Sei sulla pagina 1di 6

Architettura gioviale

Un preambolo

Un cane zoppica. Avrebbe bisogno di una fasciatura e poi di un breve periodo di riposo per
rimettersi completamente.
Il veterinario però non ha mai visto un cane in vita sua, ha sempre curato soltanto gatti.
Esamina con attenzione la zampa ferita senza però degnare nemmeno di uno sguardo l'animale nella
sua interezza, non fa caso dunque al fatto che non si tratti di un felino.
Si allarma perché gli artigli della zampa malata non sono retrattili come quelli di un felino in salute
ed i polpastrelli appaiono insolitamente grandi e coriacei.
Decide così di amputare la zampa, e sostituirla con quella sana di un gatto.
Dopo l'intervento le condizioni del cane si aggravano, è evidente il rigetto dell'organo estraneo da
parte del resto del corpo, ancora ben funzionante. Urge fare qualche cosa.
Il veterinario nota che la zampa di gatto è decisamente più corta delle altre tre, e pensa che sia
questo il motivo del malessere del cane. In una sola operazione il veterinario asporta le altre tre
zampe e trapianta al loro posto altre tre zampe di gatto, pensando così di risolvere il problema.
Il cane non riesce più ad alzarsi, tutte le zone dell'intervento sono coperte di infezioni ed iniziano ad
imputridire. Il veterinario, sconsolato, analizza attentamente il corpo dell'animale sofferente, non
riesce a capacitarsi della persistenza dei malesseri del paziente, e procede con accurate analisi
cliniche. Il responso degli esami del sangue, delle radiografie e delle analisi di laboratorio
suggerisce al
veterinario di amputare e sostituire con elementi sani di gatto anche le orecchie, i baffi, la coda,
alcuni organi interni ed il manto peloso.
Certo l'operazione è estremamente costosa, ma il veterinario è animato da un vero spirito altruista,
cosicché avvia delle raccolte fondi e delle campagne di sensibilizzazione per poterla eseguire.
La brava gente si commuove quando vede un animale sofferente, ed elargisce la somma necessaria.
Anche queste operazioni falliscono senza lasciare nessuna speranza. Del cane ormai non rimane più
molto, e tutti i trapianti fatti vengono rigettati.
L'ultimo ed estremo tentativo: il veterinario cambia tutto il sangue del cane sostituendolo con quello
di un gatto, ed esegue un difficilissimo trapianto di cervello.
Il cane, finalmente, muore.
“Abbiamo fatto tutto il possibile – dice il veterinario sconsolato – ma la situazione di questo povero
animale indifeso era davvero disperata”. Versa una lacrima.
I giornalisti sono attratti da quest'uomo così buono, che ha lottato per salvare la vita a un povero
animale sofferente, lo lodano e lo incensano su tutti i giornali, lo chiamano le televisioni a parlare.
Riceve persino una medaglia al valore civile dal sindaco della città.
Fonda un'associazione dal nome ADA, gli “Amici Degli Animali”, istruisce del personale
specializzato, impianta cliniche animali qua e là, con finanziamenti sia privati che pubblici.
Nelle cliniche si torturano gli animali malati, trattandoli tutti come fossero dei gatti, la quantità di
decessi è impressionante. Ma il veterinario scrive trattati, articoli e libri su quale sia la giusta
procedura per aiutare gli animali feriti.
La gente lo adora, è diventato un simbolo di chi sta dalla parte dei più deboli.
Qualcuno si accorge che la spesa per curare gli animali è aumentata di dieci volte da quando il
veterinario ha iniziato la sua opera, e che guarda caso nella stessa misura è aumentata anche
l'incidenza della mortalità degli animali feriti. Ma alla gente va bene lo stesso.
Tutti sono talmente felice di avere un'icona per la protezione dei più deboli, che non sono disposti a
pensar male.
Buon lavoro signor veterinario, mi scusi se non la ringrazio per la sua opera.

***

Una conversazione

Lorenzo Fontana è in Etiopia per condurre workshop di progettazione gioviale.


Detta così, ci si immagina facilmente qualcosa che ha a che fare con l'ora del tè, magari un tessuto
sahariano, magari un ventilatore per le nostre guance senza melanina, un ambiente gioviale perché
tutti ridono e chiacchierano amabilmente, sorseggiando tè e parlando di ciò che si dovrebbe fare.
Nessuno si immagina che, invece, la parola gioviale ha a che fare con le mani nella terra, con
l'acquisto di termitai, con i pericoli connessi all'esplosione di decine di prese cinesi che prendono
fuoco all'improvviso, o con le piogge, con il sole, con la fatica.

Quindi potremmo ricominciare a raccontare la storia di Lorenzo Fontana in un altro modo, dicendo
che è coordinatore del progetto “Appropriate Technologies Research and Training Center”
( ATRTC) nel villaggio di Ropi, e alla questione del “gioviale” arriveremo dopo.
Prima familiarizziamo con il luogo: Ropi è un villaggio nell'Etiopia centrale, dove non c'è
elettricità, non c'è acqua corrente, e ben men che meno piani di sviluppo. Si trova nei pressi di una
(grande) strada di comunicazione, e questo facilita la sua crescita demografica. Le risorse, che non
mancherebbero, non sono però sfruttate correttamente, e la popolazione è quindi molto più povera
di quanto non “dovrebbe”. Alcune associazioni umanitarie si occupano della distribuzione di aiuti
alimentari a circa 30-60.000 persone all'anno: questo aiuto, se è lodevole e importante da una parte,
dall'altra è “altamente deresponsabilizzante per la popolazione, in special modo per i contadini”.
(dalla relazione di a Progetto Continenti sull'e ATRTC).
Nulla di nuovo sotto il sole: questo parere è condiviso (e anzi, espresso in modo assai più
documentato e strutturato) da voci autorevoli, come quella di Dambisa Moyo, in “La carità che
uccide”, Rizzoli, oppure di Giulio Marcor in “Le ambiguità degli aiuti umanitari. Indagine critica
sul terzo settore”, Feltrinelli.

Cercare altre strade, allora. Emancipare.

Lo scopo del progetto di Tecnologie Appropriate è infatti proprio quello di creare un Centro dove
studiare e applicare le “tecnologie costruttive appropriate e sostenibili”. Questo significa, in ultima
analisi, formare mano d'opera specializzata, diffondere la conoscenza del saper fare, emancipare la
popolazione, attraverso la costruzione partecipata e condivisa di edifici utili alla collettività.
Scopi-corollari di questa progettazione sostenibile sono: la promozione di soluzioni ecologiche ed
economiche per le attività di uso quotidiano, come i forni solari, o le stufe a basso consumo, la
raccolta di acque piovane ecc; lo sviluppo di micro-economie autosufficienti, come l'apicultura;
l'implemento di servizi sociali e culturali di base.
Torniamo a Ropi, con le idee un po' più chiare. Che poi, per fortuna, significa proprio il suo
opposto: torniamo a Ropi coscienti di quanto sia difficile, complessa e multi sfaccettata la
questione. Almeno, non abbiamo le certezze assiomatiche del dottore della storiella.
Ci guardiamo intorno. Che cosa abbiamo? Quali sono le risorse? “Per me è più semplice che per
altri architetti”, racconta Lorenzo. “C'è talmente poco qui, che per forza bisogna partire da quello.
Pochi materiali e poche lavorazioni disponibili, budget sempre ridotti all'osso, manodopera non
specializzata, sono tutti elementi che portano quasi automaticamente ad adottare soluzioni
strutturali, tecnologiche e tipologiche ricorrenti. Cerco di non partire mai da un preconcetto, e di
lasciare ad ogni progetto quel tanto di autonomia che si merita. Pur all'interno della stessa soluzione
costruttiva, come la muratura in terra cruda, cambio dimensione e ricetta dei mattoni ad ogni
edificio, e anche per parti diverse dello stesso edificio.”
Già, i muri hanno una ricetta. Come il calcestruzzo, come le torte.
Quali sono le linee guida nella progettazione nei tuoi workshop? “Bisogna tornare al livello zero
dell'architettura, quello della capanna che ha un palo al centro, a cui si sorregge tutta la struttura.
Quello è il grado zero dell'architettura. L'uomo che erige un palo di legno nel suo campo, simbolo
ancestrale di sé e del nucleo familiare, e attorno ad esso organizza il suo riparo. per sé e per la sua
famiglia.
Senza stili e senza messaggi, solo realtà. Mettere un mattone sopra all'altro è entusiasmante, se fatto
con mente creativa e capacità di osservazione, perché si assiste all'auto-progettazione dell'edificio.
All'incontro ortogonale di due “cose” tra loro differenti, la lesena ti nasce nelle mani, non è
questione di volontà.
A fare un arco, i capitelli te li chiede il muro. La tripartizione, la simmetria, la proporzione... non
sono teorie o invenzioni. Sono il frutto del corpo a corpo primordiale tra l'uomo e la sua casa. Da lì
nasce tutto.”
A questo punto, la domanda sull'organicità nasce spontanea. Che cos'è dunque l'architettura
organica?
“Organico è qualcosa che non ha nulla a che vedere con la linea curva o le forme uterine. Organico
è ciò che si compone di organi, opportunamente disposti e gerarchizzati in un insieme dotato di
unitarietà. L'organicità ha a che fare con la proporzione, con l'ordine, inteso in senso lato. L'ordine
nel senso di concimnitas non è altro che la proiezione dell'uomo e delle sue proporzioni
sull'edificio, che si trova quindi ad esprimere con la sua forma esattamente quello che è: la
rappresentazione dell'uomo sul territorio”.
Ripensando ancora alla storiella del dottore pieno di buone intenzioni, qual è la buccia di banana
più grande della progettazione? “Credo che la “buccia di banana” più grande, se interpreto bene il
termine, consista nel fraintendere questo rapporto tra architetto ed architettura e considerarla come
una faccenda personale, un testa-a-testa.
La rappresentazione non è di un uomo ma dell'Uuomo, della collettività, della civiltà. Deve parlare
un linguaggio comune, ed esprimere nient'altro che sé stessa. L'architetto non deve “lanciare dei
messaggi” con la sua opera. Se vuole mandare un messaggio, è bene che usi il cellulare o l'e-mail
come tutti gli altri. L'architettura narra sé stessa e la sua tettonica, la sua funzione e la sua struttura.
L'etica architettonica credo risieda proprio nell'anonimo sforzo dato alla realizzazione di un'opera
edile che possa soddisfare chi ne è committente ed essere compresa da tutta la comunità. Quando
invece l'architetto rappresenta solo sé stesso, come potrebbe fare un pittore o uno scultore, senza
preoccuparsi del fatto che l'opera sia comprensibile anche senza manuale di istruzioni, commette
una sorta di piccola masturbazione edilizia, che non fa parte realmente di quel tempo e di quel
luogo. E' tutto qui: se un'opera è realmente espressione della collettività, sarà anche sostenibile,
ecologica, economica e piacevole.”
Forse ora siamo pronti per capire il concetto di “gioviale”. “La giovialità indica lo spirito positivo
che anima un legame profondo. I legami che interessano in architettura sono di svariata natura:
affettivi, sociali, chimici, meccanici ed altri ancora. L'Architettura Gioviale si pone proprio il
problema di questi legami, li considera ancora più importanti degli elementi costituenti stessi. E poi
si chiama così Pperché giova. Giova a tutti. Questo è il fine a cui deve tendere l'architettura.
Che ogni materiale sia più felice possibile di essere usato in quel determinato modo, che ogni
elemento sia in armonia con gli altri e con il contesto, che i sistemi planimetrici portino a relazioni
piacevoli sia all'interno che tra interno ed esterno, che l'individuo architettonico, in definitiva, venga
inserito nella natura con giovamento per la natura stessa. E' tutto un gioco di relazioni, di reti, che
devono essere fitte e autentiche” dice Lorenzo, mentre annoda con una stringa la presa del suo
computer alla multipla... “Se no non fa contatto”.

Annota in inglese le sue riflessioni su centinaia di fogli. Siamo alla fine della stagione delle piogge,
e per un'ora o due gli acquazzoni arrivano brevi, ma clamorosi. Lorenzo ha un po' di tempo. Tutto
intorno a lui, sulla scrivania e per terra, disegni a penna – precisi - di case e di mattoni, di orti e di
alberi, di forni solari e di … “Che cos'è quello?” - “Ah, quello è una volta nubiana”. ...e di volte
nubiane.
“La volta nubiana è ' il primo modello di volta di cui si abbiano testimonianze costruite.
4000 anni prima di Cristo, già esisteva questo tipo di volte che, a causa della speciale giacitura dei
blocchi, è autoportante anche in fase di costruzione, e non richiede quindi alcuna opera di
centinatura. Inoltre la sezione è a forma di catenaria, o comunque una curva molto vicina. Questo
consente spessori molto ridotti, e quindi strutture relativamente leggere ed economiche.
Le volte dei Romani, che compariranno solo millenni dopo, sono molto più primitive a livello di
concezione strutturale”, aggiunge Lorenzo un po' sovrappensiero...sta disegnando la sezione di una
parabola, perché “Sto facendo fare da un metal worker di Addis Abeba un telaio di tubolare
metallico a forma di parabola. La parabola avrà diametro di due metri e profondità di un metro. Si
tratta quindi di una parabola con il fuoco esattamente all'altezza del diametro maggiore.”Si tratta di
un forno, che “servirà per avviare un'income-generating activity, ossia una caffetteria solare.
Di giorno potrà tostare il caffè, bollirlo, arrostire pop corn e chicchi di grano, provvedendo quindi
tutto il necessario per la tradizionale cerimonia del caffè.
Nel tardo pomeriggio poi si potrebbero bollire patate da vendere poi dopo il tramonto, altra
consuetudine locale.
Questa attività verrà avviata ad Awassa e non a Ropi, dunque un gruppo di studenti durante il
mese di permanenza del workshop potrà passare una settimana ad Awassa, a tagliare gli specchi,
progettare e realizzare con un metal worker locale un cavalletto orientabile, che regga anche
la pentola (o la caffettiera)”.
Un ultima domanda, Lorenzo: perché sempre forme circolari?
“Non c'è una forma che sia meglio di un'altra. Ho fatto a Ropi anche case rettangolari (casa mia, per
esempio). Certamente il rettangolo ha questo carattere di aggregabilità che al cerchio manca. Una
casa rettangolare può crescere a L con l'aggiunta di un corpo; un terzo corpo si aggiunge a formare
una U, ed ecco la casa a corte. Il cerchio non può crescere, non si presta all'aggregazione edilizia, e
dunque ha un carattere ancestralmente più legato ad un individuo specialistico. E' il caso del
Training Center appena realizzato, che si pone al villaggio come un punto di riferimento e non come
una casa tra le altre case”