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L u c a G u i d o , Romania vs Barbaria. Aspekte der Romanisierung Sardiniens (Be-


richte aus der Geschichtswissenschaft), Aachen, Shaker, 2006, IV + 422 p.

Res novissima ex argomento vetustissimo. Con la nota formula galileiana pos-


siamo accogliere questo nuovo contributo allo schiarimento d’uno dei temi più
complessi e controversi della Romania minor: la romanizzazione della Sardegna.
Com’è ben noto ai Romanisti, il maestro della Linguistica sarda, Max Leopold
Wagner, aveva già scritto le idee essenziali sulla presenza dei Romani e sulla
latinizzazione dell’Isola in uno scritto fondamentale del 1928, La stratificazione
del lessico sardo, uscito sulla rivista Revue de Linguistique romane (n∞ 4, anche
come fascicolo autonomo per i tipi dell’editore Champion di Parigi). In esso,
Wagner, con molta sicurezza supportata dai dati geolinguistici, offriva la sintesi

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più lucida che tuttora possediamo sul processo diacronico relativo alla romaniz-
zazione (p. 8 del fascicolo):
«Ora, è un fatto non trascurabile che la forma latina più antica, quella con A
(scil. di IANUA), si mantiene ancora nelle regioni più arcaiche dell’isola, da cui
poi s’irradiò in tutta la zona settentrionale, se non è antica anche in questa parte,
ciò che non si può né provare né escludere. Ma quello che importa è che si
conserva nel cuore della Sardegna, mentre il Campidano, dai più antichi monu-
menti in qua, ha la forma con E (scil. IENUA). Questo vuol dire che due diversi
strati cronologici del latino sopravvivono in Sardegna, o in altri termini, che
vocaboli e fenomeni latini di forma diversa sono penetrati nell’isola durante i
dieci secoli circa della dominazione romana. Lo strato più recente si osserva
nella parte meridionale, che ebbe il contatto diretto più lungo e più intenso
con Roma, come sede della florida capitale e come parte economicamente più
importante, essendo stata la pianura campidanese uno dei granai di Roma. Le
regioni montagnose dell’interno non furono poi intaccate da questo strato se-
riore. E in questo fatto dobbiamo vedere la prima causa Ð non l’unica Ð della
differenziazione tra i dialetti del Centro e del Nord (logudorese) da una parte, e
quelli del Sud (campidanese) dall’altra».
Ai tempi di Wagner, ancora fino agli anni Sessanta, il progresso di discipline
contigue alla linguistica, segnatamente l’archeologia e l’epigrafia, aveva quasi
esaurito la sua potenzialità più significativa, dando alla comunità scientifica in-
ternazionale un resoconto unanime, di prevalenza assoluta di presenza romana
sulle coste, di mancanza di cospicue testimonianze latine nel centro montano.
La dicotomia stabilita unanimemente da Wagner e dai consuntivi archeologici
ed epigrafici sembrava resistere a tentativi ermeneutici alternativi, e portava
ineluttabilmente a presupporre una contrapposizione, storica, antropologica, lin-
guistica, fra Romania e Barbaria, largamente sostenuta dai non pochi resoconti
annalistici d’età repubblicana e imperiale. Alla Romania costiera o periferica
spettava l’onore di rappresentare per Roma il fondo inesauribile di grano e di
metalli preziosi, alla Barbaria l’onere di richiamare spedizioni continue di truppe
per domare sollevamenti e azioni vandaliche. E quest’opposizione sarebbe du-
rata per secoli.
Restavano, tuttavia, diversi grandi enigmi da risolvere. In primo luogo, i dia-
letti centrali del sardo, ossia quelli che in base alla teoria suaccennata dovreb-
bero aver mantenuto più elementi indigeni e meno elementi latini, ci restitui-
scono una larga messe di pretti arcaismi, alcuni dei quali di altissima rappresen-
tatività nel seno della Romania. Due consuntivi recenti, del Romanista di Bonn
Heinz Jürgen Wolf (La romanisation de la Sardaigne, in: Annick Englebert et
al. (edd.), Actes du XXIIe Congrès International de Linguistique et de Philologie
Romanes. Bruxelles, 23Ð29 juillet 1998, vol. 2, Tübingen, Niemeyer, 2000, 473Ð
480), e di chi sottoscrive questa recensione (Latino e romanizzazione. Quadro
d’insieme, in: Eduardo Blasco Ferrer, Linguistica sarda. Storia, Metodi, Pro-
blemi, Cagliari, Condaghes, 2003, 117Ð166), sussumono i dati più distintivi della
latinità centrale del sardo:

Ð congiuntivo imperfetto CANTAREM anziché piuccheperfetto CANTAVISSEM;


Ð assenza di palatalizzazione (CENTUM > [kéntu]);
Ð assenza di apocope in FACE, DUCE;

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Ð lessico arcaico: ELEX, RIGOR, SUS e una decina d’altri lessemi e varianti morfo-
logiche.

Alcuni dei dati qui riuniti parlano a favore di una latinità risalente ai tempi di
Plauto e Terenzio, e in ogni caso il mantenimento di più forme sembra non
essere attestato dopo l’età di Varrone. Tutto lascia quindi pensare che il centro
montano sia stato romanizzato in un periodo molto precoce, fra il II a.C. e il I
d.C., quando a sud e nella periferia dell’Isola subentrano le innovazioni che cono-
scono l’italiano e altre lingue neolatine.
In secondo luogo, i dati toponomastici relativi alle aree più interne, inizial-
mente recensiti da studiosi sardi (Giandomenico Serra, Massimo Pittau e Giulio
Paulis), più recentemente analizzati su un piano strutturale da Heinz Jürgen Wolf
nel resoconto più dettagliato che possediamo (Toponomastica barbaricina. I
nomi di luogo dei comuni di Fonni, Gagoi, Lodine, Mamoiada, Oliena, Ollolai,
Olzai, Orgòsolo, Ovodda, Nuoro, Insula, 1998), non lasciano adito a dubbi: i
microtoponimi (Flurnamen) relativi alle zone montane dove si conservano i
dialetti più arcaici restituiscono una facies del tutto estranea al latino o all’indeu-
ropeo, ed esibiscono in modo compatto una densità altissima, senza confronti
possibili con altre aree dell’impero romano.
L’aporia qui sintetizzata («latino più arcaico nelle aree meno romanizzate»)
ha rappresentato per decenni, e rappresenta tuttora, una crux desperationis dei
filologi romanzi. Ora il lavoro interdisciplinare di Luca Guido, in verità la sua
Doktorarbeit all’Università di Düsseldorf, riprende lo spinoso problema da più
prospettive, passando in rassegna diversi settori della ricerca più recente, e sot-
toponendo alcune interpretazioni tradizionali a nuove letture.
In primo luogo, l’Autore esamina i reperti letterari ed epigrafici. Egli fa giusta-
mente presente il fatto che, da una parte, la letteratura privilegia senz’altro la
ricchezza delle aree costiere e delle pianure di grano campidanesi, ma che non
mancano isolate testimonianze di personaggi dell’interno e di informazioni su
congrue transazioni avvenute oltre il limes della Romania; dall’altra, il ricerca-
tore sassarese rammenta che l’epigrafia non è esente da lacune o da dati ancipiti,
e che la maggior densità epigrafica sulle coste può in questo senso essere giusti-
ficata sic et simpliciter dalla maggior densità abitativa, e conseguentemente
anche dal più limitato lavoro di scavo operato nei centri montani a bassissima
quota demografica ancora ai nostri giorni. Sempre in questo contesto il neodot-
tore Guido propone una nuova lettura della nota epigrafe di Praeneste del tempo
di Tiberio, in cui viene ricordato un tale Sextus Iulius Rufus evocatus divi Augu-
sti praefectus I cohortis Corsorum et civitatum Barbarie in Sardinia, che se-
condo l’Autore sarebbe stato prefetto d’una coorte di Corsi e di Barbari(cini)
dell’interno dell’Isola, adducendo quale motivazione a sostegno dell’ipotesi il
fatto che non mancherebbero altrove (e persino in Sardegna) riferimenti a mer-
cenari e ausiliari arruolati nelle legioni romane durante le conquiste repubbli-
cane e imperiali. Questa lettura servirebbe poi da supporto per la considerazione
che le popolazioni delle montagne della Barbagia (< Barbaria) fossero già piena-
mente sotto il controllo di Roma. L’aggiunta di una rassegna critica dei reperti
numismatici, con non pochi ritrovamenti recenti in aree centrali e montagnose
della Barbagia e dell’Ogliastra (riassunti nell’opera più recente dell’archeologo
americano Robert J. Rowland, The periphery in the center. Sardinia in the

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ancient and medieval worlds, Oxford, Archaeopress, 2001), milita a favore della
tesi dello studioso sardo.
In secondo luogo, Guido presenta alla comunità scientifica internazionale un
vaglio più affinato della toponomastica latina e della sua diffusione durante i
secoli di dominazione romana sull’Isola. Con una cartografia molto originale,
che scannerizza peraltro esatte coordinate satellitari dei luoghi esaminati, l’Au-
tore re-interpreta nomi di persona e di luogo, offrendo in più circostanze origi-
nali letture (ad es. Tetti < Tettius; Sisinni < Sisinnius, Ulpia < Ulpius), e
rinviando giustamente alle stazioni termali che spessissimo corredavano i pagi,
e che vengono menzionate mediante l’indicazione Banzu/Bangiu, anche al plu-
rale (la derivazione proposta da lat. *BAGNUS non convince, le forme derivano Ð
come si può leggere con copia di esempi nel LEI s. v. Ð da BALNEUS, tardo BA-
NEUS, -UM; da cassare dalle tabelle di [309ss.] le indicazioni del tipo anzone/
angioni, che derivano da AGNUS, una possibile svista etimologica e interpretativa
di materiale sardo).
Il libro contiene anche un consuntivo dei luoghi di culto menzionati nella
letteratura classica e della reale diffusione degli etnici del tipo Barbaricini, che
al tempo di Procopio e dell’evangelizzazione dell’interno non potevano certa-
mente rappresentare i Barbari del primo periodo di colonizzazione.
I risultati della disamina di Luca Guido sono riassunti in modo chiaro dall’Au-
tore: la dicotomia Romania-Barbaria, semmai esistita realmente, ha un senso
per il primissimo periodo di colonizzazione romana, e non spiega comunque le
tracce di latinità (linguistiche, archeologiche, numismatiche, toponomastiche)
riscontrate nel centro montano. Di sicuro, però, tale binomio è insostenibile per i
secoli tardoimperiali e di dominazione bizantina, allorché più indizi concomitanti
lasciano bene intuire che il sottopopolamento endemico avrebbe costituito da
quel momento in poi la vera caratteristica della Barbagia.
Un libro interessante, che si vale di un metodo interdisciplinare di lettura di
dati traditi a volte acriticamente. Non tutto ciò che viene offerto è incontroverti-
bile e ineccepibile, ma sicuramente le interpretazioni forti dell’Autore hanno un
fondamento solido, con cospicui riscontri in varie discipline. Siamo sicuri che
si tratta di un contributo da tener presente nell’annosa questione relativa alla
romanizzazione della Sardegna.
Cagliari EDUARDO BLASCO FERRER

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