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In caso di furto dell’auto, il diritto


dell’assicurazione di rivalersi sulla società che
gestisce il “parcheggio non custodito” ed
automatizzato (autorizzato dal comune, in
prossimità di grossi nodi di interscambio), dipende dalla esposizione o meno dell’avviso al di fuori dell’area.

Traccia

L’azienda Beta gestisce un’area di sosta a pagamento e non custodita nel comune di Milano, in prossimità di grossi nodi di
interscambio, in virtù di quanto previsto da un’apposita delibera di giunta comunale, richiamata nel regolamento di parcheggio
apposto all’ingresso dell’area medesima.
L’organizzazione, la gestione e la regolamentazione del parcheggio si basano, esclusivamente, su un impianto automatizzato di
entrata e di uscita nell’area, azionato dal conducente dei mezzi mediante scheda magnetica, mancanza di addetti a cui
effettuare le consegne delle autovetture e libertà di scelta del posto ove collocarla.
Nel novembre del 2012 Tizio, dirigente di azienda, parcheggia la propria auto, una Mercedes classe A, all’interno della citata
area e, tornato sul posto dopo aver sbrigato alcune commissioni, scopre che la stessa è stata rubata, nonostante fosse chiusa a
chiave e con l’antifurto inserito.
Alfa S. p. A., quale compagnia assicuratrice del veicolo di proprietà di Tizio, cita dinanzi il Tribunale di Milano l’azienda Beta,
chiedendone la condanna, in qualità di depositaria e a titolo di surroga, al pagamento di euro 30.000,00, indennizzate al proprio
assicurato, per il furto della sua auto.
Il candidato, assunte le vesti del legale di Beta, premessi brevi cenni sull’istituto sotteso al caso in esame, rediga motivato
parere.

Giurisprudenza

o Cassazione Civile, sezione III, 24 settembre 2013 n. 21831. L’istituzione da parte dei Comuni, previa
deliberazione della Giunta, di aree di sosta a pagamento ai sensi dell’art. 7, comma I, lettera f), del D. lgs. 30 aprile
1992, n. 285 (codice della strada), non comporta l’assunzione dell’obbligo del gestore di custodire i veicoli su di esse
parcheggiati se l’avviso “parcheggio incustodito” è esposto in modo adeguatamente percepibile prima della conclusione
del contratto (artt. 1326, comma I, e 1327 cod. civ.), perché l’esclusione attiene all’oggetto dell’offerta al pubblico ex art.
1336 cod. civ. (senza che sia necessaria l’approvazione per iscritto della relativa clausola, ai sensi dell’art. 1341, secondo
comma, cod. civ., non potendo presumersene la vessatorietà) – che l’ utente può non accettare non essendo privo di
alternative. Ne consegue che il gestore concessionario del Comune di un parcheggio senza custodia non è responsabile
del furto del veicolo in sosta nell'area all'uopo predisposta.

Svolgimento
In ragione di quanto descritto e, aderendo alla recente giurisprudenza di legittimità, l’azienda Beta, quale concessionaria
del comune di Milano per l’area di parcheggio, non sarà responsabile del furto del veicolo di Tizio, se dimostrerà che la
locuzione “parcheggio non custodito” sia stata adeguatamente percepibile, da parte dell’utente, prima della conclusione
del contratto.
Ai fini della trattazione del presente parere, occorre soffermare l’attenzione – preliminarmente – sul contratto di
deposito, disciplinato dal nostro legislatore agli artt. 1766 cod. civ. e ss.
Il deposito è “il contratto con il quale una parte (depositario) riceve dall’altra (depositante) una cosa mobile, con l’obbligo
di custodirla e restituirla in natura”.
Oggetto del contratto, dunque, sono cose mobili.
Il deposito può riguardare anche beni mobili registrati e beni fungibili e consumabili, purché non venga concessa al
depositario la facoltà di uso.
La causa del deposito consiste nell’assicurare la custodia della cosa: provvedere, cioè, alla conservazione materiale di
essa, preservandola dai pericoli di sottrazione, distruzione o danneggiamento.
L’obbligazione di custodire gravante su una delle parti costituisce lo scopo esclusivo, o quanto meno preminente, del
contratto ed è diretta a soddisfare da sola l’interesse contrattuale specifico del depositante – creditore. La custodia,
dunque, rappresenta – secondo una parte della dottrina – la funzione pratica che giustifica l’affidamento della cosa al
depositario e le prestazioni di quest’ultimo.
Nel deposito, l’obbligo di custodire ha carattere finale mentre in altre ipotesi ha carattere accessorio e strumentale. Al
depositario non passa la proprietà né il possesso della cosa depositata: egli la detiene soltanto, nell’interesse del
depositante, e non può disporne (art. 1170 cod. civ.).
Per quanto concerne la natura giuridica, il deposito è un contratto reale, di durata, non formale, ad efficacia obbligatoria,
non sinallagmatico. Non è sempre necessario, comunque, il passaggio materiale del bene da custodire, ma è sufficiente
che, in capo all’accipiens, si verifichi una situazione tale da permettere l’immediata realizzazione dell’interesse
perseguito: se la cosa, pertanto, si trova già nelle mani del depositario, basta una traditio c. d. consensuale, un accordo
cioè che modifichi il titolo del possesso in capo all’accipiens, che da quel momento deterrà a titolo di deposito. Per la sua
perfezione non è necessario il previo scambio espresso del consenso dei contraenti, potendo questi ravvisarsi anche nella
consegna e nell’accettazione della cosa da parte, rispettivamente, de depositante e del depositario.
La consegna della cosa può realizzarsi anche con una ficta traditio attraverso la ritenzione della cosa da parte del
depositario oppure nell’ipotesi di mancato ritiro del bene da parte dell’avente diritto, con il conseguente sorgere per il
depositario dell’obbligo di custodia e per il proprietario dell’obbligo di pagamento delle spese di custodia fino al ritiro dello

1 di 3 12/12/2014 18:37
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stesso.
La legge non prevede, per il deposito, neanche la forma ad probationem ma, nella pratica, vengono rilasciati particolari
contrassegni, che abilitano il possessore al ritiro della merce depositata e costituiscono, pertanto, dei mezzi di
legittimazione. Pur avendo tali documenti una funzione probatoria, viene comunemente riconosciuto che i diritti e gli
obblighi delle parti possono essere provati con ogni altro mezzo di prova.
Il contratto di parcheggio è un contratto atipico, cioè non appartenente alle tipologie contrattuali aventi una puntuale
disciplina ma consentite dal nostro ordinamento ex art. 1322 cod. civ., tuttavia tipico dal punto di vista sociale, poiché
rientra in quel genere di pattuizioni che si formano senza una preventiva negoziazione tra le parti, ma direttamente
attraverso l'immediata utilizzazione del servizio offerto. Come è stato giustamente rilevato, si assiste, in questo caso, a
un affievolimento della manifestazione della volontà negoziale, in favore di comportamenti standardizzati di tipicità
sociale.
Il contratto di parcheggio si perfeziona nel momento in cui il veicolo stesso viene immesso e lasciato, con il consenso del
custode, nell’apposito spazio. Non è necessario, per il suo perfezionarsi, anche la consegna delle chiavi.
Nel caso in questione ci si chiede se il rapporto giuridico che si è instaurato tra Tizio e l’azienda Beta, quale titolare in
concessione di un’area di parcheggio disciplinata dall’art. 7, comma I, lett. f) del Codice della Strada e concretizzata nella
delibera della Giunta comunale di Milano, debba essere considerato comunque un contratto di deposito con obbligo di
custodia da parte del depositario, ovvero debba essere ricondotto nel contratto atipico di parcheggio incustodito,
definibile come locazione di area.
L’indagine da porre in essere riguarda quella tipologia di contratto che viene stipulato tra l'utente e il gestore del
parcheggio quando il primo utilizza i parcheggi a pagamento, anche senza custodia, predisposti dal comune e affidati in
gestione, mediante i quali l'ente territoriale crea delle aree di interscambio (in periferia, all'ingresso della città, in
prossimità dei capolinea delle linee metropolitane) a tutela del fine pubblico di decongestionare il traffico urbano.
Nella recente giurisprudenza si è creato un contrasto sulla disciplina applicabile in caso di furto di veicolo parcheggiato in
area recintata, gestita da un privato, e sulla natura ed efficacia delle clausole di esclusione della responsabilità (c.d. ex
recepto) nel regolamento di parcheggio, indipendentemente dalle modalità con cui questo viene organizzato.
La dottrina propende per la tesi del contratto misto (contratto di deposito e quello di locazione di area), considerandolo
un contratto in cui confluiscono sia gli obblighi di custodia(sorveglianza del mezzo) e restituzione che l'obbligo di
godimento di una cosa immobile (area di sosta), dietro pagamento di un corrispettivo.
La prevalente giurisprudenza, invece, individua nel parcheggio un contratto atipico, meritevole di tutela al quale si
applicano le norme giuridiche dettate in materia di contratto di deposito. Ne consegue, in primo luogo, che l'obbligo del
parcheggiatore non è limitato alla semplice messa a disposizione di uno spazio libero per la sosta, ma si estende alla
custodia e alla restituzione del veicolo nelle medesime condizioni in cui è stato consegnato, non richiedendo
necessariamente l'affidamento del veicolo a una persona fisica, bastando l'adozione di sistemi automatizzati di ingresso e
di uscita mediante schede magnetizzate. Quanto alla presenza di clausole di limitazione della responsabilità del gestore,
devono essere approvate per iscritto, ex art. 1341, comma II. Cod. civ., dovendosi ritenere quali condizioni generali di
contratto (cfr. Cass. Civ., sez. III, 27 gennaio 2009 n. 1957).
Altro orientamento, invece, di diverso avviso, assimila il contratto di parcheggio al contratto di locazione (d'area) non
ritenendo sussistente l'elemento “custodia” non previsto nelle clausole contrattuali e spesso esplicitamente escluso (cfr.
Cass. Civ., sez. III, 13 marzo 2009, n. 6169).
A risolvere il contrasto sono intervenute le Sezioni Unite le quali hanno osservato preliminarmente che vi è una
normativa speciale che, derogando la normativa codicistica in tema di deposito, disciplina il contratto di parcheggio le cui
disposizioni hanno sia rilevanza pubblica che di diritto privato (cfr. Cass. Civ., Sez. Un., 28 giugno 2011, n. 14319).
A partire, infatti, dalla legge 122/1989 (c.d. legge Tognoli) sono state emanate delle disposizioni con lo scopo di
privilegiare la creazione di parcheggi al fine di decongestionare i centri urbani, poi il D. lgs. 285/1992 (art. 3), ha
previsto la possibilità per i Comuni di stabilire aree da destinare a parcheggio senza obbligo di custodia. Anche la Corte
costituzionale, intervenuta sull’argomento (sent. n. 66/2005), ha ritenuto legittimo il pagamento perché l'area pubblica,
pur se concessa a un privato, non è sottratta all'uso generalizzato. Si è, quindi, in presenza di un duplice interesse e
cioè, da una parte, quello del conducente di poter parcheggiare l'auto in zone in certo qual modo sorvegliate, e dall'altro
quello pubblico che, allo scopo di snellire il traffico, incentiva la sosta dei veicoli a tariffe contenute.
Da tale premessa le Sezioni Unite sono giunte alla conclusione che esistono due tipi di contratto di parcheggio nei centri
urbani e la scelta tra questi è rimessa all'utente: uno è il contratto di parcheggio senza custodia (assimilabile alla
locazione di sola area), quando l'utente è interessato ad avere uno spazio per la sosta del veicolo, in prossimità con
luoghi di interscambio con sistemi di trasporto collettivo ai quali intende accedere rapidamente e senza incorrere nei
divieti previsti dal codice della strada. In tal caso, pagando il corrispettivo per l'utilizzo dell'area al gestore, senza
trasferire la detenzione del veicolo al personale eventualmente preposto alla sorveglianza del parcheggio, la custodia
deve ritenersi esclusa, se risulta da uno specifico avviso, apposto in maniera da risultare percepibile prima della
conclusione del contratto, e senza che sia necessaria una specifica clausola da sottoscrivere ex art. 1341 cod. civ., poiché
è la stessa legge a consentire all'ente di istituire aree di sosta a pagamento senza custodia e, indipendentemente dalle
modalità con le quali viene svolto il servizio, è sufficiente l'apposizione del regolamento all'ingresso dell'area e il suo
richiamo nella scheda di accesso per rendere edotto l'utente circa la limitazione della responsabilità del gestore.
L’altro è il contratto di parcheggio con custodia quando l'utente, non solo vuole utilizzare l'area, ma vuole anche la
conservazione e la restituzione del veicolo nello stesso stato in cui lo ha consegnato, anche senza effettuare
materialmente la consegna delle chiavi al personale addetto, ancorché abbia lasciato l'auto chiusa e con l'installazione
dei sistemi di antifurto. In tal caso, deve applicarsi la disciplina sul deposito perché l'obbligazione caratteristica del
gestore del parcheggio è quella di custodire l'auto ed egli deve adottare tutte le cautele per adempiere tale obbligo e per
tutelare l'utente dal rischio di furto (cfr. Cass. Civ., sez. III, 5 aprile 2012, n. 5536).
L’indirizzo fornito dalle Sezioni Unite della Suprema Corte regolatrice è stato di recente ribadito dai giudici di P. zza
Cavour, secondo i quali “l’istituzione da parte dei Comuni, previa deliberazione della Giunta, di aree di sosta a pagamento
ai sensi dell’art. 7, comma I, lettera f), del D. lgs. 30 aprile 1992, n. 285 (codice della strada), non comporta l’assunzione
dell’obbligo del gestore di custodire i veicoli su di esse parcheggiati se l’avviso “parcheggio incustodito” è esposto in modo
adeguatamente percepibile prima della conclusione del contratto (artt. 1326, comma I, e 1327 cod. civ.), perché

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l’esclusione attiene all’oggetto dell’offerta al pubblico ex art. 1336 cod. civ. (senza che sia necessaria l’approvazione per
iscritto della relativa clausola, ai sensi dell’art. 1341, secondo comma, cod. civ., non potendo presumersene la
vessatorietà) – che l’ utente può non accettare non essendo privo di alternative. Ne consegue che il gestore
concessionario del Comune di un parcheggio senza custodia non è responsabile del furto del veicolo in sosta nell'area
all'uopo predisposta” (Cass. Civ., sez. III, 24 settembre 2013 n. 21831, conf. Cass. Civ., sez. III, 13 marzo 2009, n.
6169).
Pertanto, e in conclusione, nel caso di specie, l’azienda Beta, concessionaria del parcheggio, non sarà responsabile del
furto dell’auto se dimostrerà, nella comparsa di costituzione e risposta, ritualmente depositata ex art. 167 c. p. c., che
all’ingresso dell’area di sosta era posizionato l'avviso "parcheggio incustodito", esposto in modo adeguatamente
percepibile, prima della conclusione del contratto con l’utente Tizio.
La società Alfa assicurazioni – dal canto suo – non potrà sostenere né che la clausola di esclusione di responsabilità era
vessatoria e, quindi, doveva essere espressamente approvata per iscritto ex art. 1341, comma II, cod. civ., perché, come
si è detto, è la stessa legge che consente l’istituzione di tale tipologia di aree di sosta senza custodia, né che Tizio era in
buona fede perché aveva fatto affidamento sulle modalità di offerta del servizio di parcheggio (quali, ad esempio,
l'adozione di recinzioni, di speciali modalità di accesso ed uscita, di dispositivi o di personale di controllo), rappresentando
i suddetti meccanismi soltanto una modalità organizzativa del gestore, al fine di delimitare l'area destinata al parcheggio
e di impedire l'utilizzo gratuito della stessa e di riscuotere il corrispettivo della sosta, non costituendo anche indice della
volontà di assumersi l’obbligazione di custodire.

(di Giuseppe Potenza)

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