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IDENTITÀ PRECARIE E PRATICHE FUNERARIE CREATIVE NELLA SARDEGNA DI ETÀ ROMANA:


STUDIO POSTCOLONIALE DELLA CULTURA MATERIALE COME CONTINUUM SEMIOTICO

Premessa
La formazione di identità stabili e distinte tra loro ha caratterizzato l’ultimo trentennio di studi
archeologici sulle relazioni tra Roma e le sue province, alternativamente inquadrate o in un
paradigma di acculturazione, la Romanizzazione, o in una fiera resistenza delle province a questo
processo. L’ultimo decennio di studi post-coloniali ha prodotto modelli di interpretazione alternativi
come l’ibridizzazione, la creolizzazione e l’entanglement, che attribuiscono a colonizzatori e
colonizzati un contributo attivo alla formazione della nuova cultura. Eppure, l’uso di tali modelli
suscita problematiche forse maggiori di quelle che intende risolvere: su tutte, la premessa che a
prendere parte al processo di interazione siano solo due entità, da cui segue che ciò che è ibrido
necessita del riconoscimento del suo contrario: la purezza. Si tratta di problematiche che
scaturiscono dall’attribuzione di valori fissi alla cultura materiale, che ha come risultato la
costruzione di un Mediterraneo di età Romana fondato su numerosi dualismi. La soluzione va
ricercata, tra le altre possibili, in uno studio sistematico dei contesti archeologici che riconosca ed
esalti la natura mutevole, relazionale, topografica e semiotica della cultura materiale. In questa
prospettiva, l’archeologia funeraria può rivestire una posizione di enorme rilievo, dovuta da una
parte all’uniformità’ del suo oggetto di studio, la morte, che inevitabilmente unisce tutte le culture, e
dall’altra all’estrema diversità con cui realtà locali articolano il loro rapporto con tale destino
universale.
Questo contributo propone una riflessione sulle pratiche funerarie registrate nella provincia Romana
della Sardegna. Se analizzate attraverso uno studio micro e macro-stratigrafico dei resti
archeologici, queste contribuiscono a produrre una nuova conoscenza delle costruzioni identitarie di
un gruppo sociale, facendone emergere le complessità e instabilità che generano, a loro volta, la
necessità per tale gruppo di ricorrere a soluzioni creative o tradizionali al fine di rinegoziare i propri
limiti identitari. Mi riferirò qui all’atteggiamento che le popolazioni di Masullas tennero verso le
sepolture antiche della necropoli di Mitza Salida.
Il sito1, situato nella parte centro occidentale della Sardegna, a pochi km ad est della SS 131, che
ricalca la via romana a Karalibus Turrem, fu utilizzato tra il I e il V secolo D.C. Questo accoglie
esclusivamente inumati, contenuti all’interno di 54 tombe a fossa rettangolare, quasi tutte
monosome, tutte dotate di corredo costituito da monete, ceramica comune, ceramiche di diffusione
pan-mediterranea, come le vernici nere e la sigillata italica. Il defunto è trattato in maniera uniforme
nella larga maggioranza delle tombe. Supino, con gambe distese, braccia lungo i fianchi o sul
bacino, e testa poggiata su un supporto di materiale deperibile o pietra. L’analisi dei materiali – per
la maggior parte brocche, coppe, pentole e piatti – offre anch’essa un quadro abbastanza omogeneo.
La presenza massiccia, tra materiali di possibile produzione locale, di ceramiche imitanti le fattezze
di classi generalmente associate a Roma o alle aree circostanti, quali la sigillata italica, è spesso
stata usata come segno di una spontanea Romanizzazione della popolazione locale, tendente
all’adozione di materiali associati alla cultura Romana, e alla loro cospicua imitazione, onde
sopperire al costo eccessivo delle importazioni.
Tuttavia, la distribuzione dei materiali all’interno di ogni sepoltura, e la loro relazione con il corpo
del defunto sono state scarsamente oggetto d’analisi, e ancor meno lo è stata la presenza e la

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Scavato dalla Soprintendenza Archeologica di Cagliari e Oristano nel 1994 e 1997 sotto la direzione della dott.ssa
Donatella Mureddu, che mi ha garantito pieno accesso alla documentazione di scavo.

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posizione, in alcune tombe, di ossa umane in relazione all’inumato principale. Gli esempi di
manipolazione di sepolture antiche sono stati qui raggruppati in due tipi. Il primo, ricorrente dal II
al IV secolo è identificabile con il fenomeno di reduction, teorizzato da Henry Duday come la
sistemazione ordinata a un lato della tomba riutilizzata per un nuovo individuo di ossa pertinenti a
una sepoltura precedente.
Il secondo, registrato in tre tombe di fine IV e V secolo, consiste nell’utilizzo, all’interno di una
nuova deposizione, di ossa specifiche – crani – appartenenti a un inumato diverso dal principale.
Nella tomba 9bis il defunto, supino, orientato con la testa a SE, tiene un bicchiere vitreo tra le mani
portate al petto. Ai suoi piedi è deposto un cranio in posizione verticale, privo di mandibola, rivolto
a NO. Simile il caso della tomba 43B, contemporanea alla precedente. Nella sepoltura più antica tre
crani erano allineati sul corpo dell’inumato principale, supino. Uno di essi, posizionato sul bacino,
preservava la mandibola, indicazione che era stato asportato dal corpo di un individuo morto di
recente, in cui non vi era stato ancora il tempo sufficiente – dai sei mesi a un anno - per provocare il
decadimento del legamento mandibolare. Gli altri due crani, posizionati sul ginocchio e ai piedi,
non preservavano la mandibola, e sono per questa ragione da ritenersi provenienti da sepolture più
antiche – almeno di un anno – rispetto al primo. La chiave di lettura di queste sepolture, ben lontane
da rappresentare casi di riduzione, va ricercata nelle restanti tombe della necropoli. Il risultato è di
grande rilevanza: in almeno quattro tombe databili dal I al III secolo il cranio è assente, causa
asportazione avvenuta almeno un anno dopo la sepoltura, vista la presenza della mandibola ancora
in situ in certi casi e l’ottimo stato di conservazione del resto dello scheletro, in connessione
anatomica.
L’assenza di crani all’interno di sepolture più antiche, l’uso di crani come parte del corredo tombale
e il contatto diretto di questi con il corpo dei defunti, forniscono un concatenamento di segni
fondamentale per la ricostruzione di una pratica funeraria sorta a Masullas nel tardo IV secolo,
indicazione che le esigenze dei gruppi umani che utilizzavano la necropoli erano mutate rispetto al
passato, e che il rituale perpetrato attraverso quattro secoli di pratiche funerarie non era più
funzionale al loro scopo.
Di fatto, dai primi quattro secoli di storia del sito si evince una forte coesione identitaria trasmessa
attraverso l’esecuzione di pratiche funerarie analoghe tra loro, comprendenti il lavaggio e la
deposizione del cadavere, la condivisione di bevande e cibo tra i membri delle comunità presenti al
funerale, la deposizione nella tomba dei materiali utilizzati in relazione a parti precise del corpo, a
esprimere l’appartenenza del defunto a tale comunità, infine la copertura della tomba stessa. Queste
pratiche restituiscono una serie di sepolture estremamente simili l’una all’altra, armonicamente
unite da una ideologia identitaria accettata e perpetrata dai membri della/e comunità di Masullas.
Negli ultimi decenni del IV e nel V secolo invece, una insoddisfazione e una tensione identitarie
sembrano muovere i partecipanti ai funerali dei defunti della tomba 9bis e 43B. La partecipazione
dei vivi non sembra essere più sufficiente affinché la comunità di Masullas si riconosca in se’
stessa, nei suoi membri, e nelle attività che coinvolgono il compianto. Il coinvolgimento degli
antenati sembra invece determinante a tal fine. E non basta la certezza della loro invisibile presenza
all’interno delle tombe della necropoli. La loro presenza è invece richiesta in maniera tangibile,
concreta, tattile. Delle tombe specifiche, aventi due o tre secoli di età, vengono scelte, riaperte, i
crani rimossi con rispetto e cura estrema, tale da non disturbare il resto delle ossa, e inseriti nelle
nuove sepolture a contatto col defunto. Le antiche sepolture, fonte del rimedio a quella instabilità
identitaria che ha colto la comunità vengono allora richiuse rispettosamente, senza nessuno
sconvolgimento ulteriore, ogni elemento del corredo al suo posto, e ogni osso in connessione
anatomica. La soluzione temporanea alla tensione identitaria è, in quel periodo specifico, ricercata
nel passato, un passato dal quale si cerca di ridurre la distanza presente tramite un concatenamento

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fisico ad esso. Tale passato è profondamente radicato nel sito, nel territorio di Masullas e nella
fisicità di chi lo ha utilizzato in precedenza, nettamente al di là di macro-categorie etniche che
raramente rendono giustizia alla problematica negoziazione dell’identità sociale umana.

MAURO PUDDU
University of Cambridge
mp676@cam.ac.uk

BIBLIOGRAFIA

DUDAY, CIPRIANI, PEARCE 2009: H. DUDAY, A.M. CIPRIANI, J. PEARCE, The archaeology of the dead: lectures in
archaeothanatology. Oxbow Books.
STOCKHAMMER 2103: P. W. STOCKHAMMER, “From hybridity to entanglement, from essentialism to practice”, in W.P.
VAN PELT (Ed.) Archaeology and Cultural Mixture. ARC. 11-28.

ABSTRACT
Binary identities normally characterize the archaeological account for the colonial encounter between Roman Empire
and its provinces. Funerary archaeology can be determinant to overcome this duality if remains areanalyzed in the
details as signs of possible actions, in order to reconstruct the practices involving the material culture and the body of
the deceased and to see them in motion. This contribution, focused on a necropolis of central Sardinia, Masullas, offers
some insights concerning the manipulation of certain parts of the bodies from ancient burials and their introduction in
new ones as a way to bridge a certain community’s world to the past and solve, even if temporarily, dissatisfactions
with precarious identities.

KEY-WORDS
Roman period Sardinia, dead, body manipulation, identity, duality, complexity, funerary practice.

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