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i Robinson / Letture

Di Carlo Jean
nelle nostre edizioni:

Guerra, strategia e sicurezza


Manuale di geopolitica
L’uso della forza.
Se vuoi la pace comprendi la guerra
Carlo Jean

Geopolitica
del XXI secolo

Editori Laterza
© 2004, Gius. Laterza & Figli

Prima edizione 2004

Proprietà letteraria riservata


Gius. Laterza & Figli Spa, Roma-Bari

Finito di stampare nell’aprile 2004


Poligrafico Dehoniano -
Stabilimento di Bari
per conto della
Gius. Laterza & Figli Spa
CL 20-7297-1
ISBN 88-420-7297-4
a Titti
Introduzione

Ogni momento storico è caratterizzato da proprie verità geo-


politiche. La geopolitica, infatti, non si riferisce agli spazi e ai
fattori materiali, ma soprattutto ai flussi, agli uomini e alle lo-
ro percezioni. Centrali nell’analisi geopolitica sono le rappre-
sentazioni che questi ultimi hanno di se stessi e del mondo e la
capacità dei responsabili politici di mobilitare il consenso e le
risorse necessari per perseguire determinati interessi.
Fino all’11 settembre 2001 la geopolitica dei flussi era do-
minante su quella, perdente, delle identità e delle ideologie.
Dopo gli attentati e la dichiarazione di guerra al terrorismo
molti hanno pensato che le cose fossero cambiate. È scom-
parsa la visione ottimistica della geopolitica, legata alla glo-
balizzazione economica. Il fallimento del vertice di Cancún
dell’Organizzazione mondiale del commercio (OMC) ha con-
fermato tale sensazione.
Le reazioni americane e la crisi dell’Iraq, pur non influen-
do sui rapporti complessivi di forza, né sulle grandi tenden-
ze del mondo, hanno provocato un riallineamento geopoliti-
co generale. Benché abbia posto termine alla fase di transi-
zione seguita alla fine della guerra fredda, tale riallineamento
potrà tuttavia dimostrarsi temporaneo. Un nuovo attacco
maxiterroristico in Europa o negli Stati Uniti, l’evoluzione
della crisi fra gli Stati Uniti e l’Iran o la Corea del Nord, o an-
che il successo della stabilizzazione dell’Iraq, potrebbero ro-
vesciare la situazione. In ogni caso, dopo l’11 settembre l’evo-
luzione geopolitica mondiale è stata trainata soprattutto da
quella della politica americana.

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È emersa, in tutta la sua evidenza e anche brutalità, la
realtà del mondo unipolare, centrato sull’iperpotenza degli
Stati Uniti. È però un errore scambiare l’unipolarismo con
l’inevitabilità dell’unilateralismo statunitense. Il primo è un
dato di fatto, oggi non contrastabile da nessun’altra potenza
e neppure da una coalizione antiegemonica, cioè antiameri-
cana. Non bisogna poi confondere l’assenza di un multilate-
ralismo istituzionale – garantito da istituzioni e da norme sta-
bili – con la fine di ogni multilateralismo. Quest’ultimo può
essere «di convenienza» e sopravvivere à la carte, presentan-
do opportunità sia per gli Stati Uniti che per i loro alleati.
La complessità e la rapidità di evoluzione rendono impre-
vedibile il futuro e impongono un’elevata flessibilità, che non
può essere realizzata con istituzioni, alleanze, contrapposi-
zioni e norme stabili, quali quelle che avevano prevalso dopo
la fine della seconda guerra mondiale. Prevarranno, invece, il
contingente e il temporaneo; le coalizioni ad hoc sulle allean-
ze permanenti. L’evoluzione geopolitica mondiale sarà de-
terminata dalle combinazioni fra unilateralismo e multilate-
ralismo e fra hard e soft power, praticate dalle maggiori po-
tenze e in particolare dagli Stati Uniti. Queste sono state ana-
lizzate a fondo dagli studiosi americani di relazioni interna-
zionali appartenenti alla scuola realista, in tutte le sue varie
articolazioni: dal realismo «difensivo» di Walt, a quello «of-
fensivo» di Mearsheimer; da quello liberale di Nye e, per cer-
ti versi, di Brzezinski, a quello più tradizionale di Kissinger.
La comprensione delle loro analisi e, prima ancora, dei va-
lori metapolitici a cui fanno riferimento questi pensatori è pro-
pria degli approcci della «geopolitica critica». Essa discute gli
assunti presi a base delle scelte e, accanto ai poteri militare ed
economico, sottolinea la crescente importanza del potere co-
municativo, soprattutto per le decisioni politiche contingenti.
Dopo l’11 settembre, all’economia, che sembrava domi-
nare i rapporti fra gli Stati «postmoderni», è risubentrata
l’ideologia, propria della power politics, unita a un ritorno
delle religioni nella politica; non solo nell’Islam, ma anche

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nella Christian Right, nei neoconservatives o liberal-imperia-
listi che intendono trasformare il mondo secondo i valori eti-
co-politici americani. Essa si esprime anche nel cosiddetto
«partito della pace», dell’antiamericanismo, dei no-global o
del multipolarismo. Anch’essi intendono cambiare il mondo,
per renderlo più giusto, secondo, beninteso, la propria idea
di giustizia. Il XXI secolo sarà sicuramente caratterizzato an-
che dallo scontro fra razionalità secolare e i vari radicalismi
che stanno emergendo.
Nel medio-lungo periodo dovrebbero comunque domi-
nare le ragioni del realismo, cioè le eterne ragioni del potere
e dell’interesse. Esse hanno già provocato, da un lato, il rial-
lineamento geopolitico della Russia e della Cina e, dall’altro,
la marginalizzazione dell’Europa e l’indebolimento dei rap-
porti transatlantici. In generale, il comportamento di tutti i
governi ha obbedito a tale paradigma. Lo ha certamente se-
guito il governo di Parigi, che ha cercato di utilizzare le con-
seguenze dell’11 settembre e le reazioni americane nel mon-
do per aumentare il prestigio e il peso politico della Francia,
cavalcando il «partito della pace».
L’11 settembre ha rafforzato gli Stati. Essi sono nati come
«macchine da guerra» per garantire sicurezza ai loro cittadi-
ni, ma sono divenuti anche regolatori e sostenitori delle loro
economie e ridistributori di ricchezza. Gli attentati hanno
provocato una richiesta vitale di sicurezza e d’intervento eco-
nomico degli Stati per sostenere i settori in crisi. La doman-
da di «Stato» è cresciuta in tutto l’Occidente.
La potenza militare, che si cerca di adeguare ai nuovi tipi di
rischi «asimmetrici», ridiventa centrale nelle relazioni inter-
nazionali. Le minacce non provengono più dagli Stati forti, ma
da quelli deboli. Il peacebuilding che prima veniva considera-
to parte del diritto/dovere di assistenza umanitaria diventa
componente della sicurezza nazionale. Le guerre al terrorismo
e alle diverse proliferazioni divengono i paradigmi delle rela-
zioni internazionali del prossimo futuro. Il divario di potenza
a favore degli Stati Uniti li costringe a essere strategicamente e

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politicamente unilaterali o, meglio, multilateralisti à la carte.
Un balance of power fondato sull’equilibrio dei poli di poten-
za è impraticabile in campo strategico-militare. Ma la geopo-
litica è multidimensionale, l’economia globalizzata e la stessa
necessità degli Stati Uniti di internazionalizzare il loro debito,
interno ed esterno, rendono per essi il multilateralismo una ne-
cessità anche se a intensità e geometria variabili a seconda dei
settori. La forma di organizzazione internazionale che s’impo-
ne quando non vi è equilibrio è l’impero. Beninteso, l’«impe-
ro americano» ha connotazioni diverse da quelle di tutti gli im-
peri che l’hanno preceduto. L’impero «riluttante» si è trasfor-
mato in quello «trionfante» dei neoconservatives. L’importan-
te, sia per gli Stati Uniti che per il resto del mondo, è che que-
st’ultimo non si riveli un impero «inefficiente».
Il nuovo assetto geopolitico può evolvere secondo due
modelli.
Quello suggerito da Brzezinski, di una leadership ferma
ma benevola, in cui l’unipolarismo americano attira e stabi-
lizza progressivamente il resto del mondo, trasformando la
piramide in rete, a mano a mano che tutti i paesi si integre-
ranno nella globalizzazione e modernizzazione.
Il secondo modello è quello elaborato da Kissinger, basato
su un approccio di tipo più tradizionale, quello della politica
di potenza, anche se egli non cede alla tentazione di modifica-
re il mondo per renderlo migliore. A livello globale il mondo
deve rimanere unipolare, basato sull’unità dell’Occidente,
cioè sulla solidità dei legami transatlantici. Ai diversi livelli re-
gionali si stabiliranno invece vari equilibri, garantiti dall’in-
tervento esterno degli Stati Uniti a protezione delle potenze
minori contro l’egemone, o l’aspirante egemone, regionale.
Tra le vittime dell’11 settembre debbono essere annove-
rate le teorie geopolitiche che hanno dominato nel decennio
successivo alla fine della guerra fredda: dal «nuovo ordine
mondiale» alla «fine della storia»; dalla sostituzione della
geopolitica con la geoeconomia; dalla morte dello Stato e dei
territori, allo Stato «postmoderno»; dallo «scontro di civiltà»

X
al «nuovo Medioevo», cioè alla frammentazione del mondo,
al prevalere della violenza privata e al regresso del sistema
westfaliano a condizioni premoderne. Secondo quest’ultima
teoria il collasso dello Stato westfaliano non porterebbe a un
governo mondiale, ma al caos generalizzato.
Tutte queste semplificazioni, ottimistiche e pessimistiche
– dominanti negli anni Novanta –, hanno lasciato spazio a
una riflessione più moderata e matura sul futuro del mondo
che, beninteso, resta imprevedibile. Troppi sono gli attori e i
fattori in gioco. Troppo elevata è la rapidità di cambiamento.
Troppo dense sono le interconnessioni e le interdipendenze
fra i vari fattori. Si possono solo proporre scenari alternativi
fra cui si dovrebbe collocare la realtà.
Questo saggio propone un quadro della geopolitica mon-
diale dopo l’11 settembre e analizza la politica delle princi-
pali potenze che ne determinano l’evoluzione. Dopo aver
tratteggiato gli effetti geopolitici immediati dell’11 settem-
bre, l’analisi si sposta a esaminare la situazione e le prospet-
tive d’evoluzione negli Stati Uniti, in Europa, in Russia e nel
resto del mondo, per concludersi con cenni sulle principali
costellazioni geopolitiche e sugli scenari mondiali che po-
trebbero caratterizzare il futuro.

Carlo Jean

Roma, gennaio 2004

Un particolare ringraziamento va al professor Luciano Bozzo,


dell’Università di Firenze, e al dottor Mario Rimini, direttore delle
Ricerche del Centro studi di geopolitica economica, che hanno ri-
visto le stesure iniziali di questo studio e contribuito alla sua stesu-
ra finale con osservazioni e suggerimenti preziosi.
Geopolitica del XXI secolo
Capitolo I
La geopolitica del post-guerra fredda:
dal mondo bipolare a quello unipolare

1. Il dibattito sulla natura degli effetti geopolitici


dell’11 settembre

Secondo taluni studiosi delle relazioni internazionali, gli at-


tentati dell’11 settembre 2001 avrebbero trasformato radi-
calmente la geopolitica mondiale, segnando la fine di un’epo-
ca. Secondo altri, ne avrebbero invece modificato solo uno
degli aspetti fondamentali: la politica degli Stati Uniti e le
percezioni dei loro interessi e del loro ruolo nel mondo. Nei
prossimi decenni non è prevedibile che sorga una potenza in
grado di contrapporsi agli Stati Uniti, né che si formi una coa-
lizione antiegemonica, almeno del tipo ricorrente nella storia
europea. Sono possibili, invece, solo retorica e azioni di di-
sturbo, come quelle francesi durante la crisi irachena. Esse
avranno un effetto negativo; accentueranno, infatti, l’unilate-
ralismo e l’arroganza delle burocrazie militari e diplomatiche
degli Stati Uniti – esse sì «imperiali» –. Queste azioni fini-
ranno anche per far prevalere negli USA la linea «dura», at-
tivando patriottismo e religiosità americani e, in particolare,
la frustrazione verso l’ingratitudine degli «inaffidabili alleati»
e il senso di isolamento nei riguardi del mondo.
Il dibattito geopolitico attuale riguarda, in primo luogo, la
questione se la crisi determinatasi nei rapporti fra Stati Uniti
ed Europa sia temporanea e sanabile, oppure permanente e
strutturale. Dalla risposta che si dà a tale quesito, cioè sull’u-
nità o sulla divisione dell’Occidente, dipende ogni previsio-
ne sui futuri assetti del mondo.

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Come si è ricordato, è prevedibile che nei prossimi de-
cenni il mondo rimarrà unipolare, con un’unica grande po-
tenza globale: gli Stati Uniti. Tale previsione preesisteva al-
l’11 settembre, in quanto derivata dalla discontinuità geopo-
litica provocata dalla fine della guerra fredda. Gli attentati
dell’11 settembre hanno però accentuato la percezione di ta-
le realtà, soprattutto nell’opinione pubblica degli Stati Uniti.
Senza il consenso di quest’ultima nessun presidente può pen-
sare di adottare una politica estera interventista e attiva, in
particolare che comporti l’uso della forza. Con l’11 settembre
gli Stati Uniti si sono trasformati da «sceriffo riluttante» in
«gendarme». La «benevola leadership americana» è divenu-
ta più unilateralista ed egemonica. La drammatica scoperta
della loro vulnerabilità, unita alla consapevolezza della loro
potenza, ha mobilitato gli americani nella vendetta e nel ten-
tativo di eliminare i pericoli di cui ora sono consci, derivanti
dalla combinazione di terrorismo transnazionale, armi di di-
struzione di massa e «Stati canaglia».
L’aumentata influenza dei neoconservatives e il dibattito
sull’impero americano hanno premiato l’ideologia «imperiali-
sta democratica», o «wilsoniana dura», diretta a cambiare il
mondo anche per renderlo migliore e non solo più sicuro per
gli Stati Uniti nel lungo periodo. Agli ideologici neocons si so-
no uniti i nazionalisti, tra cui Cheney e Rumsfeld, che sono in-
vece portati a un realismo più pragmatico e meno missionario.
Taluni parlano della volontà di creare un «impero ameri-
cano». Probabilmente l’espressione non è corretta; si tratte-
rebbe, comunque, di un impero del tutto particolare. Il di-
battito sulla sua natura sarà un altro tema centrale del futuro
dibattito geopolitico, che, nel resto del mondo, sarà un rifles-
so di quello interno agli Stati Uniti. Il fatto che il mondo sia
unipolare è una realtà, non un’opzione; il vero problema è
comprendere fino a che punto la politica degli Stati Uniti po-
trà essere unilaterale. Non è vero, come ha sostenuto Robert
Kagan, che l’unilateralismo sia legato alla potenza e il multila-
teralismo alla debolezza. Gli Stati Uniti sono stati multilate-

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ralisti nei momenti di loro massima superiorità, ad esempio al-
la fine del secondo conflitto mondiale, e l’opinione pubblica
americana è rimasta multilateralista, come dimostrano tutti i
sondaggi. Il multilateralismo diminuisce i costi dell’egemonia
e la legittima. Soprattutto per gli alleati europei degli Stati
Uniti il problema centrale non è perciò quello di sfidarli a
chiacchiere, bensì di influenzare le decisioni della Casa Bian-
ca, in modo che siano il più possibile compatibili anche con i
loro interessi.
Il mondo potrà essere multilaterale anche attraverso l’ade-
guamento delle principali organizzazioni internazionali, in-
debolitesi in conseguenza delle tensioni sorte sul caso irache-
no: l’ONU e il G8 a livello globale; la NATO e l’UE a livello
regionale europeo; l’OMC a Cancún. Insomma, la posizione
dominante degli USA non esclude la possibilità di un multi-
lateralismo, fondato sulla divisione dei compiti (funzionale o
geografica), su una ripartizione degli oneri e su strutture de-
cisionali transatlantiche sufficientemente equilibrate – ma
flessibili, in grado di reagire all’imprevisto – perché espres-
sione sia di valori che di interessi di fondo comuni. È quanto
continuano a sostenere i realisti conservatori americani, in
particolare Henry Kissinger, fautori della necessità di un
nuovo contratto transatlantico. Stessa tesi sostengono anche
i moderati internazionalisti, o i neorealisti alla Joseph Nye,
che affermano l’importanza del soft power rispetto all’hard
power e sottolineano l’inevitabilità per gli Stati Uniti di gesti-
re il primo in modo multilaterale.
Tale opinione è avversata, invece, dai neoconservatori
(Wolfowitz, Perle, Kagan ecc.), «internazionalisti imperiali»
o «jacksoniani», che vogliono approfittare dell’attuale supe-
riorità degli Stati Uniti per modificare e rimodellare il mon-
do. Essi intendono farlo con una specie di «crociata» per la
democrazia e il liberismo economico. È il progetto fatto pro-
prio, seppur in modo meno ideologico e unilaterale, dai na-
zionalisti, come Cheney, Rumsfeld, Rice e Haass. Sia per i
neocons che per i nazionalisti lo strappo fra «vecchia Europa»

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e Stati Uniti sarebbe stato troppo forte, rendendo inevitabili
la rottura dell’unità dell’Occidente e la fine della NATO. C’è
infine chi sostiene, come l’«americo-gollista» e lamentoso
Charles Kupchan, che si verificherà una competizione per il
dominio del mondo fra un’immaginaria Europa, unita e po-
tente, e gli Stati Uniti. Come i neocons, invece, i nazionalisti
ritengono che l’Europa sia imbelle, inaffidabile ed egoista, e
che abbia l’ambizione di limitare la libertà e rapidità d’azio-
ne statunitense. Più che geopolitica, la frattura sarebbe cul-
turale: gli Stati Uniti si sentono in guerra, e vogliono vincer-
la, l’Europa guarda a quanto fanno gli Stati Uniti e si limita,
da un lato, ad approfittarne, dall’altro, a criticarli. La nuova
dottrina Monroe americana sarebbe ispirata da Marte; quel-
la europea da Venere; è difficile che si imponga su entrambe
la saggezza di Minerva, anche qualora il presidente Bush non
fosse rieletto.
Per i sostenitori della tesi della discontinuità del prima e
dopo 11 settembre, la globalizzazione si sarebbe arrestata; le
organizzazioni e il diritto internazionale sarebbero entrati in
una crisi irreversibile; all’«ordine mondiale» sarebbe suben-
trata la pax americana; l’unilateralismo avrebbe soppiantato il
multilateralismo, le guerre condotte in prima persona dagli
Stati Uniti con coalizioni contingenti avrebbero preso il po-
sto di quelle combattute per procura o con alleanze regiona-
li permanenti. In campo economico, alla liberalizzazione e al-
la deregolazione sarebbe subentrato un nuovo interventismo
statale, protezionistico e keynesiano. La «mano invisibile del
mercato» non sarebbe più sufficiente (in realtà non lo è mai
stata!) per creare il nuovo ordine globalizzato. Il mercato la-
sciato a se stesso non produce libera concorrenza, ma mono-
polio. Come Joseph Stiglitz ha posto in rilievo, la libertà del
mercato è garantita dalle regole fissate dalla politica. I soste-
nitori più radicali di tale tesi affermano che, con l’11 settem-
bre, è ricomparsa la consapevolezza che la geopolitica sia più
importante della geoeconomia. Nessuno sostiene più – come
ha fatto Edward Luttwak all’inizio degli anni Novanta e co-

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me ha ripetuto più volte il presidente Clinton – che la geoe-
conomia abbia sostituito la geopolitica. Come sempre – e co-
me hanno dimostrato Paolo Savona e chi scrive – la geoeco-
nomia è semplice strumento della geopolitica, al pari della
geostrategia, della geocultura e della geocomunicazione. Di
fatto la geopolitica non era scomparsa, come dimostrano le
varie teorie geopolitiche – dalla «fine della storia» allo «scon-
tro di civiltà» – discusse negli anni Novanta. Ma era di moda
pensare che lo fosse, anche perché l’impiego della forza mili-
tare costa sempre di più e rende sempre di meno. Le colonie
non si cercano più come cent’anni fa. Anzi, si rifiutano. L’oc-
cupazione dei territori è un peso. Lo dimostra l’Iraq.
Neppure negli anni Novanta esisteva una contrapposizio-
ne fra globalizzazione e geopolitica. Pur con l’accentuazione
delle interdipendenze, la porosità crescente delle frontiere, la
diminuzione del valore economico dei territori, il sorgere di
forze transnazionali – dalle Chiese alle multinazionali e dalle
organizzazioni non governative alla criminalità organizzata e
al terrorismo transnazionale – gli Stati, quindi la geopolitica,
erano rimasti e rimangono centrali. La fine degli Stati non
porterebbe infatti a un governo mondiale, ma al disordine
caotico e conflittuale di un «nuovo Medioevo», privo però
dei poteri regolatori della Chiesa e dell’impero. Finché ci sa-
ranno gli Stati, il sistema internazionale rimarrà anarchico e
potenzialmente hobbesiano, cioè determinato dalla lotta per
il potere e la ricchezza fra entità sovrane, che non riconosco-
no autorità superiore alla loro. Permarranno invariate anche
le due forme che assicurano il mantenimento della stabilità:
l’equilibrio e l’impero. Lo stesso sorgere di un’economia glo-
bale è stato reso possibile – come ha dimostrato Robert Gil-
pin – dall’esistenza di Stati indipendenti. Se non ci fossero
Stati, infatti, l’ordine necessario all’economia avrebbe dovu-
to essere garantito da un impero. Ma i costi di quest’ultimo
sarebbero stati troppo elevati e avrebbero distrutto l’econo-
mia, prima di tutto quella del centro dell’impero. Lo dimo-
stra il collasso disastroso dell’Unione Sovietica. Uno dei temi

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discussi dalla geopolitica attuale è se e quando gli Stati Uniti
subiranno gli effetti dell’overstretching imperiale descritto da
Paul Kennedy.

2. La «riscoperta» dello Stato

L’11 settembre ha reso evidente quanto si è detto: l’indi-


spensabilità dello Stato. La domanda di sicurezza dei citta-
dini e la necessità di interventi immediati a sostegno dei set-
tori economici entrati in crisi, hanno sottolineato ed evi-
denziato una volta per tutte che la cosiddetta «postmoder-
nità» è una fantasia. Non sono mutate né natura né funzioni
dello Stato. Esso rimane, così come è stato creato: soprattut-
to una «macchina da guerra» che produce sicurezza, esterna
e interna.
Lo Stato non è più il gestore dell’economia, ma un suo
semplice regolatore. Con le regole tende a evitare gli effetti
perversi del «turbocapitalismo» e aumentare la competitività
del «sistema paese», senza cui ogni solidarietà e coesione, na-
zionali e sociali, sono prive di significato. Rispetto al passato,
quando erano soprattutto militari, le minacce globali sono
oggi più specificatamente multidimensionali (economico-fi-
nanziarie, ecologiche – incluse le catastrofi tecnologiche e sa-
nitarie – legate alla criminalità organizzata, al terrorismo, al-
la proliferazione delle armi di distruzione di massa ecc.). È
emersa così una «società del rischio», esposta a minacce trans-
nazionali, non contrastabili dai singoli Stati. Infatti, tali mi-
nacce non possono essere fermate alle frontiere. Il loro con-
trasto richiede una collaborazione intergovernativa, quindi
una concertazione multilaterale. Tale esigenza vale anche per
gli Stati Uniti, sicché gli Stati europei possono utilizzare an-
che il multilateralismo necessario in questi settori della low
politics per influire sull’high politics della Casa Bianca.

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3. Le tendenze di lungo periodo

Gli attentati alle Torri Gemelle e la successiva guerra al ter-


rorismo hanno accelerato trasformazioni già in atto. È im-
portante ricordare quelle, in corso negli anni Novanta, a se-
guito della fine del sistema bipolare.
Primo, la fine della guerra fredda ha trasformato l’ordine
bipolare in unipolare, riorganizzando la geopolitica mondia-
le attorno a una sola, grande potenza, gli Stati Uniti, divenu-
ta centro del sistema.
Secondo, gli Stati Uniti hanno conosciuto negli anni No-
vanta un enorme sviluppo economico (il loro PIL è passato
dal 22% al 31% di quello mondiale).
Terzo, nello scorso decennio si sono registrate la crescita
della potenza economica e militare della Cina e dell’India, la
decadenza della Russia, l’incapacità dell’Europa di divenire
un attore politico-strategico globale e le turbolenze dell’Islam,
o, più in generale, il ritorno dell’ideologia e della religione
nella geopolitica. Secondo taluni si tratterebbe di una vera e
propria «vendetta di Dio», cacciato dalla politica dalle ideo-
logie secolari del XX secolo (comunismo, fascismo e liberali-
smo). Religione e nazionalismo sono andati quasi sempre di
pari passo. Entrambi sono infatti intolleranti delle diversità e
mirano a imporre la propria verità. Il nazionalismo è in cresci-
ta ovunque.
Quarto, il progresso scientifico e tecnologico è stato acce-
lerato (oggi nel settore delle informazioni; nei prossimi de-
cenni in quello delle biotecnologie). Esso è distribuito ine-
gualmente nelle varie parti del mondo, ma la sua diffusione
conferisce una potenza assai rilevante a piccoli gruppi e a sin-
goli individui. Gli Stati hanno perso, perciò, il monopolio
dell’uso della forza. Quella militare è sfidata dalla privatizza-
zione della violenza; quella economica dall’affermazione del-
le imprese multinazionali e dalla finanziarizzazione dell’eco-
nomia; quella comunicativa dalle reti globali dei media e dal
diffondersi di Organizzazioni non governative (ONG) trans-

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nazionali, autoproclamatesi rappresentanti di una pretesa so-
cietà civile mondiale. Alcune di queste ultime hanno acquisi-
to un’importanza politica assai rilevante; basti pensare ad
Amnesty International o a Greenpeace.
Quinto, si è riacutizzata la competizione per il possesso di
risorse rare, dunque anche dell’acqua e non solo del petrolio,
nonché per l’utilizzazione del bene pubblico mondiale rap-
presentato dall’ecologia (basti pensare, al riguardo, alle di-
scriminazioni ecologiche o sociali nel commercio, o alle pres-
sioni per la conservazione delle foreste tropicali). Secondo
certi studiosi – come Michael Klare – la prossima conflittua-
lità riguarderà proprio il possesso delle risorse naturali rare.
Sesto, il fattore che determinerà più di ogni altro la geo-
politica del XXI secolo è rappresentato dagli squilibri demo-
grafici fra le varie regioni del mondo. Si verificherà una con-
trazione rilevante della percentuale della popolazione euro-
pea che, dal 27% sul totale mondiale del 1913, è passata al
13% attuale e scenderà al 7% nel 2050. Tali squilibri stanno
determinando vere e proprie linee di frattura. La geopolitica
del passato considerava cruciale la forza militare, la quale è
influenzata più dalla tecnologia che dalla demografia. Que-
st’ultima è invece determinante per l’economia, dato l’au-
mento delle spese sociali determinato dall’invecchiamento
della popolazione. La globalizzazione tende a omogeneizza-
re l’economia, la demografia a frammentarla. La percentuale
della popolazione attiva dipende dalla «piramide delle età».
L’enorme crescita demografica del Terzo Mondo determina
conflittualità esterna e instabilità interna. L’Occidente, con la
sola eccezione degli Stati Uniti, sta conoscendo una grave de-
cadenza demografica, oltre che una ridotta crescita economi-
ca. Anche per questo l’Europa ha tutto l’interesse a mante-
nere saldi i legami con l’alleato americano. La crescita del-
l’Islam, dell’India e del Sud-Est asiatico prosegue invece a rit-
mi elevatissimi. L’entità della popolazione dell’India supe-
rerà quella della Cina nel 2030. Entrambi i colossi asiatici, no-
nostante la crescita economica dinamica – in parte proprio

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per le disomogeneità regionali che la caratterizzano – hanno
gravi problemi di stabilità interna. In Cina questi si aggrave-
ranno con l’invecchiamento della popolazione e la liberaliz-
zazione delle inefficienti imprese pubbliche. Il Giappone co-
nosce un trend demografico simile a quello europeo. Rimane
potente, ma vulnerabile rispetto alla Cina. La presenza statu-
nitense rimarrà quindi determinante per gli equilibri della re-
gione. Più che sulla logica d’integrazione prevalente in Euro-
pa, nella regione Asia-Pacifico tali equilibri saranno basati su
quella della balance of power, data l’impossibilità di conver-
genza dei tre colossi asiatici.
Settimo, la diffusione delle nuove tecnologie dell’infor-
mazione ha ridotto enormemente i costi della comunicazio-
ne, quindi del potere comunicativo. Esso si è diffuso e ha fat-
to perdere agli Stati il monopolio della comunicazione, tra-
sferendolo almeno in parte a gruppi di pressione e a organiz-
zazioni non governative. I media hanno ormai una copertura
globale e agiscono in tempo reale. Essi influiscono sui modi
e quindi sui contenuti della politica. Le democrazie rappre-
sentative sono erose dal fatto che vengono sfidate quotidia-
namente dai sondaggi, oltre che dal mercato globalizzato. Le
decisioni di breve periodo divengono così prevalenti su quel-
le a lungo termine. Gli interessi corporativi acquistano peso
rispetto a quelli generali, rendendo difficile ogni riforma. La
tattica sostituisce la strategia. La rapidità dell’evoluzione del
contesto esterno aumenta l’imprevedibilità. Mai come oggi la
geopolitica è stata influenzata dalla comunicazione, quindi da
fattori culturali, psicologici ed emotivi, rispetto ad approcci
più oggettivi e razionali. Lo sviluppo delle neuroscienze con-
sente, infine, di utilizzare tecniche di influenza molto effica-
ci, modificando le griglie di lettura psicologiche e gli stessi va-
lori: quindi di influire sulle percezioni e decisioni politiche,
economiche e militari.

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4. Gli impatti di breve periodo dell’11 settembre
e della guerra al terrorismo

Di fronte al peso dei fattori sopra ricordati, che rendono di-


namica la geopolitica mondiale, gli avvenimenti dell’11 set-
tembre, pur importanti nel breve e verosimilmente anche nel
medio periodo, hanno un peso relativo in una prospettiva di
lungo periodo. L’11 settembre ha sicuramente posto termine
al decennio di transizione post-guerra fredda, ma già negli
anni Novanta gli Stati Uniti avevano abbandonato il multila-
teralismo istituzionalizzato che aveva segnato la loro politica
nella seconda metà del XX secolo. Essi avevano invece ac-
centuato il loro unilateralismo, non solo rispetto all’uso della
forza, ma anche in campo ecologico (mancata ratifica del
Protocollo di Kyoto) e giudiziario (rifiuto della Corte interna-
zionale penale). Si erano cioè dimostrati sempre meno dispo-
nibili ad accettare limitazioni e vincoli alla loro libertà e rapi-
dità di decisione da parte di accordi e organizzazioni inter-
nazionali. Il multilateralismo da istituzionalizzato era divenu-
to à la carte. Madeleine Albright, segretario di Stato di Clin-
ton, ha descritto chiaramente tale situazione: «gli Stati Uniti
sono multilateralisti quando possono e unilateralisti quando
debbono».
Tra unilateralismo e multilateralismo à la carte non vi è dif-
ferenza, almeno dal punto di vista formale. Ve ne è invece una
grande sotto il profilo pragmatico. Se gli Stati Uniti rinun-
ciassero al diritto di veto al Consiglio di sicurezza, infatti, sa-
rebbero comunque in grado – a differenza degli altri quattro
membri permanenti – di condizionare il comportamento de-
gli altri Stati. La Gran Bretagna e la Francia, al contrario, non
potrebbero farlo; di qui il loro comportamento nella crisi ira-
chena favorevole a sottoporre il caso al Consiglio di sicurez-
za. Il premier Blair ha influito sulla politica americana, cer-
cando di rafforzare il segretario di Stato Colin Powell e di al-
largare la sfera del multilateralismo à la carte. La Francia di
Chirac e di Villepin ha cercato invece di opporsi. Facendo

12
muro contro gli Stati Uniti ne ha aumentato l’unilateralismo;
al contempo si è marginalizzata e ha messo in crisi, in un col-
po solo, ONU, NATO e UE. Per adeguarsi alla nuova realtà
dell’unica superpotenza – che già con la Grande Strategia
dell’Engagement and Enlargement del presidente Clinton
non mirava più a mantenere lo statu quo, ma a modificarlo –
nonché per difendersi dalle nuove minacce, che non possono
essere fronteggiate con lo jus ad bellum vigente, il diritto e le
organizzazioni internazionali devono divenire più flessibili.
Le alleanze, in particolare, devono incentivare il più ampio ri-
corso al multilateralismo à la carte.
Nella guerra fredda, gli Stati Uniti avevano bisogno del-
l’Europa per il containment dell’URSS; quindi dovevano es-
sere multilateralisti. Oggi, la stabilizzazione del mondo rien-
tra nei loro diretti interessi di sicurezza. Quindi, non possono
più permettere che altri governi limitino oltre un certo pun-
to la loro libertà d’azione. In ogni caso Washington accetterà
vincoli e condizionamenti solo se questi saranno «pagati» con
l’assunzione di adeguati oneri da parte degli alleati. La poli-
tica internazionale non è una concertazione sindacale, in cui
la ricerca del consenso è fondamentale. La politica seguita da
Parigi nella crisi irachena viene qui criticata non perché ille-
gittima, ma perché fallimentare.
L’effetto geopoliticamente più rilevante degli attentati
dell’11 settembre è stato quello di mobilitare il patriottismo
dell’opinione pubblica americana, di aumentare il sostegno al
governo federale e di consentire all’Amministrazione di as-
sumere impegni all’estero che altrimenti sarebbero stati im-
possibili.

5. Gli Stati Uniti fra «neocons» e «Realpolitik»

La maggiore incertezza sul futuro degli assetti geopolitici


mondiali non consiste tanto nella possibilità di reazioni inter-
nazionali all’egemonia politico-strategica degli Stati Uniti,

13
quanto nella tenuta dell’impaziente e volubile opinione pub-
blica interna americana, che deve sostenere nel lungo periodo
gli oneri del «gendarme del mondo». Possono anche interve-
nire fatti straordinari come nuovi megattentati o il probabile
successo della stabilizzazione dell’Iraq. Potrebbe tramontare
l’influenza dei neoconservatives e riprendere quella dei realisti
alla Kissinger. Ben difficilmente potrà affermarsi un «interna-
zionalismo liberale», come lo intendono taluni europei. Lo im-
pediscono sia la superiorità globale degli Stati Uniti sia la con-
vinzione dell’«eccezionalità» etico-politica americana che do-
mina sia tra i repubblicani che tra i democratici.
Secondo i realisti – che, come al solito, avranno la meglio –
l’ordine della globalizzazione dovrebbe essere fondato su un
sistema sostanzialmente egemonico, a livello globale, centrato
sugli Stati Uniti, che manterrebbero l’equilibrio avvalendosi
di alleanze regionali. Non esisterebbe, cioè, un mondo del be-
ne, né uno del male da convertire alla democrazia, come vo-
gliono i neoconservatives, wilsoniani fondamentalisti o jackso-
niani. Il mondo, per la scuola realista, sarebbe diviso in tre ca-
tegorie di Stati: gli Stati Uniti, le grandi potenze regionali e le
piccole potenze, che si sentono minacciate dalle precedenti e
che possono resistere, mantenendo lo statu quo, solo con l’aiu-
to americano. Secondo Kissinger, tale sistema consentirebbe
di garantire la stabilità mondiale per tempi più lunghi e a costi
inferiori, soprattutto se Washington potesse avvalersi del so-
stegno degli Stati del G8 e riuscisse a dare maggiore rilevanza,
rispetto al Consiglio di sicurezza e all’Assemblea generale del-
le Nazioni Unite, a organizzazioni regionali, costituite ai sensi
del capitolo VIII della Carta dell’ONU. Ad esempio, la NATO
si dovrebbe trasformare, da organizzazione collegata all’art.
51 della Carta dell’ONU, in organizzazione regionale, come
del resto ha già fatto nella crisi del Kosovo, dove intervenne
senza mandato del Consiglio di sicurezza. Molte perplessità
sono invece espresse dai realisti sulla possibilità che l’Allean-
za si trasformi in organizzazione globale, come previsto nel
Summit atlantico di Praga.

14
A parziale variante di tale visione, tipica di Henry Kissin-
ger, l’ex consigliere per la sicurezza nazionale del presidente
Carter, Zbigniew Brzezinski sostiene che il sistema per il man-
tenimento dello statu quo, oggi rappresentato dall’egemonia
americana, sia destinato a trasformarsi in multilaterale pro-
prio per la posizione centrale occupata in esso dagli Stati Uni-
ti e per la loro cultura etico-politico-istituzionale, che eserci-
terebbe una grande attrazione su tutti i popoli.
Per un nazionalista come Samuel Huntington, l’attuale si-
stema di sicurezza collettiva, centrato sul Consiglio di sicu-
rezza, dovrebbe essere adeguato ai reali rapporti di potenza
esistenti, prevedendo che solo gli Stati Uniti abbiano diritto
di veto. Per altri – come Donald Rumsfeld e i neoconservati-
ves – le organizzazioni internazionali debbono essere sempli-
cemente ignorate, o marginalizzate, poiché non aggiungono
nulla alla potenza americana: sono solo d’intralcio.
La globalizzazione non si è arrestata dopo l’11 settembre.
Continua tra alti e bassi. Continua anche la frammentazione.
L’11 settembre ha fugato ogni utopia, non solo di un gover-
no mondiale (il cosiddetto Word Government esercitato dal-
l’ONU, nuova «chiesa» rispetto all’«impero» USA), ma an-
che di global governance, almeno nel settore politico-strategi-
co. Il sistema westfaliano non è scomparso, anzi, è stato ri-
scoperto e con esso l’ineliminabilità degli Stati. A parte le esi-
genze di sicurezza e gli interventi economici, sia in campo
normativo che per far fronte alle emergenze, gli Stati riman-
gono insostituibili, anche per realizzare un equilibrio tra li-
bertà e uguaglianza, cioè tra crescita economica e solidarietà
sociale e nazionale.
Le esigenze della lotta al terrorismo hanno imposto mag-
giori controlli, in contrasto con la liberalizzazione e la dere-
golazione precedenti. Esse hanno, però, accentuato anche
l’interesse di Washington all’estensione della globalizzazione
e della modernità. Solo in presenza di queste potranno esse-
re modificate le condizioni che rendono tanto pericoloso e
diffuso il terrorismo transnazionale dei «barbari guerrieri»,

15
che non esitano a sacrificare la loro vita e che combattono la
modernità proprio con gli strumenti di quest’ultima.
Il programma dei neoconservatori americani consiste
nell’imporre, anche con la forza, valori etico-politici e istitu-
zioni propri degli Stati Uniti, al fine di garantire la sicurezza
anche a lungo termine. Il peacebuilding passa dall’umanitario
alla sicurezza nazionale. In particolare, anche con la guerra in
Iraq e la nuova National Security Strategy, essi intendono
creare le premesse per riformare l’Islam e inaridire le basi del
reclutamento e del finanziamento delle reti terroristiche di
matrice islamica. Per far ciò gli Stati Uniti devono riappro-
priarsi, come suggerisce il titolo di un recente libro di Robert
Kaplan, dell’«etica del guerriero». È finita l’epoca della guer-
ra «posteroica» o «a zero morti».
La volontà dei neoconservatives di mutare il mondo attra-
verso una specie di crociata e d’imporre la democrazia in pae-
si dove non esistono democratici suscita il sarcasmo dei rea-
listi alla Kissinger. Quest’ultimo giudica impropria anche
l’insistenza della National Security Strategy sull’attacco «pre-
emptivo», cioè su un attacco effettuato nell’imminenza di
un’aggressione avversaria. Ma, poiché sono gli stessi Stati
Uniti e non un’autorità indipendente estera che giudicano se
un’aggressione è veramente imminente, si tratta nella realtà
di un attacco preventivo contro minacce che non è possibile
né dissuadere né contenere come nel caso del terrorismo.
L’unica difesa efficace contro di esso è neutralizzare i terro-
risti prima che agiscano. La critica dei realisti non è contro
l’attacco preventivo in sé, ma contro il fatto di averlo dichia-
rato esplicitamente in un documento ufficiale, anziché predi-
care la pace – come è politicamente corretto fare – e picchia-
re sodo quando ritenuto necessario.
Tale dottrina di sicurezza americana ha previsto la sosti-
tuzione del «realismo offensivo» – sostenuto da John Mear-
sheimer – a quello «difensivo», più tradizionale, teorizzato da
Stephen Walt e base della dottrina Truman del containment e
della stessa strategia della deterrenza. Essa ha suscitato nu-

16
merosi dibattiti e critiche soprattutto in Europa, ma anche
negli stessi Stati Uniti. Ad esempio, Henry Kissinger non cri-
tica l’attacco pre-emptivo o preventivo in quanto tale. Intan-
to, perché non si tratta di un fatto nuovo. In secondo luogo,
perché se non ci si può difendere da una minaccia – come nel
caso del terrorismo e della proliferazione –, occorre attaccar-
la e distruggerla, prima che possa arrecare danni irreparabi-
li. Una politica responsabile deve sempre considerare anche
l’azione preventiva. Quello che Kissinger critica sono i toni.
Da fine diplomatico, e soprattutto da studioso della storia,
egli sa benissimo che – soprattutto in politica internazionale
– la forma ha spesso più importanza della sostanza. Quello
che Kissinger vorrebbe è che gli Stati Uniti seguissero il prin-
cipio che Musashi Miyamoto – il Clausewitz giapponese – de-
nominava della swordlessness: cioè, «impugna forte la spada,
ma nascondila dietro un sorriso». Parlare di attacco preven-
tivo sarebbe – secondo l’eminente storico e politologo ame-
ricano – una provocazione utile e dannosa. Come diceva Ma-
chiavelli, il «principe» deve essere sia «volpe» che «leone».

6. Globalizzazione economica e riglobalizzazione


della sicurezza

Le reazioni americane all’11 settembre hanno contribuito a


riglobalizzare la sicurezza. Ciò darà nuovo impulso alla glo-
balizzazione economica, anche perché quest’ultima resta
componente essenziale anche della politica di sicurezza.
Il vertice di Doha dell’Organizzazione mondiale del com-
mercio, oltre a sancire l’ingresso della Cina, ha previsto una se-
rie limitata, ma non trascurabile, di liberalizzazioni a favore
delle esportazioni agricole e tessili dai paesi in via di sviluppo.
Le misure di sostegno alle agricolture, europee e americana,
ne hanno però diminuito la portata e hanno provocato il disa-
stro del vertice dell’OMC di Cancún del settembre 2003. Ciò
dimostra quanto la logica politica e il potere delle lobbies pre-

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valgano sulla razionalità geopolitica, nonché quanto la politi-
ca interna condizioni quella estera. La National Security Stra-
tegy del presidente Bush prevede un notevole aumento degli
aiuti americani allo sviluppo e per la lotta all’AIDS in Africa.
Ma gli aiuti sono insignificanti senza una liberalizzazione com-
pleta. Purtroppo ciò non corrisponde agli interessi delle di-
verse lobbies e corporazioni, ampiamente rappresentate anche
nei movimenti no-global, ne siano essi consapevoli oppure no.
Per le corporazioni del Nord, l’aumento degli aiuti all’estero è
meno dannoso della liberalizzazione dei mercati, tanto più che
spesso ne traggono diretti vantaggi. Solo il liberismo, foriero
di una vera globalizzazione, con l’eliminazione di aiuti statali
e di protezionismi al Nord, potrà stimolare crescita e sviluppo
al Sud.
La globalizzazione tuttavia continua. Contrariamente a
quanto sostenuto da taluni studiosi, essa non significa né la
fine della geopolitica e dell’importanza dei territori, né l’av-
vento dello «Stato postmoderno», o della pace perpetua:
kantiana o democratica, kelseniana o giuridica e mercatoria –
cioè fondata sul libero commercio –. Anche la geografia con-
tinua a mantenere la propria importanza e la storia umana la
sua tragicità. In particolare, la prima non si riferisce solo agli
spazi, ma sempre più agli uomini, alle loro identità, cultura e
percezioni. L’influenza di Ratzel prevale su quella di Mackin-
der e di Mahan. Anche nell’era dei flussi (comunicativi, fi-
nanziari, tecnologici ecc.), gli spazi hanno mantenuto la loro
importanza. Non sono stati ridotti alla distanza del telespet-
tatore dallo schermo televisivo, ovvero dal fatto che un even-
to esiste, politicamente, solo se pubblicizzato dai media. Ba-
sta considerare le ragioni del perché la ricchezza si concentri
in pochi luoghi, veri e propri arcipelaghi di benessere im-
mersi in un mare di povertà. Legate ai territori sono, infatti,
gran parte delle «dotazioni di ambiente» che determinano la
competitività e quindi l’attrazione che esercitano determina-
te regioni nei confronti dei flussi di ricchezza. Il potere si ma-
nifesta sempre localmente, anche quando possiede una di-

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mensione globale o regionale. Gli Stati, in quest’ottica, di-
vengono il presidio locale dell’economia globalizzata. Se ri-
fiutano l’integrazione sono marginalizzati ed entrano in de-
cadenza. È necessario ripensare le istituzioni e la stessa natu-
ra del contratto politico fra cittadini e Stato. La geoeconomia
diventa geopolitica economica. Le «costituzioni economi-
che» vanno adeguate alle nuove realtà e alle nuove sfide.

7. L’importanza della geopolitica

Di qui discende l’importanza dell’approccio geopolitico: in


definitiva, esso è una forma di ragionamento olistico che mira
a individuare i futuri possibili, generati dalle dinamiche del-
le forze in gioco. Esso consente anche di definire gli interes-
si nazionali – compresi quelli che dovranno essere perseguiti
in ambiti multilaterali, in cooperazione o competizione con
altri attori geopolitici – nonché le risorse da mobilitare e le
politiche da seguire per raggiungerli. Tale approccio consen-
te, inoltre, di «decostruire» le tesi e teorie contrapposte nel
dibattito geopolitico dei diversi Stati, e gruppi in lotta per il
potere interno, secondo le logiche suggerite dalla scuola del-
la «geopolitica critica», che mira a risalire dalle varie rappre-
sentazioni e proposte geopolitiche alle percezioni metapoliti-
che e agli interessi contingenti che ne costituiscono le radici.
La geopolitica attuale – soprattutto dopo l’11 settembre –
non può pretendere alcuna oggettività. Il determinismo – se-
condo cui la geopolitica era una specie di «geologia della po-
litica», o il senso geografico dello Stato e della storia – è fini-
to per sempre, ammesso che sia mai esistito. Domina invece
il volontarismo, non solo nella scelta fra le diverse possibilità
offerte dalla geografia, ma anche per fare emergere nuove op-
portunità, funzionali ai propri interessi e valori. La logica li-
neare della semplificazione non è in grado di contribuire alla
comprensione del dinamismo caotico delle forze che stanno
determinando il futuro del mondo.

19
La geopolitica ortodossa – che spiegava il presente par-
tendo dal passato e prevedeva il futuro estrapolandolo dal
primo – mantiene un interesse soprattutto euristico (basti
pensare alla «grande scacchiera eurasiatica» di Brzezinski, o
alle proposte di Kissinger, che si ispirano largamente alle teo-
rie geopolitiche del rimland o del potere peninsulare di Ni-
cholas Spykman). Essa deve però essere integrata da un ap-
proccio più dinamico, che tenga conto della centralità del
cambiamento e dell’imprevedibilità. In un certo senso essa
deve passare da un’estetica della semplicità a una della com-
plessità, se non del caos, limitandosi a individuare una gam-
ma di scenari entro cui sono inclusi i futuri possibili.
Pur con queste limitazioni, le analisi geopolitiche riman-
gono importanti. Dopo l’11 settembre gli americani devono
definire che cosa fare della potenza di cui dispongono. Per il
resto del mondo si tratta, invece, di decidere come adattarsi
a tale nuova situazione e come utilizzare ogni possibilità per
influire su decisioni e comportamenti di Washington. Sulle
prime, affinché siano per quanto possibile coerenti con i pro-
pri interessi e valori. Sui secondi, per salvaguardare la dignità
e l’amor proprio degli altri paesi, tra l’altro indispensabili ai
responsabili politici per mantenere il consenso delle rispetti-
ve opinioni pubbliche.
Capitolo II
La geopolitica dopo l’11 settembre

1. Il mutamento delle percezioni geopolitiche


conseguente agli attentati dell’11 settembre

Come si è detto nel capitolo precedente, gli attentati dell’11


settembre, la guerra al terrorismo e quella con l’Iraq non han-
no mutato sostanzialmente le tendenze di lungo periodo del-
la geopolitica mondiale. Le hanno solo accelerate. Questi
eventi hanno provocato, inoltre, il riallineamento del sistema
internazionale, la riglobalizzazione della sicurezza e il raffor-
zamento degli Stati (che prima era «politicamente corretto»
considerare in declino) rispetto alle istituzioni internazionali
della postmodernità. Perciò, tra le vittime dell’11 settembre
vi sono le teorie della fine dello Stato, del territorio, della so-
vranità e della storia. Anche di «Stato postmoderno» si parla
oggi con molta maggiore cautela. La rapidità con cui Wash-
ington ha identificato l’aggressore e la decisione con cui lo ha
attaccato – a torto o a ragione – hanno contribuito a far su-
perare l’impatto negativo degli attentati. Essi avrebbero po-
tuto approfondire la crisi economica statunitense – e quindi
quella mondiale – provocando il crollo dei consumi, paura
e insicurezza. Dopo gli attentati si rischiava una recessione
mondiale, simile a quella degli anni Trenta, con conseguente
ritorno del protezionismo, del nazionalismo e delle grandi
guerre.
La potenza militare americana preesisteva. Non aveva cer-
to necessità di provare la propria enorme superiorità globale
con le vittorie in Afghanistan e in Iraq. È la prima volta, tut-

21
tavia, che una simile superiorità è tanto accentuata e globale.
La Royal Navy mantenne la pax britannica nel XIX secolo con
una consistenza pari all’incirca alla somma delle altre due più
grandi marine. Prima dell’11 settembre il bilancio del Penta-
gono era già superiore alla somma degli otto maggiori bilan-
ci militari dopo quello degli Stati Uniti. Con gli aumenti de-
cisi dal presidente Bush dopo gli attentati esso eguaglierà la
somma dei quattordici-quindici maggiori bilanci militari del
mondo. Di fronte a tale disparità di potenza, già prima dell’11
settembre non erano possibili né alleanze permanenti multi-
laterali (che abbiamo denominato «multilateralismo istitu-
zionalizzato»), né tanto meno un mondo multipolare, alme-
no sotto il profilo politico-strategico. Beninteso, l’entità del
bilancio non indica le capacità militari reali. Queste ultime
sono date dalla possibilità delle Forze armate di conseguire
gli obiettivi definiti della politica, o almeno di garantire la si-
curezza contro i nemici «asimmetrici» degli Stati Uniti.
Nei prossimi decenni non potrà emergere un’altra super-
potenza. Nonostante l’enorme crescita della sua economia e
della sua forza militare, non è possibile che la Cina divenga
un vero competitore globale degli Stati Uniti. Anche nel me-
dio periodo rimarrà una potenza regionale, con cui gli USA
dovranno fare i conti nell’Asia orientale.
Dal canto suo, l’Europa resta divisa. La crisi dell’Iraq ha
confermato quanto già si sospettava: che non fosse possibile
una politica estera e di sicurezza comune, non solo contro gli
Stati Uniti, ma anche solo separata e quindi competitiva con
quella americana. Dopo la fine della guerra fredda, il mondo
è diventato unipolare e, dopo l’11 settembre, è rimasto tale.
Ma la superiorità militare non significa che Washington pos-
sa raggiungere qualsiasi obiettivo con il ricorso alle armi. Nel-
le attuali condizioni geostrategiche non vale più la «conven-
zione» per cui lo sconfitto in battaglia ammetteva la vittoria
del nemico e accettava le condizioni di pace impostegli. La
Belle époque è terminata con il secondo conflitto mondiale.
Oggi il mondo è complesso. Secondo alcuni è caotico e im-

22
prevedibile; perciò in geopolitica vengono impiegati concet-
ti propri della meteorologia, quali l’«effetto farfalla».
Non penso che sia così. Beninteso, gli attori della geopo-
litica si sono moltiplicati; le nuove tecnologie provocano dif-
fusione di potenza e conferiscono enormi capacità distrutti-
ve a piccoli gruppi o individui singoli; ritorna la violenza pri-
vata, spesso organizzata in reti transnazionali; sono emerse
minacce globali. Ma la geopolitica mondiale, oggi come nel
passato, continua a essere determinata dagli interessi, dalle
intenzioni e dai rapporti di forza delle maggiori potenze, su
scala globale e regionale.

2. La mobilitazione patriottica degli Stati Uniti


e il suo influsso sulla politica estera americana

Negli Stati Uniti gli attentati hanno provocato una straordi-


naria mobilitazione patriottica, che ha dato spazio a ideolo-
gie derivate dall’esperienza storica degli Stati Uniti: l’ecce-
zionalità, il manifest destiny, l’indispensabilità degli Stati Uni-
ti, il senso di missione e la «nuova frontiera» e così via. Da es-
se è derivato un programma ambizioso di cambiamento del
mondo, inteso non a costituire un impero, ma a garantire, an-
che nel lungo periodo, la sicurezza degli Stati Uniti. Per rea-
lizzarlo è considerato normale l’uso preventivo della forza.
Il problema del Pentagono è come adattare lo strumento
militare alla realtà delle guerre asimmetriche e alle esigenze
della pacificazione successiva, cioè del peacebuilding. Né con
le bombe a mano, né con l’infowar, né con la network centric
warfare, si può dar la caccia ai topi in cantina. Il peacebuilding
è la prosecuzione della «guerra guerreggiata» con altri mez-
zi. È molto simile alle pacificazioni che seguivano le conqui-
ste coloniali. Per questo non può essere compito di eserciti di
laureati e di signorine.
Il pericolo principale che corrono gli Stati Uniti è che l’in-
contrastata superiorità militare li induca a militarizzare la po-

23
litica estera e a indebolire il soft power, cioè la loro capacità
di attrazione, vero motore non solo della globalizzazione, ma
anche della grandezza statunitense dopo il secondo conflitto
mondiale. Non sono prevedibili coalizioni antiegemoniche,
ma i costi anche politici interni della trasformazione della lea-
dership in egemonia rischiano di essere alti. Gli Stati Uniti
corrono così il rischio di vincere le guerre, ma non le paci.
D’altronde, nessun impero si è mai fondato solo sulla forza,
ha sempre richiesto il diritto, che trasforma l’obbedienza im-
posta in dovere legittimo, e la produzione, da parte della po-
tenza «imperiale», di beni pubblici di cui godessero tutti, an-
che gli altri membri dell’impero. Dopo l’11 settembre il fu-
turo del mondo dipende dall’equilibrio fra hard e soft power
e dalla capacità dei governi americani di mantenere la mobi-
litazione dell’opinione pubblica, tendenzialmente isolazioni-
sta, a favore degli impegni internazionali degli Stati Uniti.

3. Unilateralismo e multilateralismo

La diffidenza degli Stati Uniti nei confronti delle istituzioni e


del diritto internazionale, che essi stessi avevano sostenuto
dopo il primo e il secondo conflitto mondiale, non è venuta
meno. Washington è accusata di unilateralismo. In realtà ri-
mane multilateralista quando le è possibile, cioè quando i
vantaggi del multilateralismo sono superiori ai suoi costi.
È la loro stessa potenza che induce gli Stati Uniti a privi-
legiare la tradizionale diplomazia bilaterale e a prendere poi
decisioni unilaterali, che gli altri paesi possono sostenere con
coalizioni contingenti. Tale unilateralismo è particolarmente
duro poiché negli USA – più che in altri paesi – la politica
estera è condizionata, nella sostanza e nei toni, dalla politica
interna. Gli Stati Uniti si sono sentiti attaccati. La mobilita-
zione patriottica interna è accompagnata dalla voglia di ven-
dicarsi. Ciò spiega la minacciosa affermazione di Bush «chi
non è con noi, è contro di noi», rivolta in particolare agli al-

24
leati europei degli Stati Uniti e origine della successiva crisi
nei rapporti fra Washington e la «vecchia Europa».

4. Le conseguenze geopolitiche dell’economia mondiale

L’economia mondiale si è ripresa dopo l’11 settembre. L’au-


mento massiccio della spesa pubblica americana le ha fatto da
locomotiva. Dopo un breve periodo di turbolenza, Stati Uni-
ti, Cina, Russia – in parte anche l’India e, ultimamente, il Giap-
pone di Koizumi – esprimono, a due anni dagli attentati, un
forte dinamismo espansivo. Il resto del mondo, in particolare
l’Europa, rimane in stagnazione più o meno accentuata. La cri-
si continua in America Latina, rendendo irrealistica l’espan-
sione del NAFTA (North American Free Trade Agreement)
al Mercosur (Mercado Común del Sur), che sembrava essere
nelle intenzioni di Bush. L’Africa e il mondo islamico, pur con
qualche eccezione, sono alla deriva. La globalizzazione, inte-
sa come un processo di crescente interdipendenza dell’econo-
mia globale, indipendentemente dalle frontiere degli Stati, si
è rapidamente ripresa: nel 2002 il commercio mondiale è au-
mentato del 6%; nel 2003 quasi del 10%. Dopo l’11 settem-
bre tale processo sembrava bloccato, o almeno fortemente ral-
lentato. Le esigenze della lotta al terrorismo hanno tuttavia ob-
bligato a intensificare i controlli e a ridurre le libertà econo-
miche e civili. Il costo della nuova sicurezza riguarda più que-
sti settori che i bilanci militari e della sicurezza interna.
L’economia americana aveva già ridotto i suoi ritmi di
espansione prima dell’11 settembre. Per reazione agli atten-
tati, sono rallentati anche i consumi. I capitali sono stati di-
sinvestiti dalle regioni più a rischio. Ma, oltre al commercio
mondiale, nel 2002 e nel 2003 sono rapidamente cresciuti gli
investimenti diretti all’estero. Le esigenze della globalizza-
zione alla fine prevarranno. Informatizzazione, liberalizza-
zione e deregolamentazione l’avevano accentuata in modo tu-
multuoso negli anni Novanta. In futuro, essa sarà più regola-

25
ta, anche perché il mondo industrializzato dovrà tenere in
maggior conto le esigenze dei paesi in via di sviluppo, ormai
organizzati nel «Gruppo dei 21» formatosi a Cancún.
Negli Stati Uniti l’intervento economico dello Stato fede-
rale si è manifestato, oltre che con la riduzione delle tasse e il
sostegno dell’economia, con consistenti aumenti del bilancio
del Pentagono e del neocostituito dipartimento per la Home-
land Security. Ciò ha stimolato la crescita, aumentando tutta-
via il deficit e lo squilibrio della bilancia commerciale. Si è ac-
cresciuta così la necessità per gli Stati Uniti di internazionaliz-
zare entrambi. Il deprezzamento del dollaro ha diminuito gli
investimenti negli USA di capitali europei. Però, le banche
centrali di Cina e Giappone hanno acquistato, negli ultimi 12
mesi, quasi 200 miliardi di dollari per mantenere basso il valo-
re delle loro monete e sostenere così le loro esportazioni.
Economicamente l’Europa non riesce a tenere il passo con
gli Stati Uniti. Lo impediscono le rigidità dello Stato sociale,
l’invecchiamento della popolazione e fattori culturali. Un ul-
teriore colpo alla competitività mondiale dell’Europa è stato
dato dalla svalutazione del dollaro rispetto all’euro, dalla cre-
scita impetuosa della presenza cinese sui mercati mondiali e
dalla ripresa delle esportazioni dei «dragoni» del Sud-Est
asiatico e del Giappone.

5. La frammentazione strategica dopo la guerra fredda

Nel decennio che aveva seguito la fine della guerra fredda la


globalizzazione economica non aveva trovato riscontro in
quella politico-strategica. Il mondo bipolare – non solo per la
contrapposizione globale esistente fra Mosca e Washington,
ma anche per l’interesse comune a entrambe di mantenere
l’ordine di Yalta e di evitare una guerra nucleare – era stato
caratterizzato dal massimo livello di globalizzazione geostra-
tegica. All’inizio degli anni Novanta si era affacciata la spe-
ranza di un «nuovo ordine mondiale», specie durante la pri-

26
ma guerra del Golfo, quella per la liberazione del Kuwait, che
poggiava su una sorta di «duopolio imperiale» fra Mosca e
Washington e sulla speranza di poter mobilitare il sostegno
dell’ONU a favore dell’azione delle due superpotenze, dive-
nute di fatto alleate. Tale speranza scomparve rapidamente
dopo il collasso dell’Unione Sovietica e fu sostituita dalla pa-
ce dell’ordine unipolare garantito dall’Occidente, in pratica
dai soli Stati Uniti. La teoria della «fine della storia» di Fran-
cis Fukuyama scommetteva proprio sull’interesse che avreb-
be avuto il mondo ad accettare la pax americana, così da trar-
re vantaggio dai benefici della globalizzazione. Il consolida-
mento e allargamento di quest’ultima sarebbero stati garan-
titi dagli Stati Uniti, essenzialmente tramite il soft power, cioè
con l’attrazione esercitata dal modello americano. Il proget-
to di «pace perpetua» unipolare che riprendeva temi svilup-
pati da Adam Smith e da Norman Angell sul valore pacifica-
torio del commercio e dell’interdipendenza economica, si di-
mostrò tuttavia irrealistico.
Lo scoppio dei conflitti etnico-identitari, le disuguaglian-
ze create dalla globalizzazione, sia fra gli Stati ricchi e quelli
poveri che all’interno degli Stati, l’incapacità o impossibilità
per l’Occidente di arginare il collasso degli Stati artificiali ori-
ginati dalla frammentazione degli imperi coloniali, il dilagare
della criminalità e del terrorismo e la crisi finanziaria che
colpì, nel 1997-98, prima il Sud-Est asiatico e poi la Russia e
l’America Latina, scatenarono reazioni antiglobalizzazione,
di fatto soprattutto antiamericane, ponendo in crisi il soft
power americano. Si affermarono allora le teorie dello «scon-
tro di civiltà», dell’ingovernabilità mondiale e del caos politi-
co internazionale.
La frammentazione politico-strategica sembrava inarre-
stabile. Il liberismo e la deregolamentazione indebolivano le
capacità degli Stati di garantire la sicurezza al proprio inter-
no. Lo «Stato postmoderno» si trasformava di fatto, in «pre-
moderno», luogo in cui corporazioni e lobbies costituivano
altrettanti feudi. Le regioni più ricche non accettavano più di

27
sopportare sacrifici per quelle povere. Gli Stati – attrezzati a
fronteggiare la «rivolta dei poveri» delle rivoluzioni indu-
striali – non riuscivano a contrastare quella dei ricchi, che ab-
bandonavano le aree meno competitive, trasferendo all’este-
ro ricchezze e imprese. Si accresceva il divario fra Stati ricchi
e in via di sviluppo, reso ancora più drammatico dalle diffe-
renze demografiche. E gli aiuti, anziché promuovere lo svi-
luppo, si limitavano generalmente a un trasferimento di fon-
di dai poveri dei paesi ricchi alle élites politiche, cioè ai «ric-
chi», dei paesi poveri e anche alle ONG. Queste ultime ca-
valcavano la tigre dell’intervento umanitario, da cui traevano
prestigio, potere e fondi, utilizzando tutte le capacità di pres-
sione sui governi occidentali loro fornite dalle nuove tecno-
logie dell’informazione.
Al Nord le frustrazioni crescevano per i fallimenti del pea-
cebuilding, che spesso contribuiva a «eternizzare» i conflitti,
anziché a trasformare in politiche le vittorie militari dell’Occi-
dente. Ma le delusioni aumentavano anche nel Sud del mon-
do, dall’Asia sud-orientale – portata a contrapporre i «valo-
ri» asiatici a quelli occidentali – all’intero Islam. Quest’ulti-
mo, a sua volta, è sempre più propenso a credere che siano
l’Occidente coloniale e gli Stati Uniti i responsabili della sua
decadenza, frustrazione e avvilente esclusione dalla moder-
nità: il «complotto di crociati e di ebrei» di bin Laden. Nel
contempo – forse anche a scopo autoconsolatorio – l’Islam è
persuaso di essere moralmente superiore all’Occidente, cor-
rotto, materialista e permissivo. Il fenomeno bin Laden non
nasce dal nulla. Egli è sicuramente uno stratega geniale, che
tende a utilizzare la situazione descritta per perseguire un
progetto grandioso: restaurare una sorta di califfato in grado
di proteggere la purezza della umma dall’«impero del male»,
che tende a estendere a tutto il mondo i suoi valori e istitu-
zioni, appoggiandosi ai «traditori» e agli «apostati» delle éli-
tes dirigenti musulmane. Il fondamentalismo wahhabita è in
certo senso simmetrico alle posizioni più estreme dei neocon-
servatives americani, che si propongono di convertire l’Islam

28
alla democrazia e ai valori occidentali. La lotta al terrorismo
non si trasformerà in scontro di civiltà solo se entrambe tali
posizioni estreme diventeranno minoritarie nella definizione
delle percezioni e delle politiche.

6. Tra Clinton e Bush, prima delle elezioni presidenziali


e dopo l’11 settembre

Durante le due presidenze Clinton l’estensione della globaliz-


zazione (prevista dalla National Security Strategy dell’Engage-
ment and Enlargement) obbediva a finalità umanitarie ed eco-
nomiche. Il presidente Bush durante la campagna presiden-
ziale criticò tale approccio, poiché, a suo avviso, l’impegno de-
gli Stati Uniti non aveva prodotto alcun risultato significativo
per gli interessi americani. Gli obiettivi del candidato Bush fu-
rono espressi in modo più realista e, secondo la tradizione del
Partito repubblicano, meno internazionalista e più unilatera-
lista rispetto al suo competitore democratico. Bush sembrava
interessato più al continente americano e all’estensione del
NAFTA al Mercosur, che alla globalizzazione. Tali temi rie-
cheggiavano la tradizionale politica «emisferica» degli Stati
Uniti, già formulata nella dottrina Monroe.
L’11 settembre ha modificato radicalmente tale approc-
cio. L’America Latina è stata lasciata cadere, forse anche a se-
guito delle crisi venezuelana e argentina. Globalizzazione eco-
nomica e sicurezza nazionale sono divenute due facce della
stessa medaglia. Il peacebuilding è ridivenuto una compo-
nente importante della guerra al terrorismo e la National Se-
curity Strategy del settembre 2002 lo sostiene esplicitamente.
Anche il nation building, tanto criticato nella campagna pre-
sidenziale, è stato rivalutato e sarebbe certamente esaltato,
qualora la stabilizzazione dell’Iraq avesse successo; abban-
donato, in caso di insuccesso. Mentre la globalizzazione clin-
toniana era basata sull’idealismo e la geoeconomia, quella so-
stenuta dalla nuova Amministrazione americana è fondata

29
sulla geopolitica, in particolare sulle idee dei neoconservati-
ves. L’idealismo, che con Clinton dominava la politica estera
americana, con Bush si è trasferito nella politica interna, an-
che per effetto dell’influenza della Christian Right. I neocons
lo vogliono riproporre in politica estera, approfittando del-
l’attuale ineguagliata superiorità americana (e del sostegno
dell’opinione pubblica interna).

7. L’opposizione fra «neocons» e realisti

Per questo motivo il successo della stabilizzazione dell’Iraq è


tanto importante per i neoconservatives, che profetizzano un
«effetto domino» sull’intero mondo arabo e islamico. I veri
oppositori di tale politica non sono tanto i democratici – tra
cui militano taluni dei più ferventi interventisti – quanto gli
esponenti della scuola realista, da Kissinger a Brzezinski, e so-
prattutto gli isolazionisti alla Buchanan. I realisti ritengono
impossibile esportare e imporre la democrazia con la forza e
sostengono che gli Stati Uniti non debbono trasformarsi in
un impero: lo renderebbero impraticabile la loro cultura eti-
co-politica e le loro istituzioni. Gli Stati Uniti dovrebbero in-
vece seguire la politica tradizionale delle grandi potenze: in-
tervenire solo quando è necessario, senza immischiarsi nei
conflitti etnico-tribali e, tanto meno, in quelli di religione. Se-
condo i realisti, i neoconservatives sono fondamentalisti peri-
colosi, che perseguono un programma folle, senza badare ai
costi delle loro proposte e che pensano di avere il monopolio
non solo della forza, ma anche della virtù.
Per questo i realisti alla Kissinger sono estremamente cri-
tici nei confronti delle teorie di Robert Kagan sul power and
weakness, sulla rappresentazione degli Stati Uniti come Mar-
te e dell’Europa come Venere, di cui sottolineano l’inconsi-
stenza storica. Il multilateralismo, a parer loro, ha costituito
e costituisce non solo un moltiplicatore di potenza, ma, an-
che e soprattutto, un mezzo per diminuire i costi dell’egemo-

30
nia – mascherandola da leadership – e per rafforzare il soste-
gno dell’opinione pubblica interna. Sicuramente essi hanno
applaudito alla «grande coalizione» costituitasi dopo l’11 set-
tembre per la guerra al terrorismo e all’entrata della Russia e
della Cina nella «santa alleanza» che fa capo agli Stati Uniti.
Per i realisti è indispensabile «calare il tono» delle dispute
transatlantiche e ristabilire, per quanto possibile, l’unità del-
l’Occidente.

8. L’importanza dell’economia

Per gli Stati Uniti è importante ottenere il sostegno dell’Eu-


ropa per la sua potenza sia militare che economica. Sia le spe-
se militari che l’economia europea si aggirano sul 25% di
quelle mondiali. Undici delle ventiquattro economie più ric-
che sono situate in Europa occidentale, mentre otto si trova-
no nella regione del Pacifico e in Asia. Le rimanenti tre sono
in America del Nord (la terza è il Messico) e due in quella del
Sud. La Russia e la Turchia non figurano tra queste venti-
quattro. È per questo che gli Stati Uniti – consapevoli della
rilevanza di entrambi i paesi per gli equilibri mondiali – at-
tribuiscono tanta importanza alla loro associazione all’UE, in
vista di una futura integrazione. In ogni caso Mosca e Ankara
daranno sempre priorità a Washington rispetto a Bruxelles e
soprattutto rispetto a Parigi o a Berlino. Per inciso, è una po-
litica sostenuta a ragione dal governo italiano, convinto che,
dopo la guerra fredda e l’11 settembre, sia necessario un rial-
lineamento geopolitico anche in Europa. Lo stesso allarga-
mento dell’Unione Europea implica nuovi accordi organici
con la Turchia e con la Russia. L’indebolimento di entrambe
sarebbe dannoso per l’Europa, che invece si rafforzerebbe
con la loro stabilizzazione.
Il mondo è più multilaterale sotto il profilo economico che
sotto quello militare, sin dal XVI secolo, quello delle grandi
scoperte e del sistema che Fernand Braudel ha chiamato

31
«economia-mondo», esistente nel Mediterraneo fino all’epo-
ca di Filippo II.
La globalizzazione dell’economia ha rilevanti implicazio-
ni geopolitiche. Innanzitutto essa non è un’opzione, ma una
realtà. Infatti – come afferma Stanley Hoffmann – si tratta di
un insieme di strumenti e tecniche a disposizione degli Stati
e dei singoli individui che deriva dalla tecnologia. Diverse
globalizzazioni sono però possibili. La globalizzazione, nei
suoi aspetti sia positivi – come l’aumento della ricchezza e
dell’interdipendenza – sia negativi – come le disparità inter-
ne e internazionali di ricchezza, la criminalità e il terrorismo
transnazionale –, ha diminuito il valore protettivo delle fron-
tiere. Le strutture intermedie – come gli Stati, interposti fra
le forze globali e i cittadini o le singole imprese – non hanno
la stessa capacità di tutela del passato. La globalizzazione in-
cide sulla sovranità reale e sulla capacità di mantenere la coe-
sione interna. Ma non ci si può escludere da essa, se non ac-
cettando la decadenza. Essa crea un’ipercompetizione – il
«turbocapitalismo» di Edward Luttwak – a cui gli Stati de-
vono adattarsi. Gli americani hanno in questo un decisivo
vantaggio rispetto agli europei.

9. Dall’economia alla demografia

La possibilità dell’Europa di svolgere un ruolo attivo e auto-


nomo nella politica mondiale dipende da un aumento della
sua competitività sistemica. È tuttavia difficile che ciò possa
accadere, sia soggettivamente, per l’incapacità delle classi po-
litiche di superare le resistenze corporative, sia oggettivamen-
te, per la crisi demografica di cui soffrono tutti i paesi europei
e per la loro inabilità strutturale a integrare gli immigrati dal
Sud, in prevalenza islamici. Molto migliore è la situazione de-
gli Stati Uniti. La loro economia ha un tasso di crescita doppio
di quello europeo, la popolazione è aumentata, negli anni No-
vanta, di quasi 30 milioni di abitanti, superando i 280 milioni.

32
Oltre un quarto degli abitanti degli Stati Uniti ha meno di 18
anni. Nel 2050 il paese avrà da 400 a 500 milioni di abitanti,
mantenendo una piramide di età più equilibrata di quella eu-
ropea. Il melting pot americano continuerà a funzionare e gli
immigrati latinos saranno assimilati e nazionalizzati. Gli ispa-
nici hanno ormai superato i neri e verso il 2013 diventeranno
il gruppo etnico più numeroso, superando quello germanico.
Di conseguenza, la percentuale dei cattolici nella popola-
zione degli Stati Uniti è destinata ad aumentare. L’obiettivo
di assimilare l’élite dei nuovi immigrati spiega l’attenzione e
l’entità dei fondi che proprio le fondazioni più tradizionali-
ste americane dedicano alle università cattoliche. La religio-
sità costituisce poi una caratteristica dominante della società
americana, che la rende diversa da quella europea. La modi-
fica dei rapporti tradizionali fra le Chiese evangeliche e quel-
la cattolica comunque avrà influenze non trascurabili sulla
politica estera americana, quindi sulla geopolitica mondiale.
È difficile fare previsioni in merito. Certo non si è più ai tem-
pi della guerra in Vietnam, quando il clero cattolico costitui-
va la spina dorsale della fanteria americana. È probabile che
cresca l’attenzione e l’impegno USA in America Latina.
Sotto il profilo demografico, l’Africa, il mondo islamico e
l’India manifestano una crescita assai accelerata, destinata a
durare nei prossimi decenni. Il loro divario con il resto del
mondo si allarga, sommandosi a quello economico. Europa,
Russia e Giappone presentano preoccupanti segni di deca-
denza demografica. La prima, come si è detto, non riesce ad
assimilare milioni di immigrati islamici. Il divario fra le due
sponde dell’Atlantico è, perciò, sempre più nettamente sfa-
vorevole all’Europa. L’unità dell’Occidente rischia di inde-
bolirsi per ragioni demografiche; anche per questo motivo i
legami transatlantici sono, per l’Europa, più importanti di
quanto siano per gli Stati Uniti. Una crisi demografica disa-
strosa sta verificandosi in tutta la Federazione Russa, soprat-
tutto nella popolazione slava. La Siberia centrale si sta spo-
polando. La popolazione russa diminuisce di oltre un milio-

33
ne di unità all’anno, nonostante il rimpatrio di molti russi dal-
le repubbliche ex sovietiche, e non ha più dimensioni tali da
rendere possibile il mantenimento dell’infrastruttura nell’im-
menso territorio della Federazione. Nel 2050 la popolazione
europea diminuirà di circa il 10%. Quella russa diminuirà da-
gli attuali 140 milioni di abitanti a una cifra compresa fra 77
e 123 milioni, con una media di circa 100 milioni di abitanti.
Metà di essi non saranno più in età lavorativa. Crescerà, poi,
la percentuale delle popolazioni non slave, in particolare di
quelle islamiche, che già oggi rappresentano il 18% della po-
polazione russa. Le uniche speranze per la Russia sono quel-
le di divenire una potenza europea, mantenendo il controllo
delle risorse siberiane e, per quanto possibile con l’appoggio
statunitense, quello delle province marittime del Pacifico.
In rallentamento è anche la crescita demografica dell’A-
merica Latina, mentre fortissimo sarà l’aumento della popo-
lazione dell’India (il 60% da oggi al 2050), che supererà i
1500 milioni di abitanti, sorpassando quella della Cina (più
10% nello stesso periodo). Anche gli altri Stati del Sud-Est e
dell’Est asiatico conosceranno una forte crescita demografi-
ca, con l’eccezione del Giappone e della Corea, che però
manterranno grosso modo gli attuali livelli.
La popolazione dei paesi della sponda Sud del Mediterra-
neo – inclusi quelli del Medio Oriente – è destinata almeno a
raddoppiarsi entro il 2050, invertendo il rapporto tra i paesi
del Nord e quelli del Sud del bacino esistente da più di un mil-
lennio. La «vendetta della culla» – come viene denominato ta-
le terremoto demografico in molti paesi islamici – potrebbe di
conseguenza mutare la geopolitica dell’intero bacino.

10. Demografia e Islam

Entro il 2050 le popolazioni musulmane aumenteranno dal-


l’attuale 18 al 30% della popolazione mondiale. Questo spie-
ga l’insistenza dei neoconservatives a stabilizzare in fretta il

34
mondo islamico, occidentalizzandolo prima che sia troppo
tardi. Solo in tal modo, a loro avviso, sarà possibile garantire
nel lungo periodo la sicurezza degli Stati Uniti e dell’Occi-
dente. Il controllo delle riserve petrolifere ha importanza, ma
ben maggiore rilievo hanno le esigenze della sicurezza. Tra la
strategia dell’esclusione – simile a quella adottata dall’impero
bizantino – e quella dell’inclusione – propria dell’impero ro-
mano – i neocons sono fautori della seconda. La riforma del-
l’Islam e il suo accesso alla modernizzazione e alla globaliz-
zazione potranno essere realizzati – sempre secondo i neo-
cons – solo con la sostituzione delle attuali classi dirigenti –
autoritarie, inefficienti e corrotte – con gli islamisti modera-
ti, alla Erdogan o alla Khatami. I regimi islamici attuali non
vanno destabilizzati, non tanto perché essi sono filoccidenta-
li, quanto perché, oggi, potrebbero venire sostituiti solo da
forze più radicali, quelle che, alquanto impropriamente, ven-
gono qualificate come fondamentaliste. Solo il terremoto
geopolitico provocato dalla democratizzazione dell’Iraq po-
trebbe imporre riforme «democratiche», oppure far emerge-
re una classe di islamisti moderati e progressisti che finireb-
bero per conquistare il potere. Le attuali élites arabe sono
ben consapevoli del pericolo che corrono. Infatti, la conqui-
sta dell’Iraq ha provocato un avvicinamento fra gruppi estre-
misti sunniti e sciiti e fra l’Arabia Saudita e l’Iran. Politici più
realisti, come Gheddafi, sono stati indotti ad abbandonare la
loro opposizione agli Stati Uniti e, in particolare, i loro pro-
grammi di costruzione di armi di distruzione di massa.

11. Gli altri fattori geopolitici

Strettamente connessi con i fattori demografici sono sempre


stati altri fenomeni di rilevante importanza geopolitica, in
primo luogo l’aumento della tendenza alla conflittualità, sia
interna che internazionale. Essa è sempre stata più elevata
nelle società in cui i giovani sono più numerosi degli anziani.

35
In secondo luogo, l’urbanizzazione, che oggi ha assunto di-
mensioni incontrollabili, accresce la conflittualità interna, in-
debolendo le strutture e gli equilibri sociali tradizionali. È sin-
tomatico il fatto che il reclutamento del terrorismo islamico
avvenga nei sobborghi delle metropoli e tra gli studenti all’e-
stero. L’urbanizzazione aumenta anche i fabbisogni alimen-
tari, idrici e di energia, più limitati per le popolazioni rurali.
Le conseguenze geopolitiche della demografia e delle re-
ligioni sono sempre più attentamente considerate. Gli avve-
nimenti dell’11 settembre, la diffusione delle reti terroristiche
tra le masse di immigrati islamici e il loro finanziamento da
parte delle associazioni caritatevoli hanno posto in rilievo
l’importanza delle religioni nel determinare le percezioni dei
responsabili politici e soprattutto la mobilitazione delle mas-
se a sostegno di particolari iniziative politiche. La domanda
fatta da Stalin nella Conferenza di Potsdam su quante divi-
sioni avesse a disposizione il papa oggi non farebbe più sor-
ridere come sessant’anni fa. Già Brežnev se ne era accorto,
per il sostegno determinante dato dal papa polacco alla cat-
tolica Solidarność. Nei paesi ortodossi e in quelli islamici la re-
ligione costituisce una componente essenziale dell’identità o,
se si vuole, della civiltà. Ciò non significa che Samuel Hun-
tington abbia ragione. In realtà i conflitti sono più numerosi
– anche per ragioni di prossimità geografica – all’interno del-
le civiltà, anziché fra di esse o fra religioni diverse. Era così
anche nel Medioevo, quando pure la cristianità si contrap-
poneva all’Islam. Le religioni sono più uno strumento di pro-
paganda e di mobilitazione che una causa diretta di guerra.
Hanno perciò ragione Kissinger e Brzezinski quando –
criticando Samuel Huntington e la teoria dello «scontro di ci-
viltà» – sostengono che i «giocatori» sulla scacchiera geopo-
litica rimangono le grandi potenze. Ma le potenze sono tali
perché hanno una demografia dinamica, un’economia in
espansione e una cultura che consente la mobilitazione dei
cittadini. Solo tramite essa è possibile acquisire il consenso e
reperire le risorse necessarie per la proiezione esterna di po-

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tenza. Nonostante gli sforzi di bin Laden, volti a provocare
con il terrorismo uno scontro di civiltà e una nuova guerra di
religione, sono gli Stati che hanno cercato di approfittare del-
l’11 settembre per cogliere le opportunità geopolitiche deter-
minate non tanto dagli attentati, quanto dalle reazioni ameri-
cane a essi. Ciò ha provocato un riallineamento geopolitico
da cui quasi tutti i governi hanno cercato di trarre vantaggi.
Chi ne è uscita con le ossa rotte è stata, purtroppo, l’Europa,
dopo le tante chiacchiere fatte sull’Europa «grande Stato» o
«grande potenza». È stata infatti chiaramente dimostrata
l’impossibilità di seguire una politica alternativa a quella de-
gli Stati Uniti. Il tentativo francese, anziché stimolare una «li-
nea europea», ha diviso il continente. La Gran Bretagna ha
tentato a sua volta di approfittare della situazione, rafforzan-
do il ruolo di «ponte» fra gli Stati Uniti e l’Europa dell’euro.
Poiché l’Europa si è divisa, Londra si è però trovata nell’inco-
moda posizione di «ponte» ancorato a uno solo dei suoi due
pilastri, pur aggregando attorno alla propria politica l’Euro-
pa atlantica: Italia, Spagna e i paesi della «nuova Europa». A
qualche mese di distanza dalla crisi, Berlino e Mosca cercano
di riavvicinarsi a Washington, mentre Parigi resta sempre più
isolata. Recentemente, all’asse franco-tedesco, resosi conto di
non poter più garantire la leadership dell’Europa, si è asso-
ciata la Gran Bretagna, costituendo una specie di «diretto-
rio» europeo e ridando un certo dinamismo alla geopolitica
del Vecchio Continente.

12. Le risorse naturali come fattore


della futura geopolitica

L’aumento della popolazione e la crescita dell’economia ren-


dono geopoliticamente importante garantire la sicurezza de-
gli approvvigionamenti, oltre che dei prodotti alimentari, di
due materie critiche: l’acqua e l’energia. Esse determinano
inoltre un aumento dei rischi ecologici globali – l’effetto ser-

37
ra, il buco di ozono, la desertificazione ecc. Rendono infine
rilevante per le relazioni internazionali la diffusione di malat-
tie contagiose, soprattutto quella dell’AIDS in Africa. Secon-
do Michael Klare, il tentativo di appropriarsi delle risorse ra-
re o, quanto meno, di assicurarsene l’approvvigionamento,
condizionerà il nuovo «grande gioco» geopolitico e la con-
flittualità mondiale. La Federazione Russa, che occupa gli im-
mensi spazi siberiani, non è più in grado di sfruttarli e nep-
pure di controllarli. Europa, Cina e Stati Uniti tendono per-
ciò ad aumentare la loro influenza sulla regione, in forma più
o meno cooperativa con Mosca. Gli Stati Uniti concorrono
alla sicurezza dell’enorme e delicata frontiera meridionale
della Federazione, in Caucaso e in Asia centrale. Essi vigila-
no affinché le risorse locali, determinanti per la futura power
politics mondiale, non cadano in mano cinese. Con la loro
presenza nel Golfo, gli americani si sono messi in condizione
di controllare i rifornimenti energetici necessari per lo svi-
luppo economico e la potenza politico-strategica della Cina e
dell’India, i cui consumi raddoppieranno entro il 2020.
I fabbisogni alimentari rappresentano l’aspetto meno cri-
tico. I prodotti delle nuove tecnologie per la modificazione
genetica – in particolare il «riso pesante» – saranno infatti in
grado di soddisfare le necessità alimentari legate alla crescita
demografica mondiale. È indicativo, al riguardo, il sostegno
che tali tecnologie – respinte in Europa dalle corporazioni
degli agricoltori, degli ecologisti ideologici e dei no-global –
hanno ottenuto dal Vaticano, contrario a ogni politica siste-
matica di limitazione delle nascite, nonché beninteso alle al-
tre forme di infanticidio differito, come le guerre, le carestie,
la sterilizzazione di parte della popolazione e le pestilenze.
Queste sono sempre state inevitabili nel corso della storia per
mantenere l’equilibrio fra risorse alimentari disponibili e po-
polazione, come dimostrò Gaston Bouthoul, fondatore della
«polemologia» o «sociologia delle guerre».
La disponibilità dell’acqua sta divenendo critica, sia per lo
sviluppo che per la conflittualità regionale, soprattutto in Me-

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dio Oriente, dove anche le acque tettoniche sono ormai giun-
te quasi all’esaurimento. I great man made rivers libici stanno
determinando la desertificazione di ampie regioni del Sudan e
dell’Egitto. Da ricordare, infine, l’importanza geopolitica, so-
prattutto per la Turchia, la Siria e l’Iraq, del grandioso pro-
getto di irrigazione del Sud-Est anatolico con le acque del Ti-
gri e dell’Eufrate, e la centralità della divisione delle risorse
idriche nel processo di pace israelo-palestinese. La carenza di
acqua e la desertificazione producono anche tensioni interne
in vari Stati, provocando guerre civili, massacri e il collasso
delle strutture pubbliche, con conseguente espansione della
violenza privata, dalla criminalità organizzata al terrorismo
transnazionale, che installano le loro basi nei territori degli
Stati più deboli. Dal terrorismo degli anni Settanta e Ottanta,
sostenuto dagli Stati, si è così passati agli Stati divenuti ostag-
gi del terrorismo e della grande criminalità.
Per quanto riguarda le risorse petrolifere, la regione del
Golfo conserverà la propria importanza fino a quando non
verranno sviluppate tecnologie tali da rendere economica-
mente utilizzabili da un lato l’idrogeno e, dall’altro, gli im-
mensi giacimenti di bitumi canadesi e venezuelani. Le risor-
se energetiche complessive di questi ultimi sono infatti supe-
riori a quelle del Golfo e renderanno l’Occidente meno di-
pendente dai rifornimenti del Golfo. Tuttavia quest’ultimo
rimarrà centrale nella geopolitica, sia perché produrrà ener-
gia a costi inferiori, sia per l’enorme aumento dei consumi,
soprattutto della Cina e dell’India. A breve termine una ri-
duzione della dipendenza dal Golfo verrà realizzata da Stati
Uniti e Europa, con l’aumento della produzione russa. Que-
sta è importante, perché renderà disponibile risorse aggiun-
tive utili ad accelerare una progressiva associazione, e forse
l’integrazione, della Russia all’Occidente. Uno degli obiettivi
fondamentali degli Stati Uniti consiste nel «blindare», per
quanto possibile, l’economia globalizzata dal petrolio di una
regione volatile come il Golfo. I rifornimenti provenienti dal-
la Russia, dal Caspio e dall’Asia centrale non consentirebbe-

39
ro tuttavia di fronteggiare un’eventuale interruzione di quel-
li provenienti dall’instabile area del Golfo. Con il gigantesco
terminale petrolifero in costruzione a Murmansk, gli Stati
Uniti potranno comunque importare dalla Russia quel milio-
ne e mezzo di barili al giorno che oggi ricevono dall’Arabia
Saudita. Tale sostituzione dei fornitori è sostenuta dai neo-
cons, per i quali è necessario far crollare il potere della fami-
glia reale saudita, troppo compromessa con il wahhabismo e
il sostegno al terrorismo internazionale. Essi ritengono anche
che la stessa Organizzazione dei paesi esportatori di petrolio
(Organization of Petroleum Exporting Countries, OPEC)
debba essere distrutta. I realisti – assieme ai petrolieri ameri-
cani, largamente rappresentati nell’Amministrazione di Bush
padre – ritengono invece che sia interesse primario america-
no mantenere la stabilità della penisola arabica, il potere del-
la famiglia reale saudita e la capacità d’azione dell’OPEC, per
continuare a regolare l’offerta e il prezzo mondiale di petro-
lio avvalendosi della riserva di produzione saudita di ben 3
milioni di barili al giorno. L’11 settembre ha prodotto ten-
sioni molto forti fra americani e sauditi. Esse sembrano atte-
nuate dopo la vittoria in Iraq, anche perché l’attenzione di
Washington è adesso rivolta a Teheran e ai programmi nu-
cleari degli ayatollah, nonché a quelli della Corea del Nord.
L’applicazione della dottrina della guerra preventiva anche a
uno solo di tali paesi provocherebbe nuova turbolenza nella
geopolitica mondiale.

13. Guerra dell’Iraq, guerra per il petrolio


e condizionamenti geopolitici della Cina e dell’India

È una sciocchezza pensare che la guerra in Iraq sia stata de-


cisa dagli Stati Uniti per impossessarsi delle riserve di petro-
lio irachene. Basta aver seguito il dibattito che è avvenuto al
riguardo a Washington. La guerra ha avuto origine da ragio-
ni di sicurezza, di vendetta e di prestigio. Di sicurezza, per-

40
ché, secondo i neoconservatori e i nazionalisti americani, la
situazione dell’Islam nel Golfo e nella Penisola arabica non è
più tollerabile per gli Stati Uniti. Quindici dei diciannove ter-
roristi suicidi dell’11 settembre erano sauditi. Lo statu quo
perciò è inaccettabile. Il petrolio, la garanzia energetica alla
globalizzazione e il condizionamento della Cina e dell’India
sono solo by-products dell’iniziativa contro Saddam Hussein.
Taluni risultati positivi sono già evidenti: dalla Libia alla pro-
gettata visita del premier israeliano Sharon in Egitto.
Per condizionare Pechino, Washington non ha necessità
del Golfo. L’economia cinese dipende infatti dalle esporta-
zioni verso gli Stati Uniti, nei confronti dei quali ha un avanzo
commerciale di oltre 100 miliardi di dollari l’anno. Inoltre, oc-
corre ricordare che il 70% delle importazioni in Cina e il 75%
delle esportazioni è nelle mani di compagnie straniere, in par-
ticolare di multinazionali americane o di imprese da esse con-
trollate. La Cina sa bene che gli Stati Uniti sono pronti – più di
ogni altro paese – a utilizzare l’economia come arma o stru-
mento di politica estera. Sanzioni americane sarebbero disa-
strose non solo per l’economia cinese, ma anche per la stabi-
lità politica e sociale del paese. Non è poi ipotizzabile che nei
prossimi decenni la Cina possa bilanciare la potenza militare
americana, non solo globalmente, ma neppure su scala regio-
nale, nello stretto di Taiwan o nel Mar Cinese meridionale. An-
che per questo motivo, durante la crisi dell’Iraq e il «pastic-
ciaccio» dell’ONU, la Cina ha mantenuto una linea estrema-
mente cauta. Dopo l’11 settembre aveva aderito alla «santa al-
leanza» antiterroristica e l’atteggiamento americano era mu-
tato. Prima dell’11 settembre la Cina veniva infatti considera-
ta l’unico possibile competitore strategico globale, mentre og-
gi è divenuta quasi un partner di Washington.
Anche il mutamento delle percezioni geopolitiche dell’In-
dia è stato accelerato dall’11 settembre. Si è consolidata la
convergenza con gli Stati Uniti, già emersa, ad esempio, con
il sostegno offerto da New Delhi al programma di difesa an-
timissili, centrale nei primi mesi dell’Amministrazione Bush.

41
Per Washington i rapporti con l’India sono resi complessi dal
rafforzamento delle relazioni con il Pakistan, verificatosi du-
rante le operazioni in Afghanistan contro i talebani e al-Qae-
da. Gli Stati Uniti sono ormai coinvolti direttamente nell’Asia
meridionale e nelle tensioni fra l’India e il Pakistan per il Ka-
shmir. L’area è divenuta una delle più «calde» per la geopo-
litica americana. La scacchiera del «grande gioco» per il do-
minio mondiale, recentemente teorizzato da Brzezinski, si è
estesa dall’Asia centrale all’Oceano Indiano. Le due super-
potenze asiatiche – Cina e India – hanno gravi problemi di
stabilità interna. Inoltre, esse sono rivali. La loro potenza ne
è quindi condizionata. Ciò aumenta le opzioni disponibili a
Washington e accresce le opportunità degli Stati Uniti, allea-
ti nell’Estremo Oriente della terza grande potenza asiatica: il
Giappone.

14. La globalizzazione e le istituzioni internazionali

L’importanza dell’ecologia e l’impatto delle grandi epidemie


è sempre più evidente nel dibattito geopolitico attuale. En-
trambi, però, hanno una rilevanza differita nella politica del-
le grandi potenze, sempre più limitata al breve periodo, per
effetto della rivoluzione delle tecnologie dell’informazione.
Beninteso, ecologia ed epidemie sono importanti sotto il pro-
filo umanitario e per le organizzazioni non governative, au-
toelettesi rappresentanti di una fantomatica società civile
mondiale, ovvero del «villaggio globale» alla McLuhan, che
però esiste solo nelle fantasie dei loro accesi fautori e dei no-
global antioccidentali.
Con l’avvento dell’era dell’informazione il mondo si è fatto
più piccolo e le istituzioni internazionali, basate tutte sul pre-
supposto dell’uguaglianza fra gli Stati, hanno difficoltà ad
adattarsi alla realtà della loro disuguaglianza e, soprattutto, al
fatto che l’intero sistema internazionale è oggi centrato sull’e-
sistenza di una sola potenza globale. Gli altri Stati sono nella

42
migliore delle ipotesi potenze solo regionali. L’unipolarismo e
il fatto che gli Stati Uniti, lo si voglia o no, sono i garanti della
globalizzazione e i «gendarmi» più o meno riluttanti del mon-
do, hanno indotto Samuel Huntington a formulare una nuova
provocazione. Egli propone che solo gli Stati Uniti abbiano di-
ritto di veto in seno al Consiglio di sicurezza, come unica con-
dizione per ridare importanza e far sopravvivere l’organizza-
zione globale di sicurezza collettiva, che possiede formalmen-
te il monopolio legale dell’impiego della forza per il manteni-
mento della pace e della sicurezza internazionali. Che l’ONU
debba essere riformato è apparso evidente nella commedia av-
venuta dopo il vero e proprio «agguato» teso dalla Francia agli
Stati Uniti nel gennaio 2003, con l’improvviso annuncio che
avrebbe posto il veto al Consiglio di sicurezza contro ogni ini-
ziativa militare americana contro l’Iraq. Era già evidente con il
fallimento dei tentativi di adeguare il Consiglio di sicurezza al-
la nuova realtà risultante dalla ripartizione fra gli Stati della po-
tenza mondiale. Poiché ogni riforma sarà difficile, è probabi-
le che in futuro si assista al sorgere di una sorta di ONU à la
carte. Gli Stati Uniti vi faranno ricorso solo quando saranno si-
curi dell’approvazione dell’ONU o quando farà loro comodo
coinvolgerlo per acquisire consenso internazionale (facendo
condividere agli altri paesi gli oneri degli interventi da essi de-
cisi) e soprattutto ai fini del dibattito politico, nel Congresso e
nell’opinione pubblica, sui singoli interventi militari. L’opi-
nione pubblica americana è rimasta infatti multilateralista e
non dimentica che gli Stati Uniti furono i padri fondatori
dell’ONU. Qualora tali condizioni non si verificassero, l’ONU
sarà marginalizzato o ignorato.

15. Gli Stati Uniti e il nuovo ordine unipolare

Nel futuro ordine, o disordine, internazionale gli Stati Uniti


rimarranno indispensabili. Il resto dei paesi deve prenderli
per ciò che sono e regolarsi di conseguenza. Gli avversari de-

43
gli Stati Uniti ricorreranno alle guerre asimmetriche, non po-
tendo contrastare gli Stati Uniti frontalmente e in modo di-
retto. Altri cercheranno, però, di influenzarne le scelte in mo-
do indiretto, come ha fatto nella crisi irachena il premier bri-
tannico Blair, conseguendo anche risultati positivi, come la
Risoluzione 1441, con la quale, nel novembre 2002, il Consi-
glio di sicurezza aveva, almeno implicitamente, riconosciuto
la legittimità dell’uso della forza contro l’Iraq. Il successo di
tale linea è tuttavia difficile quando a Washington prevale il
fondamentalismo dei neoconservatives, che sembra però un
fenomeno passeggero. Questi sono infatti decisamente mino-
ritari e le loro idee hanno potuto prevalere per le emozioni
suscitate dall’11 settembre e per la loro alleanza con i nazio-
nalisti. Anche per effetto delle difficoltà incontrate nella pa-
cificazione dell’Iraq, sembra invece inevitabile che s’impon-
gano nel tempo approcci più realisti e moderati, alla Kissin-
ger, tanto per intendersi. Non ritengo, invece, che l’interven-
to in Iraq possa avere effetti comparabili a quelli della spedi-
zione ateniese di Nicia in Sicilia, durante la guerra del Pelo-
ponneso, causa principale della successiva sconfitta di Atene.
Le difficoltà incontrate in Mesopotamia dovrebbero tuttavia
smorzare gli ardori interventisti, l’ottimismo e la volontà di
cambiare il mondo, o, più concretamente, di stabilizzare in-
tere regioni e di democratizzare l’Islam con la buona volontà
o a colpi di bacchetta magica.
Gli attentati dell’11 settembre hanno confermato la deca-
denza dell’Europa come attore geopolitico globale. L’antia-
mericanismo dilagante rappresenta un fenomeno da non tra-
scurare, ma neppure da sopravvalutare. Quando hanno avu-
to un contenzioso per un isolotto, Spagna e Marocco hanno
fatto ricorso a Washington, non all’Unione Europea. Gene-
rale è stata anche la richiesta d’intervento degli Stati Uniti in
Liberia. I no-global non modificheranno i trend della globa-
lizzazione, che si sta caratterizzando sempre più come ameri-
canizzazione del mondo, ma avranno tutt’al più qualche sod-
disfazione formale.

44
Con l’11 settembre si è chiuso il periodo di transizione del
post-guerra fredda. La «chiarezza morale» – quindi la bruta-
lità – usata da molti membri dell’Amministrazione america-
na ha posto tutti gli Stati di fronte alla necessità di fare una
scelta, quindi alle loro responsabilità. La geopolitica è ridive-
nuta dinamica. L’interventismo dell’Amministrazione ameri-
cana provoca beninteso reazioni, anche di orgoglio. Prote-
stare contro l’unipolarismo di Washington è però come voler
contestare la legge di gravità. Questa realtà sembra destinata
a permanere nei prossimi decenni. Non può essere contra-
stata dalla Cina e neppure dall’Unione Europea, almeno sot-
to il profilo politico-strategico. Nonostante la sua partecipa-
zione all’Asean Regional Forum (ARF), quest’ultima non può
divenire una potenza globale, con una significativa capacità
di proiezione di potenza.
Può divenirlo però utilizzando le «nicchie» – poste in evi-
denza da Joseph Nye nel suo saggio Il paradosso del potere
americano – in cui la superiorità americana non è completa.
Ma per far questo deve rimanere collegata agli Stati Uniti, ri-
vitalizzando i vincoli transatlantici. La NATO non è più suf-
ficiente. Occorrono norme e istituzioni che riguardino il
coordinamento politico generale, indispensabile anche per
una divisione dei compiti con gli Stati Uniti. In caso contra-
rio predomineranno i bilateralismi di nicchia dei singoli pae-
si europei con Washington e ne soffrirà la stessa integrazione
europea, almeno nei settori delle politiche estere, di sicurez-
za e di difesa. Le coalizioni occasionali, preferite dal segreta-
rio alla Difesa Rumsfeld, non garantiscono sufficiente preve-
dibilità, né regole affidabili. Beninteso, gli Stati Uniti man-
terranno la propria libertà d’azione, soprattutto in tema d’in-
terventi armati preventivi o pre-emptivi che dir si voglia.
La geopolitica del dopo 11 settembre ha messo in eviden-
za tali realtà. Prima si poteva fingere di ignorarle. È con esse
che oggi bisogna fare i conti. L’approccio geopolitico, con il
suo pessimismo sulla natura dell’uomo e sulla tragicità della
storia – e anche con una dose di cinismo – può aiutarci a evi-

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tare guai peggiori. Nonostante l’apparente trionfo delle ideo-
logie e dei fondamentalismi – da quello islamico a quello dei
neocons – l’11 settembre ha eliminato le teorie olistiche – dal-
la fine della storia, allo Stato postmoderno – volte a «spiega-
re» il destino del mondo e segnato, ancora una volta, il trionfo
del paradigma realista delle relazioni internazionali. A esso,
pertanto, si dovrà fare riferimento in futuro per la compren-
sione della realtà politica internazionale in costante e rapida
evoluzione.
Capitolo III
Gli Stati Uniti

1. Politica estera e ideologia «neocon»


fra valori americani ed economia

Il dibattito geopolitico negli Stati Uniti – come in tutti i pae-


si – non è tanto o, almeno non è solo, sulla politica estera, ma
riflette le tendenze prevalenti nella politica interna. Esso ri-
guarda, cioè, la competizione dei gruppi dirigenti per il con-
senso e per il potere. La politica economica del presidente
Bush è ispirata alla reaganomics: diminuzione delle tasse per
stimolare la crescita, ma anche aumento delle spese militari e
indebolimento del dollaro. Nel 2000 il bilancio federale pre-
sentava un avanzo di 250 milioni di dollari. Alla fine del 2003
avrà un deficit di 500 miliardi di dollari, che dovrà essere fi-
nanziato attraendo negli Stati Uniti investimenti stranieri con
la capacità della Federal Bank di adottare strategie volte a in-
ternazionalizzare il deficit. A tale squilibrio si aggiunge l’e-
norme saldo negativo della bilancia commerciale. Gli Stati
Uniti vivono al di sopra dei propri mezzi. Per continuare a
poterlo fare è indispensabile che il mondo sia organizzato in
modo da continuare a finanziarli.
La geopolitica americana riflette, però, anche le preferen-
ze di fondo della società. Nell’era dell’informazione gli aspet-
ti soggettivi e psicologici della geopolitica hanno più impor-
tanza dei condizionamenti geografici e degli interessi pura-
mente materiali. Sul prevalere di determinate scelte politiche,
tali preferenze – strettamente collegate con i miti dell’imma-

47
ginario collettivo e dell’esperienza storica americana – hanno
un’influenza enorme. Le preferenze metapolitiche determi-
nano le scelte degli Stati e anche il «modo» con cui viene con-
dotta la politica estera.
Il «neoimperialismo» è stato anche una reazione agli atten-
tati dell’11 settembre, perché il presidente Bush ha saputo uti-
lizzare tali miti per realizzare una mobilitazione patriottica
senza precedenti. Essa è trasversale a tutte le forze politiche e
ha consentito, almeno finora, di separare la politica estera dal-
la lotta politica interna. Gli americani sono persuasi di posse-
dere, oltre al monopolio della forza, quello della virtù e, quin-
di, la capacità di rendere virtuoso il resto del mondo e la legit-
timità per farlo. Oggi, dopo le incertezze e i ritardi nella stabi-
lizzazione dell’Iraq, tale entusiasmo si è indubbiamente atte-
nuato. Ma, a metà settembre del 2003, circa il 70% degli ame-
ricani approvava ancora l’operato del presidente Bush. Anche
se le cose dovessero cambiare e gli Stati Uniti divenissero con-
sapevoli dei limiti del loro potere imperiale – in particolare del
fatto che non dispongono delle forze terrestri e della cultura
d’intelligence necessarie all’occupazione e al controllo di un
territorio per lunghi periodi –, hanno impegnato in Iraq il lo-
ro prestigio, quindi non possono ritirarsi.
I neoconservatives sono persuasi, in quello che i realisti de-
finiscono il loro «delirio ideologico», di poter plasmare la
realtà con la propria azione. Un europeo che, se fosse ameri-
cano, sarebbe certamente un neocon, è il ministro degli Este-
ri francese Dominique de Villepin. Nel suo studio su Napo-
leone egli accenna alla possibilità «di inventare la storia, cam-
biando le regole del gioco», ed è quanto ha cercato di fare nel
caso della crisi dell’Iraq del 2003, anche se non si può dire
con molto successo. Verosimilmente Villepin aveva soprav-
valutato la potenza francese e sottovalutato la determinazio-
ne dell’Amministrazione Bush.

48
2. Gli USA dal mondo bipolare a quello unipolare

Alla geopolitica del mondo bipolare, centrata sul confronto


fra URSS e USA, negli anni Novanta sembrava ormai suben-
trata una geopolitica centro-periferia, The West and the Rest.
Per l’Occidente, alla periferia tradizionale del Sud del mondo
se n’era aggiunta un’altra: l’Europa centro-orientale e l’ex
Unione Sovietica. Subito dopo l’11 settembre sembrò emer-
gere un ordine internazionale nuovo, centrato sugli Stati Uni-
ti, ma gestito dall’ONU: era la «grande coalizione» antiterro-
rismo costruita da Colin Powell e di cui facevano parte quasi
cento Stati, fra cui la Russia e la Cina. Non dando seguito alla
dichiarazione del Consiglio atlantico di considerare l’attacco
agli Stati Uniti come diretto contro l’intera Alleanza – ai sensi
dell’art. 5 del Trattato di Washington – Washington dimostrò
subito di non lasciarsi condizionare dai vincoli di una «guerra
per comitato», come quella per il Kosovo, ma di volere fare da
sé. Con ciò ha inferto all’Alleanza un duro colpo.
La crisi dell’Iraq ha nuovamente movimentato la geopo-
litica mondiale, con il rinnovo della richiesta di un mondo
multipolare avanzata da Parigi, da Berlino, e, più sommessa-
mente, da Mosca e ancor più indirettamente da Pechino. Il
«mondo della pace», di cui il presidente francese Chirac si era
proclamato rappresentante, si contrappose all’«impero della
guerra». La «santa alleanza antiterrorismo» non reggeva la
prova delle tensioni a cui la sottoponeva la disinvolta politica
americana, nonostante tutti gli sforzi del fedele alleato britan-
nico per salvaguardare in qualche modo il ruolo del Consiglio
di sicurezza. In tale nuovo «strappo» transatlantico riemer-
sero talune tendenze geopolitiche che si erano già manifestate
in tutto il secondo dopoguerra, specie dopo il disastro della
spedizione di Suez del 1956: il tentativo della Francia di af-
francarsi dall’egemonia americana. Durante la guerra fredda
tali tendenze erano neutralizzate dalla minaccia dell’URSS,
che faceva paura all’Europa ed erano anche attenuate dal fat-
to che gli Stati Uniti avevano tutto l’interesse ad avere un’Eu-

49
ropa forte militarmente e integrata economicamente, anche se
non unita politicamente.
Oggi il mondo è profondamente mutato. È scomparsa la
minaccia da est. Il «nucleo duro» dell’Europa, in particolare
la Germania unificata, è meno condizionabile che in passato e
gli Stati Uniti temono la concorrenza che l’euro potrebbe fare
al dollaro. Molti settori dell’Amministrazione hanno puntato
deliberatamente sulla divisione dell’Europa, a torto ritenuta
da taluni un potenziale competitore globale di Washington.
La Gran Bretagna ha cercato di continuare la linea politica se-
guita negli anni Cinquanta, prima di Suez, cioè di perseguire
una «terza via»: allora fra gli USA e l’URSS; oggi fra gli USA e
l’Europa. Insomma, il «gioco geopolitico» innescato dall’11
settembre ricorda per molti aspetti il passato, sia pure in for-
ma diversa.
Basti pensare alle tesi sostenute dai fautori dell’allarga-
mento a est della NATO, diretto a interporre la presenza de-
gli USA fra Russia e Germania. Esse hanno ripreso concetti
espressi da Mackinder già nel 1919, in Democratic Ideals and
Reality. Violando a danno del popolo tedesco il principio wil-
soniano dell’autodeterminazione dei popoli, la loro attuazio-
ne nella pace di Versailles portò alla costituzione di una fa-
scia di Stati cuscinetto, garantita da Francia e Gran Bretagna,
per separare la Germania dall’URSS. I due allargamenti del-
la NATO hanno portato oggi alla presenza diretta degli Sta-
ti Uniti in quell’area, che rimane geopoliticamente critica per
i rapporti fra l’Europa e la Russia.

3. Il dibattito geopolitico negli Stati Uniti

La migliore analisi sulle diverse tendenze presenti nel dibat-


tito geopolitico statunitense è contenuta nel volume Wa-
shington et le Monde di Justin Vaïsse e Pierre Hassner. In es-
so sono descritte le varie scuole, tendenze, assunti e proposte
geopolitiche in competizione fra di loro negli Stati Uniti.

50
Queste ultime sono collegate dai due autori alle loro radici
metapolitiche, storiche e religiose, nonché agli interessi eco-
nomici delle varie lobbies. Tale approfondimento è essenzia-
le. Infatti, oggi tutti gli Stati definiscono la propria politica e
i loro interessi in relazione a quelli degli Stati Uniti.
Il dibattito geopolitico d’oltreoceano è incentrato su che
cosa gli Stati Uniti debbano fare della loro potenza; su quale
sia l’importanza relativa degli interessi rispetto ai valori; sul-
la rilevanza per il paese e gli interessi statunitensi delle al-
leanze permanenti e delle istituzioni internazionali; su quale
sia la combinazione più opportuna fra quelli che Joseph Nye
ha chiamato soft e hard power, fra unilateralismo e multilate-
ralismo, fra idealismo wilsoniano e realismo, fra l’esistenza di
una missione quasi messianica o, comunque, di un eccezio-
nalismo degli Stati Uniti – che sembra oggi indurli a intra-
prendere una crociata per migliorare il mondo – e il normale
comportamento di una grande potenza come tutte le altre, at-
tenta a tutelare il proprio rango, i propri interessi e la propria
sicurezza.
La comprensione del dibattito geopolitico in corso negli
Stati Uniti e del suo linguaggio è essenziale. Gli altri Stati pos-
sono infatti influire sulle decisioni degli Stati Uniti solo agen-
do al loro interno, influenzando cioè i meccanismi decisiona-
li dell’Amministrazione. Per quanto riguarda il linguaggio le
cose sono altrettanto importanti. È probabile che quando
Donald Rumsfeld parlò di «vecchia Europa», egli non inten-
desse riferirsi a un’Europa decadente, né al fatto che il bari-
centro dell’Europa si era spostato a est, dato l’allargamento
dell’Unione a dieci nuovi membri. Quasi certamente, egli ri-
prendeva l’espressione dei Padri pellegrini, relativa all’Euro-
pa dinastica dei loro tempi, divisa da egoismi e rivalità di po-
tenza e da una visione ristretta degli interessi dei singoli Sta-
ti, ritenuti predominanti su quelli dei loro cittadini.
Il dibattito, spesso brutalmente polemico, fra le nuove
scuole e i vari esperti permette di comprendere come si mo-
difichino le percezioni, che cosa stia avvenendo negli Stati

51
Uniti, quindi di anticipare quelle che saranno le scelte del-
l’Amministrazione. Tra gli attori di tale dibattito compare
l’opinione pubblica, senza il cui consenso non è oggi possi-
bile nessuna decisione politica, soprattutto negli Stati Uniti.
Attribuire al solo Bush jr. il nuovo atteggiamento americano
dopo l’11 settembre è una sciocchezza, così come è errato so-
pravvalutare l’influenza dei neoconservatives, oppure ritene-
re che la mancata rielezione di Bush nel 2004 cambierebbe la
politica americana.
Beninteso, sulla geopolitica degli Stati Uniti – e in partico-
lare sulle loro tendenze «imperiali», o per meglio dire estro-
verse, e su quelle isolazioniste o di ripiegamento «emisferico»
sulle due Americhe – influiscono la loro posizione geografica,
a cavallo fra l’Oceano Atlantico e quello Pacifico, le esigenze
dell’economia, caratterizzata – come si è accennato – dai due
enormi deficit – di bilancio e commerciale – che da una venti-
na di anni sono regolarmente «esternalizzati», il pluralismo et-
nico e culturale della società americana e lo spirito delle élites
politiche e culturali, influenzate dai valori prepolitici propri
dei padri fondatori. A più lungo termine, su di essa influirà la
demografia, nelle sue dimensioni sia assolute che relative.
Nel decennio di transizione post-guerra fredda la geoeco-
nomia sembrava aver assorbito la geopolitica. Gli anni No-
vanta videro un’enorme espansione sia dell’economia ameri-
cana sia della globalizzazione. La prima era però già entrata
in ciclo negativo prima dell’11 settembre, con la «bolla» del-
la new economy. La scoperta della vulnerabilità americana
aveva accelerato fortemente la tendenza al ribasso, erodendo
il trionfalismo macroeconomico clintoniano.
La globalizzazione, a sua volta, sembrava per vari motivi
bloccata. In primo luogo, vi era stato un ritorno degli Stati
nella regolazione, se non nella regolazione dell’economia. Ta-
luni parlarono addirittura di un ritorno di Keynes, della fine
del liberismo e del riemergere del protezionismo. In secondo
luogo, il controllo del finanziamento alle reti terroristiche ha
obbligato a intensificare limitazioni e controlli dei movimen-

52
ti finanziari, di quelli delle merci e delle persone. In terzo luo-
go, gli Stati – in particolare gli USA, che avevano «scoperto»
la loro inattesa vulnerabilità alle nuove minacce – hanno do-
vuto rispondere alla domanda di sicurezza dei loro cittadini.
La guerra al terrorismo e alla proliferazione è così divenuta il
paradigma centrale della politica di Washington. Gli ameri-
cani hanno ritrovato il nemico e la geostrategia è ridivenuta
centrale nella geopolitica americana. Poiché le nuove minac-
ce non sono arrestabili alle frontiere, l’unico modo per di-
fendersi da esse consiste nell’attaccarle dove si manifestano,
prima che possano colpire.
Ma gli Stati Uniti non si sono fermati qui. I neocons pro-
pongono loro di fare quanto fecero tutti gli imperi della sto-
ria: non limitarsi a raids punitivi, ma occupare i territori e
«convertire» le popolazioni alla democrazia e al libero mer-
cato, per sradicare in modo definitivo il maxiterrorismo hi-
tech. La paura di nuovi, grandi attentati ha risvegliato lo spi-
rito messianico o missionario americano. Il miglioramento
del mondo si è trasferito dal campo dell’umanitario a quello
della sicurezza nazionale. Da «sceriffi riluttanti», gli Stati
Uniti si sono così trasformati non solo in gendarmi del mon-
do, ma anche – almeno nelle intenzioni dei neocons – in cro-
ciati della democrazia, in primo luogo in riferimento all’Islam,
per renderlo omogeneo ai valori americani, modernizzarlo e
farlo partecipare alla globalizzazione. Il risveglio di tale spiri-
to messianico è stato permesso dall’accentuato rafforzamen-
to della religiosità nella società americana. Esso era evidente
nel programma di moralizzazione e di ritorno ai valori tradi-
zionali propugnato da Bush nella campagna elettorale, con-
tro il permissivismo del presidente Clinton. La necessità di
«chiarezza morale» sia in politica interna che internazionale,
più volte ricordata dal presidente Bush, appare brutale e ar-
rogante agli altri paesi. Tale sensazione è confermata dal fat-
to che gli Stati Uniti si propongono esplicitamente, con la Na-
tional Security Strategy, di imporre al mondo la «virtù», di cui
si sono autoproclamati missionari. Persuasi di essere nel giu-

53
sto, gli americani non accettano limitazioni alla loro libertà
d’azione da parte del diritto e delle istituzioni internazionali
e degli stessi alleati.
Per inciso, l’aumento negli Stati Uniti della popolazione
cattolica – dovuta all’immigrazione di latinos – e le riserve va-
ticane sul nuovo corso della politica estera americana – che
potrebbero radicalizzarsi in futuro – possono provocare ten-
sioni fra Washington e la Santa Sede, con ricadute non tra-
scurabili anche sulla politica italiana.

4. Secolo, impero, egemonia o leadership


degli Stati Uniti

Sulla base delle considerazioni che precedono deve essere di-


scusso anche il dibattito sul «secolo» o sull’«impero» ameri-
cano. Quest’ultimo, comunque, è del tutto particolare per va-
ri motivi. Innanzitutto, gli Stati Uniti nascono da una rivolu-
zione anticoloniale. Poi, pur avendo quasi 150 basi e diverse
centinaia di migliaia di soldati all’estero – ben più di quanti
ne avessero gli imperi romano, bizantino, ottomano o britan-
nico –, l’influenza imperiale americana non è fondata sulle ar-
mi, cioè sull’hard power, ma soprattutto sul soft power.
È interessante la tesi suggerita da John Mearsheimer,
esponente di punta della scuola del «realismo offensivo».
Egli sostiene che gli Stati Uniti possono essere potenza ege-
mone, o imperiale, solo nell’emisfero occidentale, cioè nelle
due Americhe. Invece, nel resto del mondo, il loro ruolo è
quello di «equilibratore esterno» (off-shore balancer), poiché
mancano di una contiguità territoriale con la massa conti-
nentale eurasiatica. Tale affermazione può essere valida per
l’Asia orientale e meridionale, ma non per il Golfo e l’Euro-
pa. La presenza americana nel Golfo durerà decenni, indi-
pendentemente dall’andamento della stabilizzazione in Iraq.
Inoltre, gli Stati Uniti hanno tutta l’intenzione, sostenuta sia
da Clinton che da Bush, di rimanere una potenza europea,

54
magari spostando verso est le loro forze dell’Europa centro-
settentrionale. Nella crisi dell’Iraq – con la dichiarazione de-
gli «Otto del Wall Street Journal», prima, e dei «Dieci di Vil-
nius» poi – essi hanno dimostrato di essere il fulcro dell’Eu-
ropa. Con gli allargamenti della NATO prima e dell’UE, do-
po, si sono interposti fra l’Europa occidentale e la Russia, di-
venendo in certo senso arbitri dei rapporti fra Bruxelles e
Mosca. Putin – che non può fare a meno degli Stati Uniti, an-
che per mantenere gli equilibri nel Pacifico – è consapevole
che per la Russia la via per Bruxelles passa da Washington.
Finora, a differenza degli imperi territoriali del passato,
anche nei periodi di maggior potenza gli Stati Uniti hanno
sempre cercato di ritirare quanto prima le loro forze dalle
aree d’intervento, non disponendo delle fanterie necessarie
per presidiare l’impero. Se ieri erano sceriffi riluttanti, oggi
sono imperialisti ancor meno entusiasti. Lo dimostra la loro
tradizionale avversione alle operazioni di supporto della pa-
ce, tanto popolari nei paesi europei (forse anche perché più
corrispondenti alla ridotta potenza di cui questi ultimi di-
spongono). Gli europei hanno nel DNA della loro storia la
pratica coloniale, cioè del presidio e controllo dei territori e
delle popolazioni. Anche se la «missione democratizzatrice»
degli Stati Uniti non è molto diversa dal dovere di «cristia-
nizzare» o «civilizzare», che Kipling definiva «il fardello del-
l’uomo bianco», l’opinione pubblica americana resta contra-
ria agli impegni permanenti (entangling engagements), contro
i quali già George Washington l’aveva messa in guardia.
La nuova «crociata» americana è più ispirata da ideologie
di «sinistra» che di «destra», per quanto possano oggi avere
significato tali termini. Il nemico principale dei neoconserva-
tives (Wolfowitz, Perle, Kristol, Krauthammer, Ledeen ecc.)
– o imperialisti democratici – non è l’estrema sinistra di
Chomsky o Wallerstein, ma l’estrema destra di Buchanan.
Quest’ultima è contraria non solo a disperdere sforzi e risor-
se all’estero, ma anche al rafforzamento dello Stato federale,
premessa indispensabile a ogni proiezione esterna di poten-

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za. Buchanan sostiene, infatti, che la missione degli Stati Uni-
ti non sia quella di «migliorare il mondo», ma di far stare be-
ne gli americani.

5. L’impero diviso fra idealisti e realisti

Sia l’estrema destra isolazionista che i neoconservatori rap-


presentano, però, tendenze complessivamente minoritarie, se
non addirittura marginali. Di fatto, la geopolitica americana
continua a essere caratterizzata della presenza di due scuole:
idealistica, o wilsoniana, e realista. Esse non si escludono a vi-
cenda, ma nella pratica si combinano. Una separazione netta
è politicamente impossibile, anche perché, in politica, la re-
torica – volta a ricercare il consenso interno e a convincere
all’esterno – è sempre combinata con la logica, cioè con l’in-
dividuazione degli interessi e la valutazione del costo, dell’ef-
ficacia e del rischio delle varie scelte possibili. La religiosità
di fondo diffusa nell’opinione pubblica americana e il fatto
che la destra sia portatrice dei valori tradizionali propri
dell’esperienza storica degli Stati Uniti rendono impossibile,
anche al più cinico dei realisti, fare un discorso che non si ri-
chiami ai «massimi principi». Per questo Bush jr., al pari di
Reagan, parla di impero del bene e di asse del male. Poiché
fra male e bene non è possibile avere dubbi, ne discende l’af-
fermazione «chi non è con noi, è contro di noi» in nome di
quella «chiarezza morale» di cui si è prima parlato.
A tale sostanziale fondamentalismo, gli europei preferi-
rebbero toni più moderati e sfumati e magari una maggiore
ipocrisia, che ferirebbero meno il loro amor proprio, senza
evidenziare troppo il divario esistente fra le loro ambizioni e
le capacità reali. Gli europei si sentono più colpiti dai modi e
dai toni che dalla sostanza della politica americana, la quale,
tutto sommato, fa loro molto comodo. Essa garantisce, infat-
ti, la loro sicurezza e un ordine internazionale favorevole,
senza obbligarli ad adeguare i loro strumenti militari, o a

56
prendere decisioni politiche difficili, per reperire le risorse
economiche necessarie.
Il dibattito sulla contrapposizione fra interessi e valori è so-
stanzialmente privo di significato. Gli interessi vengono infat-
ti definiti in termini di valori – o, se vogliamo, di preferenze. I
valori, a loro volta, riflettono sempre gli interessi. Solo attra-
verso la conciliazione di valori e interessi è possibile acquisire
il consenso necessario per ogni politica, sia interna che estera.

6. Le varie fasi dell’espansione geopolitica americana

Ciò risulta chiaramente dall’esame delle varie fasi storiche


dell’espansione geopolitica americana. Gli Stati Uniti sono
stati sempre espansivi. La prima fase dell’espansione – dalla
dichiarazione d’indipendenza a tutto il XIX secolo – consi-
stette nella conquista del continente americano e, sulla base
della dottrina Monroe, nell’opposizione alle ingerenze euro-
pee in America Latina, troppo pericolose in quel periodo per
la sicurezza e, successivamente, per l’egemonia «emisferica»
americana. In quella fase si consolidarono i miti fondatori
della tradizione politica americana: la nuova frontiera, il ma-
nifest destiny, l’eccezionalità dell’esperienza americana ri-
spetto alla «vecchia Europa», la religiosità diffusa, peraltro
unita a una forte tolleranza anche da parte delle sette più ra-
dicali e fanatiche. Culturalmente, questa eredità dei Padri
pellegrini rappresenta una delle più importanti differenze fra
gli Stati Uniti e l’Europa, laica e secolarizzata. Quest’ultima
– dopo aver perso nella prima metà del XX secolo la sua su-
premazia mondiale – si è denazionalizzata, materializzata e
secolarizzata. Nella seconda metà del XX secolo l’Europa è
divenuta un protettorato militare degli Stati Uniti. Il comu-
nismo, dal canto suo, è, al pari delle due guerre mondiali, la
terza causa della decadenza dell’Europa, poiché ha fatto re-
gredire a livelli da Terzo Mondo la metà orientale del conti-
nente. Gli europei si sono consolati con i miti dei «buoni sol-

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dati di pace» e dell’Europa «potenza civile», la cui politica
estera è basata sugli aiuti allo sviluppo e sulla promessa
dell’integrazione. Ne è risultata la marginalizzazione dell’in-
tero continente dal grande «gioco geopolitico» mondiale.
La seconda fase espansiva prese il via alla fine del XIX se-
colo. Inizialmente, sotto la presidenza di Theodore Roosevelt,
furono consolidate le difese dell’emisfero, con la guerra di
Cuba del 1898 e la conquista delle Hawaii, estesa poi alle Fi-
lippine. L’obiettivo fondamentale era quello di proteggere il
Canale di Panama, essenziale per le comunicazioni fra la costa
del Pacifico e quella dell’Atlantico. La seconda fase fu conno-
tata inizialmente da un duro approccio realista, poi si sviluppò
secondo il paradigma idealista wilsoniano, volto a riorganiz-
zare il mondo secondo i valori propri degli Stati Uniti: demo-
crazia, autodeterminazione e libero mercato. Questa fase si
concluse con la seconda guerra mondiale e con la dottrina Tru-
man, che dette il via alla terza fase «imperiale» americana.
Dal 1945 gli Stati Uniti presidiano i due rims, europeo e
asiatico, ed emergono come superpotenza mondiale, suben-
trando all’egemonia britannica del XIX secolo, sempre con-
traria a ogni tentativo di unificazione della massa continenta-
le eurasiatica. Le teorie geopolitiche di Nicholas Spykman
ispirarono il containment americano della guerra fredda. Esse
rappresentano un’evoluzione di quelle formulate nel XX se-
colo dal britannico Mackinder. Quest’ultimo aveva sottovalu-
tato la nascente centralità geopolitica degli Stati Uniti, collo-
cando il «cuore della terra», paradigma definitorio della geo-
politica mondiale, dapprima in Asia centrale e poi, dopo la pri-
ma guerra mondiale, in corrispondenza dell’istmo ponto-bal-
tico. Il pericolo principale che la pace di Versailles cercò di evi-
tare era quello di un’alleanza fra la Germania e la Russia, au-
spicata invece dalla scuola geopolitica tedesca di Monaco di
Baviera, diretta da Karl Haushofer. Nel corso della guerra
fredda era indispensabile per gli Stati Uniti avere il sostegno
dell’Europa occidentale. Di qui la centralità prima del Piano
Marshall e poi della NATO e l’importanza attribuita alle al-

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leanze permanenti e al multilateralismo. Beninteso, esso sa-
rebbe stato reale solo se fosse esistito un equilibrio di potenza,
ma la netta superiorità statunitense faceva sì che fosse un mul-
tibipolarismo, in cui l’Alleanza era il luogo di raccordo fra le
intese raggiunte dagli Stati Uniti con i singoli paesi europei. Di
qui anche il sostegno dato dagli Stati Uniti all’integrazione
economica europea. Senza la NATO ben difficilmente que-
st’ultima sarebbe stata praticabile. Ma l’Alleanza, pur garan-
tendo la sicurezza dell’Europa, la denazionalizzò militarmen-
te, rendendone impraticabile l’unione politica.
Con il crollo dell’impero interno ed esterno di Mosca ini-
zia la quarta fase dell’espansione geopolitica americana. Essa
è caratterizzata dal fatto che gli Stati Uniti non hanno più ri-
vali a livello globale. Il mondo è diventato unipolare. Il «cuo-
re della terra» – per usare l’espressione di Mackinder – non è
più nel continente eurasiatico, ma negli Stati Uniti. Il rim per-
de d’importanza. Ne acquistano invece i rapporti con la Rus-
sia e la Cina. È interessante notare come la fine delle ambi-
zioni egemoniche di Mosca abbia creato le condizioni per un
ritorno negli Stati Uniti della geopolitica della Russia First.
Inizialmente, il presidente Bush sr. pensava di fondare un
nuovo ordine mondiale con strutture solo leggermente mo-
dificate rispetto all’ordine di Yalta, basato, cioè, su un’intesa
fra gli USA e l’URSS. Egli si adoperò infatti per evitare il col-
lasso di quest’ultima. Basti ricordare le esortazioni di Bush
all’Ucraina, affinché non facesse secessione. Ma le sue spe-
ranze si rivelarono irrealizzabili, verosimilmente a causa del-
la decisione di Mosca di liberarsi dell’ormai insostenibile far-
dello dell’impero. Dopo la scomparsa dell’URSS e l’enorme
indebolimento della stessa Russia, per gli Stati Uniti inizia un
periodo di incertezza, che dà luogo a un vivace dibattito geo-
politico sul cosa fare con la loro potenza e sull’eccezionalità
o meno della loro supremazia mondiale. Varie scuole di pen-
siero si contrappongono. All’inizio sono prevalenti le conce-
zioni dicotomiche del mondo: centro-periferia; Nord-Sud;
Occidente e resto del mondo. Con Clinton la geoeconomia

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subentra alla geostrategia come paradigma di riferimento
della politica americana.

7. L’erosione dell’unità dell’Occidente


e l’affermarsi del «secolo» o dell’«impero americano»

Il divario fra le due sponde dell’Atlantico aumenta rapidamen-


te. Le nuove tecnologie dell’informazione mutano i rapporti
economici e sociali, quindi anche quelli politici, interni ed
esterni. L’economia americana cresce rapidamente. La crisi del
Giappone prima e quella finanziaria asiatica del 1997-98, poi,
fanno cadere le ipotesi fantasiose del «Giappone numero uno»
e del «secolo del Pacifico». Il secolo diventa «americano».
La globalizzazione si trasforma rapidamente da occiden-
talizzazione in americanizzazione del mondo. Il realismo del-
l’interesse nazionale e della politica di potenza converge con i
paradigmi propri dell’idealismo e dell’internazionalismo wil-
soniani. I neocons sono quasi tutti ex democratici, interna-
zionalisti convinti, delusi dagli esiti della guerra del Vietnam.
La nuova geopolitica americana mira a stabilizzare lo statu
quo attraverso l’espansione del libero mercato e della demo-
crazia. Nell’epoca di Clinton, gli Stati Uniti erano poco in-
terventisti sotto il profilo militare; molto sotto il profilo poli-
tico ed economico. Influì, al riguardo, sia la personalità del
presidente sia l’enorme espansione dell’economia americana,
stimolata dalle tecnologie che gli Stati Uniti avevano acquisi-
to con i grandi programmi militari della fase finale della guer-
ra fredda, in particolare con la Strategic Defense Initiative di
Reagan. Il prodotto interno americano passò allora dal 22 al
31% di quello mondiale. Regnava l’ottimismo, facilitato an-
che dalla crescita dei titoli della new economy e dalla dimo-
strazione della capacità di fronteggiare le crisi finanziarie,
asiatica, russa e messicana nel 1997-98.
Non si parlava ancora di «impero americano», ma gli ame-
ricani erano sempre più persuasi di essere la «nazione indi-

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spensabile». Dall’indispensabilità passarono progressivamen-
te all’egemonia, spinti dall’inazione e dalle incertezze degli
europei, soprattutto nel ciclo di guerre etnico-identitarie nei
Balcani. Influirono sicuramente anche le tendenze delle bu-
rocrazie imperiali del Pentagono e del dipartimento di Stato,
nonché l’atteggiamento dell’opinione pubblica americana,
sempre più persuasa della superiorità del sistema americano
su tutti gli altri e del fatto che gli Stati Uniti possano fare da
soli. Così il multibipolarismo si trasmutò progressivamente in
unilateralismo.
Il soft power domina comunque sull’hard power; Adam
Smith è più importante di Clausewitz. Alla fine della secon-
da presidenza Clinton, lo scoppio della «bolla speculativa»,
il rallentamento dell’economia e il sorgere di movimenti di
contestazione della globalizzazione – organizzati a Cancún
nella rivolta dei 21 contro gli Stati Uniti e l’Europa – o, quan-
to meno, dei suoi effetti perversi sia interni che internaziona-
li, smorzano tali entusiasmi. La tendenza naturale degli Stati
Uniti rimane, tuttavia, quella di ripiegarsi su loro stessi e de-
finire gli interessi nazionali in modo ristretto, trascurando gli
interessi e le sensibilità degli altri paesi; una tendenza che era
già in atto durante la presidenza Clinton. Unilateralismo e ar-
roganza venivano allora mascherati da discorsi cosmopoliti e
universalistici, sui massimi sistemi e i grandi ideali. Erano
«foglie di fico», di cui però gli altri Stati, in particolare gli al-
leati europei, si dimostravano soddisfatti, o fingevano di es-
serlo. Spesso, in politica, la forma ha la stessa importanza del-
la sostanza. Gli interlocutori degli Stati Uniti non erano umi-
liati, messi di fronte a verità spiacevoli, che non potevano ve-
nire mascherate, ma compromettevano il sostegno delle loro
opinioni pubbliche. La contrapposizione fra il presunto mul-
tilateralismo Clinton e l’unilateralismo di Bush ci sembra
quindi pretestuosa e comunque è solo formale.

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8. L’alleanza fra «neoconservatives» e nazionalisti

Quello che cambia con gli attentati dell’11 settembre è il so-


stegno dell’opinione pubblica al governo federale e la neces-
sità di intervenire all’estero, anche subendo perdite e affron-
tando costi rilevanti, che transitano dall’«optional» umanita-
rio all’obbligazione politica della sicurezza nazionale. Ne ap-
profittano sia gli «imperialisti wilsoniani», cioè i neoconser-
vatives, sia i nazionalisti alla Cheney o alla Rumsfeld. Tra i
due gruppi si conclude una vera e propria alleanza, che però
a taluni sembra addirittura incestuosa. L’«imperialismo sof-
ferente» si trasforma in «imperialismo militante». Tutto il
mondo ha interesse a che quest’ultimo non si riveli oggi un
«imperialismo incompetente», in particolare in Iraq. Un in-
successo americano porterebbe infatti, inevitabilmente, a
uno scontro di civiltà, che tutti – eccetto bin Laden – voglio-
no evitare. Porterebbe, anche, più a un irrigidimento che a
una maggiore apertura americana verso l’ONU, come vor-
rebbe Tony Blair. Se l’Europa appoggiasse il leader britanni-
co – invece di «giocare» con il multipolarismo antiamericano
e il movimento per la pace – la sua azione di condizionamen-
to della politica degli Stati Uniti avrebbe tuttora maggior suc-
cesso. La costituzione di un direttorio europeo con la Gran
Bretagna che ha raggiunto l’asse franco-tedesco segna forse
una svolta nei rapporti fra l’Europa e gli Stati Uniti, miglio-
rati nella seconda metà del 2003 anche grazie all’impegno ita-
liano nella presidenza dell’Unione.
L’Islam ha finora rifiutato modernizzazione e globalizza-
zione, in nome della sua identità e, anche, degli interessi più
terreni delle sue classi dirigenti, disposte a tutto per salvare il
loro potere; in effetti, se non lo conservassero, non sopravvi-
vrebbero a lungo. L’avvenire del mondo si gioca sul succes-
so o il fallimento della crociata per imporre la democrazia con
la forza, in paesi dove non esistono i democratici, almeno nel
significato occidentale del termine. Il terrorismo non può
vincere l’Occidente. Può però indurlo a ripiegarsi su se stes-

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so o a rinunciare a parte della sua identità, con la riduzione
degli spazi di libertà individuale ed economica che impone
l’azione antiterroristica.
Nella visione geopolitica dei neocons non esiste più sepa-
razione fra centro e periferia. Le turbolenze di quest’ultima –
dal terrorismo, alla proliferazione, al collasso degli Stati in cui
i territori divengono basi per il terrorismo e la criminalità –
sono, o almeno vengono percepite, come minacciose per il
centro. Debbono perciò essere eliminate con ogni mezzo.
L’«impero americano», ammesso sia tale, è storicamente
anomalo, più simile a quello russo, in cui il centro trasferiva
risorse alla periferia, che a quelli europei. Questi ultimi, con
la scusa di portare la civiltà, sfruttavano infatti le colonie.
All’inizio del XXI secolo «il gioco» è divenuto più articolato.
Con i loro interventi globali gli Stati Uniti intendono stabi-
lizzare il mondo. Tale «ordine mondiale» costituisce la pre-
messa per l’allargamento e lo sviluppo della globalizzazione,
quindi della crescita economica mondiale. I «ritorni» finan-
ziari dell’«impero» sono però meno visibili dei suoi costi di-
retti e più immediatamente percepiti dall’opinione pubblica
americana, vero elemento critico del sistema. Infatti, bisogna
vedere fino a che punto l’opinione pubblica rimarrà convin-
ta che il «gioco valga la candela». Tutto potrebbe cambiare
con il successo o l’insuccesso dell’opera di stabilizzazione del-
l’Iraq.

9. Il prevalere dei «neocons» dopo l’11 settembre


e i contrasti con la «vecchia Europa»

Comunque, dopo l’11 settembre, gli Stati Uniti – come di-


chiarò il presidente Bush – ritrovano un nemico e la loro
«missione». La guerra al terrorismo diventa il paradigma or-
dinatore della nuova strategia americana, unitamente alla lot-
ta contro la proliferazione delle armi di distruzione di massa.
Il mantenimento della supremazia mondiale passa in secon-

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da linea, non tanto perché non venga più ritenuto importan-
te, quanto perché non è più attuale. Il perdurare delle divi-
sioni dell’Europa, una più realistica valutazione delle poten-
zialità cinesi e il riavvicinamento fra Washington e Pechino,
prima sul tema del terrorismo e poi per la Corea del Nord,
fanno cessare ogni percezione di sfida imminente alla supe-
riorità globale americana.
Come risulta nel documento scritto nel 1992 dall’attuale
numero due del Pentagono, Paul Wolfowitz, gli Stati Uniti
devono evitare il formarsi di una potenza egemone sul conti-
nente eurasiatico. L’entrata di Pechino nell’Organizzazione
mondiale del commercio, la successiva «grande alleanza»
conclusa alla fine dal 2001 alla riunione APEC (Asian-Paci-
fic Economic Cooperation) di Shanghai, la vulnerabilità eco-
nomica cinese a pressioni americane, il controllo statuniten-
se del petrolio – non solo del Golfo, ma anche dell’Asia cen-
trale – e l’inconsistenza di un’intesa fra la Cina e la Russia e,
infine, il miglioramento dei rapporti fra gli Stati Uniti e l’In-
dia consolidano la coesistenza pacifica, se non addirittura la
cooperazione con la Cina. Dal canto suo, la Cina contribui-
sce al sostegno del dollaro e al finanziamento del debito con
acquisti massicci di bond americani. Dissuasione e conteni-
mento, però, non cessano, continuano nei riguardi delle mi-
nacce agli equilibri geopolitici presenti in regioni chiave, in
quella fra India e Pakistan, o nell’Iran e nel Golfo, nello stret-
to di Taiwan e nel Mar Cinese meridionale.
Gli avvenimenti seguenti all’11 settembre – in particolare
la crisi irachena – mutano l’atteggiamento americano nei con-
fronti dell’Europa e la percezione della sua importanza per
gli Stati Uniti.
La crisi franco-americana scoppiata in riferimento all’Iraq,
e anche la sconsiderata retorica di Parigi sull’esigenza di con-
trastare l’unipolarismo degli Stati Uniti, creando con l’Euro-
pa unita un loro contrappeso globale, contribuiscono ad ac-
celerare un mutamento radicale dell’approccio americano al-
la questione dell’unità europea. Durante la guerra fredda gli

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Stati Uniti erano favorevoli all’integrazione e al rafforzamen-
to dell’Europa. Oggi quest’ultima viene percepita a Washing-
ton sempre più come una minaccia, non solo economica, ma
anche politico-strategica. L’azione francese ha contribuito a
rafforzare tale percezione, sebbene la Francia sia marginaliz-
zata nella stessa Europa; ha, inoltre, contribuito a far fallire il
progetto di Tony Blair, sostenuto da Italia e Spagna, nonché
dai paesi della «nuova Europa», che è diretto a creare un’al-
leanza delle democrazie e a mantenere unito l’Occidente. So-
lo così sarebbe possibile, secondo Londra, smorzare gli ecces-
si dell’interventismo americano, rafforzando al contempo gli
elementi moderati dell’Amministrazione, con il valore ag-
giunto dato dal sostegno europeo. Solo in tal modo sarebbe
inoltre possibile garantire la sopravvivenza della NATO. I mo-
tivi per i quali l’Alleanza è sopravvissuta alla scomparsa della
minaccia del Patto di Varsavia, quindi della sua «ragione so-
ciale», sono ancora validi.
Gli Stati Uniti si sono installati nell’Europa centro-orien-
tale e stanno pensando di dislocarvi permanentemente parte
delle forze oggi rimaste in Germania. Mosca non ha alterna-
tiva a occidentalizzarsi, per evitare il collasso della Federa-
zione. Allorquando anche l’UE si sarà allargata – con costi so-
ciali non indifferenti per i popoli europei centro-orientali,
mentre gli Stati Uniti garantiscono gratuitamente la loro si-
curezza – assorbirà il 60% del commercio di Mosca. Gli Sta-
ti Uniti serviranno da catalizzatore dell’integrazione della
Russia in Europa. Se Francia e Germania dovessero dimenti-
carlo, glielo ricorderebbero gli europei centro-orientali, in
particolare polacchi e romeni, più filoamericani che filoeuro-
pei, e visceralmente opposti al «triangolo di Ekaterininburg»,
cosiddetto dalla riunione fra Russia, Francia e Germania vo-
luta da Eltsin nel 1997, che tante proteste suscitò soprattutto
in Polonia.
La separazione dell’Europa dalla Russia non è più suffi-
ciente a Washington per garantirsi da una contrapposizione
con l’Europa. Molti settori dell’Amministrazione perseguo-

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no oggi deliberatamente l’obiettivo di dividere l’Europa. Il
loro successo finora è stato pressoché completo. Quanto me-
no si è dimostrata l’impossibilità di costruire un’Europa an-
tiamericana. Se qualcuno tentasse di farlo, l’Europa si divi-
derebbe. Le divergenze fra la «nuova» e la «vecchia» Europa
non hanno riguardato tanto l’Iraq, quanto i rapporti transa-
tlantici e l’unità dell’Occidente. Esse investono direttamente
anche la sopravvivenza della NATO, le funzioni del G8 e il
ruolo delle istituzioni multilaterali.

10. L’incertezza sui futuri rapporti transatlantici

Siamo ormai entrati in una fase geopolitica fluida. Prevale


l’incertezza sui futuri assetti mondiali e sulla tenuta dei rap-
porti transatlantici. Entrambi dipenderanno dal come si com-
bineranno le numerose tendenze che si confrontano nel di-
battito geopolitico negli Stati Uniti.
Esse influenzeranno in modo decisivo anche l’integrazio-
ne politica e strategica dell’Europa. Infatti, gli europei hanno
bisogno degli americani più di quanto questi ultimi abbiano
bisogno dei primi. Non esiste più la reciprocità che aveva ga-
rantito la coesione e la vittoria dell’Occidente nella guerra
fredda. L’importanza e il peso politico, strategico ed econo-
mico dell’Europa non è trascurabile. L’interesse principale
degli Stati Uniti è perciò che l’Europa rimanga stabile, che
non si opponga loro politicamente, che continui ad acquista-
re buoni del tesoro americano e a effettuare investimenti ne-
gli Stati Uniti. Del peso e del potenziale dell’Europa gli Stati
Uniti dovrebbero tenere conto, contribuendo ad attenuare le
tensioni. Come suggerisce Henry Kissinger, è necessario un
nuovo patto transatlantico. Esso dovrebbe essere coerente
con il mutamento della geopolitica mondiale, con il peso re-
lativo dell’Europa rispetto agli Stati Uniti e con le realistiche
prospettive della PESC (Politica estera e di sicurezza comu-
ne) e della PESD (Politica europea di sicurezza e di difesa).

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Tali politiche sono più regionali che globali. A livello globa-
le, l’Europa non può essere attore, ma solo partner degli Sta-
ti Uniti, come riconosce il documento strategico «L’Europa
sicura in un mondo migliore», approvato dal Consiglio euro-
peo nel dicembre 2003.
Come si è accennato, l’Europa, con un prodotto interno
analogo a quello statunitense, è essenziale per l’equilibrio
dell’economia americana.
Tale aspetto è centrale e merita qualche cenno. Tocca la na-
tura stessa della globalizzazione, che non può essere regolata
dal solo mercato, come ha dimostrato il premio Nobel del-
l’economia, Joseph Stiglitz. Lasciato a se stesso, il mercato
genera monopoli e distrugge la concorrenza. Una forma di
pluralismo è perciò necessaria. Come ha affermato Robert
Gilpin, la condizione che ha permesso la crescita dell’econo-
mia globale è stata l’esistenza di Stati indipendenti che man-
tengano l’ordine al loro interno. In caso contrario sarebbe ine-
vitabile l’ordine centralizzato di un impero. Esso assorbireb-
be tuttavia troppe risorse, sottraendole alla crescita economi-
ca, indispensabile, come si è detto, per consentire alla FED
(Federal Reserve) di «esternalizzare» debito e deficit com-
merciale americano.
Nel 1980 il debito estero americano era pari a 200 miliar-
di di dollari. Nel 2000 era salito a 2.600 miliardi; se continua
il trend attuale, nel 2010 diventerà di almeno 5.000 miliardi,
pari a un sesto del PIL mondiale, e nel 2020 di 10.000, pari
all’attuale PIL statunitense. L’esercizio di tale debito è prati-
cabile solo con un’economia mondiale aperta e in crescita. So-
lo così potrà essere garantito l’afflusso di denaro negli Stati
Uniti e assorbito l’aumento della massa circolante di dollari.
Tutti gli altri Stati hanno le mani legate; solo gli Stati Uniti
possono essere la locomotiva dell’economia mondiale. La po-
tenza militare gioca qui un ruolo solo indiretto: Washington
non può inviare i marines per obbligare a comprare titoli ame-
ricani, né per smerciare Coca-Cola. Deve però mantenere l’at-
trazione esercitata sugli investitori stranieri. Qualora l’eco-

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nomia americana dovesse entrare in crisi, si scatenerebbe in-
fatti il globobang temuto da Kissinger, cioè una crisi mondia-
le simile a quella del 1929. Anche un indebolimento limitato
del dollaro determina gravi crisi ovunque. Basti considerare
quanto è avvenuto in Europa con la diminuzione del 30% del
valore del dollaro rispetto all’euro. Ciò inverte la frase di Ma-
deleine Albright – segretario di Stato di Clinton – secondo cui
gli Stati Uniti sono multilateralisti quando possono e unilate-
ralisti quando debbono. Economicamente essi non possono
essere né isolazionisti né unilateralisti. Sono obbligati al mul-
tilateralismo. Esiste quindi la possibilità per gli altri paesi di
influire sull’attuale unipolarismo militare americano.
È in questo contesto che debbono essere valutate le di-
verse tesi che si contrappongono nel dibattito esistente negli
Stati Uniti. A parer mio, le possibilità che i neocons manten-
gano a lungo l’attuale influenza sono assai ridotte, anche in-
dipendentemente dal successo sempre possibile della stabi-
lizzazione dell’Iraq. Le «provocazioni» di Robert Kagan, che
immagina un’Europa «kantiana», rispetto a Stati Uniti rima-
sti «hobbesiani», oppure che, per usare le sue parole, assimi-
la gli Stati Uniti a Marte e l’Europa a Venere, sono inconsi-
stenti. Conforta, al riguardo, notare che lo stesso Kagan ave-
va elaborato alla metà degli anni Novanta la teoria della «geo-
politica del caos», poi smentita dalla realtà storica, eccetto in
Africa e nei Balcani. A somiglianza di Alain Minc, egli preve-
deva allora l’avvento di un «nuovo Medioevo»: la perdita del
monopolio della forza legittima da parte degli Stati e il do-
minio della violenza privata e dei nuovi «barbari». Quel caos
sarebbe stato contrastabile solo riscoprendo le virtù guerrie-
re che avevano un tempo consentito l’egemonia dell’Occi-
dente nel mondo. È una tesi che Kaplan, esponente di punta
dei neoconservatives, ha recentemente ripreso. Per contenere
i nuovi «barbari» – cioè i terroristi hi-tech – i borghesi occi-
dentali devono anch’essi divenire almeno un poco «barbari».
La mancanza della paura della morte conferisce infatti ai ter-
roristi suicidi di matrice islamica un vantaggio strategico de-

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cisivo. Per quanto sia spiacevole constatarlo, l’Occidente non
può contrastarli solo con le buone maniere, sperando nella
capacità del suo «esempio morale» di conquistare «le menti
e i cuori» dell’Islam, inaridendo il reclutamento e il finanzia-
mento delle reti terroristiche. Come in tutti gli «imperi», il la-
voro «sporco» deve essere lasciato alle autorità locali. Nella
fase di transizione necessaria per impiantare e rafforzare que-
ste ultime occorre essere disponibili a usare la forza necessa-
ria. Più a monte è necessario invece recuperare le capacità di
intelligence necessarie per il controllo di regioni tribali e cla-
niche ed elaborare tecniche e tattiche che tengano conto del-
le peculiari culture locali. L’immagine di soldati della coali-
zione anglo-americana che perquisiscono donne irachene, o
effettuano rastrellamenti impiegando i cani – animali im-
mondi per ogni buon musulmano – portano a concludere che
molti passi debbano ancora essere fatti per conseguire un li-
vello di efficacia simile a quello dell’esercito coloniale del
francese maresciallo Lyautey, pacificatore del Marocco – o
delle forze britanniche in Malaysia negli anni Cinquanta.

11. La combinazione fra «hard» e «soft power»


nella politica estera americana

In ogni caso l’hard power non è sufficiente, come non lo è da


solo il soft power. Essi si rafforzano a vicenda; contrapporli,
come se l’uno escludesse l’altro, può essere utile per fare po-
lemiche, ma è inutile e fuorviante per far politica.
Le difficoltà incontrate nella stabilizzazione dell’Iraq in-
durranno necessariamente gli Stati Uniti ad adottare posizio-
ni più moderate e meno ideologiche, nei rapporti con i loro
alleati e anche rispetto alla loro «missione civilizzatrice». So-
no convinto che gli Stati Uniti lo sapranno fare nel migliore
dei modi. Non condivido le previsioni dei profeti della deca-
denza americana, che sostengono che gli Stati Uniti stanno
estendendo troppo i loro impegni nel mondo, oltre quanto

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consentito dalla loro economia, dalla loro potenza militare e
soprattutto dal sostegno della loro opinione pubblica. Sotto
il profilo economico, le spese militari non raggiungeranno
mai i livelli percentuali rispetto al PIL che avevano nella guer-
ra fredda. L’economia degli Stati Uniti ha un tasso di cresci-
ta doppio o triplo di quello dell’Europa. Il dinamismo tec-
nologico e demografico statunitense non diminuisce la capa-
cità degli Stati Uniti di esternalizzare i costi dell’impero e an-
che quelli del loro benessere. In questo l’impero americano è
ben diverso da quello sovietico. Quest’ultimo poteva tenere
assieme l’immenso territorio esterno e interno solo con mas-
sicci trasferimenti di ricchezza dal centro russo alla periferia.
Gli Stati Uniti assorbono, invece, ricchezza da quest’ultima.
Per poterlo fare devono però promuovere la ricchezza della
periferia, attraverso la liberalizzazione e l’espansione della
globalizzazione alle regioni che ne sono rimaste escluse.
Mentre la geopolitica del passato era fondata sulla conqui-
sta degli spazi, quella attuale, soprattutto quella americana, è
fondata sul controllo dei flussi e sull’apertura delle frontiere.
Beninteso, a tale interesse generale si oppongono gli inte-
ressi corporativi delle vere lobbies, come quelle dell’acciaio o
degli agricoltori, a cui si sono aggiunte a Cancún quelle dei
produttori di cotone. Ma un interesse di fondo esiste. Non è
un caso che, dopo l’11 settembre, gli Stati Uniti si siano fatti
promotori di un nuovo round di liberalizzazioni nella riunio-
ne dell’OMC a Doha, del novembre 2001. La stessa National
Security Strategy del presidente Bush dedica molto più spazio
agli aiuti allo sviluppo che al concetto di guerra pre-emptiva,
che tanto scandalo e critiche ha suscitato nel mondo. Dopo
Cancún le liberalizzazioni proseguiranno in modo bilaterale,
fra Washington e i singoli Stati o raggruppamenti regionali,
evidentemente in modo favorevole agli interessi americani.
L’Europa – con la sua «politica agricola comune», tanto ca-
ra al presidente Chirac – rischia di essere marginalizzata e di
vedere accelerata la sua «uscita dalla storia».
In sostanza, la geopolitica degli Stati Uniti – quindi quella

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mondiale attuale – è saldamente ancorata alla globalizzazione,
che Washington garantisce tramite una strategia multidimen-
sionale, realizzata attraverso la combinazione di hard e soft
power, di unilateralismo e multilateralismo, di proiezione di
potenza militare e «influenza strategica» comunicativa.

12. Joseph Nye, Zbigniew Brzezinski, Henry Kissinger:


influssi sulla politica americana

Al riguardo appaiono particolarmente interessanti, più che le


tesi dei neoconservatives, quelle elaborate da Joseph Nye,
Zbigniew Brzezinski e Henry Kissinger. Pur considerando la
globalizzazione un fatto scontato, questi ultimi si differenzia-
no per il tipo di pluralismo geopolitico proposto. Tutti sono
realisti e per tutti è essenziale che gli Stati Uniti impieghino
l’hard power, in particolare le forze militari e le sanzioni eco-
nomiche, in modo molto cauto e moderato, solo quando ne-
cessario e possibilmente solo al loro stato «virtuale». Perciò
è essenziale che il paese mantenga una superiorità militare
completa, strumento di «ultimo ricorso» per la tutela dell’or-
dine internazionale della globalizzazione.
Secondo Joseph Nye è inevitabile – dato il divario di po-
tenza militare esistente – che gli Stati Uniti seguano una po-
litica di sicurezza sostanzialmente unilaterale, formando ove
possibile coalizioni ad hoc. Le minacce e i rischi che devono
essere affrontati nel XXI secolo sono infatti caratterizzati da
un’imprevedibilità e un’ambiguità eccessive. Le alleanze per-
manenti, sono troppo rigide, e perciò inidonee ad affrontar-
li. Sotto il profilo economico, invece, gli Stati Uniti non pos-
sono che essere multilateralisti. In tale quadro, Nye plaude
all’entrata della Cina nell’OMC e auspica quella della Russia.
Per quanto riguarda le minacce asimmetriche, originate da
forze che sfuggono al controllo dei governi – dal terrorismo
alla droga, alla criminalità organizzata –, non vi è alternativa
alla più completa collaborazione degli Stati Uniti con altri

71
Stati, quindi a condizioni di reciprocità ed eguale dignità, av-
valendosi di istituzioni multilaterali permanenti e di norme
internazionali. La natura multidimensionale delle minacce e
delle strategie di risposta fa sì che esista «il paradosso della
potenza americana»: la superiorità militare non è in grado di
garantire la sicurezza. Anzi, un suo uso troppo disinvolto può
erodere il soft power americano e aumentare l’insicurezza de-
gli Stati Uniti.
Per Zbigniew Brzezinski – già consigliere per la sicurezza
nazionale del presidente Carter – le forze trainanti della geo-
politica mondiale sono sempre state, e sempre saranno, le
grandi potenze. Dopo la fine del mondo bipolare ne è rimasta
una sola, su cui poggia la geopolitica e l’ordine internazionale
presente. Essa non può essere contenuta da coalizioni antie-
gemoniche. Ma, gli Stati Uniti non possono essere un impero,
per la loro struttura interna e la loro cultura politica. Devono
però mantenere l’ordine del mondo. Lo possono fare con l’in-
clusione, con una politica che tenga conto, cioè, degli interes-
si e della suscettibilità degli altri paesi. Gli imperi diventano
infatti legittimi quando producono «beni pubblici» interna-
zionali, utili non solo a loro, ma a tutti i paesi. Devono a tal fi-
ne avvalersi di istituzioni e norme internazionali che sono mol-
tiplicatori di potenza e riduttori di costi. A loro volta, per man-
tenere vitalità, le organizzazioni internazionali devono oggi te-
ner conto dell’esistenza di un’unica potenza globale e consen-
tire che le alleanze regionali operino in modo più decentrato e
destrutturato. Brzezinski ritiene che un’egemonia «benevola»
americana abbia la possibilità di attrarre altri paesi. In ogni ca-
so, è necessario evitare che nella «grande scacchiera» del con-
tinente eurasiatico domini una sola grande potenza. Per il con-
trollo dell’Asia centrale si è riaperto il «grande gioco» che esi-
steva fra Londra e San Pietroburgo nel secolo XIX. L’ONU
deve essere profondamente riformata. Sicuramente Brzezin-
ski in cuor suo condivide la recente «provocazione» di Samuel
Huntington, secondo cui solo gli Stati Uniti dovrebbero ave-
re diritto di veto al Consiglio di sicurezza.

72
Per Henry Kissinger ogni regione del mondo presenta ca-
ratteristiche geopolitiche particolari, irriducibili a semplifi-
cazioni imperiali. In America e in Europa domina il model-
lo della pace democratica, propria della postmodernità. Per
mantenere stabile e unito l’Occidente sono necessarie norme
e istituzioni permanenti, in cui venga realizzato il massimo di
uguaglianza e di reciprocità possibile, in relazione al diverso
livello di potenza dei vari membri. Essenziale per Kissinger
è il mantenimento dell’unità dell’Occidente e della coopera-
zione fra Stati Uniti ed Europa. Tensioni e crisi dovrebbero
essere assorbibili in virtù della comunanza di interessi, di va-
lori e di cultura esistente fra le due sponde dell’Atlantico.
Lo saranno però con maggiore difficoltà di quanto non lo
fossero nella guerra fredda, a causa della scomparsa della mi-
naccia sovietica e per le differenti percezioni dell’importan-
za del legame transatlantico, in Europa e negli Stati Uniti. La
NATO deve essere perciò riformata, per divenire il braccio
militare degli interventi dell’ONU e di quelli decisi diretta-
mente dall’Alleanza, foro di coordinamento della «lega delle
democrazie». A essa si dovrebbe aggiungere un organismo di
coordinamento economico della TAFTA (Transatlantic Free
Trade Area) e un «comitato direttivo» per le decisioni poli-
tiche relative ai grandi problemi globali.
Il sistema est-asiatico è – sempre nell’analisi kissingeriana
– basato su un equilibrio di potenza simile a quello europeo
del XIX secolo. La sua stabilità può essere garantita solo dal-
la presenza e dalle relazioni bilaterali degli Stati Uniti. La flui-
dità della situazione e la conflittualità diffusa nell’area ren-
dono estremamente improbabile la possibilità di creare orga-
nizzazioni regionali multilaterali. Se la Cina non ne facesse
parte esse sembrerebbero dirette al contenimento; se invece
ne facesse parte sarebbero del tutto inutili. Pechino, secondo
Kissinger, non costituisce una minaccia. La sua potenza mili-
tare non può infatti competere con quella degli Stati Uniti,
neppure nello stretto di Taiwan; la sua situazione socio-eco-
nomica rimane estremamente vulnerabile; l’economia dipen-

73
de dall’integrazione nel mercato globale, dagli enormi inve-
stimenti diretti provenienti dall’estero e dal consistente atti-
vo della bilancia commerciale con gli Stati Uniti. Washington
dovrebbe perciò cercare di rafforzare la cooperazione con
Pechino. Ciò avrebbe effetti positivi anche sulle relazioni fra
Cina e Giappone, evitando che quest’ultimo aumenti la pro-
pria potenza militare e, soprattutto, si doti di armi nucleari
per provvedere in proprio alla sicurezza, sinora basata sulla
garanzia americana.
Il Medio Oriente e parte dell’Asia meridionale sono –
sempre nell’analisi kissingeriana – caratterizzati dalla presen-
za di conflitti religiosi, simili a quelli esistenti in Europa nel
XVII secolo, e da società rimaste sostanzialmente tribali, di-
vise in clan contrapposti da ostilità tradizionali. La «ricetta»
di Kissinger è che gli USA non debbano farsi coinvolgere di-
rettamente in tali conflitti, a parer suo, non risolvibili. La-
sciando andare le cose per il loro verso si potrebbe produrre
anche in tali paesi un processo di omogeneizzazione etnica e
culturale, analogo a quello avvenuto in Europa dal secolo
XVI in poi. Esso costituirebbe premessa indispensabile alla
stabilità e alla modernizzazione, altrimenti irrealizzabili. Il
principio di autodeterminazione – che, spiacevolmente, non
può affermarsi che attraverso massacri e pulizie etniche – do-
vrebbe far premio su quello oggi sacrosanto dell’inviolabilità
dei confini. Per questo Kissinger è stato estremamente scetti-
co rispetto al «marchingegno» inventato a Dayton, per man-
tenere l’unità della Bosnia, così come lo è oggi sui tentativi di
mantenere unito l’Iraq. Si deve intervenire solo quando sono
in gioco interessi vitali, americani o globali, ad esempio il
controllo delle risorse energetiche del Golfo. Occorre invece
mantenere un’estrema cautela rispetto al contenzioso indo-
pakistano per il Kashmir, nel quale gli Stati Uniti sono ormai
coinvolti come conseguenza della guerra in Afghanistan.
Infine, per l’Africa, secondo Kissinger, non c’è nulla da fa-
re: sta ripiombando nel caos e nelle barbarie delle società pre-
moderne, a cui invano aveva cercato di porre rimedio la co-

74
lonizzazione. In virtù di tale frammentazione del mondo in
regioni molto disomogenee fra di loro, secondo Kissinger
l’ordine mondiale non può essere mantenuto con un sistema
centralizzato. Il costo di un simile sistema – per l’opinione
pubblica americana, psicologico prima che economico – di-
venterebbe rapidamente insopportabile. La sua esistenza su-
sciterebbe poi reazioni da parte degli altri paesi, rendendo
ancora più difficili e costosi gli interventi di Washington.
Kissinger, in sintesi, rifiuta sia l’idealismo wilsoniano che
l’isolazionismo alla Buchanan. Gli Stati Uniti non possono es-
sere isolazionisti, ma non devono farsi coinvolgere né in scon-
tri di civiltà né in crociate per cambiare un mondo che non
vuole essere mutato. L’ordine dovrebbe essere mantenuto
nel modo più indiretto possibile, tramite la tutela dello statu
quo e con una rete di alleanze regionali multibilaterali, indi-
pendenti fra di loro pur facendo tutte capo a Washington.
Quello che Kissinger teme di più è il globobang dell’econo-
mia mondiale, cioè una crisi economica che sarebbe peggio-
re di quella del 1929, a causa dell’esistenza di un’economia
globalizzata e per l’erosione subita dai sistemi di protezione
disponibili ai singoli Stati. Una simile crisi potrebbe produr-
re un «effetto domino», provocando un ritorno al protezio-
nismo e all’anarchia e creando le condizioni per un nuovo
conflitto mondiale. Solo una stretta cooperazione transatlan-
tica – anche fra la BCE e la FED – sarebbe in condizione di
ridurne il rischio.

13. David Calleo, europeista moderato,


e il «gollista» Kupchan

Sostanzialmente convergenti con le analisi di Kissinger sono


quelle di David Calleo. Egli critica infatti la politica dell’Am-
ministrazione Bush e il fondamentalismo dei neocons, che
starebbero distruggendo l’intesa transatlantica e indebolen-
do i risultati conseguiti dal soft power americano. Calleo cri-

75
tica anche la dottrina dell’attacco preventivo, che, in caso di
avvenuta proliferazione di armi di distruzione di massa, di-
verrebbe impraticabile; ma lo sarebbe comunque visto che
l’intelligence costituisce il tallone di Achille dell’attacco pre-
ventivo specie dopo l’Iraq. Inoltre le strategie asimmetriche
adottate dagli avversari potrebbero neutralizzare la potenza
aereo-spaziale-elettronica degli Stati Uniti, a cui in ogni caso
mancano le fanterie e la cultura per il controllo dei territori,
specie di quelli tribali. Calleo respinge le tesi di Robert Ka-
gan sull’Europa, di cui non sottovaluta l’importanza, senza
peraltro condividere quelle del «gollista» Charles Kupchan,
secondo cui l’aggressività della politica americana finirà per
costringere l’Europa a federarsi e a divenire un polo di po-
tenza contrapposto agli Stati Uniti. Secondo Calleo una frat-
tura transatlantica sarebbe disastrosa, non solo per gli Stati
Uniti e per l’Europa, ma per l’intero mondo, determinando
un’instabilità diffusa, impossibile da contenere.
Dalla breve carrellata proposta risalta la ricchezza del di-
battito geopolitico in corso negli Stati Uniti. Esso esercita
un’influenza molto profonda su quello degli altri paesi, ed è
impossibile, per la sua complessità, ridurlo a semplificazioni,
simili a quelle elaborate dalle teorie geopolitiche tradiziona-
li, anche perché oggi esiste uno stretto legame fra politica
estera e interna. Ciò provoca un aumento della complessità e
quindi delle difficoltà di prevedere in quale direzione muova-
no la politica degli Stati Uniti e gli assetti futuri del mondo.
Capitolo IV
L’Europa

1. Le diverse «anime» dell’Europa

L’Europa è stata sempre un’idea e un progetto, più che una


realtà geopolitica ben definita, sia per quanto riguarda i suoi
confini a est, e oggi anche a sud (Turchia), sia, dopo la fine
della guerra fredda, per la definizione di una sua visione del
futuro e del suo ruolo nel mondo.
Gli avvenimenti successivi all’11 settembre, in particolare
la crisi dell’Iraq e le divergenze dell’«asse» franco-tedesco
– l’asse del «no», della «pace» o dell’«invidia», come lo chia-
ma Josef Joffe – con gli Stati Uniti hanno contribuito a com-
plicare le cose, dividendo profondamente la «nuova» dalla
«vecchia» Europa. Il previsto allargamento a dieci paesi cen-
tro-orientali muterà la geopolitica dell’Unione Europea. Il di-
battito rimane poi ancora aperto su ulteriori espansioni del-
l’Unione a est e a sud.
A est le frontiere dell’Europa sono sempre state mobili, a
seconda delle vicende storiche dell’istmo ponto-baltico e
dell’espansione degli imperi ottomano, asburgico, germanico
e zarista prima, e di quello sovietico poi. Con la fine della
guerra fredda, l’indipendenza dell’Ucraina, della Bielorussia,
degli Stati Baltici e delle Repubbliche caucasiche, le frontie-
re orientali dell’Europa si sono dimostrate ancora incerte. La
Germania, naturale centro geopolitico del continente, si è
riunificata. La sua capitale è stata spostata da Bonn a Berlino.
Indipendentemente dalle ragioni storiche e politiche, tale tra-
sferimento sta condizionando la politica tedesca; ha anche

77
spostato a est il baricentro dell’Europa, facendolo gravitare
sul Baltico. Ciò ha profonde ripercussioni sulle percezioni e
sui ruoli di tutti i paesi europei. L’Unione non è infatti uno
Stato federale, è rimasta – a dispetto dei sogni dei suoi padri
fondatori – sostanzialmente un’istituzione transnazionale in-
tergovernativa, almeno per quanto riguarda le componenti
essenziali della sovranità esterna, cioè la politica estera e mi-
litare. Gli organismi comunitari non posseggono gli attributi
propri della sovranità: la capacità di gestire gli «stati di ecce-
zione» e di fissare, anche impositivamente, valori, interessi e
politiche. La sovranità è rimasta di fatto agli Stati-nazione. La
bozza di Costituzione europea redatta dalla Convenzione
non modifica, se non marginalmente, tale fatto. Anche la po-
litica economica è rimasta sostanzialmente nazionale. Solo i
governi dei singoli paesi sono infatti in grado di mediare fra
gli interessi delle varie corporazioni. Il trasferimento della so-
vranità monetaria alla Banca centrale europea non modifica
la sostanza delle cose. Superando i limiti di deficit previsti dal
Patto di stabilità e di sviluppo, taluni paesi europei «esterna-
lizzano» nell’ambito dell’Unione la loro incapacità di effet-
tuare riforme strutturali, nonché il costo delle loro politiche
espansive.

2. Gli impatti dell’11 settembre


sull’integrazione europea

L’11 settembre – determinando nuove richieste di sicurezza


e la necessità di fronteggiare le emergenze economiche – ha
rafforzato gli Stati-nazione. Solo essi, infatti, sono capaci di
mobilitare le opinioni pubbliche e di intervenire in modo
massiccio e rapido, nonché sono legittimati a decidere sul ri-
corso alla forza. Sotto il profilo istituzionale, l’evento ha
rafforzato la natura intergovernativa dell’Unione, almeno nei
settori delle politiche estere, di sicurezza e difesa, allontanan-
do nel tempo la possibilità di creare un’Europa federale o

78
confederale. Giscard d’Estaing ha affermato che, per conse-
guire tale obiettivo, occorrano almeno due generazioni. I
contrasti politici esistenti fra Francia e Gran Bretagna hanno
trasformato in «glaciale» l’«intesa cordiale» raggiunta a
Saint-Malo e base della PESD. Il tentativo di Parigi di creare
l’esercito europeo del «quartetto» (Francia, Germania, Bel-
gio e Lussemburgo) fa sorridere. Oggi Berlino e Parigi han-
no cercato di far dimenticare la brillante idea cooptando la
Gran Bretagna in una specie di «direttorio» europeo. Solo
con una «ricucitura» fra Londra e Parigi, la PESD può esiste-
re. In caso contrario, non sarebbe presa sul serio, non solo nel
mondo, ma neppure nelle immediate periferie d’Europa.

3. Integrazione europea e Convenzione

Un’istituzione intergovernativa non può possedere la legitti-


mità necessaria per decidere in proprio l’impiego della forza,
neppure nelle innocue, cosiddette «operazioni di pace». Ne-
cessariamente essa si basa sul compromesso e la cooperazio-
ne, fondata non solo su interessi e valori comuni, ma anche
su una certa denazionalizzazione delle forze militari. Ma ba-
sta il simbolo dell’Europa per europeizzare le forze armate
degli Stati europei? Beninteso, gli Stati più piccoli e quelli
usciti sconfitti dalla seconda guerra mondiale sono disponi-
bili a tale denazionalizzazione più di quanto lo siano la Gran
Bretagna e la Francia.
L’Unione Europea presenta poi numerose differenziazio-
ni ed è portatrice di visioni geopolitiche diverse – o addirittu-
ra contrapposte – sul futuro dell’Europa e del mondo. La fine
della guerra fredda, gli attentati dell’11 settembre e gli avve-
nimenti che li hanno seguiti hanno reso ancora più complessa
la realtà europea. La crisi dell’Iraq ha avuto tra le sue vittime
più illustri le illusioni e le speranze di un’Europa «grande po-
tenza», lasciando da parte quella dell’Europa «grande Stato».
Secondo entrambe, l’Europa avrebbe dovuto costituire uno

79
dei «poli» di un non meglio precisato sistema mondiale mul-
tipolare, alternativo a quello unipolare oggi esistente. Le vi-
sioni geopolitiche dell’Europa si riferiscono, in primo luogo,
ai suoi rapporti con gli Stati Uniti, all’importanza e al ruolo
effettivo dell’Alleanza atlantica e all’unità o alla divisione del-
l’Occidente in uno americano e uno europeo. La «multipola-
rità» è un’aspirazione soprattutto francese. Parigi non ha, tut-
tavia, precisato che cosa intenda concretamente realizzare,
cioè quali siano i «poli di potenza» mondiali e quali i loro rap-
porti. Battendo i piedi insiste sul fatto che vuole essere (e for-
se si accontenterebbe solo di essere considerata!) una grande
potenza. Gli altri europei, tedeschi compresi, non ci stanno,
tanto più che l’arroganza francese è sempre meno tollerata e
ha causato a tutti molti problemi. Primo fra tutti, è l’imposi-
zione della Politica agricola comune, balzello imposto ai con-
sumatori europei e ai paesi del Terzo Mondo, a vantaggio so-
prattutto degli agricoltori francesi.

4. Europa e crisi dell’Iraq

Con la crisi dell’Iraq l’Europa si è ancor più divisa tra «Euro-


pa della pace» e quella «filoatlantica», ovvero, pur impropria-
mente, fra «vecchia» e «nuova» Europa, quella degli «egoismi
nazionali» e quella che vede nell’unità dell’Occidente l’unica
speranza per la stabilità del continente e delle sue periferie. Il
termine «vecchia Europa» fu usato per la prima volta dal se-
gretario alla Difesa americano Donald Rumsfeld, infuriato per
il trabocchetto in cui Francia e Germania avevano fatto cade-
re gli Stati Uniti l’anno scorso al Consiglio di sicurezza. I due
paesi europei avevano infatti promesso di appoggiare una
nuova risoluzione, dopo la 1441, con cui si sarebbe autorizza-
to esplicitamente l’uso della forza contro l’Iraq, come voleva-
no Londra e i moderati dell’Amministrazione Bush. All’im-
provviso, il 20 gennaio 2003, la Francia dichiarò invece che
avrebbe posto il veto all’uso della forza. Verosimilmente i fran-

80
cesi pensarono di poter sfruttare, per il proprio prestigio e pe-
so internazionale, le imponenti manifestazioni contro la guer-
ra allora in corso nelle strade dell’Europa e – beninteso con il
permesso dei rispettivi governi – del mondo arabo. Il com-
portamento francese – a parte il fatto di aver marginalizzato la
Francia e posto in crisi l’ONU, la NATO e l’UE – non è stato
sicuramente ispirato dalla volontà di affermare un’«Europa
dei valori o della pace» e neppure da preoccupazioni legalisti-
che. Fu semmai, come al solito, ispirato da una visione egoi-
stica e ristretta degli interessi nazionali. Non c’è da scandaliz-
zarsi. Nessuno Stato agisce sulla base di valori astratti né di
principi giuridici. Anche gli altri paesi europei – prima fra i
quali la Gran Bretagna – hanno seguito un approccio ispirato
da quelli che ritenevano essere i rispettivi interessi nazionali.
Monsieur PESC, cioè Javier Solana, di fronte a tale immagine
dell’Europa in rovina, non ha potuto fare altro che starsene zit-
to. Nella crisi irachena, di conseguenza, l’Europa in quanto ta-
le non ha avuto alcuna influenza.

5. L’Europa fra il multilateralismo «à la carte» di Blair


e le ambizioni multipolaristiche di Chirac

Questi contrasti hanno messo in luce un problema di fondo


che influenzerà il prossimo dibattito geopolitico. Mentre
Tony Blair ha seguito una linea secondo la quale il multilate-
ralismo – un multilateralismo à la carte – non è reso impossi-
bile dall’unipolarismo americano, Jacques Chirac ha identifi-
cato l’unipolarismo, che è una realtà, con l’unilateralismo,
che invece è una scelta. Pertanto, per combattere l’unilatera-
lismo, egli ha perseguito, almeno a chiacchiere, l’obiettivo di
colpire l’unipolarismo dell’«iperpotenza», proponendo un
mondo multipolare. In esso la Francia, alla testa di un’Euro-
pa Unita, o di un’improbabile alleanza con Berlino, Mosca e
forse Pechino, avrebbe detto la sua. Avrebbe cioè potuto gio-
care il ruolo di «grande potenza», unico ritenuto all’altezza

81
della propria storia, e – forse più concretamente – avrebbe
potuto proteggere i suoi interessi petroliferi in Iraq. L’impe-
rialismo democratico dei neocons americani, quindi, è con-
trastato in Europa da due proposte: quella dell’ordine multi-
polare di Chirac e quella dell’«alleanza delle democrazie» di
Blair, sulla quale si è allineata la maggior parte dei paesi
dell’Unione e la totalità di quelli dell’Europa centro-orienta-
le. Il multipolarismo è così divenuto sinonimo di antiameri-
canismo e ha finito per annullare le sue già scarse probabilità
di successo. La soluzione «Blair» appare, invece, più realisti-
ca, perché più rispondente ai concreti rapporti di potenza,
nonché agli interessi italiani, europei e anche mondiali. Devo
aggiungere che le critiche alla posizione francese non hanno
carattere moralistico, anche se il comportamento francese
non è stato certamente «elegante», bensì sono di sostanza. La
Francia ha fallito clamorosamente e, purtroppo, ha insistito,
nella verosimile speranza che l’Iraq si trasformi per gli Stati
Uniti in un altro Vietnam, il che sarebbe un disastro per tut-
ti. Solo dopo la cattura di Saddam, Parigi sembra aver modi-
ficato il proprio atteggiamento.
Gli obiettivi franco-tedeschi erano, beninteso, come prima
ricordato, politici. Corrispondevano più agli approcci carat-
teristici della power politics e al nazionalismo europei, da cui
erano fuggiti i Padri pellegrini, che a quelli della pace liberale.
Gli applausi ricevuti dalle folle «della pace» ricordavano quel-
li tributati dalle folle francesi e britanniche a Chamberlain e a
Daladier, al loro ritorno da Monaco nel 1938. L’espressione
«vecchia Europa», si riferiva verosimilmente proprio al con-
cetto di un’Europa irresponsabile, e inaffidabile, che fa parte
dell’immaginario collettivo americano.

6. L’«Europa delle patrie» e l’«Europa federale»

L’Europa ha perduto progressivamente la propria omoge-


neità, a mano a mano che si è allargata a nuovi membri a par-

82
tire dai sei originali, quelli dell’Europa «democristiana» di
De Gasperi, Adenauer e Schuman.
Si sono subito affrontate, infatti, concezioni diverse circa
l’identità europea, le sue istituzioni, il suo ruolo nel mondo, i
confini orientali e meridionali e i rapporti con gli Stati Uniti.
La fine della guerra fredda e la crisi irachena, conseguenza di-
retta dell’11 settembre, hanno accelerato i mutamenti in atto
e reso evidenti problemi che prima potevano essere ignorati.
Per quanto riguarda l’identità, le percezioni dell’Europa
oscillano fra quella di un’Europa componente del sistema eu-
roatlantico e quelle di un’Europa «grande potenza», o «gran-
de Stato», autonomo rispetto agli Stati Uniti e attore globale
in un mondo multipolare.
Per quanto riguarda le strutture istituzionali, l’Europa so-
pranazionale e federale – dei cittadini, dei popoli o delle na-
zioni – è contrapposta all’Europa intergovernativa, degli Sta-
ti o delle «Patrie», come la denominava il generale de Gaul-
le. Nella prima, si dovrebbe verificare una progressiva con-
vergenza delle sovranità nazionali verso organismi comunita-
ri, cioè verso la Commissione e il Parlamento, a danno del
Consiglio, che avrebbe dovuto ridursi a una specie di «came-
ra alta».
Nella seconda visione l’essenza del potere dovrebbe rima-
nere nell’ambito del Consiglio europeo, cioè dei governi na-
zionali, con minime concessioni di sovranità agli organi co-
munitari, strettamente calibrati all’assolvimento dei loro com-
piti in settori specifici, in particolare in campo economico. In
tal settore sono stati compiuti progressi assai rilevanti, con la
creazione di uno spazio economico europeo, della moneta
unica e della Banca centrale europea. Quest’ultima è dotata
di una propria autonomia, ma non trova una controparte po-
litica che possa gestire dinamicamente l’euro come strumen-
to di una politica economica unica. Rimangono diverse, nei
singoli Stati, le politiche fiscali e sociali e quelle di sviluppo.
Esse dovrebbero, a poco a poco, allinearsi con le rigide rego-
le previste dal Patto di stabilità, sottoposto oggi a critiche

83
proprio dai paesi che lo hanno imposto e vulnerabile alle
azioni di «contabilità creativa», in cui i ministri finanziari eu-
ropei hanno potuto esprimere tutta la loro genialità.

7. Euro contro dollaro

Le opinioni espresse sugli effetti geopolitici dell’euro sono


opposte. Taluni – come Fred Bergsten, dell’Institute of In-
ternational Economics di Washington – sostengono che l’eu-
ro non avrà un effetto divisivo, né in Europa né nei riguardi
dei rapporti transatlantici. Non dovrebbe cioè determinarsi
una «guerra» fra l’euro e il dollaro. La presenza sul mercato
globalizzato di una moneta concorrente con il dollaro do-
vrebbe semplicemente indurre l’Amministrazione americana
e la Federal Reserve a una maggiore cautela nelle manovre del
cambio del dollaro. Occorre notare che queste ultime sono
state utilizzate dagli Stati Uniti a varie riprese dopo la fine, nel
1973, della convertibilità del dollaro. Lo sono state, soprat-
tutto, a partire dagli anni Ottanta, per «esternalizzare» il de-
ficit interno e quello della bilancia commerciale americana.
Per Martin Feldstein, invece, l’unicità della moneta e la rigi-
dità del Patto di stabilità sarebbero incompatibili con le di-
versità strutturali delle economie europee. In caso di crisi es-
se produrrebbero tensioni fra i membri dell’Unione – non so-
lo economiche ma anche politiche –, colpirebbero le regioni
più povere e determinerebbero contrasti con gli Stati Uniti.
Ciò richiederebbe uno stretto coordinamento delle politiche
monetarie fra le due sponde dell’Atlantico, a cui Washington
non sembra però disponibile, perché limiterebbe le possibi-
lità di utilizzare il dollaro come strumento per fronteggiare i
costi dell’«impero», o, come si ritiene negli Stati Uniti, quel-
li del mantenimento della stabilità e dell’ordine internazio-
nali. La riduzione delle tasse praticata dall’Amministrazione
Bush per superare la crisi economica, accelerata dall’11 set-
tembre, e l’aumento di circa 700 miliardi di dollari delle spe-

84
se federali in un solo anno, hanno prodotto un deprezzamen-
to del dollaro, causa non ultima della stagnazione delle eco-
nomie europee, irrigidite dal sistema del welfare e penalizza-
te dal corrispondente rafforzamento dell’euro. La moneta
unica europea non è, inoltre, adottata dalla Gran Bretagna.
Ciò riduce la capacità britannica di trasformarsi in motore
dell’Europa, di concerto con Italia e Spagna, in alternativa
all’«asse» franco-tedesco, che non costituisce più una credi-
bile «locomotiva» né per l’integrazione né per la crescita eco-
nomica europea.

8. L’Europa del «nucleo duro» e la crisi dell’Iraq

Nell’Unione Europea, come in tutte le organizzazioni inter-


nazionali, i principi di uguaglianza e reciprocità sono modi-
ficati, nella realtà, dal diverso «peso» degli Stati, che li relati-
vizza. Gli Stati influenzano le decisioni comuni europee a se-
conda del loro livello di potenza, in misura ben maggiore da
quella espressa della ponderazione dei voti nel Consiglio eu-
ropeo. Ciò causa una contrapposizione tra gli Stati piccoli e
le tre-quattro-cinque principali potenze europee, che forma-
no, in pratica, un direttorio informale che prende le decisio-
ni più impegnative. Senza di esso l’Europa sarebbe bloccata.
Beninteso, ciò vale finché le potenze maggiori hanno le me-
desime posizioni, come forse si verificherà nel «triumvirato»
fra Francia, Germania e Gran Bretagna.
La crisi dell’Iraq ha messo chiaramente in luce almeno due
fatti. Primo, l’unità europea non può essere realizzata in con-
trapposizione agli Stati Uniti. Secondo, l’«asse» franco-tede-
sco non è più in grado di definire l’agenda dell’integrazione
europea. Non solo, tre grandi paesi – la Gran Bretagna, l’Ita-
lia e la Spagna – non hanno accettato più le imposizioni dell’as-
se, ma esso suscita sospetti e spiacevoli ricordi storici anche tra
i paesi dell’Europa centro-orientale. Sospetti che sono stati ac-
centuati dalle sconsiderate minacce del presidente francese ai

85
«Dieci di Vilnius», circa la possibilità di subordinare la loro
ammissione alla UE all’allineamento alla politica antiamerica-
na di Parigi e Berlino. L’appello di Chirac ai «massimi princi-
pi» ha distrutto, così, ciò che restava della credibilità francese,
già ridotta dalla pretesa di Parigi di mantenere i propri privi-
legi nel campo della politica agricola comune. Si sono prodot-
te ferite che sarà difficile rimarginare, almeno nel breve perio-
do. Data la situazione è stato quasi un miracolo che la propo-
sta costituzionale della Convenzione europea non abbia por-
tato a un arretramento del livello di integrazione finora rag-
giunto. In particolare, è importante sotto il profilo geopoliti-
co che la Convenzione abbia previsto un ministro degli Esteri
europeo – incaricato anche della politica di difesa – e l’esten-
sione del voto a maggioranza a questioni riguardanti la PESC
e la componente civile della PESD. Anticipando i tempi, Ja-
vier Solana ha presentato al Summit europeo di Salonicco un
concetto strategico dell’UE – approvato dal Consiglio euro-
peo di Bruxelles del dicembre 2003 – che si potrà concretiz-
zare solo dopo che i paesi europei avranno compiuto sforzi si-
gnificativi per rafforzarsi militarmente, ma che ha comunque
il vantaggio di esistere e costituire una base per ogni discus-
sione futura sul ruolo dell’Europa nel mondo e, quindi, anche
sui suoi rapporti con gli Stati Uniti.

9. I confini orientali dell’Europa

Per quanto riguarda i confini orientali dell’Europa, la que-


stione è aperta. Mentre non c’è dubbio che i Balcani, non so-
lo orientali, ma anche occidentali, la Turchia e la Moldavia,
perduta la Transnistria, entreranno a far parte dell’Europa, il
problema si pone per i rapporti dell’Unione con la Bielorus-
sia e l’Ucraina, da un lato, la Federazione Russa, dall’altro e,
infine, con le tre repubbliche transcaucasiche.
I rapporti fra la Russia e l’Unione determineranno quelli di
quest’ultima con gli altri paesi. La questione non dipende tan-

86
to dal fatto che Putin, oltre che un modernizzatore, sia o me-
no un europeista convinto. Il tipo e livello d’integrazione del-
la Russia negli spazi comuni economici e di sicurezza europei
dipende innanzitutto dalla Russia, cioè dalla sua capacità di
adottare riforme che la rendano compatibile con gli standard
europei. Dopo gli allargamenti del 2004 e del 2007, il 60% del
commercio russo avrà luogo con l’Unione. L’Europa occi-
dentale soddisfa una percentuale crescente delle proprie esi-
genze energetiche con importazioni dalla Russia. Una pro-
gressiva apertura a ovest consoliderebbe la stabilità interna
russa e, a lungo andare, anche il suo livello di democrazia. Ma
tale processo non è senza difficoltà. Molte forze politiche a
Mosca hanno la percezione che l’allargamento a est dell’Unio-
ne cacci la Russia dall’Europa centrale. Comunque sia un ruo-
lo particolare può giocare per la democratizzazione della Rus-
sia l’esperienza italiana dei distretti industriali.
La costituzione di una rete di piccole e medie imprese
– beninteso adattata alla cultura e alle strutture sociali russe –
potrebbe contribuire alla formazione in Russia di una classe
media, oggi rappresentata solo nelle burocrazie statali e re-
gionali, o nei quadri tecnici delle grandi imprese, prima sta-
tali e ora in mano agli «oligarchi», veri e propri «boiardi» del
regime.
L’Europa ha poi tutto l’interesse a non lasciar decadere il
tuttora eccellente livello scientifico e tecnologico esistente in
Russia e a intensificare i suoi sforzi per la messa in sicurezza
dell’enorme arsenale, soprattutto quello nucleare e chimico,
che la Russia ha ereditato dall’Unione Sovietica. Il rischio per
l’Europa non riguarda solo la proliferazione, ma la possibilità
di vere e proprie catastrofi ecologiche, causate dalle inade-
guate misure di sicurezza anche delle centrali nucleari russe.
Il miglioramento delle condizioni ecologiche provocherebbe
quello della situazione sanitaria, quindi dell’economia e del-
la stabilità dell’immensa Federazione, che nel 2004 condivi-
derà confini comuni con l’UE. È una vergogna che i ricchi
paesi europei abbiano lasciato nelle mani degli Stati Uniti la

87
gestione di questi problemi. Negli anni Novanta i contri-
buenti americani hanno pagato ben 9 miliardi di dollari per
la Cooperative Threat Reduction Initiative, mentre gli euro-
pei hanno complessivamente investito nei programmi del set-
tore solo 300 milioni di dollari.
Ma c’è un altro aspetto che l’UE non dovrebbe trascura-
re: concorrere alla riforma delle forze armate russe e, in par-
ticolare, promuovere collaborazioni nel campo dell’industria
degli armamenti. Le forze russe già collaborano con quelle
europee nei Balcani. Un’associazione più stretta potrebbe
rafforzare la PESD, soprattutto in vista di un’ormai inevita-
bile divisione – geografica e funzionale – dei ruoli nell’ambi-
to della NATO fra l’Europa e gli Stati Uniti, a cui si oppon-
gono i fantasiosi sostenitori dei cosiddetti «strumenti bilan-
ciati». Un altro aspetto essenziale è la lotta alla criminalità.
Con l’allargamento ai paesi dell’Europa centro-orientale au-
menterà la centralità di tale settore. La criminalità orientale,
le cui basi si ritrovano soprattutto nei Balcani, è potente e
molto più dinamica e brutale di quella dell’Europa occiden-
tale. Se una dura azione di contrasto non venisse estesa ai pae-
si periferici all’Unione, sarà estremamente difficile contrasta-
re il dilagare della criminalità nei nostri Stati. Con la perdita
progressiva del monopolio della forza e della capacità di con-
trollo del territorio, sarà sempre più difficile per tutti gli Sta-
ti condurre azioni efficienti contro quello che costituisce or-
mai un pericolo gravissimo.
L’azione di contrasto deve essere estesa alla corruzione,
una «dimensione» geopolitica che non può più essere tra-
scurata. Basta dare un’occhiata ai rapporti di Transparency
International o della Freedom House, per rendersi conto del-
le dimensioni del rischio che corrono le democrazie dell’in-
tera Europa. L’11 settembre è stato uno stimolo all’Unione
per includere nella sua politica di sicurezza e difesa comune
la lotta al terrorismo e alla proliferazione. Al primo è colle-
gata la criminalità, quindi la corruzione politica ed economi-
ca. Si tratta di problemi estremamente delicati che coinvol-

88
gono, spesso in modo diretto, la responsabilità delle classi di-
rigenti. La capacità dell’Europa di giocare un ruolo mondia-
le dipende anche da tali aspetti. Infatti, tale ruolo sarà possi-
bile – in modo autonomo o nell’ambito atlantico, in alleanza
con gli Stati Uniti – solo tramite il consolidamento delle isti-
tuzioni comunitarie e, ancor prima, dei singoli Stati membri
dell’Unione.
La politica nei confronti della Russia può essere elaborata
solo nel quadro europeo. Essa presuppone una visione geo-
politica sull’identità, il futuro e il ruolo dell’Europa nel mon-
do. Non può essere condotta cioè in modo estemporaneo, ma
deve essere fondata sull’approfondimento degli interessi co-
muni dell’Unione e dei suoi Stati membri. Al riguardo desta
sorpresa notare che, nonostante l’interesse politico dimostra-
to dall’Italia nei confronti della Russia, la sua partecipazione
all’importante centro Russia in a United Europe, o alla Mo-
scow School of Political Studies, sia del tutto marginale. Una
collaborazione che non si riduca a dichiarazioni retoriche,
destinate al consumo interno – come la promozione di Putin
quale «avanguardia della democrazia» fatta da Chirac a San
Pietroburgo –, deve essere radicata nelle rispettive culture.
Senza ciò, essa non otterrà un consenso duraturo delle opi-
nioni pubbliche. Allo stato attuale solo la Germania e, nel-
l’ambito del Consiglio nordico, i paesi scandinavi, hanno una
visione chiara del futuro dei rapporti dell’UE con la Russia.
L’Italia non dovrebbe rimanere estranea a tale iniziativa.
Roma potrebbe valorizzare l’apporto dei paesi dell’Europa
centro-orientale – in particolare della Polonia – affinché non
si sentano «spiazzati» dal «Triangolo di Ekaterininburg». Ta-
li preoccupazioni sono riemerse durante la crisi irachena. I
paesi europei centro-orientali prendono sul serio la sicurezza.
Tra l’UE e gli Stati Uniti preferiscono i secondi, che sono gli
unici che possano garantirli contro l’imprevedibilità dell’evo-
luzioni possibili di Mosca. L’estemporanea reazione del presi-
dente francese ha accentuato il loro filoamericanismo e la ten-
denza a preferire un’Europa atlantica a una autonoma.

89
La geopolitica è geostoria. Come l’araba fenice, essa risu-
scita sempre, spesso nei modi e momenti più impensati. L’al-
largamento dell’UE indebolirà, quindi, l’unità politica del-
l’Europa. «Più europei, meno Europa» è una realtà che non
sarebbe stata modificata neppure da un completo successo
della Convenzione europea. La Francia pensava di costituire
una coalizione antiamericana, invece è riuscita a costituirne
una contro l’asse franco-tedesco, soprattutto quando la Rus-
sia si è aggregata a esso, seppure a malincuore. Putin non po-
teva non fare quel passo, ma ha cercato di mantenere un pro-
filo personale molto basso. Infatti, non ha mai criticato gli
Stati Uniti, lasciando tale compito al suo ministro degli Este-
ri. In proposito sarebbe interessante conoscere la verità circa
i presunti rifornimenti di sofisticate armi russe a Saddam
Hussein, proprio mentre si preparava l’attacco americano:
da chi fossero stati autorizzati e perché le violente accuse di
Bush contro Mosca siano cessate rapidamente, senza avere
avuto alcun seguito. Da come si sono svolte le cose c’è da ri-
tenere che – ammesso e non concesso che le voci suddette sia-
no fondate – l’iniziativa delle forniture sia stata presa da qual-
che settore dell’Amministrazione russa, senza che il presi-
dente ne fosse stato informato. È solo un’illazione. Sarebbe
però importante che la cosa fosse chiarita, per comprendere
la reale natura dei rapporti fra Washington e Mosca e, in par-
ticolare, le violenti critiche americane circa le presenti irre-
golarità delle recenti elezioni alla Duma.

10. I confini meridionali dell’Europa

I confini meridionali dell’Europa erano chiari già nella con-


trapposizione fra cristianità e Islam, nonostante la fitta rete di
relazioni commerciali e culturali esistenti fino all’era moder-
na, stabilita soprattutto – ma non solo – dalle Repubbliche ma-
rinare italiane. Solo le crociate rappresentarono un elemento
di discontinuità. È importante essere consapevoli di quanto

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ancor oggi il loro ricordo influisca sugli immaginari collettivi,
al Nord come al Sud. Un rasserenamento dei rapporti fra cri-
stianità e Islam deve necessariamente comportare una loro ri-
visitazione storica. Nella guerra fredda, dopo il collasso degli
imperi coloniali francese e britannico, i confini meridionali
erano rappresentati dalla VI Flotta americana. Dopo la prima
guerra del Golfo, il progetto italo-spagnolo per una Confe-
renza sulla cooperazione e la sicurezza nel Mediterraneo e, so-
prattutto, il Processo di Barcellona – che nel 2010 dovrebbe
portare a un’area di libero scambio nel Mediterraneo –, la que-
stione dei confini meridionali dell’Europa è divenuta più
complessa e incerta. A renderla tale hanno contribuito l’af-
flusso in Europa di milioni di immigrati islamici dal Nord Afri-
ca e dal Medio Oriente, la presenza di Israele, appendice del-
l’Occidente in Medio Oriente posta sotto la protezione degli
Stati Uniti, e le richieste del Marocco e soprattutto della Tur-
chia di divenire membri dell’UE. Il terrorismo di matrice isla-
mica e la pubblicità data allo sbarco di clandestini hanno con-
tribuito ad attenuare la rappresentazione di un Mediterraneo
come regione geopolitica unitaria, appendice meridionale
dell’Europa. Secondo le rappresentazioni geopolitiche più au-
daci, i confini di quest’ultima sarebbero situati nel Sahara e in-
cluderebbero Israele e la penisola anatolica. Secondo quelle
più conservatrici, il Mediterraneo rimane una linea di separa-
zione, se non di frattura geopolitica. Di fatto, il bacino è stato
un’entità unitaria solo ai tempi dell’impero romano. Il Pro-
cesso di Barcellona è in crisi, non solo perché l’Est europeo è
prioritario per i paesi dell’Europa occidentale, quindi attrae la
massa delle risorse disponibili, ma anche perché è fallito il ten-
tativo di attivare un’integrazione economica e politica a sud.
Nonostante il perdurante mito dell’unità araba e la presenza
di un nemico comune, cioè dello Stato di Israele, esistono
profonde asimmetrie fra il livello di integrazione e coopera-
zione in Europa e nella zona MENA (Middle East-North Afri-
ca). Il Processo di Barcellona ha promosso il commercio e, più
in generale, i rapporti «verticali» fra Sud e Nord. Esso non ha

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invece migliorato l’integrazione orizzontale; anzi, in un certo
senso, l’ha attenuata per la competizione esistente fra le varie
capitali arabe, che cercano di migliorare i rapporti e ricevere
maggiori aiuti dai singoli paesi europei. Gli Stati Uniti, poi, so-
no anche una potenza mediterranea. Lo sono sotto i profili
economico e politico-strategico. Di ciò l’Europa non può non
tener conto, come invece spesso ha la tentazione di fare. Lo si
vede, in particolare, nel caso del problema israelo-palestinese,
che è aggravato dalla mancanza di concertazione fra l’Europa
– più aperta alle rivendicazioni palestinesi e arabe – e gli Stati
Uniti. Questi ultimi si trovano nella difficile situazione di es-
sere al tempo stesso mediatori, quindi arbitri super partes, e
protettori di Israele, quindi giocatori.
Per gli Stati Uniti il Mediterraneo è essenzialmente una via
di comunicazione, oggi prolungata sino al Mar Nero, al Cau-
caso e all’Asia centrale, nonché una base e una zona di schie-
ramento delle forze necessarie per il controllo del Golfo. La
loro alleanza con la Turchia non è stata forse modificata so-
stanzialmente dal rifiuto di Ankara di consentire il passaggio
sul suo territorio delle forze americane destinate ad attacca-
re l’Iraq da nord. Evidentemente, anche nei confronti del ri-
fiuto turco, Washington deve comportarsi da grande poten-
za. Non può quindi lasciarlo «impunito», pena un’intollera-
bile perdita di credibilità. La Turchia si è giocata non solo un
consistente aiuto finanziario americano, ma anche la possibi-
lità di influire sul futuro dell’Iraq, in particolare sul grado di
autonomia che sarà riconosciuto ai curdi iracheni. Chi si è op-
posto alla richiesta americana sono stati soprattutto i militari
turchi, che hanno anche negato l’utilizzazione di loro basi per
lo schieramento di elicotteri destinati al recupero dei piloti
abbattuti. I loro colleghi americani non dimenticheranno fa-
cilmente tale mancanza di solidarietà e cercheranno di ven-
dicare in qualche modo il comportamento poco amichevole
dei militari turchi. Questi ultimi si considerano i tutori delle
riforme di Atatürk che, volendo trasformare la Turchia da
impero a Stato – oltre che deislamizzare quest’ultimo –, ave-

92
va raccomandato di rinunciare a ogni rivendicazione territo-
riale esterna. Non per nulla erano stati proprio i militari tur-
chi a opporsi non solo a un attacco all’Iraq dal loro territorio,
ma anche all’invio di proprie truppe in Arabia Saudita du-
rante la prima guerra del Golfo. Il recente ridimensionamen-
to del ruolo politico dei militari in Turchia è forse collegato
proprio a tale «regolamento di conti», sebbene esso sia stato
giustificato dalla necessità di adeguare gli ordinamenti inter-
ni a quelli dell’Unione Europea. L’Amministrazione Bush
mantiene invece eccellenti rapporti con gli islamisti modera-
ti di Erdogan, oggi al potere ad Ankara.
I neoconservatives suggeriscono addirittura che l’Occiden-
te dovrebbe tendere a costituire un «blocco moderato islami-
co» – con la Turchia di Erdogan, l’Iran di Khatami e l’Iraq non
si sa ancora di chi – per influenzare e modificare le strutture
politiche degli altri paesi islamici, cioè per modernizzarli, svi-
lupparli e integrarli nella globalizzazione. I neocons sono per-
suasi che solo in tal modo si possa superare definitivamente la
minaccia del terrorismo islamico. In quest’ottica si spiega for-
se anche l’attacco terroristico sanguinoso subìto dalla Turchia
lo scorso mese di novembre. La Turchia mantiene comunque
la sua candidatura a far parte dell’Europa, di cui diventereb-
be rapidamente lo Stato più popoloso.
Gli Stati Uniti continuano a sostenere la necessità della
sua ammissione all’UE. Essa allargherebbe il «polo» europeo
filoatlantico, renderebbe più difficile, se non impossibile, la
creazione di un’Europa in competizione con gli USA, e con-
soliderebbe un avamposto strategico degli Stati Uniti verso il
sistema Caucaso-Asia centrale-Golfo e uno stretto alleato di
Israele. La decisione di integrare o no la Turchia in Europa
modificherà, quindi, la geopolitica dell’intero continente e
quella del bacino mediterraneo, da allargarsi necessariamen-
te a quello del Mar Nero.
L’avvicinamento della Turchia all’Europa – o meglio, quel-
lo dell’Europa alla Turchia – potrebbe essere accelerato da un
crollo dei regimi arabi «moderati» e dalla presa di potere de-

93
gli islamisti radicali. In quel caso l’Europa si spaventerebbe e
sarebbe indotta ad attribuire alla Turchia il ruolo di «antemu-
rale» contro l’Islam, in un certo senso analogo a quello da es-
sa svolto nella guerra fredda nei confronti della penetrazione
sovietica in Mediterraneo. È un’eventualità poco probabile.
L’Islam politico più radicale è in declino in tutti i paesi islami-
ci ed è immigrato in Europa, dove riceve anche gli appoggi da
talune frange estremiste dell’«antiamericanismo» dei no-glo-
bal. Ciò anche perché nei paesi sunniti i fondamentalisti non
trovano le strutture verticali del clero sciita, che avevano favo-
rito o addirittura reso possibile il successo della rivoluzione di
Khomeini in Iran. La mancanza di gerarchia rende il fonda-
mentalismo sunnita più instabile di quello sciita, dato che le
sue diverse fazioni sono in perenne competizione fra di loro,
nel tentativo di dimostrarsi più pure e radicali.
La percezione geopolitica europea del Mediterraneo e i
rapporti con l’Islam potrebbero inoltre essere influenzati da
possibili attacchi megaterroristici in Europa, del tipo di quel-
li dell’11 settembre negli Stati Uniti. In tal caso si ricostitui-
rebbe l’unità dell’Occidente, perché sicuramente Washing-
ton interverrebbe, anche se gli attentati si verificassero in
Francia. Al contrario, se fosse nuovamente attaccata l’Ame-
rica, molti europei sarebbero convinti che se lo sia meritato
con l’intervento in Iraq. In tal caso, il divario transatlantico
rischierebbe di trasformarsi in un’insanabile frattura. Nel pri-
mo caso, alle finestre di molte città europee le bandiere della
pace scomparirebbero alla chetichella. Nel secondo caso, vi
sarebbero probabilmente dimostrazioni di giubilo, forse mag-
giori in Europa che in molte capitali arabe. In entrambi i ca-
si, il Mediterraneo, anziché trasformarsi in una regione uni-
taria, collegata strettamente all’Europa, o, quanto meno, luo-
go di una rete di rapporti collaborativi, diverrebbe una bar-
riera difensiva, e comunque una linea di divisione.
L’ipotesi è disastrosa, non solo in relazione agli squilibri
demografici che obbligano l’Europa a fare affidamento sulla
mano d’opera immigrata, ma anche per la presenza di milio-

94
ni di cittadini islamici in Europa. Essa muterebbe rapida-
mente la politica interna europea, favorendo un forte au-
mento delle forze più xenofobe e nazionaliste. La barriera
dovrebbe infatti essere difesa con la forza dall’assalto dei boat
people e nel mare si verificherebbe un vero e proprio «scon-
tro di civiltà», che per ora si è riusciti a evitare. Non sono si-
curamente la tolleranza e l’apertura europea o il dialogo in-
terreligioso ad attenuare probabilità d’accadimento né la po-
tenziale violenza di un simile scenario.
Una chiusura dell’Europa – per difendersi da quella che è
talvolta definita «la vendetta della culla» contro le passate
colpe e i presenti complotti dell’Occidente nei confronti
dell’Islam – muterebbe sia il livello di libertà dei cittadini eu-
ropei che la politica generale dell’UE in Mediterraneo. Una
strategia del tipo di quella di Bisanzio subentrerebbe a quel-
la dell’apertura e dell’inclusione propria di Roma. È una ra-
gione in più per evitare divisioni dell’Occidente. Solo così la
sua unità potrà essere tollerante e perseguire una politica di
collaborazione e inclusione.
I rischi di un’evoluzione negativa sono aumentati notevol-
mente dopo l’11 settembre, come del resto le tendenze alla
marginalizzazione dell’Europa mediterranea dal cuore cen-
tro-settentrionale dell’Unione. Secondo taluni, quella a sud
dei Pirenei, delle Alpi e dei Carpazi sarebbe solo una fascia
cuscinetto, posta a protezione dei paesi europei centro-set-
tentrionali. Questa percezione è un pericolo per l’Italia e la
Spagna, che giustifica appieno la politica italiana di rafforza-
mento dei legami con gli Stati Uniti e quella di apertura
dell’Unione alla Turchia e alla Russia.

11. L’influsso della decadenza economica


e della crisi demografica

La geopolitica dell’Europa sarà influenzata dai trend econo-


mici e demografici. In entrambi i settori le prospettive non

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sono confortanti. Ben difficilmente le economie europee go-
dranno di livelli di crescita comparabili a quelli degli Stati
Uniti e ancor meno a quelli dell’Asia meridionale, del Sud-
Est asiatico e della Cina. Lo impediscono le loro rigidità so-
ciali, il fatto che la percentuale della popolazione che lavora
è inferiore a quella americana, che il numero delle ore lavo-
rate ogni anno in Europa è minore del 10% rispetto agli Sta-
ti Uniti e che gli investimenti in ricerca e sviluppo sono an-
ch’essi inferiori. La situazione peggiorerà nei prossimi anni,
a causa dell’invecchiamento della popolazione europea. Un
recente rapporto dell’IFRI (Institut Français des Rélations
Internationales) prevede che la crescita europea sarà, fra og-
gi e il 2050, pari alla metà circa di quella americana e a un ter-
zo-un quarto di quella cinese, concludendo amaramente che
in Europa si verificherà una «lenta, ma inesorabile uscita dal-
la storia».
La percezione della decadenza dell’Europa non è nuova
da Spengler in poi. Mai però, come all’inizio del XXI secolo,
essa è sembrata fondata su tendenze oggettive, difficilmente
modificabili, anche qualora la politica europea fosse tenuta
meno in ostaggio dagli interessi delle potenti lobbies degli
agricoltori e dei pensionati.
È molto probabile che in tempi brevi si giunga a uno scon-
tro generazionale. La cosiddetta solidarietà – cioè il sacrificio
del futuro e dei giovani a favore del presente e degli anziani
– lo renderà inevitabile. L’influsso degli ideali del comuni-
smo e del welfare è responsabile del declino europeo, al pari
e forse più dei due conflitti mondiali. I «morti da welfare» –
più aborti o limitazioni volontarie delle nascite – sono stati in
Germania oltre trenta milioni, tre volte più numerosi di quel-
li prodotti dalle due guerre mondiali.
Le prospettive demografiche sono catastrofiche per quasi
tutti i paesi. Fanno eccezione la Gran Bretagna e l’Olanda,
ma non i nuovi membri dell’Unione. Con gli attuali trend, al-
la fine del XXI secolo gli 80 milioni di tedeschi saranno ri-
dotti a 25. Anche ammettendo che l’incredibile numero di

96
250.000 immigranti venga naturalizzato ogni anno, la popo-
lazione della Germania non potrà comunque superare i 50
milioni di persone. In Spagna e in Italia nel 2050 vi sarà un
pensionato per ogni lavoratore. La situazione diventerà an-
cora più tragica quando i progressi della biologia consenti-
ranno di elevare la vita media in misura significativa. Gli im-
migranti non saranno in grado di colmare la voragine. Inol-
tre, l’afflusso massiccio di immigrati islamici modificherà
profondamente l’identità dei singoli Stati europei. Chi è sta-
to nei Balcani sa che è una sciocchezza discettare dei meriti
delle società multiculturali. Solo gli Stati Uniti lo sono, anche
se «pagano» questa condizione con un milione e seicentomi-
la persone in carcere. In Europa potranno ancora esservi Sta-
ti, ma senza nazioni; quindi deboli e conflittuali al loro inter-
no. Le «anime belle» non si rendono conto che stanno crean-
do le condizioni per nuove, sanguinose guerre civili.
La perdita d’identità provocherà, inoltre, una perdita di
coesione dell’Europa; quindi, una minore capacità di proie-
zione esterna di potenza e l’impossibilità di svolgere un ruo-
lo attivo nel mondo. A parte ciò, la crescita dell’antiamerica-
nismo europeo deriva anche dal timore delle opinioni pub-
bliche di vedere crescere l’opposizione fra Occidente e Islam,
che provocherebbe reazioni violente e radicalizzazione nei
milioni di immigrati islamici. Ciò induce molti europei, i qua-
li sinora non sono stati oggetto di maxiattacchi terroristici, a
ritenere che la lotta al terrorismo sia un problema di polizia,
anziché di sicurezza militare. Essi non si sentono dunque in
guerra. Sotto questo punto di vista, gli USA sono molto più
vicini alla Russia, all’India e anche alla Cina. Le conseguenze
di attacchi megaterroristici in Europa sono imprevedibili.
Non è da escludere che le reazioni europee siano molto più
brutali di quelle degli Stati Uniti. Si giungerebbe, così, a uno
scontro interno di civiltà, che è proprio l’obiettivo che si pre-
figge bin Laden per la ricostruzione dell’unità dell’umma, per
la conquista del potere in Arabia Saudita ed Egitto e, forse,
per mettersi a capo di un nuovo califfato.

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L’entusiasmo europeo per il multiculturalismo si è molto
attenuato dopo il ciclo di guerre balcaniche degli anni Novan-
ta. Esso ha subìto altri duri colpi con la scoperta della rete di
cellule terroristiche immerse nelle società occidentali, capaci
di reclutare cittadini europei – più di quanto i servizi di intel-
ligence riescano ad arruolare informatori nelle reti (infiltrarli
è pressoché impossibile). Esiste comunque il rischio che gli
Stati-nazione europei – emersi da secoli di guerre e pulizie et-
niche – perdano la loro omogeneità e identità. Anche per que-
sto motivo, gli incitamenti del pontefice affinché nel testo del-
la Costituzione europea siano menzionate le «radici cristiane
dell’Europa» e la recente beatificazione di Marco d’Aviano,
animatore della coalizione antiturca che nel 1683 liberò Vien-
na, sono importanti messaggi geopolitici, oltre che coraggiose
prese di posizione, sebbene non «politicamente corrette» ri-
spetto alla retorica dominante sulle virtù del multiculturali-
smo e del dialogo tra le civiltà.
Il declino dell’Europa sembra inarrestabile. Questo non
significa che essa possa essere conquistata da un’invasione
esterna, appoggiata dai «barbari» già presenti all’interno. Il
reclutamento da parte di al-Qaeda di occidentali convertiti
all’Islam – commentato sul «Corriere della Sera» del 10 set-
tembre 2003 da uno dei più acuti analisti delle realtà islami-
che, Magdi Allam – è un’ulteriore conferma dello spostamen-
to dei centri del fondamentalismo in Occidente, fuori dai pae-
si islamici, che lo reprimono senza molti dubbi e problemi.
Beninteso, l’Occidente non potrà essere sconfitto militar-
mente, soprattutto finché gli Stati Uniti manterranno la loro
superiorità tecnologica militare. Grazie anche al «fuoco gre-
co» l’impero bizantino è sopravissuto per quasi dieci secoli.
La potenza militare dipende più dalla tecnologia che dalla
quantità della popolazione in grado di prendere le armi. L’in-
flusso della demografia è più rilevante sull’economia che sul-
la sicurezza. Però lo spirito guerriero è correlato con la pira-
mide d’età, oltre che con la cultura e le esperienze storiche
proprie di ogni paese. Quanto più la popolazione è giovane,

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tanto più forte è l’istinto di considerare la guerra il motore
della storia e la disponibilità a subire perdite o, quanto me-
no, a impiegare la forza per la propria difesa.

12. La riforma della NATO e i rapporti transatlantici

La decadenza demografica provocherà una diminuzione del-


la disponibilità politica europea a impiegare la forza. La PESD
rimarrà un’ambizione più che una realtà nonostante il docu-
mento Solana e gli accordi militari franco-britannici. Questo
conferma l’essenzialità per l’Europa di mantenere l’unità del-
l’Occidente, cioè i legami politico-strategici con gli Stati Uni-
ti, unici in grado di garantire la sicurezza globale del conti-
nente. Il soft power europeo deve perciò essere raccordato
con l’hard power statunitense. La strategia e la pianificazione
militare europea devono essere complementari a quelle ame-
ricane. È interesse primario dell’Europa mantenere vitale la
NATO, come luogo di concertazione euroatlantica, più im-
portante per l’Europa che per Washington. Un nuovo «con-
tratto transatlantico» si può solo basare su una divisione geo-
grafica, oppure funzionale, dei ruoli fra gli USA e l’UE. Tale
divisione sarebbe accettabile se venisse accompagnata da un
sufficiente grado di concertazione politica. Dalla formula
delle forze «separabili ma non separate», che caratterizzava
sinora i rapporti tra le forze dell’UE e quelli della NATO, si
dovrà passare a quella delle forze «separate ma compatibili
e coordinate». In sostanza, dovrebbe essere concordata una
gerarchia di capacità operative e tecnologiche, fra il coman-
do militare americano (CENTCOM) – destinato a guidare
gli interventi globali e le coalizioni a geografia e geometria
variabile degli Stati Uniti –, la NATO – che dovrebbe esse-
re profondamente ristrutturata e svolgere funzioni regionali
allargate – e la PESC/PESD – specializzata nell’umanitario
e nel peacekeeping «leggero», cioè nella gamma meno impe-
gnativa delle missioni di Petersberg definite dall’Unione Eu-

99
ropea per i propri interventi militari all’estero –. L’UE po-
trebbe prendere a suo carico – con il supporto di capacità
tecnologiche e operativo-logistiche che solo gli Stati Uniti
posseggono e di cui disporranno anche in futuro – gli inter-
venti di stabilizzazione nel continente africano, incluso il
supporto tecnico e logistico di contingenti messi a disposi-
zione dell’OUA (Organisation de l’Unité Africane), soprat-
tutto dai paesi del Maghreb e del Mashrek, parti del Proces-
so di Barcellona.
La questione della PESD non può essere che affrontata, se
non velleitariamente, nel quadro della riforma dell’Alleanza
atlantica. Lasciando ai romantici cugini d’oltralpe tutte le
fantasie sull’Europa potenza globale, si dovrebbe tentare di
capire come concretamente possa – prima ancora che debba
– essere disegnata la futura architettura della sicurezza euro-
pea. L’accettazione britannica, il 12 dicembre 2003, di costi-
tuire un organismo di pianificazione operativa dell’UE, con-
tro quella francese di creare una cellula di pianificazione eu-
ropea nello SHAPE (Supreme Headquarters Allied Powers
Europe), sembra costituire la giusta direzione lungo la quale
muoversi.

13. Le possibili «architetture» della sicurezza europea

Fino agli avvenimenti dell’11 settembre su tale architettura


venivano formulate tre ipotesi.
Primo, la struttura unitaria con diverse varianti: quella ca-
ra a Gorbaciov delle istituzioni paneuropee; quella dell’al-
leanza del G8, prospettata dal presidente Bush nello storico
discorso tenuto a Varsavia il 15 giugno 2001; quella conse-
guente all’associazione della Russia alla NATO, di cui gli ac-
cordi di Pratica di Mare del maggio 2002 non sarebbero che
una tappa iniziale; quella, a parer mio del tutto improbabile,
dell’unificazione del continente, con l’integrazione della Rus-
sia nell’UE, con o senza il ritiro americano dall’Europa.

100
Secondo, una concezione bipolare dell’Europa – con la di-
cotomia Occidente-Oriente e con progressivi allargamenti
della NATO e dell’UE fino ai confini della Federazione Rus-
sa – senza però l’integrazione di Mosca in Europa.
Terzo, un sistema tripolare – Europa, USA e Russia –
coordinato nell’ambito della OSCE (Organization for Secu-
rity and Co-operation in Europe). Tale sistema tripolare può
essere considerato una variante di quello unipolare e paneu-
ropeo. In un certo senso stranamente, la prospettiva è stata
sabotata in Russia, dopo il vertice dell’OSCE di Istanbul del
novembre 1999. Mosca ha preferito il G8, da un lato, e il
Consiglio NATO-Russia, dall’altro, come luoghi di concerta-
zione della sua politica di sicurezza con l’Occidente. Nell’am-
bito dell’OSCE l’unica cosa che sembra interessarla è il
Gruppo di contatto, in via di trasformazione in una specie di
direttorio. Esso nella realtà dirige ben poco, a causa della per-
dita d’importanza di tale organizzazione, peraltro benemeri-
ta per aver contribuito alla fine della guerra fredda.

14. La Convenzione europea e la PESD

La bozza di costituzione elaborata della Convenzione euro-


pea e il Concetto strategico europeo, di Javier Solana, costi-
tuiscono sicuramente passi in avanti. Sono però piccoli passi,
che non devono indurre a credere che l’Europa politico-stra-
tegica sia cosa fatta, anche se il Trattato costitutivo dell’Unio-
ne non è stato approvato dalla CIG (Conferenza intergover-
nativa) di Bruxelles. Prevedere il ministro degli Esteri euro-
peo, unico responsabile in ambito UE della politica estera e
militare, è sicuramente importante. Tuttavia, l’assenza di
ogni menzione ai ministri della Difesa – riflesso dell’imposta-
zione «pacifista» dell’Unione – toglie credibilità alla volontà
e capacità dell’UE di dar vita a una PESD che possa essere
presa sul serio nel mondo. L’«Agenzia delle capacità milita-
ri» rimane, almeno per ora, sospesa nel vuoto e non si riesce

101
a capire che cosa possa fare concretamente, se non confusio-
ne, separata com’è dal Comitato militare, espressione degli
Stati Maggiori, la cui influente corporazione non si lascerà si-
curamente imporre programmi, requisiti operativi e priorità
da un organismo che non controlla.
Finora la PESD si è tradotta in nulla, se non nella costi-
tuzione di organismi burocratici e in un po’ di «turismo mi-
litare». Nel testo della Convenzione e nel Concetto strategi-
co di Solana, le missioni di Petersberg sono state un po’ rim-
pannucciate, ma senza molta convinzione. I bilanci della Di-
fesa non sono stati aumentati. L’armonizzazione dei pro-
grammi d’armamento in un unico quadro europeo incontra
molte difficoltà, non tanto da parte degli industriali, ma de-
gli Stati Maggiori, ciascuno dei quali s’impunta sui propri re-
quisiti operativi. La pianificazione operativa europea è sem-
pre garantita dalla NATO e fa capo al vicecomandante dello
SHAPE. Il comandante delle forze schierate nei vari inter-
venti dell’Unione è un europeo, a cui il paese d’origine for-
nisce i mezzi necessari. Non si vede perché l’Unione non pos-
sa fare sistematicamente ricorso al sistema nation led, che
tanta buona prova di sé dette nell’operazione Alba del 1997,
quando una forza di pace multinazionale sotto il comando
italiano raggiunse i propri obiettivi in Albania. Si evitereb-
bero così inutili e costosi orpelli burocratici.
Beninteso, la direzione delle operazioni sarà sempre affi-
data alle quattro-cinque maggiori potenze europee. Dove es-
se non arriveranno potranno sempre chiedere rinforzi alla
NATO. Con l’accordo «Berlin plus», quest’ultima è tenuta a
concederli, come è avvenuto addirittura nel caso della picco-
la operazione «Concordia» in Macedonia. L’affermazione se-
condo cui con ciò si pongono gli interventi PESD sotto con-
trollo degli Stati Uniti è pretestuosa. In caso di opposizione
degli USA, l’Europa si dividerebbe e non si raggiungerebbe
il consenso necessario per intervenire. I cosiddetti Headlines
Goals, fissati a Helsinki, sono oggetto di compiacimento nel-
le cancellerie e nei ministeri degli Esteri europei, e oggetto di

102
scherno nei ministeri della Difesa. Nulla o quasi è stato fatto
per migliorare le capacità militari, se non a chiacchiere; seb-
bene a fine del 2001, al vertice di Laecken, sia stata dichiara-
ta una capacità operativa iniziale e, a fine 2003, la «piena ca-
pacità operativa», seppure con qualche distinguo. Per ben
che vada, invece, è solo nel 2012-15 che essa potrebbe essere
raggiunta, nella sua attuale configurazione, cioè senza tener
conto del fatto che la tecnologia militare sta nel frattempo
perfezionandosi rapidamente.

15. Sinergie e cooperazioni fra PESD e NATO

Molto più serio sarebbe rinunciare alle «divagazioni» milita-


ri europee – classico esempio di «vorrei, ma non posso» – e
pensare a riformare seriamente la NATO, in modo da dare
un maggior peso all’Europa e mantenere la massima coesio-
ne transatlantica possibile.
Il divario tecnologico fra le forze americane e quelle euro-
pee è destinato a crescere drammaticamente dopo i massicci
aumenti del bilancio del Pentagono. Le stesse forze britanni-
che sono state impiegate in Iraq in un settore separato da quel-
lo americano per la loro limitata interoperabilità, che ha cau-
sato molte perdite «per fuoco amico». È velleitario pensare
di scimmiottare il Pentagono in una vasta gamma di capacità.
L’unico settore in cui gli europei possono integrarsi con gli
americani è quello delle forze speciali, che non saranno mai
in numero sufficiente per le operazioni prevedibili in futuro.
Si potrebbe pensare all’interoperabilità e all’integrazione in
qualche altro settore di nicchia, terrestre, aereo e anche na-
vale, tanto per poter dare all’occorrenza un segnale politico
di presenza. La NATO Response Force di 21.000 uomini, de-
cisa al Summit atlantico di Praga, dovrebbe costituire l’obiet-
tivo prioritario.
Anche se disponesse veramente, e con un livello tecnolo-
gico sufficiente, delle forze previste a Helsinki o a Le Tou-

103
quet, nell’incontro fra Chirac e Blair, l’Europa non sarebbe
poi in grado di impiegarle. L’Unione, infatti, non possederà
per decenni ancora – a detta di due europeisti come Giscard
d’Estaing e Jacques Delors – la coesione e la legittimità poli-
tica necessarie. Solo il direttorio britannico-franco-tedesco o,
meglio ancora, intese dirette fra Londra e Parigi potranno
farlo. Al massimo, l’Europa in quanto tale potrà inviare, in
caso di crisi, qualche nave da guerra, soprattutto per scopi
politici interni, per far vedere che si è presenti, anche se po-
co utili, beninteso, eccetto in caso di minacce da parte di pi-
rati. Anche gli aerei europei possono aggiungere poco alle
capacità americane, sempre ammesso che si debba combat-
tere per «diffondere la democrazia nel mondo». Per fare ciò
è del tutto futile che l’Europa si prepari a bombardare, più o
meno efficacemente, obiettivi militari, o – tentazione ricor-
rente nei «mistici dell’airpower» – le popolazioni civili, sem-
pre nel nobile intento di convertirle alla democrazia e al libe-
ro mercato.
La politica delle cannoniere, anche nella sua versione mo-
derna di politica del cacciabombardiere o del missile Cruise,
può comunque servire per inviare «segnali», come amano di-
re i politici e diplomatici europei, a cui ahimè si sono aggiunti
i militari più ansiosi di dimostrarsi «politicamente corretti».
Questi segnali, tuttavia, vengono sempre più spesso conside-
rati un bluff dai «guerrieri» asimmetrici di oggi, a meno che
la cannoniera e il cacciabombardiere non siano seguiti da ro-
busti battaglioni di fanteria. Solo questi ultimi possono di-
mostrare che si fanno le cose sul serio, e non per scherzo.
Visto che non esistono minacce di attacco diretto all’Eu-
ropa – e, se ci fossero, c’è da sperare che a esse pensino gli
Stati Uniti –, gli europei dovrebbero dotarsi di una capacità
d’intervento laddove gli Stati Uniti non intendono farlo, ad
esempio in Africa, o dove dispongono di minori capacità per
farlo, soprattutto per assicurare il controllo dei territori. La
Forza di reazione rapida europea dovrebbe divenire una spe-
cie di Afrika Korps. Dovrebbe inoltre specializzarsi nelle

104
operazioni di peacekeeping, fornendo le fanterie e soprattut-
to le forze di polizia indispensabili per la trasformazione in
politiche delle vittorie militari americane.
Se si condivide quanto detto, tanto varrebbe ridimensio-
nare gli organismi a livello dell’Unione, come il COPS (Co-
mitato politico e di sicurezza), eccetto per la parte d’intelli-
gence, e puntare maggiormente sulla componente civile, che
sarebbe comunque essenziale per il Consiglio europeo e per
il ministro degli Esteri dell’Unione.
Tutto potrebbe essere ricondotto allo SHAPE, il cui co-
mandante dovrebbe essere europeo, mentre il segretario ge-
nerale della NATO dovrebbe essere americano. Egli potreb-
be concertare con il ministro degli Esteri europeo la collabo-
razione strategica euroamericana. Gli interventi globali degli
Stati Uniti – con il concorso del nucleo delle forze europee a
cui si è prima accennato – sarebbero diretti dal CENTCOM.
Dopo la vittoria subentrerebbe sistematicamente la NATO –
come avviene oggi in Afghanistan – con la massa delle forze
fornite dagli europei. In ultimo, una volta stabilizzate defini-
tivamente le aree d’intervento, l’UE potrebbe assumere la re-
sponsabilità delle ultime iniziative di nation building e stabi-
lizzazione. In tal caso la NATO diventerebbe responsabile
delle periferie d’Europa.
Insomma, le ambizioni europee dovrebbero essere condi-
zionate dalle risorse militari ed economiche, ma soprattutto
dalle capacità decisionali politiche realmente disponibili. La
costituzione di una forza di proiezione globale di potenza – a
parte il tempo che richiederebbe, per cui, una volta pronta,
l’Europa si ritroverebbe più vecchia e più povera, quindi me-
no disponibile a intervenire – non tiene conto della realtà e
può creare illusioni pericolose, oltre che tensioni con gli Sta-
ti Uniti simili a quelle emerse nella crisi dell’Iraq. Pretendere
di essere quello che non si può più essere è una presa in giro,
di noi stessi e dei contribuenti europei. Si finirà col pagarlo,
in tempi più o meno brevi, oltre che col disperdere sforzi e ri-

105
sorse che dovrebbero essere concentrati su ciò che può esse-
re veramente utile.
Il mondo e l’Europa hanno bisogno di un gendarme glo-
bale che difenda la globalizzazione. Solo gli Stati Uniti pos-
sono svolgere tale ruolo, ma Washington, a sua volta, ha bi-
sogno dell’Europa, anche per realizzare un sistema esterno di
checks and balances. Solo esso, tra l’altro, potrebbe attenuare
le tendenze alla militarizzazione della politica estera america-
na, sulla spinta dell’«internazionalismo nazionalista» che ne-
gli Stati Uniti ha sostituito (entro determinati limiti!) quello
«wilsoniano-democratico».
Solo il nuovo contratto transatlantico e una ristrutturazio-
ne della NATO – che non si risolva nel solito gioco delle tre
carte, ma in ragionevoli complementarietà e divisioni del la-
voro – possono costituire la base di una visione geopolitica
unitaria europea. Non è vero che il futuro del mondo si gio-
ca solo sulla natura dell’american power e sulle interconnes-
sioni fra soft e hard power nella politica di Washington. Esso
si gioca anche sulla capacità europea di divenire un partner
credibile, perciò influente, degli Stati Uniti, utilizzando la po-
tenza ora disponibile e perseguendo interessi compatibili con
la gestione della decadenza europea.
Beninteso, dato che già oggi l’interventismo USA crea il
bene pubblico internazionale della sicurezza di cui essi stessi
godono, gli europei hanno poche ragioni per cambiare. Fi-
nora essi hanno protestato impunemente contro la politica di
Washington, senza però proporre soluzioni alternative. Quel-
la del mondo multipolare è un’opzione irrealizzabile. Del re-
sto, se lo fosse, renderebbe instabile il sistema internaziona-
le. Comunque, non è definito che cosa essa significhi. Secon-
do Josef Joffe, è l’espressione dell’«asse dell’invidia» colloca-
to fra l’«asse del male», dei rogue States, e l’«asse del bene»
anglosassone. Se non si risolve tale problema l’Europa ri-
marrà una paradossale combinazione di potenza virtuale – al-
meno nel breve periodo, prima cioè che si acceleri la sua de-
cadenza – e d’impotenza reale. L’Unione potrà divenire atto-

106
re geopolitico mondiale solo a fianco degli Stati Uniti, nel-
l’ambito dell’Occidente unito. Fortunatamente l’Occidente
esiste ancora, sebbene l’Atlantico sia divenuto più largo. Il
documento Solana riconosce esplicitamente le limitazioni
dell’Europa politico-strategica. Ha anche il grande merito di
aver aperto un dibattito sia fra gli europei sia fra di essi e gli
americani, su ciò che li unisce e ciò che li divide.
Capitolo V
La Russia

1. Il declino della Russia come grande potenza

La Russia ha perso le sue dimensioni di grande potenza, né ha


la possibilità di tornare a esserlo, se non nelle fantasie degli
«eurasisti» ancora dominanti nell’Istituto di geopolitica della
Duma e dell’Accademia dello Stato maggiore generale. Dopo
la frammentazione dell’URSS, la Russia è incerta sulla propria
identità e sul proprio ruolo nel mondo. Il processo di dissolvi-
mento dell’impero, comunque, non è terminato. Determinan-
ti, al riguardo, non sono tanto i fattori esterni, ma quelli inter-
ni. Il presidente Putin ha arginato il processo di disfacimento
della Federazione e del suo immenso territorio, diviso oggi in
86 entità amministrative più o meno autonome. Ciò ha allon-
tanato lo spettro di una balcanizzazione della Russia che, ve-
rosimilmente, non avrebbe potuto essere pacifico come quel-
lo che ha portato alla frammentazione dell’URSS. Potrebbero
infatti scoppiare guerre civili sanguinose, di cui quelle del
Caucaso sono solo la punta dell’iceberg.
La ragione che fa ritenere la Russia la grande «malata» del
mondo è anche demografica. La Federazione ha perso oltre 12
milioni di abitanti, dalla fine dell’URSS nel 1991. Oggi supera
di poco i 140 milioni di abitanti. La riduzione della natalità è
fortissima e la crisi demografica viene ritenuta dallo stesso Pu-
tin il pericolo principale per la sopravvivenza della Russia. Le
prospettive sono pessime. Nel 2050, come già accennato, la
Russia potrebbe avere dai 75 ai 120 milioni di abitanti. Inoltre,
la percentuale di popolazione non slava è destinata ad aumen-

108
tare: oggi raggiunge già il 18% e potrebbe arrivare al 30%. I
giovani russi non vogliono più vivere nella Siberia centrale.
Nelle Province marittime sul Pacifico è in crescita l’immigra-
zione cinese. L’economia, pur in dinamica ripresa negli ultimi
quattro anni, non è ancora integrata con quella dei paesi in-
dustrializzati. Le esportazioni russe hanno una composizione
simile a quella dei paesi del Terzo Mondo: sono composte per
il 90% di materie prime, in particolare di prodotti energetici.
Corruzione e inefficienza continuano a essere molto diffuse. A
parte l’economia grigia, Transparency International – una
ONG specializzata nella valutazione della corruzione – valuta
che essa ammonti all’incredibile percentuale del 9% del PIL
russo. L’economia russa è pari al 5% di quella statunitense o
di quella dell’UE. Il debito estero è pari a circa 140 miliardi di
dollari, ma non rappresenta un grave problema, almeno fin-
ché continuerà la crescita economica e il prezzo dei prodotti
petroliferi rimarrà elevato. La Russia è più ricca di quanto si
creda. Le famiglie russe hanno tesaurizzato circa 40 miliardi di
dollari e circa altri 150 sono stati illegalmente trasferiti in ban-
che straniere. Molti capitali stanno rientrando, attirati dalle
prospettive economiche positive. L’industria degli armamen-
ti invece è in crisi, la produzione è pari al 10% di quella degli
anni Ottanta. Le esportazioni militari sono aumentate verso la
Cina e il Sud-Est asiatico, ma il livello qualitativo non soddi-
sfacente impedisce collaborazioni di rilievo con le industrie
degli armamenti occidentali.
Per l’Occidente trarre vantaggio dalla tecnologia russa
con una cooperazione nei settori ad alta tecnologia potrebbe
costituire un aspetto importante in caso di associazione – in
vista dell’integrazione a più lungo termine – della Russia al-
l’UE. Le esportazioni di armi costituiscono comunque un im-
portante strumento della politica estera di Mosca, oltre che
un mezzo per mantenere una certa capacità industriale e tec-
nologica dell’industria degli armamenti. Il bilancio della di-
fesa non è infatti in condizione di conservarla. La sicurezza
russa poggia sempre più sulle armi nucleari, con una dottri-

109
na che prevede il «primo uso», analoga a quella adottata
dall’Alleanza atlantica durante la guerra fredda. Le forze ar-
mate sono tuttora in condizioni penose e la riforma militare
tarda, non solo per la carenza di risorse, ma anche per la re-
sistenza degli Stati Maggiori. Essi pensano di essere ancora al
tempo della guerra fredda e lamentano il «tradimento» dei
politici, che hanno distrutto l’impero e fatto concessioni
all’Occidente senza alcuna contropartita.

2. Il «complotto occidentale» e le teorie eurasiste

La tesi del complotto occidentale è ricorrente in tutti gli stu-


di di geopolitica dello Stato Maggiore Generale, su cui eser-
citano ancora un forte fascino le tesi eurasiste. Queste ultime
sostengono che il ruolo geopolitico di Mosca – la «terza Ro-
ma» – sia quello di amalgamare la massa continentale eura-
siatica contro l’influsso «malvagio» e globalizzante delle po-
tenze marittime, guidate dagli Stati Uniti. Le tesi formulate al
riguardo da Alexander Dugin – consigliere del leader del Par-
tito «liberal-democratico» Zirinovsky, e docente all’Accade-
mia dello Stato Maggiore Generale – sono state riprese dal
leader del Partito comunista russo Zyuganov, nel volume
Geografiya pobedy (Geografia della vittoria). I concetti espres-
si sono simili a quelli dei gruppi no-global in Occidente. C’è
anzi da chiedersi come mai non sia stato ancora concluso un
accordo operativo fra i «rosso-bruni» (presenti sotto varie
etichette in molti paesi europei) e qualche fazione del movi-
mento no-global. Tali tendenze – per inciso – sono sostenute
dalle correnti più tradizionaliste della Chiesa ortodossa, la cui
influenza politica sta rapidamente crescendo e che si sente
sulla difensiva, minacciata dal rapido diffondersi delle mis-
sioni evangeliche e cattoliche e anche delle sette.

110
3. Il dibattito sull’identità della Russia

Dopo il collasso dell’URSS, e soprattutto la secessione dell’U-


craina, il dibattito geopolitico in Russia è stato incentrato sul-
la definizione di quale sia l’identità nazionale di un paese che
possiede tale immenso territorio. Pesa la storia, per la quale
la Russia è sempre stata un impero, non uno Stato-nazione.
Lo stesso concetto di etnicità assume in Russia un significato
particolare, descritto dalla teoria dell’etnogenesi, secondo cui
nella Federazione convivono cento popoli e gruppi etnici di-
versi, a cui l’impero garantiva tutela ed equilibrio. Il tentati-
vo di trasformare la Russia in uno Stato come un altro con-
verge con quello di consolidarla come Stato europeo, ma ine-
vitabilmente determinerà problemi con le minoranze. La
geopolitica degli «europeisti» si rifà a Pietro il Grande. Le
forze moderate russe del centro e dell’Unione delle forze di
destra ritengono che l’europeizzazione costituisca l’unica
speranza di salvare la Federazione. Esse insistono sul fatto
che l’intera Russia è Europa, non solo per l’appartenenza al-
la cristianità, ma anche per la formazione e i valori condivisi
dalle élites culturali e dirigenti russe. Nel 1914 la Russia sta-
va rapidamente europeizzandosi e modernizzandosi, dopo
aver abbandonato i sogni di un’ulteriore espansione dell’im-
pero in Asia (a seguito della sconfitta subita a opera del Giap-
pone nel 1904 e della fine del «grande gioco» in Asia centra-
le con l’impero britannico). L’avvento del comunismo – ideo-
logia nata in Occidente – l’aveva però isolata dall’Europa e
indotta a seguire una politica di egemonia mondiale, che ne
aveva esaurito le risorse.
Fra gli europeisti esistono diverse tendenze. Taluni pon-
gono in rilievo come la Russia sia un’Europa imperfetta – non
solo per il minor livello di sviluppo, ma anche per una cultu-
ra rimasta più primitiva nei riguardi del valore della vita e del
rispetto dei diritti umani. Per altri essa invece sarebbe mo-
ralmente superiore all’Occidente, troppo corrotto dal mate-
rialismo e dal consumismo; sarebbe cioè una variante del-

111
l’Europa, caratterizzata dalla continuità storica con l’impero
bizantino.
Il presidente Putin, verosimilmente, non è un europeista,
ma solo un modernizzatore. Sa che l’integrazione della Rus-
sia in Europa è di fatto impossibile nel breve-medio termine,
e sa di aver bisogno sia dell’Europa che degli Stati Uniti. Que-
sti ultimi sono indispensabili per il mantenimento dell’unità
della Federazione, che non ha più le risorse necessarie per ga-
rantire la sicurezza della lunga frontiera meridionale e delle
province dell’Estremo Oriente.
La Russia ha ormai ceduto alla Cina il rango di superpo-
tenza asiatica. Gli Stati Uniti sono installati nel Caucaso, nel
bacino del Caspio e in Asia centrale, mentre si registra un de-
flusso delle popolazioni slave verso la Russia europea, a ovest
degli Urali.
In un certo senso, la situazione della Federazione è analo-
ga a quella dell’impero ottomano all’inizio del Novecento.
Nessuno ha interesse a provocarne il collasso. Il crollo dell’im-
pero in Europa è stato tutto sommato positivo per il popolo
russo e ha potuto avvenire pacificamente. Un suo collasso in
Asia provocherebbe, invece, una rivoluzione degli attuali as-
setti geopolitici, non solo della Russia, ma dell’intera Eurasia.
Esso rafforzerebbe la Cina, che però non è in condizione di far
fronte alle turbolenze che certamente si produrrebbero. La
politica di Pechino è perciò estremamente cauta. Da anni non
parla più dei «trattati ineguali» imposti a suo tempo dall’im-
pero zarista. In un certo senso, essa è simile a quella di Bush
sr., che cercò di evitare in ogni modo il collasso dell’URSS,
giungendo a implorare l’Ucraina perché recedesse dai suoi
piani di secessione. Anche gli Stati Uniti hanno tutto l’interes-
se a che la Russia rimanga una potenza sul Pacifico, nella pro-
spettiva di un’intensificazione della collaborazione della Rus-
sia con l’Occidente, innanzitutto bilateralmente con gli Stati
Uniti, poi nel quadro della NATO e, infine, in quello del G8.
La terza grande tendenza geopolitica russa è quella che
sottolinea l’eccezionalità del paese, ponte fra Occidente e

112
Oriente, espressa dall’aquila bicipite dell’emblema nazionale
russo. In un certo senso è una tendenza isolazionista, irreali-
stica in un mondo sempre più globalizzato e interdipenden-
te. Certo la Russia sembra rimanere un microcosmo, o ma-
crocosmo, diverso dal resto del mondo. Pur essendo attraen-
te, tale tendenza riflette una visione astratta e romantica del-
le realtà del sistema internazionale. Poteva forse adottarla
Eltsin, dopo la scomparsa dell’euforia seguita al collasso
dell’URSS e al miglioramento dei rapporti con gli Stati Uni-
ti. Non può invece seguirla il presidente Putin, più pragma-
tico, riflessivo e consapevole della debolezza russa. Egli ha
approfittato dell’11 settembre e della successiva guerra al ter-
rorismo per allinearsi con gli Stati Uniti e imboccare la stra-
da dell’europeizzazione. È infatti persuaso che questo sia
l’unico modo per garantire alla Russia di giocare ancora un
ruolo globale, evitando ulteriori frustrazioni e umiliazioni
che potrebbero erodere le basi del suo potere.

4. Putin e l’Occidente: tra l’Europa e gli Stati Uniti

Putin sa benissimo che l’Occidente non è una minaccia per la


Russia, né può comprarlo. La Russia ha invece bisogno del-
l’Occidente. Quindi, deve accettare compromessi che costi-
tuiranno la base di una collaborazione futura, importante per
la Russia, ma che ha anche notevole valore per l’Europa e per
gli Stati Uniti. Il problema che deve affrontare Putin, e che
complica enormemente le sue scelte, è che, a seguito della cri-
si dell’Iraq, l’Occidente si è diviso. Putin è stato momen-
taneamente costretto a congelare la «grande alleanza» con
Washington, giungendo addirittura a inviare all’Iraq armi
controcarro e disturbatori GPS (Global Positioning System).
Ma lo «strappo» non è stato drammatizzato dagli Stati Uniti
ed è in fase di rapido superamento. Durante la guerra fredda
l’URSS cercò sempre di dividere l’Occidente, realizzando un
decoupling politico-strategico fra l’Europa e gli Stati Uniti.

113
Oggi una divisione dell’Occidente obbligherebbe la Russia a
scegliere fra gli Stati Uniti e l’Europa. Qualsiasi scelta com-
porterebbe più inconvenienti che vantaggi, poiché la Fede-
razione ha bisogno di entrambi per la sua modernizzazione e
la sicurezza.
Inoltre, Putin, pur non potendo non pronunciarsi a favo-
re di un mondo multipolare, per salvaguardare l’autoimma-
gine diffusa nella Russia, che crede di essere rimasta una su-
perpotenza, sa benissimo che il suo paese ha perso quello sta-
tus, sia in Europa che in Asia orientale. Lo ha mantenuto so-
lo in Asia centrale e nel Caucaso, ma non dispone più di al-
leati sicuri e forti, neppure nella Comunità degli Stati indi-
pendenti, e rischia di vedere assorbite in conflitti periferici le
sue scarse risorse. Gli alleati della Comunità degli Stati indi-
pendenti, infatti, rappresentano più una vulnerabilità che
una forza, perché troppo deboli e instabili.
A parte l’interesse russo di mantenere l’unità dell’Occi-
dente, c’è da chiedersi se Mosca dia priorità alla NATO o
all’UE, oppure ai rapporti bilaterali privilegiati con Wa-
shington. Anche in questo caso le priorità geopolitiche di Pu-
tin non sono chiare. Basta dare un’occhiata alla carta geogra-
fica per concludere che per la Russia dovrebbe essere priori-
taria l’alleanza con gli Stati Uniti, che la «coprono» sia sul
versante dell’Europa che su quello del Pacifico, bilanciando
la crescente potenza cinese in Asia orientale. Anche fra
NATO e UE la priorità russa sembra essere la NATO.
Nell’attuale situazione di debolezza, economica e militare, il
presidente Putin deve anzitutto assicurarsi che turbamenti
esterni non incidano sul corso delle riforme con cui cerca di
rafforzare la Federazione. La presenza della NATO – quindi
degli Stati Uniti – ai confini della Russia è tranquillizzante per
Mosca. I paesi europei centro-orientali, sono ancora instabi-
li. Qualsiasi situazione conflittuale inciderebbe negativamen-
te sulla Russia. L’Europa è divisa e debole militarmente, co-
me si è visto nella crisi irachena. Non può costituire perciò un
partner affidabile per la Russia, se non dal punto di vista eco-

114
nomico. All’UE manca poi una visione strategica di lungo pe-
riodo sul futuro dei suoi rapporti con Mosca. Le incertezze
europee si sono viste chiaramente nella questione dell’acces-
so a Kaliningrad. Una collaborazione della Russia in Europa,
nel quadro della PESC e della PESD, viene perciò conside-
rata con scetticismo. Le decisioni strategiche veramente im-
portanti sono prese alla Casa Bianca e, subordinatamente, al
Consiglio atlantico. Mosca ritiene perciò che una sua parte-
cipazione alle missioni di Petersberg sarebbe costosa, senza
procurarle apprezzabili vantaggi. Preoccupazioni destano in-
vece gli allargamenti, non tanto della NATO, ma dell’UE.
Quest’ultima potrebbe annullare la presenza russa sui mer-
cati dell’Europa orientale e isolare Kaliningrad.
Tale percezione si è temporaneamente modificata duran-
te la crisi irachena. In taluni momenti essa è parsa dare una
certa consistenza al «triangolo di Ekaterininburg», formato
da Russia, Germania e Francia. Sicuramente, però, il prag-
matico Putin ha considerato con grande scetticismo la possi-
bilità di far evolvere il «polo della pace» verso una vera e pro-
pria intesa geopolitica permanente. Teoricamente essa po-
trebbe anche essere la premessa di un mondo multipolare,
più equilibrato rispetto all’unipolarismo degli Stati Uniti.
I tentativi volti a dar luogo a un multipolarismo geopoliti-
co farebbero emergere infatti un nuovo mondo bipolare: Sta-
ti Uniti e Cina. Quest’ultima sarebbe la sola vera beneficiaria
dell’iniziativa. Ciò comprometterebbe definitivamente le po-
sizioni russe in Siberia e nel Pacifico e provocherebbe come
reazione il riarmo nucleare del Giappone, creando una situa-
zione di tensione e conflitto nel sistema Asia-Pacifico. Da es-
sa la Russia uscirebbe del tutto marginalizzata. Mosca e Pe-
chino non sono riuscite neppure a unificare le loro iniziative
nei confronti della Corea del Nord, visto che il presidente Pu-
tin ha deciso di appoggiare incondizionatamente la linea
americana.

115
5. Il realismo della geopolitica russa e la Cina

In sostanza – eccetto il conservatorismo di parte delle strut-


ture diplomatiche e militari e il romanticismo dei nostalgici
«rosso-bruni» dell’impero – la Russia è consapevole del fatto
che non sarà più una superpotenza globale e che non potrà
risorgere come l’araba fenice dalle ceneri di quello che è sta-
ta. Ogni possibilità d’integrazione in Europa dipende da
profonde trasformazioni, non solo della società e dell’econo-
mia, ma anche della mentalità e della cultura etico-politica. Il
processo è in corso, con alti e bassi, come avviene in tutte le
trasformazioni. Le instabilità del Sud e l’inevitabile competi-
zione a est spingono la Russia verso ovest. Sia gli Stati Uniti
che l’Europa hanno interesse a favorire tale evoluzione. De-
vono quindi facilitare, per quanto possibile, l’azione di Putin,
aiutandolo a superare le opposizioni interne, nonostante che
certe iniziative del presidente russo – dalla guerra in Cecenia,
al controllo dei media e dell’economia – vengano considera-
te da taluni preoccupanti regressioni verso l’autoritarismo,
che ha sempre caratterizzato l’esercizio del potere in Russia.
C’è da aggiungere che anche Pechino è favorevole all’inte-
grazione della Russia in Europa. La Cina, infatti, concentra-
ta sullo sviluppo economico e la stabilizzazione politico-so-
ciale, ha tutto l’interesse alla stabilità del contesto geopoliti-
co, consapevole che un collasso della Federazione in Siberia
e nelle Province marittime provocherebbe un’instabilità ben
superiore a quella determinata dal ritiro di Mosca dall’Euro-
pa centro-orientale e dalla frammentazione dell’URSS. Pe-
chino teme che di tale situazione approfitterebbero Occi-
dente e Giappone, per aumentare la loro influenza a nord
delle frontiere cinesi. Sicuramente la Cina preferirebbe che la
Russia s’integrasse in Europa piuttosto che con la NATO, an-
che per evitare che gli Stati Uniti espandano la loro sfera d’in-
fluenza dall’Asia centrale alla Siberia: un accerchiamento
strategico che sarebbe volto al contenimento della Cina. Ciò
potrebbe indebolire il potere del Partito comunista cinese,

116
già sfidato dalla liberalizzazione dell’economia, e accentuare
il nazionalismo crescente nell’impero di mezzo. In sostanza,
il collasso della Federazione russa produrrebbe effetti a cate-
na che potrebbero portare a un confronto fra Pechino e Wa-
shington, a cui la Cina sa di non essere preparata, almeno nei
prossimi decenni.

6. Il riallineamento geopolitico russo dopo l’11 settembre

Il riallineamento geopolitico provocato dall’11 settembre, dal-


la guerra al terrorismo e dalla crisi irachena ha investito anche
la politica interna russa, accelerando tendenze già in atto e, so-
prattutto, fornendo a Putin l’opportunità per aumentare il suo
potere con l’appoggio dell’Occidente. Ciò ovviamente ha avu-
to un costo, ad esempio quello di accettare lo schieramento di
forze americane ed europee dal Caucaso all’Asia centrale, e di
assistere al collasso del trattato del 1972 sulla limitazione del-
le difese antimissili strategici. L’alleanza di fatto fra l’Occi-
dente e la Russia, sancita anche dall’entrata di quest’ultima nel
G8, appare irreversibile. La sua accelerazione è stata una del-
le conseguenze più importanti dell’11 settembre. Beninteso, la
decisione di Putin è stata contrastata dalla forze più conserva-
trici. Il brillante generale Ivasciov, capo del dipartimento del-
la Politica militare del ministero della Difesa, è stato allonta-
nato dal suo incarico proprio per le sue vivaci proteste e ha rag-
giunto quanto resta degli «eurasisti», divenendo vicepresi-
dente dell’Istituto di geopolitica della Duma.
Forse non è del tutto vero quello che sostiene Dmitri Tre-
nin, secondo cui la scelta della globalizzazione ha segnato la
fine della geopolitica in Russia. La scelta della cooperazione
con l’Occidente – quindi di essere un partner se non attore
della globalizzazione – permette infatti a Mosca di giocare
nuovamente un ruolo geopolitico importante, ruolo che non
le permetterebbero invece di giocare le sue ridotte risorse e
la sua rilevante vulnerabilità.

117
Capitolo VI
Il resto del mondo

In questo capitolo parleremo prima delle prospettive geopoli-


tiche dei due colossi asiatici, la Cina e l’India, si accennerà poi
al problema del Golfo, dell’Asia centrale e del Sud-Est asiatico,
per terminare con l’Islam, percepito da molti come sfida per la
geopolitica mondiale. Non si parlerà, invece, del continente
perduto, l’Africa, e di quello marginalizzato, l’America Latina.
Essi sono infatti ininfluenti per i futuri assetti del mondo.

1. LA CINA

Il «ritorno» geopolitico della Cina

Dalla fine degli anni Settanta, dopo il sanguinoso imbroglio


della rivoluzione culturale – tanto celebrata in Europa da co-
loro che hanno bisogno di credere in qualcosa, anche per non
fare lo sforzo di capire come vanno le cose nel mondo –, la
Cina ha conosciuto un’enorme crescita economica grazie al-
le quattro modernizzazioni del premier Deng Xiaoping. La
stabilità interna è stata mantenuta, rendendo compatibile la
liberalizzazione dell’economia con il potere del Partito co-
munista. La Cina non ha commesso l’errore di Gorbaciov,
quello di associare perestroika e glasnost, miscela esplosiva
che ha provocato nell’Unione Sovietica uno dei più grandi di-
sastri geopolitici della storia. Piazza Tienanmen ha salvato la
Cina, pur provocando un coro di proteste internazionali. In

118
casi assai più gravi – come quello della Cecenia – le proteste
sono state molto minori. In effetti, la ragione di tali proteste
va ricercata, più che nel fatto in sé, nella sua utilizzazione da
parte soprattutto degli Stati Uniti, per motivare il rovescia-
mento dei rapporti con la Cina causato dalla fine della guer-
ra fredda.
Dopo la visita a Pechino del 1972 di Nixon e Kissinger, la
Cina si era di fatto trasformata in alleato degli Stati Uniti nei
confronti dell’Unione Sovietica. Negli anni Ottanta, l’Occi-
dente aveva notevolmente attenuato gli embarghi nei con-
fronti di Pechino sulle tecnologie strategicamente critiche.
Lo ricordo benissimo, perché in quel periodo fui incaricato
dal COCOM – organo di gestione degli embarghi tecnologi-
ci del mondo occidentale nei confronti del blocco sovietico e
dei paesi considerati suoi alleati – di elaborare una bozza di
green line nelle liste delle tecnologie proibite, che consentis-
se alla Cina di aumentare le sue capacità difensive, ma non
quelle di proiezione di potenza a distanza. La cooperazione
occidentale iniziò dopo il disastroso attacco cinese al Viet-
nam, nel 1979, che dimostrò la debolezza dell’Esercito po-
polare – anche delle sue unità di élite, quale la 22ª Armata di
marcia che aveva guidato l’attacco, proprio quella di piazza
Tienanmen.

Cina, Stati Uniti e Russia dopo la fine della guerra fredda

Con la fine della guerra fredda la debole Russia diveniva il «na-


turale» alleato di Washington per contenere la crescente po-
tenza economica e militare cinese. Per questo motivo Wa-
shington cercò in ogni modo di stimolare la cooperazione eco-
nomica del Giappone e della Corea del Sud con le Province
marittime russe e con la Siberia orientale, di contrastare la pe-
netrazione cinese in Asia centrale e, approfittando della guer-
ra al terrorismo, di installarsi nella regione, divenendo inoltre
parte degli instabili equilibri di potenza nell’Asia meridiona-

119
le, fra India e Pakistan. Gli Stati Uniti hanno sostenuto inoltre
la controguerriglia nelle Filippine e costituiscono l’elemento
centrale degli equilibri strategici anche nell’Asia orientale e
sud-orientale, sia tramite legami bilaterali – fra i quali sta ac-
quistando particolare importanza strategica quello con il Viet-
nam –, sia con l’ANZUS, alleanza con l’Australia e la Nuova
Zelanda, veri presidi dell’Occidente nell’Oceania.
Tutto ciò accresce a Pechino il timore dell’accerchiamen-
to. Esso non supera, però, determinati limiti, date: l’estensio-
ne e complessità dei rapporti di collaborazione cino-ameri-
cani, soprattutto in campo economico; le vulnerabilità cine-
si, dovute anche all’integrazione nel mercato globalizzato, e
la debole capacità di proiezione di potenza di Pechino. In so-
stanza, la Cina, per diversi decenni ancora, non potrà diveni-
re un competitore globale degli Stati Uniti. Essa non è né una
nuova Unione Sovietica, da contenere, né il Giappone degli
anni Ottanta, che allora si temeva divenisse la prima potenza
economica mondiale, provocando negli Stati Uniti la reazio-
ne emotiva del bashing Japan.
Negli ultimi vent’anni, la Cina è tornata a essere l’«impe-
ro di mezzo», grazie alla sua straordinaria crescita. Il «peri-
colo giallo» è un argomento evocato negli Stati Uniti e oggi
anche in Europa con sempre maggiore inquietudine. A Wa-
shington si è parlato con insistenza della necessità di conte-
nere la Cina che, soprattutto secondo i neoconservatives, ri-
marrebbe l’unico possibile competitore dell’egemonia globa-
le degli Stati Uniti (solo taluni studiosi fantasiosi, come Char-
les Kupchan, o politici romantici, come il francese de Ville-
pin, suggeriscono che tale competitore possa o debba essere
l’Europa). Il mondo tornerebbe, insomma, a essere bipolare
e si risveglierebbe la «pattomania» strategica di Washington,
sviluppatasi a partire dalla «dottrina Truman» – che avrebbe
dato luogo alla costituzione della catena di alleanza della NA-
TO alla SEATO (South East Asia Treaty Organization).

120
La Cina «è un giallo»,
ovvero il ritorno dell’«impero di mezzo»

Anche se è probabile che l’Eurasia orientale divenga la re-


gione chiave della geopolitica del XXI secolo, come lo fu
l’Europa nel XX, non sono affatto persuaso che essa verrà
dominata da Pechino. Il contesto geopolitico, sia mondiale
che dell’Eurasia orientale, è molto più complesso di quello
dell’Europa della fine degli anni Quaranta. Quest’ultima era
divenuta un vuoto geopolitico. Nell’Asia esistono, invece, al-
tre grandi potenze, come l’India e il Giappone, senza dimen-
ticare la Russia, anche se la sua potenza nella regione è decli-
nante. Nell’Eurasia orientale esiste un sistema di equilibri si-
mile a quello europeo del XIX secolo; le rivalità tradizionali
e le disomogeneità dei concetti di sicurezza sono simili a quel-
le che allora esistevano in Europa. Domina il bilateralismo.
L’unico equilibratore è rappresentato dagli Stati Uniti. Senza
di essi scoppierebbero rapidamente conflitti regionali mag-
giori, preceduti da un’intensa corsa agli armamenti. Gli Stati
Uniti hanno un’elevata capacità di influenza sull’economia
cinese, per quanto riguarda sia il commercio, gli investimen-
ti diretti esteri e il trasferimento di tecnologie civili, sia i rifor-
nimenti energetici (per la tecnologia militare, la Cina mantie-
ne stretti legami con la Russia).
Negli anni Ottanta erano popolari negli Stati Uniti miti co-
me quello del «Giappone numero uno» o del «secolo del Pa-
cifico». Con l’inizio della lunga crisi economica giapponese –
da cui sembra che il paese sia uscito solo nel 2003 – a Wa-
shington si cominciò a ritenere che la Cina potesse trasfor-
marsi in un perturbatore mondiale, divenendo l’egemone
nell’intera Eurasia orientale. In tale regione il paese avrebbe
potuto assumere il controllo diretto del rimland, avvalendosi
delle sue numerose diaspore, della sua influenza economica e
sviluppando una grande marina militare, capace di conquista-
re Taiwan e dominare il Mar Cinese meridionale. Il documen-
to sugli interessi nazionali di lungo periodo degli Stati Uniti,

121
scritto nel 1992 da Paul Wolfowitz, oggi numero due del Pen-
tagono e uno dei leader dei neoconservatives, indica chiara-
mente la Cina come unico potenziale competitore dell’ege-
monia americana. A Cancún la Cina si è messa a capo del
«Gruppo dei 21», che ha attaccato l’Occidente per il suo pro-
tezionismo agricolo, forse con il consenso degli Stati Uniti, di-
venuti contrari al multilateralismo istituzionale anche in cam-
po economico.
A Pechino i sospetti e l’ostilità americani erano ricambia-
ti. I cinesi accusavano Washington di interferenze egemoni-
che e, a volte, sembravano perdere la tradizionale pazienza,
soprattutto in relazione a Taiwan, o alle prospettive di svi-
luppo di un sistema di difesa antimissili strategici, o anche di
quelli «tattici» già schierati nell’Isola e in Giappone. Le dife-
se antimissili, la cui installazione modificherebbe i rapporti di
forze strategici futuri, sia globali che regionali, costituivano il
settore in cui più vivacemente si manifestavano le divergen-
ze, e le tensioni, fra Pechino e Washington. Per molti strana-
mente – ma a parer mio del tutto realisticamente – Pechino
non ha reagito all’uscita degli Stati Uniti dal Trattato ABM
contro i missili antimissili balistici intercontinentali, firmato
nel 1972, tre mesi dopo l’11 settembre, allorquando la Cina
aveva affiancato la Russia – pur con le solite reticenze e am-
biguità – nella «sacra alleanza» antiterrorismo formata da
Washington. Sicuramente sulle decisioni cinesi hanno influi-
to il cambiamento della classe dirigente, una valutazione ap-
profondita delle proprie potenzialità e vulnerabilità, econo-
miche e strategiche, l’acuirsi delle tensioni con la Corea del
Nord, l’aumento della potenza militare giapponese e altri fat-
tori ancora, quale la moderazione dimostrata dall’Ammini-
strazione americana nel trasferire a Taiwan sistemi antimissi-
li dell’ultima generazione.

122
La Cina e l’Eurasia orientale

Un’espansione cinese nell’«estero vicino» è temuta per i nu-


merosi contenziosi che rimangono aperti. Pechino vuole re-
golare i conti con il Vietnam, potenza militare maggiore del-
l’ASEAN (Association of South-East Asian Nations), in pos-
sesso di grandi tradizioni marziali, che inflisse alla Cina l’umi-
liazione del 1979. Anche con i paesi rivieraschi del Mar Cine-
se meridionale esistono tensioni, degenerate in scontri nava-
li con gli Stati rivieraschi per il controllo delle isole Paracel-
so e Spartley. Queste si sono attenuate a partire dalla secon-
da metà degli anni Novanta, quando si è accertato che le ri-
sorse petrolifere della regione sono molto inferiori a quanto
ipotizzato. I problemi «più caldi» riguardano però Taiwan,
considerata parte integrante del territorio cinese e dove si
vanno rafforzando le tendenze autonomiste. Con il Giappo-
ne esistono contenziosi per qualche isolotto, ma soprattutto
rivalità tradizionali di potenza e d’influenza in Asia, acuite dai
ricordi della brutalità dell’occupazione giapponese. Con la
Russia i rapporti sono per lo meno ambigui. Finché la Cina
dovrà affrontare rivalità strategiche nelle regioni marittime
cercherà di mantenere tranquilla la lunga frontiera setten-
trionale con la Russia, preferendo sicuramente un’espansio-
ne soft a uno scontro. Beninteso, sia Pechino che Mosca san-
no benissimo che un’alleanza russo-cinese non potrebbe mai
equilibrare la potenza degli Stati Uniti. Essa sarebbe sbilan-
ciata. Infatti, rafforzerebbe la Cina nei confronti della Russia.
Anche i geopolitici «rosso-bruni» di Mosca sono perfetta-
mente consapevoli che l’aumento della potenza cinese rap-
presenta il principale pericolo per la Federazione e che, da un
momento all’altro, potrebbe riaffiorare il problema dei «trat-
tati ineguali», soprattutto se una crisi economica o istituzio-
nale dovesse indurre il governo di Pechino a cercare di vol-
gere all’estero l’attenzione della propria opinione pubblica.
Per completare il quadro, devono essere ricordate la con-
vinzione della superiorità della millenaria civiltà cinese ri-

123
spetto a quella occidentale, il dispetto con cui vengono ac-
colti i rimproveri per le persecuzioni religiose interne, non-
ché per quelle nel Sinkiang e nel Tibet; infine, la rivalità con
l’India e il sostegno della Cina al Pakistan. Le tensioni con
l’India non riguardano solo problemi di frontiera, ma la stes-
sa competizione per la leadership dei paesi del Terzo Mon-
do. New Delhi aspira alla parità con la Cina, che Pechino ov-
viamente guarda con sospetto e cerca di contrastare soste-
nendo il Pakistan, creando basi navali in Birmania, nel Golfo
del Bengala e così via. I rapporti con l’India sono formal-
mente migliorati dopo l’11 settembre, ma la realtà geopoliti-
ca delle percezioni e degli interessi rende le tensioni struttu-
rali, quindi gli equilibri instabili.

Cina, Giappone e Stati Uniti

La Cina – come si è ricordato – è consapevole della propria


debolezza militare nei confronti degli Stati Uniti, nonché del
fatto che, se la sua politica fosse percepita come troppo ag-
gressiva, provocherebbe un riarmo anche nucleare del Giap-
pone. La Cina sa anche di essere temuta per la sua storia im-
periale, per le sue dimensioni e potenza, per la sua convin-
zione storica di essere il centro del mondo e per la diffusione
delle sue diaspore, sparse un po’ ovunque nel rim eurasiati-
co. Esse sono sistematicamente vittime di persecuzioni e mas-
sacri allorquando si verificano instabilità, come è avvenuto di
recente in Indonesia. Tra le principali vulnerabilità cinesi vi
è certamente la dipendenza economica dall’estero. La Cina,
inoltre, sta attraversando una crisi di trasformazione, con
enormi problemi sociali e con un PIL per abitante molto bas-
so, a cui si uniscono le difficoltà di coabitazione fra l’autori-
tarismo politico e il liberalismo economico.

124
I condizionamenti economici della politica estera cinese

La crescita dell’economia cinese negli ultimi vent’anni è sta-


ta eccezionale: dal 7 al 9% l’anno. La sua continuazione di-
pende dalla stabilità del contesto geopolitico; solo così la Ci-
na può continuare ad attivare la grande massa degli investi-
menti diretti esteri (nel 2002 è stata la prima beneficiaria di
tali investimenti nel mondo e nel 2003 essi sono ammontati a
oltre 50 miliardi di dollari).
In quindici anni la sua percentuale del commercio mon-
diale è triplicata. Nel 2003 le sue esportazioni hanno supera-
to quelle francesi. La Cina è divenuta così il quarto esporta-
tore del mondo, dopo Stati Uniti, Germania e Giappone.
L’avanzo commerciale nei confronti degli Stati Uniti è enor-
me: oltre 100 miliardi di dollari. Pechino è, quindi, vulnera-
bile a sanzioni economiche, a cui potrebbero ricorrere gli
USA in caso di tensione. Washington ha sempre impiegato in
maniera disinvolta l’arma economica al servizio della sua po-
litica estera, senza curarsi molto dell’impatto negativo che
embarghi e sanzioni hanno per le imprese americane.
Un dato già menzionato illustra bene la vulnerabilità
dell’economia cinese, fortemente export led. Il 70% delle im-
portazioni e il 75% delle esportazioni cinesi sono nelle mani
di società straniere. Ciò dimostra che, nonostante il nuovo
«pericolo giallo» rappresentato dall’invasione di prodotti ci-
nesi sui mercati occidentali, l’essenza del commercio estero ci-
nese si svolge all’interno del sistema delle imprese multinazio-
nali, molte delle quali americane, localizzate in Cina per avva-
lersi del dumping sociale ed ecologico (oggi anche monetario),
della scarsa tutela dei diritti di proprietà intellettuale e del-
l’ineguagliata qualità della mano d’opera. L’enorme saldo
commerciale nei confronti degli USA è dovuto anche al colle-
gamento che lo yuan ha con il dollaro. Perciò, la Cina, come il
Giappone e i «dragoni» asiatici acquistano grandi quantità di
dollari e di buoni del tesoro americani e sono sottoposti a for-
ti pressioni perché rivalutino le loro monete. Finora hanno ri-

125
fiutato di farlo per non penalizzare la loro economia. Ne sono
risultati forti effetti distorsivi sul commercio internazionale, a
danno soprattutto di Eurolandia. L’euro si è rivalutato in due
anni del 40% rispetto al dollaro, contribuendo a frenare la ri-
presa dell’economia europea. Beninteso, il sostegno del dolla-
ro da parte dell’Estremo Oriente asiatico ne ha frenato la di-
scesa, ma rende le loro esportazioni più competitive sui mer-
cati mondiali, anche in quelli tradizionali europei. Per tale po-
litica, nel 2003, il governo cinese ha acquistato oltre 100 mi-
liardi di dollari di buoni del tesoro americani. Perciò le riser-
ve della Banca centrale cinese superano oggi i 400 miliardi di
dollari, pari al 25% del PIL cinese. C’è da chiedersi fino a
quando Pechino (e anche Tokyo) potrà seguire tale politica,
che prescinde da ogni normale valutazione di ritorno econo-
mico degli investimenti. Fino a quando cioè tali riserve non
verranno impiegate come stimolo ai consumi. È da escludere
che Pechino voglia, aumentando le riserve in dollari, mettersi
in condizioni di resistere a pressioni economico-finanziarie
americane e tanto meno che possano essere utilizzate a scopi
offensivi, per fare una guerra al dollaro. Vale sempre la frase
pronunciata negli anni Cinquanta dall’allora direttore della
Federal Reserve: «Il dollaro è la nostra moneta, ma è un vostro
problema». Il deprezzamento della moneta americana provo-
cherebbe un disastro economico, non solo in Europa, ma an-
che in Cina, e in tutto il sistema Asia-Pacifico, aumentando la
competitività delle esportazioni americane. È molto più pro-
babile invece che aumenti la collaborazione fra la Cina e gli
Stati Uniti. Ciò rende francamente ridicole le polemiche eu-
ropee sul «pericolo cinese», sebbene lo yuan sia sicuramente
sopravvalutato e le contraffazioni del made in Italy provochi-
no gravi danni alle esportazioni italiane. La decadenza italia-
na, in realtà, dipende più dalle pensioni di anzianità che dalla
concorrenza cinese. La Cina è un mercato in enorme espan-
sione. Non è praticabile alcuna misura difensiva. È producen-
te solo l’utilizzazione delle opportunità che offre. La Cina – co-
me l’India – deve diventare il luogo privilegiato del made by

126
Europe e del made by Italy. Se così non sarà, la decadenza glo-
bale di Eurolandia diventerà inevitabile, nonostante la retori-
ca degli obiettivi di Lisbona.

La politica estera di Pechino

Pechino è consapevole di tutto ciò. Perciò la sua politica è


estremamente pragmatica, pur non rinunciando alla perce-
zione geopolitica tradizionale, quella di occupare un posto
centrale nel mondo («impero di mezzo»), che la induce a op-
porsi a ogni egemonia e, soprattutto, a ogni interferenza de-
gli Stati Uniti negli affari interni cinesi. La politica estera ci-
nese è contraddistinta generalmente da un basso profilo, ma
anche da notevole fermezza nel difendere gli interessi e il pre-
stigio nazionali, nonché dal tradizionale formalismo, spesso
utilizzato per posporre le decisioni, il che è del tutto funzio-
nale alla politica della paziente attesa, fondata sulla persua-
sione che il tempo giochi a favore della Cina.
L’attacco per errore dell’ambasciata cinese a Belgrado e
l’incidente aereo dell’aprile 2001, che portò alla distruzione
di un caccia cinese e all’atterraggio nell’isola di Hainan di un
ricognitore americano, nonché le tensioni conseguenti al di-
scorso frequente, nella comunità strategica americana, sulla
possibilità di una grande guerra con la Cina – considerata
esplicitamente nella «Quadrennial Defense Review» del 30
settembre 2001 – avevano aumentato le tensioni con gli USA,
che pure avevano aperto a Pechino le porte dell’OMC, man-
tenendo tuttavia chiuse quelle del G8 (solo a Evian, nel 2003,
Pechino ha partecipato come osservatore). La Cina, almeno
per qualche decennio ancora, non ha alternative a una politi-
ca di collaborazione o di coesistenza pacifica con gli USA, po-
tenza dominante in tutti i campi nell’Eurasia orientale e nel
sistema Asia-Pacifico.
Poiché non possono sfidare gli Stati Uniti, i cinesi devono
accordarsi con loro cercando di salvare la faccia. I loro diri-

127
genti continuano a protestare contro l’egemonia USA e a
esprimere preoccupazioni per la rivoluzione negli affari mili-
tari, per l’alleanza fra USA e Giappone e così via. Ma, nella
sostanza, sanno di non avere alternative a un accordo. L’oc-
casione per concluderlo è stata offerta loro dall’11 settembre.
Pechino, come Mosca e Islamabad, ha aderito subito alla
grande coalizione antiterroristica, pur mantenendo un profi-
lo molto basso – stesso profilo tenuto, del resto, nelle prote-
ste contro la guerra all’Iraq – e approfittandone per intensi-
ficare la repressione in Tibet e in Sinkiang, nonché contro la
setta buddista Falun Gong.
Il miglioramento dei rapporti con gli Stati Uniti è stato san-
cito nel novembre 2001, nella riunione dell’APEC (Asian Pa-
cific Economic Cooperation) a Shanghai. Essa ha relegato
all’irrilevanza (ammesso ve ne fosse bisogno) e nel settore del-
le dichiarazioni di buone intenzioni i precedenti accordi del
cosiddetto «Gruppo di Shanghai» fra la Cina, quattro paesi
dell’Asia centrale e la Russia – nonché quello di cooperazione
e amicizia con Mosca. Quest’ultimo aveva suscitato il plauso e
le speranze dell’antiamericanismo, anche nostrano, pur non
avendo alcuna credibilità geopolitica. Le esportazioni russe di
armamenti anche sofisticati in Cina rispondono a necessità di
sopravvivenza dell’industria della difesa. Strategicamente so-
no una follia, come lo furono quelle dell’Italia in Grecia fino ai
primi mesi del 1940 (i mortai da 81 mm e le mitragliatrici bloc-
carono infatti le truppe italiane nell’Epiro).
Gli Stati Uniti hanno un altro elemento di forza nei con-
fronti della Cina: controllano i flussi di petrolio e gas del
Golfo – dopo l’11 settembre anche quelli dell’Asia centrale –
e sono sempre più associati all’industria petrolifera russa. È
anzi probabile che gli americani siano presenti nel maxicon-
tratto di forniture energetiche russe alla Cina di 150 miliardi
di dollari in venticinque anni recentemente concluso.
Gli enormi problemi interni che la Cina deve superare per
la sua modernizzazione fanno sì che, anziché una potenza
perturbatrice, essa sia oggi addirittura un pilastro dello statu

128
quo geopolitico eurasiatico. Ciò risulta chiaramente nella Na-
tional Security Strategy di Bush. Oggi la strategia americana è
concentrata sulla guerra al terrorismo e alla proliferazione,
non esclude però la possibilità di conflitti regionali, di cui il
più importante per la Cina sarebbe un attacco statunitense al-
la Corea del Nord.
Certo i «giochi» geopolitici sono sempre aperti e, data la
rapidità dei mutamenti attuali, è difficile formulare una pre-
visione. Appare però probabile che in futuro la Cina si con-
centri sui propri problemi interni, anziché espandersi sul rim-
land dell’Oriente asiatico o, tanto meno, in Asia centrale e in
Siberia. L’espansione cinese sarà comunque basata sull’eco-
nomia e sulla demografia più che sulla forza. La presenza di
altre grandi potenze – in particolare dell’India, ma anche del
Giappone – rende il quadro complesso, in una regione che
tende a divenire il centro dell’economia mondiale del XXI se-
colo. Gli Stati dell’Asia orientale e sud-orientale hanno a di-
sposizione molte più opzioni geopolitiche di quante ne aves-
se l’Europa nel 1950.
Anche a causa del mutamento della classe dirigente cine-
se e per il fatto che il centro di gravità della Cina si è sposta-
to sulle regioni costiere, vulnerabili alla potenza navale ame-
ricana, è verosimile che la politica cinese nei prossimi decen-
ni rimanga estremamente cauta, più orientata al manteni-
mento dello statu quo che a un’espansione territoriale. Que-
st’ultima, d’altro canto, non fa parte della tradizione cinese,
diretta a ottenere la deferenza dei popoli vicini verso l’impe-
ratore di Pechino, più che ad assoggettarli. Nell’intera regio-
ne è in atto un riarmo molto rilevante. Non è detto, tuttavia,
che esso porti a un conflitto. Le armi non portano alla guer-
ra. L’enorme potenza degli armamenti schierati nel confron-
to bipolare ha sicuramente contribuito a far sì che la con-
trapposizione rimanesse «fredda» e non si trasformasse in
«calda».

129
Il riavvicinamento a Washington dopo l’11 settembre

L’11 settembre ha avuto riflessi sulla stabilità dell’intera Eu-


rasia orientale. Le tensioni della Cina con l’India si sono atte-
nuate, forse anche perché gli Stati Uniti sono ormai diretta-
mente coinvolti nella stabilità dell’Asia meridionale. Sono mi-
gliorate anche le relazioni di Pechino con i paesi dell’ASEAN.
L’Asean Regional Forum non si trasformerà, però, in una spe-
cie di OSCE asiatica, né riuscirà a concordare serie misure di
controllo degli armamenti. La stabilità strategica è affidata più
al riarmo che al disarmo; ai legami bilaterali che alla solidità di
istituzioni di sicurezza collettiva o di alleanze, con la sola ec-
cezione di quella trilaterale dell’ANZUS.
Pur protestando contro l’egemonia americana, la Cina
non si può neppure mettere alla testa del Terzo Mondo, che
si è frammentato con la fine del confronto bipolare e in cui
molti paesi sono sospettosi delle reali intenzioni cinesi. Né
Pechino può protestare contro la globalizzazione, di cui è
uno dei principali beneficiari. Caratteristica, a questo riguar-
do, è stata l’astensione cinese dalla difesa dei «valori asiatici»
contro quelli occidentali, particolarmente viva soprattutto in
Malaysia, a seguito della crisi finanziaria del 1997-98. La pre-
senza e la garanzia strategica americane evitano che il Giap-
pone e la Corea del Sud si riarmino per garantire unilateral-
mente la loro sicurezza. Contro il riarmo giapponese giocano
sia i ricordi della seconda guerra mondiale, sia il timore del-
la Cina di vedere contestato il suo rango di principale poten-
za asiatica, forse anche con la costituzione di alleanze «antie-
gemoniche» soprattutto nel Mar Cinese meridionale. L’occi-
dentalizzazione della Russia contribuisce proprio a garantire
tale stabilità, a evitare che si formi una zona di turbolenza sul-
la frontiera settentrionale cinese e a contenere l’altrimenti
inevitabile espansione della presenza occidentale – america-
na e giapponese – in Siberia.
È probabile che tale situazione di ambiguità continui, ma
che rimanga dinamica, non essendo praticabile la costituzio-

130
ne di alleanze multilaterali, né la messa in opera di meccani-
smi di prevenzione delle crisi o di risoluzione dei conflitti.
Continueranno a dominare i rapporti bilaterali.
L’unica organizzazione multilaterale di sicurezza esistente
nella regione, l’ARF (Asean Regional Forum, che compren-
de 23 paesi e a cui partecipa anche l’UE), ha scarsa impor-
tanza. È solo un foro di riunione e dibattito, non ha capaci-
tà decisionali e, infatti, non è intervenuta nella crisi a Timor
Est.
Il riavvicinamento agli Stati Uniti, seguito agli avvenimen-
ti dell’11 settembre, in definitiva sembra essere una scelta
strategica. Lo dimostrano i buoni uffici che Pechino sta svol-
gendo per la soluzione della crisi legata alla costruzione di ar-
mi nucleari in Corea del Nord. Oltre che a problemi di ca-
rattere più globale, quale quello di evitare il riarmo nucleare
del Giappone, sicuramente Pechino è preoccupata per un
possibile attacco americano alla Corea del Nord, che non po-
trebbe però evitare, anche per il pericolo di sanzioni com-
merciali. Esso estenderebbe la presenza statunitense in re-
gioni direttamente confinanti con la Cina, ne aumenterebbe
il complesso di accerchiamento e la umilierebbe.
In sostanza, pur essendo fondata su equilibri di potenza,
anziché su un sistema di sicurezza collettiva, la stabilità geo-
politica del sistema Asia-Pacifico non dovrebbe subire gran-
di perturbazioni nell’avvenire prevedibile. Certo, esistono
dei rischi. Tra i punti critici, a parte la già menzionata Corea
del Nord, vi è lo stretto di Taiwan – in cui si potrebbero ri-
petere incidenti del tipo delle «esercitazioni» missilistiche ci-
nesi condotte ai limiti delle acque territoriali, dello schiera-
mento di portaerei della VII Flotta, o del ricognitore ameri-
cano atterrato ad Hainan nell’aprile 2001. Inoltre un nuovo
confronto fra l’India e il Pakistan, che coinvolga anche i pae-
si contermini, destabilizzerebbe gli equilibri dell’intera Eura-
sia orientale e meridionale.

131
2. L’INDIA

La crescita dell’India e le sue vulnerabilità strategiche

Come la Cina anche l’India è in una fase di grande crescita eco-


nomica, a cui si unisce – a differenza di quanto avviene nel ca-
so cinese – una vivace espansione demografica. La popolazio-
ne indiana, come ricordato, supererà quella della Cina a metà
del XXI secolo. Taluni ritengono che l’India si trovi oggi in
condizioni molto simili a quelle che hanno consentito il «mi-
racolo economico cinese» degli anni Novanta. Il suo tasso di
crescita è due terzi di quello della Cina (nel 2004 si avvicinerà
a quello cinese del 9% all’anno, 8,4% nel 2003). Il suo PIL, a
parità di valore d’acquisto, oggi è pari a metà di quello cinese.
Le forze armate indiane sono moderne e professionalizzate.
Sotto tale aspetto, l’India ha attuato da tempo la riforma che
deve ancora realizzare la PLA (Esercito di liberazione popo-
lare) cinese. Rispetto alla Cina, l’India ha tuttavia lo svantag-
gio di essere molto frammentata etnicamente. Gli equilibri in-
terni sono messi a dura prova dal nazionalismo indù. Per rea-
zione, si sta accrescendo la radicalizzazione degli oltre 100 mi-
lioni di cittadini musulmani. Ciò potrebbe aumentare le ten-
sioni già molto forti esistenti con il Pakistan.
L’India è meno dipendente e vulnerabile dall’estero ri-
spetto alla Cina; il suo mercato è più protetto; può avvalersi
dell’esistenza di un numeroso ceto borghese e dell’uso del-
l’inglese, lingua ufficiale comune alle diverse regioni. Inoltre,
il paese non presenta la contraddizione cinese fra l’autorita-
rismo politico e il liberismo economico. L’economia soffre
del fatto che l’India – in passato dotata di una potenza com-
merciale addirittura superiore a quella cinese e forte di un’in-
fluenza economica estesa dalla penisola arabica all’Indoci-
na – ha adottato negli ultimi decenni una politica estera eco-
nomica introversa. È meno integrata della Cina nell’econo-
mia globalizzata.

132
La diminuzione dell’integrazione indiana con il resto del-
l’Eurasia iniziò nel periodo coloniale. Fu allora che i rapporti
dell’India con la Cina, che fino a quel momento non erano mai
stati conflittuali, cominciarono a guastarsi. Le tensioni furono
massime a seguito della «guerra dell’oppio», il cui commercio
era monopolio di compagnie britanniche dislocate in India. In
quel periodo si interruppero anche i rapporti prima molto
stretti con l’Asia centrale, a causa del great game fra l’impero
zarista e quello britannico. Il buddismo e i Gran Mogol erano
giunti in India proprio da tale regione. La separazione è dive-
nuta netta con la creazione del Pakistan e i successivi conflitti
indo-pakistani. La distruzione da parte dei Taliban degli sto-
rici monumenti buddisti in Afghanistan non è stata certamen-
te solo una manifestazione d’intolleranza religiosa, ma anche
un «segnale» politico, forse ispirato dall’ISI, il potente servi-
zio segreto militare pakistano. Esso ha sempre cercato di con-
solidare il suo potere, mantenendo elevato il livello di conflit-
tualità con l’India e l’esclusività dello spazio centroasiatico,
che garantisce a Islamabad una certa profondità strategica.
Il «non allineamento» nel corso della guerra fredda ha con-
tribuito ad aumentare ulteriormente l’isolamento di New
Delhi dall’Asia e dall’Occidente. La quota indiana del com-
mercio mondiale, che era del 2% nel 1950, si era ridotta allo
0,5 nel 1975 – percentuale allora pari a quella della Cina – e
oggi si aggira sull’1%, mentre quella cinese ha superato il 6%.
Lo sviluppo delle relazioni economiche con gli Stati Uniti ha
fatto decollare le economie giapponese, coreana e dei «drago-
ni» del Sud-Est asiatico, contribuendo a sua volta all’aumen-
to della marginalizzazione dell’India. Oggi il Giappone e so-
prattutto la Corea del Sud stanno effettuando consistenti in-
vestimenti nel subcontinente indiano, mentre è aumentata la
cooperazione, anche militare di New Delhi, con gli Stati Uni-
ti e con Israele. Quest’ultimo cerca di coinvolgere l’India ne-
gli equilibri dello spazio di sicurezza israeliano, che include
l’intero Golfo, allargato all’Asia centrale e meridionale. Con-
tribuendo al rafforzamento militare indiano, Israele cerca di

133
neutralizzare così non solo il Pakistan, ma anche l’Iran. La po-
litica indiana è tuttavia cauta e tende a evitare ogni coinvolgi-
mento diretto, che potrebbe suscitare tensioni con la sua con-
sistente popolazione islamica. Perciò, New Delhi ha declinato
l’invito americano di inviare truppe in Iraq e mantiene buoni
rapporti con Teheran, con cui ha recentemente concluso un
importante contratto per la fornitura di petrolio.
Se la Cina è spesso considerata con sospetto e timore dai
paesi vicini, l’immagine internazionale dell’India è migliore.
Durante la guerra fredda – con l’Egitto e la Jugoslavia – essa
era a capo del movimento dei non allineati e mantenne una
posizione tutto sommato moderata. A differenza dei popoli
colonizzati dell’Islam, l’India ha sempre avuto buoni rappor-
ti con la potenza ex coloniale. L’UE è oggi il suo principale
partner commerciale, anche se sta crescendo rapidamente la
quota del Sud-Est asiatico, del Giappone e della Corea. In
una competizione commerciale fra UE e USA è sull’India,
più che sulla Cina, che la prima potrebbe puntare. Tuttavia,
la nuova classe dirigente indiana si sta formando negli Stati
Uniti più che in Europa. Tale trend è generale in tutta l’Asia.
Le potenzialità esistenti per l’Europa troveranno quindi dif-
ficoltà a trasformarsi in realtà, a conferma della perdita di ve-
locità del Vecchio Continente.

L’India e la fine della guerra fredda

La fine della guerra fredda ha indotto l’India a modificare


profondamente il suo atteggiamento nei confronti del mon-
do esterno. Il non allineamento aveva perso il suo significato
già dagli anni Ottanta. Oggi i principali problemi indiani so-
no interni. Il Partito del Congresso – molto moderato, anche
per non suscitare l’ostilità interetnica che in India può pro-
vocare esplosioni di violenza, se non una guerra civile fra
indù e musulmani – ha perso la maggioranza. Si è affermato
invece il Partito nazionalista indù, che ha adottato una poli-

134
tica più intransigente verso le minoranze etniche. In politica
internazionale esso rivendica un rango e un ruolo dell’India
pari a quelli della Cina. Nel Kashmir ha adottato una politi-
ca di maggior rigore, che ha portato sull’orlo di un nuovo
confronto militare diretto con il Pakistan. La sperimentazio-
ne, nel 1998, dell’arma nucleare indiana – a cui a fatto segui-
to quella pakistana – rende un nuovo conflitto al tempo stes-
so più improbabile e più pericoloso. L’India, colpita come il
Pakistan dalle ritorsioni economiche degli Stati Uniti, è ri-
masta nuovamente isolata fino all’11 settembre.

L’India e l’11 settembre

Con l’11 settembre le politiche di New Delhi e di Washington


sono mutate. La prima ha fatto ogni sforzo per migliorare i rap-
porti con gli Stati Uniti, facilitati dal fatto che a Washington
cresceva la preoccupazione per l’aumento della potenza eco-
nomica e militare della Cina. L’India, di conseguenza, era con-
siderata sempre più un potenziale alleato. Durante la guerra
fredda i legami fra l’India e l’URSS avevano indotto gli Stati
Uniti a privilegiare i rapporti con il Pakistan – alleato di fatto
della Cina e, dal 1972, anch’essa potenziale alleato degli ame-
ricani in funzione antisovietica. Con la fine della guerra fred-
da l’India venne considerata con maggior interesse a Wash-
ington. New Delhi contraccambiava, ad esempio assicurando
il proprio sostegno ai programmi di difesa antimissili strategi-
ci dell’Amministrazione Clinton e di quella Bush, forse per il
semplice scopo di fare un dispetto a Pechino.
L’11 settembre ha accelerato tale tendenza. Anche l’India
si confronta con la minaccia rappresentata dal terrorismo di
matrice islamica, soprattutto nel Kashmir, che provoca la ra-
dicalizzazione dello scontro fra induismo e islamismo in tut-
to il paese. Il Partito nazionalista induista ha approfittato del-
la guerra al terrorismo per intensificare la repressione dei mo-
vimenti islamici. Le proteste molto forti dell’Unione Europea

135
– quelle americane sono molto più caute – hanno contribui-
to ad avvicinare ulteriormente l’India agli Stati Uniti dopo il
2001 e a ridurre il possibile ruolo dell’Europa in Asia.
Dopo l’11 settembre, l’India si schierò immediatamente a
fianco degli Stati Uniti, offrendo proprie basi militari; iniziò
anche a sostenere l’Alleanza del Nord in Afghanistan, con ar-
mi acquistate dalla Russia. L’irritazione per la ripresa delle re-
lazioni di Washington con il Pakistan, al fine di ottenere il so-
stegno nelle operazioni in Afghanistan, è stata contenuta, so-
prattutto perché sotto la pressione della sua impaziente opi-
nione pubblica, a fine ottobre 2001, l’Amministrazione Bush
abbandonò l’ipotesi dell’attacco da sud, per dare priorità
all’Alleanza del Nord, sostenuta anche – oltre che dall’India
– dalla Russia e dall’Iran. Durante tutta la guerra, gli Stati
Uniti cercarono di mantenere un certo equilibrio fra Pakistan
e India, mentre oggi si trovano coinvolti nel contenzioso fra i
due paesi e nel pericolo di un nuovo conflitto. Senza la solu-
zione del problema del Kashmir è impossibile stabilizzare
l’Asia meridionale.
L’India, insomma, punta sugli Stati Uniti per recuperare
lo status di grande potenza asiatica ed è considerata un allea-
to interessante, non solo per bilanciare la Cina, ma anche nel-
la «guerra al terrorismo» e per la riforma del mondo islami-
co, che è il cuore del programma del presidente Bush.
Le cose, comunque, sono molto complicate. La situazione
indiana è sempre ambigua e la stabilità politica interna si sta
erodendo. Recentemente i nazionalisti hanno subito rovesci
elettorali a favore del Partito del Congresso, portatore di una
visione geopolitica più articolata e sostanzialmente più so-
spettosa dell’egemonia americana. Per questi ultimi, il mon-
do è troppo complesso per essere governato solo da Wa-
shington. Occorrono superpotenze regionali e l’India si pro-
pone come tale, nella regione compresa fra la penisola arabi-
ca e l’Indocina ed estesa a sud all’Indonesia. In questo qua-
dro la superpotenza americana dovrebbe solo garantire gli
equilibri globali, con un off-shore balancing.

136
In sostanza, anche New Delhi vorrebbe un mondo unipo-
lare, ma ampiamente regionalizzato. È la soluzione sostenuta
da Henry Kissinger. L’India potrà forse contribuire a tale so-
luzione e divenire una potenza regionale, se riuscirà a pro-
muovere stabilità interna e sviluppo economico.

3. IL GIAPPONE

La terza grande potenza asiatica è il Giappone. Negli anni


Novanta, dopo le ubriacature del «Giappone numero uno»,
del bashing Japan e del «secolo del Pacifico», il suo peso eco-
nomico internazionale è notevolmente diminuito, anche in
Asia, specie all’indomani della crisi del 1997-98. Al supera-
mento di quest’ultima ha contribuito più la strenua difesa
dello yuan da parte di Pechino, che l’intervento di Tokyo.
L’economia giapponese è in stagnazione da oltre dieci anni.
Solo nel 2003 si è registrata una ripresa. Inoltre, la demogra-
fia è in declino. La credibilità delle istituzioni è erosa dalla
sclerosi del sistema politico e dai continui scandali, mentre i
ricordi delle brutalità giapponesi nel secondo conflitto mon-
diale continuano a pesare in tutta l’Eurasia orientale, provo-
cando forte diffidenza nei riguardi di ogni iniziativa politica
e soprattutto militare giapponese.
L’avvento al potere del primo ministro Koizumi, inten-
zionato a migliorare il sistema politico e a rilanciare l’econo-
mia, ha segnato però una svolta rispetto al progressivo de-
grado del paese. Di fronte alle difficoltà interne ed esterne
che ha incontrato, Koizumi ha «cavalcato» l’11 settembre, al
fine di consolidare il consenso, approfondire il processo di
riforma, ridare ottimismo e orgoglio al paese, fargli superare
il complesso della sconfitta e la mortificazione dell’inaspetta-
ta crisi economica, dopo l’orgoglio del Japan who says no.
La grande svolta si è verificata soprattutto nella politica
militare. Per la prima volta il Giappone ha inviato proprie

137
forze armate all’estero, dislocando tre navi militari nel Mar
Arabico e autorizzandole, a seguito di un intervento diretto
dello stesso Koizumi, a impiegare le armi anche per compiti
non di autodifesa. Mille uomini sono stati poi impiegati in
Iraq. L’Agenzia di autodifesa giapponese è stata trasformata
in ministero. Infine il capo di Stato Maggiore – sembra su au-
torizzazione del governo – ha accennato alla necessità che an-
che il Giappone si doti di armi nucleari, per reagire alla pro-
liferazione verificatasi in Corea del Nord.
Ovviamente, le iniziative giapponesi hanno suscitato preoc-
cupazioni in Cina e in tutta l’Asia orientale e meridionale. Es-
se hanno però rafforzato l’alleanza fra Tokyo e Washington,
entrata in crisi verso la metà degli anni Novanta, anche a cau-
sa della politica commerciale del presidente Clinton, che fa-
voriva la Cina a spese del Giappone, e per la reazione ai rim-
proveri che Tokyo ricevette per essere intervenuto inadegua-
tamente di fronte alla crisi finanziaria asiatica. La «svolta» di
Koizumi è stata il risultato di un processo di avvicinamento
con gli Stati Uniti, tradottosi in un rafforzamento delle coo-
perazioni bilaterali nippo-americane, secondo le linee trac-
ciate dal rapporto Armitage/Nye del 2000.
Nonostante il maggiore attivismo, non sembra che il go-
verno giapponese segua una visione geopolitica, o un piano
strategico che abbia alle spalle una dottrina consolidata circa
il sistema di sicurezza da adottare in Estremo Oriente, nella
regione Asia-Pacifico. Ciò non dipende solo dalla comples-
sità e imprevedibilità dell’evoluzione della situazione, ma an-
che dal fatto che l’alleanza con gli Stati Uniti – quindi le de-
cisioni prese a Washington, con scarsa possibilità giappone-
se di concorrere alla loro scelta – rimarrà centrale per la sicu-
rezza giapponese anche in futuro. In sostanza, Tokyo adotte-
rà la visione geopolitica che gli sarà suggerita da Washington.

138
4. IL MONDO ARABO E QUELLO ISLAMICO

L’Islam fra retorica e realtà

Gli attentati dell’11 settembre hanno confermato le contrad-


dizioni, l’instabilità e l’impotenza del mondo arabo e, più in
generale, di quello islamico. Tutti i dirigenti arabi si sono tro-
vati presi fra l’antiamericanismo delle loro popolazioni e la
dipendenza geopolitica dagli Stati Uniti. Ne hanno approfit-
tato per reprimere le opposizioni interne, a partire dalle più
moderate, che rappresentano per loro un pericolo maggiore
di quelle radicali. La diffidenza verso gli Stati Uniti è tuttavia
cresciuta, alimentata dal fatto che il programma di riforma
dell’Islam – che prevede la democratizzazione della politica e
la liberalizzazione dell’economia – implica la sostituzione
delle attuali classi dirigenti. La resistenza di queste ultime ov-
viamente è molto forte, anche perché nel mondo islamico chi
perde il potere non va all’opposizione, in attesa di vincere le
future elezioni e di tornare a governare, ma ha la quasi asso-
luta certezza di venire eliminato o, tutt’al più, esiliato.
Di fatto, almeno nel breve termine, sono prevalse netta-
mente la Realpolitik e le manifestazioni di massa antiameri-
cane, sicuramente autorizzate dai vari governi. Queste ultime
sono state semplicemente uno sfogo, per convogliare verso
l’esterno l’opposizione interna. Il radicalismo dell’Ammini-
strazione americana e la pretesa di «chiarezza morale» («chi
non è con gli Stati Uniti è contro di essi») hanno però deter-
minato difficili problemi per vari governi.
L’islamismo radicale è stato sconfitto in tutti i paesi arabi.
Tra quelli islamici ha avuto successo solo nell’Iran, che è scii-
ta. Nei paesi sunniti non esiste poi una gerarchia religiosa, che
possa proporsi come alternativa al potere politico, come av-
venne in Iran con Khomeini. Colpisce il fatto che, nonostante
le dimostrazioni per l’Iraq della primavera del 2003, nessuna
ambasciata, impresa o ufficio commerciale occidentale siano

139
stati assaltati e distrutti, e desta sorpresa che non si siano verifi-
cati altri attentati terroristici, né in Europa né negli Stati Uniti.
Di attentati se ne è verificato solo qualcuno negli stessi
paesi islamici, quali l’Arabia Saudita e il Marocco. Ma si è
trattato verosimilmente delle azioni spontanee di quanto ri-
mane di gruppi terroristici locali, più che il risultato di una
strategia ben precisa condotta da una «rete delle reti».
Tale constatazione non è smentita dal fatto che l’azione
dei terroristi palestinesi sia proseguita. Essa ha infatti un ca-
rattere e risponde a motivazioni completamente diverse da
quelle dell’islamismo messianico e parateologico transnazio-
nale. La seconda Intifada presenta le caratteristiche tipiche di
una lotta di liberazione nazionale. Il terrorismo di al-Qaeda,
quindi, si prefigge obiettivi politici precisi: più che essere un
tentativo di riscatto dalle umiliazioni, vere o presunte, che
l’Occidente ha inflitto all’Islam, tende a ricostruire l’unità
dell’umma e una specie di califfato, almeno virtuale, che con-
senta di conquistare il paese in tutti gli Stati arabi.

Il terrorismo di matrice islamica

Bin Laden non è uno psicopatico, né un esaltato. Egli segue


una propria logica e una strategia ben precisa, che dovreb-
bero essere studiate e comprese. Fa riferimento a un corpo di
teorie, elaborato nel corso di tutta la lunga storia dell’Islam.
Queste ultime sono essenziali per innescare l’entusiasmo e
spingere al martirio giovani musulmani. Sullo studio di tali
teorie deve basarsi anche il giudizio sui rapporti reali esisten-
ti fra Islam e terrorismo. Taluni li negano; altri sostengono in-
vece che esista fra i due una correlazione molto stretta, se non
addirittura una relazione di causa-effetto.
La questione è centrale per l’elaborazione di ogni strate-
gia di contrasto, in particolare per valutare se quanto affer-
mano i neoconservatives – che cioè sarebbe possibile demo-
cratizzare l’Islam – risponde a verità. A parer mio, la diffi-

140
coltà non consiste nelle caratteristiche della religione in sé,
ma nelle strutture sociali e del potere politico, in particolare
nell’uso che la politica fa della religione. Vi è infine da sotto-
lineare che la democrazia non è caratterizzata tanto da un si-
stema di valori, quanto da un insieme di regole; questo fa sì
che esistano democrazie liberali e democrazie illiberali. In
ogni caso, la realtà di ogni democrazia è diversa a seconda
dalla regione in cui si sviluppa. Con le strutture sociali triba-
li e tradizionali, tuttora esistenti nel Medio Oriente e anche
nell’Asia centrale, che a ragione Brzezinski definisce «i Bal-
cani del mondo», è praticamente impossibile costruire siste-
mi democratici di tipo occidentale. La realtà socio-politica
costituisce, in questo caso, una difficoltà insuperabile.
Le grandi manifestazioni di massa nelle città arabe e isla-
miche della primavera 2003 avevano un carattere quasi arti-
ficiale. Si aveva cioè l’impressione che fossero pilotate dalle
autorità, desiderose di utilizzare l’11 settembre e l’attacco
all’Iraq per rafforzare il proprio potere. Nessuna manifesta-
zione, infatti, è stata inscenata contro i governi arabi, la loro
inefficienza e corruzione, nonché contro il sostegno che le at-
tuali classi dirigenti ricevono dagli Stati Uniti.
Se gli arabi sono poco cambiati, l’11 settembre ha invece
mutato profondamente l’atteggiamento americano nei con-
fronti dell’Islam. I musulmani – che oggi rappresentano il
18% della popolazione mondiale – saliranno al 30% nel 2025.
A parere dei neoconservatives – molto influenti nell’Ammini-
strazione Bush – occorrerebbe riformare l’intero mondo isla-
mico, includendolo nella modernizzazione e nella globalizza-
zione, da cui è stato escluso deliberamene dalle sue élites poli-
tiche. Esse hanno ostacolato la liberalizzazione e la privatizza-
zione dell’economia, impiegando nelle burocrazie statali circa
il 20% della popolazione (rispetto al 5-6% della media occi-
dentale) e spendendo per l’esercito e la polizia oltre l’8% del
PIL. Rispetto a un aumento annuo dell’8% del commercio
estero mondiale negli anni Novanta, i paesi islamici ne hanno
avuto uno del 3%, dovuto ai soli prodotti petroliferi. Con l’ec-

141
cezione della Malaysia, e in parte dell’Indonesia, nessun pae-
se islamico è integrato nell’economia mondiale. Ne consegue
un minor livello di crescita – solo del 3%, rispetto al 5% degli
altri paesi in sviluppo – che ha contribuito ulteriormente a
marginalizzare l’Islam, a impoverirlo e, al tempo stesso, ad ac-
crescerne il risentimento verso il mondo esterno.

Modernizzazione e democratizzazione dell’Islam

La stabilizzazione non può essere perseguita senza il muta-


mento delle attuali classi dirigenti e senza una profonda rifor-
ma della stessa cultura etico-politico-istituzionale. In questo
hanno ragione i neoconservatives: il terrorismo non potrà es-
sere sradicato, troverà sempre nuove reclute e nuovi finan-
ziamenti, dato che le classi dirigenti, politiche ed economi-
che, troveranno sempre il modo di sovvenzionare le reti ter-
roristiche, per esportarle all’estero ed evitare di essere attac-
cate nei loro stessi paesi.
Allo stato delle cose, una destabilizzazione degli attuali re-
gimi definiti moderati, perché filoccidentali – ma in realtà au-
toritari, inefficienti e corrotti –, provocherebbe la presa del
potere da parte degli elementi islamisti più radicali. L’unica
possibilità di evoluzione positiva consisterebbe – sempre se-
condo gli ideologi neocons – in una riforma che porti al po-
tere gli islamisti moderati, alla Erdogan o alla Khatami.
Tale riforma è denominata «democratizzazione». Vero-
similmente il termine ha per i neocons, anche per i più fon-
damentalisti, un significato ben diverso da quello occidenta-
le di democrazia rappresentativa, basata cioè sull’eguaglian-
za dei singoli individui, sul concetto di cittadinanza e sul su-
peramento delle strutture tribali, tanto magistralmente de-
scritte da Valeria Fiorani Piacentini, base dell’islamic district
paradigm.
Non è infatti possibile imporre la democrazia dall’esterno,
specie a società rimaste tribali e claniche. Forse solo lo svi-

142
luppo economico, l’apertura alla modernizzazione e l’inte-
grazione nella globalizzazione, con la successiva crescita di
una borghesia pluralistica, non dipendente dal controllo del-
le élites politiche attuali, potrebbero realizzare un simile len-
to mutamento. Un altro aspetto positivo di tale programma è
che la minaccia di essere destabilizzati dagli Stati Uniti – fi-
nora considerati loro potenza garante – stimoli il migliora-
mento dei regimi esistenti nel mondo islamico, in particolare
in quello arabo. Non si tratta comunque di obiettivi facil-
mente raggiungibili. Molto verosimilmente, infatti, i governi
arabi si sentiranno minacciati e cercheranno di contrastare le
riforme, rendendo la vita dura agli americani in Iraq e nel
mondo, anche stringendo accordi contingenti, quali quelli
che risultano essere stati conclusi fra l’Arabia Saudita e l’Iran.
In ogni caso, un successo della democratizzazione e della mo-
dernizzazione dovrebbe attenuare il sentimento di umiliazio-
ne, frustrazione ed esclusione, oggi dominante, che provoca
la reazione antioccidentale delle classi emergenti, in partico-
lare delle élites giovanili, che hanno sempre costituito l’avan-
guardia di tutte le rivoluzioni. In particolare, nell’Islam odier-
no esse non paiono temere la morte pur di realizzare i loro
obiettivi. Ciò aumenta enormemente il pericolo del terrori-
smo, soprattutto qualora i terroristi dovessero entrare in pos-
sesso di armi di distruzione di massa.

Islam e guerra al terrorismo

L’Islam costituisce una realtà estremamente diversificata e


complessa e le opinioni sulla sua possibile evoluzione futura
variano notevolmente: da quelle ottimistiche dei neocons, sul-
la possibilità di una sua riforma e democratizzazione, a quel-
le pessimistiche, da Bernard Lewis a Oriana Fallaci. Tutte
queste tesi, però, dovrebbero essere adeguate alle condizioni
particolari di ciascun paese. In ogni caso, le popolazioni mu-
sulmane hanno indubbiamente una cultura etico-politico-

143
giuridica assai diversa da quella greco-romana-cristiana del-
l’Occidente.
La richiesta di sicurezza identitaria costituisce un aspetto
particolarmente importante. Di esso devono tener conto sia i
più o meno fantasiosi progetti di riforma etico-politica del-
l’Islam sia le altrettanto irrealistiche aspettative sugli ottimi
risultati che sarebbero conseguibili applicando la tolleranza,
il multiculturalismo e il dialogo fra le religioni.
Di sicuro vi è solo il fatto che l’11 settembre ha posto il
problema islamico al centro del dibattito geopolitico. Nuovi
maxiattentati, non solo in Occidente, ma anche in Asia o nei
paesi islamici, potrebbero avere conseguenze molto rilevanti
sugli assetti futuri del mondo, rafforzando ulteriormente
l’unilateralismo degli Stati Uniti, soprattutto se essi reagisse-
ro con tutta la loro potenza.
In ultimo, deve essere notato che gli Stati Uniti si sono si-
nora sforzati di distinguere fra terrorismo e Islam. Non vo-
gliono infatti scatenare guerre di religione, se non altro per-
ché questo è l’obiettivo di al-Qaeda. Se la guerra al terrori-
smo avrà lunga durata e se si verificheranno nuovi attentati,
diverrà tuttavia difficile mantenere tale distinzione, almeno
nelle opinioni pubbliche. La teoria di Huntington dello scon-
tro violento tra le civiltà (occidentale e islamico-confuciana)
potrebbe allora rivelarsi esatta. Anche per questo motivo sa-
rebbe opportuno chiudere quanto prima la partita, per quan-
to sia difficile farlo, lasciando perdere, come suggerisce Henry
Kissinger, le utopie missionarie, di conversione e di multi-
culturalismo, ma tracciando invece chiare linee di difesa, non
intervenendo nei conflitti etnico-tribali né in quelli religiosi,
e rinunciando a democratizzare paesi in cui non esistono de-
mocratici.
Capitolo VII

Scenari per il XXI secolo:


la battaglia per l’unità dell’Occidente
e le Nazioni Unite

1. L’11 settembre, il rafforzamento degli Stati e la fine


dell’utopia di un governo mondiale

L’11 settembre e, soprattutto, la crisi irachena hanno dimo-


strato ancora una volta l’incapacità del Consiglio di sicurez-
za di assolvere le funzioni per cui era stato creato. Non è sta-
to possibile, infatti, adeguare l’istituzione ai mutamenti geo-
politici in atto e, in particolare, conciliare l’esistenza di un’u-
nica superpotenza egemone con i principi della Carta.
Quest’ultima, scritta alla fine della seconda guerra mon-
diale, era basata su due presupposti. Primo, il mantenimento
dell’intesa tra le grandi potenze vincitrici del conflitto, nel-
l’assunto che continuassero a essere interessate a difendere lo
statu quo e, di conseguenza, a svolgere collettivamente le fun-
zioni di «sceriffi del mondo». Secondo, i principi cardine su
cui si basa l’ONU, come qualsiasi altra organizzazione inter-
nazionale – e cioè l’eguaglianza, la reciprocità e il rispetto del-
la sovranità interna degli Stati – si dimostrano inadeguati di
fronte alla situazione attuale.
Per quanto riguarda il primo presupposto, il Consiglio di
sicurezza, da centro decisionale, produttore del «bene pub-
blico» mondiale della pace e della sicurezza internazionali, si
è trasformato in un semplice foro, non solo di discussione, ma
di vero antagonismo fra i cinque membri permanenti, che lo
utilizzano per conseguire i rispettivi interessi nazionali.
L’unica superpotenza rimasta – cioè gli USA – intende oggi
modificare lo statu quo senza sottoporsi a condizionamenti.

145
La Gran Bretagna vuole salvaguardare sia i suoi rapporti spe-
ciali con gli Stati Uniti sia la centralità del Consiglio di sicu-
rezza, di cui è membro permanente e che le consente di ave-
re un’influenza politica mondiale. Gli altri membri tendono
invece a mantenerlo, contrastando l’egemonico unilaterali-
smo americano. La legittimità del Consiglio è stata dunque
erosa, poiché il diritto di veto è stato utilizzato per fare poli-
tica, non per gli scopi per i quali era stato previsto, cioè per
mantenere la pace. Sorge pertanto l’interrogativo di che cosa
giustifichi il mantenimento del privilegio del diritto di veto.
La questione è di fondo. Si colloca a monte della stessa op-
portunità di procedere o meno a una riforma del Consiglio di
sicurezza, dibattuta sin dall’inizio degli anni Novanta. Se la
logica del sistema è inadatta alla realtà della potenza e alla na-
tura delle nuove minacce (conflitti interni, terrorismo, proli-
ferazione delle armi di distruzione di massa ecc.) è infatti fu-
tile riformare il Consiglio di sicurezza solo nelle procedure e
nell’organizzazione. Il problema infatti è essenzialmente po-
litico ed è influenzato dalla disponibilità degli Stati Uniti di
farsi condizionare la loro libertà d’azione da istituzioni inter-
nazionali. È difficile che Washington lo accetti. La sua azio-
ne nel mondo è infatti ispirata alla convinzione dell’eccezio-
nalità e del manifest destiny americani. Non si tratta di un fat-
to nuovo nel comportamento internazionale degli Stati Uni-
ti. Né, tanto meno, è derivata dall’azione di una «cabala» se-
greta, rappresentata dai «misteriosi» neoconservatives arro-
ganti, unilateralisti e crociati guerrafondai.
Anche il secondo presupposto, cioè i tre principi su cui si
basa la Carta delle Nazioni Unite, eguaglianza, reciprocità e ri-
spetto della sovranità interna degli Stati, è messo in discussio-
ne. Beninteso, nel corso della storia, da Westfalia in poi,
l’eguaglianza e la reciprocità fra gli Stati sono sempre state so-
lo formali, relativizzate dalla differenza di potenza esistente fra
di loro. Il principio delle sovranità, dal canto suo, è stato mes-
so in discussione, sin negli anni Novanta, dal discusso diritto-
dovere d’ingerenza umanitaria. Quest’ultimo ha già ispirato

146
quasi duecento risoluzioni del Consiglio di sicurezza, il quale
ha quindi ecceduto i propri poteri statutari nei riguardi
dell’uso della forza. Per la Carta, essi si riferiscono unicamen-
te al mantenimento della pace e della sicurezza internazionali
e, tutt’al più, potrebbero essere estesi al caso di genocidio. Va
inoltre notato che l’ONU, nei suoi quasi sessant’anni di vita,
ha autorizzato solo due volte l’uso della forza contro uno Sta-
to. La prima fu per la Corea, nel 1950, caso in cui, peraltro, si
seguì una procedura illegale, e la seconda, quarant’anni dopo,
contro l’Iraq, a seguito dell’invasione del Kuwait.

2. Stati Uniti e Nazioni Unite a confronto:


il dibattito sullo «jus ad bellum»

Dopo l’11 settembre, l’esclusività giuridica dell’ONU a legit-


timare l’uso della forza è stata esplicitamente sfidata dall’in-
terpretazione estensiva del diritto di autodifesa, oltre che dal-
la riaffermazione dell’eccezionalità della missione degli Stati
Uniti nel mondo e della priorità delle decisioni democratiche
del Congresso e del Senato rispetto al diritto e agli accordi in-
ternazionali. Tutti tali concetti – già impliciti negli analoghi
documenti degli anni Novanta e nella prassi degli Stati Uniti
– sono stati esplicitati in modo quasi brutale nella National
Security Strategy del presidente Bush. Essa ritiene impossibi-
le fronteggiare l’imprevedibilità e la rapida evoluzione della
situazione internazionale con alleanze permanenti. Opta per-
ciò per coalizioni ad hoc, create di volta in volta dagli Stati
Uniti, e per il ricorso al diritto di «autodifesa preventiva», che
tante critiche ha sollevato sotto il profilo giuridico. Dal pun-
to di vista pratico, la difesa dalle nuove minacce – dal terro-
rismo alla proliferazione – non può essere realizzata se non
colpendole ed eliminandole in via preventiva. È indicativo, in
proposito, che l’Amministrazione Bush abbia fatto riferi-
mento nel caso dell’Iraq ai valori americani e alla crociata per
la democrazia, non all’interesse nazionale americano. In pra-

147
tica, Washington ha sostituito una legittimazione formale,
quella che origina dai mandati del Consiglio di sicurezza, con
una sostanziale, derivante dalle sue responsabilità quale uni-
ca superpotenza mondiale e dal manifest destiny americano.
Il contrasto fra gli Stati Uniti e vari paesi europei, prime
fra i quali la Francia e la Germania, non riguarda la legalità
dell’uso della forza militare né il livello di sforzo militare eu-
ropeo nell’ambito della NATO. È invece politico. Riguarda
la global governance e l’importanza delle istituzioni e del di-
ritto internazionale (cioè il multilateralismo istituzionale, ri-
spetto a quello contingente, espresso dalle coalizioni ad hoc
che preferiscono gli Stati Uniti). Vi è da dire che mentre gli
Stati Uniti hanno una visione del mondo, l’Unione Europea
non ha saputo elaborarne una. Un primo passo è stato fatto
con il documento strategico europeo, proposto da Javier So-
lana, «L’Europa sicura in un mondo migliore», anche se esso
rimane alquanto ambiguo per quanto riguarda gli obiettivi
concreti che si propone e il ruolo della forza per conseguirli,
specie nel caso di un «impegno preventivo» dell’Unione Eu-
ropea.

3. La riforma del sistema internazionale


e i «riallineamenti» geopolitici post-11 settembre

L’11 settembre, e soprattutto la crisi dell’Iraq, hanno posto


sul tappeto il problema di come garantire la pace e la sicu-
rezza internazionali, riformando il sistema creato dopo il se-
condo conflitto mondiale e ridefinendo il ruolo delle orga-
nizzazioni e del diritto internazionale. Per quest’ultimo i pro-
blemi da risolvere sono tutt’altro che semplici. Fra le nuove
minacce andrebbero infatti inseriti il terrorismo – per il qua-
le oggi non esiste neppure una definizione universalmente ac-
cettata – e la proliferazione delle armi di distruzione di mas-
sa, contrastabili solo con le misure di controproliferazione o,
in caso che esse falliscano, con un attacco preventivo.

148
Si è anche riaperto il dibattito sulla riforma del Consiglio di
sicurezza dell’ONU e sul ruolo delle organizzazioni regionali
previste dal capitolo VIII della Carta. Tale dibattito riguarda
la sostanza dello jus belli ac pacis, ovvero dello jus ad bellum,
del significato della sovranità e del monopolio della legittimità
dell’uso della forza, ora centrato nelle Nazioni Unite. Il dibat-
tito si è esteso alla natura del potere americano – leadership
oppure egemonia e impero – e ai rapporti di Washington – au-
toproclamatosi gendarme globale per garantire la propria si-
curezza – con le Nazioni Unite e con il resto del mondo, allea-
ti europei inclusi. Un dibattito che è stato reso più vivace dal-
la pubblicazione della National Security Strategy del settembre
2002, dalla spregiudicata utilizzazione francese dell’ONU nel-
la crisi irachena – in cui Parigi ha cavalcato disinvoltamente i
movimenti pacifisti e organizzato un vero e proprio traboc-
chetto agli Stati Uniti – e dalla brutale marginalizzazione del-
l’ONU da parte del presidente Bush.
La crisi dell’Iraq ha inoltre prodotto divergenze fra l’Eu-
ropa (o almeno fra le sue opinioni pubbliche e, a livello go-
vernativo, fra la «vecchia Europa») e gli Stati Uniti. È stata
così messa in discussione l’unità dell’Occidente e si è accele-
rato l’indebolimento dei legami transatlantici. Il fenomeno
aveva avuto origine dalla fine della guerra fredda, dall’implo-
sione dell’URSS e dai nuovi assetti geopolitici dell’Europa:
unificazione tedesca e allargamento a est della NATO e del-
l’Unione Europea. La NATO è entrata in crisi, rischiando di
trasformarsi in una semplice «OSCE in uniforme» e in un
serbatoio di forze per le coalizioni ad hoc create dagli Stati
Uniti a seconda delle circostanze.
Nel contempo anche la natura e le finalità della PESD ne
sono risultate modificate. Nel 1999 era considerata un mez-
zo per migliorare le capacità militari europee nell’ambito del-
la NATO, per intervenire quando gli americani non erano di-
sponibili a farlo e per ovviare al fatto che gli europei non era-
no stati capaci di dare contenuto alla cosiddetta «Identità eu-
ropea di sicurezza e di difesa» nell’ambito dell’Alleanza. A

149
partire dalla decisione di dar vita alla Convenzione europea e
a un Trattato costituzionale dell’Unione, la PESD è divenuta
uno strumento tecnico al servizio della PESC. Nel documen-
to di Solana, approvato nella CIG di Bruxelles del dicembre
2003, l’UE dovrebbe essere «attore» nell’Unione e nelle sue
periferie (inclusa l’Africa) e «partner» su scala globale, non
solo degli Stati Uniti, ma anche della Cina, dell’India e in al-
tre regioni ancora, dove l’ambizione soprattutto francese pen-
sa di poter fare giocare all’Europa un ruolo globale. La for-
mazione di un «direttorio» tra Francia, Germania e Gran
Bretagna, dovrebbe consentire a PESC e PESD di avere mag-
giore incisività. Due osservazioni vanno fatte al riguardo. Pri-
mo: gli obiettivi dei tre maggiori Stati dell’Unione sono di-
vergenti; quindi, molto verosimilmente, la loro intesa non
reggerà alle sfide di casi in cui le iniziative europee contrasti-
no con la politica statunitense. Secondo: il «direttorio» non
può essere considerato una «cooperazione strutturata», del
tipo previsto nella bozza di Carta dell’Unione. È infatti chiu-
so, non aperto agli altri membri che intendessero partecipar-
vi, in particolare all’Italia, alla Spagna e forse anche alla Po-
lonia. Rischia di creare tensioni e divisioni nell’Unione, tanto
più che gli esclusi rafforzeranno indubbiamente i loro legami
con gli Stati Uniti e controlleranno in ogni modo le iniziative
dei «tre grandi».
L’11 settembre ha prodotto un nuovo dinamismo geopo-
litico. Tutti gli Stati hanno cercato di approfittarne, rialli-
neandosi sulla scena mondiale a seconda delle percezioni dei
rispettivi interessi nazionali. Basti ricordare la «grande al-
leanza» contro il terrorismo fra Stati Uniti, Russia e Cina;
l’«asse del multipolarismo», fra Parigi, Berlino e Mosca; l’In-
dia, che ha cercato di migliorare i propri rapporti con gli Sta-
ti Uniti, preoccupata come è del Pakistan, della Cina e, più
ancora, dell’instabilità che potrebbe risultare dalla radicaliz-
zazione della sua numerosa popolazione musulmana; Israele,
che ha approfittato della guerra al terrorismo per tentare di
legittimare la repressione dell’Intifada, che in realtà non è al-

150
tro che una guerra di liberazione nazionale; gli Stati arabi, i
quali hanno usato la «scusa» del terrorismo per reprimere le
opposizioni interne; la Russia, che ha tentato di far dimenti-
care la guerra in Cecenia e di rafforzare i legami con Wa-
shington per la difesa dei propri vulnerabili confini meridio-
nali; la Cina, non solo nei riguardi della repressione delle re-
sistenze in Sinkiang e in Tibet, ma anche per migliorare i rap-
porti con gli Stati Uniti, proseguendo sulla via della nor-
malizzazione politico-strategica imboccata dopo l’incidente
dell’«aereo-spia» americano, atterrato ad Hainan nell’aprile
2001; il Giappone, per ridefinire la propria politica di sicu-
rezza e divenire una nazione «normale», è intervenuto con un
contingente terrestre in Iraq, mentre il suo capo di Stato
Maggiore della Difesa ha proposto, con l’assenso del gover-
no, che l’impero del Sol Levante si doti di armi nucleari; la
Gran Bretagna, per proporsi, ancora una volta, come «pon-
te» fra gli Stati Uniti e l’Europa ed evitare di scegliere fra le
due; l’Europa centro-orientale, per affermare la sua «voglia»
di Stati Uniti, di NATO e della garanzia americana, contro gli
spettri di una nuova Rapallo evocati dal cosiddetto «Trian-
golo di Ekaterininburg», inteso come riedizione del Patto
Molotov-Ribbentrop, con la Francia questa volta satellite o
complice di Berlino; e così via.
Tutti questi «riallineamenti» hanno provocato mutamen-
ti a catena nelle relazioni internazionali e fatto riconsiderare
il significato della globalizzazione. La divisione del Nord del
mondo, con la crisi dell’Unione Europea, della NATO e del
G8, si è sommata a quella fra Nord e Sud, accentuatasi alla 5ª
Conferenza dell’OMC a Cancún. Le Nazioni Unite sembrano
destinate alla marginalizzazione e all’irrilevanza, nonostante
tutti gli omaggi formali di cui sono oggetto.
L’11 settembre ha inoltre accelerato temporaneamente la
crisi – peraltro preesistente – dell’economia americana e
mondiale, ma creato le condizioni per la sua brillante ripre-
sa, pagata però con un considerevole aumento del «doppio
deficit» americano: quello di bilancio e quello commerciale.

151
La debolezza del dollaro – arginata quasi con disperazione da
acquisti massicci di buoni del tesoro americani e di dollari da
parte della Cina e del Giappone – sta sottoponendo a note-
voli tensioni le economie europee. In Europa è «saltato» il
Patto di stabilità, a opera della Francia e della Germania, che
in modo e con toni alquanto spregiudicati non hanno rispet-
tato gli impegni assunti, riuscendo anche a evitare le sanzio-
ni previste.
Il bilancio americano, da un avanzo di oltre 200 miliardi di
dollari è passato a un disavanzo di 500. È paradossale pensare
che il repubblicano Bush, fautore nella campagna presiden-
ziale di uno «Stato leggero» e di un’economia liberista, si sia
trasformato quasi in un keynesiano e in un protezionista, ac-
cettando quegli stessi, pragmatici cambiamenti di rotta che già
avevano caratterizzato la presidenza di Ronald Reagan. Il som-
marsi del deficit di bilancio con gli squilibri della bilancia com-
merciale obbligano Washington, come più volte ricordato, ad
adottare una politica economica estera che consenta di inter-
nazionalizzare tali disavanzi. Ciò è possibile solo ammettendo
con un certo grado di multilateralismo, che mantenga aperta
l’economia mondiale. Al riguardo pesa anche la crescente in-
terdipendenza economica tra gli Stati Uniti e la Cina. Le loro
recenti dispute sul rapporto di cambio tra yuan e dollaro sono
più che indicative. Nei riguardi di Pechino oggi negli Stati Uni-
ti si usano spesso toni simili a quelli del bashing Japan degli an-
ni Ottanta. La Cina ha infatti sostituito il Giappone, non solo
come principale partner commerciale degli Stati Uniti, ma an-
che come primo acquirente sia di titoli di Stato americani, sia
di dollari e compete ormai con l’Europa in termini di investi-
menti diretti e finanziari americani.
All’enorme sviluppo economico della Cina si è inoltre
sommata, nel 2003, la ripresa dell’economia del Giappone,
dopo oltre dieci anni di stagnazione. Il Sud-Est asiatico ha co-
stituito il motore dell’economia mondiale. L’APEC sta af-
fiancandosi al G8 come luogo di concertazione sui futuri as-
setti economici del mondo. Ciò sembra smentire le afferma-

152
zioni ricorrenti sul «secolo» e soprattutto sull’impero «ame-
ricano». Però gli Stati Uniti mantengono una completa supe-
riorità. A seguito della ripresa della loro economia, sta mi-
gliorando seppur lentamente anche quella europea.
La competizione economica fra gli Stati e le macroregioni
si sta intensificando. Il terrorismo transnazionale di matrice
islamica, da solo, non può modificare la geopolitica interna-
zionale. Può farlo, invece, la radicalizzazione religiosa che è
in corso in tutto il mondo. Basti pensare alla Christian Right
americana e anche alle varie sette cattoliche, evangeliche e al
nazionalismo induista. Questa radicalizzazione rappresenta
una sfida alla ragione e all’universalismo secolare, che nella
storia è stato il tratto distintivo dell’Occidente. L’estensione
dell’universalismo secolare al resto del mondo è percepita
tuttavia come una minaccia, non solo dall’Islam, ma anche
dai portatori dei «valori asiatici», ed è contestata dai no-glo-
bal nello stesso Occidente. La geopolitica del XXI secolo po-
trebbe allora essere dominata non tanto dallo «scontro fra le
civiltà», quanto da quello fra razionalità secolare e religioni.
Queste ultime si stanno politicizzando. Il fenomeno non ri-
guarda, come si è ricordato, il solo Islam, il quale – come ha
affermato Khomeini e come ripete bin Laden – è in primo
luogo «politica». Forse è proprio per questo che gli europei
sono tanto preoccupati per la religiosità del presidente Bush
e dei neocons americani.
Nella lotta al terrorismo non contano tanto le distruzioni
materiali, quanto le restrizioni imposte al livello di libertà in-
dividuale da tutti gli Stati occidentali. È perciò necessario ri-
stabilire un equilibrio fra il mantenimento della libertà e l’ef-
ficienza dei controlli necessari per la sicurezza. La deregola-
zione e la liberalizzazione, componenti essenziali della globa-
lizzazione – la quale, a sua volta, è espressione dell’universa-
lismo secolare e razionale, proprio dell’Occidente – subiran-
no in futuro notevoli limitazioni.
Le frontiere riacquistano così significato. Comune è la ten-
denza a estenderle dal campo della sicurezza – ad esempio dei

153
controlli finanziari antiterroristici – a quello del protezioni-
smo economico. È per questo motivo che, per Washington, le
Nazioni Unite hanno perduto la loro importanza, mentre l’Or-
ganizzazione mondiale del commercio e le altre istituzioni fi-
nanziarie internazionali rimangono rilevanti. Attraverso la
propria politica gli Stati Uniti possono mantenere – necessa-
riamente con accordi multilaterali – l’apertura del mercato
mondiale e garantirne la crescita. Entrambe queste condizio-
ni, a loro volta, rappresentano i presupposti necessari per l’in-
ternazionalizzazione del loro deficit e debito commerciale.

4. Le priorità statunitensi nel settore della sicurezza

Per quanto riguarda le priorità statunitensi nel campo della si-


curezza, molte e rilevanti sono le differenze fra la «Quadren-
nial Defense Review» del 30 settembre 2001 – che riflette te-
mi e approcci in voga negli Stati Uniti prima dell’11 settembre
e in cui la Cina veniva considerata come nemico potenziale – e
la National Security Strategy del 20 settembre 2002, in cui Pe-
chino è considerato quasi un alleato di Washington. Nella pri-
ma, l’accento era posto sulla necessità per gli Stati Uniti di pre-
pararsi ad affrontare un conflitto globale (in pratica con la Ci-
na), anziché a due conflitti regionali maggiori (nel Golfo, in
Corea o nello stretto di Taiwan), che, dopo la fine della guer-
ra fredda, il Pentagono e la Casa Bianca consideravano lo sce-
nario di riferimento per la definizione della strategia america-
na e degli obiettivi di forza da perseguire. Prima dell’11 set-
tembre, l’obiettivo essenziale era il mantenimento dello statu
quo del post-guerra fredda, tramite la deterrenza e il conteni-
mento (ad esempio, il «doppio contenimento» dell’Iran e
dell’Iraq). Oggi, l’obiettivo è la trasformazione del mondo –
soprattutto dell’Islam – considerata necessaria per garantire la
sicurezza statunitense. L’influenza dei neoconservatives ha
centrato l’attenzione degli Stati Uniti sul Medio Oriente allar-
gato e sulla difesa di Israele. Ciò ha portato gli Stati Uniti a tra-

154
scurare l’Europa e a militarizzare eccessivamente la loro poli-
tica estera, per utilizzare il fattore in cui possiedono una com-
pleta superiorità, anche se non è intrinsecamente in grado di
risolvere tutti i problemi. Ma gli Stati Uniti possono essere vin-
centi solo in unione con l’Europa. Almeno nei prossimi de-
cenni, quest’ultima manterrà la sua potenza e forza d’attrazio-
ne; poi esse saranno verosimilmente erose dalla sua decaden-
za demografica. Per questo motivo è importante che Wa-
shington rivaluti i rapporti transatlantici.
Di fatto, la crisi alle Nazioni Unite è stata crisi dell’intesa
transatlantica. È sintomatico che i neocons non parlino mai di
Occidente, ma solo di Stati Uniti. Solo l’unità del primo, tut-
tavia, garantirà la stabilità e la pace nel XXI secolo. Non lo
possono fare né un mondo multipolare, che esiste solo nella
fantasia, né una «grande alleanza» fra Washington, Mosca e
Pechino, per la divergenza dei loro valori etico-politici e pro-
spettive geopolitiche.
La National Security Strategy accoglie in sostanza il pro-
gramma neoconservatore. La priorità è data alla lotta al ter-
rorismo, alla proliferazione e alle minacce asimmetriche. Per-
ciò il suo concetto centrale diventa quello di guerra pre-emp-
tiva, che senza sottigliezze semantiche e diplomatiche, sareb-
be logico chiamare «preventiva», dato che sono gli stessi Sta-
ti Uniti a giudicare l’immanenza della minaccia. Il concetto di
deterrenza militare è sostituito da quello di dissuasione «ro-
busta», basata non solo sulla volontà e capacità di distrugge-
re le minacce «asimmetriche» prima che possano colpire gli
Stati Uniti, ma di prevenirle riorganizzando il mondo, non so-
lo con l’esempio e con il soft power, ma anche con la forza
dell’hard power e cambiando i regimi politici – come avvenu-
to nella storia solo dopo ogni guerra vinta. Lo «sceriffo rilut-
tante» si è davvero trasformato in «gendarme». È difficile di-
re se la guerra preventiva è «morta» con le difficoltà in Iraq
e con la manifesta incapacità dell’intelligence di dare infor-
mazioni affidabili. Personalmente non lo credo. Gli Stati Uni-
ti saranno sicuramente più cauti, ma non potranno rinuncia-

155
re alla prevenzione divenuta aspetto fondamentale del loro si-
stema di dissuasione e sicurezza. Anche se Bush non sarà rie-
letto, il suo successore non potrà farlo. Sarebbe troppo peri-
coloso anche politicamente, dato che nuovi attentati terrori-
stici potrebbero sempre verificarsi.

5. Dall’«impero riluttante e benevolo»


a quello «trionfante»

I neoconservatori più radicali sono persuasi che gli Stati Uni-


ti debbano approfittare della loro attuale superiorità per pla-
smare il mondo, in particolare per democratizzare l’Islam, e
danno per scontato che sia possibile farlo. Desta meraviglia
che lo sostenga anche uno dei loro maggiori esponenti – Paul
Wolfowitz, numero due del Pentagono – al quale la moglie,
che è un’irachena sciita, non deve aver spiegato bene la diffi-
coltà di costruire una democrazia senza democratici, in so-
cietà rimaste premoderne, divise in etnie, tribù e clan, fra i
quali dominano sospetti e odi spesso secolari. L’abnorme in-
fluenza dei neocons – che, prima dell’11 settembre, era limi-
tata dalla preponderanza dei realisti-nazionalisti – è resa pos-
sibile dalla reazione patriottica, di paura e di voglia di ven-
detta dell’opinione pubblica americana dopo l’11 settembre.
L’«egemonia benevola», fondata sul rispetto delle regole
e sostenuta dal consenso multilaterale – costruito, a sua vol-
ta, con una paziente azione diplomatica nelle organizzazioni
internazionali – si è così trasformata in un’«egemonia dina-
mica». Essa si vuole difensiva, ma appare aggressiva e arro-
gante suscitando iniziative antiegemoniche, come quella del-
la Francia nella crisi irachena o, in un contesto diverso, quel-
lo fatto a Cancún dal «Gruppo dei 21». Il ritorno della reli-
giosità, anche negli Stati Uniti, favorisce il connubio fra in-
ternazionalismo e nazionalismo. La geopolitica ritrova, per-
ciò, tutta l’importanza che sembrava aver perso negli anni
Novanta a vantaggio della geoeconomia e della geocultura.

156
6. La decadenza dell’Europa e gli Stati Uniti

L’Europa è condannata, fra qualche decennio, a vedere ac-


celerata la sua decadenza, che non è solo demografica ed eco-
nomica, ma anche politico-strategica. L’accanita difesa del
principio di sovranità obbliga a subordinare PESC e PESD
al mantenimento del diritto di veto degli Stati membri dell’U-
nione. In tali condizioni, soprattutto dopo il fallimento della
CIG di Bruxelles del dicembre 2003, appare impossibile che
l’Europa, in quanto tale, possa giocare un ruolo di rilievo sul-
la scena internazionale. L’importanza che il continente aveva
nella guerra fredda, quando era il centro della competizio-
ne bipolare, è diminuita. L’Europa sta uscendo dalla storia,
nonostante la retorica di Parigi. Molto verosimilmente, per
Washington l’Unione ha un’importanza solo «passiva». Agli
Stati Uniti interessa cioè che sia stabile e che la sua decaden-
za economica non sia troppo rapida, per poter continuare ad
attirare capitali europei e fruire dei dividendi delle multina-
zionali americane saldamente impiantate in Europa. Le sue
«bizze» da vecchia signora vengono accettate però con sem-
pre minore pazienza e comprensione.
Proprio a causa della decadenza demografica, economica
e militare, agli europei sono necessari, oggi più che mai, Sta-
ti Uniti forti e presenti. Sarebbe perciò ragionevole giungere
a un nuovo contratto transatlantico, fondato, come ogni con-
tratto, su un equilibrio di oneri e autorità, in pratica su una
divisione dei compiti fra le due sponde dell’Atlantico. Anche
gli Stati Uniti trarrebbero vantaggio da esso. La geopolitica
mondiale sarà influenzata soprattutto dalla riunione o dalla
separazione dell’Occidente, in uno europeo e in uno ameri-
cano, con due «dottrine Monroe» che rischiano però di con-
trapporsi in un’area critica come quella del Medio Oriente al-
largato.

157
7. Il futuro geopolitico del mondo:
impero, multipolarismo e lega delle democrazie

L’insufficiente analisi della realtà irachena, le difficoltà in-


contrate nella stabilizzazione del paese, anche per mancanza
delle fanterie tipiche di ogni esercito coloniale – i soldati ame-
ricani sono in gran parte laureati, anziché «avanzi di galera»
come lo erano quelli degli eserciti coloniali europei – nonché
l’impazienza del Congresso e dell’opinione pubblica ameri-
cana, rendono più difficile di quanto ritenuto il successo
americano in Iraq. Un insuccesso, anche se improbabile, mo-
dificherebbe profondamente la realtà geopolitica mondiale.
Muterebbero, infatti, l’importanza relativa del soft power ri-
spetto a quello hard; il ruolo delle organizzazioni internazio-
nali e delle Nazioni Unite; la probabilità relativa dell’affer-
mazione di un ordine internazionale cosmopolita incentrato
sulle Nazioni unite, rispetto a quella dell’egemonismo unila-
terale o «internazionalismo nazionale e militante» dei neo-
conservatives (sostenuto da Bush) ed espresso nella National
Security Strategy dall’autodifesa o attacco preventivi. I mirag-
gi di un mondo multipolare alla Chirac non rientrano nelle
possibilità geopolitiche concrete. Potrebbe forse affermarsi,
però, l’«alleanza delle democrazie» sostenuta da Blair e sa-
botata dalla posizione franco-tedesca nella crisi irachena.
La più probabile delle possibili «alleanze fra le democra-
zie» è quella del G8, già proposta dal presidente Bush nel di-
scorso di Varsavia del 15 giugno 2001. Alla pax americana si
sostituirebbe così la pax cum America, come è stato arguta-
mente suggerito dal senatore Andreotti.
In sostanza, dei tre scenari menzionati in precedenza – im-
pero, multipolarità e alleanza delle democrazie – il secondo
appare del tutto improbabile. Anche perché non si com-
prende quale multipolarismo abbia in testa Chirac, che non
è sicuramente quello dei no-global. Il primo e il terzo scena-
rio sembrano invece possibili ed equiprobabili. Quello del-
l’impero, tuttavia, potrebbe essere difficile per il mancato

158
monopolio degli Stati Uniti nel soft power. Quello dell’«al-
leanza delle democrazie», perché i contrasti più aspri nella
crisi irachena hanno avuto luogo proprio fra le democrazie
occidentali e non sono facili da superare, sebbene la raziona-
lità geopolitica lo imporrebbe, anche senza considerare i co-
sti e il conseguente logoramento della soluzione imperiale. Se
non si verificasse nessuno di tali due scenari il mondo invece
che multipolare sarebbe dominato dal caos. Una nuova crisi
economica mondiale – il globobang di Kissinger – potrebbe
erodere anche la coesione degli Stati. Scoppierebbero con-
flitti fra la razionalità e i radicalismi religiosi.

8. I limiti dell’«impero»

L’overstretching imperiale americano non sarà materiale, co-


me quello descritto da Paul Kennedy nel suo studio sul de-
clino delle grandi potenze. Lo rende improbabile la finanzia-
rizzazione dell’economia globalizzata, anche considerando il
fatto che fra una decina di anni, dato l’invecchiamento della
popolazione, dovranno aumentare negli Stati Uniti le spese
sociali, con conseguente diminuzione dei fondi destinabili al-
la politica estera. Anche l’aumento della percentuale della
popolazione ispanica potrebbe indurre gli Stati Uniti a dimi-
nuire i loro impegni internazionali, per concentrarsi sui pro-
blemi interni. Almeno nei prossimi due decenni, è verosimi-
le che i costi dell’«impero e dell’ordine americano» conti-
nueranno a essere internazionalizzati. Saranno quindi soste-
nibili per le finanze di Washington.
Sarà invece possibile un overstretching psicologico e poli-
tico interno per due motivi. La struttura istituzionale degli
Stati Uniti, con il suo sistema di checks and balances, rende
fragile la continuità in politica estera. Non si possono co-
struire imperi senza imperialisti (i neocons, ideologi dell’im-
pero, costituiscono una sparuta minoranza, entrata in crisi al-
le prime, e pur prevedibili, difficoltà incontrate nella stabi-

159
lizzazione dell’Iraq). In secondo luogo, l’opinione pubblica
americana è estremamente impaziente. Lo si era visto già
all’inizio delle operazioni in Afghanistan e lo si vede oggi in
Iraq. Le tendenze «manichee» ed efficientistiche fanno sì che
essa pretenda di sconfiggere «il male» completamente e con
rapidità. Perciò, la straordinaria mobilitazione patriottica
causata dall’11 settembre potrebbe cessare e la situazione po-
litica interna cambiare. Come conseguenza immediata mute-
rebbe anche la politica estera, visto che senza un forte soste-
gno popolare non è possibile alcuna politica estera «imperia-
le». Si tratta di un processo che richiederebbe anni per ma-
turare. Non è perciò realistico pensare che la politica estera
americana possa cambiare radicalmente – come taluni pen-
sano e molti sperano – in caso di una sconfitta elettorale del
presidente Bush nelle elezioni presidenziali del 2004.

9. Scenari euroatlantici

Il maggiore fattore d’incertezza sul futuro del mondo, alme-


no nella prima parte del XXI secolo, riguarda, come si è det-
to, la sorte dell’Occidente, indebolito, se non diviso, dalla cri-
si irachena.
Le divisioni non sono state solo quelle transatlantiche. An-
che l’Europa si è spaccata fra un’Europa filoatlantica, ten-
denzialmente «partner» degli USA, e un’Europa «polo di po-
tenza», che rimprovera alla prima la sudditanza nei confron-
ti di Washington. Ciò costituisce una limitazione intrinseca
del «direttorio a tre». Londra, pur volendo giocare un ruolo
di rilievo in Europa, non sarà però disponibile a indebolire i
suoi rapporti speciali con Washington.
Per il futuro dell’Europa gli scenari geopolitici sono sche-
maticamente tre.
Primo: la NATO e l’Europa si rafforzano; viene concluso
un nuovo patto o contratto transatlantico, fondato su una di-
visione dei compiti e dei ruoli, sulla sicurezza globale o al-

160
meno regionale allargata; PESC e PESD divengono efficaci,
nella misura in cui rimarranno compatibili con la NATO;
hard e soft power si rafforzano a vicenda; la Russia coopera
con l’Europa per l’attuazione delle missioni di Petersberg,
senza essere costretta a scegliere fra l’Europa e gli Stati Uniti.
Secondo: la NATO si indebolisce e l’Europa si rafforza; in
tal caso PESC e PESD divengono centrali; l’UE adotta una po-
litica competitiva e di confronto con gli Stati Uniti; la Russia –
che ha bisogno degli Stati Uniti nel sistema Asia-Pacifico – si
integra con l’Europa solo in campo economico; l’indeboli-
mento mondiale degli Stati Uniti accelera la trasformazione
della Cina in una superpotenza; le Nazioni Unite divengono
luogo di concertazione non solo retorica in un mondo formal-
mente – ma non sostanzialmente – divenuto multipolare.
Terzo: sia la NATO che l’UE si indeboliscono; l’unilate-
ralismo americano ne risulta accentuato, pur continuando ad
avvalersi del multilateralismo à la carte di coalizioni tempo-
ranee, a geografia e geometria variabile; l’Europa in quanto
tale diviene irrilevante per gli Stati Uniti; lo rimangono inve-
ce i singoli Stati europei con cui gli Stati Uniti stringono ac-
cordi bilaterali; l’Europa si divide; Washington trascura gli
strumenti del soft power e tende a imporsi in modo egemoni-
co-imperiale; infine, con il rafforzamento della Cina e la di-
minuzione della sua dipendenza economica dagli Stati Uniti,
scattano reazioni «antiegemoniche» anche a Pechino; scop-
pia una guerra commerciale nel sistema Asia-Pacifico, con
forte deprezzamento del dollaro e crisi dell’economia euro-
pea; quest’ultima fa risorgere il nazionalismo e il protezioni-
smo economico anche in Eurolandia; l’integrazione di que-
st’ultima conosce un disastroso regresso; l’Europa esce dalla
storia e deve affidare la garanzia della propria sicurezza alla
«benevolenza» americana, perché la sua decadenza possa es-
sere controllata e progressiva, senza disastrose accelerazioni.

161
10. Dall’Atlantico alla riforma dell’ONU

L’evoluzione interna degli Stati Uniti e dell’Europa e il futu-


ro dei rapporti transatlantici costituiscono dunque i parame-
tri essenziali per ogni analisi e previsione sulla geopolitica del
XXI secolo. Da essi dipende anche la riforma dell’ONU. Ac-
cenno al problema non tanto perché lo ritengo importante,
quanto perché è «politicamente corretto» farlo, date anche le
pressanti richieste di governo mondiale e i ricorrenti riferi-
menti all’esistenza di una comunità internazionale e di una
società civile mondiale, di cui si sono autoproclamate rap-
presentanti varie organizzazioni non governative, in partico-
lare quelle no-global.
Della riforma dell’ONU si dibatte dalla fine della guerra
fredda. Finora non è stato fatto nulla. Probabilmente non si
farà nulla neppure in futuro, almeno per quanto riguarda
l’organismo centrale, il Consiglio di sicurezza. Ciò non signi-
fica che con l’intensificarsi dei problemi globali – ecologici,
economico-finanziari, sanitari ecc. – non siano sempre più
necessarie istituzioni mondiali specializzate, in grado di ga-
rantire una global governance settoriale, cioè accordi intergo-
vernativi basati su regole sufficientemente affidabili.
Alla fine del secondo conflitto mondiale, gli Stati Uniti e gli
altri Stati vincitori pensarono, come è avvenuto dopo ogni ci-
clo di grandi guerre (da quelle di religione in poi) di creare isti-
tuzioni e norme che garantissero lo statu quo e un certo ordi-
ne internazionale, riducendo prima la violenza privata, con il
monopolio della forza legittima da parte degli Stati, e poi il gra-
do di anarchia internazionale, dovuta all’esistenza delle sovra-
nità statali. A differenza di quanto avveniva nella Società del-
le nazioni, il sistema di sicurezza collettiva delle Nazioni Uni-
te non fu più fondato sul diritto, ma sull’azione di «polizia»
globale garantita dalle grandi potenze membri permanenti del
Consiglio di sicurezza. Nei successivi cinquant’anni i rappor-
ti di forza sono tuttavia profondamente cambiati. Con l’ecce-
zione di un breve «momento di gloria», nel periodo in cui

162
Bush padre pensava ancora possibile l’instaurazione del «nuo-
vo ordine mondiale», le Nazioni Unite sono passate dalla pa-
ralisi del mondo bipolare a quella del mondo unipolare. Il
Consiglio di sicurezza, da foro di decisioni su come impiegare
le forze di polizia del mondo è decaduto ad arena di contrasti
politici fra i suoi membri permanenti. La sua incapacità deci-
sionale ha provocato le decisioni unilaterali della NATO per
il Kosovo, e degli Stati Uniti per l’Iraq. Esse l’hanno di fatto
marginalizzato, mettendo in evidenza la crisi del sistema con-
cepito sessant’anni fa a San Francisco.
La storia, e anche il semplice buon senso, dimostrano che
il diritto internazionale non può contrapporsi alla politica.
Per poter incidere sulla realtà il diritto non deve riflettere
ideologie né teorie astratte, ma gli effettivi rapporti di poten-
za. Beninteso, il concetto di potenza è ambiguo e multidi-
mensionale. Il diritto internazionale deve tener conto del fat-
to che alcune dimensioni possono essere centralizzate a livel-
lo mondiale; altre, invece, debbono essere esercitate a livello
regionale o dei singoli Stati. Il diritto internazionale non può
opporsi alla politica, che, in ultima istanza, dipende dalla di-
stribuzione della potenza. Può invece far sì che la politica dei
singoli Stati si muova all’interno di circuiti procedurali for-
mali, sebbene in alcune circostanze essa li violi, in altre li
ignori e in altri infine li cambi. L’esistenza di un diritto inter-
nazionale attenua l’anarchia internazionale, la power politics
ed è favorevole anche alle potenze egemoni, o imperiali, per-
ché riduce i costi del mantenimento dell’impero e gli confe-
risce legittimità. Non corrisponde alla realtà storica il fatto
che il multilateralismo sia preferito dai «deboli», mentre i for-
ti perseguirebbero sempre l’unilateralismo. Nel momento
della loro maggior potenza relativa – cioè alla fine della se-
conda guerra mondiale – gli Stati Uniti sono stati promotori
delle grandi istituzioni internazionali che hanno resistito ol-
tre cinquant’anni. Beninteso, il Gulliver americano non vuo-
le essere legato dai lillipuziani del resto del mondo. Ma, per-
ché non siano portati a farlo, questi ultimi devono essere con-

163
vinti che il centro dell’impero tenga conto anche dei loro in-
teressi e produca un «bene pubblico internazionale» – quale
la sicurezza – che legittimi la sua egemonia.
In tal senso l’ONU, pur non essendo una panacea, può es-
sere utile per attenuare i contrasti e dividere i costi degli in-
terventi statunitensi. Inoltre, malgrado la sua inefficienza, cor-
ruzione, inaffidabilità e scarsa rappresentatività della realtà
del mondo dell’inizio del XXI secolo, l’ONU possiede anco-
ra un notevole appeal sulle opinioni pubbliche – anche su
quella americana – di cui la politica non deve tener conto; il
suo mantenimento in vita risponde anche all’interesse del
principale alleato degli Stati Uniti, la Gran Bretagna di Blair,
titolare di un seggio permanente e del diritto di veto, che le
consentono di svolgere un ruolo mondiale e di attenuare la
mortificazione della decadenza che ha conosciuto nel XX se-
colo. Per questo egli convinse il presidente Bush a portare il
caso iracheno di fronte al Consiglio di sicurezza.
La relativa debolezza economica e militare non consente
più a Londra di esercitare l’influenza sugli affari del mondo
che aveva nel XIX secolo. Il potere di veto attenua le conse-
guenze del declino geopolitico britannico e permette al Re-
gno Unito di esercitare ancora un peso superiore alle risorse
che può dedicare alla politica estera e al Commonwealth dei
54 Stati che ancora guardano a Londra.
Beninteso, le istituzioni di sicurezza collettiva, anche quel-
le più efficienti – che cioè dispongano di un nocciolo duro o
direttorio, organizzato secondo il principio del «concerto
delle potenze», pur entro il modello teorico idealista della si-
curezza collettiva – sono portate più a celebrare la pace che a
crearla. Quest’ultimo obiettivo rende inevitabile l’uso della
forza come last resort, forza che nessuna organizzazione in-
ternazionale ha mai posseduto né verosimilmente possederà
e che solo gli Stati sono legittimati a impiegare. L’idea ricor-
rente di un «esercito dell’ONU» è infatti pura utopia.

164
11. La crisi dell’Iraq, il risorgere e la rapida
marginalizzazione del dibattito sulla riforma dell’ONU

La crisi dell’Iraq ha rilanciato il dibattito sulla riforma del


Consiglio di sicurezza. Nuove proposte – quale quella bri-
tannica di portare i membri del Consiglio dagli attuali 15 a
25, allo scopo di renderlo più rappresentativo della realtà
mondiale – si sono aggiunte alle precedenti: il quick fix, cioè
l’ammissione al Consiglio di sicurezza di Germania, Giappo-
ne, India, Brasile e forse Nigeria; la maggiore frequenza di
partecipazione al Consiglio, proposta dall’Italia; la rappre-
sentanza dei grandi raggruppamenti regionali; il seggio euro-
peo; l’abolizione del diritto di veto o il voto a maggioranza
qualificata; infine, quella avanzata recentemente da Samuel
Huntington, di mantenere il diritto di veto solo agli Stati Uni-
ti. Tutte queste proposte – con l’eccezione dell’ultima – ri-
ducono la riforma a semplici aggiustamenti tecnico-giuridici,
che non corrispondono alle realtà geopolitiche mondiali e
che, comunque, non sono accettabili per i paesi esclusi. Ad
esempio, il quick fix incontra l’opposizione dell’Italia; la de-
signazione della Nigeria, come rappresentante dell’Africa,
quella dell’Egitto e del Sud Africa; l’entrata nel Consiglio di
sicurezza del Brasile è contestata dal Messico e dall’Argenti-
na; quella dell’India dal Pakistan; e così via.
Il problema vero è a monte. Le Nazioni Unite sono uno
strumento per collegare il globale con il regionale e il locale.
C’è da chiedersi se la complessità e l’imprevedibilità del mon-
do del XXI secolo consentano ancora tale collegamento, rea-
lizzato con meccanismi procedurali rigidi e attivabili solo con
lentezza. Il punto è che le Nazioni Unite rivendicano il mo-
nopolio della legittimità e della virtù, scontrandosi frontal-
mente con l’ideologia dell’«eccezionalismo» e della «missio-
ne» oggi popolari più che mai negli Stati Uniti. Il Congresso
e il Senato degli Stati Uniti non riconoscono infatti autorità
superiori, fuori dal loro controllo, perché l’esperienza storica
americana è del tutto diversa da quella europea: gli Stati Uni-

165
ti sono stati una democrazia prima ancora di avere una poli-
tica estera. Nessuna organizzazione internazionale può inve-
ce essere democratica al pari di uno Stato.
Qualsiasi riforma tecnico-giuridica dell’ONU sarebbe pro-
babilmente solo cosmetica. Il «gioco» geopolitico non si svol-
ge al Palazzo di Vetro, ma nei fori transatlantici e transpaci-
fici, fra gli Stati Uniti e l’Europa e fra gli Stati Uniti e la Cina.
Sulla base di quanto sopra affermato appare realistico ri-
tenere – e gli avvenimenti successivi agli attentati dell’11 set-
tembre sembrano confermarlo – che l’unica riforma pratica-
bile sia quella che consentirebbe di passare da un sistema di
sicurezza collettivo accentrato a uno decentrato. La risposta
intermedia, fra la globalizzazione e la frammentazione, è la
regionalizzazione. Beninteso, le istituzioni globali – come
l’ONU, le istituzioni finanziarie internazionali, il G8, l’al-
leanza delle democrazie e così via – rimarrebbero in vita e
potrebbero assolvere determinati compiti collegati ai pro-
blemi mondiali. Invece, il sistema di sicurezza mondiale an-
drebbe incentrato su una serie di organizzazioni regionali, in
cui dovrebbero essere sempre presenti gli Stati Uniti. In-
somma, si dovrebbe realizzare un sistema hub and spoke,
quale quello che realisticamente Kissinger ritiene corrispon-
dente alle realtà del XXI secolo.

12. La «vittoria» di Henry Kissinger


e il mondo uni-multipolare

Le tendenze geopolitiche del dopo 11 settembre e soprattut-


to la rinuncia americana all’unilateralismo ideologico per ab-
bracciare anche in Iraq quello di un pragmatico «multilate-
ralismo à la carte» – esclusivo come le alleanze, ma inclusivo
come i sistemi di sicurezza – sembrano confermare la validità
delle tesi di Kissinger circa il «nuovo ordine mondiale» uni-
multipolare.

166
Il nuovo assetto del mondo prevedrebbe quindi un siste-
ma di sicurezza articolato per cerchi concentrici. Al centro gli
Stati Uniti – associati nel modo più stretto possibile con l’Eu-
ropa – e in periferia le alleanze, o i sistemi di equilibrio re-
gionali. Washington fungerebbe da equilibratore del sistema
globale, contribuendo con la sua presenza a garantire gli
equilibri, sia fra le regioni che all’interno di esse. Lo schema
geopolitico dominante sarebbe quello suggerito da Spykman:
Stati Uniti o Occidente americano al centro, collegati con i
vari rim periferici, estesi fino al cuore delle masse continen-
tali eurasiatiche. In sostanza, un’Alleanza del G8, vero go-
verno mondiale al posto di un Consiglio di sicurezza che sem-
bra aver esaurito le proprie potenzialità.
È un sistema che sta emergendo in Asia, pur non senza dif-
ficoltà e contraddizioni. In Asia meridionale, gli Stati Uniti so-
no ormai direttamente coinvolti nelle dispute fra India e Paki-
stan per il Kashmir e stanno rafforzando la loro alleanza con
l’India e ponendo su nuove basi quella con il Giappone, anche
per creare un equilibrio regionale più stabile, in grado di ri-
durre gli impegni diretti degli Stati Uniti; nell’Asia nord-orien-
tale, con l’attivazione del Gruppo dei sei, per evitare sia la pro-
liferazione sia una guerra contro la Corea del Nord; in Medio
Oriente, con il «quartetto» – USA, Unione Europea, Russia e
ONU – per la riattivazione del progetto di pace israelo-pale-
stinese; in Asia centrale e in Caucaso con l’intesa fra Mosca e
Washington; e così via. L’ONU, in questa prospettiva, non
scomparirebbe, ma vedrebbe ridotto il suo ruolo a quello che
può effettivamente esercitare: essere un foro diplomatico per-
manente e un’agenzia umanitaria. Membri del Consiglio do-
vrebbero comunque essere gli Stati che contribuiscono mag-
giormente agli interventi. L’utilizzazione delle organizzazioni
e delle alleanze regionali, pur essendo complessivamente po-
sitiva, comporta sempre un costo per gli USA: dover rinun-
ciare a parte della propria libertà d’azione e dover tenere mag-
giormente in conto la sensibilità e gli interessi degli altri paesi.

167
È un costo di massima che vale la pena di pagare. È proprio
questa la soluzione suggerita da Kissinger.

13. Il futuro dell’Islam

A parte i «continenti perduti» – come l’Africa e in parte


l’America Latina – che non contano sugli equilibri geopoliti-
ci mondiali, rimane aperto il problema dell’Islam. I facili en-
tusiasmi sulle società multiculturali e multietniche, dominan-
ti negli anni Novanta, hanno ceduto spazio in Occidente a
una riflessione più approfondita sul come convivere pacifica-
mente con l’Islam. Il problema è particolarmente importan-
te per l’Europa, a causa della drammatica crisi demografica
che la investe, perché la massa degli immigrati è islamica e
perché le aspettative sull’integrazione di quest’ultimi sono ri-
dotte e, comunque, sono smentite dalla realtà dei fatti. L’in-
tegrazione in Europa significherebbe per i musulmani assu-
mere un’identità europea e perdere perciò quella islamica.
Ma purtroppo l’Islam non è solo una religione; è anche poli-
tica e diritto. Poiché non si può pretendere che si secolarizzi,
si pone il problema del come non compromettere l’identità
secolare e comunque «cristiana» dell’Europa. Una minaccia
a quest’ultima renderebbe inevitabile il conflitto, non tanto
fra Sud e Nord, quanto all’interno delle stesse società occi-
dentali. Non bisogna dimenticare che quella cristiana è sì una
religione di pace, ma che la cristianità si è sempre comporta-
ta anche duramente contro chi la minacciava. Non è detto
che non lo faccia anche in futuro. Lo si vede dalla popolarità
crescente dei movimenti tradizionalisti nelle varie chiese cri-
stiane (compensata peraltro dall’altrettanta popolarità di cui
godono i movimenti no-global). Nessuno è riuscito a trovare
una soluzione al problema dell’integrazione dei musulmani.
Esso potrebbe diventare centrale nella geopolitica del XXI
secolo. Per ora ci si limita a ignorarlo e a confidare nel «dia-
logo fra le religioni». Per inciso, l’integrazione dei latinos nel-
la società americana è molto più agevole.

168
La rinascita dell’importanza politica delle religioni ha ri-
flessi anche sulla politica internazionale. Sebbene i politici e i
giornalisti continuino a ripetere che la guerra al terrorismo
non è guerra all’Islam, essa di fatto lo sta diventando, non so-
lo per colpa di bin Laden – che cerca proprio questo per legit-
timare il suo «califfato» oggi virtuale e che vorrebbe trasfor-
mare in reale – ma anche dei neocons, che pongono all’Islam –
o almeno alla quasi totalità dei regimi attuali – una minaccia
mortale, proponendosi di democratizzarlo, minacciando così
la sopravvivenza delle strutture socio-politiche tradizionali.
Va notato che il mondo islamico non può essere «clonato», per
riformarlo imponendogli i valori occidentali. Nessuna società
può esserlo. Una maggiore cautela sarebbe forse preferibile,
anche se i giochi sono tuttora aperti ed esista la possibilità che
si crei un circolo virtuoso da Baghdad a Gerusalemme e che
un successo della stabilizzazione dell’Iraq si rifletta positiva-
mente su una riforma interna dei regimi del Golfo – da cui pro-
vengono gran parte dei finanziamenti al terrorismo interna-
zionale.
Con l’11 settembre sono emersi ancora una volta sia l’im-
portanza sia i limiti dell’economia nei riguardi della politica.
La richiesta di sicurezza, l’identità e l’ideologia mantengono
un peso rilevante.
Le difficoltà maggiori nella lotta al terrorismo di matrice
islamica consistono nel fatto che esso è, al tempo stesso, hi-
tech e suicida. I popoli che non hanno paura della morte, e
che trovano giovani disposti al supremo sacrificio per un
ideale, quale esso sia, hanno sempre prevalso. Al riguardo
dell’uso della forza il pensiero occidentale è ancora condizio-
nato dalle teorie clausewitziane, secondo cui la guerra è uno
strumento – razionale o irrazionale, poco importa – della po-
litica degli Stati. Tuttavia, contro le reti terroristiche interna-
zionali presenti anche sui nostri territori, la guerra è divenu-
ta una necessità per garantire la sopravvivenza. Per questo
l’Occidente continua a combattere guerre, sebbene la forza

169
militare sia sempre più costosa e i benefici che se ne possono
trarre sempre minori.
Nessuno Stato verrà mai rovesciato dagli attacchi terrori-
stici. Il vero rischio è che il terrorismo diventi endemico.
L’eventuale ripetersi di questo tipo di attacchi implichereb-
be infatti un aumento della richiesta di sicurezza da parte del-
le società colpite. La lotta antiterroristica imporrebbe allora
nuove restrizioni alla libertà, provocando un irrigidimento,
anche in senso xenofobo, della politica e delle opinioni pub-
bliche occidentali. L’Occidente non sarebbe più lo stesso.
Perderebbe parte della sua identità, basate sulle libertà indi-
viduali e il «diritto mite». Per questo occorre trovare un ra-
gionevole equilibrio fra le esigenze della sicurezza e quelle
della libertà.

14. Complessità, imprevedibilità e analisi geopolitica

Insomma, le nuove minacce rendono la politica di sicurezza


più multidimensionale di quanto lo fosse nel passato. La
complessità e l’imprevedibilità, che caratterizzano il mondo
odierno e di cui siamo tutti divenuti più consapevoli dopo
l’11 settembre, hanno fatto riscoprire l’approccio geopoliti-
co, per la sua capacità di raccordare spazialmente i vari pro-
blemi, di assicurare la comprensione – beninteso soggettiva –
di fenomeni disparati e, infine, di consentire previsioni sul fu-
turo con l’utilizzazione delle tecniche degli scenari, dell’im-
patto incrociato, che consentono di incorporare il qualitativo
e il soggettivo, l’irrazionale e il valoriale, l’analisi e l’esperien-
za diretta. Come ogni esercizio di futurologia, le previsioni
debbono essere prese con beneficio d’inventario. Tuttavia,
sono necessarie, sia per il valore euristico di tali approcci e
tecniche, sia perché diviene possibile esplicitare gli obiettivi
della politica estera nazionale e quindi proporli all’opinione
pubblica per ottenerne il necessario consenso attraverso un
dibattito democratico. Il merito principale della geopolitica

170
attuale è proprio quello di promuovere un dibattito sulla po-
litica estera, spesso rimasta confinata nei palazzi del potere,
ma che è sempre meno separabile dalla politica interna, data
la globalizzazione, l’interdipendenza globale, la porosità dei
confini e l’emergere di problemi globali non solo ecologici,
ma anche culturali.
Oggi – come mai prima – è necessario pensare global-
mente per poter agire localmente. Il merito maggiore della
geopolitica è proprio quello di raccordare il globale con il lo-
cale; il potere con le ambizioni; le percezioni, influenzate dai
propri assunti metapolitici, con un approccio più critico cir-
ca la propria visione del mondo, le proprie preferenze e le
proprie scelte.
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Indici
Indice dei nomi

Adenauer, Konrad, 83. Chomsky, Noam, 55.


Albright, Madeleine, 12, 68. Clausewitz, Karl von, 17, 61.
Allam, Magdi, 98. Clinton, Bill, 7, 12-13, 29-30, 53-54,
Andreotti, Giulio, 158. 59-61, 68, 135, 138.
Angell, Norman, 27.
Armitage, Richard, 138. Daladier, Édouard, 82.
Atatürk, Mustafa Kemal, 92. De Gasperi, Alcide, 83.
Delors, Jacques, 104.
Bergsten, Fred C., 84. Dugin, Alexander, 110.
Bin Laden, Osama, 28, 37, 62, 97,
140, 153, 169. Eltsin, Boris, 65, 113.
Blair, Tony, 12, 44, 62, 65, 81-82, Erdogan, Recep Tayyp, 35, 93, 142.
104, 158, 164.
Bouthoul, Gaston, 38. Fallaci, Oriana, 143.
Bozzo, Luciano, XI. Feldstein, Martin, 84.
Braudel, Fernand, 31. Filippo II d’Asburgo, re di Spagna,
Brežnev, Leonid, 36.
32.
Brzezinski, Zbigniew, VIII, X, 15, 20,
Fiorani Piacentini, Valeria, 142.
30, 36, 42, 71-72, 141.
Fukuyama, Francis, 27.
Buchanan, Patrick, 30, 55-56, 75.
Bush, George H.W., 40, 59, 112,
Gaulle, Charles de, 83.
162-63.
Bush, George W., 6, 18, 22, 24-25, Gheddafi (Mu‘ammar al-Qadhdhπ-
29-30, 41, 47-48, 52-54, 56, 61, f∞), 35.
63, 70, 75, 80, 84, 90, 93, 100, Gilpin, Robert, 7, 67.
129, 135-36, 141, 147, 149, 152- Giscard d’Estaing, Valéry, 79, 104.
153, 156, 158, 160, 164. Gorbaciov, Michail, 100, 118.

Calleo, David, 75-76. Haass, Richard, 5.


Carter, Jimmy, 15, 72. Hassner, Pierre, 50.
Chamberlain, Neville, 82. Haushofer, Karl, 58.
Cheney, Dick, 4-5, 62. Hoffmann, Stanley, 32.
Chirac, Jacques, 12, 49, 70, 81-82, Huntington, Samuel, 15, 36, 43, 72,
86, 89, 104, 158. 144, 165.

181
Hussein, Saddam, 41, 82, 90. Nixon, Richard, 119.
Nye, Joseph, VIII, 5, 45, 51, 71, 138.
Ivasciov, Leonid, 117.
Perle, Richard, 5, 55.
Joffe, Josef, 77, 106. Pietro I il Grande, zar di Russia, 111.
Powell, Colin, 12, 49.
Kagan, Robert, 4-5, 30, 68, 76. Putin, Vladimir, 55, 87, 89-90, 108,
Kaplan, Robert, 16, 68. 112-17.
Kennedy, Paul, 8, 159.
Keynes, John Maynard, 52. Ratzel, Friedrich, 18.
Khatami, Muhammad, 35, 93, 142. Reagan, Ronald, 56, 60, 152.
Khomeini, Ruhollah al-Musavi, 94, Ribbentrop, Joachim von, 151.
139, 153. Rice, Condoleezza, 5.
Kipling, Rudyard, 55. Rimini, Mario, XI.
Kissinger, Henry, VIII, X, 5, 14-17, Roosevelt, Theodore, 58.
20, 30, 36, 44, 66, 68, 71, 73-75, Rumsfeld, Donald, 4-5, 15, 45, 51,
119, 137, 144, 159, 166, 168. 62, 80.
Klare, Michael, 10, 38.
Koizumi, Junichiro, 25, 137-38. Savona, Paolo, 7.
Krauthammer, Charles, 55.
Schuman, Robert, 83.
Kristol, William, 55.
Sharon, Ariel, 41.
Kupchan, Charles, 6, 76, 120.
Smith, Adam, 27, 61.
Ledeen, Michael, 55. Solana, Javier, 81, 86, 99, 101-102,
Lewis, Bernard, 143. 107, 148, 150.
Luttwak, Edward, 6, 32. Spengler, Oswald, 96.
Lyautey, Louis Hubert Gonzalve, Spykman, Nicholas, 20, 58, 167.
69. Stalin, pseud. di Iosif Vissarionovič
Džugašvili, 36.
Machiavelli, Niccolò, 17. Stiglitz, Joseph, 6, 67.
Mackinder, Halford John, 18, 50,
58-59. Trenin, Dmitri, 117.
Mahan, Alfred, 18. Truman, Harry S., 16, 58, 120.
Marco d’Aviano, 98.
Marshall, George, 58. Vaïsse, Justin, 50.
McLuhan, Marshall, 42. Villepin, Dominique de, 12, 48, 120.
Mearsheimer, John, VIII, 16, 54.
Minc, Alain, 68. Wallerstein, Immanuel, 55.
Miyamoto, Musashi, 17. Walt, Stephen, VIII, 16.
Molotov, pseud. di Vjačeslav Mi- Washington, George, 55.
chajlovič Skrjabin, 151. Wolfowitz, Paul, 5, 55, 64, 122, 156.
Monroe, James, 6, 29, 57, 157.
Xiaoping, Deng, 118.
Napoleone I Bonaparte, imperatore
dei Francesi, 48. Zirinovsky, Vladimir, 110.
Nicia, 44. Zyuganov, Gennadij, 110.

182
Indice dei luoghi

Afghanistan, 21, 42, 74, 105, 133, Belgio, 79.


136, 160. Belgrado, 127.
Africa, 18, 25, 33, 38, 68, 74, 91, Berlino, 31, 37, 49, 77, 79, 81, 86,
104, 118, 150, 165, 168. 102, 150-51.
Albania, 102. Bielorussia, 77, 86.
Alpi, 95. Birmania, 124.
America, 73; Bisanzio, 95.
– del Nord, 31, 52, 54; Bonn, 77.
– del Sud, 31, 52, 54; Bosnia, 74.
– Latina, 25, 27, 29, 33-34, 57, 118, Brasile, 165.
168. Bruxelles, 31, 55, 86, 101, 150, 157.
Ankara, 31, 92-93.
Arabia Saudita, 35, 40, 93, 97, 140, Canale di Panama, 58.
143. Cancún, VII, 5, 17, 26, 61, 70, 122,
Argentina, 165. 151, 156.
Asia, 11, 31, 111-12, 115, 121, 123, Carpazi, 95.
126-27, 131, 133-34, 136-38, 144, Caucaso, 38, 92-93, 108, 112, 114,
161, 167; 117, 167.
– centrale, 38-39, 42, 58, 64, 72, 92- Cecenia, 116, 119, 151.
93, 111-12, 114, 116-19, 128-29, Cina, IX, 9-11, 17, 22, 25-26, 31, 34,
133, 141, 167; 38-39, 41-42, 45, 49, 59, 64, 71,
– meridionale, 42, 74, 96, 119, 130, 73-74, 96-97, 109, 112, 115-36,
133, 136, 138, 167; 138, 150-52, 154, 161, 166.
– nord-orientale, 167; Corea, 34, 134, 147, 154;
– orientale, 22, 114, 120, 129, 138; – del Nord, VII, 40, 64, 115, 122,
– sud-orientale, 10, 26-28, 34, 54, 129, 131, 138, 167;
96, 109, 118, 120, 129, 133-34, – del Sud, 119, 130, 133.
152. Cuba, 58.
Atene, 44.
Australia, 120. Dayton, 74.
Doha, 17, 70.
Baghdad, 169.
Balcani, 61, 68, 86, 88, 97, 141. Egitto, 39, 41, 97, 134, 165.
Barcellona, 91, 100. Ekaterininburg, 65, 89, 115, 151.

183
Epiro, 128. 64, 97, 118, 120-21, 124, 126,
Estremo Oriente, 42, 112, 126, 138. 129-37, 150, 165, 167.
Eufrate, 39. Indocina, 132, 136.
Eurasia, 112, 121, 127, 130-31, 133, Indonesia, 124, 136, 142.
137. Iran, VII, 35, 64, 93-94, 134, 136,
Europa, VII, IX, XI, 3, 5-6, 9-11, 13, 139, 143, 154.
17, 22, 25-26, 30-33, 37-39, 44, Iraq, VII, 7, 14, 16, 21-22, 29-30, 35,
49-51, 54-55, 57-59, 61-68, 70, 39-41, 43-44, 48-49, 54-55, 62-64,
73-74, 76-107, 111-16, 118, 120- 66, 68-69, 74, 76-77, 79-80, 82, 85,
121, 126-27, 129, 134, 136, 140, 92-94, 103, 105, 113, 128, 134,
148-52, 155, 157, 160-62, 166-68; 138-39, 141, 143, 147-49, 151,
– centrale, 87; 154-55, 158, 160, 163, 165-66,
– centro-orientale, 49, 65, 82, 85, 169.
88-89, 116, 151; Islamabad, 128, 133.
– centro-settentrionale, 55; Israele, 91-93, 133, 150, 154.
– occidentale, 31, 55, 58, 87-88, 91; Istanbul, 101.
– orientale, 115. Italia, 37, 65, 85, 89, 95, 97, 126-28,
Evian, 127. 150, 165.

Federazione Russa, 33-34, 38, 65, Jugoslavia, 134.


86-87, 101, 108, 111-12, 114,
Kaliningrad, 115.
116-17, 123. Vedi anche Russia.
Kashmir, 42, 74, 135-36, 167.
Filippine, 58, 120.
Kosovo, 14, 49, 163.
Francia, IX, 12, 43, 49-50, 65, 79-82, Kuwait, 27, 147.
85, 90, 94, 115, 148, 150-52, 156. Kyoto, 12.
Germania, 50, 58, 65, 77, 79-80, 85, Laecken, 103.
89, 96-97, 115, 125, 148, 150, Le Touquet, 103-104.
152, 165. Liberia, 44.
Gerusalemme, 169. Libia, 41.
Giappone, 11, 25-26, 33-34, 42, 60, Lisbona, 127.
74, 111, 115-16, 119-25, 128-31, Londra, 37, 65, 72, 79-80, 104, 160,
133-34, 137-38, 151-52, 165, 167. 164.
Golfo del Bengala, 124. Lussemburgo, 79.
Golfo Persico, 27, 38-41, 54, 64, 74,
91-93, 118, 128, 133, 154, 169. Macedonia, 102.
Gran Bretagna, 12, 37, 50, 62, 79, Maghreb, 100.
81, 85, 96, 146, 150-51, 164. Malaysia, 69, 130, 142.
Grecia, 128. Mar Arabico, 138.
Mar Baltico, 78.
Hainan, 127, 131, 151. Mar Caspio, 39, 112.
Hawaii, 58. Mar Cinese, 41, 64, 121, 123, 130.
Helsinki, 102-103. Mar Mediterraneo, 32, 34, 91-92,
94-95.
India, 9-10, 25, 33-34, 38-39, 41-42, Mar Nero, 92-93.

184
Marocco, 44, 69, 91, 140. Roma, 89, 95, 110.
Mashrek, 100. Russia, IX, XI, 9, 25, 27, 31, 33-34,
Medio Oriente, 34, 38-39, 74, 91, 38-40, 49-50, 55, 58-59, 64-65,
141, 154, 157, 167. 71, 86-87, 89-90, 95, 97, 100-101,
Mesopotamia, 44. 108-109, 111-17, 119, 121-23,
Messico, 31, 165. 128, 130, 136, 150-51, 161, 167.
Moldavia, 86.
Monaco di Baviera, 58, 82. Sahara, 91.
Mosca, 26-27, 31, 37-38, 49, 55, 59, Saint-Malo, 79.
65, 81, 87, 89-90, 101, 109-10, Salonicco, 86.
114-17, 123, 128, 150, 155, 167. San Francisco, 163.
Murmansk, 40. San Pietroburgo, 72, 89.
Shanghai, 64, 128.
New Delhi, 41, 124, 133-35, 137. Siberia, 33, 109, 115-16, 119, 129-
Nigeria, 165. 130.
Nuova Zelanda, 120. Sicilia, 44.
Sinkiang, 124, 128, 151.
Oceania, 120. Siria, 39.
Oceano Atlantico, 33, 52, 58, 60, Spagna, 37, 44, 65, 85, 95, 97, 150.
73, 84, 107, 157.
Spartley, Isole, 123.
Oceano Indiano, 42.
Stati Uniti (USA), VII-XI, 3-6, 8-10,
Oceano Pacifico, 11, 31, 34, 52, 55,
12-17, 22-33, 35, 37-45, 47-77, 80,
58, 60, 109, 112, 114-15, 121,
82-102, 104-106, 110, 112-16,
126-27, 131, 137-38, 161.
119-28, 130-31, 133-36, 138-41,
Olanda, 96.
143-67.
Pakistan, 42, 64, 120, 124, 131-36, Sud Africa, 165.
150, 165, 167. Sudan, 39.
Paracelso, Isole, 123. Suez, 49-50.
Parigi, IX, 13, 31, 37, 49, 64, 79-80,
82, 86, 104, 149-50, 157. Taiwan, 41, 64, 73, 121-23, 131, 154.
Pechino, 41, 49, 64, 73-74, 81, 112, Teheran, 40, 134.
115-17, 119-31, 135, 137, 152, Tibet, 124, 128, 151.
154-55, 161. Tigri, 39.
Peloponneso, 44. Timor Est, 131.
Penisola arabica, 41. Tokyo, 126, 137-38.
Petersberg, 99, 102, 115, 161. Transnistria, 86.
Pirenei, 95. Turchia, 31, 39, 77, 86, 91-95.
Polonia, 65, 89, 150.
Potsdam, 36. Ucraina, 59, 77, 86, 111-12.
Praga, 14, 103. Unione Europea (UE), 5, 13, 31, 44-
Pratica di Mare, 100. 45, 51, 55, 62, 65, 77-79, 81-82,
84-91, 93, 95-96, 99-102, 104-
Rapallo, 151. 106, 109, 114-15, 131, 134-35,
Regno Unito, 164. Vedi anche Gran 148-51, 157, 161, 167. Vedi anche
Bretagna. Europa.

185
Unione Sovietica (URSS), 7, 13, 27, Washington, 13-15, 20-22, 24-27,
49-50, 59, 87, 108, 111-13, 116, 31, 37, 40-42, 44-45, 49-50, 53-
118-20, 135, 149. 55, 64-65, 67, 70-71, 74-75, 84,
Urali, 112. 90, 92, 94, 99, 106, 113-14, 117,
119-22, 125, 135-36, 138, 146,
Varsavia, 65, 100, 158. 148-49, 151-52, 154-55, 157, 159-
Versailles, 50, 58. 161, 167.
Vienna, 98. Westfalia, 146.
Vietnam, 33, 60, 82, 119-20, 123.
Vilnius, 55, 86. Yalta, 26, 59.
Indice del volume

Introduzione VII

I. La geopolitica del post-guerra fredda:


dal mondo bipolare a quello unipolare 3
1. Il dibattito sulla natura degli effetti geopolitici dell’11
settembre, p. 3 - 2. La «riscoperta» dello Stato, p. 8 -
3. Le tendenze di lungo periodo, p. 9 - 4. Gli impatti di
breve periodo dell’11 settembre e della guerra al terrori-
smo, p. 12 - 5. Gli Stati Uniti fra «neocons» e «Realpoli-
tik», p. 13 - 6. Globalizzazione economica e riglobalizza-
zione della sicurezza, p. 17 - 7. L’importanza della geo-
politica, p. 19

II. La geopolitica dopo l’11 settembre 21


1. Il mutamento delle percezioni geopolitiche conseguen-
te agli attentati dell’11 settembre, p. 21 - 2. La mobilita-
zione patriottica degli Stati Uniti e il suo influsso sulla po-
litica estera americana, p. 23 - 3. Unilateralismo e multi-
lateralismo, p. 24 - 4. Le conseguenze geopolitiche del-
l’economia mondiale, p. 25 - 5. La frammentazione stra-
tegica dopo la guerra fredda, p. 26 - 6. Tra Clinton e
Bush, prima delle elezioni presidenziali e dopo l’11 set-
tembre, p. 29 - 7. L’opposizione fra «neocons» e realisti,
p. 30 - 8. L’importanza dell’economia, p. 31 - 9. Dall’eco-
nomia alla demografia, p. 32 - 10. Demografia e Islam,
p. 34 - 11. Gli altri fattori geopolitici, p. 35 - 12. Le risor-
se naturali come fattore della futura geopolitica, p. 37 -
13. Guerra dell’Iraq, guerra per il petrolio e condiziona-
menti geopolitici della Cina e dell’India, p. 40 - 14. La
globalizzazione e le istituzioni internazionali, p. 42 -
15. Gli Stati Uniti e il nuovo ordine unipolare, p. 43

III. Gli Stati Uniti 47


1. Politica estera e ideologia «neocon» fra valori america-
ni ed economia, p. 47 - 2. Gli USA dal mondo bipolare a

187
quello unipolare, p. 49 - 3. Il dibattito geopolitico negli
Stati Uniti, p. 50 - 4. Secolo, impero, egemonia o leader-
ship degli Stati Uniti, p. 54 - 5. L’impero diviso fra ideali-
sti e realisti, p. 56 - 6. Le varie fasi dell’espansione geopo-
litica americana, p. 57 - 7. L’erosione dell’unità dell’Occi-
dente e l’affermarsi del «secolo» o dell’«impero america-
no», p. 60 - 8. L’alleanza fra «neoconservatives» e nazio-
nalisti, p. 62 - 9. Il prevalere dei «neocons» dopo l’11 set-
tembre e i contrasti con la «vecchia Europa», p. 63 - 10.
L’incertezza sui futuri rapporti transatlantici, p. 66 - 11.
La combinazione fra «hard» e «soft power» nella politica
estera americana, p. 69 - 12. Joseph Nye, Zbigniew Brze-
zinski, Henry Kissinger: influssi sulla politica americana,
p. 71 - 13. David Calleo, europeista moderato, e il «golli-
sta» Kupchan, p. 75

IV. L’Europa 77
1. Le diverse «anime» dell’Europa, p. 77 - 2. Gli impatti
dell’11 settembre sull’integrazione europea, p. 78 - 3. In-
tegrazione europea e Convenzione, p. 79 - 4. Europa e
crisi dell’Iraq, p. 80 - 5. L’Europa fra il multilateralismo
«à la carte» di Blair e le ambizioni multipolaristiche di
Chirac, p. 81 - 6. L’«Europa delle patrie» e l’«Europa fe-
derale», p. 82 - 7. Euro contro dollaro, p. 84 - 8. L’Euro-
pa del «nucleo duro» e la crisi dell’Iraq, p. 85 - 9. I con-
fini orientali dell’Europa, p. 86 - 10. I confini meridiona-
li dell’Europa, p. 90 - 11. L’influsso della decadenza eco-
nomica e della crisi demografica, p. 95 - 12. La riforma
della NATO e i rapporti transatlantici, p. 99 - 13. Le pos-
sibili «architetture» della sicurezza europea, p. 100 -
14. La Convenzione europea e la PESD, p. 101 - 15. Si-
nergie e cooperazioni fra PESD e NATO, p. 103

V. La Russia 108
1. Il declino della Russia come grande potenza, p. 108 -
2. Il «complotto occidentale» e le teorie eurasiste, p. 110 -
3. Il dibattito sull’identità della Russia, p. 111 - 4. Putin
e l’Occidente: tra l’Europa e gli Stati Uniti, p. 113 - 5. Il
realismo della geopolitica russa e la Cina, p. 116 - 6. Il rial-
lineamento geopolitico russo dopo l’11 settembre, p. 117

VI. Il resto del mondo 118


1. LA CINA, p. 118
Il «ritorno» geopolitico della Cina, p. 118 - Cina, Stati Uni-
ti e Russia dopo la fine della guerra fredda, p. 119 - La Ci-
na «è un giallo», ovvero il ritorno dell’«impero di mezzo»,

188
p. 121 - La Cina e l’Eurasia orientale, p. 123 - Cina, Giap-
pone e Stati Uniti, p. 124 - I condizionamenti economici
della politica estera cinese, p. 125 - La politica estera di Pe-
chino, p. 127 - Il riavvicinamento a Washington dopo l’11
settembre, p. 130
2. L’INDIA, p. 132
La crescita dell’India e le sue vulnerabilità strategiche,
p. 132 - L’India e la fine della guerra fredda, p. 134 - L’In-
dia e l’11 settembre, p. 135
3. IL GIAPPONE, p. 137
4. IL MONDO ARABO E QUELLO ISLAMICO, p. 139
L’Islam fra retorica e realtà, p. 139 - Il terrorismo di ma-
trice islamica, p. 140 - Modernizzazione e democratizza-
zione dell’Islam, p. 142 - Islam e guerra al terrorismo,
p. 143

VII. Scenari per il XXI secolo: la battaglia


per l’unità dell’Occidente e le Nazioni Unite 145
1. L’11 settembre, il rafforzamento degli Stati e la fine
dell’utopia di un governo mondiale, p. 145 - 2. Stati Uni-
ti e Nazioni Unite a confronto: il dibattito sullo «jus ad
bellum», p. 147 - 3. La riforma del sistema internazio-
nale e i «riallineamenti» geopolitici post-11 settembre,
p. 148 - 4. Le priorità statunitensi nel settore della sicu-
rezza, p. 154 - 5. Dall’«impero riluttante e benevolo» a
quello «trionfante», p. 156 - 6. La decadenza dell’Europa
e gli Stati Uniti, p. 157 - 7. Il futuro geopolitico del mon-
do: impero, multipolarismo e lega delle democrazie, p.
158 - 8. I limiti dell’«impero», p. 159 - 9. Scenari euroa-
tlantici, p. 160 - 10. Dall’Atlantico alla riforma dell’ONU,
p. 162 - 11. La crisi dell’Iraq, il risorgere e la rapida mar-
ginalizzazione del dibattito sulla riforma dell’ONU,
p. 165 - 12. La «vittoria» di Henry Kissinger e il mondo
uni-multipolare, p. 166 - 13. Il futuro dell’Islam, p. 168 -
14. Complessità, imprevedibilità e analisi geopolitica,
p. 170

Bibliografia 173

Indice dei nomi 181

Indice dei luoghi 183