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Temi d‘esame sul mistero trinitario: Introduzione

1. C‘è un rapporto di discontinuità e continuità tra ‗nozione‘ di Dio e


Rivelazione. Ci sono stati autori che hanno posto l‘accento ora su l‘una
ora sull‘altra. Mostrare i termini della questione spiegando anche quale
criterio ci permette di distinguerli senza confondere i due piani.
Ris;
Se per nozione si intende «idea» reazionale, quando ci si riferisce a Dio come «nozione» si fa
riferimento a quanto è possibile da parte dell‟uomo conoscere Dio. Da qui una prima questione: è
possibile che la nozione che razionalmente possediamo di Dio, sia identica con quanto rivelato?
Se sì: dove allora la novità della Rivelazione? Se no: come allora può essere compresa dall‟uomo?

Per rispondere a tali domande, bisogna rivolgersi al magistero nei suoi documenti: Dei Filius e
Humani generis.
Dei Filius ---
 Dio è il principio e la fine di ogni cosa ma come conosciamo? Conosciamo attraverso la luce
naturale della ragione umana a partire dalla cose create o attraverso le opere.
 Il primo documento distingue due ordini di conoscenza: naturale e soprannaturale.
Distinti per il loro due principi: la ragione per la prima e la fede per la seconda.
 Distinti anche per i loro oggetti: ciò che è accessibile alla ragione è infatti inferiore ai
misteri nascosti in Dio che si possono conoscere soltanto per via della rivelazione. Anche
se la ragione, illuminata dalla luce divina, e cioè la fede, può arrivare a una certa
conoscenza dei misteri, mai potrà comprendere totalmente come le verità del suo oggetto
proprio.
Humani generis---
essa riconosce che la ragione può raggiungere una conoscenza certa e vera del Dio unico e
personale, con le sue forze e la sua luce naturale. Ma osserva che tanti ostacoli impediscono la
ragione nel raggiungere le verità riguardanti Dio (peccato originale, la fantasia) “Per questi motivi
si deve dire che la Rivelazione divina è moralmente necessaria affinché quelle verità che in materia
religiosa e morale non sono per sé irraggiungibili, si possano da tutti conoscere con facilità, con
ferma certezza e senza alcun errore. (Conc. Vat. D. B. 1876, Cost. "De fide Cath.", cap. II, De
revelatione)”.
Nozione;
 possiamo notare che il rapporto di continuità tra l‘oggetto della ragione e della fede: è Dio
stesso ma in una discontinuità.
 La ragione comprende Dio come principio e fine di tutte le cose, la fede come il Dio
personale, il Mistero che si rivela.
 Al principio razionale corrisponde un oggetto proprio: Dio è difatti il principio delle
cose che sono; al principio conoscitivo del luce della fede Dio è il Mistero personale
trinitario.
 Quale rapporto dunque stabilire tra i due ordini di conoscenza da una parte, e
dall‘altra parte il loro oggetto di conoscenza?

Discontinuità.

Karl Bath J.Moltman E. Jüngel W.Pannenberg

La discontinuità è conservata nella storia stessa nell‟evento.

 Dio è diverse totale nella  Dio è ricco di relazione, è  Dio si determinato nel  Quando ragioniamo
storia. Non possiamo comunione delle VENIRE al l‟uomo come su Dio, lo facciamo a
conoscere Dio, se non per differenze l‟uomo. partire dall‟essenza.
mezzo del Suo Figlio.  La nostra ragione dice Dio  Venire—Dio partecipa al Cerchiamo “chi è”
 Dio può essere ascoltato non ha relazione, ma mondo dell‟uomo, vivendo anziché “cosa fa”
come Dio soltanto in grazia alla rivelazione. all‟umanità, perché Dio è  La Discontinuità-
Gesù. (Idea che abbiamo è  Ma Dio è capace di venuto all‟uomo. con una causa prima
diverse che abbiamo RELAZIONE. Perché Dio  Se non fosse lui venuto si fa proprio nel
adesso.) non chiuso sé stesso. Dio è nell‟uomo, non lo avrebbe “fatto”.
 Stessa lazione di Dio che con noi (Dio di mai potuto conoscerlo  Dio liberamente
agisce in Gesù, perché la Abrahamo,Isac..) veramente. determina sé stesso
sua stessa azione a fondare  La Discontinuità è noi  Per conoscere Dio come si nella storia di Gesù.
e donare la possibilità non sappiamo in che è dato, il nuovo principio  non possiamo definire
della sua comprensione modo di questa relazione da adoperare è il vangelo Dio “chi è”, ma
nella fede. e comunione.  La Discontinuità- la possiamo capire nel
 La Discontinuità è totale nostra ragione raffigura suo agire “Chi è” egli
perché riconducibile e qualcosa, lo facciamo sia veramente e al di
connessa alla alterità secondo quelle cose che la della pre-nozione
stessa di Dio. Dio in Gesù appartengono a noi. degli uomini.
ha detto il proprio «no» (alliense) Dio fosse come  La storia della
alla logica dell'uomo di Aliena. Ma attraverso Gesù salvezza ci dice
ridurlo a religione e ha che è venuto all‟uomo l‟identità di Dio nel
detto il proprio «sì» capiamo DIO. suo “darsi”
come amore per l'uomo. concretamente.
 Ogni forma di analogia tra  Gesù Dio viene e fa
nozione di Dio come venire nel presente la
creatore e Dio in Gesù è pienezza e il
una azione per versa. compimento. Così,
nell‟auto-determinarsi
libero di Gesù, Dio
esprime se stesso
Continuità in una più grande discontinuità.
K.Rahner.  “La Trinità imminente è la trinità economica e viceversa.” - economica- si deve
intende la Trinità in storia della di efficiente, Imminente- La Trinità nel suo essere in
sé, viceversa- la formazione dell‟assioma.
 Dio quando si rivela nella storia in Gesù, non opera come in un effetto causato
dall‟efficienza di Dio (la causa efficiente produce infatti qualcosa di diverso e distinto
da colui che né è la causa)
 Dio non causa e non produce un effetto in noi per poterlo comprenderlo, Dunque Dio
non crea una immagine di sé, se fosse così, l‟uomo non ha capace di pensare chi è Dio.
Dio vuole avere la relazione con l‟uomo e Dio doveva creare nell‟uomo, opportunità di
comprenderlo, sarebbe una cosa creata.
 La causa formale comunica all‟effetto una diversità in relazione alla sua forma propria.
La nostra mente ha fatto per altro ma Dio ospite la differenza chi è Dio.
 Per Lui l‟evento della rivelazione che avviene Gesù, è effetto di una causalità quasi
formale. Ci sono 3 cose che costituire in Gesù, triplice modo
1. Dio si rivela si comunica liberamente e gratuitamente all‟uomo
2. Comunica la propria realtà costitutivo della piena realizzazione della creatura; Egli
stesso, nel suo Verbo incarnato, è il contenuto di verità della sua rivelazione. Figli
nel Figlio
3. Qualcosa di diversa, nello spirito santo dono realmente se stesso come Amore che
viene accolto dalla libertà umana attraverso una causalità non estrinseca ma quasi
formale.
 Dio si rivela nella storia della salvezza nel triplice modo Egli stesso sussiste in sé; Padre
che si comunica all‟uomo per mezzo del Figlio nello Spirito Santo.
 L‟uomo capace dentro di sé potere avere in sé una differenza. Dio venire nel l‟uomo per
mostrare la sua Differenza.
 Una relazione che è necessario perché non possiamo parlare su Dio che rivela nella
storia senza mostrare tutta la sua differenza che viene ospita dalla natura dalla natura
dell‟uomo.
 La causa efficiente; la causa è diversa da quella di efficiente
 La causa formale; Dio viene nella rivelazione è lo stesso Dio.
W.Kasper  Libertà; è il proprio Mistero della libertà che ci dice la continuità nella
discontinuità.
 Ogni l‟uomo, finito, desiderio infinitamente; ogni l‟uomo desiderio di essere libero,
infinito.
 Solo Gesù è veramente può liberare l‟uomo, perché colui che è finito. Suo essere, di
Gesù, finito ha liberato il desiderio dell‟uomo, perché l‟uomo ha visto in lui l‟infinito. In
questo infinito l‟uomo è liberato. L‟uomo può realizzare sé stesso in un incontro con una
libertà infinita.
 L‟incontro di finito-infinito pacifica il desiderio dell‟luomo. Gesù è questa realizzazione
in se stesso. Nella sua anticipazione invita ad una nuova prassi piena di libertà.
H.U.VON Balthasar  Dio mostrando la sua differenza alterità che lascia tutta la sua discontinuità tra la
creatura e il Creatore. Mostrando in tuta la sua alterità (gloria) risvela l‟uomo per
mostrare la sua differenza.
 Questa la differenza apre lo spazio per la fede per la credibilità di Dio.
 Quando Dio incontro Mose in Sinai, mostrando la sua differenza all‟uomo ma l‟uomo
non capirlo facilmente.
 In Gesù la differenza che ospita la usa differenza
 La differenza che avviene in Gesù l‟incontro, quello luogo, si chiama concreto e
universale. Perché assoluto.
 Il suo essere Figlio permette a Dio di mostrare come Padre, Perché lui l‟unico Figlio, e
noi Siamo figli adottivi di Dio entrando nella figliolanza.
 La differenza è apertura e assoluto per l‟uomo ed è luogo dove l‟uomo possibile di
incontrare resta un puro e dono divino.
 L‟incontro avviene come un concreto universale proprio in quel concretismo Gesù.
Mondo luogo diverse che abita ma in Gesù non altra apre all‟incontro.
San Tommaso  Lui diceva di una totalità continuità. Se io non posso sentire qualcosa o tangibile, non cè
d‟acquino. niente nella mia mente. Il Dio, non posso comprenderlo? è un‟idea di Dio?
 L‟uomo non ha capace di cosa sia. Perché non è una cosa creata.
 Dio non è ciò che è ma Dio è ciò che non è.
 Solo una cosa si può dire che ciò che non è Dio così l‟uomo non ha potuto pensare Dio.
Solo attraverso “Rivelazione
 Dio stesso si rivela Dio è incarnato cioè toccabile, visibile. Quindi ce la grazia di
rivelazione per l‟uomo.”
 Metafisica classica dice, l‟essere ha 4 qualità ma lui aggiunto ancora uno ciò che è “altro
diverso”
 Dobbiamo partire dalla Trinità per poter pensare Dio. Non possiamo cominciare dalle
“intuizione” della metafisica classica. Perché? Questo non possono accogliere la
rivelazione. Dio si rivelato toccabile. Attraverso di lui dalla trinità a Dio
 La ragione cosa fa? Accogliere la differenza riconosce nella rivelazione la grazia.
 Se non ce la grazia, non possiamo comprendere Dio, e anche la fede. Colui che non
crede non è cattivo. Perché lui non ha ricevuto la grazia.
 Dio non è quello che noi pensiamo di Lui, ma dobbiamo lasciarlo a “Dirsi”. In questa
“Dirsi” ce il “Darsi”. Se io penso Dio, questo potrebbe essere un idolo. Lo conosciamo
perché lui si è dato.
 Dio è uno proprio perché è Trino. Pensiamo Dio deve essere capace di accogliere questa
differenza di Dio e stare al fronte mistero Dio.
 Lui dice comprendere Dio bisogno accogliere il dono della rivelazione.

Questi autori che abbiamo visto, insistono ora sulla discontinuità ora sulla continuità. Ma quello
che c‟è da fare è di tenere i due movimenti in un equilibrio.
A- Un movimento di discesa (da Dio all‟uomo nello Spirito Santo) è il darsi di Gesù il luogo
del dirsi del Mistero di Dio, in una continuità e discontinuità con il dirsi e darsi del Dio di
Israele; nel venire, dice.
B- un movimento di ascesa: da Gesù Cristo a Dio Padre nello Spirito nell‟evento pasquale la
continuità e discontinuità tra il Crocifisso e il Risorto si fa spazio entro cui Dio si dice nel
dare il Figlio da parte del Padre e nel dare lo Spirito del Figlio nell‟offrirsi, dona.
Il criterio che ci permette di distinguere dunque i due movimenti di continuità e discontinuità è
quello cristologico. Infatti, si tratterà pertanto di vedere Gesù a partire da Dio, il Gesù compreso in
una continuità e discontinuità con il Dio del P.T. … ma anche di vedere Dio a partire da Gesù:
vedere Dio nel volto di Gesù, il crocifisso risorto.
2. Che rapporto tra esperienza di fede e rivelazione trinitaria?
La nostra esperienza di fede è una partecipazione all‟esperienza di Gesù. Questo esperienza
di Gesù siamo introdotti, è una relazione personali tra il Padre e lo Spirito Santo. Quando
partecipiamo alla relazione d‟amore e di comunione che ce tra tre persone una relazione già
trinitaria, accogliamo nella fede la rivelazione trinitaria.
Temi d‘esame sul mistero trinitario: parte biblica

1. Ripercorrere il tema della promessa di JHWH ad Israele mostrando la


promessa della terra e della discendenza Abramo, della liberazione dalla
schiavitù Mosè. Rispetto alla promessa gli eventi si danno in una forma di
un continuità-discontinuità ? quale rapporto ce tra quelle promesse e il
compimento N.T?
Nel Primo Testamento
o Dio è designato con due nomi: Elohim e Yhwh. Il primo nome risale al periodo dei
Patriarchi e si spinge fino a Mosè. A quest‟ultimo però, Dio si è rivelato e ha rivelato il
suo nome quale YHWH, oltre ad essere il Dio dei Padri (Es 3, 13-15; 6, 2-3). YHWH è il
nome di elezione e di relazione con cui Dio si auto-presenta e si concede al popolo che Egli
ha eletto per rivelarsi a tutti come l‟unico vero Dio.
o Dio si fa conoscere attraverso l‟esperienza d‟Abramo, d‟Isacco e Giacobbe. L‟esperienza
che Abramo fa di Dio inizia in (Gen 12, 1-9), momento in cui Dio trasforma la storia di chi
è nomade e forestiero in una vocazione e in una promessa (discendenza e terra). Il Dio
d‟Abramo è così un Dio che chiama a uscire, a camminare nello spazio e nel tempo: un
Dio che crea storia. È un Dio che prende l‘iniziativa di un dialogo: la sua chiamata
implica due partners che entrano in un rapporto. È anche un Dio che promette, e appunto
viene chiamato il Dio della promessa e dell‟alleanza perché s‟impegna sin dall‟inizio per
il futuro di Abramo e della sua discendenza. Lo stesso Dio rimane però misterioso e
trascendente per non ridursi a un idolo.
o La realtà più significativa, è che il Dio di Abramo è un Dio personale: amico dell’uomo e
Dio di quest‟uomo, Abramo. La risposta d’Abramo alla chiamata di Dio è la fede, ed è
proprio per questo che viene chiamato padre di tutti nella fede (Rm 4, 11-16). Da ricordare
l‟apparizione di Dio ad Abramo in (Gen 18, 1-15) dove i Padri della Chiesa intravedono il
mistero della Trinità.
o Questa esperienza d‘Abramo si protrae nella vocazione e nella missione di Mosè a cui Dio
rivela il suo nome nel roveto ardente (Es 3, 13,15; 6, 2-3). Il Dio che chiama si rivela e
agisce. Presentandosi come il Dio dei Padri, dimostra una continuità con l‟esperienza fatta
da Abramo. Ma allo stesso tempo, rivela una novità dispiegando una potenza universale e
storicamente decisiva per il futuro del suo popolo. La rivelazione del nome va dunque
capita nel contesto della liberazione dall‟Egitto e dell‟alleanza promulgata all‘Oreb.
o Significato del nome di Dio: Yhwh deriva dal verbo ebraico ayah che significa essere,
vicino a hayah esistere, vivere, mostrarsi, operare. La pericope intende dunque dire che il
nome di Dio deriva dalla terza persona singolare dell‘imperfetto indicativo di questo
verbo significando che Egli è, Egli si fa presente, Egli si mostra efficace. Con questo
verbo, viene manifestato l‟essere trascendente e sovrano di Dio come azione di benevolenza
gratuita e liberante, ed essendo all‘imperfetto implica permanenza e insieme apertura al
futuro. Si potrebbe dunque tradurre io sono con voi e anche io sarò sempre con voi.
Appunto il Targum palestinese traduce così: Colui che è, che era e che sarà, locuzione
ripresa in Apocalisse: Colui che è, che era e che viene (Ap 1, 4; 4,8). In sintesi, nella
rivelazione del Nome vengono affermate: la personalità prorompente di Dio, la sua
trascendenza, la sua efficacia e potenza incoercibili, la sua volontà d‟istituire una
permanente relazione di grazia con Israele e la sua unicità.
Nuovo Testamento;
o Gesù si comprende dentro l‟esperienza di Israele. E noi, alla luce di Gesù, rileggiamo
l‟esperienza di Israele. Così, Gesù è compreso come culmine, ma anche come compimento
dell‟intera esperienza di Israele. Il rapporto che c‟è tra queste promesse e il compimento
neotestamentario è un rapporto di continuità in una progressione. Dio continua a rivelarsi, in
ogni tappa, in pienezza perché continua a rivelare costantemente se stesso.
o Dio dice nella esperienza di Israele, Gesù è il luogo dove Dio abita. Quindi Dirsi di Dio, con
esperienza religiosa di Israele, ha una progressione che è porta da Gesù, che è personalmente
l‟elemento di discontinuità nella continuità darsi.
2. Ripercorrere i temi che l'esperienza post-esilica si indichi cosa si pensa di
Dio durante questo periodo. Questa idea trova luce o illumina Gesù?
Rispetto ai temi della teologia post-esilia come si pone la predicazione di
Gesù?
Nel periodo post-esilico, Israele fa una esperienza di un Dio PROSSIMO, ma allo stesso
tempo ALTRO nel senso della sua alterità trascendente. Pur essendo Altro, è sempre Lui
che prende l‟iniziativa di venire all‟incontro dell‟uomo per tirarlo fuori dalle sue tenebre.
Dio prende l‟iniziativa personalmente e quindi dice qualcosa di lui: “è lui che ci ha amati
per primo‖ (1Gv 4,9-19). In questo processo, è Lui che chiama Abramo (Gn12), Mose
(Es3) e fa di loro suoi servitori. L‘esperienza post-esilica è fatta da una presa di coscienza
da parte di Israele che riconosce la fedeltà di Dio dinanzi all’infedeltà del popolo.
Nonostante questa infedeltà del popolo, Dio invita l‟uomo a una relazione con Lui, a
un‟intimità con Lui. Questa storia ci offre le chiavi di lettura, anzi è proprio il luogo del dirsi
di Dio: la storia di Israele è il luogo teologico della Rivelazione. In questo luogo teologico,
il popolo capisce che Elohim è l‟unico Dio: è l‟affermazione del monoteismo assoluto che
vediamo sintetizzata in due forme diverse. Prima vi è l‟affermazione che “Yhwh è unico”
(cf. lo schema Israele, Dt 6, 4-5.14-15), poi l‟affermazione pura del monoteismo assoluto:
“ha Elohìm”, l‟unico Dio all‟infuori di chi non vi è nessun altro (Dt 4, 35.39). La
conseguenza di una tale affermazione è la polemica anti-idolatrica funzionale
all‟affermazione dell‟onnipotenza di Dio su ogni popolo. Il profeta che si iscrive in questa
linea è il Deutero-Isaia: “Io sono il primo e l‟ultimo; fuori di me non vi sono dèi…I
fabbricanti degli idoli sono tutti vanità e le loro opere preziose non giovano a nulla” (cf. Is
44, 6-9).
Gesù è manifestazione di Dio ed è il più prossimo. Perché Dio rivela sempre più
intimamente. Nel A.t è una intimità relazione con Dio attraverso i segni e esperienza ma nel
N.T nuova eterna alleanza questa relazione è una figliolanza. Dio è darsi sempre più in
intimità. È proprio per questo che Gesù si comprende dentro l’esperienza di Israele. Alla
luce di Gesù rileggiamo l‟esperienza di Israele. Così Gesù è compreso come culmine Ma
anche come compimento dell‟intera esperienza di Israele.
Si tratta di un circolo ermeneutico asimmetrico in cui si dà nella continuità con
l‟esperienza religiosa di Israele una progressione, introdotta e portata da Gesù, che è
personalmente l‟elemento di discontinuità nella continuità.
3. Quale rapporto intercorre tra Primo e Nuovo Testamento? Quale criterio
di lettura permette di vedere nel Dio del Primo Testamento il Mistero del
Dio Trinità rivelato da Gesù?
o Tra il Primo e il Nuovo Testamento, intercorre un rapporto di promessa compimento. Il
brano di (Mt 5, 17): “Non crediate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non
sono venuto ad abolire, ma a dare pieno compimento”. Sant‘Agostino spiega questo
rapporto quando afferma che: “Novum in Vetere latet et in Novo Vetus patet”. (Il Nuovo
Testamento è nascosto nell’Antico, mentre l’Antico è svelato nel Nuovo)
o Dirsi di Dio nella continuità con l‟esperienza religiosa di Israele una progressione,
introdotta e portata da Gesù, che è personalmente l‟elemento di discontinuità nella
continuità.
o Dio nel A.T e N.T è stesso Dio, ma diverse esperienze. Dio di Israele nella esperienza
crescendo la loro fede e intimità relazione con lui. Dio viene avviene propria nella
differenza della esperienza in cui è accolto perché è una nuova esperienza capace di Dio in
modo nuovo. Accogliamo nuova esperienza di capire dirsi di Dio
o
Per usare un‟immagine, il Primo Testamento ha una forma concava e il Nuovo Testamento ha la
forma convessa.
Criterio: continuità in una progressione.
4. L‘esperienza di Gesù è la via alla rivelazione di Dio, la sua esperienza del
Padre è rivelazione di Dio in che modo?

o Simplicemente Gesù non è apparizione di DIO ma l‟esperienza di Dio. Dio in Gesù non
viene come “il creatore”. La continuità e discontinuità con il P.T non possiamo pensare
l‟esperienza di Gesù. Perché la sua esperienza di Dio/Abba resta di una “unicità” che non è
mai disponibile unica nella sua intimità. Ma in che modo dire che la sua esperienza del
Padre è rivelazione di Dio? La capacità dell‟esperienza di Gesù a dire il mistero Trinitario,
ci è dispiegata a partire dalla comunità dei discepoli dell‘evento pasquale di morte e
risurrezione.
Sono i discepoli che essendo accanto a Gesù e avendo imparato da Lui sono stati capaci di
trasmetterci questa eredità: loro comprendono chi sia Gesù a partire dalla sua identità che
istituiscono tra colui che è stato crocifisso e risorto ad offrire lo spazio per narrare la sua
vicenda come la storia di colui che è l‟a/Altro di Dio; Gesù esperienza suo Padre; Dirsi di
Dio donato suo Figlio, Gesù donato la sua esperienza con lo Spirito Santo ai suoi discepoli.
È il suo spirito che li ha introdotti in quella esperienza che era propria di Gesù, quella con
cui egli solo si poteva rivolgere a Dio con l‟appellativo “Abba”. Ma ora loro stessi sono
dentro quella esperienza: “lo Spirito stesso attesta al nostro spirito che siamo figli di Dio”
(Rm 8,16).
o Gesù è l‟a/Altro di Dio, vero uomo e vero Dio, L‟Altro di Dio ma non un altro Dio. Questa è
l‟esperienza che fanno nello Spirito i discepoli. Lo colgono nella sua identità.
o È soltanto in questo senso che possiamo rileggere l‟esperienza di Gesù come capace di dire
il mistero Trinità.
o Se Gesù nella relazione con DIO Padre e ci chiama di entrare nella sua relazione perché ci
dà come Padre.
Quale esperienza Gesù fa di Dio tale rinnovare il mistero di Dio primo testamentario?
Gesù resta infatti indeducibile. Lo è di fronte ad ogni singola profezia contenuta nella scrittura,
perché egli viene a portare a compimento la Scrittura, non a inverare o interpretare ogni singolo suo
passo. Gesù resta però un credente che ha vissuto il suo tempo accanto ad altri uomini credenti
nell‟unico Dio. Ha appreso da queste tradizioni il modo con cui dirsi Figlio e con cui riconoscersi
l‟inviato da Dio ma non al modo del Messia conquistatore, né del liberatore o profeta, ma del servo
mite e sofferente (Is 52,3-12), dell‟obbediente, del perfezionatore (Eb 5,7-9) e purificatore (8,14)
della fede per mezzo della forza di quello “spirito eterno” (Eb 8,14) che ardeva in Lui. Gesù è
dono e compimento di una spregiudicata confidenza con Dio – “oggi si compiono queste parole”
(Lc 4,21); “chi vede me vede colui che mi ha mandato” (Gv 12,45) – e di un affidamento nella
fedeltà al Dio di Israele – “non sono venuto ad abolire la legge e i profeti” (Mt 5,17). In questo
modo è egli stesso capace, in una sorta di autocritica, di affidare alla alterità che lo con-vince la
possibilità di aprire anche nell‟altro uno spazio in cui vivere di ciò che Egli vive – “perché mi
chiami buono?” (Mc 10,18); “farete opere anche maggiori delle mie” (Gv 14,12).
5. Come in Gesù, l‘Altro-di-Dio, il Figlio del Padre, Dio av-viene nella sua
alterità?
Proprio perché Lui è l‟a/Altro di Dio allora in Lui l‟Altro c‟è: av-viene nella sua alterità. La forma
di Gesù è così il criterio più autenticamente trinitario esibito da Lui stesso: in Lui-Figlio l‟Altro – il
Padre – c‟è, e in questo esserci (av)viene con l‟Altro (Spirito). Nella forma di Gesù è rivelato
l‟Altro/Abbà: il Padre stesso è in Lui e con il suo venire un Altro (Spirito) è donato: Dio viene con
tutta la sua alterità. Così Gesù è rivelazione dello Spirito del Padre: colui che è l‟altro modo con cui
Dio viene, il dono che Dio fa di sé con l‟Altro (il Figlio).
In Gesù la sua forma assume tutta la forza della sua eccedenza: non è solo l‟inviato da un Altro, ma
Lui ha condotto al cuore dell‟uomo l‟Altro, lo Spirito, inviato dal Padre. È con l‟Altro che è su di
Lui che Dio Padre viene. Gesù è la forma per l‟altro darsi di Dio Padre: il Padre viene nel suo
Spirito con Gesù. Gesù riceve e dona lo Spirito come riceve e dona se stesso al Padre. Nel darsi al
Padre dona l‟altro dono del Padre, lo Spirito. Lo Spirito viene nell‟umanità di Dio.
In Gesù quindi non solo è offerto il venire di Dio ma è tenuto aperto lo spazio per un altro venire,
quello dello Spirito: il venire di Dio con l‟a/Altro, nel Figlio suo (cfr. Gv 4.7). Lo Spirito è l‟ultimo
avvenire di Dio: Dio viene nella differenza che solo il Padre e il Figlio sanno con-tenere. Il Figlio
nella sua sofferenza e abbandono libera lo spazio ad un altro dare sé di Dio che avviene con l‟Altro:
il Figlio libera uno spazio nella sua umanità, nella libertà umana, al venire del Padre come Padre: “e
che voi siete figli ne è prova il fatto che il Padre ha mandato nei nostri cuori lo Spirito del Figlio suo
che grida: „Abbà, Padre‟” (Gal 4,6)

6. Nel dire Dio che è Trinità è centrale il Mistero pasquale, perché? Cosa si
intende per Mistero Pasquale?

 Il Mistero Pasquale è importante nel dire Dio che è Trinità perché l‘evento pasquale è atto del
Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.

Quindi vediamo come possiamo dire che Dio è Trinità nell’evento Pasquale.

Evento pasquale atto del Padre:

 La volontà del Padre è l‟unico che per salvare tutti uomini. nell‟evento pasquale qui va letto insieme
con il progetto della creazione-predestinazione di Dio: Dio che crea l‘uomo lo vuole allo stesso
tempo salvare.
 la morte di Gesù non va vista come un fallimento della sua missione di fronte agli uomini ma la
sua passione e morte costituiscono per la testimonianza neotestamentaria, la prova cruciale che
attraversa la missione di Gesù, il quale s‟immerge nell‟abisso della sofferenza, della solitudine e
della morte affida pienamente alla volontà del Padre.
 Dal Punto di vista del Padre, la morte del Figlio non va letta come un atto punitivo, di Dio ma essa
va interpretata come il gesto supremo del suo amore e della sua misericordia: espressione della sua
volontà di prossimità agli uomini in vista del loro perdono e della loro salvezza, testimoniata
attraverso il Figlio e spinta grazie a Lui fino all‟estremo.
 Muovendosi in questa prospettiva, la Chiesa apostolica ha letto la morte di Gesù dal punto di vista
del Padre, come l’offerta per amore che Egli ha fatto del Figlio a favore degli uomini: “Dio ha
inviato nel mondo il suo Figlio non per condannarlo ma per salvarlo” (Gv3,17); “Colui che non ha
risparmiato il suo proprio Figlio, ma lo ha dato per noi tutti, come non ci donerà ogni cosa insieme
con lui?” (Rm8, 32).
 L‟intera testimonianza neotestamentaria descrive la morte di Gesù come l‟offerta escatologica che
il Padre fa del Figlio fatto carne per la salvezza degli uomini. In questo quadro, il silenzio e il
nascondimento del Padre rappresenta la rivelazione della sua paternità non paternalistica nei
confronti del Figlio.
Evento pasquale atto del Figlio:
 esso è visto come l‟attestazione escatologica dell’identità e della libertà del Figlio nella definitiva
obbedienza d’amore al Padre.
 Come espressione della libertà del Figlio: la morte di Gesù è dono libero e consapevole di
sé stesso in adesione al volere salvifico del Padre: “la vita, nessuno me la toglie, ma la offro
de me stesso.” Gv 10,18.
 La morte come fedeltà al Padre nel suo disegno di salvare il mondo e atto di amore per il
mondo (Gesù si fa solidario dell‟umanità). “Prima della festa di Pasqua Gesù, sapendo che
era giunta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, dopo aver amato i suoi che
erano nel mondo, li amò sino alla fine” Gv, 13,1.
 L‘affidamento al Padre. L‟abbandono di Gesù ha due significati teologici:
1. oggettivo morendo fuori dalle mura della città, Gesù è rappresentato come il maledetto
da Dio (Gal 3,13; 2 Cor 5,21). Allora Gesù può gridare: “Eloi, Eloi, Eloi, lema
sabactani?” (Mc 15, 34 // Mt 27, 46). Ma il grido di abbandono non diventa un grido di
disperazione, anzi, è un grido di invocazione e di preghiera.
2. soggettivo. possiamo dire che Gesù ha sperimentato la tragica esperienza del non
intervento di Dio a suo favore
 Due atti nel racconto della Passione secondo Luca ci permettono di confermare questo: il
perdono ai suoi uccisori quale affidamento di Gesù al Padre (Lc 23,33). Perdonando, Gesù si
rivela Figlio dell‟Altissimo, unico che perdona ai suoi malfattori realizzando così quanto ha
predicato, l‟amore per i nemici. Un altro passo che rivela questo affidamento di Gesù al
Padre sulla croce è (Lc 23,46b): “Padre nelle tue mani consegno il mio spirito”.- - nel
vangelo “offerta” vediamo continua consegna al Padre. Nel consegnarsi al Padre vediamo la
continua offerta al Padre e in questa offerta ce una continua abbandono al Padre. Tutta la
sua vita era un abbandono, un dono. È la comprensione Trinità. Quindi consegnare
non è una azione ma è una continua “consegna”.
In questo consegnarsi al Padre “da un altro” cioè lo Spirito. In un altro ―Gesù‖ viene
altro ―Padre‖ con altro ―Spirito‖; in CRISTO viene il Padre con lo Spirito.
 La morte di Gesù diventa il luogo del dirsi e darsi di Dionella sua definitiva: è il Dio
che agisce come Mistero di comunione.
 lo spazio che si apre è dato dalla consegna dell’uno nell’altro:
 il Padre consegna sé stesso generando l‟Altro di Dio (Gesù), non uno che gli
è simile, né identico, ma l‘Altro (Figlio).
 la distanza si apre e inizia a dire la differenza data nella propria
singolarità; Il Padre generandolo consegna il Figlio alla umanità, alla
differenza che sa e conosce la distanza vera tra sé e Dio, una differenza tra
Dio e noi.
 la differenza Gesù sente la distanza ma non vuole dire la separazione; alla
disobbedienza oppone la stessa volontà dal Padre: in quel venire c‟è il venire del
Padre e nel loro venire insieme, nella loro reciproca differenza, quello dello Spirito
 In questo darsi di Dio, lui ci dice qualcosa. Dal darsi al dirsi. Donando sé stesso dire
qualcosa. Nel suo estremo darsi, Gesù dice del padre. Nella croce Gesù è generato.

 Evento pasquale atto dello Spirito:


 Come nell‟evento dell‟Incarnazione, lo Spirito Santo è sempre in azione nella vita di Gesù e
non manca nell‟evento pasquale. Perciò l‟azione dello Spirito Santo è attestata in prima
battuta nella risurrezione di Gesù come attesta queste parole di Paolo: Gesù è “costituito
Figlio di Dio con potenza, secondo lo Spirito di santificazione, mediante la risurrezione dai
morti” Rm1, 4-5.
 Anche nel dono estremo che il Figlio fa di sé, nella Passione e morte, è all‟opera lo Spirito
Santo. “quanto più il sangue di Cristo - il quale, mosso dallo Spirito eterno, offrì sé stesso
senza macchia a Dio - purificherà la nostra coscienza dalle opere di morte, perché serviamo
al Dio vivente?” He9,14. Questo brano va capito come: è lo Spirito Santo a guidare e
illuminare la libertà di Gesù, conformandola alla volontà del Padre sino al dono supremo di
sé. In sintesi, è lo Spirito Santo che nell‘evento Pasquale plasma la libertà e sostiene la
decisione di Gesù nel donare la sua vita per la salvezza degli uomini.
 Lo Spirito Santo è presente nell‟evento pasquale perché ricevuto dal Padre, Gesù lo dona ai
discepoli (At 2, 32-33). Costituito Kurios, Gesù diventa il datore escatologico dello Spirito.
Giovanni scrive infatti, che ―non vi era ancora lo Spirito, perché Gesù non era ancora
stato glorificato‖ (Gv 7, 39; si veda anche 15, 26).

Sintesi: Il Mistero Pasquale è importante nel dire Dio che è Trinità perché l‟evento pasquale
è atto del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Ognuna delle persone al modo suo è
liberalmente e personalmente coinvolto nell‘evento unico di salvezza, evento che attesta
così nella loro sinergia, il loro essere uno nell‘amore per gli uomini.
La distinzione è che ognuno nel modo che gli è proprio è soggetto della dedizione di sé: il
Padre dona il Figlio, il Figlio in obbedienza al Padre dona sé stesso e donando sé stesso
dona anche a sua volta lo Spirito Santo che gli è donato dal Padre.

Temi d‘esame sul mistero trinitario: parte storica

1. La teologia che precede Nicea ha elaborato i primi modelli interpretativi sul


mistero di Dio che è Trinità. In che modo gnosticismo e modalismo hanno
permesso che si comprendesse il Mistero di Dio?
Lo gnosticismo;

prima parliamo che cosa gnosticismo; è un gruppo religioso. Loro sono la sorgente della vera
conoscenza data agli uomini. è una corrente sincretista, mistica e religiosa che sostiene che la
rivelazione di Dio avviene per mezzo di vie iniziatiche e che la salvezza è accessibile solo a degli
eletti già iniziati. Gli gnostici pretendono di avere la vera conoscenza. Cosa loro pensavano il
Mistero di Dio?

 Il Logos, generato come veniva emanato da Dio risultando così una creatura, la prima e la
più prossima a Dio ma pur tuttavia sempre un’altra cosa, secondaria, inferiore
 anche la Sophia è il grembo da cui Dio genera, emana e produce. L‟idea è che ci sia una
sorta di materia, spirituale, che degrada sempre più nella forma che le viene attribuita
 la prima triade, Padre-Logos-Sophia, è la matrice per tutte le altre forme derivate degli eoni
e dei mondi. La gnosi è la via per liberarsi dalla prigione e dal l‟essere confinati lontani
dall‟origine
quale sono I limiti del pensiero gnostico risiedono nella sua incapacità a riconoscere?

• Incapace a riconoscere dell‘incarnazione, quindi la bontà della alterità, anche materiale


(creazione)
• la via della rivelazione come storia afferma che la salvezza viene nella forma del divenire
storico
ma anche ce correttivi della fede in Gesù il Cristo Figlio di Dio.
1. il dato storico si fa principio ermeneutico: Dio interviene nella storia con un piano
che è uno – volontà salvifica – e che fa comprendere come sia uno l’agire di Dio nella
storia.
2. in questo modo non si retrocede solo a livello storico, ma anche a livello logico nel
mistero di Dio: si inserisce l‘inizio della storia di Gesù nel mistero stesso di Dio,
Dall’eternità Dio è Padre e Figlio. Si passa così dal riconoscimento di Gesù come il
Messia al Figlio eterno.
3. modo l‘unica economia si realizza dispiegando nel tempo l‘agire di Dio secondo la
sua propria differenza personale: il Padre invia perché genera, il Figlio viene e va al
cielo perché è generato, il dono dello Spirito realizza questa presenza nella storia di Dio
dal principio fino alla fine.
4. il dialogo nelle voci di Dio. Come Gesù-Logos è colui che parla di Dio, così si può
leggere la Scrittura del PT come luogo in cui il Padre aveva già parlato trovandovi un
dialogo eterno in Dio stesso – cfr. Gen 1,26: “facciamo l’uomo a nostra immagine”; Sal
110,1: “disse il Signore al mio Signore…”.

Il modalismo invece sostiene che il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo sono tre modi diversi assunti
dall‟unico Dio per rivelarsi agli uomini e salvarli. Modalista non riuscirà a pensare una differenza
se non come apparenza.

2. La crisi che conduce a Nicea parte da una interpretazione origeniana


condotta alle estreme conseguenze da Ario. Eppure anche la risposta data a
Nicea è figlia delle intuizioni di Origene. Quali sono questi punti di forza del
pensiero di Origene che hanno portato all‘errore di Ario e alla risposta dei
padri a Nicea.

Pensiero di Origene;
Origene eredita del pensiero del suo maestro Clemente di Alessandria per illustrare il
mistero di Dio come puro spirito, il cui Figlio Unigenito è la Sapienza nella quale e
mediante la quale il mondo è stato creato. Però Origene fallisce un po‟ nel suo tentativo
poiché tende a subordinare il verbo e lo Spirito quasi fossero degli intermediari di Dio.
 In Origene possiamo trovare due schemi.
1. Il Primo; la figura geometrica del triangolo equi latore.
Il triangolo, i due lati venivano accostati alla metafora delle due mani di Dio,
che il lato superiore identificato con Padre dava origine al Figlio e allo Spirito
(sapienza) che formavano due mani.
2. Il Secondo; alla successione di tre punti all’interno di una linea retta.
una linea verticale, il Padre veniva visto come fonte originante sia del Figlio che
dello Spirito Santo, ma in successione subordinato così che il Figlio restava
subordinato al Padre e lo Spirito era, a sua volta, subordinato al Padre e al
Figlio.
Nel suo ―Sui principii‖ Origene afferma
• il Logos è riflesso del Padre e usa l‟immagine del Sole e del raggio (I,2,7)
• il Padre è il Dio, il Logos è soloDio ma è sempre con il Padre
(Se l‟umanità è l‟essenza, quando diciamo questo uomo affermiamo che nella realtà concreta incontriamo un uomo preciso (Mario),
l‟essenza qui non è astratta ma la si vede in una individualità precisa che sta sotto la forma comune. Invece quando pensiamo all‟essere
umano guardiamo la forma in cui sussiste l‟essenza umana. Così in Mario posso vedere ora l‟emergere di ciò che ogni essere umano è, la
sua essenza che è la stessa in ogni individuo.)
Pertanto in Dio dobbiamo affermare che
 l‘essenza divina (ousia) è la stessa per il Padre, il Figlio e lo Spirito
 il Padre possiede l‘essenza divina, il Figlio e lo Spirito differiscono secondo la
loro propria sussistenza: sono dunque forme distinte dell’essere divino spirituale
 Il Figlio è così anche concretamente altro (eteros), secondo la sussistenza, dal
Padre: la sua ipostasi è infatti questo concreto in cui l‟essenza divina è individuabile
secondo quella sua propria differenza sussistente.

Originali punti propositivi:

• La distinzione personale dell‟unica essenza la pensa dinamicamente: distingue le


ipostatizzazioni dell‟essere divino dal loro provenire da un unico principio, così ciascuno ha
la propria distinta sussistenza. Il Figlio è arriva dalla luce del Padre, il sole, mentre lo
Spirito è come il calore. Abbiamo così una forma di monarchia, il Padre, principio di tutta la
divinità, principio delle forme sussistenti in cui l‟essere divino si dà
• il Padre è rivelato proprio nella sua bontà dal buono concreto, dalla ipostasi del Figlio e dal
suo dono buono: lo Spirito.
• La rivelazione avviene per mediazioni concrete e reali
Ma quale sono errori o Limiti:
• I tre sono della stessa natura, ma la loro distinzione è ancora troppo subordinazionista
• Il rapporto con la creazione è il modo con cui si conosce il Logos, così la distinzione tra
creazione e generazione eterna resta in ombra
• Lo Spirito sembra essere il primo creato perché se solo il Padre è l‟ingenerato e solo il
Figlio è il generato allora la distinzione entro cui pensare lo Spirito non è data dalla
relazione con il Padre ma solo da quella con il Logos.

Ario; ispirandosi a Origine, interpreta ciò che in Origene era solo una tendenza al
subordinazionismo e diventa subordinazionata. Ario afferma;

• l‟ipostasi del Padre, colui che è ingenerato (agennetos), eterno, senza principio (anarchos)
e vero Dio
• Il Figlio è per sostanza (ousia) estraneo al Padre, generato prima del tempo ma non eterno,
non co–eterno al Padre,perché prima di essere generato non esistevadunque si poteva
essere dire del Figlio diviene (gignomai) dal Padre come tutte le altre creature. È
espressione della volontà del Padre. Impossibile di considerare il Figlio consostanziale al
Padre(homoousios) Egli è stato prodotto dal Padre in modo libero con una scelta della sua
volontà come si legge pr. 8,22 “la sapienza è stata creata da Dio come inizio dell sue vie”
• Quindi il rapporto tra Padre e il Figlio in modo materialista riducendo il Logos divino ad
una pura dynamis operativa del Padre non sussistente in sé.

La risposta dal Concilio di Nicea da COSTANTINO nel 321:


* Il concilio prese una professione di fede (simbolo battesimale) della Chiesa di Cesarea.
Questa professione di fede comprende tre articoli di fede tra cui il più esteso è quello
cristologico.
1. Si insiste sulla generazione eterna del Verbo;
o Per affermare la differenza tra le creature e il Figlio di Dio, i Padri
impiegarono il termine di generazione: di Gesù si dice “generato non creato”.
Gesù è dunque Dio come il Padre, non una creatura.
Egli è identico al Padre, non simile. si identificano ipostasi e sostanza per dire
che il Figlio è il generato usano il rapporto indicato dalla sostanza, che fa della
distinzione non una differenza, Distinguendo si chiama generazione. Distinguere
nell’unita parliamo di generazione non vuole dire separazione.
o La necessità di capire bene il senso di queste due unicità; l‟una del Padre e
l‟altra del Figlio. il Padre sia per ciò che riguarda il Figlio, ce l‟espressione “un
solo”. la generazione non è quindi una separazione, né una diminuzione, né una
creazione ma con quel homoousionsi può intendere un significato di ―tutt‘uno‖
tra il Padre e il Figlio
2. la sua partecipazione alla creazione;
o sfonda l‟origine del principio: entra nel Dio-in-sé attraverso il Dio-per-noi; che
afferma Dio-in-sé mentre la salvezza ha a che fare con il Dio fuori di sé
3. sull‘economia della salvezza (incarnazione, morte/risurrezione, ascensione, giudizio
finale).
o procedendo nella identità che c‟è tra il piano immanente (il Figlio di Dio) e il
piano economico (Gesù Cristo)si individua una relazione propria della salvezza
legata alla rivelazione: la salvezza affonda nella comunione di persone e si
offre nella unione delle sostanze

* Il concetto chiave di questa professione di fede è “omoousios‖. Con esso i Padri inteso
affermare l‘identità di sostanza tra il Padre e il Figlio. Pertanto, il Figlio non è una
creatura, bensì Dio a tutti gli effetti perché consustanziale al Padre (omoousios to Patri,
oppure ek ths ousias tou Patros).

Il significato del credo niceno è che l‟affermazione della divinità di Gesù Cristo è il necessario
fondamento ontologico senza cui è impossibile difendere la reale efficacia salvifica della
redenzione in lui operata a nostro favore.

3. Il mondo dei Padri latini – Tertulliano e Ireneo – ha riflettuto partendo dalla


storia della salvezza. Cosa hanno potuto approfondire del Mistero del Dio
Trino da questa prospettiva?

Ireno di Lione;
o Lui parla del mistero di Dio utilizzando sia uno schema binario (Dio/Logos) sia uno schema
ternario (Padre/Figlio/Spirito). L‟unicità unita di Dio. Ireneo voleva difendere in modo
speculativo l‟unità del Dio Creatore e Redentore.
o agli gnostici, che parlano del Dio ignoto e di un mondo diviso in materia e spirito per cui non ha
senso l’incarnazione di Dio Opposizione agli gnostici; nella incarnazione Dio si rivela come
colui che ama la sua creazione: si dà una unità tra il Dio creatore e salvatore
o c‟è quindi una unione tra l‟unica volontà del Padre rivelata, la salvezza che è data agli uomini e
la ricapitolazione operata dal Figlio, che indica l‟incarnazione al centro dell‟economia della
salvezza – ricapitolato “testa o capo” il verbo incarnato ricapita l‟umanità. la creazione viene
inserita nell‟unione operata dal Figlio e la santificazione dello Spirito santo.
o Secondo lui “economia”; è la volontà di Dio, il suo progetto, sull‟uomo il suo disegno di amare;
Cristo è vero Dio; perché solo Dio si può ottenere salvazione e ristabilire unione con uomo.
Cristo è vero uomo; perché è dovere dell‟uomo di rendere riparazione per il suo errore.
o Quindi il pensiero di Irenio sul Mistero di Dio Trino afferma;
• il Figlio e lo Spirito sono le due mani del Padre
• il Padre si serve di loro per operare “ad extra”: c‟è una unità tra l‟essere e l‟agire di Dio, un
ordo/taxis
• Il Figlio e lo Spirito non coincidono con la creazione ma co-esistono nell‟essere. Dio ha sempre
con sé le sue due mani
Tertulliano;
 Lui scrisse un AdversusPraxean. Si riferisce al Padre, Figlio, Spirito Santo aggiundo del
mistero di Dio.
 Quando si fa riferendo a Dio si deve tenere sempre di una sola sostanza, una sola essenza,
una sola potenza.
• da intendersi non come distinti per stato (essere nel senso di essenza, perché questa
è la stessa) ma di grado,
• non distinti per la sostanza (sub-stantia, la sussistenza che condividono perché
hanno la stessa essenza) ma per la forma,
• non diversi quanto alla potenza (ciò che possono fare è legato all‟essenza, perché
la potenza è poter agire e l‟agire è dipendente da ciò che si è) ma dall‘aspetto.

Dio è uno e da li derivano questi gradi, forme, aspetti distribuiti nei normi di Pa.Fi.Ss
 Lui fa riferendo di Gv 10,30; “Io e il Padre siamo una cosa sola” Tertullino fa notare che il
testo evangelico distingue tra il neutro ―unum‖ e il maschile “unus” . se avesse detto
unus sarebbe problema perché unus è indicativo di numeo singolare. Ma qui quando dice
che due di genere maschile, sono unum non si riferisce singolarità ma all‟unità, alla
somiglianza, all‟unione cioè l‟amore del padre che ama il suo Figlio. E Figlio obbedisce alla
volontà del Padre. Dicendo infatti, due sono coloro che egli uguagli e congiunge.
 Il Figlio è altro (alium) dal Padre non per diversità ma per distribuzione delle competenze,
non per divisione ma per distinzione. E questo alium va inteso nel senso di persona. Lo
Spirito deriva dal Padre per tramite del Figlio. In sintesi, partendo dall‟unità della sostanza,
Tertulliano può benissimo concludere con la Trinità delle persone: “Trinitas unius
divinitatis, Pater et Filius et Spiritus Sanctus”.
 Uno è il principio, la mona-archia, le cui manifestazioni realizzano l‟unica economia.
il Padre è tutta la sostanza divina; il Figlio deriva dal Padre ma ha la stessa sostanza
Il Figlio e lo Spirito hanno sussistenza propria (forma/specie/grado)

Ireneo; Si è seguita la via che porta dall‟unica economia alla unità divina.
Tertulliano; Lui la via che porta dalla unità monarchia alla differenza economica.

4. Quali sono i termini con cui si distingue in Dio nella unità, quali quelli con cui
si cerca
di rendere ragione dell‘unità?
si distingue in Dio nella unità; hypostasis le persone
dell‘unità; ousia – essenza – dalla sussistenza – hypokeimenon
5. La questione pneumatologica ha reso possibile riflettere su ciò che distingue la persona
dello Spirito dal Figlio e cosa in Dio sia uno e cosa tre. Riprendendo la riflessione dei padri
cappadoci, si mostri il loro contributo e le loro intuizioni proprio in relazione alla crisi
eunomiana e pneumatomaca.

LA CRISI EUNOMIANA E PNEUMATOMACA; è caratterizzata dalla negazione della divinità


dello Spirito Santo. i nemici dello Spirito Santo (pneumatomachi) insegnano che lo Spirito Santo è
una creatura e un essere subordinato come gli angeli. Atanasio ne fa la seguente descrizione: i
pneumatomachi affermano l’unità ontologica tra il Padre e il Figlio; ma, per quanto riguarda lo
Spirito Santo, dicono che egli è non soltanto una creatura, ma uno degli spiriti servitori, superiore
agli angeli d‟un grado di esistenza solamente. EUNOMIO negava anche la divinità del Figlio.

CONTRIBUITO DEI PADRI CAPPADOCI;

I cappadoci, Basilio magno, Gregorio Nazianzeno e Gregorio di Nissa, si sono impegnati a


difendere la divinità dello Spirito Santo e a precisare cosa è comune tra i Tre e cosa è invece
distintivo di ciascuno di loro. Per primo,

* Basilio magno si impegna ad approfondire il mistero trinitario in due delle sue opere: Adversus
Eunomium e De Spiritu Sancto.
 Nella prima opera, usa due concetti per esprimere l‘identità delle tre persone divine:
ousia e hypostasis. L‘ousia è ciò che è comune ai Tre, mentre l‘ipostasi è ciò che è la
proprietà particolare di ognuno. Ciò che nei Tre è comune è dunque l‘essenza, la divinità
mentre ciò che è individuale è l‘ipostasi. Poi ogni ipostasi ha le sue proprietà che mostrano
l‟alterità nell‟identità dell‟essenza.
 Nella seconda opera, egli afferma che il fatto che lo Spirito Santo sia nominato sempre per
terzo non implica un‟inferiorità. L‟uso delle diverse proposizioni nella dossologia (ad
esempio Gloria al Padre per tramite il Figlio nello Spirito Santo) non può costituire neanche
un criterio decisivo per deprimere la divinità dello Spirito. Nell‟agire specifico di ogni
ipostasi, Basilio dice che l‟azione parte dal Padre, viene realizzata dal Figlio e perfezionata
dallo Spirito. Lo Spirito Santo deriva da Dio non come tutte le altre cose ma in quanto è
venuto fuori da Dio (hòs ek tou theou poelthon); non per generazione bensì come soffio
della sua bocca (hòs pneuma stomatos autou).

Gregorio di Nazianzo; impegna ad affermare l‟unità indivisibile della Trinità e allo stesso tempo i
caratteri distintivi di ciascuno dei Tre.
* L‘unità si trova nella natura divina mentre la distinzione si ha nelle tre ipostasi in cui si trova
la stessa natura divina. L‟unità e la distinzione sono complementari nella Trinità. Nella raccolta
dei suoi 45 discorsi, scrive così: ―Non ho ancora cominciato a pensare all‘Unità, che la Trinità
mi immerge nel suo splendore. Non ho ancora cominciato a pensare alla Trinità, che già
l‘Unità mi riafferra. Quando a me si presenta uno dei Tre, penso che questo sia il tutto…”
Partendo poi da (Gv 15, 26) “Quando verrà il Paràclito, che io vi manderò dal Padre, lo Spirito
della verità che procede dal Padre, egli darà testimonianza di me”, afferma la divinità dello
Spirito Santo poiché egli procede dal Padre. Costui in quanto non è generato, non è Figlio e in
quanto non è ingenerato non è il Padre. Il termine tecnico usato per esprimere la processione
dello Spirito è ―ekporeuesthai‖. I nomi propri dei Tre sono: il Padre l‟ingenerato; il Figlio,
generato e lo Spirito Santo coli che è proceduto. La relazione infine si fonda sull‟essenza ma ha
anche la capacità di dire la differenza dei Tre nel reciproco rapporto dei loro nomi.
Gregorio di Nissa: Egli sviluppa le intuizioni di Basilio e distingue nella Trinità l‟essenza divina
dal modo di essere del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.
* Dall‟unica Persona del Padre, è generato il Figlio (gennatai) ed è proceduto lo Spirito Santo
(ekporeuetai). Nella Trinità, vi è una relazione tra i Tre e una mutua inabitazione come il dono
reciproco della gloria divina. Ciò che è comune alle tre Persone divine è l‟essere increato,
caratteristica della sostanza divina. Ciò che è invece proprio a ciascuna persona è definito dalla
relazione: il Padre è l‟ingenerato, il Figlio l‟unigenito e lo Spirito Santo non è né l‟ingenerato né
l‟unigenito.

6. Agostino, nel De trinitate, riflette sul mistero di Dio partendo da una distinzione: di Dio si
predica secondo l‘essenza, eppure non tutto può essere detto solo in modo essenziale. Il
candidato esponga il pensiero di Agostino facendo attenzione a mostrarne non il contenuto
e il metodo.

Agostino è un pioniere nel pensare sistematicamente il mistero della Trinità in Occidente. Il metodo
che segue nel suo De Trinitate si articola in tre momenti organicamente articolati tra di loro. (se
vuole, ricordate)

A) il suo punto di partenza (libri I-IV) è la regula fidei o la fides catholica, cioè la fede
professata dalla Chiesa cattolica. Ad essa segue l‟interpretazione della Scrittura quale norma della
Tradizione della Chiesa.

B) il secondo momento è l‘intelligentia fidei: (libri V-VII) che cerca di rendere ragione dei dati
raccolti dalla Sacra Scrittura. Per fare questo approfondimento, Agostino usa due strumenti:
l‘analisi logico-dialettica dei nomi e dei concetti e la metafisica: cioè il chiarire in quale modo i
concetti usati dalla Sacra Scrittura esprimano l‟essere di Dio.

C) Infine, c‟è la riconduzione dei primi due momenti alla contemplazione, il momento della
experientia fidei, (libri VIII-XIV) luogo concreto in cui è possibile incontrare il Dio Trinità.

Due temi sono importanti nella dottrina trinitaria di Agostino:

 la dottrina delle relazioni


 l‘immagine di Dio Trinità nell‘uomo,

Per quanto riguarda la dottrina delle relazioni,

Agostino prima pensa “come sia possibile pensare in Dio nell‘unità e la differenza?” lui pensa
secondo il pensiero di Aristotele, il concetto di sostanza. Secondo si Aristotele “la sostanza designa
di una cosa il suo che cosa è”. una realtà in se stessa, cosicché nella realtà finita noi incontriamo
qualcosa che è ma che possiede anche delle caratteristiche che mutano o scompaiono e che quindi
non sono essenziali. Queste vengono chiamate accidenti come un tempo, luogo. Anche una
relazione accidente non rientra nel ambito della sostanza è dunque mutevole, scomparire.

Ora Agostino nota di questa schema non può applicare a Dio perché in Dio non ce niente
accidentale, niente ieri oggi futuro. Tutto in Dio assoluto e necessario dunque permanente.
Quella cosa è uguale se stessa.. parte dall‟affermazione dell‟“inseparabile eguaglianza in Dio di una
sola e medesima sostanza”. Quindi il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo hanno la stessa sostanza.
E proprio questi nomi indicano qualcos‟altro in Dio: la relazione che in Dio non è accidente debba
essere necessariamente sostanziale. Secondo Agostino la relazione in Dio sostanziale che la
relazione ineriscono alla sostanza non si distingue dalla sostanza le relazione sono, è sé stesso
sostanza. perché il Padre è sempre Padre, così come il Figlio e lo Spirito Santo. La relazione in
Dio infatti, non è mutevole. Questa relazione dice l‟alterità che vi è in Dio e che non infrange
l‟unità. La relazione viene tradotta con i termini di paternità, figliolanza e dono.

Per Agostino in Dio non ce distinzione reale tra sostanza e la relazione perché la relazione è se
stessa sostanza sono a punto relazione sostanziale. Problema per Agostino Ma se la relazione
sono sostanziali e è sé stessa sostanza come può disnguere Dio unità e trinità? È vero che tutto in
Dio è sostanza ma non tutto si predica secondo la sostanza. Quindi a levello predicamentale alivello
logico ragionevole si può distingue in Dio sia predica secondo la sostanza(onnipotente, miser..) esse
in sia predica secondo la relazione Esse ad - il Padre dice relazione al Figlio e il Figlio al Padre,
e questa relazione non è accidente, perché l‘uno è sempre Padre, l‘altro sempre Figlio.

Né l‘uno né l‘altro si riferisce a se stesso, ma l‘uno all‘altro e queste sono denominazioni che
riguardano la relazione e non sono di ordine accidentale, perché ciò che si chiama Padre e ciò che
si chiama Figlio è eterno ed immutabile. Quindi in Dio l‘essere-uno si esprime nelle relazione
reciproche di tre distinti, ciascuno dei quali è l‘unico vero Dio.

Per quanto riguarda l‘analogia psicologica,

Agostino intende concentrarsi sull‟immagine di Dio Trinità impressa nello spirito dell‟uomo.
Quest‟analogia gli permette di dimostrare che lo spirito umano è la dimora della Trinità ispirando
i mistici l‟esperienza dell‟in abitazione di Dio Trinità nell‟anima e i teologi nella descrizione della
Trinità nei termini dell‟analogia dello spirito umano. Agostino sa che con l‘analisi psicologica ha
guardato come in uno specchio. Su quella esperienza originaria e intima dell‟amore Agostino va
alla ricerca di altre forme analogiche così da fare esperienza di Lui nella sua alterità relazionale
d‘amore.

«come sono due cose lo spirito ed il suo amore, quando lo spirito ama se stesso, così sono due cose
lo spirito e la sua conoscenza quando conosce se stesso. Dunque lo spirito (mens), il suo amore
(amor) e la sua conoscenza (notitia) sono tre cose e queste tre cose non ne fanno che una e,
quando sono perfette, sono uguali»
Del luogo della Trinità, Agostino parte dall‟affermazione scritturistica: “Dio è amore e chi dimora
nell’amore dimora in Dio” (1 Gv 4, 8.16) * Per esprimere l‟essere relazione di Dio è quella della
relazione nell‟amore. L‟amore non viene da me, ma posso amare ma come? Questa esperienza
nell‟intimo dell‟uomo apre il vedere l‟amore dall‟alto; l‟amore viene dall‟alto come dono –
«amiamoci l‟un l‟altro perché l‟amore viene da Dio» (1Gv 4,7-8), per sostenere che nell‟amore si
trova la Trinità perché in esso vi sono tre cose: colui che ama (l‘amante), ciò che è amato
(l‘amato) e l‘amore stesso. Agostino si esclama: tu la vedi la Trinità, se vedi la carità

Temi d’esame sul mistero trinitario: parte sistematica


1. Partendo dalla critica alla idea di persona da Agostino si confronti la proposta
di Rahner e Barth. Cosa si intende con ―persona‖? Un confronto con le
definizioni dei Padri.
Prima parliamo san. Agostino e poi la proposti. Della persona.
Agostino afferma l‘dea di Persona;
1- quando noi parliamo di Dio secondo la sostanza; noi diciamo di lui tutto ciò che tiene a l‟unità.
2- Quando noi parliamo di Dio secondo la relazione; noi prediciamo di lui ciò che tiene alla
distinzione tra le persone.
 Quindi tre relazione che sono sostanziali dunque sono l‟unica medesima sostanza in Dio dice
Agostino determina esistenza di tre. Il Padre il Figlio e lo Spirito Santo chi sono tre determinati
da quella relazione sostanziale che noi riusciamo distinguere a individuare attraverso la nostra
ragionamento.
 egli sottolineerà che tutto ciò che in Dio si dice ad se non accetta pluralità di sorta; tutto ciò che
in Dio è relativo (ad aliquid), fonda la pluralità. Il relativo, nel linguaggio si esprime sempre
con un genitivo: il Padre DEL Figlio, il Figlio DEL Padre, il Dono DI Colui che dona.
 Il concetto della persona non è predicato in relazione a un altro. Vuole dire quando la persona
del Padre non parliamo del Figlio, ma del Padre in sé. (Il Padre è persona. Il Figlio è persona.
Lo Spirito è persona). Quindi è ad sé.
 Quando si riferisce al suo essere sostanziale non tutto ciò che di lui si predica secondo la
sostanza. Che cosa la sostanza che Agostino riferisce? È secondo la relazione. Il Padre dice
relazione al Figlio e il Figlio al Padre e questa relazione non è accidente, perché l‘uno è sempre
Padre, altro sempre Il Figlio. In altra parole, non sia la stessa cosa essere Padre ed essere
Figlio, tuttavia la sostanza non è diversa, questi non appartengono all‘ordine della sostanza
che prima P. secondo ma della relazione. La relazione non è accidente perché non è
mutevole.
 Agostino dice Dio che è l‘essere al tempo stesso che è Il Padre e Figlio e Spirito Santo e che
ciascuno è l‘unico. Ma diverse. nell‘uno come nell‘altro si riferisce allo stesso, ma l‘uno
all‘altro. Ma come l‟uno che diverse dall‟altro ? solo secondo la Relazione.
 Pluralità in Dio diversa dalla relazione e tutto quello che dice ad sè non ce spazio per il plurale;
non sono tre dei, né tre sapienti, e né tre luci. Troviamo con un plurale che è detto ad sé; tre
persone. Tre sono in relazione ma non in quanto persone.
Quale è modalità d’essere è quella propria secondo relazione?
 P F S non vanno predicati né secondo la sostanza né secondo l‟accidente. Quindi la parola
sostanza non diciamo “un‘essenza, tre sostanze” ma “un‘essenza o sostanza e tre persone”
quindi Il Padre non è il Figlio né il Padre e lo Spirito Santo né anche il Padre né il Figlio,
sono tre evidentemente, come Sa.Scrittura dice ―Io e il Padre siamo una sola cosa‖ non dice
―è una sola cosa‖ ma siamo una sola cosa.
 Che cosa sono questi tre?, tre persone, ma più per non restare senza dir nulla per esprimere
quella realtà. Sostanza o persona non designa la specie ma un qualcosa di singolare ed
individuale
 In Dio usiamo il termine persona per dire qualcosa di singolare ed individuale per le persone in
sé stesse e per le altre (Padre, Figlio e Dono) e non riferito come a tre persone distinte. C‟è come
un sostrato assoluto nel quale i tre si distinguono relativamente e reciprocamente: «una essenza
ed un solo Dio, come se vi fossero tre realtà che sussistono formate dalla stessa materia [ex
una materia tria quaedam subsistant]» VII,6,11.
 Ciascuno delle tre persone è l‟unica sostanza divina. I tre non sono un‟altra cosa rispetta
all‟Unica sostanza. Ciascuno di essi tre è quello l‟unica sostanza. Il Padre, Il Figlio e Lo Spirito
Santo; è l‟unica indivisibile sostanza divina. Ciascuno di tre è l‟unica Dio, ma quello l‟unica
sostanza divina che ciascuno di tre è ciascuno di essi la personalizza, la ipostatizza a suo modo.
Per cui il Padre è l‟unica sostanza divina a modo di Padre alla sua Paternità. Il Figlio è l‟unica
sostanza divina a modo di Figlio e lo Spirito l‟unica sostanza divina in modo di Spirito. Quindi
ciascuno di tre è l‘unica sostanza ma ciascuno di tre personalizza, ipostatizza possiede
quello sostanza in modo suo proprio è indivisibile incomunicabile.
* La novità del pensiero di Agostino sta proprio qui: egli porta la relazione proprio all‟interno
della consistenza del termine persona cosicché la nozione stessa della persona implica in Dio la
relazione.
Severino Boezio;
* descriverà il senso entro cui pensare il termine “persona”, ma lo farà in relazione all’unità
nel Verbo incarnato; Boezio pensa al termine persona per salvare l‟unità individuale di
Gesù senza romperlo o dividerlo nelle nature - umana e divina - e senza che la condizione
umana venga sminuita per il fatto d‟essere enipostatizzata nell‟unione. Così propone la
seguente definizione: Persona est naturae rationalis individua substantia - persona è la
sostanza individuale di natura razionale, ovvero di una natura essenziale razionale.
Boezio decide di riflettere all‟interno dell’ontologia delle essenze: la persona è determinata dalla
sua natura - la natura è la specifica differenza che dà forma mettendo in atto ciò che è inerente
alla potenza propria della natura - che si differenzia nello specifico come razionale. Così persona è
l‘elemento individuale, non derivabile da altro, e questo può essere o corporeo (come l‟uomo) o
incorporeo (come gli angeli e Dio).
Con Boezio la persona è così diventata una sostanza propria e irriducibile; ogni persona è
irriducibile e per quanto abbia qualcosa di comune, resta autonoma tanto da essere l‟assoluto
essere-per-sé, singolare e indivisibile, con una libertà di azione corrispondente alla sua essenza
razionale. Il contributo di Boezio ricade dunque tutto sulla unicità inerente alla persona e che però,
così, non poteva essere trasposto in Dio Trinità. Inoltre, si inizia a perdere quel certo ordine (taxis)
delle persone perché ci si riferisce ad esse per distinguerle nella uguaglianza e non per relazionarle
in virtù della distinzione che posseggono.

Sinodo XI di Toledo (675)


Il Sinodo sembra ha intuito che le persone si devono dire relative in modo che dire Padre e Figlio e
Spirito non sono prima di essere in relazione ma sono proprio in quanto relazione ma sono
proprio in quanto relazione: (15) Per il nome delle persone però, che esprime una relazione, il
Padre è in riferimento al Figlio, il Figlio al Padre e lo Spirito Santo ad ambedue: sebbene in vista
della loro relazione vengano chiamate tre persone, tuttavia esse sono, crediamo, una sola natura o
sostanza. (16) E come tre persone non predichiamo tre sostanze, bensì una sostanza, ma tre
persone. (17) Ciò che infatti è il «Padre», non lo è in relazione a sé stesso, ma al Figlio; e ciò che è
il «Figlio», non lo è in relazione a sé, ma al Padre; similmente anche lo Spirito Santo non è in
relazione a sé, ma al Padre e al Figlio, essendo chiamato Spirito del Padre e del Figlio.
Il Padre non (è) generato, non creato, ma ingenerato. Egli infatti non prende origine da nessuno.
Egli è dunque fonte dell‟intera Trinità.
Il Figlio invece è generato dal Padre
Lo Spirito Santo procede dal Padre e dal Figlio così che è Spirito del Padre e del Figlio.
Il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo non sono singolare e poi entrano in relazione ma sono proprio
in quanto relazione. Le persone si devono dire relative. Si comprende quindi che dire le persone
come relazioni non comporta una distinzione di singoli, il termine persona non dice un sé nel senso
di „a sé stante‟ ma sempre sé nell‟altro.

Karl Rahner
* Dio liberandolo da due secche: quella del pensare Dio tre persone al modo moderno e
quella di concepire la trinità in se stessa – immanente – in modo da essere la condizione
necessaria di possibilità della libera auto-comunicazione di Dio, or economica.
* Dio vuole communicarsi agli uomini, è il Figlio che deve essere lo Spirito a operare
l‟accettazione di tale communicazione nella fede.
* Rahner propone di partire dalla identità tra la trinità economica e la trinità immanente, in
questo modo può risultare efficace «parlare di tre modalità di esistere concrete e relative
dell'unico e medesimo Dio» perché «in Dio esiste sempre, dall'eternità, l'immanente
possibilità attuale di questo triplice [storico-salvifico] modo di presenza.
* Quando ci riferiamo a DIO non possiamo parlare di tre persone nel senso ordinamento del
termine, non si deve pensare la Trinità in modo plurale della modernità. Dire che in Dio ci
sono tre persone non sig. una moltiplicazione dell‟essenza e neppure l‟uguaglianza della
personalità delle tre persone. “se diciamo 3 perone. I tre sono uguali in quanto uomini
benché sappiamo che sono distinti”
* In Dio si ha una distinzione cosciente assoluta; non a partire da tre soggettività ma l‟essere
cosciente si dà in una sola coscienza reale.
* La triplice sussistente non è qualificata da tre coscienze. All‟interno della Trinità tra il P e il
F non si ha un “tu” reciproco. Quindi bisogno dire il tu che è il Padre per Gesù.
* Sia perché in Dio c'è una sola essenza e dunque una sola coscienza assoluta, sia anche
perché c'è una sola autoespressione del Padre, cioè il Logos perché non c'è propriamente un
amore reciproco tra Padre e Figlio (che presuppone due atti), bensì un auto-accoglimento,
amante e determinante distinzione del Padre. Se noi traduciamo ciò che è stato detto,
nell'espressione riguardante la Trinità „immanente‟ possiamo dire: l'unico Dio sussiste in tre
distinti modi di sussistenza. „Distinti modi di sussistenza‟ sarebbe allora il concetto
chiarificatore per dire la Trinità.
Karl Barth
* lui proposto persona che dovrebbe essere sostituito da modi d’essere. Egli realizza il
rapporto tra il momento economico (Dio si rivela mediante sé stesso nella trascendenza) e
immanente (Dio, il rivelatore, è identico con il suo agire nella rivelazione ma è anche
identico con il suo effetto) della Trinità.
* Secondo rivelazione quindi Dio è unità gli stesso, che Il Padre, F,S dono nell‟unità
dell‟essenza l‟unico Dioe nella diversità delle persone.
* Soltanto nell‟incarnazione del Figlio si ha il punto di partenza per comprendere che in Dio
ce una differenza che è prorpio Dio essere “un‟altra volta” Dio nell‟umanità, nella forma di
quello che egli stesso non è- Il Dio che si rivela nella scrittura è uno in tre specifici modi di
essere che esistano nelle loro relazioni reciproche,
* In Dio non ci sono tre personalità, non ci sono tre io ma un solo io che si ripete tre volte.
* Le differenze derivano dalle diverse relazioni d‟origine. Ma i 3 modi d‟essere sono uguali
nella loro essenza e dignità senza diminuzione alcuna della loro divinità. Dio è il Padre nella
creazione perché è prima è Padre nella sua essenza in quanto Padre del Figlio.
* Per questo, si deve dire:
1- se Dio (il Padre) rivela veramente sé stesso (nel Figlio) ed è rivelato (Spirito), allora «ciò
che egli è nella rivelazione, deve esserlo già prima in sé stesso. E ciò che è prima in sé
stesso, lo è anche nella rivelazione,
2- questo essere-in-sé di Dio è quindi un essere in diverse modalità di essere che non sono di
per sé personali; in questa modalità d'essere Dio, l'unico Dio personale, «è Dio in tre modi
diversi.
2. Le definizioni di ―persona‖ divina nel periodo medioevale: Riccardo di San
Vittore Tommaso d‘Aquino, Bonaventura e Scoto. Punti di forza e debolezza di
queste interpretazioni.

Riccardo di san Vittore;


 Riccardo di San Vittore ha modificato la definizione Boeziana. Perché Boeziana il suo modo di
vedere la persona è l‘esistenza incomunicabile di una natura razionale.
 Riccardo elimina la sostanza e la persona. Perché egli visto che Boeziana affrontato la difficoltà
di applicare a Dio la definizione di persona. Se nella definizione si parla della substantia si corre
il percolo di pensare che le tre persone in Dio siano tre sostanze o essenze quindi cadendo nel
triteismo.
 Riccardo invece di Persona lui indica il quis e invece substantia indica il quid origine; ma ce
una differenza tra due piani; perché propone di sostituire substantia con existentia. Che india
l‘essenza quello che ce in uno l’ex dell’essere di ognuno.
 Dal momento che hanno la stessa qualità. Tra loro non ce né dissomiglianza né disuguaglianza.
Ma le persone divine distinguono. Perché?
 In Dio ce unità secondo il modo di essere (iuxta modum essendi)e pluralità/ la distinzione
secondo il modo di esistere (iuxta modum existendi).
 La differenza viene da dove? Dall‘origine. Proprio dal diverso modo di esistere. In rapporto al
procedere o non procedere, derivano le proprietà delle persone; propria di una è essere da se
stessa ma comune alle altre due non essere da se stesse. Eg; il Padre non procede da nessuno,
l‘ex-siste, a partire da sé, le altre due persone procede da lui. Il Figlio procede dal Padre e
ha un altro che procede da lui. Lo Spirito santo procede da un altro e non ce nessuno che
procede da lui. il padre non ha origine, il Figlio la ha origine dal Padre e lo spirito santo dal
Padre e dal Figlio. Il termine existentia egli vuole affermare l‟essere di un chi per il suo da
dove esistere.
 Si tratta di determinare una realtà a partire da ciò che resta incomunicabile proprio in un
essere divino in cui Dio comunica sempre tutto se stesso come amore.
 La proprietà personale è ciò per cui ognuno è quello che è e perciò in Dio ci sono tante persone
come “esistenze incomunicabili”- persona divina è l‘incomunicabile esistenza della natura
divina. Rispetto a Boeziana attribuito la natura passando da razionale a divina rendendo la
definizione di persona un unicum di Dio. sostituisce a sostanza individuale con incomunicabile
esistenza

o Il Padre così viene ad essere identificato fonte del dono d’amore, amore gratuito,
o il Figlio come colui che è amore con-degno: lo riceve da un altro ma anche e lo comunica perché possa
essere amore nell’amore del Padre.
o lo Spirito pertanto è l’amore che si consuma con l’altro, il con-diletto, l’amore degli amanti, l’amore
dovuto, l’amore come delizia. Qui è la comunione dell’amore che è propria della seconda processione.

 Ogni persona è tutto uno con il suo amore. La differenza sta nell‟amore, non nella dignità né
nel potere ma come la persona nella sua identità e nella sua incomunicabilità, sia nel contempo
apertura nell‟amore.
 Agostino aveva già formulato qualcosa di simile in Dio ce uno solo amore ma distinto in
ognuno delle persone.
 Nel ricevere e nel dare l‘amore il Figlio esprime l‘immagine del Padre che è colui che dà
l‘amore originalmente. Ma Spirito? S.S si attribuisce questo nome perché è lui che
santifica è l‘amore comune di due.
Thomaso d‘Aquino.

 Tomaso approndisce la determinazione Boeziana della persona quale “individualità di


natura razionale” ma lui non identifica la substantia semplicemente con essentia o natura
 Quindi Tomasso dice “bisogno predicare dell‘essere una differenza in sé perché questo
insegna l‘essere Trinità”
 Egli, in particolare, porta avanti il problema del rapporto fra relazione – persone – essenza
divina. Dio è Trino; la Trinità dipende dalle processioni e dalle relazioni;
 Agostino ci mostra “tre persone relativamente‖. Tommaso, allora, questa domanda: se la
distinzione è data dalle relazioni, e la distinzione in Dio Trino è a livello delle persone, è
questa relazione essa stessa la persona?
 Nella “persona” troviamo un minimo comune per tutti gli esseri (uomini, angeli…). Ma ci
sono anche alcuni elementi specifici che sono propri, ad esempio della definizione
“persona umana” e non di altri tipi di persona: la persona umana è tale solo in presenza di
un corpo (che gli angeli, pur essendo creature personali non hanno!).
 C‟è quindi una distinzione reale tra “persona”, “persona umana” e “persona divina”, anche
nella loro definizione. “Persona” è ciò che distingue, individua. In Dio, le persone sono ciò
che “crea” la distinzione, la pluralità. Le relazioni, in particolare, sono la causa di questa
distinzione intra-divina.
 Se la persona è ciò che è distinto per relazione, allora in Dio “persona” coincide con
“relazione”!
 S Th 29, a. 4, centro del corpus: “…Dio Padre è la Paternità divina” (e quindi non è prima
Dio e poi Padre), “Dio Figlio è la Filiazione divina…”.
 Tommaso sembra indicarci come la relazione sia sussistente nella natura divina, come sia
l‟essenza divina. Le persone divine si distinzione non è quindi separazione ma relazione.
Che cosa il Padre se non in relazione di paternità e che cosa il Figlio se non in relazione di
figliolanza. Ciascuno di loro secondo relazione sussistente.
 in Dio le relazioni che distinguono (e uniscono allo stesso tempo) sono le persone. Il
principio di Unità e quello di distinzione è sempre lo stesso.Unità e distinzione in Dio
coincidono. Dio non prima è e poi si comunica, ma l‟essere stesso è comunicazione, è
rapporto, è Amore.
 Si deve predicare il suo essere uno, vero, bello ma anche di diversum, di aliud. Tomaso
predica dell‘essere di Dio l‘essere diversum in diversis.
 Afferma tre persone in Dio non significa 3 l’essenza divina. Ma l‘unica cosa che non
distingue realmente la sapienza, e la bontà.. soltanto la causa della relazione si può
parlare la distinzione in Dio.
 la relazione Seguno sono necessariamente relazioni reali- sig. qualcosa di il soggetto perché
ciò che dà realtà alla relazione non è il soggetto ma il fondamento da cui nasce e a cui è
correlato.
(il padre è soggetto della relazione perché nel suo generare il fondamento è ciò proprio
entro cui pensare l‟atro con l‟altro, il figlio con il padre, il principio con il termine della
relazione. Dio non c'è nulla di accidentale, ma tutto ciò che è in lui è la sua stessa
essenza … la relazione che esiste realmente in Dio (relatio realiter existens in Deo) è
realmente la stessa cosa che l'essenza e non è distinta se non per una differenza
concettuale, in quanto nella relazione è incluso l'ordine al termine correlativo, ordine
che non è incluso nel concetto di essenza. È dunque evidente che in Dio l'essere della
relazione non è diverso da quello dell'essenza, ma è l‘una e medesima cosa )
 secondo Tomaso che cosa la persona? ―la persona è relazione sussistente‖ in Dio la
persona è niente alto che la relazione con le altre persone.
 si domanda: se il termine persona significhi in Dio oltre che sostanza anche relazione?
il significato del termine persona in generale, e altro è cercare il significato del termine
persona divina … Perciò la persona divina significa la relazione al modo del sussistente
E ciò equivale a significare la relazione a modo di sostanza, cioè di ipostasi sussistente
nella natura divina----la distinzione avviene per la relazione di origine. Quindi non puo
conoscere la persona del Padre perché deriva da un all‟tro, ma perché non deriva da
nessuno.
 In quanto poi da lui derivano altri, [il Padre] si manifesta in due modi. Poiché in quanto da
lui procede il Figlio si rende noto mediante la nozione di paternità, e in quanto da lui
procede lo Spirito Santo si rende noto mediante la nozione di spirazione comune. Si viene
invece a conoscere il Figlio per il fatto che deriva da un altro nascendo:
 Le relazioni d‟origine (paternità – filiazione – spirazione – processione) non dipendono
dalla volontà ma dalla natura, dall‘essenza che è in sé diversa nelle persone diverse.
 La relazione non soltanto che distingue le persone ma anche le unisce.

Bonaventura da Bagnoregio
 se Tommaso aveva posto questa unità e distinzione in origine come co-esistenti,
Bonaventura parte dall‟affermazione della semplicità di Dio e quindi dall‟unità semplice,
ossia non unita • pertanto ogni distinzione ha senso se parte da Cristo che è la via al Padre.
Lui è vita e verità: «bisogna cominciare dal centro (medium)» [Collationes in Hexaemeron I,
10] poiché «il Verbo esprime il Padre … e principalmente ci conduce al Padre.
 Se l'essere-Figlio del Figlio dipende dal Padre e se l'essere-Padre del Padre dipende
dall'essere-Figlio del Figlio allora il Figlio è la corrispondenza o il retroverso dell'attualità
del Padre: il suo ricevere-la divinità-del-Padre è di uguale rango al suo donare-la-divinità-
del-Padre.
 La persona del Padre è determinata in tutto dal suo generare – ossia dal donare – e la
persona del Figlio e segnata dal suo venire generata – ossia dal ricevere - e dal donare -
mentre la persona dello Spirito dal suo ricevere pertanto le persone sono determinate da un
evento inter-personale.
Scote
 La riflessione proposta da Scoto (1266-1308) segna la determinazione della persona sotto il
primato dell'assoluta unicità, della concreta originalità, indipendenza e incomunicabilità. Le
persone non si distinguono primariamente nelle relazioni, bensì nella loro rispettiva
particolarità personale, in una sorta di proprietà per negazione (rimando ad Agostino e al suo
“il Padre non è il Figlio”) che costituisce le persone: la negazione come lo stato di essere di
fronte ad altri non è comunicabile ma evidenzia l'essere in sé della persona. Da qui la sua
definizione: «ad personalitatem requiritur ultima solitudo» [Ordinatio III,1,1,17].

3. La monarchia del Padre ha un valore per comprendere proprio la distinzione delle
persone del Figlio e dello Spirito. Precisare il senso di Dio Padre come ―fons et origo
totius deitatis‖.
* Sono i Padri cappadoci per primi che hanno parlato del Padre come “fons et origo
totius deitatis”. Poi il principio della monarchia del Padre secondo il quale è Lui il
principio della generazione e della processione dello Spirito in modo che il Figlio e lo
Spirito trovano nel Padre il termine delle loro relazioni, della loro identità relazionale
ricevendo in questa relazione la caratteristica propria e distintiva. La teologia Orientale;
più legato all‘economia della rivelazione muove dalle persone che dispiegano il loro agire
nella storia della salvezza; il Padre come colui che invia il Figlio e questi con il Padre dona
lo Spirito per Gesù, secondo cui il venire dello Spirito da Gesù .
* il Dio Uno è il Padre che partecipa la divinità al Figlio per generazione e allo
Spirito, per processione, per mezzo del Figlio. Altra parola può dire che lo spirito non è
ingenito e neppure generato, dal Padre provengono altre due persone quindi una
medesima e la fonte quella del Padre che genera il Figlio e dalla quale procede anche lo
Spirito. ma mai dal Padre e dal Figlio perché il rischio sarebbe stato quello di rompere la
monarchia del Padre.

4. Il rapporto tra Trinità economica ed immanente porta ad una diversa comprensione


della processione dello Spirito tra oriente e occidente. Si mostrino le differenze e i
diversi accenti tra la definizione della processione dello Spirito dal solo Padre anziché
dal Padre e dal Figlio.

I GRECI:
 per esprimere il rapporto tra lo Spirito e il Padre, usavano il verbo giovanneo εκπορεύομαι,
che significa precisamente “fluire da sorgente‖, ―scaturire‖, ―provenire dall’origine‖, e si
può usare solo in rapporto al Padre: perché solo il Padre è l‟origine non originata nella
Trinità.
 Lo schema che figura in oriente per contemplare del mistero della trinità è: P – F – Spirito
Santo, in sostanza Unico Dio in tre persone.
 Allora seguendo lo schema lineare, gli orientali sottolinea che lo Spirito Santo è l‘estremo di
Dio, il traboccare della vita d‟amore del Padre e del Figlio nella creazione e nella storia.
LA TEOLOGIA ORIENTALE:
* più legato all‘economia della rivelazione muove dalle persone che dispiegano il loro
agire nella storia della salvezza; il Padre come colui che invia il Figlio e questi con il
Padre dona lo Spirito per Gesù, secondo cui il venire dello Spirito da Gesù .
* il principio della monarchia del Padre secondo il quale è Lui il principio della
generazione e della processione dello Spirito in modo che il Figlio e lo Spirito trovano nel
Padre il termine delle loro relazioni, della loro identità relazionale ricevendo in questa
relazione la caratteristica propria e distintiva.
* sulla base a questo versetto biblico Giovanni 15, 26 il Dio Uno è il Padre che partecipa la
divinità al Figlio per generazione e allo Spirito, per processione, per mezzo del Figlio. ma
mai dal Padre e dal Figlio perché il rischio sarebbe stato quello di rompere la monarchia
del Padre. Così si sottolinea la μοναπχία del padre e la τάξιρ (il procedere ordinato) del
Figlio e dello Spirito da Lui.
LA TEOLOGIA OCCIDENTALE:
 invece, si impegna a penetrare nel mistero dell‟essere trinitario ad intra. Per questo parte
dall‟unica essenza divina che si attua nelle tre persone: il Padre genera il Figlio e
dall‘amore reciproco tra il Padre e il Figlio procede lo Spirito. Occidentali usano per
esprimere il rapporto tra il Padre e lo Spirito traducevano il termine εκπορεύομαι con il
verbo procedere, che ha semplicemente il significato di “venire avanti‖, e che quindi si
poteva usare, a proposito dello Spirito Santo, sia in rapporto al Padre sia in rapporto al
Figlio. Quindi i greci non hanno accettato questa formula: procedere a Patre Filioque.
 Praticamente il termine di Filioque si usava contro arianesimo, e mette accento la natura divina del
Figlio, ma senza mettere in causa la monarchia del Padre. Quindi per occidentali il punto di vista è
tre persone in unico Dio. E seguendo questo schema loro sottolineano che lo Spirito Santo è
l‟intimo di Dio. Cioè il legame d‟amore tra il Padre e il Figlio, e privilegiano l‟unità e l‟equi-
divinità dei Tre..
 Secondo lex orandi, lex credendi il patriarca Fozio; denuncia il cambio unilaterale del
credo rispetto a quello sottoscritto dai santi padri a Nicea e Costantinopoli e così di aver
cambiato, mutando il credo, anche la loro fede e d‟essere usciti dalla santa tradizione.
 la differenza alla chiesa latina è ―lo Spirito procede dal solo Padre‖, rischiando così di
alterare lo schema economico-lineare greco
 da P F S a P
Latino F S greci

Sotto mandato di Giovanni Paolo II il Pontificio Consiglio per la Promozione dell‟Unità dei
cristiani elabora il testo “La processione dello Spirito Santo” (Ench. Vat. XIV, Bologna 1984, nn.
2966-2992). Nel testo si inizia col ribadire la stessa fede professata dai fratelli greci e si procede ad
affermare che quanto loro professano con termini greci è lo stesso che è affermato nel mondo latino,
ma con altri termini.

Qui si afferma: 4 punti

1. che lo Spirito „procede‘ dal Padre; questa la sua origine soltanto dal Padre in modo
principale, proprio e immediato
2. l‟oriente non rifiuta di pensare una relazione tra il Figlio e lo Spirito nella loro origine a
partire dal Padre. Ci sono Alcuni TESTIMONIANZA dei padri greci su questo punto. Ad
esempio,
3. Così, se in greco ekpóreusis dice relazione di origine in rapporto al Padre, principio senza
principio, il mondo latino con processio esprime la comunicazione della divinità
consustanziale dal Padre al Figlio e dal Padre per mezzo del Figlio e con il Figlio allo
Spirito. Lo Spirito procede quindi dal Padre e dal Figlio quanto all‘unica sostanza,
all‟essere di Dio, ma così si afferma anche la relazione tra lo Spirito e le persone del
Padre e del Figlio.
4. Che lo Spirito Santo proceda dal Padre equivale ad affermare che procede dal Padre
in quanto ha un Figlio. Il Figlio va incluso nella menzione del Padre. La stessa
uguaglianza tra il Padre e il Figlio – il Figlio è l‟Immagine perfetta del Padre – sembra
indicare che il Figlio è una cosa sola con il Padre nella spirazione dell‟Amore.
 Il Padre ha in sé la proprietà di essere principio della spirazione dello Spirito Santo; ha dato
anche al Figlio di essere principio della spirazione dello Spirito. Quindi affermare che lo
Spirito Santo procede dal Padre, si deve intendere che il Figlio riceve il suo essere principio
della processione dello Spirito Santo dal Padre. “Lo Spirito Santo procede, primariamente,
dal Padre, e per il dono che il Padre ne fa al Figlio senza alcun intervallo di tempo, dal Padre
e dal Figlio insieme” (Agostino, De Trinitate).
Per l‘Oriente, lo Spirito Santo procede dal Padre per mezzo del Figlio, mentre
l‘Occidente sostiene che lo Spirito Santo procede dal Padre e dal Figlio.