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CHIMICA – cod.

068II - 6 CFU

Corso di Laurea Triennale in Ingegneria Gestionale

Docente: Prof. Sara Filippi


Dipartimento di Ingegneria Civile ed Industriale (DICI) – Sezione Chimica
Università di Pisa
Ufficio: primo piano - polo A – Largo Lucio Lazzarino, 2 56122 PISA
Email: sara.filippi@unipi.it

Collaboratrici del corso: Prof. Niccoletta Barbani – email: niccoletta.barbani@unipi.it


Ing. Miriam Cappello – email: miriam.cappello@ing.unipi.it

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Ricevimento: LUN dalle 15.00 alle 16.00 sul canale Teams del corso, dopo averne fatto richiesta
via e-mail al docente.
Il corso ha lo scopo di fornire le conoscenze di base della chimica per la comprensione delle relazioni
tra struttura e proprietà della materia.

Gli argomenti principali che verranno trattati sono:

La struttura dell'atomo e la tavola periodica

Il legame chimico
Il Corso di laurea in Ingegneria Gestionale prepara
Le proprietà dei gas ingegneri destinati a svolgere compiti di progettazione,
gestione e controllo dei sistemi e dei processi. Per
Le proprietà delle soluzioni liquide svolgere tale ruolo l’ingegnere gestionale deve disporre
di solide conoscenze di base ingegneristiche sulle quali
Le reazioni chimiche sono innestate competenze specifiche dei nuovi metodi
e tecniche dell’analisi gestionale, organizzativa ed
Termochimica delle reazioni chimiche economica in una visione d’insieme che assicuri la
coerenza delle scelte tecnologiche con la strategia
Cinetica delle reazioni chimiche aziendale e con il contesto del settore in cui opera
ciascuna organizzazione.
Elettrochimica
La teoria atomica e la
costruzione della
Tavola Periodica degli Elementi
IL MODELLO ATOMICO DI DALTON

Nel 1803 Dalton fornisce la prima argomentazione convincente sull’esistenza


degli ATOMI formulando la legge delle proporzioni multiple: se due elementi si
combinano per dare diversi composti, la quantità di un elemento si combina con
una quantità ben definita dell’altro in modo che il rapporto tra le quantità dei due
elementi sia esprimibile mediante numeri interi e, generalmente, piccoli.

Ogni elemento chimico è composto da microscopiche particelle dette atomi.


 Non è possibile creare o distruggere gli atomi in una reazione chimica.
 Tutti gli atomi di un medesimo elemento hanno le stesse proprietà.
 I composti si formano quando si combinano gli atomi di diversi elementi

Secondo il modello atomico di Dalton l’atomo è visto come una


particella indivisibile. Ben presto ci si rese conto che un simile
modello teorico di atomo non era in grado di spiegare i fenomeni
elettrici (che dovevano pur essere collegati alla natura
particellare della materia) e nemmeno la natura dei legami che Modello atomico di Dalton:
uniscono tra loro gli atomi per formare le molecole. l’atomo è una particella
indivisibile
IL MODELLO ATOMICO DI THOMSON

Nel 1897 Thomson, studiando i “raggi catodici”, una radiazione ottenuta


applicando una forte differenza di potenziale tra due elettrodi metallici
all’interno di un tubo di vetro sotto vuoto, dimostra che i raggi catodici sono
fasci di particelle elettricamente cariche, provenienti dagli atomi che
costituiscono l’elettrodo metallico. Queste particelle sono gli ELETTRONI.
Dal momento che gli atomi si comportano come particelle neutre, la presenza di
particelle dotate di carica negativa può essere spiegata solamente ipotizzando
che esistano nell’atomo anche particelle positive.
Thomson propone perciò un modello di atomo che prevede un’omogenea
distribuzione di particelle positive e negative, sparse come le uvette ed i
canditi nel panettone (modello atomico “a panettone” o “plum pudding model”,
visto che il dolce natalizio inglese con le uvette è il pudding e non il nostro
panettone).

Modello atomico a panettone di Thomson: l’atomo è


una particella neutra costituita da particelle negative
immerse in una matrice carica positivamente.

Thomson misura massa/carica di un e- (1906 Premio Nobel in Fisica)


carica/massa di un e– = -1.76  108 C/g
IL MODELLO PLANETARIO DI RUTHERFORD

Hans GEIGER Ernest MARSDEN

Ernest RUTHERFORD

1908:
la massa di un atomo
è concentrata nel nucleo
Nel 1913 il fisico neozelandese Ernest Rutherford propone un nuovo modello di atomo: il modello planetario.
Hans Geiger e Ernest Marsden, sotto la guida di Rutherford, eseguirono nel 1911 un esperimento che
consisteva nel bombardare una sottile lamina di oro con particelle alfa (costituite da due protoni e due
neutroni e dotate perciò di carica positiva 2+), prodotte da un materiale radioattivo.
Le particelle alfa erano dotate di un’energia cinetica sufficiente a permettere loro di passare attraverso la
lamina, come previsto dallo stesso Thomson.
L’esperimento, invece, dimostrava il contrario: la maggior parte delle particelle emesse dalla sorgente
radioattiva attraversava la lamina di oro ma, con grande sorpresa dello scienziato, alcune particelle venivano
deviate e altre ancora respinte dalla lamina.
L’ esperimento di Rutherford (1908 Premio Nobel in Chimica)

velocità delle particelle  ~ 1.4  107 m/s (~5% velocità della luce)

1. La carica positiva dell’atomo è concentrata nel nucleo


2. Il protone (p) ha carica opposta (+) rispetto all’elettrone (–)
3. La massa di p è 1840  massa di e– (1.67  10-24 g)
Rutherford capì, interpretando in modo geniale l’esperimento, che
l’atomo era sostanzialmente uno spazio quasi del tutto vuoto e che
la massa di un atomo doveva essere concentrata nel nucleo.
La maggior parte delle particelle alfa aveva attraversato la lamina
d’oro perché gli atomi che la costituivano dovevano presentare una
parte molto densa, il nucleo, molto più piccolo (circa 10.000 volte)
dell’atomo stesso.
Infatti, la gran parte delle particelle alfa che attraversava la
lamina non colpiva il nucleo, quelle poche che lo facevano venivano
deviate o respinte. Modello planetario di Rutherford
Rutherford propone perciò il modello atomico planetario, simile al
sistema solare: un nucleo denso, dotato di carica elettrica positiva,
attorno al quale ruotano, come i pianeti intorno al Sole, gli elettroni,
particelle dotate di carica elettrica negativa (modello planetario) in
orbite circolari.

Millikan misura la massa di un e- (1923 Premio Nobel in Fisica)


e– massa = 9.10  10-28 g
La presenza dei neutroni viene scoperta nel 1932 da Chadwick.
James CHADWICK
neutrone (n) è neutro (carica = 0)
1932: dimostra l’esistenza dei
massa n ~ massa p = 1.67  10-24 g neutroni
Gli ATOMI sono costituiti da particelle subatomiche
dette, elettroni, protoni e neutroni.
Protoni e neutroni si trovano nel nucleo, mentre gli
elettroni sono al di fuori del nucleo e si muovono su
orbite circolari.
Il disegno qui a lato è decisamente semplicistico.
In realtà il diametro atomico è dell’ordine di 10-10 m,
mentre il diametro del nucleo è dell’ordine di
10-14 m (10.000 volte più piccolo).

Particella Simbolo Caricaa) Massa [g]

Elettrone e¯ -1 9.109 x 10-28


Protone p +1 1.673 x 10-24
neutrone n 0 1.675 x 10-24

a) La carica è riportata come multiplo di quella del protone,


che nelle unità SI vale 1.602 x 10-19 Coulomb
LIMITI DEL MODELLO PLANETARIO DI RUTHERFORD

Il moto dell’elettrone è il risultato dell’equilibrio tra la forza centrifuga e la forza di attrazione


elettrostatica verso il nucleo.
Il modello di Rutherford presentava una forte contraddizione rispetto alla fisica classica: la teoria
elettromagnetica prevede, infatti, che quando una carica subisce un’accelerazione emette energia sotto
forma di onde elettromagnetiche.
Gli elettroni, essendo cariche elettriche in movimento, avrebbero dovuto emettere una radiazione
elettromagnetica, perdere progressivamente energia e collassare (precipitare) sul nucleo (teoria del
collasso), eventualità che nella realtà non si verifica.
IL MODELLO ATOMICO DI BOHR: LE ORBITE QUANTIZZATE

Il modello di Rutherford da un lato giustificava la struttura dell’atomo e dall’altra ne decretava


l’instabilità. Questa contraddizione venne risolta nel 1913 dal fisico danese Niels Bohr, che riprese
teorie proposte in quegli anni da Planck e Einstein sulla quantizzazione dell’energia.

All’inizio del ’900 Max Planck e Albert Einstein avevano chiarito, infatti, la doppia natura della luce:
- ondulatoria (come già previsto da Maxwell nella metà del 1800), che interpretava la luce come un’onda
elettromagnetica;
- corpuscolare, che vedeva la luce come un insieme di pacchetti di energia elettromagnetica (quanti di
luce), che vennero chiamati fotoni.

La luce e tutte le radiazioni elettromagnetiche sono


costituite da fotoni. Bohr (1913) incominciò a pensare a
un collegamento tra l’emissione di luce da parte degli
atomi e gli elettroni che ruotavano attorno al nucleo.

Niels BOHR
Se si fa attraversare un prisma di vetro dalla luce bianca, prodotta da un filamento incandescente, si
ottiene uno spettro continuo.

Se si analizza, invece, la luce emessa da un gas rarefatto (es. lampada a idrogeno a bassa pressione) sottoposto
a una scarica elettrica, si ottiene uno spettro a righe (discontinuo). Per l’idrogeno nel visibile si ottengono
quattro righe di diverso colore:

657 nm rossa
486 nm verde
434 nm blu
410 nm viola

(ogni colore corrisponde a una frequenza e a una lunghezza d’onda diverse).


La luce emessa dagli atomi non è continua, ma si presenta con uno spettro a righe.
𝑐
𝐸 =ℎ∙𝜈 =ℎ∙ ℎ = 6.626 ∙ 10−34 𝐽 ∙ 𝑠 𝑐𝑜𝑠𝑡𝑎𝑛𝑡𝑒 𝑑𝑖 𝑃𝑙𝑎𝑛𝑐𝑘
𝜆
𝑐 = 3 ∙ 108 𝑚Τ𝑠 𝑣𝑒𝑙𝑜𝑐𝑖𝑡à 𝑑𝑒𝑙𝑙𝑎 𝑙𝑢𝑐𝑒
Lo spettro di assorbimento, invece, rivela le lunghezze d’onda che vengono assorbite da un gas attraversato
da una radiazione elettromagnetica: ogni atomo assorbe radiazioni di particolare lunghezza d’onda, lasciando
passare le radiazioni di altra lunghezza d’onda. Si realizza così uno spettro di assorbimento caratterizzato
dalla presenza di linee scure di assorbimento in corrispondenza delle lunghezze d’onda delle radiazioni
assorbite: in pratica è l’opposto dello spettro di emissione e consente di identificare un atomo perché ogni
elemento ha un tipico spettro di assorbimento (e di emissione), perché gli elettroni situati su orbite o livelli
“quantizzati” assorbono (o emettono) fotoni di precise lunghezza d’onda.

spettro di EMISSIONE e di ASSORBIMENTO dell’ idrogeno


Gli atomi del gas assorbono radiazioni di una frequenza ben determinata.
Ogni atomo emette uno spettro caratteristico e ha uno speculare spettro di assorbimento.
Quando la luce colpisce un atomo, esso assorbe fotoni di una precisa lunghezza d’onda e ogni fotone
assorbito cede la sua energia a un elettrone, che può perciò passare a un livello energetico più alto.
Quando un elettrone eccitato e spostato su un’orbita più esterna torna a un livello energetico più basso
emette energia sotto forma di un fotone di una particolare lunghezza d’onda.
Nel modello di Bohr l’elettrone non collassa sul nucleo, ma ruota senza emettere energia lungo orbite
circolari prefissate: gli stati stazionari.
Esistenza di stati stazionari: Bohr postulò che esistessero degli stati stazionari, caratterizzati da
particolari orbite circolari intorno al nucleo, lungo le quali gli elettroni si muovono mantenendo un’energia
costante, ovvero senza emettere radiazioni elettromagnetiche. Gli elettroni che percorrono tali orbite
stazionarie possiedono una certa quantità ben definita di energia detta livello energetico dell'orbita.

La condizione di quantizzazione. Tra le infinite orbite, Bohr postulò che quelle permesse dovessero
soddisfare la seguente relazione:

h h è la costante di Planck ed n
mvr  n è un numero intero positivo,
2 detto numero quantico
h = 6.626 ·10-34 J·s
principale

La quantità di moto di un elettrone intorno al suo nucleo (momento angolare orbitale) deve essere un
multiplo intero della costante di Planck ridotta (h/2). Il momento angolare è quantizzato e quindi
anche i valori che può assumere il raggio dell’orbita e l’energia totale o livello elettronico che
l’elettrone possiede.
Bohr propone un modello atomico (planetario come quello di Rutherford, ma a orbite quantizzate,
valido solo per l’atomo di idrogeno), che si basa sui seguenti punti:

1. l’elettrone percorre solo determinate orbite circolari quantizzate, nelle quali ruota senza
assorbire né emettere energia (orbite stazionarie);
2. l’elettrone assorbe energia solo se salta da un’orbita a un’altra di livello energetico maggiore;
3. se l’elettrone torna a un livello di energia minore l’atomo emette energia, sotto forma di fotoni;
4. l’energia della luce, emessa o assorbita, è uguale alla differenza di energia delle due orbite;
5. ogni salto è rivelato da una riga dello spettro.

L’ipotesi di Bohr sulla struttura dell’atomo spiega perché gli spettri di emissione degli atomi siano
spettri discontinui, a righe: ogni riga corrisponde ad un ben determinato valore di energia, che a sua
volta corrisponde alla differenza di energia fra due orbite.
Le righe spettrali nel campo visibile nello spettro di EMISSIONE
dell’idrogeno sono quelle dalle orbite più esterne verso il secondo
livello energetico, n = 2.
Ogni elemento possiede livelli energetici, nei quali possono trovarsi gli elettroni, che sono
caratteristici per quel determinato tipo di elemento.
Di conseguenza ciascun elemento possiede un suo spetto di emissione caratteristico.
La spettroscopia di emissione (e di assorbimento) consente così determinazioni qualitative e
quantitative.
Saggio di riconoscimento alla fiamma

Li Na K Rb
Ogni salto energetico è caratterizzato da una determinata frequenza e quindi da una
determinata energia. Per le transizioni elettroniche che avvengono nel campo delle frequenze
tipiche della luce visibile, ad un certo salto energetico corrisponde, quindi, una radiazione di un
ben preciso colore.
IL MODELLO ATOMICO DI SCHRÖEDINGER: GLI ORBITALI

Il modello atomico subì una radicale e definitiva revisione con la nascita di una nuova meccanica, la
meccanica quantistica e la conseguente introduzione di modelli atomici quantomeccanici. Planck all’inizio
del 1900 aveva stabilito che l’energia fosse quantizzata. Nel 1924 Louis De Broglie, avanzò la sconvolgente
ipotesi che non solo l'energia, ma anche la materia possedesse una natura duale, corpuscolare e
ondulatoria.
De Broglie ipotizzò che anche la quantità di moto delle particelle materiali potesse essere calcolata come
rapporto tra la costante di Planck e la loro lunghezza d'onda. Veniva in tal modo automaticamente associata
ad ogni particella materiale una lunghezza d'onda, detta lunghezza d'onda di De Broglie, il cui valore è
dato dalla relazione

h h
DB   h = 6.626 ·10-34 J·s
mv massa  velocità
Il motivo per il quale non riusciamo ad osservare il comportamento ondulatorio degli oggetti macroscopici
che ci circondano è dovuto al fatto che il rapporto h/mv risulta per tali oggetti piccolissimo, essendo h
molto piccolo ed m molto grande.
Ai corpi macroscopici è infatti associata una lunghezza d'onda di De Broglie di dimensioni infinitesime.
Ad esempio, ad un proiettile di 10 g sparato ad una velocità di 500 m/s è associata una lunghezza
d’onda pari a DB = 1.34 ·10-34 m che rappresenta una lunghezza d’onda che non è possibile misurare.
Principio di indeterminazione di Heisenberg

Non possiamo conoscere con esattezza la posizione ed il


momento angolare di una particella e, quanto più
esattamente determiniamo l’una tanto più incerto
rimane il valore dell’altro.

(mv)·x ≥ h/4

incertezza sulla incertezza sulla


quantità di moto posizione

Questo perché, in base alla teoria quantistica, le


particelle hanno proprietà tipiche delle onde e, non
essendo oggetti puntiformi, non è possibile
stabilire una definita coppia posizione-momento. Werner Heisenberg
(tedesco)
L’equazione d’onda di SCHRÖEDINGER
La funzione  contiene in sé sia il comportamento dell’elettrone come particella di massa m che come onda.
La PROBABILITA’ di trovare l’elettrone in una certa regione dello spazio è proporzionale a 2.

L’equazione scritta in coordinate cartesiane (x,y,z) può


essere riscritta in coordinate polari, assumendo il nucleo
come il centro del sistema di riferimento. L’equazione
diventa:

 (r ,  ,  )  R(r )( ) ( )

Ciascuna delle tre funzioni dà origine ad un


numero quantico:
n, l ed m.
 (r ,  ,  )  R(r )( ) ( )
L’equazione di Schröedinger (funzione d’onda) è l’equazione che descrive non tanto il moto di una
singola particella (elettrone intorno al nucleo) quanto il comportamento di un pacchetto d’onda. In
meccanica quantistica non si può dire: quell’elettrone si trova in una certa posizione ed ha una certa
quantità di moto. Si può, invece, dire: quell’elettrone ha una certa probabilità di trovarsi in una certa
posizione con una certa quantità di moto.
Il quadrato della funzione d’onda descrive proprio la probabilità di trovare l’elettrone in una
determinata posizione spaziale intorno al nucleo. Per la teoria quantistica ed in accordo al principio di
indeterminazione di Heisenberg, non è possibile descrivere il moto elettronico con le equazioni puntuali
della meccanica classica valide per gli oggetti macroscopici. Possiamo solo dire qual è la probabilità di
trovare un elettrone in una certa regione dello spazio intorno al nucleo.
 (r ,  ,  )  R(r )( ) ( )

Dalla risoluzione della funzione d’onda si ottengono 3 parametri fondamentali per la descrizione della
regione spaziale nella quale un elettrone ha una certa probabilità di trovarsi.
Questi 3 parametri sono i numeri quantici n, l ed m.
La regione spaziale nella quale un elettrone ha una certa probabilità di trovarsi è quella che chiamiamo
ORBITALE ATOMICO.

Il numero quantico principale n definisce l’ENERGIA


n = 1, 2, 3, … ∞
dell’orbitale e quindi il livello
Il numero quantico azimutale l è legato alla FORMA dell’orbitale
l = 0, 1 … n – 1
e definisce il sottolivello
Il numero quantico magnetico ml è legato alla ORIENTAZIONE
ml = l, l - 1, l – 2, …, -l
e definisce il numero di orbitali nel sottolivello

Ciascun orbitale atomico è identificato da una ben precisa terna


dei 3 numeri quantici n, l ed m.
Il numero quantico n

Il numero quantico principale n deriva dalla componente radiale R(r) ed è legato alla distanza
dall’origine e quindi dal nucleo. Esso determina l’energia associata all’elettrone e definisce lo strato.
E’ in qualche modo legato alla dimensione dell’orbitale. Più grande è n, maggiore sarà la distanza
dell’elettrone dal nucleo, maggiore l’energia associata a tale elettrone, maggiori le dimensioni
dell’orbitale atomico nel quale si trova l’elettrone. Può assumere i seguenti valori:

n = 1, 2, 3 …
n = 1 è lo strato, il livello di minima energia ed è detto stato fondamentale.
L’atomo di idrogeno si trova nel proprio stato fondamentale quando il suo elettrone occupa proprio il
livello n = 1.
Il numero quantico l

Il numero quantico azimutale l è legato alla forma dell’orbitale e definisce il sottostrato, stabilisce cioè
il numero dei sottolivelli nei quali si differenzia il livello di energia n. Ogni sottolivello raggruppa orbitali
della stessa forma e ciascun sottolivello avrà quindi il suo valore di l.
Può assumere i valori:

l = 0, 1 … n - 1

Numero quantico azimutale Simbolo del sottostrato


0 s
1 p
2 d
3 f
4 g
5 h
Il numero quantico m

Il numero quantico magnetico m è legato alla orientazione degli orbitali del sottostrato e definisce il
numero degli orbitali appartenenti ad un certo sottolivello. Gli orbitali si un sottolivello sono isoenergetici
ma hanno una diversa orientazione nello spazio.

Può assumere i valori:

ml = l, l - 1, l – 2, …, -l
n = 1, 2, 3 …
l = 0, 1 … n - 1
ml = l, l - 1, l – 2, …, -l
Valore di l Tipo N° orbitali
orbitale sottolivello

0 s
1 p
2 d
3 f

Valore di n N° orbitali
livello
1
2
3
4
Figura atkins pag. 233

n l ml
Per n = 1 abbiamo un solo orbitale (l può assumere un solo valore, l = 0 e la stessa
cosa vale per ml = 0): orbitale 1s
Per n = 2 possiamo avere due sottolivelli poiché possiamo avere l = 0 e l = 1.
Nel sottolivello con n = 2 ed l = 0, ml può assumere solo un valore, ml = 0, quindi
questo sottolivello avrà un solo orbitale: orbitale 2s
n=2el=1

Nel sottolivello con n = 2 ed l = 1, il numero


quantico magnetico ml può assumere, invece,
3 valori diversi:

ml = -1, 0, +1

In questo sottolivello sono cioè possibili tre


diversi orbitali di uguale energia (stesso
valore di n) e forma (stesso valore di l) ma
orientati diversamente nello spazio (diverso
valore di ml): orbitali p
Se n = 3, l può assumere tre valori diversi: l = 0, 1, 2. Quindi in questo livello energetico sono
possibili tre sottolivelli.

1. Nel sottolivello con n = 3 ed l = 0, ml può assumere un solo valore, ml = 0: orbitale 3s

2. Nel sottolivello con n = 3 ed l = 1, ml può assumere tre valori diversi, ml = -1, 0, +1 e quindi
questo sottolivello è costituito da tre diversi orbitali, uguali per energia e forma, ma
orientati in modo diverso nello spazio: orbitali 3p

3. Nel sottolivello con n = 3 ed l = 2, ml può assumere cinque valori diversi, ml = -2, -1, 0, 1, 2 e
quindi questo sottolivello è costituito da cinque diversi orbitali aventi la stessa energia:
orbitali 3d
orbitale s
valore di l tipo di orbitale numero di orbitali
nel sottostrato

0 s 1

1 P 3

2 d 5

3 f 7
orbitali f
Il numero quantico magnetico di spin

Il calcolo delle energie degli orbitali dell’idrogeno tramite l’equazione di Schöedinger è sicuramente un
passaggio chiave nello sviluppo della teoria atomica moderna. Tuttavia, le posizioni delle righe spettrali
dell’atomo di idrogeno non corrispondono esattamente ai valori di lunghezza d’onda calcolati.
Nel tentativo di spiegare queste piccole deviazioni, Samuel Goudsmit e George Uhlenbeck, suggerirono l’idea
che l’elettrone si comporti come una particella che ruota intorna al suo asse. Questa proprietà si chiama spin.
Ogni elettrone possiede due stati diversi di spin, associabili con la rotazione oraria e antioraria intorno al
proprio asse.

Esiste un quarto numero quantico, che


descrive questo moto di spin:
il numero quantico magnetico di spin
che può assumere due valori:

ms = +1/2, -1/2
La struttura degli atomi multielettronici

Principio di esclusione di Pauli


Non è possibile che più di due elettroni occupino
lo stesso orbitale atomico, ovvero abbiano la
stessa terna di numeri quantici.
Solo due elettroni possono occupare lo stesso
orbitale ma devono avere spin opposto ovvero
devono differire almeno per il quarto numero
quantico ms. Quando questo accade si dice che gli
spin sono accoppiati.

Wolfang Pauli
Riassumendo ….
Abbiamo tutte le informazioni per poter costruire la CONFIGURAZIONE ELETTRONICA degli elementi
della tavola periodica. Prima di farlo vediamo come è strutturata la tavola periodica.

NUMERI ATOMICI E NUMERI DI MASSA

numero di massa

simbolo dell’elemento
numero atomico

Z = numero atomico = n° protoni = n° elettroni


N = numero di neutroni
A = numero di massa

A = Z + N
MENDELEEV osservò che ordinando gli
elementi in base
Se si ordinano al loro numero
gli elementi secondo atomico
il Z
crescente, si registrava una PERIODICITA’
delle proprietà chimiche e fisiche.

Dmitrij Ivanovič MENDELEEV


1

7
Costruiamo la configurazione elettronica di tutti gli atomi della Tavola Periodica (AUFBAU).

Il numero atomico Z ci dice il numero di protoni di un certo elemento e quindi anche il numero degli
elettroni. Questi Z elettroni devono essere sistemati nei diversi livelli e sottolivelli elettronici in modo
che:

 vengano riempiti per primi i livelli (strati) a minore energia, inserendo due elettroni in ogni orbitale
con spin opposto
 disponendo di più di un orbitale nello stesso sottostrato, si aggiungono gli elettroni in modo che
abbiano spin parallelo ed in modo che occupino ciascuno un orbitale del sottostrato

Regola di Hund:
La configurazione elettronica dell’atomo di un elemento di numero
atomico Z si realizza aggiungendo gli elettroni in modo da assicurare
la minima energia totale.
n = 1 nel primo livello abbiamo 1 orbitale

n = 2 nel secondo livello abbiamo 4 orbitali

n = 3 nel terzo livello


abbiamo 9 orbitali
Gli orbitali 4s
vengono
occupati prima
dei 3d, i 5s
prima dei 4d ….
Z=1
L’elio ha il primo livello energetico
H completo (n = 1)
H ed He completano il primo periodo
della tavola periodica

n  1
Z=2 l  0
He  PRIMO LIVELLO
m  0 COMPLETO
 l
 ms   1
 2

Il litio ha un guscio interno completo ed uno


strato esterno che contiene 1 elettrone.
Z=3
Li
Gli elettroni che sono collocati nello
Z=5 strato più esterno (valore più grande
di n), sono gli elettroni di valenza.
B
Sono gli elettroni meno attratti dal
nucleo e che possono essere ceduti
in una reazione chimica.

I due elettroni del livello 2p non occupano lo


stesso orbitale con spin antiparallelo perché,
Z=6 se disposti in due orbitali diversi, sono più
lontani, si respingono meno e l’energia totale
C del sistema è minore. La configurazione con
spin paralleli è inoltre a minore energia
rispetto a quella con spin antiparalleli.
Z=9
Z=7 F
N

Z = 10
Z=8 Ne
O

Da Li a Ne si completa tutto il secondo strato, n = 2


(secondo periodo della tavola periodica)
n = 3 ……. ARGON
1s22s22p63s23p6
[Ne] 3s23p6

guscio esterno

KRIPTON
n = 4 …….
1s22s22p63s23p63d104s24p6
[Ar] 3d104s24p6

guscio esterno
Avere il livello elettronico esterno (di valenza) completo permette di avere una struttura elettronica
stabile, a minore energia. Avere il guscio esterno con gli orbitali s e p completi rappresenta una
condizione di grande stabilità. E’ questo il motivo per cui gli elementi, nel formare i legami chimici,
cercano di raggiungere una configurazione elettronica simile a quella di un gas nobile.
La Tavola Periodica è costituita da 7 periodi:
il numero d’ordine di un periodo corrisponde
al numero quantico principale n del livello
elettronico più esterno

E’ suddivisa in blocchi di colore diverso.


Ciascun blocco indica il tipo di orbitali esterni che vengono riempiti dagli elettroni:
 in giallo abbiamo gli elementi per i quali gli elettroni di valenza si trovano in orbitali di tipo s e, poiché per ogni valore
di n abbiamo un solo orbitale di tipo s, possiamo sistemare, nello strato esterno, al massimo 2 elettroni ed infatti
abbiamo solo due gruppi (metalli alcalini ed alcalino terrosi, oltre ad H ed He che per le loro caratteristiche devono
essere trattati a parte e non possono essere inseriti in questi due gruppi)

 in verde abbiamo gli elementi per i quali gli elettroni di valenza di trovano in orbitali di tipo p e, poiché per ogni
valore di n abbiamo tre orbitali di tipo p, possiamo sistemare, nello strato esterno, fino a 6 elettroni ed infatti
abbiamo sei gruppi
 in arancione abbiamo gli elementi per i quali gli elettroni di valenza si trovano in orbitali di tipo d e, poiché per
ogni valore di n abbiamo cinque orbitali di tipo d, possiamo sistemare, nello strato esterno, al massimo 10
elettroni ed infatti abbiamo dieci gruppi (lungo i primi tre periodi si ha rispettivamente il riempimento degli
orbitali 3d, 4d e 5d ed abbiamo la prima, la seconda e la terza serie dei metalli di transizione)

 in viola abbiamo gli elementi per i quali gli elettroni di valenza si trovano in orbitali di tipo f e, poiché per ogni
valore di n abbiamo sette orbitali di tipo f, possiamo sistemare, nello strato esterno, al massimo 14 elettroni
ed infatti abbiamo quattordici gruppi (lungo i due periodi si ha rispettivamente il riempimento degli
orbitali 4f e 5f ed abbiamo la serie del Lantanidi e quella degli Attinidi)

Gli atomi utilizzano prevalentemente gli elettroni del loro livello energetico più esterno (elettroni
superficiali o elettroni di valenza) per interagire e legarsi tra loro. Il comportamento chimico di
un atomo dipende, dunque, dal numero e dalla disposizione degli elettroni dell’ultimo livello
energetico. Per capire la reattività di un atomo è quindi sufficiente conoscere la sua
configurazione elettronica superficiale o configurazione dello strato di valenza.
ISOTOPI: atomi di uno stesso elemento che differiscono per il numero di massa A

La spettrometria di massa permette di determinare Isotopi più stabili


la massa degli atomi e delle molecole. Questa
tecnica ha permesso di scoprire che: iso NA TD DM DE DP
esistono atomi aventi lo stesso numero atomico Z Ni sintetico 6,077 giorni ε
56 56
2,136 Co
(stesso numero di protoni ed elettroni) e quindi 58
Ni 68,077% Ni è stabile con 30 neutroni
appartenenti allo stesso elemento ma caratterizzati 59
Ni sintetico 76000 anni ε 1,072 59
Co
da un diverso numero di massa A. 60
Ni 26,233% Ni è stabile con 32 neutroni
ISOTOPI 61
Ni 1,14% Ni è stabile con 33 neutroni
62
Ni 3,634% Ni è stabile con 34 neutroni
63
Ni sintetico 100,1 anni β- 2,137 63
Cu
64
Ni 0,926% Ni è stabile con 36 neutroni
Nel caso del Nichel (Z = 28), ad esempio, esistono iso: isotopo
diversi isotopi. NA: abbondanza in natura
Semplificando potremmo dire che in natura circa il TD: tempo di dimezzamento
70% del nichel ha atomi con 30 neutroni, mentre il DM: modalità di decadimento
restante 30% ha atomi con 32 neutroni. DE: energia di decadimento in MeV
DP: prodotto del decadimento
IDROGENO

1 Prozio (1 protone e 1 elettrone) Z = 1 A = 1 stabile


1𝐻

1 Deuterio (1 protone, 1 elettrone e 1 neutrone) Z=1 A=2 stabile


2𝐻

1 Trizio (1 protone, 1 elettrone e 2 neutroni) Z=1 A=3 radioattivo


3𝐻

Il nucleo di trizio non è stabile, ma decade. Un neutrone legato si trasforma spontaneamente in


protone legato, emettendo un elettrone (radiazione β- ) e una particella neutra (neutrino
elettronico, 𝑣𝑒 ). Il nucleo di trizio si trasforma così in positrone 13𝐻𝑒 +

1 1 + − Neutrino elettronico = particella neutra come


3𝐻 → 3 𝐻𝑒 + 𝛽 + 𝑣𝑒 il neutrone con spin uguale al neutrone e con
massa circa un milione di volte inferiore a
quella dell’elettrone
CARBONIO

6 Carbonio-12, 12C (6 protoni, 6 elettroni e 6 neutroni) Z = 6 A = 12 stabile


12𝐶

6 Carbonio-13, 13C (6 protoni, 6 elettroni e 7 neutroni) Z = 6 A = 13 stabile


13𝐶

6
14𝐶 Carbonio-14, C (6 protoni, 6 elettroni e 8 neutroni) Z = 6 A = 14 radioattivo
14

Il nucleo di 146𝐶 non è stabile, ma decade. Un neutrone legato si trasforma in protone legato
emettendo un elettrone (radiazione β- ) e una particella neutra (antineutrino elettronico),
trasformandosi così in un nucleo di 147𝑁 .
6
𝐶 → 7
𝑁 + 𝛽 − + 𝑣ҧ Emivita = 5730 anni
14 14 𝑒

Antineutrino elettronico = particella neutra come il neutrone con spin opposto al neutrone e con
massa circa un milione di volte inferiore a quella dell’elettrone.
Il 14C è un radioattivo del carbonio, con 6 protoni e
8 neutroni, ed ha un tempo di emivita di 5730 anni.
Grazie alla sua lunga emivita, il 14C rimane integrato
in ogni sistema organico vivente. Dopo la morte,
l'organismo smette di assumere carbonio-14. La
quantità dell'isotopo presente nell'organismo
nell'istante della sua morte, diminuisce negli anni a
causa del decadimento radioattivo. Questo principio
è sfruttato nella datazione radiometrica di campioni
organici.

Nel 1988 vengono analizzati


3 campioni:
1260-1390
IL DIFETTO DI MASSA

Il nucleo di un atomo ha un volume circa 1015 volte più piccolo di quello dell’intero atomo ed è costituito
da due tipi di NUCLEONI: protoni e neutroni. Come è possibile che i protoni, carichi positivamente,
possano rimanere confinati in un volume molto piccolo come quello del nucleo senza respingersi, essendo
particelle cariche dello stesso segno? Questo è possibile poiché esiste una forza di attrazione tra i
protoni che è circa 100 volte più grande di quella di repulsione e circa 1010 volte maggiore
dell’attrazione elettrostatica tra il protone e l’elettrone nell’atomo di idrogeno. Questa forza di
attrazione tra nucleoni è detta FORZA FORTE.
Si ritiene che la forza forte che tiene insieme i nucleoni nei nuclei sia esercitata attraverso il continuo
scambio fra i nucleoni di parte della loro massa sotto forma di particelle chiamate MESONI.
Una caratteristica importante dei nucleoni è che essi, quando fanno parte di un nucleo, hanno massa
minore di quella che possiedono quando sono liberi ed in stato di quiete. Poiché energia e massa sono
correlate l’una all’altra dall’equazione di Einstein

E = mc2

dove c è la velocità della luce nel vuoto (2,998 ∙ 108 ms-1), si può considerare che la perdita di massa dei
nucleoni quando entrano a far parte del nucleo corrisponda all’energia con cui essi sono legati nel
nucleo.
Consideriamo, ad esempio un nucleo di 168𝑂

Questo nucleo ha una massa di 15.994915 u.m.a.

Esso è costituito da 8 protoni, 8 elettroni e 8 neutroni. Al fine del calcolo della massa
possiamo considerarlo come costituito da 8 neutroni e 8 nuclidi 1H.

Nella scala unificata (u.m.a.) abbiamo:

peso atomico di 1H = 1.007825 u.m.a.


peso atomico del neutrone = 1.008665 u.m.a.

Si ricava quindi una massa pari a


8 x 1.007825 + 8 x 1.008665 = 16.131925 u.m.a.

Quindi i componenti del nucleo hanno perso complessivamente una massi pari a:
16.131925 u.m.a. - 15.994915 u.m.a. = 0.137010 u.m.a.

Questa perdita di massa si chiama DIFETTO DI MASSA.


Se ci riferiamo ad una mole di 16O, la perdita in massa corrisponde a
0.137010 g·mol-1. Possiamo calcolare l’energia liberata nella formazione di una mole di nuclei di 16O:

E = mc2 = 0.137010 ∙ 10-3 kg·mol-1 x (2,998 ∙ 108 ms-1)2 = 1.23 ∙ 1013 J·mol-1

Analogamente, prendiamo in considerazione un nucleo di 12C.


Questo nucleo ha, per definizione, una massa di 12 u.m.a.
Esso è costituito da 6 protoni, 6 elettroni e 6 neutroni. Al fine del calcolo della massa possiamo
considerarlo come costituito da 6 neutroni e 6 nuclidi 1H.

Si ricava quindi una massa pari a


6 x 1.007825 + 6 x 1.008665 = 12.09894 u.m.a.

Quindi i componenti del nucleo hanno perso complessivamente una massi pari a:
12.09894 u.m.a. - 12 u.m.a. = 0.09894 u.m.a.

Questo difetto di massa corrisponde a


E = mc2 = 0.09894 ∙ 10-3 kg·mol-1 x (2,998 ∙ 108 ms-1)2 = 0,89 ∙ 1013 J·mol-1
ENERGIA DI LEGAME MEDIA PER NUCLEONE

Un nucleo ha energia tanto più bassa ovvero è tanto più stabile quanto maggiore è il numero
di nucleoni che lo compongono e quanto maggiore è la forza che li tiene uniti ovvero quanto
maggiore è l’energia necessaria per scomporlo nei suoi costituenti. Tale energia è calcolabile
come abbiamo visto dal difetto di massa. Tuttavia questa quantità cresce sempre con il
numero di nucleoni costituenti e perciò è di scarso interesse per stabilire se un nucleone sia
più fortemente legato in un nucleo o in un altro o se due nuclei più piccoli siano più stabili
del nucleo somma. Per stabilire questo è più significativa l’energia di legame media per
nucleone (El/A) ovvero l’energia corrispondente al difetto di massa (energia di legame El)
divisa per in numero di nucleoni (ovvero per il numero di massa A).
Il nuclide 1H con numero di massa A = 1 ha un solo nucleone e quindi, per definizione, ha
difetto di massa ed energia di legame media per nucleone pari a zero. All’aumentare del
numero di nucleoni, aumenta rapidamente anche il valore di El/A. Quando A > 60 il valore di
El/A tende a diminuire a causa della crescente repulsione elettrostatica fra protoni, mano a
mano che il loro numero aumenta.
Il nucleo di 56Fe è il
nucleo più stabile.
La FUSIONE di due nucleoni «leggeri»
e la FISSIONE di due nucleoni
«pesanti» può generare una grande
quantità di energia.
LA MASSA ATOMICA RELATIVA

Allo scopo di ottenere numeri semplici, al posto della massa assoluta di un atomo si preferisce usare
la massa atomica relativa (u oppure uma) o peso atomico relativo che si ottiene facendo il rapporto
tra la massa assoluta dell’atomo in esame e la dodicesima parte della massa dell’isotopo del carbonio
che ha numero di massa 12.

1 unità di massa atomica = massa atomica di 12C = 1.9926 x 10-23 g = 1.6605 x 10-24 g
12 12

La massa atomica relativa di ciascun elemento, essendo un rapporto tra due grandezze aventi la
stessa unità di misura, è un numero adimensionale.

Peso atomico = massa atomica di un elemento allo stato naturale, pesata rispetto
all’abbondanza dei suoi isotopi, espressa in unità di massa atomica

Peso atomico di X = massa atomica di X pesata rispetto agli isotopi


(massa atomica 12C)/12
Il carbonio naturale ha la seguente composizione isotopica (isotopi stabili):

12C 98.89% peso atomico 12 uma


13C 1.11% peso atomico 13.0034 uma

Il peso atomico del C sarà quindi:

12 x 0.9889 + 13.0034 x 0.0111 = 12.011 uma


Nella scala unificata (u.m.a.) abbiamo:
12
6C
peso atomico dell’isotopo = 12 u.m.a.
peso atomico del protone = 1.007276 u.m.a.
peso atomico del neutrone = 1.008665 u.m.a.
peso atomico dell’elettrone = 0.000548 u.m.a.

Il numero di massa A di un elemento è quindi il valore arrotondato del peso atomico, se


abbiamo un solo isotopo. Nel caso di più isotopi è necessario fare la media pesata del numero
di massa A di ciascuno in relazione alla sua abbondanza.
Infatti, dal momento che la massa di un elemento dipende essenzialmente da neutroni e
protoni, il fatto di calcolare il peso atomico in unità di massa atomiche fa sì che i protoni ed
i neutroni pesino circa 1 u.m.a. e quindi la massa atomica relativa di un elemento corrisponde
approssimativamente al suo numero di massa A.
PESO MOLECOLARE O MASSA MOLECOLARE RELATIVA

Il peso molecolare di un composto è dato dalla somma dei pesi atomici di tutti gli
atomi costituenti la molecola.

MOLE e NUMERO DI AVOGADRO

Una mole è una quantità di sostanza che contiene tante particelle (atomi, molecole, ioni,
elettroni …) quanti sono gli atomi NA contenuti in 12 g di 12C
6

NA = 6.022 ∙ 1023 particelle/mole

La massa molare è la massa in grammi di una mole di sostanza e corrisponde numericamente


al peso atomico o molecolare della sostanza in esame.
CALCOLO DEL PESO MOLECOLARE
DI UN COMPOSTO

𝐻2 𝑆𝑂4 𝑃𝑀𝐻2𝑆𝑂4 = 2 ∙ 𝑃𝑀𝐻 + 𝑃𝑀𝑆 + 4 ∙ 𝑃𝑀𝑂 = 2 ∙ 1 𝑢𝑚𝑎 + 32 𝑢𝑚𝑎 + 4 ∙ 16 𝑢𝑚𝑎 = 98 𝑢𝑚𝑎

Il peso molecolare in unità di massa atomica (uma) di una sostanza corrisponde al peso in
grammi di 1 mole di quella sostanza, ovvero al peso in grammi di un numero di Avogadro di atomi
(se elemento) o molecole (se composto) di quella sostanza.

Nel caso dell’acido solforico 𝑃𝑀𝐻2𝑆𝑂4 = 98 𝑔/𝑚𝑜𝑙

𝐶𝑎𝑆𝑂4 ∙ 2𝐻2 𝑂 𝑃𝑀𝐶𝑎𝑆𝑂4∙2𝐻2 𝑂 = 𝑃𝑀𝐶𝑎 + 𝑃𝑀𝑆 + 4 ∙ 𝑃𝑀𝑂 + 2 ∙ 2 ∙ 𝑃𝑀𝐻 + 𝑃𝑀𝑂 =

= 40 𝑢𝑚𝑎 + 32 𝑢𝑚𝑎 + 4 ∙ 16 𝑢𝑚𝑎 + 2 ∙ 2 ∙ 1 𝑢𝑚𝑎 + 16 𝑢𝑚𝑎 = 172 𝑢𝑚𝑎

Nel caso del solfato di calcio biidrato 𝑃𝑀𝐶𝑎𝑆𝑂4∙2𝐻2𝑂 = 172 g/mol


2 𝐴𝑔𝑁𝑂3 + 𝐶𝑎𝐶𝑙2 → 2 𝐴𝑔𝐶𝑙 + 𝐶𝑎(𝑁𝑂3 )2

quando non è indicato il


coefficiente stechiometrico
COEFFICIENTE STECHIOMETRICO
è uguale ad 1

E’ fondamentale in chimica ragionare in MOLI e non in grammi.


La reazione chimica ci dice che 2 molecole di nitrato di argento reagiscono con una molecola di
cloruro di calcio per dare 2 molecole di cloruro di argento e una molecola di nitrato di calcio;
analogamente possiamo dire che 2 volte il numero di Avogadro di molecole di nitrato di argento
reagiscono con un numero di Avogadro di molecole di cloruro di calcio per dare due volte il numero
di Avogadro di molecole di cloruro di argento e un numero di Avogadro di molecole di nitrato di
calcio. Di conseguenza possiamo dire che 2 moli di 𝐴𝑔𝑁𝑂3 reagiscono con una mole di 𝐶𝑎𝐶𝑙2 per dare
due moli di 𝐴𝑔𝐶𝑙 e una mole di 𝐶𝑎(𝑁𝑂3 )2 .
FORMULA MINIMA esprime la composizione della molecola in modo che il numero degli atomi
costituenti sia il più semplice possibile
FORMULA MOLECOLARE esprime quanti atomi di ciascun tipo sono presenti nella molecola
FORMULA DI STRUTTURA mostra come gli atomi sono legati fra loro nello spazio

Esempio: perossido di idrogeno


Esempio: etilene
FORMULA MINIMA: HO
FORMULA MINIMA: CH2
FORMULA MOLECOLARE: H2O2
FORMULA MOLECOLARE: C2H4

FORMULA DI STRUTTURA:
FORMULA DI STRUTTURA:

PESO MOLECOLARE = n ∙ PESO DELLA FORMULA MINIMA


𝑝𝑒𝑠𝑜 𝑚𝑜𝑙𝑒𝑐𝑜𝑙𝑎𝑟𝑒
𝑛=
𝑝𝑒𝑠𝑜 𝑑𝑒𝑙𝑙𝑎 𝑓𝑜𝑟𝑚𝑢𝑙𝑎 𝑚𝑖𝑛𝑖𝑚𝑎
DETERMINAZIONE FORMULA MINIMA
Conoscendo la percentuale in peso degli elementi che costituiscono un determinato composto è possibile
determinare la formula minima del composto. Per far questo:
• dividiamo la massa in grammi di ciascun elemento per la sua massa molare; determiniamo così il numero
di moli n di ogni elemento presente nella molecola
• dividiamo tutti i valori trovati per il numero più piccolo, ottenendo così gli indici di ogni singolo
elemento presente
• Se si ottengono numeri interi abbiamo individuato gli indici dei diversi elementi nella formula minima;
se non si ottengono numeri interi si moltiplicano tutti gli indici per il numero intero più piccolo che
rende tutti gli indici dei numeri interi.

𝑃𝑀 = 180 𝑔Τ𝑚𝑜𝑙 𝐶 = 53.33% 𝐻 = 11.11% 𝑂 = 35.56%

53.33 𝑔 4.44
𝐶 = 4.44 𝑚𝑜𝑙 → =2 FORMULA MINIMA = C2H5O
12 𝑔Τ𝑚𝑜𝑙 2.22
11.11 𝑔 11.11 𝑝𝑒𝑠𝑜 𝑚𝑜𝑙𝑒𝑐𝑜𝑙𝑎𝑟𝑒 180
𝐻 = 11.11 𝑚𝑜𝑙 → =5 𝑛= = =4
1 𝑔Τ𝑚𝑜𝑙 2.22 𝑝𝑒𝑠𝑜 𝑓𝑜𝑟𝑚𝑢𝑙𝑎 𝑚𝑖𝑛𝑖𝑚𝑎 45

35.56 𝑔 2.22
𝑂 = 2.22 𝑚𝑜𝑙 → =1 FORMULA MOLECOLARE = C8H20O4
16 𝑔Τ𝑚𝑜𝑙 2.22
𝑃𝑀 = 146 𝑔Τ𝑚𝑜𝑙 𝐶 = 49,29% 𝐻 = 6.84% 𝑂 = 43.87%

49.29 𝑔 4.1075
𝐶 = 4.1075 𝑚𝑜𝑙 → = 1.5 → 1.5 ∙ 2 = 3
12 𝑔Τ𝑚𝑜𝑙 2.742
6.84 𝑔 6.84 FORMULA MINIMA = C3H5O2
𝐻 = 6.84 𝑚𝑜𝑙 → = 2.5 → 2.5 ∙ 2 = 5
1 𝑔Τ𝑚𝑜𝑙 2.742

43.87 𝑔 2.742
𝑂 = 2,742 𝑚𝑜𝑙 → =1 → 1∙2=2
16 𝑔Τ𝑚𝑜𝑙 2.742

𝑛=
𝑝𝑒𝑠𝑜 𝑚𝑜𝑙𝑒𝑐𝑜𝑙𝑎𝑟𝑒
=
146
=2 FORMULA MOLECOLARE = C6H10O4
𝑝𝑒𝑠𝑜 𝑓𝑜𝑟𝑚𝑢𝑙𝑎 𝑚𝑖𝑛𝑖𝑚𝑎 73