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Nel 1948, dopo l’attentato al segretario del Pci Palmiro Togliatti, mezzo paese si trovava

pronto ad insorgere.
Secondo una fola che ogni sportivo italiano ha sentito ripetere, i comunisti si sarebbero
astenuti dal principiare la rivolta grazie a una vittoria di Gino Bartali al Tour de France; la
notizia, portata dalla radio in ogni angolo della giovane Repubblica, avrebbe infatti
mandato in sollucchero i «Rossi», facendoli sentire finalmente fratelli di ogni altro italiano.
Se rivolta non vi fu, naturalmente, è perché non fu comandata dal Partito; in caso contrario,
che quel giorno Bartali vincesse per distacco o che rovinasse bestemmiando in una
scarpata pirenaica, nessuno avrebbe impedito scontri su larga scala fra militanti e forze
dell’ordine.
Eppure, nella coscienza collettiva degli italiani, è stato un ciclista a salvare il paese dal
caos.
Com’è possibile?
Il fatto è che la Storia la scrive chi vince, ma saperne inventare di nuove aiuta a mantenere
il Potere.
Negli ambienti democristiani, raccontare che Bartali aveva paralizzato a distanza gli
scalmanati comunisti pronti al peggio suonava rassicurante. Era la conferma che la
Provvidenza può manifestarsi nelle maniere più inattese, persino attraverso le pedalate
d’un campione (purché non immorale come Fausto Coppi).
Gino Bartali sapeva bene di non essere un santo dell’antichità, eppure se ne ritrovò cucita
addosso la nomea: che se ne rendesse conto o meno, aveva compiuto un miracolo, il
primo avvenuto via radio.
Di quanti e quali sarebbe stata capace la televisione italiana, all’epoca ancora non si
sospettava niente.
Col tempo, invece, ci saremmo abituati a una qualità nuova di emozioni: avremmo visto
Raffaella Carrà propiziare l’incontro di fratelli separati da cinquant’anni, e restituire la
parola in diretta a una bambina muta.
Avremmo visto Enzo Tortora finire in carcere, e riapparire in tivù poco prima di morire,
papa Giovanni Paolo II cadere sotto i colpi dell’attentatore, ristabilirsi e viaggiare per tutto il
mondo, mentre Iva Zanicchi ci sfidava a indovinare il prezzo giusto e Mino Damato
camminava sui carboni ardenti. Grazie alla televisione avremmo potuto seguire la seconda
vita di Paolo Bonolis senza il pupazzo Uan, e tante nostre impacciate coetanee si
sarebbero trasformate in vallette e cubiste, o almeno ci avrebbero provato.
Come il presunto miracolo radiofonico di Bartali, anche quelli della televisione italiana
avrebbero avuto talora l’effetto collaterale di nuocere all’onorabilità, al morale e
all’esistenza stessa della Sinistra italiana – ma i miracoli son miracoli, mica si può restituirli
al mittente.
Semmai, bisogna essere capaci di raccontarli.
Quando il Silvio, raccontatore di miracoli impareggiabile, si affacciò sulla scena politica,
ancora si ripeteva in giro che la televisione era lo specchio della società.
Era un’interpretazione ormai inadeguata: presto la società italiana sarebbe entrata dentro
quello strano specchio, tutta intera come Alice e, come lei, sarebbe partita per il viaggio
più colorato e spaventoso della propria Storia.

In casa mia, ai tempi della Prima Repubblica, il voto era segreto.


Benché fosse evidente che i nostri genitori votassero a Sinistra, mai dalle loro labbra uscì
una dichiarazione ufficiale a favore di questo o quel partito.
Per non influenzare mio fratello e il sottoscritto, diceva nostro padre, ché ce n’era già
troppa, di gente che delegava i propri rapporti sociali e lavorativi a un’appartenenza
politica.
Per non dare a noi figli l’idea che il Bene andasse identificato con un partito, mamma
chiudeva da par suo il cerchio degli argomenti: per lei bisognava dar credito agli animi
onesti, non alle bandiere.
Di certo entrambi chiamavano i missini «fascisti», solidarizzavano col popolo cileno e
quello argentino, e pronunciavano sottovoce, con malcelato disprezzo, i nomi dei principali
notabili democristiani (Andreotti in testa).
Ma come potevano i manifesti di Salvador Allende appesi in studio da babbo, e i suoi vinili
degli Inti Illimani, convivere con la critica feroce al «conformismo» – sembrava, questo, il
suo vero nemico – degli apparati comunisti? Per lui la primavera di Praga gridava ancora
vendetta, e se Reagan era un cowboy pazzo, non amava certo Brežnev e la dittatura dei
burocrati sul proletariato.
E perché mamma, nonostante gli scaffali colmi di testi resistenziali che faceva leggere ai
suoi studenti delle medie, parlava con eguale disistima dei dirigenti scolastici politicizzati,
comunisti e democristiani, sempre pronti a spartirsi i posti chiave in provveditorato?
Chi diavolo votavano, allora, i nostri genitori?
Quale partito incarnava i loro ideali di giustizia sociale, onestà, meritocrazia e non-
allineamento?
La mia curiosità, espressa ad ogni tornata elettorale con domande dirette e rudimentali
trabocchetti ad excludendum, non ottenne mai soddisfazione.
In compenso ero ammesso al culto di Sandro Pertini, ex partigiano, settimo presidente
della Repubblica – primo socialista – e simbolo vivente dell’unità nazionale.
I meriti del presidente erano sotto gli occhi di tutti: aveva retto la barra del paese negli anni
più difficili del dopoguerra, fra il sequestro di Moro, le stragi terroristiche e i relativi
insabbiamenti ad opera dei soliti «settori infedeli dei servizi segreti». Quando il pubblico
scandalo della P2 aveva minacciato d’inghiottire il sistema di potere democristiano, Pertini,
per la prima volta nel dopoguerra, aveva affidato a un laico – il repubblicano Spadolini –
l’incarico di formare il governo.
Ma cos’era, quella P2 di cui tanto si parlava al telegiornale?
Richieste spiegazioni in merito, appresi che era un’entità segreta e terribile, come il
terrorismo, ma ancor più difficile da estirpare.
Perché?
Perché raduna uomini potenti e bricconi.
Potenti e bricconi come il principe Giovanni in Robin Hood?
Come lui, e lo sceriffo cattivo.
Ah. Ma Robin è più furbo.
Certo.
È furbo e agile.
Adesso fai silenzio, per favore?
Quando viene Robin Hood a sistemare la P2?
Adesso vediamo. Su, torna a giocare.
E re Riccardo? Non torna, lui?
Ma porca paletta! Ci lasci guardare il Tigì?
Non sarebbero arrivati né Robin né re Riccardo, ma la stima che i miei tributavano a
Pertini non me li faceva rimpiangere: era lui, il nostro eroe.
Pertini aveva patito prigionia e umiliazioni sotto la dittatura; Pertini lottava duramente
contro il terrorismo, la mafia e le logge massoniche deviate; Pertini, infine, severissimo con
gli adulti disonesti, era amico di tutti i bambini d’Italia.
Tanto bastava per evidenziare sul calendario appeso nel cucinotto – omaggio del Centro
Carni Stadio – la data del suo genetliaco, il 25 settembre. Era del 1896, il vecchio Pert,
cinque anni più vecchio del mio già anziano nonno Agostino Brizzi, che a quel punto della
sua vita faceva il pensionato e il patriarca. A lui andavo a porgere gli auguri di persona
insieme al resto della famiglia – sette figli, gli aveva messo al mondo nonna Bruna, e vi
lascio immaginare il nipotame. Mi accostavo alle guance ruvide del padre di mio padre per
baciarlo, lievemente intimorito dalla figura massiccia, e dal fatto che l’ottuagenario
«Agustinèn» se ne uscisse all’improvviso con battute in dialetto. Gli allegri motteggi
risultavano incomprensibili a me, povero italofono, ma spesso erano in grado di fare
arrossire le nuore.
Nonna Bruna serviva i passatelli fumanti, i bicchieri erano sempre colmi di vino, e intorno
al vecchio tavolo – che immaginavo tutt’uno col pavimento, come il letto di Odisseo e
Penelope – fiorivano i racconti della prima metà del secolo e della seconda.
Pertini, invece, non si poteva andare a trovare, e nemmeno si era in confidenza bastante
con la moglie per farcelo passare al telefono: a lui serviva scrivere una lettera in buon
italiano, sforzandosi di camuffare la grafia da zampa-di-gallina in qualcosa di aggraziato,
plausibilmente leggibile da un anziano. Vergato il messaggio di auguri, si era liberi
d’istoriarlo con un disegno naïf, per poi chiuderlo in una solenne busta da indirizzare al
Quirinale.
Scrivevo già una volta all’anno a Babbo Natale, Lapponia, per cui non ci trovavo niente di
stravagante.

Per qualche tempo fui lasciato libero di seguire Supergulp!, senza dover scrivere a
nessuna alta carica dello Stato.
Il contenitore di «fumetti in tivù», creato da Guido De Maria col contributo determinante di
Bonvi, aveva il suo ambasciatore nello stralunato e piriforme Giumbolo, mentre era
presentato da Nick Carter e i suoi assistenti Patsy e Ten. Il detective era incaricato di
lanciare i cartoni animati che si succedevano, strabilianti: quando non erano storie dello
stesso Carter, andavano in scena le Sturmtruppen, Alan Ford, Coccobill o Corto Maltese.
Si usciva definitivamente dai confini patri con Asterix e Tintin, per varcare l’oceano delle
possibilità con Thor, l’Uomo Ragno e i Fantastici Quattro.
Un mondo immensamente più rassicurante di quello, contemporaneo e parallelo,
rappresentato dai primi cartoni animati giapponesi: mamma non mi lasciava volentieri da
solo con il mio amico Atlas Ufo Robot, e c’era da capirla.
Quel tipetto dalle corna gialle, noto agli amici come Goldrake, era alto trenta metri e
pesava duecentottanta tonnellate. Capace di correre a settecento chilometri orari, quando
lo facevano arrabbiare diventava irrefrenabile: scatenava – sempre dichiarandolo in
anticipo – magli perforanti e boomerang elettronici, lame rotanti e disintegratori paralleli.
«Alabarda spaziale!» invocavo anch’io, in piedi sul divano, desolato che mio fratello fosse
ancora in fasce, troppo delicato per testare la mia potenza.
Poi la notte sognavo i cattivi e le loro sembianze deformi, ma si dirà che qualcosa di
spaventoso – che sia il lupo cattivo o il feroce Gorman della Toei animation – i bambini
hanno pur da sognarlo.
I più spaventosi degli spaventosi erano i demoniaci nemici di Jeeg robot d’acciaio: avrei
imparato solo molti anni dopo che la serie era infarcita di riferimenti alla mitologia
giapponese, e che quindi i suoi dèmoni arrivavano da molto lontano.
Non sarebbe bastato, per interrompere la nostra dipendenza, chiamare un comune
esorcista cattolico; lo si doveva far venire dai templi intorno ai quali fiorisce il ciliegio e
nuotano le carpe sacre.
«È la loro vendetta per la bomba atomica» suggerì qualcuno; «I Jap entrano nella mente
dei nostri figli e la riempiono dei loro incubi». Ma non gli diedero retta.
Abbandonati a noi stessi, per sfuggire ai dèmoni che vivevano sottoterra sin dall’inizio dei
tempi portavamo su di noi i segni di riconoscimento della nostra fazione, i Buoni: spille di
Goldrake, felpe di Mazinga Z e Daltanius, e fosse stato per noi avremmo indossato tutto
l’anno i carnevaleschi full-suits con tanto di corna in gommapiuma.
Mai come allora il merchandising ufficiale mi apparve qualcosa di magico e necessario, in
grado di salvare l’anima dall’abisso.
Non compresi del tutto lo sbigottimento dei miei quando il presidente rispose al mio
biglietto di auguri.
Per qualche motivo, i doni portati dal grande Nord con una slitta volante trainata da renne
non li avevano mai stupiti quanto la piccola busta color avorio carica di timbri, che ora mio
padre stringeva tremante in mano. «Enrico…» balbettò mamma indicandola. «Ti ha scritto
Pertini.»
Sapevo già che grazie alle Poste accadevano miracoli piccoli e grandi – bastava
raccogliere i punti sulle confezioni di biscotti e spedirli al Mulino Bianco per ricevere in
cambio la scodella di coccio per la colazione – così non riuscii a sbalordirmi. Ero solo
compiaciuto e curioso: che volesse invitarmi a Roma, a giocare con lui nei giardini del suo
palazzo?
«Be’, leggiamo!» proposi, e la lama d’un tagliacarte dischiuse la missiva presidenziale.
Quando videro il biglietto, arretrarono insieme di mezzo passo: «È scritto di suo
pugno!» annunciò babbo.
«Su, leggi, Paolo!» mormorò mamma con una voce sottile che non le conoscevo.
Mio padre, che non aveva neppure fatto la naja causa esubero di fratelli maggiori, mi
apparve sull’attenti, ad eccezione del braccio con cui reggeva, incredulo, la prova che
Pertini era davvero amico di tutti i bambini d’Italia. «Roma» prese a leggere, «palazzo del
Quirinale. Carissimo Enrico Brizzi», e si arrestò per sorridere a mamma. «Sentitamente
ringrazio dei graditissimi auguri. Sandro Pertini.» Diede un sospiro profondo, e mamma mi
scompigliò i capelli.
«Tutto qui?» allungai le mani verso il biglietto.
«È una cosa specialissima» spiegò mio padre. «Trattalo con le mani della festa!»
«Con tutte le cose che ha da fare, ha trovato il tempo di scriverti…» parve riflettere ad alta
voce mamma.
Con le mani della festa, presi possesso del biglietto: mi trovai combattuto fra la solennità
del momento e la delusione più acuta. Una riga e mezza, mi aveva scritto l’amico di penna
dal Quirinale, e senza disegni – io mi ero pur prodotto in un suo ingenuo ritratto, che lo
vedeva intento a soffiare sulle candeline a forma di pipa della sua torta di compleanno.
Il presidente non faceva neppure accenno alla possibilità d’incontrarci, ma dovevo ben
capirlo: non era più giovane e aveva un sacco di cose da seguire, fra logge massoniche
deviate, brigatisti, mafiosi e minacce nucleari; io, invece, avevo l’agenda sgombra sino a
ora di cena, così fui condannato a telefonare a tutti i parenti e gli amici di famiglia per
annunciare che mi aveva scritto il Capo dello Stato.
Se non mi presero per pazzo quella volta, ci sono ragionevoli speranze che non accada
mai più
Solo la scomparsa di Berlinguer avrebbe indotto mamma e babbo a cantarsela: il partito
perfetto non era mai esistito.
Tuttavia ammisero che il Partito comunista era stato fin lì il soggetto col quale dialogare,
confrontarsi, prendersela e tornare a fare la pace: senza il Pci la nostra terra non sarebbe
stata la nostra terra, Bologna sarebbe stata una semplice città di provincia, non un
«laboratorio politico» e nemmeno «la città più libera del mondo». Senza il Pci, l’Italia intera
si sarebbe ridotta a feudo cattolico di Washington, marca orientale della Nato,
cinquantunesima stella degli Stati Uniti.
Bassezze e maneggi andavano così contestualizzati: grazie al partito avevamo
organizzazione e buon governo, noi. Se ogni tanto il prete sbaglia, mica è colpa di Nostro
Signore; allo stesso modo, se qualcuno approfittava della tessera del partito per fare
carriera o concludere accordi, questo non intaccava punto l’icona di Enrico Berlinguer, il
Portatore della Nostra Idea.
Prima di lui il Pci aveva conosciuto la clandestinità, la Resistenza e la Costituente sotto la
guida di Togliatti; il «Migliore» aveva condotto il partito per mano sino alla sua morte, poi
c’era stato il «Comandante» Luigi Longo, eroe della Guerra di Spagna, quindi capo
partigiano e – ad ascoltare i sussurri fuori controllo – vero giustiziere di Mussolini. Niente
che si potesse scrivere sui giornali, ma la leggenda non suonava affatto scandalosa alle
orecchie dei militanti.
Il Partito era figlio della Resistenza, monolitico, e Berlinguer, asceso alla segreteria di
Botteghe Oscure nel 1972 su designazione dello stesso Longo, era il primo leader del Pci
che non avesse avuto un ruolo centrale, per età anagrafica, nella stagione della
Resistenza e della Guerra civile.
Dei suoi meriti maturati negli anni Settanta sapevo solo de relato, ma si riassumevano in
tre grandi parabole: lo strappo con Mosca, l’avvicinamento ai cattolici e la semileggendaria
capacità di sorridere.
Si riconosceva a Berlinguer il coraggio fuori dal comune di cantarla chiara ai dirigenti del
Pcus, ché la finissero di comandarsela sui partiti fratelli d’Oriente e Occidente. Una cosa,
aveva fatto sapere a Mosca, è governare nel paese dei Soviet, un’altra essere condannati
a non farlo in Italia. Come ringraziamento per la svolta «eurocomunista», nel corso di una
missione a Sofia qualche compagno dell’Est aveva spedito un camion militare addosso
alla sua Gaz di rappresentanza. L’interprete era morto, Berlinguer ne era uscito
ammaccato ma deciso a non demordere. Se il Kgb lo voleva morto, avrebbe dovuto
vedersela con noi: i compagni italiani erano pronti a fargli scudo con i propri corpi.
A differenza dei suoi predecessori, poi, Berlinguer aveva provato ad avvicinare il Pci al
governo del paese, instaurando un dialogo col vescovo d’Ivrea, monsignor Bettazzi, che
aveva allarmato la destra democristiana e i falchi di Washington. Ecco perché, se il Kgb
non lo amava, c’era il sospetto che settori della Cia lo avrebbero volentieri spedito su
Saturno. Perché non lo facevano, allora? Perché il Pci, a differenza della Sinistra di oggi,
era in grado di mobilitare mezzo paese e bloccare l’Italia come un rubinetto che si chiude:
se avessero eliminato il suo segretario, non sarebbe bastato nessun Bartali a rimediare.
E poi, terza parabola, Berlinguer era «il più amato»: potevamo dimenticare le facce da
mastino e i cipigli dei vecchi dirigenti, cresciuti in tempi emergenziali e portatori di segreti
irriferibili. Berlinguer era forte e pulito, capace di compattare le folle ma anche di sorridere.
Solo molti anni dopo ci saremmo resi conto di quanti punti percentuali poteva far
guadagnare a un politico italiano il fatto di schiudere le labbra per innalzarne gli angoli, a
suggerire cordialità e caldezza di spirito, ma Berlinguer sorrideva senza bisogno di vedersi
puntate addosso le telecamere, né risulta che abbia mai fatto ricorso a scarpe col tacco
rialzato, trapianti di capelli o make-up.
Il suo era un carisma dolce, umano, rassicurante, eurocomunista di nome e italianissimo
nel suo manifestarsi; i compagni sognavano d’incontrarlo in fabbrica oppure alla Casa del
Popolo, non nella sua fantomatica villa (solo Forattini osò disegnarlo in pantofole come un
«padrone» e fu scandalo). Era uno di noi e per questo, ancora oggi, chiunque creda a una
Sinistra italiana lo rimpiange.
Il giorno in cui si accasciò sul palco di Padova l’Italia rimase col fiato sospeso: era il 7
giugno 1984, e presto fu chiaro che le sue condizioni erano molto gravi. Si spense l’11,
dando il tempo a metà del paese di ripensare con malinconia struggente ai suoi comizi, al
suo coraggio e al suo sorriso.
Addio titolò a caratteri cubitali «l’Unità», e l’ex partigiano Pertini volle condurre la salma a
Roma a bordo dell’aereo presidenziale.
Il giorno 13 uno straordinario bagno di folla diede l’ultimo saluto al segretario del più
grande partito comunista d’Occidente: ora che se n’era andato, chi avrebbe protetto la
parte sana del paese dalle manovre clerico-fasciste di stampo sudamericano orchestrate
dal Pentagono?
Strano a credersi ma, nelle stagioni immediatamente successive, più d’uno avrebbe
risposto: «Ce l’ho! È Bettino Craxi!».

Eravamo dunque, noi di via Brigate Partigiane, antiamericani?


Non si sarebbe detto, a giudicare da arredi e decorazioni della mia cameretta: a fianco
della carta muta d’Italia ne era appesa una – fin troppo parlante – degli States, con tanto di
allegorie del Nebraska e del Wyoming, vedute di città avveniristiche, orsi grizzly, Mustang
e coyote a profusione. Baton Rouge, Milwaukee e Des Moines erano per me luoghi
dell’anima, veri e intangibili quanto Chieti, Biella e le altre città nostrane che non avevo
mai avuto il piacere di visitare. Più in là, l’angolo della parete era presidiato dai pennant
triangolari dei San Francisco 49ers e dei Pittsburgh Steelers, le mie squadre preferite di
football americano; agli idoli personali Joe Montana e Franco Harris erano dedicati poster
a parte. Nel basket prediligevo gli eleganti Celtics di Boston ai Lakers: più facile
immedesimarsi nel viso pallido Larry Bird che non nel gigante di colore Kareem Abdul
Jabbar, inventore dell’epocale «gancio-cielo», colpo che i più infervorati col minibasket
tentavano di riprodurre in palestra, a prezzo di risultati disastrosi.
Vogliamo poi parlare del mio personal trainer attitudinale?
Di origine italiana, ma americanizzato sino al midollo, il buon Arthur Fonzarelli aveva
ufficio nei bagni d’un fast food, un locale a metà fra il bar e il circolo ricreativo, su dalle
parti di Milwaukee – Grandi Laghi, non lontano dal Canada, come ben mostrava la mappa
degli States. In attesa di conoscerlo di persona, suggevo i suoi consigli e mi beavo del di
lui carisma: sapeva bene come mettere in riga il giuggiolone Ricky Cunningham, e quegli
allegri sfighé in cardigan collegiale dei suoi amici Potsie e Ralph. Il mio Fonzie otteneva
rispetto da chiunque, e le ragazze più carine del Wisconsin gli cascavano ai piedi come
pere mature.
Non guardavo Happy days. Lo studiavo: a otto anni pretendevo cornflakes a colazione,
berretti da baseball, felpe con le scritte ad arco, e agognavo le giubbe – traslucide o in
panno – col monogramma del team sul cuore.
Non dubitavo neppure un istante che, al tardi quattordicenne, mi sarei trasferito laggiù per
frequentare la high school: magari avrei trovato come classmates Willis, il fratello più
grande di Arnold, e qualche cugino giovane di Bo e Luke.
Un giorno scoprii finalmente un posto dove si poteva mangiare alla Happy days.
Era un ristorante senza camerieri e menu, dove si faceva la fila per ordinare cheeseburger,
milk shake e patate fritte, rappresentati a grandezza inverosimile sul pannello luminoso
alle spalle dei cassieri.
Mai più ho assaporato un cibo sì divino, capace di farti viaggiare nel tempo e nello spazio
– nell’attimo in cui intingevo le patatine nella salsa ketchup mi sentivo davvero Arthur
Fonzarelli giovane; una robusta suzione di milk shake, due rutti inverecondi, ed eccomi
camionista giovane uscito da un romanzo di Steinbeck sulla Grande depressione.
Purtroppo questo fast food, che aveva come insegna un’arcuata M gialla in campo rosso,
sorgeva a Parigi, su boulevard Saint-Michel: al termine di quella vacanza insieme alla mia
famiglia dovetti salutare, oltre alla Tour Eiffel, anche le straordinarie pietanze di Ronald
McDonald, viatico per sensazioni estreme d’immedesimazione.
Enorme fu la sorpresa nello scoprire, al ritorno in patria, che esistevano porte magiche di
quel tipo anche da noi.
A Milano, giuravano le mie cugine, c’era un posto così, chiamato Wendy. Un altro,
centralissimo, aveva nome Burghy: lo infestavano mocciosi della Milano-bene che
giocavano ai teddy boys, ma con uno stile tutto nuovo, particolari vestiti costosi (per rubare
un piumino Moncler non si esitava a mostrare la lama) e una specialissima lingua di loro
invenzione.
Nel giro di poco i paninari arrivarono anche a Bologna, Firenze, Roma.
«Fighetti fascisti figli della pubblicità» me li presentò, con cartesiana capacità d’analisi, mio
padre.
Io li odiai da subito, ché si frapponevano fra me e il sogno di diventare il nuovo Fonzie: con
quei tangheri abbronzati in giro, non sarebbe stato semplice farsi incoronare – a dieci anni
ancora da compiere – il re del fast food.
E se non potevo esserne il re, né installare il mio ufficio nei bagni, cosa cavolo ci andavo a
fare?
A guardare i galli di dio mano nella mano con le loro sfitinzie?
La televisione, già allora, leniva le malinconie e insegnava a vivere nel modo particolare
che hanno i corsi solo teorici: per seguirli dovevi stare seduto, e sottrarti alle pratiche della
vita reale.
Come potessimo essere, al contempo, sinceri democratici eredi della Resistenza e una
banda di pazzi fanatici per le stelle e strisce, è il particolare mistero della vita quotidiana a
Bologna negli anni Ottanta.
Un simile gioco di contrappesi si aveva solo nelle regioni rosse: altrove il verbo di
Washington non conosceva altri freni che non fossero la tradizione cattolica, o una
generica consapevolezza nazionale, che nel nostro paese si potrebbe dire diffusa a
macchia di leopardo, e talora venata di nostalgie littorie: la Sinistra l’ha sempre temuta, al
punto di considerare a lungo il tricolore come una bandiera da non esporre troppo, e l’inno
di Mameli il fratello appena più presentabile dell’empia Giovinezza.
Difficile, con queste premesse, che un popolo sappia fare argine comune a un’invasione
culturale, tanto che i nostri padri – chi incolpando i democristiani, e chi i comunisti – ben se
ne guardarono.
Non ovunque andava così, e non serviva essere adulti per capirlo.
Persino quegli antipatici dei francesi, filoamericani al punto di aprire i fast food prima di noi,
si dimostravano intransigenti su un punto: erano fierissimi di essere francesi.
I tedeschi – con tutti i disastri che avevano combinato – erano orgogliosi della loro
Germania, gli inglesi erano pronti a morire alle Falkland per la regina e l’Union Jack, e noi?
Ci odiavamo troppo, come ai tempi di guelfi e ghibellini, per ammettere che l’Italia intera
andava salvata.
Nessuno si girava dall’altra parte – tutti, nella Prima Repubblica, erano ancorati alla
propria – ma intanto le radio e le televisioni private, né comuniste né democristiane, si
occupavano d’insufflare in maniera scientifica dosi d’America nei nostri tinelli odorosi
d’aglio e cipolle.

All’epoca la Rai non era una, né trina: i canali «veri» erano due, la rete ammiraglia affidata
alla Dc e il «secondo programma» controllato dai socialisti (Rai Tre, nata nel ’79, sarebbe
rimasta un contenitore di informazioni regionali sino all’avvento di Guglielmi).
La concorrenza era tutta interna: l’informazione del Tg1 contro quella del Tg2, Domenica
in e Giochi senza frontiere contro L’altra domenica e Mixer, gli ecumenici Pippo Baudo e
Mike Bongiorno contro gli eretici Renzo Arbore ed Enzo Tortora. Questi, già volto del
primo canale, riammesso in Rai dopo un tempestoso allontanamento per avere osato
definire l’Azienda come «un jet supersonico pilotato da un gruppo di boy scout che litigano
ai comandi».
Dopo l’esilio, consumato fra carta stampata e tivù private, si era trasformato in un’icona
della Rete Due col suo Portobello. Il programma, un «mercato pazzerello dove trovi questo
e quello», fu il primo esempio di come la televisione potesse davvero rappresentare
l’intera società – e non per farsi beffe delle persone comuni. Da Tortora arrivavano il
reduce di Russia e il giovane capellone, la casalinga e la ragazza yè-yè. Qualcuno
scriveva alla ricerca di una dolce metà, e il dubbio se il pappagallo che dava il nome alla
trasmissione avrebbe finalmente parlato era di quelli gravi, in grado di tenere banco nelle
conversazioni fra adulti.
Non ci si stupiva facilmente, in un’epoca in cui accadeva quasi tutto: guerre fra Iran e Iraq,
in Afghanistan e in Libano, quindici anni di terrorismo senza colpevoli in Italia, un attentato
quasi fatale al papa, il rapimento inspiegabile di una giovane cittadina vaticana, e un ex
attore alla presidenza Usa.
Eppure, quando Enzo Tortora venne arrestato di punto in bianco, si restò tutti senza
parole.
Poteva una così brava persona, amica del più celebre pennuto della tivù, essere davvero
un criminale comune, un camorrista spacciatore di droga, come sostenevano i pentiti che
l’accusavano?
Le sue foto nel cortile del carcere fecero il giro d’Italia, e ci si spaccò fra colpevolisti e
innocentisti, anche se della colpa non esisteva che una ricostruzione fantasiosa e
persecutoria, nient’altro che una frottola architettata da esponenti già in detenzione della
Nuova Camorra Organizzata per ottenere uno sconto di pena, e kafkianamente avallata
dai pubblici ministeri, forse più eccitati dalla notorietà dell’accusato che dalla ricerca del
vero.
Mentre Tortora tentava disperatamente di dimostrare la propria innocenza, ricevendo
l’unico appoggio pratico dal Partito radicale, che lo candidò eurodeputato, si fece strada su
Rai Due un nuovo tipo di programma, la telerissa.
Abboccaperta, condotto da Gianfranco Funari tanto nelle edizioni originali su
Telemontecarlo quanto nelle nuove sul secondo programma nazionale, era impossibile da
ignorare: per la prima volta da quando esisteva la tivù in Italia, la gente in trasmissione
gridava, gemeva, si mandava a quel paese.
Non sapevamo ancora a cosa, ma ci stavamo preparando.
Nella prima metà degli anni Ottanta l’Italia cominciava a non specchiarsi più solo nella
televisione di Stato: nei telecomandi dei nuovi tv color, vero oggetto del piacere per milioni
di casalinghe, il quarto pulsante corrispondeva quasi sempre all’emittente della Mondadori
Rete Quattro, e il tasto successivo a Canale 5, proprietà di un costruttore del Nord –
«quello di Milano 2» –, che mandava in onda un sacco di telefilm.
Non le distinguevi ancora bene una dall’altra, le varie emittenti: non era chiaro, ad
esempio, che TV Elefante o EuroTv sarebbero state destinate a una sorte meno gloriosa
della neonata Italia Uno, di proprietà Rusconi.
Ci avevano spiegato che la tivù andava guardata al massimo mezz’ora al giorno, ma i
primi a cadere furono gli adulti, che presero a parlare dei personaggi di Dallas e Dinasty
come di gente reale: li sentivi discutere di cos’aveva fatto «la» Pamela e cos’aveva detto
Bobby, che non era un cane, ma il fratello dello stronzo e carismatico J.R.
Come stupirsi che i più piccoli, con genitori del genere, reclamassero l’esposizione
pomeridiana ai raggi-B di Paolo Bonolis e del suo Bim Bum Bam?

L’Italia non era governata da Pertini, né tanto meno dall’erede già anziano di Berlinguer, il
poco affascinante Alessandro Natta.
A guardia del Potere c’era sempre la vecchia Dc con le sue correnti, le sue contraddizioni
interne e i suoi segreti. I potenti di allora – Andreotti, Cossiga, Forlani e compagnia –
erano accomunati dalla discrezione, un tratto stilistico cui la Dc rinunciò soltanto con
l’ascesa di Cirino Pomicino, quasi barocco per gli standard della casa.
Poiché sin da Yalta era scritto nel destino che in Italia non potessero andare al potere i
comunisti, la Dc era eternamente chiamata a formare governi che li escludessero;
poiché non prendeva abbastanza voti per governare da sola, si contrattavano adeguate
spartizioni delle cariche pubbliche d’ogni ordine e grado con i partiti minori, per primo il Psi,
in grado di garantire a Piazza del Gesù il diritto-dovere di governare.
Il più antico partito della Sinistra italiana, oltre al garofano, nello stemma aveva ancora la
falce e il martello posati sul Capitale squadernato al cielo, ma ormai da tempo era guidato
dal più innovativo e discusso degli uomini politici italiani, Bettino Craxi.
Craxi era presidenzialista, e non serviva molta fantasia per immaginare che vedesse se
stesso come presidente. Sfidava un tabù italiano del dopoguerra, quello dell’uomo forte, e
Forattini, quando ancora era in sé, lo disegnava su «Repubblica» nei panni del Duce.
In giro se ne satireggiava il decisionismo, l’oratoria inframmezzata da pause teatrali, e
certo anche la mancanza di sobrietà dei suoi dinamici gerarchi, a proprio agio nella
stagione dell’edonismo reaganiano come squali in un tratto di mare ricco di prede.
I socialisti erano di sinistra, almeno in teoria, erano pochi ma votati bene – sino a
coincidere con il tipo antropologico del «rampante» –, e s’imbufalivano se qualcuno, anche
un comico come Beppe Grillo, osava chiamarli «ladri».
Coda di paglia?
Si è detto di come controllassero una delle due reti pubbliche, e questo favorì lo
svilupparsi nel paese di un bizzarro culto della personalità.
A sentire gli opinionisti da bar, mentre De Michelis danzava sino all’alba con le sue buone
amiche, e Martelli volava a darsi al bel tempo in Kenya, Craxi lavorava per noi sino a tardi
e conduceva una vita relativamente sobria, limitandosi a poche decine di supposte amanti.
Anche buona parte degli avversari gli riconosceva l’elemento novità: pragmatismo, nessun
atteggiamento da baciapile e un buon piglio nel difendere l’interesse nazionale anche in
faccia all’America. Se qualcuno sbagliava non era lui, il primo capo del governo socialista,
ma i suoi accoliti, Dio ce ne scampasse.
Per puntellare la maggioranza democristiano-socialista e dar vita alla creatura mitologica
nota come «pentapartito», erano regolarmente invitati – al banchetto, vien da dire – tre
piccoli partiti, collettivamente chiamati «laici». Assommavano pochi punti percentuali di
preferenze, e avevano nome repubblicani, socialdemocratici e liberali.
Personalmente li distinguevo solo grazie ai rispettivi simboli, e alle fattezze dei segretari
che mi erano note attraverso le vignette del solito Forattini, autore anche di un utile mazzo
di carte da poker dove segretari e capicorrente prendevano il posto di re, donne e jack.
I repubblicani, fortissimi in Riviera e ancor di più nella Romagna interna, vantavano come
simbolo una foglia d’edera, che il disegnatore poneva – minuscola – a coprire le vergogne
del pingue segretario Spadolini. Equivocando, immaginavo che il buon Spadolini si
presentasse in costume adamitico anche al Senato, e mi sentii più sicuro sul suo conto
solo quando lo vidi al telegiornale, in giacca e cravatta come tutti gli altri. Fra le icone del
glorioso passato, i repubblicani vantavano un La Malfa; inconsapevoli del disastroso futuro,
ne crescevano come capitano in pectore un secondo, il figlio Giorgio.
I socialdemocratici, poi, mi apparivano un ibrido già dal nome; la loro frequentazione delle
aule giudiziarie era prassi invalsa da prima ch’io affacciassi il ciglio curioso sulle patrie
gazzette, e non potevano difendersi con la stessa virulenza dei craxiani dall’accusa, velata
ma sempre nell’aria, di essere dei ladri matricolati; il loro uomo di punta, Pietro Longo, era
di una bruttezza proverbiale, inesprimibile a parole, paradossalmente perfetta; fu un
piccolo shock scoprire che, per una volta, un politico appariva identico in video e nei
disegni satirici.
I liberali non erano più guidati da Giolitti come ai tempi d’oro, ma dal calvo e dentuto
Renato Altissimo, un tizio dalle insospettabili doti di action man che si spinse – o raccontò
di averlo fatto, ma io stesso ricordo delle confuse riprese video di un uomo su un
cammello – nel cuore dell’Afghanistan per portare armi ai mujaheddin; per molti e molti
anni non conobbi dal vivo nessuno che votasse Pli, così mi convinsi che fosse qualcosa di
simile a una one-man-band composta dal solo Altissimo. Le infografiche del «Resto del
Carlino», con le aule parlamentari divise in spicchi, gli assegnavano una porzione
sottilissima di seggi, bastevole comunque a farlo allungare comodo. Più in là di lui,
spingendosi a destra oltre i confini della coalizione di governo, c’era solo il Movimento
sociale italiano, con la sua sigla che riecheggiava minacciosamente la Rsi e Almirante –
irriducibile di Salò – segretario: a loro, secondo mio padre, andava riconosciuto l’unico
merito di non partecipare al sacco d’Italia condotto senza vergogna dal pentapartito.
«Haaaas…» ti mettevano alla prova nel cortile delle elementari.
«Fidanken!» si rispondeva, pavlovianamente, a completare la parola d’ordine.
Per quanto ricordo è cominciata così, la ripetizione acritica di slogan, ritornelli e cazzate
belle e buone portate alla ribalta negli anni dalle televisioni del Silvio.
Nessuno, all’epoca, sospettava quanto in là ci saremmo spinti.
Sembrava ancora un fatto naturale e senza conseguenze, che i bambini si aggirassero per
il paese imitando le voci di Greggio, Faletti e Braschi come altrettanti posseduti.
Non lo facevano forse anche prima, con Paolo Villaggio e il suo «Come è umano, lei»?
Massì, eran falsi problemi da moralisti.
Ormai i ragazzini sanno tutto: che problema c’era nel lasciarli guardare Drive in? Forse i
meloni in bella mostra delle cameriere Carmen Russo e Lory Del Santo?
Maddài! Quelli sono creature! Oggi li vedono, e domani se li sono già dimenticati.
Eh, proprio.
La carne nuda – col pretesto di parodiare le vallette altrui – non mancava nemmeno nei
più irriverenti programmi della tivù di Stato, firmati da Renzo Arbore.
In un’epoca in cui sembrare intelligenti era ancora di moda, Quelli della notte occupò la
ribalta pubblica per 33 puntate, che i miei genitori mi concedevano talvolta di seguire
insieme a loro, nonostante l’orario scandalosamente tardo.
La messa alla berlina dei salotti televisivi, fra sketch surreali, monologhi e canzoni, ne fece
un evento del costume nazionale, e segnò un successo senza precedenti per la seconda
rete.
Arbore e il suo vecchio compare Andy Luotto, il comunista Ferrini, il frate Frassica,
Catalano e i suoi aforismi, e ancora Pazzaglia, D’Agostino, Marchini, Benson, Bracardi e
Marisa Laurito: ogni ospite di Quelli della notte interpretava al meglio una maschera
italiana degli anni Ottanta.
Gli adulti si sbellicavano, e persino noi bambini cantavamo a memoria Ma la notte no.
Due anni e mezzo dopo, con Luigi Locatelli alla guida di Rai Due, Arbore concederà il bis:
nuova uniforme da capitano di marina, e altro botto con Indietro tutta!, il cui sponsor
immaginario, il cacao meravigliao, veniva richiesto nei negozi dai telespettatori dabbene.
Le ragazze coccodè e le ballerine brasiliane, lo sfarzo della scenografia, il finto confronto
fra Nord e Sud, il presentatore teleguidato dalla regia e l’ossessivo tormentone «Volante
uno a volante due» caratterizzavano il nuovo show, che irruppe nelle case dei
telespettatori come una domanda scomoda: cosa c’è di vero in televisione?
All’interrogativo di Arbore avrebbe risposto, in maniera ambigua e roboante, il suo vecchio
compare Gianni Boncompagni.
Noi più giovani mica avremmo saputo rispondere da soli.
Per noi la televisione era qualcosa di certo ed eterno che scandiva le stagioni.
Fu lei a far scomparire le oscurità nippodemoniache di Jeeg robot d’acciaio, insieme ai
ricordi di febbri infantili e pipì addosso. Via la paura, l’incertezza, le superstizioni!
Spazio alle mille luci del varietà, al sorriso incantevole di Heather Parisi, ai suoi balletti,
alle battute di Baudo e alle barzellette di Bramieri! Spazio al futuro, che avanza elegante e
calca il proscenio a passo di danza.
…Eccolo che arriva, gente! È luccicante come un musical. Carico di promesse. Fantastico.
La prima televisione a colori era entrata in casa di nonna Pina il 29 giugno 1982, per
consentirci di seguire in maniera accettabile il confronto mondiale Italia-Argentina (2 a 1,
con gol in quadricromia di Tardelli e Cabrini). La partita, destinata a essere eclissata nel
ricordo collettivo dalla successiva e ancor più roboante vittoria sul Brasile, segnò il punto
di svolta dell’avventura azzurra e del nostro rapporto con la televisione.
Ce l’eravamo procurata per vedere i mondiali, li avevamo vinti, e in Italia non ci si
sbarazza mai dei portafortuna: la tenemmo lì, la bestiona a colori, anche se mancavano
ventiquattro mesi alle Olimpiadi di Los Angeles e quattro anni pieni al «mundial»
successivo.
E, giacché era lì, perché tenerla spenta?
Faceva tanta compagnia…
Bastava resistere alla tentazione di andare a toccare lo schermo per sentirsi sfrigolare le
dita come l’Uomo torcia dei Fantastici 4; bisognava, anzi, mantenersi a una distanza di
circa due metri.
Nessuno sospettava che la tivù potesse balzarti addosso e morderti, ma la novità tecnica
suggeriva cautele: qualcuno parlava di radiazioni misteriose, qualcuno di immagini
subliminali proiettate per indurre gli ascoltatori all’acquisto. Senza scendere nel terreno
della negromanzia, era evidente che i nuovi schermi dal «colore sempre vivo», combinati
ai nuovi standard audio, rapivano i sensi delle persone in maniera ben diversa rispetto ai
televisori degli anni Settanta: vista e udito dello spettatore erano saturati, il tatto inibito
dalla posizione immobile. Dei cinque sensi restavano liberi solo l’olfatto e il gusto,
problema tecnico al quale si ovviava mangiando davanti allo schermo acceso: così l’idea
di casa e protezione divennero un tutt’uno con la tivù e i suoi programmi, versione fredda e
moderna del focolare domestico.
A mezzogiorno andava in onda Bis con Mike Bongiorno, seguito a ruota dal Pranzo è
servito di Corrado.
A casa di nonna Pina me ne riempivo gli occhi in technicolor e con pieno sapore di proibito,
ché in via Brigate Partigiane si era rimasti ancorati al vetero-Brionvega in bianco e nero
con le sue manopole cromate, e «non più di mezz’ora al giorno!» era il diktat dei compagni
genitori.
Chez nonna, invece, il signor Mike era libero d’imperversare, svampito e autorevole nel
porre le sue domande ai concorrenti.
Non ricordo che nonna m’incoraggiasse a rispondere, eppure io lo facevo anche a nome
suo.
«La capitale del Perù… Cosa gli diciamo? Lima, vero?»
Era come se il quiz si svolgesse direttamente in casa, e potevi figurarti i premi accumularsi
ad ogni risposta esatta.
«Dovrei andarci sul serio, un giorno» considerai. «Si vincono un sacco di soldi.»
«So mica se son soldi veri» m’invitò alla cautela nonna.
Ma come? Se si vedevano i totalizzatori dei premi correre in avanti come i numerini del
distributore Agip quando babbo faceva benzina!
«È il signor Mike, nonna!» obiettai indignato. «Un patriota che ha rischiato la fucilazione
dai tedeschi! E secondo te distribuisce soldi finti?»
«Non dico questo, ma… Sto meglio col poco che ho.»
La giovane repubblica cresciuta con la Rai credeva nel piccolo risparmio e nella
televisione.
Insieme ai giornali, la tivù era la principale fonte d’informazione popolare; unica dea,
insieme a Totocalcio e Lotto, capace di regalare cifre in grado di cambiare una vita. Era
percepita insomma come una divinità benevola, e nessuno sospettava che il principale del
caro signor Mike potesse impiegarla per raggiungere il cuore del potere.
(Ma chi, il Silvio?
Eh, proprio lui.
Ma quale potere? Scendi dalla pianta! A lui interessa solo arricchirsi con la pubblicità!)
Impegnato a decifrare il cruciverba finale di Bis, non pensavo né al Silvio né al signor
Mike: tentavo disperatamente, quasi sempre senza costrutto, di risolverlo per sbalordire le
due donne della mia vita di allora. Nonna, appunto, e Susanna Messaggio.
Amavo la valletta di un amore casto e segreto: mi sognavo cullato dalle sue braccia,
sull’erba tenera d’un prato, appagato di baci sulla fronte.
Avrei saputo dove portarla: conoscevo parco Lambro e il Sempione, i giardini pubblici e
quelli di piazza Aspromonte, io, forse l’unico fra i bambini italiani felice di trascorrere
settimane di vacanza a Milano.
In via Ricordi abitava la sorella maggiore di mamma, zia Francesca, insieme a zio Gianni e
a una piccola tribù di quattro cugine femmine, tutte maggiori di me e divise quanto a fede
calcistica.
Grazie ai miei trascorsi lassù, sapevo bene dove condurla, la mia Susy: se non sull’erba
verde, nel buio del Planetario, sui tetti panoramici dei palazzoni di periferia, o ancora a
ridosso della recinzione che cinge le piste di Linate, per guardare insieme gli aerei che
partivano e atterravano, come nella realtà mi capitava solo con mio zio.
Antonio Ricci crebbe nel Ponente ligure portando su di sé le stimmate del ragazzo
prodigio: un’ammirevole carriera negli studi lo portò a divenire a soli 28 anni il più giovane
preside del paese, ma un tipo come lui non si accontentava certo di coordinare gite
scolastiche, inscenare reprimende e gestire i rapporti col Provveditorato di Genova.
La televisione era il suo sogno, e la scrittura il grimaldello per entrare in quel mondo. Si
cimentò nell’impresa con l’abituale energia, e non aveva ancora compiuto trent’anni
quando apparve accreditato fra gli autori della prima edizione di Fantastico, condotta
dall’amico Beppe Grillo insieme a Loretta Goggi e Heather Parisi.
Ricci avrebbe replicato nella seconda e terza edizione, assumendo nel frattempo un ruolo
centrale in un progetto per la prima rete che vedeva Grillo mattatore assoluto: nel 1981
andò in onda Te la do io l’America, con testi di Ricci, del regista Enzo Trapani e dello
stesso comico genovese.
New York e l’affascinante melting pot in marcia lungo i suoi marciapiedi si materializzarono
nelle case italiane, e all’improvviso apparvero qualcosa di tangibile e vero tanto alla
casalinga di Voghera quanto allo studente di Brindisi. Se ci andava Beppe Grillo,
scherzando da par suo «in the street» senza che nessuno lo accoltellasse, perché non
saremmo potuti andarci anche noi?
Tre anni dopo, nel fatidico 1984 delle profezie orwelliane e delle Olimpiadi a Los Angeles,
la squadra era sempre la stessa, ma Grillo, Ricci e Trapani si spostarono nell’emisfero sud
del nuovo continente.
Te lo do io il Brasile fu un altro successo fragoroso: chi fra noi aveva mai calcato l’erba
leggendaria del Maracanà? E chi aveva mai visto prima quante belle ragazze poteva
ospitare un sambodromo?
Ricetta riuscita non si cambia. Anche questa era una trasmissione che si seguiva con
passione e una certa invidia nei confronti del conduttore, spesso attorniato da bellezze
mozzafiato: una costante dei programmi che Ricci avrebbe firmato nel trentennio a venire.
Mentre noialtri telespettatori Rai ci beavamo di splendide mulatte e facezie grilliane,
l’ubiquo Ricci si stava già esprimendo su Canale 5 con la sua nuova, luccicante creatura:
Drive in.
La situation era così emblematica da indurre ogni italiano a riconoscervi elementi della vita
reale: Enrico Beruschi, in fuga da una moglie insopportabile, si rifugiava nel locale che
dava il titolo alla trasmissione, per corteggiare l’esplosiva cassiera Carmen Russo. A
rendergli la vita difficile, un gestore furbetto interpretato da Gianfranco D’Angelo, e un
quasi imberbe Ezio Greggio che gli faceva da spalla. Su questo esile – ed esemplare –
canovaccio da commedia all’italiana, si innestavano le gag dei vari personaggi, interpretati
dagli stessi tenutari e da una vasta schiera di attori comici.
Ovunque, nel paese, risuonavano le imitazioni del banditore d’aste toste, e i tormentoni-
nonsense: «quirk, quork, quark», «spetteguless!», «due baffetti da sparviero»;
semileggendario era anche il «giumbotto» regalato a Giorgio Faletti dalla cognata, quella
«con due roberti così» sul davanti.
Numeri da cabaret e improbabili sketch delle procaci ragazze fast food procedevano a
braccetto, senza mai abbassarsi sotto la soglia di decenza media: Ricci si preparava
direttamente a ridisegnarla.
Coi tormentoni arrivavano i primi tormenti condivisi a livello nazionale: Carmen Russo era
la vera diva televisiva di quegli anni, e non perché eccellesse nella recitazione. Mezza
Italia sognava di sprofondare fra le sue immani tette, e a livello onirico furono da premio
Hot d’or anche Lory Del Santo e Tinì Cansino; però ancora mi sveglio urlando, nelle notti
d’estate, quando sogno D’Angelo nei panni del roseo Tenerone, che avanza a balzelli
pigolando il suo inquietante «pippo, pippo, pippo…».
Antonio Ricci, il ragazzo prodigio del Ponente ligure, sarebbe andato avanti col «fast food
televisivo» sino al 1988, e non certo per fermarsi lì.
Un giorno, sorpresi il mio amico Iuri Giacobbi impegnato in una serie di voluttuose flessioni
sul fondo asfaltato del cortile.
«Che stai facendo?» indagai.
Non mi guardò neppure: continuava a stantuffare su e giù, gli occhi ben chiusi e
un’espressione beata in volto.
«Scopo Carmen Russo» m’informò quando lo ritenne opportuno.
«Ah» incassai, e le mie guance avvamparono.
Non potevo più nutrire alcun dubbio: il mio amico stava facendo proprio quello che
sembrava, anche se aveva appena nove anni, i suoi pantaloni erano chiusi, e Carmen
continuava ad essere invisibile.
«Mi piace da impazzire, quella tettona», confessò Iuri, lasciandosi cadere al suolo ormai
senza forze.
«A me Susanna Messaggio» confidai. «La valletta del signor Mike.»
«Bella gnocca» concesse, e aggiunse in tono da intenditore: «Solo un po’ freddina».
«Dici? A me piace.»
«Verrà il giorno in cui ce le faremo tutte e due» profetizzò.
«Magari» sospirai.
«Ce le sbattiamo per bene, quelle gallinelle» disse come Ajax nei Guerrieri della notte. «E
quando ci siamo stufati, ce le scambiamo.»
Mi stava facendo ingelosire, coi suoi modi da playboy rotto a ogni perversione. Cosa
voleva, dalla mia Susy? «Poi vediamo», risposi senza sbilanciarmi.
«Be’, sempre che non siano diventate delle carampane piene di rughe» si premunì Iuri.
Raggelai.
Tempo di crescere, e le nostre fidanzate immaginarie, vallette e showgirl, sarebbero state
donne mature.
Non lo si sarebbe detto, a prima vista, ché in televisione tutto sembrava bloccato,
pietrificato sul «qui e adesso»: il signor Mike era identico a se stesso, puntata dopo
puntata, e Corrado idem; nessuno sospettava che, un giorno, Columbro e Predolin,
Barbareschi e Gerry Scotti avrebbero smesso di essere ragazzi.
Eppure le cagioni d’inquietudine non mancavano: Tortora era finito in carcere – per me e i
radicali, da strainnocente – e avevo sentito dire che qualcuno, in passato, era addirittura
venuto a mancare.
Di Alighiero Noschese, ad esempio, sapevo che era stato un arci-imitatore della Tv di
Stato, e che Gigi Sabani era incaricato di colmare l’enorme vuoto lasciato dalla sua
scomparsa. Era però rigorosamente escluso che, un giorno, ci potesse lasciare anche
Sabani.
La monumentale immobilità che la televisione lasciava percepire era di conforto a noi
alunni delle elementari, ancora bambini nonostante le prime fregole, e quindi creature
conservatrici, tradizionaliste, bisognose di sicurezza.
Regalando queste illusioni agli elettori qualcuno, anni dopo, avrebbe preso la guida del
paese: molte stagioni di televisione avrebbero fatto regredire gli italiani a bambini, felici di
rituali e rassicurazioni, e a quel punto non sarebbe servito conquistare il potere con un
colpo di mano, ché il popolo sarebbe stato ben lieto di mettersi in fila e seguire il Pifferaio
magico.
Ma come potevamo immaginare quale trappola si preparava?
Tuttalpiù, fra gente seria, ci si raccomandava l’un l’altro di non lasciarsi abbindolare dalla
pubblicità.
Subito dopo, però, si sintonizzava l’apparecchio su Rete Quattro per non perdersi Quo
vadiz?, lo show di Nichetti con quelle sagome di Smaila (il grasso dei Gatti di vicolo
miracoli), Oppini (il magro) e Luca Barbareschi (quello che si diceva avesse sparato a un
maiale durante le riprese di Cannibal holocaust).
Avevamo tutti voglia di ridere e tirarci su; il futuro poteva aspettare la fine delle
trasmissioni.
Il pentapartito governava, i panozzi cuccavano le sfitinzie, e le televisioni private
continuavano a dipingere nuovi mondi dalle tinte ricchissime. Che fossero lo specchio del
paese di allora non lo poteva più dire nessuno: ne erano semmai la prefigurazione.
La Rai descriveva il presente con tutte le pastoie retoriche del passato, mentre le reti
private lanciavano mode, decretavano in perfetta autonomia il successo di cantanti,
prodotti e stili di vita: più che il presente, riflettevano magicamente il futuro.
Per non sbagliare, il Silvio le aveva comprate tutte, o almeno le due concorrenti principali
del suo Canale 5: Italia Uno nel 1983 e Rete Quattro – con Maurizio Costanzo in dote –
l’anno successivo.
Nessun soggetto era in grado di esercitare una concorrenza così forte nei confronti della
televisione di Stato, nonostante i vincoli tecnici – primo fra tutti il divieto di diretta – comuni
a tutte le emittenti private.
A dire la verità, nessun soggetto privato avrebbe avuto i titoli per disporre d’un simile
volume di fuoco mediatico ma, in assenza di regole in materia chiare e condivise, il
governo di fatto si trovò a legiferare – non sarebbe stata l’ultima volta – ad personam.
Furono tre, i decreti-salva-Silvio approvati dal governo Craxi, disposizioni grazie alle quali
il Nostro poté continuare a godere di una situazione di straordinario privilegio. Benché
fosse risultato iscritto alla P2 – che nel suo «Piano di rinascita democratica» si proponeva
letteralmente di «smantellare la Rai» – solo lui poté muovere guerra alle tre reti di Stato,
forte di altrettanti canali.
Se il mondo delle televisioni private era stato fino ad allora un Far West, Canale 5, Italia
Uno e Rete Quattro fecero il loro ingresso fra i pionieri solitari con la forza senza appello di
tre reggimenti di giacche blu.
Le altre televisioni private si trovavano ormai all’angolo: la loro capacità d’incidere sul
dibattito pubblico era ridotta a una voce fievole. I loro erano solo suggerimenti, ipotesi,
mentre i programmi del Silvio e i suoi consigli per gli acquisti si facevano strada nel
costume nazionale.
Bastava guardare cosa avveniva nella musica: la Rai, nel 1984, aveva rinunciato al
visionario Mr. Fantasy, il programma di Carlo Massarini dedicato a videoarte e videoclip.
Così, una generazione di rocker cresceva semiclandestinamente intorno ai programmi no-
stop di Videomusic, captati solo in alcune regioni e non sempre al meglio; intanto, però,
Deejay television irruppe in tutte le case con la forza dei progetti finanziati dai grandi
network.
Del programma di Claudio Cecchetto, irradiato prima da Canale 5 e poi da Italia Uno,
esistevano ampi riscontri nel mondo reale, dai tour della Deejay’s Gang – la bellissima Kay
Rush, Sandy Marton da Ibiza, il jolly Gerry Scotti e gli emergenti Linus, Albertino, Fiorello e
Amadeus – giù giù fino ai capi d’abbigliamento ufficiali, passando per gomme e quaderni
disponibili in ogni cartoleria.
Tutto ciò che veniva promosso da Videomusic era indirizzato a una comunità ridotta e
orgogliosa di carbonari del rock’ n’ roll; quel che arrivava da Deejay television era
destinato al successo commerciale perché sarebbe piaciuto, più o meno, a tutti.
Da quelle parti vero e falso si mescolavano, ché con la potenza di fuoco garantita dal
Silvio potevi far bere ai ragazzi ogni cosa, persino che Jovanotti fosse un credibile modello
d’eleganza.
Ci cascò Iuri Giacobbi, che prese a mostrarsi in giro con una stella della Mercedes appesa
alla spalla del giubbotto, le Adidas Top Ten slacciate e un berretto degli Yankees portato
al contrario. «Sono un wild boy al passo coi tempi», si vantava.
«Pari uscito dalla televisione» fui costretto ad ammettere. «Ma lo stemma da spalla dove
l’hai trovato?»
«Questo?» arrossì mentre indicava la stella a tre punte.
«Esattamente.»
«Che resti fra noi» si fece più vicino. «Sradicato di prepotenza dalla Mercedes di
LucaPietro.»
«S’incazzerà a puntino, il signor Niccolis» calcolai a spanne.
«Peggio per lui e per quel paninaro fallito di suo figlio» annunciò Iuri. Poi controllò che
nessuno ci guardasse, e aggiunse a mezza voce: «Dovrò pur farlo, qualcosa di selvaggio.
Altrimenti che razza di wild boy sono?».
Dopo un sabato pomeriggio trascorso insieme a lui, consumando il lastricato dei portici di
via Indipendenza a forza di vasche avanti e indietro, compresi che l’essenziale per essere
wild boys era attaccare briga con altri wild boys, per ricavarne tipicamente minacce, sberle
e scappellotti. Il divertimento era ridotto veramente al minimo, specie se la tua tribù era
composta da due soli tredicenni: forse c’erano vie meno dolorose, per attirare l’attenzione
delle ragazze.
Fatta eccezione per gli scapestrati a contratto della Deejay’s Gang, i ragazzi del Silvio
mantenevano un certo stile.
I più promettenti conduttori di casa Fininvest erano guasconi ma educati, al passo coi
tempi e insieme all’antica: studiati in ogni posa e teleguidati dalla regia per piacere a madri
e figlie, ai giovani e alle nonne, imperversavano Gerry Scotti e Marco Columbro, già
doppiatore del pupazzo Five, la mascotte di Canale 5.
Battute a profusione, Gerry e Marco, mai però una parola fuori posto. Tanto miele, poco
pepe, e una continua, implicita, richiesta di benevolenza. Chi non li avrebbe voluti come
amici, zii, fidanzati?
Che alcune trasmissioni Fininvest tentassero d’apparire rassicuranti era quasi una
necessità: mai si era visto prima un programma che esponesse tante bellezze seminude
come Drive in, né un quiz apertamente libertino come Il gioco delle coppie, condotto da
Marco Predolin. Il moralismo italico delle sacrestie era sempre in agguato, pronto a
tuonare contro chi regalasse gettoni d’oro o sfruttasse ai propri fini l’esposizione delle
poppe altrui.
Ma come faceva il Silvio a resistere alle proteste quotidiane di prelati, presidi e pretori?
Perché va ricordato: taluni, ignorando che un giorno il loro bersaglio sarebbe stato l’uomo
più potente del paese, lo bollavano impunemente di immorale e diseducativo, e ne
rimarcavano addirittura la presunta posizione delicatissima. (Delicatissima, a loro dire, per
il semplice fatto di possedere tre emittenti private… Cos’erano, comunisti invidiosi?)
Vi furono pressioni e interferenze, inutile negarlo, eppure il Silvio tirò dritto per la sua
strada con la tenacia dei grandi capitani d’industria: per lui il lavoro era la cosa più
importante, e Craxi gliene aveva appena garantito a non finire.
Sordo a maldicenze e gelosie, «quello di Milano 2» continuò senza paura a mettere sotto
contratto i volti più noti della Rai.
Il signor Mike era migrato già nel 1982, Vianello e la Mondaini l’avevano fatto l’anno
successivo per presentare Zig Zag, ma il vero annus horribilis della Rai fu il 1987.
Fu allora che crollarono le ultime certezze: se ne andò la Carrà, padrona di casa degli
italiani col suo Pronto, Raffaella?, per trasferirsi a Fininvest con la sua erede Enrica
Bonaccorti e, fatto vissuto come un autentico tradimento della patria, insieme a loro levò le
tende Pippo Baudo.
Se anche il conduttore siciliano di Sanremo, Canzonissima e Domenica in era pronto a
lasciare la vecchia strada per la nuova, significava che le vie del Silvio dovevano essere
lastricate di oro massiccio.
Era un vero imprenditore televisivo, lui, ma non si dimenticava mai di essere italiano: la
sua vera abilità era quella di ottenere il massimo non mettendo mai in gioco niente più del
dovuto.
Per non pagare i diritti sul format originale di Wheel of fortune, padre riconosciuto o
naturale di centinaia di telequiz in tutto il pianeta, il Silvio faceva allestire programmi simili
ma non così tanto da violare il copyright: si mossero su questa linea sottile gli autori di
Pentatlon, fra i quali il baffuto Ludovico Peregrini, il popolare «signor no» degli show
precedenti.
(Che l’ultimo per la Rai si fosse chiamato Flash, e il primo su Canale 5 Superflash, è
indicativo di come il Silvio ti facesse crescere sotto gli occhi di tutti; la forte assonanza fra i
titoli dimostra inoltre che in Fininvest si temevano forse gli avvocati americani di Wheel of
fortune, ma pochissimo quelli romani della Rai.)
Fosse come fosse, ogni giovedì sera ci si sintonizzava sulle frequenze del benessere e
dell’abbondanza: si partiva con una sigla a cartone animato, nella quale la caricatura
robotizzata di Mike Bongiorno inseguiva un tedoforo con la fiamma olimpica.
Subito dopo appariva un’avveniristica scenografia comprensiva di postazioni trasparenti e
pareti retroilluminate, capace di ricordare la scheda di una calcolatrice Texas Instruments
precipitata dal terzo piano: faceva da cangiante sfondo alla figura del presentatore, questa
volta in carne e ossa, incaricato di regalare milioni per conto del Silvio.
Poiché le domande erano legate all’attualità, Bongiorno definiva lo show «settimanale di
quiz e informazione»: poteva sembrare un tentativo per assottigliare il confine fra diretta e
differita, fra il mondo della televisione giornalistica, chiamata ad essere sempre sul pezzo,
e quello senza tempo dei quiz; Pentatlon rappresentava un’ibridazione nuova fra ciò che
era la Rai – una tivù tenuta, almeno nominalmente, a dire sempre la verità – e il puro
intrattenimento dei programmi che il signor Mike aveva condotto fin lì sulla Fininvest.
Lo spirito della televisione privata non si accontentava del salotto di Maurizio
Costanzo: anche grazie a un quiz il Silvio poteva dire la sua, diffondere opinioni, fare
informazione.
Che la delegasse a uno showman, assistito dal ventriloquo José Moreno con il suo
Rockfeller, non scandalizzò nessuno, parve anzi simpatico e moderno.
Cominciò così, fra giochi di dadi, bonus e scintillare d’oro, la lunga e acrobatica
ascensione del primo uomo, diretto, in solitaria e senza scorte d’ossigeno, verso la vetta
del Quarto potere.
Sempre nel 1987, il Silvio comprò una grande squadra semidecaduta come il Milan e la
infarcì di campioni e buoni professionisti che non avrebbero quasi mai visto il campo, tanto
per lasciare a secco la concorrenza; in breve costruì, investendo più d’ogni altro
presidente, la squadra più vincente di fine millennio.
In un paese composto da trenta milioni di aspiranti commissari tecnici, chi capisce di calcio
è apprezzato e chi sa vincere è tenuto in palmo di mano: lo scudetto di Sacchi e il
«triennio d’oro» dei rossoneri a livello internazionale avrebbero consacrato il Silvio come
presidente più vittorioso, in barba alla Juve, al Napoli di Maradona e all’Inter dei record.
Chi sembrava, allora, il Silvio? Un nuovo Agnelli con le televisioni al posto della Fiat, un
Moratti senza petrolio, un Lauro senza flotta.
A ben vedere, però, la televisione influenzava il calcio ben più delle Panda, della benzina
o delle navi: da anni Valenti e De Laurentiis, Martellini e Ciotti lo raccontavano, lo
portavano nelle case, ne facevano storia popolare e patrimonio comune.
Proprio per questo nessuno avrebbe osato contestare alla Rai il diritto primevo sulle
trasmissioni legate alla serie A: sarebbe stato il colmo, che un presidente se la cantasse e
se la suonasse da solo, con la sua squadra, i suoi giornalisti e le sue televisioni…
Invece i successivi trionfi rossoneri, guidati da Capello e celebrati da Pressing di Italia Uno
la domenica sera, sarebbero stati il viatico del Silvio per la definitiva conquista del primato
nazionale.
Riavvolgendo il nastro sul crepuscolo degli anni Ottanta, il Milan «olandese» giocava un
calcio nuovo, Columbro e Predolin avevano una lunga lista di ammiratrici e i socialisti, con
i loro 11-12 e 13%, se la comandavano: la Dc aveva bisogno di loro come dell’ossigeno, e
i piccoli alleati laici erano in posizione subordinata rispetto ad entrambi.
Il sistema della politica si autodesignava, autofinanziava e autocelebrava in faccia agli
orfani di Berlinguer e agli esclusi dalle spartizioni, danzando fino all’alba sui brandelli della
questione morale che il segretario del Pci aveva definito «prima ed essenziale» nella vita
italiana, «perché dalla sua soluzione dipende la ripresa di fiducia nelle istituzioni, la
effettiva governabilità del paese e la tenuta del regime democratico».
Parole recenti ma già fruste, almeno per Gianni De Michelis: nel suo faraonico staff pare
non mancassero le signorine di incerta professionalità, e la sua passione per le discoteche
lo portò a solcare ogni pista, tanto che nel 1988 avrebbe dato alle stampe un
fondamentale testo per Mondadori. Dove andiamo a ballare questa sera? Guida a 250
discoteche italiane, comprensivo di una prefazione dello sbarazzino presentatore di Smile
e deputato Psi Virginio «Gerry» Scotti, resta una delle più chiare testimonianze di come e
quando la politica, in Italia, ha rinunciato al suo ruolo guida sulle coscienze civili per
saldarsi esplicitamente col mondo dello spettacolo.
Quale immenso potere stava raggiungendo, il mondo a colori della Fininvest, se era in
grado di esprimere direttamente deputati a Montecitorio?
Va detto che c’era riuscito anche il meno esposto circus del porno, con l’elezione di
Cicciolina per il Partito radicale e la conseguente fondazione, da parte della stessa Ilona
Staller, del «Partito dell’Amore» – spunto geniale rielaborato in chiave castigata e
strumentale dalla politica di oggi. I radicali, però, erano irriverenti e minoritari per Dna.
Invece il partito di Nenni e Pertini… Perché mai, dalle posizioni di governo, si affannava
tanto a legittimare il proprietario di tre importanti televisioni private?
(Ma di cosa mai avevamo paura, noi paranoici di Sinistra?
La P2 era acqua passata, la sua tessera numero 1816 una fra le tante.
E poi era un privato imprenditore, il Silvio, mica un uomo pubblico.
A lui la politica non interessava.
E perché avrebbe dovuto sporcarcisi ulteriormente le mani, poi?
Era già ricco di suo; in Parlamento, al massimo, ci mandava Gerry Scotti.)

I tempi stavano cambiando. Tabù s’incrinavano col rumore sordo d’una cascata di ghiaccio
pronta a rovinare a valle: adesso i compagni leggevano sotto l’ombrellone Bon ton di Lina
Sotis e Come vivere – e bene – senza i comunisti.
Lo spiritoso volume era opera di Roberto D’Agostino, lo stesso che – vestito da bagonghi
della new wave – faceva l’esperto di look per Renzo Arbore. Altre sue fatiche letterarie
furono Libidine e Sbucciando piselli, prima che formasse per breve tempo la prima coppia
trash della televisione italiana insieme a Vittorio Sgarbi, al quale negli anni Novanta
avrebbe definitivamente ceduto la palma del «più sopravvalutato d’Italia».
Per consolarsi della perdita D’Agostino si cimentò nella regia, ma la sua pellicola Mutande
pazze ottenne un’accoglienza sì entusiasta da indurre il mondo del cinema a non
riavvicinarlo mai più; solo un nuovo mezzo di comunicazione anonimo e discreto come
internet gli avrebbe riaperto una linea di credito, che il «lookologo» anni dopo sfruttò da
par suo, creando il portale di gossip Dagospia.
Per andare in tivù, insomma, non serviva essere un genio: era lei, eventualmente, a farti
apparire come tale. E se la tivù decretava che tu eri un genio, ti potevi chiamare Roberto
D’Agostino o Frittello Maria Quaterni che tanto non cambiava un granché: eri tenuto in
ogni caso a pubblicare, e al più presto, un libro d’inevitabile successo.
John Gardner, nel suo ingenuo Il mestiere dello scrittore, non ci aveva pensato.
E nemmeno il suo ex discepolo Raymond Carver, il leggendario padre del minimalismo
americano, quando si era trovato a scrivere le sue indicazioni per aspiranti narratori, aveva
fatto il benché minimo riferimento al consiglio più ovvio ed elementare: andare in
televisione.
Furono il Silvio e Maurizio Costanzo ad aprirci gli occhi.
(Se hai un romanzo nel cassetto, perché affannarti a spedirlo agli editori?
Quelli rischiano di non capirlo!
E se lo capiscono è anche peggio, perché dopo vogliono pubblicarlo loro, che parlano
difficile e ne vendono sì e no trenta copie!
Il dottor Costanzo, invece, parla chiaro ed è in grado di lanciarlo a dovere; lo sbatte
davanti alle telecamere e il tuo libro entra in tutte le case italiane, evitando il farraginoso
giro di editori, critici e altra gente pallosa.)
Si imparò così che illustri carriere letterarie, almeno in termini di copie vendute, potevano
avere inizio da un casting.
Sì, i tempi stavano cambiando davvero: guardare la televisione non era più peccato.
Persino nell’imminenza della cresima, o confermazione, ci si poteva distrarre con
Superclassifica show, o ammirare i secchioni in felpa Best Company alle prese con il
Doppio slalom di Corrado Tedeschi.
Il mio gruppo del catechismo era composto da telemaniaci gravi, e io stesso arrivavo
sempre in ritardo per non perdermi il finale dell’incontro di catch, presentato su Euro Tv
dalle voci senza volto di Tony Fusaro e Cristina Piras. Sul ring chiamato tatami si
alternavano gli idoli Antonio Inoki e Gigante Baba, Tiger Mask – e cioè l’Uomo Tigre in
carne e ossa – e un giovane visopallido di nome Hulk Hogan; erano belli, forti, battibili solo
ricorrendo a qualche colpo basso, di quelli che non mancavano nel repertorio dei
cattivissimi Animal Amagouchi e Rusher Kimura, André the Giant e Abdullah the Butcher.
Fra prese classiche, voli d’angelo, capriole e sediate in testa, il mio animo si preparava a
migrare verso la rivelazione sacramentale, e io a farmi in qualche modo soldato di Cristo,
come si era raccomandato il cardinal Biffi durante la sua visita in parrocchia.
Una volta scoperto se Inoki avrebbe mantenuto la cintura di campione, mi precipitavo fuori
con la mia Bibbia sottobraccio: in ritardo ancora una volta!
Scampanellavo a casa di Iuri Giacobbi, anch’egli reduce dalla visione della violenza made
in Japan, e percorrevamo di mezza corsa la salita verso gli archi dei portici di via
Saragozza, un po’ ripassando i misteri gloriosi e un po’ gridando al vento i nomi esotici –
«Enzugiri! Kizagiri! Spinning kick!» – delle nuove mosse appena apprese.
Il cardinale poteva essere fiero di noi.
Un sabato pomeriggio venimmo a sapere che il nostro catechista Lello Baracchi, un
ventenne dalla lingua sciolta e il fisico bombato alla Balanzone, era stato selezionato per
partecipare a un quiz in prima serata.
Finalmente qualcuno che conoscevo andava a trovare il signor Mike!
Noi più giovani spargemmo la notizia ai quattro venti, frati e diaconi si mobilitarono, e
vennero organizzati gruppi d’ascolto in casa dei parrocchiani illustri per seguire la sua
performance.
Qualcosa di straordinario stava per accadere.
Forse il ricordo è trasfigurato dall’enorme emozione, ma lo rivedo nettamente prendere
posizione nello studio di Pentatlon, interloquire col massimo presentatore italiano e, subito
prima di cimentarsi nel quiz, salutare tutta la parrocchia di San Giuseppe sposo, Bologna.
Stava succedendo davvero! E mica si lasciava mettere in castagna, il nostro Lello:
rispondeva sicuro, evitava trabocchetti, avanzava sul ghiaccio sempre più sottile; lo
vedemmo tutti, ammantato di sapere, mentre otteneva i complimenti del conduttore di quiz
per eccellenza, e si proiettava verso premi sempre più prestigiosi.
La domenica seguente, dopo la messa delle ore dieci, trovammo posteggiata di traverso
sul sagrato l’automobile lucidissima che il Baracchi aveva vinto in televisione.
Se volevamo, potevamo toccarla: era lì apposta, offerta ai fedeli come la prova concreta e
incontrovertibile dell’esistenza del signor Mike.
Gli avessero suggerito o no le risposte – come insinuavano gli invidiosi – il mio catechista
tornò da quell’esperienza cambiato: lo s’indicava a dito per la strada come con i calciatori
e i cantanti («lui è quello di Mike Bongiorno!»), e fatalmente inorgoglì.
Da ragazzo umile qual era, adesso Lello vantava contatti con Columbro e Predolin,
confidava retroscena, vaticinava. Non fosse stato un catechista, ti avrebbe raccontato
anche di essersi scopato Carmen Russo.
A me Lello promise una partecipazione a Doppio slalom se solo avessi superato una
prova di cultura generale da tenersi in parrocchia: trionfai, ed ero già pronto a far
acquistare ai miei l’adatta felpa Best Company, ma purtroppo Corrado Tedeschi non mi
fece mai sapere nulla.
Che andare in televisione fosse desiderabile mi sembrava ovvio – ti coprivano di regali! –
ma solo allora mi resi conto che quel viaggio cambiava le persone, e il modo in cui gli altri
le guardavano. Si diventava speciali, senza fatica e di colpo.
Ecco perché la lista d’attesa era tanto lunga.
Per non trascurare alcun aspetto della mia preparazione artistica, Lello mi coinvolse nello
spettacolo del gruppo parrocchiale.
Lui che aveva stretto la mano al signor Mike, e ancora ne riluceva, era ben lieto di
condividere con noi young boys il suo know-how da outsider dello show business. ’Sti
cazzi!
Nello specifico, il nostro gruppo di cresimandi avrebbe calcato il palco del cinema-teatro
Bellinzona cimentandosi con un testo ai limiti dell’impossibile: non già Ibsen o Brecht, ma
esattamente una parodia dello show televisivo Pronto, è la Rai?.
Non ricordo a chi toccarono i panni di Enrica Bonaccorti, ma per certo il sottoscritto si
trovò a interpretare, davanti a un pubblico attonito di parenti e amici, Giancarlo Magalli.
Sorrisi tutto il tempo, anche mentre parlavo con un improbabile accento romano, e me la
cavai così.
D’altronde non avevo lunghi monologhi: dovevo intervistare Iuri Giacobbi nei panni di un
esausto Rocky Balboa – lui rispondeva solo: «Adrianaaa!» – e inscenare un duetto con
LucaPietro Niccolis, che a sua volta aveva un incarico degno d’un camaleonte: imitare Gigi
Sabani.
Dalla buca del suggeritore, la testa rotonda di Lello ci fissava senza tradire un’emozione:
si alterò solo quando LucaPietro scordò la parte di Sabani che imitava Toto Cutugno, e
rimase piantato al centro del palco, muto e fermo come una bitta sul molo.
«Italiano» prese a sussurrare, sperando che LucaPietro facesse due più due, e attaccasse
come previsto «Lasciatemi cantare…».
«Tt Ctgn» gli suggerivo anch’io fra i denti, senza smettere di sorridere con la mia calotta
da calvo sulla testa; il mio partner, però, stava per dare un significato nuovo al termine
«défaillance».
«Lascià-temì cantàààre» aveva intonato a mezza voce Lello Baracchi, ormai disperato;
avesse potuto sfondare la copertura della buca per salire sul palco, l’avrebbe fatto; così
presi il toro per le corna e annunciai a gran voce: «Signore e signori, ora Gigi Sabani ci
presenterà l’imitazione di Toto Cutugno!».
In quel momento preciso, però, LucaPietro, piangendo di stizza, stava abbandonando di
corsa il proscenio per andarsi a nascondere.
L’onda di disapprovazione del pubblico fu qualcosa che potei percepire sulla mia pelle.
Lello Baracchi, prigioniero dentro la sua buca, mi fissava con uno sguardo da infartuato.
«L’emozione ha giocato a Sabani un brutto scherzo!» improvvisai. «Proseguiamo con lo
spettacolo, Enrica Bonaccorti!»
Alla fine non ci piovvero addosso né fischi né petali di rosa, ma un ciclo storico si era
compiuto sopra le nostre zucche di debuttanti: ormai era il teatro, persino quello
parrocchiale, che imitava la televisione.
Guardare la televisione non era peccato, s’è detto, ma c’era una cospicua eccezione di
nome Colpo grosso.
Umberto Smaila, dopo la lunga esperienza coi Gatti di vicolo miracoli e quella breve ma
determinante di Quo vadiz?, era ormai uno showman maturo, perfettamente credibile nei
panni di tenutario di casinò circondato da ragazze discinte.
Poiché le reti maggiori non avevano da offrirgli un ruolo del genere, Smaila migrò con
sotterraneo ma fragoroso successo su Italia 7, con la quale Fininvest aveva un contratto di
fornitura programmi.
Giochi e scommesse dei concorrenti avevano come scopo quello di accumulare punti, che
consentivano di spogliare progressivamente le «mascherine» o «ragazze Cin-cin», procaci
bellezze perlopiù straniere, fra le quali la futura pornostar Zara White.
L’atmosfera apertamente lasciva del programma, i prolungati piani-sequenza della regia
su cosce e seni nudi assecondavano la formula del gioco, che garantiva numerosi
spogliarelli culminanti nel sospirato «colpo grosso»: la ragazza del caso restava allora
completamente nuda, e vi lascio immaginare che razza di pugnalate fra casa mia e quella
di Iuri Giacobbi.
L’indomani, le palpebre a mezz’asta, ripassavamo ad alta voce gli attimi salienti della
trasmissione, ripercorrendo al rallentatore le curve della ragazza-ciliegia o di quella che sul
reggiseno portava i mandarini, di «Esagerata» e «Scappatella»; fantasticavamo su un
futuro nel quale il nostro benefattore Smaila ci avrebbe invitato nel suo locale, senza
immaginare che un giorno ne avrebbe posseduto davvero uno, costoso e sempre affollato
dai suoi tanti fan di allora.
E poi il miracolo accadde sotto i nostri occhi.
Come regalo per la cresima, a LucaPietro Niccolis era stato donato un sontuoso
videoregistratore; passarono pochi giorni che Iuri ed io fummo invitati a toccarlo e odorarlo
di persona.
«Be’, adesso facci vedere qualcosa» se ne uscì Iuri, mentre io proseguivo a saggiare la
superficie lucida dell’oggetto per compiacere il padrone di casa.
«Si può vedere Rambo col finale cambiato?» proposi. «Quello dove perde, dico.»
Mi guardarono, non senza un perché, come fossi uno scemo.
«Non si può cambiare il finale dei film!» annunciò Iuri. «Lo sanno tutti!»
«Però si possono vedere all’indietro» puntualizzò LucaPietro. Poi, con la sua vocina
gentile, mi domandò se potevo smettere di lordargli il videoregistratore con le mie ditate.
Mi ritrassi e osservai l’aggeggio in controluce: di qualunque materiale fosse fatto,
conservava memoria di chi l’aveva toccato.
«Ho Rocky IV» annunciò LucaPietro. «Possiamo vedercelo al contrario.»
«No, al rallentatore!» strillò Iuri. «Come i veri incontri di boxe, che dopo si vede la R
sull’angolo dello schermo!»
«Qui non si vede» mise le mani avanti LucaPietro, e sfoderò la videocassetta.
«Io preferirei farlo andare avanti normalmente» chiarii. «Non l’ho ancora visto» mi
giustificai.
«Così che gusto c’è, però!» fece il sofisticato Iuri.
Fermare l’immagine, riavvolgerla, rivedere una scena a piacimento: quel pomeriggio
sperimentammo il miracolo facendo combattere all’infinito Rocky Balboa e Ivan Drago, ma
presto imparammo che era ancora più divertente giocare di moviola e fast forward con
Marina Lothar, Teresa Orlowski, l’onorevole Cicciolina e Moana Pozzi.
Restava al Silvio un ostacolo cruciale: la proibizione di trasmettere in diretta.
Senza diretta, niente telegiornali.
Senza telegiornali, gravi buchi negli ascolti e corrispondenti guadagni mancati nella
raccolta pubblicitaria.
Fino a quando un paese libero come l’Italia del pentapartito avrebbe tollerato quegli
insopportabili lacci e lacciuoli?
Fino a quando la Fininvest avrebbe dovuto limitare l’informazione e l’attualità alle
domande in differita del signor Mike?
Una norma che solo il Silvio, inizialmente, poteva vedere come un’ingiustizia ai propri
danni finì per essere recepita da buona parte della popolazione: perché mai non
lasciavano che quel buon uomo trasmettesse in diretta? Avevano paura? Erano
comunisti? Senza contare che, da un po’ di sana concorrenza, avrebbe tratto giovamento
la stessa Rai…
Argomenti strumentali si fecero strada pian piano travestiti da buon senso.
Ma poi, dev’essersi detto qualcuno dalle parti di Cologno Monzese, agli italiani non è
sempre piaciuto ridere?
Allora, se un telegiornale vero non si poteva avere, avanti coi carri verso il nuovo obiettivo:
il primo telegiornale satirico d’Italia.
Antonio Ricci, al quale il Silvio doveva tantissimo per Drive in, ebbe modo di sperimentare
programmi nuovi e dichiaratamente intelligenti come nessun altro autore Fininvest: Lupo
solitario non lo guardai per principio, ché ero un appassionato del libro-game dallo stesso
nome, e mi era stato assicurato che la trasmissione non aveva nulla a che fare con le
avventure, piene di bivi e partite a dadi dagli esiti teoricamente fatali, del mio eroe fantasy
preferito.
Solo quando seppi che nella seconda edizione Ricci aveva cambiato il titolo con un
russofono Matrjoska accettai di dare un’occhiata. Voci incontrollate – che sospettavo
messe in giro dal solito Iuri Giacobbi – promettevano un nudo integrale di Moana Pozzi in
trasmissione, evento destabilizzante, in grado di oscurare ai nostri occhi il bolognesissimo
cast di concittadini.
Erano cresciuti artisticamente – come si dice – alle soglie del quartiere, i ragazzi del Gran
pavese varietà: si chiamavano Patrizio Roversi (era lui, il sedicente «Lupo solitario») e
Syusy Blady, Vito e «i gemelli Ruggeri», affiancati per l’occasione da un’altra straordinaria
creatura di via del Pratello, Eva Robin’s.
Il programma affrontava di petto tre tabù dell’epoca: il comunismo, ormai trasformatosi da
nemico in zimbello; la sgradevolezza esplicita, portata in scena dall’orripilante e
volgarissimo pupazzo Scrondo; infine, ma non ultimo nei pensieri maschili, il porno – mai
nessuno prima d’allora aveva visto Moana in tivù senza l’aiuto di un videoregistratore.
Eravamo cresciuti con le sue televisioni, ma il Silvio tentennò: che Ricci gl’imponesse un
passo più lungo della gamba?
Fra polemiche roventi, litigi di cui non v’è traccia ufficiale e segreti accomodamenti, il
giovane segretario del Ponente ligure mantenne la barra dritta e riuscì a imporre la sua
linea al comitato centrale di Cologno Monzese: pare che l’unico accomodamento
concesso alla proprietà sia stato il cambiamento del titolo, da Matrjoska a L’Araba fenice.
Mentre andavano in onda le imitazioni dei dirigenti bolscevichi di Croda, nel mondo reale
Gorbaˇcëv aveva già avviato la sua perestrojka, ma il Muro di Berlino era ancora in piedi.
L’impero orientale scricchiolava, e il Silvio si preparava guardando, a modo suo, verso Est;
in patria, molto pragmaticamente, aveva avviato un nuovo capitolo della colonizzazione
dell’immaginario. Grazie a quella brillante canaglia di Ricci e alla presenza dei compagni
comici bolognesi, adesso anche i comunisti italiani guardavano Italia Uno. Per attirarli, lo
spregiudicato Silvio mise da parte ogni scaramanzia, e autorizzò Ricci a mandare in onda
un burlesco funerale del Silvio.
Per i non-comunisti, Ricci scrisse il più convenzionale Odiens, trasmesso da Canale 5: col
senno di poi, il vero snodo fra il successo giovanile di Drive in e la definitiva consacrazione
come autore di Striscia la notizia.
Stavolta il materiale era potenzialente nocivo, anche per esperti iconoclasti del calibro di
Ricci e dello stesso Silvio: avrebbe accettato la rancorosa classe politica italiana di farsi
mettere alla berlina dall’ex autore di Beppe Grillo e dall’ex tessera 1816 di una nota loggia
massonica deviata?
Striscia la notizia fu varato nell’autunno del 1988 con il meritevole proposito di surclassare
«la comicità di Bruno Vespa» – the face dell’informazione di Stato già in quel tramonto di
Prima Repubblica.
A riprova delle aspettative del Silvio, dal dicembre dell’anno successivo «il primo
telegiornale satirico» trovò stabile collocazione su Canale 5, nella fascia oraria in cui i
milanesi finiscono di cenare e i romani vi si dispongono, la stessa che ancora oggi occupa
sulle guide tv.
Per non lasciare ai soli mezzibusti – i soliti D’Angelo e Greggio – il compito di reggere
l’attenzione del pubblico, gli annunci di misfatti, eventi carnevaleschi e pseudocalamità
erano ravvivati dall’ingresso in scena di un pupazzo rosso dalle sembianze già familiari, e
da due improbabili segretarie di redazione, le giovani e dinamiche veline: le fascinazioni
verbali filosovietiche di Croda avevano lasciato il posto prima alle «littorine», le vallette di
Odiens, ed ora i tempi erano maturi per tirare in ballo suggestioni da Minculpop.
Esercitando il diritto alla satira garantito dalla legislazione democratica, Ricci fu il primo ad
evocare sulle televisioni del Silvio l’impronunciabile rimosso della vita nazionale: il
ventennio fascista.
Che questa nube nera sia apparsa sullo schermo per battezzare due avvenenti signorine
suona scanzonato a determinate orecchie, lugubre e premonitore ad altre.
(Ma quand’è che la finite di preoccuparvi, voi comunisti?
I tempi sono cambiati!
La Guerra fredda è finita! Rilassatevi anche voi!
O il problema è per caso che non vi piace la figa?)
La bellezza femminile, a Striscia, non mancò mai: nelle prime edizioni alle veline, che
arrivavano scendendo da uno scivolo, si affiancavano le sexy infermiere, figure senza
equivalenti nella maggior parte delle vere redazioni; Angela Cavagna, «erede naturale» di
Carmen Russo a livello di scollatura, con una succinta divisa da corsia ospedaliera oscurò
brevemente le stesse veline, che si rilanciarono grazie a Fanny Cadeo, spigliata a Striscia
ma davvero perfetta sulle mute pagine di «Playmen».
Solo nel 1994-95, contestualmente al primo governo del Nostro, sarebbe stata introdotta la
formula «una bionda e una mora», riecheggiante l’aurea proporzione escogitata in Rai per
le vallette di Sanremo. Quell’anno furono scelte rispettivamente Laura Freddi e Miriana
Trevisan, due giovanissime vecchie glorie di un programma di Gianni Boncompagni che
aveva per protagonista una legione di minorenni.
Quale fosse il suo nome, e che razza d’impulsi suscitasse in noialtri liceali, lo ricorderemo
nel giro di poche pagine. Per ora basti dire che le veline diventarono autentiche istituzioni
del costume italico – Iuri Giacobbi comprava «Tv sorrisi e canzoni» per scoprire in anticipo
quali sarebbero state le nuove prescelte, mentre i calciatori di serie A si affollavano intorno
alle veline uscenti e alle ex delle stagioni precedenti. «Diventare velina» sostituì
«diventare Miss Italia» in testa ai desideri delle adolescenti senza troppa fantasia, e nel
giro di poco sarebbe caduto l’ennesimo tabù: a quel punto anche le ragazzine di buona
famiglia potevano esibirsi senza troppo scandalo davanti a Ezio Greggio ed Enzo Iachetti
in movenze e coreografie un tempo riservate alle odalische.
Tornando al pupazzo rosso di Striscia la notizia, che parlava con accento genovese e
aveva nome «il Gabibbo», all’inizio era un vero impiastro: irrompeva a disturbare le
trasmissioni come un Cavallo pazzo qualsiasi, ma presto maturò e assunse l’identità di un
grottesco raddrizzatorti al servizio della cittadinanza.
Somigliava come una goccia d’acqua a Big Red, la mascotte dell’università americana del
Western Kentucky, famoso dai primi anni Ottanta per le sue evoluzioni a bordo-parquet
durante gli incontri di basket, al punto da essere premiato per tre volte come più efficace
fomentatore del tifo nelle leghe universitarie.
Il sospetto che un’icona della televisione italiana debba i suoi natali a un volgare plagio si
affaccia ancor oggi alla mente di chiunque abbia confrontato le fattezze del Gabibbo a
quelle di Big Red, reperibile su internet a un paio di click di distanza dal parente italiano;
eppure, nonostante si somiglino come gemelli omozigoti persino nel disegno delle
sopracciglia, sbaglieremmo di grosso a fidarci dei nostri sensi.
A ingarbugliare le cose, nel 1991 «Novella 2000» aveva interrogato Ricci in proposito, e
allora l’autore aveva ammesso che il Gabibbo non era, almeno limitatamente alle fattezze,
farina del proprio sacco. «E chi l’ha mai detto? Io l’ho adottato» aveva spiegato. «In aridi
termini legali, ne ho i diritti per l’Italia… C’era questo pupazzo, Big Red si chiamava, che
faceva la mascotte di una squadra di basket in America. La squadra è la Western
Kentucky University. Gioca in tornei minori, ma il pupazzo era simpatico… Big Red è
diventato Gabibbo.»
Dodici anni dopo l’ex ragazzo prodigio del Ponente ligure avrebbe smentito la circostanza
ch’egli stesso aveva così riccamente documentato.
Flashback improvviso, o effetto della causa da 250 milioni di dollari mossa dai licenziatari
per l’Italia di Big Red?
La straordinaria somiglianza non si poteva sottacere: i giornali dell’epoca ne parlarono
come di una seria tegola che pioveva in testa all’ex ragazzo prodigio del Ponente ligure e,
di rimbalzo, allo stesso Silvio.
«Anche Ricci assomiglia a Sean Connery, e da giovane a Franco Nero. Ma non è nessuno
dei due» dichiarò con logica stringente Gero Cardarelli, «movitore» del pupazzo.
Gli argomenti concreti a difesa dell’originalità del Gabibbo latitavano, e la «confessione» di
Ricci nel 1991 complicava le cose.
«Si trattava di una risposta scherzosa concordata con l’intervistatore» avrebbe ricostruito
infine l’autore: dopo quattro anni col fiato sospeso, la sua suggestiva tesi sarebbe stata ac-
colta definitivamente nel 2007 dal tribunale di Lugo di Romagna, scagionando da ogni
ombra lui e la sua straordinaria invenzione.
Apprendiamo così che la differenza fra i due non sarebbe tanto nel fatto che Big Red
è «nudo» mentre il Gabibbo indossa – ma non dai suoi esordi – una «finta camicia», e
nemmeno nelle impercettibili differenze nel disegno della bocca, quanto nel fatto che
«suscitano nella gente emozioni diverse: da un lato, infatti, una mascotte; dall’altra un
personaggio che è showman, giornalista, cittadino indignato».
Sentenza ad pupazzum?
La televisione intelligente
Il 24 gennaio 1990 era stata rettificata l’ultima imperfezione, il dettaglio che depotenziava
le tre reti del Silvio rispetto alla televisione pubblica: assecondando lo spirito della prima
legge generale sulle telecomunicazioni firmata dal repubblicano Oscar Mammì, la
Fininvest fu ammessa a trasmettere in diretta.
Era un regalo incommensurabile che il pentapartito lasciava in dote al Cavaliere, e
avrebbe cambiato per sempre il paese grazie all’uso moderno, massiccio e spregiudicato
che il Silvio avrebbe fatto del «Quarto potere».
A chi se ne preoccupava si faceva notare che gli altri tre, se quello alzava troppo la cresta,
lo avrebbero messo al suo posto. Il potere giudiziario, in particolare, sembrava destinato a
entrare in rotta di collisione con l’impero mediatico e finanziario del Silvio.
C’erano magistrati che stavano conducendo inchieste suggestive su di lui, e non erano
esattamente i suoi primi contatti con la Legge. Nel gestirli, però, era sempre stato un
maestro del gioco all’italiana.
Nel 1979 il Silvio, nel corso di un’ispezione della Guardia di Finanza ai cantieri di Milano 2,
si era presentato come semplice consulente alla progettazione. Le anomalie erano
apparse tali e tante da indurre le Fiamme Gialle a ulteriori indagini: i misteriosi soci svizzeri
menzionati dal Silvio, però, non furono identificati. Dopo la chiusura dell’ispezione, se il
capopattuglia Massimo Maria Berruti e i militari Salvatore Gallo (iscritto alla P2) e Alberto
Corrado cambiarono vita, non fu certo in peggio: Berruti lasciò le Fiamme Gialle e venne
assunto dalla Fininvest, fu arrestato e poi assolto nel 1985, e sarà carcerato nuovamente
con l’ex sottoposto Corrado nel 1994, nell’ambito delle indagini sui depistaggi relativi alle
«Fiamme sporche», i militari corrotti della Guardia di Finanza dei quali essi stessi
rappresentavano i discutibili capofila.
Ritenuto degno d’un seggio da deputato di Forza Italia, l’ex capopattuglia Massimo Maria
Berruti siede ancor oggi in Parlamento.
Un altro ramo d’indagine fu avviato nel 1987 su querela dello stesso Silvio: i giornalisti
Giovanni Ruggeri e Mario Guarino avevano scritto che la sua affiliazione alla P2 risaliva a
ben prima del 1981, pochi mesi prima dello scandalo che aveva segnato la fine della
loggia, come lo stesso Silvio aveva sostenuto.
Il tribunale di Verona, però, gli diede torto: la sua affiliazione all’organizzazione di Gelli era
da collocarsi nel 1978, a monte dell’ispezione ai cantieri di Milano 2 e di svariati misteri
italiani nei quali Gelli ebbe un ruolo non secondario. La sentenza stabilì inoltre che il Silvio
aveva mentito a proposito dei suoi rapporti con il Venerabile: benché l’avesse sempre
negato, fu acclarato che aveva corrisposto una congrua «quota d’iscrizione» al momento
del suo ingresso nella P2.
Non c’era poi troppo da stupirsene: se voi foste Licio Gelli, dominus di un’organizzazione
che ha fra i suoi obiettivi quello di smantellare la Rai, ammettereste gratis gli imprenditori
delle televisioni private, e cioè coloro che dalla vostra eventuale riuscita trarrebbero il
massimo vantaggio?
La P2, a sentire il vero Gelli, aveva avuto in mano l’Italia: «Con noi c’era l’Esercito, la
Guardia di Finanza, la Polizia, tutte nettamente comandate da appartenenti alla Loggia».
Egli stesso era stato condannato nel 1987, e il Silvio non era riuscito a dimostrare di averlo
conosciuto solo al tramonto della P2.
Da qualunque punto la si guardasse, era una brutta storia: andava riscritta, un capitolo alla
volta e senza troppo clamore.
Per nulla intimorito dalle precedenti esperienze giudiziarie, il Silvio procedeva inarrestabile.
Nel 1991, con la cosiddetta «guerra di Segrate», che lo contrappose a Carlo De Benedetti,
riuscì a impadronirsi della Mondadori, la prima casa editrice del paese: si completava così
l’assetto mediatico che ancora al momento di andare in stampa – sedici anni dopo la
storica «discesa in campo» – compone l’impero privato del presidente del Consiglio.
Lui, naturalmente, dalla gestione del potere non si è punto avvantaggiato; solo un giornale
di pignoli e invidiosi come «Il Fatto Quotidiano», ancora nel 2010, può contestare
quest’affermazione, ricordando che nel 1993 Fininvest aveva 4,5 lire di debito per ogni lira
di patrimonio, mentre nel 2010 l’impero Mediaset vale in borsa (fu quotato all’epoca del
primo governo Prodi) oltre 6 miliardi di dollari.
E che volete che sia, in un ventennio di depressione economica, avere come presidente
del Consiglio un uomo che ogni anno scala posti nella graduatoria di «Forbes» dedicata
agli uomini più ricchi del pianeta? Nel ’93 era a serio rischio di bancarotta, nel 2010 è
secondo solo al signor Ferrero, quello della Nutella, che qui ringraziamo per la sua
deliziosa crema alle nocciole, ma soprattutto per non essere mai sceso nel campo della
politica. Eppure, nella percezione degli italiani, Silvio ricco era e ricco è rimasto.
(E chi vi dice, a voi comunisti, che tenendosi fuori dalla politica non avrebbe incassato
ancora di più? Avete una vaga idea di quanto tempo gli abbiano fatto perdere, le beghe
parlamentari?)
Per i fan del Silvio, la vita stessa del leader è una fiaba che va ascoltata dalla viva voce di
Lui; l’unico punto a favore del centrosinistra, in una prospettiva a medio-lungo termine, è
che nessun esponente dell’attuale maggioranza appare narrativamente forte come il
Cavaliere. È un discorso che approfondiremo più avanti, ché per ora siamo fermi al 16
gennaio 1991, quando risuonò per la prima volta la sigla di Studio Aperto.
Benché non disponesse ancora della diretta, il direttore Emilio Fede (ex mezzobusto Rai
e già conduttore dello show interattivo Test) riuscì a comunicare celermente la notizia
dell’attacco americano contro l’Iraq, atto d’apertura della prima Guerra del Golfo.
Fu una guerra, qualcuno ricorderà, che cercarono di far passare come il conflitto
più giustificato, intelligente e telegenico della storia. Il petrolio non c’entrava. Volevamo
solo aiutare i poveri kuwaitiani, che in realtà la gente non sapeva nemmeno dove stessero
di casa.
La televisione ci mostrò cosa vede il pilota d’un bombardiere al momento di sganciare: un
mirino sovrapposto a una città a due dimensioni, le stesse cose che vedevamo noi quando
ci sfidavamo a qualche videogame del genere «sparatutto». Che là sotto ci fossero
persone vere, quasi non lo credevi; la tecnologia informatica aveva reso il groviglio di
dolori d’una strage simile a un videogame, almeno per chi s’immedesimava nei top gun
americani, e questo la dice lunga sulla mirata intelligenza di quella guerra.
Nonostante la facilità con la quale Schwarzkopf sfondò le linee difensive irachene, nel
nostro paese il conflitto suscitò emozioni ambivalenti: basti dire che assursero al rango di
eroi nazionali due piloti della nostra aeronautica, Bellini e Cocciolone, che avevano
conquistato le prime pagine per essere stati abbattuti.
Eravamo ancora lontani dal marciare compatti come un grande popolo sa fare; che ci
servisse una strigliata? Magari un La Russa ministro della Difesa?
Il 13 gennaio del 1992 esordì il Tg5 di Enrico Mentana, destinato a imporsi come il
secondo telegiornale più seguito dopo il Tg1; il 1° giugno dello stesso anno debuttò anche
il Telegiornale 4, affidato – in apparenza a vita – al solito Emilio Fede.
Nel giro di ventiquattro mesi sarebbe andata in onda la più grande anomalia italiana dai
tempi della dittatura, e metà dei telegiornali erano predisposti a parlarne con gli ovvi
riguardi che si devono a un padrone; se pure il Silvio non si fosse mai candidato, il suo
enorme potere nel campo dei media sarebbe bastato a farne l’uomo più temuto d’Italia, in
grado di affossare carriere politiche e di lanciare nuove stelle in Parlamento.
Poiché degli altri si fidava sino a un certo punto, presto avrebbe sfruttato il formidabile
trampolino per lanciare direttamente se stesso.
Per fortuna, si diceva, che esiste anche un’altra televisione, una televisione intelligente.
A lei si aggrappava strumentalmente la retorica della Fininvest: le televisioni del Silvio
saranno anche state disimpegnate e un filo zuzzurellone, ma mica nessuno ti costringeva
a guardarle.
(Cos’è, ve l’aveva ordinato il dottore?
Se non vi piacevano, bastava cambiare canale e sintonizzarsi su Dipartimento Scuola
Educazione, oppure su Protestantesimo.
La verità è che le guardavate anche voi, col senso di colpa tipico dei comunisti quando
sono felici.
E le guardavate perché la vostra amata Rai Tre, sciatta e povera di mezzi, al di là del
telegiornale faceva schifo anche a voi.)
Mica vero: io, personalmente, ero affezionato per motivi diversi a tutti e tre i canali Rai.
Nella seconda metà degli anni Ottanta persino la prima rete mi era parsa brevemente
imboccare un circolo virtuoso affidando la conduzione del programma mielestrazio per
eccellenza, Domenica in, a Mino Damato (avevo undici anni, e a quell’età un giornalista
che sfida i carboni ardenti ti sembra ancora coraggioso, più che esibizionista); prima di
cena, poi, era inevitabile l’appuntamento con Parola mia, il gioco sulla lingua italiana
condotto da Luciano Rispoli con il professor Beccaria e Anna Carlucci; e poi la sigla di
Lunedì cinema suonata dagli Stadio, vera e propria intro alla magia dei grandi film in -
televisione.
Nel 1990, quando anche i miei genitori cedettero alle lusinghe di un normale televisore a
colori, resisteva solo Lunedì cinema, ma c’erano pur sempre gli altri due canali. Su Rai
Due potevi seguire i soliti approfondimenti e i «faccia a faccia» del socialista colto Minoli;
premendo il terzo tasto del telecomando, invece, ti materializzavi, pur con qualche disturbo
nella ricezione, nella fiabesca Telekabul, l’orgoglio di tutta la Sinistra italiana.
Tutto era iniziato in un anno denso di eventi per le vicende televisive italiane, il 1987: i
decreti che consentivano al Silvio di proseguire le trasmissioni su tre canali erano in vigore
da poco, e i malumori del Partito comunista erano stati tacitati con la «devoluzione» di Rai
Tre, che passò dall’influenza governativa a quella del Pci.
Angelo Guglielmi fu incaricato della direzione di rete, mentre alla guida del telegiornale fu
scelto Alessandro Curzi.
L’avventura della «televisione comunista» dimostrò due cose: che un altro modo di fare
informazione era possibile, e che gli show potevano essere divertenti anche senza
scenografie milionarie, ospiti d’oltreoceano e sprechi da basso impero.
Certo, un difetto l’aveva anche la mitica Telekabul, nonostante il suo telegiornale fuori dal
coro, i programmi a difesa del consumatore e i fuori sincro di Ghezzi introdotti da una
Because the night da pelle d’oca: i varietà, talvolta geniali, erano leggermente ripetitivi.
Faccio per dire: già nel 1988 le parodie di Francesca Dellera e Sabrina Salerno su La tv
delle ragazze erano da sbellicarsi, benché lardellati da interventi della conduttrice, forse
scelta per il ruolo perché era l’unica che non facesse ridere. Ad ogni modo, potevi restare
incollato fino ai sottotitoli di coda a scorrimento rapido per scoprire che il programma era
nato da un’idea della conduttrice stessa, la contessa radical chic Serena Dandini De Sylva,
supportata da Valentina Amurri e Linda Brunetta. La regia, per completezza
d’informazione, risultava a firma di Franza Di Rosa.
Passa qualche anno, e comincia Avanzi: solita banda di imitatrici e attrici brillanti, con
prestazioni significative di Loche, Masciarelli, dei Broncoviz (fra loro il futuro solista
Crozza) e di due figli del giornalista di «Repubblica» Paolo Guzzanti: la già nota Sabina e
il mai visto, dirompente, Corrado.
Il suo studente coatto Lorenzo («maddechè, ao?») mi ha regalato le risate più liberatorie ai
tempi del liceo, e la mia generazione non potrà che ricordarle con piacere; per la cronaca,
il programma era firmato nuovamente da Dandini-Amurri-Brunetta, con Franza Di Rosa
sempre alla regia.
Maddechè, ao? divenne anche una striscia autonoma, mandata in onda mentre io stesso
mi apprestavo all’esame di maturità. Crediti: un programma di Serena Dandini e Corrado
Guzzanti; con un cambio alla regia: al posto di Franza Di Rosa si schiera la già esperta
Valentina Amurri.
Ritorno al classico con Tunnel, nel 1994: i due Guzzanti, Loche, Masciarelli e i Broncoviz
nel cast, la Dandini a presentare, e il rassicurante ritorno alla regia di Franza Di Rosa.
A un certo punto sembrava impossibile vedere un programma di Rai Tre senza la Dandini
in scena e le sue fedeli compagne a fare quadrato.
Non è la Rai fu un programma televisivo di Gianni Boncompagni e Irene Ghergo, per molti
aspetti rivoluzionario: mai prima di allora le televisioni del Silvio avevano mandato in scena
una congrega di minorenni carine e poco vestite, ingestibili da qualsiasi presentatore e
liete di esibire i propri talenti artistici.
Qualcuno disse che stavolta il Nostro si era spinto troppo in là, qualcuno che era caduto in
basso, ma gli ascolti premiarono oltre ogni aspettativa la simpatia e la malizia
adolescenziale di Ambra, Pamela, e di tutte le altre ragazze che affollavano lo studio
Palatino.
Per certo il Silvio non si sarebbe più sognato di riproporre niente del genere una volta
calatosi nell’arena della politica: un conto è rintuzzare certe polemiche nei panni di tycoon
della televisione, un altro sarebbe farlo da presidente del Consiglio – un ruolo che, almeno
implicitamente, avrebbe anche una valenza pedagogica d’esempio e guida.
Che ci trovassimo di fronte a qualcosa di sconvolgente e nuovo, era fuori discussione: Iuri
Giacobbi, pazzo d’amore per la «modella» del programma Antonella Mosetti, scappò di
casa per consegnarle un ridicolo orso di peluche e una missiva che potevo presumere
piena di errori.
I suoi, disperati, stavano per chiamare Chi l’ha visto?, ma Iuri tornò da solo prima della
mezzanotte, in treno come se n’era andato, scuro in volto e incazzato come una pantera.
«Eravamo in sette-ottocento, e avevamo avuto tutti la stessa idea: un pupazzo e una
lettera» mi spiegò sconsolato. «Botte, grida, spintoni… Impossibile avvicinare Antonella,
così ho finito per stracciare la lettera. Ho buttato i pezzi dentro una grata delle fogne con la
scritta SPQR, e l’orso l’ho regalato a un’altra.»
«Un’altra delle ragazze?»
«Credo, ma non l’ho riconosciuta… Alla fine mi sa che passava di lì e basta… Nemmeno
‘grazie’, mi ha detto.»
«Povero Iuri.»
«Adesso, però, ho aperto gli occhi.»
«Finalmente.»
«L’ho capito, che Antonella, Ambra e le altre non esistono.»
«Ah no?»
«In televisione sembrano bellissime, in mezzo a tutto quello spazio, e invece, se vai a
Roma, vedi che appena fuori dagli studi c’è un casino immondo. Pioveva pure, e sapere
che Antonella era in mezzo a quella bolgia mi ha fatto scendere la scimmia.»
«Se te l’ha fatta scendere…» considerai. «L’importante è quello.»
Non è la Rai fu un titolo indovinato, che funzionava anche da slogan, capace di
suggestionare in ambiti più vasti del programma o del suo articolato merchandising: la
televisione del Silvio era al suo apice, potente di mezzi, moderna, da sempre senza tabù e
ora senza più vincoli tecnici.
Il paese era cambiato anche grazie a Canale 5, Italia Uno e Rete Quattro. Le televisioni
del Silvio sapevano suggestionare gli italiani molto meglio della vecchia, imbolsita e
lottizzata Rai; il Biscione poteva combattere ad armi pari, e ora se la voleva mangiare in
un boccone, la televisione di Stato, coi cavalli di viale Mazzini e tutta Saxa Rubra.
Quel che il Silvio ti mostrava non era più il presente, era il futuro al quale tutti noi eravamo
destinati: non avremmo più potuto ignorarlo cambiando canale, né bastava sprangare le
porte, perché sarebbe entrato nelle vite di tutti noi dal camino, come Babbo Natale e il
Lupo cattivo.
Molto presto la sua idea d’Italia avrebbe riguardato tutti – tanto chi seguiva di buon grado
Ambra e Pamela, quanto chi puntava i piedi alla disperata contro la civiltà del video.
Nel luglio del ’94, con il Silvio ancora al governo, uscì il mio romanzetto d’esordio per
l’editore Transeuropa.
Il tradimento della Lega ai suoi danni andava forse maturando, quando mi segnalai
all’attenzione del presentatore acculturato e rock di Videomusic Lerri Bolognesi. Lo feci
scalando una struttura di tubi metallici col mio libro fra i denti, e l’inusitata impresa gli diede
la curiosità necessaria per affrontare le pagine di Jack Frusciante è uscito dal gruppo. La
storia dovette piacergli sul serio, se mi fece arrivare a stretto giro un invito per
raggiungerlo, seppur brevemente, nel magico mondo della televisione.
Ospite di una trasmissione! Seduto davanti alle telecamere! Io proprio io?
E cosa dovevo fare?
«O Brizzino, l’è la cosa più facile di questo mondo! Te scendi dal treno a Firenze, ti viene a
prendere una vettura della signora Marcucci, e in un ette ti ritrovi al Ciocco. Lassù, poi, ce
la si sbriga in fretta: ti siedi e parli con la conduttrice del tuo libro, e un po’ anche di questo,
codesto e quello. È tutto dimolto semplice, vedrai.»
Il mio editore Massimo Canalini era refrattario ai viaggi non indispensabili, e considerava
gli studi del Ciocco, sprofondati nel verde della Garfagnana, troppo distanti dalla sua
Ancona per mettersi in viaggio con me. Tuttavia, alla vigilia della mia trasmutazione
alchemica in personaggio televisivo, mi bombardò al telefono di raccomandazioni: «Niente
sigarette, mentre sei ripreso dalle telecamere! Parla della casa editrice, soprattutto! E, te
supplico, mettiti una giacca!».
Il ricordo non è così netto, ma giurerei di non avere addosso nessuna giacca quando
sbarco a Firenze ed entro nel mondo tutto al presente della televisione.
Il mio Caronte è un autista di Videomusic che mi attende, come da accordi, sotto l’albergo
Baglioni, a un tiro di voce dai binari. È lui, il primo al quale faccio presente di essere amico
di Lerri Bolognesi.
«Bene» fa lui, più condiscendente che altro, mentre scivola nel traffico della città di
Antognoni e Batistuta.
Sta a vedere che mi sono messo in cattiva luce da solo, mi dico.
Invece no. Lerri piace anche all’autista. Solo che non lo porta mai da nessuna parte. «Si
muove con la sua vespa, quello, così non lo conosco tanto bene.»
Mi racconta chi frequenta fra i volti della mia televisione musicale preferita; prendiamo la
più antica autostrada italiana mentre snocciola aneddoti su Rick e Clive, Elisa Jane Satta,
Attilio Grilloni e Lorenzo Scoles. Tempo di arrivare in Garfagnana e mi sta raccontando
improbabili storie a tre che vedono protagonisti manager, aspiranti celebrità e cantanti di
prima fascia.
Mi dispiace lasciare l’auto e Caronte, ma è ora di entrare negli studi, isolati come il
Berghof fra le montagne coperte di foresta.
Sono atteso, mi presento, stringo mani, apprendo che la conduttrice è figlia della scrittrice
Rosetta Loy, e che insieme a me è ospite Guido Viale, con un saggio brillante dedicato al
tema dello smaltimento dei rifiuti nella civiltà occidentale.
Mi sento, tutto sommato, a mio agio.
Le telecamere ronzano in un silenzio irreale, ma è giusto un attimo: la presentatrice lancia
la nuova puntata, presenta Viale e me, ed è come essere ospiti in casa d’altri,
fortunatamente educati e aperti di mentalità: quando mi si fa una domanda rispondo senza
tremiti o bagni di sudore, taccio quando non vengo interpellato, e mezz’ora dopo finisce
tutto.
È stato più facile del previsto, mi dispiace solo che Lerri non sia qui, ma potrà vedere la
puntata in televisione come tutti gli altri.
Saluto Viale e la gentile conduttrice, esco a fumarmi un sigaretta con Caronte. Mentre mi
trasporta di nuovo a Firenze, mi diverto a pensare che faccia faranno i miei amici quando
mi vedranno senza preavviso in televisione.
Al mio editore venne un mezzo colpo quando, nel giro di pochi giorni, apparvi sui
teleschermi senza di lui. E dire che, almeno un po’, doveva aspettarsela.
L’occasione di rimediare venne offerta dallo stesso Lerri: il mio libro meritava più di un
passaggio in trasmissione. Quella storia piena di rock meritava un vero e proprio
approfondimento: ci sarebbero stati, a farsi intervistare per Videomusic, i miei amici e il
mio editore?
«Come no» garantii. «Come no.»
Stabilimmo di incontrarci a Falconara Marittima, dove il sottoscritto e la band di amici Frida
Frenner si sarebbero esibiti in un reading rock ’n’ roll – un nuovo genere musicale per
voce e band che ci affannammo a codificare durante il non lungo viaggio di andata: l’unica
cosa certa era che ci sentivamo influenzati tanto dai tellurici spoken words di Henry Rollins
quanto dalle vecchie storie intorno al fuoco di bivacco.
Tutto sembrava mettersi al meglio: noi avremmo suonato un genere musicale nuovo
davanti a decine di ragazze carine e alcuni maschi; Lerri, per conto suo, ci avrebbe ripresi
in azione e intervistati; non ultimo, Max sarebbe riuscito a coronare il suo sogno di andare
in televisione senza uscire dalla provincia di Ancona.
Tutto troppo geometrico perché non sorgessero intoppi.
Ci presentammo in scena con abiti improbabili e tagli di capelli da inchiesta; suonammo,
cantammo e declamammo a volume altissimo; tentammo di sedurre ragazze e da altre
fummo sedotti. Fin lì tutto bene, mi sembra anzi che il buon Lerri fosse particolarmente
soddisfatto, mentre Max – appassionato chitarrista sin dall’adolescenza – aveva da ridire
tanto sul nostro approccio col pubblico quanto sullo stile ritmico di John.
Quasi quasi, sembrava gli rodesse non esserci stato lui, sul palco.
«L’intervista a me quando la facciamo?» s’informava con Lerri.
Si stabilì di registrarla nell’ameno agriturismo che ci avrebbe ospitati per il pranzo, e lì
ebbe principio il disastro.
Esaltati dal primo live portato a termine, mangiammo il giusto e bevemmo come non
eravamo abituati a bere. Quando il verdicchio entrò in circolo, e cioè nel giro di pochi
minuti, perdemmo ogni rispettabilità residua: con grave sconcerto di Max, mentre Lerri gli
puntava addosso la telecamera accesa, fra i più giovani non si fece silenzio. «Quelli della
banda» proseguirono anzi a lanciarsi allegramente costolette e olive all’ascolana da un
lato all’altro del tavolo; una di queste delizie farcite, lanciata impiegando un laccio da
anfibio a mo’ di fionda, centrò il mio editore sul revers della giacca proprio mentre
spiegava l’importanza della sua missione di talent scout.
«Il mio Armani!» perse le staffe. «’Ndo stemo, porca puttana, all’asilo?»
Quella volta aveva tutte le ragioni del mondo per arrabbiarsi, ma era stato lui a mettere
sotto contratto un under 21 praticante di reading rock ’n’ roll.
«Ve pare che uno se veste in un certo modo, e se becca addosso le olive?» fece notare in
tono più composto. Un nuovo fremito di stizza parve scuoterlo quando vide che gli si
rideva in faccia: «Bravi, po’ chi la paga, la lavasecco?».
Qualcuno della band si era fatto cianotico, quando Max diede un profondo sospiro,
levò l’indice e chiamò in causa la cameriera: «Scusi, signorina. Avete uno smacchiatore?».
Quella scomparve dalla parte delle cucine, e solo allora Max parve accorgersi della
telecamera sempre accesa a due palmi da sé. «Spegni, spegni» si
raccomandò, «ché questa la rifacciamo».
«Per me è bella così» disse Lerri. «Teniamola», e solo allora il mio editore parve davvero
impaurito.
Trascorsi un paio di mesi, Lamberto Dini aveva preso il posto del Silvio come presidente
del Consiglio, ma non certo come patron della Fininvest: in televisione tutto procedeva, -
almeno in apparenza, come se le cose non potessero andare meglio.
Il signor Mike conduceva Supermike, Corrado La corrida, il Gabibbo animava Striscia, e
anche Maurizio Costanzo, scampato all’attentato del ’93, continuava ad andare in onda –
mica bisognava per forza parlare di mafia – col suo seguitissimo show.
Il mio editore, abituato a perorare di persona le ospitate dei suoi autori, era riuscito a far
chiamare in trasmissione Silvia Ballestra, e non nascondeva di sperare in una
convocazione anche per il sottoscritto.
«Però te devi comportare be’… Mi risale l’incazzatura se ripenso a come te sei comportato
l’altra volta, quando m’avete tirato le olive co’ gli amici tui.»
La redazione del dottor Costanzo non doveva saperne niente, perché mi convocarono
poche settimane dopo nei panni di me stesso, un ventenne che aveva scritto un libro del
quale si cominciava a parlare come d’un caso editoriale.
«Sono stato convocato» informai Max al telefono.
«E da chi? Mondadori?» domandò speranzoso.
«Costanzo. Vado a Roma la settimana prossima.»
«Ma questa è una grande notizia! Altroché Lerri e Videomusic! Stavolta famo veni’ giù
pure el cibborio!»
Era, el cibborio, un’entità che Max nominava solo quando era vinto dallo stupore più
sincero. Presto si riprese, sospirò che Roma era un po’ troppo lontana, altrimenti mi
avrebbe accompagnato volentieri, e poi cominciò a sgranare il rosario delle
raccomandazioni: «Siedite in mezzo, che te se vede meglio».
«Non sono sicuro che mi lascino scegliere il posto» misi le mani avanti.
«Vedi di metterti una giacca da personcina ammodo, e prendi esempio da Silvia che è
giudiziosa e grata, e parla sempre della casa editrice, no de Andrea Pazienza come fai
tu… Ce la devo avere, la puntata con Silvia, registrata su Vhs… Te va di venirtela a studià
in Ancona, prima di scendere al Parioli?»
«Mah» dissi. «Magari improvviso.»
Questa volta la porta che varco per entrare nel mondo della televisione è quella romana
dell’hotel Ritz, a due passi da piazza Euclide.
Secondo i patti, mi devo rintanare in stanza in attesa che squilli il telefono; purtroppo, però,
una spostata giovanile, che riconosco subito come ospite abituale del Costanzo Show, mi
intercetta nella hall. In qualche modo sa già che sarò suo compagno in trasmissione, e mi
si appiccica addosso per fornirmi informazioni dettagliate sullo stress che l’attanaglia, ogni
volta, prima di entrare al Parioli. «Mi scaldo tutta» garantisce. «Senti la mia guancia.»
Mi sembra al tatto che abbia ancora una temperatura accettabile, così la rassicuro: «Ma
no, che stai bene».
«Sono così agitata, che farei non so cosa» insiste, gli occhi cerulei da pazza puntati nei
miei.
Non mento: a questo punto indovino cosa la calmerebbe. Credo anzi d’immaginarlo alla
perfezione, e la mia ipotesi si invera in una salda certezza non appena la sciroccata
domanda: «In che stanza sei, scrittore?».
Mostro la chiave per puro spirito di cortesia, e già preoccupato: la spostata giovanile del
Costanzo Show non somiglia esattamente a Miss Italia, e neppure a Miss Muretto. Senza
scendere nei particolari, diciamo che non accende il sacro fuoco della passione erotica
nemmeno nel ventenne, più o meno single e in trasferta, che mi trovo ad essere questo
pomeriggio.
Colpa mia, naturalmente. Diciamo che sono emozionato, stanco, o che ho bevuto troppo –
anche se sono perfettamente sobrio, e ancor più che sobrio, vigile. Sono disposto a
prendermi tutte le responsabilità del caso verso la sciroccata e l’intero genere femminile,
giuro, ma preferirei di cuore che questa ragazza bisognosa di affetto non entrasse con me
nell’ascensore dell’hotel Ritz. Lo fa, invece.
Ecco che la situazione si fa imbarazzante per tutti, mi dico.
«Si vede che è la prima volta» osserva lei, maliziosa, appena premo il pulsante del piano.
Le porte a sipario della cabina si chiudono con una lentezza che pare languidità, e noi due
restiamo soli, in viaggio verticale e invisibili al mondo.
«Perché, dici?» domando.
Sbuffa, cerca il mio sguardo. «Così» risponde vaga. «Ti vedo nervoso.»
Calcolo che, se la intrattengo a parole fino all’arrivo al piano, sono quasi salvo.
«Lo so io come potresti rilassarti» annuncia passandosi l’indice sulle labbra, e il colpo
basso mi mette alle corde.
Sento la voce del mio secondo, il maestro Superio Es, che m’incoraggia dall’angolo: «Non
cedere ora, figliolo, ché ai punti siamo sopra! Boxa, cazzo, boxa!».
Mi vedo già colpire la sciroccata del Costanzo Show con un preciso gancio alla mandibola,
poi torno in me e mi rendo conto che l’ascensore sta arrivando al piano.
Non serve colpire nessuno, nella realtà; basta schivare un abbraccio, svicolare in corridoio,
correre alla stanza giusta e scrollarsi di dosso la sciroccata quel tanto che basta ad aprire
la porta, con la delicatezza che le donne meritano e sempre meriteranno.
«Finocchio!» mi urla contro la fanciulla, mentre tento di richiudere l’uscio senza ferirla.
«Sì, sì» le do corda. «Ma lasciami in pace, per favore!»
Non vuole proprio levare il piede, ’sta pazza, e adesso mi grida contro, a tutto volume e in
quest’ordine: «Frocio! Munnezza! Gay!».
Sto per chiederle perché «gay», in un contesto retorico e sonoro che si configura
chiaramente come un climax, venga dopo «frocio» e «munnezza», ma adesso ho
l’impressione che stia per sputarmi, così abolisco ogni garbo e la chiudo fuori di
prepotenza.
Per un po’ continua a gratificarmi con i suoi epiteti dal corridoio.
Troppo sollevato per darmene pena, appoggio i bagagli e comincio a prendere confidenza
col mio rifugio a prova di sciroccate.
L’importante, rifletto, è che quella strega e io non ci ritroviamo in macchina insieme nel
tragitto verso il teatro.
O, il Cielo non voglia, seduti vicini in trasmissione.
Possono essere le cinque di pomeriggio, quando accedo sano e salvo al Parioli.
Nel fermento del backstage, noi ospiti apprendiamo da qualcuno della redazione le linee
guida della imminente trasmutazione alchemica: tanto per cominciare, la trasmissione sarà
registrata, notizia che mi sbalordisce come una novità assoluta. Le otto sedute sul palco,
in secundis, sono già assegnate, ed è inutile che il signor editore da Ancona continui a
telefonare per chiedere che il suo protegé ne occupi una centrale. Per finire, ciascuno di
noi può godere di un breve colloquio col dottor Costanzo subito prima di iniziare i giochi
veri e propri.
Sbalordito dall’accappatoio di paillette che il pianista Bracardi sfoggia senza ritegno,
attendo il mio turno. Nel traffico dietro le quinte ancora non ho capito chi sarà ospite in
trasmissione con me e chi invece non apparirà in video. Di certo oltre il pesante sipario –
basta prestare orecchio – il teatro va riempiendosi.
Quando tocca a me, vengo scortato al camerino dove Costanzo, molto più stanco di come
si vede in tivù, mi attende in compagnia di un pastore tedesco.
«Lui è Brizzi, quello di Jack Frusciante» mi si presenta al dottore.
Faccio il mio mezzo inchino, dico «Piacere».
Il presentatore dev’essere reduce da una giornata impegnativa, perché mi stringe la mano
senza nessuna gioia, e torna a carezzare il cane.
«Giovanissimo» osserva.
«Bella bestia, però» dico per compiacerlo. «Quanti anni ha?»
«Parlavo di lei» mi folgora il presentatore. Poi assume un’aria bonaria per levarmi
dall’imbarazzo, e considera: «Ho letto sulla scheda che quella del suo libro è una storia
vera».
Non sapendo chi aveva preparato la scheda, mi limito a dire la verità: «Direi proprio di sì.
In pratica ho solo cambiato dei nomi, e neanche tutti».
«Lei è amico di quella scrittrice brava, la Ballestra.»
Sapeva tutto! «Sì. Anche lei pubblicava per Transeuropa, prima.»
«Con l’editore di Ancona, quello bravo e un po’ suonato» spiega la donna che mi scorta.
Suonato? È così che si parla del mio editore, a Roma?
«Ed è vero che lei» m’incalza Costanzo, «non riesce più a scollarsi di dosso il soprannome
‘Jack Frusciante’?».
«Nessuno mi ha mai chiamato così» confesso, e rifletto ad alta voce: «Non sarebbe
assurdo? È come se Manzoni fosse soprannominato ‘I promessi’».
«Suona bene, ‘Jack Frusciante’» stabilisce Costanzo, sordo alla mia osservazione. «È
molto musicale.»
«Per forza…» commento mortificato, ma rinuncio a spiegargli tutta la pappardella di chi sia
il vero Frusciante, e di perché sia omaggiato come Jack e non col suo vero nome, John.
«Lei è una specie di portavoce dei giovani, mi raccomando a quel che dice» spiega
Costanzo.
«Con rispetto parlando» faccio presente, «lo stesso Kurt Cobain dei Nirvana ha sempre
rifiutato il ruolo di portavoce. E se lo rifiuta lui, in che senso io, che ho solo scritto una
piccola storia…».
«Benissimo» m’interrompe Costanzo. «Ci vediamo in trasmissione, signor Jack
Frusciante.»
Il pastore tedesco ha intuito perfettamente come il tempo a mia disposizione sia finito, e il
suo sguardo m’induce a ritirarmi senza replicare.
Di quel che accade dopo, ho pochi ricordi sicuri: essere ospiti al Costanzo Show è
un’attività impegnativa, ché non sei semplicemente davanti alle telecamere – e di fianco al
dottor Costanzo – ma di fronte a te c’è una platea gremita da centinaia di persone.
Serve restare concentrati, e questo nuoce alla rammemorazione dei dettagli.
Per certo, nell’arco delle sedute destinate agli ospiti, occupo una postazione che gli
osservatori potrebbero localizzare sull’ala sinistra; appena più centrale, per fortuna, non
c’è la spostata giovanile ma lo showman Luca Barbareschi.
Più in là, la chitarra già pronta, Dario Vergassola; cerco di non guardarlo perché ha vicino
la spostata, e temo sottilmente che, se i nostri sguardi si incrociassero, quella
riprenderebbe a gridarmi contro i suoi insulti.
In teoria si parla uno alla volta, rispondendo alle domande del dottor Costanzo.
In pratica il pubblico applaude e spinge avanti solo chi la spara grossa.
Il mio romanzo-verità dove non si scopa mai non ha le marche del clamoroso, almeno non
agli occhi del pubblico del Parioli, così il giovane «Jack Frusciante» Brizzi risponde, se
non di malanimo, intimamente seccato ché non lo si lascia sviluppare a dovere il suo
discorso sull’influenza di Andrea Pazienza e Kurt Cobain.
Non secondario, sul palco c’è un monitor, invisibile dalla platea, impostato sul conto alla
rovescia: i minuti e i secondi che ci separano dal prossimo blocco pubblicitario scorrono
all’indietro, e gli ospiti più consumati attendono il momento propizio per coprire la tua voce
con una gag a orologeria, che sposti l’attenzione da te a loro in prossimità del break.
Durante le pause, fisso il pubblico per non guardare Vergassola, dietro il quale si cela la
Medusa in grado di pietrificarmi. Decido che non mi sta così simpatico, il pubblico. Penso
a Sid Vicious e alla sua pistola, ma la voce del mio invisibile coach, il maestro Superio Es,
mi giunge in soccorso: «Boxa, cazzo, boxa. E invece di startene impalato, attacca discorso
con Barbareschi: chissà quante ne ha viste».
Mi ci metto, e scopro qualcosa di indimenticabile: qualcuno è perfetto.
Perfetto, naturalmente, per le televisioni del Silvio.
La levigatezza grafica della figura del Barbareschi, infatti, da vicino appare accentuata
dalla perfezione del kombinat capelli-basette, né è disgiunta da una dizione perfetta e da
un impiego consapevole del ventaglio lessicale.
È davvero stato capace, questo signore sorridente e sornione, di sparare a un maiale
durante le riprese di Cannibal holocaust? E davvero è di Destra?
Ossì, e per questo motivo viene perseguitato dai dirigenti della televisione nazionale! Non
lo si fa lavorare!
E dire che, conosciuto in un break pubblicitario al Parioli, pare una persona così perbene.
Simpatica, anzi. Non puoi che metterti nei suoi panni, anche se non sei di Destra, e
convenire che escludere un attore per le sue idee politiche è una vigliaccata.
In un mondo migliore, mi dico, questo non solo torna a lavorare in Rai, ma merita di finire
in Parlamento.
Era fatta.
Il libro era apparso al Costanzo Show, qualcuno mi riconosceva per la strada, e già
fioccavano le richieste di rifornimento, le ristampe e i nuovi inviti.
Max Canalini non si teneva più: anche se in televisione non avevo parlato a dovere di
Transeuropa, il mio titolo stava riscuotendo un successo senza precedenti nella giovane
storia della casa editrice, e lui fissava di continuo interviste e incontri col pubblico, i
distributori e i librai, imponendomi ogni appuntamento come «altamente strategico».
Poiché il mio stile di vita bolognese non lo rassicurava, né giudicava utile per me
l’università, mi invitò più volte a prendere casa in Ancona, un’ipotesi semplicemente
pazzesca: vivevo nomade, fra casa di nonna Pina, quella di una ragazza e gli
appartamenti degli amici; mi piaceva frequentare Ancona come Milano, Firenze o Venezia,
tutti posti nei quali avevo buoni soci. Era l’idea di fermarmi più di una settimana
consecutiva che sembrava l’anticamera della morte, e chi mi voleva bene lo sapeva. Così
per i miei soggiorni anconitani, numerosi e piacevoli benché contrassegnati da litigi feroci
con Max, scendevo al «due stelle» sopra il ristorante Giardino, lungo il viale alberato che
conduce al «Passetto», o alla mansarda dell’hotel Viale riservata – de facto – ai giovani
forestieri che gravitavano intorno a Transeuropa.
Max e i suoi soci di allora, Giorgio Mangani ed Ennio Montanari, erano soliti pranzare in
trattoria con noi ragazzi: dopo una mattinata di lavoro spesa a «interrogare l’anima dei
testi», scendevamo volentieri al Giardino, oppure al bar-ristorante Diana, di fianco alle
Poste. Negli anni successivi, senza più Giorgio – uscito dalla società – e con Ennio che
appariva di rado, il nostro luogo d’elezione per pranzo e cena divenne il ristorante Tredici
cannelle, di fronte alla fontana omonima, con rare eccezioni dettate dalla presenza di
ospiti illustri, che si conduceva a mangiare il brodetto tipico ai piedi della cattedrale di San
Ciriaco. Solo se l’ora si faceva tarda per le cucine delle Tredici, migravamo verso la
cosiddetta Pizzeria de Diabolik, sopra la Galleria.
Il discorrere proseguiva poi, furioso, nel pomeriggio; i dubbi sulla vera natura filosofica del
minimalismo non ci abbandonavano nemmeno a tarda sera, mentre bevevamo al pub di
Mauro, di fronte alla più costosa osteria-teatro Strabacco, con la quale Max aveva un
contenzioso morale ancora aperto.
Con il giusto tenore alcolico a sostenerci, scendevamo al ricercato Liberty, tempio del
barman Fabiùs; fra i tavolini capitava di trovare coppie di teneri ventenni, ma più spesso
erano occupati da coppie in pelliccia e loden dell’Ancona-bene, alle quali Max non
mancava di regalare perle della sua arte performativa.
«Voi che non leggete niente» li apostrofava quando gli girava storto. «Pettinati come la
merda.»
Non mirava a venire alle mani, anzi rifuggiva discretamente l’eventualità, ma come editor e
attaccabrighe, in quelle notti dei secondi anni Novanta, sapeva essere impagabile.
Ripensando a determinati episodi e provocazioni, è un mezzo miracolo che nessuno ci
abbia mai gonfiato di botte.
Una volta, in trasferta a Bologna per la presentazione di Jack Frusciante alla festa
dell’Unità, s’impuntò sul fatto che le melanzane in umido servite al ristorante facevano
schifo, e pretese di vedere il cuoco.
Sembrava uno scherzo, ma quello si palesò, democraticamente risentito. «Siamo tutti
volontari, qui» mise in chiaro.
«Però ve fate pagare lo stesso» puntualizzò Max.
Il cuoco lo fissò per capire dove volesse arrivare.
«Ora, se mi servi qualcosa di ontologicamente immangiabile, siamo oltre i discorsi sul
volontariato e il professionismo! Immangiabile, come dice la parola stessa, me pare
troppo.»
Intorno a noi, il gelo della tavolata.
«Immangiabile» ripeté il cuoco, imbarazzato. «Non so dove è abituato a cenare, lei, ma…»
«Guarda!» intimò Max, e chiarì in tono isterico: «Io non le ho toccate!».
Guardammo tutti le melanzane intatte, simili a sirene spiaggiate su un lido di purè in
fiocchi.
«Non vedi che sono asciutte?» s’infervorò il mio editore. «Te pare che un cristiano può
mangiare le melanzane in umido asciutte?»
Qualcuno, intorno a noi, bisbigliava allarmato. Altri osservarono che, in effetti, le
melanzane non sapevano d’un granché.
«Su, che non sono asciutte!» negò l’evidenza il cuoco.
«Te sfido!» annunciò Max. «Mettici il naso e vediamo se si sporca o no!»
«Tranquilla, amore» sentii una voce d’uomo che rassicurava la compagna. «È un comico.»
Prima ancora che il cuoco potesse accennare una qualche forma di difesa, la mano di Max
era guizzata a pinzargli il naso.
«Signore!» protestò l’uomo, ma ormai la presa del forestiero lo stava trascinando verso il
piatto. Solo quando la punta del suo naso ebbe toccato una melanzana, Max lo lasciò -
andare.
«Visto che è pulito?» replicò alle rimostranze del cuoco. «Cosa dicevo? Le melanzane
sono asciutte!»
Il desiderio del mio editore di occupare il centro della scena era istintivo e irrefrenabile.
Quasi impazzì di gioia quando, nonostante la mia opaca prestazione, mi giunse un
secondo invito per il teatro Parioli. Forse Barbareschi non ci sarebbe stato, ma io ero
confermato all’ala sinistra, mentre Silvia e lo stesso editore erano convocati a sostenermi
dalla prima fila della platea.
«Devo mettermi una giacca meravigliosa!» rifletté ad alta voce Max quando lo informai
dell’appuntamento. «Non fumare davanti alle telecamere! E, non appena mi danno la
parola, parlare un casino della casa editrice!»
«E se rifiutassi?» proposi timidamente. «Non mi sono divertito granché, l’altra volta. C’era
anche una pazza, in albergo, che…»
«Stai scherzando, voglio sperare» m’interruppe. Potevo immaginarlo con gli occhi sgranati
e proteso sulle punte come un matador.
«Dico davvero. Andate tu e Silvia.»
«Matuseiunpazzoingrato!» mi travolse la sua voce.
«Illavorodiuncasinodipersonedipendedate!»
«Ascolta» m’impuntai. «Abbiamo un contratto, e sul contratto non si dice da nessuna parte
che…»
«Tu non puoi capire!» virò sul patetico. «La casa editrice è nelle tue mani, adesso! Non ci
pensi, a me?»
«Su, Max, cosa c’entra?»
«C’entra eccome, perché nessun uomo è un’isola, e alla fine il tutto si tiene!»
«Potrò decidere io, se andare o no?»
«E Silvia?» insistette.
«Cosa?»
«Non è una tua buona amica? Ti ha pure scritto la prefazione! Perché la vuoi deludere,
adesso?»
«E va bene!» capitolai. «Però sia chiaro che è l’ultima volta!»
Sapendo ch’è l’ultima volta, mi ripresento al Parioli a cuor leggero.
Dopo il matrimonio con una ragazza di Roma, mi troverò a celebrare le vigilie di Natale in
un appartamento del Lungotevere Flaminio non lontano. Finirò per pensare alla Capitale
come all’ennesima città in cui sentirmi a casa, ma ora come ora non ho la minima
contezza del futuro, nemmeno di cosa accadrà quando il sipario si aprirà, e il pubblico si
accorgerà che Luca non c’è.
Poi si comincia, e non c’è più tempo per i ricordi e per i «se».
Bilancio i sensi sul presente, pronto alla nuova trasmutazione, non presto orecchio a quasi
nulla.
Di fianco a me, sul palco, stavolta c’è un alto ufficiale dei Carabinieri; sull’altro lato ho
l’onorevole sardo Luigi Manconi. Costanzo saluta. Il pubblico applaude. Il timer rivolto al
palco comincia il primo conto alla rovescia. Max e Silvia, in prima fila, sembrano felici. Non
c’è neanche la sciroccata del Ritz: va tutto alla grande.
«Del suo romanzo sono state realizzate migliaia di copie con le copertine colorate a
mano» dice Costanzo, rivolto a qualcuno che ha avuto la mia stessa idea.
Mi guardo intorno, e vedo che il presentatore fissa proprio me. «Eh, certo!» rinvengo.
«Diciamo che è stata una scommessa fra l’editore e il sottoscritto.»
Dal pubblico sale un brusio che sembra denotare interesse, mentre Max mi fissa
sconcertato.
«E come sarebbe a dire?»
«Io volevo realizzare le copertine a mano sin dalla prima edizione» rivelo. «Lui ha
promesso che l’avremmo fatto, eventualmente, con la seconda.»
«E come vi siete messi? Con le pitturine?» domanda una voce di donna. Il pubblico ride.
«Più o meno» ammetto. «Abbiamo scambiato venti copie del libro in cambio di un
secchiello di pennarelli.»
«E dove?» insiste la voce, che non capisco da dove arrivi. «Alla fiera dell’Est?»
Nuove risate. Anche Max e Silvia, li vedo nettamente, ridono. Di me. Che sono qui, senza
neanche sapere che a Roma troverò moglie, unicamente per far piacere a loro.
«Non alla fiera dell’Est. In una cartolibreria di Ancona» mi rabbuio. «Comunque mi
piacerebbe parlare anche del libro, oltre che delle sue copertine.»
«Cioè, ma fateme capì!» riesplode la disturbatrice invisibile. Dev’essere vicino il break
pubblicitario. «Qualcuno s’è messo lì, come gli amanuensi, a colorasse le copertine una
per una! Che ormai stamo nel Dumila!»
Boati dal pubblico, io medito seriamente di andarmene come ho già visto fare a qualcuno
in altre trasmissioni.
«Mi faccia capire, Brizzi» mi raggiunge la voce di Costanzo. «Ma chi le ha colorate,
tutte ’ste copertine?»
«Intanto ci sono collage, disegni e diverse categorie di…»
«E quante sono?»
«No, dicevo, non sono tutte colorate…»
«Il numero!» reclama il dottor Costanzo. «Dica un numero, per dare l’idea al pubblico…»
È come essere convocato in presidenza, senza nemmeno poter contare sulla solidarietà
dei correi: qui è il preside che suscita a piacimento risate o riprovazione, e gli basta
corrugare la fronte o inclinare il mento in avanti per farti apparire un imbecille davanti a
mezza Italia.
«Millecinquecento, credo» lo accontento.
«E quanto tempo è stato necessario dedicare a ciascuna?»
«Be’, dipende, come dicevo…»
«Senza fare la storia dell’Arte! Ci dica una media!»
«Un quarto d’ora di media» sparo a caso.
«E chi se n’è occupato?» m’incalza, ormai apertamente spiacevole.
«In parte io, e in parte l’editore.»
«È qui con noi, se non sbaglio, insieme a una bravissima scrittrice giovane…» annuncia
Costanzo. Cerca d’individuare in platea Max e Silvia, ma non ce la fa e mi domanda
d’indicarli.
Mi hanno riso dietro fino a un minuto fa, e adesso stanno lì compiti. «Lui è Massimo
Canalini…» rendo la pariglia. «Quel signore con gli occhiali e una cravatta inguardabile.»
La regia inquadra la cravatta di Max, invero normalissima, ma la mia notazione sciocca fa
ridere il pubblico; considero così di avere pareggiato i conti, ma lui mi fissa come l’avessi
pugnalato.
«Un quarto d’ora per millecinquecento copie» considera Costanzo dal palco. «È un bel
lavoro, per un editore che deve anche occuparsi d’altro.»
«Che nun ce l’ha le chiamate al telefono da risponne, e i libri da stampà?» s’infervora la
disturbatrice. Finalmente capisco che occupa una seduta all’estremità opposta del palco: è
una comica televisiva professionista, non bella, specializzata in queste tirate stile
pescivendola di Trilussa. «Uno pensa che chi fa i libri ha da esse una persona seria, e
invece no! Il signore dipinge!» incalza. «E allora nun è editore, è pittore! Beato lei che è un
cuorcontento!»
Il teatro sembra venir giù dalle risate, e Max si ritrova a essere lo zimbello generale prima
ancora di avere detto: «Buonasera».
Per fortuna, mi dico, che questa è l’ultima volta.
Un autore Baldini&Castoldi come me, nella seconda metà degli anni Novanta, non poteva
astenersi dal mostrarsi, di tanto in tanto, in video.
Passasse per le interviste a Videomusic con Elisa Jane Satta, o quelle condotte sulle reti
maggiori dai volti nuovi Sveva Sagramola e Daria Bignardi; passasse per la radio e anche
per le interviste incrociate sulla carta stampata con Vasco Rossi; i miei detrattori –
categoria che nasce e si sviluppa insieme agli aficionados, secondo l’accettabile costante
D= – stigmatizzarono però con vigore la partecipazione del sottoscritto al Tappeto volante
di Luciano Rispoli.
Probabilmente ignoravano che ero un suo fan sin dai tempi di Parola mia, e che il Rispoli
era un signore d’una gentilezza squisita, pari solo alla determinazione con la quale Melba
Ruffo mi colmava il calice di bollicine ad ogni break pubblicitario.
Verso la fine della trasmissione, ormai ebbro, ero pronto a sdraiarmi sul tappeto volante
col signor Luciano e tutte le sue amiche, per canticchiare inebetito L’uselin de la comare.
Se ero così a mio agio in televisione, argomentavano i detrattori da casa, significava che
ero uno schifoso autore nazionalpopolare.
Io solo conoscevo la verità: benché rifiutassi con tutte le mie forze un destino da giovane
tuttologo alla Pierluigi Diaco, una sottile linea marrone era stata superata.
A quel punto, potevo persino andare a fare l’uomo misterioso nell’Harem di Catherine
Spaak.
Vi andai, infatti.
Il tranquillo pomeriggio postatomico che culla Roma è solcato da quattro capaci auto blu
dell’azienda radiotelevisiva statale. Tre volano a raccogliere le incipriabili ospiti dell’harem
settimanale della Spaak. La quarta si incunea tra scorciatoie e preferenziali fino agli storici
stabilimenti di doppiaggio Fonoroma. Ferma in doppia fila.
L’autista, un discreto esemplare d’irriducibile tifoso laziale in giacchetto husky, entra nel
palazzo e si rivolge alla portiera: «Che è qui, l’omo misterioso della signora Spaak?».
Secondo le informazioni in possesso dell’irriducibile dipendente Rai, l’uomo misterioso si
aggirerebbe per lo stabile, labirinto di moviole e sale di doppiaggio, viluppo di
controcorridoi e tunnel insidiosissimi.
«Se è quel tipo che dico io, è entrato due ore fa al bar e non si è ancora visto uscire»,
sussurra la portiera.
«Vuole… vuole che lo faccia chiamare…?»
Vagamente inquietante la marmorea immobilità che l’autista, lontano nipote in giubbotto
husky dei fieri volsci, inalbera a mo’ di risposta.
La portiera capisce al volo, afferra il ricevitore bauhaus e fa chiamare l’uomo misterioso
temporaneamente ospite della struttura.
Ci trasferiamo ora pochi metri più in là (forse quindici, in linea d’aria, ma irti di curve a
gomito).
L’uomo misterioso viene avvicinato da un dipendente del bar, dove sta consumando una
coca-cola tiepida e un centinaio di sigarette, presissimo dall’ultimo numero di «Wolverine».
L’uomo misterioso capisce che è il momento di andare, si alza, salda il conto, inforca il
pastrano da capitain courageux e cala gli occhiali da rave-party; un fremito si diffonde tra
gli avventori del bar, fino a quel momento assorti in altri pensieri.
«È dunque lui?», sembra chiedere dal tavolo vicino Marco Columbro a Sandra Mondaini,
ambedue più stanchi di quanto non si possa dire osservandoli in video.
«È dunque lui?», sembrano sussurrare interrogativi i camerieri in felpa genere Amici.
«Ebbene sì, amici, son io» rivela commosso l’uomo misterioso, un certo tizio con basette e
zaino similmilitare. Trattiene un singhiozzo. «Sono uomo certo misterioso, ma anche di
parola. E loro avevano la mia parola che sarei andato. Devo farlo per quelle tre creature
ospiti dell’Harem. Devo farlo per la nostra Catherine.»
È ormai inondato di una certa aureola, e attraversa liquido la stanza, diretto all’auto,
goletta diesel della flotta da diporto di madame Morattì.
Chi si cela sotto i panni improbabili dell’uomo misterioso? Perché abbandona gli slums del
grande schermo per andare a nascondersi dietro un tramezzo nel salotto arabeggiante di
casa Spaak? Quali donne spierà nell’harem? Quali superpoteri ha? E quali rischia di
perdere, a forza di fare il giovane scrittore che va in televisione?
«Era un carcere, questo», introduce amaro l’autista in vista del canyon di Saxa.
«Oooh», spalanca la bocca il misterioso, che mai prima vi si era recato, e si ritrova fuori
dall’auto, solo.
Alla dogana Italia-Rai, tenta di accreditarsi sussurando il nome della signora Catherine,
ma si ritrova a fare i conti con la diffidenza di due guardie di frontiera.
«Gino, il giovinastro dice di essere ospite della Spaak», fa il più anziano al collega. «Dice
di essere il nuovo uomo misterioso.»
«Strano.»
«Molto strano.»
«Solitamente fa venire signori famosi ed eccentrici. Aldo Busi, Luca Barbareschi, o quello
dei ‘Cuggini de campagna’.»
«Già. Oppure Everardo Della Noce, o ancora Tinto Brass.»
«Oh, ma io sono eccentrico: ho scritto un libro in cui non scopano mai per quasi
centottanta pagine… Capite?»
«Sentito, Gino? Il ragazzo è un eccentrico!»
«Signore, signore, se è per questo una volta ho anche arrotolato un gatto in un tappeto e
l’ho maltrattato… Ho fatto esperienze estreme io, fortissime, che mi hanno segnato un
casino. Una volta all’Alpe di Siusi…»
«Va bene, va bene, basta così. Supera il cancello, vai di qui e di là, e poi laggiù, lassù e
dabbasso, e sei quasi arrivato.»
«Magari chiedo.»
La soave redattrice fiorentina introduce nel camerino, mostra appendiabiti e cassetti,
informa: «Era un carcere, questo».
«Maddài!», finge stupore l’uomo misterioso fissandosi le punte delle scarpe, ché in mano
ha solo un fumetto e gli occhiali da sole, e non sa proprio con quali accessori riempire i
cassetti o invadere il tavolo della specchiera. Irrompe una costumista ex samurai, gli
suggerisce minacciosamente di indossare una giacca al posto del giubbino acid jazz in
lana.
«Ma se è stupendo! È un regalo di una sbarba! Costa anche parecchio!», protesta invano
il misterioso.
Niente da fare, viene trascinato in catene a provare le giacche del buontempone Luca
Giurato, di casa da quelle parti, ma ci sono almeno tre taglie di differenza: le maniche della
giacca quasi strisciano sul linoleum che riveste il pavimento, e la costumista deve
ammettere che così non va. Sotto la sua guida, l’uomo misterioso è costretto a vestirsi da
messicano, da tamburo maggiore della banda, da carabiniere, ma nessuna tenuta pare
convincere la dispotica ex samurai.
Alla fine si resta ancorati al giubbino iniziale; la soave redattrice fiorentina invita l’uomo
misterioso a sedersi, solo e negletto, dietro il tramezzo fatale: da lì, morbidamente
accoccolato sui cuscini, dovrà seguire le evoluzioni verbali delle tre ospiti odierne:
Rossana Campo, scrittrice; Eva Grimaldi, attrice; Claudia Gerini, pure attrice ma più
giovane.
Poco prima dell’inizio, si presenta all’interno del suo munitissimo fortilizio in stile algerino
Catherine Spaak in persona. «Buonasera, siamo oltremodo liete…» lo saluta. «Così
giovane! Una scelta coraggiosa invitare un uomo misterioso così… Giovane! Solo una
precisazione: niente parolacce silvuplè!»
Scompare in una scia di frettolosa cortesia, e l’uomo misterioso è di nuovo solo e invisibile,
così come ci si aspetterebbe da un angry young man del suo calibro.
La voce di Rossana Campo dice: «I miei personaggi sono donne che parlano come le
donne vere, con tanta crudezza, senza l’ipocrisia dei periodici femminili».
Catherine Spaak, col tipico accento e modi circolari: «Sappiamo che nell’Inghilterra della
regina Vittoria le donne hanno dovuto fingere».
Rossana Campo: «Quando le amiche stanno insieme a confidarsi è un momento molto
liberatorio».
Eva Grimaldi, rauca come un alpino: «C’è da dire che, nell’amore, siamo rimaste nel
Settecento».
Catherine Spaak: «Tu, Claudia, racconti tutto alle tue amiche?».
Rossana Campo: «Eh, poi l’uomo racconta per vantarsi, la donna per compiangersi».
Claudia Gerini: «No, è che in questi anni tra giovani uomini e giovani donne si sviluppa un
rapporto di tipo paritario… Ognuno però secondo le proprie prerogative».
Coro: «Aaaah, sì, certo. Ci mancherebbe altro! Altrimenti sarebbe proprio un finimondo!».
L’idea è che ognuna parli per conto proprio.
Ogni luogo comune è salutato da battimani, ogni marachella ai danni di qualche
malcapitato maschio celebrata da sgomitate maliziose.
«Quante ne abbiamo combinate, eh, signora Spaak! Nel nome dell’emancipazione, poi, se
n’è fatte di tutti i colori», pensa il muto ospite nascosto dietro il tramezzo da pesanti
lenzuoli berberi. Pensa, ma non dice, giacché tanto è invisibile. Ché se parlasse si
penserebbe che una delle ospiti è ventriloqua e chissà quali polemiche, dopo.
Dopo mezz’oretta di donne che si strappano la parola come neanche i peggio
sbicchieratori al bar, a colpi di «ad esempio a me è successo…» e chiamandosi
cordialmente per nome in quanto accomunate dall’appartenenza allo stesso genere e
quindi stesse gioie stessi dolori stesse sofferenze, finalmente è il mio turno.
«L’ospite maschile di questa sera è giovanissimo», risuona la voce della Spaak. «Caso
letterario, giovanissimo, solo ventun anni, caso letterario. Nato a Nizza il 20 novembre
1974, ecco a voi l’unico e inimitabile Enrico Brizzi.» O qualcosa del genere, tanto per far
capire che l’uomo misterioso sarei io.
Comparendo da dietro il tramezzo per scivolare sul divano dell’Harem con il mio giubbino
acid jazz in lana, penso a John Belushi coi soci della Delta House, e a quale casino si
potrebbe combinare qui dentro con una banda di amici facinorosi.
Poi mi guardo attorno semiaccecato dai fari dello studio televisivo, e appuro che sono
ancora una volta completamente solo nelle mani del nemico.
«Buonasera a tutti», dico composto, sedato, addomesticato.
Nell’autunno del ’98 non conoscevo più la paura: andai a Sottovoce, da Gigi Marzullo.
Mi ritrovai nello stesso camerino – «Vi dispiace stringervi?» – di un’attrice bionda e
attraente. Coi tacchi mi sovrastava di mezza testa, e mi svelò quasi subito di essere
fidanzata con un attore moro e attraente, forse Stefano Dionisi.
«Ti spiace se mi trucco?» mi fece.
Poiché sembravo in imbarazzo solo io, il coach Superio Es m’invitò a sciogliermi. «Ti
pare?» le dissi. «Siamo in un camerino della Rai. Se non ci si trucca qui…»
«Sto troppo in paranoia» mi fece, in una nuvola di cipria.
«E perché?»
«Lo sai com’è, Marzullo. Ti chiede di farti una domanda e darti una risposta.»
«Fa così» ammisi. Se volevo parlarle senza fissare il suo sedere, dovevo cercare lo
sguardo di lei nello specchio. Ora, però, si stava truccando gli occhi.
«Non te la sei preparata, la domanda?» le faccio, schietto e disponibile. «Possiamo
pensarci insieme, se vuoi.»
«La mia vita è un casino» dice, senza tono interrogativo.
«Mi dispiace. Però potrebbe essere una buona domanda: ‘La mia vita è un casino?’, e poi
ti rispondi da sola.»
«Ammazza!» ride. «Ecco cosa dovrei rispondere. Ma tu cosa sei, uno che scrive?»
«Sì, eh.»
«E cosa scrivi?»
«Svegliati, bella! sugli specchi dei camerini», mi vien da dire. Invece confesso: «Romanzi».
Se adesso mi chiede «E che genere di romanzi?», sono già pronto a rispondere
«Classici».
«Ammazza!» fa invece. «Sei un romanziere.» Lo constata. «Sai che non sembravi?»
Mi esce una risatina del menga. «E cosa sembravo?»
Si gira, fissa l’enorme bersaglio blu, bianco e rosso che campeggia sulla mia felpa, e dice:
«Boh! Uno normale!».
Credo abbia ragione lei, almeno fino a quando non mi accomodo sul divanetto di
Sottovoce, e sento il vento tiepido della storia della televisione che mi avvolge: è un
abbraccio, quel «Benvenuti cari amici della notte» che Marzullo fa risuonare nel cuore del
pomeriggio romano, e io zitto, per non svelare il trucco, anzi quasi sbadiglio per
accreditare l’ipotesi narrativa che Gigi e io ci troviamo nella notte più fonda, quando un
giorno non è ancora finito, l’altro deve ancora cominciare, e i sogni ci riveleranno la loro
natura di messaggi grazie all’aiuto di una psicanalista.
Se non sbaglio, mi astengo dal confessare che il mio sogno ricorrente è quello di giacere
con decine di donne e possederle a sazietà. Per non imbarazzare Gigi, ovviamente, ché la
psicanalista ne avrà sentite di cotte e di crude.
Un po’ mi mangio le mani, però, perché sono sicuro che almeno un leader politico italiano
ha le mie stesse fantasie.
Mi rifaccio quando Marzullo mi domanda, in una stringente logica da bivio obbligato, se
preferisco Roberto Benigni o Nanni Moretti. «Roberto Baggio» rispondo senza esitare,
nella stagione in cui il fuoriclasse stabilisce il suo record personale di marcature con la
maglia del Bologna.
E, nonostante questo, mi convocano come giudice di qualità al quarantanovesimo,
imminentissimo, Festival di Sanremo.
La mia avventura sanremese meriterebbe un breve romanzo in seconda persona.
La trama potrebbe basarsi su questa fedele ricostruzione dei fatti.
Intro – Quello che ancora non hai capito
Quello che ancora non hai capito è perché sul sito ufficiale del Festival di Sanremo, gestito
dalla Rai, si accrediti senza alcuna prova la fantasiosa ipotesi secondo la quale tu, Enrico
Brizzi, avresti falsato la competizione del Festival 1999 a favore di Anna Oxa.
È una versione dei fatti inventata di sana pianta; non hai mai conosciuto la cantante né
alcuno del suo entourage, e ti domandi come mai Dario Salvatori, un presentatore che da
anni studia senza risultati apprezzabili per diventare il nuovo Arbore, si accanisca a
diffondere anche per via televisiva questa voce senza fondamento che danneggia la tua
reputazione.
Forse perché è lui, lo «storico» del Festival, che non ha mai raccontato cosa accadde
davvero quella sera all’Ariston.
Capitolo primo
«Tutti d’accordo», si raccomanda il dirigente Rai dopo avere salutato i presenti riuniti in
conclave in una stanzetta annessa all’Ariston. «Abbiamo scelto voi come giurati di qualità
perché, ognuno nel suo genere, rappresentate il meglio dei gusti musicali della nazione.»
Anche il brasiliano Toquinho?, ti domandi sbigottito. Anche il maestro Carreras?
«Avete a disposizione per ogni canzone un voto da zero a dieci. Voterete su un’apposita
pulsantiera personale. Il voto è segreto, e voi andate pure senza paura anche verso gli
estremi. Se usate solo i voti fra il cinque e il sette, rischiate di non premiare davvero le
canzoni che vi appaiono più meritevoli.»
Insieme a Toquinho, Carreras e il giovane scrittore bolognese in parka nero, ascoltano
attoniti le parole del Dirigente Rai gli altri giurati: Ennio Morricone, Fernanda Pivano,
Amadeus, Carlo Verdone, Umberto Bindi, Dario Salvatori e Maurizio De Angelis.
Caspita, ti dici. Stai a vedere che non vengono affatto tessuti, gli intrighi di cui sospettavi.
Stai a vedere che è una competizione pulita, proprio come dice il neo-presentatore Fabio
Fazio.
Capitolo secondo
Siedi fra il presidente della giuria Ennio Morricone e Fernanda Pivano, una donna cui
Hemingway si rivolgeva per vezzeggiativo. Una muraglia di fiori rende il vostro palco simile
a un ridotto inespugnabile nel fortilizio dell’Ariston. Allo scoperto stanno i cantanti, che
escono sul palco uno alla volta. Per fortuna una cesura sul fianco sinistro della muraglia di
petali vi consente di ammirare le esibizioni, così come le performance del trio Fazio-Casta-
Dulbecco.
Quei tre insieme sono fantastici. Da qualunque angolazione li guardi, non riesci a capire
chi sia il presentatore.
Composto, ti disponi ad ascoltare le canzoni una ad una, e al termine di ogni esibizione,
quando il display della pulsantiera segnala che è tempo di votare, senza spiare nel
display di Morricone assegni il tuo voto.
Non ti sfugge, nel buio del palco, che ti trovi ad essere giudice di esibizioni dalle quali
dipende la sorte di più famiglie e gruppi discografici, ma anche, più semplicemente,
giudice di una gara fra canzoni. Zero ne assegni pochi – nessuno, giureresti – ma voti
bassi in quantità. A tutte le canzoni che, a un rapido esame, appaiono il naturale
prolungamento della stantia estetica cuore-amore. E voti alti, anche. Ne partono non pochi,
dal tuo display. I più alti di tutti – fra big e nuove proposte distribuiti nelle due serate da
giurato – saranno per Nada, Silvestri, Quintorigo e Soerba.
Capitolo terzo
Di nuovo nella saletta del conclave insieme ai nove illustri colleghi per rivedere in cassetta
le esibizioni dei big.
Si assegnano per votazione i premi della critica, e prevale la sensazione che nessun
artista in gara sia in grado di portare a casa il risultato pieno di una vittoria al Festival e
una canzone memorabile in classifica.
Resta inteso che la sera, nei vostri palchi, ognuno voterà secondo coscienza.
Dal tuo punto di vista la competizione è apertissima, fino a quando il solito stimatissimo
dirigente Rai fa il suo ingresso annunciando che, secondo i tabulati relativi al voto
demoscopico, attualmente ci sarebbe un terzetto in fuga composto – in ordine non
specificato – dalle cantanti Mariella Nava, Anna Oxa e Antonella Ruggiero.
Cazzo, pensi, questo arriva proprio a rovinare la suspense.
In ogni caso, ti dici rientrando in albergo per indossare l’abito da gran serata, siamo dieci e
può accadere qualunque cosa. Alla tua bella mente cartesiana non sfugge che, secondo il
regolamento, i voti della giuria di qualità peseranno esattamente quanto il risultato
complessivo dei voti demoscopici.
In pratica, la classifica popolare potrebbe anche uscire perfettamente ribaltata dai
pronunciamenti di voialtri giurati di qualità, e nel caso di un basso gradimento da parte dei
giurati nessun cantante, neppure se incoronato dalla giuria demoscopica, potrebbe
avvicinarsi alla zona del podio.
Quindi, a ripensarci, ti sembra che il dirigente Rai, annunciando che questi tre, e non altri,
erano i nomi degli artisti in vantaggio, abbia favorito tutte e tre le cantanti rispetto agli altri
concorrenti, ma forse è solo un calcolo sbagliato.
In ogni caso l’abito da gran serata è un completo tre bottoni color sabbia garantito contro
l’effetto stropicciato che all’esterno, doc marten’s modello gaucho ai piedi, sciarpa al collo
e occhiali calati sulla forca del naso, ti dona una certa aura aggressiva e sospetta, un po’
tipo nipote illegittimo di Rommel.
Comunque arrivi in ritardo, e farsi largo nel mare di teste e schiene fra gli stucchi del foyer
non è un gioco da ragazzi. Occhieggiano colletti alla Wellington alti sei dita, nel cuore
cieco della folla, risplendono chiome rese barocche da schiume e spray, e simili a scogli si
profilano svariate scollature semplicemente inaggirabili. Hai un bel sventolare il pass da
giurato, in mezzo agli spettatori che hanno pagato un milione a poltrona.
Ci sono le famiglie numerose – i ragazzini conciati da cresima e nonna, un turbante da
rajah in testa, portata a braccia. Ci tiene tanto, poverina, a non perdersi il ritorno della
Vanoni.
Ci sono i terzetti d’amiche zitelle vestite come le caramelle Rossana.
Ci sono spaventose matrone del profondo Nord che portano al collo svariati stipendi
d’operaio e per mano mariti imprenditori ricchissimi e nani.
Sei sul punto di rinunciare, oh sì. La folla è troppa e tumultuosa. Stai proprio per rinunciare.
Poi, come accecato da un interiore lampo al magnesio ti lasci assalire dal pensiero
insopportabile di abbandonare il maestro Morricone a fianco di una poltrona deserta.
Così, a tratti biascicando scuse, a tratti simulando orrendi accessi di tosse degni di un
personaggio dickensiano, riesci a farti largo anche fra i gruppi più gagliardi nel mantenere
un’intima compattezza.
«Sono il giurato Enrico Brizzi», mormori alla hostess che veglia alla base della scala che
conduce ai palchi.
All’inizio, ne sei quasi sicuro, ti guarda come una donna decisa a chiamare aiuto.
«Mi segua», soffia piegandosi in modo appena percettibile verso di te. «Si stavano
chiedendo tutti dove accipicchia si era cacciato.»
Capitolo quarto
Eurovisione, per la serata finale del Festival. Ma quale eurovisione. Mondovisione.
Spettatori a frotte in cinque continenti. Se Fabio Fazio prendesse le cose un po’ di petto e
proclamasse in diretta lo Sciopero degli Eventi subito prima di scendere dal palco e
allontanarsi in silenzio, lo verrebbero a sapere persino in Kamchatka.
Invece è tutto molto più soffuso.
I cantanti cantano.
Il pubblico applaude.
I giurati votano.
Nelle pause, su insistenti richieste, Fernanda Pivano ti confida circa venticinque aneddoti
impagabili su Hemingway, tre dei quali, putroppo, dimentichi quasi subito.
Quando si tratta di votare le esibizioni del trio in presunta fuga, ti attieni al nudo principio
raccomandato dal dirigente Rai: impiegare per intero la gamma dei voti al fine di marcare
una vera differenza.
In particolare, e senza essere affatto sicuro che il trio sia un vero trio, assegni un voto alto
(8, ti sembra di ricordare) alla grintosa interpretazione di Anna Oxa e voti più bassi (non gli
unici che hai impiegato, e non i più bassi) a Mariella Nava e Antonella Ruggiero.
Di quel che votano gli altri giurati, non essendo uso a sbirciare i display del prossimo tuo –
e tantomeno quelli di Morricone e della Pivano – tutto ignori.
Per quel che sai fino a un attimo prima della proclamazione, i tuoi colleghi potrebbero
avere votato en masse per gli Stadio consegnando all’équipe di Gaetano Curreri la vittoria
del Festival.
Quando Fabio Fazio, senza dimenticare di trovarsi in mondovisione, snocciola a ritroso la
classifica, sulle prime appare chiaro che la rivelazione del dirigente Rai aveva un suo
fondamento.
Tutti i nomi sono stati pronunciati da Fazio ad eccezione degli artisti che occuperanno il
podio, e i nomi mancanti sono proprio quelli del noto trio: Mariella Nava, Anna Oxa,
Antonella Ruggiero.
Nava, Oxa, Ruggiero.
Per te pari è. Ti sembra meglio la canzone della Oxa, ma se anche arriva terza non ti
butterai di sotto a capofitto per il dispiacere. Anzi.
«Terza classificata del Festival di Sanremo è», annuncia Fabio Fazio dal palco.
Fate conto che la tensione, all’Ariston, sia alle stelle.
Capitolo quinto
Sarebbe interessante ricordare chi arrivò terza.
Mariella Nava, ti sembra di ricordare.
O forse Antonella Ruggiero.
Gli amanti delle statistiche potranno verificare.
La Oxa vinse, su questo non c’è dubbio.
Ma se devi ricordare quale fosse il pezzo che la Oxa cantava, buio completo.
Brivido, forse. Mistero? Freddo? Un titolo di una parola sola, ti sembra. Ma dopo più di
dieci anni potresti anche sbagliarti.
In ogni caso Fabio Fazio dice: «Terza classificata del Festival di Sanremo è» – fate conto
– «Mariella Nava».
Nel tuo palco tutto bene. Vorresti unicamente sbucare dal retropalco, scendere la scala e
raggiungere la tua fidanzata nella torma che immagini pronta a popolare di nuovo il foyer.
Sì, vuoi baciarla, domandarle se si è divertita almeno un poco e portarla a cena, prima di
ogni altra cosa, che è mezzanotte o giù di lì ed è passato un medioevo da quando hai
allungato l’ultima volta le gambe sotto un tavolo.
Anche Morricone e la Pivano non vedono l’ora di andarsene.
Poi Fazio annuncia: «Seconda classificata, Antonella Ruggiero!».
«Ha vinto la Oxa, alla fine» deduce Morricone.
In platea i boati di scontento si mescolano alle grida di esultanza e agli applausi generici.
«Possiamo andare, no?» s’informa la Pivano, ma nel palco a fianco, che ospita gli altri
cinque colleghi, qualcuno perde la calma.
«No, no, la Oxa no» sono le trafelate parole con le quali il giurato isterico si precipita nel
piccolo focolare del vostro palco. «Ci deve essere un errore», afferma. «Dobbiamo
fermare Fazio prima della proclamazione.»
Sei senza parole.
Come cavolo fa, quello, a sapere che ci sarebbe un errore? Ognuno ha votato in segreto,
e lui è un giurato, mica un notaio. Eppure appare molto sicuro del fatto suo. Pronto a
inveire e gridare come fosse andato storto qualcosa che dava per scontato. «Per carità!
Bisogna dire a Fazio di fermarsi», tenta di coinvolgervi.
Morricone e la Pivano sembrano fissarlo senza capire cosa voglia, ma quello insiste con
gli occhi fuori dalla testa: «Bisogna ricontare i voti».
Bravissimo, ti dici. Mettiti a urlare, pazzo scatenato che non sei altro. Sporgiti dalla
muraglia di fiori e, sbracciandoti, mettiti a strillare in mondovisione che Anna Oxa sta per
essere proclamata vincitrice del Festival per sbaglio.
Preghi e speri che il giurato isterico lo faccia. Che si sporga verso il palco e gridi: «Fabio,
c’è un errore, e solo io so qual è».
Comprensibilmente gli manca il coraggio, così inveisce e si allontana verso il palco
originario, senza spiegare in nessun modo perché le cose non sarebbero andate per il
verso giusto.
Ti sarebbe piaciuto sul serio, che te lo spiegasse.
Almeno avresti avuto qualcosa da raccontare ai giornalisti che, nei giorni successivi, ti
hanno dato invano la caccia.
Capitolo sesto
Quello che ancora non hai capito è perché qualcuno si è affrettato a far sapere che il
Festival ad Anna Oxa l’avresti fatto vincere proprio tu.
Se i voti che trasmettevate all’elaboratore centrale tramite la pulsantiera erano segreti, o
almeno segreti fra notai e funzionari, e se tu sei ripartito da Sanremo senza rilasciare
interviste, in che senso i giornali hanno scritto che sarebbero stati i tuoi voti – o i tuoi e
quelli di Fernanda Pivano – a far vincere la Oxa?
Da parte tua, la cantante avrebbe ricevuto «il massimo dei voti», mentre avresti dato «zero
a tutti gli altri».
Ancora più grave, dal tuo punto di vista, che una simile fandonia sia tuttora accreditata sul
sito ufficiale della Rai nella pagina dedicata alla storia del Festival.
Chissà se il giurato che diede in escandescenze quella sera all’Ariston era l’unico della
compagnia a trovarsi, diciamo così, irritato per la vittoria della Oxa.
Sei un bravo ragazzo e credi di sì.
L’importante è che, a proclamazione avvenuta, trovasti il modo di salutare con garbo
Morricone, la Pivano e Verdone subito prima di proiettarti in platea a ricongiungerti con la
tua bella.
Servì schivare orde di fans imbizzarriti di Enzo Gragnaniello, per guadagnare l’uscita
dell’Ariston.
Sono passati anni e hai pagato pegno.
Però, se pure qualcuno era dispiaciuto che il suo cavallo non avesse vinto, poteva
risparmiarsi di scatenare quella canea dietro alle tue giovani chiappe.
Su quali basi o prove si può sostenere che sarebbe stato il sottoscritto a far vincere il
Festival del 1999 alla Oxa?
Quali interessi, o conflitti d’interesse, può mai avere un romanziere di venticinque anni che
ascolta i Beastie Boys e i Faith No More nel mondo della musica pop sanremese?
Quali invece un aspirante Arbore, conduttore radiofonico e televisivo di medio corso, e
quindi in rapporti consolidati con artisti e dirigenti discografici?
Su queste tre domande, anziché perdere tempo a diffondere corbellerie, dovrebbe
ragionare lo storico semiufficiale del Festival: finché di nome si chiama Dario, le risposte
le ha già in casa.
L’arrivo del 2009 fu salutato, durante i veglioni televisivi, come lo scacciacrisi definitivo: il
Silvio era tornato a sorridere, e il tempo delle vacche magre doveva considerarsi finito per
sempre.
La sera del 3 gennaio, invece, i telegiornali ci restituirono le immagini agghiaccianti delle
truppe israeliane che entravano in armi nella striscia di Gaza.
Erano gli stessi ventenni in divisa color oliva che, l’estate precedente, ci offrivano acqua
fresca e buoni consigli mentre marciavamo verso Gerusalemme?
Il nome dell’operazione, «Piombo fuso», era l’efficace sintesi della tempesta di ordigni che
aveva colpito dal cielo la striscia di Gaza, ma non era ancora finita: tank e mitragliatrici
spararono per dodici giorni, ci furono centinaia di vittime fra i miliziani di Hamas, e certo
non meno fra i civili, compresi quelli riparati in una scuola dell’Onu teoricamente adibita a
rifugio.
Per chi aveva visto la Terrasanta da pellegrino, imparando a liberarsi di tanti pregiudizi
mutuati dalla tivù, fu uno strazio vero e la certificazione che la pace era ancora
lontanissima.
In mancanza di dati certi, si leggeva sul web che le cifre oscillavano fra le seicento vittime
valutate dall’Idf – le Forze armate israeliane – e le oltre milletrecento lamentate dai media
arabi, che ridefinirono l’operazione «il massacro di Gaza».
Solo i colloqui di pace urgentemente richiesti dalla comunità internazionale, che si tennero
a Sharm el-Sheikh il 18 gennaio, scongiurarono il proseguire dell’operazione, che
d’altronde il governo israeliano considerava conclusa.
Due giorni dopo, a Washington, Barack Obama pronunciò il suo giuramento come
quarantaquattresimo presidente degli Stati Uniti: era il primo uomo di colore a raggiungere
la carica, e il suo avvento fu salutato come una nuova età dell’Acquario, turbata solo da
paranoie d’attentati e da una definizione irriverente coniata dal nostro presidente del
Consiglio.
Il Silvio, va detto, era un uomo di mondo: quando veniva ammesso alla Casa Bianca da un
Bush sempre più smarrito, giurava eterna, eternissima, fedeltà alla Nato. Lui i rossi li
odiava più di tutti, che fosse chiaro a George W. e all’intero Republican party!
Quando invece viaggiava verso Est, rinunciava alla pregiudiziale anticomunista per
frequentare l’ex ufficiale del Kgb Vladimir Putin. Non era solo il numero uno di un paese
che poteva rivelarsi un buon mercato per il Made in Italy, oh no: Vladimir era proprio un
suo buon amico. Uno di quelli che s’invitano in vacanza nella propria villa, se la villa è in
Costa Smeralda, un po’ perché fa sempre piacere circondarsi di bella gente, e un po’
perché farà chic indicare alle amiche i giacigli che hanno accolto quei Grandi.
Adesso, però, c’era da sistemare la diplomazia atlantica: come gratificare quel Barack
senza sembrare provinciali?
Il Silvio ci pensò bene: da quando aveva salutato l’elezione di Obama con un moto di
spiritosaggine passato alla storia, gli americani si erano fatti maliziosi nei suoi confronti.
Ma, a ben vedere, cosa aveva poi detto?
Riavvolgiamo il nastro sino al 6 novembre: Obama era stato appena designato vincitore
delle presidenziali, e il mondo intero era a bocca aperta per il primo afro-americano alla
Casa Bianca.
Il Silvio, anche in quell’occasione a Mosca, aveva sbigottito gli inviati e fatto impazzire le
agenzie di stampa. Non meno disorientati di altri colleghi, scrissero su «Bloomberg.com»
Steve Scherer e Lyubov Pronina: «Italian Prime Minister Silvio Berlusconi today praised
Barack Obama, saying the U.S. president-elect is ‘young, handsome and also tanned’.
Berlusconi, speaking in Italian during a press conference with Russian President Dmitry
Medvedev in Moscow, said he was sure he would get along well with Obama because he
is ‘giovane, bello, e abbronzato’».
Grandi risate nella Russia di Putin e Medvedev, sconcerto in Italia, gelo diplomatico dal
Nuovo Mondo, nonostante la puntuale smentita del Silvio, che aveva spento l’incendio a
modo suo: «If some people don’t have a sense of humor, then it’s their problem», si era
sentito in dovere di chiarire, per concludere trionfante: «God save us from the imbeciles».
Proseguivano Scherer e Pronina: «Berlusconi, President George W. Bush’s most loyal ally
in Europe, has a reputation for making controversial comments»: ormai gli avevano preso
tutti le misure, e continuava a stupire solo noi italiani.
Pensa che ti ripensa, al Silvio venne un’idea: perché non recarsi in visita alla Casa Bianca,
e ringraziare Obama per tutto quello che l’America aveva fatto per il nostro paese?
Sembrava un’idea adattissima: chi non si autoinviterebbe a casa di un nero che ha appena
definito «abbronzato»?
Per qualche motivo, benché l’Italia stesse organizzando un suggestivo G8 sull’isola della
Maddalena, a Washington non si trovò un buco in agenda da lì a molti mesi.
Nella primavera del 2009 ero al lavoro su un nuovo romanzo e, al pari dell’anno
precedente, mi apprestavo a una camminata con i moderni viandanti di Francigena XXI.
Insieme a Marcello Fini, Francesco Monti e gli altri amici che si sarebbero alternati al
nostro fianco, avrei ripercorso la cosiddetta Linea Gotica fra Rimini e Marina di Massa,
così questa volta si sentivano tutti più tranquilli: i nostri cari giudicavano una traversata
appenninica relativamente sicura, almeno al confronto d’una marcia a ridosso del muro di
demarcazione fra Israele e i territori dell’Autorità nazionale palestinese.
Quanto ad Alessandro Dalai, non aspettava il nuovo romanzo prima di settembre:
sembrava la situazione ideale per staccare una ventina di giorni, mettendo un passo dietro
l’altro tra boschi profumati e salite baciate dal vento.
Quando arrivò la notizia che l’Abruzzo era stato colpito da un terremoto, ci domandammo
per prima cosa se erano stati toccati il Fucino, la Valle Rosa e il cuore del Parco nazionale,
i luoghi che avevamo traversato nella primavera precedente: pareva di no, ma in
compenso il sisma aveva colpito in maniera devastante il centro storico dell’Aquila e
alcune delle sue numerose frazioni.
Le immagini televisive ci restituirono un’idea della forza con cui il disastro aveva squassato
le opere dell’uomo; riemersero nel ricordo le immagini del terremoto del ’97 che aveva
colpito Umbria e Marche. Poi ripensai alle brumose montagne d’Irpinia, che avevamo
traversato diretti alla Città santa, e ai disagi che ancora lamentavano gli abitanti per il
terremoto del 1981.
Non erano apache in una riserva, ma famiglie italiane che lavoravano e mandavano i figli a
scuola; solo, per qualche accidente, alcuni di loro non avevano più trovato una casa.
Mi domandai quale Steinbeck nostrano avrebbe raccontato l’epica vicenda dei terremotati,
colpiti prima dalla natura e poi dalla rapacità dei soccorritori, per essere alfine dimenticati
col loro furore, almeno dalla televisione.
E poi, nel giro di un paio di telefonate, mi resi conto che anche Marcello e Francesco
avevano avuto pensieri simili ai miei; eravamo cresciuti con un pantheon di miti comuni, e
gli «Angeli del fango» di Firenze ne facevano parte a pieno titolo, così decidemmo di
imitarli. Sapevamo cosa mettere nello zaino, spalare detriti non c’intimoriva, e dormire in
tenda nemmeno. Contattammo qualche vecchio amico degli scout: si stava giusto
formando un gruppo di volontari decisi a raggiungere l’Abruzzo. Avremmo potuto
noleggiare un pullman, per evitare di intasare le strade con le nostre auto. Per qualche
minuto apparve certo che saremmo partiti l’indomani, non appena trovato il mezzo e
stabilito un collegamento con le autorità preposte ai soccorsi.
«Bertolaso non ci vuole, leggi su internet»: l’sms di Francesco mi raggiunse quando ormai
stavo facendo la cernita del materiale. Controllai: il numero uno della Protezione civile si
raccomandava che «volontari improvvisati» evitassero in ogni modo di convergere verso
l’Abruzzo, pena il peggioramento della situazione.
Non ci feci caso. Eravamo stati scout, noi, e dal momento che nessuno aveva sciolto la
nostra promessa, lo eravamo ancora. Che c’entravamo, coi volontari improvvisati?
Andai a letto convinto che l’indomani avremmo compiuto una buona azione, ma quando mi
svegliai fu chiaro che non saremmo partiti: né noi, né gli altri gruppi di volontari delle
regioni vicine eravamo ammessi, ché servivano tecnici e manodopera qualificata, forze
dell’ordine e genieri dell’esercito, non l’equivalente di un esercito di braccianti.
Ce ne rammaricammo un po’ tutti: agli «Angeli del fango» nessuno aveva chiesto il
tesserino della Protezione civile.
Non ci restò che seguire l’evolversi degli eventi in televisione, dalle interviste ai profughi
attendati alla dichiarazione clamorosa del Silvio che il G8 non si sarebbe più tenuto alla
Maddalena, bensì all’Aquila, in segno di solidarietà con le popolazioni colpite dal sisma.
Chi obiettò che alla Maddalena erano ormai in corso lavori da molti milioni di euro, fu
messo a tacere: era forse un cinico egoista, che voleva negare ai poveri abruzzesi il giusto
riscatto?
Avrebbe sistemato tutto lui, in pochi mesi e facendo ricorso allo straordinario patrimonio
umano e professionale della Protezione civile.
Quel che non si comprese appieno, nel generale afflato di solidarietà, era perché il
filantropo dottor Guido, sedicente «medico dei dannati», godesse di poteri sempre più
straordinari, e non solo in occasione di terremoti e tsunami: poiché si ricorreva alla
definizione di «emergenza» anche per l’organizzazione dei mondiali di nuoto, sulle
scrivanie della Protezione civile si decidevano lavori pubblici con un sistema la cui
trasparenza era a forte rischio di condizionamenti politici e personali.
Con quali risultati, lo stabilirà la giustizia: le intercettazioni diffuse nel febbraio 2010
restituiscono un domino di corruttele, favoritismi e bieco cinismo che ha poco da invidiare,
come vedremo tra poche pagine, a quello della Prima Repubblica.
Al momento, però, Bertolaso non aveva niente da farsi perdonare.
Era Obama, quello che si divertiva a tenere il Silvio sulle spine; era lui, il cattivone
abbronzato che faceva tardare l’invito alla Casa Bianca, quello da biasimare; quando
arrivò un’offerta di aiuto dall’America per la ricostruzione, sui giornali uscì la notizia che il
Silvio aveva declinato: il nostro paese non aveva bisogno di aiuti finanziari, e qualche
commentatore fazioso si spingeva a definire l’offerta del cattivo Obama «una miseria».
Gliele aveva cantate, il Silvio, ah sì: gli aveva suggerito di adottare una chiesa, o un
monumento, e che se ne stesse lontano dall’Abruzzo come tutti i volontari improvvisati. Ci
pensavano lui e Guido, a sistemare le cose: avrebbe visto al G8, quell’antipatico del
Barack, di quale spartana meraviglia è capace l’ingegno italico quando si tratta di
risollevarsi dalle catastrofi!
Il secondo terremoto del 2009 si produsse a meno di trenta giorni dal primo, ed ebbe come
epicentro le forme di una giovanissima showgirl-ballerina di Rete A.
Già il 31 marzo «il Giornale» aveva dato la notizia della candidatura imminente di una
«velina», Barbara Matera, alle elezioni europee di giugno. La notizia passa più o meno
inosservata al grande pubblico, così «Libero» la ribadisce il 22 aprile: «Silvio porta a
Strasburgo una truppa di showgirl».
Nelle redazioni fervono lavori delicatissimi: il 28 aprile su «Repubblica» esce la notizia
della recentissima partecipazione del Silvio alla festa dei diciott’anni di una giovane
napoletana, Noemi Letizia; lo stesso giorno appare un’intervista della ragazza sul
«Corriere del Mezzogiorno». Dichiara la stessa Noemi, affiancata dalla madre: «È stata la
sorpresa più bella, quella di papi Silvio».
«Noemi» domanda l’inviato Angelo Agrippa, forse intuendo lo scoop d’inizio millennio, «lei
chiama ‘papi’ il presidente Berlusconi?».
«Sì, per me è come se fosse un secondo padre. Mi ha allevata.»
Insiste Agrippa: «Ha mai conosciuto qualcuno dei figli del Cavaliere?».
«No, mai. Anche se lui mi ripete che gli ricordo Barbara, sua figlia. Che ora studia in
America.»
Ormai è fatta: Noemi si lascia andare a un crescendo di dichiarazioni che testimoniano via
via grande vicinanza al Silvio e inducono a sospettare sulla natura dei loro rapporti: «Fa
tanto per il popolo. È il politico numero uno. Non dorme mai», «Quando vado da lui ha
sempre la scrivania sommersa dalle carte», «Nessuno può immaginare quanto papi sia
sensibile. Pensi che gli sono stata vicinissima quando è morta, di recente, la sorella Maria
Antonietta. Gli dicevo che soltanto io potevo capire il suo dolore».
«Noemi» gongola Agrippa quando il suo tempo sta per scadere, «quando la vedremo in
politica, alle prossime regionali?».
«No, preferisco candidarmi alla Camera, al Parlamento» conclude Noemi coi fuochi
d’artificio. «Ci penserà papi Silvio.»
Lo stesso giorno Veronica Lario dichiara all’Ansa cosa pensa dell’uso delle candidature
femminili in vista delle europee: «Qualcuno ha scritto che tutto questo è a sostegno del
divertimento dell’imperatore. Condivido, quello che emerge dai giornali è un ciarpame
senza pudore, tutto in nome del potere».
A proposito della partecipazione, resa nota in giornata, di suo marito alla festa di Noemi
Letizia, Veronica Lario commenta amaramente: «La cosa ha sorpreso molto anche me,
perché non è venuto a nessun diciottesimo dei suoi figli pur essendo invitato».
All’improvviso l’imperatore era nudo: ai suoi fedeli, sarebbe piaciuto anche così?
Il Silvio, nel frattempo, aveva detto che Elio Letizia, padre di Noemi, era stato autista di
Craxi, ma il figlio Bobo aveva smentito. Per cavarsi d’impiccio, il presidente del Consiglio
replicò l’indomani con una doppia intervista a «Stampa» e «Corriere», e la sera apparve in
studio da Bruno Vespa per raccontare, di persona e senza scomode interruzioni, la propria
versione dei fatti.
Il 10 maggio uscì un’intervista di un ex assessore socialista al Comune di Napoli,
Arcangelo Martino, che raddrizzava il tiro: si era ricordato di essere stato lui stesso, molti
anni prima, a presentare Letizia al Silvio in quel dell’hotel Raphaël.
Così la palla tornò a Bobo Craxi: «Escludo categoricamente che il signor Letizia fosse un
habitué dell’hotel Raphaël». Confermò Gianni De Michelis: «Mai sentito nominare Letizia».
Se Martino aveva mentito, la verità poteva raccontarcela solo il Silvio.
Invece, il 14 maggio, preferì accusare i giornalisti che facevano il proprio lavoro di essere i
registi di una campagna d’odio: come al solito, quando non lo si adulava a dovere, prima
alzava la voce e poi faceva la vittima.
Ezio Mauro rispose l’indomani dalle pagine di «Repubblica», e il 21 il suo giornale
raccontò che Noemi aveva partecipato a una festa a Villa Madama col Silvio e alcuni
importanti imprenditori della moda; il giorno dopo pubblicò le foto di Noemi e sua madre
alla festa di Natale del Milan.
Altre settantadue ore e conquistò il centro della scena Gino Flaminio, ex fidanzato di
Noemi: assicurava che, nel rapporto fra la ragazza e il Silvio, l’attività politica del padre di
lei non aveva alcun ruolo. «I genitori di Noemi non c’entrano niente» furono le sue parole.
«Il legame era proprio con lei. È nato tra Berlusconi e Noemi.»
Il misterioso rapporto fra l’uomo più potente d’Italia e un’aspirante showgirl, all’epoca dei
primi incontri minorenne, non poteva lasciare indifferente il paese.
Elio Letizia si affrettò a smentire, «il Giornale» pubblicò la notizia che Flaminio aveva un
precedente penale per furto e che aveva rilasciato le sue dichiarazioni a pagamento, onde
screditarlo davanti all’opinione pubblica; benché i giornalisti in contatto con lui smentissero
la circostanza, per l’inizio di maggio il giovane Gino fece pervenire le sue scuse tanto a
Noemi quanto al presidente del Consiglio.
Quando però l’Italia apprese da «Repubblica» che Veronica Lario aveva chiesto il divorzio,
ogni solidarietà nei confronti del Silvio scemò: stava per cominciare uno spettacolo senza
precedenti, e anche i militanti cessarono le ostilità per cercare un posto in prima fila.
A pochi giorni dalla partenza per la nuova passeggiata lungo la Linea Gotica, Marcello e io
fummo convocati a Roma. Qualcuno, in televisione, voleva vederci chiaro: cos’era, questa
mania di camminare?
Il nostro ufficio stampa riuscì a condensare per noi tre appuntamenti in meno di
ventiquattr’ore: la sera il mio socio e io saremmo intervenuti insieme a una trasmissione di
RaiSat, da registrarsi a Saxa Rubra con termine fissato a pochi minuti prima della
mezzanotte; a quel punto, mi avrebbero scortato per corridoi sino allo studio di Linea Notte,
forse l’unico programma che ancora seguissi con regolarità: un’ora con Maurizio Mannoni,
Roberta Serdoz e i loro ospiti, quindi una vettura dell’Azienda ci avrebbe ricondotti in
albergo. L’indomani, ci attendeva l’inedito appuntamento con Fabrizio Frizzi, la risata più
tellurica della televisione italiana, e il suo contenitore mattutino Cominciamo bene.
«Con un nome così, non si poteva rifiutare» osservai con Marcello.
«A quell’ora, ci guarderanno solo le mie zie» pronosticò. «Comunque andrà tutto bene:
Fabrizio Frizzi non tifa Bologna?»
Dovevo averlo letto anch’io da qualche parte. «Andrà tutto bene sì» confermai. «E poi
nulla più si frapporrà tra noi e i nostri zaini.»
Durante le due ore e quaranta minuti di viaggio in Eurostar, non vedemmo niente di
quell’Appennino che avremmo presto solcato a piedi.
Un taxi ci condusse all’albergo, un posto tranquillo dalle parti di piazza Sempione.
Doveva essere un luogo abituale per gli ospiti dell’Azienda, ché subito dopo di noi entrò
Bruno Gambarotta.
«Signorgambarotta, chepiacere!» lo salutò l’uomo alla reception. «Èsemprebellorivederla!»
A noi non aveva detto «beo», e proseguì a ignorarci per domandare: «Fattobuonviaggio,
signorgambarotta?»
«Ottimo, grazie» rispose il canuto e brevilineo Bruno. «Se è ancora a disposizione, mi
potrebbe dare la camera dell’altra volta?»
Sembrava un uomo di una cortesia rara. Poiché nessuno ci aveva presentati, però, ci
guardò come fossimo due cacciatori d’autografi troppo timidi. «’Sera» ci salutò in ogni
caso.
«Buonasera» salutammo in coro, e poi vedemmo l’uomo alla reception aprirsi in un sorriso.
«C’è!» annunciò. «Era proprio destino!» e consegnò all’autore de Il codice gianduiotto la
chiave magnetica della solita stanza.
«Ubi maior» commentò con filosofia Marcello.
«E voi?» indagò il maestro di chiavi mentre Gambarotta si allontanava.
«Siamo ospiti anche noi» feci presente. «Brizzi e Fini. Ci dovrebbero essere due stanze
prenotate.»
Quello controllò il foglio della prenotazione che riportava i nostri cognomi.
«È lei, Fini?» indagò spostando l’indice dall’uno all’altro.
«Io, io» si qualificò Marcello.
«Ma che è, parente de…» si fece piccino il maestro di chiavi. «Dell’onorevole, dico?»
Poco mancava che s’inchinasse.
«No» confessò Marcello, a mio avviso sbagliando. «Semplice omonimia.»
L’appuntamento con l’auto aziendale era fissato per l’ora del tramonto: cosa avremmo
fatto a Saxa Rubra sino alle undici, era un mistero.
«Senti, Marcello, disdiciamola e prendiamo un taxi a un’ora più civile: che ci stiamo a fare,
laggiù, per due ore?»
Il mio socio, però, era uno stoico e non aveva mai visto il Centro di produzione Rai
dall’interno: ci lasciammo trasportare verso nord mentre il crepuscolo avvolgeva la Città
Eterna.
All’ingresso, Marcello chiarì nuovamente di non essere parente dell’onorevole, e
nemmeno del giornalista Massimo Fini; ciononostante, venimmo ammessi all’interno del
recinto e avviati alla giusta palazzina.
«Che buio!» osservò il mio amico. «M’immaginavo un gran traffico, e invece qui è un
deserto.»
«A quest’ora» sospirai. «Cosa ti avevo detto?»
«Be’, mancano quaranta minuti alla convocazione» osservò dopo avere controllato
l’orologio. «Fumiamoci una sigaretta.»
Fermi nel buio davanti all’ingresso della palazzina, sentivamo fatalmente di avere un che
di sospetto; nel caso una guardia ci domandasse qualcosa, però, avevamo i nostri badge
da mostrare. Così ci rilassammo, e fumammo le nostre sigarette come fossimo davanti
all’università, o sotto l’ufficio.
Solo il profumo vegetale della campagna e il canto degli uccelli notturni sembravano dirti
che c’era qualcosa di ancora vivo, nella notte tiepida e dolce che avvolgeva le cubature
mute di Saxa Rubra.
La porta della palazzina si aprì all’improvviso: ci venne incontro una ragazza, e domandò
se noi eravamo proprio noi, e dove ci eravamo cacciati. Era l’assistente di produzione
incaricata di reperirci, e l’avevamo fatta stare in pensiero. «Ora che vi ho visto, però, sto
molto meglio» ci assicurò. «Fumate pure con calma. Quando volete entrare, ci trovate al
piano tale, in fondo al corridoio lungo, e poi tutto a sinistra.» O qualcosa del genere.
Si allontanò con un sorriso, e Marcello disse che la trovava ansiosa ma simpatica.
Restò a bocca aperta, quando entrammo nella palazzina e vide il corridoio presidiato sulla
destra da una teoria senza fine d’armadi in alluminio beige, ciascuno chiuso con catena e
lucchetto, che contengono le registrazioni dei programmi trasmessi anno dopo anno.
«Guarda che roba!» esclamò. «C’è tutta la storia d’Italia, qui!»
È sempre stato un ragazzo preciso e di mestiere fa il bibliotecario: la catalogazione è
un’arte che conosce a menadito, e le collezioni non lo lasciano mai indifferente, ma non
serviva essere degli specialisti per restare impressionati di fronte alla quantità di
registrazioni accumulate dietro quelle ante metalliche.
«Scommetto che a Mediaset la tengono meglio, la roba» sussurrò a metà del corridoio.
Poi prese a spiegarmi nel dettaglio come funzionava il servizio Teche Rai, che ci avrebbe
fatto comodo per la nostra documentazione.
«Posso aiutarvi?» domandò una voce femminile proveniente dalla nostra sinistra.
Ci arrestammo, guardammo da quella parte, e vedemmo che la sequenza di porte chiuse
su quel lato conosceva un varco: la voce ci parlava dal buio, rischiarato solo da due braci
di sigaretta, della piattaforma d’una scala antincendio.
Spiegammo dove eravamo diretti. Una delle braci si abbassò con un sospiro, la voce di
prima si fece più morbida: «Siete al piano sbagliato, regà». Ci spiegò daccapo la strada, e
noi ringraziammo per tornare sui nostri passi, senza poter vedere chi ci aveva parlato, né
chi era insieme a lei.
Per un po’ vagammo nel labirinto, rimbalzati da informazioni in apparenza contraddittorie,
sentendoci come Asterix e Obelix nella Casa che rende folli.
Alla fine, però, approdammo alla nostra meta: eravamo ancora in anticipo, così
accettammo volentieri l’ospitalità di alcune redattrici. Mentre lavoravano fra telefoni e
computer, ci sistemammo in un angolo a discutere del nostro viaggio imminente. Quando
emerse la possibilità di ordinare una pizza, erano le dieci e mezza passate: non avevamo
mangiato niente dall’ora di pranzo, così ci unimmo senza indugio alla più informale delle
cene di lavoro.
Quando le pizze arrivarono, divorai la mia a quattro palmenti.
«Fame, eh?» notò una delle ragazze.
Spiegai che Maurizio Mannoni era uno dei pochi volti rassicuranti della televisione italiana,
e non ci tenevo a svenire in diretta di fronte a lui.
Quella domandò comprensiva: «Hai problemi di pressione?».
«È un modo di dire» la tranquillizzai. «Avevo solo una gran fame.»
«Ah be’» fece lei. «Perché ogni tanto capita.»
«Cosa?» indagò Marcello.
«Che qualche ospite abbia un mancamento» fece lei. «A volte l’emozione gioca brutti
scherzi, ma di solito basta un bicchiere di acqua e zucchero.»
Controllai Marcello: non sembrava pallido.
«Sai com’è» minimizzai. «Ne capitano tante.»
Con RaiSat ce la cavammo in un quarto d’ora: quando finì l’intervista, ci eravamo appena
scaldati.
L’assistente di prima, risbucata dai meandri del Centro di produzione, ci scortò sicura
come Arianna verso la nostra nuova meta.
Da Mannoni, prima della diretta, si respirava un’aria distesa e cordiale; il conduttore
scherzò con me e l’ospite abituale Bruno Trefiletti, rappresentante dei consumatori, che
occupava la seduta alla mia sinistra; mentre ci aggiustavano i microfoni comparve anche
Roberta Serdoz, più bella che in video: non capii se indossava un paio di scarpe nuove o
se le avevano abbassato il touchscreen orizzontale, ché per lanciare le notizie sfiorandolo
con le dita doveva chinarsi. L’inconveniente, tuttavia, sembrava divertirla più che
dispiacerle.
Quando la luce rossa della diretta si accende, tutto torna al presente.
A trentacinque anni, è un presente da vivere in seconda persona: non senti
più sommovimenti alle viscere o gambe molli: ascolti e dici la tua come se le telecamere
non ci fossero, senza levare la parola agli altri e sforzandoti solo di non perdere il filo del
discorso, come faresti in qualsiasi ufficio d’altri, oppure a un pranzo di lavoro.
Maurizio Mannoni non sostiene a vanvera che parenti e amici ti chiamano «Jack
Frusciante»: si comporta come un ospite gentile e puntuale, e questa assenza di cinismo
basta a farti sentire a casa sino alla fine della trasmissione.
«Ci lasci all’Angolo russo, se è aperto» spieghi all’autista che vi riconduce verso piazza
Sempione. «Di fianco all’Horus, poi in albergo ci andiamo a piedi in cinque minuti.»
«Potrebbe essere aperto» non si sbilancia lui.
Marcello ti guarda con una certa apprensione: non sa che l’Angolo russo è un semplice
bar, e chissà cosa si immagina.
«Birra e cornetto?» gli proponi quando l’auto svolta sulla piazza e vedete le vetrine
illuminate.
«Perché no» fa lui, sollevato. «Poi a nanna di corsa, sennò domani gli sbadigliamo in
faccia, a Fabrizio Frizzi.»
Sette ore più tardi siamo di nuovo alla Rai, sbarbati e freschi come avessimo risalito il
Tevere a nuoto.
Nel backstage di Cominciamo bene, tra un caffè e l’altro, facciamo la conoscenza dei
colleghi ospiti che, nel giro di dieci minuti, siederanno con noi nel salotto televisivo di Rai
Tre, opportunamente interrogati da Frizzi e dalla sua compagna d’avventura, la giornalista
Elsa Di Gati.
Tema della puntata, primaverile come l’aria di Roma quest’oggi, sono le vacanze.
Oltre a Marcello e al sottoscritto, rappresentanti di tutti i picchiatelli che viaggiano a piedi, il
ventaglio di nature umane che s’apprestano a entrare in studio è quasi sterminato: v’è una
signora che gira l’orbe terracqueo senza mai scendere in albergo, ché sfrutta le abitazioni
degli iscritti a un’apposita comunità, e del pari mette a disposizione casa propria per quanti
vogliano visitare il Veneto; v’è Bruno Gambarotta, a proprio agio da queste parti come un
costumista o un cameraman dell’Azienda, che invece sosterrà il partito di chi in vacanza
non ci va proprio; v’è certo qualcun altro che non riesco a individuare, ché la stanza
appare all’improvviso gremita di giovani fricchettoni con barbe e capelli alla Woodstock.
«Loro viaggiano solo in autostop» spiega compresa una redattrice che mi è fiorita accanto.
«Arrivano dalla Sicilia.»
«Minchia!» esclamo per farli sentire a casa. «Veramente, ragazzi?»
Mi guardano in sette o otto tutti insieme, e solo uno risponde, fuori sincro come Ghezzi, un
asciutto «Sì». È il più anziano del gruppo, e i suoi capelli raccolti a coda mostrano qualche
filo d’argento. «È un’esperienza che dovrebbero provare tutti» aggiunge, e i soci fanno di
sì con la testa come avesse parlato l’oracolo dei Saraceni.
«Ma quanto ci avete messo?» domanda Marcello, la voce increspata d’orrore.
Gli autostoppisti fissano il loro leader, scelto forse per l’irriducibile stoicismo, e quello
risponde per tutti: «La gente non sempre si fida. A volte aspettiamo anche otto ore».
«Ot-to?» balbetta palindromo il mio amico, muovendo un passo avanti e uno indietro come
un pugile suonato. È lo stesso tempo nel quale solitamente copriamo una tappa delle
nostre, senza bisogno di aspettare nessuno che ci carichi, e all’improvviso mi rendo conto
che il rock ’n’ roll ha avuto influenze diversissime, talora di segno opposto, sulla mia
generazione: ciò che per qualcuno è stato un pungolo, per altri è risuonato come un invito
alla resa.
«Ma chi è tutta sta bella ggente?» spunta un tecnico, le mani a coppa colme di scatolotti
neri avvolti da fili, come un artificiere o un kamikaze. «Per cortesia, chi nun deve esse
microfonato levasse le tende, ché qui pare de sta’ a Porta Portese!»
Nel giro di un attimo restiamo Marcello, io, Gambarotta, la pimpante signora veneta che
organizza scambi di case, e un rappresentante degli autostoppisti che si guarda intorno at-
territo.
Non è chiaro perché il leader mandi avanti lui anziché esporsi in prima persona: il povero
ragazzo trema come Edgar Allan Poe a fine carriera, e mentre viene sottoposto al rito del
microfono mi si aggrappa come fossi suo fratello maggiore.
«Non mi piace qui» sibila, e solo allora mi accorgo che i suoi occhi sono infiammati da far
paura.
«Perché?» gli domando serafico.
«Non la guardo mai, la televisione…» sembra scusarsi nei confronti del sottoscritto.
«Con me caschi in piedi» tento di rassicurarlo.
«…Però conosco un sacco di gente che la guarda» conclude il suo ragionamento.
«Ce n’è» conferma Marcello.
«Cioè, non è pazzesco che adesso andiamo di là e in Sicilia ci vedono tutti?» tenta di
spiegarsi il ragazzo dagli occhi di fuoco.
Non so se abbia bevuto tre grappe o fumato del pessimo pakistano, ma sembra
meravigliato di ogni cosa, al punto da risvegliare in me un istinto di protezione.
«Stai tranquillo» gli raccomando. «È come sedersi a cena, solo che non si mangia. Si
chiacchiera e basta.»
Il giovane mi guarda con i suoi occhi sbarrati, come vedesse uno scoglio in mezzo alla
burrasca, e adesso mi sembra che voglia piangere. «Grazie» balbetta. Poi l’onda della
paranoia lo sommerge da capo: «Cioè, minchia…» sibila. «Io non ci voglio andare, di là.»
Bruno Gambarotta, forte della sua decennale esperienza, lo fissa a metà fra il divertito e il
preoccupato.
«Non sarà meglio servirgli acqua e zucchero?» domanda la signora che non va mai in
albergo.
«Ospiti, in studio!» taglia corto una voce. È un omone che ricorda un granatiere, e fa
l’appello come a scuola. «Come il signor Gambarotta sa bene, dentro non si fiata.
Aspettate in fila finché Frizzi non vi chiama, e allora entrate in video e dite ‘Buongiorno’.»
Quando ha finito, lo seguiamo in fila indiana attraverso una porta che si apre su una
parete di cartongesso, e adesso solo i pannelli della scenografia ci separano dal salotto di
Cominciamo bene.
Fabrizio Frizzi ed Elsa Di Gati, già in onda sui teleschermi d’Italia da svariati minuti,
annunciano che nel prossimo blocco si parlerà di vacanze con alcuni ospiti molto
particolari.
Fiorisce un applauso, parte forse uno stacchetto musicale, Frizzi parla di nuovo, ma io
sono distratto dalle farneticazioni a mezza voce dell’autostoppista dagli occhi di fuoco.
«…Madonna, che ci faccio io qui?» borbotta come una litania.
Il granatiere gli si fa sotto raccomandando il rispetto del silenzio: «Semo in diretta!» sillaba
a fior di labbra, indicando il sottile pannello che ci separa dalle case degli italiani.
«Ciafà o nunciafà?» domanda con voce appena percettibile un piccoletto della Rai
sbucato da chissà dove.
«Pemmè unciafà!» sussurra il granatiere, e poi Fabrizio Frizzi comincia a chiamarci in
studio.
«…È qui con noi Bruno Gambarotta!»
«Dentro, signore!» lo esorta il granatiere, e il canuto torinese scivola oltre la bocca del
proscenio accolto da un applauso degno di un padre della patria.
Nel giro di pochi secondi anche Marcello ed io siamo introdotti al pubblico e fatti
accomodare su due poltroncine sullo stesso lato dell’autostoppista, mentre Gambarotta e
la signora che detesta gli alberghi siedono di fronte a noi.
Frizzi e la sua compagna d’avventura ci rivolgono una domanda a testa; quando è il mio
turno noto nel monitor che le mie sembianze sono accompagnate da un sottopancia
sbagliato: secondo Cominciamo bene mi chiamerei non ricordo se Maurizio Brizzi, o Enea
Frizzi, in ogni caso la professione di scrittore è indicata correttamente, quindi proseguo
senza indugi a spiegare che un viaggio a piedi è uno spostamento nello spazio ma anche
nel tempo; aggiungo poi che l’uomo che arriva è sempre diverso da quello che è partito.
«Giustissimo. Ma c’è anche chi le vacanze le fa in autostop… Qualcuno lo giudicherà
pericoloso, ma per i giovani con pochi soldi in tasca è un modo per vedere il mondo. Non è
vero?»
L’attenzione di tutti si punta sull’autostoppista. Sotto il suo viso spaurito e i suoi occhi di
fuoco appare in monitor un sottopancia, che l’esperienza mi fa giudicare inattendibile. Lui,
però, non parla. «È vero» balbetta dopo un tempo che mi appare non finire mai. Quindi
abbassa lo sguardo, pago della risposta fornita.
Devo sforzarmi di non ridere, come a scuola, mentre Frizzi recupera in corner e passa la
parola alla signora degli scambi di case.
Un altro giro di domande fornisce a Gambarotta l’occasione per parlare del suo ultimo libro
Galline in fuga; Marcello spiega cosa significa rispettare una tabella di marcia e io mi
faccio bello con le piume del pavone, ricordando che quando aprile, con le sue dolci
piogge, ha penetrato fino alla radice la siccità di marzo, impregnando ogni vena della terra
di quell’umore che ha la virtù di dare la vita ai fiori, la gente allora è presa dal desiderio di
mettersi in pellegrinaggio.
«Parole bellissime! Ma cosa ne pensa chi passa lunghe ore fermo in una piazzola di
sosta?»
«Io…» risponde l’autostoppista dagli occhi di fuoco. «Io penso che…» Reclina
nuovamente il capo, si fa forza, guarda Fabrizio Frizzi e guarda Elsa Di Gati con la
tristezza del deportato.
«Tranquillo» fa la conduttrice, poi riempie il monitor con un sorriso quasi materno. «Il
nostro ospite è un po’ agitato. Vuole un bicchiere d’acqua?»
«Magari» fa quello, poi lo vedo sollevarsi lentamente dalla poltroncina, il filo del microfono
che sbuca dal bordo della maglietta e finisce in tasca. «…Posso?» domanda, e inquadro
una signora del pubblico che lo fissa con gli occhi sbarrati e la bocca a forma di cerchio:
quel ragazzo sta abbandonando la postazione, violando ogni regola d’ingaggio delle
dirette televisive!
«Posso?» balbetta nuovamente l’autostoppista. Ormai è in piedi, e muove un passo
malcerto via da Fabrizio Frizzi.
«Acqua e zucchero!» comanda qualcuno, ma ormai è troppo tardi: il ragazzo si guarda
intorno, cerca a occhiate disperate la via della salvezza e supplica: «…Posso uscire dalla
trasmissione?».
Rientrammo a Bologna rinfrancati: esisteva ancora, il bello della diretta.
Nel corso dei primi tre giorni del viaggio lungo la Linea Gotica coprimmo un centinaio di
chilometri, che ci portarono dalla spiaggia di Rimini ai boschi del Monte Fumaiolo: lassù i
giornali non si trovavano, e la televisione non c’era.
Per qualche tempo, lasciammo a valle l’attualità e respirammo l’aria fresca dei sentieri
partigiani.
La calda estate di papi
Un pomeriggio, di fronte alla tabaccheria di via Guidotti, m’imbattei nel mio vecchio amico
Iuri Giacobbi.
L’Italia del Silvio non era un paese per fessi, e Iuri si era ritagliato la sua fettina di
benessere: era passato dalla vendita di prodotti per il dimagrimento all’attività di promotore
finanziario.
Quando lo vidi io era abbronzatissimo, e sembrava su tutte le furie.
«Bella, vecchio» mi salutò e, dopo i baci sulle guance, restò a guardarmi come ce l’avesse
con me.
«Tutto bene, Iuri?» domandai.
Mi mostrò il pugno destro: aveva le nocche spellate di fresco, e un rivolo di sangue gli
disegnava il dito medio.
«Mi sono appena preso a manate con un talebano» sospirò. «Un lavavetri del cazzo. Gli
avevo detto di non toccare la mia Classe A, e quello niente. Ride, e mi sporca il
parabrezza di schiuma.»
Imprecai, intuendo cosa stava per raccontarmi. «E c’era bisogno di alzare le mani?»
«Io non sono razzista e tu lo sai», mi piantò l’indice sullo sterno. «In fabbrica c’era gente di
tutti i colori, ma stavano al loro posto. Ma chi cazzo sei, tu, per arrivare lì e sporcare la
macchina che mi sto pagando un mese alla volta?»
Me lo domandò furioso, come fossi stato io a gettargli la schiuma sul parabrezza, poi
scoppiò a ridere e ricordò: «Mentre scendevo, l’infame ha provato anche a colpirmi col
bastone. Si vede che usa così, al suo paese». Con gli occhi che sembravano schizzare
fuori dalla testa, ammise: «Ah, ma gliele ho date per bene».
«Chissà che bella scena» sospirai.
«Se non mi fermavano, gli spaccavo quella faccia di merda contro il palo del semaforo»
notò.
«Iuri, era solo un povero…»
«Anche tu!» s’indignò. «Ma finitela! Cosa devo, farmi pisciare nel culo solo perché è
straniero? Se era italiano lo trattavo uguale, te lo giuro!» Poi si guardò attorno, sospirò e
disse: «Spero solo non mi abbiano fatto un bel film. Con tutte le telecamere del cazzo che
ci sono in giro, capace che all’inizio la madama mi lascia tranquillo, e poi si fa sentire al
telefono tra qualche settimana».
Stavo per ricordargli che un tempo gli piacevano, le telecamere, ma era troppo su di giri.
«Io mi faccio i cazzi miei» ribadì. «Ma, se vogliono lo scontro, sono qui. E tu?» mi riscosse
per una spalla. «Non dirmi che ti sei trasformato in un cagasotto! Proprio ora che serve
tenere la guardia alta!»
«Contro i lavavetri?» lo provocai.
«Cosa vuoi che ti dica, vecchio» sospirò deluso. «Non son tipo da lasciarmi pestare i
piedi.»
La paranoia nei confronti degli immigrati aveva terreno fertile, con teste calde come lui.
Non mi risulta che sia mai stato indagato per la rissa col lavavetri; in compenso, pochi
mesi dopo si accapigliò con un barista italiano in una stazione di servizio sull’A14. Quello
aveva osato accusare Iuri di avere pagato con cinquanta euro falsi, e lui era impazzito.
Li dovettero separare due agenti della Stradale: per la cronaca, appurarono che la
banconota era contraffatta, e ne trovarono altre tre con lo stesso numero di serie nel
portafogli del mio amico.
Iuri passò una notte in cella di sicurezza, e se ne andò con un paio di denunce sul
groppone.
«Si vede che non ho ancora imparato a vivere» fu il suo unico commento, agro e
autoironico, prima di celebrare gli eventi facendosi tatuare sull’avambraccio la scritta – dal
discutibile spelling – «One agaist all».
Walter Veltroni, primo segretario nazionale, se n’era andato a febbraio dopo avere
auspicato un governo di larghe intese alla tedesca: era stato proprio il Silvio ad importare
l’idea in Italia, ma stavolta aveva respinto l’ipotesi con una pernacchia.
Perso il segretario a poche settimane dal voto, Dario Franceschini ne aveva preso con
abnegazione il posto in corsa; poiché veniva dalla Margherita, molti ex Ds gli avrebbero
preferito Bersani, ma non c’era più tempo per organizzarsi.
Alle settime elezioni europee di giugno l’Italia aveva a disposizione 72 seggi: nonostante
l’inquietante condotta del Silvio, il Popolo della Libertà se ne aggiudicò 29, e altri 9
andarono alla Lega.
Contando che il Pd si era fermato a 21, e l’Italia dei Valori a 7, suonò come una
sostanziale tenuta delle forze governative: i pretoriani del Silvio erano gente di principi, e
non avrebbero mai abbandonato il proprio leader solo perché frequentava delle minorenni.
(E poi che ne sapevamo, noialtri? Magari era semplicemente sua figlia. E chi si fa i cazzi
suoi campa cent’anni!)
Quando finalmente il loro campione venne ricevuto alla Casa Bianca, noialtri di Francigena
XXI avevamo fatto in tempo a raggiungere a piedi il Tirreno, i nuovi eurodeputati avevano
già fatto la loro prima visita a Bruxelles e Obama si apprestava a festeggiare i primi cinque
mesi da presidente.
Si sapeva che il Barack era un tipo informale, ma restammo tutti stupiti quando lo
vedemmo accogliere il Silvio torreggiando su di lui, per poi posargli entrambe le mani sulle
spalle.
«Adesso lo sculaccia!» gridai, invece l’uomo più potente del mondo s’incurvò per cercare
lo sguardo dell’uomo più potente d’Italia e lo salutò con un gioviale: «Great to see you, my
friend».
Perlomeno non portava rancore verso il nostro paese.
Dopo un’ora e mezza di colloqui riservati, i due statisti si ripresentarono alle telecamere:
Obama ribadì che l’Italia era un alleato cruciale degli Stati Uniti, e il Silvio garantì a sua
volta: «Sono qui a collaborare con il presidente Obama, così come è successo in
precedenza con i presidenti Clinton e Bush».
Sembrava stranamente fuori fase, meno sorridente del solito, ed evitava lo sguardo del
Barack: che avesse dei pensieri?
«Sarei molto lieto» aggiunse col solito tocco creativo nella consecutio «se continuando i
nostri rapporti si possa arrivare ad una amicizia».
Manco a dirlo, rientrò in patria raccontando che aveva trionfato: a sentire i suoi sostenitori,
anche per la fusione fra Fiat e Chrysler – già annunciata dal Barack a fine aprile – i meriti
maggiori andavano riconosciuti al Silvio.
Per quasi settantadue ore l’immagine del nostro leader tornò a rifulgere: aveva fermato i
comunisti, salvato Alitalia, ripulito Napoli in una notte, e adesso anche Obama si era
inchinato – non l’avevamo visto, in tivù? – di fronte alla sua maestà!
Elogi e panegirici della stampa amica si sprecavano. La stagione del Silvio sembrava
avviata alla salvezza con quel gol in trasferta a Washington, ma il destino crudele era in
agguato: all’ultima giornata di campionato entrò in campo una bionda fuoriclasse di Bari,
tale Patrizia d’Addario.
La donna si mise subito in luce con un’intervista ubriacante, nella quale sosteneva di
avere trascorso una notte a pagamento col Silvio. Poiché all’inizio non era chiaro se fosse
una escort o una candidata del Pdl, o entrambe le cose, la stagione ne risultò
compromessa senza rimedio.
Come benzina sul fuoco, uscirono sui siti web di alcuni giornali esteri le foto delle vacanze
del Silvio in Costa Smeralda.
Ormai potevamo spiare il leader dal buco della serratura: si vedeva una escort che
reclamava attenzione per la propria candidatura, una ex partecipante del Grande Fratello
seduta sulle ginocchia del presidente del Consiglio e qualche valletta chiusa in bagno,
attenta a immortalarsi con la fotocamera del cellulare, per poter documentare l’unica sera
in cui era stata ospite a casa del leader.
Fra bassezze assortite, un dubbio prese a serpeggiare anche tra i fedelissimi: che avesse
ragione Veronica Lario, a volersi separare da un marito così?
Quell’estate, per colmo della sfortuna, non c’erano né mondiali né olimpiadi a catalizzare
l’attenzione pubblica. Va detto, però, che si svolsero almeno tre raduni di altissimo livello: i
Giochi del Mediterraneo a Pescara, i Mondiali di nuoto a Roma, e il XV Aiba World
Championship di pugilato a Milano. Con quali dinamiche si fossero gestiti gli appalti relativi
ad alcuni di questi eventi, sarebbe stato reso noto pochi mesi più avanti da un’inchiesta
della Procura di Firenze.
Nuoto, atletica e boxe, tuttavia, non bastavano a distogliere del tutto gli sguardi dalla
spettacolare mancanza di etica familiare che sembrava caratterizzare le ferie del Silvio e
delle sue favorite.
Pareva le gratificasse con gioielli a forma di farfalla, o di tartaruga, se solo facevano finta
di stupirsi quando lui faceva eruttare il vulcano finto costruito in giardino, e dopo si
dimostravano carine con lui.
In privato il suo modello comportamentale sembrava richiamarsi a Hugh Hefner, il patron
di «Playboy», anche se le «conigliette» originali non erano mai diventate onorevoli:
qualcuno, fra i prelati della Chiesa cattolica, non esitò a giudicare sconveniente una simile
condotta di vita.
Per noi laici, un miliardario di settantaquattro anni circondato da ragazze leggere era uno
spettacolo così ovvio da apparire noioso: il Silvio in fondo al cuore era rimasto un ragazzo,
con tutte le sue ville e l’implicita pretesa di soddisfare ogni femmina in vista.
I suoi continui accenni a una vitalità insaziabile, quasi mussoliniana, avrebbero sollevato
solo sorrisetti di circostanza, se il Nostro non fosse stato il presidente del Consiglio.
E a noi cosa fregava mai, di quel che faceva il Silvio mentre era in ferie?
A me, personalmente, un fico secco; fino a che punto fosse ricattabile il presidente del
Consiglio, da quali e quante persone, erano le vere domande che si doveva porre
chiunque avesse a cuore il destino del paese.
Dal 2005 al marzo 2009 «Pigi» Battista, ex di «Epoca», «La Stampa» e «Panorama»,
aveva ricoperto la carica di vicedirettore del «Corriere della Sera» con delega per le
pagine culturali, inframezzando l’attività giornalistica a frequenti apparizioni televisive.
Nell’aprile 2009 era tornato a Roma come inviato editorialista del quotidiano di via
Solferino, e il 27 luglio sferzò la voyeuristica estate italiana con un articolo che forse
qualcuno giudicò il capolavoro del giornalista in quanto a coraggio e consapevolezza
civile; personalmente, Quel Pasolini da dimenticare mi lasciò verde di bile fra gli alpeggi
dell’Alto Adige, indeciso se telefonare indignato in via Solferino, scrivere alla rubrica dei
lettori o, semplicemente, contenere il fremito che aveva colto le mie mani e m’impediva di
proseguire nella lettura.
Aveva scritto «Pigi»:
Periodicamente si riaffaccia il celebre verdetto di Pier Paolo Pasolini: «Io so, ma non ho le
prove. Non ho nemmeno indizi. Io so perché sono un intellettuale [...] che mette insieme i
pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico». Lodato come
luminoso esempio di coraggio civile e di temerarietà culturale, la famosa invettiva dell’«Io
so, ma non ho le prove», ancorché concepita nel periodo più buio dello stragismo italiano,
è l’espressione del peggior Pasolini, l’esaltazione meno sorvegliata dei vizi che hanno
devastato la fibra etica del ceto intellettuale italiano: lo schematismo dottrinario e
ideologico («che mette insieme i pezzi in un quadro coerente»). La noncuranza per i fatti. Il
disinteresse politico e, ciò che è peggio, giuridico per le «prove». La realtà deformata
come narrazione di parte. La ferocia giustizialista. Il manicheismo morale. La debordante
sopravvalutazione di sé, del proprio ruolo, della propria abnorme missione profetica.
Formulando quella sentenza, l’anticonformista, eretico Pasolini si piegava ai dettami del
conformismo più corrivo.
Conformista e feroce, il mite intellettuale eretico e omosessuale Pasolini? La sua barbara
uccisione sarebbe dovuta bastare a opporre un pietoso freno alla vis polemica, ma Battista
non si tratteneva e incalzava le spoglie del Poeta: «Cosa sapeva Pasolini? Niente. Ma
anche tutto, dal punto di vista della religione di cui era guardiano».
Quindi l’amabile «Pigi» concludeva maramaldeggiando:
Come Saint-Just che chiedeva la condanna capitale di Luigi XVI non perché fosse
colpevole di una singola e «provata» azione criminosa ma per il crimine supremo e
inappellabile di essere Re, così Pasolini tuonava contro il Nemico da schiacciare come un
mostro. Il peggior Pasolini. Che va dimenticato, per la disperazione dei suoi troppi epigoni,
pessimi allievi di un cattivo maestro.
Chissà se Pigi ricordava i tempi in cui il «Corriere» ospitava proprio Pasolini, e l’ultima
intervista rilasciata da quest’ultimo a Furio Colombo, poche ore prima di essere trucidato.
«Siamo tutti in pericolo», l’avrebbe voluta intitolare.
«Non vorrei parlare più di me, forse ho detto fin troppo» erano state le sue ultime parole.
«Lo sanno tutti che io le mie esperienze le pago di persona. Ma ci sono anche i miei libri e
i miei film. Forse sono io che sbaglio. Ma io continuo a dire che siamo tutti in pericolo.»
Il giorno seguente, domenica 2 novembre, il suo corpo senza vita era all’obitorio della
polizia.
Questo lo sapevano proprio tutti; cosa poteva avere guidato il bravo Battista ad accanirsi
contro un glorioso esponente delle patrie lettere?
Poiché dimenticare un poeta, giornalista, narratore e regista massacrato in una notte di
barbarie e misteri mi sembrava una pratica infausta per la nazione, respirai profondamente
l’aria sottile delle Dolomiti e decisi di dimenticare, piuttosto, «Pigi» Battista.
Ero solo un narratore con la passione del trekking, ma dovevano essere in montagna
anche i grandi intellettuali, perché l’unica replica degna di nota all’incendiaria riesumazione
di Pasolini arrivò da Vittorio Sgarbi: era felice come Franti di sostenere che lui invece lo
sapeva benissimo, chi erano i mandanti degli scempi italiani. A differenza di Pasolini, lui
ne aveva pure le prove: secondo il nervoso critico d’arte di Ferrara, i colpevoli erano
perlopiù gli amministratori locali del centrosinistra, e in particolare quelli che avevano
installato pannelli solari.
Quasi incredibilmente, sui giornali che mi passarono per le mani in quei giorni, non si andò
oltre la sua boutade.
Solo in Rete, e dopo ferragosto, trovai interventi puntuali e sdegnati.
Quello che mi colpì maggiormente si trovava sul sito www.pasolini.net, ed era a firma della
curatrice di quelle «pagine corsare» in Rete, Angela Molteni:
C’è un libro di Pasolini, l’incompiuto Petrolio, in cui lo scrittore, dopo quelle che Battista
definisce frettolosamente «invettive», inizia a fare nomi e a formulare indizi [...]
In Petrolio (come e ancor più che in altre opere di Pasolini) è contenuta la storia dell’Italia
delle morti violente, delle stragi, delle concussioni, delle appropriazioni indebite, dei
tentativi golpisti; vi sono descritti personaggi e misfatti reali, che Pasolini non esita a
smascherare e a denunciare. [...]
Se qualcuno ha mostrato coraggio e capacità di analizzare con attenzione i fatti che si
svolgevano intorno a lui, e di trarne, grazie a una mente guidata dall’intelligenza (dote
rara), le logiche conseguenze e previsioni, si può perlomeno essere certissimi che non si
tratti di Pierluigi Battista.
Arriverà un’altra primavera, nonostante il Silvio e tutte le televisioni, e il paese rifiorirà
dalla Vetta d’Italia a Capo Passero.
La neve che oggi ammanta le montagne ingrosserà per settimane i ruscelli, e si tingeranno
d’una nuova qualità di verde i paesaggi a onde delle Langhe e della Valdorcia, la piramide
del Vesuvio e l’altra, immane e misteriosa, dell’Etna che scalda e squassa la terra.
Simili a specchi saranno le risaie del Vercellese e della Lomellina, e contro il profilo del
Monte Rosa si leveranno in volo gli aironi; immensa è l’Italia, a misurarla a suon di
passeggiate, e ancora sconfinato è lo spazio fra due città come Torino e Milano, o fra la
prima capitale e Genova, la vecchia repubblica incorniciata fra mare e Appennino.
Si riempiranno di voci i Murazzi e il Sempione, le Cascine di Firenze, Villa Ada e
Trastevere; al sabato tornerà la folla sulla spiaggia del Poetto, all’Argentario e sui lidi
dell’Adriatico, e si popoleranno uno ad uno anche le mille cale e golfi del Tirreno, i lidi
dell’Elba e delle isole minori.
I ragazzi ricominceranno a fare tardi, e torneranno a vivere le mille piazze, portici e
scalinate d’Italia dove è ancora consentito fare conversazione, innamorarsi e scambiare
opinioni senza dover pagare un biglietto.
Chi è in cerca di compagnia si presenterà alla solita panchina, giù alla villa comunale, o
scenderà a prendere l’aperitivo sul corso; altri stazioneranno davanti ai pub, la birra in una
mano e la sigaretta nell’altra; in primavera fa buio tardi e, se gli amici sono quelli giusti, si
può proseguire la baldoria a cena, o anche più in là.
Chi suona in città, stasera? E chi s’è visto ieri?
Marracash ha fatto l’alba coi ragazzi davanti al Praga, Davide detto Boosta ha firmato un
centinaio di autografi non appena si è seduto al tavolino, e Fabri era di ritorno a Senigallia
dopo il suo viaggio televisivo per l’Italia; alla serata rockwild del Wake Up c’era mezza
Pescara, a Bologna il Covo era stipato, mentre a Catania, alle quattro del mattino, c’erano
ancora liceali in giro che giuravano di avere visto Manuel Agnelli, mentre altri dicevano che
no, era quello delle Vibrazioni.
Peccato solo che Federico si sia convinto di avere inghiottito polvere di vetro, che Lelio
abbia pisciato nella hall dell’albergo, e che al batterista degli Zen Circus qualcuno abbia
fregato il portafortuna.
«…Certo, ma peccato soprattutto che abbiano fermato proprio noi, alle tre e quaranta del
mattino, lanciati sul tratto Civitavecchia-Livorno dell’Aurelia. Da una parte mezza band
sprofondata nel sonno dei giusti nonostante lo stereo a palla, dall’altra giubbotti
antiproiettile, mitragliette e poca voglia di scherzare. All’inizio è stata brutta: pila puntata in
faccia ai dormienti, sveglia, giù tutti, e mani in vista! Cosa siete, musicisti? Dico di sì, e
quelli cominciano a controllare il furgone come avessi risposto ‘Sbagliato, signore. Siamo il
gruppo di fuoco della banda Baader-Meinhoff’. All’inizio è una rottura, poi non viene fuori
che uno di loro è un fan degli Iron Maiden? Allora tutti noi a dire quanto spaccano, i
merdosi Iron, tanto per creare un dialogo. E alla fine com’è andata? Così così, ma poteva
andare peggio.»
Fortuna che oggi è un altro giorno, e stasera un’altra notte.
Allora che si fa, uh?
Come ci si veste? E all’Osteria del Sole viene anche l’amica carina di tua sorella?
A Fidenza c’è lo spettacolo di Bebo Storti; a Parma il cinema in piazza; a Correggio il
monologo di Travaglio, a Carpi Frankie Hi-Nrg; all’Arena del Sole arriva Guzzanti,
fortissimo lui lì, al Rock Island si esibisce la cover-band dei Nirvana con mio cugino Caio
alla batteria, mentre alla Duna degli Orsi va in scena un gruppo di musica surf spet-ta-co-
la-re. No, non californiani. Di Vicenza, ma suonano che è un piacere, e poi ci scappa come
niente il bagno di mezzanotte.
E il MiAmi Festival com’è stato, quest’anno? Solite perle in mezzo alle zanzare
dell’Idroscalo? E a ItaliaWave chi suona? E ad Arezzo, a Lecce, al Sunsplash? E
all’Heineken, al Mtv day, al Neapolis? E l’Independent Days… C’è ancora? E le serate
folgoranti al teatro Le Cave, sotto la volta stellata dell’Adriatico? E Rock in Idro, il Beach
Bum, il festival al Lazzaretto d’Ancona?
Perdiamo colpi, altri ne mettiamo a segno, ma qualcuno conosce già le date precise del
Mei dell’anno prossimo? E anche, magari, dove si comprano i biglietti per il Premio
Tenco?
Comunque mi ha scritto un kid dalla provincia di Brescia per organizzare una data; a me la
santa ragazza che gestisce la Cantina Mediterraneo a Frosinone; a me, invece, la casa
della cultura di Novoli, Lecce: sta’ a vedere che si organizza un piccolo tour prima che
sorga l’estate.
Non si fermerà il rock ’n’ roll, con le sue testate Marshall e Orange, le Gibson e i
Jazzmaster, le batterie da caricare in solitudine, i microfoni che costano un fottìo, i fiumi di
birra e le schiene tatuate delle ragazze-angelo.
Non si fermerà l’amore che nasce sull’erba tenera, non si spegnerà la forza delle madri, né
l’amicizia più forte di ogni legge.
L’Italia sarà sempre l’Italia, con Silvio o senza, e questa è forse l’unica rivincita che il
paese reale saprà prendersi ai danni del leader.
Che faccia avremo dopo il Silvio, e con quale voce parleremo, però, possiamo solo
provare a immaginarlo.
Sempre risorge, identico a se stesso, il ghignante Gattopardo.
Ci invita alla pigrizia e alle recinzioni, alla chiusura mentale e alla diffidenza verso i
forestieri, i diversi, i dissenzienti, e anche per quelle brutte facce spuntate in paese verso
mezzogiorno – anche se, a ben vedere, devono essere solo escursionisti con lo zaino.
Se invece sono stranieri in cerca di un ingaggio onesto, magari privi di permesso di
soggiorno, comincia la festa!
Dopo che ci siamo spaccati la schiena in prima persona, magari a fare il cameriere in
Svizzera o Germania, adesso siamo noi i padroni che fanno prezzi e orari, che
stabiliscono mansioni, avanzamenti ed eventuali trattenute di stipendio.
Ancora ieri avevamo la terra attaccata alle scarpe, ma oggi vogliamo tutti il Suv; a
ricordarci che siamo ancora umani, di tanto in tanto ci assale il senso di colpa nel vedere
un nero trascinare il suo borsone sotto la pioggia, o quando i nostri fari illuminano una
schiera di ragazze dell’Est allineate lungo uno squallido marciapiede. A volte, per
rimediare, li avviciniamo offrendo loro un poco del nostro denaro. Più spesso alle ragazze
che ai venditori ambulanti, per la verità.
(Non è anche questo un segno della nostra mantenuta umanità, sub specie di vigore
sessuale?)
Anche il tema del vigore sessuale, tanto caro al Silvio, potrebbe finalmente uscire di scena.
Una volta si diceva: «Chi lo fa non lo racconta in giro, e chi lo racconta in giro non lo fa».
La gente appariva forse più misteriosa, ma anche meno ridicola.
Si lasciassero le sembianze e le pose da pornostar alle vere pornostar, che il loro mestiere
lo sanno fare benissimo.
In attesa del processo per la rissa col barista, Iuri osserva il paese e cerca di piazzare i
suoi fondi esteri ai grulli.
«Tanto, se non danno i soldini a me li regalano a qualche cartomante» si è giustificato
l’ultima volta che l’ho visto. «Regalo sogni, io, non solide certezze. E proprio per questo mi
affidano i loro risparmi. Non li vedi, in coda per giocare al lotto, o a grattare con la moneta
su qualsiasi tesserina che promette di farti diventare ricco?»
Li vedevo eccome.
«Non siamo francesi, o tedeschi» puntualizzò Iuri. «Qui la gente campa di sogni. È questo
che la Sinistra non ha mai capito.»
«Una volta, forse, lo capiva fin troppo bene» lo corressi, poi ammisi: «Adesso, però,
sembra essersene scordata».
«Peggio per voi» scrollò le spalle Iuri. «Te lo dico in amicizia», e mi baciò su entrambe le
guance.
Mentre risaliva sulla sua Classe A mi avvidi che la sua nuca era spolverata di capelli
bianchi.
Nato da una famiglia di lavoratori, ci aveva messo mezza vita per comprarsi a rate una
macchina da ragazzo ricco; di ogni chilometro percorso, nel suo intimo, ringraziava il Silvio,
e per difendere quel po’ di benessere era pronto a colpire e imbrogliare. Purtuttavia, si
sentiva nel proprio diritto.
Chi ricco lo era sempre stato, invece, come LucaPietro Niccolis, si agitava alla disperata
come un pesce tratto fuor d’acqua: la Creatura che li aveva salvati dai comunisti adesso
era fuori controllo. L’autoritarismo sembrava dietro l’angolo, sotto specie di regime ad
personam; avvertendo l’incrinarsi del mito, i seguaci del Silvio serravano le file.
Il ministro della Difesa in persona si occupò di alzare le mani su un contestatore che
rivolgeva al Silvio domande impertinenti; ormai poteva accadere che, nella stessa giornata,
si rischiasse seriamente un incidente aereo che avrebbe coinvolto il presidente della
Camera Fini, e che meno di due ore più tardi partisse l’allarme-bomba per un presunto
ordigno – inesistente – sull’aereo del Silvio, il tutto alla vigilia della presentazione della
nuova corrente politica dello stesso Fini, espressione del dissenso interno al Pdl.
I talk show erano sospesi d’imperio sino alle regionali; il Popolo della Libertà aveva
manifestato a Roma dichiarando un milione di partecipanti a fronte di una valutazione della
Questura che parlava di centocinquantamila presenti.
Il governo agiva con prepotenza manifesta, e alla cosiddetta società civile mancava la
forza di esprimere con nettezza il proprio dissenso.
D’altronde la nostra società civile è composta da gente perbene come la famiglia Niccolis;
stimati professionisti inclini al compromesso, membri di una classe sociale che, per propria
natura, non dimentica mai la prudenza. Altrimenti mica si può restare sulla cresta dell’onda
sotto papi, re, dittatori e presidenti.
Meglio nicchiare e covare la propria rabbia, piuttosto che esporsi in piazza a gridare contro
l’imperatore prima ancora che venga deposto.
Nel caso, si pensa, per festeggiare c’è sempre tempo.
In certi ambienti, per il momento, è ancora meglio affidarsi alle allusioni e alle mezze frasi;
se ci si trova smascherati, tocca salvarsi in corner sostenendo che il Silvio, se non altro, è
ancora simpatico.
Oppure con la frase che torna popolare ogni volta che l’Italia conosce simili frangenti
d’incertezza: «Io? Io bado al lavoro, e di politica non mi occupo».