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La nobile arte dell’insulto

Liang Shiqiu

Titolo originale:

© 2006 Giulio Einaudi editore s.p.a., Torino

www.einaudi.it
ISBN 88-06-18309-5
«Quando si rivolgono critiche a qualcuno, bisogna farlo in una lingua infinitamente sottile il cui senso
rimanga implicito. Conviene evitare che l'avversario si renda conto fin dalle prime parole che lo si
sta criticando: è solo al termine di un certo tempo di riflessione, a poco a poco, che questi giunge a
prendere consapevolezza che le parole rivoltegli erano tutt'altro che benevoli. Lo si metta a suo agio,
cosicché il suo viso dapprima sorridente, viri poi dal bianco al rosso, dal rosso al violaceo, infine
dal violaceo al grigio plumbeo. Questo è il più alto grado nell'arte dell'insulto».
Liang Shiqiu scrisse nel 1926 questo piccolo trattato che viene qui presentato per la prima volta
in traduzione integrale in una lingua europea. «L'intento di questa breve trattazione, - come scrive
l'autore, - è quello di offrire un generale aiuto a tutti coloro che vogliano trarre vantaggio in una
disputa, illustrando in modo sintetico come sia possibile sviluppare la tecnica dell'invettiva nei suoi
vari aspetti».
Un libro che affonda le radici nella conoscenza disingannata della vita e nell'arte di stare al
mondo di chi ne ha viste di tutti i colori. Una piccola perla dal tagliente sarcasmo, pressoché ignota
al di fuori della Cina.
Traduzione e saggio introduttivo di Gianluca Magi.

Liang Shiqiu (Pechino 1902 - Taipei 198?) è stato un importante letterato e lessicografo che
influenzò con il proprio pensiero generazioni di studiosi del suo Paese. Visse tre anni negli Stati
Uniti. In Cina insegnò presso vari centri universitari. Nel '49, dopo la fondazione della Repubblica
popolare cinese si trasferì a Taiwan dove insegnò fino al 1966. Fu grande traduttore in lingua cinese
dell'opera completa di Shakespeare, che portò a compimento una decina d'anni prima di morire.
In copertina: statua di un arciere dell'esercito di Qin Shi Huang, fronte e retro. Elaborazione
grafica. Progetto grafico 46xy.
Le arti marziali della parola
di Gianluca Magi

La parola è più affilata della spada.


Proverbio cinese

1. Il vademecum del nobile insultatore.

Mentre nel 1933 Jorge Luis Borges concludeva la sua Storia dell'eternità con il capitolo dedicato
all'«Arte di ingiuriare» nel quale auspicava che un giorno si potesse far assurgere l'insulto a forma
d'arte codificata, ignorava che un pugno d'anni prima, Liang Shiqiu, un coetaneo letterato cinese,
aveva scritto sotto pseudonimo alcune pagine energiche e scrupolosamente ironiche in cui innalzava
l'insulto ad elevato genere letterario.
Borges se ne sarebbe certamente rallegrato.
Liang Shiqiu, grande traduttore in lingua cinese dell'opera di Shakespeare, di ritorno nel 1926 da
un soggiorno di studio presso l'università americana di Harvard, senti l'esigenza di scrivere La
nobile arte dell'insulto. Espressione che in seguito in Cina ottenne una tale fortuna da divenire
espressione idiomatica.
E questo il trattatello che viene qui presentato per la prima volta in traduzione integrale in una
lingua europea.
Si tratta di un vademecum di strategie per regolarsi e battere l'avversario in discussioni o dispute,
scritto in un tono di baldanzosa e formidabile verve, dove la sottile ironia e il caustico umorismo,
parte essenziale dell'indole cinese, giocano un ruolo di spicco. Un libro verace, di comprensione
penetrante del cuore umano, che affonda le radici nella conoscenza disingannata della vita e nell'arte
di stare al mondo di chi ne ha viste di tutti i colori.
Espressa con parole fluenti, esatte, belle, perché sempre i Cinesi hanno apprezzato la bellezza
dell'espressione esatta e raffinata, è un'operetta di pochissime, dense pagine, dov'è all'opera uno
spirito che ama accennare più che focalizzare, che ama più le quintessenze che le farragini; composta
di brevi capitoli, incisivi e corruschi, che evocano immagini e significati nella mente del lettore assai
più di quel che esprimono.
Pressoché ignota al di fuori della Cina, sarebbe stato delittuoso lasciar languire nell'oblio questa
piccola perla dal tagliente sarcasmo, dove il brillante metodo dell'indiretto e dell'allusione la fa da
padrone.
La validità pragmatica di questo vademecum è, detta con malanimo, tragicamente attuale.
Il rozzo e arrogante insulto oggi impera sovrano. La tv è il megafono di questo lacrimevole
fenomeno. Ad ogni ora, ci si ritrova investiti da un repertorio di strepitìi e volgarità a spesa
principale d'argomentazione e dialettica, per non dire d'amor del vero; pure durante i confronti
d'idee: luogo ormai deputato ad accapigliarsi e aggredirsi l'un l'altro, come per un bisogno
quotidiano di tensione; si scatta tanto nel rimarcare le cattive abitudini altrui per quanto si è
estremamente partigiani con le proprie; si tenta disperatamente di imporre la propria autorità su
qualsiasi argomento, nonostante la conoscenza e le opinioni derivino principalmente dalla lettura di
rotocalchi.
La nobile arte dell'insulto fornisce consigli empirici per essere verbalmente invulnerabili,
opporsi e non cadere nelle mani dell'argomentazione altrui e schiantare l'avversario senza scadere
nel triviale. Dunque, una bussola di saggezza pratica per indirizzarsi in convenienti offese e
comportamenti concreti di cui servirsi nella prassi quotidiana del confronto, della discussione
pubblica o privata; ma anche uno strumento per analizzare le forme d'argomentazione utilizzate nei
dibattici politici e nel linguaggio dei mass media.
In ciò risiede la seduzione della presente operetta.
Eppure nella Premessa - in una sorta di parenesi espressa en passant - l'autore lascia intendere
la sua posizione riguardo all'insulto: «Chi merita di essere insultato? Chi non merita di essere
insultato? Questa è l'alternativa. L'intento di questo modello fondamentale di scelta è talmente etico
che chiunque lo segue sino in fondo giunge a sentire necessità alcuna di insultare chicchessia».
Per Liang Shiqiu, dunque, il reale intento della nobile arte dell'insulto non è tanto vellicare le
passioni prevaricatrici e la superbia autoaffermativa, già quotidianamente rigurgitanti, quanto rendere
avvezzo il lettore al modus operandi dell'uomo sapiente, dalla mente di specie superiore, il quale -
come ventila con pungente sagacia nella II regola Non insultare chi non è al nostro livello - non
concede importanza alcuna alle offese rivoltegli. Vi soprassiede, con sprezzante distacco.
Conoscendo la psicologia dell'insulto e i meccanismi che lo governano, rimane imperturbato; lascia
cadere l'oltraggio nel vuoto, conscio che gli insulti, in realtà, sono come i boomerang: ritornano
sempre al punto da cui avevano preso l'avvio. Padrone di se stesso, risponde con un nobile silenzio o
con un sorriso di commiserazione, facendo ricadere l'insulto sul mittente, il quale in tal modo avrà
offeso solo se stesso1.
Questa è la condotta dell'uomo eccellente, di una tale forza interiore da non aver alcun bisogno di
dimostrare quella esteriore2 e che quindi può distogliersi da un inutile conflitto con dignità e
orgoglio. Questa sua presenza mentale ( xian) viene recepita dall'avversario, che prende così atto
di essere stato sconfitto dalla sua stessa aggressività.
A chi è rivolto allora questo vademecum?
L'autore lo dice nella Conclusione: «a coloro che vogliono trarre vantaggio in una disputa», «agli
appassionati dell'insulto» che in tal modo crederanno di farsi rispettare nella vita, ma anche a
«coloro che vogliono difendersi da invettive di ogni genere» in discussioni nelle quali, magari, si
sono ritrovati tirati dentro per i capelli loro malgrado e non vogliono allora trovarsi impreparati,
come alla mercé di una funesta traversia. In tal senso, è un ottimo deterrente per sventare gli attacchi
del contendente, un piccolo arsenale critico d'artifici linguistici d'attacco, difesa e confutazione.
Oppure tornerà utile all'uomo mite e ragionevole per irrobustire la consapevolezza per cui
ribattere alle ingiurie dell'uomo rozzo e incolto significa porsi sul suo stesso piano. Al pari di chi si
mette a «suonare musica classica a una vacca» - ricorda il proverbio cinese - cosi chi gareggia con
individui incolti o di estrema imbecillità perderà tempo o avrà da subito partita persa. Meglio, anche
per questo, volgere lo sguardo altrove.

2. L’insulto come arte del combattimento.

L'insulto, di cui si dà qui ampia trattazione, non è la collerica villania che fa torto all'intelligenza,
l'arrogante prevaricazione, il rozzo abbassarsi al piano dell'animalità, il mezzo volgare e banale che
comunemente s'intende. E tanto meno il surrogato del pensiero. Si tratta piuttosto di un'elegante e
caustica tecnica argomentativa, in stile tipicamente cinese, che in modo indiretto mette alle corde
l'interlocutore privandolo della parola decisiva. E con la minima spesa d'energia.
Questa è la sostanza che l'autore attribuisce alla espressione «nobile arte dell'insulto»
(marendeyishu ). Al contrario, non sarebbe un'arte, e tanto meno nobile.
Come mette in luce l'apertura della prima regola Conoscere se stessi, conoscere gli altri,
«l'insulto riecheggia
l'arte del combattimento a mani nude». Come le arti marziali, con le loro tecniche d'attacco e
difesa, cosi la nobile arte dell'insulto va considerata una disciplina marziale della parola, con i suoi
espedienti, regole, stratagemmi e ingegno nell'applicarli. E dove dunque, in questa sorta di palestra
del discorso, occorre un certo addestramento per risultare incisivi, colpire l'obiettivo prefissatosi in
modo da non lasciare spazio alle repliche dell'avversario, ispirando, al contempo, nell'uditorio un
tacito consenso.
Inoltre, le arti marziali fungono da veicolo nello sviluppo personale per padroneggiare le proprie
energie interiori, per bandire l'agitazione mentale. Non esiste un dominio più prezioso di quello che
si esercita sopra se stessi e le proprie passioni. Perdendo la calma interiore si perde se stessi. Come
si può pensare di riuscire a controllare il contendente se non si è in grado di controllare se stessi?
Una via autorealizzativa che attraverso il combattimento permette al praticante di fare luce su se
stesso e sul proprio contendente. Ecco il senso del titolo della prima regola della Nobile arte
dell'insulto.
Lo stesso «contegno pacato e composto», «il modo di comportarsi di chi appare serenamente
distaccato dalle circostanze»3 scaturito dalla disciplina delle arti marziali è di estrema importanza
anche nell'arte dell'insulto. A tal riguardo i taoisti parlano di un particolare tipo di «osservazione» in
uno stato di vigilanza lucida e rilassata: guan . La parte destra del carattere significa «vedere»; la
parte sinistra raffigura una «gru».
Etimologicamente è: osservare come una gru, come questo volatile in grado di stare
pazientemente immobile nella corrente, in perfetto equilibrio su una zampa, come se fosse in
imperturbata contemplazione. Ma non appena l'occasione gli offre il primo pesce che nuota nei
pressi, la gru coglie l'opportunità con un movimento tempestivo, senza indugio né premeditazione.
Una tempestività che si adatta (qia ) alle circostanze, che si sintonizza con le cose4. Poi, senza
disturbo per sé e per quanto la circonda, la gru torna in stato di quiete; oppure spiega le ali e spicca
un volo leggero.
La chiamata in causa dell'arte del combattimento, che occupa un posto di rilievo nella storia del
pensiero cinese, pretende di essere chiarita nel suo rapporto con l'arte dell'insulto. Nel senso: come
si declinano le strategie marziali cinesi nell'approccio discorsivo?

3. «Seppia» versus «leone». Ovvero, l'arte dell'indiretto.

La frequentazione e le esperienze personali durante il viaggio americano sicuramente offrirono


alimento e ispirazione a Liang Shiqiu per questa sua disamina essenziale e pragmatica sull'arte
dell'insulto basata sull'indiretto. L'America non è forse il regno del direct talk?
Per chiarire le idee sul filo imperfetto dell'esempio per similitudine, per proiezione sull'animale,
si potrebbe paragonare il marcato gusto occidentale verso una tecnica argomentativa basata sul
diretto al comportamento del leone che, dotato di zanne e artigli retrattili, può fare ricorso alla forza,
cacciare le proprie prede in agguato e sopraffarle grazie alle straordinarie prestazioni del proprio
vigore fisico. Le prede veloci lo mettono in difficoltà e per confonderle e accerchiarle deve ricorrere
al gruppo; e poi dividersi il pasto. All'occorrenza può predare di notte, quando gli è più facile
raggiungere le prede senza essere notato. Ma il giorno gli è più consono, riesce a procacciarsene di
più.
La strategia del leone illumina, in qualche modo, la tecnica argomentativa occidentale, la quale
cerca di ottenere un controllo diretto sulle cose, artigliandole, sia mediante la comprensione, sia
mediante l'affermazione o la coercizione. La forma mentis è, principalmente, l'approccio di fronte,
guidato dal senso della linea retta che dà mostra di sé. Le tattiche di guerra dell'antichità ellenica
sono impostate su tale logica. Lo scontro frontale delle falangi, schierate rigidamente in battaglia le
une contro le altre, e il conseguente urto distruttivo esemplificano lo scontro dialettico tète-à-tète
ove ad una tesi viene opposta l'antitesi: un combattimento contro l'argomento contrario per far
prevalere la propria affermazione. Una sorta di vanto di poter andare dritto al cuore di un problema
aleggia sull'argomentazione: un faccia a faccia informativo, antitetico, esplicito, sulle righe. Come
nel gioco degli scacchi: due schieramenti contrapposti s'affrontano con traiettorie lineari, anche
quando un pezzo si pone alle spalle di un altro.
La nostra attitudine lineare è spaesata dal caratteristico approccio cinese al mondo, nel quale
sussiste una valorizzazione indiretta del senso, dell'espressione che si fa allusiva, silenziosa,
camuffata, simile - per continuare a giocare sulla similitudine animale - al procedere della seppia, di
questo mollusco istintivamente diffidente, mosso da una circospetta astuzia e prudenza.
Non possedendo né forza né corazza, il cefalopode si è fatto scaltro e guardingo: i suoi organi
visivi si sono altamente specializzati. Per difendersi sbuffa veloce una nuvola d'inchiostro,
intorbidisce l'acqua, disorienta il predatore con quel falso bersaglio mentre lei schizza in un'altra
direzione dileguandosi. La seppia trascorre molto tempo celata nel fondale sabbioso, completamente
mimetizzata, non solo perché seppellita nella sabbia ma anche grazie alla presenza sulla sua
epidermide di cellule pigmentate, i cromatofori, che le consentono una capacità mimetica
straordinaria. Così insabbiata, scruta attentamente e pazientemente ciò che la circonda per scovare un
possibile avversario o per sorprendere qualche preda che cattura con i tentacoli armati di ventosa e
che divora smembrando con le forti mascelle a forma di becco di pappagallo.
La strategia della seppia illumina, a grandi linee, il tipo d'approccio discorsivo cinese, il quale
nel suo rapportarsi alla realtà cerca principalmente di ottenere un controllo indiretto sulle cose. Le
parole mascherano il proprio modo di procedere; paiono riluttanti come chi attraversa un torrente in
inverno. Non danno mostra
di sé; si mostrano esitanti come chi teme ciò che gli sta attorno. Gli enunciati si fanno sottili,
involuti, sinuosi, aggiranti, rifuggono l'eccessiva semplicità (anche laddove questa sarebbe
possibile); in tal modo evocano indirettamente significati impliciti e rendono l'impatto del messaggio
più corrosivo. Gettano esche tra le righe, per sottintendere; oppure false esche per confondere,
disorientare, sfiancare l'interlocutore in modo da poterlo sorprendere, mantenendo, al contempo,
impenetrabile l'accesso al fondo del pensiero di chi le pronuncia e insondabili le proprie intenzioni.
Rispettose come un'ospite e modeste come un ciocco di legno non scolpito, le parole si fanno come i
colori tenui di un tramonto e lasciano scivolare significati offensivi nelle più delicate insinuazioni e
allusioni. Le allusioni, inoltre, tastano l'animo dell'avversario, indovinano il suo sentire attraverso le
espressioni del volto che gli suscitano.
È in gioco l'arte di consegnare al falso l'apparenza di vero, al vero quella di falso. E il gioco si
dissimula, poiché giocare a carte scoperte non lascia l'interlocutore in sospeso, in incerta
aspettazione. Una sorta di saggezza pratica.
Eppoi, detta alla spiccia, non è forse più facile catturare un uccello che si muove dritto, rispetto a
quello che devia in continuazione? O, per usare l'aneddoto di Zhang Sanfeng, il fondatore
semileggendario dell'arte del taijiquan, il movimento flessibile, spiraleggiante, circolare, del
serpente non ha la meglio su quello rettilineo e rigido della gazza durante il combattimento?
Questa logica aggirante è un modo d'approcciare un oggetto di discussione o d'indagine in modo
non frontale. L'oggetto non viene posto di fronte al soggetto, ma all'interno di una serie di movimenti
concentrici che mirano a serrarlo sempre più da vicino, come avviene nell'antichissimo gioco di
strategia chiamato weiqi (e più noto in Occidente come go, nella terminologia giapponese)5. Il
weiqi, al contrario del gioco degli scacchi diffuso in Occidente, non procede per traiettorie lineari,
ma aggiranti (come il termine wei indica): la finalità è accerchiare completamente le pedine
dell'avversario e impedire di essere accerchiati. Il principio strategico del weiqi è, insomma, non
annientare l'avversario, mettendo a repentaglio pedine preziose o prostrando altre posizioni, ma
spossessarlo della sua capacità difensiva, accerchiandolo, minandolo all'interno, frustrandolo,
paralizzando i suoi movimenti e impedirgli di poter agire prima ancora che la battaglia si squaderni.
Il weiqi illustra, a livello strategico-militare, come allo scontro frontale delle falangi (scacchi)
schierate in battaglia, il pensiero cinese abbia da sempre preferito l'attacco indiretto, trasversale,
obliquo che evita in tutti i modi lo scontro frontale con l'avversario, poiché troppo distruttivo e
pericoloso.
Un tale approccio indiretto, destrutturante, aggirante, discreto, al mondo è forse meno
comprensivo e coercitivo di quello diretto e assediante?
Il combattimento argomentativo cinese persegue l'imprevedibilità da contrapporre di volta in
volta all'interlocutore. Questi non saprà come rispondere o difendersi da chi gli prospetta modalità e
situazioni sempre nuove. Insondabile, non offrendo all'interlocutore alcuna identità o postazione
precisa, l'attacco indiretto lo disorienta, facendogli sciupare preziose energie nel tentativo di
determinarla.
Attacco indiretto significa, allora, oltre che un attacco di fianco, anche un attacco straordinario,
imprevedibile, sotterraneo, allusivo, che colpisce il lato sguarnito del contendente; significa adattarsi
in modo flessibile al ritmo del contendente, in modo che la potenza d'attacco risulti inesauribile: se si
viene attaccati indirettamente, per renderlo innocuo gli si risponde con un'allusione più diretta; se
non attende l'attacco, allora lo si attacca; se lo attende, non si attacca; se ci attende a destra, si giunge
a sinistra; se ci attende a sinistra, si giunge a destra; se ci crede in difficoltà, ci si mostra vigorosi; se
ci crede vigorosi, ci si mostra in difficoltà6.
Il compito è di esaurire l'energia dell'avversario con la non resistenza, per conservare, al
contempo, la propria nello scontro finale. In tutte le arti cinesi - siano esse marziali, argomentative,
estetiche, culturali, musicali, sociali, etc. - l'importanza di questo principio è mostrato dal valore
dell'allusione7. Lasciando qualcosa d'inespresso, la mente dell'interlocutore è invitata a completare
l'idea. È la stessa situazione che si ha davanti ad un grande capolavoro di arte cinese - con la sua
apparente incompletezza fatta dal pieno del tracciato e da ampi spazi bianchi che lo circondano - che
rapisce l'attenzione fino al punto in cui sembra di entrare a farne parte, riempiendolo con la misura
della nostra emozione estetica.
Questa visione allusiva è profondamente debitrice verso l'idea taoista del vuoto (xu ), per cui
nel vuoto si trova la vera essenza di ogni cosa che opera nel mondo, banco di prova delle teorie
taoiste.
Varie metafore illustrano la centralità del vuoto in azione. Il flauto produce la sua melodia grazie
alla sua cavità e ai fori. L'utilità della ruota di un carro sta nel foro del mozzo che accoglie l'asse.
L'utilità di una stanza sta nello spazio vuoto delle porte e delle finestre; quella di una brocca risiede
nel vuoto che può contenere l'acqua, non nella forma o nel materiale di cui è foggiata. Un pozzo dà
l'acqua solo grazie alla sua profonda apertura. Ciò che fa lavorare il mantice non è il legno, le sbarre
o il cuoio, ma lo spazio che vi è in mezzo. Senza quel vuoto, che si espande e si contrae, il mantice
non potrebbe alimentare la fornace.
Questo approccio indiretto, questo parlare per sottintesi, tipico del carattere cinese, è il connubio
idealizzato dalla tradizione sinica tra una società nella quale i diritti personali e la protezione legale
hanno da sempre avuto poche garanzie e la cognizione per cui l'allusione che s'insinua nel discorso
dà più slancio all'invettiva, ne potenzia l'effetto. In una società nella quale, da sempre, scottarsi le
dita una sola volta poteva già essere un guaio piuttosto serio, il Cinese ha sviluppato una forma
d'autoprotezione fatta di prudenza, attenzione e riserbo. In altri termini, la costrizione della censura
che impedisce di esprimersi direttamente ha reso il Cinese «curvo» fuori; ma la volontà di
preservare il proprio equilibrio e la propria integrità lo ha mantenuto «dritto» dentro8. Dunque, non
solo un evitar di dire direttamente poiché pericoloso, ma un non poter fare altrimenti in forza di
quella comprensione d'antica data per cui: se le critiche sono espresse direttamente si esauriscono
nell'immediato, «in prima battuta», mentre se espresse in modo obliquo, diventano inesauribili,
poiché vi è in esse «racchiuso un ricco senso implicito»9. Un modo per dire che se la parola tende a
torcersi, a serpeggiare, il senso invece colpisce il centro, va dritto al destinatario. In questo senso,
l'insulto si fa nobile arte: l'attacco verbale obliquo detiene quel surplus che sfocia in un al di là di
senso che spinge a scrutare più oltre.
E questo apre a nuove piste.

4. La presente traduzione.

Di ritorno nel 1926 da un soggiorno di studio presso l'università americana di Harvard, Liang Shiqiu
curò per qualche tempo il Supplemento letterario (fukan ) del quotidiano «Shishixinbao»
di Shanghai.
In tale Supplemento scrisse, e incoraggiò altri a scrivere, un certo numero di libelli satirici, che
variavano dall'ironia all'invettiva, alla denuncia allusiva, nei quali si prendevano di mira tutte quelle
istituzioni ed establishment che non brillavano come esempio di rettitudine e correttezza.
Più tardi Liang Shiqiu raccolse i suoi pezzi e li pubblicò sotto lo pseudonimo di Qiulang nel
volumetto dal titolo La nobile arte dell'insulto (Marendeyishu ), di cui il presente lavoro
offre la traduzione integrale condotta sull'originale cinese.
L'operetta è divenuta un classico della libellistica contemporanea cinese tanto che l'espressione
«nobile arte dell'insulto» è entrata nel linguaggio d'uso quotidiano. E un sorriso beffardo aleggia
sempre sul volto di chi la pronuncia.
Nonostante la sua notorietà in Cina, in Occidente questo manualetto è praticamente sconosciuto.
Negli anni Trenta fu tentata una traduzione, parziale e infelice, da parte di William B. Pettus, un
educatore missionario americano che durante la Seconda guerra mondiale fu a capo del California
College of China a Berkeley.
La traduzione fu stampata privatamente (presso la tipografia The Aule di William M. Cheney, nel
mese
di marzo del 1936) in poco più di 300 copie che circolarono principalmente tra gli amici del
traduttore e i membri del Roxburgh Club, un'associazione di bibliofili di San Francisco.
Possiedo un esemplare di questa traduzione introvabile. Ma, ammetto, non è servita a un granché,
in quanto, come si diceva, è parziale e non proprio felice: diverse frasi sono state inspiegabilmente
espunte, in quelle rimaste non vi è stato il minimo sforzo nel far risaltare la briosa verve ironica
della scrittura di Liang Shiqiu. Per stessa ammissione del traduttore, che nelle sette righe del
colophon scrive: «Le sottigliezze della lingua cinese, le classiche allusioni sono andate pressoché
irrimediabilmente perdute [nella traduzione]».
La scrittura di Liang Shiqiu nella Nobile arte dell'insulto è ad alta concentrazione semantica,
costruita come un'entità perfettamente armonica ed equilibrata d'elementi fonetici, ritmici e sintattici.
Nella presente traduzione si è cercato di mantenere il più possibile la struttura fortemente ellittica
del testo, di conservare il sapore dell'originale cinese e di non sciogliere del tutto le ambiguità di
senso (cercando all'occorrenza di chiarire con note a piè di pagina, sempre a cura del Traduttore).
Di fronte a questi casi, naturalmente, la traduzione è in sostanza sempre un modo personale di
leggere il testo e di comunicare, con tutte le implicazioni della comunicazione letteraria, il risultato
della propria esperienza di lettura.

Nota biografica

Liang Shiqiu (Pechino 1902 - Taipei 1987) dopo aver concluso gli studi presso l'Università Tsinghua
di Pechino10, nel 1923 partì per gli Stati Uniti per un soggiorno-studio di tre anni. Tornato in Cina
cominciò il suo insegnamento presso diversi centri universitari e ricopri diversi incarichi di spicco
sino al 7 luglio del 1937, giorno d'inizio della guerra di resistenza contro l'occupazione giapponese.
Dopo il ritiro delle truppe nipponiche, nell'autunno del 1945 riprese il suo insegnamento
all'Università Normale di Pechino. Ma già nel dicembre del 1949, all'indomani della fondazione
della Repubblica popolare cinese proclamata da Mao Zedong, si trasferì a Taiwan, ove insegnò al
Dipartimento di Lingua Inglese presso la Scuola Normale Superiore di Taipei (oggi Università); più
tardi fu nominato Decano dell'Accademia delle Arti di Taipei, dove continuò la sua docenza sino alla
quiescenza nel 1966.
Liang Shiqiu non fu solamente un importante letterato e lessicografo che influenzò con il proprio
pensiero generazioni di studiosi del suo Paese, ma anche un grande traduttore che per oltre
quarantanni si dedicò alla traduzione in lingua cinese dell'opera completa di Shakespeare, portata a
compimento una decina di anni prima della morte.
Premessa
Dall'antichità ai giorni nostri, in Cina come altrove, senza dubbio, non c'è mai stato qualcuno che,
almeno una volta nella sua vita, non abbia sentito l'esigenza di insultare un suo simile.
L'insulto si fonda sul principio etico per cui ci si dovrebbe rendere conto se una persona meriti o
meno di essere insultata.
Per tale ragione si rifletta almeno un istante prima di insultare qualcuno. Questo è il principio
generale.
Parimenti la consapevolezza del principio etico dell'insulto, rende necessario offrirgli spazio.
Chi merita di essere insultato?
Chi non merita di essere insultato?
Questa è l'alternativa.
L'intento di questo modello fondamentale di scelta è talmente etico che chiunque lo segue sino in
fondo giunge a sentire necessità alcuna di insultare chicchessia11.
L'insulto può essere anche un modo per dare libero fiato ad un certo tipo di emozioni. Se dentro
di sé montano emozioni di risentimento o di rabbia, a maggior ragione tale sfogo è ancor più
indispensabile.
Reprimendo costantemente il desiderio di insultare il prossimo, infatti, prima o poi la salute ne
risente sviluppando malanni.
Perciò che male ci sarà mai nel nutrire tale desiderio?
Purtuttavia l'arte dell'insulto richiede un alto livello di risolutezza e di profonda abilità mentale;
non significa che ognuno possa fare tutto ciò che gli pare e persino parlare in modo sventato.
Chi si ostina e persiste oltremisura nell'insultare e schiaffeggiare a maleparole il proprio
interlocutore, con ogni probabilità sarà da questi trascinato e soverchiato in un'aula di tribunale;
oppure, come minimo, sarà a sua volta insultato.
Tali situazioni incresciose mettono in luce la totale negligenza verso i principi dell'abilità
d'insultare.
D'ora innanzi tenterò di considerare e illustrare la nobile arte dell'insulto, affinché tutti quanti ne
possano fruttuosamente disporre.
Quale soccorso può dunque offrirci questa nobile arte?
I. Conoscere se stessi, conoscere gli altri

L'insulto riecheggia il combattimento a mani nude.


Innanzitutto, quando si vuole assestare un bel destro al proprio avversario, è indispensabile
tenere in conveniente considerazione il grado della nostra forza.
Inoltre, possiamo permetterci il lusso di parare il colpo del nostro contendente, oppure no?
La conoscenza di questa regola vale anche nell'arte dell'insulto.
Per esempio, prima di insultare il nostro rivale con vaticini di morte ci si dovrebbe perlomeno
rendere conto che lui potrebbe fare esattamente lo stesso.
Si distolga, dunque, l'attenzione da sproloqui talmente sperticati e inconcludenti!
Volendo additare il nostro avversario quale dissoluto avvinazzato, scapestrato giocatore
d'azzardo, habitué di postriboli e altre lusinghe del genere, dovremmo dapprima ponderare
prudentemente se noi stessi non siamo da meno. Poiché se così fosse, con una o al massimo due
parole, saremmo
rispettosamente ripagati con la stessa moneta. Ritrovandoci in una situazione non certo delle più
confortevoli.
Tutto ciò per dire che se si volesse apostrofare il nostro avversario proprio con alcune di quelle
magagne che prendono dimora pure in noi, dovremmo invece guardarci bene dal farlo.
Altrimenti per quanto tempo non disporremmo d'altra alternativa se non quella di condividere
amorevolmente con il nostro simile tale florilegio di lusinghe?
II. Non insultare chi non è al nostro livello

Lanciandosi nella competizione verbale, è indispensabile che la persona prescelta per le nostre
contumelie sia di rango poco superiore al nostro. Una persona siffatta potrebbe essere, per farla
breve, qualcuno dall'eloquio probabilmente poco più brillante del nostro, oppure qualcuno che gode
di gran prestigio sociale ma la cui abilità argomentativa è infinitamente al di sotto della nostra.
Si eviti accuratamente, invece, di insultare quelle persone dalla cattiva reputazione, quelle il cui
aspetto lascia intuire una reazione incivile, gli incolti del tutto sprovvisti di destrezza argomentativa
e sui quali la nostra superiorità è palesemente schiacciante. Sarebbe da emeriti mentecatti andarsi a
ficcare in tali situazioni alquanto sconvenienti12.
Se invece la persona da insultare è qualcuno dalla mente di specie superiore, allora si tema
seriamente il rischio che egli c'ignori e non dia la minima importanza alle nostre offese13.
Ma se, malauguratamente per lui, dovesse commettere l'imprudenza di rimbrottarci, allora si
sappia che da quel momento in poi la disputa è aperta ed è possibile colpire nel segno con un
oltraggio calibrato.
Difatti, non appena dovesse commettere l'errore di offrirci il suo mancino, a quel punto è
possibile reggere il confronto con lui e cominciare a prevaricarlo con quelle tipiche ramanzine che si
fanno a chi è a noi sottoposto. Se lui dovesse ribattere, rampognandoci a sua volta, un ascoltatore si
renderebbe probabilmente conto che noi siamo gli aggressori, ma questo non c'impedirebbe di
continuare a battere la strada intrapresa senza perdere la faccia.
Se, al contrario, il soggetto dei nostri insulti fosse una persona priva di reputazione e noi ci
accanissimo su lui impietosamente, dovremmo tenere conto che più s'insulta un tale tipo d'individuo e
più questi si compiacerà di se stesso. La regola è: insultando pubblicamente un individuo privo di un
qualche valore o privo di reputazione lo si rende celebre e degno di un qualche credito.
Non è forse vero che più si parla d'ingiustizia e più questa si diffonde a macchia d'olio?
III. Sapersi fermare al momento giusto

Qualora ci si trovi ad apostrofare una persona che gode d'una certa notorietà pubblica e questi
dovesse ribattere prendendoci a rampognare e vilipendere a sua volta, questo è il momento giusto per
fermarsi. La circostanza non è adatta per passare nuovamente all'attacco.
Nel qual caso invece si continuasse caparbiamente ad insultare ed a fronteggiare faccia a faccia
un tal avversario, l'unico risultato certo che conseguiremmo agli occhi dei presenti sarebbe quello di
metterci in ridicolo o di essere guardati con indifferenza, se non con disprezzo.
Qualora, invece, ci si trovi ad insultare una persona di nessun conto, priva di ogni importanza, si
dovrebbe perseverare fino al punto in cui questi non è più nelle condizioni di ribattere a sua volta.
Questo è il momento giusto per fermarsi. Non è più il caso di continuare ancora a dargli addosso.
Oltrepassando invece quel punto, ossia continuando caparbiamente a metterlo sotto torchio,
l'unico risultato certo che conseguiremmo nei presenti sarebbe quello di essere considerati dei sadici
aguzzini che provano piacere nel tiranneggiare i più deboli.
IV. Colpire di fianco, attaccare obliquamente14

Dar del «ladro» a chi ci ha rubato qualcosa oppure dar del «bandito» a chi ci ha derubato sono modi
troppo grossolani per condurre una controversia.
In questi casi, per biasimare pubblicamente qualcuno in modo veramente incisivo è conveniente
innanzitutto avvalersi dell'arte del vuoto e del pieno, del velo e del riflesso, del far risaltare di
traverso e dell'insinuare indirettamente, del colpire di fianco e dell'attaccare obliquamente15.
Ciò significa che fin dall'inizio ci si dovrebbe mostrare, in modo convincente, comprensivi con
quella tal persona, giungendo persino ad essere, in modo prudente, prodighi di espressioni rispettose
e di apprezzamento. Pur senza esagerare16.
Conducendo cosi abilmente il discorso, l'effetto finale dell'arte dell'insulto sarà tutt'altro che
stemperato: l'enfasi posta sulle nostre parole accentuerà l'impressione a chiunque ci ascolti che si
stia parlando soltanto di cose veraci e inconfutabili. Gli uditori giungeranno a farsi un'idea di noi
talmente favorevole da considerarci persona indulgente e magnanima.
Giunti a questo punto cruciale, sarà sufficiente una sola parola per farla finita. Ed il nostro
interlocutore si ritroverà - per dirla con le parole del carnefice - col rasoio puntato al gargarozzo!
V. Contegno pacato

Nell'arte dell'insulto è d'estrema importanza bandire l'agitazione, avere un gran sangue freddo. Una
parola inappropriata, un volto paonazzo, muscoli contratti, vene che sporgono a fior di pelle dal
troppo pulsare, una voce che all'improvviso si fa collerica e litigiosa: questi sono gli elementi
distintivi di uno sconsiderato17, stucchevoli vezzi da mercato, modi dozzinali da vecchia bisbetica.
Tutto ciò non è degno neppure lontanamente di essere chiamato insulto.
Senz'ombra di dubbio, l'esperto nell'insulto possiede un contegno pacato e composto. Il modo di
comportarsi di chi appare serenamente distaccato dalle circostanze.
Per l'uomo ottuso, invece, ha ragione chi, anche se privo d'ogni contegno, sbraita più forte
dell'altro; oppure reputa vincente chi svetta per sfrontatezza, insolenza e villanie di bassa lega.
Questo è ciò di cui si capacita il privo d'ingegno.
Al contrario, il campione nell'arte dell'insulto occulta il proprio gioco finché il contendente non
ha raggiunto uno stato di totale spossatezza. Sino a quel momento si limita a provocarlo con
disinvoltura, contraccambiando l'insulto con una parola pacatamente ironica; e, così facendo, invita
l'avversario ad abbandonarsi ancor più a ruggiti selvaggi. Mentre questi cade preda ad un accesso di
collera incontenibile, lui allora attende con pazienza, senza rispondere, per non arrestare il corso di
quel torrente in piena. Si limita a sorridere sardonicamente, senza proferir parola. Tiene d'occhio
l'energia del rivale che via via dissipa, mentre lui garantisce la conservazione della propria18.
Nel momento in cui questi è completamente esausto, lui replica con poche parole, che come
punture d'aghi provocheranno uno spargimento di sangue19!
VI. Servirsi di espressioni e maniere eleganti

Quando si rivolgono critiche a qualcuno, bisogna farlo in una lingua infinitamente sottile il cui senso
rimanga implicito.
Conviene evitare che l'avversario si renda conto fin dalle prime parole che lo si sta criticando: è
solo al termine di un certo tempo di riflessione, a poco a poco, che questi giunge a prendere
consapevolezza che le parole rivoltegli erano tutt'altro che benevoli.
Lo si metta a suo agio, cosicché il suo viso dapprima sorridente, viri poi dal bianco al rosso, dal
rosso al violaceo, infine dal violaceo al grigio plumbeo.
Questo è il più alto grado nell'arte dell'insulto.
Desiderare di conseguire un tale livello di destrezza significa sviluppare un'acuta osservazione
dell'interlocutore, scegliere i vocaboli appropriati20.
È assolutamente importante non sentire necessità alcuna di scadere in maniere spregevoli o in
espressioni e citazioni scurrili. Di converso, si dovrebbe essere generosi, e non avari, di maniere,
espressioni e citazioni eleganti: non corrono mai il rischio di essere stonate o stridenti all'orecchio.
Questo per dire che la forbitezza in modi ed espressioni è la prima cosa importante da realizzare.
Quando si rivolgono insulti al nostro interlocutore è poi assolutamente indispensabile non avere
alcuna necessità di coinvolgere la moglie o qualcuno dei suoi parenti, e nemmeno passare ad
argomentare o sottolineare in qualche modo l'aspetto fisico della sua persona.
Insultare l'avversario sino a giungere al punto in cui i suoi elementi fisici assurgono ad argomento
e campo d'azione del nostro attacco significa aver giocato prematuramente il nostro asso nella
manica, alla prima mano.
A che argomento infatti si potrà mai ricorrere per togliersi d'impaccio e rovesciare il corso della
disputa nel caso in cui questa dovesse volgersi al peggio?
Per questo, quando si rivolgono critiche a qualcuno, è opportuno essere estremamente prudenti
nel tirare in ballo le persone in rapporto di parentela col nostro avversario. Anche perché una delle
inevitabili conseguenze è quella per cui non saremo da lui certo dispensati dall'essere
contraccambiati con la stessa moneta.
A quel punto, come sarà possibile criticare il nostro avversario dovendoci misurare ad armi pari
l'uno contro l'altro?
Non vi è molto da scegliere tra due contendenti che si trovano nella situazione ove i rapporti di
forza sono, come si dice, sei dell'uno e mezza dozzina dell'altro!
Nell'attesa del momento opportuno per muovere le nostre critiche è conveniente e appropriato far
piazza pulita dell'esigenza di ricorrere a tutti quei termini tesi a sminuire in modo esplicito il nostro
interlocutore. Si rischia di creare una situazione imbarazzante.
E più conveniente usare toni educati e modi cortesi anche se il nostro interlocutore è l'apoteosi
dell'uomo meschino e abietto. Ciò non significa che ci si deve rivolgere a lui con l'ossequio che si
rende ad un «Maestro»21, ma significa che più l'insulto è ammantato di cortesia e forbitezza più, per
conseguenza, acquista vigore.
Per insultare in modo incisivo è buona regola servirsi, all'interno delle nostre repliche, di pezzi
d'affermazioni del nostro interlocutore. Appropriandosi delle sue stesse armi non solo si mette
l'avversario in una posizione davvero scomoda, ma ci si rende in grado inoltre di mitigare
notevolmente la portata di insulti che aveva precedentemente lanciato al nostro indirizzo.
In tutto ciò si faccia un uso moderato del linguaggio comune, giacché il linguaggio comune perde
la propria energia in prima battuta. Questo non vale per le maniere eleganti e le espressioni retoriche
della letteratura classica nel cui carattere deviato è racchiuso un ricco senso implicito.
VII. Ritirarsi per avanzare22

Qualora schierandosi di fronte all'avversario pronti a prenderlo a vituperi, ci si accorgesse di avere


punti deboli facilmente colpibili oppure di trovarsi in una situazione svantaggiosa nella quale saremo
battuti, è particolarmente opportuno esordire dichiarando tutto ciò in modo risoluto. Si ammettano
queste lacune candidamente, senza imbarazzo.
L'avversario, neppure scusandosi o confessando che sta sbagliando, potrà cosi accanirsi su tali
carenze apertamente dichiarate23.
Dichiarando fin dall'inizio, in modo aperto e garbato, i propri punti deboli, è come se questi
fossero sottratti alla vista, eclissati dietro una cortina fumogena.
Da quel momento, gli equilibri di forza tra le due fazioni opposte sono completamente ristabiliti.
Di seguito, senza darlo a vedere, ci si faccia incalzanti, in modo da far serpeggiare la disputa
verso argomenti in grado di angustiare il nostro contendente. Ma nel farlo, non si assuma
l'atteggiamento di chi si compiace di se stesso. Non si esageri, dando spettacolo con comportamenti
iperbolici. Ciò che veramente conta è comportarsi in modo misurato e sobrio.
Con padronanza di sé, ci si pieghi, fingendo un'aria dimessa. Con un tale contegno s'impedisce
che sia l'avversario a sottometterci24. Tale risoluta modestia nel giocare la discussione in tono
minore conquista la benevolenza degli uditori, che non si attarderanno certo a considerarci persona
morigerata e leale25.
Ma qualora s'avesse remora nel rivestire tale contegno dimesso, si diverrà ben presto facile
preda dell'avversario, al quale saranno sufficienti un paio di insulti per redarguirci con sarcasmo. E
la situazione facilmente degenererà in una di quelle tipiche risse da strada nelle quali uno dice
«buono» e l'altro «cattivo», uno dice «dritto» e l'altro risponde «storto». E non si stanerà più un
ragno dal buco.
Di conseguenza s'insulti l'avversario a bassa voce, con stile dimesso.
In ciò consiste il cosiddetto «Ritirarsi per avanzare».
VIII. Presupporre e stare in agguato

Sulle invettive che il nostro avversario vibra al nostro indirizzo si dovrebbe avere un controllo tale
da poterne smorzare l'effetto. Stando in guardia e tenendo sotto scrupolosa sorveglianza ogni singola
parola oltraggiosa che ci ha rivolto è possibile anche utilizzarle a nostro vantaggio, manipolando tali
parole in modo da ritorcerle contro di lui.
Cercando di prevedere quale tipo di critiche potrebbe indirizzarci e, con circospezione, tenendo
gli occhi aperti su tutti i possibili punti di vista sull'argomento della disputa, è molto probabile che,
ancor prima che faccia in tempo a dirigerci le sue critiche, si riesca ad aggirarlo mettendolo in seria
difficoltà biasimandolo apertamente26.
In questo gioco d'attenzione, si dovrebbe rilevare se per caso, in precedenza, il nostro avversario
ci ha diretto delle ingiurie che hanno però mancato il bersaglio.
Questo è fondamentale per cominciare a tendergli un'imboscata.
Facendogli notare e rimproverandogli apertamente questa sua défaillance si comincia a mettere in
scacco il nostro avversario. Nel tentativo di difendere ciò che ha detto, egli cercherà di replicare
ricorrendo a tutte le armi che ha a disposizione. Così facendo apre la pista alla nostra offensiva.
Dapprincipio, con squisita gentilezza, senza essere precipitosi, si cominci a confutarlo,
demolendo implacabilmente le fondamenta di quelle sue affermazioni che non hanno colto nel segno.
Successivamente, si metta in luce che le sue inutili repliche sono come le cartucce che ha sparato a
vuoto per difenderle. Il nostro interlocutore sarà a quel punto accerchiato e completamente privato
d'ogni risorsa per contrattaccare.
IX. Fare molto con pochi argomenti

Quando di fronte ad un avversario meritevole di essere insultato gli argomenti a disposizione


scarseggiassero, oppure l'offesa che si ha per mano non fosse sufficientemente incisiva, oppure la
conoscenza dei suoi punti deboli non fosse tale da poter sferrare immediatamente un'offensiva, allora
è il caso di considerare gli argomenti e i metodi trattati in questa sezione, in modo da poter procedere
durante la disputa nel seguente modo.
Dapprima ci si accosti all'avversario con un comportamento all'apparenza sincero in modo tale
che egli non possa accorgersi che stiamo divergendo il tema della discussione in un altro contesto,
nel quale ci troviamo a nostro agio e di cui siamo competenti.
Lo si conduca sino a quel punto critico adescandolo con argomenti e scambi di vedute garbate.
Una volta lì giunti, si cominci a rivestire i propri argomenti di una forma logica e puntuale, da
tutti i punti di vista, istigando l'interlocutore a pronunciare ragionamenti illogici o argomentazioni
approssimative, oppure mettendolo nella condizione di pronunciare tesi soddisfacenti dal punto di
vista della coerenza logica, ma palesemente false e inconsistenti!
A quel punto l'avversario è pronto ad essere messo sotto torchio aspramente. E l'insulto potrà
spingersi nella spremitura del suo corpo, finché non sia stato completamente scuoiato!
Insomma, partendo con pochi argomenti di discussione, si è gradualmente arrivati a prendere in
pugno la situazione.
X. Allearsi ai lontani per attaccare i vicini27

Quando sorge una disputa, di regola, non si dovrebbe insultare nello stesso tempo più di un singolo
individuo o, se proprio necessario, di una singola categoria d'individui. Si dovrebbe coinvolgere
direttamente solo il proprio contendente. Altrimenti ci si ritroverebbe a dover fronteggiare troppi
avversari alleati insieme contemporaneamente.
Se è assolutamente necessario tirare in ballo molte persone, allora si dovrebbe persuaderle
dichiarando pubblicamente che lo si fa poiché si ha a cuore l'interesse collettivo. Ma se questo
tentativo dovesse andare a vuoto, si può star certi che ci si ritroverà completamente travolti da una
tale incontenibile valanga d'insulti sotto la quale, con ogni probabilità, si rimarrà sepolti vivi.
Conclusione
La nobile arte dell'insulto consiste nel tenere a mente e nell'abilità di utilizzare al momento opportuno
le sopraddette dieci regole.
Nel confezionare il presente catalogo non è stato seguito un determinato ordine, giacché queste
regole vanno adoperate secondo necessità.
L'intento di questa breve trattazione è quella di offrire un generale aiuto a tutti coloro che
vogliano trarre vantaggio in una disputa, illustrando in modo sintetico come sia possibile sviluppare
la tecnica dell'invettiva nei suoi vari aspetti.
Gli appassionati dell'insulto dovrebbero ponderarla con attenzione. Anche coloro che vogliono
difendersi da invettive d'ogni genere dovrebbero prestarvi la medesima attenzione, poiché, di fatto,
comprenderebbero la psicologia di chi insulta e le modalità dell'insultare.
Uno sguardo attento mette a nudo tutto ciò. E strappa il velo sugli inganni che tramano dietro le
quinte.
1)
L'arte della guerra cinese non insegna forse a trionfare potendo fare a meno del
combattimento? In uno dei testi originari della filosofia taoista, il Daodejing, al
cap. LXVIII si legge: «Colui che vince perfettamente l'avversario non s'impegna
nel combattimento». A cui fa eco uno dei più antichi maestri dell'arte della guerra,
laddove afferma: «Chi riporta cento vittorie in cento battaglie, non è il più abile in
assoluto; mentre chi sottomette le forze avversarie senza nemmeno dar battaglia è
il più abile in assoluto» (Sunzi bingfa, cap. III). ↵
2)
Una nota massima della tradizione dei samurai recita: «La padronanza di una
qualsiasi arte si manifesta in ogni gesto quotidiano nell'uomo che l'ha raggiunta».

3)
Cfr. regola V, Contegno pacato. ↵
4)
Il carattere qia etimologicamente ricorda che la perfetta tempestività è
qualcosa che dev'essere avvertita nel proprio cuore. Il carattere è, infatti,
composto sul lato sinistro dal segno che sta per cuore-mente ( xin), una sorta di
complesso psicosomatico; sul lato destro c'è la fonetica che significa «unione»,
«armonia» (la formazione triangolare indica l'unione dei due lati). La tempestività
significa armonia con le circostanze e in accordo col proprio cuore, senza indugio.
Poiché si sa: l'abitudine a indugiare annienta l'abitudine a decidere. ↵
5)
Il weiqi fino a decenni a noi vicini fu considerato molto più che un semplice gioco,
ma una vera e propria arte marziale, una via di perfezionamento e di disciplina
psicologica. Un gioco che contiene l'essenza della mentalità strategica cinese
come si ritrova nel testo d'arte militare I 36 stratagemmi (a cura di G. Magi, Il
Punto d'Incontro, Vicenza 2004 2, Presentazione di F. Battiato). Gli elementi della
tradizione filosofica, sociale, militare cinese antica sono confluiti in questo gioco di
strategia, nel quale trovano la forma più alta di codificazione astratta. Non è un
caso che gli strateghi, i grandi generali e gli uomini colti amassero trascorrere il
loro tempo libero nel giocare su questo tavoliere che rappresenta l'intero universo,
sia a livello spaziale sia a livello temporale. ↵
6)
È in sostanza la logica esposta nello stratagemma VI, Clamore a Oriente,
attacco a Occidente, de I 36 stratagemmi cit., pp. 61 sgg ↵
7)
La sottigliezza psicologica dell'allusione è una way of life della diplomazia cinese.
Prendendosela con qualcuno assente, indicando gli errori di qualcuno vissuto
magari mille anni prima, l'ascoltatore intravede un'allusione diretta a lui e ne trae le
dovute conclusioni senza che questo provochi scontri diretti. Si è data trattazione
di questa metodologia nell'analisi dello stratagemma XXVI, Additare il gelso per
maledire la sofora, de I 36 stratagemmi cit., pp. 205 sgg. ↵
8)
A tal proposito, nel Daodejing, cap. XXII, si legge: «Torcendolo, si conserva
integro e completo; curvandosi si mantiene dritto». ↵
9)
Cfr. regola VI, Servirsi di espressioni e maniere eleganti. ↵
10)
Dal 1949 l'Università Tsinghua si trasferì a Taiwan. ↵
11)
Lo humor paradossale di questa espressione di sapore taoista illumina, in filigrana,
come al raggiungimento di questa reale mitezza, marchio dell'uomo saggio, non si
pervenga scovando una qualche sanzione religiosa della condotta etica, ma
attraverso l'osservazione profonda e la conoscenza delle vicissitudini della vita che
smussano ogni angolosità dello spirito e conferiscono sublime ragionevolezza. ↵
12)
L'efficacia della modalità indiretta dell'arte dell'insulto, che lascia intendere ed
evita di dire, fa appello, ovviamente, alla partecipazione di un interlocutore in grado
di giungere a comprendere da sé l'apparenza discreta dell'insulto stesso, e dove
questo vuole andare a parare. Agli individui del tipo indicato dall'autore, privi di
una minima finezza di comprensione e in grado di intendere solo le spicce
sgarberie, sfuggirebbe completamente la sottigliezza dell'insinuazione,
dell'eufemismo. E proprio per questo si creerebbero «situazioni alquanto
sconvenienti» nelle quali è inopportuno avventurarsi ↵
13)
Tale uomo riecheggia l'autentico cinico di tipo taoista. Una sua caratteristica è
l'estrema tolleranza, la quale nasce dal vedere la grande farsa della vita. E dalla
consapevolezza che la vita è una grande farsa, si genera in lui una sorta di
compassione cosmica. Ecco una ragione del capeggiare di polvere (chen ) e
sogno (meng ) tra i sostantivi eletti dai taoisti per descrivere la consistenza del
mondo. Ogni cosa, per quanto grandiosa o miserrima, presto si polverizza o si
dissolve. Per questo il cinico taoista non le prende sul serio, e sorride beffardo. ↵
14)
L'espressione ceqi che indica l'attacco laterale, l'attacco inclinato, in senso
figurato evoca il fare allusioni subdole. Si è scelto di tradurre con «attaccare
obliquamente» poiché ci sembrava che potesse evocare sia l'inclinazione
dell'attacco sia l'ambiguità del metodo discorsivo indiretto tipicamente cinese.
Nell'ambito della critica letteraria l'espressione idiomatica «colpire di fianco,
attaccare obliquamente» rinvia al metodo dell'ironia leggera, che resta alla
periferia del mondo visibile e che, per questo, conferisce un'aderenza alla realtà
che si vuole criticare, deridere o rimproverare. ↵
15)
Questa terminologia dell'alternanza degli opposti è propria della strategia militare
cinese: il vuoto indica il punto o il momento in cui l'avversario è sguarnito e non
può opporre resistenza all'attacco; il pieno indica il punto o il momento in cui
l'avversario può porre resistenza; il velo e il riflesso rimandano all'arte della
suggestione del linguaggio che, in base alle circostanze, sottrae alla vista o lascia
trasparire, ma pur sempre permette soltanto di lasciar intravedere. Nel par. 3 dell
'Introduzione si è cercato di fare luce sulla questione. ↵
16)
È noto che l'esaltazione, il generoso impiego di vocaboli elogiativi e l'uso dei
superlativi sono una branca dell'arte della menzogna. Esagerando, questa si rivolta
contro chi la pratica, smascherando i suoi intenti e facendogli perdere la faccia.
Inoltre, se i superlativi sono diretti ad una persona rozza e volgare, dunque magra
di comprendonio, ciò si rivela parimenti controproducente, poiché tale persona, non
cogliendo che le si sta usando cortesia, stimerà di averne diritto. Dunque, anche in
questo caso la moderazione è quanto mai d'obbligo. ↵
17)
Il termine reso con «sconsiderato» è guanfu . Questo termine prese piede
durante la dinastia Han (206 a. C. - 220 d. C.) per indicare chi, in preda ai fumi
dell'alcol, dopo essere stato offeso durante un banchetto presieduto
dall'imperatore, si abbandonava ad un'irriflessiva iracondia. Questo
comportamento impulsivo al cospetto dell'imperatore era ritenuto un oltraggio
imperdonabile. Lavato talvolta col sangue. ↵
18)
E in questione la tecnica taoista della «non-contesa» (bu zheng ): non
spendere le proprie energie, evitare di sforzarsi in modo innaturale per raggiungere
un risultato. ↵
19)
Nell'ambito della critica letteraria quest'espressione idiomatica rinvia al metodo
dello scherno epigrammatico, della beffa tanto arguta per quanto concisa. Un
metodo pungente che richiama con ironia la pratica dell'agopuntura: dopo aver
individuato gli agopunti distribuiti lungo i tessuti connettivali sottocutanei e nei
muscoli, l'agopuntore interviene su tali punti nevralgici infissando gli aghi e
stimolando cosf la regolazione delle correnti di energia vitale (qi ) e
influenzando le funzioni corporee. ↵
20)
Liang Shiqiu usa l'espressione cigu , che propriamente sono le note e i
commenti sulla poesia ci , una particolare forma di poesia scritta che prese
avvio durante la dinastia Liang Meridionale (502-557) seguendo la tradizione
dell'antico Classico delle Odi (Shijing ), consolidandosi sotto la dinastia Tang
(618-907) e sviluppandosi poi completamente sotto la dinastia Song (960-1279).
Giunse a toccare alti vertici nell'esprimere i complessi sentimenti che animano la
geografia intima della psicologia umana. ↵
21)
Il termine reso con «Maestro» è xianshen, colui al quale nella Cina
tradizionale si tributava il più. grande rispetto. Si veda, inoltre, la nota 5 di p. 21. ↵
22)
Il titolo della VII regola è la citazione di una nota massima bellica cinese: «La
ritirata è un modo per avanzare. Il saggio non combatte una guerra persa», una
metafora per illustrare, nel caso specifico, l'uomo d'ingegno, il quale riflette
attentamente, studia l'avversario, procede con quella prudenza e accortezza che
gli permettono di ritirarsi in tempo per poi riorganizzarsi. ↵
23)
L'immunità dagli attacchi dell'avversario, che questa candida ammissione
garantisce, si ottiene in forza di quanto esposto nella III regola: Sapersi fermare
al momento giusto, laddove si ricordava che non è saggio accanirsi su chi ha
deposto le armi e non è nelle condizioni di sostenere una disputa. Pena l'essere
pubblicamente considerato una sorta d'aguzzino che se la prende coi più deboli. ↵
24)
Qui l'autore riecheggia l'arte di risolvere i problemi in modo efficace che lo
stratega militare Sun Bin (ca IV sec. a. C.) definì «sottomettersi
temporaneamente per rafforzarsi». E uno dei lussi che si può permettere chi
domina se stesso e la propria arte. Un uomo realmente forte interiormente non ha
alcuna necessità di dimostrare la sua forza esteriore ad ogni occasione, soprattutto
laddove sarebbe controproducente farlo. È un assunto che fanno proprio i reali
praticanti di arti marziali. Assunto rimarcato dal precetto taoista: «Un guerriero
non è marziale. Egli non esibisce la sua prodezza». ↵
25)
La comunicazione all'apparenza loto profile ha, in realtà, in quanto non gridata,
un effetto dirompente che arpiona i cuori di chi ascolta, in quanto li induce a farsi
una rappresentazione di chi parla di persona morigerata e mansueta. Chi finge
modestia, proprio perché si piega all'interlocutore, si mette in risalto, balza in primo
piano. La morigeratezza e la cortesia in parole e azioni di uomini politici o religiosi
non esercitano forse sul popolo il più grande dei fascini, come una sorta
d'incantesimo? ↵
26)
Questo è un chiaro richiamo all'arte della guerra di marca taoista per cui la
strategia consiste nell'attaccare l'avversario nei suoi progetti tattici, a uno stadio
ideale, piuttosto che il suo esercito, con la forza fisica. Il campione di strategia è
colui che è sempre in grado di precorrere l'evoluzione del corso delle cose, di
posizionarsi a monte della loro determinazione. In tal modo, riesce a frustrare le
manovre del nemico non appena questi le ha ideate. ↵
27)
È la citazione del XXIII de I 36 stratagemmi cit., pp. 183 sgg., il cui principio
strategico delle alleanze temporanee è qui declinato nel combattimento verbale,
nel tentativo di accattivarsi («allearsi») l'opinione intellettiva o emotiva dell'uditorio
(«i lontani») o, quantomeno, di garantirsene la neutralità o di non farne
assolutamente l'oggetto delle nostre critiche. Solo in tal modo si ha campo libero
nell'attaccare il contendente («attaccare i vicini») senza tema del fronte unito
d'opinioni a noi malevoli degli uditori. ↵

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