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Michael Kunzier

CARISMA E LITURGIA
Teologie e forma dei ministeri liturgici laicali

Capitolo 1
Fondazione teologica.

1. Sul concetto di laico, sulla sua storia problematica e sul suo significato permanente

All’interno della Chiesa, il termine “laico” fu inteso in forma limitante fino al Concilio Vaticano II,
inteso come il “non chierico”, colui al quale mancavano i poteri conferiti mediante l’ordine sacro.
Secondo la concezione classica, chierici, religiosi e laici costituivano tre diversi stati della Chiesa.
In virtù di questa concezione, il laico per la Chiesa è colui che vive “nel mondo”, dipendente dal
ministro liturgico - sacramentale del clero e dalla preghiera di intercessione e dall’opera di
santificazione e di espiazione dei religiosi, tanto da creare una netta separazione tra i tre stati.
Ma dal punto di vista biblico, non indica una delimitazione negativa, esprime, invece,
l’appartenenza di ogni singolo cristiano al popolo di Dio, con forte riferimento alla dignità degli
Israeliti. Gli ebrei ma poi anche i cristiani sono stati definiti come “popolo santo”, in contrapposizione
con gli altri popoli profani, di cui n’è divenuta sua particolare proprietà (1 Pt 2,9).
Il termine “laico” appare per la prima volta in un contesto cristiano, in epoca patristica, in 1 Cleme.
40,5 e si riferisce ai membri delle sinagoghe che non erano né sacerdoti né leviti. Clemente di
Alessandria applica questo termine alla comunità cristiana e distingue i laici dai sacerdoti.
In Occidente il termine si impone nel contesto della differenza tra ordo (carriera ministeriale) e
plebs (popolo semplice). Con Tertulliano la Chiesa inizia ad istituzionalizzarsi, diventa
un’organizzazione ecclesiastica con un clero, che si ergeva in una posizione dominante nei confronti
dei laici, si poteva parlare di due genera christianorum: il clero e i religiosi si sottraggono al mondo
e si preoccupano delle cose di Dio; i laici vivono nel mondo e dipendono dall’attività con cui chierici
e asceti rendono operante la grazia divina. Kavanagh parla di “ecclesiologia piramidale” e richiama
la perdita di coscienza dell’alta dignità del battesimo, che rende gli uomini membri del popolo santo
di Dio.
Ci furono sempre dei movimenti di emancipazione laicale, che finivano per uscire dalla Chiesa e
permaneva una fondamentale pretesa di direzione da parte del clero, anche nelle cose di questo
mondo.
Secondo Pio XII e i suoi successori, i laici, collaborando con l’“Azione Cattolica”, dovevano offrire
alla gerarchia una mano scorrevole. I laici furono definiti quasi dei soldati.
Solo con il Concilio Vaticano II si arrivò ad un cambiamento nel modo di vedere il laico, parlando
di fondamentale uguaglianza di tutti i credenti nel popolo di Dio del Nuovo Testamento, avviato
già nei decenni precedenti, durante la seconda guerra mondiale.
Si dovette riconoscere il ruolo di primo piano che i laici avevano svolto e prendere posizione rispetto
al movimento liturgico.
È soprattutto il laicato ad entrare in questo rinnovamento dell’immagine della Chiesa, la cui posizione
si pone diversamente all’interno della nuova immagine di Chiesa, in un’altra luce e con un’altra
valutazione rispetto all’immagine precedente.
L’abisso tra Chiesa docente e discente, ordinante e obbediente, si riduce, su di esso viene gettato il
ponte dell’idea di unità.
La riscoperta dei laici, della loro importanza e della loro dignità nella Chiesa rappresenta allo stesso
tempo anche una nuova presa di coscienza del sacerdozio comune dei battezzati, perché anche il
sacerdozio dei laici è qualcosa di reale e di concreto.
Il sacerdozio comune, come lo definisce l’apostolo Pietro, è un vero sacerdozio perché conferisce una
vera partecipazione all’unico e medesimo sacerdozio di Cristo. La partecipazione dei fedeli alla
liturgia non è priva d’importanza anzi è parte dell’essenza stessa della liturgia, quindi il fedele
è soggetto della liturgia.
La Chiesa viene vissuta come una comunità autentica e non più come un’associazione forzata,
necessaria sul piano esteriore, ma non sentita come propria a livello anteriore.
Solo con il Vaticano II si sostituì la visione puramente negativa e delimitante dei laici rispetto al clero
con una serie di affermazioni positive (LG 30-38). I laici sono i fedeli, che, dopo essere stati
incorporati a Cristo col battesimo e costituiti popolo di Dio e, nella loro misura, resi partecipi
dell’ufficio sacerdotale, profetico e regale di Cristo, per la loro parte compiono, nella Chiesa e nel
mondo, la missione propria di tutto il popolo cristiano (LG 31).
Anche i chierici e i religiosi costituiscono insieme con tutti gli altri battezzati un unico popolo santo
di Dio, anche dopo la loro ordinazione o dopo la professione dei voti, sono e restano “laici”.
Durante la Pentecoste, senza distinzione di ufficio su tutti è stato effuso lo Spirito Santo.
L’ecclesiologia del Vaticano II usa il termine “laico” anche per coloro che ricoprono dei ministeri.
La cosa più importante che si deve dire di un sacerdote, di un vescovo, di un religioso e del papa è
che è un laico, vale a dire, un membro del laos (popolo) di Dio, tutti sono soggetti all’ordinamento
del Vangelo.
In maniera analoga, secondo Pavel Evdokimov tutti i battezzati e confermati costituiscono l’unico
popolo santo di Dio e, di conseguenza, ogni “laico” partecipa del sacerdozio regale.
Tutti, in quanto fedeli (christifideles) sono membra della Chiesa in una fondamentale uguaglianza.
Il sacerdozio ministeriale si aggiunge al sacerdozio comune del battesimo e in nessun caso il
sacerdozio comune di tutti viene deposto con l’ordinazione, come qualcosa di cui il chierico non ha
più bisogno.
Tutti sono membra di Cristo e ricevono dal loro capo la vita eterna e la loro comune partecipazione
alla pienezza della vita divina e per questo uguali, La Chiesa è il luogo e l’evento fondativo di
comunione della comunicazione tra Dio e uomo con lo scopo di divinizzare tutta la creazione, essa
riguarda tutti i fedeli prima di ogni distinzione di ufficio per mezzo del sacramento dell’Ordine.

2. Il riferimento al mondo come la profanità del laico, che anche sacerdoti e religiosi non perdono
mai

Malgrado i mutamenti, ai laici viene data una nuova visibilità e dignità che appartiene solo a loro,
restando sempre sulla linea profana: sacerdoti e vescovi si occupano di liturgia come governo della
Chiesa, condividendo con i collaboratori laici gli interessi secolari della Chiesa.
I laici seguono le loro professioni secolari e questo fa sì che siano impegnati nella cura dei loro
ambienti di vita e nella Chiesa, ma molto meno nel contesto sacrale.
I religiosi sono chiamati a prendere l’esempio dei monaci, infatti, le suore, attraverso il lavoro e le
preghiere nei monasteri, svolgono i doveri del compimento del servizio divino.
Persone, luoghi e oggetti “cultuali” sono sacrali, separati dal profano, poiché il culto in quanto forma
di avvicinamento al divino si distingue dagli aspetti di vita intramondani che fanno parte del profano.
La distinzione tra sacro e profano ha una sua validità, anche quando si registra una diminuzione dei
partecipanti alla liturgia che fa pensare sempre a più persone non coinvolte, in quanto appare come
un mondo separato, cioè sacrale, diverso dal loro mondo quotidiano.
la profanità viene vista come la permanente chiamata di Dio a ciascun uomo, a prescindere da ogni
distinzione di ufficio e di ministero ordinato, che mette il mondo in relazione con il suo Creatore
attraverso la pienezza dell’amore divino.
Il laico, attraverso la sua vocazione cristiana, e come punto di riferimento al mondo chiamato ai
rapporti con le altre persone (al matrimonio, alla famiglia) che attraverso la grazia di Dio porta tutti
verso una santificazione per salvare il contesto in cui è situato.
Il CVII, sulla base della dignità del sacerdozio comune dei battezzati, conferisce ai laici una loro parte
attiva nella vita e nell’azione della Chiesa, specificando i loro determinati compiti, nel contesto della
dottrina cristiana e alla cura delle anime. A questo sono coinvolti anche i chierici, monaci e suore
che, nonostante la loro scelta di vita consacrata, non vengono meno alle cose di questo mondo.
Ogni forma di impegno anche da parte dei laici si manifesta nell’incontro con Dio, che nella liturgia
viene trasformato come offerta a Dio gradita (Rom 12,1).
Tutti, senza nessuna distinzione, dipendono dal Sacrum della liturgia, dove la pienezza della luce
escatologica discende su tutta la comunità radunata. La fine della profanità si avrà quando Dio regnerà
su tutto e in tutto (1 Cor 15,28), solo allora tutta la terra sarà piena della gloria di Dio (Num 14,21).

3. Quanto è realistico il “sacerdozio comune” dei battezzati?

Nella celebrazione liturgica, tutti gli stati di vita (laici e ministri ordinati) partecipano allo stesso
modo all’ incontro con il Dio vivo, pertanto ogni membro all’ interno della Chiesa ha il compito di
mantenere il mondo in una relazione vitale con lui. Per tali motivi vanno respinti i tentativi di una
chiara separazione tra responsabilità dei laici e competenza del clero, concetto ampiamente superato
con il Concilio Vaticano II.
I laici hanno un ruolo importante nella Chiesa, essendo sia membra e sia al servizio del popolo di
Dio, ma è anche vero che quest’ultimi devono riconoscere il sacerdozio ministeriale necessario per
la partecipazione alla missione nella Chiesa. Come riportato da Lumen Gentium 10, tutti i
battezzati e quindi laici e sacerdoti partecipano all’unico sacerdozio di Cristo.
La partecipazione universale al sacrificio di Cristo, dove Gesù ha offerto al Padre il mondo intero e
in particolare l’umanità, fa sì che tutti nella Chiesa siano un “regno di sacerdoti”, e quindi
partecipino alle tre missioni di Cristo: sacerdotale, profetica e regale. Pertanto tutti nella chiesa,
siamo chiamati a rispondere come una sposa, cioè col dono della vita all’ amore di Cristo, che è
appunto lo sposo della chiesa.
Il sacerdozio comune e il sacerdozio dei ministri ordinati, quindi, partecipano ognuno nelle proprie
modalità all’ unico sacerdozio di Cristo per mezzo del Battesimo. La differenza sostanziale tra queste
due forme di sacerdozio, non si trova in quello di Cristo, il quale è unico, e neanche nella santità, alla
quale tutti i fedeli sono chiamati, ma sta nel fatto che nel sacerdozio dei ministri ordinati, è dato da
Cristo nello spirito un particolare dono, affinché’ possano aiutare la restante parte del popolo di Dio
ad esercitare con fedeltà e pienezza il sacerdozio comune conferito.
Il teologo e vescovo Zizioulas, arriva ad usare il termine “ordinato”, egli considera cristiana, come
ordinazione. Chi viene battezzato, oltre a diventare cristiano, viene appunto ordinato nella comunità
eucaristica, per questo motivo i laici sono tutt’altro che non competenti, per quanto concerne gli
strumenti propriamente ecclesiali della vita in Cristo.
Per quanto riguarda il sacrificio eucaristico, deve essere visto come qualcosa che giunge all’uomo dal
Dio uno e trino, il sacrificio di Cristo sulla croce invece basta una volta per tutte, quindi il culto
cristiano non è basato sulle offerte dei nostri doni, ma è ringraziamento all’atto salvifico di Gesù
appunto Eucarestia, dove il Signore diventa cibo per noi, contribuendo alla salvezza del mondo, per
questo motivo siamo anche coeredi di Cristo, come dice Von Balthasar: solo se ci sono uomini che
preparano l’Eucarestia, che lasciano spazio al sacrificio di Cristo in loro., che può avvenire
l’Eucarestia (in questo periodo abbiamo sperimentato una cosa del tutto diversa). Per questo
l’Eucarestia non può essere mai solo l’opera del sacerdote, che celebra, ma della comunità intera, nel
rappresentare Cristo autentico sacerdote e liturgo, invisibile e presente. La comunità radunata è il
segno liturgico fondamentale, in quanto partecipa realmente al suo capo, e prende parte oltre al Cristo
mistico anche a quello storico, per la missione che ha trasmesso agli apostoli. Sempre nell’ambito
liturgico, la comunità dei fedeli riuniti per il culto divino, dopo Dio che agisce per primo, è il secondo
soggetto dell’agire liturgico.

4. Differenze di “sostanza e non solo di grado”. Il significato permanente del sacerdote


per il laico.

Il sacerdozio comune dei fedeli è un vero servizio che unisce il mondo con Dio; il sacerdozio
ministeriale rende un servizio al sacerdozio comune.
Il secondo si sviluppa con la grazia battesimale, mentre il primo, aiuta affinché avvenga la grazia
battesimale. Il sacerdozio ministeriale, infatti, non significa di per sé un maggiore grado di santità
rispetto al sacerdozio comune dei fedeli; ai presbiteri è dato un particolare dono, perché possano
aiutare il Popolo di Dio ad esercitare il sacerdozio comune che gli è conferito, quindi è al servizio dei
fedeli. Questo servizio non presenta il sacerdote come colui che possiede maggiore santità o una
dignità più elevata, questo servizio umile è quello di essere immagine del Signore che agisce nella
comunità. È Cristo stesso ad operare in essi.
Il Vaticano II specifica la distinzione tra il sacerdozio comune di tutti i cristiani e quello ordinato,
(pur mantenendo l’uguaglianza tra tutti i membri del Santo Popolo di Dio), mediante il servizio del
sacerdote ordinato e del vescovo, Cristo agisce realmente sull’uomo in ordine alla salvezza e alla vita.
Solo in questo consiste la differenza sostanziale. Molti teologi non concordano sull’uso del termine
sacerdote, per indicare il ministro cristiano e di abbandonare il concetto di sacerdozio, infatti, nel
linguaggio teologico si sta diffondendo il termine “presidente”. Una certa repulsione per il termine e
il concetto di sacerdozio, è dovuto ad una comprensione sbagliata del servizio sacerdotale, visto con
una funzione mediatrice che secondo le Scritture, appartiene solo a Cristo.
La sua alta dignità, nel passato, scaturiva dal fatto che lui poteva consacrare l’Eucaristia e assolvere
i peccati. Già nella liturgia dell’ordinazione, si esaltava la sua potestà. Detto ciò, è vero che il
sacramento dell’Ordine dà dei poteri che il laico non possiede. Ciò fa sì che il CVII, distingua il
sacerdozio ordinato da quello comune, “per essenza e non solo di grado”.
Il sacerdozio cristiano è manifestare ai sensi il Signore invisibilmente presente. Sacerdote, nel senso
di mediatore tra Dio e l’uomo, è solo Cristo; l’uomo sacerdote è tale, perché rappresenta il Signore
che agisce nella sua Chiesa. Per indicare ciò la Chiesa ha creato varie espressioni: agire in o ex
persona Christi. Il sacerdote è chiamato dall’alto, a divenire “iconografia cristica”.
Nel culto cristiano, come ben sappiamo, c’è bisogno di una rappresentazione, di un rendere visibile,
Colui che in maniera permeante e pienamente misteriosa sostiene la celebrazione liturgica. Nella
figura del sacerdote, colui che presiede la celebrazione liturgica, il Signore viene nella comunità.
“Essere ordinato” significa non il possesso di una potestà o di una più alta santità, né una sostituzione
né un gioco di ruoli, rappresenta il Signore (in o ex persona Christi; gerere vicem Christi. In questo
sta la grandezza ma anche il limite di colui che detiene la presidenza: rappresentatio Domini).
L’iconografia cristica, nucleo del ministero sacerdotale, è la rappresentazione di Colui che è
invisibilmente presente e agisce nella sua comunità, per coloro che si sono radunati nella celebrazione
liturgica.
Funzione iconografica del sacerdote
Il sacerdote, quindi, come presidente della comunità, rivolge al Padre la “preghiera eucaristica” di
ringraziamento, che non è un’interazione solo del sacerdote ma che interessa tutta la comunità riunita
nel celebrare il sacramento. Cristo ha bisogno di uomini sacerdoti che lo raffigurino, che gli
permettano di comunicare la vita eterna. Un servizio umile ma allo stesso tempo santo: presentare
Cristo non per se stessi ma per gli altri.

5. Limiti di competenza nella liturgia? L’assenza della liturgia e il ruolo dei laici in essa

Ancora oggi quando visitiamo le chiese costruite prima del C.V.II, davanti all’altare maggiore
troviamo la balaustra che è espressione di una concezione liturgica cultuale in cui esiste un confine
tra i chierici e i chierichetti che sono presenti intorno all’altare, da una parte, e il popolo Dio dall’altra
parte. C’era l’idea, ancora oggi, di andare a “sentire” la messa e non una partecipazione attiva ad essa,
i cosiddetti “assenti presenti”.
Da una parte, dunque, il clero che agisce sull’altare, facendo emergere la grazia divina di Dio e,
dall’altra, il popolo di Dio che partecipa all’azione del Clero, guardandola e ricevendone i frutti di
grazia.
In questa concezione c’è una distinzione molto netta:
1. i laici nell’azione liturgica non avevano molta importanza;
2. le donne non erano prese in considerazione;
3. gli uomini, i coristi e i chierichetti erano visti come potenziali chierici.
La concezione liturgica cultuale è stata accolta nel codice di diritto canonico del 1917 al canone 1256
ed ha avuto un ruolo esclusivo sino all’enciclica Mediator Dei del 1947 di Papa Pio XII.
Con la costituzione conciliare Sacrosanctum Concilium (SC) la liturgia è diventata un dialogo tra Dio
e l’uomo. Dio parla all’uomo attraverso Cristo e nello Spirito Santo, agisce su di lui, gli fa dono della
sua vita. L’uomo risponde con la lode, il ringraziamento, la preghiera di intercessione. Dio dunque
discende (Katabasis), afferra l’uomo che solo con l’aiuto di Dio è reso capace di innalzarsi a Dio
(anabasis). La liturgia è quindi un dialogo che vede coinvolti Dio, che dona la salvezza nella parola
e nel sacramento, e l’uomo, che riceve e risponde come una persona colmata di grazia nei confronti
di Dio. Rahner ci fa comprendere come avviene questo dialogo tra Dio e l’uomo. Lui fa un paragone
della comunicazione fra uomini con quella tra Dio e l’uomo, sostenendo che sia nell’una che nell’altra
c’è bisogno di simboli materiali. Poiché l’uomo comunica attraverso il corpo e i sensi anche il dialogo
tra Dio e l’uomo deve avere la stessa forma concreta, perciò la liturgia non può essere solo spirituale.
Per questo la liturgia come compimento del ministero sacerdotale di Cristo avviene anche attraverso
il ministero del sacerdote: Cristo è presente nella persona di colui che svolge il ministero sacerdotale.
Anche chi non è sacerdote, però, svolge nella liturgia un ruolo sulla base della propria partecipazione
al sacerdozio comune. Esistono situazioni di necessità in cui i laici possono svolgere azioni liturgiche.
Nel corso della storia si sono susseguiti vari esempi:
1. la storia dei licenziati nell’Ungheria dove gli operatori pastorali laici hanno provveduto al
mantenimento della fede per mezzo di azioni liturgiche;
2. le celebrazioni presiedute dai laici durante la rivoluzione Francese ove venivano celebrate le le
preghiere (rosario, vespri, testi del messale, padre nostro) e le “messe bianche”, guidate dal maestro
di scuola; anche il coro partecipava cantando nei giorni di festa. Tutte le parti (letture, omelie) che
toccavano al sacerdote venivano omesse per assenza di quest’ultimo;
3. la Germania dell’epoca del Kulturkampf in cui il vescovo Konrad Martin si pronunciò a favore
delle celebrazioni “liturgiche laiche”; nel 1871 la tipografia Bonifatius di Paderbon realizzò un ausilio
con la pubblicazione del manuale “Libretto per insegnare e consolare” e nel 1876 un libro di preghiere
per le comunità prive di pastore dove dava linee per la guida della comunità.
4. la Germania centrale di fine seconda guerra mondiale in cui per assenza di sacerdoti le celebrazioni
furono effettuate dai laici.
Bisogna tener presente che l’attività di guida pastorale dei laici trova la sua fonte legittimante nel
sacerdozio comune. La storia ci ha insegnato che sempre possono esserci dei momenti di vuoti
sacerdotali, di assenza non voluta. Anche oggi viviamo tempi di carenza di vocazioni sacerdotali
e alcuni spazi, su espresso incarico da parte dei vescovi, vengono affidati ai laici e anche alle
figure dei diaconi. Ma questo non deve in alcun modo far tendere verso una spersonalizzazione del
ministero sacerdotale, perché c’è in gioco l’importanza fondamentale dei sacramenti e in particolare
quelli della penitenza e dell’eucaristia.
L’incarico dei laici alla guida di una comunità per supplire alla scarsità dei sacerdoti spesso può creare
confusione. Senza un vero dono divino né la grazia sacramentale vi è il rischio di creare un “ministero
senza Ordinazione”, una struttura parallela a quella ordinata. Con lo sviluppo di una doppia potestà,
la giurisdizionale data anche ai laici e l’ordinata riservata ai sacerdoti, si creerebbe un dualismo che
va contro i dettami del Vaticano II che cercò proprio di demolire tale divaricazione. Rahner negli anni
’50 propose che i laici attivi nel servizio dovessero essere chiamati “ministri”. Ciò per non inficiare
la struttura sacramentale fondamentale della Chiesa. Il problema della diminuzione dei sacerdoti non
può essere risolto semplicemente affidando i compiti liturgici a persone non consacrate. Così facendo
l’identità sacerdotale ne uscirebbe umiliata nella sua essenza, e l’ufficio proprio di Cristo
assumerebbe un valore prettamente umano. C’è un secondo rischio conseguente, ossia la spoliazione
di cerimonie esterne, sacramenti e sacerdozio dalla liturgia che diverrebbero puramente spirituali.
Oggi vi è una forte rivalutazione dei sensi nel contesto liturgico, soprattutto per quanto riguarda
l’animazione.
L’attribuzione dei ministeri liturgici dovrebbe essere quindi affidata ad una persona a capo
dell’animazione liturgica capace di discernere e comprendere la vocazione di ognuno affinché i talenti
non vengano sprecati. Il sacerdote dovrebbe continuare ad agire nel suo campo affinché la
celebrazione mantenga la sua forma cattolica. Ognuno può collaborare a suo modo alla riuscita della
liturgia ma è necessario che ci sia un coordinatore che faccia comprendere che il bene della comunità
viene prima dei propri interessi specifici. La liturgia non si compone solamente di segni visibili.
Affinché ci sia un vero rimando alla realtà trascendente occorre la presenza certa di un sacerdote che
continui l’azione di Cristo. Se viene a mancare la sua figura, la liturgia diverrebbe vuota azione
pedagogica nonostante le varie forme di animazione. L’attribuzione dei ministeri portano questo ed
altri problemi di carattere riduzionista. Nel versante teologico ciò comporta un antropocentrismo
liturgico, ossia che l’uomo sia al centro della celebrazione e che Dio sia considerato come accessorio,
un tema intorno al quale si agisce. La “svola antropologica” mira a far sentire l’uomo sempre più
partecipe ma tuttavia non dovrebbe fermarsi ad un’azione pedagogica dei segni sacri. Come afferma
Sacrosanctum Concilium 7, Dio è il vero protagonista di ogni atto liturgico che comunque deve
sfociare in un servizio all’uomo e al mondo. Si tratta di comprendere che la liturgia è azione e dono
di salvezza concretizzata nell’eucaristia: è Dio che opera in segni esterni quell’aiuto esistenziale che
l’uomo non può darsi. Il tramite fra trascendente e immanente può e deve rimanere esclusivamente il
sacerdote. È importante che questo confine di competenza venga mantenuto senza tuttavia
interpretare la limitazione come un’esclusione laicale ma come una salvaguardia dell’operare di Dio.
6. Sulla posizione teologica del servizio liturgico dei laici e sul relativo incarico.

Bisogna prendere in considerazione la costituzione dogmatica sulla Chiesa Lumen Gentium per
chiarire la posizione dei laici. Essi, come recita la LG, sono “stati incorporati a Cristo col battesimo
e costituiti popolo di Dio e, nella loro misura, resi partecipi dell’ufficio sacerdotale, profetico e
regale di Cristo”. Tutti i cristiani partecipano al triplice ufficio.
1. ministero sacerdotale: santificare il mondo profano, dimensione liturgica di edificare il Corpo di
Cristo.
2. Ministero profetico: testimoniare la fede mediante la parola e le opere.
3. ministero regale: si fonda sul servizio al Regno di Dio e alla sua diffusione nella storia.
Questa partecipazione al triplice ufficio del laico si evidenza anche nella liturgia. Con il CVII, la
liturgia diventa opera di salvezza, è partecipazione piena, attiva e consapevole. I ministeri liturgici
dei laici sono un elemento costitutivo della liturgia ad es: lettori, servire messa, cantare. La differenza
con il sacerdozio ordinato è che i laici non rappresentano iconograficamente Cristo Gesù presente.
Già prima del CVII si pensava ad un ripensamento del ruolo del laico. Yves Congar prima del CVII
faceva riferimento all’importanza delle cosiddette ordinazioni mediante le quali i laici venivano
incaricati di determinati ministeri liturgici durante la chiesa antica. Egli in una sua opera sottolineò il
dovuto rispetto da dare ai chierici, affinché non fossero visti solo come “aiutanti”. Schwenzer
distingueva i ministeri complementari: aiutare, portare oggetti e i ministeri costitutivi cioè che hanno
carattere autonomo: lettore, cantore. Riteneva quindi necessario realizzare delle forme solenni di
consegna degli incarichi di quei ministeri che egli considera costitutivi, con una benedizione solenne.
Questi incarichi solenni, però, dovevano avere una scadenza, un determinato tempo e li riteneva
opportuni solo per le liturgie in spazi grandi cioè nella parrocchia, ma non nelle liturgie fatte in piccoli
gruppi, in spazi piccoli. Tutto ciò avrebbe potuto portare a dei problemi di tipo sociologico cioè delle
disparità.
Nella Chiesa, dopo il rinnovamento liturgico posto dal Concilio, si sono sviluppati molti ministeri
liturgici svolti dai laici, soprattutto quelli senza mandato dell’autorità ecclesiastica.
Papa Giovanni Paolo II, nella “Esortazione apostolica post-sinodale sulla vocazione e la missione dei
laici nella Chiesa e nel mondo” (Christifideles laici), del 30 dicembre 1988, mette in evidenza come
i fedeli laici abbiano preso coscienza dei loro compiti nell’assemblea liturgica e nella sua
preparazione, e siano disponibili a svolgere quei servizi che non sono propri dei ministri ordinati.
Per l’affidamento di questi ministeri liturgici ai laici, la Chiesa usa forme diverse per la “consegna di
incarichi”, la cui qualità è differente:
-istituzione episcopale per i ministeri del Lettorato e dell’Accolitato, (Motu proprio Ministeria
Quaedam 15 agosto 1972) e per coloro che distribuiscono l’Eucarestia, conferiti dal vescovo
(Immensae caritatis, 29 gennaio 1973);
-incarichi ad hoc non giuridicamente rilevanti conferiti dal parroco (consacrazione chierichetti, lettori
di fatto).
Tali forme di “consegna di un incarico” di compiti a singoli cristiani, chiariscono la legittimazione in
un servizio che potenzialmente è di tutti i battezzati (ma che nella realtà “non è per tutti” perché
servono particolari qualifiche e/o doni di grazia), o per mezzo della forma di consegna dalla
parrocchia, o per mandato diretto del vescovo (ministeri laicali istituzionali del Lettorato e
dell’Accolitato), ma non avvengono attraverso un atto liturgico, e a tal motivo soffrono della
“dissociazione” fra iniziazione e confermazione.
Sarebbe opportuno che la Chiesa adottasse una forma di “consegna di incarico” in cui si stabiliscano
ufficialmente i compiti, cosicché siano esercitati legittimamente, e i lettori e i ministri della
comunione con incarichi a lunga durata, potrebbero essere intesi come “ministeri laicali”.
Secondo Kerkvoorde: “La confermazione, considerata come sacramento della vita cristiana adulta,
potrebbe essere la necessaria preparazione sacramentale per l’esercizio delle funzioni laicali nella
chiesa”.
Il Motu proprio Ministeria quaedeam (lettera apostolica di Paolo VI con la quale nella Chiesa latina
viene rinnovata la disciplina riguardante la prima tonsura = rito religioso, oggi abolito, con il quale
venivano tagliate le ciocche dei capelli per chi veniva ordinato; gli ordini minori e il suddiaconato)
prevede che sia il vescovo a consegnare il mandato per i ministeri istituiti del Lettorato e
dell’Accolitato nell’ambito della sua diocesi.
La Chiesa preferisce che l’assunzione di determinati ruoli debba avvenire nel corso di una Messa,
mediante la consegna di un incarico, che sarà tanto più rilevante sul piano giuridico e vincolante,
tanto più il servizio si avvicina a quegli atti che sono, o meglio erano, legati esclusivamente al
ministero ordinato.
Pertanto, per quegli uomini e donne di cui ha vagliato e riconosciuto i carismi, assunti in maniera
permanente per i servizi alla Parola e alla celebrazione della liturgia, e come ministri straordinari per
l’eucarestia, si dovrebbero far proprie le possibilità che si aprono alla Chiesa, con questi ministeri
recentemente riacquisiti, ma non ancora pienamente tradotti nella realtà della vita ecclesiale.
Capitolo 2

Ministeri liturgici laicali: sentieri che si perdono e percorsi sbagliati

1. Fotografia della situazione e domanda ulteriore: “Liturgia: una cosa per bambini e
funzionari stipendiati?

Con il Concilio Vaticano II il laico acquista la sua dignità, infatti accanto ai ministeri liturgici laicali
classici vengono aggiunti ulteriori figure che coinvolgono donne e uomini adulti.
Le ragion per cui, secondo Wabel, si chiede la collaborazione dei laici nella celebrazione liturgica è
per rispondere alla responsabilità di ciascun battezzato in modo che tutti i fedeli possano
contribuire alla missione della Chiesa affidata da Gesù Cristo. (cfr. Mt 18, 28-20)
Ancora poi si sostiene che tale collaborazione sia richiesta anche dalla triste ma vera mancanza di
sacerdoti.
Viene osservato anche che molto spesso durante le celebrazioni liturgiche come unico agente della
celebrazione è esclusivamente il Sacerdote e alcuni preadolescenti che collaborano perché in molti
contesti ecclesiali non è ancora maturata l’idea che anche gli adulti possano dar una mano nei servizi
liturgici Basti pensare al ministro straordinario della Comunione, all’inizio era stato introdotto
esclusivamente per far divenire il diaconato di uomini sposati “superfluo” perché secondo alcuni
sacerdoti ammetterlo avrebbe potuto eliminare gradualmente il celibato sacerdotale. Si decise,
dunque, di permettere la distribuzione della Comunione a laici e religiosi.
Inizialmente, come ribadisce il Codice di Diritto Canonico del 1917, il ministro non poteva essere
donna e non poteva neppure accedere all’altare.
Nell’Introduzione generale al Messale Romano del 1979 tale idea viene confermata, rifacendosi
specificamente alle lettrici affermando che «tutti i compiti che non sono riservati al diacono possono
essere svolti dai laici e quei ministeri che si compiono al di fuori del presbiterio, posso essere affidati
alle donne, qualora il retore della Chiesa lo ritenga opportuno.» (art.70)
In tutto ciò i laici quando sono incaricati nei loro ministeri sono chiamati a vestire “come si vestono
i laici”.
Introdurre, dunque, i laici all’interno della celebrazione permette di eliminare l’idea che la Messa sia
“un particolare sentore infantile” perché seppure si parli di “santo gioco” quando si parla di Liturgia
non indica un carattere poco serio bensì una realtà educativa e didattica.
È necessario quindi comportarsi da adulti nella Liturgia poiché ciascuno è parte attiva e necessaria,
in merito al sacerdozio comune dei battezzati, ognuno ha la libertà di impegnarsi in questo senso.
2. La storia della clericalizzazione e della puerilizzazione dei ministeri liturgici: la
drammatica chiusura in un vicolo cieco.

Prima del Concilio Vaticano II, erano presente oltre al diaconato, al presbiterato e all’episcopato,
anche dei ministeri ecclesiastici, i cosiddetti ordini minori, che nascono in tempi apostolici. Ben
preso infatti si diffuse nella Chiesa la necessità di distinguere i vari compiti al servizio della comunità.
Tali compiti variavano sia con il passare del tempo, sia nel loro numero diverso da chiesa a chiesa.
Non erano specifici della vita liturgica (ad eccezione del lettorato), ma ben presto i loro detentori
vollero avere dei ruoli anche nelle varie celebrazioni liturgiche.
Gli ordini minori non sono di istituzione divina, e quindi non sono Sacramenti. Il Concilio di Trento,
pur anatematizzando la loro negazione, affermava che i gradi minori erano dei gradini che portavano
al sacerdozio.
A rendere evidente il fatto che non sono mai stati sacramenti è che, già nella Traditio apostolica il
conferimento del lettorato e del suddiaconato non avvengono tramite l’imposizione delle mani, ma
solo tramite la consegna di un simbolo (il libro, nel caso del lettorato).
La sequenza completa degli ordini minori, come era concepita fino al 1972, cominciava con la
tonsura, (come rifiuto del mondo), e veniva accompagnata dalla consegna dell’abito clericale e
avveniva l’incardinazione come candidato al sacerdozio di una diocesi e presupposto del
conferimento degli ordini.
L’Oriente cristiano conserva ancora oggi solo i gradi minori del lettorato e del suddiaconato. Invece
in Occidente si svilupparono i gradi dell’ostiario, del lettore, dell’esorcista e dell’accolito, mentre il
suddiaconato, prima annoverato tra i gradi minori, fu ascritto tra gli Ordini Maggiori da Innocenzo
III.
Il compito dell’ostiario era praticamente quello dell’attuale sacrestano, mentre il lettore svolgeva (e
svolge ancora oggi) il compito di leggere le letture, tranne il Vangelo. L’esorcista effettuava prima
gli esorcismi pre-battesimali e quindi divenne un ministero privo di funzioni con la fine del
catecumenato.
Il compito degli antichi accoliti era paragonabile a quello degli attuali ministranti. Durante il rito,
venivano consegnate le ampolline ed i candelieri.
L’ordinazione suddiaconale era più simile ad una ordinazione presbiterale e diaconale. Veniva infatti
consegnato l’abito ministeriale: una specie di dalmatica (tunicella) solo meno solenne e più ridotta di
dimensione. Inoltre, gli veniva consegnato l’epistolario (invece dell’evangeliario dei diaconi). Con
l’ascrizione agli ordini maggiori, ebbero il compito della recita della liturgia delle ore e l’obbligo del
celibato.
La distinzione più importante era però quella che durante il rito di ordinazione non venivano imposte
le mani e quindi non c’è il carattere sacramentale, anche se per un certo periodo della Chiesa (dal
Concilio di Ferrara-Firenze a Pio XI) si considerava che il carattere sacramentale fosse dato dalla
consegna degli strumenti di lavoro, circostanza che si ripercuoteva pure sugli ordini minori.
Ciò comportò una clericalizzazione degli ordini minoro, a discapito del carattere laicale di tale
ministeri a cui fu posto rimedio da Paolo VI.
Attualmente sono rimasti i ministeri del lettorato e dell’accolitato.
Il ministero del lettorato ha probabile origine neotestamentaria: Paolo dice a Timoteo di dedicarsi
“alla lettura, all’esortazione e all’insegnamento” (1Tm 4,13). Nell’Apocalisse c’è l’esortazione
“Beato colui che legge le parole di questa profezia e colui che le ascolta”.
Giustino, nel 155, cita questo ministero, anche se non è ancora chiaro se tali persone avessero un
esplicito mandato del vescovo. Per far fronte agli eretici, nel De Praescriptione hareticorum,
Tertulliano cita il lettore accanto a vescovo, presbitero e diacono, affidato a giovani e a partire dal V
secolo, divenne sempre più una cosa formale: conferito ai ragazzi candidati al sacerdozio, i quali
venivano formati nelle scuole episcopali (una per i canti e una per i lettori), un po’ come un seminario
ante litteram, erano per la vera e propria formazione teologica.
Presso le parrocchie, c’era l’uso di riproporre scuole dello stesso tipo, nella casa del parroco, affinché
da questo gruppo venisse poi scelto il successore del parroco.
Con il tempo, oltre al suddiaconato, solo l’accolitato rimase con una certa autonomia. Gli altri
divennero meri gradi preparatori.
L’origine del termine “accolito” è greca (Akolyth) e vuol dire “successore”. L’origine greca ci
suggerisce che questo ministero può essere nato quando la comunità cristiana di Roma parlava
prevalentemente il greco, l’accolito era in primo luogo l’assistente del diacono e quindi non
direttamente al seguito del sacerdote.
L’importanza liturgica degli accoliti non era secondaria, tanto che, secondo il primo ordo romanus,
essi erano coloro che durante la messa presieduta dal Papa reggevano i sacchetti su cui le ostie
venivano spezzate e inoltre erano coloro che portavano l’Eucaristia dalla Messa pontificale nelle altre
celebrazioni liturgiche tenute parallelamente in città. Quindi se ne deduce che la posizione degli
accoliti nella Chiesa romana era molto significativa e per questo venivano presi in considerazione per
questo ministero solo gli adulti.
Col passare del tempo la specificità del ministero dell’accolito passò sempre più tra le competenze
del suddiacono, il quale era indubbiamente un laico. I suddiaconi erano al primo posto tra gli ordines
minores, e gravitavano costantemente sul clero più elevato di grado, inoltre su di essi venivano
tendenzialmente scaricati i ministeri minori da parte dei diaconi i quali sempre più si distinguevano.
Già papa Alessandro II annoverava i suddiaconi tra i gradi maggiori dell’Ordine ma bisogna aspettare
Innocenzo III per annoverarli effettivamente tra gli ordini maggiori, mantenendo però l’asservimento
ai diaconi.
Quindi nella celebrazione liturgica gli accoliti e i lettori erano considerati gli “assistenti generali” del
sacerdote, inoltre il lettorato rappresentava il grado di accesso al ministero ecclesiastico. Nel tempo,
poi, i suddiaconi ricoprivano sempre più un ruolo simile a quello dei diaconi, arrivando a anche a
leggere e a servir Messa.
Alla fine dell’età antica e nel primo Medioevo gli ordini minori non avevano più nessuna importanza
nella vita liturgica della Chiesa. Nonostante questo, nel corso del Concilio di Trento, gli ordini minori
continuavano a possedere il significato pratico di essere dei gradini imprescindibili sulla strada verso
il sacerdozio, cosa ovvia in Oriente già alla fine del IV secolo. Questi restarono in uso fino al concilio
Vaticano II quando non furono più considerati fecondi per la preparazione al sacerdozio.
Questa netta separazione tra stato sacerdotale e ministeri laicali è frutto di un formalismo che ha
distrutto l’equilibrio dei ministeri nella Chiesa, di fatti ciò che gli studenti dei seminari minori
esercitavano in forza degli ordini loro conferiti, all’interno della comunità chiusa del seminario, lo
svolgevano senza alcun incarico particolare i laici nelle comunità parrocchiali durante l’intero anno
liturgico. Bisogna aspettare il 1972 e il Motu proprio di Paolo VI “Ministeria quaedam” per un
riordinamento degli ordini minori e dei ministeri istituiti.
Abbiamo così una prima conclusione: i gradi ministeriali del lettorato e dell’accolitato furono
assorbiti dal suddiaconato con modalità diverse a seconda delle circostanze. Così i lettori e gli accoliti
divennero gli assistenti del sacerdote celebrante e l’unica figura laicale che continuò a sussistere era
quella del chierichetto.
La presenza della figura del ministrante e il suo servizio divenne necessario per salvaguardare il
carattere pubblico della Messa privata. Le sue risposte ai saluti e alle preghiere del sacerdote
preservavano la dimensione comunionale della celebrazione. Questo però comportò delle difficoltà
per i parroci di campagna che non potevano né celebrare da soli e spesso non potevano essere
affiancati nemmeno da un altro chierico. Questo portò, in seguito ai sinodi di Colonia e di Magonza
del 1310, all’ammissione dei laici al servizio dell’altare.
I chierichetti, prendono il posto dei chierici per la messa, ovviamente escluse le donne.
I ministranti laici erano presenti fin dal medioevo in tutte le comunità parrocchiali cattoliche, ma solo
con papa Pio XII per la prima volta in maniera ufficiale si parlerà in un’enciclica dei giovani
(Mediator Dei) che svolgevano il servizio di ministranti.
Il definitivo riconoscimento della qualità liturgica del servizio dei ministranti da parte del magistero
ecclesiastico arriva con la costituzione sulla liturgia dove viene affermato che i ministranti, come i
lettori, i commentatori e i membri della schola cantorum, svolgono un vero ministero liturgico. In
questa maniera i laici non sono uguagliati ai chierici ma pone fine al pensiero clericale sui ministeri
liturgici laicali svincolandoli dallo sviluppo dei ministeri ordinati. Essendo ingiustificata la differenza
tra uomini e donne in questo articolo, a partire dagli anni Settanta del XX secolo, anche le ragazze
hanno cominciato a svolgere il servizio di ministranti.
Bisogna far pensare e far vivere la vita liturgica come “una cosa per bambini e funzionari stipendiati”.

3. I ministeri liturgici di laici secondo l’attuale posizione magisteriale. Una situazione


più che insoddisfacente.

Con il Motu proprio Ministeria quaedam del 1972 il Pontefice Paolo VI ha rinnovato nella Chiesa
Latina la disciplina riguardante la prima tonsura, gli ordini minori e il suddiaconato. In particolare
con tale riforma vennero meno la tonsura, come segno di ingresso nello stato clericale, e il suddiacono
e l’espressione “ordini minori” fu sostituita dal termine ministeri, per indicare che i due rimanenti
ministeri del lettore e dell’accolito non dovevano più essere considerati come gradini intermedi nel
cammino verso il sacerdozio e, dunque, riservati ai soli futuri chierici, ma potevano essere conferiti
anche ai laici, sulla base dell’uguaglianza di tutti i fedeli cristiani in forza del sacerdozio comune.
Tuttavia questa riforma si è rivelata insoddisfacente e, di fatto, ha portato ad una reintroduzione degli
ordini minori soprattutto per l’esclusione delle donne dall’esercizio di questi ministeri, perché non
supportata da alcun argomento teologico e, pertanto, risulta priva di adeguate motivazioni, anche
sotto il profilo giuridico. Come evidenziato da autorevoli studiosi, come Althaus, infatti, a favore
dell’ammissione delle donne depongono: a) l’uguaglianza di tutti i battezzati (can. 208 C.I.C.); b) la
circostanza che il servizio dei ministranti è un ministero laicale originario che esclude ogni
delimitazione sulla base dei sessi; c) il canone 320, § 1, C.I.C. non comprende il servizio dei
ministranti e, comunque, in caso di dubbio, interviene l’interpretazione autentica ristretta di cui al
canone 18 C.I.C. Il secondo paragrafo del medesimo articolo non contiene alcuna delimitazione e
l’espressione omnes laici abroga il precedente diritto liturgico; d) poiché il vigente codice di diritto
canonico riordina la materia ex integro, ne discende in base al canone 6 che, § 14, che le disposizioni
antecedenti sono annullate.
Oltretutto sottolinea il medesimo autore, il richiamo alla tradizione per escludere le donne dai
ministeri istituiti, non è argomento valido, perché oramai l’ingresso nello stato clericale ha luogo
soltanto con l’ordinazione diaconale e, in ogni caso, la Chiesa delle origini ha già conosciuto il
conferimento alle donne degli ordini minori. Inoltre le donne già svolgono questi ministeri in forma
temporanea e, quindi, non si comprende per quale motivo non possa avvenire in modo permanente,
considerato tra l’altro che i candidati al sacramento dell’ordine non sono istituiti in maniera
permanente e, quindi, non c’è alcuna relazione tra l’ammissione ai ministeri laicali da parte delle
donne e la richiesta del sacramento dell’ordine.
4. La discriminazione liturgica della donna, a tutt’oggi non superata: per paura?

Nonostante si esalti la femminilità, si sottolinei la loro eminente dignità di spose, madri e sorelle, non
viene poi loro riconosciuta alcuna possibilità di esercitare responsabilità e funzioni direttive nella
chiesa. Così tutto il corpo ecclesiale ne risulta menomato: un corpo in cui la metà delle membra deve
ascoltare solo gli uomini intervenire nella liturgia, in cui le decisioni che riguardano tutti sono prese
solo dagli uomini, in cui ciò che le donne sono e devono essere è stabilito dagli uomini, senza neppure
ascoltarle. Presenti ovunque, accanto agli uomini in tutte le forme della vita cristiana, impegnate nella
trasmissione del Vangelo e testimoni di Cristo quanto agli uomini, in realtà si trovano escluse dagli
ambiti decisionali e possono essere solo semplici fedeli, “Christifideles”, appartenenti al laicato
oppure alla vita religiosa, comunque senza autorità deliberativa perché donne. Il Concilio Vaticano
II cambia l’indirizzo della Chiesa: Il discorso di apertura del Concilio, rese chiaro ed evidente che
nella Chiesa si sentiva un bisogno di rinnovamento, confermando la dignità di tutti i credenti, e per
tale uguaglianza che tutti cooperano all’edificazione del Corpo di Cristo, in base alla propria
condizione e i diritti di ciascuno. Tuttavia oggi c’è una netta chiusura all’apertura dei ministeri laicali
alle donne. Alla donna spetta il compito di: assegnare i posti da occupare, raccogliere offerte e leggere
i commenti fuori dal presbiterio, come questo sia visto in modo doppiamente discriminante. Prima
nei confronti della donna come persona, poi verso la parola di Dio, che deve essere annunciata in un
contesto adeguato; come se nel momento in cui viene annunciata dalla donna, essa cessi di essere
parola di Dio o lo diventi in maniera minore. Nel “Motu proprio” di papa Pio X si introduce il concetto
di partecipazione attiva, importante per la riforma post-conciliare, dove stabiliva che “nel canto
corale, le donne possono essere coinvolte solo in assenza di voci maschili”.
Un enorme “problema” che discriminava la donna era il fatto che era ritenuta impura, a causa di mal
interpretazione delle Scritture, per via del ciclo mestruale. Esse erano costrette a rimanere a casa
durante tale periodo, non potevano ricevere la comunione né accedere allo spazio intorno all’altare.
Se una donna però per devozione desiderasse ugualmente farlo, avrebbe dovuto sottoporsi ad un
lavacro prima. Alle donne, inoltre, era fatto divieto di portare all’altare le offerte, la tovaglia o il
calice.
Ad esse non è lecito sottostare allo spazio al di là della balaustra del coro e alla sagrestia. Un tempo,
però, la donna occupava un ruolo fondamentale, soprattutto nei primi secoli della Chiesa.
Esisteva l’Ordo delle diaconesse, le quali avevano accesso all’altare, ma a causa della loro impurità
mensile vennero escluse dall’ambito del culto e del santo altare. Alla fine del medioevo si andava
manifestando una contraddizione che è difficile non cogliere. Se da una parte non pareva esserci più
alcun impedimento per l’ingresso nell’edificio ecclesiastico da parte delle donne, l’accesso all’ambito
circostante l’altare e ai ministri liturgici è considerato proibito, e in forma ancora più accentuata che
in precedenza, rimane celato il motivo dell’impurità del sangue, ma determinante.
Il CV II ha creato le premesse per la rielaborazione della problematica ereditata dalla tradizione.
Oggi viene considerata la sessualità a stretto rapporto con l’amore. In tal modo viene superato un
modo di considerare la sessualità legato alla visione antica e anticotestamentaria, ponendo anche fine
all’idea che le prescrizioni di purità veterotestamentarie continuino ad avere valore, come si è notato
ogni volta che ci si è confrontati con il ruolo liturgico della donna.
Pertanto occorre trarre la conclusione che gli argomenti che si fondano su idee di impurità culturale
o che attribuiscono un valore inferiore della donna nella liturgia, per quanto pensano di essere sorrette
da ragione teologiche, non solo non posseggono alcuna forza persuasiva ma se valutate sullo sfondo
dell’ordine cristiano della creazione e della redenzione, sono falsi.
Giovanni Paolo II nella sua lettera apostolica sulla dignità della donna (Mulieris dignitatem) afferma
che, per quanto riguarda al sacerdozio comune dei battezzati tra uomo e donna non c’è nessuna
differenza; le donne e gli uomini in quanto laici hanno allo stesso modo diritto e dovere alla
partecipazione attiva alla celebrazione liturgica (SC14).
L’unica delimitazione di questo sacerdozio comune concerne tanto alla donna che all’uomo ed è
quella che riguarda la differenza tra il sacerdozio comune di tutti i battezzati “sacerdozio comune”
radicato nel Battesimo e il sacerdozio ministeriale.
Si ritiene un dato acquisito che la tradizione inequivoca, seguita tanto in Oriente come in Occidente,
dopo la Dichiarazione della Congregazione per la dottrina della fede del 15 ottobre 1976, di
amministrare l’ordinazione sacerdotale solo agli uomini debba essere ricondotta a Cristo stesso ed
essere intesa come una norma vincolante, che la Chiesa ritiene di non poter modificare.
Il cuore della teologia magisteriale cattolica è la rappresentazione iconografica di Cristo come del
capo che opera sulle membra del suo corpo e, quindi, come del vero liturgo. Alla base dunque di
questa teologia magisteriale vi è l’immagine di Cristo come sposo e della Chiesa come sposa.
La vera ragione, dunque, di questa discriminazione è la paura della discussione sul sacerdozio
femminile! Per questo, molti teologi, ritenevano poco opportuna l’ammissione delle donne e delle
ragazze al servizio dell’altare
Quel che manca ancora è una chiara confessione della fondamentale uguaglianza dei fedeli.
Si tratta solo di argomenti derivanti dalla paura: di una ipotetica discussione sul sacerdozio femminile,
paura di incrinare strutture fino ad allora ritenute solide, di novità e realtà estranee nella Chiesa.
Con la paura di affrontare domande e discussioni e con le conseguenti restrizioni nell’accesso ai
ministeri liturgici di donne e ragazze, non si può certo pensare di riuscire a comunicare in maniera
credibile lo specifico del ministero ordinato sulla base del simbolismo nuziale del rapporto tra Sposo
e Sposa.
Di fatto le donne anche senza uno specifico mandato, svolgono ormai da molto tempo i ministeri
liturgici previsti per i ministeri laicali istituiti, almeno nell’area culturale europea e nordamericana.
Di conseguenza, la prassi ha superato di gran lunga la situazione di diritto. Tale è e rimane comunque
una situazione insoddisfacente fino a quando le donne non potranno essere incaricate anche di questi
ministeri. Si tratta molto semplicemente di una discriminazione della donna, che non ha nessun
fondamento e non può essere in alcun modo fondata.

5. Tendenze emancipatorie e abusi isolati. I ministeri laicali sotto sospetto.

Molti esponenti della gerarchia ecclesiale e alcuni teologi guardano con sospetto i ministeri liturgici
dei laici in generale e in particolare quelli affidati alle donne. Si continua ad avere l’idea che colui
che serve nella liturgia sia il chierico; e si continua a non rendere conto nel modo dovuto al sacerdozio
comune di tutti i battezzati quale fondamento teologico dei ministeri laicali. Ecco perché i ministeri
dei laici in particolare quelli delle donne, piuttosto che essere accolti a braccia aperte, vengono
accettati in forza dei dettami di uno strapotente modello culturale. Per un vero rinnovamento ci
vorrebbe un dialogo aperto. I ministeri laicali divengono sospetti nel momento in cui incoraggiano
nella Chiesa delle tendenze emancipative. Può accadere soprattutto in mancanza di sacerdoti che
movimenti emancipatori, mettano in questione il ministero ordinato e l’autocoscienza sacramentale
della Chiesa. Se per un lungo periodo di tempo la celebrazione eucaristica non viene celebrata da un
sacerdote e viene sostituita da altre forme liturgiche, preparate e celebrate da laici, si rincorre nel
rischio che una comunità si disabitui alla celebrazione eucaristica perdendo la coscienza della propria
identità sacramentale Sempre meno cristiani riescono a comprendere perché il diacono o il loro o la
loro referente pastorale che hanno gli stessi studi dei sacerdoti, non possono loro stessi a presiedere
la celebrazione eucaristica. I sacerdoti sono sempre di meno, e molti di essi per salvare la Chiesa,
ritengono che si devono emancipare i laici, per una chiesa laicale viva. Ecco perché vengono affidati
compiti che, in precedenza, spetterebbero unicamente ai ministri ordinati, ai teologi laici e alle
teologhe laiche. A porsi sempre in termini più aspri e complessi è la questione della coesione interna
tra la direzione della comunità e quella della celebrazione eucaristica, siccome le ambedue devono
essere assunte in forma permanente finisce per condurre a una pretesa eccessiva nei confronti dei laici
e a una crisi di identità nei confronti della Chiesa stessa. Nessuno che non è sacerdote può presiedere
la celebrazione eucaristica, o amministrare il sacramento della riconciliazione e l’unzione degli
infermi. D’alta parte non sono pochi i sacerdoti responsabili di abusi nella celebrazione della liturgia,
che affidano ai laici dei compiti che non competono loro, mortificando il ministero sacerdotale stesso.
Non diversamente influisce la perdita di conoscenza dell’essenza della liturgia, dei sacramenti e della
Chiesa, quando, a causa della mancanza del sacerdote, la comunità viene posta sotto la guida di un
teologo laico o di una teologa laica. Accade che dei laici, impegnati in forma permanente o
occasionale, rivendichino per se stessi la competenza sacramentale del ministero ordinato o
presiedono liturgie in maniera tanto simile a quelle sacramentali che i fedeli a stento riescano a
percepire una differenza. Non bisogna farne un abuso. Un documento su questo genere di rischi è la
lettera pastorale del vescovo di Basilea per la Pentecoste del 1998. Vengono esplicitamente citati gli
abusi in ambito sacramentale, nel senso che alcune teologhe laiche si sono spinte al punto di
autoconferirsi la facoltà di amministrare i sacramenti come l’unzione degli infermi o la confessione
pur non avendo alcun mandato ecclesiale. La conseguenza è che si sta andando sempre più perdendo
il segno per il senso sacramentale dell’ordinazione sacerdotale e, di conseguenza, per il fondamento
sacramentale della Chiesa cattolica. Una comunità di fedeli, per essere chiamata Chiesa, non può
derivare la sua guida da criteri organizzativi di natura associativa o politica. Ogni chiesa particolare
deve a Cristo la sua guida perché è lui che ha concesso il ministero apostolico, per cui nessuna
comunità ha il potere di darla a se stessa. A coloro che non sono sacerdoti è vietato proferire le
orazioni e qualsiasi altra parte riservata al sacerdote celebrante soprattutto la preghiera eucaristica
con la dossologia conclusiva. Come pure l’amministrazione del sacramento dell’unzione degli
infermi che è riservato esclusivamente al sacerdote perché è in rapporto con la relazione di questo
sacramento con il perdono dei peccati. Come pure la guida delle celebrazioni di matrimoni battesimi
e esequie ecclesiali può essere affidata a dei laici solo in casi eccezionali e realmente fondati. Ma
l’abuso che produce i danni più gravi e permanenti consiste nel non lasciare che sia Dio a operare
nella liturgia, ma ad approfittarne di mettere l’uomo al suo centro. Bisogna guardarsi dalla “Epifania
dell’Io”. Questo riguarda tutte quelle persone coinvolte, nel servizio all’altare e all’ambone che
cercano di mettere in risalto la propria persona. Per questo ci sono le due missioni del cristiano: quella
del sacerdozio particolare nella Chiesa e quella del sacerdozio comune nel mondo. In ambedue i casi
viene esercitata una grande pressione sull’Ego del cristiano, perché egli si trasformi e il cristiano, alla
fine, possa dire con l’Apostolo: Non più io vivo, ma Cristo vive in me. L’ineliminabile dignità dei
battezzati e dei confermati nel sacerdozio comune, che deve trovare espressione anche nell’evento
liturgico, proibiscono di lasciare alle tendenze emancipative e a singoli attacchi l’ultima parola nella
valutazione nei ministeri liturgici laicali. A caratterizzarli è la forza del carisma che sta alla loro
origine, come dono dello Spirito Santo e del loro riconoscimento da parte della Chiesa e del loro
mettersi al suo servizio.
Capitolo 3

Liturgia e carisma
1. La participatio actuosa di tutti coloro che si radunano per la celebrazione liturgica.
Una cosa evidente?

Dalla valutazione del Concilio Vaticano II per il rinnovamento liturgico, è emerso che ci deve essere
una “partecipazione attiva” alla liturgia, come detto anche da Papa Pio X nel Motu proprio “Tra le
sollecitudini” del 22 novembre 1903.
Quando si fa riferimento alla partecipatio actuosa, si intende che la partecipazione del popolo di Dio
alla liturgia non deve essere solo interiore, ma capace di esprimersi al di fuori.
Secondo la Sacrosanctum Concilium, il popolo dei fedeli ha diritto a partecipare alla liturgia in quanto
battezzati, quindi essi sono chiamati a far si che si attui il progetto di Dio sulla salvezza del mondo,
mediante l’accoglienza dell’invito alla mensa dove si concretizza il sacrificio di Cristo, nel pane e nel
vino dell’Eucaristia. C’è bisogno che la Chiesa si adegui a questa partecipazione laicale, facendo sì
che la liturgia sia una partecipatio plena, conscia et actuosa.
La liturgia è una realtà comunitaria di relazione tra Dio e l’uomo, ma anche di relazione con gli altri,
infatti, si chiede una partecipazione attiva dei fedeli laici, ma ciò deve implicare, oltre che una
dimensione esteriore, anche e soprattutto una dimensione interiore, che la rende partecipatio Dei, che
consiste nel vivere prima interiormente quello che si sta celebrando. È necessaria una
interiorizzazione, un’educazione interiore alla liturgia.
Questo non significa ridurre la partecipazione dei laici ad essa, ma rendere capaci gli stessi fedeli di
approcciarvisi, introducendoli, cioè iniziandoli ai ministeri liturgici attraverso una formazione
adeguata, per poi ricevere tali ministeri liturgici.
Ciò non significa che siano diverse dal resto dei fedeli che partecipa alla liturgia con il canto e i gesti
rituali, perché con il Battesimo e la Confermazione a tutti è conferito il fondamento sacro della
partecipazione attiva alla liturgia, poiché tutti coloro che vi partecipano hanno la stessa dignità del
sacerdozio comune a tutti i cristiani.
C’è da dire che, purtroppo, ci sono sempre meno fedeli che prendono parte attivamente alla liturgia
per manifestare la gloria di Dio e, anche se previsto dall’Introduzione al Messale Romano, ci sono
ancora molte comunità che si privano del loro aiuto.
2. Una minoranza permanente: la partecipazione gradualizzata e differenziata alla
celebrazione liturgica

Si può celebrare la Santa Messa in molti modi: c’è la Messa feriale; c’è la Messa domenicale (in cui
è presente tutta la comunità parrocchiale); c’è la Messa solenne (celebrata in concomitanza di festività
dell’anno liturgico); c’è la Messa del Vescovo (circondato dai suoi sacerdoti e diaconi e altri ministeri
liturgici nonché dalla comunità). In qualsiasi modo la Messa venga celebrata, rappresenta il raduno
della Chiesa per la celebrazione del mistero Eucaristico. La Chiesa stessa si può comprendere solo a
partire dalla celebrazione dell’Eucaristia.
Il modo di celebrare la Messa influenza non solo la partecipazione della comunità ma incide anche
sulla maniera in cui i ministeri laicali si pongono accanto ai sacerdoti.
Prima della riforma liturgica si conoscevano gradi differenti di solennità nella celebrazione della
Messa (parti diverse cantate dal sacerdote o dalla Schola cantorum), senza esserci una partecipazione
piena da parte di tutta la comunità, era per di più una Messa privata che il sacerdote celebrava,
accompagnato dal ministrante che dava le risposte. Dopo la Riforma, forma fondamentale di Messa
rinnovata è la Missa cum populo. Meglio sarebbe stato se fosse stata definita “Messa della Comunità”.
Nel Messale rinnovato tuttavia si concede una libertà maggiore che non era possibile prima della
riforma. Non sono presenti indicazioni prescrittive riguardo al grado di solennità della celebrazione
comunitaria: la forma della celebrazione viene determinata dalla sequenza dell’anno liturgico con le
sue solennità, feste e memorie.
GPII nell’Introduzione alla terza Editio Typica del Messale Romano (gennaio 2000) sottolinea: “I
fedeli non rifiutino di servire con gioia l’assemblea del popolo di Dio, ogni volta che sono pregati di
prestare qualche servizio particolare nella celebrazione”. Certo non tutti possono e non tutti
vogliono: alcuni mancano dei requisiti necessari per assumere un ministero liturgico (poco talento
nel canto per esempio); altri sono timidi e fanno fatica a presentarsi in pubblico; altri sono frenati dal
coniuge o piuttosto da chi li accusa di volersi mettere in mostra (la cosiddetta “Epifania dell’Io” di
cui parla Hattrup).
Del resto la prassi pastorale mostra le difficoltà a guadagnare tanto i bambini tra i ministranti quanto
gli adulti in altri incarichi. A questo proposito si suggerisce, soprattutto nelle piccole comunità, di
organizzare i gruppi di ministeri liturgici laicali come gruppi aperti, perché ci sia la libertà di potersi
ritirare senza subire nessune tipo di discriminazione e non cadere nel pericolo di formare un gruppetto
chiuso ed esclusivo. L’interesse ad assumere un ruolo attivo nella liturgia può essere una strada per
scoprire un carisma tanto in se stessi quanto in altre persone. Questo dono di grazia non è dato a tutti
fedeli e nella stessa misura. Una volta riconosciuto questo carisma occorre prendersene cura,
svilupparlo, metterlo al servizio della Chiesa.
3. “Legittimazione dall’alto”. Il carisma dell’azione liturgica

Il riconoscimento ai laici di amministrare la liturgia non dipende dal fatto che essi sono disponibili al
servizio liturgico più di altri fedeli, né dal fatto che essi hanno la capacità più di altri di farlo.
La legittimazione deriva, invece, dal fatto che i laici ricevono un dono dalla grazia dello Spirito Santo
che dà ai laici il cosiddetto carisma delle azioni liturgiche, dono dato non per santificare se stesso ma
per rendere la Chiesa più grande, per il bene della Chiesa.
Il termine “carisma” deriva dal greco “charis” che significa “grazia” cioè qualcosa che va oltre il
rapporto tra Dio e il mondo. Questo carisma Dio lo riserva a tutti, sono varie forme, ma sempre
convergente sul fine di dare servizi che aumentano il bene della comunità di fede in cui tanti si
riconoscono.
I carismi sono differenti dai talenti personali, in quanto i primi sono dei doni di fede per la comunità
ed i secondi doni di Dio a tutti gli uomini, fanno parte della persona umana, sono soggetti a sviluppo
così che la personalità singola diventa giorno dopo giorno più matura.
S. Tommaso ci ricorda che il carisma, invece, è una grazia speciale donata per costruire la comunità
ecclesiastica, dono libero sia dalla natura che da ogni merito personale, pronta a collaborare con la
missione conferita dalla fede. In ogni caso carisma e talento non dovrebbero contrapporsi.
Gli studiosi hanno fatto subito rilevare che nei Vangeli la nozione di carisma non è univoca ma
riferisce che i carismi sono manifestazioni dello Spirito Santo nella Chiesa, come a significare che i
carismi sono in relazione allo Spirito Santo e al corpo di Cristo che si dona a tutta la Chiesa e non
solo alle gerarchie. Ciò dona al carisma il valore comunitario destinato alla costruzione della Chiesa.
Dunque carisma e ministero sono relazionati ad un unico ministero ecclesiale in base ad un comune
amore, unità di misura per l’adesione al Credo apostolico.
Nasce una domanda su quale sia la natura teologica del carisma, sul suo ruolo con la Chiesa e sulla
distinzione con il ministero sacramentale dell’Ordine Sacro. Nella Sacra Scrittura non vi è traccia,
ecco perché bisogna attendere la conclusione del Vaticano II.
Il Vaticano II si preoccupa di non mettere in concorrenza tra ministero e carisma. Nella Lumen
Gentium si sostiene che lo Spirito Santo pone la Chiesa nella piena verità attraverso la comunione ed
il ministero e la dirige con i suoi doni che sono le gerarchie e i carismi. Dunque l’unità della
comunione ecclesiale si realizza nei doni gerarchici e carismatici.
Gerosa sostiene che il Concilio sui carismi indica tre cose e si racchiude in tre punti:
• I carismi sono un dono speciale;
• essi provengono dallo Spirito Santo e sono destinati a tutte le categorie di fedeli;
• i carismi operano per edificare la Chiesa, il bene degli uomini presenti nella Chiesa e nel
mondo.
Per cui i carismi, una volta che sono ritenuti autentici dalle autorità, devono essere promossi per
sviluppare il bene della Chiesa.
Il Concilio Vaticano II distingue i carismi carissima e carismi simpliciora non confondendoli con gli
altri doni dello Spirito Santo.
I padri del concilio affermano che il carisma è un dono particolare che può essere donato ad ogni
fedele, rendendoli pronti ad edificare nella comunione con gli altri il corpo mistico di Cristo ovvero
la Chiesa.
I carismi non sono donati indistintamente a tutti i fedeli attraverso il battesimo, come afferma il
Concilio Vaticano II, ma è compito della teologia esplicitarne le ragioni.
I carismi toccano, sia il sacerdozio comune di tutti i fedeli derivante dal battesimo, confermazione e
prima comunione, sia quello ministeriale.
E’ lecito quindi intendere i ministeri liturgici laicali, soprattutto il lettorato e l’accolitato come
ministeri laicali che richiedono non solo delle disposizioni naturali e dei talenti ma anche un dono di
grazia dello spirito santo per l’edificazione della chiesa e della sua comunione vivente.
Al sacerdote competono determinati compiti nell’azione liturgica che non può delegare a chi non è
sacerdote, ma anche tra i laici c’è una differenziazione basata sui compiti e i servizi svolti: ognuno
deve fare ciò che gli compete sulla base delle diverse dati carismatiche.
Ciascuno deve portare come proprio carisma del ministero liturgico quello a cui è stato reso capace
per l’edificazione della chiesa come corpo di cristo.
Ai laici è dato il mandato di raccogliere i fedeli e di pregare insieme con loro per avvicinarli al
messaggio della Sacra Scrittura per alimentare la loro fede, quando necessario distribuire loro
l’Eucarestia senza entrare in concorrenza con quello che è di esclusiva competenza del sacerdote.
Questo tipo di mandato potrebbe contribuire a procurare ai laici una loro positiva identità che
conferisce loro una legittimità “dall’alto” nel momento in cui assumono funzioni di guida il modo per
mettersi al servizio della Chiesa trova la sua espressione nella “Christifideles laici”.

4. Discernimento, promozione, riconoscimento, istituzione: carisma liturgico e struttura


ministeriale della Chiesa

Per comprendere che in quel laico ci sia un carisma liturgico autentico, lo Spirito Santo, allora,
attraverso un discernimento, ci dirà se il ministero liturgico di qualcuno sia un semplice mettersi in
mostra o sia necessario per l’edificazione della Chiesa.
Deve esserci l’umiltà, che consiste nel sentirsi uomini e donne con pregi e difetti, ma che cercano di
orientare la vita secondo la fede; la pietà personale che consiste nel vivere una vita di dialogo con
Dio; che sfocia nella vera devozione, interessarsi di questioni della fede e della Chiesa, desiderare la
conoscenza di Dio e vedere tutto alla luce della fede: usare sia la ragione che la fede e l’impegno, ai
candidati al ministero laicale è richiesto l’impegno di essere docili alla formazione e di mettere a
disposizione il proprio tempo e le proprie energie per la formazione.
Una volta che è il carisma liturgico è stato accertato come autentico, bisogna capire chi deve essere a
conferire l’incarico di lettore o accolito. Schwenzer afferma che dev’essere il parroco della parrocchia
in cui andrà ad operare il candidato. Però il Ministeria quaedam, La Sacrosantum Concilium e
Giovanni Paolo II dichiarano che sia più adatto il vescovo a ricoprire questo ruolo, perché è il vescovo
a regolare la vita liturgica della Chiesa e, di conseguenza, a dispensare i ministeri di Dio.
Per quanto riguarda i tempi, Schwenzer afferma che il ministero dovrebbe durare 2/3 anni, ma non si
possono mettere limiti temporali all’azione dello Spirito Santo! Una valida soluzione potrebbe essere
questa: conferire il ministero per un tempo indeterminato, con la possibilità di rievocarlo per motivi
di salute, di famiglia o quando si nota che il carisma non c’è più. La revoca viene compiuta
dall’ordinario.
Il conferimento dell’incarico di lettore od accolito si dovrebbe articolare come un vero e proprio
mandato, che secondo Ministeria Quaedam, dovrebbe essere aperto anche alle donne. La cerimonia
dovrebbe avvenire in modo conforme al rito del nuovo Pontificale.
Questo rito dovrebbe opportunamente far riferimento al Battesimo ed alla Confermazione ed
esprimere l’assunzione di un servizio che deriva da un carisma donato dallo Spirito Santo. Nel rito di
conferimento del mandato si dovrebbe quindi evincere che la scelta ha un carattere divino, cioè
proviene dall’alto.
Durante la cerimonia di mandato si potrebbe conferire ai ministeri laicali una collocazione nel
presbiterio e una veste liturgica.
Attualmente coloro che hanno questi incarichi (di fatto) si alzano in abiti civili dai loro posti in mezzo
al popolo: questa prassi è considerata discutibile. Oggi è considerato problematico prendere posto nel
presbiterio o indossare abiti liturgici, soprattutto da parte di chi svolge questi ministeri e non vuole
essere oggetto di critica. Questo problema potrebbe essere ovviato se fosse il vescovo ad assegnare
un posto nel presbiterio ed un abito liturgico, conferendo a questi atti una propria legittimità ed
evitando una possibile clericalizzazione (ossia l’equivoco per cui la presenza di segni liturgici
esteriori dovrebbe competere solo al ministero sacerdotale). Liturgicamente ciò potrebbe avvenire
dopo l’omelia del vescovo e prima del mandato.
L’abito liturgico interessa tutti coloro che esercitano un ministero liturgico in ragione del sacerdozio
comune: tale abito, infatti, può essere collegato all’abito battesimale, segno di unione con Cristo. Il
camice o la tunica senza cintura rappresentano l’abito del sacerdozio comune di tutti e gli stessi
ministri ordinati non lo depongono in occasione della loro consacrazione, ma indossano sopra questo
abito le vesti tipiche del ministero ordinato, perché il sacerdozio ordinato non elimina il sacerdozio
comune che deriva dal Battesimo, ma su di esso è edificato.
Denominazione dei ministeri liturgici laicali:
Il concetto di “lettore” non presenta grandi difficoltà: anche nel gergo comune l’attività della lettura
è intesa come approccio consapevole ai testi. È evidente che coloro che sono chiamati a leggere la
Sacra Scrittura vengano chiamati “lettori”, ma tale denominazione assumerebbe un valore specifico
solo in seguito al conferimento di un mandato, che distinguerebbe un ministero istituito da chi legge
durante la Messa senza mandato.
Per l’accolito, invece, le cose stanno in modo diverso. Anzitutto, è utile sapere che nel nuovo diritto
canonico l’accolitato odierno ha poco a che fare con la storia dell’accolitato nella Chiesa romana
tardo-antica. Il concetto di “assistente” o “aiutante”, che talora si attribuisce a questo servizio, lo
descrive in modo improprio e vi conferisce un’accezione negativa, come se l’accolitato non avesse
una propria identità specifica, ma fosse solo un servizio di supporto al ministro ordinato; come se i
possibili servizi dell’accolito in realtà fossero competenza del ministro ordinato. Le attività del lettore
e dell’accolito comprendono ambiti che in precedenza erano competenza del suddiacono (soppresso
dal Motu Proprio Ministeria quaedam del 1972). In passato si percepiva la valenza del suddiaconato
come un grado “maggiore” del ministero, con l’obbligo del celibato e la recita del breviario; per
questo, quando esso fu abolito si continuò a ritenere possibile l’accolitato solo per gli uomini. Oggi
il concetto di “suddiacono” è scomparso dalla coscienza di coloro che sono cresciuti con la liturgia
rinnovata. Appare, oggi, più ragionevole conservare il termine “accolito”, accanto a quello di
“lettore”, per indicare laici (uomini e donne) che assistono il diacono o il sacerdote nella celebrazione
liturgica e che a questo scopo ricevono un particolare mandato dal vescovo, dopo che questi ha
valutato e riconosciuto il loro particolare carisma.

5. “A lode della Tua gloria”. Conseguenze per la forma liturgica dei ministeri laicali

Nell’agire liturgico, al di là degli aspetti esteriori della celebrazione, il pericolo in cui si può incorrere
consiste nel considerare l’uomo, con le sue capacità e le sue competenze, artefice dell’evento
epifanico.
Ulteriore rischio consiste nella circostanza che i lettori ed i ministri della comunione appartenenti al
laicato, esaurito il loro compito, ritornino tra il popolo privi di funzioni come funzionari stipendiati.
In effetti, non si può dire con certezza quale lettore intenda il messale, se quello istituito dal vescovo
con atto liturgico o quello che non ha ricevuto un mandato particolare ma è stato chiamato dal parroco
a svolgere quel servizio.
L’unico requisito è l’idoneità personale. Infatti, qualora non vi sia a disposizione un accolito istituito,
ci si può avvalere dei servizi di laici, anche se privi di mandato specifico.
Un’innovazione del 2000 consiste nel venir meno delle restrizioni relative ai ministeri e compiti
liturgici della donna.
Dal 2000 non vi è alcuna riserva legata al sesso, mentre in precedenza era necessario l’assenso del
vescovo locale.
Quindi, se è presente un accolito incaricato, allora gli competono determinati servizi che agli altri non
incaricati competono solo nel caso non sia presente un accolito.
In conclusione, se tutti i ministeri si basano su un dono di grazia dello Spirito Santo, non si può negare
la validità del conferimento dell’incarico mediante benedizione. Infatti, anche dal C.V. II si evince
che nella liturgia ogni ministro debba compiere tutto e soltanto ciò che è di propria competenza
secondo la natura del rito e delle norme liturgiche, confermando quindi per i laici la possibilità di
collaborare alla celebrazione stessa.
Se la Chiesa vuole realizzare la pienezza della propria celebrazione liturgica, rinunciando all’utilizzo
del ministero del laicato, siano uomini o donne, difficilmente potrà realizzare la sua gloria che
coincide con l’uomo che vive.