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Piranesi

Susanna Clarke

EAN: 9791259670021

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26
I edizione: febbraio 2021
© 2020 Susanna Clarke
© 2021 Fazi Editore srl
Via Isonzo 42, Roma
Tutti i diritti riservati
Titolo originale: Piranesi
Traduzione dall’inglese di Donatella Rizzati
ISBN: 979-12-5967-002-1
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Susanna Clarke

Piranesi

traduzione di Donatella Rizzati

Per Colin

Io sono il grande studioso, il mago, l’adepto, che sta


compiendo l’esperimento. È ovvio che abbia
bisogno di cavie.
C.S. LEWIS, Il nipote del mago

La gente mi chiama filosofo o scienziato o antropologo.
Ma io non sono nessuna di queste cose. Sono
un anamnesiologo. Studio ciò che è stato dimenticato.
Scopro ciò che è completamente scomparso.
Lavoro con le assenze, con i silenzi, con le curiose
fratture fra le cose. In realtà sono un mago.
LAURENCE ARNE-SAYLES, intervista in
Il giardino segreto, maggio 1976






PARTE PRIMA
Piranesi











Quando la Luna è sorta nel Terzo Salone Settentrionale sono andato nel Nono Vestibolo
ANNOTAZIONE PER IL PRIMO GIORNO DEL QUINTO MESE DELL’ANNO IN CUI L’ALBATROS È ARRIVATO NEI SALONI SUD-
OCCIDENTALI

Quando la Luna è sorta nel Terzo Salone Settentrionale sono andato nel Nono Vestibolo per assistere alla
congiunzione di tre Maree. È un evento che accade soltanto una volta ogni otto anni.
Il Nono Vestibolo è un luogo straordinario per le tre grandi Scalinate che contiene. Lungo le sue Pareti corrono file di
Statue di marmo, centinaia di Statue che si innalzano, un Livello dopo l’altro, fino a raggiungere vette lontanissime.
Ho risalito la Parete Occidentale finché non sono arrivato alla Statua di una Donna che sorregge un Alveare, a
quindici metri dal Pavimento. La Donna è due o tre volte più alta di me e l’Alveare è ricoperto di Api di marmo grandi
quanto il mio pollice. Un’Ape – questa cosa mi provoca sempre una leggera sensazione di nausea – striscia sopra l’Occhio
sinistro della Donna. Mi sono infilato a forza nella Nicchia che accoglie la Donna e ho aspettato finché non ho udito il
ruggito delle Maree nei Saloni Inferiori e sentito le Pareti vibrare sotto la forza di quello che stava per accadere.
Per prima è arrivata la Marea dai Saloni dell’Estremo Oriente. Questa Marea ha risalito la Scalinata Più a Est senza
violenza. Non possedeva colori degni di nota e le sue Acque non arrivavano oltre la caviglia. Ha disteso uno specchio
grigio sul Pavimento, la cui superficie è stata marmorizzata da striature di Schiuma lattiginosa.
Dopo è arrivata la Marea dei Saloni Occidentali. Questa Marea si è scagliata con veemenza sulla Scalinata Più a
Ovest e ha colpito la Parete Orientale con un Tuono poderoso che ha fatto tremare tutte le Statue. La sua Schiuma aveva
il colore bianco delle vecchie lische di pesce e i suoi gorghi profondi erano color peltro. In pochi secondi, le sue Acque
sono arrivate all’altezza della Vita delle Statue del Primo Livello.
Per ultima è arrivata la Marea dai Saloni Settentrionali. Si è scaraventata su per la Scalinata centrale, riempiendo il
Vestibolo con un’esplosione di luccicante Schiuma bianco ghiaccio. Ne sono stato inzuppato e accecato. Quando sono
riuscito a vedere di nuovo, le Acque scorrevano come cascate lungo le Statue. È stato allora che mi sono reso conto di
aver commesso un errore nel calcolare il volume della Seconda e della Terza Marea. Una gigantesca Torre d’Acqua si è
riversata sulla scalinata fino al punto in cui ero accovacciato. Un’enorme Mano d’Acqua si è protesa per strapparmi via
dalla Parete. Ho gettato le braccia intorno alla Gambe della Donna che sorregge un Alveare e ho pregato la Casa di
proteggermi. Le Acque mi hanno ricoperto e, per un istante, sono stato circondato dallo strano silenzio che arriva
quando il Mare ti sommerge e soffoca i suoi stessi suoni. Ho pensato che stavo per morire; oppure che sarei stato
trascinato via nei Saloni Sconosciuti, lontano dal fragore e dal ronzio delle Maree Note. Mi sono aggrappato con forza.
Poi, bruscamente com’era iniziato, tutto è finito. Le Maree Congiunte hanno inondato i Saloni circostanti. Ne ho
udito il rombo e lo schianto quando hanno colpito le Pareti. Le Acque nel Nono Vestibolo si sono ritirate rapidamente
finché non hanno ricoperto appena i Plinti delle Statue del Primo Livello.
Mi sono accorto che ero aggrappato a qualcosa. Ho aperto la mano e ho scoperto un Dito di marmo proveniente da
una qualche Statua Lontana che le Maree avevano messo lì.
La Bellezza della Casa è incommensurabile; la sua Gentilezza, infinita.


Una descrizione del Mondo
ANNOTAZIONE PER IL SETTIMO GIORNO DEL QUINTO MESE DELL’ANNO IN CUI L’ALBATROS È ARRIVATO NEI SALONI SUD-
OCCIDENTALI

Sono deciso a esplorare tutto il Mondo che mi sarà possibile finché sono in vita. A questo scopo, ho viaggiato verso
ovest fino al Novecentosessantesimo Salone, verso nord fino all’Ottocentonovantesimo Salone e verso sud fino al
Settecentosessantottesimo Salone. Mi sono arrampicato fino ai Saloni Superiori dove le Nuvole si spostano in una lenta
processione e le Statue appaiono all’improvviso dalla Nebbia. Ho esplorato i Saloni Sommersi dove le Acque Scure sono
ricoperte da un tappeto di ninfee. Ho visto i Saloni Abbandonati dell’Est dove i Soffitti, i Pavimenti – a volte persino le
Pareti! – sono crollati e la penombra è squarciata da raggi di Luce grigia.
In tutti questi luoghi, mi sono fermato sulla Soglia e ho guardato avanti. Non ho mai visto alcuna indicazione che
suggerisse che il Mondo stesse arrivando a un Confine, ma soltanto il regolare susseguirsi di Saloni e Corridoi a Perdita
d’Occhio.
Nessun Salone o Vestibolo, nessuna Scalinata, nessun Corridoio è privo di Statue. Nella maggior parte dei Saloni le
Statue coprono tutto lo spazio a disposizione, sebbene qua e là si possano trovare un Plinto, una Nicchia o un’Abside
Vuoti o persino uno spazio sgombro su una Parete altrimenti intarsiata di Statue. Queste Assenze sono a loro modo
misteriose quanto le Statue stesse.
Ho osservato che, mentre le Statue di un certo Salone hanno tutte più o meno le stesse dimensioni, esse variano
considerevolmente da un Salone all’altro. In alcuni, le figure sono due o tre volte più alte di un Essere Umano, in altri
all’incirca a grandezza naturale e in altri ancora mi arrivano appena alla spalla. I Saloni Sommersi contengono Statue
gigantesche – dai quindici ai venti metri d’altezza –, ma sono un’eccezione.
Ho cominciato a comporre un Catalogo nel quale ho intenzione di registrare la Posizione, la Taglia e il Soggetto di
ogni Statua, insieme a ogni altro aspetto interessante. Finora ho completato il Primo e il Secondo Salone Sud-
Occidentale e mi sto impegnando sul Terzo. L’enormità di questo obiettivo a volte mi dà le vertigini, ma in quanto
scienziato ed esploratore ho il dovere di riportare una testimonianza degli Splendori del Mondo.
Le Finestre della Casa si affacciano su Vasti Cortili; luoghi sbarrati e vuoti, lastricati di pietra. In genere, i Cortili
hanno la forma di un quadrilatero, sebbene sia possibile imbattersi in ambienti con sei lati oppure otto, o persino – ma
questi sono piuttosto strani e inquietanti – soltanto tre.
Fuori dalla Casa ci sono solamente Corpi Celesti: Sole, Luna e Stelle.
La Casa ha tre Livelli. I Saloni Inferiori sono il Regno delle Maree; le loro Finestre – se viste dall’altra parte di un
Cortile – sono grigioverdi a causa dell’incessante movimento delle Acque e bianche per gli spruzzi di Schiuma. I Saloni
Inferiori forniscono nutrimento sotto forma di pesci, crostacei e vegetazione marina.
I Saloni Superiori sono, come ho detto, il Regno delle Nuvole; le loro Finestre sono bianco-grigiastre e appannate. Si
vedrà, a volte, un’intera fila di Finestre illuminate all’improvviso dal lampo di un fulmine. I Saloni Superiori forniscono
Acqua Fresca che si diffonde nel Vestibolo sotto forma di Pioggia e scorre in Ruscelli lungo Pareti e Scalinate.
Fra questi due (perlopiù non abitabili) Livelli si trovano i Saloni di Mezzo che sono il regno degli uccelli e degli
uomini. Lo Splendido Ordine della Casa è ciò che ci dà la Vita.
Questa mattina ho guardato fuori da una Finestra nel Diciottesimo Salone Sud-Occidentale. Dall’altra parte del
Giardino ho visto l’Altro che guardava da una Finestra. La Finestra era alta e buia; la nobile testa dell’Altro, con la sua
fronte alta e la barba tagliata alla perfezione, era incorniciata in un Angolo. Era perso nei suoi pensieri, come fa spesso.
Gli ho fatto un cenno di saluto. Non mi ha visto. Gliene ho fatto un altro, più stravagante. Ho saltellato su e giù con
grande energia. Ma le Finestre della Casa sono tante e lui non mi ha visto.


Un elenco di tutte le persone che hanno vissuto e quello che si sa di loro
ANNOTAZIONE PER IL DECIMO GIORNO DEL QUINTO MESE DELL’ANNO IN CUI L’ALBATROS È ARRIVATO NEI SALONI SUD-
OCCIDENTALI

Da quando il Mondo ha avuto inizio, si sa per certo che sono esistite quindici persone. Probabilmente di più; ma io
sono uno scienziato e devo procedere in base alle prove. Dei quindici la cui esistenza è verificabile, soltanto Io e l’Altro
siamo in vita.
Nominerò, adesso, le quindici persone e, dove rilevante, darò le loro posizioni.

Prima Persona: Io
Credo di essere fra i trenta e i trentacinque anni d’età. Sono alto all’incirca un metro e ottantatré e ho una
corporatura slanciata.

Seconda Persona: l’Altro
A mio parere, l’età dell’Altro è compresa fra i cinquanta e i sessant’anni. È alto all’incirca un metro e ottantotto e,
come me, ha una corporatura slanciata. Per la sua età è forte e in forma. La sua pelle è di un colore olivastro chiaro. I
capelli e i baffi sono marrone scuro. Ha una barba brizzolata, quasi bianca; è tagliata perfettamente, leggermente a
punta. Le ossa del suo cranio sono ben disegnate, con aristocratici zigomi alti e una fronte imponente. Nel complesso, dà
l’impressione di essere una persona aperta, ma leggermente austera, devota alla vita intellettuale.
Come me è uno scienziato nonché l’unico altro essere umano vivente, perciò, naturalmente, tengo in grande
considerazione la sua amicizia.
L’Altro è convinto che, nascosta da qualche parte nel Mondo, vi sia una Grande e Segreta Conoscenza che, una volta
scoperta, ci garantirà un enorme potere. Non sa con certezza in cosa consista questa Conoscenza, ma in varie occasioni
ha suggerito che possa comprendere le seguenti capacità:

1. Sconfiggere la Morte e diventare immortali
2. Sapere, tramite la telepatia, cosa pensano le altre persone
3. Trasformarci in aquile e volare nell’Aria
4. Trasformarci in pesci e nuotare nelle Maree
5. Spostare gli oggetti con il solo pensiero
6. Spegnere e riaccendere il Sole e le Stelle
7. Dominare gli intelletti più deboli e piegarli ai nostri voleri.

Io e l’Altro stiamo cercando questa Conoscenza con grande costanza. Ci vediamo due volte alla settimana (il martedì
e il venerdì) per parlare del nostro lavoro. L’Altro organizza meticolosamente il proprio tempo e non permette mai che i
nostri incontri durino più di un’ora.
Se richiede la mia presenza in altre occasioni, grida «Piranesi!» finché io non arrivo.
Piranesi. È così che mi chiama.
Il che è strano, perché, per quanto io possa ricordare, non è il mio nome.

Terza Persona: l’Uomo Scatola-di-Biscotti
L’Uomo Scatola-di-Biscotti è uno scheletro che alloggia dento una Nicchia Vuota nel Terzo Salone Nord-Occidentale.
Le ossa sono state sistemate in modo particolare: quelle lunghe, all’incirca della stessa misura, sono state raccolte e
legate con una cordicella fatta di alghe intrecciate. A destra è stato collocato il teschio e a sinistra una scatola di biscotti
che contiene tutte le ossa piccole: dita delle mani, dei piedi, vertebre eccetera. La scatola è rossa. È decorata con una
foto di biscotti e riporta l’iscrizione: «HUNTLEY PALMERS» e «FAMILY CIRCLE».
Quando ho scoperto l’Uomo Scatola-di-Biscotti, la cordicella di alghe si era seccata e spezzata e il suo aspetto era
diventato piuttosto sciatto. Ho fabbricato una nuova cordicella con la pelle di pesce e ho legato di nuovo insieme le sue
ossa. Adesso è di nuovo in ordine.

Quarta persona: la Persona Nascosta
Un giorno di tre anni fa mi sono arrampicato sulla Scalinata nel Tredicesimo Vestibolo. Scoprendo che le Nuvole
erano andate via dalla Regione dei Saloni Superiori e che gli ambienti erano luminosi, limpidi e pieni di Luce Solare, ho
preso la decisione di proseguire la mia esplorazione. In uno dei Saloni (quello che si trova direttamente sopra il
Diciottesimo Salone Nord-Occidentale) ho trovato uno scheletro semidistrutto incuneato in uno stretto spazio fra un
Plinto e la Parete. Dalla posizione attuale delle ossa credo che, originariamente, fosse stato seduto con le ginocchia tirate
sotto al mento. Non sono stato in grado di stabilirne il genere. Se prendessi le ossa per esaminarle, non potrei mai
rimetterle lì dentro.

Persone dalla Cinque alla Quattordici: le Persone dell’Alcova
Le Persone dell’Alcova sono scheletri, tutte quante. Le loro ossa sono distese fianco a fianco su un Plinto Vuoto
nell’Alcova Più a Nord del Quattordicesimo Salone Sud-Occidentale.
Ho identificato, per il momento, tre scheletri femminili e tre maschili, ce ne sono altri quattro dei quali non riesco a
determinare il genere con certezza. Ho battezzato uno di questi l’Uomo Pelle-di-Pesce. Lo scheletro dell’Uomo Pelle-di-
Pesce è incompleto e molte ossa sono state consumate dalle Maree. Alcune sono quasi dei sassolini. All’estremità di
alcune ossa vi sono buchi e frammenti di pelle di pesce. Da questo ho tratto diverse conclusioni:

1. Lo scheletro dell’Uomo Pelle-di-Pesce è più vecchio degli altri
2. Un tempo, lo scheletro dell’Uomo Pelle-di-Pesce era esposto in modo diverso, con le ossa legate insieme da lacci di
pelle di pesce ma, nel tempo, la pelle si è deteriorata
3. Le persone che sono arrivate dopo l’Uomo Pelle-di-Pesce (presumibilmente le Persone dell’Alcova) avevano una
tale venerazione per la vita umana da raccogliere con pazienza le sue ossa e farlo riposare insieme ai loro morti.

Domanda: quando sentirò che sono sul punto di morire, dovrò andare a sdraiarmi insieme alle Persone dell’Alcova?
C’è, mi sembra, spazio per altri quattro adulti. Sebbene io sia giovane e il giorno della mia morte (spero) ancora lontano,
mi è capitato di riflettere sulla questione.
Vicino alle Persone dell’Alcova giace un altro scheletro (anche se questo non conta come una delle persone che
hanno vissuto). Sono i resti di una creatura lunga circa cinquanta centimetri con una coda della stessa lunghezza del
corpo. Ho confrontato le ossa con le varie specie di Creature ritratte nelle Statue e ho ritenuto che siano appartenute a
una scimmia. Non ho mai visto una scimmia viva, nella Casa.

La Quindicesima Persona: l’Infante Ripiegato
L’Infante Ripiegato è uno scheletro. Credo che sia una femmina, approssimativamente di sette anni d’età. È sistemata
su un Plinto Vuoto nel Sesto Salone Sud-Orientale. Ha le ginocchia piegate sotto il mento, le braccia che le stringono e la
testa china. Intorno al suo collo c’è una collana di corallo e spine di pesce.
Ho dedicato molte riflessioni alla relazione che c’è fra me e questa bambina. I soli viventi nel Mondo (come ho già
spiegato) siamo Io e l’Altro, e siamo entrambi maschi. Come farà il Mondo ad avere degli Abitanti quando noi saremo
morti? Sono convinto che il Mondo (o, se preferite, la Casa, dal momento che i due sono, in definitiva, la stessa cosa)
desideri avere un Abitante perché sia testimone della sua Bellezza e beneficiario delle sue Benedizioni. Ho ipotizzato che
la Casa avesse destinato l’Infante Ripiegato a essere mia moglie, solo che è accaduto qualcosa che lo ha impedito. Da
quando ho avuto questo pensiero mi è parso giusto condividere con lei quello che ho.
Vado a trovare tutti i Morti, ma in particolare l’Infante Ripiegato. Porto loro cibo, acqua e le ninfee provenienti dai
Saloni Sommersi. Parlo con loro, gli racconto quello che ho fatto e descrivo tutte le Meraviglie che ho visto nella Casa. In
questo modo loro sanno di non essere soli.
Soltanto io lo faccio. L’Altro no. Per quanto ne so, non pratica alcuna religione.

La Sedicesima Persona
E Tu. Chi sei Tu? Chi è colui per il quale sto scrivendo? Sei un viaggiatore che è scampato alle Maree e ha
attraversato Pavimenti Frantumati e Scale Diroccate per raggiungere questi Saloni? Oppure sei qualcuno che abiterà nei
miei stessi Saloni quando io sarò già morto da molto tempo?


I miei diari
ANNOTAZIONE PER IL DICIASSETTESIMO GIORNO DEL QUINTO MESE DELL’ANNO IN CUI L’ALBATROS È ARRIVATO NEI SALONI SUD-
OCCIDENTALI

Appunto quello che osservo nei miei taccuini. Lo faccio per due motivi. Il primo è che questo mio Scrivere instilla
l’abitudine alla precisione e all’accuratezza. Il secondo è preservare tutto il sapere che possiedo per te, la Sedicesima
Persona. Conservo i miei taccuini in una borsa da postino di cuoio marrone; di solito la borsa è custodita in uno spazio
vuoto dietro la Statua di un Angelo impigliato in un Cespuglio di Rose nell’Angolo Nord-Orientale del Secondo Salone
Settentrionale. È il posto in cui tengo anche il mio orologio, che mi serve il martedì e il venerdì quando incontro l’Altro
alle dieci in punto. (Gli altri giorni cerco di non portarmi l’orologio perché temo che l’Acqua di Mare si infiltri e ne
danneggi il meccanismo).
Uno dei miei taccuini è la Tavola delle Maree. Vi appunto le Ricorrenze e i Volumi delle Alte e Basse Maree e faccio i
calcoli per prevedere le Maree successive. Un altro taccuino è il mio Catalogo delle Statue. Negli altri tengo il mio Diario
dove scrivo pensieri e ricordi e un resoconto delle giornate. Finora il Diario ha riempito nove taccuini; questo è il decimo.
Sono tutti numerati e la maggior parte è etichettata con le date a cui si riferiscono.
N. 1 è etichettato: Dicembre 2011 – Giugno 2012
N. 2 è etichettato: Giugno 2012 – Novembre 2012
N. 3 in origine era etichettato: Novembre 2012, ma a un certo punto la data è stata barrata e riscritta come:
Trentesimo Giorno del Dodicesimo Mese dell’Anno del Pianto e dei Lamenti – Quarto Giorno del Settimo Mese dell’Anno
in cui ho scoperto i Saloni Corallini.
Sia il n. 2 che il n. 3 hanno dei vuoti là dove le pagine sono state tolte con violenza. Mi sono interrogato sul motivo
dietro quell’atto e ho tentato di immaginare chi potesse averlo compiuto, ma a tutt’oggi non ho tratto alcuna conclusione.
N. 4 è etichettato: Decimo Giorno del Settimo Mese dell’Anno in cui ho scoperto i Saloni Corallini – Nono Giorno del
Quarto Mese dell’Anno in cui ho dato un nome alle Costellazioni
N. 5 è etichettato: Quindicesimo Giorno del Quarto Mese dell’Anno in cui ho dato un nome alle Costellazioni –
Trentesimo Giorno del Nono Mese dell’Anno in cui ho contato e dato un nome ai Morti
N. 6 è etichettato: Primo Giorno del Decimo Mese dell’Anno in cui ho contato e dato un nome ai Morti –
Quattordicesimo Giorno del Secondo Mese dell’Anno in cui i Soffitti del Ventesimo e Ventunesimo Salone Nord-Orientale
sono crollati
N. 7 è etichettato: Diciassettesimo Giorno del Secondo Mese dell’Anno in cui i Soffitti del Ventesimo e Ventunesimo
Salone Nord-Orientale sono crollati – Ultimo Giorno dello stesso Anno
N. 8 è etichettato: Primo Giorno dell’Anno in cui ho viaggiato verso il Novecentosessantesimo Salone Occidentale –
Quindicesimo Giorno del Decimo Mese dello stesso Anno
N. 9 è etichettato: Sedicesimo Giorno del Decimo Mese dell’Anno in cui ho viaggiato verso il Novecentosessantesimo
Salone Occidentale – Quarto Giorno del Quinto Mese dell’Anno in cui l’Albatros è arrivato nei Saloni Sud-Occidentali.
Il Diario attuale (n. 10) è stato iniziato il Quinto Giorno del Quinto Mese dell’Anno in cui l’Albatros è arrivato nei
Saloni Sud-Occidentali.
Uno degli svantaggi del tenere un diario è la difficoltà nel trovare sempre annotazioni importanti, perciò è mia
abitudine usare un taccuino come indice per tutti gli altri. In questo taccuino ho attribuito un certo numero di pagine a
ogni lettera dell’alfabeto (più pagine per le lettere più comuni, come A e C; meno per quelle poco ricorrenti, per esempio
Q e X). Sotto ogni lettera stilo un elenco di voci in base all’argomento e al punto in cui dovranno trovarsi nei miei Diari.
Rileggendo quello che ho già scritto mi sono reso conto di una cosa. Ho usato due sistemi diversi per numerare gli
anni. Come ho potuto non notarlo prima?
Sono colpevole di cattivo esercizio. È necessario un solo sistema di numerazione. Due provocano confusione,
incertezza, dubbio e scompiglio. (Ed esteticamente è sgradevole).
Seguendo il primo sistema ho indicato due annate come 2011 e 2012. Mi sembra decisamente banale. Inoltre non
riesco a ricordare cosa sia successo duemila anni fa per farmi ritenere quell’anno un buon punto di partenza. Seguendo il
secondo sistema ho indicato gli anni come: “l’Anno in cui ho dato un nome alle Costellazioni” e “l’Anno in cui ho contato
e dato un nome ai Morti”. Questo sistema mi piace molto di più. Dona a ogni anno una propria personalità. È il sistema
che userò d’ora in avanti.


Statue
ANNOTAZIONE PER IL DICIOTTESIMO GIORNO DEL QUINTO MESE DELL’ANNO IN CUI L’ALBATROS È ARRIVATO NEI SALONI SUD-
OCCIDENTALI

Vi sono alcune Statue che amo più delle altre. La Donna che sorregge un Alveare è una di queste.
Un’altra – forse la Statua che amo più di tutte – si trova accanto a una Porta fra il Quinto e il Quarto Salone Nord-
Occidentale. È la Statua di un Fauno, una creatura metà uomo e metà capra, con una testa di riccioli esuberanti. Sorride
e si preme la punta delle dita sulle labbra. Ho sempre avuto la sensazione che volesse dirmi qualcosa o, forse, avvertirmi:
Silenzio!, sembra dire. Stai attento! Ma a quale pericolo possa riferirsi, non l’ho mai saputo. Una volta l’ho sognato; era
in una foresta innevata e parlava con una bambina.
La Statua di un Gorilla che si trova nel Quinto Salone Settentrionale ha sempre attirato il mio sguardo. È raffigurato
accovacciato sulle Zampe Posteriori, proteso in avanti mentre si puntella sulle Braccia e sui Pugni Possenti. Il suo Volto
mi affascina. La Fronte Ampia proietta un’ombra sugli Occhi e in un essere umano quell’espressione si definirebbe
accigliata, ma nel Gorilla sembra significare l’esatto contrario. La Statua rappresenta molte cose fra le quali Pace,
Tranquillità, Forza e Resistenza.
Ma ne amo anche tante altre: il Bambino che suona i Cembali, l’Elefante che sorregge un Castello, i Due Re che
giocano a Scacchi. L’ultima che nominerò non è esattamente una preferita. Piuttosto è una Statua o, per essere più
precisi, una coppia di Statue che non manca mai di catturare la mia attenzione ogni volta che la vedo. Le due Statue
fiancheggiano la Porta Orientale del Primo Salone Occidentale. Sono alte circa sei metri e hanno due caratteristiche
insolite: prima cosa, sono molto più grandi delle altre Statue presenti nel Primo Salone Occidentale; seconda cosa, sono
incomplete. Il Busto di entrambe emerge dalla Parete all’altezza della Vita; le loro Braccia sono tese all’indietro per
spingere con forza; i Muscoli sono gonfi per lo sforzo e i Volti sono contorti. Non sono piacevoli da guardare. Sembra che
stiano soffrendo, che lottino per nascere; la lotta potrebbe essere vana, eppure loro non mollano. Le Teste sono
stranamente sormontate da corna, così le ho chiamate i “Giganti con le Corna”. Rappresentano lo Sforzo e la Lotta
contro un Destino Infelice.
È forse irrispettoso nei riguardi della Casa, il fatto che alcune Statue mi piacciano più di altre? A volte mi pongo la
domanda. Sono convinto che la Casa ami e benedica in egual misura tutto ciò che essa ha creato. Dovrei provare a farlo
anch’io? Eppure, allo stesso tempo, capisco che è proprio della natura umana preferire una cosa a un’altra, trovare una
cosa più significativa di un’altra.


Esistono gli alberi?
ANNOTAZIONE PER IL DICIANNOVESIMO GIORNO DEL QUINTO MESE DELL’ANNO IN CUI L’ALBATROS È ARRIVATO NEI SALONI SUD-
OCCIDENTALI

Molte cose sono ignote. Una volta – è stato circa sei o sette mesi fa – ho visto un frammento di un brillante colore
giallo fluttuare dolcemente su una Marea mite sotto il Quarto Salone Occidentale. Non capendo cosa potesse essere, ho
guadato le Acque e l’ho afferrato. Era una foglia, molto bella, con due lati curvi che terminavano ognuno con una punta.
Certo, è possibile che appartenesse a un tipo di vegetazione marina che non ho mai visto, ma ne dubito. La consistenza
mi sembrava sbagliata. La sua superficie respingeva l’Acqua, come se fosse destinata a vivere nell’Aria.






PARTE SECONDA
L’Altro











Batter-Sea
ANNOTAZIONE PER IL VENTINOVESIMO GIORNO DEL QUINTO MESE DELL’ANNO IN CUI L’ALBATROS È ARRIVATO NEI SALONI SUD-
OCCIDENTALI

Questa mattina, alle dieci, sono andato nel Secondo Salone Sud-Occidentale per incontrare l’Altro. Quando sono
entrato nel Salone, lui era già lì, appoggiato a un Plinto Vuoto, mentre tamburellava con le dita su uno dei suoi
scintillanti dispositivi. Indossava un completo di buon taglio in lana color antracite e una camicia candida che creava un
piacevole contrasto con la tonalità olivastra della sua pelle.
Senza alzare gli occhi dal suo dispositivo, ha detto: «Mi servono alcuni dati».
Si comporta spesso così: è talmente assorto in quello che sta facendo da dimenticarsi di dire «Salve» o «Arrivederci»,
oppure di chiedermi come sto. Io non ci bado. Ammiro la sua dedizione al lavoro scientifico.
«Quali dati?», gli ho chiesto. «Posso aiutarti?».
«Certamente», ha risposto. «A dire il vero, non andrei lontano se tu non mi aiutassi. Oggi l’argomento della mia
ricerca è...», a questo punto ha alzato gli occhi da quello che stava facendo e mi ha sorriso, «tu». L’Altro ha un sorriso
estremamente affascinante, quando ricorda di usarlo.
«Davvero?», ho detto. «Cosa stai tentando di scoprire? Hai una teoria su di me?».
«Ce l’ho eccome».
«E qual è?».
«Non posso dirtelo. Potrebbe influenzare i dati».
«Oh! Sì. È vero. Scusami».
«Non preoccuparti», ha risposto. «Essere curiosi è naturale». Ha collocato il suo scintillante dispositivo sul Plinto
Vuoto e ci ha girato intorno. «Siediti», ha detto.
Mi sono seduto sul Pavimento a gambe incrociate e ho aspettato che cominciasse con le sue domande.
«Comodo?», mi ha chiesto. «Bene. Adesso dimmi. Che cosa ricordi?».
«Che cosa ricordo?», ho domandato, confuso.
«Sì».
«Come domanda manca di specificità», ho commentato.
«Ciononostante», ha detto, «cerca di rispondere».
«Be’», ho cominciato, «suppongo che la risposta sia ogni cosa. Io ricordo ogni cosa».
«Sul serio?», ha detto. «È un’affermazione alquanto impegnativa. Ne sei sicuro?».
«Penso di sì».
«Fammi qualche esempio di cose che ricordi».
«Be’», ho detto, «supponiamo che tu stia per nominare un Salone che dista parecchi giorni di viaggio da qui. Posto
che io ci sia già stato, saprei dirti immediatamente come arrivarci. Saprei dirti il nome di tutti i Saloni che dovresti
attraversare. Saprei descriverti le Statue degne di nota che vedresti lungo le Pareti e, con un ragionevole grado di
precisione, saprei indicarti le loro collocazioni – a quale Parete sono appoggiate, se Settentrionale, Meridionale,
Orientale o Occidentale – e a che punto della Parete si trovano. Potrei anche elencare tutti...».
«Che mi dici di Batter-Sea?», mi ha chiesto l’Altro.
«Uhm... di cosa?».
«Batter-Sea. Ricordi Batter-Sea?».
«No... Io... Batter-Sea?».
«Sì».
«Non capisco...».
Ho aspettato che l’Altro si spiegasse, ma lui non ha detto niente. Ho visto che mi stava osservando molto
attentamente ed ero certo che quella domanda rivestisse un ruolo fondamentale nella ricerca che stava portando avanti,
ma quanto alla risposta che si aspettava da me, non ne avevo la più vaga idea.
«Batter-Sea non è una parola», ho detto alla fine. «Non ha alcun referente. Non c’è niente, nel Mondo, che
corrisponda a questa combinazione di suoni».
L’Altro non ha detto niente. Ha continuato a scrutarmi intensamente. L’ho fissato anch’io, turbato.
Poi: «Oh!», ho esclamato, con un’illuminazione improvvisa. «Ho capito che cosa stai facendo!». Ho iniziato a ridere.
«Che cosa sto facendo?», ha chiesto l’Altro, sorridendo.
«Hai bisogno di scoprire se ti sto dicendo la verità. Io ho appena detto che posso descriverti la strada per arrivare in
uno qualsiasi dei Saloni dove sono già stato. Ma tu non hai alcun modo per verificare la verità della mia affermazione.
Per esempio, se io ti descrivessi il Percorso che porta al Novantaseiesimo Salone Settentrionale, tu non sapresti se le mie
indicazioni sono precise, perché non ci sei mai stato. Perciò mi hai fatto una domanda che contiene una parola senza
senso: Batter-Sea. Molto astutamente hai scelto una parola il cui suono ricorda il nome di un luogo. Un luogo che è
battuto dal Mare. Adesso, se io avessi detto che ricordavo Batter-Sea e poi avessi descritto la strada per arrivarci, tu
avresti saputo che stavo mentendo. Che mi stavo soltanto dando delle arie. Hai messo tutto questo in una domanda di
verifica».
«Esattamente», ha detto lui. «È esattamente quello che sto facendo».
Abbiamo riso entrambi.
«Hai altre domande per me?», ho chiesto.
«No. Finite». Stava per girarsi e inserire i dati nel suo strumento scintillante, ma qualcosa di me ha attirato la sua
attenzione e lui mi ha lanciato un’occhiata perplessa.
«Che c’è?», ho chiesto.
«I tuoi occhiali. Che cosa gli è accaduto?».
«I miei occhiali?».
«Sì», ha insistito. «Sembrano un po’... strani».
«In che senso?».
«Le stanghette sono completamente ricoperte da strisce di qualcosa», ha detto. «E le estremità pendono di lato».
«Ah! Ho capito», ho risposto. «Sì! Le stanghette dei miei occhiali si rompono in continuazione. Prima la sinistra. E
poi la destra. L’Aria salmastra corrode la plastica. Sto sperimentando diversi modi per aggiustarle. Su quella destra ho
usato strisce di pelle di pesce e colla di pesce, sulla sinistra, invece, delle alghe. Questo ha funzionato meno».
«Sì», ha detto. «Lo immagino».
Nei Saloni sotto di noi la Marea in arrivo ha colpito una Parete. Bum. Si è ritratta, si è impennata di nuovo attraverso
le Porte e ha colpito la Parete della Stanza Adiacente. Bum. Bum. Bum. Si è ritratta di nuovo; di nuovo si è impennata.
Bum. Il Secondo Salone Sud-Occidentale ha vibrato come la corda di uno strumento quando viene pizzicata.
L’Altro sembrava essere in ansia. «Questa pareva molto vicina», ha detto. «Non dovremmo andarcene da qui?». Lui
non comprende le Maree.
«Non è necessario», ho detto.
«Okay», ha replicato. Ma non era affatto rassicurato. Aveva gli occhi sgranati e il suo respiro si è fatto più veloce e
corto. Lanciava occhiate continue da una Porta all’altra, come se si aspettasse di vedere l’Acqua inondarci da un
momento all’altro.
«Non voglio rimanere in trappola», ha detto.
Una volta l’Altro si trovava nell’Ottavo Salone Settentrionale. Una forte Marea proveniente dai Saloni Settentrionali
si innalzò nel Decimo Vestibolo seguita, pochi istanti dopo, da una Marea ugualmente forte che arrivava dai Saloni
Orientali nel Dodicesimo Vestibolo. Una smisurata quantità d’Acqua si riversò nei Saloni circostanti, compreso quello nel
quale stava l’Altro. L’Acqua lo afferrò e lo trascinò via scagliandolo attraverso le Porte e contro Pareti e Statue. Parecchie
volte si ritrovò completamente sommerso e pensò che sarebbe annegato. Alla fine le Maree lo scaraventarono sul
Pavimento del Terzo Salone Occidentale (a distanza di sette Saloni da dove lo avevano ghermito). Fu lì che lo trovai. Gli
procurai una coperta e della zuppa calda di alghe e cozze. Non appena fu in grado di camminare, sparì senza dire una
parola. Non so proprio dove andò. (Non so mai dove vada). Questo accadde nel Sesto Mese dell’Anno in cui ho dato un
nome alle Costellazioni. Da allora l’Altro ha paura delle Maree.
«Non c’è alcun pericolo», gli ho detto.
«Ne sei sicuro?», ha chiesto.
Bum. Bum.
«Sì», ho insistito. «Fra cinque minuti la Marea raggiungerà il Sesto Vestibolo e risalirà la Scalinata. Il Secondo
Salone Meridionale – due Saloni a est da qui – sarà inondato per un’ora. Ma l’Acqua non salirà oltre il livello delle
caviglie e non arriverà fino a noi».
Lui ha annuito, ma il livello della sua ansia è rimasto elevato e, poco dopo, se n’è andato.
Nel primo pomeriggio sono andato a pesca nell’Ottavo Vestibolo. Non stavo pensando alla mia conversazione con
l’Altro; pensavo, invece, alla mia cena e alla bellezza delle Statue illuminate dalla Luce Pomeridiana. Ma mentre ero lì,
intento a gettare la rete nelle Acque della Scalinata Inferiore, un’immagine si è formata davanti ai miei occhi. Ho visto
uno scarabocchio nero su un Cielo grigio e il baluginio di qualcosa di un rosso intenso; delle parole venivano sospinte
verso di me – parole bianche su uno sfondo nero. Contemporaneamente, c’è stato un gran frastuono e un sapore
metallico sulla mia lingua. E mi è sembrato che tutte le immagini – davvero non più di frammenti o fantasmi di immagini
– si fondessero intorno alla strana parola “Batter-Sea”. Ho tentato di trattenerle, di metterle a fuoco, ma, come in un
sogno, sono sbiadite e poi scomparse.


Una croce bianca
ANNOTAZIONE PER IL TRENTESIMO GIORNO DEL QUINTO MESE DELL’ANNO IN CUI L’ALBATROS È ARRIVATO NEI SALONI SUD-
OCCIDENTALI

Se esaminate il mio Diario precedente (Diario n. 9), vedrete che ho scritto molto poco negli ultimi mesi dello scorso
anno e nel primo mese e mezzo di quello attuale. (Questo accade, a volte, per un motivo che spiegherò più avanti).
Durante questo periodo accadde un evento del quale ho sempre avuto intenzione di scrivere. Lo farò adesso.
Era il cuore dell’Inverno. La neve si era accumulata sui Gradini delle Scalinate. Ogni Statua nei Vestiboli indossava
un mantello, un velo o un cappello di neve. Ogni Statua con un Braccio teso (ce ne sono molte) aveva un ghiacciolo
appeso alla mano come una spada ciondolante, oppure una fila di ghiaccioli che pendevano dal Braccio come piume in
procinto di spuntare.
C’è una cosa che so, ma che dimentico sempre: l’Inverno è duro. Il freddo persiste senza tregua e mantenersi al
caldo è difficile e richiede molto sforzo. Ogni anno, quando l’Inverno si avvicina, mi congratulo con Me Stesso per la
nutrita scorta di alghe secche che uso come combustibile ma, mentre i giorni, le settimane e i mesi si protraggono, sono
sempre meno sicuro di averne a sufficienza. Indosso tutti gli indumenti che riesco a infilarmi. Ogni venerdì faccio un
bilancio del combustibile e calcolo quanto me ne posso permettere in modo che duri fino alla Primavera.
Nel Dodicesimo Mese dello scorso anno l’Altro sospese il proprio lavoro sulla Grande e Segreta Conoscenza e
cancellò i nostri incontri perché disse che faceva troppo freddo per stare in piedi a parlare. Io avevo le dita
addormentate per il gelo – cosa che a poco a poco rovinò la mia grafia. Alla fine smisi di scrivere del tutto il mio Diario.
Circa a metà del Primo Mese, da sud arrivò il Vento. Soffiò senza sosta per giorni e, sebbene io facessi del mio meglio
per non lamentarmene, fu una prova molto difficile. Soffiava Neve gelida nei Saloni. Soffiava su di me, durante la notte,
mentre ero nel mio letto nel Terzo Salone Settentrionale. Ululava nei Vestiboli, afferrando manciate di neve e
trasformandole in piccoli fantasmi.
Il Vento non aveva soltanto lati negativi. A volte soffiava nei piccoli vuoti e nelle fenditure delle Statue e le faceva
cantare e fischiare in modo sorprendente; prima di allora non avevo mai saputo che le Statue avessero delle voci, e la
cosa mi strappò risate di assoluto piacere.
Un giorno mi svegliai presto e andai al Quarantatreesimo Vestibolo. I Saloni che attraversai erano grigi e poco
illuminati, con appena una traccia di Luce che arrivava dalle Finestre – un’idea di Luce, più che la Luce in sé.
Avevo intenzione di raccogliere delle alghe, sia per nutrirmene che per farne del combustibile. Di solito dovevo
aspettare la Primavera, l’Estate e l’Autunno affinché le alghe si seccassero. L’Inverno è troppo freddo e umido. Ma mi era
venuto in mente che, se potevo appendere le alghe in un punto alto (magari sulla cornice di una Porta), il vento le
avrebbe asciugate in fretta. L’unica difficoltà sarebbe stata fissare bene le alghe in modo che non venissero trascinate
via. Avevo pensato a tre modi diversi per farlo ed ero ansioso di sperimentarli tutti per vedere quale si sarebbe
dimostrato il più efficace.
Mentre attraversavo l’Undicesimo Salone Occidentale, il Vento mi spostava da una Pietra del Pavimento all’altra
come se fossi una pedina sulla scacchiera. (Eseguii qualche mossa altamente originale!).
Scesi la Scalinata nel Quarantatreesimo Vestibolo ed entrai nel Trentasettesimo Salone Sud-Occidentale. Tra gli
effetti del Vento c’era anche quello di rendere le Alte Maree molto più alte e violente del solito; le Basse Maree erano, in
compenso, più basse. Proprio allora c’era Bassa Marea e il Mare si era ritirato così tanto che il Salone era
completamente privo d’Acqua (cosa che accade molto di rado). Era disseminato delle tracce della Marea: alghe che
ondeggiavano al vento come piccoli striscioni, sassolini, stelle marine e conchiglie che risuonavano rotolando sul
Pavimento di Pietra quando il Vento le inseguiva.
Era presto, appena pochi istanti dopo l’Alba. Riuscivo a vedere il pallido Cielo dorato riflesso su alcune Finestre che
davano sul Cortile. Davanti a me, le Acque grigie e in continuo movimento erano incorniciate in una Porta che conduceva
al Salone successivo. La turbolenza dell’Acqua contrastava con le linee rigorose della Porta.
Mi chinai e cominciai a raccogliere le alghe fredde e bagnate. Persino un lavoro così semplice era reso più difficile
dal Vento, dal momento che gran parte della mia energia doveva essere spesa per rimanere fermo nello stesso punto.
Inoltre, il Vento ghermiva i ciuffi di alghe che mi frustavano le mani e le rendevano dolenti e gelide.
Dopo un po’ mi raddrizzai per dare sollievo alla schiena. Ancora una volta, sollevai lo sguardo verso la Porta che
immetteva nel Salone attiguo.
Ebbi una visione! Nell’Aria nebbiosa che sormontava le Onde grigie, era sospesa una croce bianca e scintillante. Il
suo candore era sfavillante; metteva in ombra la Parete di Statue alle sue spalle. Era bella, ma non la capivo. Un attimo
dopo arrivò una sorta di illuminazione: non era affatto una croce, ma qualcosa di vasto e bianco che scivolava
rapidamente verso di me sulle ali del Vento.
Che cosa poteva essere? Un uccello, non c’era dubbio, ma se riuscivo a vederlo pur essendo così distante doveva
essere un uccello mille volte più grande di quelli cui ero abituato. L’uccello avanzava rapidamente, dritto verso di me.
Allargai le braccia in risposta alle sue ali spiegate, come se volessi abbracciarlo. Parlai a voce alta. Benarrivato!
Benarrivato! Benarrivato! Era quello che pensavo di voler dire, ma il Vento mi tolse il fiato e tutto quello che riuscii a
proferire fu: «Arrivato! Arrivato! Arrivato!».
L’uccello sfrecciò sulle Onde gonfie senza mai battere un colpo d’ala. Con grande maestria e facilità si inclinò
leggermente di lato per oltrepassare la Porta che ci separava. La sua apertura alare superava persino l’ampiezza della
Porta. Sapevo cos’era! Un albatros!
Eppure, l’albatros proseguiva, dritto su di me, e mi venne in mente uno stranissimo pensiero: forse io e lui eravamo
destinati a fonderci e, insieme, ci saremmo trasformati in un essere di ordine completamente diverso: un Angelo! Questo
pensiero mi elettrizzò e mi spaventò, ma rimasi ugualmente fermo, a braccia spalancate, come un’immagine speculare
del volo dell’albatros. (Pensai a quanto sarebbe rimasto sorpreso l’Altro quando sarei entrato nel Secondo Salone Sud-
Occidentale volando sulle mie Ali d’Angelo e portando un messaggio di Pace e di Gioia!). Il mio cuore batteva rapido.
Nel momento in cui mi raggiunse – il momento in cui pensai che saremmo entrati in collisione come due Pianeti e
diventati uno solo! –, lanciai una sorta di sospiro urlato – Aahhh! Nello stesso istante, sentii una specie di tensione
repressa uscire da me, una tensione di cui, fino a quel momento, avevo ignorato l’esistenza. Enormi ali bianche
passarono sopra di me. Sentii il fruscio e l’odore dell’Aria che quelle ali si portavano dietro, l’odore intenso, pungente e
salmastro delle Maree e dei Venti Lontani che avevano vagato per distanze enormi, attraverso Saloni che io non avrei
mai visto.
All’ultimo momento l’albatros virò sopra la mia spalla sinistra. Caddi sul Pavimento. L’uccello sbatté le ali in modo
frenetico, spaventato, tese le sottili zampe rosa e ruzzolò, ridotto a una sorta di ammasso, sul Pavimento. In Aria
l’albatros era un essere miracoloso – un Essere Celestiale – ma sulle Pietre del Pavimento era mortale e soggetto alla
stessa goffaggine e vergogna degli altri mortali.
Ci tirammo su entrambi. Ora che era sul Pavimento asciutto, sembrava più grande che mai: la sua testa mi arrivava
quasi allo sterno.
«Sono molto felice di vederti», dissi. «Benarrivato. Sono l’Abitante di questi Saloni. Uno degli Abitanti. Ce n’è un
altro, ma non ama gli uccelli e perciò, probabilmente, non lo vedrai».
L’albatros aprì le ali e allungò il collo verso il Soffitto. Emise un suono strano, una specie di ronzio e degli schiocchi
che io interpretai come il suo modo di salutarmi. Il dorso delle ali era scuro, quasi nero, con una chiazza bianca a forma
di stella su ognuna.
Tornai alla mia opera di raccolta delle alghe. L’albatros si aggirava per il Salone. I suoi piedi palmati rosa-grigiastri,
battendo sul Pavimento, sembravano schiaffeggiarlo sonoramente. Di tanto in tanto veniva a vedere quello che stavo
facendo, come se gli interessasse.
Il giorno successivo tornai. L’albatros era salito sulla Scalinata e stava esaminando il Quarantatreesimo Vestibolo. Ma
non solo: immaginate la mia gioia quando scoprii che il Vestibolo, adesso, ospitava due albatros! Sua moglie lo aveva
raggiunto! (O forse il primo albatros era una femmina e l’altro era suo marito. Non possedevo informazioni sufficienti per
avere certezze su questo punto). Il nuovo albatros (lei o lui) aveva un disegno diverso sul dorso delle ali: una fantasia di
macchioline bianche, simile a una pioggia d’argento. I due albatros spiegarono le ali; danzarono uno intorno all’altra;
puntarono i becchi verso il Soffitto ed emisero acuti stridii pieni di gioia; batterono i becchi per esprimere la loro felicità.
Pochi giorni dopo, andai a trovarli di nuovo. Questa volta sembravano più silenziosi e nel Vestibolo regnava un’aria di
sconforto e abbattimento. L’albatros che pensavo fosse il maschio (quello con le stelle sulle ali) aveva riportato dai Saloni
Inferiori una gran quantità di alghe. Ne prendeva dei grumi con il becco e ne faceva dei cumuli. Pochi minuti dopo quella
disposizione non gli piaceva più, quindi raccoglieva di nuovo tutte le alghe e tentava di sistemarle in un altro punto.
Eseguì questa operazione forse una dozzina di volte.
«Credo di capire il tuo problema», dissi. «Sei venuto qui per costruire un nido. Ma non riesci a trovare il materiale
che ti serve. Qui ci sono soltanto alghe fredde e bagnate e tu hai bisogno di qualcosa di più asciutto per creare un nido
confortevole per le tue uova. Non preoccuparti. Ti aiuterò io. Ho una scorta di alghe secche. Parlando da non-volatile,
sono sicuro che sarebbero un materiale molto più adeguato alla costruzione. Vado subito a prenderle».
L’albatros con le stelle aprì le ali e allungò il collo; puntò il becco al Soffitto ed emise il solito schiocco rauco. Così
esprimeva il suo entusiasmo, pensai.
Tornai nel Terzo Salone Settentrionale. Foderai una rete da pesca con della plastica spessa. Al suo interno collocai la
quantità di materiale che reputai adeguata per il nido di due uccelli così grandi. Era l’equivalente di circa tre giorni di
combustibile. Non era una quantità trascurabile e sapevo che, dandola via, forse avrei sofferto il freddo più a lungo. Ma
che cos’erano pochi giorni di freddo in confronto all’ingresso di un nuovo albatros nel Mondo? Al cumulo delle alghe
aggiunsi altre due cose: alcune piume bianche e pulite che avevo trovato e tenuto solo perché mi piacevano, e un vecchio
maglione di lana che aveva talmente tanti buchi che difficilmente sarebbe stato utile come indumento, ma che avrebbe
funzionato a perfezione come fodera per un uovo prezioso.
Trascinai la rete fino al Quarantatreesimo Vestibolo. Fui immediatamente ricompensato dall’interesse che l’albatros
maschio dimostrò per il suo contenuto; afferrò con il becco una certa quantità di alghe secche e cominciò a disporle in
punti diversi.
Poco tempo dopo, gli albatros costruirono un alto nido, con la base larga circa un metro, e vi deposero un uovo. Gli
albatros sono eccellenti genitori; si sono dedicati completamente al loro uovo e adesso sono altrettanto diligenti nella
cura del pulcino. Il piccolo cresce lentamente e ancora non ha mostrato alcun segno di essere pronto a mettere le piume.
Ho battezzato quest’anno come “l’Anno in cui l’Albatros è arrivato nei Saloni Sud-Occidentali”.


Gli uccelli se ne stanno in silenzio nel Sesto Salone Occidentale
ANNOTAZIONE PER IL TRENTUNESIMO GIORNO DEL QUINTO MESE DELL’ANNO IN CUI L’ALBATROS È ARRIVATO NEI SALONI SUD-
OCCIDENTALI

Da quando i Soffitti del Ventesimo e del Ventunesimo Salone Nord-Orientale sono crollati due anni fa, il Tempo in
questa Regione della Casa è cambiato. Le Nuvole scendono dai Soffitti Rotti fino ai Saloni Centrali dove, normalmente,
non arriverebbero. Questo rende il Mondo gelido e grigio.
Questa mattina mi sono svegliato rabbrividendo per il freddo. Una Nuvola era penetrata nel Terzo Salone
Settentrionale, dove io dormo. Le Statue erano ridotte a delicate immagini bianche dipinte su Nebbia bianca.
Mi sono alzato in fretta e mi sono occupato delle faccende quotidiane. Ho raccolto alghe nel Nono Vestibolo e ho
fatto colazione con una zuppa calda e nutriente; poi sono partito per andare nel Terzo Salone Sud-Occidentale e
continuare a lavorare al Catalogo delle Statue.
La Casa era singolarmente silenziosa. Nessun uccello in volo; nessun uccello che cantava. Dov’erano andati tutti? A
quanto pare anche loro ritenevano opprimente il Mondo Nuvoloso. Alla fine li ho trovati nel Sesto Salone Occidentale. Si
erano radunati lì, appollaiati sulle Spalle e sulle Teste di tutte le Statue, sui Plinti e sulle Colonne, seduti in silenzio, in
attesa.


I Saloni Sommersi
ANNOTAZIONE PER L’OTTAVO GIORNO DEL SESTO MESE DELL’ANNO IN CUI L’ALBATROS È ARRIVATO NEI SALONI SUD-OCCIDENTALI

L’ala Est del Primo Vestibolo della Casa è fatiscente. Pezzi di muratura e Statue sono caduti dai Saloni Superiori in
quelli Centrali e Inferiori, attraverso i Pavimenti Rotti, e hanno bloccato le Porte. Questa è un’Area che copre forse
quaranta o cinquanta Saloni dove le Maree non possono penetrare. Con il passare del tempo, le Acque Marine si sono
ritirate e questi Saloni sono stati riempiti dalla Pioggia, che ha formato Laghi scuri e immobili, colmi d’acqua fresca. Le
loro Finestre sono semisommerse dall’Acqua o oscurate dai residui di Muratura, per questo gli ambienti sono in ombra e
indistinti. Isolati a causa delle Maree, di solito vi regna il silenzio.
Questi sono i Saloni Sommersi.
Ai Margini di questa Regione le Acque sono basse, placide e ricoperte di ninfee, ma al centro sono profonde e infide,
piene di Macerie e Statue inabissate. La maggior parte dei Saloni Sommersi è inaccessibile, ma in alcuni è possibile
entrare dai Livelli Superiori.
Contengono gigantesche Statue di Uomini Barbuti e dalle Teste ricciolute che si sforzano disperatamente per uscire
dai confini delle Pareti protendendo il Busto al di sopra delle Acque Scure. Ce n’è una in particolare che si sporge
talmente tanto che la sua ampia Schiena muscolosa forma una piattaforma quasi orizzontale, a circa mezzo metro sopra
il livello dell’Acqua, che è un ottimo punto per mettersi a pescare.
La pesca notturna è la migliore, quando i pesci si immergono per giocare nelle pozze di Luce Lunare ed è facile
vederli.


Le Nuvole sopra il Diciannovesimo Salone Orientale
ANNOTAZIONE PER IL DECIMO GIORNO DEL SESTO MESE DELL’ANNO IN CUI L’ALBATROS È ARRIVATO NEI SALONI SUD-
OCCIDENTALI

C’è stato un tempo in cui non osavo vivere troppo vicino alle Maree. Quando udivo il loro Ruggito, correvo a
nascondermi. Nella mia ignoranza, temevo di venire catturato dalle loro Acque e annegare.
Per quanto mi era possibile mi tenevo nei Saloni Asciutti, dove le Statue non sono rivestite di brandelli di alghe o
corazzate da incrostazioni di crostacei, dove l’Aria non ha preso l’aroma delle Maree. Saloni, in altre parole, che in Tempi
recenti non sono stati inondati. L’Acqua non era un problema; quasi tutti i Saloni contengono Cascate di Acqua Fresca (a
volte capita di vedere una Statua quasi tagliata in due dall’Acqua che le si riversa addosso da secoli). Il cibo, invece, era
un’altra questione; per quello dovevo per forza sfidare le Maree. Andavo nei Vestiboli e scendevo le Scalinate che
conducono ai Saloni Inferiori, fino al Bordo dell’Oceano. Ma la Forza delle Onde mi spaventava.
Persino allora sapevo che le Maree non erano casuali. Capii che, se riuscivo a registrarle e documentarle, sarei stato
capace di prevederne la comparsa. Quello fu l’inizio della mia Tavola. Ma, sebbene afferrassi qualcosa riguardo al
movimento delle Maree, non avevo compreso niente della loro Natura. Pensavo che una Marea fosse molto simile a tutte
le altre. Rimasi di sasso quando andai a vedere una Marea, aspettandomi di trovarla ricca di pesci e alghe, e la trovai
invece luminosa, pulita, vuota.
Spesso ero affamato.
La paura e la fame mi obbligarono a esplorare la Casa e così scoprii che i Saloni Sommersi erano stracolmi di pesci.
Le Acque che li abitavano erano calme e non mi facevano tanta paura. La difficoltà, in questo caso, risiedeva nel fatto
che i Saloni Sommersi erano completamente assediati da Rovine, su ogni lato. Per raggiungerli era necessario salire ai
Saloni Superiori e poi ridiscendere passando sui Rottami attraverso le enormi Fratture e Lacerazioni che solcavano il
Pavimento.
Una volta, era da due giorni che non mangiavo, decisi di andare nei Saloni Sommersi in cerca di cibo. Risalii fino ai
Saloni Superiori. Già quest’operazione in sé non era semplice per una persona indebolita come me. Le Scalinate, per
quanto siano di dimensioni diverse, sono perlopiù costruite secondo lo stesso ordine di nobile grandezza, come il resto
della Casa, e ogni Gradino è circa due volte più alto di quanto sarebbe comodo per me. (È come se Dio, in origine, avesse
edificato la Casa per popolarla di Giganti prima di cambiare inspiegabilmente idea).
Passai in uno dei Saloni Superiori, quello collocato direttamente sopra il Diciannovesimo Salone Orientale. Da lì
intendevo scendere nei Saloni Sommersi, ma con mio grande sconcerto scoprii che il Salone era invaso dalle Nuvole: un
vuoto gelido, grigio, umido.
Avevo con me il mio Diario. Consultandolo scoprii che ero già stato in quelle Vicinanze e, tra l’altro, avevo preso
appunti dettagliati sul Salone adiacente; quello sovrastante il Ventesimo Salone Orientale. Avevo descritto i personaggi
raffigurati nelle Statue e le loro condizioni e avevo persino abbozzato un ritratto di una di esse. Ma di quel Salone – del
Salone sulla cui soglia ora mi trovavo, il Salone che era pieno di Nuvole –, di quel Salone non avevo scritto assolutamente
niente.
Oggi considererei una pazzia intraprendere un viaggio in un Salone del quale non ho né una visuale adeguata né
alcuna annotazione, ma oggi non mi permetterei nemmeno di arrivare a essere affamato come lo ero allora.
I Saloni contigui, di solito, hanno diverse caratteristiche in comune. Quello subito dietro di me misurava
approssimativamente duecento metri in lunghezza e centoventi in larghezza, perciò c’erano buone probabilità che il
Salone che avevo davanti fosse simile. Non sembrava una distanza impossibile; ero più preoccupato per le Statue. Da
quello che potevo vedere, riproducevano figure Umane o Semiumane, tutte due o tre volte più alte di me e tutte nel bel
mezzo di azioni violente: Uomini che lottavano, Donne e Uomini trascinati via da Centauri o Satiri, Piovre che
squartavano Persone. In quasi tutte le Regioni della Casa l’espressione delle Statue era gioiosa o serena oppure
dominata da una calma trascendente; ma lì i Volti erano contorti in urla di rabbia o sofferenza.
Decisi di procedere con cautela. Andare a sbattere contro un braccio o una gamba di marmo protesi è doloroso.
Entrai nella Nuvola e, lentamente, avanzai lungo il Lato Settentrionale del Salone. Le Statue emergevano, una dopo
l’altra, dal biancore della Nuvola. Ricoprivano la Parete in modo talmente fitto ed erano talmente contorte in forme
tortuose che era come camminare sotto i rami spioventi di una grande foresta di Braccia e Gambe.
Una Statua si era ribaltata e giaceva in pezzi sul Pavimento. Questo avrebbe dovuto mettermi in allerta.
Arrivai in un punto in cui una Statua sporgeva molto fuori dalla Parete. Raffigurava un Uomo con l’enorme Corpo
disteso di schiena sul Pavimento che si dimenava con le Braccia allungate oltre la Testa, mentre un Centauro lo
calpestava. I Palmi delle sue grandi Mani erano rivolti verso l’alto e le Dita piegate dalla sofferenza. Mi staccai dalla
Parete di un passo per girargli intorno e il mio piede poggiò sul...
...nulla.
Niente Pavimento! Nessun Pavimento di Pietra sotto di me! Stavo per cadere! Terrorizzato, balzai verso la Parete.
Immediatamente, fui catturato! Giacevo sospeso sul Vuoto, troppo terrorizzato per muovermi, con la mente obnubilata
dalla paura e dallo shock. Per chissà quale miracolo ero caduto nelle Mani dell’Uomo Calpestato. Le Mani erano
gocciolanti e terribilmente scivolose; ogni mio movimento rischiava di farmi perdere la presa e precipitarmi nel Vuoto.
Gemendo per la paura e aggrappandomi saldamente all’Uomo Calpestato con ogni atomo della mia forza, avanzai un
centimetro dopo l’altro lungo il suo Braccio fino alla Testa; dalla Testa fino al Petto e quindi nel suo Grembo dove mi
accoccolai. Il Corpo del Centauro Aggressore formava una sorta di soffitto due o tre centimetri sopra la mia testa. La
Nuvola era così densa che non riuscivo a vedere dove ricominciava il Pavimento.
Rimasi lì per tutto il giorno e tutta la notte, affamato, quasi morto di freddo, ma profondamente grato all’Uomo
Calpestato per avermi salvato. Al mattino arrivò il Vento e sospinse la Nuvola verso ovest. Sbirciai nel grande Squarcio
nel Pavimento e vidi il vertiginoso dislivello – trenta metri o più – fino alle Acque calme dei Saloni Sommersi sottostanti.


Una conversazione
ANNOTAZIONE PER L’UNDICESIMO GIORNO DEL SESTO MESE DELL’ANNO IN CUI L’ALBATROS È ARRIVATO NEI SALONI SUD-
OCCIDENTALI

Oltre agli incontri regolari con l’Altro e alla silenziosa e consolatoria presenza dei Morti, ci sono gli uccelli. Gli uccelli
non sono difficili da capire. Il loro comportamento mi dice quello che stanno pensando. In generale, i discorsi sono i
seguenti: Questo è cibo? Che cos’è questo? Potrebbe essere cibo. Sono quasi certo che lo sia. Oppure, talvolta: Sta
piovendo. Non mi piace.
Sebbene siano sufficienti per un breve scambio di battute amichevoli, tali commenti non lasciano intravedere una
vasta e profonda intelligenza. Eppure, mi è capitato di pensare che negli uccelli possa esserci una saggezza molto
maggiore di quanto non appaia a prima vista, una saggezza che si rivela soltanto in modo indiretto e intermittente.
Una volta – era una sera d’Autunno – arrivai sulla Soglia del Dodicesimo Salone Sud-Orientale, con l’intenzione di
attraversare il Diciassettesimo Vestibolo. Scoprii che era impossibile entrarvi; il Vestibolo era pieno di uccelli e gli uccelli
erano tutti in volo. Si libravano in cerchi e spirali creando una danza vorticosa. Riempivano il Vestibolo come una colonna
di fumo che qua e là si faceva più scura e fitta e un istante dopo più chiara e diradata. Avevo assistito a quella danza in
svariate occasioni, sempre nel pomeriggio e negli ultimi mesi dell’anno.
Un’altra volta entrai nel Nono Vestibolo e lo trovai pieno di uccellini più piccoli. Erano di razze diverse, ma perlopiù
si trattava di passeri. Avevo mosso appena qualche passo nel Vestibolo, quando uno stormo piuttosto nutrito si alzò in
volo nell’Aria. Volarono insieme, in un colpo solo, fino alla Parete Orientale, poi sempre come un corpo unico fino alla
Parete Meridionale e poi si girarono e volarono intorno a me in una morbida spirale.
«Buongiorno», dissi. «Spero che stiate bene».
Quasi tutti gli uccelli si dispersero su vari punti d’appoggio, ma un gruppetto – forse una decina – volò sulla Statua di
un Giardiniere nell’Angolo Nord-Ovest. Restarono lì per una trentina di secondi al massimo poi, sempre insieme, salirono
su una Statua più alta appoggiata alla Parete Occidentale: la Donna che sorregge un Alveare. Rimasero sulla Statua per
un minuto circa e poi volarono via.
Mi chiesi perché, delle mille e più Statue che popolavano il Vestibolo, gli uccellini avessero scelto di appollaiarsi
proprio su quelle due. Mi venne in mente – ma fu soltanto un pensiero ozioso – che entrambe le Statue potevano essere
considerate rappresentazioni della Solerzia. Il Giardiniere è vecchio e curvo, ma nonostante questo scava con molta cura
nel suo giardino. La Donna si dedica alla sua professione di custode delle api e anche l’Alveare che porta è pieno di api
pazientemente dedite ai propri compiti. Forse gli uccelli mi stavano dicendo che anch’io dovevo darmi da fare? Mi
sembrava improbabile. Dopotutto, ero già molto attivo! Proprio in quel momento stavo andando nell’Ottavo Vestibolo per
pescare. Portavo in spalla delle reti da pesca e avevo anche una trappola per aragoste ricavata da un vecchio secchio.
Di fronte a questo, il suggerimento degli uccelli – se si trattava di un suggerimento – sembrava non avere senso, ma
decisi ugualmente di seguire quell’insolita linea di pensiero e vedere dove mi portava. Quel giorno catturai sette pesci e
quattro aragoste. Non ne rigettai in acqua nessuno.
Quella notte arrivò da ovest un Vento che portò con sé un’inaspettata Tempesta. Le Maree divennero turbolente e i
pesci furono trascinati in Mare aperto, lontano dai soliti Saloni. Per i due giorni successivi non vi fu traccia di pesci e, se
io non avessi seguito il suggerimento degli uccelli, difficilmente avrei avuto qualcosa da mangiare.
L’esperienza vissuta mi portò a formulare un’ipotesi: forse la saggezza degli uccelli non risiede nel soggetto singolo,
ma nello stormo, nella collettività. Ho cercato di ideare un esperimento che dimostrasse questa teoria. Il problema, a mio
parere, è che è impossibile sapere in anticipo quando tali eventi si verificheranno; e perciò l’unico modo plausibile per
procedere consiste in mesi – più probabilmente anni – di accurata osservazione e meticolosa annotazione dei dati.
Sfortunatamente, in questo momento non è possibile perché gran parte del mio tempo è occupata dal lavoro che svolgo
insieme all’Altro (mi riferisco, ovviamente, alla nostra ricerca della Grande e Segreta Conoscenza).
Tuttavia, è con questa ipotesi in mente che ho preso nota di una cosa accaduta questa mattina.
Sono entrato nel Secondo Salone Nord-Orientale e, com’era accaduto nel Nono Vestibolo, l’ho trovato pieno di piccoli
uccelli di specie diverse. Ho gridato loro un gioioso «Buongiorno!».
Immediatamente, una ventina di volatili è sfrecciata in volo verso la Parete Settentrionale e si è posata sulle Alte
Statue. Poi sono volati tutti insieme verso la Parete Occidentale.
Mi è tornato in mente che, in precedenza, quel comportamento era stato il prologo a un messaggio.
«Sono attento!», gli ho gridato. «Cosa vorreste dirmi?».
Ho osservato molto attentamente quello che hanno fatto dopo.
Gli uccelli si sono divisi in due gruppi. Un gruppo è volato sulla Statua di un Angelo che suona una Tromba; l’altro
sulla Statua di una Nave che viaggia su piccole Onde.
«Un angelo con una tromba e una nave», ho detto. «Molto bene».
Il primo gruppo è volato sulla Statua di un Uomo che legge un grosso Libro; il secondo sulla Statua di una Donna che
esibisce un largo Piatto o Scudo; sullo Scudo sono raffigurate delle Nuvole.
«Un libro e delle nuvole», ho detto. «Sì».
Infine, il primo gruppo è volato sulla Statua di un Bimbo che china la Testa per osservare un Fiore che tiene in Mano;
la Testa del Bimbo è ricoperta da una tale esuberanza di Riccioli che sembrano anch’essi i petali di un fiore; il secondo
gruppo di uccelli è volato sulla Statua di un Sacco di Grano che viene divorato da un’Orda di Topi.
«Un bimbo e dei topi», ho detto. «Benissimo. Capisco».
Gli uccelli si sono sparpagliati nel Salone.
«Grazie!», ho gridato. «Grazie!».
Supponendo che la mia ipotesi sia corretta, questa è di sicuro la comunicazione più elaborata che gli uccelli mi
abbiano offerto. Qual è il suo significato?
Un angelo con una tromba e una nave. Un angelo con una tromba suggerisce un messaggio. Un messaggio festoso?
Forse. Ma un angelo potrebbe anche recare un messaggio austero o solenne. Perciò il carattere del messaggio, buono o
cattivo che sia, rimane incerto. La nave suggerisce un lungo viaggio. Un messaggio che arriva da lontano.
Un libro e delle nuvole. Un libro contiene Cose Scritte. Le Nuvole nascondono le cose. Una scrittura in un certo
senso oscura.
Un bimbo e dei topi. Il bimbo rappresenta l’Innocenza. I topi stanno divorando il grano. A poco a poco, si riduce.
L’innocenza che viene logorata o erosa.
Quindi, per quanto ne so, questo è ciò che mi hanno detto gli uccelli. Un messaggio da lontano. Scritti oscuri.
Innocenza erosa.
Interessante.
Lascerò passare un po’ di tempo – cioè, qualche mese – e poi riesaminerò questa comunicazione per vedere se gli
eventi accaduti nel frattempo possono gettare qualche luce su di essa (e viceversa).


Addy Domarus
ANNOTAZIONE PER IL QUINDICESIMO GIORNO DEL SESTO MESE DELL’ANNO IN CUI L’ALBATROS È ARRIVATO NEI SALONI SUD-
OCCIDENTALI

Questa mattina, nel Secondo Salone Sud-Occidentale, l’Altro ha detto: «Oggi ho intenzione di lavorare al rituale,
quindi potresti non voler rimanere nei paraggi».
Il Rituale è una parte di una cerimonia magica tramite la quale l’Altro intende liberare la Grande e Segreta
Conoscenza dalla forza che la tiene prigioniera nel Mondo, qualunque essa sia, e trasferirla a noi. Finora lo abbiamo
eseguito quattro volte, ognuna in una versione leggermente diversa.
«Ho apportato alcuni cambiamenti», ha proseguito, «e voglio sentire come suonano, in situ, per così dire».
«Ti aiuterò», ho detto, con entusiasmo.
«Bene», ha risposto. «Ma solo a patto che non ti metti a chiacchierare. Ho bisogno di concentrazione. Di chiarezza».
«Assolutamente», ho detto.
Oggi l’Altro indossava un completo grigio chiaro con camicia bianca e scarpe nere. Ha appoggiato il suo scintillante
dispositivo sopra il Plinto Vuoto. «Questa è un’evocazione, e nelle evocazioni il veggente deve guardare a est», ha detto.
«Qual è l’est?».
Gliel’ho indicato.
«Giusto», ha detto.
«Dove posso mettermi?».
«Dove vuoi. Non ha importanza».
Ho preso posto a distanza di due metri in direzione sud dal punto in cui si trovava l’Altro e ho deciso che avrei
guardato a nord – cioè verso di lui. Non ho una reale opinione o conoscenza riguardo ai rituali, ma quella mi è parsa una
posizione adeguata per un adepto, subalterno ma collegato all’Interprete dei Misteri.
«Che cosa posso fare?», ho domandato.
«Niente. Resta in silenzio e basta, come ti ho detto».
«Mi concentrerò sul fornirti la forza del mio Spirito», ho risposto.
«Bene. Ottimo. Fallo». È tornato un attimo al suo scintillante dispositivo per controllare qualcosa. «Okay», ha detto.
«La prima parte del rituale è quella che ho cambiato di più. Finora mi sono limitato a invocare la conoscenza e a
chiederle di venire da me e donarsi. Però non mi sembra di aver ottenuto qualcosa in questo modo, quindi ho intenzione
di evocare lo spirito di Addy Domarus».
«Chi o che cos’è Addy Domarus?», ho chiesto.
«Un re. Morto da molto tempo. Uno che possedeva la conoscenza. O una sua parte, in ogni caso. L’ho evocato con
successo per avere il suo aiuto in altri rituali, in particolare per...». Si è fermato di colpo e per un breve istante mi è
parso confuso. «L’ho evocato con successo in passato», ha concluso.
L’Altro ha assunto la nobile postura di un Interprete dei Misteri. Ha raddrizzato la schiena, tirato indietro le spalle e
sollevato la testa. Mi ha ricordato la Statua di uno Ierofante nel Diciannovesimo Salone Meridionale.
All’improvviso, il significato di quello che aveva detto mi ha colpito.
«Oh!», ho esclamato. «Non mi hai mai detto che conoscevi uno dei nomi dei Morti! Sai anche qual è? Per favore, se lo
sai, dimmelo! Sarei davvero molto felice di chiamarlo per nome quando gli porto le offerte di cibo e bevande!».
L’Altro ha interrotto quello che stava facendo e ha aggrottato la fronte. «Che cosa?», ha detto.
«I Morti!», ho insistito con foga. «Se davvero conosci uno dei loro nomi, allora per favore dimmi a chi appartiene».
«Come? Mi hai confuso. Quale di cosa era cosa?».
«Tu hai detto che in passato uno, o più di uno, dei Morti possedeva la Conoscenza. Poi l’hanno perduta. Così volevo
sapere quale di loro fosse. L’Uomo Scatola-di-Biscotti? La Persona Nascosta? O era una delle Persone dell’Alcova?».
L’Altro mi ha osservato con un’espressione perplessa. «Scatola di biscotti... Di cosa stai parlando? Oh, aspetta. Ha a
che fare con quelle ossa che hai trovato? No. No-no-no-no-no. Quelli non sono... Non è... Oh, per l’amor di Dio. Non ho
appena detto che ho bisogno di concentrazione? Non l’ho appena detto? Possiamo non farlo adesso? Sto cercando di
portare a termine questo rituale».
Immediatamente, mi sono vergognato. Stavo intralciando l’importante lavoro dell’Altro. «Sì, certamente», ho detto.
«Non ho tempo per rispondere a domande insignificanti», è sbottato.
«Scusami».
«Se solo riuscissi a rimanere in silenzio, sarebbe splendido».
«Lo farò», ho detto. «Promesso».
«Bene. Ottimo. Okay. Dov’ero rimasto?», ha detto l’Altro. Ha preso un respiro profondo e si è rimesso ben dritto,
sollevando la testa all’indietro. Ha alzato le braccia e, con tonalità roboanti, ha chiesto a Addy Domarus, parecchie volte
e in tanti modi diversi: «Vieni! Vieni!».
Nel silenzio che è seguito, l’Altro, a poco a poco, ha lasciato ricadere le braccia lungo i fianchi e si è rilassato.
«Okay», ha detto. «Per quello vero, magari, mi procurerò un braciere. Dell’incenso da bruciare. Vedremo. Poi, dopo
l’invocazione, arriva l’enumerazione. Nomino i poteri che cerco: sconfiggere la Morte, penetrare nelle menti inferiori,
essere invisibile eccetera. È importante visualizzare ogni potere e così, mentre li nomino, immagino me stesso vivere per
sempre, leggere i pensieri di qualcun altro, diventare invisibile e così via».
Ho alzato educatamente la mano. (Non volevo essere accusato nuovamente di porre domande insignificanti).
«Sì?», ha detto, bruscamente.
«Posso farlo anch’io?».
«Sì. Se vuoi».
Con la stessa voce stentorea, l’Altro ha recitato l’elenco dei poteri conferiti dalla Conoscenza e quando ha intonato:
«Io nomino il potere di volare!», ho immaginato Me Stesso trasformato in un falco pescatore, mentre volavo con altri
falchi al di sopra delle Maree Crescenti. (Fra tutti i poteri di cui l’Altro parla, questo è il mio preferito. Per essere del
tutto sinceri, sono ampiamente indifferente al resto. A che cosa mi servirebbe l’invisibilità? Non c’è quasi mai nessuno
che mi veda, qui, a parte gli uccelli. E non desidero nemmeno vivere per sempre. La Casa consacra un determinato arco
di tempo agli uccelli e un altro agli umani. E questo mi basta).
L’Altro è arrivato in fondo alla lista. Ho capito che stava pensando alle parti del Rituale che aveva appena eseguito e
che non ne era soddisfatto. Aveva il viso accigliato e guardava un punto lontano. «Mi sento come se avessi dovuto
rivolgere tutto questo a una specie di... una specie di energia, qualcosa di vitale e vivo. Io cerco il potere, quindi dovrei
indirizzare queste parole a qualcosa che è già potente. Non è logico?».
«Sì», ho risposto.
«Ma non c’è nulla che sia potente. E neanche niente che sia vivo. Solo infinite stanze uggiose, tutte uguali, piene di
personaggi decadenti coperti di guano». Si è chiuso in un silenzio infelice.
So da molti anni che l’Altro non venera la Casa come faccio io, ma quando parla così ancora mi sconvolge. Come può
un uomo intelligente come lui dire che nella Casa non c’è niente di vivo? I Saloni Inferiori sono colmi di creature e
vegetazione marine, la maggior parte delle quali molto belle e molto strane. Persino le Maree sono piene di movimento e
forza quindi, sebbene non si possano definire esattamente vive, non sono nemmeno non-vive. Nei Saloni Centrali vi sono
uccelli e uomini. Gli escrementi (di cui lui si lamenta) sono segni di Vita! E non è corretto neanche quando dice che i
Saloni sono tutti uguali. C’è una grande diversità nello stile delle loro Colonne, dei Pilastri, delle Nicchie, delle Absidi,
dei Frontoni eccetera, così come nel numero delle loro Porte e Finestre. Ogni Salone ha le proprie Statue e tutte le
Statue sono uniche, oppure, se da qualche parte ci sono delle repliche devono trovarsi a distanze molto vaste, perché
ancora non mi è capitato di vederne una.
Tuttavia, non aveva alcun senso dire queste cose. Sapevo che non avrebbero fatto altro che irritarlo ancora di più.
«Che ne pensi di una Stella?», ho proposto. «Se eseguiamo il Rituale di notte, puoi rivolgere l’Invocazione a una
Stella. Una Stella è fonte di potere ed energia».
Un istante di silenzio, poi: «È vero», ha detto. Sembrava sorpreso. «Una stella. Non è affatto una cattiva idea». Ci ha
pensato un po’ di più. «Una stella fissa sarebbe meglio di una errante. E dovrebbe essere luminosa... sensibilmente più
luminosa delle stelle circostanti. La cosa migliore sarebbe trovare un posto nel labirinto, un punto o un luogo che sia
unico... ed eseguire lì il rituale, guardando la stella più luminosa!». Per un istante, l’Altro fu pieno d’eccitazione. Poi ha
sospirato e la sua energia è sembrata prosciugarsi di nuovo completamente. «Ma non è realizzabile, vero?». Poi ha
ripetuto che ogni Salone era uguale a tutti gli altri, solo che lui li chiamava “stanze” e usava aggettivi volti a denigrarli.
Ho provato un impeto di collera e, per un attimo, ho pensato di non dirgli quello che sapevo. Ma poi ho riflettuto che
era scortese punirlo per qualcosa che non poteva evitare. Non è colpa sua se non vede le cose a modo mio.
«In realtà», ho affermato, «c’è un Salone diverso dagli altri».
«Oh?», ha detto. «Non me ne hai mai parlato. In che modo è diverso?».
«Ha soltanto una Porta e nessuna Finestra. L’ho visto una volta sola. C’è un’atmosfera strana, difficile da descrivere
con precisione. È un luogo maestoso, misterioso e, allo stesso tempo, ricco di Presenze».
«Come un tempio, intendi?», ha detto.
«Sì. Come un tempio».
«Perché non me ne hai parlato prima?», ha chiesto, di nuovo rabbioso e irritato.
«Be’, è a una certa distanza da qui. Pensavo che fosse improbabile che tu...».
Ma lui non era interessato alla mia spiegazione. «Ho bisogno di vedere quel posto. Puoi condurmi lì? Quanto è
lontano?».
«È il Centonovantaduesimo Salone Occidentale e dista venti chilometri dal Primo Vestibolo», ho detto. «Ci vogliono
tre ore e settantasei minuti per raggiungerlo, senza contare i momenti di riposo».
«Oh», ha risposto.
Sapevo che difficilmente avrei potuto dire qualcosa di più scoraggiante per lui (anche se non era mia intenzione).
L’Altro non ha alcun desiderio di esplorare il Mondo. Non credo che si sia mai spinto a viaggiare oltre la distanza di
quattro o cinque Saloni dal Primo Vestibolo.
Ha detto: «Quello che ho bisogno di sapere è quali stelle sono visibili dalla porta di questa stanza. Tu ne hai
un’idea?».
Ho riflettuto. Il Centonovantaduesimo Salone Occidentale era orientato lungo un asse est/ovest? O era un asse sud-
est/nord-ovest? Ho scosso la testa. «Non lo so. Non riesco a ricordare».
«Be’, non puoi tornarci e scoprirlo?», ha domandato.
«Tornare nel Centonovantaduesimo Salone Occidentale?».
«Sì».
Ho esitato.
«Qual è il problema?», mi ha chiesto.
«Il Sentiero per il Centonovantaduesimo Salone Occidentale passa attraverso il Settantottesimo Vestibolo, una
Regione soggetta a frequenti inondazioni. In questo momento sarà asciutto, ma le Maree portano su delle Macerie dai
Saloni Inferiori e le disseminano per tutti i Saloni circostanti. Alcune Macerie hanno bordi scheggiati che possono
tagliare i piedi di una persona. Non va bene avere i piedi feriti. C’è pericolo di infezione. Una persona deve farsi strada
con molta attenzione fra i Pezzi di Marmo. È fattibile, ma laborioso. Ci vorrà tempo».
«Okay», ha detto l’Altro. «Quindi ci sono delle macerie. Ma ancora non riesco a capire quale sia il problema. Tu devi
per forza avere attraversato il luogo dove si trovano le macerie e non hai riportato alcun danno. Che cosa è cambiato?».
Un violento rossore mi è salito al viso. Ho fissato il Pavimento. L’Altro era così ordinato, così elegante con il suo abito
e le scarpe lucide. I miei vestiti erano rappezzati e logori, marciti dall’Acqua di Mare nella quale pescavo. Detestavo
attirare la sua attenzione sul contrasto che c’era fra di noi, ma d’altra parte era stato lui a chiedermelo e perciò dovevo
rispondere.
Ho detto: «Ciò che è cambiato è che prima avevo delle scarpe. Ora non più».
L’Altro ha osservato, stupefatto, i miei piedi nudi e abbronzati. «Quando è accaduto?».
«Circa un anno fa. Le mie scarpe si sono squarciate».
Lui è scoppiato a ridere. «Perché non hai detto niente?».
«Non volevo darti preoccupazioni. Ho pensato che avrei potuto fabbricarmi delle scarpe con la pelle di pesce. Ma
non ho trovato il tempo per farlo. Posso prendermela solo con me stesso».
«Sinceramente, Piranesi», ha detto l’altro. «Che razza di idiota che sei! Se è soltanto questo che ti impedisce di
andare nel... nel... come chiami quella stanza...».
«Il Centonovantaduesimo Salone Occidentale», sono intervenuto.
«Sì. Quello che è. Se è tutto qua, ti darò le scarpe domani».
«Oh! Sarebbe...», cominciai, ma l’Altro sollevò una mano.
«Non devi ringraziarmi. Dammi soltanto le informazioni che mi servono. È tutto quello che chiedo».
«Oh, lo farò!», ho promesso. «Una volta che avrò le scarpe, non ci saranno problemi. Raggiungerò il
Centonovantaduesimo Salone Occidentale in tre ore e mezzo. Quattro al massimo».


Scarpe
ANNOTAZIONE PER IL SEDICESIMO GIORNO DEL SESTO MESE DELL’ANNO IN CUI L’ALBATROS È ARRIVATO NEI SALONI SUD-
OCCIDENTALI

Sulla strada per il Terzo Salone Sud-Occidentale, questa mattina sono passato nel Secondo Salone Sud-Occidentale.
In cima al Plinto Vuoto dove si appoggia l’Altro c’era una piccola scatola di cartone. Era color grigio scuro. Sul coperchio,
in una sfumatura di grigio più chiara, era raffigurata una piovra e, in arancione, alcune lettere. La scritta diceva:
«AQUARIUM».
L’ho aperta. A prima vista mi è parso che non contenesse niente tranne della sottile carta bianca, ma quando ho
sollevato la carta ho trovato un paio di scarpe. Erano fatte di tela color verde-azzurro che mi ha ricordato le Maree dei
Saloni Meridionali. Le suole di gomma erano spesse e bianche come bianchi erano i lacci. Le ho tolte dalla scatola e le ho
indossate. Calzavano alla perfezione. Ho provato a camminarci. Erano meravigliosamente soffici ed elastiche.
Ho corso e danzato per tutta la giornata per il puro piacere di sentire i piedi in quelle scarpe nuove.
«Guardate!», ho detto ai corvi nel Primo Salone Settentrionale, quando sono scesi in volo dalle Alte Statue per
vedere che cosa stessi facendo. «Ho delle scarpe nuove!».
Ma i corvi si sono limitati a gracchiare e sono volati di nuovo sui loro trespoli.


Un elenco di tutte le cose che l’Altro mi ha dato
ANNOTAZIONE PER IL DICIASSTTESIMO GIORNO DEL SESTO MESE DELL’ANNO IN CUI L’ALBATROS È ARRIVATO NEI SALONI SUD-
OCCIDENTALI

Ho stilato un elenco di tutte le cose che l’Altro mi ha dato, cosicché mi ricorderò di essere riconoscente e ringraziare
la Casa per avermi mandato un amico così eccezionale!
Nell’Anno in cui ho dato un nome alle Costellazioni, l’Altro mi ha dato:

– un sacco a pelo
– un cuscino
– due coperte
– reti da pesca fatte di polimeri sintetici
– quattro grandi teli di plastica pesante
– una torcia. Non l’ho mai usata e non riesco a ricordare dove l’ho messa
– sei scatole di fiammiferi
– due bottiglie di multivitaminico

Nell’Anno in cui ho contato e dato un nome ai Morti, mi ha dato:

– un panino con prosciutto e formaggio

Nell’Anno in cui i Soffitti nel Ventesimo e Ventunesimo Salone Nord-Orientale sono crollati, mi ha dato:

– sei ciotole di plastica. Le uso per raccogliere l’Acqua Fresca che scende dalle Fessure nei Soffitti e lungo i Volti
delle Statue. Una delle ciotole è blu, due sono rosse e tre del colore delle Nuvole. Quelle del colore delle Nuvole sono
scomode. Hanno quasi la stessa sfumatura bianco-grigia delle Statue. Ogniqualvolta le metto da qualche parte per
prendere l’Acqua, immediatamente si confondono con l’ambiente e io le perdo di vista
– quattro paia di calzini. Per due Inverni i miei piedi sono stati caldi e comodi, ma adesso i calzini sono pieni di buchi.
Sfortunatamente, all’Altro non è venuto in mente di darmene di nuovi
– una canna da pesca e una lenza
– un’arancia
– una fetta di dolce di Natale
– otto bottiglie di multivitaminico
– quattro scatole di fiammiferi

Nell’Anno in cui ho viaggiato verso il Novecentosessantesimo Salone Occidentale, mi ha dato:

– una nuova pila per l’orologio
– dieci nuovi taccuini
– un assortimento di oggetti di cancelleria che comprendeva: dodici grandi fogli di carta per creare delle Mappe
Stellari, buste da lettera, matite, un righello e alcune gomme da cancellare
– quarantasette penne
– altri multivitaminici e fiammiferi

Quest’anno (l’Anno in cui l’Albatros è arrivato nei Saloni Sud-Occidentali), finora mi ha dato:

– altre tre ciotole di plastica. Queste sono le migliori, dal momento che hanno colori vivaci e, quindi, sono facili da
vedere. Una è arancione e le altre due di diverse sfumature di verde
– quattro scatole di fiammiferi
– tre bottiglie di vitamine
– un paio di scarpe nuove!

Devo moltissimo alla generosità dell’Altro. Senza di lui non dormirei comodo e al caldo nel mio sacco a pelo in
Inverno. Non avrei taccuini sui quali annotare i miei pensieri.
Detto questo, mi viene da chiedermi perché mai la Casa offra all’Altro una varietà di oggetti più ampia di quella che
offre a me fornendogli sacchi a pelo, scarpe, ciotole di plastica, panini al formaggio, taccuini, fette di dolce di Natale e
così via, mentre a me dà quasi solo pesce. Penso che, forse, sia perché l’Altro non è abile quanto me nel prendersi cura di
se stesso. Non sa come si pesca. Non ha mai (per quanto ne so) raccolto, seccato e immagazzinato alghe per bruciarle o
farne degli spuntini saporiti; non essicca la pelle del pesce e non ne fa del cuoio (che è utile per molte cose). Se la Casa
non gli fornisse tutte queste cose, è assai probabile che morirebbe. Oppure (più probabile) io dovei dedicare gran parte
del mio tempo a occuparmi di lui.


Nessuno dei morti rivendica il nome Addy Domarus
ANNOTAZIONE PER IL DICIOTTESIMO GIORNO DEL SESTO MESE DELL’ANNO IN CUI L’ALBATROS È ARRIVATO NEI SALONI SUD-
OCCIDENTALI

È passata qualche settimana da quando sono andato a trovare i Morti, così l’ho fatto oggi. Non è un’impresa da poco
andare a trovarli tutti nell’arco di una giornata, visto che riposano a parecchi chilometri di distanza gli uni dagli altri. Ho
portato a ognuno di loro un’offerta di acqua e cibo, e anche le ninfee che ho raccolto nei Saloni Sommersi.
A tutte le Nicchie e i Plinti ho sussurrato il nome Addy Domarus. Speravo che uno di loro – quello al quale appartiene
il nome – comunicasse in qualche modo che lo accettava come suo. Ma non è accaduto. Piuttosto, quando mi
inginocchiavo a ogni Nicchia o Plinto, percepivo la vaga sensazione di un disconoscimento, come se il nome venisse
respinto.


Un viaggio
ANNOTAZIONE PER IL DICIANNOVESIMO GIORNO DEL SESTO MESE DELL’ANNO IN CUI L’ALBATROS È ARRIVATO NEI SALONI SUD-
OCCIDENTALI

Ho trascorso la giornata di oggi svolgendo le mie solite incombenze: pescare, raccogliere alghe, lavorare al mio
Catalogo delle Statue. Nel tardo pomeriggio ho messo insieme un po’ di provviste e mi sono incamminato verso il
Centonovantaduesimo Salone Occidentale.
Lungo la strada, la Casa mi ha mostrato numerose meraviglie.
Nel Quarantacinquesimo Vestibolo ho visto una Scalinata che era diventata un vasto letto di cozze. Una delle Statue
allineate lungo la Parete della Scalinata era quasi completamente inghiottita da gusci di cozze nero-blu che lasciavano
fuori soltanto mezzo Viso attonito e un Braccio bianco e proteso in fuori. Ne ho fatto un disegno sul mio Diario.
Nel Cinquantaduesimo Salone Occidentale mi sono imbattuto in una Parete infiammata da una tale quantità di Luce
dorata che le Statue sembravano sul punto di sciogliersi in tutta quella luminosità. Da lì sono passato in una piccola
Anticamera, con poche Finestre, buia e fredda. Ho visto la Statua di una Donna che porgeva un Piatto, talmente grande
che un Cucciolo d’Orso avrebbe potuto usarlo per bere.
Mentre mi avvicinavo al Settantottesimo Vestibolo, i Pavimenti erano disseminati di Detriti. All’inizio ne ho visto solo
qualcuno sparso qua e là, ma una volta in prossimità del Vestibolo stavo ormai camminando su un accidentato e infido
Pavimento di Pietre Scheggiate. Nel Vestibolo, un sottile velo d’acqua scorreva ancora sotto i Detriti. Negli Angoli
c’erano cataste di Statue Fracassate.
Ho continuato a camminare. Nell’Ottantottesimo Salone Occidentale il Pavimento era libero da Macerie, ma ho
incontrato un altro problema. Una colonia di gabbiani reali aveva costruito i propri nidi in quel Salone e la mia intrusione
è stata accolta con rabbia. Hanno cominciato a starnazzare pieni di indignazione e si sono precipitati su di me battendo
le ali e tentando di colpirmi con i loro becchi. Io mi sono sbracciato e ho urlato per tenerli alla larga.
Ho raggiunto il Centonovantaduesimo Salone Occidentale. Mi sono fermato sull’unica Porta e ho sbirciato dentro. I
Saloni circostanti erano irradiati da un soffuso Crepuscolo blu, ma quel Salone in particolare – che, come ho già detto,
non ha Finestre – era buio e le sue Statue invisibili. Un tenue refolo d’aria – come un respiro freddo – proveniva
dall’interno.
Non sono abituato al Buio Assoluto. Nella Casa ci sono pochissimi Posti Bui; forse qua e là si può trovare l’Angolo
Oscuro di un’Anticamera o un Cantone dei Saloni Abbandonati dove la Luce è sbarrata dalle Macerie; ma, in generale, la
Casa non è buia. Anche di notte le Stelle la illuminano attraverso le Finestre.
Mi ero fatto l’idea che per rispondere alla domanda dell’Altro – quali Stelle si possono vedere dalla porta del Salone?
– avrei avuto bisogno soltanto di appurare l’esatto orientamento del Salone e poi consultare la mia Mappa Stellare. Ma
adesso che ero fisicamente davanti alla Porta, mi rendevo conto che quel piano era molto ottimistico. La Porta era larga
circa quattro metri e alta undici, che sono misure enormi per una Porta, ma minuscole in confronto alla vastità del Cielo.
Non sarei stato in grado di stabilire quali Stelle avrebbe incorniciato la Porta, a meno che non avessi trascorso la notte
nel Salone e verificato di persona.
La prospettiva non mi allettava affatto.
Ricordavo come mi fossi arrampicato su una Scalinata fino al Salone Superiore, al di sopra del Diciannovesimo
Salone Orientale, per poi trovarlo occupato dalle Nuvole. Ricordavo come quel Salone fosse pieno di gigantesche Figure
impegnate in azioni violente, come ogni Viso fosse contorto da urla di collera o di sofferenza.
E se (ho pensato) accadesse di nuovo? E se entrassi nel Buio del Centonovantaduesimo Salone Occidentale e mi
mettessi a dormire solo per svegliarmi e ritrovarmi circondato da orrori?
Mi sono arrabbiato con Me Stesso, disgustato dalla mia stessa incertezza. Non era affatto un bel pensiero! Avevo
forse camminato quattro ore per arrivare in questo Salone ed essere poi troppo intimorito per entrarvi? Che cosa
ridicola! Ho detto a Me Stesso che era alquanto improbabile che la paura che avevo sperimentato nel Salone Superiore
potesse ripetersi altrove. Dopotutto, ero già entrato nel Centonovantaduesimo Salone Occidentale. Se le Statue fossero
state particolarmente violente o spaventose, sicuramente lo avrei ricordato. Oltretutto avevo un impegno nei confronti
dell’Altro. Lui aveva bisogno di sapere quali Stelle fossero visibili dalla Porta.
Ma il Buio mi turbava ancora. Ho rimandato l’ingresso per un po’. Mi sono seduto fuori, ho mangiato e bevuto e
scritto questa annotazione nel mio Diario.


Il Centonovantaduesimo Salone Occidentale
ANNOTAZIONE PER IL VENTESIMO GIORNO DEL SESTO MESE DELL’ANNO IN CUI L’ALBATROS È ARRIVATO NEI SALONI SUD-
OCCIDENTALI

Completata l’annotazione precedente nel mio Diario, sono entrato nel Centonovantaduesimo Salone Occidentale. Il
Buio e il Freddo mi hanno avvolto. Poco più avanti (ho calcolato all’incirca venti metri) mi sono girato per guardare
l’Unica Porta che era perfettamente allineata con una Finestra nel Corridoio. Mi sono seduto e mi sono stretto nella mia
coperta.
All’inizio ho provato un’acuta consapevolezza del Buio dietro la mia schiena e dello sguardo fisso delle Statue
Sconosciute. C’era molto silenzio. Il Salone dove dormo di solito – il Terzo Salone Settentrionale – è pieno di uccelli e di
notte sento i piccoli rumori che fanno quando si spostano e svolazzano sui loro trespoli; ma, da quello che potevo capire,
non c’erano uccelli nel Centonovantaduesimo Salone Occidentale. A quanto pareva, anche loro lo trovavano inquietante.
Mi sono concentrato sull’unica cosa che mi era familiare: il suono del Mare nei Saloni Inferiori, l’Acqua che lambiva
le Pareti in migliaia, migliaia di Camere. È un suono che accompagna tutte le mie giornate. Mi addormento, ascoltandolo,
ogni notte, proprio come un bambino si addormenta, al sicuro sul seno della madre, ascoltando il battito del suo cuore. E
in effetti è ciò che dev’essere accaduto anche in quel momento, perché tutto d’un tratto mi sono ritrovato a svegliarmi di
soprassalto.
Una Luna Piena campeggiava al centro dell’Unica Porta, inondando di Luce il Salone. Le Statue lungo le Pareti
avevano tutte la stessa posa, come se si fossero appena girate per guardare la Porta, con gli Occhi marmorei fissi sulla
Luna. Erano diverse dalle Statue negli altri Saloni; non erano individui isolati, ma la rappresentazione di una Folla. Qui
ce n’erano due che si cingevano con le Braccia; là una che aveva la Mano sulla Spalla di quello di fronte, per spingersi
meglio in avanti e vedere la Luna; più in là un Bambino teneva la Mano di suo Padre. C’era persino un Cane che – non
nutrendo alcun interesse per la Luna – era ritto sulle Zampe Posteriori e poggiava quelle Anteriori sul Petto del Padrone,
implorando le sue attenzioni. La Parete di Fondo era un ammasso di Statue – non una schiera ordinata in Livelli, ma una
caotica Folla confusionaria. Spiccava, in mezzo alla Folla, un Giovane Uomo che si crogiolava nel Chiaro di Luna, con
un’espressione di gioia sul Viso e una Bandiera in Mano.
Quasi ho dimenticato di respirare. Per un attimo, ho avuto un barlume di come potrebbe essere se, invece di due
persone, nel Mondo ce ne fossero migliaia.


L’Ottantottesimo Salone Occidentale
SECONDA ANNOTAZIONE PER IL VENTESIMO GIORNO DEL SESTO MESE DELL’ANNO IN CUI L’ALBATROS È ARRIVATO NEI SALONI
SUD-OCCIDENTALI

La Luna Piena è scesa verso ovest, la Luce nel Salone è diminuita e, nella Finestra opposta alla Porta, le Costellazioni
sono diventate più luminose. Ho preso nota di quali Costellazioni e Stelle ho visto. All’Alba ho dormito per qualche ora,
poi ho intrapreso il viaggio di ritorno.
Mentre camminavo, pensavo alla Grande e Segreta Conoscenza che, a detta dell’Altro, ci garantirà strani nuovi
poteri. E ho capito una cosa. Ho capito che non ci credevo più. O, forse, questo non è del tutto esatto. Pensavo che la
Conoscenza potesse esistere. Allo stesso modo pensavo che potesse non esistere. Ma, in ogni caso, non mi importava più.
Non avevo più intenzione di sprecare il mio tempo a cercarla.
Tale improvvisa comprensione – la comprensione dell’Insignificanza della Conoscenza – mi è arrivata come una
Rivelazione. Intendo dire con questo che sapevo che era vero ancor prima di capire perché o quali passi mi avessero
portato a quel punto. Quando ho tentato di ripercorrere quei passi, la mia mente continuava a tornare all’immagine del
Centonovantaduesimo Salone Occidentale al Chiaro di Luna, alla sua Bellezza, al suo profondo senso di Calma, agli
sguardi riverenti sui Volti delle Statue mentre si rivolgevano (o sembravano rivolgersi) alla Luna. Mi sono reso conto che
la ricerca della Conoscenza ci ha incoraggiato a pensare alla Casa come se fosse una sorta di enigma da sciogliere, un
testo da interpretare, e che se mai scoprissimo la Conoscenza, allora sarebbe come se alla Casa venisse strappato via il
Valore lasciando soltanto una semplice scenografia.
La visione del Centonovantaduesimo Salone Occidentale al Chiaro di Luna mi ha fatto capire quanto sia ridicolo tutto
questo. La Casa ha valore perché è la Casa. È sufficiente già di per sé. Non è un mezzo per arrivare a un fine.
Questo pensiero me ne ha portato un altro. Ho capito che la descrizione che l’Altro faceva dei poteri che ci avrebbe
garantito la Conoscenza mi ha sempre messo a disagio. Per esempio: lui dice che avremo il potere di controllare le menti
inferiori. Bene, tanto per cominciare non esistono menti inferiori; ci siamo soltanto lui e io ed entrambi possediamo un
intelletto acuto e brillante. Ma, supponendo per un istante che esista una mente inferiore, perché dovrei volerla
controllare?
Abbandonare la ricerca della Conoscenza ci renderebbe liberi di perseguire una nuova specie di scienza. Potremmo
seguire qualsiasi percorso suggerito dai dati. Il pensiero di tutto questo mi ha reso felice ed elettrizzato. Ero ansioso di
tornare dall’Altro e spiegarglielo.
Stavo camminando nei Saloni, pensando a queste cose, quando ho sentito le grida rauche degli uccelli e ho ricordato
che l’Ottantottesimo Salone Occidentale era pieno di gabbiani reali. Mi sono chiesto se fosse il caso di cambiare Percorso
ma, calcolando che ogni deviazione avrebbe aggiunto sette o otto Saloni (1,7 chilometri) al mio viaggio, ho deciso di no.
Sono arrivato a metà del Salone quando ho notato una manciata di piccole cose bianche sparse sul Pavimento. Le ho
raccolte. Erano pezzi di carta strappata su cui c’era scritto qualcosa. Erano accartocciati, così li ho spianati e ho cercato
di rimetterli insieme. Due – no, tre – dei frammenti combaciavano perfettamente formando una parte di un foglietto di
carta con un lato frastagliato. Sembrava una pagina strappata da un taccuino.
Mi sono accorto che, anche una volta ricostruita, la pagina sarebbe stata difficile da decifrare. La grafia era terribile,
come un groviglio di alghe. Dopo qualche minuto di osservazione, mi è sembrato di riuscire a leggere la parola
“minotauro”. Una o due righe sopra mi è sembrato di aver visto la parola “schiavo” e una o due righe sotto la frase
“uccidilo”. Il resto era del tutto incomprensibile. Ma il riferimento a un “minotauro” mi incuriosiva. Il Primo Vestibolo
contiene otto enormi Statue di Minotauri, una diversa dall’altra. Forse la persona che lo aveva scritto aveva visitato i
miei Saloni?
Mi sono chiesto a chi potesse appartenere quella grafia. Non all’Altro. A parte l’assoluta certezza del suo non essersi
mai avventurato oltre l’Ottantottesimo Salone Occidentale, conoscevo la sua grafia, ordinata e precisa. Uno dei Morti,
allora. L’Uomo Pelle-di-Pesce? L’Uomo Scatola-di-Biscotti? La Persona Nascosta? Potenzialmente la mia era una scoperta
di grande importanza storica.
Adesso che sapevo quel che stavo cercando, riuscivo a vedere altre cose bianche sparse sul Pavimento. Ho
cominciato a raccoglierle. Ho cominciato nell’Angolo Sud-Occidentale e ho proseguito sistematicamente per il Pavimento
di tutto il Salone, coprendo ogni sua parte. All’inizio i gabbiani reali si sono opposti alla mia attività con alte strida
rauche, ma quando hanno visto che non mi avvicinavo alle loro uova o ai piccoli hanno perso interesse. Ho trovato
quarantasette pezzi di carta, ma quando mi sono inginocchiato e ho cercato di farli combaciare, è stato chiaro che ne
mancavano ancora molti.
Mi sono guardato intorno. I nidi dei gabbiani erano abbarbicati sulle Spalle delle Statue e accalcati sui Plinti; ce
n’era uno incastrato fra le Zampe della Statua di un Elefante e un altro in equilibrio sulla Corona di un Anziano Re.
Sbirciando il nido sulla Corona, sono riuscito a vedere due frammenti bianchi. Con molta cautela mi sono avvicinato e
arrampicato su una Statua vicina per esaminarli. Immediatamente due gabbiani mi hanno aggredito urlando la loro
indignazione e scagliandosi su di me con ali e becchi. Ma io ero altrettanto determinato. Con un braccio mi portavo in
cima alla Statua e con l’altro respingevo gli uccelli.
Il nido era una cosa sciatta e traballante fatta di alghe secche e lische di pesce. Intrecciati nella sua struttura c’erano
cinque o sei frammenti di carta scritta. Sono sceso e mi sono ritirato verso il centro del Salone, lontano dalle Pareti, dai
nidi e dai gabbiani aggressivi.
Ho riflettuto su quello che dovevo fare. Non c’era possibilità di recuperare i pezzi mancanti, ormai. I gabbiani reali
non mi avrebbero mai permesso di smantellare i loro nidi – né io volevo farlo. No, dovevo aspettare fino alla tarda Estate
– o, anche meglio, all’inizio dell’Autunno –, quando i gabbiani avrebbero abbandonato i loro nidi e i piccoli sarebbero
cresciuti. Allora sarei potuto tornare e prendere tutti i pezzi mancanti.
Ho riposto con cura tutti i quarantasette pezzi nel mio bagaglio e ho proseguito il mio viaggio di ritorno.


L’Altro spiega che ha già detto tutto questo
ANNOTAZIONE PER IL VETIDUESIMO GIORNO DEL SESTO MESE DELL’ANNO IN CUI L’ALBATROS È ARRIVATO NEI SALONI SUD-
OCCIDENTALI

Questa mattina ho portato le mie Mappe Stellari nel Secondo Salone Sud-Occidentale.
Ho trovato l’Altro mollemente appoggiato di schiena al Plinto Vuoto, le caviglie incrociate e i gomiti sopra il Plinto.
Sembrava rilassato. Indossava un immacolato completo blu scuro e una camicia di un bianco sfolgorante. Mi ha rivolto
un sorriso amichevole. «Come sono le scarpe?», ha chiesto.
«Eccezionali!», ho risposto. «Splendide! Grazie! Ma quello che per me conta più delle scarpe in quanto tali è il fatto
che siano la prova della nostra amicizia! Considero l’avere un amico come te una delle più grandi gioie della mia Vita!».
«Faccio del mio meglio», ha detto l’Altro. «Allora, dimmi. Come te la sei cavata, ora che hai le scarpe?».
«Sono già stato nel Centonovantaduesimo Salone Occidentale!».
«Okay. E hai visto quali stelle ci sono? Hai preso appunti?».
«Ho preso appunti», ho detto. «Ma non li ho portati con me perché ricordo tutto quello che devo dirti».
Poi gli ho detto quello che avevo visto nel Centonovantaduesimo Salone Occidentale. «Le Statue sono l’aspetto più
notevole. Voglio dire, a parte l’Unica Porta e l’Assenza di Finestre. Il Chiaro di Luna ha selezionato una Statua in
particolare... l’immagine di un Giovane Uomo. Mi sembrava che rappresentasse le Virtù di...».
«Non disturbarti con questa roba. Sai che le statue non mi interessano. Parlami delle stelle», ha detto l’Altro. «Cosa
hai potuto vedere?».
«Te lo mostrerò». Ho aperto una delle mie Mappe Stellari e l’ho messa sul Plinto Vuoto. Lui si è avvicinato. «Ho visto
la Rosa, la Buona Madre e il Lampione. Verso l’alba, a queste sono seguite il Ciabattino e il Serpente di Ferro». (Questi
erano alcuni dei nomi che avevo dato alle Costellazioni).
L’Altro ha esaminato la Mappa con molta attenzione. Poi è andato a prendere il suo dispositivo scintillante e ha
buttato giù alcuni appunti.
«Qualcuna di queste stelle era particolarmente luminosa?», ha chiesto.
«Sì. Questa qui. Fa parte della Buona Madre. È la punta del suo braccio teso, per così dire. È una delle Stelle più
luminose del Cielo».
«Perfetto», ha detto l’Altro. «La stella più luminosa per simboleggiare la conoscenza più grande. Bene, mentre tu
facevi tutto questo, io sono arrivato a una decisione. Ho deciso che andrò in quella stanza ed eseguirò lì il rituale. Certo,
dovrò addentrarmi nel labirinto come non ho mai fatto finora, quindi ci sono dei rischi...». Per un attimo ha taciuto e
aveva un’espressione davvero molto determinata, come se si stesse preparando a qualcosa. «...ma se mettiamo sulla
bilancia rischi e ricompense... be’, queste sono potenzialmente immense. L’informazione che mi hai portato ha un valore
inestimabile e adesso quello che mi serve è che tu torni là e stabilisca quali costellazioni si possono vedere in diversi
momenti dell’anno».
Ora era arrivato per me il momento di spiegare la mia Rivelazione riguardante la Grande e Segreta Conoscenza.
«Quanto a questo», ho detto, «anch’io ho qualcosa da dire. Mi è stata rivelata una cosa che adesso devo condividere
con te, una cosa che ha implicazioni di vasta portata per tutta la nostra ricerca futura. Dobbiamo smettere di cercare la
Conoscenza! Quando abbiamo iniziato, credevamo che fosse un’impresa di grande valore, che meritava tutta la nostra
attenzione, ma a quanto pare non è così. Dovremmo abbandonarla senza indugi e, al suo posto, stabilire un nuovo
programma di ricerca scientifica!».
L’Altro non mi stava ascoltando. Stava prendendo appunti sul suo scintillante dispositivo. «Mmm? Cosa?», ha detto.
«Sto parlando della nostra ricerca della Conoscenza», ho insistito, «e di come la Casa mi abbia rivelato che
dovremmo abbandonarla».
L’Altro ha smesso di picchiettare sui tasti. Si è preso un attimo di tempo per elaborare quello che avevo appena detto.
Poi ha spostato lo scintillante dispositivo dal Plinto Vuoto, si è coperto il viso con le mani, ha emesso una specie di suono
lamentoso e si è massaggiato gli occhi. «Oh, Dio! Non di nuovo!», ha detto.
Si è scoperto gli occhi. Ha voltato la testa e ha guardato un invisibile punto in lontananza. «Non dire niente», ha
detto (anche se io non avevo pronunciato altre parole). «Ho bisogno di pensare».
Poi c’è stato un lungo silenzio al termine del quale l’Altro è sembrato arrivare a una decisione. «Siediti», ha detto.
Ci siamo seduti insieme sul Pavimento del Salone. Io a gambe incrociate e lui con le ginocchia piegate e la schiena
appoggiata al Plinto Vuoto.
Il suo viso era alterato da una sorta di cupezza furiosa. Sembrava che gli fosse difficile guardarmi. Da questi segni ho
capito che era arrabbiato, ma si sforzava di non mostrarlo.
Ha tossito. «Okay», ha detto, con una voce controllata. «Ci sono tre motivi – tre – per i quali tu non dovresti smettere
di cercare la conoscenza. Adesso te li esporrò tutti e, alla fine, penso che capirai che ho ragione. Ho soltanto bisogno che
mi ascolti. Puoi farlo?».
«Certamente», ho risposto. «Dimmi i tre motivi».
«Okay, il primo motivo è questo. Potrebbe sembrarti che quello che sto facendo sia piuttosto egoistico – tentare di
ottenere per me stesso la conoscenza. Ma la realtà è molto diversa. La ricerca nella quale tu e io ci siamo imbarcati è
veramente un grande progetto. Fondamentale. Uno dei più importanti nella storia dell’umanità. La conoscenza che
cerchiamo non è una cosa nuova. È antica. Molto antica. C’è stato un tempo in cui le persone la possedevano e la
utilizzavano per fare grandi cose, cose miracolose. Avrebbero dovuto proteggerla. Avrebbero dovuto rispettarla. Ma non
lo hanno fatto. L’hanno abbandonata in nome di quello che chiamavano progresso. E tocca a noi recuperarla. Non lo
stiamo facendo per noi stessi; lo facciamo per l’umanità. Per riportare indietro una cosa che l’umanità ha stupidamente
smarrito».
«Capisco», ho detto. (In effetti, questo metteva davvero le cose sotto una luce diversa).
«E per quanto mi riguarda», ha proseguito l’Altro, «penso che questa ricerca sia talmente importante, così
fondamentalmente vitale che mi sento costretto ad andare avanti. A qualunque costo. Non ho altra scelta. Se la tua scelta
è smettere di cercare... be’, in questo caso suppongo che non saremmo più colleghi. I nostri incontri del martedì e del
venerdì... non li faremmo più. Perché, che senso avrebbe? Io continuerei le mie ricerche e tu te ne andresti», fece un
gesto vago, «a fare qualsiasi cosa sia quello che fai. Non è affatto quello che voglio, è ovvio, lascia che sia molto chiaro
su questo punto, ma le cose andrebbero esattamente così. Quindi, ecco il secondo motivo».
«Oh!», ho detto. Non mi era mai venuto in mente che lui e io avremmo smesso di essere colleghi. «Ma lavorare
insieme a te è uno dei grandi piaceri della mia vita!».
«Lo so», ha detto l’Altro. «E, ovviamente, per me è lo stesso». Silenzio. «Adesso è necessario che ti dica il terzo
motivo. Ma prima di farlo, ho bisogno che tu senta un’altra cosa». Mi ha scrutato con uno sguardo penetrante. «Questa è
la cosa più vitale che devo dire. Piranesi, non è la prima volta che mi dici di voler interrompere la ricerca della
conoscenza. Non è la prima volta che ti spiego perché non è la cosa giusta da fare. Tutto quello che abbiamo appena
detto? Lo abbiamo già detto in passato».
«Io... Cosa?», ho detto. Ho battuto le palpebre, stupefatto. «Cosa?... No. No. Non è così».
«Sì, mi spiace, ma lo è. Vedi, il labirinto gioca degli scherzi alla mente. Fa dimenticare le cose alle persone. Se non
stai attento può disintegrare completamente la tua personalità».
Perplesso, mi sono seduto. «Quante volte ne abbiamo discusso?», ho chiesto, alla fine.
Lui ci ha pensato su per qualche secondo. «Questa è la terza. C’è uno schema. Sembra che l’idea di interrompere la
ricerca ti salti in mente all’incirca ogni diciotto mesi». Ha lanciato un’occhiata alla mia faccia. «Lo so, lo so», ha detto,
con fare comprensivo. «È difficile da capire fino in fondo».
«Ma non capisco», ho protestato. «Io ho un’eccellente memoria. Ricordo ogni Salone che ho visitato. Ce ne sono
settemilaseicentosettantotto».
«Tu non dimentichi mai niente di ciò che riguarda il labirinto. Ecco perché il tuo contributo al mio lavoro è così
prezioso. Ma dimentichi altre cose. E, ovviamente, perdi la cognizione del tempo».
«Cosa?», ho esclamato, sbalordito.
«Il tempo. Lo perdi in continuazione».
«Ma che significa?».
«Lo sai. Ti sbagli con i giorni e le date».
«Non è vero», ho detto, indignato.
«Sì, invece, è vero. A dirla tutta, è una bella seccatura. La mia agenda è sempre così fitta. Io vengo qui per
incontrarti e tu non ci sei perché hai di nuovo perso un giorno. Ho dovuto correggerti molte volte, quando la tua
percezione del tempo è andata fuori sincrono».
«Fuori sincrono con cosa?».
«Con me. Con tutti gli altri».
Ero sbalordito. Non gli credevo. Ma non potevo nemmeno non credergli. Non sapevo cosa pensare. Ma in tutta la mia
incertezza, una sola cosa rimaneva chiara, una cosa sulla quale potevo assolutamente contare: l’Altro era onesto, nobile
e laborioso. Non avrebbe mentito. «Ma allora perché tu non dimentichi?», gli ho chiesto.
L’Altro ha avuto un’esitazione. «Io prendo delle precauzioni», ha risposto, con circospezione.
«Non potrei prenderle anch’io?».
«No. No. Non funzionerebbe. Mi dispiace. Non posso addentrarmi nei perché e nei per come. È complicato. Un
giorno te lo spiegherò».
La sua risposta non era affatto soddisfacente, ma in quel momento non avevo l’energia o la capacità mentale per
insistere. Ero troppo impegnato a pensare a quello che forse avrei potuto dimenticare.
«Dal mio punto di vista è molto preoccupante», ho detto. «E se io dimenticassi una cosa importante, come gli Orari e
gli Schemi delle Maree? Potrei annegare».
«No, no, no», ha risposo l’Altro per calmarmi. «Non è affatto qualcosa di cui preoccuparsi. Non dimenticherai niente
del genere. Non ti lascerei vagabondare in giro se pensassi che corressi anche il minimo rischio. Ormai ci conosciamo da
anni e in questo tempo la tua conoscenza del labirinto è cresciuta in modo esponenziale. È straordinario, davvero. E
quanto al resto, se dovessi dimenticare qualcosa di importante, io posso ricordartela. Ma il fatto che tu dimentichi
mentre io ricordo... per questo è così vitale che io stabilisca i nostri obiettivi. Io. Non tu. E questo è il terzo motivo per il
quale dovremmo seguire rigorosamente la nostra ricerca della conoscenza. Lo capisci?».
«Sì. Sì. Almeno...». Sono rimasto zitto per un attimo. «Ho bisogno di tempo per pensare», ho detto.
«Certo. Certo», ha risposto l’Altro. Mi ha dato una pacca consolatoria sulla spalla. «Ne riparleremo martedì».
Si è alzato in piedi e ha esaminato il piccolo, scintillante dispositivo appoggiato sul Plinto Vuoto. «In ogni caso», ha
detto, «devo avviarmi. Sono rimasto qui per quasi cinquantacinque minuti». Senza aggiungere altro, ha girato le spalle e
se n’è andato in direzione del Primo Vestibolo.


Il Mondo non avvalora l’affermazione dell’Altro secondo la quale ci sono vuoti nella mia memoria
ANNOTAZIONE PER IL VENTITREESIMO GIORNO DEL SESTO MESE DELL’ANNO IN CUI L’ALBATROS È ARRIVATO NEI SALONI SUD-
OCCIDENTALI

Il Mondo (per quanto ne so) non avvalora l’affermazione dell’Altro secondo la quale ci sono vuoti nella mia memoria.
Mentre me lo spiegava – e per un po’ anche dopo – non ho saputo che cosa pensare. Diverse volte ho provato
qualcosa di molto simile al panico. Poteva davvero darsi che io avessi dimenticato intere conversazioni?
Ma con il passare dei giorni, non sono riuscito a trovare alcuna prova di perdita di memoria che confermasse
l’affermazione dell’Altro. Sono tornato a occuparmi dei miei soliti compiti quotidiani. Ho rammendato una delle mie reti
da pesca e lavorato al Catalogo delle Statue. Nel primo pomeriggio sono andato nell’Ottavo Vestibolo per pescare nelle
Acque della Scalinata Inferiore. I Raggi del Sole Morente brillavano attraverso le Finestre dei Saloni Inferiori, colpendo
la Superficie delle Onde e creando increspature di Luce dorata sul Soffitto della Scalinata e sui Volti delle Statue.
Quando è scesa la notte, ho ascoltato le Canzoni che la Luna e le Stelle stavano cantando e ho cantato con loro.
Il Mondo sembra Completo e Intero e io, suo Figlio, ne sono un elemento integrante, essenziale. Non vi sono fratture,
in nessuna sua parte, là dove dovrei ricordare qualcosa ma non lo faccio, là dove dovrei comprendere qualcosa ma non lo
faccio. L’unica parte della mia esistenza nella quale provo un senso di frammentazione è in quell’ultima, strana
conversazione avuta con l’Altro. E, quindi, devo chiedere a Me Stesso: quale memoria è fallace? La mia o la sua? Non
potrebbe essere lui, in realtà, a ricordare conversazioni che non sono mai avvenute?
Due memorie. Due menti brillanti che ricordano eventi passati in modo diverso. È una situazione problematica. Non
c’è una terza persona che dica chi di noi ha ragione. (Se solo le Sedici Persone fossero qui!).
Quanto all’affermazione dell’Altro, che io smarrisco il tempo e confondo i giorni, non vedo proprio come possa essere
vero. Sono io che ho inventato il calendario che utilizzo, quindi come potrebbe essere “fuori sincrono” come dice lui?
Adesso mi chiedo se non sia per questo che mi ha fatto quella strana domanda tre settimane e mezzo fa. Intendo la
domanda con quella strana parola dentro. Sfogliando a ritroso le pagine del mio Diario vedo che la strana parola era
“Batter-Sea”.
E poi, in un attimo, la soluzione si presenta da sola! Non devo fare altro che leggere i miei Diari e scoprire se ci sono
delle discrepanze, degli eventi annotati che non ricordo più. Sì! Questo dirimerà senza dubbio la questione. Di fatto,
l’unico lato negativo di quest’idea è che richiederà una notevole quantità di tempo – i miei scritti sono prolissi –, che in
questo momento non posso ritagliare da altri progetti.
Sono deciso a rileggere i miei Diari nei prossimi mesi e nel frattempo agirò in base all’ipotesi che a essere inesatta
sia la memoria dell’Altro, non la mia.


Scrivo una lettera
ANNOTAZIONE PER IL VENTIQUATTRESIMO GIORNO DEL SESTO MESE DELL’ANNO IN CUI L’ALBATROS È ARRIVATO NEI SALONI
SUD-OCCIDENTALI

Quanto segue è la trascrizione della lettera che ho scritto con il gesso sul Pavimento del Secondo Salone Sud-
Occidentale.

CARO ALTRO

SEBBENE IO NON POSSA PIÙ CONSIDERARE LA RICERCA DELLA GRANDE E SEGRETA CONOSCENZA COME UNA FONDATA RICERCA SCIENTIFICA,
HO DECISO CHE IL MODO GIUSTO DI AGIRE SIA CONTINUARE AD AIUTARTI E RACCOGLIERE QUALSIASI DATO TU RICHIEDA. NON È GIUSTO CHE IL
TUO LAVORO SCIENTIFICO DEBBA SOFFRIRE SEMPLICEMENTE PERCHÉ IO HO PERSO FIDUCIA NELL’ASSUNTO. SPERO CHE ACCETTI LA MIA
OFFERTA.

IL TUO AMICO


L’Altro mi avverte riguardo a 16
ANNOTAZIONE PER IL VENTISEIESIMO GIORNO DEL SESTO MESE DELL’ANNO IN CUI L’ALBATROS È ARRIVATO NEI SALONI SUD-
OCCIDENTALI

Questa mattina sono andato nel Secondo Salone Sud-Occidentale per incontrare l’Altro. Confesso che mi sentivo un
po’ ansioso su come sarebbe andato l’incontro. A volte, quando sono ansioso, parlo molto e così mi sono lanciato
immediatamente in un lungo discorso, soffermandomi piuttosto inutilmente sulla lettera che avevo scritto con il gesso sul
Pavimento.
Non importava. A metà del discorso mi sono reso conto che l’Altro non mi stava ascoltando. Aveva la testa china,
assorta nei pensieri, e continuava a rigirare distrattamente un piccolo oggetto metallico nella tasca della giacca. Oggi
indossava un completo color carbone scuro e una camicia nera.
«Non hai visto nessun altro, nel labirinto, vero?», ha detto d’un tratto.
«Qualcun altro?», ho chiesto.
«Sì».
«Persone nuove?», ho detto.
«Sì», ha risposto.
«No», ho detto.
Lui ha studiato con attenzione il mio viso come se, per qualche motivo, dubitasse della verità di quello che avevo
appena detto. Poi si è rilassato e ha commentato: «No. No. E come potresti? Ci siamo soltanto noi due».
«Sì», ho convenuto. «Ci siamo soltanto noi».
Un breve silenzio.
«A meno che», ho aggiunto, «non ci siano altre persone in altre Parti della Casa. In Luoghi Molto Distanti che io e te
non abbiamo visto. Ho fantasticato spesso su questo. In quanto ipotesi, è impossibile da dimostrare in un modo o
nell’altro – a meno che un giorno non mi imbatta nei segni di un’attività umana, segni che non possono ragionevolmente
essere attribuiti ai nostri Morti».
«Mmm», ha detto lui. Era di nuovo immerso nei suoi pensieri.
Un altro silenzio.
Mi è venuto in mente che forse potevo essermi già imbattuto in segni di quel genere. I frammenti di carta scritta che
avevo trovato nell’Ottantottesimo Salone Occidentale! Potevano appartenere ai nostri Morti, oppure a Qualcuno finora a
noi sconosciuto. Stavo per dire tutto all’Altro, quando lui ha ricominciato a parlare.
«Ascolta», ha detto. «Voglio che tu mi faccia una promessa».
«Certamente», ho risposto.
«Se mai dovessi vedere qualcuno nel labirinto, qualcuno che non conosci, voglio che tu mi prometta che non tenterai
di parlargli. Dovrai nasconderti, invece. Tenerti fuori dalla sua strada. Non farti vedere».
«Oh, ma pensa a quale opportunità andrà perduta se lo faccio!», ho protestato. «La Sedicesima Persona quasi
sicuramente possiederà una conoscenza che noi non abbiamo. Sarà in grado di parlarci delle Regioni Distanti del
Mondo».
L’Altro mi è parso perplesso. «Cosa? Di che cosa stai parlando? La sedicesima persona?».
Gli ho spiegato dei Tredici Morti e dei Due Vivi e di come un nuovo essere sarebbe stato la Sedicesima Persona.
(Gliel’ho spiegato tante volte. Sembra che l’Altro non riesca mai a tenere a mente questa importante informazione).
«Ammetto che “la Sedicesima Persona” è una denominazione alquanto ingombrante», ho detto. «Se preferisci
potremmo chiamarlo “16” per fare prima. Il punto è che 16 ha delle informazioni sul Mondo che noi non abbiamo e di
conseguenza...».
«No-no-no-no-no», ha detto l’Altro. «Tu non capisci. È davvero importante che, finché possiamo, ci teniamo quanto
più possibile alla larga da questa persona». Ha taciuto per un attimo, poi ha detto: «Vedi, Piranesi, io ho conosciuto
questa persona. Questa persona che tu chiami “16”».
«Che cosa? No!», ho esclamato. «Allora c’è davvero una Sedicesima Persona nel Mondo? Perché non me l’hai mai
detto prima? È meraviglioso! È una buona ragione per festeggiare!».
«No». L’Altro ha scosso tristemente la testa. «No, Piranesi. So che per te questo significa moltissimo e mi dispiace
dover essere io a darti questa brutta notizia. Ma non c’è niente da festeggiare. È l’esatto contrario. Questa persona...
16... vuole farmi del male. 16 è il mio nemico. E quindi, per estensione, anche il tuo».
«Oh!», ho detto, poi sono rimasto in silenzio.
Che notizia terribile. Certo, capisco benissimo il concetto di inimicizia: ci sono molte Statue in cui una Figura lotta
con un’Altra. Ma non l’ho mai sperimentato di persona, prima d’ora. Mi viene in mente un pensiero – la parola
«UCCIDILO» scritta su uno dei frammenti di carta trovati nell’Ottantottesimo Salone Occidentale. La Persona che lo aveva
scritto doveva avere un nemico.
«C’è anche una sola possibilità che ti stia sbagliando?», ho detto. «Forse si tratta soltanto di un gran malinteso.
Quando 16 arriverà, posso parlare con lui e spiegargli che sei una Brava Persona dotata di molte Qualità Ammirevoli.
Posso dimostrargli che l’atteggiamento ostile che mostra nei tuoi confronti non ha alcun fondamento ragionevole».
L’Altro ha sorriso. «È proprio da te, Piranesi, cercare e trovare il lato buono della situazione. Sfortunatamente, in
questo caso non si può fare. Per questo non ho voluto parlarti di 16. Tu immagini che con 16 si possa ragionare. Ma
sfortunatamente, non è così. 16 osteggia tutto quello che io e te siamo, tutto quello che io e te riteniamo prezioso e di
valore. E questo comprende anche la ragione. La ragione è una delle cose che 16 vuole distruggere».
«Ma è spaventoso!», ho detto.
«Sì».
Siamo scivolati di nuovo nel silenzio. Sembrava non ci fosse altro da aggiungere. Io ero scioccato dalla sua
descrizione della malvagità di 16. Essere avversi alla Ragione stessa!
Poco dopo l’Altro ha ripreso a parlare. «Ma probabilmente sto mettendo entrambi in agitazione senza un motivo
valido. C’è solo una microscopica probabilità che 16 arrivi qui».
«E perché è così piccola?», ho chiesto.
«16 non conosce la strada», ha risposto l’Altro. Mi ha sorriso. «Cerca di non preoccuparti».
«Tenterò», ho detto. Poi, mi è balenato un altro pensiero. «Quando hai incontrato 16?».
«Mmm? Oh, l’altro ieri».
«Quindi sei stato nei Luoghi Lontani dove vive 16? Non me l’hai mai detto. Parlamene!».
«Che vuoi dire?».
«Hai detto che hai visto 16. Ma hai anche detto che 16 non conosce la strada per arrivare fin qui. Questo significa
che devi averlo incontrato nei Saloni dove vive o, comunque, in una Regione Remota. Lo trovo sorprendente perché non
credevo che tu avessi intrapreso un viaggio lungo da quando ti conosco».
Ho sorriso all’Altro in attesa della sua risposta che, mi aspettavo, sarebbe stata interessante.
Ma lui sembrava spento. Spento e leggermente inorridito.
Un lungo silenzio.
«In realtà...», ha cominciato, poi mi è sembrato che cambiasse idea su quello che stava per dire. «In realtà, non è
importante dove ci siamo visti. E adesso non ho tempo per approfondire la questione. C’è bisogno di me... cioè, oggi non
posso rimanere. Volevo soltanto avvertirti. Capisci, su 16». Poi mi ha rivolto un saluto sbrigativo, ha preso il suo
dispositivo ed è andato via in direzione del Primo Vestibolo.
«Arrivederci!», ho gridato alla schiena che si allontanava. «Arrivederci!».


Ho aggiornato le mie informazioni riguardanti 16
ANNOTAZIONE PER IL VENTISETTESIMO GIORNO DEL SESTO MESE DELL’ANNO IN CUI L’ALBATROS È ARRIVATO NEI SALONI SUD-
OCCIDENTALI

Mi interessa molto il fatto che l’Altro abbia conosciuto 16 ed è un gran peccato che lui sia così restio a parlarne. Mi
piacerebbe sapere molto di più sulle circostanze e sul luogo. Ma suppongo che l’Altro non abbia voglia di soffermarsi
sull’incontro con una persona malvagia.
L’annotazione che ho scritto nel mio Diario sei settimane fa (vedi: Un elenco di tutte le persone che hanno vissuto qui
e quello che si sa di loro) adesso è superata, così questa mattina ho allegato una nota che indirizza il lettore a questa
pagina.

La Sedicesima Persona
La Sedicesima Persona risiede in una Regione Lontana della Casa, probabilmente nel Nord o nel Sud. Io non l’ho mai
visto, ma l’Altro riferisce che si tratta di un individuo malvagio, ostile alla Ragione, alla Scienza e alla Felicità. L’Altro
crede che 16 possa tentare di arrivare qui allo scopo di distruggere la nostra Pacifica Esistenza e mi ha avvertito che, se
dovessi mai vedere 16 in questi Saloni, dovrei nascondermi.


Il Primo Vestibolo
ANNOTAZIONE PER IL PRIMO GIORNO DEL SETTIMO MESE DELL’ANNO IN CUI L’ALBATROS È ARRIVATO NEI SALONI SUD-
OCCIDENTALI

Oggi ho deciso di visitare il Primo Vestibolo. È un luogo nel quale, abbastanza stranamente, vado alquanto di rado.
Dico “stranamente” perché quando, parecchi anni fa, ho cominciato il mio Sistema di Numerazione dei Saloni ho scelto
questo Vestibolo come punto di partenza, il luogo dal quale viene calcolato tutto il resto. Conoscendo Me Stesso come mi
conosco, sono convinto che non lo avrei scelto se non avessi percepito una sorta di forte legame con esso; eppure, non
riesco a ricordare che tipo di legame fosse. (Ha ragione l’Altro? Sto dimenticando le cose? È un pensiero sgradevole e lo
metto da parte).
Il Primo Vestibolo è un luogo impressionante, più vasto della maggior parte dei Vestiboli e più cupo. È dominato da
otto enormi Statue di Minotauri, ognuna alta all’incirca nove metri. Incombono al di sopra del Pavimento, oscurano il
Vestibolo con la loro Mole, le loro Corna Imponenti si protendono nell’Aria, le loro Espressioni Animalesche sono solenni,
imperscrutabili.
Nel Primo Vestibolo la temperatura è diversa rispetto a quella dei Saloni circostanti. È più fredda di molti gradi e c’è
una brezza che soffia da qualche punto e porta con sé un odore di pioggia, metallo e benzina. L’ho già notato diverse
volte ma, chissà perché, sembra sempre che un istante dopo lo dimentichi. Oggi ho concentrato la mia attenzione
sull’odore. Non era né sgradevole né piacevole, ma molto interessante. Ne ho seguito il percorso. Sono passato lungo la
Parete Meridionale del Vestibolo finché non sono arrivato ai due Minotauri che si ergono nell’Angolo Sud-Orientale. Qui
ho notato qualcosa. Le Ombre fra le due Statue stavano producendo una sorta di illusione ottica. Riuscivo quasi a
immaginare che si allungassero all’indietro e che stavo effettivamente scrutando dentro un corridoio che portava a un
punto lontano dove c’era una macchia di luce nebbiosa. Questa macchia di luce conteneva altre luci che sembravano
guizzare e spostarsi. Era quello il punto dal quale sembravano provenire la brezza e l’odore. Riuscivo a udire dei deboli
suoni – una sorta di vibrazione e un rumore di qualcosa che sbatteva ripetutamente, simile a quello delle Onde, ma meno
regolare.
D’un tratto, ho udito dei passi seguiti da una voce sonora e indignata: «...non è quello per cui sono stato assunto e gli
ho detto: “È una presa in giro. Questa è una cazzo di presa in giro, amico”».
Un’altra voce, più tetra, ha detto: «La gente non ha vergogna. Cioè, cosa gli passa per la testa quando...». A poco a
poco il suono dei passi si è smorzato.
Sono saltato all’indietro dall’Angolo Sud-Orientale come se mi avessero punto.
Che cosa era successo? Con prudenza, mi sono riavvicinato alle Statue e ho sbirciato in mezzo a loro. Adesso le
Ombre sembravano anonime. Potevo vedere, più o meno, che suggerivano la forma di un corridoio, ma non c’era altro. La
brezza fredda giocava intorno alle mie caviglie e io riuscivo ancora a sentire l’odore di pioggia, metallo e benzina, ma le
luci e il rumore erano scomparsi.
Mentre stavo fermo a pensare a queste cose, quattro vecchi sacchetti vuoti di patatine sono scivolati lungo il
Pavimento, uno dopo l’altro, spostati dalla brezza. Mi è sfuggito un gemito di esasperazione; questo era un problema che
pensavo di aver risolto. Tempo fa, trovavo sempre sacchetti vuoti sparsi nel Primo Vestibolo. Trovavo anche vecchie
scatole di bastoncini di pesce e confezioni di rustici alla salsiccia. Li ho raccolti tutti e bruciati, in modo che non
deturpassero la Bellezza della Casa. (Non so chi fosse a mangiare tutte quelle patatine e i bastoncini di pesce e i rustici
alla salsiccia, ma non potevo fare a meno di desiderare che lui o lei fosse più ordinato!). Ho trovato anche un sacco a
pelo sotto la Distesa marmorea della Scalinata. Era molto sporco e puzzolente, ma l’ho lavato meticolosamente e mi ha
servito bene.
Sono corso dietro ai sacchetti vuoti e li ho raccolti. Il quarto sacchetto non era affatto un sacchetto. Era un pezzo di
carta accartocciato. L’ho spianato. Sopra, c’era scritto quanto segue:

Non ti chiedo altro se non di darmi le indicazioni per la statua di cui mi stavi parlando – quella della vecchia volpe che insegna ad
alcuni giovani scoiattoli e altre creature. Mi piacerebbe vederla di persona. Non è un compito difficile e dovrebbe rientrare
ampiamente nelle tue capacità. Scrivi le indicazioni nello spazio qui sotto. Ho lasciato una penna vicino al tuo pranzo.

Mangia finché è caldo – il pranzo, non la penna.

Laurence

P.S. Per favore, cerca di ricordare di prendere il tuo multivitaminico.

Al di sotto del messaggio c’era un ampio spazio vuoto per la risposta del destinatario, ma era ancora vuoto, perciò ho
dedotto che lui o lei non aveva dato al mittente le informazioni richieste.
Avrei voluto aver conservato il foglio. Era una testimonianza di due delle Persone che hanno vissuto qui: in primo
luogo, una persona di nome Laurence e, in secondo luogo, una persona alla quale Laurence ha scritto e alla quale ha
fornito pranzo e multivitaminico. Ma chi erano? Ho preso in considerazione e subito scartato l’idea che uno di loro fosse
16. L’Altro aveva detto che 16 non conosceva la strada per arrivare qui ed era invece chiaro che sia Laurence sia il suo
amico un tempo frequentavano questi Saloni. Potevano benissimo appartenere ai miei Morti. Ma c’era un’altra
possibilità: che fossero abitanti dei Saloni Lontani. Se Laurence era ancora vivo e aspettava le informazioni sulla Statua,
allora sarebbe stato sbagliato prendere il foglio.
Ho tirato fuori la mia penna e ho scritto quanto segue nello spazio vuoto.

Caro Laurence

La Statua del Cane-Volpe che insegna a due Scoiattoli e a due Satiri si trova nel Quarto Salone Occidentale. Da questo Luogo, varca
la Porta Occidentale. Nel Salone successivo varca la Terza Porta sulla destra. Ti troverai nel Primo Salone Nord-Occidentale. Segui
la Parete Meridionale (a sinistra) e varca ancora la Terza Porta cui arrivi. Ti troverai in un Corridoio al termine del quale c’è il
Quarto Salone Occidentale. La Statua si trova nell’Angolo Nord-Occidentale. È anche una delle mie preferite!

1. Se sei vivo, allora la mia speranza è che trovi questa lettera e che le informazioni che ti ho dato ti siano utili. Forse un giorno ci
incontreremo. Potresti trovarmi in tutti i Saloni a nord, a ovest e a sud di qui. I Saloni a est sono abbandonati.
2. Se sei uno dei miei Morti (e se il tuo Spirito passa nel Vestibolo e legge questo foglio), allora spero che tu sappia già che vengo a
visitare il tuo Plinto o Nicchia regolarmente per parlare con te e portarti offerte di cibo e bevande.

3. Se sei morto – ma non sei uno dei miei Morti –, allora, per favore, sappi che io viaggio nel Mondo in lungo e in largo. Se mai
troverò i tuoi resti ti porterò offerte di cibo e bevande. Se avrò l’impressione che nessun essere vivente si prenda cura di te, allora
raccoglierò le tue ossa e le porterò nei miei Saloni. Ti metterò in ordine e ti farò riposare insieme ai miei Morti. Allora non sarai più
solo.

Possa la Casa, nella sua Bellezza, proteggerci entrambi.

Il Tuo Amico

Ho messo il foglio ai piedi di uno dei Minotauri – quello più vicino all’Angolo Sud-Orientale del Vestibolo – e l’ho
fermato sotto un piccolo sasso.






PARTE TERZA
Il Profeta











Il Profeta
ANNOTAZIONE PER IL VENTESIMO GIORNO DEL SETTIMO MESE DELL’ANNO IN CUI L’ALBATROS È ARRIVATO NEI SALONI SUD-
OCCIDENTALI

Dalle Finestre del Primo Salone Nord-Orientale filtravano grandi raggi di Luce. All’interno di uno dei raggi c’era un
uomo, in piedi, che mi dava la schiena. Era perfettamente immobile. Stava osservando la Parete delle Statue.
Non era l’Altro. Era più magro e non tanto alto.
16!
Mi sono imbattuto in lui in modo così repentino. Sono entrato da una delle Porte Occidentali e lui era lì.
Si è girato per guardarmi. Non si è mosso. Non ha detto niente.
Io non sono scappato. Mi sono avvicinato, invece. (Forse ho commesso un errore nel farlo, ma era già troppo tardi
per nascondermi, troppo tardi per mantenere la promessa fatta all’Altro).
Ho camminato lentamente intorno a lui, osservandolo in ogni particolare. Era un uomo anziano. Aveva la pelle secca
e sottile come carta, sulle sue mani le vene erano grosse e grumose. Gli occhi erano grandi, scuri e liquidi, con palpebre
magnificamente socchiuse e sopracciglia arcuate. Aveva la bocca lunga e mobile, rossa e stranamente umida. Indossava
un abito a quadri principe di Galles. Doveva essere magro da molto tempo perché, anche se vecchio, l’abito gli stava a
pennello – significa che era stropicciato e sformato perché la stoffa era vecchia e logora, non perché il taglio fosse
sbagliato.
Mi sono sentito stranamente deluso; avevo immaginato che 16 sarebbe stato giovane come me.
«Salve», ho detto. Ero curioso di sentire il suono della sua voce.
«Buon pomeriggio», ha risposto. «Se, effettivamente, siamo nel pomeriggio. Non lo so mai». Aveva un eloquio d’altri
tempi, languido e aristocratico.
«Lei è 16», ho detto. «Lei è la Sedicesima Persona».
«Non ti seguo, giovanotto», ha detto.
«Nel Mondo esistono due Vivi, tredici Morti e adesso lei», ho spiegato.
«Tredici morti? Che cosa interessante! Nessuno mi ha mai detto che qui c’erano resti umani. Chi sono, mi chiedo?».
Ho descritto l’Uomo Scatola-di-Biscotti, l’Uomo Pelle-di-Pesce, la Persona Nascosta, le Persone dell’Alcova e l’Infante
Ripiegato.
«Ecco, è una cosa davvero stupefacente», ha detto, «ma io ricordo quella scatola di biscotti. Di solito era poggiata su
un tavolinetto accanto alle tazze nell’angolo del mio studio all’università. Mi chiedo come sia arrivata qui. Be’, questo
posso dirtelo. Uno dei tuoi tredici morti è quasi sicuramente quel giovane italiano belloccio del quale Stan Ovenden era
tanto entusiasta. Come si chiamava?». Ha guardato altrove, ha riflettuto per un attimo, poi ha alzato le spalle. «No, non
ricordo. E immagino che un altro sia Ovenden stesso. Continuava a venire qui per vedere l’italiano. Gliel’ho detto che
così stava cercando guai, ma non voleva ascoltarmi. Sai, senso di colpa e via dicendo. E non sarei sorpreso se uno degli
altri fosse Sylvia D’Agostino. Non ho saputo più niente di lei dopo i primi anni Novanta. Quanto a chi sono io, giovanotto,
capisco perché tu possa concludere che sono “16”. Ma non è così. Per quanto affascinante sia questo posto...», si è
guardato intorno, «...non intendo rimanere. Sono solo di passaggio. Qualcuno mi ha detto che tu eri qui. No», si è
interrotto bruscamente. «Non è corretto. Qualcuno mi ha detto quello che pensava ti fosse accaduto e io ho concluso che
tu fossi qui. Questa persona mi ha mostrato una tua fotografia e, dal momento che eri chiaramente un bel bocconcino, ho
pensato di venire a darti un’occhiata. Sono felice di averlo fatto. Devi essere stato davvero un bel guardare prima, ecco...
prima che accadesse tutto. Ah, be’! A me è accaduto di invecchiare. E a te è accaduto questo. E adesso guardaci! Ma, per
tornare alla faccenda principale. Hai parlato di due persone viventi. Immagino che l’altra sia Ketterley?».
«Ketterley?».
«Val Ketterley. Più alto di te. Capelli e occhi scuri. Barba. Carnagione olivastra. Sai, sua madre era spagnola».
«Intende l’Altro?», ho detto.
«L’altro cosa?».
«L’Altro. Il Non-Me».
«Ah! Sì! Capisco cosa vuoi dire. Ottimo nome per lui! L’altro. Non importa quale sia la situazione, lui è sempre e solo
“l’altro”. Qualcuno lo precede sempre. Lui è sempre in secondo piano. E lo sa. Ed è una cosa che lo consuma. Era uno dei
miei studenti, sai. Oh, sì. Un perfetto ciarlatano, ovviamente. Con tutti i suoi atteggiamenti da grande intellettuale, lo
sguardo scuro e penetrante, in quella testa non ha un solo pensiero originale. Tutte le sue idee sono di seconda mano».
Si è interrotto per un attimo, poi ha aggiunto: «Per la verità, tutte le sue idee sono mie. Io sono stato il più grande
intellettuale della mia generazione. Forse di tutte le generazioni. Ho teorizzato che questo...». Ha aperto le braccia in un
gesto che voleva indicare il Salone, la Casa, Tutto. «...esistesse. Ed esiste davvero. Ho teorizzato che ci fosse una strada
per arrivare qui. E c’è. E sono venuto qui e ho mandato qui anche altri. Ho tenuto segreta ogni cosa. E fatto giurare
segretezza anche agli altri. Non mi ha mai interessato quella che si potrebbe chiamare moralità, ma mi sono imposto di
non portare al collasso la civiltà. Forse è stata una cosa sbagliata. Non lo so. Ho una vena sentimentale piuttosto accen​‐
tuata».
Ha fissato uno sguardo intenso, socchiuso e malevolo su di me.
«Tutti noi abbiamo pagato un prezzo terribile alla fine. Il mio è stato la prigione. Oh, sì. Immagino che questo ti
sconvolga. Vorrei poter dire che è stata colpa di un malinteso, ma ho fatto tutto quello che hanno detto. Per essere
proprio del tutto sincero, ho fatto molte più cose di quelle di cui erano a conoscenza. Anche se – lo sai? – la prigione mi è
piaciuta parecchio. Si incontrano persone affascinanti». Ha taciuto per un attimo. «Ketterley ti ha detto com’è stato
creato questo mondo?».
«No, signore».
«Ti piacerebbe saperlo?».
«Molto, signore», ho detto.
Mi è parso gratificato dal mio interesse. «Allora te lo dirò. È cominciato quando ero giovane, sai. Sono sempre stato
molto più brillante dei miei pari. La mia prima grande intuizione è stata quando mi sono reso conto di quanto il genere
umano avesse perso. Una volta, uomini e donne erano capaci di trasformarsi in aquile e volare su distanze immense.
Erano in comunione spirituale con i fiumi e le montagne e da loro ricevevano saggezza. Percepivano l’orbita delle stelle
all’interno delle loro menti. I miei contemporanei non lo capivano. Tutti erano ammaliati dall’idea del progresso e
credevano che qualsiasi cosa nuova dovesse essere superiore a ciò che era vecchio. Come se il merito fosse una funzione
della cronologia! Ma secondo me la saggezza degli antichi non poteva essere semplicemente svanita. Niente svanisce e
basta. Non è concretamente possibile. Io l’ho immaginata come una sorta di corrente energetica che fluiva fuori dal
mondo e ho pensato che questa energia doveva pur andare da qualche parte. È stato allora che ho capito che dovevano
esistere altri luoghi, altri mondi. E così mi sono ripromesso di trovarli».
«E ne ha trovati, signore?», ho domandato.
«Sì. Ho trovato questo. Questo è quello che io chiamo un Mondo Effluente – creato dal flusso delle idee che sono
fuoriuscite da un altro mondo. Questo mondo non poteva essere esistito a meno che l’altro non fosse esistito prima. Se
questo mondo dipenda ancora dall’esistenza del primo, non lo so. È tutto nel libro che ho scritto. Immagino che non ti sia
capitato di leggerlo».
«No, signore».
«Peccato. È terribilmente bello. Ti piacerebbe».
Per tutto il tempo in cui l’anziano signore aveva parlato, l’ho ascoltato con grande attenzione cercando di capire chi
fosse. Ha detto che non era 16, ma io non ero tanto ingenuo da credergli senza ulteriori prove. L’Altro aveva detto che 16
era malvagio, perciò era possibile che 16 mentisse sulla propria identità. Ma mentre il vecchio parlava, si rafforzava in
me la convinzione che stesse dicendo la verità. Lui non era 16. Il mio ragionamento era questo: l’Altro aveva descritto 16
come un individuo ostile alla Ragione e alla Scoperta Scientifica. Tale descrizione non si adattava al vecchio. Il vecchio
era appassionatamente devoto alla scienza come lo eravamo noi. Sapeva com’era fatto il Mondo ed era entusiasta di
trasmettere a me questa conoscenza.
«Dimmi», ha ripreso, «Ketterley è ancora convinto che la saggezza degli antichi si trovi qui?».
«Intende la Grande e Segreta Conoscenza, signore?».
«Esattamente».
«Sì».
«E la sta cercando ancora?».
«Sì».
«Molto divertente», ha commentato. «Non la troverà mai. Non è qui. Non esiste».
«Stavo cominciando a chiedermi se non fosse proprio così», ho detto.
«Allora tu sei notevolmente più brillante di lui. L’idea che sia nascosta qui... temo che abbia preso da me anche
questa. Prima di aver visto questo mondo, pensavo che la conoscenza che lo aveva creato fosse in qualche modo ancora
qui, sparsa da qualche parte, pronta a essere raccolta e rivendicata. Ovviamente, non appena sono arrivato qua mi sono
reso conto di quanto la mia idea fosse ridicola. Immagina dell’acqua che scorre sottoterra. Scorre nelle stesse fessure
anno dopo anno ed erode la roccia. Dopo qualche millennio, hai un sistema di grotte. Ma quello che non hai è l’acqua
che, in origine, le ha create. Quella è sparita da tempo. Dispersa nella terra. Stessa cosa qui. Ma Ketterley è un egotista.
Lui pensa sempre in termini di utilità. Non riesce a immaginare perché una cosa debba esistere se lui non può
sfruttarla».
«È per questo che ci sono le Statue?», ho chiesto.
«È per questo cosa che ci sono le Statue?».
«Le Statue esistono perché incarnano le Idee e la Conoscenza che sono fuoriuscite dall’altro Mondo per arrivare in
questo?».
«Oh! Non ci avevo mai pensato!», ha detto, compiaciuto. «Che osservazione intelligente. Sì, sì! Penso che sia
altamente probabile! Forse in una qualche remota area del labirinto, statue di computer obsoleti stanno prendendo vita
mentre noi parliamo!». Ha fatto una pausa. «Non devo rimanere a lungo, sono fin troppo consapevole delle conseguenze
a cui porta indugiare in questo luogo: amnesia, crollo totale della mente eccetera. Anche se devo dire che tu hai una
sorprendente coerenza. Il povero James Ritter, negli ultimi tempi, riusciva a malapena a mettere insieme una frase e lui
aveva passato qui la metà del tempo rispetto a te. No, quello che sono venuto a dirti veramente è questo». Ha stretto la
sua mano fredda, ossuta e incartapecorita intorno alla mia; poi, con uno strattone violento, mi ha tirato a sé. Sapeva di
inchiostro e carta, di profumo alla violetta e anice perfettamente bilanciato e, al di sotto di questi aromi, una tenue ma
inequivocabile traccia di qualcosa di sudicio, quasi fecale. «Qualcuno ti sta cercando», ha detto.
«16?», ho chiesto.
«Ricordami che cosa intendi».
«La Sedicesima Persona».
Lui ha piegato la testa di lato per considerare la risposta. «Ss-ì... Sì. Perché no? Diciamo che è così, in effetti, “16”».
«Ma pensavo che 16 stesse cercando l’Altro», ho detto. «16 è il nemico dell’Altro. È questo che mi ha detto l’Altro».
«L’altro...? Ah, sì, Ketterley! No, no! 16 non sta cercando Ketterley. Vedi che cosa intendo quando lo definisco
egotista? Pensa che tutto giri intorno a lui. No, sei tu la persona che 16 sta cercando. Mi ha chiesto come trovarti. Ora,
mentre non ho un desiderio particolare di soddisfare 16 – non ho un desiderio particolare di soddisfare nessuno –, sono
più che favorevole a fare un cattivo servizio a Ketterley. Lo detesto. Ha passato gli ultimi venticinque anni a calunniarmi
con chiunque avesse voglia di ascoltarlo. Quindi darò a 16 abbondanti indicazioni per arrivare qui. Istruzioni
dettagliate».
«La prego, signore, non lo faccia», ho detto. «L’Altro dice che 16 è una persona cattiva».
«Cattiva? Non direi. Non più della maggior parte della gente. No, mi dispiace, ma devo semplicemente indicare a 16
la strada. Voglio creare trambusto e non c’è modo migliore per farlo che mandare qui 16. Certo, c’è sempre la possibilità
– a dirla tutta, una fortissima possibilità – che 16 non arrivi mai qui. Pochissime persone possono venire qui a meno che
qualcuno non mostri loro la strada. In realtà, so che l’unica persona che ci sia mai riuscita è stata – a parte me stesso –
Sylvia D’Agostino. Sembrava possedere un talento nell’intrufolarsi, se mi segui. Ketterley era assolutamente atroce in
questo, anche dopo che gliel’avevo mostrato diverse volte. Non riusciva ad arrivare qui senza equipaggiamento – candele
e pali per rappresentare una porta e un rituale e ogni sorta di assurdità. Be’, immagino che lo avrai visto quando ti ha
portato qui. Sylvia, invece, riusciva a scivolare via da un momento all’altro. Ora la vedevi. Ora non c’era più. Alcuni
animali hanno questa facilità. Gatti. Uccelli. E nei primi anni Ottanta avevo una scimmia cappuccina che sapeva trovare
la strada in qualsiasi istante. Dirò a 16 la strada e, dopo, tutto dipenderà dalla quantità di talento che possiede. Quello
che tu devi ricordare è che Ketterley ha paura di 16. Più 16 si avvicina, più Ketterley diventerà pericoloso. In effetti non
sarei affatto sorpreso se ricorresse a violenze di qualche tipo. Forse potrebbe confortarti dirottare il pericolo
uccidendolo, o cose del genere». (Ha pronunciato “confortarti” come “conforrtarti”). Mi ha sorriso. «Adesso vado», ha
detto. «È l’ultima volta che ci vediamo».
«Allora, signore, possa il suo Percorso essere sicuro», ho detto, «il Pavimento intatto e possa la Casa riempire i suoi
occhi di Bellezza».
Lui è rimasto in silenzio per un istante. Sembrava immerso nella contemplazione del mio viso e, intanto, gli è venuto
in mente un ultimo pensiero. «Sai, non mi pento di aver rifiutato di vederti prima, quando me lo hai chiesto. Quella
lettera che mi hai scritto. Ho pensato che fossi uno stronzetto arrogante. E probabilmente lo eri, allora. Ma adesso...
Affascinante. Molto affascinante».
Ha raccolto un impermeabile che giaceva ammassato sul Pavimento. Poi si è diretto con calma olimpica verso la
Porta che dava nel Secondo Salone Orientale.


Ripenso alle parole del Profeta
ANNOTAZIONE PER IL VENTUNESIMO GIORNO DEL SETTIMO MESE DELL’ANNO IN CUI L’ALBATROS È ARRIVATO NEI SALONI SUD-
OCCIDENTALI

Naturalmente ero molto eccitato per questo incontro inatteso. Sono andato immediatamente a prendere questo
Diario e ho scritto ogni cosa. Ho intitolato l’annotazione Il Profeta perché è proprio di questo che dev’essersi trattato. Lui
ha spiegato la Creazione del Mondo e mi ha detto altre cose che solo un Profeta avrebbe potuto sapere.
Ho preso tempo per studiare attentamente le sue parole. La maggior parte non le avevo capite anche se, suppongo,
non è insolito con i profeti, date le loro grandi menti e i loro pensieri che seguono percorsi singolari.
Non intendo rimanere. Sono solo di passaggio.
Da questo ho capito che lui abitava nei Saloni Lontani e intendeva tornarci immediatamente.
Capisco perché tu possa concludere che sono “16”. Ma non è così.
Ho già deciso che questa affermazione è vera. Forse (ho ipotizzato liberamente) il Profeta ha creduto che i quindici
individui che abitavano i miei Saloni dovessero essere contati come un unico gruppo di Persone, mentre nei Saloni
Lontani viveva un altro gruppo e lui doveva essere contato come uno di loro. Forse fra la sua Gente lui era la Terza o la
Decima Persona. Forse era addirittura uno di quei numeri vertiginosi come Settantacinquesima Persona!
Ma sto divagando in quella che è senza dubbio una fantasia.
Sono venuto qui e ho mandato qui anche altri.
Il Profeta poteva aver davvero mandato uno dei miei Morti in questi Saloni? L’Uomo Pelle-di-Pesce o l’Infante
Ripiegato? Questa era una pura speculazione. Come molte altre affermazioni del Profeta, per il momento è rimasta
impenetrabile.
Tutti noi abbiamo pagato un prezzo terribile alla fine. Il mio è stato la prigione.
Di questa, non sono venuto a capo.
...quel giovane italiano belloccio... Stan Ovenden... Sylvia D’Agostino... il povero James Ritter...
Il Profeta ha menzionato quattro nomi. O meglio, per amor di precisione, tre nomi e un appellativo («quel giovane
italiano belloccio»). Questa è stata una grande implementazione alla mia conoscenza del Mondo. Se il Profeta non avesse
detto altro oltre questo, le sue parole sarebbero state comunque inestimabili. Il Profeta ha suggerito che tre di quei nomi
appartengono ai Morti (Stan Ovenden, Sylvia D’Agostino e «quel giovane italiano belloccio»). La condizione del «povero
James Ritter» non mi è chiara. Il Profeta intendeva, forse, che anche lui doveva rientrare nel conto dei Morti? Oppure
faceva parte della gente del Profeta che viveva nei Saloni Lontani? Non lo sapevo.
Quante domande! Quante le cose che avrei desiderato chiedergli. Ma non mi biasimo. È comparso così
all’improvviso. Mi ha colto del tutto impreparato. Soltanto adesso, nella pace e nella solitudine, riesco a elaborare le
informazioni che mi ha dato.
...Ketterley è ancora convinto che la saggezza degli antichi si trovi qui?... Non la troverà mai. Non è qui. Non esiste.
Sono stato felice di ricevere la conferma che avevo ragione. Forse è stato un po’ presuntuoso da parte mia, ma non
ho potuto farne a meno. Devo ancora decidere quali ripercussioni avrà sulla mia futura attività e collaborazione con
l’Altro.
Da molte cose che il Profeta ha detto è emerso chiaramente che lui e l’Altro, un tempo, si sono conosciuti. Il Profeta
ha chiamato l’Altro “Ketterley” e ha detto che è stato un suo studente. Eppure, l’Altro non ha mai parlato del Profeta. In
tante occasioni ho parlato con lui delle quindici persone che il Mondo contiene, ma lui non mi ha mai detto: «Quindici è
un numero sbagliato! So che ce n’è un’altra». Il che è piuttosto strano (soprattutto se si considera quanto gli piaccia
contraddirmi ogni volta che se ne presenta l’opportunità). Ma l’Altro non è mai stato interessato a scoprire il numero
delle persone che hanno vissuto qui. È uno degli ambiti in cui il nostro interesse scientifico diverge.
Più 16 si avvicina, più Ketterley diventerà pericoloso.
Ma, che io sappia, l’Altro non ha mai mostrato la minima predisposizione alla violenza.
Potrebbe confortarti dirottare il pericolo uccidendolo, o cose del genere.
Il Profeta, invece, era chiaramente una persona violenta.
Sai, non mi pento di aver rifiutato di vederti prima, quando me lo hai chiesto. Quella lettera che mi hai scritto. Ho
pensato che fossi uno stronzetto arrogante. E probabilmente lo eri, allora.
Delle esternazioni del Profeta, questa è stata la più sconcertante. Io non gli ho mai scritto una lettera. Come avrei
potuto, visto che ho scoperto la sua esistenza soltanto ieri? Forse è stato uno dei Morti a scrivergli – Stan Ovenden o il
povero James Ritter – e il Profeta mi sta confondendo con quella persona. O forse i profeti percepiscono il Tempo in modo
diverso dagli altri. Magari, in futuro, gli scriverò una lettera.


L’Altro descrive le circostanze nelle quali sarebbe giusto uccidermi
ANNOTAZIONE PER IL VENTIQUATTRESIMO GIORNO DEL SETTIMO MESE DELL’ANNO IN CUI L’ALBATROS È ARRIVATO NEI SALONI
SUD-OCCIDENTALI

Naturalmente ero ansioso di raccontare all’Altro il mio incontro con il Profeta. Era essenziale che sapesse quanto
prima che il Profeta aveva intenzione di rivelare a 16 la strada per arrivare ai nostri Saloni. Fra venerdì (il giorno in cui
ho conosciuto il Profeta) e oggi (il giorno fissato per l’incontro con l’Altro) ho cercato l’Altro in ogni dove, ma non l’ho
trovato.
Questa mattina sono entrato nel Secondo Salone Sud-Occidentale. L’Altro era già lì e ho visto subito che era in uno
stato di leggera agitazione. Aveva le mani affondate nelle tasche, camminava su e giù e il suo viso incupito suggeriva una
collera trattenuta.
«Ho una cosa importante da dirti», ho detto.
Con un gesto della mano ha spazzato via la mia frase. «Dovrà aspettare», ha replicato. «Ho bisogno di parlarti. C’è
una cosa che non ti ho detto a proposito di 22».
«Chi?», ho detto.
«Il mio nemico», ha risposto l’Altro. «Quello che sta venendo qui».
«Intendi 16?».
Una pausa.
«Oh, sì. Giusto. 16. Non riesco proprio a tenere a mente quei nomi assurdi che dai alle cose. Be’, c’è una cosa che
non ti ho detto, a proposito di 16. In realtà la persona alla quale 16 è interessato sei tu».
«Sì!», ho esclamato. «È alquanto strano, ma lo so già. Vedi...».
Ma l’Altro mi ha interrotto. «Se 16 viene qui», ha detto, «e comincio a pensare che sia seriamente possibile... be’,
verrà a cercare te».
«Sì, lo so. Ma...».
L’Altro ha scosso la testa. «Piranesi! Ascoltami! 16 vorrà dirti delle cose... cose che tu non capirai, ma se permetterai
che accada, se consentirai a 16 di parlarti, allora quelle parole avranno un effetto terribile. Se ascolterai quello che dice
16, le conseguenze saranno mostruose. Follia. Terrore. L’ho già visto accadere. 16 ha la capacità di dissolvere i tuoi
pensieri soltanto parlandoti. 16 sa farti dubitare di tutto quello che vedi. 16 può farti dubitare di me».
Ero sconvolto. Quello di cui parlava era un livello di malvagità che non avevo mai immaginato. Era spaventoso.
«Come posso proteggermi?», ho chiesto.
«Facendo quello che ti ho già detto. Nascondendoti. Impedendo a 16 di vederti. Soprattutto, non ascoltando le sue
parole. Non riesco a sottolineare abbastanza quanto questo sia assolutamente vitale. Devi capire che tu sei
particolarmente vulnerabile rispetto a questo... questo potere che possiede 16, perché tu sei già mentalmente instabile».
«Mentalmente instabile?», ho detto. «Che significa?».
Sul viso dell’Altro è passata un’ombra di fastidio. «Te l’ho detto», ha insistito. «Tu dimentichi le cose. Ti ripeti. Ne
abbiamo già parlato una settimana fa. Non dirmi che l’hai già dimenticato».
«No, no», ho detto. «Non ho dimenticato niente». Mi sono chiesto se fosse il caso di parlargli della mia teoria,
secondo la quale era lui, non io, ad avere la memoria labile, ma, tutto considerato, non mi è sembrato il momento.
«Bene, allora», ha detto l’Altro. Ha sospirato. «Non è finita qui. C’è ancora una cosa che ho bisogno di dire e voglio
che tu capisca che è dolorosa per me quanto lo è per te. Se scoprirò che hai dato ascolto a 16 e che lui ti ha infettato con
la sua follia, questo mi metterà in pericolo. Lo capisci, vero? C’è il rischio che tu mi aggredisca. A dir la verità è molto
probabile che lo faresti. Quasi sicuramente 16 tenterà di manipolarti per indurti a farmi del male».
«Farti del male?».
«Sì».
«Ma è terribile».
«Abbastanza. E poi c’è tutta la questione della tua dignità di essere umano. Ti troveresti in una condizione
degradata, folle. Sarebbe molto umiliante per te. Non posso immaginare che potresti voler andare avanti così, o
sbaglio?».
«No», ho detto. «No, non penso proprio che lo vorrei».
«Bene», ha detto e ha respirato a fondo. «In queste circostanze, se scoprissi che sei impazzito, penso che sarebbe
meglio che io ti uccidessi. Per il bene di entrambi».
«Oh!», ho detto. Questa non me l’aspettavo.
C’è stato un breve silenzio.
«Ma, forse, con il tempo e un aiuto, potrei riprendermi?», ho suggerito.
«È improbabile», ha risposto l’Altro. «E, in ogni caso, non potrei proprio correre il rischio».
«Oh», ho detto.
C’è stato un silenzio più lungo.
«Come mi ucciderai?», ho chiesto.
«Meglio che tu non lo sappia», ha risposto.
«No. Suppongo sia meglio di no».
«Non ci pensare, Piranesi. Fa’ quello che ti ho detto. Evita 16 a ogni costo, allora non avremo problemi».
«Perché tu non sei impazzito?», ho chiesto.
«Cosa?».
«Tu hai parlato con 16. Perché non sei impazzito?».
«Te l’ho detto prima. Ho i mezzi per proteggermi. Tra l’altro», ha aggiunto con la bocca alterata da una smorfia di
tristezza, «non è che io sia completamente immune. Dio solo sa quanto ogni cosa mi faccia sentire mezzo matto in questo
momento».
Di nuovo siamo rimasti in silenzio. Penso che fossimo entrambi in stato di shock. Poi, l’Altro ha messo su un leggero
sorriso forzato e ha fatto uno sforzo per apparire normale. Un pensiero lo ha colpito. «Come lo sapevi?», ha chiesto.
«Cosa?», ho replicato.
«Pensavo che avessi detto... Mi è sembrato che tu stessi dicendo che sapevi già che 16 ti stava cercando. Te in
particolare. Ma come potevi? Come potevi saperlo?». Ho capito dalla sua espressione che stava tentando di risolvere il
mistero.
Era arrivato il momento di parlargli del Profeta. Avevo la storia sulla punta della lingua. Ho esitato. Ho detto: «Mi è
stato rivelato. Dalla Casa. Sai come ottengo queste rivelazioni?».
«Oh. Giusto. Quello. E cos’era che volevi dirmi? Hai detto che avevi una cosa importante da dirmi».
Un’altra breve pausa.
«Ho visto una piovra nuotare nei Saloni Inferiori che sono raggiungibili dal Diciottesimo Vestibolo», ho detto.
«Oh», ha esclamato l’Altro. «Davvero? Che bello».
«Era bella», ho concordato.
L’Altro ha preso un respiro profondo. «Allora! Stai alla larga da 16! E non impazzire!». Mi ha sorriso.
«Puoi esser certo che gli starò lontano», ho detto. «E non impazzirò».
L’Altro mi ha dato una pacca sulla spalla. «Magnifico», ha detto.


La mia reazione alla dichiarazione dell’Altro che lui potrebbe, in determinate circostanze, uccidermi
ANNOTAZIONE PER IL VENTICINQUESIMO GIORNO DEL SETTIMO MESE DELL’ANNO IN CUI L’ALBATROS È ARRIVATO NEI SALONI
SUD-OCCIDENTALI

L’avevo scampata bella! Avevo quasi detto all’Altro del Profeta! E allora lui (l’Altro) avrebbe detto: «Perché hai
parlato con una Persona Sconosciuta quando mi hai promesso che non lo avresti fatto? Non hai pensato che potesse
essere 16?».
E io che cosa avrei risposto? Perché io ho pensato che fosse 16 quando gli ho parlato. Ho infranto la promessa fatta
all’Altro. Non ci sono scuse per questo. Grazie alla Casa non gliel’ho detto! Nella migliore delle ipotesi avrebbe pensato
che sono una persona inaffidabile. Nella peggiore, lo avrebbe reso ancora più incline a uccidermi.
Eppure, non riesco a non pensare che, se la situazione fosse rovesciata e a essere minacciata fosse la sanità mentale
dell’Altro, io non ricorrerei con altrettanta rapidità al suo omicidio. A dir la verità, penso che mai vorrei ucciderlo – la
sola idea mi sembra aberrante. Di certo tenterei prima altre strade, come per esempio trovare una cura per la sua follia.
Ma l’Altro ha un carattere piuttosto inflessibile. Non mi spingerei a definirlo una colpa, ma è una tendenza
inequivocabile.


Ho cambiato il mio aspetto in previsione dell’arrivo di 16
ANNOTAZIONE PER IL PRIMO GIORNO DELL’OTTAVO MESE DELL’ANNO IN CUI L’ALBATROS È ARRIVATO NEI SALONI SUD-
OCCIDENTALI

Proprio adesso mi sto esercitando a nascondermi da 16.
Immagina (dico a Me Stesso) che tu abbia appena visto qualcuno – 16! – nel Ventitreesimo Salone Sud-Orientale.
Adesso nasconditi!
Allora corro rapido e silenzioso verso una Parete e salto nello Spazio fra due Statue. Mi schiaccio per bene lì dentro e
rimango immobile e zitto. Ieri, mentre mi stavo nascondendo, nel Salone è entrata una poiana a caccia di uccelli più
piccoli. Ha volato in cerchio e poi si è posata sulla Statua di un Uomo e un Bambino che disegnavano una mappa delle
Stelle. È rimasta lì per mezz’ora, ma non si è accorta di me.
I miei indumenti sono perfetti per camuffarmi. Quando ero più giovane, le mie camicie e i pantaloni erano di colori
diversi: blu, nero, bianco, grigio, verde oliva. Una camicia era di un bellissimo color rosso ciliegia. Ma poi sono tutti
sbiaditi in pallide ombre dei colori originari. Ora sono tutti di un indistinto e indistinguibile grigio che si confonde con i
bianchi e grigi delle Statue di marmo.
I miei capelli, però, sono tutta un’altra questione. Negli anni, mentre crescevano, li ho intrecciati con tante belle cose
che ho trovato o fabbricato: conchiglie, perle di corallo, sassolini e interessanti lische di pesce. Molti di questi ornamenti
sono vivaci, luccicanti e hanno colori vistosi. E tutti tintinnano mentre cammino o corro. Così, la scorsa settimana, ho
passato un pomeriggio a districarli tutti. Non è stato facile e, a volte, è stato doloroso. Ho riposto i miei ornamenti nella
bellissima scatola con la piovra disegnata che, prima, conteneva le mie scarpe. Quando 16 tornerà nei suoi Saloni, potrò
rimetterli – senza, mi sento stranamente nudo.


L’Indice
ANNOTAZIONE PER L’OTTAVO GIORNO DELL’OTTAVO MESE DELL’ANNO IN CUI L’ALBATROS È ARRIVATO NEI SALONI SUD-
OCCIDENTALI

È mia abitudine ordinare le annotazioni del mio Diario ogni settimana o giù di lì. Trovo che sia più valido così,
rispetto al farlo immediatamente. A distanza di tempo è più facile separare le cose importanti da quelle effimere.
Questa mattina mi sono seduto a gambe incrociate sul Pavimento del Secondo Salone Settentrionale con il mio Diario
e l’Indice. Sono accadute tantissime cose dall’ultima volta che ho eseguito questo lavoro.
Ho creato una voce nell’Indice:

Profeta, comparsa del: Diario n. 10, pagine 148-152

Ne ho creata un’altra:

Profezie riguardanti l’arrivo di 16: Diario n. 10, pagine 151-152

Poi ho riletto quello che aveva detto il Profeta a proposito delle identità dei Morti e ho creato una voce:

Morti, i, nomi provvisori per: Diario n. 10, pagine 149, 152

Ho cominciato a creare voci per i nomi individuali. Sotto la lettera I, ho scritto:

Italiano, belloccio, giovane: Diario n. 10, pagina 149

Avevo quasi finito di scrivere il nome di Stan Ovenden (sotto la lettera O), quando il mio sguardo è stato attirato da
una voce qualche riga più in alto:

Ovenden, Stanley, studente di Laurence Arne-Sayles: Diario n. 21, pagina 154. Vedi anche La scomparsa di Maurizio
Giussani, Diario n. 21, pagine 186-187

Sono rimasto folgorato. Eccolo lì. Stanley Ovenden. Già nell’Indice. Eppure, il suo nome, quando il Profeta lo ha
pronunciato, non mi è suonato affatto familiare.
Ho riletto la voce dell’Indice.
Mi sono fermato. Sapevo, mentre la guardavo, che c’era qualcosa di molto strano. Ma la stranezza era talmente
strana, così completamente incomprensibile che ho trovato difficile formulare un pensiero coerente a riguardo. Potevo
vedere la stranezza con i miei stessi occhi, ma non riuscivo a pensarla con la mia mente.
Diario n. 21.
Avevo scritto «Diario n. 21». Per quale ragione al Mondo l’avevo fatto? Non aveva assolutamente senso. Il Diario nel
quale sto scrivendo adesso è (come ho già spiegato) il Diario n. 10. Non esiste un Diario n. 21. Non potrebbe essere mai
esistito un Diario n. 21. Che cosa significava?
Ho dato un’occhiata al resto della pagina. La maggior parte delle voci raccolte sotto la O riguardavano l’Altro1. Ce
n’erano una gran quantità, com’era giusto aspettarsi visto che lui è l’unico altro essere umano oltre a Me – e,
ovviamente, il Profeta e 16, ma su di loro so davvero poco. Ho visto che c’erano voci più vecchie su altri argomenti. Una
cosa strana quanto la voce su Stanley Ovenden. Mentre mi concentravo su queste, ho rilevato la stessa riluttanza a
elaborare quello che i miei occhi vedevano. Comunque, ho costretto i miei occhi a vederlo; ho costretto la mia mente a
pensarlo.

Orcadi, progetto per estate 2002: Diario n. 3, pagine 11-15, 20-28
Orcadi, scavo archeologico: Diario n. 3, pagine 30-39, 47-51
Orcadi, Ness of Brodgar: Diario n. 3, pagine 40-47
Osservazionale, incertezza: Diario n. 5, pagine 134-135
O’Keeffe, Georgia, mostra: Diario n. 11, pagine 91-95
Oscura, psichiatria, vedi R.D. Laing
Oscura, filosofia: Diario n. 17, pagine 19-32; vedi anche J.W. Dunne (Serialismo), Owen Barfield, Rudolf Steiner
Oscure, idee, come i diversi sistemi di conoscenza e credo le trattano: Diario n. 18, pagine 42-57
Oscura, narrativa, vedi Fanfiction
Outsider, L’, Colin Wilson: Diario n. 20, pagine 46-51
Oscure, matematiche: Diario n. 21, pagine 40-44; vedi anche Srinivasa Ramanujan
Oscura, arte: Diario n. 21, pagine 79-86

C’erano riferimenti a Diari che non esistevano! Diari 11, 17, 18 e 20. I Diari 3 e 5 esistevano, certo, quindi quelle voci
erano sensate. Tranne... tranne... Più le guardavo, più cresceva il sospetto che quelle voci non si riferissero ai miei Diari
3 e 5, ma ad altri. Le voci erano scritte con una penna che non riconoscevo. L’inchiostro era più sottile e più fluido e il
pennino era più largo di quello di qualsiasi penna in mio possesso. Oltre a questo c’era la scrittura in sé. Era la mia
calligrafia – non c’era alcun dubbio – ma era impercettibilmente diversa da quella che utilizzo attualmente. Era più tonda
e spessa – in una parola, più giovane.
Sono andato nell’Angolo Nord-Orientale e mi sono arrampicato sulla Statua di un Angelo impigliato in un Cespuglio
di Rose. Sono andato a prendere la mia borsa da postino di cuoio marrone. Ho tirato fuori tutti i miei Diari. Ce n’erano
nove. Soltanto nove. Non ne ho trovati altri venti ai quali inspiegabilmente non avevo fatto caso fino a questo momento.
Ho esaminato i Diari con grande accuratezza, prestando particolare attenzione alle copertine e ai numeri che vi
erano scritti sopra. I miei Diari sono neri e li numero ognuno alla base della costa usando una penna gel bianca. Con mia
estrema meraviglia, ho scoperto che i primi tre Diari in origine erano stati numerati in modo diverso. Erano numerati 21,
22 e 23, ma qualcuno aveva grattato via la cifra inziale “2” trasformando i numeri in 1, 2 e 3. L’abrasione non era stata
eseguita in modo perfetto (l’inchiostro gel è difficile da rimuovere) e si riusciva ancora a intravedere la forma
evanescente del “2”.
Sono rimasto seduto per un po’ a cercare di capire, ma non sono riuscito a venire a capo di niente.
Se il Diario n. 1 (il mio Diario n. 1) era, in origine, il Diario n. 21, allora doveva contenere le due annotazioni su
Stanley Ovenden. L’ho preso, aperto e ho girato le pagine fino alla 154. Eccola lì. L’annotazione era datata 22 gennaio
2012. Era intitolata: Biografia di Stanley Ovenden.

Stanley Ovenden. Nato nel 1958 a Nottingham, Inghilterra. Padre, Edward Francis Ovenden, proprietario di un
negozio di dolci. Nome e occupazione della madre sconosciuti. Studiò Matematica all’università di Birmingham.
Cominciò come ricercatore post-laurea nel 1981. Nello stesso anno frequentò le famose lezioni di Laurence Arne-Sayles:
il Dimenticato, il Liminale, il Trasgressivo e il Divino. Poco tempo dopo, Ovenden lasciò Matematica e iniziò un dottorato
in Antropologia all’università di Manchester sotto la supervisione di Arne-Sayles.

La prima annotazione finiva qui, così sono andato avanti fino a pagina 186, all’annotazione intitolata: La scomparsa
di Maurizio Giussani.

Nell’estate del 1987, Laurence Arne-Sayles affittò una fattoria chiamata Casale del Pino, a venti chilometri da
Perugia. I suoi studenti preferiti (la cerchia ristretta) andarono con lui: Ovenden, Bannerman, Hughes, Ketterley e
D’Agostino.
All’interno del gruppo comparvero le prime tensioni. Arne-Sayles era diventato particolarmente sensibile a qualsiasi
commento o domanda che dimostrasse che colui che li esprimeva non era sufficientemente dedito al suo “grande
esperimento”. Chiunque osasse metterlo in discussione era soggetto a una feroce e meticolosa ispezione di tutti i suoi
fallimenti, personali e accademici. Di conseguenza, quasi tutto il gruppo manteneva un silenzio diplomatico, ma Stanley
Ovenden, che aveva una sorta di amusia quando si trattava delle personalità degli altri, continuava a esprimere dubbi su
quello che stavano facendo. Quando Tali Hughes prese le difese di Ovenden contro Arne-Sayles anche lei fu oggetto di
una generosa parte del suo malumore. L’atmosfera al Casale del Pino si fece sempre più tesa e, di conseguenza, Ovenden
e Hughes cominciarono a passare sempre più tempo lontano dagli altri. Diventarono amici di un giovane studente di
Filosofia dell’università di Perugia, Maurizio Giussani. Questa nuova amicizia sembrò allarmare non poco Arne-Sayles.
La sera del 26 luglio, Arne-Sayles invitò Giussani e la sua fidanzata, Elena Marietti, a una cena al Casale del Pino.
Durante la cena Arne-Sayles parlò dell’altro mondo (un luogo dove oceani e architettura erano fusi insieme) e di come
fosse possibile arrivarci. Elena Marietti pensò che Arne-Sayles stesse parlando per metafore oppure che stesse
descrivendo una sorta di esperienza psichedelica alla Aldous Huxley.
Il giorno successivo Marietti doveva lavorare. (Come Giussani, era una dottoranda, ma durante l’estate lavorava nello
studio del padre, a Perugia, come assistente legale). Intorno alle undici salutò tutti, salì in macchina, andò a casa e si
mise a letto. Gli altri stavano ancora parlando. Gli inglesi avevano promesso che uno di loro avrebbe riportato Giussani a
casa.
Maurizio Giussani scomparve per sempre. Arne-Sayles ha dichiarato di essere andato a dormire poco dopo la
partenza di Marietti e di non sapere niente di ciò che era accaduto. Gli altri (Ovenden, Bannerman, Hughes, Ketterley e
D’Agostino) hanno detto che Giussani aveva rifiutato l’offerta di un passaggio e si era incamminato verso casa poco dopo
la mezzanotte. (La notte era tiepida e illuminata dalla luna; Giussani viveva a circa tre chilometri di distanza).
Dieci anni dopo, quando Arne-Sayles è stato arrestato per aver rapito un altro ragazzo italiano, la polizia italiana ha
riaperto il caso della scomparsa di Giussani, tuttavia...

Ho smesso di leggere e mi sono alzato in piedi, ansimando. Provavo l’impellente desiderio di lanciare il Diario
lontano da me. Le parole sulla pagina – (nella mia calligrafia!) – apparivano parole ma, allo stesso tempo, sapevo che non
significavano niente. Erano assurdità, farneticazioni! Quale significato potevano mai avere parole come “Birmingham” e
“Perugia”? Nessuno. Nel Mondo non c’è niente che vi corrisponda.
Dopotutto, l’Altro aveva ragione. Avevo dimenticato moltissime cose! Ancora peggio, proprio quando l’Altro ha
dichiarato che se impazzirò mi ucciderà, ho scoperto che sono già pazzo! Oppure, se non lo sono adesso, sicuramente lo
sono stato in passato. Ero pazzo quando ho scritto quelle annotazioni!
Non ho lanciato via il Diario. L’ho lasciato cadere sul Pavimento e me ne sono andato. Volevo mettere una distanza
fisica fra Me e le prove della mia pazzia. Le parole prive di senso – “Perugia”, “Nottingham”, “università” – mi
riecheggiavano nel cervello. Sentivo una grande pressione nella testa, come se una mole di idee semiformate fosse sul
punto di penetrare con la forza nella mia consapevolezza, portando con sé altra follia oppure comprensione.
Ho attraversato rapidamente diversi Saloni, senza conoscere, o curarmi, della destinazione. All’improvviso, ho visto
davanti a me la Statua del Fauno, la Statua che amo più di ogni altra. C’era il suo viso calmo, appena sorridente; c’era il
dito indice dolcemente premuto sulle labbra. In passato ho sempre pensato che con quel gesto volesse avvertirmi di
qualcosa: Stai attento! Ma oggi mi è parso indicare una cosa alquanto diversa: Calma! Fatti coraggio! Mi sono
arrampicato sul suo Plinto e mi sono gettato nelle sue Braccia, circondando con le mie il suo Collo e intrecciando le dita
alle sue Dita. Al sicuro nel suo abbraccio, ho pianto per la mia perduta Sanità Mentale. Profondi, amari singhiozzi mi
gonfiavano, quasi dolorosamente, il petto.
Calma!, mi diceva lui. Fatti coraggio!


Ho deciso di prendermi maggior cura di Me Stesso
ANNOTAZIONE PER IL NONO GIORNO DELL’OTTAVO MESE DELL’ANNO IN CUI L’ALBATROS È ARRIVATO NEI SALONI SUD-
OCCIDENTALI

Ho lasciato l’Abbraccio del Fauno e ho vagato, infelice, nella Casa. Credevo di essere pazzo – o di esserlo stato – o,
peggio, che lo stessi diventando in quel momento. Da qualsiasi lato la guardassi, era una prospettiva terrificante.
Dopo un po’ ho deciso che questo modo di fare non andava affatto bene.
Mi sono costretto a tornare nel Terzo Salone Settentrionale dove ho mangiato del pesce e bevuto un po’ d’acqua. Poi
sono tornato a fare visita a tutte le mie Statue preferite: il Gorilla, il Bambino che suona i Cembali, la Donna che
sorregge un Alveare, l’Elefante che sorregge un Castello, il Fauno, i Due Re che giocano a Scacchi. La loro Bellezza mi
ha confortato e mi ha fatto uscire dal mio guscio; le loro nobili espressioni mi hanno fatto tornare in mente tutto ciò che
di buono c’è nel Mondo.
Questa mattina sono in grado di riflettere con più calma su quello che è accaduto.
Accetto l’idea di essere stato molto malato, in passato. Devo essere stato molto male quando ho scritto quelle
annotazioni nel mio Diario, altrimenti non le avrei riempite di parole stravaganti come “Birmingham” e “Perugia”.
(Persino adesso, mentre le scrivo, ricomincio a sentirmi in ansia. Una ridda di immagini si agita nella mia mente – strane,
angoscianti, ma allo stesso tempo curiosamente familiari. La parola “Birmingham”, per esempio, porta con sé un fracasso
indistinto, il balenio di un movimento e di un colore e l’immagine fuggevole di torri e guglie contro un fitto cielo grigio.
Cerco di trattenere queste impressioni, di esaminarle più a fondo, ma svaniscono immediatamente).
Malgrado tutto, credo di essere stato precipitoso nell’etichettare come farneticanti quelle due annotazioni. Alcune
parole – “università”, per esempio – sembrano avere effettivamente una specie di significato. Ho dedicato qualche
riflessione a quale potrebbe essere la spiegazione di tutto questo. Comprendo la parola “studioso” perché sparse in giro
per la Casa ci sono molte Statue di Studiosi con libri e fogli nelle mani. Ho forse estrapolato l’idea di una “università” (un
luogo dove si riuniscono gli studiosi) da queste? Non mi pare un’ipotesi molto soddisfacente ma, al momento, è quanto di
meglio riesco a pensare.
Le annotazioni contengono anche nomi di persone la cui esistenza è confermata da altre prove. Il Profeta ha parlato
di uno Stanley Ovenden, quindi è chiaro che è stato un individuo in carne e ossa. Il Profeta ha cercato anche di pensare
al nome del giovane italiano belloccio, ma non c’è riuscito. Forse era Maurizio Giussani. Infine, in tutte e due le
annotazioni viene menzionata una persona di nome “Laurence Arne-Sayles” e io ho trovato una lettera firmata
“Laurence” nel Primo Vestibolo.
In altre parole, sembra che, mescolate alle assurdità di quelle annotazioni, vi siano delle informazioni reali. Nella
ricerca che sto conducendo per apprendere tutto quello che posso sulle persone che hanno vissuto, se ignorassi questa
fonte importante commetterei un errore.
È chiaro, ormai, il fatto che io abbia dimenticato molte cose e – è meglio affrontare la questione di petto – adesso ho
le prove di aver vissuto periodi di grave squilibrio mentale. Il mio primo e più importante obiettivo è nascondere tali
difetti all’Altro. (Sebbene io non pensi che, a causa loro, si spingerebbe fino a uccidermi, sono certo che adotterebbe nei
miei confronti un atteggiamento ancora più sospettoso di quanto non sia ora). Quasi altrettanto importante è la necessità
di difendermi da una nuova insorgenza della malattia. A questo scopo, ho deciso di prendermi maggior cura di Me
Stesso. Non devo lasciarmi assorbire dal mio lavoro scientifico fino al punto di dimenticare di andare a pesca e
ritrovarmi con niente da mangiare. (La Casa fornisce cibo abbondante alle persone attive e intraprendenti. Non ci sono
scuse per ridursi alla fame!). Devo dedicare più energia a rammendare i miei indumenti e fabbricare coperture per i miei
piedi, che spesso sono freddi. (Domanda: è possibile lavorare dei calzini ai ferri usando le alghe? Improbabile).
Ho riflettuto sulla rinumerazione dei miei Diari e sono giunto alla conclusione che devo averlo fatto per forza Io
Stesso. Ciò significa che sono scomparsi venti (venti!) Diari – un pensiero alquanto allarmante! Eppure, allo stesso
tempo, il fatto che ci siano Diari mancanti ha un senso. Io ho (come ho dichiarato in precedenza) più o meno
trentacinque anni. I dieci Diari che possiedo coprono un periodo di cinque anni. Dove sono i Diari della mia vita
antecedente? E che cosa ho fatto in quegli anni?
Ieri ho pensato che non avrei mai più voluto rileggere o ricontrollare i miei Diari. Ho visualizzato Me Stesso mentre
gettavo tutti i dieci Diari e l’Indice in una scatenata Marea e ho immaginato quanto mi sarei sentito sollevato nel
liberarmene. Ma oggi sono più calmo. Mi sento meno in balia della paura e del panico. Oggi riesco a vedere che ci sono
solidi motivi per studiare con cura i miei Diari, anche nelle loro parti folli – forse soprattutto le loro parti folli.
Innanzitutto, ho sempre desiderato ardentemente conoscere meglio le persone che hanno vissuto e, per quanto sia
incomprensibile, sembra che i Diari contengano effettivamente delle informazioni su di loro, anche se presentate in
maniera bizzarra. In secondo luogo, ho bisogno di avere quante più informazioni possibili sulla mia pazzia, in particolare
cosa la innesca e come posso difendermene in futuro.
Forse, studiando il passato nelle pagine del mio Diario, sarò in grado di capire il senso di queste cose. Nel frattempo
è importante riconoscere che leggere il Diario è, in sé, un’attività stimolante, che dà origine a molte emozioni dolorose e
pensieri angoscianti. Devo procedere con cautela e leggere soltanto piccole parti alla volta.
Sia l’Altro che il Profeta hanno dichiarato che la Casa stessa è causa di pazzia e dimenticanza. Entrambi sono
scienziati e persone razionali. Quando due autorità così impeccabili sono d’accordo, credo che accettare le loro
conclusioni sia d’obbligo. La Casa è l’origine della mia smemoratezza.
Hai fiducia nella Casa?, chiedo a Me Stesso.
Sì, mi rispondo.
E se la Casa ti ha fatto dimenticare, allora lo ha fatto per un buon motivo.
Ma io non capisco quale sia il motivo.
Non ha importanza che tu non lo capisca. Tu sei l’Amato Figlio della Casa. Fatti coraggio.
E io mi sono fatto coraggio.


Sylvia D’Agostino
ANNOTAZIONE PER IL VENTESIMO GIORNO DELL’OTTAVO MESE DELL’ANNO IN CUI L’ALBATROS È ARRIVATO NEI SALONI SUD-
OCCIDENTALI

Le altre persone nominate dal Profeta mi incuriosiscono molto, così ho deciso di cominciare il mio studio con Sylvia
D’Agostino e il povero James Ritter, ma non sono andato a controllare immediatamente. Secondo quanto previsto dal
progetto di prendermi cura di Me Stesso, ho lasciato passare una settimana e mezzo prima di rileggere il Diario. Ho
trascorso questo intervallo di tempo svolgendo le mie abituali, confortanti attività. Ho pescato; ho cucinato zuppe; ho
lavato indumenti; ho composto musica con il flauto che ho fabbricato dall’osso di un cigno. Poi, questa mattina, ho
portato il Diario e l’Indice nel Quinto Salone Settentrionale. Questo Salone ospita la Statua del Gorilla e ho pensato che
vederla mi avrebbe dato Forza.
Mi sono seduto a gambe incrociate sul Pavimento, di fronte al Gorilla. Ho sfogliato l’Indice fino alla lettera D. Eccola
lì.

D’Agostino, Sylvia, studentessa di Arne-Sayles: Diario n. 22, pagine 6-9

Ho girato le pagine del Diario n. 22 (che era il mio Diario n. 2) fino alla numero 6.

Biografia di Sylvia D’Agostino

Nata nel 1958 a Leith, Scozia, figlia di Eduardo D’Agostino, poeta.
Le fotografie mostrano una donna dall’aspetto leggermente androgino, attraente, persino bella, con folte sopracciglia
scure, occhi neri, un naso importante e la mascella pronunciata. Aveva una massa di capelli scuri che, di solito, portava
legati. Secondo Angharad Scott, D’Agostino non concedeva nulla alla convenzionale idea di femminilità e soltanto di
quando in quando curava il suo abbigliamento.
Quando era adolescente, D’Agostino disse a un amico che voleva andare all’università per studiare Morte, Stelle e
Matematica. Inspiegabilmente l’università di Manchester non offriva un corso del genere, così optò per Matematica.
All’università si imbatté molto presto in Laurence Arne-Sayles e le sue lezioni; quell’incontro condizionò il resto della sua
vita.
I discorsi di Arne-Sayles sul comunicare spiritualmente con le menti antiche e sull’affacciarsi in altri mondi
rispondevano a tutte le sue brame cosmiche – quelle della sua parte “Morte e Stelle”. Non appena ottenuta la laurea in
Matematica, si spostò su Antropologia con Arne-Sayles come relatore.
Di tutti gli studenti e seguaci di Arne-Sayles, D’Agostino era di gran lunga la più fedele. Lui le assegnò una stanza
dentro la sua casa di Whalley Range dove lei divenne la sua segretaria e governante non pagata. D’Agostino aveva
un’auto (Arne-Sayles non guidava) e una parte delle sue mansioni consisteva nel portarlo ovunque lui volesse andare,
compresa Canal Street il sabato sera per rimorchiare i ragazzi.
Nel 1984 D’Agostino conseguì il dottorato. Non cercò un lavoro come professoressa o ricercatrice, ma rimase
accanto ad Arne-Sayles, accettando una serie di umili lavori per mantenersi.
Era figlia unica ed era stata sempre molto affezionata ai genitori, soprattutto a suo padre. A un certo punto, alla
metà degli anni Ottanta, Arne-Sayles le ordinò di litigare con loro. Secondo Angharad Scott, era un esame per valutare la
sua lealtà. D’Agostino interruppe ogni rapporto con i suoi genitori e loro non la rividero mai più.
Scott la descrive come una poetessa, un’artista e una regista ed elenca le riviste sulle quali sono state pubblicate le
sue poesie: «Arcturus», «Torn Asunder» e «Grasshopper». (Finora non sono riuscito a trovare alcuna copia di queste
riviste). L’editor di «Grasshopper» – un uomo di nome Tom Titchwell – era anche un amico di Eduardo D’Agostino. Lui
(Titchwell) rimase in contatto con Sylvia e riportò sue notizie ai genitori.
Restano due dei film che ha girato: Luna/Bosco e Il castello. Luna/Bosco è un’opera cinematografica eccezionale e
ricca d’atmosfera, ammirata da critici e appassionati al di fuori della cerchia abituale di teorici cospirazionisti di Arne-
Sayles. Dura venticinque minuti ed è stato girato nelle brughiere e nei boschi intorno a Manchester. È stato filmato in
Super 8 a colori, ma ha un’atmosfera quasi interamente monocroma – boschi neri, neve bianca, cielo grigio eccetera –
con sporadici sprazzi rosso-sangue. Nel film, uno ierofante dell’antichità tiene sotto il suo dominio una piccola comunità.
Dispensa crudeltà agli uomini e abusa delle donne. Una donna gli si oppone. Per dimostrare il proprio potere e punirla, lo
ierofante getta un incantesimo. La donna attraversa un ruscello. Fa un passo e il suo piede affonda nel riflesso della luna.
La donna è intrappolata nel ruscello, non può spostarsi dal riflesso della luna. Arriva lo ierofante e la colpisce mentre lei
è inerme. Ancora non riesce a muoversi. Lasciata sola, la donna chiede aiuto a un bosco di betulle. Mentre lo ierofante
attraversa il bosco, rimane intrappolato nel groviglio degli alberi che si attorcigliano: le piante lo legano e lo trafiggono.
L’uomo non può muoversi e alla fine muore. La donna viene liberata dal riflesso della luna. Luna/Bosco contiene
pochissimi dialoghi e quei pochi sono incomprensibili. La donna e lo ierofante parlano la loro lingua che non ha niente a
che fare con la nostra. Il vero linguaggio di Luna/Bosco è pura e semplice immagine: luna, buio, acqua, alberi.
L’altro film di D’Agostino sopravvissuto è persino più bizzarro. Non ha titolo, ma di solito è indicato come Il castello.
È girato in Betamax e la qualità è veramente bassa. La telecamera vaga senza meta per enormi stanze, presumibilmente
in diversi castelli o palazzi nobiliari (non può essere un solo edificio; è troppo vasto). Lungo le pareti corrono file di
statue e il pavimento è stracolmo di pozze d’acqua. Secondo le persone che credono a questo genere di cose, questa è
una testimonianza di uno degli altri mondi di Arne-Sayles, probabilmente quello descritto nel suo libro del 2000, Il
labirinto. Altre persone hanno tentato di determinare i luoghi allo scopo di dimostrare che il film non tratta di un altro
mondo, ma fino a oggi nessuno di essi è stato identificato in maniera decisiva. Insieme a Il castello sono stati trovati degli
appunti scritti nella calligrafia di D’Agostino, ma sono redatti nello stesso codice particolare del suo ultimo diario e
rimangono impenetrabili.
A quanto pare, D’Agostino ha tenuto un diario per la maggior parte della sua vita adulta. I primi volumi (1973-1980)
erano custoditi nella casa dei suoi genitori a Leith; questi sono scritti in inglese. Un altro diario, in uso all’epoca della
sua scomparsa (primavera 1990), è stato trovato nello studio medico dove lei lavorava. Il diario utilizza una stravagante
mescolanza di geroglifici e descrizioni di immagini (magari immagini oniriche?) in inglese. Angharad Scott ha tentato più
volte di decifrarlo, ma senza arrivare a niente.
Nei primi anni Novanta, D’Agostino stava lavorando come receptionist in un ambulatorio medico di Whalley Range.
Fece amicizia con uno dei medici dello studio, un uomo all’incirca della sua età di nome Robert Allstead. A questo punto,
sembra che D’Agostino fosse meno incantata di prima da Laurence Arne-Sayles. Disse ad Allstead che la sua vita era
fatta solo di fatica e lavoro noioso, ma che sarebbe sempre stata grata ad Arne-Sayles perché le aveva aperto la strada
che portava a un mondo più bello e lei era felice lì. Allstead non capì le sue parole. In seguito, disse alla polizia di essere
certo che Sylvia non fosse drogata. Se lo fosse stata, non le avrebbe mai permesso di lavorare nell’ambulatorio.
Quando Arne-Sayles venne a sapere della sua amicizia con Allstead ebbe uno dei suoi tipici attacchi di gelosia e le
chiese di lasciare il lavoro. Questa volta D’Agostino rifiutò.
La prima settimana di aprile, non si presentò al lavoro. Dopo un’assenza di due giorni, il dottor Allstead chiamò la
polizia. Nessuno la rivide mai più.


Il povero James Ritter
SECONDA ANNOTAZIONE PER IL VENTESIMO GIORNO DELL’OTTAVO MESE DELL’ANNO IN CUI L’ALBATROS È ARRIVATO NEI SALONI
SUD-OCCIDENTALI

Nel Diario n. 21 c’erano due annotazioni su James Ritter: pagina 46 e pagina 122. La prima era intitolata: La
disgrazia di Laurence Arne-Sayles.

La carriera di Arne-Sayles, sempre controversa, si interruppe bruscamente nell’aprile del 1997, quando una donna
assunta per le pulizie di casa trovò qualcosa: un liquido marrone che sembrava filtrare da sotto una parete di una delle
stanze. La stanza era una camera da letto e, secondo quello che diceva Arne-Sayles, inutilizzata. Ma la donna si accorse
che veniva usata, quindi la pulì. Asciugò con una spugna il liquido. Poi lo annusò. Urina e feci. Altro liquido filtrò da sotto
il muro. La donna lo spinse, la parete cedette leggermente. La donna vi appoggiò sopra l’orecchio. Poi chiamò la polizia.
Dietro la parete – la finta parete – la polizia trovò una stanza nella quale c’era un ragazzo, molto malato e in grave stato
confusionale.
La carriera accademica di Arne-Sayles era finita. Dopo un processo (di cui si parlò ampiamente), il professore venne
mandato in prigione, all’inizio per tre anni; tuttavia, mentre era in carcere venne dichiarato colpevole di aver istigato alla
violenza e alla rivolta altri detenuti. Alla fine scontò quattro anni e mezzo e fu rilasciato nel 2002.
Arne-Sayles non testimoniò al proprio processo e non offrì mai alcuna spiegazione del perché avesse imprigionato
James Ritter.

Ho trovato questa annotazione piuttosto deludente; c’erano pochissime informazioni su chi fosse il povero James
Ritter. Sono passato alla seconda. Questa sembrava più promettente.

Biografia di James Ritter

Nato nel 1967 a Londra. Da giovane, Ritter era molto bello. Lavorava come modello, cameriere, barman, attore e, di
tanto in tanto, gigolo. Per tutta la sua vita adulta soffrì di prolungati periodi di disordine mentale. Venne internato
almeno due volte fra il 1987 e il 1994, una volta a Londra, una volta a Wakefield. A volte viveva per strada.
Dopo che fu trovato dietro il finto muro nella casa di Arne-Sayles, fu portato in ospedale dove lo curarono per
polmonite, malnutrizione, disidratazione e disturbo bipolare. La polizia tentò di scoprire per quanto tempo fosse rimasto
prigioniero di Arne-Sayles, ma Ritter era del tutto incapace di fornire risposte coerenti. Così la polizia parlò con le
persone che lo conoscevano – drogati, assistenti sociali, gestori di dormitori per i senzatetto. Tutto quello che (i poliziotti)
furono in grado di acclarare fu che Ritter era stato visto vagare per e nei dintorni di Manchester all’inizio del 1995,
quindi era possibile – sebbene per nulla certo – che fosse rimasto imprigionato per due anni.
La versione di Ritter, quando con il tempo riuscì a raccontarla, rese la faccenda ancora più oscura. Il ragazzo
sosteneva di essere stato nella casa di Arne-Sayles a Whalley Range per brevi periodi; per la maggior parte del tempo
era stato in una casa diversa, una casa che conteneva statue e dove molte stanze erano inondate dal mare. Perlopiù
sembrava che il ragazzo pensasse di essere ancora in quella casa. In molte occasioni, mentre era in ospedale, diventava
molto nervoso e diceva che doveva tornare dai minotauri perché i minotauri avrebbero mangiato la sua cena. Malgrado
fosse in terapia farmacologica per tenere sotto controllo le allucinazioni, Ritter continuava a insistere con la storia di una
casa piena di statue e con il seminterrato inondato dal mare.
Cosa, esattamente, Arne-Sayles stesse tentando di ottenere tenendo Ritter prigioniero è ancora oggetto di dibattito.
Sono state proposte due teorie.
La prima è che Arne-Sayles avesse fatto il lavaggio del cervello a Ritter allo scopo di dar credito alle proprie
affermazioni: che non soltanto esistevano altri mondi, ma che lui e altre persone li avevano visitati. Sicuramente la
descrizione della casa fornita da Ritter ricorda da vicino le vaste stanze vuote del film di D’Agostino, Il castello; è simile,
inoltre, alla descrizione che Arne-Sayles stesso ha dato dell’altro mondo nel libro che scrisse in prigione: Il labirinto.
(Certo, è anche possibile che Arne-Sayles abbia semplicemente rielaborato le allucinazioni di Ritter). Ma se l’obiettivo di
Arne-Sayles fosse stato questo – fabbricare prove dell’esistenza di un altro mondo – allora perché aveva scelto come
testimone un uomo con alle spalle una storia di disturbo delirante?
La seconda teoria era che il rapimento non avesse tanto a che fare con le teorie altromondiste di Arne-Sayles, quanto
piuttosto con i suoi stravaganti gusti sessuali. (Questa fu la linea accusatoria usata dal pubblico ministero nel processo
dell’ottobre 1997). Ma, in questo caso, perché Ritter continuava a farneticare di case con il mare dentro la can​tina?
Angharad Scott tentò di intervistare Ritter per la biografia di Arne-Sayles che stava scrivendo, ma Ritter si era offeso
perché nessuno gli credeva a proposito della casa con l’oceano imprigionato dentro e rifiutò di parlare con lei. Nel 2010
un giornalista del «Guardian» – Lysander Weeks – lo rintracciò per un pezzo retrospettivo sullo scandalo Arne-Sayles. A
quell’epoca Ritter lavorava come custode al municipio di Manchester. Weeks lo descrisse come un tipo calmo,
controllato, quasi zen. Ritter dichiarò di non essere sotto farmaci da dieci anni. Ciononostante, la storia che raccontò era
la stessa che aveva riportato alla polizia: che per circa diciotto mesi, fra il 1995 e il 1997, aveva vissuto in una grande
casa dove il mare inondava lo scantinato e, talvolta, saliva fino al piano terra. Ritter disse che aveva dormito in una sorta
di grotta bianca e traslucida sotto la volta marmorea di una grande scalinata. Disse anche che lavorare al municipio di
Manchester era ciò che lo aveva salvato: anche quello era un edificio vasto, con grandi stanze, statue e scalinate. La
somiglianza con l’altra casa – quella dove lo aveva portato Arne-Sayles – lo tranquillizzava.


Annotazioni del Diario su Sylvia D’Agostino e il povero James Ritter: alcune riflessioni iniziali
ANNOTAZIONE PER IL VENTUNESIMO GIORNO DELL’OTTAVO MESE DELL’ANNO IN CUI L’ALBATROS È ARRIVATO NEI SALONI SUD-
OCCIDENTALI

La seconda annotazione sul povero James Ritter è stata quella che ho trovato più interessante. Era piena di parole
assurde come le altre, ma la parte sui Minotauri era un chiaro riferimento al Primo Vestibolo. Ho riconosciuto anche la
descrizione della grotta bianca e traslucida al di sotto di una Scalinata. Il Primo Vestibolo contiene proprio una Scalinata
di quel tipo, con uno spazio sottostante molto simile a una grotta. Ed è stato in quello spazio similgrotta che avevo
trovato tutta quella spazzatura che mi aveva dato tanto fastidio. Chiaramente, James Ritter era la persona che aveva
mangiato patatine e bastoncini di pesce nel Primo Vestibolo. (Questa semplice intuizione, da sola, basta a giustificare la
decisione di continuare a leggere il mio Diario!).
L’annotazione su Sylvia D’Agostino era meno illuminante ma, a giudicare dalla descrizione del suo film, Il castello,
anche lei era stata nei Saloni.
La parola “università” ricorre tre volte nell’annotazione su Sylvia D’Agostino e tre volte nelle annotazioni su Stanley
Ovenden. Due settimane fa ipotizzavo che sarei stato capace di attribuire un significato a questa parola apparentemente
priva di senso perché nella Casa avevo visto diverse Statue di Studiosi. In quel momento ero stato incline a scartare
questa teoria ritenendola debole, ma adesso sembra più plausibile. Mi viene in mente che ci sono molte altre idee che
capisco perfettamente, anche se nel Mondo non esistono cose di quel genere. Per esempio, so che un giardino è un luogo
dove ci si può ristorare con la vista di piante e alberi. Ma una cosa come un giardino non esiste nel Mondo e non ci sono
nemmeno delle Statue che rappresentino quell’idea particolare. (A dir la verità mi riesce davvero difficile immaginare
come sarebbe la Statua di un giardino). Invece per tutta la Casa sono sparse Statue nelle quali Persone, Divinità o Bestie
sono circondate da Rose o tralci di Edera, oppure ombreggiate da Chiome di Alberi. Nel Nono Vestibolo c’è la Statua di
un Giardiniere che scava e nel Diciannovesimo Salone Sud-Orientale c’è la Statua di un altro Giardiniere che sfronda un
Cespuglio di Rose. È da queste cose che ho dedotto l’idea di un giardino. Non credo che sia un caso. È così che la Casa
colloca idee nuove, in modo delicato e naturale, nelle Menti degli Uomini. È così che la Casa accresce la mia capacità di
comprensione.
È una consapevolezza molto incoraggiante, questa, e non sono più così spaventato quando una parola senza senso
del mio Diario fa nascere nella mia mente un’immagine che non so spiegare. Non essere ansioso, dico a Me Stesso. È la
Casa. È la Casa che sta ampliando la tua conoscenza.
Tutte le annotazioni del Diario contengono dei nomi. Ho fatto un elenco di tutti quelli che ho incontrato finora. Sono
quindici. Partendo dal presupposto che “Ketterley” appartenga all’Altro e includendo il Profeta, ne restano tredici.
Tredici è il numero esatto dei Morti nei miei Saloni. Una coincidenza? Dopo accurata riflessione, sono incline a pensare
che potrebbe esserlo. Mentre quindici persone sono indicate per nome, sembra che ce ne siano molte altre soltanto
suggerite nel testo: persone come l’amico al quale D’Agostino ha detto che desiderava studiare “Morte, Stelle e
Matematica”; “la polizia” (menzionata in tutti i testi); la donna che puliva la casa di Arne-Sayles e i ragazzi che Laurence
Arne-Sayles rimorchiava il sabato sera. A questo punto, è impossibile dire quante siano queste persone.

1 “the Other” in originale. [N.d.T]








PARTE QUARTA
16











Recupero i frammenti di carta dall’Ottantottesimo Salone Occidentale
ANNOTAZIONE PER IL PRIMO GIORNO DEL NONO MESE DELL’ANNO IN CUI L’ALBATROS È ARRIVATO NEI SALONI SUD-OCCIDENTALI

Non avevo dimenticato né i frammenti di carta trovati nell’Ottantottesimo Salone Occidentale né quelli rimasti lì,
intrecciati nei nidi dei gabbiani reali.
Due giorni fa ho messo insieme le scorte per il viaggio: cibo, coperte, un pentolino per scaldare l’acqua e alcuni
stracci. Sono partito e ho raggiunto l’Ottantottesimo Salone Occidentale più o meno a metà del pomeriggio. I gabbiani
dovevano essere andati in cerca di cibo, perché il Salone era vuoto, sebbene i depositi di escrementi freschi sulle Statue
dimostrassero che quello era ancora il punto in cui si posavano.
Ho iniziato immediatamente a darmi da fare per districare i frammenti di carta dai nidi. La facilità con la quale
l’obiettivo poteva essere raggiunto variava. In alcuni nidi le alghe erano secche e si sgretolavano al primo strappo, ma in
altri i frammenti di carta erano cementati alle alghe dagli escrementi dei gabbiani. Ho acceso un fuoco utilizzando le
alghe secche dei vecchi nidi, ho scaldato l’acqua nel pentolino, poi ho immerso uno straccio nell’acqua e l’ho premuto
leggermente sulla carta incastrata nei nidi. Era un lavoro delicato: poca acqua calda e gli escrementi induriti non si
sarebbero ammorbiditi; troppa e la carta si sarebbe disintegrata. Mi ci sono volute molte ore di lavoro, ma quando è
arrivata la sera del secondo giorno avevo recuperato settantanove frammenti da trentacinque nidi. Ho riesaminato tutti i
nidi ancora una volta e mi sono convinto che non era rimasto niente.
Questa mattina sono tornato nei miei Saloni.
Ho passato del tempo nel tentativo di rimettere insieme i frammenti dello scritto. Alla fine, dopo un’ora, avevo parte
di una pagina – forse la metà – e poche sezioni più piccole di altre pagine.
Il testo era veramente pessimo, pieno di cancellature. Ho letto:

...che mi ha fatto. Come ho potuto essere così stupido? Morirò qui. Nessuno verrà a salvarmi. Morirò qui. Il silenzio
[pezzo mancante] nessun suono, soltanto il battere delle onde del mare nelle stanze di sotto. Non c’è niente da mangiare.
Dipendo da lui per avere cibo e acqua – il che sottolinea la mia condizione di prigioniero, di schiavo. Lui mi lascia il cibo
nella stanza con le statue dei minotauri. Mi abbandono a lunghe fantasie in cui lo uccido. In una delle stanze distrutte ho
trovato un pezzo di marmo tagliente grande più o meno quanto una tegola. Ho pensato di usarlo per schiacciargli la
testa. Questo sì che mi darebbe grande soddisfazione...

Era lo scritto di una persona molto arrabbiata e infelice. Mi sono chiesto chi fosse. Avrei voluto poterlo raggiungere
attraverso il suo messaggio e confortarlo, mostrargli il pesce che abbonda in ogni Vestibolo, le distese di frutti di mare
che aspettano soltanto di essere raccolte, mostrargli come soltanto con un po’ di lungimiranza non avrebbe avuto mai
bisogno di soffrire la fame, come la Casa protegga e mantenga i suoi Figli. Mi sono fatto delle domande sul suo
persecutore, l’uomo che lo aveva reso schiavo. Ho provato una grande tristezza nel pensare che fra due esseri umani sia
esistita un’ostilità di questo genere, forse persino fra due dei miei stessi Morti. Forse la Persona Nascosta aveva
tormentato l’Uomo Scatola-di-Biscotti? O il contrario?
Con molta cautela ho rigirato i frammenti ed esaminato il retro. Il testo era persino peggiore.

Io dimentico. Dimentico. Ieri non riuscivo a pensare alla parola che indica il lampione. Questa mattina ho creduto che
una delle statue mi rivolgesse la parola. Ho passato un po’ di tempo (circa mezz’ora, credo) a parlarle. Sto perdendo la
ragione. Che cosa orribile, che cosa terribile è essere pazzo, e in questo luogo spaventoso. Sono deciso a ucciderlo prima
che questo accada. Prima che dimentichi perché lo odio.

Quando ho chiarito questo, ho sospirato. Ho preso tre buste da lettera che mi ha dato l’Altro una volta. Nella prima
ho messo i frammenti che ero riuscito a rimettere insieme. All’esterno della busta ho copiato con cura le due trascrizioni.
Nella seconda busta ho messo alcuni frammenti che si incastravano formando stralci di frasi. Nella terza ho messo i
frammenti che non ero riuscito a incastrare con nessuno degli altri.


Un problema
ANNOTAZIONE PER IL SECONDO GIORNO DEL NONO MESE DELL’ANNO IN CUI L’ALBATROS È ARRIVATO NEI SALONI SUD-
OCCIDENTALI

Quello che mi preoccupa al momento è un problema prioritario: se chiedere o no all’Altro informazioni su Stanley
Ovenden, Sylvia D’Agostino, il povero James Ritter e Maurizio Giussani. Il Profeta ha chiamato l’Altro “Ketterley”.
Nell’annotazione riguardante la scomparsa di Maurizio Giussani il nome “Ketterley” compare molto vicino ai nomi di
D’Agostino, Ovenden e Giussani stesso. Da questo deduco che l’Altro conosceva queste persone. Ho un gran desiderio di
saperne di più su di loro e tante volte ho avuto la domanda sulla punta della lingua. Ma all’ultimo momento ho sempre
esitato. Supponendo che lui dicesse: «Dove hai sentito parlare di queste persone? Chi te l’ha detto?», non saprei cosa
rispondere. Non deve sapere che ho parlato con il Profeta. Non deve sapere delle annotazioni nel mio Diario.
L’Altro è pieno di sospetti. Il suo unico pensiero è l’avvicinarsi di 16. Due mesi fa ha dichiarato la sua intenzione di
andare nel Centonovantaduesimo Salone Occidentale per eseguire lì il rituale che, secondo lui, evocherà la Grande e
Segreta Conoscenza, ma al momento tutto è caduto nel dimenticatoio.


Limone
ANNOTAZIONE PER IL QUINTO GIORNO DEL NONO MESE DELL’ANNO IN CUI L’ALBATROS È ARRIVATO NEI SALONI SUD-
OCCIDENTALI

Questa mattina stavo andando dal Terzo Salone Settentrionale al Sedicesimo Vestibolo. Sono uscito dal Primo Salone
Settentrionale ed entrato nel Primo Vestibolo. Ho fatto uno o due passi, poi mi sono fermato.
Era appena accaduto qualcosa. Ma che cosa? Cos’era accaduto?
Sono indietreggiato di un paio di passi fino alla Soglia e ho inspirato. Eccolo di nuovo! Un profumo. Un aroma di
limoni, foglie di geranio, giacinti e narcisi.
In quel punto era piuttosto forte. Qualcuno – una persona che portava uno splendido profumo – era rimasto per un
po’ sulla Soglia, forse per ammirare la Lunga Fuga Prospettica dei Saloni. Mi sono girato verso il Primo Salone
Settentrionale, ma lì non ne ho trovato traccia. Sono tornato nel Primo Vestibolo, in direzione sud, lungo la Parete
dominata dalla Statua di un Minotauro. Sì, anche lì il profumo era percepibile. Ho seguito il percorso della persona fino a
un punto compreso fra la Porta del Primo Salone Occidentale e la Porta del Corridoio che porta al Primo Salone Sud-
Occidentale. Lì, ne ho perso la traccia.
Chi era la persona che era passata per quella strada? Non l’Altro. Conoscevo il suo profumo: un aroma speziato di
coriandolo, rosa e legno di sandalo. Il Profeta? Ricordavo molto bene il suo odore. Anche quello, piuttosto diverso – la
nota dominante era stata la violetta con sfumature di garofano, mirtillo e rosa.
No, questa era una persona nuova.
16 era arrivato. 16 era qui.
Il mio cuore ha cominciato a battere più in fretta. Ho esaminato il Vestibolo. Il vasto spazio era oscurato dalle Ombre
vellutate dei Minotauri, inframmezzate da schegge di Luce dorata. 16 non era sbucato da un nascondiglio per cominciare
a farmi impazzire. Eppure lui era stato qui e, forse, non più di un’ora prima.
Mi ha sorpreso scoprire che un individuo come 16, un individuo così intimamente congiunto con la Distruzione e la
Pazzia, portasse un profumo così delizioso, così odoroso di Sole e Felicità. Ma poi ho detto a Me Stesso che ero sciocco a
pensarla così. Consideralo un avvertimento, ho detto. Stai in guardia. 16 non avrà le sue cattive intenzioni scritte in
faccia. È molto probabile, invece, che avrà un aspetto gradevole. I suoi modi saranno amichevoli e accattivanti. È così
che intende distruggerti.


Altre persone da uccidere
ANNOTAZIONE PER IL SETTIMO GIORNO DEL NONO MESE DELL’ANNO IN CUI L’ALBATROS È ARRIVATO NEI SALONI SUD-
OCCIDENTALI

Questa mattina ho raccontato all’Altro del profumo nel Primo Vestibolo. Sono rimasto sorpreso dalla calma con cui ha
accolto la notizia.
«Sì, be’, comincio a pensare che sia meglio passare oltre», ha detto, «piuttosto che stare ad aspettare che accada. E,
dopotutto, forse in fondo non è una cosa tanto brutta».
«Ma pensavo che avessi detto che 16 è una grande minaccia per noi», ho replicato. «Non avevi detto che mette a
repentaglio la tua salvezza e la mia salute mentale?».
«Infatti».
«Allora com’è possibile che il suo arrivo qui sia un bene?».
«Perché la minaccia è talmente terribile che l’unica opzione che abbiamo è quella di eliminare completamente 16».
«E come?».
Per tutta risposta, l’Altro si è puntato due dita alla testa imitando una pistola e ha prodotto il suono: Bum!
Sono rimasto di sasso. «Non credo che potrei uccidere una persona, per quanto possa essere malvagia», ho detto.
«Anche i malvagi meritano la Vita. O, se non la meritano, lasciamo che sia la Casa a prendergliela. Non io».
«Probabilmente hai ragione», ha risposto lui. «Non sono sicuro che potrei uccidere qualcuno con le mie mani». Le ha
studiate con aria assorta, divaricando le dita e rigirandole. «Anche se sarebbe interessante provare. Sai che ti dico?
Prenderò una pistola. Così sarà più facile per chiunque di noi dovrà farlo. Il che mi ricorda che c’è la possibilità – una
piccola possibilità – che anche qualcun altro possa venire qui. Se mai dovessi vedere un uomo anziano...».
«...un uomo anziano?», ho detto, spaventato.
«...sì, un uomo anziano. Se lo vedi, dimmelo subito. Non è alto quanto me. Molto magro. Pallido. Con gli occhi
semichiusi e arrossati, la bocca umida». L’Altro ha avuto un brivido involontario, poi ha detto: «Non so perché te lo sto
descrivendo. Non è che ci siano orde di anziani sul punto di sbucare qui».
«Perché? Vuoi uccidere anche lui?», gli ho chiesto, con una certa ansia. Ero certo che stesse parlando del Profeta.
«Be’, no», ha risposto. Un breve silenzio. «Anche se, adesso che lo dici, sarebbe ora che qualcuno lo facesse. Mi ha
sempre meravigliato che nessuno lo abbia ucciso mentre era in prigione. Comunque sia, se lo vedi, dimmelo».
Ho annuito, sforzandomi di non compromettermi. L’Altro mi aveva chiesto di informarlo se, in futuro, avessi visto il
Profeta, non se l’avessi già visto in passato, quindi non stavo esattamente mentendo. L’unica buona notizia di
quest’ultimo sviluppo è che il Profeta è tornato nei propri Saloni e ha detto, in modo alquanto definitivo, che non intende
tornare qui.


Ho trovato uno scritto di 16
ANNOTAZIONE PER IL TREDICESIMO GIORNO DEL NONO MESE DELL’ANNO IN CUI L’ALBATROS È ARRIVATO NEI SALONI SUD-
OCCIDENTALI

Per cinque giorni tutti i Vestiboli sono stati battuti da una pioggia grigia e costante. Il Mondo è diventato umido e
freddo, si sono formate delle pozze sui Pavimenti di Pietra, ai piedi delle Porte che danno nei Vestiboli. I Saloni si sono
riempiti dei cinguettii degli uccelli arrivati per ripararsi.
Per quanto ho potuto, mi sono tenuto occupato. Ho rammendato le mie reti da pesca e mi sono esercitato con la
musica. Ma per tutto il tempo, in fondo alla mia mente, c’era il pensiero che 16 era qui e voleva farmi impazzire. Non
avevo idea di quando sarebbe sopraggiunta la crisi, e non era una sensazione piacevole.
Oggi ha smesso di piovere. Il Mondo è tornato a essere Gioioso.
Mi sono diretto verso il Sesto Salone Nord-Occidentale che ospita uno stormo di corvi. Nel momento in cui mi hanno
visto sono scesi dai loro piedistalli sulle Alte Statue, volando in cerchio, sbattendo le ali e chiamandosi gli uni con gli
altri. Ho lanciato dei pezzi di pesce per nutrirli. Due si sono posati sulle mie spalle. Uno mi ha beccato l’orecchio
sperando di scoprirlo commestibile. Mi ha fatto ridere. Fermo al centro del vortice svolazzante di ali nere, non stavo
prestando attenzione all’ambiente intorno a me e, all’inizio, non ho visto che su una Porta alla mia destra c’era un segno,
uno sfregio fatto con un gesso giallo acceso. Poi l’ho visto. Ho scosso le spalle per scacciare gli uccelli e sono andato a
guardare.
Molto tempo fa era mia abitudine segnare Porte e Pavimenti in quel modo, con il gesso, perché avevo paura di
perdere la strada. Non lo faccio più da anni, ma mentre guardavo quel segno, all’inizio ho pensato che doveva essere uno
dei miei, uno che in qualche modo aveva resistito a Inondazioni, Maree, Vento, Pioggia, Nebbia. Eppure, allo stesso
tempo, sapevo di non aver mai posseduto un gesso giallo. Ne avevo di bianchi, qualcuno blu e pochi rosa. Ma un gesso
giallo? No, non ho mai avuto niente del genere.
Poi ho visto che sul Pavimento vicino alla Porta c’erano altri segni fatti col gesso, questa volta bianchi.
Parole! Non parole dell’Altro. Era molto raro che si avventurasse così lontano dal Primo Vestibolo. No, queste erano
le parole di qualcun altro. 16! Per un attimo sono rimasto fermo lì, tentando di comprendere fino in fondo. Non avevo mai
pensato a questo: che 16 potesse lasciare delle parole scritte per far impazzire le persone! (Mi sono sentito in dovere di
fare un applauso al suo ingegno. Non sono affatto sicuro che a me sarebbe venuto in mente).
Ma mi avrebbero davvero fatto impazzire? L’Altro mi aveva avvertito soltanto di non parlare con 16, di non ascoltarlo.
Non era probabile che il pericolo risiedesse in una qualità della voce di 16? Forse la parola scritta era innocua? (Mi sono
reso conto che l’Altro era stato fastidiosamente vago).
Il mio sguardo si è abbassato con cautela. Ho letto:

TREDICESIMA STANZA DALL’ENTRATA. LA STRADA DEL RITORNO È LA SEGUENTE. OLTREPASSA QUESTA PORTA E GIRA SUBITO A SINISTRA.
OLTREPASSA LA PORTA DI FRONTE A TE POI GIRA A DESTRA. SEGUI LA PARETE DI DESTRA. SALTA DUE PORTE E POI...

Indicazioni. Erano soltanto indicazioni.
Non sembravano pericolose. Ho interrotto la lettura e mi sono esaminato in cerca di segni di imminente pazzia o
tendenze all’autodistruzione. Non trovandone, ho proseguito.
Erano indicazioni per andare dal Sesto Salone Nord-Occidentale al Primo Vestibolo. Sebbene il Percorso in sé fosse
lievemente tortuoso, le indicazioni erano chiare, precise, efficaci e le stesse lettere regolari, dritte e gradevoli.
Sfruttando quelle indicazioni, ho seguito il percorso di 16 fino al Primo Vestibolo. Ogni Porta che ho oltrepassato era
segnata accuratamente con del gesso giallo. I segni erano molto al di sotto del livello dei miei occhi. (Ho stimato che 16 è
fra i dodici e i quindici centimetri più basso di me). Sotto ogni Telaio delle Porte ha scritto le sue indicazioni cosicché, se
una di esse fosse stata distrutta da una Marea o da un altro incidente, avrebbe avuto comunque le altre. Quanto è stato
metodico!
Sono andato nel Secondo Salone Settentrionale e ho preso qualche gessetto blu. Poi sono tornato nel Sesto Salone
Nord-Occidentale dove avevo visto per la prima volta le indicazioni di 16. (Sembrava fossero quelle del punto più lontano
che aveva raggiunto). Sotto di esse ho scritto:

CARO 16

L’ALTRO MI HA AVVERTITO CHE HAI INTENZIONE DI FARMI IMPAZZIRE. MA PER FARMI IMPAZZIRE DEVI PRIMA TROVARMI E COME LO FARAI? LA
RISPOSTA È CHE NON CI RIUSCIRAI. CONOSCO OGNI NICCHIA DI QUESTO LUOGO, OGNI ABSIDE, OGNI POSTO DOVE NASCONDERSI. TORNA NEI
TUOI SALONI, 16, E RIFLETTI SULLA TUA MALVAGITÀ.

Scrivere questa lettera ha attenuato la sensazione di essere braccato che ho provato negli ultimi tempi. Ho sentito di
avere la situazione sotto controllo – quasi quanto 16. L’unica difficoltà che ho incontrato è stata non sapere come firmare
la lettera. Non potevo scrivere «IL TUO AMICO» come facevo quando scrivevo all’Altro o a Laurence (la persona che aveva
voluto vedere la Statua di una Vecchia Volpe che insegna ad alcuni Scoiattoli). Io e 16 non siamo amici. Ho tentato di
mettere “il tuo nemico”, ma mi è sembrato inutilmente provocatorio. Ho preso in considerazione “colui che non si
rassegnerà mai a impazzire per causa tua”, ma era un po’ troppo lungo (e non meno pomposo). Alla fine ho messo
semplicemente:

PIRANESI

Dal momento che è così che mi chiama l’Altro.
(Ma non credo che sia il mio nome).


Chiedo all’Altro a proposito dello scritto di 16
ANNOTAZIONE PER IL QUATTORDICESIMO GIORNO DEL NONO MESE DELL’ANNO IN CUI L’ALBATROS È ARRIVATO NEI SALONI SUD-
OCCIDENTALI

Questa mattina ho visto l’Altro nel Secondo Salone Sud-Occidentale. Indossava un completo grigio di lana e una
camicia impeccabile di un grigio più scuro. Era di umore tranquillo, serio e concentrato. Quando gli ho detto delle parole
che ho trovato scritte con il gesso sul Pavimento del Sesto Salone Nord-Occidentale, si è limitato ad annuire.
«16 può trasmettere la pazzia anche per mezzo delle parole scritte?», ho chiesto. «Non avrei dovuto leggerle?».
«Le parole di 16 sono pericolose, qualsiasi forma esse prendano», ha risposto. «Sarebbe stato meglio non leggerle.
Ma non ti biasimo. Ti hanno colto di sorpresa. Non ti aspettavi un messaggio scritto. A essere onesto, neanche a me
sarebbe venuta in mente questa possibilità. Ma questo è un momento critico. Dobbiamo essere più prudenti».
«Lo sarò. Lo prometto», ho detto.
Lui mi ha dato un paio di pacche incoraggianti sulla spalla. «C’è anche una bella notizia», ha aggiunto, «be’, una
specie. Sono riuscito a procurarmi una pistola. È stato tutt’altro che difficile come temevo sarebbe stato. Ma... e
suppongo che questa sia la cattiva notizia...». Ha fatto una faccia addolorata. «...è saltato fuori che sono un pessimo
tiratore. Sembra semplicemente che io non sia in grado di mirare ad alcunché. Dovrò esercitarmi, immagino. Non so
bene come riuscirò a farlo, ma comunque... Il punto è, Piranesi, cerca di non preoccuparti. In un modo o nell’altro questo
incubo ben presto sarà finito».
«Oh, per favore!», ho implorato. «Non uccidiamo 16!».
Lui ha riso. «E qual è l’alternativa? Permettere a qualcuno di farci impazzire? Non credo proprio».
Ho detto: «Ma quando 16 vedrà che il suo piano non funziona, quando vedrà come lo evitiamo, potrebbe tornarsene
nei suoi Saloni».
L’Altro ha scosso la testa. «Non c’è alcuna possibilità che lo faccia, Piranesi. Io conosco quella persona. 16 è
implacabile. 16 continuerà a tornare».


Luce nelle Tenebre
ANNOTAZIONE PER IL DICIASSETTESIMO GIORNO DEL NONO MESE DELL’ANNO IN CUI L’ALBATROS È ARRIVATO NEI SALONI SUD-
OCCIDENTALI

Sono passati tre giorni. Ho continuato a controllare se c’erano segni a indicare l’eventuale passaggio di 16 nei nostri
Saloni, ma non ne ho trovati. Poi, nel mezzo della terza notte, mi sono svegliato di soprassalto. Qualcosa aveva interrotto
il mio sonno, ma non sapevo cosa fosse.
Mi sono seduto. Ho guardato intorno. Le Stelle splendevano luminose in tutte le Finestre. Le Mille Statue del Terzo
Salone Settentrionale, dolcemente illuminate dalle Stelle, guardavano dall’alto il Salone come se lo benedicessero. Tutto
era come sempre, eppure non riuscivo a sbarazzarmi della sensazione che stesse accadendo qualcosa.
Faceva molto freddo. Ho indossato le scarpe e un maglione di lana e mi sono incamminato verso il Secondo Salone
Nord-Occidentale. Tutto era vuoto; tutto era silenzioso; tutto era sereno.
Ho oltrepassato una Porta alla mia destra che dava in un altro Salone. Lì ho udito un suono indistinto. Il suono si
ripeteva a intervalli regolari e, mentre camminavo, diventava più forte. Era come l’urlo lontano di un animale.
Da una Porta all’altro capo del Salone si diffondeva il tenue bagliore di una luce nascente. Lo avevo appena notato
quando la luce è cambiata e ha brillato con forza fino a trasformarsi in un raggio che ha squarciato le Tenebre e
illuminato le Statue sulla Parete Opposta! Poi, altrettanto improvvisamente, si è smorzata di nuovo.
Ho raggiunto la Porta e sbirciato dentro.
Nel Salone adiacente c’era qualcuno, qualcuno con una torcia che gettava rapidamente il fascio di luce da una Parete
all’altra, da un Angolo all’altro, frugando le Tenebre in cerca di qualcosa o qualcuno. (Ecco il motivo per cui la luce era
improvvisamente diventata più forte e poi si era abbassata di nuovo). La persona stava urlando: «Raphael! Raphael! So
che sei qui!».
Era l’Altro.
«Raphael!», ha urlato ancora.
Silenzio.
«Non avresti mai dovuto venire qui!», ha urlato.
Silenzio.
«Conosco ogni centimetro di questo posto! Non puoi scappare! Alla fine ti troverò!».
Silenzio.
Sono sgattaiolato nel Salone, un’azione che ho compiuto con la massima economia di movimento. Ciononostante,
l’Altro deve avermi scorto con la coda dell’occhio perché si è girato di scatto e ha puntato la torcia sulla Porta dalla quale
ero appena entrato, ma si è mosso troppo bruscamente, la torcia gli è sfuggita di mano ed è rotolata sul Pavimento. La
luce si è spenta.
«Merda!», ha esclamato l’Altro.
Nel Salone sono tornate le Tenebre. Nei Saloni sottostanti si muovevano le Maree. L’Altro si è messo a cercare la sua
torcia, borbottando fra sé e sé.
I miei occhi, che accecati dalla torcia avevano visto poco, hanno cominciato a adattarsi di nuovo alla Luce delle
Stelle. All’inizio non ho visto niente tranne il Salone quieto ma poi, lungo la Parete Meridionale, ho notato il tremolio di
un movimento, da est a ovest. Era soltanto il flebile indizio di un’ombra grigia contro il lieve scintillio delle Statue e
potevo quasi credere di averlo immaginato. Ma non era così. L’ombra è passata da una Porta che conduce al Quinto
Salone Nord-Occidentale.
16!
L’Altro ha trovato la torcia. Le ha fatto emettere di nuovo il raggio di luce. Poi è uscito dal Salone tramite una delle
Porte Settentrionali.
Ho aspettato finché non è scomparso e poi, rapido e silenzioso, sono corso dietro a 16. Mi sono nascosto nella Porta
che dà nel Quinto Salone Nord-Occidentale.
16 era nel Salone. Come l’Altro, aveva un raggio luminoso, ma a differenza dell’Altro non lo stava puntando qua e là
a casaccio. Stava facendo luce sulle Pareti del Salone. La forte luce bianco-argentea illuminava le bellissime Statue e
donava a ognuna una nuova, strana ombra, cosicché le Pareti sembravano essere fittamente ricoperte di immense piume
nere. 16 muoveva la torcia lentamente e, sotto la sua mano, le ombre si allungavano, accorciavano, precipitavano in
picchiata e piroettavano. Lui era soltanto una semplice macchiolina dietro il bagliore accecante della luce.
16 ha contemplato le Statue per diversi minuti. Poi ha allontanato la luce dalle Pareti e si è incamminato verso una
Porta che conduceva al Sesto Salone Nord-Occidentale. Ne ha controllato lo Stipite per assicurarsi che il segno che
aveva fatto con il gesso fosse ancora lì e l’ha oltrepassata. Io l’ho seguito e mi sono nascosto nella Porta successiva.
Nel Sesto Salone Nord-Occidentale, 16 stava illuminando con la torcia il messaggio che gli avevo scritto. È rimasto
immobile per un lungo istante. Gli avevo detto di riflettere sulla sua malvagità. Era quello che stava facendo?
All’improvviso si è inginocchiato e ha cominciato a scrivere in fretta.
Nessuno mi aveva mai scritto, finora.
16 ha scritto per un bel po’, il che, in qualche modo oscuro, mi ha fatto piacere. Ma poi ho pensato: Perché ti fa
piacere? Che cosa importa se il messaggio è lungo o corto? Sai che potresti non leggerlo. Se lo leggi, diventerai pazzo.
Una parte di me (una parte molto sciocca) ha avuto la sensazione che sarebbe valsa la pena di impazzire per leggere
quel messaggio.
Il Buio di fronte a 16 si è fuso e plasmato in due forme nere e selvagge che fendevano l’Aria. Spaventato, 16 è balzato
in piedi lanciando un grido allarmato.
Si trattava soltanto di due corvi che erano stati svegliati dall’insolita attività ed erano venuti a vedere che cosa stava
succedendo.
«Fuori dalle palle!», ha gridato 16. «Fuori dalle palle! Via! Ho da fare!».
La voce di 16 non era affatto come me l’aspettavo.
Me ne sono andato in silenzio com’ero arrivato. Sono tornato al Terzo Salone Settentrionale e mi sono sdraiato sul
letto. Ma la mia mente era troppo affollata per poter dormire.


Cancello un messaggio di 16
SECONDA ANNOTAZIONE PER IL DICIASSETTESIMO GIORNO DEL NONO MESE DELL’ANNO IN CUI L’ALBATROS È ARRIVATO NEI
SALONI SUD-OCCIDENTALI

Non appena è spuntato il sole, sono andato a prendere l’Indice e i Diari. Ho aperto l’Indice alla R, ma non c’era
alcuna voce per “Raphael”.
Ho mangiato in fretta qualcosa e ringraziato la Casa per la sua Beneficenza. Avevo necessità di porre una domanda
all’Altro, ma oggi non era uno dei giorni in cui io e lui ci incontriamo, perciò sapevo che la mia domanda doveva
aspettare.
Sono partito per andare nel Sesto Salone Nord-Occidentale. I corvi mi hanno salutato rumorosamente, ma oggi non
avevo tempo per parlare con loro. Il messaggio di 16 copriva un’area del Pavimento all’incirca di sessanta centimetri per
ottanta.
Il cuore mi batteva rapido nel petto. Ho guardato in basso:
ho visto le parole:

IL MIO NOME È...

Ho visto le parole:

...LAURENCE ARNE-SAYLES...

Ho visto le parole:

...STANZA CON LE STATUE DEI MINOTAURI...

Cosa dovevo fare? Sapevo che finché il messaggio sarebbe esistito avrei provato un insopprimibile desiderio di
leggerlo. Ho deciso che l’unica opzione possibile era distruggerlo.
Sono tornato di corsa nel Terzo Salone Settentrionale e ho preso una vecchia camicia e qualche gessetto. Ho detto
“camicia”, ma in realtà l’indumento era talmente logoro che quasi non meritava quel nome. L’ho strappata in due. Poi
sono corso al Sesto Salone Nord-Occidentale. Mi sono legato una metà della camicia intorno agli occhi come una benda.
Tenendo in mano l’altra metà, mi sono inginocchiato e ho cominciato a strofinare la stoffa sulla superficie del Pavimento,
cancellando le parole di 16.
Dopo un paio di minuti, ho tolto la benda e ho guardato. Qua e là erano rimasti dei frammenti.


Dal momento che niente di tutto questo aveva senso – almeno a prima vista – speravo che non mi avrebbe
influenzato. (Finora mi sento bene). Mi sono inginocchiato e ho scritto una risposta.

CARO 16

FINCHÉ RESTERAI NEI NOSTRI SALONI, L’ALTRO TENTERÀ DI UCCIDERTI. HA UNA PISTOLA!

HO CANCELLATO IL TUO MESSAGGIO SENZA LEGGERLO. LE TUE PAROLE NON MI HANNO TOCCATO. NON MI HAI FATTO DIVENTARE PAZZO. IL TUO
PIANO È FALLITO.

PER FAVORE! TORNA NEI SALONI LONTANI DAI QUALI SEI ARRIVATO!

PIRANESI


Pongo una domanda all’Altro
ANNOTAZIONE PER IL DICIOTTESIMO GIORNO DEL NONO MESE DELL’ANNO IN CUI L’ALBATROS È ARRIVATO NEI SALONI SUD-
OCCIDENTALI

Oggi alle dieci in punto sono andato nel Secondo Salone Sud-Occidentale per incontrare l’Altro.
Era vicino al Plinto Vuoto. Indossava un abito marrone scuro e una camicia verde oliva scuro. Le sue scarpe
luccicanti erano color castagna.
«Voglio chiederti una cosa», ho detto.
«Okay».
«Perché non sei stato onesto con me?».
Il viso dell’Altro si è irrigidito. «Sono sempre onesto con te», ha replicato.
«No», ho detto. «Non lo sei. Perché non mi hai detto che 16 è una donna?».
Nello spazio di mezzo secondo l’espressione dell’Altro è passata da una sprezzante negazione all’irritazione a un
assenso riluttante. «Okay», ha concesso. «Suppongo che sia giusto. Ma non ho mai detto che non lo fosse».
Di fronte a questa difesa straordinariamente fiacca mi sono cadute le braccia. «Per mesi mi sono riferito a 16
chiamandolo “lui”», ho detto, «e tu non mi hai corretto. Nemmeno una volta. Perché?».
L’Altro ha sospirato. «Okay. Il motivo per cui non ho detto niente è che io ti conosco, Piranesi. Tu sei un romantico.
Oh, tu dici di essere uno scienziato e un discepolo della ragione, e perlopiù lo sei. Ma sei anche un romantico. Sapevo
che sarebbe stato abbastanza difficile, come poi è stato, convincerti della minaccia rappresentata da 16. Ma ho pensato
che lo sarebbe stato persino di più una volta saputo che era una donna. Saresti stato troppo interessato a una donna. Ho
pensato che avresti anche potuto innamorartene. Quel che è certo è che non ho pensato che tu saresti stato capace di
impedirti di parlarle. So che potresti trovarlo difficile da credere, ma in realtà ti stavo proteggendo. Era troppo
importante che tu non dessi credito a 16, perché 16 è sostanzialmente disonesta. Lo capisci?».
C’è stata una pausa.
«Bene», ho detto. «Grazie per essere stato in pensiero per me. Non credo che una donna potrebbe influenzarmi così
come tu sembri suggerire. Per favore, in futuro non nascondermi le cose».
«Giusto», ha detto l’Altro. Ha aggrottato la fronte. «Comunque, come l’hai saputo?». Nella sua voce è risuonata
un’acuta nota d’allarme. «Non le hai parlato, vero?».
«No. L’ho vista nel Sesto Salone Nord-Occidentale e ho udito la sua voce. Lei non mi ha visto».
«L’hai udita?». L’Altro si è allarmato ancora di più. «Con chi stava parlando?».
«Con i corvi».
«Oh». Pausa. «Che assurdità».


Ho deciso di cercare Laurence Arne-Sayles nell’Indice
ANNOTAZIONE PER IL DICIANNOVESIMO GIORNO DEL NONO MESE DELL’ANNO IN CUI L’ALBATROS È ARRIVATO NEI SALONI SUD-
OCCIDENTALI

Su una cosa l’Altro ha ragione. Io non sono razionale come pensavo. Ero solito sorridere (segretamente) dell’Altro
ogniqualvolta lo vedevo assumere un atteggiamento dettato da vanità, arroganza o superbia. Ero certo che le mie azioni
fossero guidate esclusivamente dalla Ragione. Ma mi stavo solamente illudendo. Una persona razionale non avrebbe mai
parlato con il Profeta nel Primo Salone Nord-Orientale. Una persona razionale avrebbe continuato a pulire il Pavimento
del Sesto Salone Nord-Occidentale finché ogni traccia del messaggio di 16 non fosse stata cancellata.
Ad affascinarmi ed eccitarmi non è il fatto che 16 sia una donna, almeno non del tutto. È il fatto che sia un altro
essere umano. Voglio sapere su di lei tutto quello che posso, o tutto quello che posso sapere senza impazzire. (Questa è
la parte complicata).
Non ho detto all’Altro del messaggio che 16 ha scritto. Non gli ho detto nemmeno che, dopo averlo cancellato, ne
sono rimaste mezze parole e frasi che ho lasciato intatte.
...È VALENTINE KETTER(LEY)... Questa si riferisce all’Altro. Il Profeta ha detto che il nome dell’Altro è Val Ketterley.
Non mi sorprende che 16 abbia scritto di lui dal momento che, secondo l’Altro, è ossessionata da lui e vuole distruggerlo.
...(SI)CURAMENTE ADESCATO ALTRE VITTIME POTENZIALI E IO... Forse 16 si sta vantando delle proprie vittime? Del male
che ha fatto e intende fare? Non chiaro.
...UN DISCEPOLO DELL’OCCULTISTA LAURENCE ARNE-SAY(LES)... Ogni cosa sembra ricondurre alla stessa persona,
Laurence Arne-Sayles, che credo sia identificabile con il Profeta.
...STA(TA) QUI PER QUASI SEI ANNI, (T)U... Non è chiaro a cosa si riferisca.
USCITA È UBICA(TA)... Un frammento enigmatico. Sembra che 16 voglia parlarmi di un’uscita. Ma io conosco questi
Saloni, tutte le loro entrate e le loro uscite. Lei no.
Ho cercato 16 nel mio Indice usando il nome con cui la chiamava l’Altro. Non c’è. Quindi andrò a cercare Laurence
Arne-Sayles.


Laurence Arne-Sayles
SECONDA ANNOTAZIONE PER IL DICIANNOVESIMO GIORNO DEL NONO MESE DELL’ANNO IN CUI L’ALBATROS È ARRIVATO NEI
SALONI SUD-OCCIDENTALI

Ancora una volta ho preso l’Indice e i Diari dal Quinto Salone Settentrionale e mi sono seduto di fronte alla Statua
del Gorilla. Che la sua Forza e Determinazione possano infondermi coraggio! Ho aperto l’Indice alla A.
C’erano ventinove voci su Laurence Arne-Sayles. Alcune di queste soltanto di una o due righe, altre occupavano
diverse pagine. Ne ho lette velocemente la metà, ma non mi hanno detto niente di più. Le informazioni che contenevano
erano delle più varie: elenchi di pubblicazioni, biografie, citazioni, descrizioni di persone che Arne-Sayles aveva
conosciuto in prigione. Me ne è capitata sotto gli occhi una intitolata: Laurence Arne-Sayles: pro e contro dello scrivere
un libro, e, dato che l’idea di scrivere un libro mi attirava fortemente, l’ho letta con interesse.

Progetto possibile: un libro su Arne-Sayles che esplora l’idea di pensatori trasgressivi – persone le cui idee vanno
oltre quello che è ritenuto accettabile nell’ambito di una disciplina (o anche possibile). Eretici.
Non è certo se il progetto costituisca o meno un buon uso del mio tempo. Pro e contro.

– Con il suo libro, Un lungo cucchiaio: Laurence Arne-Sayles e la sua cerchia2, Angharad Scott ha fatto un lavoro
passabile. (Contro)
– Detto questo, il punto di forza di Scott risiede nella biografia, non nell’analisi. Lei sarebbe la prima ad ammetterlo.
(Pro? Neutro?)
– Scott è generosa, incoraggiante, disposta ad aiutare. Vorrebbe vedere un altro libro scritto. Mi ha dato moltissime
informazioni contestuali e ha lasciato capire che ce ne sono ancora tante. Vedi note delle telefonate con Angharad Scott,
pagina 153. (Pro)
– Arne-Sayles è un argomento abbastanza sexy? Scandalo grave, processo, condanna alla detenzione ecc. (Pro)
– Arne-Sayles è l’esempio perfetto del pensatore trasgressivo – trasgressivo in molti modi – moralmente,
intellettualmente, sessualmente, criminalmente. (Pro)
– L’effetto straordinario che ha avuto sui suoi seguaci, inducendoli a credere di aver visto altri mondi ecc. (Pro)
– Arne-Sayles rifiuta di parlare con professori/scrittori/giornalisti. (Contro)
– I suoi collaboratori più stretti – le persone che lo conoscevano all’epoca in cui affermava di fare avanti e indietro fra
questo mondo e altri – sono pochi. Di questi pochi, molti sono scomparsi e gli altri non parleranno con i giornalisti.
(Contro)
– Tali Hughes è stata l’unica tra gli studenti di Arne-Sayles disposta a parlare con Angharad Scott. Secondo Scott,
Hughes è emotivamente instabile e probabilmente affetta da delirio. James Ritter ha parlato con un giornalista (Lysander
Weeks) nel 2010. Merita forse una conversazione? Secondo Weeks, Ritter lavora come custode al municipio di
Manchester. Vale la pena controllare se Weeks sta lavorando a un libro? (Né pro né contro – neutro)
– Mistero delle persone legate ad Arne-Sayles che sono scomparse: Maurizio Giussani, Stanley Ovenden, Sylvia
D’Agostino. (Questa è una forte attrattiva per i lettori e, pertanto, un pro. A meno che non scompaia anch’io, nel qual
caso, contro)
– Trascorrere molto tempo a scrivere di una persona sgradevole potrebbe richiedere un grosso prezzo emotivo. È
opinione comune e condivisa che Arne-Sayles sia un individuo maligno, vendicativo, manipolatore, perfido, arrogante, un
totale e assoluto cazzone. (Contro)

Incerto sul risultato. Leggermente contro?

Tutto questo mi ha detto assai poco su Laurence Arne-Sayles. È stata l’ultima di tutte le voci quella più esplicativa.
Era intitolata:

Appunti per una conferenza da fare al “Torn and Blinded: un festival per idee alternative”, Glastonbury, 24-27 maggio
2013

Laurence Arne-Sayles ha cominciato con l’idea che gli Antichi si rapportavano al mondo in un modo diverso, che ne
facevano esperienza come se fosse qualcosa che interagiva con loro. Quando loro osservavano il mondo, il mondo li
osservava a sua volta. Se, per esempio, viaggiavano in barca su un fiume, allora il fiume era in un certo senso
consapevole che li stava portando sulla sua schiena e acconsentiva a farlo. Quando guardavano le stelle, le costellazioni
non erano semplicemente degli schemi che gli consentivano di dare un’organizzazione a quello che vedevano, erano
veicoli di significato, un infinito flusso di informazioni. Il mondo parlava agli Antichi continuamente.
Tutto questo rientrava più o meno nei limiti della storia della filosofia comunemente nota, ma il punto in cui Arne-
Sayles si distaccava dai suoi colleghi consisteva nel suo sottolineare che questo dialogo fra il mondo e gli Antichi non era
semplicemente qualcosa che accadeva nelle loro menti, era qualcosa che accadeva nel mondo reale. Il modo in cui gli
Antichi percepivano il mondo era il modo in cui il mondo era realmente. Questo conferiva loro straordinari poteri e
facoltà di influenzarlo. La realtà non era soltanto capace di prendere parte a un dialogo – intelligibile e articolato –, si
lasciava anche persuadere. La natura era disposta a piegarsi ai desideri degli uomini, a prestare loro le proprie
caratteristiche. I mari potevano essere separati, gli uomini potevano trasformarsi in uccelli e volare via, oppure in volpi e
nascondersi nel folto delle foreste, dalle nuvole si potevano creare dei castelli.
Infine, gli Antichi hanno smesso di parlare al Mondo e di ascoltarlo. Quando questo è accaduto, il Mondo non si è
semplicemente chiuso nel silenzio, è cambiato. Quegli aspetti del mondo che erano stati in costante comunicazione con
gli Uomini – che li si chiami energie, poteri, spiriti, angeli o demoni – non avevano più un luogo né un motivo per restare
e, così, se ne sono andati. Nella visione di Arne-Sayles c’era un concreto, effettivo disincanto.
Nel suo primo lavoro pubblicato sull’argomento (Il verso del chiurlo, Allen & Unwin, 1969), Arne-Sayles disse che
questi poteri degli Antichi erano andati irrimediabilmente perduti, ma quando è arrivato a scrivere il secondo libro
(Quello che il vento ha preso, Allen & Unwin, 1976) non ne era più così sicuro. Aveva sperimentato un rito magico e
adesso pensava che fosse possibile riottenere alcuni poteri, ammesso che si avesse un contatto fisico con una persona
che un tempo li aveva posseduti. Il miglior tipo di contatto sarebbero stati dei veri resti: il corpo o parti del corpo della
persona in questione.
Nel 1976 il Museo di Manchester annoverava nella sua collezione quattro mummie di palude risalenti a un periodo
compreso fra il 10 a.C. e il 200 d.C., chiamate con il nome della torbiera nella quale erano state ritrovate: Marepool, nel
Cheshire. Erano:

– Marepool I (corpo senza testa)
– Marepool II (corpo completo)
– Marepool III (una testa, ma non quella appartenente a Marepool I)
– Marepool IV (un altro corpo completo).

Arne-Sayles era interessato soprattutto a Marepool III, la testa. Diceva di aver eseguito una divinazione che aveva
identificato la testa come appartenente a un re veggente. La conoscenza posseduta dal veggente era esattamente quella
di cui lui aveva bisogno per proseguire nelle sue ricerche. Associata alle sue teorie, avrebbe generato uno spartiacque
nella storia della conoscenza umana. Nel maggio del 1976 Arne-Sayles scrisse una lettera al direttore del museo nella
quale chiedeva che gli venisse prestata la testa cosicché potesse eseguire un rito magico di sua invenzione, trasferire su
di sé la conoscenza del veggente e, in questo modo, inaugurare una Nuova Era per il Genere Umano. Con grande
sorpresa di Arne-Sayles, il direttore rifiutò. In giugno Arne-Sayles persuase circa cinquanta dei suoi studenti a
manifestare fuori dal museo contro quel modo di pensare ottuso e obsoleto. Gli studenti esibivano cartelli che dicevano
«liberate la testa». Dieci giorni dopo ci fu una seconda manifestazione durante la quale venne rotta una finestra e si
verificò uno scontro con la polizia. Dopo questi episodi, sembra che Arne-Sayles avesse perso interesse verso le mummie
di palude.
Alla fine di dicembre il museo chiuse per Natale. Quando riaprì nel Nuovo Anno, il personale scoprì che c’era stata
un’effrazione. C’erano prove evidenti che qualcuno aveva bivaccato all’interno del museo. Resti di cibo, pacchetti di
crackers e altra spazzatura erano sparsi tutto intorno. C’era anche odore di cannabis. «liberate la testa» comparve di
nuovo dipinto su una parete e c’erano mozziconi di candele attaccati al pavimento. Le candele formavano un cerchio. A
quanto pareva, non era stato preso niente, ma la teca nella quale era esposta Marepool III era andata in frantumi e la
testa era stata maneggiata. Sulla sua superficie erano incollati pezzi di cera delle candele e frammenti di vischio.
Naturalmente, la polizia e il personale del museo sospettarono di Arne-Sayles. Tuttavia, Arne-Sayles aveva un alibi:
aveva trascorso le feste invernali in una fattoria presso Exmoor, in compagnia di alcuni ricchi neopagani. I neopagani
(gente di nome Brooker) lo confermarono. I Brooker veneravano Arne-Sayles come un genio straordinario e una sorta di
santo pagano. La polizia non riteneva affidabile la loro testimonianza, ma non aveva modo di confutarla.
Nessuno venne accusato per l’effrazione al museo, ma nel suo libro successivo (La porta inavvertita, Allen & Unwin,
1979), Arne-Sayles parlò di un veggente romano-britannico di nome Addedomarus che era stato in grado di percorrere
un sentiero fra mondi diversi.
Nel 2001, mentre Arne-Sayles era in prigione, un uomo di nome Tony Myers entrò in una stazione di polizia di
Londra chiedendo di poter fare una dichiarazione. Disse che mentre era studente all’università di Manchester si era
introdotto nel museo il giorno di Natale del 1976. Aveva fracassato una finestra, si era arrampicato e poi aveva aperto la
porta per far entrare gli altri. Aveva assistito all’esecuzione di un rituale da parte di Arne-Sayles e altri due uomini.
Pensava che i due fossero Valentine Ketterley e Robin Bannerman, ma era passato tanto tempo e non poteva averne la
certezza.
Myers disse che a un certo punto aveva visto le labbra di Marepool III muoversi, ma che non aveva udito alcuna
parola.
Myers non fu processato.
Arne-Sayles non scrisse mai niente del rituale che usò con Marepool III. Sul finire degli anni Settanta, comunque,
stava cambiando le proprie idee. Le credenze e i poteri smarriti nel tempo lo interessavano meno rispetto al luogo in cui
erano andati a finire. In base alla sua teoria originaria, cioè che credenze e poteri costituissero una sorta di energia,
diceva che quell’energia non poteva aver semplicemente smesso di esistere in un batter di ciglia, doveva pur essere
andata da qualche parte. Questo era l’inizio della sua idea più famosa, la Teoria degli Altri Mondi. In poche parole, la
teoria sosteneva che quando la conoscenza o il potere uscirono da questo mondo fecero due cose: innanzitutto crearono
un altro luogo; poi, lasciarono un buco, una porta fra questo mondo, dove una volta erano esistiti, e il nuovo luogo che
avevano creato.
Immaginatelo, diceva Arne-Sayles, come pioggia che cade su di un campo. Il giorno successivo il campo è asciutto.
Dov’è andata a finire la pioggia? In parte è evaporata nell’aria. In parte è stata bevuta da piante e animali. Ma in parte è
filtrata nella terra. Questo succede in continuazione. Per decenni, secoli, millenni, l’acqua, filtrando, crea una fessura
nella roccia sotto la terra; poi logora la fessura finché non diventa un buco; poi logora il buco finché non si trasforma
nell’ingresso di una grotta. Di fatto, una specie di porta. Dietro la porta l’acqua continua a scorrere e scava caverne e
scolpisce pilastri. Da qualche parte, diceva Arne-Sayles, dev’esserci un passaggio, una porta fra noi e il luogo in cui è
finita la magia. Potrebbe essere molto piccolo. Potrebbe essere non del tutto stabile. Come l’ingresso di una grotta
sotterranea, potrebbe essere a rischio di crollo. Ma sarebbe lì. E se era lì, era possibile trovarlo.
Nel 1979 Arne-Sayles pubblicò il suo terzo e più famoso libro, La porta inavvertita, nel quale trattava le idee sugli
altri mondi e descriveva come, dopo un certo sforzo, era entrato in uno di essi.

Estratto da La porta inavvertita di Laurence Arne-Sayles

Una volta trovata, la porta è sempre con noi. Basta cercarla, ed eccola lì. La difficoltà vera sta nel trovarla la prima
volta. Seguendo le intuizioni che mi aveva donato Addedomarus, ero arrivato alla conclusione che, per poter vedere la
porta, era necessario depurare la propria capacità visiva. Per farlo è necessario tornare nel luogo, nella posizione
geografica dove si credeva che il mondo fosse fluido e reattivo. In breve, bisogna tornare nell’ultimo luogo dove si viveva
prima che il pugno di ferro della razionalità moderna afferrasse le menti degli uomini.
Per me questo luogo era il giardino della casa dove sono cresciuto, a Lyme Regis. Sfortunatamente, nel 1979 la casa
era ormai passata per le mani di diversi proprietari. Quelli di allora (scialbi esemplari della prevalente mediocrità) si
dimostrarono insensibili quando chiesi il permesso di poter rimanere per alcune ore in giardino ed eseguire un antico
rituale celtico. Nessun problema. Ho scoperto da un simpatico lattaio quando sarebbero partiti per le vacanze, sono
tornato quel giorno e sono “entrato”.
Il giorno in cui sono entrato nel giardino era freddo, grigio e piovoso. Sono rimasto sul prato sotto la pioggia
scrosciante, circondato dalle rose che aveva piantato mia madre (anche se adesso erano costrette a condividere le
proprie zolle con fiori di intollerabile volgarità). Dietro la cortina di pioggia c’erano grappoli di colori – bianco, albicocca,
rosa, oro e rosso.
Mi sono concentrato sul ricordo di me, bambino, in quel giardino, dell’ultima volta in cui il mondo e la mia mente
erano stati privi di restrizioni. Ero rimasto davanti alle rose nel mio pagliaccetto di lana blu. Stringevo in mano un
soldatino di metallo la cui vernice si stava scrostando.
Con mia grande sorpresa ho scoperto che l’atto di ricordare era estremamente potente. La mia testa si è liberata
all’istante, la mia capacità visiva si è purificata. Il lungo, complesso rituale che avevo preparato divenne del tutto
superfluo. Non ho più visto né sentito la pioggia. Mi trovavo immerso nella luce chiara e forte del sole della prima
infanzia. I colori delle rose erano innaturalmente vivaci.
Tutto intorno a me hanno iniziato ad apparire le porte verso altri mondi, ma io sapevo qual era l’unica che volevo,
l’unica nella quale scorre tutto ciò che è stato dimenticato. I margini di quella porta erano logori e consumati dal
passaggio delle idee che lasciano questo mondo.
La porta, adesso, era perfettamente visibile. Si trovava in uno spazio vuoto fra le Antoine Rivoire e le Coquette des
Blanches3. Vi sono entrato.
Mi sono ritrovato in una vasta camera con il pavimento di pietra e le pareti di marmo. Ero circondato da otto enormi
statue, tutte diverse, tutte raffiguranti un minotauro. Una grande scalinata di marmo si innalzava a un’altezza
vertiginosa e scendeva a profondità altrettanto sconcertanti. Uno strano fragore – come quello di un mare – mi riempiva
le orecchie...


Resto calmo
TERZA ANNOTAZIONE PER IL DICIANNOVESIMO GIORNO DEL NONO MESE DELL’ANNO IN CUI L’ALBATROS È ARRIVATO NEI SALONI
SUD-OCCIDENTALI

La descrizione di Arne-Sayles contenuta nei miei Diari corrisponde in tutto e per tutto a quello che ha detto il
Profeta. (Altra prova a dimostrazione che sono la stessa persona!). Mi ha fatto piacere riscoprire il nome “Addedomarus”
e averne la corretta grafia. Era il nome che l’Altro invocava durante il rituale che ha eseguito tre mesi fa! Sono certo che
abbia saputo di Addedomarus da Laurence Arne-Sayles. («Tutte le sue idee sono mie», ha detto il Profeta).
Una frase mi ha lasciato perplesso: Il mondo parlava agli Antichi continuamente. Non capisco perché questa frase è
al passato. Il Mondo ancora mi parla ogni giorno.
Credo che, rispetto all’inizio, sto migliorando nella lettura delle annotazioni di questi Diari. Resto calmo anche di
fronte al linguaggio più oscuro. Parole e frasi che pulsano di energia misteriosa – parole come “Manchester” e “stazione
di polizia” – non mi turbano più. Sembra che io abbia preso quasi inconsciamente l’abitudine di considerare queste
annotazioni come gli scritti di un oracolo o un veggente, qualcuno che dispensa conoscenze in uno stato di fervore o
elevata ispirazione, sebbene in una forma strana e trattata in modo non facile.
Forse ero davvero in uno stato psichico alterato quando le ho scritte? Trovo convincente questa teoria, ma lascia
senza risposta molte domande. Che cosa ho fatto per arrivare a quello stato di alterazione? E soprattutto perché, quando
ho sempre pensato a Me Stesso come a uno scienziato, ho preso questa abitudine?


Ci sarà una Grande Inondazione
ANNOTAZIONE PER IL VENTUNESIMO GIORNO DEL NONO MESE DELL’ANNO IN CUI L’ALBATROS È ARRIVATO NEI SALONI SUD-
OCCIDENTALI

Uno dei compiti che svolgo regolarmente è tenere aggiornata la Tavola delle Maree. Per farlo mi affido alle mie
osservazioni e a una serie di equazioni che ho inventato. A intervalli di qualche mese eseguo i miei calcoli e mi accerto
che non vi siano Episodi Straordinari nelle settimane a venire. Ultimamente sono stato così occupato che ho trascurato
parecchio questo lavoro. Questa mattina mi sono seduto per lavorarci e ho immediatamente scoperto una cosa Altamente
Allarmante: la Congiunzione di Quattro Maree fra meno di una settimana!
Mi ha sconvolto pensare a quanto ero stato vicino a mancare completamente questo evento! L’ultima serie dei miei
calcoli riguardava un periodo che era finito più di due settimane fa. Avevo trascurato i miei doveri ed esposto Me e
l’Altro a un rischio mortale!
In preda all’agitazione sono saltato in piedi e ho camminato a grandi passi su e giù per il Salone. Oh, cazzo! Cazzo!
Cazzo! Cazzo! Cazzo!, ho borbottato fra me e me. Cazzo! Cazzo! Cazzo! Cazzo! Dopo uno o due minuti di inutile
camminata nervosa, ho parlato a Me Stesso con franchezza e mi sono detto che non serviva a niente piagnucolare sul
Passato, adesso era necessario pianificare il futuro.
Mi sono seduto di nuovo e ho cominciato a eseguire altri calcoli per comprendere in modo più accurato quello che,
probabilmente, sarebbe accaduto. In base alla Forza e al Volume delle Acque – che sono difficili da prevedere con
esattezza – sarebbero stati inondati dai quaranta ai cento Saloni.
Per fortuna oggi era venerdì, uno dei giorni in cui io e l’Altro ci vedevamo regolarmente. Sono arrivato nel Secondo
Salone Sud-Occidentale in anticipo di quasi mezz’ora, tanto ero ansioso di parlare con lui.
Nel momento in cui è comparso ho detto: «Devo dirti una cosa».
Lui ha aggrottato la fronte e aperto la bocca per replicare, non gli piace che sia io a pilotare l’incontro, ma in questa
occasione l’ho ignorato. «Ci sarà una Grande Inondazione!», ho affermato. «Se non ci prepariamo adeguatamente,
corriamo il serio rischio di essere trascinati via e annegare».
In un istante ho avuto tutta la sua attenzione. «Annegare? Quando?».
«Fra sei giorni. Giovedì. L’Inondazione comincerà a salire più o meno mezz’ora prima di mezzogiorno. Un’Alta Marea
proveniente dai Saloni Orientali sarà seguita da...».
«Giovedì?». Si è rilassato. «Oh, allora è tutto a posto. Non sarò qui giovedì».
«Dove sarai?», ho chiesto, sorpreso.
«Altrove», ha risposto. «Non è importante. Non te ne preoccupare».
«Oh, capisco», ho detto. «Be’, meglio così. L’Inondazione avrà il suo centro intorno a un punto a ottocento metri a
nord-ovest del Primo Vestibolo. È essenziale che tu sia fuori dal Percorso delle Acque».
«Io sarò al sicuro», ha detto l’Altro. «E tu starai bene?».
«Oh, sì», ho risposto. «Grazie per averlo chiesto. Andrò verso i Saloni Meridionali».
«Bene».
«Resta fuori soltanto 16», ho detto, senza riflettere. «Devo...». Mi sono interrotto. «Cioè...», ho cominciato, ma mi
sono interrotto di nuovo.
C’è stato un momento di silenzio.
«Cosa?», ha esclamato bruscamente l’Altro. «Di cosa stai parlando? Che cosa c’entra 16 con tutto questo?».
«Dico soltanto che lei non è nativa di questi Saloni», ho risposto. «Non saprà che è in arrivo una Grande
Inondazione».
«Suppongo di no. E quindi?».
«Non voglio che anneghi», ho detto.
«Credimi, Piranesi. Questo risolverebbe tutti i nostri problemi. Ma, in ogni caso, non ha molta importanza né l’una né
l’altra cosa. Tu non hai modo di contattare 16, quindi non potresti avvertirla nemmeno se volessi».
C’è stato un altro silenzio.
«È così, no?», ha detto l’Altro. «Tu non le hai parlato?». Mi ha lanciato un’occhiata inquisitoria.
«No», ho detto.
«Non adesso? Non in passato?».
«Non adesso. Non in passato».
«Bene, ecco qua, allora. Qualsiasi cosa accada, non è una tua responsabilità. Io non me ne preoccuperei».
Ancora una pausa di silenzio.
«Be’», ha detto infine l’Altro. «Immagino che tu abbia delle cose da fare».
«Molte cose da fare».
«Prepararti per questa inondazione e via dicendo».
«Oh, sì».
«Bene, allora ti lascio alle tue incombenze». Ha girato le spalle e si è incamminato verso il Primo Vestibolo.
«Arrivederci!», ho gridato. «Arrivederci!».


Tu sei Matthew Rose Sorensen?
SECONDA ANNOTAZIONE PER IL VENTUNESIMO GIORNO DEL NONO MESE DELL’ANNO IN CUI L’ALBATROS È ARRIVATO NEI SALONI
SUD-OCCIDENTALI

Il mio piano era chiaro. Dovevo andare immediatamente nel Sesto Salone Nord-Occidentale e scrivere un messaggio
per avvertire 16 dell’imminente Inondazione!
Mentre camminavo pensavo all’ultimo messaggio che le avevo lasciato, quello con cui la pregavo di andarsene da
questi Saloni. Forse nel frattempo mi aveva risposto. Forse la risposta sarebbe stata qualcosa come:

Caro Piranesi,
hai ragione. Oggi tornerò nei miei Saloni.
Cordialmente
16

Se così fosse stato, potevo smettere di preoccuparmi che annegasse nell’Inondazione.
Ma in fondo speravo che non fosse tornata nei suoi Saloni. Per quanto potesse apparire strano, sapevo che, in quel
caso, mi sarebbe mancata. Oltre a 16, nel Mondo ci siamo soltanto io e l’Altro, e (queste parole potrebbero sorprendervi)
l’Altro non è sempre la compagnia migliore. Non vedevo l’ora di sapere se 16 mi aveva scritto un altro messaggio, anche
se non avrei osato leggerlo. Immagino che quello che speravo davvero fosse che lei avesse scritto qualcosa come:

Caro Piranesi,
leggendo i tuoi utili ed esplicativi messaggi, ho finalmente capito che se mai mi liberassi della mia malvagità, allora potremmo
essere amici. Vediamoci e parliamo. Prometto di non farti impazzire. In cambio, mi insegnerai come essere non-malvagia?
Con molta speranza
16

Sono arrivato al Sesto Salone Nord-Occidentale. I corvi mi hanno accolto con un saluto fragoroso. Sul Pavimento ho
trovato i resti dell’ultimo messaggio di 16 e quello scritto da me. Ma niente di nuovo. 16 non mi aveva scritto. Sono
rimasto deluso, ma ho detto a Me Stesso che c’era da aspettarselo; se continuavo a cancellare i messaggi di 16 senza
leggerli, era decisamente poco probabile che lei continuasse a scriverli.
Ho tirato fuori un gessetto e mi sono seduto sulle ginocchia. Sotto al mio ultimo messaggio ho scritto:

CARA 16

FRA SEI GIORNI IN QUESTI SALONI ARRIVERÀ UNA GRANDE INONDAZIONE. OGNI COSA VERRÀ SOMMERSA DALL’ACQUA A UNA PROFONDITÀ
MOLTO PIÙ GRANDE DELLA TUA ALTEZZA O DELLA MIA.

SECONDO I MIEI CALCOLI L’AREA A RISCHIO SI ESTENDERÀ FINO A:
SEI SALONI A OVEST DA QUI
QUATTRO SALONI A NORD DA QUI
CINQUE SALONI A EST DA QUI
SEI SALONI A SUD DA QUI.

L’INONDAZIONE DURERÀ DALLE TRE ALLE QUATTRO ORE DOPODICHÉ COMINCERÀ A CALARE.

PER FAVORE, ALLONTANATI DA QUESTI SALONI IN QUESTO PERIODO ALTRIMENTI SARAI IN PERICOLO. VI SARANNO DELLE FORTI CORRENTI. SE
DOVESSI RITROVARTI INTRAPPOLATA DALL’ACQUA, ARRAMPICATI IN FRETTA! LE STATUE SONO GENTILI E TI PROTEGGERANNO.

PIRANESI

Ho riletto con attenzione il messaggio. Era quanto più possibile chiaro, tranne per una cosa. “Fra sei giorni” aveva
senso soltanto se 16 avesse saputo in quale giorno avevo scritto il messaggio, e come lo avrebbe saputo?
Potevo scrivere la data di oggi, ma seguiva un calendario di mia invenzione e sembrava improbabile che 16 ne avesse
inventato uno uguale.

P.S.: OGGI È IL SECONDO GIORNO DELLA LUNA NUOVA. IL GIORNO DELL’INONDAZIONE SARÀ IL PRIMO DEL QUARTO DI LUNA.

Tutte le mie speranze erano riposte nel fatto che 16 non avesse smesso del tutto di venire in questi Saloni e che
vedesse il mio avvertimento.
Prima che arrivi l’Inondazione devo radunare tutte le mie ciotole di plastica – quelle che uso per raccogliere l’Acqua
Fresca – cosicché non vengano portate via dalle Acque. Sapevo che ce n’erano due non lontane dal Sesto Salone Nord-
Occidentale, nel Diciottesimo Salone Nord-Occidentale sull’altro lato del Ventiquattresimo Vestibolo. Ho pensato che
potevo prenderle adesso mentre ero nei Dintorni.
Sono andato nel Ventiquattresimo Vestibolo. Questo Vestibolo è caratterizzato da un cumulo basso e spiovente fatto
di sassolini di marmo bianco che, in parte, bloccano la Bocca della Scalinata che conduce ai Saloni Inferiori. I sassolini
sono stati depositati qui, nel corso del tempo, dall’avvicendarsi delle Maree. Sono lisci e di forma arrotondata e molto
piacevoli al tatto. Sono di un bianco puro con una bellissima e luminosa semitrasparenza. Sono salito tante volte su
questo cumulo, per pescare e raccogliere frutti di mare. Ho sempre smosso qualche sassolino, ma mai così tanti da
alterare l’aspetto dell’ammasso.
La prima cosa che ho visto oggi è che alcuni sassolini sono stati rimossi. Sul lato del cumulo c’era una cavità, dove
una cavità non c’era mai stata. Ne sono rimasto sbalordito. Chi poteva averlo fatto? Ho visto corvi e cornacchie prendere
dei sassolini per spaccare e aprire i molluschi, ma gli uccelli non spostano un così gran numero di sassi senza un motivo.
Mi sono guardato intorno. Sul Pavimento nell’Angolo Nord-Orientale del Vestibolo era sparso qualcosa di bianco.
Mi sono avvicinato. Mi sono reso conto troppo tardi che i sassolini creavano delle figure. Parole! Parole create da 16!
Prima che avessi il tempo di guardare altrove avevo letto tutto il messaggio! In lettere alte circa venticinque centimetri,
c’era scritto:

TU SEI MATTHEW ROSE SORENSEN?

Matthew Rose Sorensen. Un nome. Tre parole che formavano un nome.
Matthew Rose Sorensen...
Un’immagine è emersa davanti a me, come un ricordo o una visione.
...mi sembrava di essere fermo all’incrocio di tante strade di una città. Una pioggia scura scrosciava su di me da un
cielo nero. Luci, luci, luci scintillavano ovunque! Le luci erano di tanti colori e si specchiavano tutte sull’asfalto bagnato.
Su ogni lato si ergevano dei palazzi. Le macchine passavano sfrecciando. Sui palazzi erano inscritte parole e immagini.
Delle forme scure riempivano le strade, all’inizio ho pensato che fossero delle statue, ma si sono spostate e ho capito che
erano persone. Migliaia e migliaia di persone. Più persone di quante ne avessi mai immaginate prima. Troppe persone.
Era impossibile, per la mente, contenere il pensiero di così tante persone. E tutto puzzava di pioggia, di metallo e di
stantio. La visione aveva un nome e il suo nome era...
Ma, proprio quando la parola è affiorata tremolante sull’orlo del pensiero consapevole, è svanita, e, insieme a essa,
anche l’immagine. Sono tornato nel Mondo Reale.
Ho vacillato e ho rischiato di cadere. Avevo le vertigini, ero assetato, senza fiato.
Ho guardato le Statue lungo le Pareti del Vestibolo. «Ho bisogno d’acqua», ho detto loro, con voce roca. «Datemi da
bere».
Ma loro erano soltanto Statue e non potevano portarmi dell’acqua. Potevano soltanto posare su di me uno sguardo
Calmo e Nobile.


Io sono...
TERZA ANNOTAZIONE PER IL VENTUNESIMO GIORNO DEL NONO MESE DELL’ANNO IN CUI L’ALBATROS È ARRIVATO NEI SALONI
SUD-OCCIDENTALI

16 ha trovato un modo per mettere in atto il suo piano nefasto e farmi impazzire! Avevo cancellato il suo ultimo
messaggio e che cosa è successo? Lei ne ha costruito un altro che non potevo cancellare senza leggerlo!
Tu sei Matthew Rose Sorensen?
Io sono..., ho balbettato. Io sono...
All’inizio non sono riuscito ad andare oltre.
Io sono... io sono l’Amato Figlio della Casa.
Sì.
Mi sono sentito immediatamente più calmo. Era necessaria un’altra identità? Non lo pensavo affatto. Mi è venuto in
mente un altro pensiero.
Io sono Piranesi.
Ma sapevo che in fondo non ci credevo davvero. Piranesi non è il mio nome. (Sono quasi certo che Piranesi non sia il
mio nome).
Una volta ho chiesto all’Altro perché mi chiamava Piranesi.
Lui è scoppiato in una risata venata d’imbarazzo. «Oh, quello», ha detto. «Be’, credo che all’inizio fosse una specie di
battuta di spirito. Dovevo pur chiamarti in qualche modo. E questo ti andava a pennello. È un nome associato ai labirinti.
Non ti dispiace, vero? Se non ti piace, la smetto».
«Non mi dispiace», ho detto. «E, come dici tu, devi pur chiamarmi in qualche modo».
Mentre scrivo queste parole il Silenzio della Casa sembra carico di aspettativa. Sembra attendere che accada
qualcosa di straordinario.
Tu sei Matthew Rose Sorensen?
Come potevo rispondere a questa domanda se non avevo idea di chi fosse Matthew Rose Sorensen? Forse quello che
dovevo fare era cercare Matthew Rose Sorensen nell’Indice?
Sono andato nel Diciottesimo Salone Nord-Occidentale e ho bevuto un lungo sorso d’acqua. Era deliziosa e
rinfrescante (era stata una Nuvola soltanto un’ora prima). Ho riposato un momento. Poi ho imboccato la strada per il
Secondo Salone Settentrionale dove sono andato a prendere l’Indice e i Diari.
Tu sei Matthew Rose Sorensen?
Il fatto che Matthew Rose Sorensen avesse tre nomi ha reso complicato localizzarlo nell’Indice. Prima ho cercato
sotto la S. Niente. Poi sotto la R. C’erano tre voci.

Rose Sorensen, Matthew: pubblicazioni 2006-2010, Diario n. 21, pagina 6
Rose Sorensen, Matthew: pubblicazioni 2011-2012, Diario n. 22, pagine 144-145
Rose Sorensen, Matthew, biografia per Torn and Blinded: Diario n. 22, pagina 200

L’ultima voce sembrava la più promettente.

Matthew Rose Sorensen, inglese, è figlio di padre metà danese e metà scozzese e di madre ghanese. Cominciò con
gli studi in Matematica, ma ben presto i suoi interessi migrarono (tramite la filosofia della matematica e la storia delle
idee) verso il suo attuale campo di studio: il pensiero trasgressivo. Sta scrivendo un libro su Laurence Arne-Sayles, un
uomo che ha trasgredito la scienza, la ragione e la legge.

Ho trovato interessante che Matthew Rose Sorensen credesse che Arne-Sayles aveva rinnegato Scienza e Ragione. In
questo sbagliava. Il Profeta era uno scienziato e un amante della Ragione. L’ho dichiarato a voce alta al Vuoto.
«Non sono d’accordo con te», ho detto.
Stavo tentando di riportare alla memoria Matthew Rose Sorensen, di indurlo a rivelarsi. Se era davvero una parte
dimenticata di Me Stesso, allora non gli avrebbe fatto piacere essere contraddetto; avrebbe difeso la sua posizione.
Ma non ha funzionato. Lui non si è palesato spuntando da un qualche oscuro recesso della mia mente. È rimasto un
vuoto, un silenzio, un’assenza.
Sono andato a guardare le altre due voci.
La prima era soltanto un elenco.

“‘Ora, qui, ora, sempre’: i drammi del Tempo di J.B. Priestley”, Tempus, volume 6: 85-92
Abbracciare/Tollerare/Calunniare/Distruggere: come il mondo accademico tratta le idee non conformi, Edizioni
dell’università di Manchester, 2008
“Origini della matematica non conforme: Srinivasa Ramanujan e la dea”, Trimestrale di storia intellettuale, volume
25: 204-238, Edizioni dell’università di Manchester.

La seconda era più o meno la stessa cosa.

“Vacillante-fluttuante: Steven Moffat, Blink e le teorie temporali di J.W. Dunne”, Giornale dello spazio, del tempo e di
tutto quanto il resto, volume 64: 42-68, Edizioni dell’università del Minnesota
“‘Il turbinio dei mulini a vento delle nostre menti’: l’importanza dei labirinti nello sfruttamento dei propri seguaci da
parte di Laurence Arne-Sayles”, Rivista di psichedelia e controcultura, volume 35, fascicolo 4
“Il gargoyle sul tetto della cattedrale: Laurence Arne-Sayles e il mondo accademico”, Trimestrale di storia
intellettuale, volume 28: 119-152, Edizioni dell’università di Manchester
Il pensiero oscuro: una brevissima introduzione, oup, pub. 31, maggio 2012
“‘Architetture che viaggiano nel tempo’: articolo su Paul Enoch e Bradford”, «The Guardian», 28 luglio 2012.

Mi sono lasciato andare a una lunga sbuffata di frustrazione. Tutto questo era assolutamente inutile! A parte il fatto
che Matthew Rose Sorensen fosse interessato ad Arne-Sayles (cosa che non lo differenzia in alcun modo da tutti gli altri
abitanti del Mondo), non ho appreso nient’altro. Ho provato l’impellente desiderio di scuotere il mio Diario, come se così
potessi farne uscire qualche altra informazione.
Sono rimasto seduto a lungo a riflettere.
C’era un’altra persona che non avevo ancora cercato nell’Indice: l’Altro. Finora non ci avevo pensato. Ma, forse, se
leggessi cose riguardanti l’Altro e vi trovassi nominato Matthew Rose Sorensen, allora... Mi sono fermato a pensare.
Allora cosa? Allora forse sarei in grado di giudicare se l’Altro conosce o meno Matthew Rose Soren​sen e stabilire
definitivamente se Matthew Rose Sorensen ero io.
Non mi sembrava che questo tentativo comportasse dei rischi. In realtà, di tutti i nomi presenti nel Mondo che avrei
potuto cercare, quello dell’Altro mi pareva il più innocuo. Lui e io siamo amici da anni. Ho aperto l’Indice alla O. Ho
contato settantaquattro voci per l’Altro. Avevo scritto su di lui molto di più che su qualsiasi altro argomento. Infatti ero
già stato costretto a riassegnare due pagine dalla lettera P per poterle contenere ​tutte.
Ho trovato:

Altro, l’, Rituali eseguiti da
Altro, l’, Discorsi sulla Grande e Segreta Conoscenza
Altro, l’, mi presta una macchina fotografica cosicché io possa scattare foto dei Saloni Sommersi
Altro, l’, mi chiede di disegnargli una mappa delle Stelle
Altro, l’, mi chiede di disegnargli una mappa dei Saloni immediatamente circostanti il Primo Vestibolo
Altro, l’, suggerisce che le Statue formano una specie di codice che potremmo essere capaci di decifrare

E tante, tante altre voci. Finché non sono arrivato a quelle più recenti:

Altro, l’, usa la parola senza senso “Batter-Sea” per mettere alla prova la mia memoria
Altro, l’, mi regala un paio di scarpe

Ho dato un’occhiata veloce ad altre voci. Ho letto come l’Altro avesse eseguito diversi Rituali ai quali avevo assistito.
Ho letto quanto fosse perspicace, scientifico, acuto, attraente. Ho letto dettagliate descrizioni dei suoi abiti. È stata una
lettura di moderato interesse, ma non mi ha aiutato in nessun modo con il mio problema attuale. A differenza delle voci
su Stanley Ovenden, Maurizio Giussani, Sylvia D’Agostino e Laurence Arne-Sayles, nessuna di quelle sull’Altro mi
giungeva nuova. Non contenevano parole misteriose o frasi che sembravano pulsare di significati occulti (parole come
“Whalley Range” e “ambulatorio medico”). Tutti gli eventi erano quelli che ricordavo con chiarezza. E il nome “Matthew
Rose Sorensen” non compariva da nessuna parte.
Ricordavo che il Profeta aveva chiamato l’Altro “Ketterley”. Così sono passato alla lettera K.
C’erano otto voci. La prima era a pagina 187 del Diario n. 2 (precedentemente Diario n. 22).

Dottor Valentine Andrew Ketterley. Nato nel 1955 a Barcellona. Cresciuto a Poole, nel Dorset. (I Ketterley sono
un’antica famiglia del Dorsetshire). Figlio del colonnello Ranulph Andrew Ketterley, soldato e occultista.
Valentine Ketterley fu uno studente di Laurence Arne-Sayles e, in seguito, ricercatore in Antropologia sociale a
Manchester. Nel 1985 sposò Clémence Hubert. Divorziò nel 1991. Due figli. Nel 1992 Ketterley lasciò Manchester e
accettò una docenza alla UCL. A giugno dello stesso anno scrisse una lettera al «Times» nella quale ripudiava
pubblicamente Arne-Sayles e lo accusava di fuorviare e manipolare deliberatamente gli studenti, dando loro in pasto
pseudomisticismo e storie di altri mondi. Ketterley lanciò un appello all’università di Manchester affinché licenziasse
Arne-Sayles. (L’università lo fece soltanto nel 1997, quando Arne-Sayles fu arrestato per sequestro di persona).
In anni recenti, Ketterley ha rifiutato di rispondere a qualsiasi domanda riguardante Arne-Sayles.
Domanda: vale la pena contattarlo per vedere se vuole parlare con me? Vive da qualche parte nei pressi di Battersea
Park.
Piano d’azione: stilare un elenco di domande per il dottor Ketterley.

Ero tornato su un terreno familiare. L’annotazione era il solito miscuglio di parole che avevano un significato chiaro e
parole dal significato oscuro – sempre presumendo che lo avessero, un significato. Ho notato con interesse il
ripresentarsi della parola misteriosa “Battersea” (e ho visto che non doveva avere il trattino).
Ho riguardato l’Indice per trovare la collocazione della voce successiva ed è stato allora che ho notato una cosa
alquanto strana. Le voci rimanenti – ce n’erano ancora sette – erano tutte su pagine consecutive. Le ultime dieci pagine
del Diario n. 22 e le prime trentadue pagine del Diario n. 23 erano tutte su Ketterley.
Ho aperto il Diario n. 2 (precedentemente Diario n. 22). Le ultime dieci pagine – proprio quelle che volevo –
mancavano. Restavano soltanto alcuni margini strappati nel dorso. Ho aperto il Diario n. 3 (precedentemente Diario n.
23) e ho scoperto la stessa cosa. Le trentadue pagine contenenti informazioni su Ketterley erano scomparse.
Mi sono accasciato, perplesso.
Chi poteva aver fatto una cosa del genere? Il Profeta, forse? Sapevo che detestava Ketterley. Forse l’odio lo aveva
spinto a distruggere gli scritti che parlavano del suo nemico? O poteva essere stata 16? 16 detestava la Ragione. Forse
detestava anche la Scrittura, un mezzo tramite il quale la Ragione può passare da una Persona a un’altra. Ma non aveva
senso. 16 aveva usato la Scrittura per lasciarmi un lungo messaggio. E, in ogni caso, sia lei che il Profeta come potevano
aver trovato i miei Diari? Sono custoditi nel mio borsone che è nascosto dietro la Statua di un Angelo impigliato in un
Cespuglio di Rose, nell’Angolo Nord-Orientale del Secondo Salone Settentrionale. È una Statua fra mille, fra milioni.
Come potevano sapere dove cercare?
Sono rimasto seduto a pensare per parecchio tempo. Non riuscivo a ricordare di aver strappato le pagine. Ma,
realisticamente, chi poteva averlo fatto? E ormai so da tempo che sono accadute molte cose di cui non ho alcun ricordo.
Che ho fatto molte cose di cui non ho alcun ricordo (come aver scritto queste voci misteriose). Il che significa che potevo
essere stato io a strappare le pagine.
Ma se le avevo strappate, che cosa era accaduto loro? Dov’erano finite?
Sono andato a prendere i frammenti di carta che ho trovato nell’Ottantottesimo Salone Occidentale. Ne ho tirati fuori
alcuni e li ho distesi per poterli esaminare. Uno – il pezzo di un angolo – riportava la cifra 231. Era il numero di una
pagina del Diario n. 2.
Rapidamente – quasi in preda a una febbre – ho cominciato a mettere insieme i pezzi. C’erano all’incirca trenta
annotazioni che coprivano un periodo che avevo indicato come 15 novembre 2012 – 20 dicembre 2012. L’annotazione più
estesa era intitolata: Gli eventi del 15 novembre 2012.

2 Si riferisce a un antico proverbio inglese, «He who sups with the devil should have a long spoon», che significa che colui che ha a che fare
con persone pericolose dovrebbe usare molte cautele, appunto il “lungo cucchiaio”. [N.d.T.]
3 Due specie di rose. [N.d.T.]






PARTE QUINTA
Valentine Ketterley











Gli eventi del 15 novembre 2012

Sono andato a trovarlo a metà novembre. Erano passate da poco le quattro di un freddo crepuscolo azzurro. Il
pomeriggio era stato tempestoso e le luci delle automobili erano sgranate a causa della pioggia; l’asfalto era un collage
di foglie nere e bagnate.
Quando sono arrivato a casa sua ho sentito della musica. Un requiem. In compagnia delle note di Berlioz, ho
aspettato che qualcuno venisse ad aprire la porta.
La porta si è aperta.
«Dottor Ketterley?», ho detto.
Era fra i cinquanta e i sessant’anni, alto e snello. Un bell’uomo. Aveva un viso dall’aria ascetica, con fronte e zigomi
alti. Gli occhi e i capelli erano scuri, la pelle olivastra. Era stempiato, ma soltanto un po’, e portava una barba
leggermente a punta, tagliata alla perfezione, con qualche filo grigio in più rispetto ai capelli.
«Sì», ha risposto. «E lei è Matthew Rose Sorensen».
Ho confermato.
«Entri», ha detto.
Ricordo come l’odore della pioggia che pervadeva le strade non svanì quando entrai, anzi diventò più intenso. Dentro
la casa c’era odore di pioggia, nuvole e aria, un odore di spazio illimitato. Un odore di mare.
Che non aveva alcun senso dentro una casetta a schiera di epoca vittoriana a Battersea.
Ketterley mi ha portato in un salotto. La musica di Berlioz ancora suonava. Lui ha abbassato il volume, ma la musica
è rimasta come sottofondo alla nostra conversazione, la colonna sonora di una catastrofe.
Ho posato la mia borsa di cuoio per terra. Lui ha portato del caffè.
«Lei è un professore, mi pare di capire», ho detto.
«Io ero un professore», ha precisato, con un tono venato di stanchezza. «Fino a circa quindici anni fa. Adesso sono un
libero professionista, uno psicologo. Il mondo accademico non è mai stato molto accogliente nei miei confronti. Avevo le
idee sbagliate e gli amici sbagliati».
«Immagino che il legame con Arne-Sayles non le abbia affatto giovato».
«Be’, infatti. La gente pensa ancora che dovessi per forza essere a conoscenza dei suoi crimini. Io non ne sapevo
niente».
«Lo vede ancora?», ho chiesto.
«Dio, no! Non lo vedo da vent’anni». Mi ha guardato con aria interrogativa. «Lei ha parlato con Laurence?».
«No. Gli ho scritto, ovviamente. Ma finora ha rifiutato di vedermi».
«Sembra molto da lui».
«Ho pensato che forse non voleva parlare con me perché si vergognava del suo passato», ho detto.
Ketterley è esploso in una risata breve e priva di allegria. «Difficile. Laurence non conosce la vergogna. È soltanto
perverso. Se qualcuno dice bianco, lui dirà nero. Se gli dice che vuole vederlo, allora lui non vorrà vedere lei. È fatto
così».
Ho sollevato la borsa, me la sono appoggiata sulle gambe e ho preso il mio diario. Insieme al diario in uso, avevo con
me anche il volume precedente (che consultavo quasi ogni giorno), l’indice di tutti i diari e un taccuino intonso che
avrebbe costituito il prossimo volume del mio diario (ero molto vicino a terminare quello attuale).
Ho aperto il diario e ho cominciato a scrivere.
Lui mi guardava con interesse. «Lei usa carta e penna?».
«Uso un sistema di archiviazione di tutti i miei appunti. Trovo che sia il modo migliore per tenere traccia delle
informazioni».
«E lei è bravo ad archiviare dati?», ha chiesto. «In generale?».
«Sono bravissimo ad archiviare dati. In generale».
«Interessante», ha detto.
«Perché? Vuole offrirmi un lavoro?», ho chiesto.
Ha riso. «Non lo so. Forse». Silenzio. «A cosa sta dando la caccia, veramente?».
Gli ho spiegato che sono interessato principalmente alle idee trasgressive, alle persone che le formulano e a come
vengono recepite dalle varie discipline: religione, arte, letteratura, scienze, matematica e così via. «E Laurence Arne-
Sayles è il pensatore trasgressivo per eccellenza. Ha varcato così tanti confini. Ha scritto di magia e ha finto che fosse
scienza. Ha convinto un gruppo di persone estremamente intelligenti che esistevano altri mondi e che lui poteva
portarcele. Era gay quando era ancora un reato. Ha rapito un uomo e, a tutt’oggi, nessuno sa perché».
Ketterley non ha detto niente. Il suo viso era di una inespressività scoraggiante. Più che altro sembrava annoiato.
«Mi rendo conto che tutto questo è accaduto molto tempo fa», ho suggerito, in un accesso di empatia.
«Ho una memoria eccellente», ha replicato lui, freddamente.
«Oh. Be’, ottimo. Proprio adesso sto cercando di mettere a punto un quadro di com’era stare a Manchester nella
prima metà degli anni Ottanta. Lavorare con Arne-Sayles. Che atmosfera c’era. Che genere di cose le diceva. Che tipo di
possibilità riusciva a evocare. Cose così».
«Sì», ha mormorato Ketterley, apparentemente rivolto a se stesso, «le persone usano sempre termini come questo
parlando di Laurence. Evocare».
«Disapprova il termine?».
«Certo che disapprovo il maledetto termine», ha ribattuto lui, irritato. «Lei sta suggerendo che Laurence fosse una
specie di illusionista e che tutti noi fossimo dei creduloni con gli occhi sgranati. Non era affatto così. A lui piaceva essere
contraddetto. Gli piaceva che gli si opponesse il punto di vista della razionalità».
«E poi...?».
«E poi ti demoliva. Le sue teorie non erano soltanto specchietti per le allodole. Tutt’altro. Analizzava a fondo ogni
cosa. Era perfettamente coerente, tutto sommato. E non aveva paura di unire l’intelletto all’immaginazione. La sua
descrizione del pensiero dell’Uomo Premoderno era più persuasiva di qualsiasi altra teoria in cui mi sia imbattuto». Si è
interrotto. «Non sto dicendo che non fosse un manipolatore. Lo era sicuramente».
«Ma pensavo che avesse appena detto...?».
«A livello personale. Nelle sue relazioni era un manipolatore. A livello intellettuale era onesto, ma su quello
personale era dannatamente manipolatore. Prenda Sylvia, ad esempio».
«Sylvia D’Agostino?».
«Strana ragazza. Devota a Laurence. Era figlia unica. Molto attaccata ai genitori, soprattutto al padre. Lei e suo
padre erano poeti di talento. Laurence le disse di provocare ad arte una lite con i genitori e interrompere tutti i contatti
con loro. E lei lo ha fatto. Lo ha fatto perché Laurence le ha ordinato di farlo e perché Laurence era il grande mago, il
grande veggente che stava per guidarci tutti dentro la prossima Età dell’Uomo. Non traeva alcun vantaggio dal separarla
dalla sua famiglia. Non gli ha portato il benché minimo beneficio. Lo ha fatto perché poteva. Lo ha fatto per provocare
sofferenza a lei e ai suoi genitori. Lo ha fatto perché era crudele».
«Sylvia D’Agostino era una delle persone scomparse», ho detto.
«Di questo non so niente», ha risposto Ketterley.
«Non credo che lei possa affermare che Arne-Sayles fosse intellettualmente onesto. Diceva che aveva visitato altri
mondi. Diceva che vi erano state anche altre persone. Questo non è esattamente essere onesti, non pensa?». Forse nella
mia voce c’era una sfumatura arrogante che, suppongo, avrei fatto meglio a sopprimere, ma mi è sempre piaciuto
vincere un dibattito.
Ketterley si è accigliato. Sembrava che lottasse contro qualcosa. Ha aperto la bocca per parlare, ha cambiato idea, e
poi: «Lei non mi piace granché», ha detto.
Ho riso. «Posso sopravvivere», ho risposto.
C’è stata una pausa di silenzio.
«Perché un labirinto, secondo lei?», ho chiesto.
«Che cosa intende?».
«Perché, secondo lei, ha descritto l’altro mondo, quello che ha detto di aver visitato più spesso, come un labirinto?».
Ketterley si è stretto nelle spalle. «Una figura di maestosità cosmica, suppongo. Un simbolo della mescolanza di
gloria e orrore dell’esistenza. Nessuno ne esce vivo».
«Okay», ho detto. «Ma quello che ancora non capisco è come ha fatto a convincere lei della sua esistenza. Del
mondo-labirinto, intendo».
«Ci ha fatto eseguire un rituale che avrebbe dovuto portarci lì. Il rituale aveva degli aspetti... evocativi, suppongo.
Suggestivi».
«Un rituale? Sul serio? Pensavo che per Arne-Sayles i rituali fossero delle assurdità. Non ha detto una cosa del
genere in La porta inavvertita?».
«Sì, lo ha detto. Ha dichiarato che lui, personalmente, era in grado di accedere al mondo-labirinto semplicemente
modificando il suo stato d’animo, tornando a uno stato di stupore infantile, di coscienza prerazionale. Ha dichiarato di
saperlo fare a comando. Tuttavia, com’era prevedibile, la maggior parte di noi, suoi studenti, non è mai arrivata da
nessuna parte in questo modo, così lui ha creato un rituale che dovevamo eseguire per accedere al labirinto. Ma ha fatto
capire chiaramente che era una concessione alla nostra mancanza di talento».
«Capisco. La maggior parte di voi?».
«Cosa?».
«Lei ha detto che la maggior parte di voi non riusciva a entrare nel labirinto senza il rituale. Sembra sottintendere
che qualcuno ci riusciva».
Una piccola pausa.
«Sylvia. Sylvia pensava di poterci arrivare nello stesso modo di Laurence. Con il ritorno a uno stato di meraviglia.
Come le ho detto, era una ragazza strana. Una poetessa. Viveva molto all’interno della sua mente. Chissà cosa pensava di
aver visto».
«E lei lo ha mai visto? Il labirinto?».
Si è fermato a riflettere. «Ho avuto perlopiù quelle che lei potrebbe chiamare suggestioni, la sensazione di trovarmi
in uno spazio enorme, non soltanto ampio, ma anche immensamente alto. E... questo è abbastanza difficile da
ammettere... ma sì, una volta l’ho visto per davvero. Voglio dire che penso di averlo visto, una volta».
«E com’era?».
«Molto simile alla descrizione di Laurence. Come un’infinita serie di edifici classici saldati insieme».
«E secondo lei che cosa significava?», ho chiesto.
«Niente. Non penso che avesse un significato, di nessun genere».
Un breve silenzio. Poi, d’un tratto, lui ha detto: «Qualcuno sa che lei è qui?».
«Prego?», ho risposto. Sembrava una domanda bizzarra.
«Lei ha detto che il legame con Laurence Arne-Sayles ha danneggiato la mia carriera nel mondo universitario.
Eppure, ecco che lei, un accademico, viene qui a farmi domande su tutto quanto, a rivangare ogni cosa. Mi chiedevo
soltanto perché non sia stato più attento. Non ha timore di intaccare la sua brillante carriera?».
«Non credo che qualcuno sarà in disaccordo con il mio approccio», ho detto. «Il mio libro su Arne-Sayles fa parte di
un progetto molto più ampio sui pensatori trasgressivi. Come pensavo di averle già spiegato».
«Oh, capisco», ha risposto. «Quindi lei ha detto a un sacco di persone che oggi stava venendo qui per vedermi? A
tutti i suoi amici».
Ho aggrottato la fronte. «No, non l’ho detto a nessuno. Non ho l’abitudine di dire alle persone quello che faccio. Ma
non è perché...».
«Interessante», ha detto.
Ci siamo osservati con una sorta di reciproca antipatia. Stavo per alzarmi e andarmene, quando lui, all’improvviso,
ha detto: «Vuole davvero comprendere Laurence e l’ascendente che aveva su di noi?».
«Sì», ho detto. «Certo».
«Allora, in questo caso, dovremmo eseguire il rituale».
«Il rituale?», ho ripetuto.
«Sì».
«Quello per...».
«Quello per aprire il cammino verso il labirinto. Sì».
«Cosa? Adesso?». L’idea mi spaventava un po’. (Ma non avevo paura. Cosa c’era di cui aver paura?). «Lo ricorda
ancora?», ho chiesto.
«Oh, sì. Come ho detto, possiedo una memoria eccellente».
«Oh, bene, io... Durerà molto?», ho chiesto. «Solo che devo...».
«Ci vorranno dodici minuti», ha detto.
«Oh! Oh, okay. Certo. Perché no?», ho commentato. Mi sono alzato in piedi. «Non devo assumere droghe, vero?», ho
chiesto. «Perché quella è una cosa che proprio...».
Ha riso di nuovo con quella risata sprezzante. «Ha bevuto una tazza di caffè. Penso che sarà sufficiente».
Ha chiuso le tende delle finestre. Ha preso un candelabro con una candela dalla mensola del camino. Il candelabro
era d’ottone, vecchio stile, con una base quadrata. Non si accordava con il resto dell’arredamento della casa, che era
invece moderno, minimalista, europeo.
Mi ha fatto rimanere in salotto, di fronte alla porta che dava sul corridoio. Quell’area era stata lasciata libera dal
mobilio.
Ha preso la mia borsa di cuoio – la borsa contenente i miei diari, l’indice e le penne – e me l’ha messa in spalla.
«A che serve?», ho chiesto, perplesso.
«Avrà bisogno dei suoi taccuini», ha detto. «Sa, quando arriverà nel labirinto».
Aveva un bizzarro senso dell’umorismo.
(Mentre scrivo queste cose, sento una specie di terrore scendere su di me. Adesso so che cosa sta per accadere. La
mia mano trema e devo smettere di scrivere per un attimo per cercare di controllarla. Ma all’epoca non ho percepito
niente, nessun presentimento di pericolo, niente).
Lui ha acceso la candela e l’ha messa sul pavimento del corridoio, appena oltre la porta. Il pavimento del corridoio
era lo stesso del salotto: fatto di solide assi di quercia. Nel punto in cui ha posto il candelabro ho notato una macchia,
come se lì il legno di quercia fosse stato ripetutamente macchiato dalla cera, e all’interno della chiazza scura c’era un
quadrato più chiaro, non macchiato, nel quale la base del candelabro entrava alla perfezione.
«Deve concentrarsi sulla candela», ha detto.
E così ho fatto.
Ma, allo stesso tempo, pensavo al quadrato chiaro nella macchia scura e al candelabro che vi entrava perfettamente.
Ed è stato allora che mi sono reso conto che lui mi stava mentendo. La candela era stata in quel punto moltissime volte e
lui aveva eseguito quel rituale ripetutamente. Ci credeva ancora. Pensava ancora di poter raggiungere l’altro mondo.
Non avevo paura, ero soltanto incredulo e divertito. E ho cominciato a ripassare mentalmente le domande che gli
avrei fatto dopo il rituale per mettere a nudo la sua disonestà.
Lui ha spento le luci della casa. Era buio, tranne per la candela che bruciava sul pavimento e l’alone arancione delle
luci che, dalla strada, penetravano attraverso le tende.
Ketterley si è messo leggermente dietro di me e mi ha ordinato di tenere gli occhi fissi sulla candela. Poi ha
cominciato a cantilenare in una lingua che non avevo mai sentito prima. Ho dedotto, dalla sua somiglianza con il gallese
e il cornico, che fosse una lingua britannica. Penso che, se non avessi già scoperto il suo segreto, l’avrei indovinato
allora. Cantilenava con convinzione, con fervore, come se credesse ciecamente in quello che stava facendo.
Ho udito più volte il nome “Addedomarus”.
«Adesso chiuda gli occhi», ha detto.
L’ho fatto.
Altre cantilene. Per un po’, il divertimento che provavo nell’aver scoperto il suo segreto mi ha sostenuto, ma poi ho
cominciato ad annoiarmi. Lui ha smesso di colpo di parlare e ha emesso un suono che sembrava partire dalle profondità
più inaccessibili delle sue viscere, una sorta di ringhio animale che diventava via via più intenso, più selvaggio, più
roboante, più straordinario.
Ogni cosa è cambiata.
È stato come se il mondo si fosse, chissà come, fermato. Lui è piombato nel silenzio. Berlioz è stato interrotto nel bel
mezzo del coro. Le mie palpebre erano ancora chiuse, ma riuscivo a percepire che la qualità del buio era cambiata. Era
più grigio, più gelido. L’aria era più fredda e umida, come se fossimo improvvisamente immersi nella nebbia. Mi sono
chiesto se da qualche parte non fosse stata spalancata una porta, ma non era logico perché, nello stesso momento, il
brusio di Londra era cessato. C’era il suono di un’estesa vacuità e, tutto intorno a me, delle onde colpivano pareti con dei
tonfi sordi. Ho aperto gli occhi.
Intorno a me si ergevano le pareti di una vasta stanza. Statue di minotauri incombevano dalle loro altezze oscurando
lo spazio con i loro corpi massicci, le corna che si protendevano nell’aria, le espressioni animalesche solenni,
imperscrutabili.
Mi sono girato in preda a un’assoluta incredulità.
Ketterley era in maniche di camicia. Completamente a suo agio. Mi stava guardando e sorrideva come se io fossi un
esperimento riuscito sorprendentemente bene.
«Perdonami per non averti detto niente prima di adesso», ha detto sorridente, «ma sono davvero felice di vederti. Un
uomo giovane e in salute è proprio quello che volevo».
«Riportami indietro!», ho urlato.
Lui ha cominciato a ridere.
E ha riso, e riso, e riso.






PARTE SESTA
Onda











Mi ero sbagliato!
QUARTA ANNOTAZIONE PER IL VENTUNESIMO GIORNO DEL NONO MESE DELL’ANNO IN CUI L’ALBATROS È ARRIVATO NEI SALONI
SUD-OCCIDENTALI

Ero seduto a gambe incrociate, con il Diario in grembo e i frammenti di carta davanti a me. Ho girato leggermente la
testa, perché non volevo sporcarne nessuno, e ho vomitato sul Pavimento. Stavo tremando.
Sono andato a prendere un bicchiere d’acqua per Me, insieme a uno straccio e dell’altra acqua per pulire il vomito.
Mi ero sbagliato. L’Altro non è mio amico. Non è mai stato mio amico. Lui è il mio nemico.
Stavo ancora tremando. Avevo il bicchiere dell’acqua in mano, ma non riuscivo a tenerlo fermo.
Una volta sapevo che l’Altro era il mio nemico. O meglio, lo sapeva Matthew Rose Sorensen. Ma quando avevo
dimenticato Matthew Rose Sorensen, avevo dimenticato anche questo.
Io avevo dimenticato, ma l’Altro ricordava. Adesso capivo che era in ansia perché temeva che un giorno avrei
ricordato. Mi chiamava Piranesi perché così non avrebbe avuto bisogno di usare il nome “Matthew Rose Sorensen”. Mi
controllava pronunciando parole come “Battersea” per vedere se accendevano in me il barlume di un ricordo. Avevo
sbagliato dicendo che “Battersea” era una parola senza senso. Non lo era affatto. Era una parola che per Matthew Rose
Sorensen significava qualcosa.
Ma perché l’Altro era in grado di ricordare e io no?
Perché lui non è rimasto nella Casa, ma è tornato nell’Altro Mondo.
Adesso le rivelazioni arrivavano fitte e veloci. Mi sembrava che sotto il loro peso la mia testa sussultasse. L’ho stretta
fra le mani e mi sono abbandonato a un gemito.
Non devo rimanere a lungo, aveva detto il Profeta, sono fin troppo consapevole delle conseguenze a cui porta
indugiare in questo luogo: amnesia, crollo totale della mente eccetera. Come il Profeta, anche l’Altro non indugiava mai.
Non permetteva mai che i nostri incontri durassero più di un’ora e, al loro termine, se ne tornava nell’Altro Mondo.
Ma come potevo assicurarmi che non avrei dimenticato di nuovo? Ho immaginato Me Stesso dimenticare e tornare a
essere amico dell’Altro e correre in lungo e in largo per la Casa, prendendo misure, scattando foto e raccogliendo dati
per lui, mentre lui, per tutto il tempo, rideva di me! No-no-no-no-no-no-no-no-no-no! Era un pensiero intollerabile! Ho
stretto la testa fra le mani come se potessi fisicamente impedire ai ricordi di fuggire.
Prenderò esempio da 16 e raccoglierò sassolini di marmo dai Vestiboli e formerò delle lettere. Scriverò in lettere alte
un metro! RICORDA! L’ALTRO NON È TUO AMICO! HA PORTATO MATTHEW ROSE SORENSEN IN QUESTO MONDO CON L’INGANNO,
PER IL SUO PERSONALE TORNACONTO! Se necessario, riempirò un Salone dopo l’altro di lettere immense!
Per il suo personale tornaconto... Sì, sì! Era questa la chiave. Era questo il motivo per cui aveva portato qui Matthew
Rose Sorensen. L’Altro aveva bisogno di qualcuno – uno schiavo! – che vivesse in questi Saloni e raccogliesse
informazioni su di essi. Non osava farlo di persona per paura che la Casa gli facesse dimenticare tutto.
Una collera furiosa, bollente cresceva dentro di me.
Perché, perché gli avevo detto dell’Inondazione? Se solo avessi saputo tutto questo prima di sapere dell’Inondazione!
Allora avrei potuto mantenerla segreta. Avrei potuto aspettare fino a giovedì, arrampicarmi su un Punto Alto, al sicuro
dalle Acque, e avrei potuto vederlo Distrutto. Sì! È questo che voglio adesso! Forse non è troppo tardi! Tornerò dall’Altro.
Sorriderò e sarò come al solito e lo ingannerò come lui ha ingannato me. Gli dirò che mi sono sbagliato riguardo
all’Inondazione. Non c’è nessuna Inondazione in arrivo. Vieni qui giovedì! Vieni al centro esatto di questi Saloni!
Ma, ovviamente, l’Altro ha detto che non sarà qui giovedì. Lui non viene mai qui di giovedì. Sarà al sicuro nel​l’Altro
Mondo. Ma non importa! La rabbia mi rende intraprendente! Martedì l’Altro verrà a trovarmi, è uno dei nostri
appuntamenti regolari. Lo agguanterò e lo legherò con le reti da pesca. Lo farò con queste mani! Ho due reti da pesca.
Sono fatte di un polimero sintetico e molto resistenti. Lo legherò alle Statue del Secondo Salone Sud-Occidentale.
Resterà legato per due giorni. E soffrirà le pene dell’inferno sapendo che sta per arrivare l’I​nondazione. Forse gli darò
dell’acqua da bere. Forse no. Forse gli dirò: «Ben presto avrai moltissima Acqua!». E giovedì lui vedrà le Maree
riversarsi dalle Porte e urlerà, e urlerà. E io riderò, e riderò. Riderò forte e a lungo, come lui ha riso di Matthew Rose
Sorensen quando lo ha portato qui...
Qui è dove ho smarrito Me Stesso.
Ho smarrito Me Stesso in lunghe, nauseanti fantasie di vendetta. Non ho pensato a riposare. Non ho pensato a
mangiare. Non ho pensato a bere dell’acqua.
Sono passate ore – non so quante. Ho vagato ovunque e nella mia immaginazione, incessantemente, l’Altro moriva
annegato nell’Inondazione o perché cadeva da un’Altezza eccezionale. E a volte inveivo e lo accusavo; e altre volte ero
freddo e silenzioso e lui mi implorava di dirgli perché mi ero rivoltato contro di lui, ma io lo ignoravo. E tutte le volte
avrei potuto salvarlo, ma non lo facevo mai.
Queste fantasie mi hanno lasciato devastato. Non penso che avrei potuto sentirmi più esausto se avessi ucciso
davvero qualcuno per più di cento volte. Mi facevano male le cosce, la schiena, la testa. Avevo gli occhi e la gola
infiammati dal pianto e dalle urla.
Quando è arrivata la notte, mi sono diretto verso il Terzo Salone Settentrionale. Sono crollato sul mio letto e mi sono
addormentato.


È 16 la persona amica, non l’Altro
ANNOTAZIONE PER IL VENTIDUESIMO GIORNO DEL NONO MESE DELL’ANNO IN CUI L’ALBATROS È ARRIVATO NEI SALONI SUD-
OCCIDENTALI

Stamattina mi sono svegliato sfinito per gli eccessi del giorno prima. Sono andato nel Nono Vestibolo per raccogliere
alghe e cozze e farne un brodo per colazione. Mi sentivo stordito e vuoto, privo di ogni brama di rabbia ulteriore. Eppure,
malgrado questa apatia emotiva, di tanto in tanto dalle labbra mi sfuggiva un singhiozzo o un lamento. Un piccolo suono
di desolazione.
Non credevo che a lamentarmi fossi Io. Era, pensavo, Matthew Rose Sorensen che giaceva in uno stato di incoscienza
da qualche parte dentro di Me.
Aveva sofferto. Era rimasto solo con il suo nemico. Doveva essere stato più di quanto potesse tollerare. Forse l’Altro
lo aveva schernito. Matthew Rose Sorensen aveva ridotto in briciole la descrizione della sua riduzione in schiavitù di cui
aveva scritto nel suo Diario e aveva sparso i frammenti nell’Ottantottesimo Salone Occidentale. Poi, la Casa, nella sua
Misericordia, lo aveva fatto addormentare – che era stata di gran lunga la cosa migliore per lui – e lo aveva collocato
dentro di me.
Ma la vista del suo nome scritto con i sassolini nel Ventiquattresimo Vestibolo lo aveva fatto agitare e la rivelazione
del misfatto commesso dall’Altro aveva soltanto peggiorato le cose. Temevo che si risvegliasse completamente e che la
sua sofferenza ricominciasse da capo.
Mi sono messo la mano sul petto. Silenzio, adesso!, ho detto. Non aver paura. Sei al sicuro. Torna a dormire. Mi
prenderò cura di me e di te.
Mi è sembrato che Matthew Rose Sorensen si addormentasse di nuovo.
Ho pensato a tutte le annotazioni del Diario che avevo letto – quelle su Giussani, Ovenden, D’Agostino e il povero
James Ritter. Avevo pensato di averle scritte mentre ero in uno stato di follia. Ma adesso capivo che quella conclusione
era errata. Non le avevo scritte affatto; era stato lui a farlo. E, per di più, le aveva scritte in un Mondo diverso al quale si
applicavano Regole, Circostanze e Condizioni diverse. Da quanto potevo giudicare, quando le aveva scritte, Matthew
Rose Sorensen era perfettamente sano. Né lui né io siamo mai stati pazzi.
Un’altra rivelazione: era l’Altro a volermi pazzo, non 16. L’Altro aveva mentito quando aveva detto che 16 voleva
farmi impazzire.
Ho cucinato il brodo di alghe e cozze e l’ho bevuto. Era importante che mi mantenessi in forze. Poi ho ripreso il mio
Diario. Sono tornato indietro al messaggio che aveva scritto 16 e che io avevo cancellato, lasciandone solo dei frammenti.


Capivo adesso che l’intero passaggio riguardava Ketterley. La vittima di cui parlava 16 non era di 16, ma (molto più
probabilmente) di Ketterley. Aveva raggirato anche altre persone per portarle in questo Mondo? Oppure l’unica vittima
era Matthew Rose Sorensen? La parola “potenziali” suggeriva che 16 credeva che fossi soltanto io.

(PEN)SO CHE LUI SAPPIA CHE HO AVUTO ACCESSO A(L)

Anche questo si riferiva a Ketterley. 16 stava dicendo che Ketterley sapeva che lei era arrivata in questi Saloni. (Lo
sapeva perché glielo avevo detto io. Dentro di me, ho maledetto la mia stupidità).
Allora perché 16 era venuta?
Perché stava cercando Matthew Rose Sorensen. Perché voleva salvarlo dalla schiavitù dell’Altro. Adesso lo vedevo
con chiarezza. È 16 la persona amica, non l’Altro.
Pensandoci, mi sono salite le lacrime agli occhi. La mia unica amica e io mi sono nascosto da lei!
«Sono qui! Sono qui!», ho urlato all’Aria Vuota. «Ritorna! Non mi nasconderò più!».
Avrei potuto trovarla così tante volte. Avrei potuto parlare con lei quella notte, quando si è inginocchiata per
scrivermi nel Sesto Salone Nord-Occidentale. Avrei potuto aspettare vicino alla traccia del suo profumo nel Primo
Vestibolo. Forse aveva smesso di cercarmi! Forse era rimasta disgustata quando ha visto come mi nascondevo da lei,
come ho cancellato il suo messaggio.
Ma no. Lei ha scritto quella frase nel Ventiquattresimo Vestibolo: «TU SEI MATTHEW ROSE SORENSEN?». C’era voluto
molto tempo per sistemare quei sassolini. 16 era paziente, determinata e ingegnosa. 16 mi stava ancora cercando.
Forse, a quest’ora, aveva trovato il mio messaggio che l’avvertiva dell’Inondazione. Forse aveva scritto qualcosa in
risposta. Ho lavato la ciotola e il pentolino in cui avevo cotto la zuppa, ho messo in ordine le mie cose e poi sono partito
per il Sesto Salone Nord-Occidentale.
Quando mi sono avvicinato, i corvi hanno fatto un gran baccano. «Sì, sì. Anch’io sono felice di vedervi», ho detto.
«Solo che oggi ho delle cose da sbrigare e non posso fermarmi a fare lunghe conversazioni».
Non c’erano nuovi messaggi da parte di 16. Ma era accaduta una cosa molto preoccupante. Il messaggio con cui
l’avvertivo dell’Inondazione era scomparso. Tutti gli altri messaggi che ci eravamo scambiati erano ancora lì, ma non
quello. Ho scrutato il Pavimento vuoto con grande sconcerto. Che cosa era successo? So che ho dimenticato tante cose;
adesso ho forse cominciato a ricordare cose che non sono mai accadute? In realtà non le avevo scritto nessun
messaggio?
Sono passato dal Sesto Salone Nord-Occidentale al Ventiquattresimo Vestibolo dove 16 aveva costruito il messaggio:
«TU SEI MATTHEW ROSE SORENSEN?». I sassolini che avevano formato le parole erano disseminati su tutto il Pavimento. Le
parole erano completamente distrutte.
L’Altro. Era stata opera dell’Altro. Ne ero più che sicuro.
Sono tornato nel Sesto Salone Nord-Occidentale e ho esaminato attentamente il Pavimento. Sono riuscito a scorgere
le pallide tracce del gesso dove, prima, c’era stato il mio avvertimento. L’Altro aveva cancellato anche questo messaggio.
Perché?
Aveva disperso i sassolini per impedirmi di scoprire tutto su Matthew Rose Sorensen: fin qui era chiaro. Ma perché
cancellare il mio messaggio per 16? Sperava che lei si sarebbe ritrovata accidentalmente a vagare nelle Regioni
Pericolose e che, quindi, l’Inondazione l’avrebbe spazzata via? No. L’Altro non spera. Pianifica e agisce. Voleva che
annegasse e tentava di assicurarlo.
Tre mesi fa, quando l’Altro mi ha parlato di 16 per la prima volta, ha detto che le aveva parlato, ma quando gli ho
chiesto dove si era svolta la loro conversazione, lui si è confuso e non ha voluto dirmelo. Questo perché era avvenuta
nell’Altro Mondo, della cui esistenza l’Altro voleva continuare a tenermi all’oscuro.
L’Altro avrebbe contattato 16 nell’Altro Mondo e l’a​vrebbe convinta a venire in questi Saloni all’Ora dell’Inondazione.
Forse lo aveva già fatto. 16 era in pericolo.
Mi sono messo in ginocchio e ho ripristinato rapidamente il messaggio che l’Altro aveva cancellato. Se 16 arriverà
qui fra oggi e giovedì vedrà il messaggio e riceverà l’avvertimento relativo all’Inondazione. Eppure... restano soltanto
cinque giorni fra oggi e giovedì. E se lei non venisse in questo lasso di tempo? È un’ipotesi assolutamente plausibile.
Adesso che so che proviene da un altro luogo (un altro Mondo) mi sembra che le sue visite siano irregolari e
imprevedibili. C’è il rischio che non lo veda e quindi mi sento in ansia per lei. I miei pensieri tornano costantemente a lei
e alla sua sicurezza, eppure non riesco a pensare ad altro che possa fare per proteggerla.


Preparativi per l’Inondazione
ANNOTAZIONE PER IL VENTISEIESIMO GIORNO DEL NONO MESE DELL’ANNO IN CUI L’ALBATROS È ARRIVATO NEI SALONI SUD-
OCCIDENTALI

Eccetto la Persona Nascosta, tutti i Morti si trovano lungo il Percorso dell’Inondazione. Domenica ho cominciato a
trasportarli in un luogo sicuro.
Ho preso una coperta e vi ho trasferito tutte le ossa dell’Uomo Scatola-di-Biscotti, tutte tranne quelle dentro la
scatola. Ho legato la coperta con alghe intrecciate facendone una sorta di sacco e l’ho portata nel Secondo Vestibolo e su
per la Scalinata che porta ai Saloni Superiori. Lì ho svuotato la coperta e ho messo le ossa sopra al Plinto della Statua di
una Pastorella con un Agnello in Braccio. Poi sono tornato a prendere la scatola di biscotti.
Ho fatto lo stesso per le Persone dell’Alcova e per l’Infante Ripiegato, portando ognuno su per una Scalinata – una
qualsiasi, la più vicina alla loro solita Abitazione – e riponendoli in uno dei Saloni Superiori. L’Uomo Pelle-di-Pesce,
invece, l’ho tenuto avvolto nella coperta (ha così tanti frammenti d’osso che ho paura di perderne qualcuno). Allo stesso
modo, ho lasciato l’Infante Ripiegato accoccolato in una coperta, ma in questo caso perché volevo che si sentisse al
sicuro in un Luogo sconosciuto.
Per portare a termine il lavoro ho impiegato quasi tre giorni interi. Le ossa di ogni singola Persona pesano fra i 2,5 e
i 4,5 chilogrammi e le Scalinate sono alte venticinque metri. Eppure, ho trovato corroborante il duro lavoro fisico, mi ha
impedito di farmi ossessionare continuamente dal male che mi ha fatto l’Altro e dai miei timori a proposito di 16.
Non ho dimenticato il pulcino degli albatros (adesso un volatile molto grosso!). Ho effettuato una serie di calcoli per
scoprire come l’Inondazione avrebbe interessato il Quarantatreesimo Vestibolo ed è stato un sollievo venire a sapere che
ci sarebbe stato, al massimo, un sottile velo d’Acqua. Gli albatros mi considerano un amico, ma non credo che mi
permetterebbero di portare il loro piccolo in cima a una Scalinata – e in un qualsiasi scontro fra di noi, loro avrebbero
sicuramente la meglio!
Ieri era martedì, il giorno in cui di solito vado all’appuntamento con l’Altro. Non ci sono andato. Si è insospettito?
Oppure ha semplicemente pensato che ero troppo occupato a prepararmi per l’Inondazione?
La Statua di un Angelo impigliato in un Cespuglio di Rose (dietro la quale custodisco i miei Diari e l’Indice) è alta
all’incirca cinque metri dal Pavimento. Un’altezza probabilmente sufficiente a tenerli al sicuro dall’Inondazione. Ma, dal
momento che i miei Diari e l’Indice mi sono cari quasi quanto la Vita stessa, li ho messi tutti nella borsa di cuoio
marrone, ho avvolto la borsa in un foglio di plastica pesante e l’ho portata nei Saloni Superiori per riporla accanto
all’Uomo Scatola-di-Biscotti. Ho messo via tutti i miei attrezzi da pesca, il sacco a pelo, pentole e padelle, ciotole,
cucchiai e altri oggetti in Luoghi Alti fuori dalla portata dell’Inondazione. L’ultimo lavoro che mi restava da fare era
radunare le ciotole di plastica rimaste (quelle che uso per raccogliere l’Acqua Fresca).
Avevo appena recuperato le ultime dal Quattordicesimo Salone Sud-Occidentale e le stavo riportando nel Terzo
Salone Settentrionale. Lungo il cammino, sono passato per il Primo Salone Occidentale. Questo è il Salone che contiene
le Statue dei Giganti con le Corna, quelle enormi Figure che emergono, lottando con tutte le loro forze e con i Volti
contorti, dalle Pareti sui due lati della Porta Orientale.
Ho scorto qualcosa vicino all’Angolo Nord-Orientale del Salone e sono andato a vedere. Era una borsa di stoffa grigia
e, posati lì accanto, due oggetti fatti di tela nera. La borsa era lunga circa ottanta centimetri, larga cinquanta e profonda
quaranta. Aveva due manici, anch’essi di tela, anch’essi grigi. L’ho sollevata. Era molto pesante. L’ho rimessa giù. Era
legata da due cinture di tela tenute ferme da fibbie di metallo. Ho aperto le fibbie e poi la borsa. Ho tirato fuori tutto il
suo contenuto. Era il seguente:

– una Pistola
– una massa di materiale ripiegato fatto di plastica opaca e pesante. Questo era l’oggetto più grande fra tutti quelli
contenuti nella borsa, ne occupava la maggior parte dello spazio ed era di colore blu, nero e grigio
– un piccolo contenitore cilindrico con un coperchio di sicurezza. Questo a sua volta conteneva dei piccoli oggetti il
cui uso non mi era chiaro
– una cosa simile a una sezione di un cilindro più largo, tagliato a triangolo, dal quale usciva un tubo giallo
– due bastoncini di plastica nera estensibili fino a circa due metri di lunghezza
– quattro similpagaie nere

Dopo aver studiato questi oggetti per uno o due minuti, ho notato che le similpagaie potevano essere attaccate ai
bastoncini neri. Ho dispiegato il materiale di plastica; è diventato una forma lunga e piatta, con le due estremità a punta.
Era una barca. La cosa simile alla sezione di un cilindro era un mantice o una pompa. Si soffia l’Aria nella forma lunga e
piatta, quella si gonfia e diventa una barca di circa quattro metri di lunghezza e uno di larghezza.
Ho esaminato i due oggetti di tela appoggiati accanto alla borsa. Avevano tante cinghie appese. Ho concluso che
dovevano appartenere alla barca ma, al di là di questo, non ho saputo determinare a quale scopo fossero destinati.
Perché nella Casa era comparsa all’improvviso una barca, alla vigilia dell’Inondazione? Era stata la Casa a
mandarmela per tenermi al sicuro? Ho preso in considerazione questa ipotesi. C’erano state altre Inondazioni, in
passato, e non era comparsa mai nessuna barca. Inoltre, anche se riuscivo a immaginare che la Casa potesse mandarmi
una barca, non potevo immaginare che mi mandasse una Pistola. No, era la Pistola a dichiarare la proprietà della borsa:
apparteneva all’Altro.
Ho ripiegato la barca e rimesso tutto a posto, ordinatamente, nella borsa. Tutto, tranne la Pistola. L’ho presa e tenuta
in mano per un po’, mentre pensavo. Potevo prenderla e scendere la Grande Scalinata nel Primo Vestibolo verso i Saloni
Inferiori. Potevo gettarla nel Mare.
Ho rimesso la Pistola nella borsa e richiuso le fibbie. Sono tornato nel Terzo Salone Settentrionale.


Onda
ANNOTAZIONE PER IL VENTISETTESIMO GIORNO DEL NONO MESE DELL’ANNO IN CUI L’ALBATROS È ARRIVATO NEI SALONI SUD-
OCCIDENTALI

Oggi è stato il giorno dell’Inondazione. Mi sono svegliato alla solita ora. Ero un fascio di nervi e anche lo stomaco era
stretto in una morsa.
La giornata era fredda e, dal tocco dell’Aria sulla mia pelle, ho capito che nei Vestiboli stava già piovendo.
Non avevo appetito, ciononostante ho scaldato un po’ di zuppa e mi sono sforzato di berla. È importante mantenere il
corpo ben nutrito. Ho lavato pentola e ciotola e messo via i miei ultimi averi dietro le Statue Alte. Ho indossato l’orologio.
Erano le otto meno un quarto.
Il compito più importante che dovevo svolgere era trovare 16 e assicurare la sua salvezza. Ma, quanto al modo
migliore di farlo, era lungi dall’essermi chiaro. Ero sicuro che l’Altro aveva allestito una trappola per lei. Molto
probabilmente le aveva promesso di incontrarla in un determinato Salone a una certa ora per dirle come trovare
Matthew Rose Sorensen. Questo significava che il modo più affidabile per trovare 16 era cercare l’Altro, ma io non
volevo avvicinarmi a lui se potevo evitarlo. Ricordavo le parole del Profeta:
Più 16 si avvicina, più Ketterley diventerà pericoloso.
La mia speranza era di riuscire a trovare 16 prima che raggiungesse l’Altro.
Sono andato nel Primo Vestibolo. Mi sono fermato sotto la Pioggia grigia e ho aspettato, sperando che lei comparisse.
Fra le nove e le dieci ho cercato nei Saloni adiacenti. Niente. Alle dieci in punto sono tornato nel Primo Vestibolo.
Alle dieci e mezzo ho cominciato a fare la spola fra il Primo Vestibolo e il Sesto Salone Nord-Occidentale; ho seguito
il Percorso stabilito nelle indicazioni di 16. L’ho battuto sei volte, ma non l’ho trovata. La mia ansia cresceva a dismisura.
Sono tornato nel Primo Vestibolo. A quel punto erano le undici e mezzo. A due Saloni in direzione ovest e nord da qui,
nel Nono Vestibolo, la prima Marea stava già risalendo la Scalinata Più a Est. Un delicato Tappeto d’Acqua stava
strisciando velocemente sui Pavimenti dei Saloni circostanti.
Non c’era niente da fare. Dovevo cercare l’Altro. Ero appena arrivato a questa decisione quando lui è comparso
all’istante davanti a me. (Perché 16 non poteva farlo?). Ha attraversato a passo svelto il Primo Vestibolo, da est a ovest.
Teneva la testa china per proteggersi dalla Pioggia. I vestiti che indossava erano notevolmente diversi da quelli che
portava di solito: jeans, un vecchio maglione e scarpe da ginnastica e, sopra al maglione, una strana specie di
imbracatura. Giubbetto di salvataggio, ho pensato. (O meglio, l’ha pensato Matthew Rose Sorensen dentro la mia testa).
Lui non mi ha visto. È passato nel Primo Salone Occidentale. L’ho seguito in silenzio e mi sono nascosto in una
Nicchia vicina alla Porta.
L’Altro si è diretto immediatamente alla borsa che conteneva la barca gonfiabile e ha cominciato a disfarla. Io ho
aspettato, mentre continuavo a cercare incessantemente 16. L’attenzione dell’Altro era rivolta altrove e poteva esserci
ancora tempo sufficiente per intercettarla, se entrava nel Salone.
A una certa distanza dall’Altro, all’Estremità Ovest del Salone, ho potuto vedere il luccichio della Luce sul Pavimento:
un velo d’Acqua stava entrando dalle Porte Nord-Occidentali. Ho guardato l’orologio. A cinque Saloni da qui, in direzione
sud e ovest, nel Ventiduesimo Vestibolo, un’altra Marea si stava già alzando, tuffandosi su per la Scalinata.
L’Altro ha srotolato la sua barca. Ha attaccato la pompetta e si è messo a pompare con il piede. La barca ha
cominciato a gonfiarsi in modo efficace.
L’Acqua stava riempiendo il Secondo e il Terzo Salone Sud-Occidentale. Riuscivo a sentire il tonfo sordo delle Onde
che urtavano le loro Pareti.
Poi mi è venuto in mente. 16 era intelligente. Lo era almeno quanto me, forse persino di più. Non sapeva niente
dell’Inondazione, ma non si sarebbe fidata dell’Altro. Sarebbe rimasta in attesa e all’erta, come stavo facendo io, nella
speranza che Matthew Rose Sorensen comparisse. All’improvviso ho avuto un’immagine mentale di Me e 16, entrambi
nascosti nel Primo Salone Occidentale, in attesa l’uno dell’altra. Non potevo permettermi di rimanere nascosto ancora a
lungo: sono uscito da dietro la Nicchia e ho camminato verso l’Altro.
Lui ha alzato gli occhi e, mentre mi avvicinavo, si è accigliato. Non ha smesso di gonfiare la sua barca. A circa due
metri di distanza, alla sua sinistra, c’era la borsa grigia, ormai vuota, e accanto, appoggiata sul Pavimento, la Pistola
argentata.
«Dove diavolo sei stato?», ha detto con una voce scontenta e arrabbiata. «Perché non sei venuto martedì? Ti ho
cercato ovunque. Non riesco a ricordare se hai detto che saranno inondate dieci stanze o cento». Il piede sulla pompa
stava rallentando; la barca gonfiabile era quasi piena d’Aria e il piede incontrava sempre maggiore resistenza. «Ho
dovuto cambiare i miei piani. È una scocciatura, ma la situazione è questa. Raphael sta venendo qui e, che ci piaccia o
no, metteremo fine a questa storia. Quindi niente assurdità da parte tua, va bene? Perché, te lo giuro, Piranesi, ne ho
abbastanza di tutti».
«Sono andato a trovarlo a metà novembre», ho detto. «Erano passate da poco le quattro di un freddo crepuscolo
azzurro».
Lui ha smesso di pompare. La barca adesso era una forma rigonfia, con una pelle tesa e rotonda. «Poi attacchiamo i
sedili», ha detto. «Sono quelle cose nere laggiù. Passameli, ti dispiace?». Ha indicato i due marchingegni il cui utilizzo
non avevo indovinato. «Quando la stanza verrà inondata, io e te entreremo nel kayak. Se Raphael tenta di venire con noi,
o di attaccarsi alla barca, usa la pagaia per colpirla alle mani o alla testa».
«Il pomeriggio era stato tempestoso», ho detto, «e le luci delle automobili erano sgranate a causa della pioggia;
l’asfalto era un collage di foglie nere e bagnate».
Lui stava trafficando con le valvole da cui era entrata l’Aria. «Cosa?», ha chiesto con fare irritato. «Di che stai
parlando? Puoi darti una mossa e passarmi quei sedili? Dobbiamo andarcene. Lei sarà qui da un momento all’altro».
«Quando sono arrivato a casa sua ho sentito della musica», ho detto. «Un requiem. In compagnia delle note di
Berlioz, ho aspettato che qualcuno venisse ad aprire la porta».
«Berlioz?». Ha interrotto subito quello che stava facendo, si è raddrizzato e mi ha guardato come si deve per la prima
volta. Ha aggrottato la fronte. «Io non... Berlioz?».
Ho continuato: «La porta si è aperta. “Dottor Ketterley?”, ho detto».
Al suono del suo nome, l’Altro è rimasto immobile. Ha spalancato gli occhi. «Di che cosa stai parlando?», ha chiesto
di nuovo, con una voce arrochita dalla paura.
«Battersea», ho detto. «Una volta mi hai chiesto se ricordavo Battersea. E adesso la ricordo».
Bum!... Bum!... La Marea proveniente dal Ventiduesimo Vestibolo stava diventando più violenta; colpiva le Pareti del
Secondo e del Terzo Salone Sud-Occidentale con maggiore forza.
«Hai visto il suo messaggio», ha detto.
«Sì», ho confermato.
Una sottile Increspatura dell’Acqua è corsa su tutto il Pavimento e ha colpito il mio piede. Un’altra l’ha seguita
immediatamente.
All’improvviso, lui è scoppiato a ridere, ma è stato un suono strano: isteria mascherata da sollievo. «No, no!», ha
detto. «Non mi freghi così facilmente. Quelle non sono parole tue. Sono di qualcun altro. Tu non ricordi per davvero. Ti
ha convinto Raphael. Sul serio, Matthew, mi credi così tanto stupido?».
Si è tuffato improvvisamente sulla destra, verso la Pistola che era sul Pavimento. Ma io avevo scelto la mia posizione
con cura ed ero più vicino di lui. Ho sferrato un calcio secco e ben piazzato. La Pistola è schizzata sul Pavimento di
marmo ed è andata a fermarsi vicino alla Parete Settentrionale, a circa quindici metri di distanza. Altre Increspature –
stavolta più profonde – si stavano inseguendo oltre i nostri piedi. Scorrevano dietro la Pistola, come se stessero giocando
e intendessero catturarla.
«Cosa...? Cosa hai intenzione di fare?», ha chiesto l’Altro.
«Dov’è 16?», ho chiesto io.
Lui ha aperto la bocca per dire qualcosa, ma in quel momento si è sentita una voce. «Ketterley!», ha gridato. La voce
di una donna. 16 era lì!
Dal suono ho dedotto che era nascosta in una delle Porte Meridionali. L’Altro, che non è abituato al modo in cui gli
echi si riverberano nei Saloni, si è guardato intorno in preda alla confusione.
«Ketterley!», ha urlato ancora lei. «Sono venuta per Matthew Rose Sorensen».
Lui mi ha afferrato per il braccio destro. «È qui!», ha urlato. «Ce l’ho! Vieni a prenderlo».
Il Frastuono sordo delle Maree si stava intensificando. L’intero Salone riecheggiava della sua Forza. L’Acqua stava
entrando liberamente da tutte le Porte Meridionali.
«Stai attenta!», ho urlato. «Vuole farti del male. Ha una Pistola!».
Una piccola figura esile è uscita fuori dalla Porta che conduce al Primo Salone Meridionale. Indossava un paio di
jeans e un maglione verde. I capelli scuri erano legati in una coda di cavallo.
L’Altro ha lasciato la presa su di me con la mano destra (anche se mi teneva ancora con la sinistra). Poi ha chiuso la
mano a pugno, ha portato all’indietro il corpo e il braccio, cercando lo slancio per colpirmi. Ma io mi sono spostato
insieme a lui facendogli perdere l’equilibrio. Lui è quasi caduto sul Pavimento. Io mi sono liberato con uno strattone e ho
cominciato a correre verso 16.
Mentre correvo, urlavo: «Sta arrivando un’Inondazione! Dobbiamo arrampicarci!».
Non so, in realtà, quanto delle mie parole abbia sentito, ma ha capito l’urgenza nella mia voce. Ho afferrato la sua
mano. Insieme, abbiamo corso verso la Parete Orientale.
Le Statue dei Giganti con le Corna erano davanti a noi, ai lati della Porta Orientale, ma non potevamo arrampicarci
su di loro; i loro corpi emergevano dalla Parete a due metri dal Pavimento e, fino a quell’altezza, non c’erano appigli né
punti d’appoggio. Accanto a quella del Gigante di sinistra c’era la Statua di un Padre seduto con il Figlioletto fra le
Braccia; il Padre stava estraendo una spina dal Piede del Figlioletto. Mi sono arrampicato nella loro Nicchia e poi sul loro
Plinto. Sono salito sul grembo del Padre e poi, tenendomi a una delle Colonne laterali e usando il Braccio, la Spalla e la
Testa del Padre come punti d’appoggio, sono arrivato in Cima al Frontone triangolare che sormontava la Nicchia. 16 ha
tentato di seguirmi, ma non era alta quanto me né, sospetto, altrettanto abituata ad arrampicarsi. È arrivata fino al
grembo della Statua, ma sembrava confusa sui passi successivi. In fretta sono tornato giù e l’ho sollevata; con il mio
aiuto si è issata fino al Frontone.
Era mezzogiorno. Nel Decimo e nel Ventiquattresimo Vestibolo le ultime due Maree stavano salendo, riempiendo
l’Area circostante di Acque violente e burrascose.
Mezzo metro sopra il Frontone c’era una Cornice o Mensola molto Profonda che correva per tutta la lunghezza del
Salone. Abbiamo scalato il piano inclinato del Frontone e siamo saliti sulla Cornice sovrastante. Adesso eravamo a circa
sette metri dal Pavimento. 16 era pallida e tremante (era evidente che non amava arrampicarsi), ma aveva
un’espressione determinata, agguerrita.
D’un tratto, l’Aria è stata lacerata dal secco rumore di alcuni schiocchi, forse quattro. Per un terrificante momento ho
pensato che il Peso e le Vibrazioni delle Acque avrebbero causato il crollo del Salone. Ho guardato giù e ho visto che
l’Altro non era ancora salito sulla sua barca (dove sarebbe stato al sicuro), ma era corso verso la Parete Settentrionale
per recuperare la Pistola. Ci stava sparando.
«Sali sulla barca!», gli ho urlato. «Sali sulla barca prima che sia troppo tardi!».
Lui ha sparato ancora e ha colpito una Statua sopra le nostre teste. Ho sentito un dolore acuto sulla fronte. Ho
gridato. Ho sollevato la mano e l’ho riabbassata coperta di sangue. L’Altro ha cominciato a guadare la corrente per
raggiungerci – presumibilmente con l’idea di spararci in modo più efficace.
Gli ho urlato di nuovo qualcosa, in pratica che le Maree erano quasi arrivate! Ma il Ruggito delle Acque veniva da
ogni direzione e dubitavo che mi avesse sentito.
Se non ci fosse stato qualcuno a spararci addosso, saremmo potuti rimanere sulla Cornice. (Poi, se le Acque si
fossero innalzate oltre il livello che mi aspettavo, potevamo salire ancora). Ma, per come stavano le cose, eravamo
esposti, senza protezione.
Un metro circa sotto di noi, la Schiena e le Braccia del Gigante con le Corna emergevano dalla Parete. Fra la sua
Schiena e la Parete c’era uno Spazio, una specie di tasca di marmo. Ho saltato; era una distanza di circa due metri
lateralmente e uno verso il basso; ce l’ho fatta con facilità. Ho guardato in su, verso 16. Aveva gli occhi spalancati per
l’ansia. Ho teso le braccia. Lei è saltata. L’ho presa.
Adesso eravamo al riparo dalla Pistola dell’Altro grazie al Corpo del Gigante. Sono salito sulla sua Schiena per
guardare da dietro le Spalle.
L’Altro si era allontanato da noi e stava cercando di raggiungere la sua barca. Ma si era deciso troppo tardi. Le Acque
gli arrivavano alle ginocchia e le Onde che gli si opponevano lo stavano trascinando via. Mentre lottava, sembrava
diventare sempre più pesante; la barca, per contrasto, diventava più leggera, più libera. Danzava sull’Acqua, piroettava
da una parte all’altra del Salone; un istante era vicino alla Parete Settentrionale e l’istante dopo era a mezza strada da
quella Occidentale. L’Altro continuava a cambiare direzione per seguirla, ma quando riusciva finalmente a muovere
qualche passo faticoso, la barca era già da tutt’altra parte.
All’improvviso è sembrato che la barca ricordasse il motivo per cui era stata portata qui, è sembrato che cambiasse
idea per salvarlo. Si è girata e ha navigato dritta verso di lui. L’Altro ha teso le braccia e si è gettato in avanti per
catturarla. La barca era a meno di mezzo metro dalla sua presa. Per un istante ho pensato che avesse messo la mano
sulla prua, poi la barca si è rigirata ed è scomparsa, portata via verso l’Estremità Occidentale del Salone.
«Arrampicati! Arrampicati!», ho urlato. Era troppo tardi per prendere la barca, ma pensavo che, se si fosse
arrampicato, avrebbe ancora potuto salvarsi. Ma lui non riusciva a sentirmi al di sopra del Rumore delle Acque che si
stavano riversando dentro il Salone. Continuava a inseguire disperatamente, inutilmente la barca.
Nel Salone adiacente c’erano stati un Gran Frastuono e un Boato Eccezionale; una Massa d’Acqua ha colpito l’altro
lato della Parete Settentrionale. Bum! E allora sono stato felice che io e 16 fossimo scesi sul Gigante con le Corna. Se
fossimo rimasti sulla Cornice, saremmo stati sbalzati via dalla Parete. Ma il Gigante con le Corna ci teneva stretti.
Da tutte le Porte Settentrionali sono esplosi Spruzzi alti fino al Soffitto. Gli Spruzzi catturavano la luce del Sole, era
come se all’improvviso qualcuno avesse lanciato nel Salone un centinaio di barili di diamanti.
Dalle Porte Settentrionali si sono innalzate Onde Altissime. Una ha afferrato l’Altro e lo ha scagliato contro la Parete
Meridionale. Lui si è schiantato sulle Statue a circa quindici metri d’altezza dal Pavimento. Immagino che sia morto in
quel momento.
L’Onda si è ritirata. Lui è scomparso al suo interno.
Nel frattempo, la piccola barca gonfiabile girava vorticosamente sulle Acque, a volte travolta dalla loro forza per un
istante o due, per poi ricomparire subito. Se solo lui fosse riuscito a raggiungerla, lei lo avrebbe salvato.


Raphael
SECONDA ANNOTAZIONE PER IL VENTESETTESIMO GIORNO DEL NONO MESE DELL’ANNO IN CUI L’ALBATROS È ARRIVATO NEI
SALONI SUD-OCCIDENTALI

Le Onde si sono abbattute sulla Parete Meridionale; il Salone è stato riempito da esplosioni di Spruzzi bianchi. Le
Acque hanno ricoperto il Livello Più Basso delle Statue; il colore delle Acque era un grigio tempestoso che diventava
nero nelle Profondità. Parecchie volte le Onde sono passate sopra le nostre teste, ma si sono sempre ritratte l’istante
successivo. Eravamo fradici, intorpiditi, accecati, assordati, ma siamo rimasti sempre al sicuro.
È passato del tempo.
Le Onde si sono abbassate e le Acque sono diventate placide. Hanno cominciato a defluire nelle Scalinate e nei
Saloni Inferiori. Al di sopra della Superficie dell’Acqua, sono ricomparse le Teste delle Statue del Livello Più Basso.
Per tutto quel tempo, io e 16 non ci eravamo rivolti nemmeno una parola. Il Ruggito delle Onde avrebbe reso
impossibile sentirci reciprocamente e, in ogni caso, eravamo impegnati a salvarci, ognuno se stesso e a vicenda. Non
avevamo avuto alcun altro pensiero. Allora ci siamo voltati e ci siamo guardati.
16 aveva due grandi occhi scuri e un viso dai tratti elfici. Aveva un’espressione solenne. Era un po’ più grande di me
– sulla quarantina, ho pensato. Aveva i capelli scuriti dall’acqua.
«Tu sei Sedic... Tu sei Raphael», ho detto.
«Sono Sarah Raphael», ha risposto. «E tu sei Matthew Rose Sorensen».
E tu sei Matthew Rose Sorensen. Questa volta l’ha formulata come un’affermazione, anziché come una domanda. Era
sicuramente prematuro. Sarebbe stato meglio farla rimanere una domanda. Ma, d’altronde, se lei l’avesse formulata
come una domanda, non avrei saputo cosa risponderle.
«Lui ti conosceva?», ho chiesto.
«Chi mi conosceva?», ha detto.
«Matthew Rose Sorensen. Matthew Rose Sorensen ti conosceva? È per questo che sei venuta qui?».
Lei è rimasta in silenzio, mentre elaborava quello che avevo appena detto. Poi, con cautela, ha parlato. «No. Io e te
non ci siamo mai visti».
«Allora perché?».
«Sono un’agente di polizia», ha detto.
«Oh», ho commentato.
Abbiamo taciuto entrambi. Eravamo ancora storditi da ciò che era accaduto. I nostri occhi erano ancora colmi delle
immagini della Violenza delle Acque, le nostre orecchie ancora piene del loro Fragore, le nostre menti ancora gravate
dall’istante in cui l’Altro era stato scaraventato dall’Onda contro la Parete di Statue. Al momento, non avevamo niente da
dirci.
Raphael ha rivolto la sua attenzione a questioni pratiche. Ha esaminato la ferita sulla mia fronte e ha detto che non
era molto profonda. Non pensava che fossi stato colpito da uno dei proiettili dell’Altro, era più probabile che fossi stato
graffiato da una scheggia di marmo.
Il Livello delle Acque continuava a scendere. Quando sono arrivate non oltre i Plinti delle Statue del Livello Più
Basso, ho cominciato a riflettere su come saremmo potuti scendere dal Gigante con le Corna. Non potevamo tornare
indietro allo stesso modo in cui eravamo arrivati, perché avremmo dovuto saltare sopra la Cornice. Non credevo che
Raphael ci sarebbe riuscita. (In realtà, nemmeno io avevo la certezza di farcela).
«Vado a prendere qualcosa per aiutarti a scendere», le ho detto. «Non stare in ansia. Tornerò il più in fretta
possibile».
Mi sono calato giù dal Busto del Gigante e mi sono lasciato cadere. Le Acque mi arrivavano alle cosce. Le ho guadate
fino al Terzo Salone Settentrionale e sono salito sulle Statue per arrivare ai punti dove custodivo i miei averi. Era tutto
bagnato a causa degli Spruzzi, ma non inzuppato d’acqua. Ho recuperato le reti da pesca, una bottiglia d’Acqua Fresca e
alcune alghe essiccate. (È importante mantenere il corpo idratato e nutrito).
Sono tornato nel Primo Salone Occidentale. Le Acque si erano già abbassate ancora di più e mi arrivavano soltanto
alle ginocchia. Mi sono arrampicato di nuovo sul Gigante con le Corna. Ho dato dell’acqua a Raphael e le ho fatto
mangiare qualche alga essiccata (anche se non penso che le siano piaciute). Poi ho legato insieme le mie reti da pesca e
le ho fissate a un Braccio del Gigante. Queste pendevano a circa mezzo metro dal Pavimento. Ho mostrato a Raphael
come usare le reti da pesca per scendere giù.
Siamo tornati a guado nel Primo Vestibolo e abbiamo risalito la Grande Scalinata, in modo da essere fuori dalla
portata delle Acque. Ci siamo seduti. Avevamo gli abiti bagnati incollati al corpo. I miei capelli, che sono scuri e ricci,
erano pieni di gocce come una Nuvola. Ogni mio movimento provocava pioggia.
Gli uccelli ci hanno trovato lì. Molte specie diverse – gabbiani reali, corvi, cornacchie e passeri – si sono riunite sulle
Statue e sui Corrimani e mi hanno riempito di chiacchiere con le loro voci tutte diverse.
«Ben presto sparirà», ho detto loro. «Non c’è da preoccuparsi».
«Cosa?», ha chiesto Raphael, sorpresa. «Non capisco».
«Stavo parlando con gli uccelli», ho detto. «Sono allarmati dalla grande quantità d’Acqua che c’è dappertutto. Gli sto
dicendo che presto sparirà».
«Oh!», ha detto lei. «E tu... E tu parli spesso con gli uccelli?».
«Sì», ho risposto. «Ma non c’è bisogno che ti mostri sorpresa. Anche tu hai parlato con gli uccelli. Nel Sesto Salone
Nord-Occidentale. Ti ho sentita».
Lei mi è sembrata ancora più sorpresa. «Che cosa ho detto?», ha chiesto.
«Gli hai detto di togliersi dalle palle. Stavi scrivendo un messaggio per me e loro stavano diventando molto fastidiosi
perché ti volavano in faccia e sul messaggio e cercavano di scoprire che cosa stessi facendo».
Lei ha riflettuto per un momento. «Era il messaggio che hai cancellato?», ha chiesto.
«Sì».
«Perché l’hai fatto?».
«Perché l’Alt... Perché il dottor Ketterley mi ha detto che tu eri mia nemica e che leggere quello che avevi scritto mi
avrebbe fatto impazzire. Così ho cancellato il messaggio. Ma, allo stesso tempo, volevo leggerlo, perciò non l’ho
cancellato tutto. Non mi sono comportato in modo molto logico».
«Deve averti reso la vita molto difficile».
«Sì. Immagino che l’abbia fatto».
Silenzio.
«Siamo entrambi inzuppati e infreddoliti», ha detto Raphael. «Forse dovremmo andare?».
«Andare dove?», ho detto.
«A casa», ha risposto Raphael. «Voglio dire, possiamo andare a casa mia e asciugarci. E poi posso portarti a casa
tua».
«Io sono a casa», ho detto.
Raphael ha dato uno sguardo alle cupe Acque grigie che lambivano le Pareti e alle Statue gocciolanti. Non ha detto
niente.
«Di solito è molto più asciutto di così», mi sono affrettato a spiegare, nel caso stesse pensando che la mia Casa fosse
umida e inospitale.
Ma lei non stava pensando questo.
«C’è una cosa che devo dirti», ha detto. «Non so se lo ricordi, ma tu hai una mamma e un papà. E due sorelle. E degli
amici». Mi ha scrutato intensamente. «Lo ricordi?».
Ho scosso la testa.
«Ti stanno cercando da tempo», ha detto. «Ma non sapevano quale fosse il posto giusto in cui guardare. Si sono
preoccupati molto per te. Sono stati...». Ha distolto di nuovo lo sguardo per trovare le parole adatte a esprimere il suo
pensiero. «Sono addolorati perché non sapevano dove fossi», ha detto.
Su questo ho riflettuto. «Mi dispiace che la mamma, il papà, le sorelle e gli amici di Matthew Rose Sorensen siano
addolorati», ho detto. «Ma, davvero, non vedo che cosa abbia a che fare questo con me».
«Non pensi a te stesso come a Matthew Rose Sorensen?».
«No», ho detto.
«Ma hai il suo viso», ha ribattuto lei.
«Sì».
«E le sue mani».
«Sì».
«E i suoi piedi e il suo corpo».
«È tutto vero, sì. Ma non ho la sua mente e non ho i suoi ricordi. Non dico che lui non sia qui. Lui è qui». Mi sono
toccato il petto. «Ma penso che sia addormentato. Sta bene. Non devi preoccuparti per lui».
Lei ha annuito. Non era una persona litigiosa come invece era stato l’Altro. Non discuteva né contraddiceva ogni mia
frase. Era una cosa di lei che mi piaceva. «Chi sei, allora?», ha chiesto. «Se non sei lui».
«Sono l’Amato Figlio della Casa», ho risposto.
«La casa? Che cos’è la casa?».
Che domanda strana! Ho allargato le braccia per indicare il Primo Vestibolo, i Saloni oltre il Primo Vestibolo, Tutto.
«Questa è la Casa. Guarda!».
«Oh. Capisco».
Per un istante non abbiamo parlato.
Poi Raphael ha detto: «Devo chiederti una cosa. Saresti pronto a venire con me dai genitori e dalle sorelle di
Matthew Rose Sorensen... per lasciare che rivedano il suo viso? Sapere che lui è vivo li aiuterebbe molto. Anche se tu
dovessi andare via ancora... cioè, anche se tu dovessi tornare qui, li aiuterebbe. Che ne pensi?».
«Non posso farlo adesso», ho detto.
«Okay».
«Devo occuparmi dell’Uomo Scatola-di-Biscotti... e dell’Infante Ripiegato... e delle Persone dell’Alcova. Ci sono
soltanto io a prendermi cura di loro. Si trovano in un luogo che non gli è familiare e potrebbero sentirsi disorientati.
Devo riportarli nei luoghi che gli appartengono».
«Ci sono altre persone qui?», ha chiesto Raphael, meravigliata.
«Sì».
«Quante?».
«Tredici. Quelle che ho appena nominato e anche la Persona Nascosta. Ma la Persona Nascosta risiede in uno dei
Saloni Superiori che non sono stati toccati dall’Inondazione, quindi non c’è stato bisogno di spostarlo o spostarla».
«Tredici persone!». Gli occhi scuri di Raphael erano spalancati per lo stupore. «Mio dio! E stanno bene?».
«Sì», ho detto. «Stanno bene. Mi prendo io cura di loro».
«Ma chi sono? Puoi portarmi da loro? Stanley Ovenden è qui? E Sylvia D’Agostino? Maurizio Giussani?».
«Oh, è molto probabile che uno di loro sia Stanley Ovenden. Di sicuro lo pensa il Profe... Laurence Arne-Sayles.
Un’altra potrebbe essere Sylvia D’Agostino e un altro Maurizio Giussani. Sfortunatamente non ho idea di quale di loro sia
chi».
«Che vuoi dire? Hanno dimenticato chi sono? Che cosa dicono?».
«Oh, in realtà non dicono molto. Sono tutti morti».
«Morti!».
«Sì».
«Oh!». Raphael ha impiegato qualche istante per elaborare l’informazione. «Erano morti quando sei arrivato tu?», mi
ha chiesto.
«Io...». Mi sono interrotto. Era una domanda interessante. Non l’avevo mai presa in considerazione. «Penso di sì», ho
detto. «Penso che fossero tutti morti da un pezzo, ma non posso esserne certo, visto che non ricordo di essere arrivato
qui. L’arrivo è una cosa che è accaduta a Matthew Rose Sorensen, non a me».
«Sì, immagino che sia vero. Ma che cosa intendi dicendo che ti prendi cura di loro?».
«Faccio in modo che siano in ordine. Più completi e puliti possibile. Gli porto offerte di cibo e bevande e delle ninfee,
anche. E parlo con loro. Non hai dei Morti, nei tuoi Saloni?».
«Li ho. Sì».
«Non gli porti delle offerte? Non gli parli?».
Prima che Raphael potesse rispondere, mi è venuto in mente un altro pensiero. «Ho detto che ci sono tredici Morti,
ma non è esatto. Il dottor Ketterley si è unito a loro. Devo trovare il suo corpo e fare in modo che sia pronto a giacere
insieme agli altri». Ho battuto le mani. «Quindi, come vedi, ho grandi lavori da svolgere e, al momento, non posso
pensare di abbandonare questi Saloni».
Raphael ha annuito lentamente. «Okay. Abbiamo tutto il tempo». Ha teso la mano e, in modo piuttosto goffo – ma
anche gentile –, me l’ha messa sulla spalla.
In quell’istante stesso, e con mio enorme imbarazzo, sono scoppiato a piangere. Dei singhiozzi profondi mi hanno
scosso il petto e delle lacrime mi sono spuntate negli occhi. Non pensavo di essere io a piangere; era Matthew Rose
Sorensen che piangeva attraverso i miei occhi. È durato a lungo, finché non si è attenuato ed è finito con raglianti,
singhiozzanti boccate d’Aria.
Raphael aveva ancora la mano sulla mia spalla. Ha distolto con discrezione lo sguardo mentre mi asciugavo gli occhi
e il naso con il dorso della mano.
«Tornerai?», le ho chiesto. «Anche se non vengo con te adesso, tornerai?».
«Tornerò domani», ha detto. «Nel tardo pomeriggio. Andrà bene per te? Come faremo a trovarci?».
«Ti aspetterò qui», ho detto. «Non importa quanto sarà tardi. Aspetterò finché non arriverai».
«E penserai a quello che ti ho detto? All’idea di venire a incontrare i tuoi... i genitori e le sorelle di Matthew Rose
Sorensen?».
«Sì», ho risposto. «Ci penserò».
Raphael se n’è andata, scomparendo nello Spazio Indistinto fra i due Minotauri nell’Angolo Sud-Orientale del
Vestibolo.
Il mio orologio si era fermato, ma ho stimato che fossero le prime ore della sera. Ero solo, esausto, affamato e
bagnato. Sono tornato nel Terzo Salone Settentrionale. L’Acqua era ancora ferma a una profondità di mezzo metro. Mi
sono arrampicato e ho esaminato le alghe secche che uso per accendere il fuoco. Sfortunatamente, erano state
completamente bagnate dalle Grandi Onde. Non ho potuto accendere un fuoco. Non ho potuto cucinare niente.
Sono andato a prendere il sacco a pelo – umido – e l’ho portato nel Primo Vestibolo. Mi sono sdraiato su un Gradino
Alto e Asciutto della Grande Scalinata.
Il mio ultimo pensiero prima di addormentarmi è stato: Lui è morto. Il mio unico amico. Il mio unico nemico.


Conforto il dottor Ketterley
ANNOTAZIONE PER IL VENTOTTESIMO GIORNO DEL NONO MESE DELL’ANNO IN CUI L’ALBATROS È ARRIVATO NEI SALONI SUD-
OCCIDENTALI

Ho trovato il corpo del dottor Ketterley in un Angolo della Scalinata nell’Ottavo Vestibolo. Era stato sbattuto contro le
Pareti e le Statue. Aveva i vestiti a brandelli. L’ho disincastrato dalla Balaustra, l’ho adagiato per terra e ho composto le
sue membra. Mi sono appoggiato in grembo la sua povera testa martoriata e l’ho cullata.
«Il tuo bell’aspetto è svanito», gli ho detto. «Ma non te ne devi preoccupare. Questa condizione sgradevole è soltanto
temporanea. Non essere triste. Non aver paura. Ti metterò in un posto dove i pesci e gli uccelli possano strappare via
tutta questa carne straziata. Finirà molto presto. Poi sarai un bel teschio e delle belle ossa. Ti metterò in ordine e tu
potrai riposare nella Luce del Sole e in quella delle Stelle. Le Statue ti guarderanno dall’alto e ti benediranno. Mi
dispiace essere stato in collera con te. Perdonami».
Non ho trovato la Pistola, le Maree devono averla presa e fagocitata, ma quella mattina, più tardi, ho trovato la barca
del dottor Ketterley, che ancora oziava inutilizzata sulle Acque del Primo Salone Occidentale, ormai scese a livello delle
caviglie. Era abbastanza intatta.
«Speravo che lo salvassi», ho detto alla barca.
Non ho percepito alcun tipo di risposta. La barca sembrava sonnolenta, intontita, viva soltanto a metà. Senza le
Acque in Tempesta ad animarla, non era più il demone che aveva danzato sulle Onde, all’inizio prendendosi gioco del
dottor Ketterley e, dopo, abbandonandolo.
Ho riflettuto a lungo su quello che Raphael ha detto a proposito della mamma e del papà, delle sorelle e degli amici
di Matthew Rose Sorensen. Forse dovrei mandare loro un messaggio per spiegargli che adesso Matthew Rose Sorensen
vive dentro di me, che è incosciente ma perfettamente al sicuro e che io sono una persona forte e piena di risorse che si
prenderà assiduamente cura di lui, esattamente come mi prendo cura degli altri Morti.
Chiederò a Raphael che cosa pensa della mia idea.


Quando nel Primo Vestibolo sono scese le Ombre, Raphael è tornata
SECONDA ANNOTAZIONE PER IL VENTOTTESIMO GIORNO DEL NONO MESE DELL’ANNO IN CUI L’ALBATROS È ARRIVATO NEI SALONI
SUD-OCCIDENTALI

Quando nel Primo Vestibolo sono scese le Ombre, Raphael è tornata. Ci siamo seduti su un Gradino della Grande
Scalinata, come prima. Raphael aveva un piccolo strumento scintillante come quello che possedeva l’Altro. Gli ha dato un
colpetto e lo strumento ha prodotto un fascio di Luce bianco-gialla per illuminare le Statue e i nostri visi.
Ho raccontato a Raphael la mia idea di scrivere alla mamma, al papà, alle sorelle e agli amici di Matthew Rose
Sorensen, ma per non so quale motivo lei non pensa che sia una buona idea.
«Come dovrei chiamarti?», mi ha chiesto.
«Chiamarmi?», ho detto.
«Con quale nome. Se non sei Matthew Rose Sorensen, allora come dovrei chiamarti?».
«Oh, capisco. Immagino che potresti chiamarmi Pir...», mi sono fermato. «Il dottor Ketterley aveva l’abitudine di
chiamarmi Piranesi», ho detto. «Diceva che era un nome che aveva a che fare con i labirinti, ma penso che lo facesse per
prendermi in giro».
«È probabile», ha confermato Raphael. «Lui era quel tipo di individuo». C’è stato un breve silenzio, poi ha detto: «Ti
piacerebbe sapere come ti ho trovato?».
«Moltissimo», ho detto.
«C’era una donna. Non credo che tu la ricordi. Si chiamava Angharad Scott. Ha scritto un libro su Laurence Arne-
Sayles. Sei anni fa, tu l’hai contattata. Le hai detto che anche tu stavi pensando di scrivere un libro su Arne-Sayles e voi
due avete avuto una lunga conversazione. Poi, lei non ha saputo più niente di te. A maggio di quest’anno, Angharad Scott
ha chiamato il college di Londra nel quale lavoravi perché voleva sapere cosa ne era stato del libro, se lo stavi ancora
scrivendo oppure no. Dal college le hanno detto che eri scomparso; che eri scomparso quasi subito dopo il vostro primo
incontro. Questo ha fatto scattare nella signora Scott ogni sorta di campanello d’allarme perché lei sapeva delle persone
che erano scomparse intorno ad Arne-Sayles. Tu eri la quarta – la quinta se conti Jimmy Ritter. Così lei ci ha contattati. È
stata la prima volta che abbiamo saputo – cioè la polizia ha saputo – di un legame fra te e Arne-Sayles. Quando abbiamo
parlato con i superstiti del circolo di Arne-Sayles – Bannerman, Hughes, Ketterley e lo stesso Arne-Sayles – è diventato
palese che stesse succedendo qualcosa. Tali Hughes continuava a piangere e a dire che le dispiaceva. Arne-Sayles era
elettrizzato per tutta quell’attenzione e Ketterley non riusciva ad aprire bocca senza mentire». Si è interrotta un istante.
«Capisci qualcosa di quello che sto dicendo?».
«Un po’», ho detto. «Matthew Rose Sorensen ha scritto di tutte queste persone. So che tutte sono legate al Profe... a
Laurence Arne-Sayles. È stato lui a dirti dov’ero? Ha detto che l’avrebbe fatto».
«Chi?».
«Laurence Arne-Sayles».
Raphael impiegò qualche istante per elaborare l’informazione. «Tu gli hai parlato?», ha chiesto, con un tono
incredulo.
«Sì».
«Lui è venuto qui?».
«Sì».
«Quando?».
«Più o meno due mesi fa».
«E non ti ha offerto il suo aiuto? Non si è offerto di portarti fuori da qui?».
«No. Ma a esser corretti, se me lo avesse offerto, non sarei voluto andare via. In realtà ancora non sono sicuro di
volerlo fare».
Un pallido gufo è uscito planando dal Primo Salone Orientale ed è entrato nel Vestibolo. Si è posato su una Statua
molto in alto lungo la Parete Meridionale, dove il suo candore baluginava nella Penombra. Ho visto dei gufi riprodotti nel
marmo. Molte Statue ne presentano. Ma non avevo mai visto la loro controparte vivente fino a oggi. Sono convinto che la
sua comparsa sia legata all’arrivo di Raphael e alla dipartita del dottor Ketterley; è stato come se un elemento di Morte
fosse stato sostituito da un elemento di Vita. Le cose, ho pensato, stavano accelerando.
Raphael non si era accorta del gufo. Ha detto: «Hai ragione. Arne-Sayles ci ha detto subito la verità. Ha detto che tu
eri nel labirinto. Ma ovviamente... Be’, pensavamo che stesse soltanto tentando di prenderci in giro. Ed era così. Lui
stava soltanto cercando di prenderci in giro. I miei colleghi hanno tollerato la cosa per un po’, ma alla fine lo hanno
lasciato perdere. Io avevo un’altra idea. Ho pensato: a lui piace parlare. Allora lasciamo che parli. Prima o poi dirà
qualcosa di utile».
Ha dato un colpetto al suo piccolo dispositivo scintillante. L’oggetto ha parlato con la voce altera e indolente di Arne-
Sayles: «Lei pensa che tutto il mio parlare di altri mondi non sia pertinente. Ma non è così. È assolutamente
imprescindibile. Matthew Rose Sorensen ha tentato di entrare in un altro mondo. Se non lo avesse fatto, non sarebbe
“scomparso”, come dice lei».
Gli ha risposto la voce di Raphael: «Qualcosa in questo tentativo ha provocato la sua scomparsa?».
«Sì». Di nuovo Laurence Arne-Sayles.
«Gli è accaduto qualcosa durante questo... questo rituale, di qualsiasi cosa si tratti? Perché? Dove si svolgono questi
rituali?».
«Mi sta chiedendo se, eseguendoli sull’orlo di un precipizio, lui è precipitato? No, niente del genere. Oltretutto, non
dev’essere stato necessariamente un rituale. Io non li uso mai».
«Ma perché lui lo avrebbe fatto?», ha chiesto Raphael. «Perché avrebbe eseguito il rituale o fatto qualsiasi cosa sia?
Nei suoi scritti non c’è niente che suggerisca che credeva alle sue teorie. In realtà, sembra proprio il contrario».
«Oh, credere», ha detto Arne-Sayles, sottolineando la parola con una notevole enfasi sarcastica. «Perché le persone
pensano sempre che sia una questione di credo? Non lo è. Ognuno può “credere” in tutto quello che vuole. Non potrebbe
interessarmi meno».
«Sì, ma se non ci credeva, perché mai avrebbe provato?».
«Perché lui aveva mezzo cervello e ha riconosciuto che il mio era uno dei più eccezionali intelletti del ventesimo
secolo – forse il più eccezionale di tutti. E voleva capirmi. Così ha fatto il tentativo di raggiungere un altro mondo, non
perché pensasse che ne esisteva uno, ma perché pensava che il tentativo in sé gli avrebbe garantito una visione interna
del mio pensiero. Di me stesso. E lei sta per fare la stessa cosa».
«Io?», Raphael sembrava stupefatta.
«Sì. E sta per farlo per lo stesso identico motivo che ha spinto Rose Sorensen. Lui voleva capire il mio pensiero. Lei
vuole capire il suo. Modifichi le sue percezioni nel modo che sto per descriverle. Esegua le azioni che delineerò per lei e
allora lo saprà».
«Che cosa saprò, Laurence?».
«Saprà che cosa è accaduto a Matthew Rose Sorensen».
«È così semplice?».
«Oh, sì. È proprio così semplice».
Raphael ha dato un altro colpetto al dispositivo. Le voci si sono ammutolite.
«Non pensavo che fosse una cattiva idea», ha detto, «tentare di capire quello che stavi pensando quando sei
scomparso. Arne-Sayles mi ha descritto cosa fare, come tornare a uno stato mentale prerazionale. Ha detto che, quando
ci fossi riuscita, avrei visto i sentieri tutt’intorno a me e mi ha spiegato quale scegliere. Pensavo che intendesse sentieri
metaforici. È stato un bello shock quando ho scoperto che non era così».
«Sì», ho detto. «Matthew Rose Sorensen era scioccato quando è arrivato qui per la prima volta. Scioccato e
spaventato. E poi lui si è addormentato e sono nato io. In seguito ho trovato nel mio Diario delle annotazioni che mi
hanno terrorizzato. Ho pensato che, quando le avevo scritte, dovevo essere impazzito. Ma adesso capisco che le ha
scritte Matthew Rose Sorensen e che stava descrivendo un Mondo diverso».
«Sì».
«E l’Altro Mondo contiene altre cose. Parole come “Manchester” e “stazione di polizia” qui non significano niente.
Perché quelle cose non esistono. Parole come “fiume” e “montagna” hanno un significato, ma soltanto perché quelle cose
sono ritratte nelle Statue. Suppongo che invece debbano esistere nel Mondo Più Antico. In questo Mondo le Statue
raffigurano cose che esistono nel Mondo Più Antico».
«Sì», ha detto Raphael. «Qui puoi vedere soltanto una rappresentazione di un fiume o di una montagna, ma nel
nostro mondo – l’altro mondo – puoi vedere il fiume e la montagna reali».
Questo mi ha infastidito. «Non capisco perché tu dica che in questo Mondo posso soltanto vedere una
rappresentazione», ho detto, con una certa asprezza. «La parola “soltanto” suggerisce un rapporto di inferiorità. La fai
sembrare come se le Statue fossero in un certo qual modo inferiori alle cose in sé. Io non la vedo affatto così. Potrei
obiettare che la Statua è superiore alla cosa in sé, dal momento che la Statua è perfetta, eterna e non soggetta a
deterioramento».
«Scusami», ha detto Raphael. «Non era mia intenzione denigrare il tuo mondo».
C’è stato un silenzio.
«Com’è l’Altro Mondo?», ho chiesto.
Mi è sembrato che Raphael non sapesse bene come rispondere a questa domanda. «Ci sono più persone», ha detto
alla fine.
«Tante di più?», ho chiesto.
«Sì».
«Più di settanta?», ho chiesto, scegliendo deliberatamente una cifra alta e alquanto improbabile.
«Sì», ha detto lei. Poi ha sorriso.
«Perché sorridi?», ho chiesto.
«Per il modo in cui sollevi il sopracciglio. Per quello sguardo sospettoso e piuttosto arrogante. Sai a chi somigli
quando lo fai?».
«No. A chi?».
«Somigli a Matthew Rose Sorensen. Alle foto che ho visto di lui».
«Come fai a sapere che ci sono più di settanta persone?», ho chiesto. «Le hai contate tu stessa?».
«No, ma ne sono abbastanza sicura», ha detto. «Non è sempre un mondo piacevole, l’altro mondo. C’è molta
tristezza». Ha fatto una pausa. «Molta tristezza», ha ripetuto. «Non è come qui». Ha sospirato. «È necessario che tu
capisca una cosa. Che tu decida di tornare indietro con me oppure no, dipende da te. Ketterley ti ha ingannato. Ti ha
tenuto qui con le menzogne e la disonestà. Io non voglio ingannarti. Devi venire soltanto se lo vuoi».
«E se rimango qui, tu tornerai a trovarmi?», ho chiesto.
«Certamente», ha risposto.


Altre persone
ANNOTAZIONE PER IL VENTINOVESIMO GIORNO DEL NONO MESE DELL’ANNO IN CUI L’ALBATROS È ARRIVATO NEI SALONI SUD-
OCCIDENTALI

Da quando ne ho memoria, ho sempre voluto mostrare la Casa a qualcuno. Immaginavo che la Sedicesima Persona
fosse al mio fianco e io le dicevo cose come:
Ora entriamo nel Primo Salone Settentrionale. Osserva le numerose, bellissime Statue. Alla tua destra vedrai la
Statua di un Uomo Anziano che tiene in mano il Modellino di una Nave, alla tua sinistra c’è la Statua di un Cavallo Alato
con il suo Puledro.
Immaginavo noi due che, insieme, visitavamo i Saloni Sommersi:
Ora scendiamo attraverso questo Squarcio nel Pavimento; ci caliamo in basso su questa Muratura crollata ed
entriamo nel Salone sottostante. Metti i piedi dove li metto io e non avrai alcuna difficoltà a mantenerti in equilibrio. Le
immense Statue che sono una caratteristica di questi Saloni ci forniscono un posto sicuro per sederci. Osserva le Acque
nere e immobili. Potremmo cogliere delle ninfee, qui, e offrirle ai Morti...
Oggi tutte le mie fantasie si sono avverate. La Sedicesima Persona e io abbiamo camminato insieme per la Casa e io
le ho mostrato tante cose.
È arrivata nel Primo Vestibolo al mattino presto.
«Faresti una cosa per me?», ha chiesto.
«Certo», ho detto. «Qualsiasi cosa».
«Mostrami il labirinto».
«Volentieri. Cosa ti piacerebbe vedere?».
«Non lo so», ha detto. «Tutto quello che hai voglia di mostrarmi. Tutto quello che c’è di più bello».
Ovviamente, quello che volevo mostrarle davvero era ogni cosa, ma era impossibile. Il mio primo pensiero sono stati i
Saloni Sommersi, ma mi sono ricordato che a Raphael non piace arrampicarsi, così ho optato per i Saloni Corallo, una
lunga successione di Saloni che, dal Trentottesimo Salone Meridionale, si estende verso sud e ovest.
Abbiamo attraversato i Saloni Meridionali. Raphael mi è parsa rilassata e felice. (Anch’io ero felice). A ogni passo si
guardava intorno con piacere e ammirazione.
Ha detto: «È un posto davvero stupefacente. Un posto perfetto. Ne ho vista una parte mentre ti cercavo, ma dovevo
fermarmi continuamente a ogni porta per scrivere le indicazioni per tornare alla stanza del minotauro. Era un’attività
frustrante e una gran perdita di tempo e, ovviamente, non osavo allontanarmi troppo per paura di perdermi».
«Non ti saresti persa», le ho assicurato. «Le tue indicazioni erano eccellenti».
«Quanto tempo ci hai messo a impararla? La strada attraverso il labirinto?», ha chiesto.
Ho aperto la bocca per vantarmi a voce alta che la conoscevo da sempre, che era una parte di me, che io e la Casa
non potevamo essere separati. Ma, ancor prima di pronunciare una parola, mi sono reso conto che non era vero. Mi sono
ricordato che avevo l’abitudine di segnare le Porte con il gesso, esattamente come aveva fatto Raphael, e che avevo il
costante timore di perdermi. Ho scosso la testa. «Non lo so», ho detto. «Non riesco a ricordarlo».
«Posso scattare delle foto?». Ha sollevato il suo dispositivo scintillante. «Oppure non è...? Non so, è forse
irrispettoso, in qualche modo?».
«Certo che puoi scattare delle foto», ho detto. «Qualche volta scattavo delle fotografie per l’Altr... per il dottor
Ketterley».
Ma mi ha fatto piacere che me l’abbia chiesto. Vuol dire che guarda la Casa come faccio io, come qualcosa che
merita rispetto. (Il dottor Ketterley non l’ha mai imparato. Sembrava incapace di farlo).
Nel Decimo Salone Meridionale ho effettuato una deviazione verso il Quattordicesimo Salone Sud-Occidentale per
mostrare a Raphael le Persone dell’Alcova.
Ce ne sono (come ho già spiegato) dieci, più lo scheletro di una scimmia.
Raphael li ha guardati con molta serietà. Ha appoggiato delicatamente la mano su un osso – la tibia di uno dei
maschi. È stato un gesto che ha trasmesso un senso di conforto e rassicurazione. Non aver paura. Sei al sicuro. Sono qui.
«Non sappiamo chi sono», ha detto. «Poveretti».
«Sono le Persone dell’Alcova», ho spiegato.
«Probabilmente Arne-Sayles ha ucciso almeno uno di loro. Forse tutti quanti».
Erano parole gravi, queste. Prima che potessi decidere che sensazione mi davano, lei si è girata verso di me e ha
detto, con grande intensità: «Mi dispiace. Mi dispiace davvero, davvero tanto».
Sono rimasto stupefatto e mi sono persino allarmato un po’. Nessuno era mai stato gentile con me, come lo era
Raphael; nessuno aveva mai fatto di più, per me. Che lei dovesse scusarsi mi sembrava inappropriato. «No... No...», ho
mormorato e ho sollevato le mani per respingere le sue parole.
Ma lei, con un’espressione cupa e arrabbiata, è andata avanti. «Lui non sarà mai punito per quello che ti ha fatto. O
per quello che ha fatto a loro. Ci ho pensato e ripensato e non c’è niente che io possa fare. Nessuna accusa per la quale
incriminarlo. Non senza un sacco di spiegazioni alle quali letteralmente nessuno vorrà credere». Ha sospirato
profondamente. «Ho detto che questo è un mondo perfetto. Ma non lo è. Anche qui ci sono crimini, come in qualsiasi
altro luogo».
Mi sono sentito investire da un’ondata di tristezza e impotenza. Avrei voluto dirle che le Persone dell’Alcova non
erano state uccise da Arne-Sayles (anche se non avevo prove a sostegno di questa affermazione e poi era probabile che
almeno uno lo fosse stato).
Soprattutto volevo che Raphael si allontanasse, cosicché io potessi smettere di pensare a loro nel modo in cui ci
pensava lei – come vittime di omicidio – e tornare a pensarli come avevo sempre fatto: persone buone, nobili, pacifiche.
Abbiamo proseguito per la nostra strada, fermandoci spesso per ammirare una Statua particolarmente straordinaria.
A poco a poco, la leggerezza è tornata nei nostri cuori e quando abbiamo raggiunto i Saloni Corallo ci siamo ristorati
guardando le loro meraviglie.
Sebbene adesso i Saloni Corallo siano asciutti, sembra che una volta siano stati inondati per un lungo periodo dalle
Acque del Mare. È cresciuto il corallo che ha cambiato in modi strani e inattesi l’aspetto delle Statue. È possibile vedere,
per esempio, una Donna incoronata di coralli, le sue Mani trasformate in stelle o fiori. Ci sono Figure con corna di
corallo, o crocifisse su rami di corallo o trafitte da frecce di corallo. C’è un Leone intrappolato in una gabbia di corallo e
un Uomo che tiene in mano una Scatolina. Il corallo è cresciuto con tale abbondanza sul suo Lato Sinistro che una metà
di lui sembra divorata da fiamme rosso-rosa, mentre l’altra metà è intatta.
Nel tardo pomeriggio siamo tornati al Primo Vestibolo. Subito prima di separarci, Raphael ha detto: «Mi piace il
silenzio che c’è qui. Non c’è un’anima!». Ha formulato la seconda parte come se quello fosse il beneficio più grande di
tutti.
«Non ti piacciono le persone che stanno nei tuoi Saloni?», ho chiesto, perplesso.
«Mi piacciono», ha detto, senza grande entusiasmo. «Perlopiù mi piacciono. Alcune di loro. Non sempre li capisco.
Non sempre loro capiscono me».
Dopo che se n’è andata, ho pensato a quello che aveva detto. Non riuscivo a immaginare di non voler stare insieme
alle persone. (Anche se è vero che, a volte, il dottor Ketterley era fastidioso). Ho ricordato come Raphael mi avesse
chiesto quale delle Persone dell’Alcova fosse stata uccisa e come il semplice fatto che avesse posto la domanda avesse
fatto apparire l’intero Mondo un Luogo più cupo, più triste.
Forse stare insieme agli altri è proprio così. Forse anche le persone che ti piacciono e ammiri immensamente
possono farti vedere il Mondo in modi che preferiresti non vedere. Forse Raphael intendeva esattamente questo.


Strane emozioni
ANNOTAZIONE PER IL TRENTESIMO GIORNO DEL NONO MESE DELL’ANNO IN CUI L’ALBATROS È ARRIVATO NEI SALONI SUD-
OCCIDENTALI

Una volta ho scritto nel mio Diario:

Sono convinto che il Mondo (o, se preferite, la Casa, dal momento che i due sono in definitiva la stessa cosa) desideri
avere un Abitante perché sia testimone della sua Bellezza e beneficiario delle sue Benedizioni.

Se io me ne vado, allora la Casa non avrà più alcun Abitante e come farò a sopportare il pensiero che rimanga Vuota?
Eppure, il fatto è che, se resto in questi Saloni, sarò solo. In un certo senso, suppongo che non sarò più solo di prima.
Raphael ha promesso di venire a trovarmi, proprio come faceva l’Altro. E Raphael è un’amica vera, laddove i sentimenti
dell’Altro nei miei confronti erano a dir poco contrastanti. Ogni volta che l’Altro mi lasciava, tornava nel suo Mondo, ma
all’epoca non lo sapevo; pensavo che fosse semplicemente in un’altra Parte della Casa. Credere che qui ci fosse qualcun
altro mi faceva sentire meno solo. Adesso, quando Raphael ritorna nell’Altro Mondo, saprò di essere solo.
E così, per questo motivo, ho deciso di andare con Raphael.
Ho riportato tutti i Morti nei loro luoghi di appartenenza. Oggi ho camminato per i Saloni come ho già fatto un
migliaio di volte. Sono andato a trovare tutte le Statue che ho amato di più e, mentre le accarezzavo con gli occhi una
per una, pensavo: Forse questa sarà l’ultima volta che guardo il tuo Viso. Arrivederci! Arrivederci!


Vado via
ANNOTAZIONE PER IL PRIMO GIORNO DEL DECIMO MESE DELL’ANNO IN CUI L’ALBATROS È ARRIVATO NEI SALONI SUD-
OCCIDENTALI

Questa mattina sono andato a prendere la piccola scatola di cartone con sopra la parola «AQUARIUM» e il disegno di
una piovra. È la scatola che, originariamente, conteneva le scarpe che mi ha dato il dottor Ketterley. Quando il dottor
Ketterley mi ha detto di nascondermi da 16, ho tolto dai miei capelli tutti gli ornamenti e li ho riposti nella scatola. Ma
adesso che voglio avere il mio aspetto migliore per entrare nel Nuovo Mondo ho passato due o tre ore a rimetterli, tutti
gli oggettini graziosi che ho trovato o creato: conchiglie, coralli, perline, perle, sassolini e interessanti ossa di pesce.
Quando Raphael è arrivata, mi è sembrata alquanto meravigliata dal mio piacevole aspetto.
Ho preso la mia borsa di cuoio con tutti i Diari e le mie penne preferite e ci siamo incamminati verso i due Minotauri
nell’Angolo Sud-Orientale. Le ombre fra di loro hanno luccicato leggermente. Le ombre suggerivano la forma di un
corridoio e, in fondo, luci, lampi di colore in movimento che i miei occhi non sapevano interpretare.
Ho dato un ultimo sguardo alla Casa Eterna. Ho avuto un brivido. Raphael mi ha preso per mano. Poi, insieme, siamo
entrati nel corridoio.






PARTE SETTIMA
Matthew Rose Sorensen











Valentine Ketterley è scomparso
ANNOTAZIONE PER IL 26 NOVEMBRE 2018

Valentine Ketterley, psicologo e antropologo, è scomparso. La polizia ha svolto delle indagini e ha scoperto che, prima
della sua scomparsa, Ketterley ha effettuato alcuni acquisti insoliti: una pistola, un kayak gonfiabile e un giubbotto di
salvataggio – acquisti che tutti i suoi amici sono concordi nel definire del tutto estranei al suo carattere: non aveva mai
mostrato alcuna inclinazione a essere trasportato dall’acqua, prima d’ora.
Nessuno di questi oggetti è stato trovato a casa sua o nel suo studio.
La polizia pensa che sia possibile che si sia servito del kayak gonfiabile per viaggiare verso un luogo lontano e poi
abbia usato la pistola per uccidersi; ma c’è un agente di polizia, un uomo di nome Jamie Askill che ha un’idea diversa. Lui
crede che l’improvvisa e inaspettata scomparsa del dottor Ketterley sia da mettere in relazione in qualche modo con
l’improvvisa e inaspettata ricomparsa di Matthew Rose Sorensen. La teoria di Askill è che Ketterley abbia imprigionato
Rose Sorensen da qualche parte, nello stesso modo in cui Arne-Sayles, un tempo relatore e tutor di Ketterley, ha
imprigionato, anni prima, James Ritter. La motivazione, secondo Askill, era la stessa di Arne-Sayles: fabbricare prove
della Teoria degli Altri Mondi. Quando la polizia ha scoperto il legame fra lui e Rose Sorensen, Ketterley si è allarmato.
Di fronte alla denuncia dei suoi crimini, Ketterley ha lasciato andare Rose Sorensen e poi si è ucciso.
La teoria di Askill possiede l’indubbio vantaggio di spiegare la ricomparsa di Matthew Rose Sorensen nello stesso
momento – con uno o due giorni di scarto – in cui Ketterley è scomparso, cosa che altrimenti sarebbe una strana
coincidenza. Il punto in cui la teoria fallisce è che né Arne-Sayles né Ketterley hanno mai usato le sparizioni come
dimostrazione di qualcosa. In realtà, per molti anni Ketterley è stato molto chiaro nella sua denuncia di Arne-Sayles.
Imperterrito, Askill mi ha interrogato due volte. È un giovanotto dotato di un viso piacevole e amabile, una testa
piena di riccioli castani e un’espressione intelligente. Indossa un completo scuro e una camicia grigia e parla con
l’accento dello Yorkshire.
«Conosceva Valentine Ketterley?», chiede.
«Sì», dico. «Sono andato a trovarlo a metà novembre del 2012».
La risposta sembra piacergli. «Subito prima della sua scomparsa», sottolinea.
«Sì», dico.
«E dov’era?», chiede. «Mentre era scomparso?».
«Ero in una casa con tante stanze. C’era il mare che dilagava in tutta la casa. A volte mi travolgeva, ma venivo
sempre salvato».
Askill resta per un attimo in silenzio e aggrotta la fronte. «Questo non... lei non...», comincia. Riflette per un istante.
«Quello che voglio dire è che lei ha avuto dei problemi. Una specie di crollo nervoso. Almeno, così mi hanno detto. Sta
facendo delle cure, per questo?».
«La mia famiglia ha chiamato uno psicoterapeuta. Cosa alla quale non mi sono opposto. Ma ho rifiutato una terapia
farmacologica e, finora, nessuno ha insistito».
«Bene, spero che l’aiuti», dice lui, con gentilezza.
«Grazie».
«Quello che sto cercando di capire», dice, «è se il dottor Ketterley l’ha convinta ad andare in qualche posto. Se l’ha
tenuta da qualche parte contro la sua volontà. Se lei era libero di andare e venire».
«Sì. Ero libero. Andavo e venivo. Non rimanevo in un solo posto. Camminavo per centinaia, forse migliaia di
chilometri».
«Oh... Oh, okay. E il dottor Ketterley l’accompagnava nelle sue passeggiate?».
«No».
«C’era qualcuno con lei?».
«No, ero abbastanza solo».
«Oh. Oh, bene». Jamie Askill è leggermente deluso. In un certo senso lo sono anch’io: deluso di averlo deluso.
«Bene», dice. «Non voglio approfittare troppo del suo tempo. So che ha già parlato con il sergente Raphael».
«Sì».
«È formidabile, vero? Raphael?».
«Sì».
«Non mi sorprende che l’abbia trovata. Voglio dire, se qualcuno doveva trovarla, sarebbe stata sempre e comunque
lei». Silenzio. «Certo, può essere un po’... cioè, non è proprio...». Fruga nell’aria, con le dita che cercano di afferrare le
parole sfuggenti. «Voglio dire che non è per forza la persona più facile del mondo con la quale lavorare. E la gestione del
tempo? Una cosa che proprio non le appartiene. Ma, a dir la verità, stravediamo tutti per lei».
«È giusto stravedere per Raphael», gli dico. «È una persona straordinaria».
«Esattamente. Le hanno mai raccontato la storia di Pinny Wheeller?».
«No», dico. «Chi o cos’è Pinny Wheeller?».
«Un tizio che vive in una città delle Midlands, dove Raphael ha cominciato a lavorare. Era un tipo un po’ disturbato,
uno con dei problemi, il tipo di persona che finisce per avere spesso a che fare con noi».
«Questo non è bello».
«No, non lo è. Una volta è successo qualcosa che lo ha fatto esplodere e si è arrampicato fin dentro la torre della
cattedrale. È salito su una specie di ballatoio e ha cominciato a urlare insulti alle persone che erano nella cattedrale.
Aveva delle balle di giornali vecchi e sporchi, che portava sempre ovunque, e ha cominciato a dargli fuoco e a lanciarli
sulle persone».
«Ma è terribile».
«Lo so. Spaventoso, vero? Quando siamo – la polizia, intendo – arrivati lì, era sera. Tutto era buio e in penombra, con
dei fogli di carta in fiamme che fluttuavano e la gente che correva da tutte le parti con estintori e secchi di sabbia.
Raphael e un altro tizio hanno tentato di raggiungere Pinny Wheeller. Ma quando erano nella tromba delle scale – che
era uno spazio davvero angusto – Pinny gli ha buttato addosso un carico più grosso di carta in fiamme e qualche foglio si
è avvolto intorno al viso dell’altro tizio che è dovuto tornare indietro».
«Ma Raphael non è tornata indietro», ho detto con abbondante certezza.
«No, infatti. A livello tecnico, probabilmente avrebbe dovuto farlo, ma non lo ha fatto. Quando è arrivata sul ballatoio
aveva i capelli in fiamme. Ma, sa, lei è Raphael. Credo che non se ne fosse nemmeno accorta. Le persone, di sotto,
dovettero urlarle di spegnere il fuoco. Lei si è seduta insieme a Pinny Wheeller e lo ha fatto smettere di dare fuoco ai
giornali e lo ha convinto a scendere insieme a lei. Abbastanza coraggiosa, non crede?».
«Più di quanto lei pensi. Non le piace l’altezza».
«Ah no?».
«La fa sentire a disagio».
«Ma non l’ha fermata», dice.
«No».
«Grazie a Dio, con lei non ha dovuto fare niente di tutto questo. Cioè, non ha dovuto camminare nel fuoco, o roba del
genere. È soltanto andata verso il mare. Così mi hanno detto, comunque – che l’ha trovata vicino al mare».
«Sì. Ero vicino al mare».
«Un sacco di persone scomparse sbucano fuori nelle località di mare», commenta, pensoso. «È per il mare,
suppongo. Ha un effetto consolatorio».
«Su di me, sicuramente», dico.
Lui mi sorride tutto allegro. «Eccellente», dice.


Matthew Rose Sorensen è ricomparso
ANNOTAZIONE PER IL 27 NOVEMBRE 2018

La madre, il padre, le sorelle e gli amici di Matthew Rose Sorensen mi chiedono dove sono stato.
Dico loro quello che ho detto a Jamie Askill: che ero in una casa con tante stanze; che il mare dilagava nella casa; che
a volte mi travolgeva, ma che venivo sempre salvato.
La madre, il padre, le sorelle e gli amici di Matthew Rose Sorensen si dicono reciprocamente che questa è la
descrizione di un crollo mentale visto dall’interno. Una spiegazione che loro trovano ragionevole, persino rassicurante.
Hanno riavuto Matthew Rose Sorensen – o almeno così credono. Un uomo con il suo viso, la sua voce e i suoi gesti si
muove nel mondo, e per loro è abbastanza.
Non somiglio più a Piranesi. Nei miei capelli non ci sono più perline di corallo o lische di pesce. I capelli sono puliti,
tagliati e pettinati. Sono ben rasato. Indosso gli abiti che mi sono stati portati, presi dal deposito in cui li avevano messi
le sorelle di Matthew Rose Sorensen. Rose Sorensen aveva tantissimi vestiti, tutti meticolosamente curati. Aveva più di
una dozzina di completi (cosa che trovo sorprendente, considerando che il suo reddito non era alto). Questo amore per
gli abiti era una cosa che condivideva con Piranesi. Piranesi, nei suoi diari, scriveva spesso degli abiti del dottor
Ketterley e si rammaricava del contrasto con i suoi indumenti stracciati. Suppongo che questo sia un aspetto che mi
differenzia da entrambi – da Matthew Rose Sorensen e Piranesi: trovo che io non mi curi granché dei vestiti.
Dal deposito mi sono state portate molte altre cose, quella più importante sono i diari mancanti di Matthew Rose
Sorensen. Coprono un periodo che va da giugno del 2000 (quando era ancora uno studente) fino a dicembre del 2011.
Quanto al resto dei suoi averi, ho intenzione di sbarazzarmi di quasi tutto. Piranesi non riesce a sopportare di avere così
tanti oggetti di proprietà. Questo non mi serve!, è il suo ritornello costante.
Piranesi è sempre con me, ma di Rose Sorensen ho soltanto barlumi e ombre. Ricostruisco la sua figura grazie agli
oggetti che ha lasciato, da quello che gli altri dicono di lui e, ovviamente, dai suoi diari. Senza i diari sarei ancora
disorientato.
Ricordo come funziona questo mondo – più o meno. Ricordo che cos’è Manchester e cosa sono i poliziotti e come si
usa uno smartphone. So pagare le cose con il denaro, sebbene trovi il procedimento ancora strano e artificiale. Piranesi
prova un forte disprezzo per il denaro. Piranesi vorrebbe dire: Ma io ho bisogno della cosa che hai, allora perché non me
la dai e basta? E poi quando io avrò qualcosa che ti serve, te la darò e basta. Sarebbe un sistema molto più semplice e
decisamente migliore!
Ma io, che non sono Piranesi – o, almeno, non soltanto lui –, mi rendo conto che probabilmente non funzionerebbe
troppo bene.
Ho deciso di scrivere un libro su Laurence Arne-Sayles. Era una cosa che voleva fare Matthew Rose Sorensen e una
cosa che voglio fare io. Dopotutto, chi meglio di me conosce il lavoro di Arne-Sayles?
Raphael mi ha fatto vedere quello che le ha insegnato Laurence Arne-Sayles: come trovare il sentiero per il labirinto
e come ritrovare quello per l’uscita. Posso andare e venire a mio piacimento. La settimana scorsa ho preso un treno per
Manchester. Ho preso un autobus per Miles Platting. Ho camminato in uno squallido paesaggio autunnale fino a un
appartamento in un edificio a forma di torre. La porta è stata aperta da un uomo magro e dall’aspetto devastato che
puzzava di sigarette.
«James Ritter?», ho chiesto.
Lui ha risposto di sì.
«Sono venuto a riportarti indietro», ho detto.
L’ho guidato lungo il corridoio in penombra e quando intorno a noi sono spuntati i nobili minotauri del primo
vestibolo, lui ha iniziato a piangere, non di paura, ma di felicità. È andato immediatamente a sedersi sotto la grande volta
della scalinata di marmo, il luogo dove dormiva abitualmente. Ha chiuso gli occhi e ha ascoltato il suono delle maree.
Quando è arrivata l’ora di andare, mi ha implorato di lasciarlo rimanere, ma ho rifiutato.
«Non sai come nutrirti», gli ho detto. «Non hai mai imparato. Moriresti, qui, a meno che non fossi io a nutrirti – e non
posso prendermi questa responsabilità. Ma ti riporterò qui ogni volta che vorrai. E se mai dovessi decidere di tornare qui
per sempre, ti prometto che ti porterò con me».


Il corpo di Valentine Ketterley, mago e scienziato
ANNOTAZIONE PER IL 28 NOVEMBRE 2018

Il corpo di Valentine Ketterley, mago e scienziato, è lavato dalle maree. L’ho messo in uno dei saloni inferiori al quale
si accede dall’ottavo vestibolo e l’ho legato alla statua di un uomo semisdraiato. Gli occhi della statua sono chiusi; forse
sta dormendo; grosse serpi e serpenti si intrecciano pesantemente con le sue membra.
Il corpo è contenuto in un sacco a rete di plastica. La maglia della rete è abbastanza larga perché i pesci possano
introdurvi la bocca e gli uccelli il becco; è abbastanza stretta perché nessun ossicino vada smarrito.
Ho calcolato che fra sei mesi le ossa saranno bianche e pulite. Le raccoglierò e le porterò nella nicchia vuota nel
terzo salone nord-occidentale. Collocherò Valentine Ketterley accanto all’uomo scatola-di-biscotti. Al centro metterò le
ossa lunghe legate insieme con dei tralci. A destra metterò il teschio. A sinistra, una scatola contenente tutte le ossa
piccole.
Il dottor Valentine Ketterley riposerà insieme ai suoi colleghi: con Stanley Ovenden, Maurizio Giussani e Sylvia
D’Agostino.


Di nuovo statue
ANNOTAZIONE PER IL 29 NOVEMBRE 2018

Piranesi viveva fra le statue: presenze silenziose che gli offrivano conforto e ispirazione.
Pensavo che in questo nuovo (vecchio) mondo, le statue sarebbero state irrilevanti. Non credevo che avrebbero
continuato ad aiutarmi. Ma mi sbagliavo. Quando sono di fronte a una persona o una situazione che non capisco, il mio
primo istinto è ancora cercare una statua che possa illuminarmi.
Penso al dottor Ketterley e nella mia mente affiora un’immagine. È il ricordo di una statua che si trova nel
diciannovesimo salone nord-occidentale. È la statua di un uomo in ginocchio sul suo plinto; al suo fianco giace una spada
con la lama spezzata in cinque parti. Tutto intorno erano sparsi altri frammenti, i resti di una sfera. L’uomo aveva usato
la spada per mandare in pezzi la sfera, perché voleva capirla, ma adesso scopre che ha distrutto sia la sfera, sia la spada.
Questo lo lascia perplesso ma, allo stesso tempo, una parte di lui rifiuta di accettare che la sfera sia rotta e inutile. Ha
raccolto alcuni frammenti e li fissa intensamente, sperando che, alla fine, gli portino una nuova conoscenza.
Penso a Laurence Arne-Sayles e nella mia mente affiora un’immagine. È il ricordo di una statua che si trova in un
vestibolo superiore, di fronte alla sommità di una scalinata (quella che si innalza fuori dal trentaduesimo vestibolo).
Questa statua rappresenta un papa eretico seduto su un trono. È grasso e gonfio. È seduto ciondolante sul suo trono, una
massa informe. Il trono è magnifico, ma la grossa mole della figura minaccia di spaccarlo. Lui sa di essere repellente, ma
si vede dalla sua espressione che l’idea gli piace. È deliziato dal pensiero di essere, in un certo senso, sconvolgente. Nel
suo viso si mescolano risata e trionfo. Guardatemi, sembra dire. Guardatemi!
Penso a Raphael e nella mia mente affiora un’immagine... no, due immagini.
Nella mente di Piranesi Raphael è rappresentata da una statua che si trova nel quarantaquattresimo salone
occidentale. Mostra una regina in un cocchio, protettrice del suo popolo. È tutta bontà, dolcezza, tutta saggezza, tutta
istinto materno. Questa è la visione di Raphael che appartiene a Piranesi, perché lei lo ha salvato.
Ma io ho scelto una statua diversa. Nella mia mente Raphael è rappresentata meglio da una statua che si trova in
un’anticamera compresa fra il quarantacinquesimo e il sessantaduesimo salone settentrionale. Questa statua mostra una
figura intenta a camminare, mentre tiene in mano una lanterna. È difficile determinare con certezza il sesso di questa
figura: ha un aspetto androgino. Dal modo in cui lei (o lui) tiene sollevata la lanterna e scruta qualsiasi cosa abbia di
fronte, si ha la sensazione che sia circondata da un’immensa oscurità. Ma più di tutto ho la sensazione che sia sola, forse
per scelta, o forse perché nessuno è stato abbastanza coraggioso da seguirla nel buio.
Di tutti i miliardi di persone di questo mondo, Raphael è quella che conosco meglio e che amo di più. Adesso capisco
molto meglio – meglio di quanto sia mai riuscito a fare Piranesi – la cosa magnifica che ha fatto nel venire a cercarmi, la
grandezza del suo coraggio.
So che spesso torna nel labirinto. A volte ci andiamo insieme, a volte va da sola. Il silenzio e la solitudine la
attraggono moltissimo. In essi spera di trovare ciò di cui ha bisogno.
Questo mi preoccupa.
«Non scomparire», le dico, con severità. «Non scomparire».
Lei fa un faccino triste, divertito. «Non lo farò», dice.
«Non possiamo continuare a salvarci a vicenda», dico. «È ridicolo».
Lei sorride. È un sorriso che ha in sé un velo di tristezza.
Ma porta ancora quel profumo – la prima cosa di lei che ho conosciuto – e ancora mi fa pensare alla Felicità e alla
Luce del Sole.


Nella mia mente ci sono tutte le maree
ANNOTAZIONE PER IL 30 NOVEMBRE 2018

Nella mia mente ci sono tutte le maree, le loro stagioni, il loro flusso e riflusso. Nella mia mente ci sono tutti i saloni,
le loro infinite processioni, i loro intricati sentieri. Quando questo mondo per me diventa troppo, quando sono stufo del
rumore, della sporcizia e delle persone, chiudo gli occhi e nomino fra me e me un particolare vestibolo, poi un salone.
Immagino di percorrere il sentiero che va dal vestibolo al salone. Noto con precisione le porte che devo oltrepassare, le
svolte a destra e a sinistra che devo prendere, le statue sulle pareti che devo superare.
La notte scorsa ho sognato che ero nel quinto salone settentrionale, di fronte alla statua del gorilla. Il gorilla
scendeva dal suo plinto e veniva verso di me con la sua lenta camminata sulle nocche. Alla luce della luna era grigio-
bianco; ho gettato le braccia intorno al suo collo possente e gli ho detto quanto ero felice di essere a casa.
Quando mi sono svegliato ho pensato: Non sono a casa. Sono qui.


Ha cominciato a nevicare
ANNOTAZIONE PER IL 1° DICEMBRE 2018

Questo pomeriggio passeggiavo per la città, diretto a un caffè dove avrei incontrato Raphael. Erano le due e mezzo di
una giornata che non era mai stata davvero luminosa.
Ha cominciato a nevicare, le nuvole basse hanno formato un soffitto grigio sopra la città. La neve ha soffocato il
rumore delle automobili finché non è diventata quasi ritmica; un rumore costante, che metteva a tacere gli altri, come il
suono di onde che battono all’infinito su pareti di marmo.
Ho chiuso gli occhi. Mi sentivo calmo.
C’era un parco. Sono entrato e ho seguito un sentiero attraverso un viale di alti alberi antichi, con ampi e scuri spazi
erbosi ai due lati. La neve pallida cadeva, passata al setaccio dei nudi rami invernali. Le luci delle auto sulla strada
lontana luccicavano attraverso gli alberi: rosso, giallo, bianco. C’era molto silenzio. Sebbene non fosse ancora il
crepuscolo, i lampioni spandevano una luce tenue.
Le persone camminavano su e giù nel viale. Un uomo anziano mi è passato accanto. Sembrava triste e stanco. Aveva
dei capillari rotti sulle guance e una barba bianca e ispida. Quando ha strizzato gli occhi per proteggersi dalla neve, mi
sono reso conto che lo conoscevo. È ritratto sulla parete settentrionale del quarantottesimo salone occidentale. È
raffigurato come un re che tiene in una mano il modellino di una città cinta da mura, mentre solleva l’altra per impartire
una benedizione. Avrei voluto afferrarlo e dirgli: «In un altro mondo tu sei un re, nobile e buono! Io l’ho visto!». Ma ho
esitato per un istante di troppo e lui è scomparso tra la folla.
Una donna con due bambini mi è passata accanto. Uno dei bambini aveva in mano un flauto di legno. Conoscevo
anche loro. Sono ritratti nel ventisettesimo salone meridionale: una statua di due bambini che ridono, uno di loro ha in
mano un flauto.
Sono uscito dal parco. Intorno a me sono riemerse le strade della città. C’era un albergo con un giardino arredato
con sedie e tavoli di metallo dove, con un tempo più clemente, le persone possono sedersi. Oggi erano desolati e cosparsi
di neve. Un reticolo di fili andava da una parte all’altra del giardino. Ai fili erano appese delle lanterne di carta, sfere di
un brillante color arancio che oscillavano e si sollevavano nella neve, al tenue soffio del vento. Le nuvole grigio-mare
correvano nel cielo e, stagliate contro di esse, le lanterne arancioni rabbrividivano.
La Bellezza della Casa è incommensurabile; la sua Gentilezza, infinita.
Collana «Lainya»







1. Stephenie Meyer, Life and Death, traduzione di Lucia Olivieri, Teresa Albanese e Sabina Terziani. (2a ed.)
2. Sophie Jomain, Vertigine, traduzione di Paola Checcoli.
3. Laini Taylor, La chimera di Praga, traduzione di Donatella Rizzati. (4a ed.)
4. Laini Taylor, La città di sabbia, traduzione di Donatella Rizzati. (3a ed.)
5. Sophie Jomain, Rivalità, traduzione di Paola Checcoli.
6. Kelley Armstrong, Bitten, traduzione di Marco Astolfi.
7. Laini Taylor, Sogni di mostri e divinità, traduzione di Donatella Rizzati. (2a ed.)
8. Sarah Bianca, Feline.
9. Stephenie Meyer, New Moon, traduzione di Luca Fusari. (5a ed.)
10. Stephenie Meyer, Eclipse, traduzione di Luca Fusari con la collaborazione di Federica D’Alessio e Chiara
Marmugi. (6a ed.)
11. Stephenie Meyer, Breaking Dawn, traduzione di Luca Fusari con la collaborazione di Simona Adami, Federica
D’Alessio, Chiara Manfrinato e Anna Mioni. (5a ed.)
12. Sophie Jomain, Rinascita, tra​duzione di Paola Checcoli.
13. Sophie Jomain, Origini. Parte prima, traduzione di Paola Checcoli.
14. Chiara Panzuti, Absence. Il gioco dei quattro.
15. Chiara Panzuti, Absence. L’altro volto del cielo.
16. Laini Taylor, Il Sognatore, traduzione di Donatella Rizzati. (6a ed.)
17. Stephenie Meyer, Twilight, traduzione di Luca Fusari. (5a ed.)
18. Stephenie Meyer, Life and Death, traduzione di Lucia Olivieri, Teresa Albanese e Sabina Terziani. (3a ed.)
19. Laini Taylor, La Musa degli Incubi, traduzione di Donatella Rizzati. (2a ed.)
20. Chiara Panzuti, Absence. La memoria che resta.
21. Sophie Jomain, Origini parte seconda, traduzione di Paola Checcoli e Donatella Rizzati.
22. Claire McFall, Ferryman, traduzione di Donatella Rizzati.
23. Erin Morgenstern, Il Mare Senza Stelle, traduzione di Donatella Rizzati. (3a ed.)
24. Stephenie Meyer, Midnight Sun, traduzione di Donatella Rizzati, Michele Zurlo, Valentina Niccoli e Alessandro
Ciappa. (3a ed.)
25. Naomi Mitchison, Il viaggio di Halla, traduzione di Donatella Rizzati.