in corpo par vivo ancor di sopra. 157

sono ormai covi di malizia (XV 75). Per questo pubblico e pauroso
disordine, e per quell’angoscia, è stata di fatto scritta la Commedia.
151-2. diversi d’ogne costume: alieni d’ogni buon costume
(Landino).
152. magagna: vizio.
153. del mondo spersi: dispersi, scacciati via dal mondo (del è
moto da luogo; cfr. XVIII 79). Come per Pisa, e già per Pistoia, si
chiede lo sterminio della città intera, non come desiderio privato,
ma secondo il modello biblico già ricordato (cfr. nota al v. 82).
L’atteggiamento di Dante è infatti apertamente modellato su quel-
lo dei profeti di Israele.
154. col peggiore spirto: cioè frate Alberigo, di Faenza in Ro-
magna.

Letteratura italiana Einaudi 791


Dante - Inferno XXXIII

155. un tal: Branca Doria.


– per sua opra: per la sua opera, cioè per la sua colpa: se le con-
seguenze son quelle dette nei due versi seguenti, tale opra deve es-
sere stata delle più nefande che possano compiersi al mondo.
156. si bagna: sta a bagno nel ghiaccio (cfr. XXXII 117: là do-
ve i peccatori stanno freschi).
157. par vivo: appare come vivo (cfr. v. 134). Questi ultimi
quattro versi vogliono dar ragione dell’invettiva che precede, ma
insieme han la funzione di ripresentare in modo vivamente con-
creto lo straordinario fatto che domina tutta la seconda parte del
canto.
NOTA INTEGRATIVA

13. Conte Ugolino. Ugolino della Gherardesca, conte di Do-


noratico, fu di antica e nobile famiglia feudale di tradizione ghibel-
lina. Tra i primi di Pisa, nel 1275 si accordò col genero Giovanni
Visconti, capo della fazione guelfa avversaria, al fine di proteggere
dalle mire del Comune i vasti feudi da ambedue posseduti in Sar-
degna. Bandito dalla città, vi rientrò l’anno successivo con l’appog-
gio della Lega Guelfa, e il suo prestigio crebbe finché nel 1284, do-
po la sconfitta della Meloria – alla quale partecipò a capo di 12
galere –, divenne signore di Pisa come podestà. Nei quattro anni
della sua signoria tentò una politica equilibratrice. Trovandosi al-
lora coalizzati contro Pisa i tre comuni guelfi di Genova, Firenze e
Lucca, egli decise di cedere alcuni castelli ai Lucchesi e altri ai Fio-
rentini, probabilmente per venire così a patti e dare respiro alla
città. Si associò quindi nella signoria (1285) il nipote Ugolino Vi-
sconti, figlio di Giovanni, altra mossa forse diretta a placare la par-
te guelfa della città. Ma nel 1288 la parte ghibellina, con a capo
l’arcivescovo Ruggieri degli Ubaldini, e le potenti famiglie Gualan-
di, Sismondi e Lanfranchi, insorse contro i due signori e s’impa-
dronì del potere. Sull’esatto svolgersi dei fatti non si hanno notizie
sicure. Secondo la versione seguita da Dante, l’arcivescovo finse di
voler accordarsi con Ugolino per eliminare il Visconti che era fug-

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