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A cinquanta anni dalla morte. La teologia di Karl Barth.

di Fabio Cittadini
Karl Barth nasce il 10 maggio 1886 in una famiglia borghese di Basilea.
Suo padre è professore di teologia, specialista del Nuovo testamento. Studia
a Berna, Berlino e Marburgo, subendo l’influsso di Adolf von Harnack e
della teologia liberale. Pastore dal 1911 al 1921 a Safenwil, un piccolo
paese svizzero, fa parte, in un primo tempo, della corrente del cosiddetto
socialismo religioso. Nel 1921 è nominato professore di teologia riformata
alla facoltà di Gottinga per il successo che ottenne il suo commento
all’epistola ai Romani. Successivamente insegna a Münster e a Bonn fino al
1935, quando è espulso dalla Germania dal regime nazista. Da allora fino al
1964 insegnò a Basilea. Muore il 10 dicembre 1968.
Barth è uno dei (pochi) teologi che ha sviluppato un articolato e complesso
pensiero in diversi fasi. In una prima fase i suoi maestri sono i teologi
liberali Hermann e von Harnack; sue letture preferite le opere di
Schleiermacher e di Kant. Nel 1909, iniziando l’attività pastorale, entra in
contatto con la questione operaia, vede la povertà materiale e culturale dei
suoi parrocchiani e si convince che la teologia liberale imparata
all’Università è distante dalla condizione esistenziale dei fedeli. Lo scoppio
della Prima guerra mondiale, inoltre, porta Barth a prendere le distanze dai
suoi maestri tedeschi che avevano dichiarato il loro sostegno alla guerra. Per
lui il messaggio cristiano e Gesù Cristo si possono comprendere solo al di
fuori degli schemi storici. La fede è dono di grazia, incontro indeducibile tra
uomo e Dio, salto abissale che non si può spiegare con le categorie
filosofiche; essa si situa al di fuori del tempo e della storia. Gli influssi di
Dostoevskij e Kierkegaard avvicinaronono Barth ai temi e alla sensibilità
dell’esistenzialismo, con il quale però non si identificava: per Barth la
centralità sta in Dio e non nell’uomo e nella sua esistenza. Risultato maturo
di questa prima fase del pensiero di Barth è L’epistola ai Romani del 1922
(una prima edizione, poi completamente rivista, è uscita nel 1919) che è il
manifesto della cosiddetta “teologia dialettica”. Per Barth compito della
teologia è evidenziare la relazione “dialettica”, di “rottura” tra Dio e il
mondo (l’uomo, la cultura, la storia), al contrario dei teologi liberali che
sostengono una continuità tra Dio e l’uomo, considerando la fede come un
elemento dell’interiorità psicologica dell’uomo e la teologia come l’analisi
storico-critica della Scrittura. Secondo Barth la Rivelazione di Dio è “crisi”
del mondo. La Croce di Cristo rende visibile la lontananza infinita che esiste
tra Dio e uomo. Mentre il Dio della teologia tradizionale è il vertice di ciò
che è buono, bello, vero nel mondo, il Dio di Barth è quella della rottura e
della contraddizione. Contro una visione che riduce il cristianesimo nelle
categorie del sapere storico e scientifico, concependolo come la massima
espressione del genio religioso dell’umanità, egli ribadisce che il contenuto
della Bibbia non è costituito dai giusti pensieri degli uomini su Dio, ma dai
giusti pensieri di Dio sugli uomini. Nella Bibbia non si dice come noi
dobbiamo parlare con Dio, ma che cosa egli dice a noi, non come noi
troviamo la via per giungere a Lui, ma come Lui ha cercato e ha trovato la
via per giungere a noi.
Nella seconda fase Barth ammorbidisce i toni e descrive il rapporto tra fede
e ragione non più in modo contrastante, ma cerca di conciliare i due termini.
La fede mantiene il suo assoluto primato, essa è dono di Dio, proveniente
dalla grazia e indeducibile dalla storia e dalla psicologia. Tuttavia l’intelletto
non è escluso dallo svolgere un suo ruolo: all’interno della fede tocca
all’intelletto cercare di capire e comprendere. Barth vede questa
impostazione in Anselmo d’Aosta e nel suo Proslogion. In questa fase del
pensiero, Dio e uomo, fede e ragione, eternità e tempo si trovano in un
rapporto di maggiore collaborazione.
A partire, infine, dagli anni Trenta il pensiero di Barth subisce un ulteriore
sviluppo testimoniato dalla Dogmatica Ecclesiale, opera incompiuta in 13
volumi che impegna il teologo per oltre 30 anni. Per Barth il cuore del
messaggio cristiano è la resurrezione, la salvezza, l’elezione, la grazia e non
la condanna, la trascendenza, l’ira di Dio che rifiuta l’uomo e il mondo. Il
rapporto tra trascendenza di Dio e incontro con l’uomo, che nelle prime
opere era più sbilanciato a favore del primo elemento, si capovolge a favore
del secondo elemento, senza perdere nulla; Dio rimane sempre una realtà
trascendente all’uomo e mai possedibile. Inoltre il perno intorno a cui deve
ruotare tutta la teologia è Cristo, l’umanità di Dio, il luogo in cui Dio si fa
uomo e restituisce una dignità al piano umano e storico. Infine, per il nostro
teologo, quando si parla di Dio in un discorso teologico occorre in primo
dare spazio alla Rivelazione che Dio stesso ha dato di sé, la sua Parola e per
farlo occorre essere consapevoli dei limiti del pensiero umano mettendo
ogni “filosofia” al servizio di una maggiore comprensione della fede.
Sintesi straordinaria di tutto il pensiero del teologo di Basilea la si trova in
un ammirato Joseph Ratzinger che di lui ha scritto: “Karl Barth ha operato
una distinzione nel cristianesimo tra religione e fede. Ha avuto torto a voler
separare del tutto queste due realtà, considerando positivamente la fede e
negativamente la religione. La fede senza la religione è irreale, essa implica
la religione, e la fede cristiana deve, per sua natura, vivere come religione.
Ma ha avuto ragione ad affermare che anche fra i cristiani la religione può
corrompersi e trasformarsi in superstizione, ad affermare, cioè, che la
religione concreta, in cui la fede viene vissuta, deve essere di continuo
purificata a partire dalla verità che si manifesta nella fede e che, d’altra
parte, nel dialogo fa nuovamente riconoscere il proprio mistero e la propria
infinitezza”.
Pubblicato su www.korazym.org il 2/02/2018.

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