Sei sulla pagina 1di 6

Presenze illustri

nell’Alta Valle dell’Agno


RICHARD FRANCIS BURTON
(1821 – 1890)

Recoaro Terme, 30 ottobre 2015, Sala COOP


Relazione di Flavio Bettanin

1
Fai quello che la natura umana ti ordina di fare,
Non aspettarti applausi se non da te stesso:
Vive e muore nel più nobile dei modi
Chi crea e difende leggi fatte da sé.
(Richard Francis Burton, Kasidah VIII.9)

Richard Francis Burton nasce a Torquay, sulla costa della Cornovaglia, nel 1821, da una famiglia
di ascendenza inglese, francese e irlandese. Trascorre l’infanzia al seguito del padre militare in
Francia e in Italia, dove si rende conto della sua facilità nell’apprendere le lingue straniere. Tornato
in Inghilterra, si iscrive a Oxford ma ne viene espulso a causa della
sua passione per sfide e duelli. Seguendo quindi le orme del padre ma
soprattutto mosso dall’interesse a conoscere usi e costumi orientali, si
arruola come ufficiale e nel 1842 va in India, dove trascorrerà otto
anni e apprenderà l’hindi, l’arabo (che pare avesse iniziato a studiare
per suo conto già a Oxford), il sanscrito e altri dialetti regionali. Qui
inizia un’abitudine che non lo abbandonerà per decenni: quella di
travestirsi da indigeno per mescolarsi alle genti del luogo,
frequentando mercati e locali pubblici, allo scopo di raccogliere
notizie per il servizio informazioni ma
anche allo scopo di osservare
comportamenti e modi di esprimersi
senza essere notato, con particolare
attenzione per i costumi sessuali (le sue
indagini sulla prostituzione indiana, sia
maschile che femminile, suscitarono
scalpore tra i contemporanei).
Le sue grandi passioni furono l’interesse per le lingue (secondo le
sue affermazioni arrivò a padroneggiarne 35, tra antiche e moderne, e
almeno per una ventina di esse le sue conoscenze vennero certificate)
e l’antropologia: fu infatti uno dei fondatori della Royal
Anthropological Society di Londra (1863). Pubblicò più di cinquanta
libri su vari soggetti: resoconti di viaggio, racconti, traduzioni, saggi
storico-antropologici e manuali, soprattutto riguardanti la storia e l’uso delle armi bianche. Fu
ritenuto uno dei tre migliori spadaccini della sua epoca.
Nel 1853 riescì ad entrare, primo europeo non convertito, nelle città
sacre dell’Islam: La Mecca e Medina. Il resoconto del suo viaggio –
finanziato dalla Royal Geographical Society di Londra - divenne un
libro di quasi mille pagine intitolato “Storia di un pellegrinaggio a
Medina e a La Mecca” (1855): un grande documento degli ultimi anni
della rotta carovaniera attraverso il deserto (dal 1880 si preferirà il
viaggio in battello) che ci fornisce informazioni non solo su cerimonie
religiose, templi e moschee ma anche sugli incontri personali, su
caratteristiche antropologiche, geografiche ed economiche,
accompagnate da liriche descrizioni del paesaggio. Nel deserto, pur tra
pericoli e sfinimenti, Burton si sente crescere spiritualmente e ce ne
lascia testimonianza. Animato da vero interesse per le pratiche
islamiche, vuole sapere cosa prova un vero pellegrino nel raggiungere
la città santa dell’Islam, seguendo una delle vie dalle quali i pellegrini convergono a La Mecca. La
partenza del viaggio avvenne però da Sauthampton, dove Burton si imbarcò già travestito da arabo.
Nel corso del viaggio assumerà almeno altri due travestimenti: di nomade derviscio con conoscenze
di magia e medicina e di pathan nato in India da genitori afgani.

2
I viaggi successivi lo portarono ad esplorare l’entroterra somalo assieme
all’amico John Speke, favorito in questo anche dalle autorità britanniche
che intendevano proteggere il commercio nel Mar Rosso. Nel 1854
organizzò una spedizione alla città proibita di Harrar, travestito da
mercante arabo, nella quale riescì ad entrare. Di lui si persero poi le tracce
nel deserto per diversi mesi. Successivamente, nel corso di una nuova
spedizione, i somali attaccarono il gruppo: Speke fu ferito e Burton
ricevette un colpo di giavellotto che gli trapassò le guance. Da
quell’esperienza trasse un libro dal titolo “Primi passi nell’Africa
orientale” (1856), uno dei suoi più emozionanti e densi di osservazioni.

Nel corso di un’avventurosa e drammatica impresa finanziata ancora


dalla Royal Geographical Society, iniziata da Zanzibar e svoltasi in
due fasi tra il 1854 e il 1859, alla guida di una spedizione di cui
faceva parte anche John Speke, andò alla ricerca delle sorgenti del
Nilo e delle misteriose ‘montagne della luna, scoprendo il lago
Tanganika (1858). La sua origine vulcanica e l’assenza di un
emissario (che fu invece trovato 16 anni dopo come origine del fiume
Congo) li spinse alla prosecuzione del percorso. Per le estreme
condizioni di sopravvivenza, Burton, colpito da una grave forma di
malaria, fu costretto a fermarsi. Speke riuscì faticosamente a
continuare e quando verso nord-est scoprì un enorme lago (che
chiamò Vittoria in onore della Regina d’Inghilterra), convinto che il
Nilo ne fosse l’emissario, tracciò delle fantomatiche mappe con i monti delle presunte sorgenti e un
paradossale percorso del fiume in salita per ben novanta miglia. Burton, che in patria dovette
accontentarsi di una medaglia al valore, fu seccatissimo e contestò questa tesi sostenendo che il lago
Vittoria fosse solo una delle fonti del Nilo e che la montagna delle sue risorgive dovesse ancora
essere trovata. Per risolvere la scottante questione i due contendenti furono convocati alla British
Association for the Advancement of Science presieduta dallo scozzese David Livingston, mitico
pioniere-missionario in Africa. Nel dibattito svoltosi il 15 settembre 1864 a Bath, Burton si presentò
con le sue meticolose contro teorie geografiche denunciando con efficace oratoria le assurde teorie
di Speke, che dopo aver ascoltato in silenzio abbandonò l’aula. Nella successiva seduta fu dato il
drammatico annuncio della morte di John Speke, avvenuta per una pallottola con ogni probabilità
partita accidentalmente dal suo fucile. “I benevoli dicono che si è suicidato, i malevoli dicono che
l’ho ucciso io” affermerà Burton, che da allora chiuderà il lungo capitolo delle sue avventurose
esplorazioni con quella febbre dell’Africa che aveva disgregato la sua salute. Il rapporto di Burton
alla Royal Geographical Society, oltre al libro “La regione dei laghi
dell’Africa equatoriale” (1860) furono gli antesignani della letteratura
sull’africa nera e, anche grazie ad ulteriori spedizioni esplorative,
consentirono alla Gran Bretagna di colonizzare gran parte del
continente. Nel 1860 (poco prima dello scoppio della Guerra Civile)
Burton si recò in America del Nord, a Salt lake City, dove studiò la
società dei Mormoni e ne lasciò testimonianza nel libro City oh the
Saints del 1861. Nella seconda parte della sua vita, Burton svolse
essenzialmente il compito di console britannico, dapprima a
Fernando Po (Africa Occidentale), poi a Santos (Brasile), quindi a
Damasco (scrisse un libro si ognuna di queste località) e infine a
Trieste, dove risiedette a partire dal 1972, continuando però a
viaggiare e proseguendo i suoi studi. Qui, assieme alla moglie Isabel
Arundell (1831 – 1896), conosciuta nel 1851 ma che riuscì a sposare
solo nel 1861, condusse un’intensa vita sociale nel colto entourage
triestino.

3
Già in là con gli anni e poco impegnato con il lavoro al Consolato Britannico, Sir Burton si dedicò
con la sua indomita passione agli studi linguistici, ai resoconti dei suoi viaggi e a numerose
annotazioni su Trieste e i fenomeni carsici, sul libero porto e i rapporti con l’Impero Austro-
Ungarico. Era solito scrivere iniziando all’alba, in
un vasto salone con undici scrivanie: ognuna con il
materiale per un libro. Interessatosi al misterioso
percorso del fiume Timavo, si immerse più volte
nelle tumultuose acque delle risorgive rischiando di
rimanere assiderato. Molto considerati furono i suoi
studi sui castellieri attorno a Trieste e un trattato
sulle antiche Terme romane di Monfalcone.
Sempre a Trieste, nel 1872, iniziò la traduzione
integrale dall’arabo delle “Mille e una Notte”,
seguita da quella del Kama Sutra. Le ‘Mille e una
Notte’ vennero pubblicate in una sola edizione di
sedici volumi (1885-1888), limitata a mille copie per i sottoscrittori del Burton Club. Burton
intendeva da un lato giustificare e dilatare la sua reputazione di arabista, poi offrire una versione del
tutto diversa da quella di altri traduttori suoi contemporanei e infine interessare gentiluomini
britannici del XIX secolo con la versione scritta di racconti orali musulmani del XIII secolo. Nel
testo abbondò di note con riferimenti storici, coranici, alle arti e alla mitologia e all’erotica.
Gli ultimi anni della sua esistenza saranno amareggiati da
contestazioni da lui ritenute ottuse a queste sue traduzioni e dalla sua
salute pesantemente compromessa da una serie di operazioni per
asportare masse tumorali. Nel 1886 fu nominato cavaliere
dell’ordine di san Michele dalla Regina Vittoria.
Costantemente assistito dalla devota e cattolicissima moglie Isabel,
con cui divise un legame intenso, Sir Richard Francis Burton morì
all’alba del 20 ottobre 1890, a Trieste.
Durante il suo solenne funerale l’amico Attilio Hortis pronunciò un
discorso pieno di riconoscenza e commozione invitando Trieste a
esporre le bandiere a mezz’asta. Non fu altrettanto partecipata la
cerimonia in memoriam svoltasi alcune settimane dopo a Londra che
pur avendo seguito le imprese del suo illustre concittadino, non gli
perdonò la vita amorale e l’ossessione di una sessualità carnale e
promiscua. La stessa moglie, per salvaguardarne la memoria ma con
danno immenso per i suoi biografi e per l’antropologia, bruciò
moltissimi dei suoi scritti fra cui appunti di viaggio e la
traduzione del “Giardino delle delizie” – un manuale di
erotologia araba - che assieme al Kama Sutra ebbero
sempre la fama di testi pornografici.
La tomba che lo accoglie assieme alla moglie Elizabeth
(morta nel 1886) si trova in un cimitero a sud di Londra e
ha la forma di una tenda.

“E mentre farisei e filistei possono o possono fingere di


restare scioccati e inorriditi dalle mie pagine, il sano buon
senso di un pubblico che lentamente ma sicuramente si sta
emancipando dalle pudibonde e pruriginose reticenze e
dalle impudenti e immorali modestie della prima metà del
XIX secolo, in breve tempo mi renderà, ne sono convinto,
piena e ampia giustizia.” (R. F. Burton, Love, War and Fancy)

4
Sir Richard Francis Burton a Recoaro (1874)

Con ogni probabilità, Sir Richard Francis Burton soggiornò a Recoaro nell’estate del 1874 (agosto),
convalescente da una seria indisposizione contratta nel corso di una temeraria esposizione alle
intemperie durante una prolungata escursione allo Schneeberg (Stiria) e ad un successivo intervento
chirurgico
(N.B.: eccetto per i toponimi maggiori, abbiamo trascritto i nomi così come compaiono nel testo
originale inglese)

Tratto da: Isabel Burton, The Life of Captain Sir Richard F. Burton, 2 voll., Londra, Chapman and
Hall, 1893. Vol 2, pp. 36-37: “In viaggio per curarsi”

“In un paio di giorni [Richard] fu di nuovo in grado di mangiare e di rilassarsi in giardino. Dodici
giorni dopo lo portai a Padova, dove c’era un dottore molto noto e ormai anziano (Pinalli) che
chiamai per una visita. Egli rimase per un’ora e mezza ed esaminò a fondo Richard. Il suo responso
fu che sarebbe dovuto andare per cinque giorni a Battaglia, dove la natura e il bicarbonato di sodio
avrebbero fatto il resto. Poi rivolse a me la sua attenzione: ero stata impegnata ad assisterlo notte e
giorno per due mesi e mezzo. Egli disse: “Quanto a voi, soffrite di
febbre gastrica. Dovete andare a Recoaro per quattro
settimane: berrete le acque, che sono purgative e minerali,
farete i bagni e vi riposerete.” Dunque ci recammo a Battaglia, ...
fece i bagni e bevve le acque, che sono assai indicate per la gotta.
Ogni giorno uscivamo per recarci a Monselice, che è una cittadina
affascinante, o ad Arquà, dove rimanemmo accanto alla tomba di
Petrarca e ne visitammo la casa… Il buon prete, dal momento che
la tomba si stava restaurando, mi diede un chiodo della bara, e un
po’ del suo legno, da custodire come un tesoro… Da qui andammo
Mont’Ortoni e ad Abano, dove vi sono bagni dello stesso tipo. Da
qui a Monte Rua per visitare un monastero di Benedettini, dal quale
si ha una vista magnifica della pianura italiana e si possono vedere
Padova, Vicenza, Venezia e il mare in lontananza. Abbiamo
sempre viaggiato in carrozza e dove non si poteva arrivare in
carrozza facevo trasportare Richard su una sedia tra due pertiche.
Ricordo molto bene che diceva: “Ho sempre avuto paura di
rimanere paralizzato, ma in fondo ora non me ne importa, perché
vedo che potrei comunque
viaggiare.” Tornammo a
Battaglia, e la sera andammo
a teatro, in un posto che era
poco più di un buco tra due
edifici ma comunque ogni
cosa funzionò. La
rappresentazione (Torquato
Tasso) ebbe luogo – e ben
fatta – a cura di ‘dilettanti’ di
Padova. Poi ci recammo a
Vicenza, in un hotel che
somigliava piuttosto all’Arca
di Noè, ma in fondo non
privo di comfort. Il tempo si
fece via via più fresco.

5
Arrivammo a Palezetta, Montecchio, Cornedo con le sue quattro chiese, e poi salimmo in
montagna verso Recoaro. La cura giornaliera qui consiste principalmente in un bagno
nell’acqua della fonte Reggia, nel bere da uno a tre litri di Acqua Amara [sic], nel fare due
lavande agli occhi e una doccia alla schiena e nel dormire la notte con impacchi freddi.
Facemmo una gita incantevole a Valdagno, dove ci sono cave, miniere e olio di pietra. Altre
escursioni le facemmo a Monte Guiliane, Fonte Vegri, Fonte Acqua di Capitello, Forano,
Rovegliano (dove c’è una Vergine miracolosa), Val d’Agno, Castagnara, Peserico, Spaccata,
L’Aura e Nogara. Ma la più bella e suggestiva fu quella alla cima del monte chiamato lo
Spitz. Tutte queste escursioni le facemmo su carrozzelle o su asini, poiché Richard stava
diventando più resistente, e il paese è straordinariamente bello e montuoso. Dallo Spitz si
gode di una vista magnifica di tutto il circondario, ma rimanemmo fuori per undici ore! Per
chi vuole andare a Recoaro viaggiando tra Milano e Venezia, Tavernelle è il posto più
indicato. Da Tavernelle a Recoaro ci vogliono tre ore di viaggio. Di ritorno a Vicenza ci
recammo a Monte Berico… Visitammo la casa di Pigafetta, come la casa di Palladio; questa
gemma, che è stata ben più bella, è oggi abbandonata e dimenticata. Pigafetta è stato un grande
navigatore e fu uno dei compagni di Magellano.”

Possiamo pensare che proprio a seguito di questo soggiorno, e di informazioni apprese


nell’occasione, Sir Burton si ricorderà di Recoaro in un suo libro del 1884 sulla storia delle armi
bianche (The Book of the Sword), in cui a p.274 afferma:

“Molti autori oggi considerano i Cimbri una popolazione celtica, forse imparentata con i Cymry del
Galles. Già nel II secolo prima di Cristo li troviamo uniti, come narra Plinio, con i Germani
Teutoni. I ‘Kimpers’ di Recoaro, in Italia, che si suppone fossero i discendenti degli invasori
che fuggirono di fronte alle armate di Mario, senza dubbio parlavano Tedesco.”

§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§
Bibliografia in italiano:
- Richard F. Burton, L’Oriente islamico. Note antropologiche alle Mille e una Notte, a cura di
Graziella Martina, Ibis 2005
- Richard F. Burton, Viaggio a Medina e a La Mecca, a cura di Graziella Martina, Ibis 2009
- Le Mille e una Notte secondo Burton, a cura di Jorge Luis Borges, Franco Maria Ricci 1981
- Corinna Valentini, L’esilio del Leone, MGS Press 1998

Opere di narrativa in cui compare o che sono dedicate a Richard F.Burton:


- Philip José Farmer, Il fiume della vita, Fanucci 2012 (ed.or.1971)
- Ilija Trojanow, Il collezionista di mondi, Ponte alle Grazie 2007

Risorse in rete:
https://www.youtube.com/watch?v=gWCFfvCFlDI
https://www.youtube.com/watch?v=JpWV39ZjqRY
https://en.wikipedia.org/wiki/Richard_Francis_Burton
https://it.wikipedia.org/wiki/Richard_Francis_Burton
www.burtoniana.org/
https://ebooks.adelaide.edu.au/b/burton/richard/
https://archive.org/details/texts?and[]=richard%20francis%20burton

Film:
Le Montagne della Luna, diretto da Bob Rafelson (1990)
http://www.casa-cinema.org/le-montagne-della-luna.html