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Recesso unilaterale

Traccia

Tizio è concessionario di vendita di autovetture prodotte dalla società Alfa. Nel contratto di concessione di vendita siglato tra Tizio
e la società Alfa è prevista la facoltà a favore di quest’ultima, di recedere unilateralmente ad nutum.
In data 20 Maggio 2009 la società Alfa, senza alcun preavviso, comunica di voler esercitare la facoltà di recesso prevista
contrattualmente, dichiarando revocata la concessione di vendita a decorrere dal giorno 1 Giugno 2009.
Tizio decide, quindi, di rivolgersi al proprio legale Filano, per verificare la legittimità del comportamento della società Alfa.
Il candidato, assunte le vesti del legale Filano, rediga parere motivato.

Giurisprudenza

Cassazione civile, sezione III, 18 settembre 2009, n. 20106: L'esercizio di un clausola che riconosca ad un
contraente di recedere "ad nutum" dal contratto deve avvenire nel rispetto dei principi di buona fede e correttezza, anche
al fine di riconoscere l'eventuale diritto al risarcimento del danno per l'esercizio di tale facoltà in modo non conforme a tali
principi. Spetta al giudice valutare che l'esercizio del recesso non integri l'ipotesi di abuso di diritto; la valutazione deve
essere più ampia e rigorosa laddove vi sia una provata disparità di forze fra i contraenti.

Svolgimento
Preliminare alla risoluzione della controversia, appare ineludibile una disamina del principio di correttezza e buona fede.
L’art. 1175 c.c. prevede che il debitore e il creditore devono comportarsi secondo le regole della correttezza nello svolgimento
del rapporto obbligatorio. La norma rappresenta una clausola aperta e generale del sistema ed è ribadita da diverse previsioni
normative che ne costituiscono diretta applicazione: il principio di correttezza è infatti enunciato da tutta una serie di
disposizioni in materia contrattuale, quali ad esempio quelle relative alle trattative (art. 1337 c.c.), all’interpretazione (art.
1366 c.c.) ed all’esecuzione del contratto (art. 1375 c.c.), con riferimento ad un ambito che copre sia la fase statica, quanto la
fase dinamica del rapporto obbligatorio. La buona fede contrattuale può quindi considerarsi come una species del più generale
concetto di correttezza.
Non esaurendosi nei singoli richiami normativi, bensì assumendo valenza programmatica e precettiva , il principio di buona fede
è quindi dotato di autonoma rilevanza e si ritiene violato anche aldilà del caso in cui vi sia un comportamento scorretto lesivo di
una posizione soggettiva tutelata da una specifica norma.
L’applicazione della clausola generale della buona fede prima di giungere a significativi risultati ha però vissuto un iter
travagliato, caratterizzato da alterne vicende che ne hanno depotenziato per diverso tempo la portata innovativa.
La giurisprudenza, infatti, ha inizialmente avuto un atteggiamento di chiusura rispetto all'applicazione di un criterio quale quello
insito nell'art. 1175, che mal si coniuga con il rigoroso ossequio del principio della certezza del diritto. L'originaria tendenza dei
giudici è stata quella di attenersi ad una valutazione legata alla stretta legalità, senza lasciare troppo spazio all'applicazione di
principi legislativi che avessero la forza propulsiva di innovare i precetti giuridici alla luce di esigenze morali.
Gli orientamenti giurisprudenziali più recenti hanno invece interpretato la regola della correttezza quale parametro che
consente una valutazione comparativa degli interessi delle parti con gli adeguati correttivi ad un'applicazione rigorosamente
fedele allo strictum ius, sino al punto da individuare nell'art. 1175 c.c. il fulcro della disciplina delle obbligazioni. Ruolo centrale
nella svolta ermeneutica del diritto vivente lo ha assunto la lettura coordinata delle norme codicistiche dettate in tema di buona
fede contrattuale e la norma costituzionale di cui all’art.2 che richiede che i rapporti interpersonali degli associati siano
informati al dovere di solidarietà.
In tal modo il principio costituzionale di solidarietà, di cui la buona fede, costituisce specificazione, si pone come valore nel
sistema dei rapporti umani ed anche in quello dei rapporti patrimoniali, sicché l’intero sistema delle relazioni deve essere
governato dalla lealtà dei soggetti interessati; la solidarietà si può allora considerare una regola di chiusura nella misura in cui
garantisce da un lato la realizzazione completa dell’operazione economica perseguita dalle parti e dall’altro l’allineamento del
regolamento contrattuale alle finalità d’ordine sociale perseguite dall’ordinamento.
La correttezza e la buona fede, quindi, alla luce della lettura imposta dal principio di solidarietà, fungono sia da criterio di
integrazione del contratto, sia da limite per le pretese delle parti contraenti. Debitore e creditore sono quindi accomunati da una
disposizione di carattere generale che impone loro di comportarsi secondo le regole della correttezza ex art. 1175 c.c. La buona
fede sancita in generale a carico dei soggetti del rapporto obbligatorio si specifica nell'obbligo di salvaguardia, che esige da
entrambe le parti di salvaguardare l'utilità della controparte nei limiti di un apprezzabile sacrificio .
La buona fede si compie in una duplice direzione in quanto nei confronti del creditore fa sì che gli sia vietato di abusare del suo
diritto e, nello stesso tempo, lo obbliga ad attivarsi al fine di evitare o contenere gli imprevisti aggravi della prestazione o le
conseguenze dell'inadempimento; nei confronti del debitore incide nella misura in cui questi è tenuto oltre che ad adempiere
alla prestazione dedotta nel titolo, anche a salvaguardare gli interessi del creditore che non sono tutelati specificatamente dal
rapporto obbligatorio, ma ne sono comunque connessi.
Rispetto alla posizione creditoria, quindi, criterio rivelatore della violazione dell'obbligo di buona fede oggettiva, quindi, è quello
dell'abuso del diritto.
Gli elementi costitutivi dell'abuso del diritto - ricostruiti attraverso l'apporto dottrinario e giurisprudenziale (da ultimo Cass.18
settembre 2009, n. 20106) - sono i seguenti: 1) la titolarità di un diritto soggettivo in capo ad un soggetto; 2) la possibilità che
il concreto esercizio di quel diritto possa essere effettuato secondo una pluralità di modalità non rigidamente predeterminate; 3)
la circostanza che tale esercizio concreto, anche se formalmente rispettoso della cornice attributiva di quel diritto, sia svolto

1 di 2 12/12/2014 18:27
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secondo modalità censurabili rispetto ad un criterio di valutazione, giuridico od extragiuridico; 4) la circostanza che, a causa di
una tale modalità di esercizio, si verifichi una sproporzione ingiustificata tra il beneficio del titolare del diritto ed il sacrifico cui è
soggetta la controparte.
L'abuso del diritto, quindi, lungi dal presupporre una violazione in senso formale, delinea l'utilizzazione alterata dello schema
formale del diritto, finalizzata al conseguimento di obiettivi ulteriori e diversi rispetto a quelli indicati dal Legislatore.
È ravvisabile, in sostanza, quando, nel collegamento tra il potere di autonomia conferito al soggetto ed il suo atto di esercizio,
risulti alterata la funzione obiettiva dell'atto rispetto al potere che lo prevede.
Come conseguenze di tale, eventuale abuso, l'ordinamento pone una regola generale, nel senso di rifiutare la tutela ai poteri,
diritti e interessi, esercitati in violazione delle corrette regole di esercizio, posti in essere con comportamenti contrari alla buona
fede oggettiva.
E nella formula della mancanza di tutela, sta la finalità di impedire che possano essere conseguiti o conservati i vantaggi
ottenuti - ed i diritti connessi - attraverso atti di per sé strutturalmente idonei, ma esercitati in modo da alterarne la funzione,
violando la normativa di correttezza, che è regola cui l'ordinamento fa espresso richiamo nella disciplina dei rapporti di
autonomia privata.
Qualora la finalità perseguita da una delle parti non sia quella consentita dall'ordinamento, si avrà abuso. In questo caso il
superamento dei limiti interni o di alcuni limiti esterni del diritto ne determinerà il suo abusivo esercizio.
Compiuta una doverosa premessa teorica sul principio di buona fede e sull’abuso del diritto, procediamo con l’applicazione delle
prospettive esegetiche illustrate, al caso concreto.
In particolare occorre verificare la correttezza del comportamento della società Alfa nell’esercizio della facoltà di recesso ad essa
riconosciuto dal contratto di concessione di vendita.
Occorre in prima battuta osservare come tale facoltà sia riconosciuta dal legislatore all’art.1373 c.c., II comma. Autorevole
dottrina (De Nova) ha affermato che la funzione del recesso nei contratti di durata (come quello di concessione di vendita) sia
quello di consentire ad una parte di sciogliersi dal rapporto, o perché sia venuto meno il suo interesse o perché siano modificate
in modo sostanziale le condizioni contrattuali.
Orbene, nella fattispecie, concreta, non sono rappresentate le indicate motivazioni che giustificano lo scioglimento del contratto,
senza contare che la società Alfa ha esercitato il recesso in modo del tutto disinteressato degli interessi della controparte,
decidendo lo scioglimento del rapporto e comunicandolo solo pochissimi giorni prima dalla data dell’interruzione.
Alla luce di tali considerazioni, deve ritenersi senz’altro contrario a buona fede il comportamento della società Alfa e ben potrà
Tizio coltivare azione verso la controparte per l’illegittimità del recesso da questa esercitato.

(di Danilo Di Matteo)

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