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22/02/2021

Anni Trenta: Tolleranza, utopia e marginalità - 3^a lezione


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ATTENZIONE - INFO X LA TESINA: l’argomento scelto dovrà attenersi al periodo storico


dai primi del ‘900 a oggi, con una particolare attenzione data alla relazione tra lo
scrittore/trice o movimento letterario e il mondo politico e la società. Per la scelta
dell’argomento è possibile partire dalle cose dette in classe.
È possibile trattare di movimenti e/o tendenze e anche dei singoli autori.
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[Anni Trenta: Tolleranza, utopia e ambiguità. Dislocamento]

Siamo sempre negli anni ‘30 → si tratta di un decennio tragico, ma al tempo stesso
fondamentale per la storia cinese → e quindi anche per letteratura e la cultura cinese → in
cui si vede precipitare la situazione.
Già il decennio precedente era stato travagliato da varie vicissitudini (i signori della guerra,
gli scontri sempri più accesi tra Partito Comunista e Partito Nazionalista) → la situazione
generale della Cina si va aggravando e negli anni ‘30 si aggiunge prima la minaccia e poi la
concretizzazione dell’invasione giapponese. SITUAZIONE GENERALE: GUERRIGLIE
INTERNE + GUERRA DALL’ESTERNO. Tutto questo unito a 1) crisi economica, 2) scioperi,
3) situazione sociale sempre più esplosiva → non fa altro che provocare un irrigidimento
della letteratura. Ed è proprio in questo periodo che personaggi come Lu Xun e altri
spingono verso una presa di posizione.

ANNO CHIAVE: 1930 → come sappiamo si fonda la Lega degli Scrittori di Sinistra, che in
qualche modo cerca di raggruppare gli scrittori/trici dell’epoca → ovviamente non tutti
aderiscono → come vedremo in questa lezione alcuni aderiscono ma in maniera articolata e
finiscono con liberarsene uscendone.
La situazione è quindi molto frammentaria e complessa. Però, l’imperativo di affrontare con
la letteratura la politica sembra dominante → Perché sembra? Perché in questi anni
fioriscono dei movimenti letterari che fanno della non politica/antipolitica/del distacco dalla
politica uno dei loro principali principi guida. Insistono su valori come la tolleranza, l’utopia (è
un genere che ha già di per sé un contenuto politico. Pensare a un mondo utopico in
qualche modo vuol dire avere una visione della politica che però non è quella del presente.
Quindi si tratta di una delle forme di fuga dalla politica del presente che proietta il testo
letterario in una società ideale.) e ambiguità → Perché usiamo questo termine? Perché
questi gruppi letterari sono motivati/spinti da elementi contraddittori e quindi in alcuni casi
come vedremo risultano ambigui. Risuonano le parole di Lu Xun: quando c’è la rivoluzione,
la letteratura deve tacere → effettivamente il non tacere o il cercare di rimanere in una terza
via (la teoria del terzo uomo 第三种人: l’idea che lo scrittore può cercare la
neutralit/rimanere neutrale e che Lu Xun contesta) appare sotto certi aspetti ambiguo.

Quindi, vedremo una serie di autori (soprattutto scrittori, ma anche poeti) che professano e
dichiarano di mantenere una loro distanza e anche le diverse reazioni e interazioni che su
questo tema della “non politicità” o della rivendicazione della libertà di espressione porta
nell’opera letteraria. Vediamo che tipo di opere letterarie si producono in questa atmosfera.
[altre tendenze]

Qui abbiamo 3 gruppi/tendenze e 1 autore che fa una tendenza da sé dato che è difficile
inquadrarlo:

1) 京派 corrente di Pechino (Shen Congwen 沈从文)


2) 海派 corrente di Shanghai (Mu Shiying)

Le due città di Pechino e Shanghai che in questo periodo si alternano come capitali della
cultura cinese. Dopo i movimenti politici più duri e le manifestazioni represse nel sangue dal
governo nazionalista, molti letterati e scrittori si trasferiscono da Pechino a Shanghai.
ATTENZIONE: ricordiamo che gran parte degli autori di cui parliamo spesso vendono dalle
province (lo stesso Lu Xun viene dal Zhejiang). Non sono indicazioni geografiche, le due
denominazioni corrispondono a due concezioni della letteratura che in qualche modo sono
legate a queste due città (e vedremo in che modo).

3) Lao She

Pur essendo stato definito “realista”, il suo realismo non lo spinge mai ad una visione
strumentale della letteratura, anzi cerca di rimanere all’esterno, di fare da osservatore. Non
riesce a calarsi/a “prendere in mano le armi” pur essendo sinceramente addolorato per le
sorti del suo paese e della società tutta → usa la letteratura in un altro modo.

4) il modernismo (Dai Wangshu, Fei Ming 废名)

Gli ultimi due poeti sono stati definiti nell’ambito del cosiddetto modernismo cinese. Nella
loro attività vediamo un altro modo di convivere in un’atmosfera
storico-sociale-politico-culturale che in qualche modo è di grande pressione sugli intellettuali,
dove è difficile stare fuori dalle cose che stanno succedendo.

[slide]

Queste due prime correnti sono state riscoperte soltanto alla fine degli anni ‘80. Che cosa
significa? Ciò significa che con la normalizzazione/standardizzazione che Mao Zedong portò
dopo il ‘49 della storiografia letteraria cinese ben poco si parlò di queste due scuole. Sono
molto importanti perché dominano il panorama letterario degli anni ‘30, e tuttavia per molti
anni in Cina non se ne parlava. I libri e le opere di questi autori non furono ripubblicati né
tantomeno i libri di storia o i critici letterari ne discutevano, né all’università si parlava di
questi autori e di questi movimenti.

Nessun manuale di letteratura cinese ne parlava fino a quest’opera dell’89 (anno importante:
anno delle proteste di piazza Tian’anmen) di Yan Jiayan, professore di letteratura cinese
presso la Beida. Yan Jiayan scrive un libretto fondamentale perché per primo osa riaprire gli
studi e l’interesse su queste due correnti. Il libro, Zhongguo xiandai xiaoshuo liupai shi 中国
现代小说流派史 (Storia delle correnti narrative della Cina moderna), ha sancito l’inizio di un
nuovo sguardo alla letteratura cinese.

[autori jingpai]
- Zhou Zuoren 周作人 (1885 - 1967)

Fratello di Lu Xun ed è altrettanto importante come ispiratore di teorie letterarie e di


movimenti quanto il fratello maggiore.

- Shen Congwen 沈从文 (1902 - 1988)

È un narratore, romanziere, anche tradotto in italiano.

- Fei Ming 废名 (1901 - 1967)

Autore di narrativa e di poesia.

- Ling Shuhua (1900 - 1990)

Scrittrice.

- Lin Huiyin (1903 - 1955)

Approfondito nel libro.

- Shi Tuo (1910 - 1988)

Approfondito nel libro.

Cominciamo a parlare della prima corrente:

[京派, 1]

Il concetto di jing 京 viene da Pechino e tuttavia è solo in parte collegato alla città stessa
(Shen congwen, per esempio, che è uno dei principali esponenti di questa corrente e viene
da un zona molto marginale dello Hunan occidentale, nella contea di Fenghuang 凤凰县.
Quindi, il titolo di questa corrente non è un riferimento geografico.)

Di fatti, è opportuno tradurre questo carattere in riferimento al fatto che jing è anche il jing di
capitale. Quindi, c’è una rivalutazione di qualcosa che ha a che fare con l’antichità e con
un’idea di centro culturale che vuole essere una rivalutazione della tradizione, quindi non è
un caso che usino questo carattere per definirsi.

Oltre a questa rivalutazione della tradizione locale (quindi cinese tradizionale) molti di questi
autori sostengono un disimpegno politico, che non vuol dire disinteresse, ma vuol dire non
schierarsi apertamente come invece molti altri stavano facendo.

[京派, 2]

Questo è un brano tradotto da Yan Jiayan che ci spiega il perché di Pechino:


BRANO

Qian Zhongshu che è comunque un autore moderato, di certo non schierato/politicizzato


commenta così la scelta di formare questo gruppo letterario attorno al termine di jing.

Beiping = denominazione di Pechino all’epoca durante la dominazione del Partito


Nazionalista.

Ci fa un riferimento quasi a una sorta di credo religioso, una visione mistica della Pechino
non quella reale, concreta degli anni ‘30, ma la Pechino della tradizione, o meglio quello che
la capitale di un antico Impero può rappresentare, in termini culturali, estetici, più che politici
o ancor meno geografici.

[京派, 3]

Questo è un brano tratto da Lu Xun che commenta le due correnti.

Giusto per collocarle meglio anticipiamo che: la jingpai 京派, legata spiritualmente a
Pechino, sostiene valori tradizionali, recupera aspetti del buddhismo e del taoismo con una
sorta di nostalgia per una certa tradizione locale, quasi folkloristica delle campagne, quindi
rivaluta la marginalità, contro invece una visione che è più vicina alla haipai 海派 che
essendo appunto radicata nella città di Shanghai (in questo caso anche in termini
geografici), parla della Shanghai cosmopolita e parzialmente occidentalizzata che incita e
invoca la modernità, la velocità, la tecnologia. Coloro che rientrano in questa seconda
corrente esaltano tutto quello che è modernità rispetto anche a quella occidentale.
Tra queste due correnti si innescò anche una sorta di dibattito e Lu Xun stesso come molti
altri prese parte a questo dibattito.
Quindi, a grandi linee, le due correnti erano identificate come 1) una molto conservatrice e in
qualche modo disimpegnata politicamente perché dedicata al passato, alla tradizione, a una
visione quasi idilliaca della campagna (Shen Congwen) e 2) l’altra quella invece collocata a
Shanghai tutta sulla modernità e sulla visione commerciale della letteratura e quindi
ugualmente disimpegnata dal punto di vista politico.
Così riassumiamo il dibattito di Lu Xun nel quale interviene dicendo: né l’una e né l’altra
sono delle correnti letterarie che parlano della realtà di oggi, perché si disimpegnano chi
guardando al passato e chi guardando di fuori, a questa Shanghai occidentale.

BRANO

Quindi, in un modo un po’ stereotipato se volete, il dibattito le mette l’una contro l’altra come
fossero due anime diverse di una realtà comunque lontana da quella che Lu Xun e altri
avevano vagheggiato/elaborato. Come sappiamo, Lu Xun è un abile polemista, qui le liquida
in due tratti, non rendendo giustizia alla complessità, al valore di queste due correnti
(dobbiamo immaginare che quando Lu Xun scrive queste parole si trova nel pieno del
dibattito).

Qui già capiamo perché dopo la fine del periodo del 4 maggio e con Mao Zedong i due
movimenti letterari furono oscurati. Ovviamente, come dicevamo, la canonizzazione della
letteratura operata da Mao non trova posto per questi due movimenti che non sono
sufficientemente rivoluzionari, anzi sono considerati quasi feudali o schiavi/dipendenti da
una visione occidentalizzata della letteratura.

[京派, 4]

BRANO

Quello della jingpai è soprattutto un “elogio della marginalità”: vengono trattati temi e
personaggi molto marginali che vivono nelle campagne e che hanno poco a che fare con il
presente tumultuoso e in continua mutazione che la città di Shanghai per esempio offre.
Questa marginalità è intesa in senso spaziale (es. Shen Congwen e la sua descrizione della
minoranza etnica Miao nello Yunnan) e temporale (c’è un riferimento quasi nostalgico
all’antichità o comunque a valori tradizionali, NON centrali, non l’ortodossia confuciana,
piuttosto il buddhismo, i rituali della campagna, o anche la vicinanza alla natura → un tema
centrale nella letteratura della jingpai).

Quindi, questa marginalità, in realtà, è una strategia di emancipazione voluta/deliberata da


una comunità intellettuale sempre più coesa nell’imporre i vincoli etici che abbiamo visto (es.
la necessità di una letteratura realista che affronti la realtà e che critichi i mali della società,
una letteratura militante). Quindi, la posizione di marginalità scelta da questi autori è
deliberatamente una scelta di stare alla larga dai vincoli dell’etica politica imposta dagli altri
intellettuali, dagli altri movimenti.

[il gruppo enfatizza il valore di 美 in senso sia estetico sia etico]

Ricordiamo la triade all’inizio del corso:


1) realismo (真);
2) valore etico, educazione, moralizzazione della letteratura (善);
3) bellezza estetica (美).

In questo caso, nei testi del gruppo letterario della jingpai, il valore di mei 美 è al centro.
Questi tre valori sono sempre presenti nelle teorie elaborate dai poeti e scrittori, però è ovvio
che in questo caso uno dei tre prevale e assume un ruolo guida rispetto agli altri principi con
cui si deve scrivere letteratura.
Quindi, loro puntano molto a quella che chiamano la renxing mei 人性美 (bellezza della
natura umana) → vedremo personaggi semplici, genuini, spontanei, che non sono né
demonizzati né idealizzati, ma sono semplicemente un’espressione, secondo gli autori, della
bellezza intrinseca della natura umana.
Oppure la renqing mei 人情美 (bellezza dei sentimenti), e quindi ci sono dei testi che fanno
riferimento alla sfera emotiva degli esseri umani.

Altri valori che troviamo in questi testi sono:


- la continuità col passato (non c’è invece il riferimento negativo al passato come in Lu
Xun → in Diario di un pazzo → soltanto sradicando il vecchio è possibile aprire la
strada al nuovo → nonostante si tratti di una retorica provocatoria di Lu Xun, di fatto
non c’è uno sguardo nostalgico al passato);
- inoltre, mentre Lu Xun dice che “dobbiamo prendere” (nalaizhuyi 拿来主义
prendismo) dall’estero, dalle altre culture quello che ci può servire per modernizzare
il paese e migliorare il carattere nazionale → visione positiva, se non strumentale
dell’Occidente da parte di Lu Xun → in questo caso, invece, gli autori della jingpai
cercano di distinguere nettamente quali sono i valori cinesi, qual è la tradizione, per
proteggerli da quella che vedono come una sorta di invasione, colonizzatrice di valori
occidentali.
ATTENZIONE: non che questi autori non siano consapevoli conoscitori della
letteratura e cultura straniera (Lu Xun compreso), molti di loro la studiano e vi si
avvicinano (Zhou Zuoren, per esempio, aveva studiato in Giappone, sposato una
donna giapponese e tradotto come il fratello moltissimi racconti occidentali). Non si
tratta di un rifiuto della cultura occidentale, è però un tentativo di salvaguardare i
valori cinesi, di evitare che l’occidentalizzazione che molti altri autori
propagandavano diventasse dilagante e nascondesse la bellezza tradizione della
letteratura, della cultura e dei valori cinesi.
- si parla anche di umanesimo in letteratura;
- l’elogio della marginalità sia temporale che spaziale;
- tra i temi che spesso questi autori affrontano, il tema del sogno, dell’ideale.

[Secondo Yan Jiayan 严家炎 (Zhongguo xiandai xiaoshuo liupai shi, 1989, pp.
242-248), la jingpai:]

Citando il saggio di Yan Jiayan, questa corrente che elogia la marginalità elogia quindi
anche la campagna. Mentre la campagna è stata oggetto di critica come simbolo
dell'arretratezza cinese da parte per esempio di Lu Xun, in questa corrente invece è la civiltà
urbana e moderna ad essere oggetto di critica. Non si tratta di una negazione totale, non
sono passatisti, non è che rifiutano il progresso e la modernità, però la vedono con occhio
critico e soprattutto criticano per esempio alcuni fenomeni politici ed economici legati alla
modernità e all’Occidente, in altre parole il capitalismo.
Soprattutto questo interesse quasi spasmodico che molti, per esempio a Shanghai, i famosi
mercanti e uomini d’affari di cui parla Lu Xun, dimostrano per il denaro sui valori umani.

Quindi, l’idea è che questo movimento che si professa lontano dalla politica e vuole tornare
a parlare di cose tradizionali, dei valori veramente cinesi, anche ai margini della società di
allora, in realtà non è del tutto politico perché ha una visione critica che è condivisa a vari
livelli dai vari autori/trici, che guarda all'ingresso della modernità e dell’occidentalizzazione
con uno sguardo critico, per esempio criticando questi aspetti economici del cosiddetto
baijinzhuyi 拜金主义 l'adorazione del denaro.

Sul piano politico, quindi, ci sono degli aspetti che in questa scuola ritroviamo, per esempio,
la critica contro il fascismo, il Partito Nazionalista. Non è un corrente che si possa definire
come schierata, ma di sicuro rifiuta aspetti politici quali l’autoritarismo e la dittatura.

[Secondo Shih Shu-mei (The Lure of the Modern, 2001):]

Un libro in cui si parla molto di questa corrente è The Lure of the Modern (2001) di Shih
Shu-mei, in cui parla della modernità cinese attraverso le due facce della jingpai (che a suo
modo è stata un tentativo di presentare in chiave moderna dei valori tradizionali) e della
haipai. Secondo Shih Shu-mei, la corrente rappresenta la modernità cinese che però non
deve rompere col passato, quindi si tratta di una modernità che fa tesoro del passato.
Inoltre, e ciò è molto attuale, è un tentativo di salvaguardare la cultura tradizionale, anzi
soprattutto con gli ultimi presidenti da Hu Jintao a Xi jinping, i quali hanno dato una forte
spinta a riscoprire la tradizione, la cultura antica/classica cinese. Ultimamente molto in
maniera propagandistica, c’è un tentativo di armonizzare appunto una Cina che è fortemente
globale oggi, ma che cerca di salvare la sua “anima”, la sua storia locale e tradizionale.
Già allora, quasi cent’anni fa, nonostante fosse una fase diversissima, c’era in questo
gruppo di autori la sensazione che la Cina, entrando finalmente ad agire in maniera molto
debole nel contesto internazionale, dovesse difendere un pochino la sua tradizione.
Questo tema, trattato molto bene da Shih Shu-mei riguarda quindi l’interazione tra globale e
locale di questi autori.

[slide]

L’altro concetto che esprimono nella jingpai (soprattutto Zhou Zuoren e Shen Congwen) è il
concetto di tolleranza kuanrong 宽容, ossia una visione che non esclude niente e nessuno.
Rileggendo i testi militanti di Guo Moruo, Lu Xun e di altri, leggiamo se non una forma di
intolleranza, sicuramente una certa severità rispetto a quello che deve essere il tracciato da
seguire, da una parte (con noi) o dall’altra (con loro, il nemico). C’è un forma in qualche
modo di esclusione che viene rappresentata dalla visione “su cosa fare per modernizzare la
Cina” di questi autori → e la letteratura ne risente ai limiti dell’intolleranza. Nelle forme più
estreme (Lu Xun non ne fa parte), ci sarà una chiusura totale rispetto a chi non risponde ai
vincoli sempre più cocenti della politica.

La jingpai invece esprime un modernismo moderato che fa della ricerca estetica una parte
rilevante. A differenza di Lu Xun, questi sostengono che no, la letteratura deve continuare a
esprimersi, a fare ricerca, anche cercando la bellezza nella tradizione cinese.

In sintesi: è una corrente che cerca con una certa difficoltà un equilibrio tra la modernità e
l’antico patrimonio storico-culturale cinese, tra l’Oriente e i valori tipici della cultura cinese e
quelli che sono stati importanti dall’Occidente.

[Zhou Zuoren]

È alla base di molti movimenti e associazioni. Il suo punto di vista inizialmente è di


condivisione con ciò che scrive e dice il fratello Lu Xun, poi, a un certo punto della loro
storia, per fattori anche personali, ci fu una crisi, ma anche sul piano intellettuale la via che
Lu Xun segue non è quella che Zhou Zouren pratica.

In Giappone entra in contatto con gruppi che avevano fondato delle comunità rurali, cioè una
specie di socialismo rurale in cui si fondavano delle comunità dove tutti vivevano alla pari,
coltivando la terra (una sorta di utopia taoista → la fuga nella natura). Un modo di
condividere in maniera paritaria e armoniosa le risorse della natura → questa visione resta
un po’ nel suo concetto di natura e tolleranza.

Gli anni ‘30 sono una sorta di bivio per gli intellettuali cinesi: fino al 1930 ognuno ha cercato
di mantenere la propria strada (ricordiamo quanti gruppi e associazioni c’erano), poi dal ‘32
in poi scompaiono tutte le associazioni e già nel ‘30 si forma un’unica Lega, per la quasi
imposizione condivisa da molti scrittori: non è più possibile esprimere ciascuno la propria
visione, è necessaria un’unità di visioni.
Zhou Zuoren, dopo gli anni ‘30, segue la sua strada e continua a propugnare l’idea di uno
scrittore e di una letteratura autonoma, libera, sebbene non ignara della società. Non vuole
lavarsi le mani dei problemi della società a lui molto cari, ma la strada da lui scelta è diversa.

[concetti base del suo pensiero]

Concetti che aiutano a costruire il personaggio e l’ideologia che sta alla base anche della
jingpai:

1) l’idea di una letteratura umana (ren de wenxue 人的文学) → titolo del saggio del
‘18-’19 → già negli anni ‘20 Zhou Zuoren propone una letteratura umana → che
assomiglia molto alla visione e al grido: salvate i bambini! Diario di un pazzo di Lu
Xun contro la letteratura e la cultura disumana propugnata dal sistema imperiale e
dei clan;
2) Parla anche di “letteratura della gente comune” (pingmin de wenxue 平民的文学),
delle persone ordinarie → che non è la “letteratura delle masse” (dazhong wenxue 大
众文学) né “la letteratura dei nobili” (guizu wenxue 贵族文学). È importante allargare
la sfera di coloro che possono fruire della letteratura.

[individualismo e tolleranza, Handout, pt. 2]

Saggio sul concetto di tolleranza. Siamo sempre nel dibattito di “piccolo io” e “grande io”.
Secondo Zhou Zuoren, il passaggio non da “io” a “collettività”, ma da “io” a “genere umano”.
Inoltre, a proposito di individualismo, non possiamo appiattire la creatività, la sensibilità,
l’idea di bellezza e le emozioni dell’individuo in una letteratura che è scritta per tutti e che va
bene a tutti. L’elemento di base che accomuna queste opere è naturalmente la natura
umana.

BRANO

Pt. importante in rosso:

Quindi, il punto di vista di Zhou Zuoren è chiarissimo e assolutamente incompatibile non solo
con quanto andavano dicendo in quegli anni i suoi colleghi scrittori, che si erano avvicinati
alla Lega degli Scrittori di Sinistra e all’idea di rivoluzione, ma ancora più incompatibili sono
questi concetti con quello che verrà poi con i discorsi di Yan’an e tutta la letteratura di epoca
maoista → l’omologazione è la morte dell’arte.

[La pagoda (torre d’avorio) al crocevia——十字街头的塔]

Brano da un saggio. C’è un gioco di parole nel titolo → un parallelismo tra la pagoda 塔 e la
torre d’avorio 象牙的塔 → rimanda a un saggio giapponese letto e tradotto da Lu Xun il cui
senso era → l’intellettuale deve uscire dal suo mondo e uscire dalla sua stretta cerchia di
interessi artistici e entrare nel mondo, criticare la società e portare il suo contenuto.
In risposta alla traduzione del fratello, a dimostrazione dell’evoluzione del suo pensiero,
Zhou Zuoren ribadisce che la torre d’avorio in realtà non è del tutto sbagliata e spiega qual è
la sua torre d’avorio, la sua pagoda → che si trova all’incrocio.

Frase importante: 。。。这塔与街本来并非不相干的东西,不问世事而缩入塔里原即是对于 街


头的反动。。。

TRADUZIONE

Zhou Zuoren sostanzialmente dice che non c’è incompatibilità tra vivere nella torre d’avorio
e vivere in mezzo alla gente (la strada affollata, il crocevia → simbolo della realtà).

Ultime righe: anche chi si proclama a favore del popolo e che combatte per il suo bene,
spesso ha i suoi interessi personali. Quindi, è importante diffidare di chi afferma di essere
uscito dalla torre d’avorio e di trovarsi in prima linea al fianco della povera gente. Zhou
Zuoren, invece, difende questo suo ideale: è appassionato e si interessa alle sorti del suo
paese e del suo popolo, ma non per questo è disposto a scendere in strada. Preferisce
restare nella sua pagoda che è comunque nella realtà. La sua e quella di altri è una
posizione difficile da difendere anche se reale e tutti gli scrittori di questa corrente
cercheranno di mantenere.

[slide]

Per cui, “negli anni ‘30, in un Paese in cui la letteratura è sempre più considerata
strumentale e subordinata all’emancipazione sociale e nazionale (non c’è vera letteratura
che non parli/che non cerchi di promuovere questi valori di emancipazione sociale e
nazionale), gli obiettivi che si prefiggeva la “jingpai” (di restare “affacciata sulla strada, però
al riparo nella torre d’avorio”) erano decisamente controcorrente.” Da qui ricordiamo
l’esclusione che poi venne fatta per molti anni, per circa 40 anni, di questo tipo di autori e di
queste opere dal canone della letteratura cinese moderna.

[Shen Congwen 沈从文 (1902 - 1988)]

Un altro grande scrittore cinese. Insieme a Lu Xun e a Zhang Ailing, sono i tre scrittori più
rappresentativi della Cina moderna della prima metà del secolo scorso. È un prolifico autore
di racconti e novelle ed è simbolo di questa visione neo tradizionalista. In una Cina che è
stretta tra comunismo e occidentalismo, lui cerca di inserire la sua visione anticonformista
rispetto alle altre correnti.

[slide]

Nella figura dello scrittore e del poeta lui vede le caratteristiche che non sono quelle
totalmente della modernità, ma salva/mantiene degli aspetti che sono più tradizionali. Ma
soprattutto, come vedremo, propone una letteratura anticonformista, nel senso che non è
vincolata ai temi politici e sociali. Non è certo come coi primi racconti della “narrativa dei
problemi” (问题小说) → la narrativa non deve parlare dei problemi, deve raccontare,
esprimere, cantare (lirismo) → non necessariamente il tema invece è quello strumentale di
dover descrivere i problemi sociali e questo è molto chiaro in Shen Congwen.
[tra campagna…, 1]

Come viene descritto questo autore?


Se leggiamo la sua biografia (The odyssey of Shen Congwen, 1987), vediamo che lui ha un
approccio lirico alla campagna e quindi spesso forse giudicato un po’ “pastorale”, bucolico.
Se leggiamo i suoi racconti, riesce a nascondere tutti quei drammi sociali esistenziali che
invece nella letteratura più realista, come quella di Lu Xun, emergono.

Una delle sue opere più importanti è Città di confine (Biancheng 边城, 1934) che è uno dei
suoi testi più rappresentativi. Già il titolo rimanda all’idea della jingpai che esalta valori di
quello che è marginale che non è al centro dell’attenzione politica e culturale dell’epoca.
Racconta di una cittadina e di una comunità che è isolata dal resto del mondo da un fiume.
Di una famiglia umile, con un nonno che vive con la nipote, la quale avrà una storia d’amore
tragica con due fratelli. Quindi, è una storia molto tradizionale e classica, però raccontata in
maniera semplice e originale, che vuole in qualche modo riportare la letteratura su altro. La
letteratura non deve per forza parlare appunto di problemi sociali → li può descrivere da
lontano → può suggerire temi e realtà più universali che riguardano l’amore, la
sopravvivenza (la difficoltà a sopravvivere in certe zone di campagna).

Ecco perché la sua narrativa viene registrata e descritta come affine alla narrativa regionale.
Infatti, se leggiamo, troviamo descrizioni di usi e costumi delle località descritte.

O anche di un genere molto importante della xiangtu wenxue 乡土文学, la letteratura che
parla della terra natia, di tradizioni locali e di campagne.

[tra campagna…, 2]

Citazione da David Wang, sinologo americano, che descrive la narrativa di Shen Congwen
come una forma di lirismo critico.

Quando ci interroghiamo su:


- sull'adesione o dissenso;
- sulla posizione politica;
- se la letteratura è sempre o in qualche modo influenzata o in qualche modo dialoga
con la politica.
spesso ci sono degli elementi subliminali, intrinsechi al testo letterario, che non
necessariamente sono esposti in maniera palese ed esplicita.

Quindi, Wang, coglie nel lirismo di Shen Congwen una forma di critica, nel quale lui “pur
attingendo al realismo (perché quello che racconta sono fatti ambientati in una Cina reale
del tempo), è però invece pregno di valori estetici e morali tradizionali (che sono il fine a cui
lui tenta di arrivare, esprimendoli attraverso le descrizioni reali della campagna dello Hunan
degli anni ‘30).”

BRANO: “L’opera…”
Andando ad analizzare tecnicamente la struttura dei suoi romanzi e racconti, non ci sono
strategie narrative. È una narrazione molto lineare.

Un mondo diegetico = cioè del racconto

[... e città]

L’altra faccia meno nota e studiata di Shen Congwen è la sua produzione di racconti urbani.
In Città di confine e altri racconti, racconta della comunità della minoranza etnica Miao della
Cina rurale dello Hunan. Tuttavia, c’è un gran numero di racconti meno studiati in cui parla
della città.

Brevi cenni biografici: questo perché lui stesso era di origine Miao → arriva nel pieno del 4
maggio → si racconta che parlasse anche male → aveva molte inflessioni dialettali → è
proprio un outsider nella Pechino del 4 maggio. In questa sua esperienza cittadina, osserva
dall’esterno le abitudini, i costumi, ma anche i vezzi e le ipocrisie degli Han che vivono a
Pechino. Quindi, in questi racconti, troviamo la satira della borghesia cittadina.

La sua è sì una posizione esterna, marginale, anche nella sua stessa figura, di una persona
che non si è mai ambientato del tutto nella comunità intellettuale di Pechino del 4 maggio,
eppure, a modo suo, ha un occhio attento alla realtà e ci descrive la società borghese
urbana.

[da “La gente onesta”, 1]

“Assaggiamo” qualche riga dello stile di Shen Congwen, che non è facilissimo. Il suo stile è
molto irregolare, proprio da outsider, da persona che era venuta da fuori Pechino e aveva
avuto un’istruzione non tradizionale/non convenzionale.

In questo testo che è molto famoso, La gente onesta/semplice (老实人), emergono già in
queste poche battute alcuni dei valori che vengono già elogiati/sostenuti da questa corrente.

Qui c’è un dialogo tra due personaggi:

“Non occorre usare un altro nome se non quello di gente onesta/semplice!”


Tuttavia di questi tempi essere un po’ più semplice o onesto in fondo non è poi così male, si
possono evitare tante disgrazie umane e naturali.
è vero che l’essere umano dovrebbe sempre attenersi alle regole? Difficile a dirsi.
C’è chi dice che a comportarsi secondo le regole/a cedere sempre/ad essere tollerante,
significa che si è privi di una qualità molto importante al giorno d’oggi che è la “forza vitale”
(生命力). Mancando di questa forza, è la fine per questa persona.
Però, c’è anche chi dice che non è così. Non è poi così inutile essere invece una persona
per bene che non ha nulla da ridire, da contendere, da polemizzare con gli altri/che non ha
conflitti con gli altri.

Come vediamo si fa strada un concetto di un valore dell’essere umano che non deve andare
allo scontro, che segue delle regole di comportamento onesto e semplice.
[da “La gente onesta”, 2]

Questo elogio della semplicità come vedremo punta anche a criticare un certo
intellettualismo che all’epoca invece era molto sostenuto da altri. Infatti, qua:

BRANO

spiega un po’ il concetto di persona/gente semplice.

In Shen Congwen → l’idea che la sua arte rifletta il mondo c’è. Non è affatto uno scrittore
che pensi di vivere al di fuori della realtà (un po’ come diceva lo stesso Zhou Zuoren).

[L’orto, 菜园, 1]

In questo brano, abbiamo ancora questa critica all’intellettualismo. Lui associa un po’ una
certa figura di scrittore/intellettuale borioso e militante della città (sicuramente basandosi
sulla sua esperienza personale) a un certo disvalore.
Ecco perché l’elogio della gente semplice, addirittura quasi illetterata.

Qui leggiamo:

[Questo personaggio che coltiva l’orto] non è che in quanto fosse alfabetizzato non
lavorasse [elogio del lavoro fisico/manuale], né era arrogante per il fatto di avere dei soldi.

[Questo personaggio che nel racconto è un intellettuale/scrittore che lascia la città per
andare in campagna] non aveva pregiudizi e trattava in modo paritario chiunque fosse anche
un piccolo ambulante/venditore [era aperto a tutte le categorie sociali].

Sicuramente apparteneva alla classe intellettuale e tuttavia non credeva che ci fosse
bisogno di idolatrare/rispettare in maniera particolare gli intellettuali. (Nessuno degli altri
scrittori di cui abbiamo parlato che pure riempiono la bocca della massa della critica alla
società - gli aspetti che non funzionano della società -, qui Shen Congwen sceglie una via
diversa, quella di “per essere davvero con la gente, bisogna rimanere con la gente e quindi
guardare con gli occhi della gente semplice alla realtà” → questo tema lo toccheremo più
avanti con la figura dello scrittore contadino di cui Mao Zedong sarà un grande sostenitore.
In realtà, se Shen Congwen non è un contadino, però questa sua posizione appare sotto
certi aspetti più vicina di quanto di possa pensare all’idea astratto e ideologico di Mao.)

Questo sembra essere un valore [chengshi 诚实, sincerità, quindi la sincerità di cuore è per
Shen Congwen un punto fondamentale nell’atteggiamento verso gli altri]. Nella vita una virtù
(美德) è proprio quella di comportarsi in maniera sincera. [Ecco quindi che in questa parola
vediamo riassunta tutta un po’ la visione che Shen Congwen ha della natura o della
comunità dello Hunan occidentale che lui descrive nei suoi racconti. Seppur un po’ retorica
ed idealizzata, lui vede in queste comunità ristrette di contadini e di gente umile e povera
incarnarsi il valore di chengshi, di sincerità e di fiducia reciproca. Mentre, sembra quasi
intendere che nella città dove ci sono questi forti contrasti tra un mondo intellettuale molto
arrogante e elitario, il valore di chengshi viene meno.]
Conclude: sembra di rileggere testi di Mencio: questo valore di sincerità, interesse e
caratteristica del temperamento del carattere derivano completamente dal modo in cui è
plasmato dalla madre [l’idea del valore innato della natura umana che però poi viene
perduto, mentre nelle comunità rurali, sperdute e marginali, questo aspetto si mantiene di
più.]

[L’orto, 菜园, 2]

In questo dialogo, abbiamo proprio l’idea che i libri, il sapere non è necessariamente un
valore positivo. Pensiamo, al contrario, quanto invece in Diario di un pazzo il pazzo dice: per
capire la verità/realtà bisogna leggere, studiare e approfondire. Pur criticando i vecchi libri di
storia che riportano i valori negativi del confucianesimo, di certo, sia per Lu Xun sia per gli
altri, la cultura e l’educazione sono la chiave per vincere la povertà, l’arretratezza della Cina
e anche il perpetrarsi della “civiltà cannibale”.

Anche in questo punto, Shen Congwen è diverso. In questo dialogo della madre che parla
col figlio che vuole andare in città:

“Vai a trovare il tuo terzo zuo o vai a fare qualcos’altro?”


“Vorrei comprare dei libri.”
“A casa nostra che libri dobbiamo leggere? Il mondo cambia continuamente e a me fa
paura.”
“Andiamoci insieme allora!”
“E come potrei venire via da qui?”
“Me ne vado per tre mesi e poi forse tornerò.”
“Se vuoi andare, vai pure. E che siano tre o cinque anni non importa, non voglio impedirti di
farlo. Se vuoi andare vai. Anche se non li leggi, non succede nulla. Per essere una persona
per bene/di qualità (做人) questo non dipende da quanti libri si sono letti. Per gente come
noi, povera e umile, avere troppe conoscenze è quasi una disgrazia/sventura.”

Questa è sì una posizione molto diversa, molto marginale, che critica in fondo
all’intellettualismo e alla visione che si aveva invece in altre sfere, in altri associazioni
letterarie, ma soprattutto nel gruppo mainstream della letteratura del tempo.

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Riassumendo: nella posizione di Shen Congwen vediamo una visione in cui la cultura può
essere pericolosa se utilizzata come stratificazione intellettualistica, cioè un modo di
accumulare conoscenze che però allontanano dalla realtà della vita.

C’è una visione romantica dello scrittore che però ripetiamo non è separato dalla realtà. Non
viene coinvolto in avvenimenti politici, però ne fa parte e in qualche modo ne è consapevole.

Sempre Shen Congwen si mostra molto polemico sia con gli autori commerciali sia con
quelli più politicizzati e quindi anche lui partecipa a quel dibattito tra jingpai e haipai di cui
parleremo più avanti.
[intellettuali]

In questi brevi testi, si evince:

- La critica che lui fa al narcisismo degli intellettuali che si sentono al centro della
scena.

altre note biografiche interessanti:

- Non era del tutto estraneo dalla realtà politico sociale del tempo (tant’è che si era
avvicinato al marxismo), anche se abbiamo capito che è uno scrittore che rifugge da
ogni intellettualismo e ogni ideologia;
- Kinkley, autore della biografia di Shen Congwen, come sintesi della sua figura dice
che pur essendo uno che sostiene i giovani scrittori e le riforme, tuttavia resta
qualcuno che “coltiva il proprio giardino” (resta un po’ come Zhou Zuoren nella sua
torre/pagoda all’incrocio);
- Per Shen Congwen, quello che prevale è l’idea della bellezza, il lato estetico
dell’opera letteraria.

[ruolo nei dibattiti del tempo]

Quindi, le sue posizioni da un lato lo vedono comunque partecipe ai dibattiti del tempo,
dall’altro le sue polemiche agli scrittori lo vedono innanzitutto schierarsi 1) contro la
Sinistra, contro la politicizzazione assoluta delle associazioni degli anni ‘30 (la Lega degli
Scrittori di Sinistra prima fra tutte, ma anche altri gruppi), anche 2) contro il capitalismo.
Ovviamente, rivaluta la semplicità del villaggio, della città di confine è chiaro che vede come
minaccia/pericolo invece l’inserimento di dinamiche capitaliste/di sfruttamente economico
nelle campagne cinese negli anni ‘30.
Infine,c’è anche una sua 3) polemica con gli scrittori, giudicati commerciali, della corrente
“alternativa” della haipai, la corrente di Shanghai.

[Un osservatore 旁观者 - Lao She (1899 - 1966)]

A questo punto bisogna parlare di Lao She, anche perché a volte nei testi Lao She viene
annoverato nella corrente jingpai.

Lao She → è indubbiamente uno scrittore di Pechino (la lingua di questo scrittore è
diventata un po’ il modello del baihua contemporaneo, anzi del putonghua. Mentre Lu Xun,
se leggiamo i suoi testi, è spigoloso, arduo e intreccia spesso il nuovo baihua con forme di
wenyan, la lingua di Lao She invece è considerata in Cina più elegante e armoniosa. Anche
se, come sappiamo, gran parte del putonghua è basato sulla lingua/dialetto di Pechino).

Sia come scrittore sia come personalità e cultura, Lao She è rappresentante della città di
Pechino e moltissime delle sue opere ne parlano.

Detto questo, non si può considerare uno scrittore della jingpai → che abbiamo visto ha altri
aspetti principali. Chiaramente ci sono dei punti di contatto, per esempio: il suo essere un
osservatore, uno scrittore che non si schiera mai del tutto che, pur preoccupato e addolorato
dalla situazione del suo Paese (scrive delle opere per raccontare la situazione della Cina),
tuttavia non è di certo uno scrittore che impugna le armi o lancia grida d’allarme.
È una figura interessante per questo suo anticonformismo, ma anche un po’ tragica (la sua
fine lo è) rispetto al mondo che lo circonda.

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Il suo romanzo più famoso, Cammello Xiangzi, il ragazzo del risciò (Luotuo Xiangzi 骆驼祥
子), è stato pubblicato in italiano di recente.
È un autore sottovalutato in Italia → poco tradotto → anche lui meriterebbe più attenzione.

Tra il ‘24 e il ‘29 vive a Londra dove fu un lettore di cinese a quella che oggi è la SOAS. Per
il resto della sua vita visse quasi sempre a Pechino, perciò nelle sue opere c’è tantissimo
della città, della sua cultura e della sua tradizione (di una Pechino che oggi, anche dal punto
di vista architettonico, non è più visibile e ce ne accorgiamo nei suoi racconti → ecco perché
è possibile avvicinarsi alla jingpai).

Tuttavia, non è poi così diverso da Lu Xun, pur essendolo per molti aspetti, anche lui è un
po’ ossessionato dal “carattere nazionale 国民性” dei cinesi. I più grandi scrittori di quel
periodo sono spesso attanagliati da quella che uno storico della letteratura cinese, Xi
Di/Tixia (Hsia Chih-tsing), ha definito the obsession for China. In un famoso libro degli anni
‘60, questo critico letterario sinologo americano (immigrato dalla Cina) che ha scritto The
history of modern Chinese fiction parla dell’ossessione per gli scrittori della Cina, che si può
rileggere negli scrittori di oggi (es. Mo Yan, vincitore premio Nobel). Questo tema resta un
elemento che guida gli scrittori (es. Yan Lianke, di cui parleremo più avanti).

Comunque, anche Lao She, si interroga e analizza questo problema del “carattere
nazionale” cinese, del perché alcuni aspetti del comportamento, della mentalità cinese,
hanno portato e portano (per lo meno nel periodo di cui lui parla → degli anni ‘30 e ‘40) a
una situazione cinese di così complessa e grave criticità.

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Di sé, lui stesso dice, “io non sono altro che un osservatore”. È sempre stato lontano da ogni
coinvolgimento politico. Se ci pensiamo lui è nato nel 1899 e nel 1919 aveva 20 anni e
poteva essere in prima linea in Piazza Tian’anmen come i giovani del movimento
studentesco del 4 maggio, ma non fu. Lui dice che vide e partecipò da lontano ai movimenti
studenteschi.

CITAZIONE, tratta da un suo saggio. Spiega come scrive i Due Ma, il romanzo ambientato a
Londra.

Movimenti del 4 maggio e io sono stato un osservatore; Ai tempi in cui io ho scritto i ‘Due
Ma’, erano gli anni in cui c’erano i signori della guerra e l’esercito rivoluzionario. [Quindi,
durante il 4 maggio c’ero, ma me ne stavo in disparte ] Poi più tardi [ero a Londra per
lavorare] non ero fisicamente presente/non ero stato in grado di partecipare anche a quei
momenti politici [del ‘25 e del ‘27].
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Come dicevamo poco fa, tutte le sue opere sono di un certo realismo, a volte anche
accompagnato da una grande ironia, che rende la sua scrittura estremamente interessante.
Nei Due Ma, che forse è il più lieve tra i suoi romanzi perché c’è un certo umorismo (tra le
sue fonti occidentali si ispira a Dickens in certi tratti), analizza il popolo cinese in termini di
conflitto e confronto interculturale. Descrive questo vecchio Ma e il figlio che si trovano a
Londra che devono fare i conti con il razzismo degli inglesi, della proprietaria di casa e a loro
volta i cinesi stessi, Ma padre e figlio, hanno una serie di stereotipi e pregiudizi sugli inglesi.
In questo modo, Lao She, che visse in prima persona questa situazione, racconta un po’
queste dinamiche interculturali.
Non solo, ma anche quelle egemoniche e coloniali → la Cina all’epoca era considerata un
paese arretrato e colonizzato.
Vede però la ristrettezza delle vedute anche dei proprio connazionali nella situazione in cui
si trovano all’estero.

Il romanzo più politico che ha scritto, forse anche quello meno di successo → per
testimoniare il fatto che anche questo scrittore che si dichiara lontano e osservatore della
realtà di fatto non può non parlare e anche lui è afflitto da questa obsession for China.
Infatti, nel 1933 scrive quello che è una specie di romanzo fantascientifico, Città di gatti (Mao
cheng ji 猫城记) → è una distopia diremo noi, satirica, in cui tenta una critica allegorica della
situazione politica in Cina.
I gatti sono i cinesi e i topi sono questo popolo nazionalista che domina e sfrutta la
popolazione → tutta una serie di crimini e di orrore attraversano questa società in cui il suo
stesso popolo è descritto come incapace e crudele → una visione molto negativa che allude
un po’ ai rapporti tra Cina e Giappone (infatti è scritto nel ‘33).

RACCONTO DATO DA LEGGERE: Hei bai Li 黑白李 è interessante perché fa vedere un


po’ le due anime dello scrittore. I due personaggi rappresentano un punto di vista un po’
duplice: da un lato la tendenza alla conservazione, la moderazione, il limite, quell’equilibrio
tutto cinese delle piccole cose, dall'altro lato, l’altro personaggio/fratello rappresenta
l’impulso alla rivoluzione, al cambiamento radicale.
Questa dinamica, tra l’altro, la si trova anche nei Due Ma → il padre rappresenta la Cina
tradizionale, che si trova esposta nella città di Londra a tutta una serie di pregiudizi e a una
situazione in cui la vecchia cultura cinese non ha posto → è un difensore dei vecchi valori,
incapace di capire la modernità. Dall’altra parte, il figlio è fin troppo spinto dalla volontà di
vendicare i cinesi, si sente succube e discriminato dagli inglesi e quindi vuole passare
all'azione → rappresenta l’altra faccia di una Cina che è stretta tra un tentativo di
salvaguardare la tradizione di cui si sente orgogliosa, ma allo stesso tempo solo il
cambiamento, la novità, la modernità può salvarla (un po’ come la pensa Lu Xun).
Quindi, questo stesso dilemma Cina conservatrice-interventista la troviamo sia nel romanzo
sia in questo racconto.
A quale delle due tematiche si sente più vicino Lao She? Di sicuro è quello più conservatore,
perché riflette di più il carattere e la stessa biografia dello scrittore.

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Il suo capolavoro, Il ragazzo del risciò (titolo originale: Cammello Xiangzi, Luotuo Xiangzi 骆
驼祥子) → che è il vecchio titolo italiano della traduzione. È la storia di un tiratore di risciò →
una sorta di bildungsroman alla rovescia → c’è proprio la decadenza di questo giovane che
pure viene dalla campagna (sembra incarnare i valori di Shen Congwen) → un uomo forte e
generoso, onesto, pronto ad aiutare gli altri → va a Pechino, diventa tiratore di risciò e cerca
di migliorare la sua situazione → cerca di costruirsi una famiglia e una piccola azienda di
risciò.
Tuttavia, si scontra nella Pechino dura degli anni ‘30 una società molto corrotta, arretrata, in
cui l'individuo → TEMA DEL ROMANZO: non è in grado di farcela da solo.

Infatti, la critica comunista ideologica del romanzo fu positiva perché lo interpretò come la
manifestazione da parte di Lao She dell’idea che l’individuo da solo non ce la può fare, solo
la collettività, il comunismo e unire le forze della società sono la chiave, mentre il giovane
tiratore di risciò che voleva costruirsi la sua piccola azienda ha fallito → visione
semplificatrice del romanzo.
In realtà, quello che descrive Lao She, in maniera estremamente profonda e commovente in
alcuni tratti, molto amara, è il dramma dell’individuo che non ce la fa quasi darwinianamente
che, in una società complessa e di sopraffazione, non riesce a superare gli ostacoli e finisce
per cadere in un declino e uniformarsi agli altri.
Il brano riportato è il brano finale in cui vediamo che la fine di questo personaggio così
positivo che diventa invece sempre più cinico e svogliato → perde tutti quei valori positivi
che la jingpai stessa vede nella natura umana.

Un altro punto da sottolineare in Lao She: mentre Shen Congwen si focalizza un po’ sul
mondo rurale (sulla bellezza della campagna nella sua autenticità), Lao She studia molto più
da vicino l’abitante della città, ma non borghese, si concentra piuttosto sullo xiao shimin 小市
民, il piccolo borghese/l’abitante di città di modeste origini e ricchezze che cerca di
sopravvivere in una città/realtà complessa come quella della Pechino degli anni ‘30.
A lui non interessa la Storia con la “s” maiuscola → non fa grandi riferimenti a eventi storici
del tempo che pure era più volte molto travagliato → gli interessa piuttosto vedere l’umanità
→ il riflesso della Storia sul singolo, sull'individuo, più che l’aspetto politico della Storia
stessa.

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L’ultima opera di Lao She → Casa da tè (Chaguan 茶馆) → è un’opera teatrale → fa la


sintesi della storia della Cina moderna e contemporanea. La “casa da tè” è il pretesto per
raccontare tre generazioni e gli eventi tragici e sconvolgenti che colpiscono la Cina dagli
anni ‘30 fino agli anni ‘50-’60.
Con i personaggi che si succedono nei suoi atti, l’opera riesce a esprimere il concetto del
“piccolo”, “della persona semplice e modesta” come il gestore della casa da tè e il tipo di
personaggi che invece con il cambiare dei tempi cambiano ed entrano nella sua casa da tè.
È un’opera riuscita in questo senso → in cui vediamo in maniera estremamente chiara il
rapporto tra letteratura e società, esprimendo non in maniera militante, non cercando di
imporre una visione, ma raccontando effettivamente dal punto di vista di Lao She, di un
osservatore, quali sono stati i cambiamenti che hanno colpito la Cina in questi decenni.

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L’esistenza di Lao She, travagliata da questa sua incapacità di essere fedele a ciò che
veniva chiesto agli scrittori, finisce con la sua morte nel ‘66 → all’inizio della Rivoluzione
Culturale → si parla di suicidio: si racconta che si gettò nelle acque del Beihai a Pechino con
il libretto rosso in mano → in realtà, pare che fosse un suicidio forzato → fu spinto a gettarsi
→ perché era stato perseguitato per le sue idee → proprio perché non era stato al centro →
da un lato né oppositore del regime, ma neanche aveva saputo sostenerlo.

La sua opera (Chaguan) la possiamo leggere come una critica anche al regime maoista. Era
stata tuttavia pubblicata e accettata, proprio perché la sua non era una critica aperta. Eppure
la sua posizione di osservatore è stata vista come più critica e pericolosa di quella di
qualcuno che invece esprime apertamente il suo dissenso.

[fine dell’individualismo]

Estratto dal Luotuo Xiangzi: ultima parte del romanzo. Questo giovane tiratore di risciò che
aveva sperato di farcela nella Pechino degli anni ‘30 (si era anche innamorato di una
ragazza che era stata costretta a prostituirsi, però non riesce a salvarla dal suo destino),
viene invece irretito dalla figlia del proprietario della casa di risciò per il quale lavora e quindi
finisce per essere sia imbrogliato sia costretto ad abbandonare i suoi sogni di indipendenza
e diventa un po’ come tutti gli altri.
In questo brano, viene descritto come lui partecipando da tiratore di risciò a una
sfilata/processione con una serie di simboli della tradizione locale il suo atteggiamento è
invece di totale svogliatezza e cinismo.
Mentre prima viene descritto come generoso, che cerca di aiutare gli altri, in quest'ultima
descrizione del personaggio non ha paura di prendersela con i bambini, le donne e i vecchi
pur di strappare qualcosa, non vuole rimetterci più.
Nel secondo paragrafo viene criticato perché è pigro, non segue le regole e non gli importa
più nulla → è diventato una figura negativa e decadente.
Nelle ultime righe, molto famose, Lao She, lo scrittore/narratore, si rivolge direttamente al
personaggio e lo apostrofa così: dignitoso, che voleva essere forte, pieno di sogni, che si
interessava di sé, ed era individualista → il suo problema è stato proprio questo, quello di
essere troppo individualista, di avere dei sogni che voleva realizzare → chissà quante volte
hai accompagnato gli altri ai funerali/hai tirato il risciò durante i funerali, chissà quando/in
che momento e dove verrà sepolto [lui, il tiratore di risciò] che così tante volte aveva
partecipato tirando il suo risciò ai funerali → una retorica finale drammatica dell’autore →
questo prodotto malato della società, infelice, sfortunato, egoista, decaduto, vittima in
qualche modo dell’individualismo!

In questo senso, Lao She sembra dichiarare la sconfitta dell’individualismo, della volontà di
restare al di fuori dell’idea di collettivismo/collettività, di combattere per una società più unita,
più compatta. Ecco, da qui, l’analisi che dicevamo all’inizio, favorevole con i critici comunisti
come simbolo di una dichiarazione del fallimento dell’individualismo → in realtà, quello che
Lao She sottolinea è la difficoltà, il dramma dell’uomo che cerca nella Cina di allora di
trovare la sua strada.