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Assegnazione della casa familiare e


prescrizioni in tema di residenza: per la
sussistenza del requisito della “coabitazione”,
è necessaria la sussistenza di un collegamento
stabile del figlio con l’abitazione del genitore.

Traccia

Giulio e Calpurnia, entrambi liberi professionisti, sono sposati da vent’anni e vivono nella loro casa coniugale di Enna, acquistata
da entrambi con i risparmi messi da parte. Dalla loro unione è nato Mevio che ha ventitré anni ed ha conseguito brillantemente
un diploma di laurea triennale in ingegneria presso l’università statale di Palermo.
Improvvisamente Giulio scopre che la moglie lo tradisce con un altro uomo e decide di separarsi da Calpurnia.
Il Tribunale di Enna, investito del ricorso per separazione, assegna a Calpurnia la casa coniugale, ponendo a carico di Giulio un
contributo di euro 900,00, da versare a cadenza mensile alla moglie per il mantenimento del figlio maggiorenne, ritenuto dallo
stesso Tribunale non ancora autosufficiente dal punto di vista economico. In particolare, l’organo giurisdizionale adito osserva
che Mevio, pur avendo conseguito un diploma di laurea triennale ed essendo stato assunto come impiegato nel settore tecnico
dalla ditta Beta con una retribuzione mensile pari a circa 1200 euro, tuttavia è iscritto al biennio di specializzazione presso la
facoltà d’ingegneria, per cui necessita, quale studente lavoratore, di un contributo per proseguire gli studi. Per la medesima
ragione la casa familiare viene assegnata a Calpurnia, in quanto il figlio, benché a Palermo per ragioni di studio, torna
periodicamente dalla madre, avendo peraltro lì conservato la residenza anagrafica.
Giulio, intenzionato a contestare i provvedimenti intrapresi dal Tribunale nei suoi riguardi, decide di rivolgersi ad un avvocato.
Il candidato, assunte le vesti del legale di Giulio, premessi brevi cenni sulla separazione personale tra i coniugi, rediga motivato
parere.

Giurisprudenza

§ Cassazione Civile, sez. I, 22 marzo 2012, n. 4555 per la quale, la nozione di convivenza rilevante agli
effetti dell’assegnazione della casa familiare comporta la stabile dimora del figlio presso l’abitazione di uno dei genitori,
con eventuali, sporadici allontanamenti per brevi periodi, e con esclusione, quindi, dell’ipotesi di saltuario ritorno presso
detta abitazione per i fine settimana, ipotesi nella quale si configura invece un rapporto di mera ospitalità; deve,
pertanto, sussistere un collegamento stabile con l’abitazione del genitore, benché la coabitazione possa non essere
quotidiana, essendo tale concetto compatibile con l’assenza del figlio anche per periodi non brevi per motivi di studio o di
lavoro, purché egli vi faccia ritorno regolarmente appena possibile; quest’ultimo criterio, tuttavia, deve coniugarsi con
quello della prevalenza temporale dell’effettiva presenza, in relazione ad una determinata unità di tempo (anno,
semestre, mese);
§ Cassazione Civile, sez. I, 22 marzo 2010, n. 6861 per la quale la coabitazione del figlio maggiorenne con
uno dei genitori non viene meno nelle ipotesi di presenza solo saltuaria, motivata da ragioni di studio o di lavoro,
sussistendo pur sempre un collegamento stabile con la casa familiare ove il figlio faccia ritorno ogni volta che gli impegni
glielo consentano. Ne consegue la legittimazione della madre convivente a ricevere iure proprio l'assegno di
mantenimento per il figlio maggiorenne, laddove l'obbligato non fornisca prova dell'autosufficienza economica e della
cessata convivenza.

Svolgimento
In ragione di quanto descritto in traccia e, aderendo alla recente giurisprudenza della Suprema Corte di legittimità, non
avendo la sentenza del Tribunale adito accertato la reale stabilità del rapporto di convivenza tra Calpurnia e il figlio
maggiorenne, Giulio potrà ricorrere al Giudice per la revisione dell’assegno di mantenimento ma dovrà al tempo stresso
fornire prova dell'autosufficienza economica del figlio e della cessata convivenza.
Il legislatore ha previsto la separazione per tutti quei casi in cui all’interno del matrimonio si verificano alcuni
accadimenti che “rendono intollerabile la prosecuzione della convivenza o recano grave pregiudizio alla prole” - art.151,
comma I, cod.civ. (incompatibilità caratteriale insuperabile, fatti esterni ed imprevedibili al momento della celebrazione
del matrimonio, etc….).
La separazione personale dei coniugi è un istituto che ha l'effetto di sospendere molti degli obblighi personali e
patrimoniali inerenti ai rapporti tra i coniugi, senza tuttavia sciogliere definitivamente il matrimonio (ciò avviene solo con
il divorzio). Essa ha carattere tendenzialmente temporaneo. Ciò significa che pone i coniugi in una situazione transitoria
destinata ad evolversi o nel divorzio o nella riconciliazione. Tuttavia, la situazione di separazione personale può anche
protrarsi indefinitamente, se nessuno dei due coniugi decide di procedere al divorzio né la coppia si riconcilia.
La separazione personale legale dei coniugi è dichiarata da un giudice.
Quando la coppia si separa senza, tuttavia, rivolgersi al giudice, allora si ha la "separazione di fatto". Questo tipo di
separazione non produce l'effetto di sospendere gli obblighi matrimoniali. In effetti, nel caso di separazione di fatto, per
la legge è come se non ci fosse mai stata alcuna separazione (tranne rare eccezioni in tema di adozione e successione
nel contratto di locazione). Le conseguenze possono essere dannose per i coniugi. Per esempio, non essendo sospesi, con
la separazione di fatto, gli obblighi matrimoniali, l’allontanamento di uno dei coniugi dall’abitazione familiare, e dunque
la violazione dell’obbligo di coabitazione, o l’instaurazione di relazioni extra-coniugali, in violazione del dovere di fedeltà,
potrebbero essere motivo di addebito della separazione nelle ipotesi in cui solo uno dei coniugi volendo ottenere la
separazione, si rivolga a tal fine al Giudice.
Inoltre il termine di tre anni per poter chiedere il divorzio comincia a decorre solo ed esclusivamente dal momento della
separazione legale e non da quella di fatto.
La separazione personale dei coniugi non pone fine al matrimonio e non fa venir meno lo status giuridico di coniuge ma

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incide solo su alcuni effetti del matrimonio. In particolare: 1) si scioglie la comunione legale dei beni; 2) cessa l’obbligo di
fedeltà; 3) cessa l’obbligo di coabitazione.
Sono invece fatti salvi altri effetti del matrimonio. In particolare:1) dovere di contribuire nell’interesse della famiglia; 2)
dovere di mantenere il coniuge più debole; 3) dovere di mantenere, educare ed istruire la prole.
Si ha separazione consensuale quando marito e moglie decidono di separarsi di comune accordo e regolamentano tutte le
“questioni matrimoniali” (diritti patrimoniali, mantenimento del coniuge debole, diritti di visita dei figli, mantenimento
della prole, assegnazione della casa coniugale).
La separazione consensuale ha inizio con il deposito del ricorso, al quale segue un'udienza dinanzi al Presidente del
Tribunale, nella quale i coniugi devono comparire personalmente per il tentativo obbligatorio di conciliazione ed a seguito
della quale il Presidente del tribunale potrà adottare gli eventuali provvedimenti che riterrà necessari ed urgenti.
È da questa data che decorre il termine di tre anni per poter richiedere il divorzio.
Successivamente, se gli accordi sono ritenuti equi e non pregiudizievoli per i coniugi e soprattutto per la prole, il
Tribunale omologa con decreto le condizioni stabilite consensualmente dai coniugi, determinando così la separazione.
Le condizioni stabilite in sede di separazione consensuale potranno comunque essere in seguito modificate o revocate
nell’ipotesi in cui sopravvengano fatti nuovi che mutino la situazione di uno dei coniugi o il rapporto con i figli.
Alla separazione giudiziale si fa ricorso nel caso in cui non vi sia accordo tra i coniugi sul fatto di chiedere la separazione
o su tutte o alcune delle condizioni della separazione. Questo tipo di separazione può essere quindi richiesta anche da
uno solo dei due coniugi.
In caso di separazione giudiziale è anche possibile richiedere l'addebito della separazione, che consegue all’accertamento
da parte del Tribunale che la cessazione del rapporto matrimoniale sia dovuto della violazione da parte di uno dei coniugi
degli obblighi matrimoniali (fedeltà, coabitazione, cura della prole, etc…). Nel caso in cui l'addebito sia riconosciuto dal
giudice a carico di uno dei coniugi, questi non ha diritto ad ottenere l'assegno di mantenimento e perde la maggior parte
dei diritti successori.
La prima udienza del giudizio prevede la comparizione personale dei coniugi davanti al Presidente del Tribunale ed a
seguito della quale il Presidente del Tribunale potrà adottare gli eventuali provvedimenti che riterrà necessari ed urgenti.
Successivamente, il procedimento si svolge secondo le forme del rito ordinario ed il provvedimento emesso a conclusione
ha la forma di sentenza.
È pure riconosciuta la possibilità di dichiarare immediatamente la separazione tra i coniugi, con sentenza non definitiva,
già in conseguenza alla prima udienza, in modo da poter poi proseguire il procedimento per decidere solo gli aspetti
controversi. Ciò permette di poter richiedere il divorzio anche prima dell'emissione della sentenza definitiva che statuisce
e disciplina i rapporti tra marito e moglie.
Qualora si inizi una separazione giudiziale questa, anche in corso di causa, può essere trasformata in separazione
consensuale. Non può invece accadere il contrario, e deve avviarsi una nuova procedura.
Le condizioni stabilite in sede di separazione giudiziale potranno essere modificate o revocate qualora intervengano fatti
nuovi che mutino la situazione di uno dei coniugi o il rapporto con i figli.
La separazione, tanto consensuale quanto giudiziale, determina anzitutto lo scioglimento dell'eventuale regime di
comunione legale dei beni.
In caso di separazione consensuale, sono gli stessi coniugi a regolamentare i loro rapporti patrimoniali con un accordo
che verrà poi omologato dall'autorità giudiziaria. Il contenuto dell'accordo potrà avere ad oggetto: la divisione di beni
comuni, l'assegnazione ad uno dei coniugi di beni di proprietà comune o esclusiva dell'altro coniuge, il riconoscimento di
un assegno di mantenimento a favore del coniuge debole.
In caso di separazione giudiziale, nella quale non si ha un accordo sulle questioni patrimoniali, si ha solo lo scioglimento
dell'eventuale regime di comunione legale e tutti i beni restano di proprietà comune o esclusiva dei coniugi.
Questo significa che tutti gli acquisti effettuati dopo la separazione non saranno più coperti dal regime di comunione,
mentre i beni acquistati prima della separazione, restano in comunione (con varie eccezioni). I coniugi, quindi, dopo la
separazione potranno trovare un accordo su come dividersi i beni che sono rimasti comuni. Se non trovano questo
accordo dovranno fare una ulteriore causa, alla fine della quale sarà il giudice a dividere i beni, secondo legge.
Sono fatti salvi i provvedimenti indispensabili all’interesse della prole (ad es. l'assegnazione della casa coniugale al
coniuge affidatario dei figli, anche se non proprietario, o l'obbligo di corrispondere un assegno di mantenimento per i figli
o per il coniuge economicamente più debole).
A chi è separato spetta una parte della pensione di reversibilità, poiché non è venuto meno giuridicamente lo status di
coniuge.
Per ciò che riguarda i diritti successori, il coniuge separato è equiparato a tutti gli effetti al coniuge non separato, salvo il
caso in cui al coniuge superstite sia stata addebitata la separazione.
A seguito di separazione, l'abitazione familiare viene di regola assegnata dal giudice al coniuge affidatario dei figli, se ve
ne sono, e comunque sempre nell’interesse prioritario della prole, anche rispetto agli interessi personali dei coniugi.
Dell'assegnazione della casa familiare il Giudice tiene pure conto nella regolazione dei rapporti economici tra i genitori,
considerato l'eventuale titolo di proprietà.
Il diritto al godimento della casa familiare viene meno nel caso in cui il coniuge assegnatario non abiti o cessi di abitare
stabilmente nella casa familiare o conviva more uxorio o contragga nuovo matrimonio.
Il provvedimento del Giudice con cui viene disposta l'assegnazione della casa coniugale può essere trascritto ai sensi
dell'art. 2643 cod. civ. al fine di renderlo opponibile a terzi (ad es. nel caso in cui il genitore non assegnatario venda a
terzi l'abitazione di sua proprietà esclusiva).
Nel caso in cui l'abitazione familiare sia in locazione, al conduttore succede per legge l'ex coniuge assegnatario.
Qualora non vi siano figli, salvo diverso accordo, la casa familiare non può venire assegnata esclusivamente ad uno dei
coniugi. In questo caso, se di proprietà comune, si potrà richiedere la divisione giudiziale dell'immobile, se di proprietà
esclusiva, rientrerà nella sfera di disponibilità esclusiva del coniuge proprietario.
Al momento della separazione, il Giudice può stabilire che uno dei due coniugi corrisponda un assegno di mantenimento
all'altro, ma solo ed esclusivamente se a quest'ultimo non è addebitabile per colpa la separazione e sempre che vi siano i
requisiti reddituali (art. 156, comma I, cod.civ.). L'assegno serve a garantire a chi lo riceve di godere dello stesso tenore
di vita avuto durante il matrimonio, sempre che il coniuge obbligato abbia la possibilità economica di versarlo.

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Il mantenimento è, di regola, corrisposto mensilmente ed il coniuge che ha diritto a riceverlo può rinunciarvi.
In caso di mancato adempimento dell’obbligo di mantenimento, il beneficiario potrà richiedere che venga ordinato a terzi
debitori dell'altro coniuge (es. al datore di lavoro del coniuge obbligato) il versamento della somma dovuta.
Il provvedimento con cui il Giudice dispone la corresponsione dell'assegno di mantenimento può in ogni tempo essere
modificato e revocato qualora vi siano giustificati motivi o intervengano fatti nuovi.
Il coniuge a cui è addebitata la separazione non ha diritto al mantenimento, ma avrà comunque diritto agli alimenti (che
a differenza del mantenimento corrispondono ad una somma sufficiente a permettere la sussistenza) quando versi in uno
stato di particolare indigenza e povertà (art. 156, comma III, cod.civ.).
In caso di separazione personale dei coniugi, il figlio minore ha il diritto di mantenere un rapporto equilibrato e
continuativo con entrambi i genitori, di ricevere cura, educazione e istruzione da entrambi e di conservare i rapporti con
i parenti di entrambi.
Pertanto, in sede di separazione e salvo diverso accordo tra i coniugi (nella separazione consensuale, generalmente,
sull'affidamento dei figli i coniugi sono in accordo), il Giudice deve valutare la possibilità che i figli minori restino affidati
a entrambi i genitori (affidamento condiviso), oppure stabilire a quale genitore affidare i figli (affidamento esclusivo),
sempre e comunque considerando l'esclusivo interesse della prole.
Il Giudice determina inoltre quando e come i figli devono stare presso ciascun genitore, ed il loro mantenimento, cura,
istruzione ed educazione.
Il coniuge affidatario in via esclusiva avrà la potestà sui figli oltre all'amministrazione e l'usufrutto legale sui loro beni.
Il genitore divorziato non affidatario conserverà l'obbligo (ma anche il diritto) di mantenere, istruire ed educare i figli.
Il genitore non affidatario è tenuto a versare un assegno di mantenimento per la prole.
L'assegno viene versato mensilmente e devono essere corrisposte anche le somme relative alle spese considerate
straordinarie (ad es. quelle scolastiche, ricreative, mediche, sportive o per le vacanze). L'importo, per legge, deve essere
rivalutato annualmente secondo gli indici ISTAT.
Il Giudice può anche stabilire un assegno a favore dei figli maggiorenni, da versare a loro direttamente, quando non
abbiano adeguati redditi propri.
La modifica delle condizioni di separazione può essere chiesta qualora si verifichino nuove circostanze di fatto e di diritto
che la giustifichino, dal momento che i provvedimenti adottati dal Giudice in sede di separazione non hanno carattere
decisorio e sono per loro natura sempre modificabili, sia relativamente all'assegno di mantenimento, che alla prole ed
alla casa familiare.
La modificazione può avvenire anche se uno dei due coniugi ha raggiunto una maggiore stabilità economica, e dunque un
incremento di reddito, rispetto a quella goduta durante il matrimonio, e può essere chiesta sia nel caso di separazione
giudiziale che consensuale.
La modificazione delle condizioni di separazione può avvenire anche concordemente tra i coniugi, mediante un accordo
stragiudiziale o con un ricorso giudiziale congiunto.
Anche i provvedimenti relativi ai figli possono essere sempre rivisitati sulla base del maggior interesse per la prole.
Qualora il coniuge affidatario si trasferisca all'estero con la prole, senza aver prima ottenuto il consenso dell'altro
coniuge, il coniuge non affidatario potrà richiedere legittimamente la revisione delle condizioni precedentemente stabilite
(oltre alla possibilità di denunciare il fatto alle competenti autorità giudiziarie in sede penale).
Il parere in esame impone di esaminare la questione relativa alla nozione di coabitazione, ricavabile dall’art. 155
quater cod. civ., secondo cui il diritto al godimento della casa familiare viene meno nel caso che l’assegnatario non abiti o
cessi di abitare stabilmente nella casa familiare o conviva more uxorio o contragga nuovo matrimonio.
La definizione di coabitazione è, da tempo, oggetto di contrasto interpretativo.
Secondo un primo filone giurisprudenziale, la nozione di convivenza rilevante agli effetti del presente parere comporta la
stabile dimora del figlio presso l’abitazione di uno dei genitori con eventuali, sporadici allontanamenti per brevi periodi, e
con esclusione, quindi, dell’ipotesi di saltuario ritorno pressa detta abitazione per i fine settimana, ipotesi nella quale si
configura invece un rapporto di ospitalità, con conseguente esclusione del diritto del genitore ospitante all’assegnazione
della casa coniugale in assenza di titolo di godimento della stessa, a prescindere dalla mancanza di autosufficienza
economica del figlio, idonea, se mai, ad incidere solo sull’obbligo di mantenimento (cfr. Cass. Civ., sez. I, 22.04.2002, n.
5857, conf. Cass. Civ., sez. I, 17.12.2004, n. 23570).
Un altro indirizzo giurisprudenziale ha affermato che, al fine di ritenere integrato il requisito della coabitazione, basta
che il figlio maggiorenne – pur in assenza di una quotidiana coabitazione, che può essere impedita dalla necessità di
assentarsi con frequenza, anche per non brevi periodi, per motivi, ad esempio, di studio – mantenga un collegamento
stabile con l’abitazione del genitore, facendovi ritorno ogniqualvolta gli impegni glielo consentano e questo collegamento,
se da un lato costituisce un sufficiente elemento per ritenere non interrotto il rapporto che lo lega alla casa familiare,
dall’altro realizza la possibilità, per tale genitore, di provvedere, sia pure con modalità diverse, alle esigenze del figlio
(cfr. Cass. Civ., sez. I, 27.05.2005, n. 11320, conf. Cass. Civ., sez. I, 22.03.2010, n. 6861).
In virtù di tale ultima opinione della Suprema Corte regolatrice, la coabitazione non cesserebbe per l’assenza, anche per
periodi non brevi, del figlio per ragioni di studio o di lavoro: in sostanza, il requisito della coabitazione s’intenderà
conservato ogni qualvolta le assenze dal focolaio domestico siano intervallate da ritorni saltuari, tali da mantenervi uno
stabile collegamento. Collegamento, questo, che permetterà di ritenere ancora integro il legame con l'abitazione prima
coniugale, conservandone ogni diritto abitativo.
Volendo individuare i criteri di giudizio per accertare la sussistenza o meno della coabitazione nelle zone grigie
contrassegnate da una presenza non quotidiana dei soggetti che si assumono coabitanti, corre utile evidenziare un
recentissimo arresto dei giudizi di P. zza Cavour, secondo i quali “la nozione di convivenza rilevante agli effetti
dell’assegnazione della casa familiare comporta la stabile dimora del figlio presso l’abitazione di uno dei genitori, con
eventuali, sporadici allontanamenti per brevi periodi, e con esclusione, quindi, dell’ipotesi di saltuario ritorno presso detta
abitazione per i fine settimana, ipotesi nella quale si configura invece un rapporto di mera ospitalità; deve, pertanto,
sussistere un collegamento stabile con l’abitazione del genitore, benché la coabitazione possa non essere quotidiana,
essendo tale concetto compatibile con l’assenza del figlio anche per periodi non brevi per motivi di studio o di lavoro,
purché egli vi faccia ritorno regolarmente appena possibile; quest’ultimo criterio, tuttavia, deve coniugarsi con quello della
prevalenza temporale dell’effettiva presenza, in relazione ad una determinata unità di tempo (anno, semestre, mese)”

3 di 4 12/12/2014 18:17
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(Cass. Civ., sez. I, 22.03.2012, n. 4555).


In virtù di siffatta pronuncia è da ritenere che quello definibile come criterio della regolarità del ritorno, ossia il
collegamento stabile con l’abitazione del genitore, debba necessariamente coniugarsi con il criterio della prevalenza
temporale, in relazione ad una determinata unità di tempo (anno, semestre, mese), dell’effettiva presenza (ragion per
cui nessun valore può attribuirsi, come mostra di ritenere il Tribunale di Enna, al dato formale rappresentato dal
certificato di residenza) del figlio nel luogo di coabitazione con il genitore o, in ogni caso, con il criterio della frequenza
con cadenza regolare del ritorno in rapporto a quella stessa unità di tempo assunta per il criterio della prevalenza
temporale.
Nel caso oggetto del presente parere non sembra che l’adito Tribunale di Enna abbia correttamente applicato la norma di
cui all’art. 155 quater cod. civ., in quanto, pur dando atto che Mevio lavori stabilmente e studi alla facoltà di ingegneria
dell’ateneo palermitano, afferma che tutto ciò non esclude che egli torni periodicamente dalla madre, laddove l’indagine
che avrebbe dovuto svolgere era se e con quale frequenza il figlio tornava effettivamente presso l’abitazione coniugale
assegnata a Calpurnia, vale a dire accertare la stabilità del rapporto di convivenza tenendo conto delle condizioni di vita
del figlio, delle ragioni dell’allontanamento dalla casa coniugale, della distanza tra il luogo in cui essa è ubicata e quello
in cui il figlio si è trasferito, dei periodi reali di permanenza nell’ambiente familiare originario, che costituisce il
fondamento della priorità da valutarsi nell’assegnazione della casa familiare.
Un’ulteriore problematica rinvenibile nel caso de quo attiene all’evidente contraddizione esistente tra l’indipendenza
economica di Mevio, mediante l’assunzione come impiegato nel settore tecnico dalla ditta Beta e la percezione della
retribuzione mensile pari a circa 1200 euro, e la permanenza dell’obbligo di mantenimento a carico di Giulio.
Al riguardo deve richiamarsi l’orientamento secondo il quale, “in regime di separazione o divorzio, l’obbligo del
mantenimento per i figli maggiorenni cessa solo se il genitore obbligato prova che essi hanno raggiunto l’indipendenza
economica, percependo un reddito corrispondente alla professionalità acquisita in relazione alle normali condizioni d
mercato, ovvero che essi si sottraggono volontariamente allo svolgimento di un’attività lavorativa adeguata. Una volta che
sia provato l’inizio di un’attività lavorativa retribuita, costituisce valutazione di merito, incensurabile in cassazione se
motivata, quella circa l’esiguità, in relazione alle circostanze del caso, del reddito realizzato al fine di escludere o di
diminuire l’assegno” (Cass. Civ., sez. I, 24.01.2011, n. 1611, conf. Cass. Civ., sez. I, 17.11.2006, n. 24498).
Pertanto, anche riguardo a tale ultimo aspetto, la pronuncia di separazione formulata dal Tribunale territoriale di Enna,
nel dare risalto alla circostanza della prosecuzione degli studi da parte di Mevio, ha omesso di accertare se, a prescindere
da tale dato, di per sé non esaustivo, egli, in relazione al percorso di studi intrapreso, alle condizioni economiche della
famiglia, al tipo di occupazione, con riferimento alla corrispondenza alle aspirazioni professionali perseguite, nonché
all’entità della retribuzione, potesse aver raggiunto l’indipendenza economica, nei termini sopra delineati.
Pertanto Giulio non potrà sospendere arbitrariamente il mantenimento a favore del figlio Mevio ma dovrà fare ricorso al
giudice ex art. 710 c.p.c., (procedura di modifica e/o revisione degli accordi di separazione) fornendo prova della
cessata convivenza e dell'autosufficienza economica di Mevio; tuttavia non sarà sufficiente dimostrare il mero godimento
di un reddito, ma occorrerà la prova della sua adeguatezza ad assicurare al figlio maggiorenne, anche con riferimento
alla durata del rapporto in futuro, la completa autosufficienza economica (cfr. Cass. Civ., sez. I, 14.04.2010, n. 8954).
Inoltre, avendo lo stesso Giulio scoperto un tradimento della moglie Calpurnia, potrà rivalersi nei suoi confronti
chiedendo il risarcimento del danno non patrimoniale subito, anche se in sede di separazione – come si evince dalla
traccia – non è stato deciso nulla sull’addebito. Infatti, sul tema, si è di recente pronunciato il Supremo collegio di
legittimità, statuendo che “i doveri che derivano ai coniugi dal matrimonio hanno natura giuridica e la loro violazione non
trova necessariamente sanzione unicamente nelle misure tipiche previste dal diritto di famiglia, quale l’addebito della
separazione, discendendo dalla natura giuridica degli obblighi suddetti che la relativa violazione, ove cagioni la lesione di
diritti costituzionalmente protetti, possa integrare gli estremi dell’illecito civile e dare luogo al risarcimento dei danni non
patrimoniali ai sensi dell’articolo 2059 cod. civ., senza che la mancanza di pronuncia di addebito in sede di separazione sia
preclusiva dell’azione di risarcimento relativa a detti danni” (Cass. Civ., sez. I, 15.09.2011, n. 18853).

(di Giuseppe Potenza)

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