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PAURA … O ANGOSCIA?

Conferenza di Elena Pulcini –caratteri e metamorfosi


della paura in età globale
Partiamo innanzitutto dal concetto di passione: le passioni sono ciò che ci
motivano all’ azione, che ci portano a compiere certe scelte e ad avere certe
preferenze e credenze; attenzione che queste ultime non vanno scambiate con le
emozioni, come gioia o tristezza, dal momento che le passioni, se vogliamo,
hanno una particolarità in più: durante il corso della nostra vita ci predispongono
alla relazione con l’altro durante un percorso dinamico di crescita e
cambiamento.

Ogni epoca ha le sue passioni che, di epoca in epoca, differiscono tra loro e
assumono sfumature e caratteri diversi, ovviamente in base ai mutamenti
individuali e sociali.

Analizzando la nostra epoca ci accorgiamo di essere davanti al ritorno della


paura, dovuto all’ emergere sempre più evidente e preoccupante di sfide
planetarie, e chi più di noi al momento può sapere cosa sia una sfida planetaria?
Ma tolto ciò a cui mi sto riferendo, e a cui tutti penso abbiano pensato al solo
sentire “sfida planetaria”, pensiamo anche alle catastrofi ecologiche, alla povertà,
al terrorismo o alla minaccia di guerre (solo per citarne alcune); tutto ciò crea
uno stato di insicurezza e ansia, che addirittura peggiora una volta che
diventiamo consapevoli di quanto tali sfide siano imprevedibili e incontrollabili ,
proprio per il loro carattere globale, e di come siano in grado di oltrepassare in un
secondo i confini territoriali dando inizio ad effetti a catena incontrollabili (a
questo punto è appropriato fare riferimento alla teoria di Lorenz riguardo al
cosiddetto “effetto farfalla”, secondo cui anche l’azione più semplice e banale può
avere delle conseguenze dall’altra parte del mondo: una farfalla con il suo battito
d’ali può portare allo spostamento di alcune particelle d’aria e causare così, ad
esempio, un uragano dall’altra parte del mondo).

Parlando di paura bisogna però porsi due domande: paura di chi? Paura di che
cosa? La risposta a tali domande cambia in base alla natura dell’ oggetto, ma
possiamo distinguere tra due tipi di paura: la paura dell’altro e la paura del
futuro.
PAURA DELL’ ALTRO:

partiamo da una situazione Hobbesiana in cui il conflitto è generato dal fatto che
tutti gli uomini hanno gli stessi diritti e passioni; potrebbe sembrare una
condizione ideale ma proprio nel rincorrere questi diritti le persone arrivano allo
scontro e alla violenza: ecco che sopraggiunge allora la paura della morte, intesa
però come la paura di una morte violenta causata dal nemico. Per evitare che ciò
si verifichi gli individui hanno “costruito” lo stato, affinchè limitasse i diritti e
frenasse le passioni distruttive (come passione della gloria), garantendo,
attraverso la nascita di un patto sociale, una condizione di pace e sicurezza.
Questo patto non porta ad altro che ad una metamorforsi della paura, che si
trasforma da paura della morte a paura delle sanzioni e punizioni dello stato, in
caso si compia qualcosa che va contro alla legge: per questo la paura assume
anche un carattere positivo e necessario perché permette di mantenere l’ordine
(non esco quando c’è la quarantena così non prendo una multa, non tanto perché
mi preoccupi la pericolosità del corona virus o le ripercussioni che ciò può avere
sulle altre persone).

Attualmente la situazione è cambiata perché con “altro” non si intende più


qualcuno simile a noi e che gode dei nostri stessi diritti, ma qualcuno di
“diverso”, ecco che la paura cambia di nuovo e diventa paura della
contaminazione o del cambiamento, e si trasforma anche in angoscia; in questo
ultimo stadio della paura (cioè paura del diverso) entra in gioco il comunitarismo
repressivo, ossia un tipo specifico di reazione alla paura, in cui l’altro diventa
come un caprio espiatorio a cui gettare le responsabilità delle nostre colpe e dei
mali della società, attaccandolo in un continuo conflitto e con atti di violenza che
in tutti i modi cerchiamo di giustificare; da qui un altro cambiamento ancora
della paura: non si parla più di paura positiva e necessaria, ma paura come
disprezzo e odio (l’esempio che meglio spiega quanto detto è la questione
migratoria, in cui l’immigrato è colui che più di tutti è diverso da noi e si porta
dietro un bagaglio culturale decisamente diverso dal nostro, per questo in veste di
“italiani veri” ci sentiamo in diritto di attaccarlo). Di fronte alla paura l’essere
umano reagisce in altri due modi:

∙ Attraverso la rimozione, quando il nostro inconscio rimuove gli aventi e di


conseguenza non ne siamo più a conoscenza
∙ Attraverso il diniego, quando si crea una sorta di trincea mentale e
nonostante riconosciamo un pericolo non siamo in grado di affrontarlo
emotivamente (è ciò che già da tempo accade con il global warming: il suo
carattere remoto e invisibile non ci lascia provare paura per questo
pericolo, e siamo portati a vivere la nostra vita come se niente fosse e senza
sacrifici e rinunce, da spettatori passivi).

In riferimento a ciò la Pulcini fa riferimento alla Arentd che nell’opera “vita


activa” distingue tra tre tipi di uomini: l’ homo laborans, ossia colui che,
rispondendo alle necessità biologiche, lavora per mangiare e, dunque, per
sopravvivere, l’ homo faber (l’artigiano) e, infine, l’uomo politico, cioè colui che fa
dell’agire l’azione fondamentale della propria vita. La Arendt spiega come i primi
due abbiano finito per prevaricare sull’ultimo, ma spiega come in realtà sia
l’agire, tipico dell’uomo politico a mettere in relazione tutti gli uomini così da
renderci non più cittadini della nostra piccola comunità ma del mondo intero: di
conseguenza non siamo più spettatori passivi (come avviene con il diniego) ma
veri e propri “attori” che con le proprie azioni hanno contribuito all’accadimento
di ogni evento e che partecipano con grande coinvolgimento a tutte le peripezie
umane, a prescindere dal limite della distanza e dei confini territoriali.

PAURA DEL FUTURO:

la paura del futuro nasce da quello che ho detto all’inizio, ossia dalla situazione di
insicurezza che caratterizza l’età globale, cioè la nostra epoca. Il futuro infatti ci
appare come incerto e indeterminato dal momento che non siamo in grado di
controllarlo e, men che meno, di prevederlo.

La paura del futuro si può dividere in paura per quello che sarà della nostra vita
dipendentemente da fattori materiali come la povertà, oppure paura, come già
detto, delle sfide planetarie. Quest’ultimo tipo di paura del futuro è anche quella
più spaventosa se diventiamo consapevoli di come queste sfide planetarie siano il
risultato imprevisto e andato male di decisioni che le generazioni prima di noi
hanno preso proprio con l’intento di controllare il futuro; anche in questo caso si
può parlare di angoscia perché ci tr0viamo di fronte a qualcosa di ignoto e
indeterminato; già Kierkeegard e Hidegger ci danno una definizione molto simile
di angoscia: secondo il primo sarebbe una condizione esistenziale generata dalla
vertigine che ci percorre davanti alla libertà e alle infinite possibilità, Hidegger
invece definisce l’angoscia come ciò che ci mette di fronte al niente a cui ogni
uomo è destinato, quindi l’angoscia come minaccia del nulla.

Riassumendo, come combattere la paura?

Innanzitutto dobbiamo porre fine al diniego e non autoconvincerci che un tale pericolo
non esista e sia a noi distante; inoltre dobbiamo interrompere quell’atteggiamento
violento e ostile nei confronti del nemico e del diverso, anche se ciò può significare
mettere in dubbio la propria identità: questo non significa adottare la via della
tolleranza dietro a cui spesso si nasconde odio e un sentimento di superiorità, ma
provare ad essere il più empatici possibile verso l’altro accettando la nostra stessa
vulnerabilità che, per certi versi, ci rende simile a lui.

Nicole Gennari, 5^BS

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