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Esame Avvocato 2012

Anatocismo, prescrizione dell’indebito, tasso di


interesse passivo

Traccia n. 1

Caio, cliente da anni della banca X riferisce di aver versato alla stessa, dopo la chiusura di alcuni rapporti di conto corrente con
essa intrattenuti fra il 1994 e il 2008, l’importo comprensivo di interessi computati ad un tasso extralegale, e capitalizzati
trimestralmente per parte della durata dei suddetti rapporti e successivamente capitalizzati annualmente.
Il candidato assunte le vesti del difensore di Caio, rediga motivato parere sugli istituti e sulle problematiche sottese alla
fattispecie soffermandosi in particolare sulla eventuale prescrizione dell’indebito, sull’anatocismo e sulla pattuizione inerente
tasso di interesse passivo.

Giurisprudenza

o Cassazione Civile, Sez. Un., 2 dicembre 2010 n. 24418 per la quale l'azione di ripetizione di indebito, proposta dal
cliente di una banca, il quale lamenti la nullità della clausola di capitalizzazione trimestrale degli interessi anatocistici
maturati con riguardo ad un contratto di apertura di credito bancario regolato in conto corrente, è soggetta all'ordinaria
prescrizione decennale, la quale decorre, nell'ipotesi in cui i versamenti abbiano avuto solo funzione ripristinatoria della
provvista, non dalla data di annotazione in conto di ogni singola posta di interessi illegittimamente addebitati, ma dalla
data di estinzione del saldo di chiusura del conto, in cui gli interessi non dovuti sono stati registrati. Infatti, nell'anzidetta
ipotesi ciascun versamento non configura un pagamento dal quale far decorrere, ove ritenuto indebito, il termine
prescrizionale del diritto alla ripetizione, giacché il pagamento che può dar vita ad una pretesa restitutoria è
esclusivamente quello che si sia tradotto nell'esecuzione di una prestazione da parte del "solvens" con conseguente
spostamento patrimoniale in favore dell'"accipiens";
o Cassazione Civile, Sez. Un., 4 novembre 2004, n. 21095 per la quale, in tema di capitalizzazione trimestrale degli
interessi sui saldi di conto corrente bancario passivi per il cliente, a seguito della sentenza della Corte costituzionale n.
425 del 2000, che ha dichiarato costituzionalmente illegittimo, per violazione dell'art. 76, Cost., l'art. 25, comma III,
d.lgs. n. 342 del 1999, il quale aveva fatto salva la validità e l'efficacia — fino all'entrata in vigore della delibera CICR di
cui al comma 2 del medesimo art. 25 — delle clausole anatocistiche stipulate in precedenza, siffatte clausole, secondo i
principi che regolano la successione delle leggi nel tempo, sono disciplinate dalla normativa anteriormente in vigore e,
quindi, sono da considerare nulle in quanto stipulate in violazione dell'art. 1283, cod. civ., perché basate su un uso
negoziale, anziché su un uso normativo, mancando di quest'ultimo il necessario requisito soggettivo, consistente nella
consapevolezza di prestare osservanza, operando in un certo modo, ad una norma giuridica, per la convinzione che il
comportamento tenuto è giuridicamente obbligatorio, in quanto conforme ad una norma che già esiste o che si reputa
debba fare parte dell'ordinamento giuridico («opinio juris ac necessitatis»). Infatti, va escluso che detto requisito
soggettivo sia venuto meno soltanto a seguito delle decisioni della Corte di cassazione che, a partire dal 1999,
modificando il precedente orientamento giurisprudenziale, hanno ritenuto la nullità delle clausole in esame, perché non
fondate su di un uso normativo, dato che la funzione della giurisprudenza è meramente ricognitiva dell'esistenza e del
contenuto della regola, non già creativa della stessa, e, conseguentemente, in presenza di una ricognizione, anche
reiterata nel tempo, rivelatasi poi inesatta nel ritenerne l'esistenza, la ricognizione correttiva ha efficacia retroattiva,
poiché, diversamente, si determinerebbe la consolidazione medio tempore di una regola che avrebbe la sua fonte
esclusiva nelle sentenze che, erroneamente presupponendola, l'avrebbero creata;
o Cassazione Civile, sez. II, 13 aprile 2005, n. 7651 per la quale, qualora con sentenza sia dichiarata la nullità del
titolo sulla base del quale è stato effettuato un pagamento, la domanda di restituzione dà luogo a un azione di ripetizione
di indebito oggettivo il cui termine di prescrizione inizia a decorrere non dalla data della decisione ma da quella del
pagamento effettuato al momento della stipula del contratto dichiarato nullo, atteso che la pronuncia di nullità del
negozio, essendo di mero accertamento, ha efficacia retroattiva con caducazione fin dall'origine dell'atto e della modifica
della situazione giuridica preesistente, e ciò non diversamente da quanto accade nell'ipotesi di ripetizione del pagamento
effettuato in base a norma successivamente dichiarata incostituzionale;
Cassazione Civile, 30 marzo 1999, n. 3096 (conf. Cass. Civ., 16 marzo 1999, n. 2374) per la quale la
capitalizzazione trimestrale degli interessi da parte della banca sui saldi di conto corrente passivi per il cliente non
costituisce un uso normativo, ma un uso negoziale, essendo stata tale diversa periodicità della capitalizzazione (più breve
rispetto a quella annuale applicata a favore dei clienti sui saldi di conto corrente per lui attivi alla fine di ciascun anno
solare) adottata per la prima volta in via generale su iniziativa dell’ABI nel 1952 e non essendo connotata la reiterazione
del comportamento dalla opinio juris ac necessitatis.

Svolgimento

Nel caso in esame, aderendo al recente orientamento delle Sezioni Unite della Suprema Corte di legittimità, le somme versate
da Caio alla banca X e non ancora prescritte, per effetto della capitalizzazione trimestrale, devono ritenersi indebitamente
percepite da tale istituto di credito e, di conseguenza, Caio potrà agire in via giudiziale per esperire la relativa azione
restitutoria.
Ai fini della trattazione del presente parere occorre soffermarsi sul fenomeno del c. d. anatocismo bancario.
L’anatocismo rappresenta ciò che la dottrina maggioritaria ha definito “il diritto agli interessi sugli interessi”.
Si tratta, essenzialmente, del fatto economico della trasformazione degli interessi in capitale che individua il diritto del creditore
di ottenere gli interessi sulle somme dovute per gli interessi già maturati.
Il nostro legislatore disciplina la materia all’art. 1283 cod. civ., il cui testo dispone: “in mancanza di usi contrari, gli interessi
scaduti possono produrre interessi solo dal giorno della domanda giudiziale o per effetto di convenzione posteriore alla loro
scadenza, e sempre che si tratti di interessi dovuti da almeno sei mesi”.
Dalla lettera della norma si ricava che gli interessi anatonistici possono essere giudiziali o convenzionali.
Si definiscono giudiziali gli interessi anatonistici dovuti a seguito di domanda giudiziale. Più esattamente, quando si propone
una domanda per il pagamento di una somma di denaro dal giorno stesso della domanda, gli interessi si producono anche sulla
somma dovuta a titolo di interessi sulla sorta capitale della quale si chiede il pagamento, sempreché gli interessi primari (quelli
cioè maturati direttamente sulla sorta capitale) siano scaduti e dovuti da almeno sei mesi. Al riguardo occorre ulteriormente
precisare che gli interessi primari devono essere già scaduti al momento della proposizione della domanda giudiziale, sì da
essere concretamente esigibili.
La pattuizione degli interessi anatonistici può derivare, inoltre, da apposita convenzione, da stipularsi in forma scritta almeno
sei mesi dopo la scadenza degli interessi primari, a pena di nullità. La disposizione mira ad evitare che l’accettazione della
clausola anatocistica possa essere utilizzata come condizione che il debitore deve necessariamente accettare per poter accedere
al credito. Quanto alla misura del saggio degli interessi secondari, esso coincide – salvo diverso accordo tra le parti – con quello
legale.
Con riguardo all’ambito di applicazione della norma, va evidenziato, che, per costante opinione prevalente sia in giurisprudenza
sia in dottrina, l’anatocismo si applica solo agli interessi dovuti per le obbligazioni sin dall’origine pecuniarie o divenute tali a

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seguito di liquidazione giudiziale o convenzionale: in fatti, poiché gli interessi primari, per produrre interessi, devono essere
scaduti, tale situazione può ravvisarsi solo in relazione ai debiti di valuta e non anche ai debiti di valore (come ad es. il
risarcimento del danno).
L’art. 1283 cod. civ. prevede che le somme dovute a titolo di interessi possano produrre, a loro volta, interessi soltanto se
maturate per almeno sei mesi. Come si vede la norma assoggetta il fenomeno dell’anatocismo ad una disciplina restrittiva,
mirando ad evitare che la posizione del debitore diventi eccessivamente gravosa.
Per comprendere la ratio della disposizione, occorre tener presente che il capitale monetario, per il principio della naturale
fecondità del denaro, è idoneo, di per sé, a produrre interessi che si vanno ad aggiungere alla sorta capitale, con la conseguenza
che si dovrebbe riconoscere, in applicazione dell’art. 1282 cod. civ., la regolare produzione di interessi di pieno diritto
sull’importo degli interessi capitalizzati. Orbene, proprio per circoscrivere tale fenomeno, è stato emanato l’art. 1283 cod. civ.
che, ponendo limiti piuttosto ristretti alla possibilità di produzione di interessi sugli interessi già maturati, si mantiene nel solco
di una tradizione ispirata al c. d. favor debitoris ed è coerente ad un orientamento di diffidenza verso la produzione di interessi
in misura superiore a quella legale, che trova espressione anche negli artt. 1284, comma 3 e 1815, comma II, cod. civ.
Va osservato, tuttavia, che l’art. 1283 cod. civ. si apre con la clausola di salvezza “in mancanza di usi contrari”: è cioè previsto
che tali usi possano derogare alla norma, consentendo la produzione di interessi sugli interessi (c. d. interessi composti) anche
al di là dei limiti previsti. Gli usi ai quali fa riferimento la norma sono gli usi normativi previsti dall’art. 8 delle preleggi, i quali
sono caratterizzati dall’elemento oggettivo della ripetizione costante nel tempo di un determinato comportamento da parte di un
numero indeterminato di soggetti operanti in un dato settore (c. d. “diuturnitas”) e dall’elemento soggettivo consistente nella
osservanza di quel comportamento con la convinzione che esso sia giuridicamente vincolante (c. d. “opinio iuris ac
necessitatis”).
Le problematiche che emergono nel caso de quo riguardano, da un lato, la circostanza se la banca X avesse potuto convertire la
clausola di capitalizzazione trimestrale, in annuale, al fine di restituire al cliente Caio solo in parte le somme indebitamente
percepite e, dall’altro, qual è il dies a quo della prescrizione per l’azione restitutoria.
La questione si sostanzia, essenzialmente, nel verificare se la prassi invalsa in ambito bancario della capitalizzazione trimestrale
degli interessi integri o meno un uso normativo, come tale idoneo a derogare alla regola della capitalizzazione, almeno
semestrale, stabilita dall’art. 1283 cod. civ.
Nonostante la tutela approntata dal citato articolo, che subordina l'anatocismo alla compresenza di alcuni presupposti ben
determinati, per circa mezzo secolo nella prassi bancaria italiana hanno trovato applicazione pressoché generalizzata, nei
contratti di apertura di conto corrente, le clausole di capitalizzazione trimestrale degli impieghi. Ciò grazie (anche) all'avallo
della giurisprudenza, tanto di legittimità quanto di merito, che ha affermato la validità delle clausole di capitalizzazione
trimestrale, escludendo l'esistenza di un contrasto con la previsione di cui all'art. 1283 cod. civ., sulla base dell'affermazione
dell'esistenza di un uso idoneo a derogare al divieto di anatocismo stabilito da tale norma.
La giurisprudenza di legittimità, nel 1999, invertendo il proprio orientamento giurisprudenziale, ha più volte affermato la nullità
della clausola di capitalizzazione trimestrale, sostanzialmente argomentando nel senso dell’inesistenza di un uso normativo
idoneo a derogare all'art. 1283 c.c. (cfr. Cass. Civ., 16.03.1999, n. 2374; Cass. Civ., 30.03.1999, n. 3096).
Cedendo alle spinte del mondo bancario e alla esigenza di evitare una moltiplicazione del contenzioso, il legislatore ha colto
l’occasione per intervenire sulla materia, con il decreto legislativo 4 agosto 1999, n. 342, recante disposizioni integrative e
correttive del decreto legislativo, n. 385/1993 (Testo unico delle leggi in materia bancaria e creditizia): tale intervento ha
introdotto in materia il principio della eguale cadenza di capitalizzazione dei saldi attivi e passivi, nel contempo stabilendo - con
norma transitoria - una sanatoria per il pregresso, facendo salve le clausole di capitalizzazione trimestrale contenute nei
contratti conclusi prima dell'entrata in vigore della nuova disciplina.
La norma transitoria è stata però dichiarata illegittima, per eccesso di delega e conseguente violazione dell'articolo 77
Costituzione, dalla Corte Costituzionale (sentenza 17 ottobre 2000, n. 425). La Consulta, con la citata sentenza, ha abrogato
l'art. 25, comma 3, dichiarato incostituzionale per l'irretroattività della legge, la disparità di trattamento fra soggetti del testo
Unico Bancario e creditori sottoposti all'anatocismo, il non rispetto dell'autonomia e indipendenza della magistratura.
Venuta meno la norma transitoria, finalizzata ad assicurare validità ed efficacia alle clausole di capitalizzazione degli interessi
inserite nei contratti bancari stipulati anteriormente alla entrata in vigore della nuova disciplina, paritetica, della materia, la
Suprema Corte regolatrice ha continuato, con una ulteriore serie di sentenze a ribadire il suo approccio più recente, peraltro
estendendo i principi enunciati inizialmente con riferimento al conto corrente bancario anche ai contratti di mutuo (cfr. Cass.
Civ., 13.12.2002, n. 17813).
Infine, i giudici di P. zza Cavour hanno confermato in modo netto il “revirement” del 1999, così consolidando il nuovo “trend
giurisprudenziale” (cfr. Cass. Civ., SS.UU., 4 novembre 2004, n. 21095, conf. Cass. Civ., 05.07.2007, n. 15128).
Nel caso di specie, pertanto, aderendo a tali ultimi indirizzi giurisprudenziali, non vi è dubbio che le clausole di ricapitalizzazione
trimestrali sottoscritte da Caio, a seguito di prassi bancaria, successive alla modifica legislativa, debbano qualificarsi nulle.
Il tema dei diritti dei correntisti alla ripetizione di somme illegittimamente addebitate sul conto, soprattutto per interessi
anatocistici e commissioni di massimo scoperto, presenta diversi e noti profili autorevolmente dibattuti.
Tra questi, un ulteriore aspetto saliente, rilevante anche nel caso in esame, oggetto del presente parere, è costituito
dall'individuazione del giorno in cui inizia a decorrere il termine di prescrizione decennale per far valere tali diritti, ai sensi
dell'art. 2935 cod. civ.
La giurisprudenza di merito, negli ultimi anni - in particolare, dopo che la Cassazione ha affermato l'illegittimità della
capitalizzazione trimestrale praticata dalle banche - è stata chiamata numerose volte a pronunciarsi sull'argomento e si è divisa,
essenzialmente, tra due orientamenti.
Un primo filone interpretativo ritiene che il termine di prescrizione decorra dalla chiusura del conto corrente, considerata la
natura unitaria del contratto di conto corrente bancario, il quale darebbe luogo ad un unico rapporto giuridico, sicché la serie di
accreditamenti ed addebiti costituirebbe un dato contabile, mentre è solo con la chiusura del conto che si stabilisce l'entità del
credito e del debito delle parti (cfr. Cass. Civ., 09.04.1984, n. 2262; conf. Cass. Civ., 14.05.2008, n. 10127).
In specie, il diritto alla ripetizione da parte di Caio non sarebbe prescritto, essendosi il rapporto contrattuale chiuso nel 2008.
Un diverso indirizzo afferma che la prescrizione decorra da ciascun addebito in conto corrente, poiché la relativa annotazione
produrrebbe l'effetto di modificare il saldo e consentirebbe di esercitare il diritto di ripetizione (cfr. Cass. Civ., 13.04.2005, n.
7651).
Seguendo tale orientamento la banca X, a fronte di un'azione di Caio, potrebbe eccepire l'intervenuta prescrizione del diritto di
recuperare le somme addebitate prima del decennio (e quindi prima del 2002).
Il contrasto è stato risolto dalle Sezioni Unite del Supremo collegio di P.zza Cavour, le quali hanno stabilito che, al fine di
individuare il dies a quo della prescrizione, occorre distinguere tra il caso in cui il cliente gode di una apertura di credito (e
perciò il versamento sul conto serve a ripristinare la provvista) ed il caso in cui il conto è scoperto o il versamento sia comunque
extra fido (qui il versamento è un vero pagamento, con natura solutoria) (cfr. Cass. Civ., Sez. Un., 02.12.2010, n. 24418).
Nella prima ipotesi, ha giudicato la Corte di legittimità, il termine di prescrizione decorre dalla chiusura del conto, poiché i
precedenti addebiti, appunto, non sono qualificabili tecnicamente come pagamenti; nella seconda ipotesi, invece, ogni
versamento corrisponde ad un vero pagamento e come tale (ove fosse eseguito per effetto di una clausola nulla) produce
immediatamente il diritto del cliente di chiederne la ripetizione, ed il termine di prescrizione di tale diritto, di conseguenza,
inizia a decorrere subito.
Sebbene il principio enucleato dalla Suprema Corte sembrava aver posto dei punti fermi, il legislatore è intervenuto dopo con
una "particolarmente tempestiva previsione", mutando in modo radicale i termini della questione.
La norma cui si allude è l'art. 2, co. 61, del d.l. 29 dicembre 2010, n. 225, conv. con modif. dalla legge 26 febbraio 2011, n. 10.
Il senso della disposizione, così come colto da molte decisioni che l'hanno applicata (senza ravvisarne profili di illegittimità
costituzionale), è che la prescrizione del diritto alla ripetizione inizia a decorrere, per ciascun addebito, dal momento in cui è
avvenuta l'inerente annotazione in conto.
Il che si traduce nell'estinzione della gran parte delle pretese, specialmente in materia di anatocismo, atteso che in tale ambito,
com'è noto, le controversie riguardano prevalentemente operazioni poste in essere negli anni '80 e '90 del secolo scorso, in
relazione alla disciplina all'epoca vigente.
La Corte Costituzionale, con sentenza del 5 aprile 2012, n. 78, ha dichiarato l'illegittimità costituzionale della norma sopra
citata., affermando che il principio di irretroattività della legge civile (art. 11 prel.) costituisce un valore fondamentale di civiltà

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giuridica e, pertanto, il legislatore può introdurre norme di interpretazione autentica, tali da incidere anche su situazioni
preesistenti, solo se vi sia una situazione di obiettiva incertezza del dato normativo, oppure un contrasto giurisprudenziale
irrisolto, o la necessità di recuperare il significato aderente all'originaria volontà del legislatore; e, comunque, sul presupposto
che l'interpretazione autentica fornisca un significato già contenuto nella norma di legge interpretata, riconoscibile come una
delle possibili letture del testo.
Sulla scorta di tale premessa, la Consulta ha censurato la norma in questione, in quanto la stessa, derogherebbe con riferimento
all'art. 2935 cod. civ., senza alcuna ragionevole giustificazione.
Da questa decisione si possono trarre due considerazioni di sintesi.
La prima è che per individuare il termine da cui decorre la prescrizione si ripristinano i criteri già emersi nella giurisprudenza
precedente e sopra richiamati; dunque non si può fare riferimento alla norma dichiarata illegittima, con effetto (questo)
certamente retroattivo, ossia valido anche per i giudizi pendenti, salvo il solo limite del giudicato (cfr. Cass. Civ., 6 maggio
2010, n. 10958).
La seconda considerazione è che, non solo vi è un "ripristino" degli orientamenti precedenti, ma vi è anzi un deciso
rafforzamento dell'indirizzo maggioritario, per il quale la prescrizione decorre dalla chiusura del conto. Il contrario orientamento
(prescrizione decorrente dai singoli addebiti), secondo la Corte Costituzionale, non può neppure ricondursi ad uno dei possibili
significati dell'art. 2935 cod. civ.
Il dies a quo della prescrizione, nel caso in esame, sarà il giorno del pagamento dell'indebito, essendo questo successivo alla
chiusura del conto corrente bancario di Caio. Ne consegue che il correntista potrà far valere l'illegittimità della capitalizzazione
trimestrale sino al 2000, ma se ha effettuato versamenti/pagamenti a ripristino della provvista, il decorso alla ripetizione
dell'indebito è dalla chiusura del conto, mentre se ha fatto versamenti a titolo di pagamento del debito (caso in cui è oltre fido) il
decorso è dall'annotazione dell'operazione. Infatti, gli interessi anatocistici computati dopo il 2000 sono comunque illegittimi
anche con la capitalizzazione trimestrale, mentre è legittima quella annuale se effettuata in condizioni di reciprocità; lo stesso
correntista (rectius, Caio) avrà diritto di ripetizione dell'indebito, ex art. 2033 cod. civ.
Per ciò che attiene alla pattuizione di interessi passivi, l'art. 1284, comma II, cod. civ. recita: "Allo stesso saggio (legale) si
computano gli interessi convenzionali, se le parti non ne hanno determinato la misura. Gli interessi superiori alla misura legale
devono essere determinati per iscritto, altrimenti sono dovuti nella misura legale".
La L.154/1992, prima (agli artt. 2- 3- 4- 5- 6), ed il T.U. bancario n. 385 del 1993, poi, hanno introdotto obblighi generali di
pubblicità e di pattuizione scritta delle condizioni contrattuali in materia bancaria e finanziaria, sancendo la nullità delle clausole
di mero rinvio agli usi, per la determinazione dei tassi di interesse e di ogni altro prezzo e condizioni praticati, nonché delle
clausole che prevedono tassi, prezzi, condizioni più sfavorevoli per i clienti di quelli pubblicizzati, con un meccanismo di
integrazione ex lege della clausola nulla, e stabilendo anche la necessità di comunicazioni specifiche al cliente - nei contratti di
durata in cui sia stato convenuto, in una apposita clausola contrattuale, specificamente sottoscritta dal cliente, l'esercizio, da
parte della banca, dello ius variandi dei tassi, dei prezzi e delle altre condizioni - delle variazioni a lui sfavorevoli, con diritto di
recesso del medesimo cliente.
Lo ius variandi è stato comunque introdotto legislativamente solo con l'art. 4 della L. 154/1992 (prima vi era solo di disposto di
cui all'art. 1283 c.c.). Viene quindi, con detta normativa, definitivamente sancita la nullità delle clausole per relationem
determinative degli interessi ultralegali.
La Corte di Cassazione è intervenuta in diverse pronunce sulla problematica relativa alle clausole di mero rinvio agli usi di
piazza, contenute nei contratti stipulati antecedentemente alla L.154/1992 ed al T.U. 385/1993 ed ancora in essere.
Secondo l'orientamento oggi prevalente, la convenzione relativa agli interessi (nel regime anteriore alla L.154/192) deve
ritenersi correttamente stipulata, ex art.1284 c.c., solo quando il relativo tasso risulti determinabile e controllabile in base a
criteri, anche estrinseci rispetto al documento negoziale, univoci ed oggettivamente indicati, essendo nulla la clausola, delle
condizioni generali di contratto, contenente un generico riferimento "alle condizioni usualmente praticate dalle aziende di
credito sulla piazza", ove non coordinata all'esistenza di vincolanti discipline fissate su larga scala nazionale con accordi
interbancari che garantiscano, sin dall'atto della costituzione del rapporto, la totale assenza di discrezionalità nell'apprensione
ed utilizzo del dato, vale a dire la misura del saggio.
In ogni caso tali clausole, stipulate anteriormente all'entrata in vigore della L. 154/1992, sono divenute improduttive di ulteriori
effetti, a partire dal 9/7/1992, data di entrata in vigore della nuova normativa, implicante espressamente la nullità delle
clausole di rinvio agli usi per la determinazione dei tassi di interesse, in quanto tale disciplina innovativa, se non incide sulla
validità delle clausole contrattuali inserite in contratti già conclusi, per i principi regolanti le successioni delle leggi nel tempo,
impedisce che esse possano continuare a produrre ulteriori effetti per l'avvenire nei rapporti ancora in corso.
In conclusione, nel caso di specie, deve ritenersi che la clausola delle condizioni generali di contratto stipulato tra Caio e la
Banca X deve ritenersi nulla, per contrasto con il divieto di anatocismo stabilito dall’art. 1283 cod. civ., il quale osterebbe anche
ad una eventuale previsione negoziale di capitalizzazione annuale.
Quanto agli interessi a debito del correntista Caio, essi dovranno essere calcolati senza operare capitalizzazione alcuna e Caio
stesso potrà richiedere il rimborso degli interessi versati in eccesso rispetto al saggio legale.
Da un punto di vista strettamente processuale, Caio potrà esercitare, con atto di citazione, l’azione di ripetizione dell’indebito,
ex art. 2033 cod. civ., chiedendo al giudice competente adito la condanna della banca x alla restituzione di tutte le somme - non
ancora prescritte - illegittimamente addebitate e/o riscosse.

(di Giuseppe Potenza)

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