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La testa ben fatta - Edgar Morin (Riassunto)

Pedagogia generale   (Università degli Studi di Verona)

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LA TESTA BEN FATTA (Edgar Morin)


Morin scrisse questo libro poiché secondo lui c’era bisogno di una riforma di pensiero, quindi una riforma
dell’insegnamento. Questi due termini, educazione e insegnamento coincidono ma allo stesso tempo si differenziano.
Educazione è una parola forte: “Messa in opera dei mezzi atti ad assicurare la formazione e lo sviluppo di un essere
umano; questi mezzi stessi” (Le Robert)
Formazione: Con le sue connotazioni di lavorazione e di conformazione (adesione a un modo di pensare), ha il difetto
di ignorare che la missione della didattica è di incoraggiare l’autodidattica, favorendo l’autonomia dello spirito.
Insegnamento: arte o azione di trasmettere conoscenze a un allievo in modo che egli le comprenda e le assimili, ha un
senso più restrittivo perché solamente cognitivo. La missione di questo insegnamento è di trasmettere non del sapere
puro, ma una cultura che permetta di comprendere la nostra condizione e di aiutarci a vivere.

Morin concentra il suo discorso sulla complessità; dice che è necessario smettere di ridurre e semplificare i concetti da
imparare, soprattutto in un mondo così globalizzato perché per risolvere i problemi (di qualsiasi tipo, in qualsiasi
ambito) è necessario avere una visione più ampia e che comprenda argomenti di campo scientifico, letterario e
umanistico. Infatti, la cultura si è spezzata in due blocchi: la grande disgiunzione tra cultura umanistica e quella
scientifica. La cultura umanistica è una cultura generica, che attraverso filosofia, il saggio, il romanzo alimenta
l’intelligenza generale, affronta i fondamentali interrogativi umani; stimola la riflessione su sapere e favorisce
l’integrazione personale delle conoscenze. Mentre la cultura scientifica di tutt’altra natura, separa i campi della
conoscenza, suscita straordinarie teorie e scoperte ma non una riflessione sul destino umano e sul divenire della
scienza stessa. Il mondo scientifico favorisce il general problem solving cioè l’intelligenza generale che la mente umana
applica ai casi particolari.
Il problema dell’educazione di oggi è che si rendono a separare le materie e appunto non si dà l’idea che tutto quanto
sia collegato. Il professore di filosofia, invece, dovrebbe estendere il suo potere riflessivo e interrogativo verso la
letteratura, la poesia ma anche verso la scienza.
La testa è ben fatta quando c’è un’attitudine generale che permette lo sviluppo di competenze particolari general
problem setting and solving -> la mente umana è questo (stimolo della curiosità, del dubbio e capacità di
organizzazione) e quando c’è un’organizzazione delle conoscenze. Il calcolo è uno strumento del ragionamento
matematico, il quale si esercita proprio sul problem setting and solving. L’educazione
deve favorire l’attitudine generale della mente a porre e a risolvere i problemi e al tempo stesso deve stimolare il
pieno impiego dell’intelligenza. Questo pieno impiego richiede il libero esercizio della curiosità. Lo sviluppo
dell’intelligenza generale richiede il legare il suo esercizio al dubbio, che, permette di ripensare al pensato e comporta
il dubbio dello stesso dubbio. Qui si fa appello all’ars cogitandi (richiede il buon uso della logica, deduzione e
induzione) l’arte dell’argomentazione e della discussione.

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LE SFIDE (capitolo.1)
C’è una inadeguatezza sempre più grave tra i nostri saperi disgiunti, frazionati, suddivisi in discipline da una parte, e
realtà o problemi sempre più poli disciplinari, trasversali, multidisimensiole, transnazionali, globali, planetari dall’altra.
Di fatto, l’iperspecializzazione impedisce di vedere il globale (che frammenta in particelle) così come l’essenziale (che
dissolve).
La separazione delle discipline rende incapaci di cogliere il complesso (=“ciò che è tessuto insieme”).
La sfida della globalità è quindi una sfida di complessità: in effetti, c’è complessità quando sono inseparabili le
differenti componenti che costituiscono un tutto.
L’intelligenza che sa solo separare spezza il complesso del mondo in frammenti disgiunti, fraziona i problemi,
unidimensionalizzata il multidimensionale eliminando le possibilità di un giudizio correttivo o una visione a lungo
termine.
Più i problemi diventano multidimensionali, più si è incapaci di pensare la loro multidimensionalità.
Un’intelligenza incapace di considerare il contesto e il complesso planetario rende ciechi, incoscienti e irresponsabili.

Anche il nostro sistema d’insegnamento segue questo approccio: dalle elementari, ci insegnano a isolare gli oggetti dal
loro ambiente, a separare le discipline, a disgiungere i problemi, a ridurre il complesso al semplice (ovvero a evitare
ciò che apporta disordini o contraddizioni nel nostro intelletto). In queste condizioni i giovani perdono le loro attitudini
naturali a contestualizzare i saperi e a integrarli nei loro sistemi.
La conoscenza pertinente è quella capace di collocare ogni informazione nel proprio contesto. La conoscenza
progredisce con la capacità di contestualizzare e di globalizzare.
Il grande problema dell’insegnamento è quindi quello della compartimentazione dei saperi e dell’incapacità di
articolare gli uni con gli altri.

Inoltre, dietro alla sfida del globale si nasconde anche la sfida dell’espansione incontrollata del sapere. Sempre di più,
la gigantesca proliferazione di conoscenza sfugge al controllo umano. Non riusciamo a integrare le nostre conoscenze
per indirizzare le nostre vite.

LA SFIDA CULTURALE: la cultura non è solo frammentata in parti staccate ma anche spezzata in due blocchi:
- Cultura umanistica → cultura generica, alimenta l’intelligenza generale, affronta i grandi interrogativi umani,
stimola la riflessione sul sapere (ed è considerata dal mondo scientifico come un ornamento o lusso estetico)
Cultura scientifica → separa i campi della conoscenza, suscita scoperte e teorie ma non una riflessione sul
destino umano (ed è considerata dal mondo umanistico come un aggregato di saperi astratti o minacciosi).

LA SFIDA SOCIOLOGICA: il campo investito dalle tre sfide si estende molto con lo sviluppo degli aspetti cognitivi delle
attività economiche, tecniche, sociali, politiche. Oggi sempre più l’informazione è una materia prima che la
conoscenza deve padroneggiare e integrare; la conoscenza deve essere costantemente rivisitata e riveduta dal
pensiero; il pensiero è oggi più che mai il capitale più prezioso per individuo e società.

LA SFIDA CIVICA: il sapere è divenuto sempre più quantitativo, formalizzato e accessibile ai soli esperti. La conoscenza
tecnica è riservata agli esperti e così il cittadino perde il diritto alla conoscenza.

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LA SFIDA DELLE SFIDE: un problema cruciale del nostro tempo è quello della necessità di raccogliere tutte le sfide
interdipendenti che abbiamo considerato.
È la riforma di pensiero che consentirebbe il pieno impiego dell’intelligenza per rispondere a queste sfide e che
permetterebbero il legame delle due culture disgiunte. Si tratta di una riforma non programmatica ma paradigmatica,
che concerne la nostra attitudine a organizzare la conoscenza.
La riforma dell’insegnamento deve condurre alla riforma di pensiero e la riforma di pensiero deve condurre a quella
dell’insegnamento.

LA TESTA BEN FATTA (capitolo 2)


Montaigne: “è meglio una testa ben fatta che una testa ben piena”.
Una testa ben piena → nella quale il sapere è accumulato, ammucchiato e senza alcun principio di selezione e
organizzazione sensato
Una testa ben fatta → non accumula il sapere, ma dispone di:
- Un’attitudine generale a trattare i problemi,
- Principi organizzatori che permettono di collegare e dar senso ai saperi.

L’attitudine generale
Lo sviluppo delle attitudini generali della mente permette ancor meglio lo sviluppo di competenze particolari o
specializzate. Più potente è l’intelligenza generale, più grande è la sua facoltà di trattare problemi speciali.
L’educazione deve favorire l’attitudine generale della mente a porre e a risolvere i problemi e correlativamente deve
stimolare il pieno impiego dell’intelligenza generale. Questo impiego deriva dal libero esercizio della curiosità (che
bisogna stimolare e incoraggiare).
Per il buon uso dell’intelligenza generale è necessario in tutti i domini della cultura umanistica e della cultura
scientifica, e naturalmente nella vita.

L’organizzazione delle conoscenze


Una testa ben fatta è una testa atta a organizzare le conoscenze così da evitare la loro sterile accumulazione.
L’organizzazione delle conoscenze è un processo circolare che comporta nello stesso tempo separazione e
interconnessione, analisi e sintesi.
Però la nostra civiltà e quindi il nostro insegnamento, hanno privilegiato, la separazione e l’analisi. Interconnessione e
sintesi rimangono sottosviluppate. Quindi rimane arretrato il metodo di connessione tra le varie conoscenze.

Un nuovo spirito scientifico


La seconda rivoluzione scientifica del XX secolo, può contribuire oggi, a formare una testa ben fatta. Questa
rivoluzione, iniziata negli anni ‘60, opera grandi ricomposizioni che portano a interconnettere, contestualizzare e
globalizzare saperi fino ad allora frammentati, e permettono di articolare le discipline le une alle altre.
Lo sviluppo precedente delle discipline scientifiche, avendo frammentato sempre più il campo del sapere, aveva
spezzato le entità naturali sulle quali hanno sempre poggiato le grandi interrogazioni umane: il cosmo, la natura, la
vita, l’essere umano.

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Mentre le nuove scienze (ecologia, scienze della Terra, cosmologia) hanno per oggetto non un settore o una parte, ma
un sistema (insiemi di parti differenti che costituiscono un tutto organizzato) complesso che costituisce un tutto
organizzatore.
Allo stesso tempo, queste scienze, fanno risorgere le entità naturali: Universo (cosmologia), Terra (scienze della Terra),
natura (ecologia), umanità. Tutte queste scienze infrangono il vecchio dogma riduzionista di spiegazione attraverso
l’elementare.

Ecologia: L’Ecologo, che ha come oggetto di studio un eco-sistema (=l’insieme delle interazioni tra popolazioni viventi
in seno a un’unità geofisica determinabile costituisce un’unità complessa di carattere orgaizzatore), fa appello a
molteplici discipline fisiche, a discipline biologiche alle scienze umane.

Scienze della terra: Negli anni Sessanta, in seguito allo scoperto della tettonica a placche, le scienze della Terra
considerano il nostro pianeta come un sistema complesso che si auto-produce e si auto- organizza. Esse articolano tra
loro discipline separate come la geologia, la meteorologia, la vulcanologia, la sismologia.

Cosmologia: Attraverso il pensiero di alcuni cosmologi, discipline diverse (astronomia, fisica, microfisica, matematica),
oltra ad una riflessione quasi filosofica, sono utilizzate in maniera riflessiva per accedere il più possibile a ciò che è
intellegibile del nostro Universo.

Quindi, riassumendo, la cosmologia, scienze della Terra, ecologia, ma anche preistoria e nuova storia permettono di
articolare le discipline fino ad all’ora disgiunte, e, permettono di rispondere all’imperativo di Pascal. Quest’ultimo,
infatti, aveva formulato l’imperativo dell’interconnessione, secondo il quale, si tratta oggi d’introdurre in tutto il
nostro insegnamento, partendo dalle scuole elementari. Pascal infatti afferma “ritengo che le sia impossibile
conoscere le parti senza conoscere il tutto, così come è impossibile conoscere il tutto senza conoscere le parti”. E
significa che per pensare localmente bisogna pensare globalmente e viceversa.
Un’educazione per una testa ben fatta, mettendo fine alla separazione fra le due culture, consentirebbe di rispondere
alle sfide della globalità e della complessità nella vita quotidiana, sociale, politica, nazionale e mondiale.

LA CONDIZIONE UMANA (capitolo 3)


L’apporto della cultura scientifica.
Lo studio della condizione umana dipende anche dalle scienze naturali: cosmologia, le scienze della Terra e l’ecologia.
Esse infatti, ci permettono di inserire e situare la condizione umana nel cosmo, nella Terra, nella vita.
Infatti, il problema è che portiamo all’interno di noi stessi, il mondo fisico, il mondo vivente, il mondo chimico e nello
stesso tempo ne siamo separati dal nostro pensiero, dalla nostra coscienza, dalla nostra cultura. Ma conoscere
l’umano non significa separarlo dall’Universo, ma situarvelo. Ogni conoscenza deve contestualizzare il proprio oggetto
per essere pertinente.
La domanda “chi siamo?” è inseparabile dalla domanda “Dove siamo? Da dove veniamo? Dove andiamo?”.
L’essere umano è contemporaneamente fuori e dentro la natura. Siamo figli del cosmo, ma a causa della nostra stessa
umanità, della nostra cultura, della nostra mente, della nostra coscienza, siamo divenuti stranieri a questo cosmo dal

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quale siamo nati e che, nello stesso tempo, resta per noi segretamente intimo. Il nostro pensiero e la nostra
conoscenza ci fanno conoscere questo mondo fisico e contemporaneamente ce ne allontanano.
La Terra non è la somma di un pianeta fisico, di una biologia e di un’umanità; è una totalità complessa fisica- biologica-
antropologica, nella quale la vita è un’emergenza della storia della vita terrestre.
La relazione dell’uomo con la natura non può, dunque, essere concepita in maniera riduzionistica né in maniera
disgiunta. L’umanità è un’entità planetaria e biosferica.
L’essere umano, nello stesso tempo naturale e sovra-naturale, ha la sua origine nella natura vivente e fisica, ma ne
emerge e se ne distingue attraverso la cultura, il pensiero e la coscienza (quindi uomo e natura tendono a separarsi
ma invece devono essere un concetto univoco, devono legarsi).
L’iniziazione alle nuove scienze divine così, nello stesso tempo, iniziazione, attraverso di esse, alla nostra condizione
umana.
Con il tempo ormai il concetto di uomo ha doppia entrata: un’entrata bio-fisica, un’entrata psico- socio- culturale ed
entrambe si richiamano a vicenda. Infatti, le nostre più elementari attività biologiche (mangiare, bere, defecare) sono
strettamente legate a norme, divieti, valori, simboli, miti, riti cioè ciò che è specificamente culturale; le nostre attività
più culturali (parlare, cantare, danzare, amare, meditare) mettono in moto i nostri corpi e i nostri organi, tra cui il
cervello.

L’apporto delle scienze umane.


Paradossalmente, sono le scienze umane che oggi apportano il contributo più debole allo studio della condizione
umana, in quanto sono disgiunte, frazionate e compartimentate.
Lévi-Strauss ritiene che lo scopo delle scienze umane sia quello non di rivelare l’uomo ma di dissolverlo nelle strutture.
Si dovrebbe delineare una scienza antropo-sociale ricomposta, che consideri l’umanità nella sua unità antropologica e
nelle sue diversità individuali e culturali.
In attesa di questa auspicabile ricomposizione delle scienze umane, sarebbe importante che l’insegnamento di
ciascuna di esse sviluppasse la sua parte di delucidazione della condizione umana.

L’apporto della cultura umanistica.


L’apporto della cultura umanistica allo studio della condizione umana resta capitale.
Innanzitutto, lo studio del linguaggio; questo nella sua forma più compiuta, che è la forma letteraria e poetica, ci
introduce direttamente al carattere più originale della condizione umana. Poiché come afferma Bonnefoy “sono le
parole, con il loro potere di anticipazione, che ci distinguono dalla condizione animale”. L’importanza del linguaggio è
nei suoi poteri e non nelle sue leggi di funzionamento.
Saggi, romanzi, cinema ci offrono ciò che è invisibile alle scienze umane, spingendoci, inoltre, ci offrono una auto
riflessione sulla condizione umana.
Il romanzo e il cinema ci fanno vedere la relazione dell’essere umano con gli altri, con la società, con il mondo. La
poesia ci introduca alla dimensione poetica dell’esistenza umana; ci fa comunicare, attraverso il potere del linguaggio,
con il mistero che è al di là del dicibile.
Riassumendo, si tratta di rivelare che in ogni grande opera della letteratura, del cinema, della musica, della poesia,
della musica, della pittura, della scultura, c’è un pensiero profondo sulla condizione umana.
L’insegnamento esso può efficacemente tentare di far convergere le scienze naturali, le scienze umane, la cultura
umanistica e la filosofia nello studio della condizione umana.

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APPRENDERE A VIVERE (capitolo 4)


Durkheim: l’oggetto dell’educazione non è dare all’allievo una quantità sempre maggiore di conoscenze, ma è
costruire in lui uno stato interiore profondo, una sorta di polarità dell’anima che l’orienti in un senso definitivo, non
solamente durante l’infanzia, ma per tutta la vita.
Eliot affermava: “Qual è la conoscenza che noi perdiamo nell’informazione e qual è la sapienza che perdiamo nella
conoscenza?”. Si tratta, nell’educazione, di trasformare le informazioni in conoscenza, di trasformare la conoscenza in
sapienza.

La scuola di vita e la comprensione umana.


La cultura fornisce le conoscenze, i valori, i simboli che orientano e guidano le vite umane. La cultura umanistica deve
essere una preparazione alla vita per tutti.
Letteratura, poesia e cinema devono essere considerate come scuole di vita in molteplici sensi:

• Scuole della lingua → che rivela tutta la sua qualità attraverso le opere di scrittori e poeti e, permette
all’adolescente di esprimersi pienamente nella sua relazione con gli altri.
• Scuole → che fanno riferimento alla qualità poetica della vita, e quindi all’emozione estetica e allo stupore.
• Scuole della scoperta di sé → in cui l’adolescente può riconoscere la sua vita soggettiva attraverso quella dei
personaggi di romanzi o di film. Dove si possono scoprire aspirazioni, problemi, verità ignorate e nascoste.
• Scuole della complessità umana → poiché la conoscenza della complessità umana fa parte della conoscenza
della condizione umana e poiché nello stesso tempo questa conoscenza ci inizia a vivere con esseri e
situazioni complesse.
• Scuole della comprensione umana → la magia del libro e o del film ci fa comprendere ciò che nella vita
quotidiana non comprendiamo. Nella vita quotidiana percepiamo gli altri solo in modo esteriore, mentre
invece sullo schermo o attraverso le pagine di un libro essi ci appaiono in tutte le loro dimensioni, soggettive e
oggettive.
Attraverso questi mezzi possiamo imparare le lezioni fondamentali della vita, la compassione delle sofferenze
e la comprensione autentica.
Letteratura, poesia, filosofia, psicologia e cinema dovrebbero diventare tutte scuole di comprensione umana.
L’etica della comprensione umana costituisce senza dubbio un’esigenza chiave dei nostri tempi di
incomprensione generalizzata. Spiegare non basta a comprendere. Spiegare è utilizzare tutti i mezzi obiettivi
di conoscenza, ma che sono insufficienti per comprendere l’essere soggettivo. C’è comprensione umana
quando sentiamo e concepiamo gli umani come soggetti, essa ci rende aperti alle loro sofferenze e alle loro
gioie. È a partire dalla comprensione che si può lottare contro l’odio e l’esclusione.

Per affrontare la comprensione umana si dovrebbe ricorrere non a insegnamenti separati, bensì ad una pedagogia
congiunta che raggruppi filosofi, psicologi, sociologi, storici, scrittori e ciò si coniugherebbe con un’iniziazione alla
lucidità.

L’iniziazione alla lucidità


Si deve insegnare, fin dalla scuola elementare, che ogni percezione è una traduzione ricostruttiva, operata dal cervello
a partire dai terminali sensoriali, e che nessuna conoscenza può fare a meno dell’interpretazione.

L’introduzione alla noosfera


Noosfera → scienze dell’immaginario. Praticamente sarebbe “il mondo fantastico che ci creiamo con la mente”.
Non siamo solo possessori di idee, ma da esse siamo anche posseduti, capaci di morire o di uccidere per un’idea.

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Quindi si dovrebbe insegnare agli adolescenti a muoversi nella noosfera (mondo vivente, virtuale e immateriale,
costituito da informazioni, rappresentazioni, concetti, idee, miti, che dispongono di autonomia anche se dipendono
dalle nostre menti e dalla nostra cultura). Le idee non sono solamente mezzi di comunicazione con il reale, esse
possono divenire dei mezzi di occultamento.

La filosofia della vita


L’apprendistato alla vita dovrebbe produrre la coscienza che la “vera vita” non risiede soltanto nelle necessità
utilitaristiche, ma nel proprio sbocciare nella qualità poetica dell’esistenza. L’apprendistato dovrebbe rendere
consapevoli che vivere richiede a ciascuno lucidità e comprensione, e più ampiamente la mobilitazione di tutte le
attitudini umane.
La filosofia ritroverebbe la sua grande missione contribuendo la coscienza della condizione umana e all’apprendistato
alla vita. Essa non è una disciplina, è una forza di interrogazione e di riflessione che verte non solo sulle conoscenze e
sulla condizione della vita umana, ma anche sui grandi problemi della vita. Così il filosofo dovrebbe sempre stimolare
l’attitudine critica e autocritici e incoraggiare alla comprensione umana.

AFFRONTARE L’INCERTEZZA (capitolo 5)


Il contributo più importante del sapere del XX secolo è stata la conoscenza dei limiti della conoscenza. Le incertezze
non possono essere eliminate, ne dalle azioni ne dalla conoscenza.
Conviene far convergere più insegnamenti, più scienze e più discipline, per imparare ad affrontare l’incertezza.

L’incertezza umana
Alcune scienze si sono aperte all’incertezza: non riusciamo a spiegare il perché e il come dell’origine della vita. La vita
resta un mistero, sul quale non si smette di elaborare possibili scenari.

La condizione umana è segnata da due grandi incertezze:


- Incertezza cognitiva → Ci sono tre tipi di incertezza della coscienza:
o Celebrale: la conoscenza non è mai un riflesso del reale, ma sempre traduzione e ricostruzione
(comporta rischi d’errore);
o Fisico: la conoscenza dei fatti è sempre debitrice all’interpretazione
o Epistemologico: deriva dalla crisi dei fondamenti di certezza nella filosofia e poi nella scienza
Conoscere e pensare non è arrivare a una verità assolutamente certa, significa invece dialogare con
l’incertezza.

- Incertezza storica → è legata al carattere intrinsecamente caotico della storia umana. È stata segnata da
creazioni favolose e da distruzioni irrimediabili. La storia umana subisce determinazioni sociali ed economiche
molto forti, ma può essere deviata o sviata da eventi o accidenti. Non ci sono leggi della storia, il nostro
avvenire non è teleguidato dal progresso storico.
La conoscenza della storia ci serve, non solo a riconoscere i caratteri nello stesso tempo determinati e aleatori
del destino umano, ma anche ad aprirci all’incertezza del futuro.

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I tre viatici
Prepararsi al nostro mondo incerto è il contrario di rassegnarsi allo scetticismo generalizzato. È sforzarsi a pensare
bene, rendersi capaci di elaborare e usare strategie.
Sforzarsi a pensare bene è praticare un pensiero che si sforzi senza sosta di contestualizzare e globalizzare le sue
informazioni e le sue conoscenze, che senza sosta si applichi a lottare contro l’errore e la menzogna a se stesso, il che
ci riconduce una volta ancora al problema della “testa ben fatta”.

Secondo Morin possiamo aiutarci con i “tre viatici”:


1. Essere coscienti della ecologia dell’azione → primo principio: Ogni azione, una volta intrapresa, entra in un
gioco di interazioni e di retroazioni, in seno all’ambiente nel quale si effettua, che può distoglierla dai suoi fini
e anche sfociare in un risultato contrario a quello previsto.
Secondo principio: le conseguenze ultime dell’azione sono imprevedibili.

2. La strategia → si oppone al programma, sebbene possa comportare elementi programmati


Il programma è la determinazione a priori di una sequenza di azioni in vista di un obiettivo. Il programma è
efficace in condizioni esterne stabili che possiamo determinare con certezza; nei campi umani il programma è
destinato a fallire perché non riesce e non può tenere in conto le inevitabili perturbazioni.
La strategia si stabilisce in vista di un obiettivo, essa prefigura scenari d’azione e ne sceglie uno in funzione di
ciò che essa conosce di un ambiente incerto. Cerca senza sosta di riunire le informazioni, di verificarle, e
modifica la sua azione in funzione de casi incontrati strada facendo.

3. La scommessa → è integrazione dell’incertezza nella fede e nella speranza.


Concerne gli impegni fondamentali della nostra vita e ci rende consapevoli che ogni destino umano comporta
un’irriducibile incertezza anche nella certezza assoluta.
Ognuno deve essere pienamente consapevole di partecipare all’avventura dell’umanità, che è, ormai con una
velocità accelerata, proiettata verso l’ignoto.

APPRENDERE A DIVENTRE CITTADINI (capitolo 6)


L’educazione deve contribuire all’autoformazione della persona e insegnare a diventare cittadino. Un cittadino, in una
democrazia, si definisce attraverso la solidarietà e la responsabilità in rapporto alla sua patria. Il che suppone il
radicamento il lui della sua identità nazionale.

Lo stato nazione → è un’entità allo stesso tempo territoriale, politica, sociale, culturale, storica, mitica e religiosa
(carattere complesso).
È una società/comunità organizzata territorialmente. Tale società è complessa nella sua doppia natura:
- è una società (Gesellschaft)nelle sue relazioni di interesse, di competizione, di rivalità, di ambizioni, di conflitti
sociali e politici;

- è una comunità (Gemeinschaft) identitaria (cioè la volontà di vivere assieme). La comunità è di carattere
culturale/storico:
o Culturale per i valori, i costumi, i riti, le norme, le credenze comuni;
o Storica per le trasformazioni nel corso del tempo.

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Il mito nazionale è caratterizzato da due poli:


- Il carattere spirituale della fraternità tra i figli della patria;
- La fraternità biologica che unisce tra di loro esseri dello stesso sangue, il che tende a suscitare il mito derivato
della “razza” comune.
L’idea della Nazione comporta così un razzismo virtuale che si attualizza quando il secondo polo prende il
sopravvento.

La religione matri-patriottica suscita una vera e propria religione dello stato- nazione. Come ogni religione, essa si
nutre di amore, che è capace di ispirare fanatismo e odio. Il mito non è la sovrastruttura della nazione: è ciò che
genera la solidarietà e la comunità; è il cemento necessario a ogni società.

L’identità terrestre
Oggi possiamo allo stesso tempo concepire:
- Una comunità di destino: tale destino comune è memorizzato, commemorato, trasmesso di generazione in
generazione. Tutti gli umani sono sottomessi alle medesime minacce mortali dell’arma nucleare, del pericolo
ecologico sulla biosfera che si aggrava con l’effetto serra della sterilizzazione dei mari, delle catastrofi naturali.
- Un’identità umana comune: per quanto diverse siano le sue apparenze di genere, di suolo, di comunità, di riti,
di miti e d’idee, l’uomo ha un’identità comune a tutti i suoi rappresentanti.
- Una comunità di origine terrestre: che fa di noi figli della Terra.

Dobbiamo contribuire all’autoformazione del cittadino fornendo la conoscenza e la coscienza di ciò che significa una
nazione.
Si è veramente cittadini quando ci si sente solidi e responsabili. Solidarietà e responsabilità non possono arrivare né da
esortazioni né da discorsi civici ma da un sentimento profondo di affiliazione sentimento matri-patriottico che
dovrebbe essere coltivato in ogni singolo stato del mondo, in Europa, sulla Terra.

I TRE GRADI DELL’INSEGNAMENTO (capitolo 7)


Primaria
La scuola primaria deve risvegliare le curiosità naturali, partendo dalle curiosità sull’essere umano (cos’è l’essere
umano? La vita? La società? Il mondo? La verità?). È interrogando l’essere umano che si scopre la sua duplice natura:
biologica e culturale.
Il fine della “testa ben fatta” sarà favorito da un programma di domande che parta dall’essere umano. In tal modo si
collegherebbero le domande sull’uomo alle domande sul mondo.
Nello stesso momento in cui si distinguono e si autonomizzano le materie, bisogna apprendere a conoscere, cioè a
separare e a collegare, ad analizzare e a sintetizzare insieme. Da quel momento si potrà imparare a considerare le
cose e le cause.
Che cos’è una cosa? Bisogna insegnare che le cose non sono solo cose, ma anche sistemi che costituiscono un’unità
che assimila parti diverse.

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Che cos’è una causa? Bisogna apprendere ad andare oltre la causalità lineare: causa→effetto. Apprendere quindi la
causalità circolare (perché le stesse cause non producono sempre gli stessi effetti).

L’apprendistato alla vita (periodo di apprendimento e preparazione all’esercizio di un’attività, vita in questo caso) si
potrebbe fare seguendo due vie; una interiore e una esteriore.
- Interiore: passa per l’esame di sé, l’autocritica e l’autoanalisi. L’auto-esame deve essere insegnato a partire
dalla scuola primaria e durante tutto il suo corso.
- Esteriore: sarebbe l’introduzione alla conoscenza dei media. Poiché i ragazzi si trovano immersi nella cultura
mediatica (televisione, giochi, video…) di conseguenza il ruolo del maestro non è quello di denunciare, ma di
fa conoscere i modi di produzione di questa cultura.
L’insegnamento sella lingua, dell’ortografia, della storia, dell’aritmetica verranno mantenuti integralmente nel corso
del primo grado d’istruzione.

Secondaria
Nella scuola secondaria l’insegnamento dovrebbe essere il luogo dell’apprendistato a ciò che deve essere la vera
cultura, quella cioè che stabilisce il dialogo fra cultura umanistica e cultura scientifica, non solo sviluppando una
riflessione sulle scienze, ma anche considerando la letteratura come palestra ed esperienza di vita.
I programmi dovrebbero essere sostituiti da guide d’orientamento che permettano agli insegnanti di situare le
discipline nei nuovi contesti: l’Universo, la Terra, la vita, l’umano. Gli aggiornamenti che consentono queste
integrazioni potrebbero essere effettuati nell’ambito dei corsi di laurea in scienze della formazione, oppure in
dipartimenti ad hoc.
Gli insegnanti della scuola secondaria hanno il compito di educarsi rispetto al mondo adolescente e alla sua cultura. Gli
insegnanti devono essere aperti alla cultura mediatica esterna alla scuola, così da avvicinarsi al mondo degli
adolescenti; facendo coincidere così la loro realtà con ciò che si vuole insegnare.

L’università
L’Università ha una missione transnazionale: la conservazione dei saperi, la trasmissione, la rigenerazione, la
generazione di saperi nuovi. Deve conservare la sua assoluta autonomia e non essere sovra-adattata alle domande
economiche, tecniche, politiche e amministrative. Deve potersi creare un circolo virtuoso nel quale l’università possa
riformare i saperi che riformano il pensiero. L’università fa ormai coesistere (non comunicare) le due culture: quella
umanistica e quella scientifica.

La riforma dell’Università non dovrebbe accontentarsi di una democratizzazione dell’insegnamento universitario e


dello status di studente. La riforma dovrebbe concernere la nostra attitudine a organizzare la conoscenza, cioè a
pensare.
La riforma di pensiero esige quella dell’università.
Questa riforma dovrebbe comportare a una riorganizzazione generale, con la creazione di facoltà dipartimenti, istituti
consacrati alle scienze che abbiano già operato un riaccorpamento polidisciplinare (ecologia, scienze della Terra,
cosmologia).

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Al fine di sviluppare un modo di pensare che permetta la riforma, si tratterebbe di instituire in tutte le Università e in
tutte le facoltà una decima epistemologica e transdisciplinare, che verta sui presupposti dei differenti saperi e sulle
possibilità di farli comunicare.
La decima potrebbe essere dedicata a:
o la conoscenza delle determinazioni e dei presupposti della conoscenza
o la razionalità, la scientificità, l’obiettività
o l’interpretazione
o l’argomentazione
o il pensiero matematico
o la relazione tra il mondo umano, il mondo vivente, il mondo fisico-chimico, il cosmo stesso
o l’interdipendenza e le comunicazioni fra le scienze
o i problemi di complessità nei diversi tipi di conoscenza
o la cultura umanistica e la cultura scientifica
o la letteratura e le scienze umane
o la scienza, l’etica, la politica ecc.
La decima consentirebbe di elaborare i dispositivi che permettono le comunicazioni tra le scienze antroposociali e le
scienze della natura.

LA RIFORMA DI PENSIERO (capitolo 8)


Ricordiamo il secondo e il terzo principio del Discorso sul metodo:
o “Suddividere ciascuna difficoltà da esaminare in tutte le parti in cui era possibile e necessario dividerla per
meglio risolverla” → principio di separazione

o “Condurre con ordine i miei pensieri, iniziando dagli oggetti più semplici e più facili a conoscersi per salire
progressivamente, come per gradi, fino alla conoscenza di quelli più complessi…” → principio di riduzione
Il principio di riduzione comporta due aspetti:
- la riduzione della conoscenza del tutto alla conoscenza additiva dei suoi elementi;
- la limitazione del conoscibile a ciò che è misurabile.
-
Oggi questi principi hanno rivelato i loro limiti, perciò al posto di un pensiero che isola e separa si dovrebbe attuare un
pensiero che distingue e unisce.
La riforma di pensiero non parte da zero. Ha dei precedenti nella cultura umanistica, nella letteratura, nella filosofia e
si sta delineando nelle scienze.

Scienze → le due rivoluzioni scientifiche del XX secolo preparano alla riforma del pensiero.
La prima rivoluzione è cominciata nella fisica quantistica e ha comportato l’introduzione dell’incertezza nella
conoscenza scientifica (negativa).
La seconda rivoluzione porta ad una rinascita delle entità globali (cosmo, natura, uomo) che erano state disintegrate
(positiva).

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Letteratura e filosofia → le scienze portavano avanti quella che credevano essere la loro missione: dissolvere la
complessità delle apparenze per rivelare la semplicità nascosta della realtà. La missione della letteratura invece era
quella di rivelare la complessità umana celata sotto apparenze semplici. Tutti i capolavori della letteratura sono stati
capolavori di complessità. La complessità non è un problema nuovo. Da sempre il pensiero umano ha affrontato la
complessità, e ha tentato di ridurla o di tradurla.

La riforma fuoristrada
La necessaria riforma di pensiero ne genererà uno che collega e che affronta l’incertezza. Il pensiero che interconnette
unirà, per tutti i fenomeni umani, la spiegazione alla comprensione. Spiegare è considerare il proprio oggetto di
conoscenza soltanto come un oggetto, impiegando tutti i mezzi di spiegazione oggettivi. Gli oggetti quindi vengono
visti e spiegati attraverso la loro forma, misura… ma ciò non basta per la comprensione umana. La spiegazione è
insufficiente per la comprensione umana.
C’è una conoscenza che è comprensiva e che si fonda sulla comunicazione, sull’empatia e sulla simpatia
intersoggettiva. Così io comprendo le lacrime, il sorriso, le risa, la paura, la collera vedendo l’ego alter come alter ego,
con la mia capacità di provare i suoi stessi sentimenti. Comprendere, quindi, comporta un processo di identificazione e
di proiezione da soggetto a soggetto.

I sette principi
Possiamo presentare sette principi guida, complementari e interdipendenti, per un pensiero che interconnetta.
1. Principio sistemico od organizzazionale → secondo il quale non ci si può accontentare di conoscere le parti
per il tutto, né, al contrario pensare di conoscere le diverse singole parti una volta si sia conosciuto il tutto nel
suo insieme.
2. Principio ologrammatico → ci consente di affrontare lo studio di sistemi quali ad esempio quelli biologici: ogni
cellula è parte di un tutto, ma il tutto è anche presente in ogni singola cellula. L’intero patrimonio genetico di
un individuo, la totalità della sua informazione costitutiva è contenuta in ogni cellula.
3. Principio dell’anello retroattivo → quando il rapporto di causa ed effetto cessa di essere semplicemente
lineare e unidirezionale: adesso l’effetto influenza la causa e viceversa. Ad esempio, nelle dinamiche
predatore – preda all’interno di un ecosistema. Nei diversi campi tecnologici la retroazione si utilizza per
stabilizzare un sistema, ad esempio un amplificatore o un regolatore di temperatura.
4. Principio dell’anello ricorsivo → è fondamentale nei sistemi che si auto-organizzano e si autoriproducono. Noi
individui siamo il frutto di un qualcosa nato nella notte dei tempi. Adesso siamo noi che lo riproduciamo,
appunto ricorsivamente, mediante la nostra stessa riproduzione.
5. Principio di autonomia/dipendenza (auto-eco-organizzazione) → Tutti gli esseri viventi, noi uomini per primi,
traiamo dall’ambiente circostante l’energia e i materiali che servono alla nostra autoorganizzazione. La nostra
autonomia è quindi strettamente dipendente dall’ambiente geoecologico nel quale siamo immersi.
6. Principio dialogico → è quello che ci fa concepire gli antagonismi complementari. Ovvero come negli
ecosistemi dalla morte nasca la vita e viceversa. Oppure è quello che usiamo nel descrivere certe particelle
elementari, elettrone per primo, che dobbiamo pensare come particella (quindi come corpo) in alcuni casi,
come onda (quindi luce – energia pura) in altri.
7. Principio della reintegrazione del soggetto conoscente in ogni processo di conoscenza → La fisica ci insegna
che non può esistere l’assunto scientifico di oggettività dell’osservazione: l’atto dell’osservare, del misurare,
l’indagine su di una, ne alterano certamente almeno lo stato di moto. Se a queste considerazioni aggiungiamo
quelle derivanti dalla consapevolezza che ogni osservazione passa dal nostro sistema percettivo, allora
dobbiamo convenire dell’esistenza di un grosso problema cognitivo. Ogni conoscenza è una ricostruzione,
traduzione da parte di una mente/cervello in una data cultura e in un dato tempo

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AL DI LA DELLE CONTRADDIZIONI (capitolo 9)


Non possiamo riformare l’istruzione senza aver prima riformato le menti, ma non possiamo riformare le menti se non
abbiamo preventivamente riformato le istituzioni.
L’enorme macchina dell’educazione oggi è rigida, indurita, coriacea burocratizzata. Molti insegnanti sono insediati
nelle loro abitudini e nelle proprie sovranità disciplinari.
Un altro blocco alla riforma delle menti è dato dal fatto che non è possibile riformare la scuola, se prima non i riforma
la società. Essendo circolare il rapporto tra scuola e società, in quanto ognuna produce l’altra, qualsiasi intervento
modificatore in uno dei due termini tende a provocare una modificazione dell’altro. Come riformare la scuola se non si
riforma la società, ma come riformare la società se non si riforma la scuola?

La missione
Il carattere funzionale dell’insegnamento riduce l’insegnante ad un semplice impiegato. Il carattere professionale
dell’insegnamento porta a ridurre l’insegnante all’esperto. L’insegnamento deve ridiventare non più solamente una
funzione, una specializzazione, una professione, ma un compito di salute pubblica: una missione. →
Una missione di trasmissione. Si tratta di una missione molto elevata che suppone, allo stesso tempo arte, fiducia e
amore. I tratti essenziali della missione di insegnante sono:
- Fornire una cultura che permetta di distinguere, contestualizzare, globalizzare, affrontare i problemi
multidimensionali, globali e fondamentali.
- Preparare le menti a rispondere alle sfide che la crescente complessità dei problemi pone alla conoscenza
umana.
- Preparare le menti ad affrontare le incertezze, non solo facendo conoscere la storia incerta dell’universo, ma
anche favorendo l’intelligenza strategica e la scommessa per un mondo migliore.
- Educare alla comprensione umana tra vicini e lontani.
- Insegnare l’affiliazione (all’Italia, alla Francia, alla Germania ecc) alla sua storia, alla sua cultura, alla
cittadinanza repubblicana e iniziare l’affiliazione all’Europa.
- Insegnare la cittadinanza terrestre, insegnando l’umanità.

Ritrovare le missioni
Le cinque finalità educative sono legate fra loro e devono nutrirsi a vicenda. Esse devono suscitare la rinascita della
cultura attraverso la connessione delle due culture e contribuire alla rigenerazione della laicità e alla nascita di una
democrazia cognitiva.
La riforma del pensiero è una necessità democratica chiave: formare cittadini capaci di affrontare i problemi del loro
tempo; frenare il deperimento democratico (rendere il popolo più maturo, più consapevole delle problematiche e più
impegnato politicamente nel risolverle).
Lo sviluppo di una democrazia cognitiva è possibile solo all’interno di una riorganizzazione del sapere, che richiede una
riforma di pensiero volta non solo a separare per conoscere, ma anche a interconnettere ciò che è separato e nella
quale rinascerebbero in modo nuovo le nozioni frantumate dal frazionamento disciplinare: l’essere umano, la natura,
il cosmo, la realtà.
Abbiamo bisogno di riarmarci intellettualmente, istruendoci per pensare la complessità, per affrontare le sfide
dell’agonia/nascita del nostro essere fra due millenni e per tentare di pensare i problemi dell’umanità nell’era
planetaria.
È una riforma vitale per i cittadini del nuovo millennio, che permetterebbe il pieno impiego delle loro attitudini
mentali e che costituirebbe una condizione sine qua non per uscire dalle nostre barbarie.

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