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Molding earth outline

Typology, technology and morphology of earth buildings


by Lorenzo Fontana

METODO E SCOPI DELLA RICERCA

Introduzione
La ricerca qui presentata vuole considerare la storia del costruire in terra incrociando
considerazioni di ordine meccanico-tecnologico con una lettura tipologica. Sulle interferenze tra
queste categorie, si potrà costruire una griglia conoscitiva, utile tanto per la lettura dell’esistente,
quanto per la progettazione ex-novo.
Si precisa che questo inquadramento esclude molte altri punti di vista interessanti che pure
potrebbero dare indicazioni utili, i risultati qui ottenuti sono dunque parziali.
Ci pare tuttavia che, nello scrivere la storia della costruzione, siano proprio questi aspetti quelli più
spesso tralasciati.
Il metodo utilizzato è stato di tipo teorico-pratico come si potrà vedere nell’ultima parte di questo
scritto. Le nozioni trovate in letteratura sono state puntualmente confrontate con i dati ottenuti in
laboratorio.

Per una storia del costruire in terra


Gli edifici in terra cruda sono diffusi da sempre in tutto il mondo, e le tecniche costruttive messe a
punto nel corso dei millenni sono infinite: esse si adattano di volta in volta al luogo, alle esigenze,
al clima, alla cultura tecnologica e alle condizioni al contorno.
Non è possibile scrivere una “storia del costruire in terra” per i seguenti motivi:
- le origini di tale tecnica sono ancestrali, si possono dunque ricostruire solo eventi
relativamente recenti;
- gli edifici in terra hanno bisogno di continua manutenzione, quindi sono destinati a
morire assieme alla civiltà che li ha creati. Si sono conservate quindi solo le rare tracce
di civiltà recenti o di zone aride, dove la terra si conserva a lungo;
- moltissimi popoli sono arrivati a culture tecnologiche molto simili attraverso percorsi
del tutto diversi, bisognerebbe quindi parlare di “storie del costruire in terra”.
L’unico ambito in cui si può parlare a rigori di un’unica storia mondiale del costruire in terra è il
presente. La rivoluzione industriale prima, e l’avvento della globalizzazione poi, hanno infatti
unito il mondo nel vedere gli edifici in terra come un passato povero di cui liberarsi, a favore di un
presente ricco fatto di cemento e acciaio.
Dall’Etiopia allo Yemen, dalla Cina a Santo Domingo, dall’India alla Nigeria, il mondo sembra
dare ragione all’antropologo congolese J.L. Touadi, quando afferma “non abbiamo lo stesso
passato, ma avremo lo stesso futuro”.
Scopo della ricerca
La terra è un materiale “debole”, se paragonato a molti altri materiali da costruzione. Debole per la
bassa resistenza a compressione, per la resistenza a trazione quasi nulla, e per la scarsa resistenza
all’acqua.
In fase di progettazione, dunque, è necessario usare tutte le attenzioni possibili per sfruttare al
meglio le qualità meccaniche e fisico-chimiche del materiale a disposizione.
Scopo di questa ricerca è dunque dimostrare che le soluzioni formali dell’architettura in terra
(morfologia = venustas) siano il frutto di complesse osservazioni meccaniche (meccanica =
firmitas), e dal loro incrocio con l’attenzione verso chi abita e utilizza gli spazi così creati
(tipologia = utilitas).

STORIA: ANALISI DIACRONICA

Si è già detto dell’impossibilità di tracciare un’unica storia riguardo le costruzioni in terra cruda.
Ci limiteremo dunque a delineare i pochi punti fermi propri delle diverse aree geo-culturali.

Africa nera: dove tutto ebbe inizio


Marocco, Algeria, Tunisia e Libia sono stati che fanno parte dell’area Mediterranea, cui
appartengono anche dal punto di vista economico e culturale. Marocco e Sudan del Nord fanno
invece parte dell’area di influenza araba. Quel che resta del continente, è ciò che chiameremo qui
“Africa nera”.
Qui le civiltà paleolitiche ebbero inizio (da 800 000 fino a 50 000 anni fa). Allo stesso modo,
l’Africa nera fu il teatro del passaggio all’età neolitica (che durò da 50 000 fino a 2 000 anni fa).
Nel paleolitico superiore gli uomini vivevano nelle caverne o sugli alberi, elementi che possiamo a
buon diritto definire come archetipi rispettivamente delle tecniche che si possono compendiare
nelle due definizioni di “opaco-plastiche” e “trasparente-coloristiche”. Nel paleolitico inferiore
l’uomo decise di non accontentarsi più delle dimore offerte dalla natura, così la caverna diventò
terra scavata, poi terra impilata, ed infine muratura monolitica formata in cassero. Allo stesso
modo si passò dall’albero alla palafitta, poi alla capanna di legno, ed infine alla struttura a telaio
tamponata con terra.
Figura 1. Due costruzioni etiopi: la prima rappresenta un passaggio intermedio tra tipo-radice trasparente-coloristico e
capanna “matura”. La seconda è invece una tipica capanna, in cui l’albero centrale è sostituito da un puntone di legno.

Nord africa - Mediterraneo: la cultura muraria


Con la rivoluzione neolitica l’uomo decise di compiere un importante passo: dalle civiltà nomadi,
si passò a quelle stanziali. Questo portò a concepire la dimora come un elemento fisso,
permanente, che doveva essere costruito per durare più a lungo possibile. Fu così che prevalsero le
tecniche monolitiche e a blocchi su quelle a telaio anche in zone dove il legname è abbondante.
Una scatola muraria pesante, infatti, è molto più resistente e duratura di un graticcio di legno
tamponato con terra: come resistenza meccanica, come capacità di resistere al fuoco e come
possibilità di sopportare l’acqua. E’ in questo periodo che si passa dalle tecniche monolitiche a
quelle a blocchi, con una sorta di embrionale prefabbricazione. L’anello di passaggio tra queste
due tecniche è rappresentato dalla tecnica detta bauge, consistente in pani di terra messi in opera
per corsi sovrapposti, senza previa essiccazione.

Medio Oriente: la terra diventa copertura


Tutta la fascia mediorientale, oggi arida e semi-arida, è tale solo da alcuni millenni: il processo di
desertificazione iniziò nel sesto millennio a.C. e si concluse attorno al 2 500 a.C.
E’ importante notare che le più antiche costruzioni in terra cruda ritrovate (Nubia, Iran, Yemen e
Afghanistan) risalgono proprio a questa epoca.
Ciò fa pensare che le prime costruzioni di terra in questa zona potrebbero essere anche molto più
antiche, poiché gli agenti atmosferici ne avrebbero comunque cancellato le tracce. Le prime
architetture in terra del medio oriente di cui rimangono testimonianze risalgono al terzo millennio
a.C., e sono caratterizzate da elementi quali archi, volte e cupole. Questi elementi risolvono per la
prima volta il problema della copertura mediante l’utilizzo esclusivo di terra cruda, eliminando la
necessità di servirsi di legname.

America: un cammino parallelo


Il continente americano è talmente esteso e vario da non permettere generalizzazioni. Ci limitiamo,
in questa sede, a individuare due differenti zone di influenza, che hanno agito in parallelo fino alla
colonizzazione Spagnola.
La prima è la zona di influenza Inca (tutta la parte Est del contintente). In questa area prevalsero le
costruzioni lapidee con copertura in terra-paglia o in lastre di pietra, a causa delle particolari
risorse geologiche: terra dalle qualità molto scarse e ottima pietra. Si può dunque parlare di area
geo-materiale lapidea.
La seconda è la zona di influenza Guaranì (entroterra, altipiano, foresta e costa Ovest). Qui si
trovano perlopiù capanne circolari in legno coperte con paglia o terra-paglia. Si parlerà dunque di
area geo-materiale lignea o specialistica, che prevede l’utilizzo di elementi leggeri tensoinflessi,
di stuoie e strutture elastiche.
Quanto detto riguarda la storia precedente alla colonizzazione Spagnola, che riguardò l’intero
continente. Con essa, invece, si passò all’utilizzo del rancho, una tecnica mista che prevede
l’impiego di telai lignei tamponati in adobe con coperture in terra-paglia (area geo-materiale
terrosa).

Estremo oriente: l’architettura e l’edilizia


Contrariamente a quanto si pensi, le costruzioni in terra cruda sono storicamente legate più alla
città che alla campagna. E’ solo con l’avvento della modernità, dalla rivoluzione industriale in
avanti, che le città hanno cancellato ogni traccia di edifici in terra, sostituendoli con strutture in
cemento armato. Nelle campagne esistevano le risorse per effettuare questo passaggio, e dunque lì
sono rimaste le più importanti testimonianze di edifici in terra.
Solo questo è il motivo per cui la terra è oggi legata all’idea di povertà e di campagna.
E’ in estremo oriente, in particolare sulle rive dell’Indo, che rimangono le tracce del profondo
carattere urbano degli edifici in terra. Qui si trovano i primi aggregati urbani in terra cruda della
zona, anche di notevole complessità, datati tra il 2 500 e il 1 500 a.C.
Qui si trovano case a corte, terrazzamenti con case a schiera, grandi edifici in linea, intere vie e
piazze in terra cruda.
In questa zona il linguaggio ligneo e quello murario convivono, e vengono utilizzati in maniera
decisamente consapevole. Le strutture portanti sono normalmente murature monolitiche, mentre le
tramezze sono costituite da telai lignei tamponati con terra, le coperture sono in legno o bambù con
manto in terra cotta, e i basamenti sono in pietra.

TIPOLOGIA: SINTESI SINCRONICA

Lettura tipologica delle tecniche costruttive in terra cruda


Le tecniche costruttive in terra cruda sono innumerevoli, e ciascuna di esse si declina in molti
modi diversi, a seconda della cultura locale, del tipo di terra, del grado di evoluzione e di tutte le
condizioni al contorno dettate dal contesto sociale e materiale.
In uno sforzo di sintesi, è tuttavia possibile identificare tre grandi categorie, alle quali si possono
ricondurre tutte le tecniche costruttive:

1) TORCHIS: appartengono a questa famiglia tutte le tecniche che prevedono l’impiego di


una struttura portante leggera (principalmente legno o bambù) tamponata da uno o più
strati di terra. La terra ha dunque funzione chiudente. Sono queste le tecniche più arcaiche,
quelle che trattano separatamente le due funzioni portante e chiudente.
2) PISE’: tale famiglia raccoglie tutte le tecniche monolitiche. Si tratta dunque di murature
portanti-chiudenti che, con o senza cassero, vengono gettate in opera. Il pisè vero e proprio
prevede l’uso del cassero, ma alcune varianti arcaiche (terra scavata, terra modellata) non
ne richiedono l’utilizzo.
3) ADOBE: questa ultima famiglia raggruppa tutte le tecniche a blocchi: blocchi compressi,
blocchi estrusi, blocchi stabilizzati, blocchi formati manualmente, e via dicendo. Si tratta
della famiglia di tecniche più evoluta, in quanto prevede una parziale prefabbricazione. E’
inoltre l’unico impiego della terra che consente la creazione di archi, volte e cupole. Queste
soluzioni sono la massima espressione dell’architettura di terra, perchè consentono di
utilizzare al meglio il materiale (ossia in compressione) anche nelle coperture. Con queste
tecniche si possono realizzare elementi portanti o non portanti, chiudenti o non chiudenti.

Questo esercizio di sintesi, consistente nell’individuare tre grandi “famiglie” di tecniche


costruttive, risulta di notevole importanza per leggere la cultura tecnologica di un determinato
contesto, e anche per capirne la storia e i possibili sviluppi. E’ infatti possibile gerarchizzare le
diverse varianti di ogni tecnica in base al diverso grado di maturità e di complessità, come nella
seguente tabella (tabella 1).

Tabella 1. Le diverse tecniche del costruire in terra

TECNICHE COSTRUTTIVE IN TERRA CRUDA: COMPLESSITÀ / MATURITÀ

arcaico maturo moderno


c
trasparente legni membrane, o
torchis
coloristico giustapposti torchis doppio m
p
l
terra impilata, superadobe, terra
pisè e
cob estrusa s
opaco
s
plastico i
adobe "formato"
adobe CEB, CSEB t
zolle di terra
à

maturità

Definizioni delle tecniche nominate in tabella:

- Legni giustapposti: torchis senza tamponamento in terra, o con tamponamento in foglie


e giunchi
- Membrane: stuoie di corteccia, fibre o bambù tamponate con impasto a base di terra
- Torchis doppio: due griglie di legni distanziate di 20-30 cm, come cassero a perdere per
una gettata di terra
- Terra impilata: stratificazione di corsi di fango alti 30-40 cm a formare murature
- Cob: stratificazione di fango e paglia macerata di corsi alti 50-60 cm
- Superadobe: “tubi” di tessuto flessibile riempiti di terra o sabbia e disposti in maniera
tale da formare archi, volte, false volte e false cupole
- Terra estrusa: terra molto argillosa estrusa con una particolare macchina, e posta in
opera ancora allo stato plastico, in elementi lunghi 50-100 cm
- Adobe “formato”: blocchi ottenuti senza cassero, formati a mano
- Zolle di terra: zolle di terreno superficiale ritagliate, sollevate e poste in opera.
- CEB: Compressed Earth Blocks, formati in una pressa manuale o in maniera industriale
- CSEB: Compressed Stabilized Earth Blocks, stabilizzati con basse percentuali di
cemento, calce o bitume

Il contesto socio-ambientale e la scelta della tecnica costruttiva


Esistono interessanti studi (Scudo, 1992; Paris, 2003; Cataldi, 1982) che dimostrano come la scelta
di una tecnica piuttosto che un’altra sia da ricercare tanto nelle risorse materiali (tipi di terra,
presenza di legno, di metalli e di pietra, piovosità) quanto nel contesto culturale (tecnologie
conosciute, costo della mano d’opera, grado di ricchezza, religione).
Questo argomento è marginale rispetto allo scopo della presente ricerca, risulta comunque utile
inquadrarne i tratti fondamentali per avere una visione d’insieme.
Bisogna infatti considerare non solo le conseguenze dell’impiego della terra, ma anche le sue
cause.
Nel rimandare ad altri studi più approfonditi citati in bibliografia, si ritiene dunque opportuno
fornire in forma di schema (tabella 2) una lettura essenziale di questi fenomeni.

Tabella 2. Relazioni tra il contesto socio-ambiantale e le tecniche costruttive

INTERFERENZE CULTURA - TECNICA COSTRUTTIVA

Torchis Pisè Adobe

qualità della terra terreno incoerente poca argilla con ghiaia terra molto argillosa

presenza vegetazione legno o bambù nulla paglia

attese di durata breve lunga medio/lunga

grado di cultura primitivo intermedio evoluto

sviluppo in verticale piano unico fino a dieci piani da uno a tre piani

popolo nomadi/neostanziali stanziali stanziali

temperatura clima temperato alta escursione termica alta escursione termica

piovosità bassa alta media

costo manodopera medio/alto medio basso

Si noti comunque che in diverse aree geografiche (ad esempio nello Yemen e in Marocco), non è
raro ritrovare la compresenza di più tecniche costruttive, soprattutto adobe e pisè, che addirittura
possono essere impiegate per produrre diversi elementi all’interno dello stesso edificio.
La tecnica costruttiva e gli esiti architettonici
Si vuole qui porre l’accento sulle conseguenze dell’utilizzo di ciascuna tecnica.
E’ infatti interessante notare come ogni metodo costruttivo (tecnica) porti con sé l’invito ad
utilizzare alcune forme caratteristiche derivanti dai principi della statica (morfologia).
Queste forme, a loro volta, portano all’impiego di diverse soluzioni tipologiche (elementi
architettonici).
Una prima scansione di quanto enunciato si trova nello schema sottostante (tabella 3), in cui si
riportano, senza nessuna pretesa di completezza, i principali nessi tra le tre categorie: tecnica,
morfologia ed elementi architettonici.

Tabella 3. Relazioni tra le tecniche costruttive, il loro impiego morfologico,


e la definizione di un “vocabolario” architettonico

INTERFERENZE TECNICA - MORFOL OGIA - ELEMENTI ARCHITETTONICI

categoria portante non portante

chiudente pisè, adobe torchis


TECNICA
non chiudente adobe torchis, adobe

chiudente scatola muraria tramezzature


MORFOLOGIA
non chiudente pilastri diaframmi, membrane
case in linea, schiere,volte,
chiudente schermi, cortili
ELEMENTI cupole
ARCHITETTONICI superfici ventilate,
non chiudente portici, altane, logge
strutture tese

IL SAPERE COSTRUTTIVO PER GLI EDIFICI IN TERRA

Al fine di fornire uno strumento di analisi più possibile adatto a questo studio, è utile definire due
categorie da utilizzare: opaco-plastico e trasparente-coloristico, già citate precedentemente
(tabella 1).
Nella seguente tabella (tabella 4) si fornisce una definizione più possibile esauriente di questi due
caratteri, tra loro contrapposti.
Si noti che la scansione è trasversale ai concetti di materiali, tecnologia e tipologia.
Per estensione, si potrebbe parlare di opaco-plastico e trasparente-coloristico anche in riferimento
alla morfologia degli edifici, ma ciò non è utile alla presente trattazione.
Tabella 4. Scansione tra linguaggio murario e linguaggio ligneo, qui denominati rispettivamente opaco-plastico e
trasparente-coloristico

SCANSIONE NELLE DUE AREE DELLE CATEGORIE MATERIALE - TECNOLOGIA - TIPOLOGIA

opaco - plastico trasparente - coloristico

materiali rigidi - plastici materiali elastici


m
a
t resistenza a compressione resistenza a flessione e trazione
e
r tendenza alla pesantezza tendenza alla leggerezza
i
a uso di tecniche miste, per esempio con
uso esclusivo di terra
l bambù
i
terra portante terra come tamponamento

t adobe, pisè torchis


e
c necessità di fondazioni fondazioni non strettamente necessarie
n
o
l
tendenza alla permanenza tendenza alla provvisorietà
o
g elementi giustapposti o sovrapposti elementi legati, cuciti o inchiodati
i
a arco trave
sistemi chiudenti non portanti e portanti
sistemi chiudenti portanti
t non chiudenti
i
p strutture parallele al fronte strutture in profondità
o
l campate piccole rispetto agli spessori campate grandi rispetto agli spessori
o
g prevalenza del pieno sul vuoto prevalenza del vuoto sul pieno
i
a
sistemi monodirezionali o bidirezionali sistemi monodirezionali o polari

Le “regole” del costruire in terra


Giunti a questo punto, è possibile iniziare a trarre qualche conclusione, sintetizzando quanto detto
e organizzando il discorso in forma di enunciati.
Divideremo le “regole” così ottenute in tre categorie: le regole universali, ossia quelle applicabili a
tutte le costruzioni in terra, le regole opaco-plastiche e quelle trasparente coloristiche, ossia quelle
valide solo per la categoria di appartenenza sopra definita.
- regole universali: 1 / 2
- regole opaco - plastiche: 3 / 10
- regole trasparente - coloristiche: 11 / 15

1) Assial-simmetria
I vincoli strutturali di cui sopra riguardano la questione della stabilità più che quella della
resistenza, dunque una grande attenzione deve essere posta nel progettare oggetti che equilibrino le
spinte orizzontali e siano in grado di ridistribuire gli sforzi provenienti da cedimenti differenziati,
sismi, e sollecitazioni di altra natura.
2) “Scarpe e cappello”
Si dice che gli edifici in terra cruda debbano avere “buone scarpe ed un largo cappello”, ossia
fondazioni molto curate e coperture piuttosto sporgenti. Questi accorgimenti proteggono la terra
dalla pioggia e dall’umidità di risalita, principali elementi che provocano il degrado. Entrano qui in
gioco elementi fortemente connotanti come porticati, colonnati o cantine.

3) Organicismo
La parola “organicismo” può essere intesa, in campo architettonico, in diverse maniere. Ci si
riferisce qui all’accezione tipologica (Cataldi, 1984), ossia il fatto che gli edifici in terra cruda, a
causa di precisi limiti strutturali, non sono in grado di coprire grandi luci, e dunque devono essere
concepiti come organizzazioni di cellule elementari piuttosto piccole disposte organicamente sul
territorio. Questo porta ad organizzare gli spazi in maniera articolata, piuttosto che in grandi
volumi.

4) Modularità
La modularità è una caratteristica imposta non soltanto dalle ragioni esposte al punto precedente,
ma anche da motivazioni tecnologico-costruttive, come l’utilizzo di casseri reimpiegabili, o la
ripetizione di una certa posa in opera di elementi costruttivi.

5) Alleggerimento verso l’alto


Esiste una norma compositiva per cui ogni edificio si deve alleggerire man mano che si alza. Nelle
case di terra ciò si realizza con uno zoccolo pieno di pietra seguito da uno o più piani in terra, con
bucature via via più ampie e fitte, e, in conclusione, una copertura lignea.

6) Spessori
Gli spessori delle murature in terra cruda sono normalmente molto significativi, a causa della
bassa resistenza del materiale. Un elemento di particolare interesse è rappresentato dalla
rastremazione dei muri verso l’alto.

7) Piccole bucature
Ciò che sovente accompagna la rastremazione delle pareti è l’allargamento delle bucature dal
basso verso l’alto. Esse comunque rimangono di dimensioni ridotte, per non indebolire troppo la
muratura.

8) “Giustificazione” delle bucature


Tutte le bucature sono generalmente “giustificate”, tecnologicamente ma anche compositivamente,
da cornici, architravi, timpani ed archi di scarico. Gli edifici sprovvisti di coloritura esterna spesso
hanno una cornice bianca attorno alle finestre, che in realtà rappresenta il “prolungamento”
dell’intonaco interno, che fornisce superficie continua all’infisso, risvolta in facciata e lì si
interrompe.

9) Archi e volte
La terra sopporta solo sforzi di compressione, mentre si comporta molto male quando è sottoposta
a flessione o addirittura a trazione. Di qui la frequenza con la quale vengono utilizzate strutture ad
arco e a volta, in grado di far lavorare il materiale al meglio.

10) Posizionamento dei vuoti


Data la scarsa resistenza della terra in confronto ad altri materiali da costruzione, è necessario
prendere qualche precauzione contro eventuali fenomeni di cedimento. Une delle regole più
importanti, in proposito, sta nel tenere lontane le bucature e gli altri elementi di debolezza (come le
nicchie, gli scassi per gli impianti e simili) dagli angoli, che dovranno sempre essere rinforzati.

11) Resistenza per forma


Nelle costruzioni di tipo trasparente-coloristico più significative, si ritrova frequentemente il
concetto della resistenza per forma. Essa si ha quando la geometria degli elementi rappresenta un
sistema chiuso, in grado di sopportare i carichi in maniera ottimale.
Per esempio nei tukul, le tipiche capanne africane, i legni o le canne palustri sono piegate come in
un cesto: la prima orditura è radiale, mentre la seconda è a cerchi concentrici. In questo modo il
legno lavora nel miglior modo possibile, ossia a flessione.

12) Incompatibilità
Il torchis, unica tecnica trasparente-coloristica in terra cruda, difficilmente si presta ad ibridazioni
con le altre tecniche. Mentre il pisè e l’adobe spesso convivono anche all’interno dello stesso
edificio, il torchis rappresenta un mondo a sé.

13) Copertura leggera


Le strutture leggere richiedono una copertura leggera, quindi perlopiù lignea. Nel già citato caso
dei tukul, sono le stesse murature che, curvandosi e rastremandosi, vanno a formare la copertura,
protetta poi da uno strato di paglia. In altri casi si trovano capriate o orditure semplici di travi in
legno o in bambù.

14) Unico piano


Le strutture trasparente-coloristiche sono per lo più ad un solo piano, a terra (capanna) o rialzato
(palafitta). Talvolta l’altezza del piano permette l’inserimento di un ammezzato, o perlomeno di un
ripiano orizzontale atto alla conservazione dei cibi.

15) Mutuo contrasto delle spinte orizzontali


Le murature pesanti sono in grado di sopportare spinte orizzontali anche di notevole entità, come
quelle provenienti da archi, volte e cupole. Il loro funzionamento non si basa necessariamente sul
mutuo contrasto di forze, perchè grandi masse murarie sono in grado di verticalizzare le forze e
portare le risultanti a terra. Fanno parte di questa cultura muraria elementi quali i contrafforti, gli
zoccoli, i muri a scarpa, o le guglie. Nelle strutture leggere, trasparente coloristiche, invece, ogni
forza non verticale deve essere bilanciata da una uguale e contraria, derivante dalla trazione, dalla
flessione o, più raramente, dalla compressione di appositi elementi architettonici. Fanno parte di
questa modalità operativa sistemi come i tiranti, le croci di Sant’Andrea, i cavalletti, o le strutture a
mensola.

Le coperture spingenti in adobe


Dall’analisi effettuata (tabella 1) si deduce che il più alto grado di complessità delle tecniche
mature è rappresentato dai blocchi adobe. L’espressione più completa di questa tecnica consiste
nelle coperture spingenti, poiché esse risolvono il problema per eccellenza dell’architettura, ossia
la copertura, facendo lavorare la terra nella maniera ottimale, ossia in compressione semplice.
Le coperture spingenti in adobe, che dunque rappresentano il momento più alto della costruzione
in terra, possono essere di due tipi: volte e cupole.
Questi sue sistemi strutturali rispondono a una reale esigenza, soprattutto nelle zone aride o semi-
aride: provvedere al riparo senza l’utilizzo di legno. E’ per questo motivo che le volte e le cupole
hanno avuto nella storia una così grande fortuna, in particolare nelle loro varianti autoportanti.
Si definisce autoportante una tecnologia che si mantiene stabile in ogni fase della costruzione,
senza bisogno di centine o strutture di sostegno provvisorie. Il concetto che sta alla base di queste
tecnologie è l’impiego dei blocchi secondo giaciture inclinate, mai perfettamente verticali, che
siano in grado di contrastare la gravità in parte grazie a questa inclinazione, ed in parte grazie
all’attrito e alla coesione della malta.
Da queste considerazioni nasce l’attività qui presentata del Lab.MAC (Laboratorio di Meccanica
Applicata alle Costruzioni) dell’Università degli Studi di Genova. Si è deciso di riprodurre due di
queste tecnologie: la volta nubiana e la cupola ogivale.

Sperimentazione: la volta Nubiana


La volta nubiana è una tecnica costruttiva di cui si conservano testimonianze risalenti a 4000 anni
fa, in Nubia (basso Egitto). Si tratta di una volta dalla sezione a catenaria a corsi inclinati: ogni
“arco” si appoggia semplicemente sul precedente, mentre i primi ad essere costruiti si appoggiano
ad un muro verticale. Questo sistema permetteva di coprire luci di notevole ampiezza senza
l’impiego di centine lignee. E’ già chiaramente presente, a livello intuitivo, il concetto di curva
delle pressioni principali, svelato dalla sezione a forma di catenaria.

Figura 2. Fasi di assemblaggio della volta nubiana: i primi corsi inclinati non sono completi, solo dopo un certo
numero di corsi si chiude la sezione a catenaria.
Sperimentazione: la cupola ogivale
Pare che la geometria semisferica delle prime cupole in terra fosse garantita non da una centina ma
da una semplice corda, che veniva fissata ad un’estremità a terra, nel centro della semisfera, e
dall’altra estremità veniva legata intorno al polso dell’operaio, il quale poteva così posizionare il
mattone esattamente nel punto giusto. I problemi incominciavano quando la cupola iniziava a
chiudersi, sopra ai 50° sull’orizzontale, quando i blocchi tendevano a scorrere verso il centro. Ogni
anello entrava in spinta, assestandosi di diversi millimetri, ma avvicinandosi agli ultimi corsi,
quando i mattoni erano quasi verticali, il problema dello scorrimento diventava gravoso.
Così nacquero le cupole ogivali, che garantivano una minore inclinazione rispetto all’asse
verticale, e rendevano molto più agevole la costruzione.
Questa tecnica è stata oggi perfezionata dall’Architetto Fabrizio Caròla, il quale ha messo a punto
uno speciale strumento, chiamato compasso, che semplifica la costruzione delle cupole ogivali,
fornendo all’operaio la posizione e la giacitura di ogni singolo blocco.
Le cupole sono comunque quasi sempre lasciate aperte in chiave, per favorire l’effetto camino e
per illuminare l’ambiente.

Figura 3. Fasi di assemblaggio della cupola ogivale: grazie al particolare compasso utilizzato, il diametro massimo
della cupola è sollevato da terra, e la sezione è cuspidata.
Sperimentazione: le ricette della terra
Il problema principale delle costruzioni in terra è costituito dall’acqua, sotto forma di pioggia e di
umidità di risalita. Oltre all’attenzione verso la forma degli edifici, è opportuno che anche la terra
sia trattata in maniera tale da non sciogliersi sotto l’acqua. Questo problema è stato risolto
mediante la cottura dei mattoni solo in epoche relativamente recenti, e solo in determinate aree
geografiche.
Spesso si è ricorsi alla cosiddetta stabilizzazione del materiale, attraverso l’apporto di diverse
sostanze: il bitume e la pece fungono da fluidificante nelle terre poco argillose, e già nell’antico
Egitto furono utilizzati; la paglia assorbe l’umidità e conferisce resistenza a trazione; la calce e il
cemento formano uno scheletro di legami chimici non solubile in acqua; le fibre vegetali e animali
imbrigliano la terra e la trattengono dal dilavamento; il letame e la terra di termitaio apportano
colloidi idrofobi.
L’elenco sarebbe piuttosto lungo, dal grasso di maiale ai peli di cavallo, dal sangue di bue alle
scaglie di sapone. Basti solo riflettere sul fatto che solo negli ultimi decenni si è compreso il
funzionamento fisico-chimico di soluzioni che vengono utilizzate da millenni.

Figura 4. La prova del blu di metilene misura la reattività della terra, mentre la prova di imbibizione ne determina la
resistenza all’immersione in acqua. E’ così possibile verificare l’efficacia delle diverse stabilizzazioni della terra.
CONCLUSIONI

“L’arte del costruire tra Conoscenza e Scienza”


Sotto questo titolo, Salvatore di Pasquale raccoglie una lunga e meditata serie di considerazioni sul
complesso rapporto tra arte e scienza del costruire (Di Pasquale, 2003).
La constatazione più sorprendente dell’autore è l’intuizione di complessi concetti meccanici e
strutturali da parte di chi ancora non possedeva la scienza del costruire, cioè degli antichi
capomastri.
Essi erano in grado di edificare costruzioni di notevole complessità avvalendosi della cosiddetta
conoscenza senza fondamenti, ossia senza basi matematiche e scientifiche, solo su considerazioni
empiriche.
Questo concetto si può facilmente ritrovare anche nelle antiche costruzioni in terra cruda.
Volte di grandissime dimensioni seguono fedelmente la curva delle pressioni principali (linea
catenaria), in modo tale da sfruttare la terra al meglio, ossia in compressione semplice.
Murature continue vengono svuotate laddove gli sforzi sono minori e rinforzate in corrispondenza
delle isostatiche di massima.
Elementi architettonici quali timpani, archi di scarico, lesene o cornici mettono in evidenza gli
schemi statici della struttura.
Tra struttura e architettura esiste un dialogo continuo e un’infinita serie di rimandi.

Figura 5. La linea catenaria, ottenuta con una catena soggetta solo a peso proprio, e la volta nubiana. La simmetria tra
le due geometrie corrisponde alla simmetria degli sforzi: nella catena vi è solo trazione, nella volta solo compressione.
La storia e la contemporaneità
E’ piuttosto importante dare una definizione chiara di due concetti contrapposti, che chiameremo
progresso e sviluppo. Ciò risulta di particolare interesse tanto per studiare nuovi interventi quanto
per interpretare criticamente lo sviluppo storico del costruire in terra.
In estrema sintesi, potremmo dire che il progresso è un’addizione, mentre lo sviluppo è una
moltiplicazione: il progresso, dunque, consiste nell’aggiunta di nuove tecnologie, nuovi materiali,
nuovi orizzonti culturali; lo sviluppo è invece il rafforzamento e l’ottimizzazione di ciò che già
c’è.
Il passaggio da cultura Guaranì a cultura Ispanica in America, ad esempio, è stato un elemento di
progresso. Il lento evolversi da terra impilata a pisè in area africana, invece, è identificabile come
sviluppo di una tecnica. Riportando quanto detto all’attualità, si presenta l’esempio di Fabrizio
Caròla, architetto che punta sul concetto di sviluppo nelle sue architetture africane: l’impiego di
materiali locali, tecniche già conosciute e l’ottimizzazione energetica ed economica sono elementi
caratteristici di sviluppo (Caròla, 2002). Si può, in linea generale, considerare “sviluppo” tutto ciò
che segue una linea evolutiva definita (tabella 1).

Figura 6. Un intervento di Fabrizio Caròla in Mali. Le tecnologie appropriate, i materiali locali e la concezione di
sostenibilità sono elementi di vero sviluppo.
La triangolazione tecnologia - tipologia - morfologia
Si è già parlato delle relazioni che intercorrono tra tecnologia, tipologia e morfologia. Da quanto
sopraesposto si deduce che l’ordine di queste tre categorie non è arbitrario, poiché la morfologia è
il risultato dell’assetto tipologico, che ha sua volta è fortemente influenzato dall’apparato
tecnologico e strutturale.
Si tratta dunque di un rapporto gerarchizzato, dal momento che le linee di influenza sono
principalmente monodirezionali. E’ però importante comprendere che il rapporto è effettualizzato
in senso inverso: l’uomo ha la necessità di un riparo, dunque di uno spazio con una sua
morfologia. Per ottenerlo, deve spingersi a ragionamenti sulla tipologia di cui vuole disporre, e
quindi pensare alla tecnologia necessaria per ottenerla.
La gerarchia tra le tre categorie è dunque un ordine logico, non di importanza.

Considerazioni conclusive
La ricerca qui presentata costituisce un primo approccio tipologico mirato esclusivamente al
costruire in terra cruda.
Essa si inserisce in quel filone di ricerca che fa capo a Saverio Muratori (Muratori, 1967),
passando per Giancarlo Cataldi (Cataldi, 1984) e per Paolo Maretto (Maretto, 1993).
Nello stesso tempo, si vuole qui proporre una nuova strada che metta in relazione la tipologia con
gli aspetti strettamente tecnologici e meccanici, per poter meglio comprendere le reali cause che
portano all’impiego di alcuni tipi ricorrenti.
Sono stati volutamente omesse tutte le considerazioni riguardanti lo studio delle civiltà e del
territorio, sia per limitare il campo di studio, sia perchè si ritiene che questi elementi siano
trasversali agli argomenti qui affrontati.
I possibili sviluppi di questa ricerca sono di due tipi: da una parte l’applicazione di questi schemi
di lettura alla storia dell’architettura, e dall’altra l’impiego di questi strumenti per la progettazione,
soprattutto in paesi in via di sviluppo.
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