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Philologus 153 (2009) 2 357

polúboule [= Dionysus]); if accepted, this solution, as well as Ricciardelli’s one,


would involve an indirect Platonic background 13.

Università di Parma
Dipartimento di Filologia Classica e Medievale

I - 43100 Par ma
massimo.magnani@unipr.it

Keywords: Orpheus, hymns, Pluton, Archilochus, textual criticism

Philologus 153 2009 2 357–359

Luigi Arata

KARABOS: UN INSETTO MAL COMPRESO

Con κáraboc si intende generalmente quell’essere acquatico che in età moderna


si chiama „granchio“ 1. In alcuni casi, tuttavia, probabilmente per una analogia di
struttura corporea, con lo stesso termine gli antichi indicavano un insetto. La prima
testimonianza a noi pervenuta di questo uso linguistico si trova in Aristotele 2,

1 A proposito del passo aristotelico sul κárabov granchio (HA 549 b4–10, 22), si veda R. Kruk, From

Aristotle to Albertus. Problems around the Karabo, in: The Transmission of Greek Texts in Mediaeval Islam
and the West. Proceedings of a Conference Held at the Netherlands Institute for Advanced Study, Wassenaar,
19–21 February, 1985, ed. by P. L. Schoonheim, Bochum 1986, 8.
2 Per un inquadramento di Aristotele come entomologo, cfr. W. Capelle, Zur Entomologie des Aristoteles

und Theophrast, RhM CV, 1962, 56–66; L. Bodson – R. Protsch, The Beginnings of Entomology in Ancient
Greece, CO LXI, 1983, 3–6; S. Byl, L’éthologie dans les traités biologiques d’Aristote, LEC LXVI, 1998,
237–244; O. Longo, Insetti aristotelici, in: Entomata: gli insetti nella scienza e nella cultura dall’antichità ai
giorni nostri, a cura di O. Longo e A. Minelli, Venezia 2002, 65–103.
358 Luigi Arata, Karabos: un insetto mal compreso

HA 531b 25, il quale elenca insetti „che presentano“, secondo la formulazione dello
Stagirita, „l’ala in una guaina“ (oççca tò pteròn e¢cei e¬n κwleøı ). Si fanno tre esempi:
la mhlolónqh 3, cioè il cosiddetto scarafaggio dorato, la cantaride e appunto il κára-
boc 4. Tanto è rimasta l’idea che Aristotele pensasse ad un coleottero (non per niente
egli, infatti, asserisce che l’ala di quest’insetto è inguainata e¬n κwleøı), che l’entomo-
logia moderna conosce un insetto che conserva questa denominazione (noto per i suoi
colori metallici e brillanti e per essere un divoratore di insetti nocivi) e una famiglia di
coleotteri che ne prende il nome (i Carabidi, appunto).
Tuttavia, la rianalisi dei passi dove il termine è attestato per indicare l’insetto (e che
nella letteratura greca sono rarissimi) necessita una nuova identificazione dell’insetto,
che va attribuito non alla famiglia dei coleotteri (come fa la letteratura critica al ri-
guardo 5), ma a quella degli ortotteri.
Di κáraboi, si parla in alcune voci del lessico di Esichio, che testimonia che il
termine aveva valenze dialettali diverse: a κ 757, egli sostiene infatti che con κarabídec
i Metimnesi intendessero grâec; a κ 758, che è la voce più consistente, aggiunge che
κáraboc è „come dicono alcuni, un piatto cotto sulla brace“ (e d¢ ecma, wç c facin,
w™ pthménon e¬p’ a¬nqráκwn), per i Macedoni indica la „porta“ (h™ púlh) e „i vermiciat-
toli che mangiano i legni duri“ (tà e¬n toîc xhroîc xúloic cκwläκia). Infine, ricorda
anche che, generalmente, il termine indica „un animale marino“. A κ 2537, infine,
spiega κhrafíc appunto con κáraboc.
Solo una parte della seconda voce può far dunque pensare ad un coleottero, quella
che fa riferimento ad una specie di tarlo, ancora in stato larvale, che attacca i tipi di
legno più resistenti. Il fatto è che, come parrebbe, tale uso sarebbe limitato al dialetto
macedone. C’è da osservare poi che i „vermiciattoli“ cui si fa riferimento non corris-
pondono all’insetto adulto: il termine cκålhx è assolutamente vago, visto che non
indica quale sia l’animaletto che lo cκålhx diventerà solo in seguito. Le altre due voci,
invece, testimoniano una vicinanza del termine al mondo degli ortotteri: la graûc 6
infatti è un tipo di locusta secondo la testimonianza del paremiografo Zenobio (2, 94),
oltre che un granchio di mare, come sembra osservare Artemidoro di Daldi (2, 14) –
e proprio per via di questo suo duplice significato si capisce come mai sia stata affian-

3 A proposito di un passo aristofaneo, dove il termine non sembra indicare un insetto, cfr. J. F. Killeen,

What was the Ancient Greek Word for a Kite?, LCM XI, 1986, 31–32. Sull’insetto e in particolare sull’eti-
mologia della parola, cfr. L. Gil Fernández, Nombres de insectos en griego antiguo, Madrid 1959, 231–233;
si vedano anche: M. Davies – J. Kathirithamby, Greek Insects, Oxford 1987, 88–91; I. C. Beavis, Insects and
Other Invertebrates in Classical Antiquity, Exeter 1988, 164–167.
4 Generalmente, Aristotele con questo termine, variamente attestato nelle sue opere biologiche, intende il

„granchio“; in un solo altro caso, è possibile, anche se non molto probabile, che lo scienziato si riferisca all’in-
setto: a HA 532a 27, a breve distanza dal passo citato, lo Stagirita infatti avvicina κárabov ad una farfalla
(yucä), per il fatto di avere davanti agli occhi delle „corna“ (il termine usato, κeraíai, può essere interpretato
anche come „antenne“, scil. di insetto).
5 Gil Fernández, op. cit., 228–230 (con tutta la bibliografia precedente, in particolare quella che tenta di

spiegare l’etimologia della parola); Beavis, op. cit., 153.


6 Gil Fernández, op. cit., 191–192; Beavis, op. cit., 86–87.
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cata dal lessicografo appunto al κáraboc; a sua volta, la κhrafíc, che è un mollusco
(forse una conchiglia, forse un gambero 7), come attesta Nicandro di Colofone
(Al. 394) 8, è tuttavia avvicinabile alla κarabíc, che, secondo una probabile glossa
interpolata nel testo di Alessandro Tralliano (2, 221), è una locusta (oltre ad un ani-
male di mare).
Dirimente a proposito è la testimonianza di Eliano (NA 13, 26), che così si esprime
sulla cosiddetta cannocchia o scillaro: e c¢ ti dè a¢ra κaì téttix e¬nálioc. Kaì o™ mèn
mégictoc au¬tøn e o¢ iκe κarábwı cmiκrøı, κérata dè ou¬κ e c¢ ei megála κat’ e¬κeínouc
ou¬dè κéntra. ¿Ideîn dé e¬cti toû κarábou o™ téttix zofwdécteroc, κaì e¬pàn ai™reqñı,
procéoiκe tetrigóti. Pterúgec dè o™lígai tò mégeqoc u™pò toîc o¬fqalmoîc au¬toû
e¬κpefúkaci, κaì ei®en a£n κatà tàc tøn cercaíwn κaì au©tai. (Esiste anche una cicala
marina. E l’esemplare più grosso pare un piccolo granchio, ma esse non hanno grandi
corna né pungiglioni. A vedersi la cicala è di colore più scuro del granchio e quando
è presa sembra che strida (tetrigóti, da trízw, che indica appunto il verso delle cicale).
Sotto i suoi occhi sono delle ali piccole per dimensioni e potrebbero essere le stesse
che hanno le cicale terrestri).
Eliano testimonia un uso linguistico, sopravvissuto fino a noi, di indicare con il
nome di un ortottero un piccolo crostaceo marino commestibile, il cui nome scienti-
fico è Squilla mantis. La sua forma ricorda quella di una cicala, nonostante alcune
differenze da lui puntualmente annotate, come anche lo stridio che emette quando
viene pescato. Dunque, se un ortottero quale la cicala poteva dare il proprio nome ad
un piccolo granchio quale la cannocchia, allo stesso modo anche il nome di un gran-
chio di dimensioni maggiori quale il κáraboc poteva essere utilizzato per significare
un ortottero quale la locusta.

luigiarata@hotmail.com

Abstract

The Greek term “karabos” is not the name of an insect of the Coleopters, but of a locust, which belongs
to the family of the Orthopters.

Keywords: Orthopters, locust, Hesychius, Claudius Aelianus

7 Cfr. Diosc. 2, 153, 1.


8 Gil Fernández, op. cit., 65–66 correttamente osserva che la parola in Nicandro non può indicare che un
crostaceo e che la voce del LSJ a proposito („a kind of locust“) è da correggere.