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Maurizio Balsamo e Massimo Recalcati

Editoriale
Perché il suo orrore sia perfetto, Cesare, incalzato ai piedi di una statua dagli
impazienti pugnali dei suoi amici, scopre tra le facce e gli acciai quella di Marco
Giunio Bruto, il suo protetto, forse suo figlio, e non si difende più ed esclama:
«Anche tu, figlio mio!». Shakespeare e Quevedo raccolgono il patetico grido. Al
destino piacciono le ripetizioni, le varianti, le simmetrie; diciannove secoli dopo,
nel sud della provincia di Buenos Aires, un gaucho è aggredito da altri gauchos
e, nel cadere, riconosce un suo figlioccio e gli dice con mite rimprovero e lenta
sorpresa (queste parole bisogna udirle, non leggerle): «Come, tu!». Lo uccidono
e non sa che muore affinché si ripeta una scena.
(J.L. Borges, La trama, Opere complete, vol. I, p. 1135)

Lo scorrere naturale del tempo non comprende l’esperienza della storia.


La storicizzazione del tempo implica sempre la sua soggettivazione nella ripre-
sa retroattiva e questo è certamente un grande insegnamento della psicoanalisi.
Nondimeno, anche la storicizzazione del tempo naturale si deve piegare all’e-
ventualità dell’irruzione di un impossibile da iscrivere. È il caso del trauma che
fa necessariamente la sua comparsa nel tempo storico, incidendo in esso un
reale ingovernabile che resiste alla sua metabolizzazione simbolica. Questa ir-
ruzione ha la natura dell’evento che, come nota Derrida, non è mai dell’ordine
del possibile ma dell’impossibile. O, come ha osservato Koselleck: «Il “prima”
e il “poi” di un evento mantengono la propria qualità temporale, qualità che
non si lascia ridurre completamente alle sue condizioni di lungo periodo. Ogni
evento produce qualcosa di più (e di meno) di quanto è contenuto nelle sue
premesse: di qui la sua novità sorprendente»1. Lo illustra bene la lettura che

Maurizio Balsamo (Roma), psichiatra, psicoanalista con funzioni di training della Spi, già Maître de
conférences e Direttore di ricerca, Università di Parigi-VII, ha diretto la rivista «Psiche».
Massimo Recalcati (Milano), psicoanalista, membro della Società milanese di psicoanalisi,
Università di Pavia.

1
  R. Koselleck, Futuro passato, Marietti, Torino, 1986, p. 129.

ISSN 2723-9624
© Società editrice il Mulino frontieredellapsicoanalisi 1/2020
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Badiou2 compie della missione di San Paolo nella diffusione del messaggio di
Cristo: per Paolo, l’evento attorno a cui si struttura la forza di questo messaggio
è costituito dalla resurrezione, in quanto tale indimostrabile e improvata, ma
capace di generare – nella sua qualità paradossale di evento incondizionato che
fa appello alla sola credenza soggettiva –, una successione di eventi altrettanto
impensabili come la religione cristiana o l’irruzione di un’altra temporalità sulla
scena del mondo.
Le strutture che presiedono a un evento (ad esempio i modi di sovranità,
la categoria amico-nemico, le forze produttive e i rapporti di produzione, le
dinamiche inconsce, ecc.) sono evidentemente altre dall’evento stesso. Tuttavia,
come ha sostenuto Sahlins, la distinzione fra evento e struttura appare sempre
problematica «se non altro per il motivo relativamente insignificante che ogni
struttura o sistema è, sul piano fenomenico, événementiel. In quanto insieme di
relazioni significanti tra categorie, l’ordine culturale è meramente virtuale. Esso
esiste solo in potentia. Il significato di una qualsiasi forma culturale è dunque
dato da tutti i suoi possibili usi nella comunità… ma l’evento non è che la forma
empirica del sistema… Un evento non è semplicemente qualcosa che accade
nel mondo; è la relazione tra un determinato avvenimento e un dato sistema
simbolico»3. In questo senso ogni evento attualizza e modifica la struttura sog-
giacente, sottoponendo gli esseri umani all’incertezza dell’azione e della pro-
cessualità interpretativa, ridefinendo al medesimo tempo la relazione fra l’im-
possibilità di ciò che accade e la ripetizione intesa come attualizzazione di una
struttura. Si apre pertanto una dialettica complessa fra l’apparizione del nuovo,
capace di flettere e modificare la struttura, e la struttura che si dispiega nell’e-
vento, mostrando l’interconnessione di ripetizione e creazione, determinazione
anticipatoria e rimodulazione soggettiva, fissità e trasformazione. Se, come ha
osservato De Certeau, alla domanda se l’evento osservato sia una irruzione o
una ripetizione del passato, lo storico non sa mai dare una risposta precisa, que-
sto implica, da una parte, una correlazione stringente fra evento e struttura e,
dall’altra, la necessità di cogliere in questa indecidibilità la possibilità di ospitare
l’estraneo che scorre nel discorso corrente, lacerando la rassicurante convinzio-
ne di abitare il solo tempo presente.
Questo cambio prospettico fra evento e struttura, fra (im)possibile dell’e-
vento e ripetizione, che ne interseca ma non ne annulla i piani, è al centro dell’e-
sperienza dell’analisi. Interrelazione casuale di soggetti che nel loro incontro
intrecciano una nuova storia per risignificare quelle precedenti; trama psichica
soggiacente a processualità e funzionamenti che sovrastano l’evento medesimo
della cura analitica, ma che da essa saranno riprese per poterne rintracciare la
portata, ridurne il peso e la forza, mutarne la traiettoria.

2
  A. Badiou, Saint Paul. La fondation de l'universalisme, PUF, Paris, 1997.
3
  I. Sahlins, Isole di storia, Einaudi, Torino, 1986, p. 134.
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La storicizzazione del soggetto, per aprirsi al suo possibile, deve neces-


sariamente dispiegarsi sul terreno della ripetizione, permettendo a ciò che è
rimasto in giacenza, a ciò che ha tracciato o interrotto il corso delle costruzioni
soggettive, di riapparire e di essere riattraversato nella ripresa simbolizzante del-
la cura, nelle trasformazioni creatrici che si produrranno in quell’«increabile»
(Green) generativo di nuove iscrizioni, nuove traiettorie, nuove origini che de-
finiscono il processo stesso della soggettivazione analitica. Sarà nella cura, nel
suo incontro con processi che predispongono o che tentano di prescrivere i
modi dell’accadere e i flussi delle trasformazioni, dunque aprendosi alla possibi-
lità della ripetizione, ma paradossalmente piegandola lungo nuove modalità di
simbolizzazione, che la storia può davvero ricominciare. È questo il motivo per
cui non bisognerebbe parlare di un tempo unico della vicenda analitica, ridotto
spesso unicamente al tempo presente della seduta, nell’illusione di essere i soli
attori di una scena hic et nunc, ma piuttosto di onde anacroniche, di fasci tempo-
rali che si intersecano, producendo differenti categorie di eventi, a seconda del-
lo scontro o del punto di ricezione delle medesime. Questo ci permetterà di par-
lare del tempo della cura come articolabile intorno ad una dinamica epiciclica, di
strutture esistenziali e di avvenimenti – fra di essi il trauma occupa certamente
un ruolo preponderante – che istituiscono dei punti attrattivi, dei significanti-
chiave, dei nodi di agglutinazione simbolica, affettiva, sensoriale, linguistica o
pre-verbale, che flettono le orbite trasformative e le loro reiscrizioni. Ripetizioni
immemori del già accaduto che tratteggiano le possibili diramazioni di senso,
piegandole alla ripresa del già stato e però, mediante questa medesima opera-
zione, disponendole all’accoglimento del nuovo.
Questa rappresentazione processuale si frattura in modo peculiare nel
momento in cui il reale del trauma fa apparizione sulla scena del soggetto. In
termini freudiani nessuna organizzazione difensiva può evidentemente antici-
pare l’evento inatteso del trauma. Perciò esso si accompagna sempre al terrore,
all’angoscia lacerante, alla possibile perdita di rappresentazione e di significazio-
ne. Ma non è forse in questa terra di frontiera del simbolico, scavata dal reale del
trauma, che dobbiamo iscrivere la posta in gioco più alta della pratica analitica
e, più in generale, di ogni pratica sublimatoria? Operazione sempre complessa
che domanda un tempo di elaborazione, un lavoro psichico per potersi dire, una
comunità, un’alterità per giungere a una ritrascrizione e al suo trattamento nella
sfera del pensiero. È questo forse il motivo, secondo Erodoto, del fallimento e
del divieto di un’ulteriore rappresentazione teatrale, oltre ad una ammenda di
mille dracme, della tragedia La presa di Mileto di Frinico, visto che la disfatta
dei greci ad opera dei persiani era troppo recente per essere iscrivibile nella
memoria collettiva. Come osserva Aristotele, il poeta tragico struttura le sue
opere in una memoria mitica, culturale, che permette di conoscere gli eventi che
si dispiegheranno nella tragedia dando, grazie a questa conoscenza mnestica,
all’articolazione fra ciò che si sa e ciò che irrompe, la possibilità del buon funzio-
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namento dello spazio tragico. L’impossibilità di una interposizione significante


del trauma, l’indisponibilità di una memoria collettiva atta a simbolizzare nelle
forme psichiche già sperimentate l’accadimento, renderà conto innanzitutto del-
lo scacco rappresentativo, addirittura del diniego – tramite l’interdizione della
messa in scena – di una forma teatrale che fallisce nella costruzione di una oscil-
lazione fra presente e passato culturale. Ma il diniego della rappresentazione
dell’evento traumatico non può cancellare il gesto medesimo della cancellazione
che pertanto produce ulteriori resti. All’impossibilità dell’iscrizione traumatica
si aggiungerà infatti una trasformazione della forma tragica medesima, che flet-
terà l’organizzazione della teatralità ateniese nella costruzione autoassicurante
di uno spazio rappresentazionale, dedito alla cura delle ferite altrui, mediante la
messa in evidenza del ruolo di Teseo, re ateniese, come re ospitante e regolatore
delle sofferenze delle altre città greche4. Si tratta, come si vede, all’interno del-
la rappresentazione antica del trauma, della rappresentazione accoglibile dalla
comunità greca, di un rapporto dinamico fra presente e passato mitico, capace
di mettere in gioco entrambe le temporalità, utilizzando le categorie del passato
per comprendere il presente, o per favorire l’interpretazione del passato stesso
permettendo ai testimoni del trauma di dispiegare inedite reti di senso. Giun-
gendo, nella cancellazione di una ferita non rimarginata, alla modifica medesima
della forma tragica che conserverà, nella sua stessa cancellazione, l’iscrizione
stessa di quell’evento irrappresentabile. Il fallimento scenico e civile della Presa
di Mileto può servirci così da espediente letterario per pensare le possibilità rap-
presentative o meno del trauma, la necessità di tessere intorno ad esso categorie
visive, percettive, esperenziali, mnestiche, simboliche, che possano permetterne
una sua integrazione, ricostruendo lo spazio della polis, la ritessitura della di-
mensione dialogica, e al medesimo tempo la comprensione dei modi in cui ciò
che non trova iscrizione si conserva nel suo diniego, nella messa a morte della
sua stessa rappresentazione.
Confrontarsi con l’irruzione ripetitiva del trauma nella storia ma fuori dal-
la storia, nel tempo ma fuori dal tempo, al fine di dare a questa forza una forma,
a questa energia senza argini una rappresentazione, sarà il compito ineludibile a
cui dobbiamo rispondere. Per questo l’evento per essere tale implica sempre il
riferimento alla mediazione simbolica di un soggetto. Non c’è, infatti, evento in
sé, ma solo per un soggetto singolare che lo significa come tale nel tempo della
retroazione.

4
  Cfr. V. Lapis, Mémoire et traumatisme: aspects historiques et cognitifs de la mémoire
dans le théâtre grec, Journées d’études «Mémoires en scène: Incarnation et matérialisation
du passé dans le théâtre grec et latin», Université Paul-Valéry, Montpellier, France, 2017, ine-
dito, reperibile su Academia.edu; G. Mastromarco, Erodoto e la presa di Mileto, in Harmo-
nia, Scritti di filologia classica, Firenze Univ. Press, Firenze, 2012; M. Caroli, Erodoto VI, 21,
2. Una censura editoriale e libraria?, in «Atene e Roma», 1-2, 2012.
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Abbiamo convocato per tale motivo studiose e studiosi di psicoanalisi,


storia, letteratura, teoria dell’arte, per scandagliare questo enigma: come ospi-
tare l’irruzione dell’impossibile nel tempo storico capovolgendo la sua potenza
devastatrice in una ripetizione creativa?