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ORDINE DEGLI PSICOLOGI DEL LAZIO

LEGITTIMARE UN ABUSO?
Il progetto UNI di normazione
del "counselor": osservazione critiche

FEDERICO CONTE PIETRO STAMPA

Presidente Vice Presidente


Ordine degli Psicologi del Lazio Ordine degli Psicologi del Lazio
Legittimare un abuso?
Il progetto UNI di normazione del "counselor": osservazione critiche
Federico Conte- Presidente dell'Ordine degli Psicologi del Lazio
Pietro Stampa - Vice Presidente dell'Ordine degli Psicologi del Lazio
Ordine degli Psicologi del Lazio
www.ordinepsicologilazio.it

Febbraio 2021
ORDINE DEGLI PSICOLOGI DEL LAZIO

Indice

1. La figura del counselor 04


1.1 Premessa

1.2 La definizione di counselor

1.3 Le Associazioni di counselor che condividono la definizione

2. Dimostrazione che l'attività del counselor si sovrappone a 07


quella dello psicologo
2.1 Premessa

2.2 Analisi critica della definizione di counselor presentata all'UNI

2.3 Conclusioni
Legittimare un abuso? Il progetto UNI di normazione del "counselor": osservazioni critiche

1.La figura del counselor


1.1 Premessa
Il progetto sulla figura para-professionale del Conselor nasce nel 2013 con l’attivazione del
Tavolo di lavoro UNI sul “counselor relazionale” (progetto U08000070), di cui di seguito si
riporta la definizione:

«Counselor relazionale: professionista che mediante ascolto, sostegno ed orientamento, aiuta a


sviluppare le risorse e migliorare le relazioni extraperso-nali, interpersonali ed intrapersonali
del cliente.
NOTA: le relazioni extra-personali ed interpersonali sono per esempio quelle relazioni che si
esplicano nella coppia, nella famiglia, nei gruppi, nelle formazioni sociali e nelle istituzioni,
mentre la relazione intrapersonale è la relazione di ogni persona con se stessa».

«Counseling relazionale: attività che si fonda sulla relazione d’aiuto, si propone di facilitare
l’analisi delle esigenze del cliente al fine di sostenerlo nel costruire una più ampia visione di tali
esigenze ed attuare un piano d’azione per realizzare le finalità desiderate, utilizzando le sue
risorse attuali e potenziali. Tale attività può trovare declinazioni diverse in relazione all’uso di
tecniche, metodologie, strumenti e applicazioni in molteplici ambiti, assumendo in tal caso
denominazioni specifiche.
NOTA 1 : Tra le finalità desiderate dal cliente si possono annoverare, per esempio: prendere
decisioni, migliorare relazioni, sviluppare la consapevolezza, gestire emozioni e sentimenti,
superare conflitti. Tale definizione trae origine da quella dell’Organizzazione Mondiale della
Sanità (1989): il Counseling è “un processo che, attraverso il dialogo e l’interazione, aiuta le
persone a risolvere e gestire problemi e a prendere decisioni; esso coinvolge un cliente ed un
counselor. Il primo è un soggetto che sente l’esigenza di essere aiutato, il secondo è una
persona esperta, imparziale, non legata al cliente, formata all’ascolto, al supporto ed alla
guida”».

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Dopo diversi mesi di lavoro e dal momento che la definizione andava a configurarsi come una
illecita sovrapposizione rispetto alle attività dello psicologo, il Ministero della Salute con
formale sollecito del 23 dicembre 2014 ha richiesto all’UNI, ed ottenuto, la sospensione del
Tavolo di lavoro.

Nel 2018 si è costituito presso l’UNI un nuovo Gruppo di Lavoro (progetto di norma UNI
1605227), questa volta con l’obiettivo di valutare una possibile riapertura di un Tavolo di
lavoro sul “counselor”, denominato senza aggettivi e non più “relazionale”. Dopo diversi
incontri, non riuscendo a trovare una definizione che descrivesse l’attività di questa nuova
figura professionale senza una palese sovrapposizione con le attività dello psicologo, il
Presidente del Gruppo di Lavoro ha messo ai voti la definizione, riportata nel paragrafo
successivo, che è stata approvata dalle Associazioni di counselor presenti, con il voto
contrario dell’Ordine degli Psicologi del Lazio e dell’Associazione AltraPsicologia.

Successivamente, tale definizione è stata sottoposta, come previsto dalle procedure dell’UNI,
a una Inchiesta Pubblica Preliminare (IPP) per verificare se il progetto di normazione della
figura del counselor rispecchiasse «i bisogni del mercato di riferimento».
Il risultato dell'IPP, condotta dall’UNI nell’ottobre 2018, è stato nettamente contrario alla
normazione in quanto il 64% dei 41.337 commenti ricevuti in fase di IPP era a vario titolo
contrario all’elaborazione della norma e solo il restante 36% era favorevole. Ciò nonostante
l’UNI ha deciso di andare comunque avanti ed avviare il Tavolo di Lavoro. Si noti che a questa
inchiesta ha partecipato un numero record di soggetti rispetto alla tradizione di analoghe
iniziative della stessa UNI, che normalmente si attestano su qualche centinaio di
partecipanti.

Il 18/01/2019 e l’08/11/2019 il Ministero della Salute è nuovamente intervenuto sollecitando


per ben due volte la sospensione del Tavolo di lavoro.

1.2 La definizione di counselor


Di seguito viene riportata la definizione del counselor non psicologo secondo il progetto di
norma UNI 1605227, approvata il 23 maggio 2018 dalle Associazioni dei counselor non
psicologi (vedi paragrafo 1.3), con il voto contrario dell’Ordine degli Psicologi del Lazio e
dell’Associazione AltraPsicologia.

[1] Il professionista che svolge un'attività professionale intellettuale ai sensi della L. 4/2013 e
che opera accompagnando il cliente in momenti che comportano cambiamenti e scelte,
verso obiettivi definiti, evidenti e successivamente verificabili.
[2] Il counselor collabora con il cliente nella definizione di situazioni, fatti e condizioni,
affinché essi risultino chiari e circoscritti, tali da poter essere oggetto di lavoro e di
miglioramento.
[3] Collabora con il cliente per la determinazione di strategie finalizzate ad affrontare tali
situazioni e tiene conto delle risorse soggettive, materiali e oggettivo-situazionali, di cui il
cliente dispone.

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[4] Promuove un clima che facilita l’autorealizzazione dell’individuo/gruppo e favorisce


nel cliente autonomia per affrontare le difficoltà.
[5] Opera individuando col cliente percorsi che implicano un’evoluzione del problema e
che si traducono in un sistema di azioni condivise, dopo aver stipulato con lui un contratto
di prestazione professionale.

[6] Utilizza principalmente gli strumenti dell’ascolto e della collaborazione con autenticità
e trasparenza.
[7] Per tutta la durata dell’intervento propone e sostiene un rapporto paritetico con il
cliente, utilizzando un linguaggio comune e comprensibile, promuovendo un positivo
clima di collaborazione.

1.3 Le Associazioni di counselor che condividono la definizione


Di seguito vengono riportate le Associazioni di counselor non psicologi che hanno votato a
favore e si riconoscono nella definizione (paragrafo 1.2):

A.N.CO.RE - Associazione Nazionale Counselor relazionali;


Aico - Associazione Italiana Counselling;
Associazione CNCP - Coordinamento Nazionale Counsellor Professionisti;
Associazione Counselor Professionisti;
Associazione Professionale Counselling Mediazione Familiare;
Assocounseling;
CO.L.AP. - Coordinamento libere Associazioni Professionali;
Ente Nazionale Professioni Associate Counselor e operatori olisitici;
Reico - Associazione Professionale Counseling;
S.I.C.O. - Società Italiana Counseling;
Soave sia il Vento S.r.l.;
UPASPIC - Università Popolare del Counselling.

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2. Dimostrazione che l'attività del counselor si


sovrappone a quella dello psicologo

2.1 Premessa

La definizione sopra riportata, mentre evita di definire l’oggetto della sedicente “professione”
di counselor, mette invece in evidenza come lo strumento principale dell’attività del counselor
sarebbe la relazione, e quindi il modo di funzionare della mente delle persone di fronte ai
problemi più diversi.

Chiunque svolga una attività a favore di un cliente si prende cura della relazione entro la
quale si svolge la prestazione: ma questo non è lo strumento di lavoro, bensì un elemento
accessorio, importante ma non decisivo rispetto alla qualità del risultato. Solo nella
professione di psicologo la relazione è lo strumento di lavoro privilegiato: e questo dipende
dall’oggetto dell’intervento della professione, cioè, appunto, il modo di funzionare della mente
delle persone di fronte ai problemi più diversi, siano questi di natura cognitivo-emozionale
oppure di natura concreta. È per altro ovvio e intuitivo che la difficoltà di affrontare una
situazione di vita di carattere concreto, pratico, dipende spesso da fattori di natura
cognitivo-emozionale e non dalla natura “oggettiva” del problema. In questo secondo caso,
per altro, per la soluzione del problema ci si rivolge a un consulente la cui competenza è
circoscritta all'àmbito specifico dell’esigenza presentata (àmbito nutrizionale: dietologo;
àmbito sportivo: personal trainer; àmbito finanziario: broker, ecc.).

Se in nessun punto la definizione sopra riportata fa riferimento esplicito agli strumenti


utilizzati, dal suo insieme appare però scontato che lo strumento utilizzato per eccellenza da
questa sedicente professione sia il “colloquio clinico” caratteristico dell’intervento psicologico,
ovvero quella forma di interazione verbale strutturata e orientata dal professionista
attraverso domande e/o riformulazioni-restituzioni che consentono al cliente di esprimere
pensieri ed emozioni. Il colloquio è orientato alla definizione e/o ridefinizione degli obiettivi
della vita del cliente e, in senso più circoscritto, della consulenza stessa.
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Su questo strumento esiste molta letteratura psicologica, alla quale evidentemente i


counselor attingono a piene mani, anche grazie al fatto che l’attività da loro rivendicata nasce
negli Stati Uniti proprio all’interno di teorizzazioni psicologico-cliniche. Non ci si deve però
far ingannare da false analogie: negli Stati Uniti il counseling psicologico, e persino la
psicoterapia, sono aperti anche a non psicologi, purché abbiano seguito un percorso
formativo universitario ad hoc, che a seconda delle diverse normative locali richiede un
bachelor degree di 3 o di 4 anni, più un master degree di almeno 2 anni nel cui contesto si
sceglie la specializzazione da acquisire.

Il counselor americano lavora a stretto contatto con gli altri specialisti della salute mentale:
psichiatri, psicologi, assistenti sociali clinici e infermieri psichiatrici. Counselor, psichiatri e
psicologi hanno competenze e strumenti diversi, divenire psicologo permette di effettuare i test, le
interviste e le diagnosi mentre lo psichiatra, essendo un medico che ha completato la
specializzazione in psichiatria può diagnosticare e prescrivere farmaci, il counselor opera
utilizzando la metodologia della terapia d’ascolto e sostegno differenziandosi in base alla
specializzazione scelta nel master. All’interno della specializzazione è previsto un tirocinio di 300
ore, non pagato, in cui il counselor sotto supervisione fa pratica direttamente con i pazienti. In
aggiunta è obbligatorio iscriversi all’Albo riconosciuto dallo Stato il cui prerequisito è quello di aver
accumulato almeno 3000 ore di praticantato supervisionato, di cui 1500 ore a contatto diretto con
il cliente. Al termine è previsto un esame per l’abilitazione alla professione definita Licensed
Professional Counselor (LPC) o Licensed Mental Health Counselor (LMHC) a seconda dell’indirizzo
scelto [1].

Si tratta, come si vede, di un’organizzazione delle professioni sanitarie del tutto diversa dalla
nostra, in cui il counselor è largamente sovrapponibile allo psicologo proprio in quanto il
percorso formativo universitario è in gran parte comune, e molti counselor sono appunto
psicologi, altri sono educatori, altri sono assistenti sociali.

Ne consegue che il counselor americano, quale che sia il suo titolo accademico, utilizza
scontatamente quale strumento privilegiato di lavoro il colloquio psicologico, in piena
legittimità, avendone maturato una approfondita competenza teorico-tecnica nei corsi
universitari, e successivamente in una prolungata esperienza sul campo.

Non molto diversamente, in alcuni Paesi europei che riconoscono la figura del counselor,
questa è istituzionalmente sovrapponibile a quella dello psicologo, e ciò perché la
professione di psicologo non è strettamente legata alla laura in psicologia, e le attività di
consulenza psicologica, educativa, di supporto sociale e di terapia di disturbi del pensiero e
del comportamento hanno aree di sovrapposizione previste dalla formazione universitaria e
dalla Legge.

[1] Cfr. la normativa sui counselor negli Stati Uniti, in Europa e in Italia, reperibile a questo link

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Così in Germania, per es., il counselor rientra nella categoria delle


professioni d’aiuto, insieme allo psicologo, quale Heilpraktiker für
Psychotherapie (operatore sanitario per la psicoterapia); in Gran
Bretagna counselor e psicologi rientrano nella British Association for
Counselling and Psychotherapy; in Svizzera, analogamente, psicologi
e counselor fanno parte della federazione della Psychologische
Beratung, che significa, alla lettera, "consulenza psicologica"[2].

Insomma, in questi Paesi, la sovrapposizione tra le due aree


disciplinari e le conseguenti attività di consulenza è pacificamente
riconosciuta, istituita, regolamentata sia a livello della formazione
universitaria che dalla Legge: nessuno pensa che l’attività del
counselor sia altro dalla psicologia e dalla psicoterapia, solo che la
formazione relativa è in larghissima parte comune e regolata da
norme statali. In Italia, invece, per via dell’esistenza di un sistema di
Ordini professionali, e del principio costituzionale della necessità del
superamento dell’Esame di Stato, quella di psicologo è una
professione di esclusiva pertinenza di chi ha la laurea in psicologia
ed è iscritto all’Albo e all’Ordine.

Lo strumento principale dell’attività dello psicologo è senza dubbio il


colloquio clinico.

Il colloquio clinico, è importante metterlo in evidenza, richiede una


elevata capacità di ascolto anche di ciò che viene detto “fra le righe”,
una costante sorveglianza delle proprie emozioni [3], una proprietà
di linguaggio che consenta di parlare con i soggetti dalle
caratteristiche socio-culturali e dalle abilità cognitive più diverse,
una continua attenzione alla qualità del rapporto con il cliente che
deve pazientemente e con metodo essere orientato alla costruzione
di una committenza condivisa e salvaguardato da tensioni, conflitti
latenti e irrisolti, brusche interruzioni. La piena condivisione della
committenza — vale a dire l’accordo costantemente monitorato e
continuamente rinnovato su obiettivi e modalità di lavoro — è
necessaria perché il colloquio è a due vie, e il cliente non è utente
“profano” della consulenza di un “esperto”, ma è il partner di una
cooperazione in cui la sua capacità di pensare, esprimere,
rielaborare quanto emerge nello scambio non è meno importante di
quella del consulente che lo guida nel dialogo e nel processo di
sviluppo soggettivo [4].

[2] Ibidem.
[3] Scrive E. Kübler-Ross (1975): «Il paziente che soffre non solo ci fa sentire colpevoli, ma ci fa dubitare di
essere in grado di mantenere un buon rapporto interpersonale senza perdere la maschera identificata con il
ruolo professionale». Cit. in Genevay, B. & Katz, R.S. (eds; trad. it. 1994), Le emozioni degli operatori delle
relazioni di aiuto, Trento, Erikson: p. 29.
[4] Su tutto questo vedi l’ampia letteratura sulla c.d. “analisi della domanda”: un testo-chiave per tutti è 9
Carli, R. & Paniccia, R.M. (2003), Analisi della domanda. Teoria e tecnica dell’intervento in psicologia clinica,
Bologna, Il Mulino.
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La letteratura sul colloquio è vastissima: nel paragrafo seguente


cercheremo di indicare alcune definizioni operative dalle quali
risulta con chiarezza come esso sia appunto uno strumento che,
all’interno di una relazione di aiuto non centrata su problemi concreti
ma su processi mentali, ha necessariamente le caratteristiche sopra
accennate e pertanto non può essere condotto altro cha da uno
psicologo.

2.2 Analisi critica della definizione di counselor


presentata all'UNI

[1] Il professionista che svolge un'attività professionale intellettuale ai sensi


della L. 4/2013 e che opera accompagnando il cliente in momenti che
comportano cambiamenti e scelte, verso obiettivi definiti, evidenti e
successivamente verificabili.

Occorre in primo luogo rilevare come la Legge 4/2013 non istituisce


affatto Al-bi o Elenchi di professionisti, quali sono previsti dall’art.
2229 del Codice Civile, ma di Associazioni di diritto privato, senza
esclusiva di rappresentanza, a cui afferiscano gli esercenti attività non
dotate di ordinamento, ciò che è ben diverso da quanto
surrettiziamente sostenuto dalla definizione sopra riportata. Le
professioni intellettuali in senso proprio sono infatti, ai sensi dell’art.
33 della Costituzione, solo quelle per accedere alle quali è necessario il
superamento di un Esame di Stato. Deve dunque pacificamente
intendersi che vi è una fondamentale differenza — nella sostanza
giuridica, mentre non vi è nel linguaggio corrente — fra quelle
attività che comunemente si intendono come “professionali” in
quanto non amatoriali ma esercitate a fini economici, e quelle che
costituiscono invece le professioni intellettuali in senso proprio, cui
si accede all’èsito di una formazione universitaria dedicata e dotate di
autonomo ordinamento obbligatorio ed esclusivo e, attraverso questo,
sottoposte a pubblico controllo.

Nel merito, la domanda di intervento dello psicologo può essere


ricondotta, in una varietà di casi, a una crisi di decisionalità (cfr.
Grasso & Salvatore, 1993, 1997), alla perdita della capacità di
assumere atteggiamenti adeguati, prese di posizione, responsabilità,
o elaborare strategie di problem solving di fronte a situazioni di vita
di carattere concreto, pratico. Tale crisi di decisionalità può
considerarsi il massimo comune denominatore di tutte le domande di
intervento che giungono agli psicologi, spesso nella forma di una
richiesta di aiuto per affrontare situazioni di vita di carattere
concreto.

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Non sempre, infatti, le persone sono consapevoli del significato cognitivo-emotivo delle
difficoltà che le inducono a chiedere aiuto per affrontare un problema concreto: spesso il
prevalere del pensiero concreto non è altro che una “copertura” della sottostante inibizione
psicologica, dovuta, per esempio, a un conflitto interiore fra esigenze antitetiche, inconciliabili
se trattate, appunto, nella loro forma concreta [5].

In un documento relativo agli Atti tipici e riservati della professione di psicologo, emanato
dal Consiglio Nazionale dell’Ordine degli Psicologi nel 2020[6] si mette in evidenza che

L’attività di counseling include tutte le attività caratterizzanti la professione psico-logica, e cioè


l’ascolto, la definizione del problema e la valutazione, l’empowerment, necessari ad un’eventuale
formulazione diagnostica. È possibile individuare «una motivazione centrale rintracciabile alla base
di qualsivoglia domanda di intervento psicologico [...]». [7]

Tale motivazione scaturisce da una «crisi di decisionalità» [8] dal momento che chi si rivolge allo
psicologo per una consulenza psicologica, sia esso individuo, coppia od organizzazione, «avverte,
anche se spesso in maniera confusa e imprecisa, una sorta di discontinuità tra la propria capacità di
agire per il raggiungimento di un obiettivo e tale obiettivo, ovvero lo scopo verso il quale l’azione è
diretta»(ibidem). In tal senso è possibile affermare che «lo psicologo è chiamato a occuparsi di
sistemi in crisi di decisionalità e possiamo quindi riconoscere la sua funzione professionale: quella di
incrementare la capacità decisionale del suo utente» (ibidem). Lo scopo è quello di sostenere,
motivare, abilitare o riabilitare il soggetto, all’interno della propria rete affettiva, relazionale e
valoriale, al fine anche di esplorare difficoltà relative a pro-cessi evolutivi o involutivi, fasi di
transizione e stati di crisi anche legati ai cicli di vita, rinforzando capacità di scelta, di problem
solving o di cambiamento.

La risposta corretta a queste domande di intervento nasce all’interno di un percorso di


consulenza psicologica che progressivamente trasforma la rappresentazione che il cliente ha
del problema, separandone il carattere concreto dagli elementi cognitivo-emotivi che avevano
determinato l’inibizione della capacità decisionale. Nulla esclude che l’aspetto concreto della
situazione critica venga preso secondariamente in considerazione nella consulenza, che però
in via primaria non è finalizzata a elaborare soluzioni tecniche, ma a produrre il superamento
dell’inibizione.

[5] Per es., una persona che non sappia decidere se dedicare più tempo alla famiglia a spese delle prospettive di carriera in un’azienda molto
richiedente, più che decidere in termini “sì/no” dovrà interrogarsi sul valore che nella sua mente hanno il successo nel lavoro e la realizzazione
del progetto di vita che ha condiviso con il coniuge, quanto insieme abbiano riflettuto sulla compatibilità delle rispettive e reciproche attese, che
scenari prospettano per il futuro dei figli etc.; un giovane universitario che non riesce ad applicarsi agli studi, rinuncia a sostenere gli esami, segue
svogliatamente le lezioni, ha più necessità di esplorare la propria resistenza ad affrontare l’età adulta e il problematico mondo del lavoro, piuttosto
che ricevere consigli sui metodi per migliorare l’apprendimento o «determinare strategie per affrontare la situazione» (vedi auto-presentazione
dei counselor) che lo vede bloccato nello sviluppo. Gli psicologi intercettano continuamente problemi di questo tipo nella propria clientela.
[6] Consiglio Nazionale dell’Ordine degli Psicologi, 30 giugno 2020, in https://www.psy.it/documenti.
[7] Grasso M.,Cordella B., Pennella A.R. (2003), L’intervento in psicologia clinica, Carocci, Roma, p.151.
[8] Grasso, M., & Salvatore, S. (1993). La capacità decisionale come prodotto della psicologia clinica. Lineamenti per una teoria della funzione
professionale, Rivista di Psicologia Clinica, n. 2-3, pp. 46-91

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Questo è dunque un altro elemento che sovrappone la sedicente


“professione” di counselor a quella di psicologo, essendo entrambe
a-specifiche quanto all’oggetto concreto del problema portato dal
cliente. Il counselor, che appunto non può definirsi esperto degli
specifici problemi concreti riportati dal cliente, si trova
forzatamente a intervenire sui processi mentali che ne regolano il
funzionamento sotto il profilo sia del pensiero che della condotta:
esattamente ciò che fa lo psicologo, professionista qualificato che
appunto si occupa di processi mentali, dei fattori che ne
determinano la comparsa sotto forma di pensieri e di
comportamenti, e su questa dimensione interviene elettivamente
per promuovere il benessere degli individui, dei gruppi e delle
comunità aiutando questi soggetti a definire obiettivi, sviluppare
motivazioni adeguate e congruenti, orientandone la condotta,
incoraggiandone e sostenendone i cambiamenti.

La Legge tutela questa particolare tipologia di intervento,


iscrivendola a pieno titolo nel quadro generale delle professioni
sanitarie; in particolare la L. 170/2003 (recante disposizioni urgenti,
tra l’altro, in materia di abilitazione all’esercizio di attività
professionali), all’art. 3 prevede per i dottori in scienze e tecniche
psicologiche (iscritti all’Albo B dell’Ordine degli Psicologi:

a) per il settore delle tecniche psicologiche per i contesti sociali,


organizzativi e del lavoro:

1. […] promuovere lo sviluppo delle potenzialità di crescita individuale e di


integrazione sociale, […] facilitare i processi di comunicazione, a
migliorare la gestione dello stress e la qualità della vita;
2. applicazione di protocolli per l'orientamento professionale, per l'analisi
dei bisogni formativi, per la selezione e la valorizzazione delle risorse
umane; […]
5. Il progetto sulla figura para-professionale del Conselor nasce nel 2013
con l’attivazione del Tavolo di lavoro UNI sul “counselor relazionale”
(progetto U08000070), di cui di seguito si riporta la definizione:

b) per il settore delle tecniche psicologiche per i contesti sociali,


organizzativi e del lavoro:

1. partecipazione all'équipe multidisciplinare nella stesura del bilancio


delle disabilità, delle risorse, dei bisogni e delle aspettative del soggetto,
nonché delle richieste e delle risorse dell'ambiente; […]
3. collaborazione con lo psicologo nella realizzazione di interventi diretti a
sostenere la relazione genitore-figlio, a ridurre il carico familiare, a
sviluppare reti di sostegno e di aiuto nelle situazioni di disabilità; 12
4. collaborazione con lo psicologo negli interventi psico-educativi e nelle
attività di promozione della salute, di modifica dei comportamenti a
rischio, di inserimento e partecipazione sociale;
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Tale obiettivo primario — al quale possono poi sovrapporsene altri, più


orientati alla trasformazione/dinamizzazione di tratti della personalità
— non è proprio dell’attività clinica in senso stretto, e non
necessariamente della sola psicoterapia: esso è l’elemento comune
anche alla psicologia della salute, alla psicologia dell’organizzazione,
dello sport, dell’alimentazione etc., tanto da potersi affermare che ogni
atto tipico e/o esclusivo della professione di psicologo riguarda in senso
lato il benessere della persona, come dei gruppi e delle comunità.
Vi è poi una specifica letteratura dedicata al tema della verifica
dell’intervento psicologico: non avendo questo natura concreta, anche
la verifica è di carattere psicologico, non concreto, e concerne
piuttosto costrutti quale la “soddisfazione di vita” [9], l’autostima [10],
il senso di auto-efficacia [11], la valutazione del cambiamento avvenuto
entro i sistemi di relazioni in cui il soggetto è inserito, grazie a
metodiche di analisi statistico-descrittiva del linguaggio [12].

[2] Il counselor collabora con il cliente nella definizione di situazioni, fatti


e condizioni, affinché essi risultino chiari e circoscritti, tali da poter
essere oggetto di lavoro e di miglioramento.

La collaborazione tra professionista e cliente è scontata in qualsiasi


attività di consulenza, e non vi è motivo di citarla in una definizione
della stessa se non perché la si pone al cuore della relazione tra chi
eroga il servizio e chi ne fruisce, facendo così della relazione l’oggetto
del servizio stesso.

La collaborazione tra consulente e cliente nelle relazioni di aiuto


richiede una tecnicalità specifica, che si estrinseca, come detto nel
paragrafo precedente, con la conduzione di un colloquio, iterato nel
tempo, circoscritto a un setting e basato su specifiche modalità di
relazione.

[9] Diener, E., Emmons, R.A., Larsen,m R.J. & Griffin, S. (1985), The Satisfaction With Life Scale, in Journal of
Personality Assessmant, 49, 1, pp. 71-75, reperibile all’indirizzo labs.psychology.illinois.edu/.../Diener-Emmons-
Larsen-Griffin_1985.pdf. Esistono più test psicodiagno-stici per misurare il costrutto “soddisfazione di vita” e
altri a esso assimilabili.
[10] Il costrutto “autostima” è tra i più antichi della psicologia, risalendo a W. James (1842-1910), e ha subìto nel
tempo numerose ridefinizioni, entrando anche nel parlare comune, per lo più in modi inevitabilmente
approssimativi. Per una letteratura più recente cfr. Heatherton, T.F. & Wyland, C.L. (2003), Assessing SelfEsteem,
in Lopez, S.J. & Snyder, C.R. (Eds.), Positive Psychological Assessment: A Handbook of Models and Measures
,Washington (DC), American Psychological Association, pp. 219-233; un classico resta Rosenberg, M. (1965),
Society and the Adolescent Self- Image, Princeton (NJ), Princeton University Press. Sull’argomento esiste una
infinita manualistica divulgativa, anche in lingua italiana.
[11] Il costrutto è dovuto ad A. Bandura, di cui si può leggere in italiano Il senso di autoefficacia. Aspettative su di
sé e azione, Trento, Erickson, 1996, e Autoefficacia. Teorie e applicazioni, Trento, Erickson, 2000. Tra i nostri
studiosi più attenti al pensiero di Bandura è G.V. Caprara, curatore del volume del 2001 La valutazione
dell'autoefficacia, Trento, Erickson.
[12] Carli, R. & Paniccia, R.M. (2002), L’Analisi Emozionale del Testo. Uno strumento psicologico per leggere testi e
discorsi, Roma-Milano, Angeli. L’Analisi Emozionale del Testo è una metodologia rigorosa che consente di
rilevare le dinamiche di sviluppo dei “processi collusivi” propri di un determinato gruppo sociale. Il modello
teorico indica i processi collusivi come il modo standard di funzionare della mente nella sua dimensione
inconscia, che in interazione con il modo di funzionare cosciente, organizza le categorie con cui interpretiamo
la realtà e ci relazioniamo con gli altri e con l’ambiente.

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Tale obiettivo primario — al quale possono poi sovrapporsene altri, più orientati alla
trasformazione/dinamizzazione di tratti della personalità — non è proprio dell’attività clinica
in senso stretto, e non necessariamente della sola psicoterapia: esso è l’elemento comune
anche alla psicologia della salute, alla psicologia dell’organizzazione, dello sport,
dell’alimentazione etc., tanto da potersi affermare che ogni atto tipico e/o esclusivo della
professione di psicologo riguarda in senso lato il benessere della persona, come dei gruppi e
delle comunità.

Vi è poi una specifica letteratura dedicata al tema della verifica dell’intervento psicologico:
non avendo questo natura concreta, anche la verifica è di carattere psicologico, non
concreto, e concerne piuttosto costrutti quale la “soddisfazione di vita” [9], l’autostima [10],
il senso di auto-efficacia [11], la valutazione del cambiamento avvenuto entro i sistemi di
relazioni in cui il soggetto è inserito, grazie a metodiche di analisi statistico-descrittiva del
linguaggio [12].

La collaborazione tra professionista e cliente è scontata in qualsiasi attività di consulenza, e


non vi è motivo di citarla in una definizione della stessa se non perché la si pone al cuore
della relazione tra chi eroga il servizio e chi ne fruisce, facendo così della relazione l’oggetto
del servizio stesso.

La collaborazione tra consulente e cliente nelle relazioni di aiuto richiede una tecnicalità
specifica, che si estrinseca, come detto nel paragrafo precedente, con la conduzione di un
colloquio, iterato nel tempo, circoscritto a un setting e basato su specifiche modalità di
relazione.

Questa tecnicalità — non una tecnica “empirica” o basata sul senso comune, ma una tecnica
che ha alle spalle una teoria, dalla quale dipende — contempla alcuni standard che possiamo
considerare “trasversali”, nel senso di appartenere a teorie fra loro anche difformi. Così per
es. la chiarificazione, la confrontazione, la restituzione, la ridefinizione in positivo, la
ristrutturazione cognitiva, l’interpretazione e altre ancora.

La chiarificazione consiste di varie operazioni da considerare ed eseguire in successione


logica: (a) prima di tutto, dopo che la persona assistita ha esposto il suo problema
liberamente, si porgono domande via via sempre più “chiuse”, per consentire una
precisazione di elementi rimasti vaghi o trascurati; (b) contestualmente si fa anche
un’operazione di generalizzazione, per individuare quali pattern di pensiero e di
comportamento che la persona assistita riporta come specifici, sono invece comuni a più
contesti e situazione di vita; (c) solo a questo punto si passa a domande-guida, che
indirizzano la persona assistita verso risposte “chiuse” su focus problematici fin qui non ben
individuati; (d) poi ci si dedica alle connessioni tra aspetti diversi dell’auto-presentazione
della persona assistita, cercando di stabilirne di nuove che siano logiche, e di mettere in
evidenza quelle preesistenti se illogiche; (e) solo a questo punto sarà opportuno cominciare a
riassumere quanto comincia a prendere forma nel quadro della rappresentazione che la
persona assistita ha di sé e dei problemi che lo portano a richiedere la consulenza.

Con la confrontazione, che è uno step successivo, si permette alla persona assistita di
concentrarsi su aspetti incongruenti della rappresentazione di sé e dei propri problemi,
14
evidenziando la presenza di difese, contraddizioni, conflitti.
Legittimare un abuso? Il progetto UNI di normazione del "counselor": osservazioni critiche

Nella restituzione, che è un intervento da ripetere nel tempo, si ripropongono alla persona
assistita le stesse cose che ha detto, riformulate senza aggiungere nulla in più, ma in modo
da mettere in evidenza aspetti fino a quel momento meno evidenti o negati.

La ridefinizione in positivo, nata in origine entro il modello sistemico-relazionale e


successivamente “importata” da altri approcci clinici, consiste nella elaborazione concettuale
di aspetti degli eventi di vita negativi della persona assistita, che in quanto tali sono ovvia
fonte di sofferenza psichica, ma dei quali di è possibile vedere anche un “lato positivo”
nascosto: operazione che richiede grande senso della misura, grande competenza linguistica,
grande competenza nella scelta dei tempi della comunicazione.

La ristrutturazione cognitiva è un’altra operazione sofisticata, nella quale alla visione per così
dire “ingenua” e concreta con cui la persona assistita si era presentata alla consulenza, si
viene sostituendo una visione più articolata, più complessa, più centrata sul pensiero
simbolico e sull’esame di realtà.

L’interpretazione, più tipica degli approcci psicodinamici, consiste nel cogliere e mostrare
alla persona assistita aspetti inconsci delle proprie rappresentazioni, delle proprie difficoltà,
dei propri timori, in modo da farle prendere coscienza di modi di funzionare della mente
diversi da quello razionale logico-formale, ma dotati di proprie razionalità basate su altre
logiche, che costituiscono la struttura della vita emozionale.

A tutte queste modalità di intervento — e anche al silenzio e alla sua delicatissima


regolazione nell’ascolto e nel dialogo — è dedicata una letteratura psicologica molto ampia.

E come si vede, la definizione sopra riportata dell’attività del counselor deriva direttamente
da questi standard della tecnicalità clinica, comuni a molti modelli dell’intervento
psicologico.

Un altro modello di intervento psicologico-clinico a cui evidentemente i counselor attingono


volentieri è quello “multimodale” dello psichiatra e psicologo americano A. Lazarus: nel
colloquio-intervista che pone le basi del rapporto, vengono esplorate seguendo uno schema
detto “BASIC.ID”[13] che include, fra l’altro, gli item seguenti:

15
[13] Lazarus, A.A. (trad. it. 1989), La terapia multimodale, Roma, Astrolabio.
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[3] Collabora con il cliente per la determinazione di strategie finalizzate ad affrontare tali situazioni e tiene
conto delle risorse soggettive, materiali e oggettivo-situazionali, di cui il cliente dispone.

Il concetto di strategia in psicologia fa riferimento a un modello preciso, elaborato a partire


dai lavori dello psicologo austriaco naturalizzato americano P. Watzlawick (1921-2007), le cui
idee sono largamente diffuse in tutto il mondo grazie anche alla sua ricca produzione
divulgativa.

L’approccio “strategico” opera da una parte per eliminare pensieri e comportamenti


disarmonici, dall’altra per produrre un cambiamento nelle modalità attraverso le quali una
persona costruisce la propria realtà personale e interpersonale. A differenza di altre teorie
psicologiche e psichiatriche, l’approccio strategico non utilizza alcuna definizione di
“normalità” o “patologia” psichica, basandosi piuttosto sui concetti di “funzionalità” o
“disfunzionalità”.
Dal punto di vista dell’approccio strategico, quindi, per cambiare una situa-zione
problematica, non è richiesto di indagare e svelare le cause passate, ma risulta più utile
lavorare sul come il problema funziona nel presente e su quali strategie siano più adatte a
creare un cambiamento efficace e duraturo.

Per raggiungere questo risultato nella maniera più rapida ed efficiente possi-bile, l’intervento
strategico è di tipo attivo e si ripromette di produrre risultati già a partire dalle prime sedute;
il suo scopo ultimo è dichiaratamente l’acquisizione per la persona assistita di autonomia e
capacità personali nel fronteggiare e risolvere i problemi. [14]

Le «risorse soggettive» altro non possono essere che caratteristiche o abilità psicologiche
alle quali il soggetto non ha accesso, o perché in lui/lei esistenti ma inesplorate, o perché
ancora da acquisire. Tra le prime possiamo includere quelle legate a fattori innati o acquisiti
precocemente: specifiche forme dell’intelligenza, quali per es. le capacità logiche e di
ragionamento astratto, o processualità cognitive più circoscritte e ancora poco chiare al
soggetto perché mai pienamente utilizzate; tra le seconde le numerose abilità che possono
acquisirsi attraverso la riflessione, l’applicazione, la concentrazione, l’apprendimento. Non
diversamente possiamo considerare le risorse emotive, quali per es. la capacità di
empatizzare, l’ottimismo, la resilienza.

Tra le risorse definite come “oggettivo-situazionali” non si può intendere altro che l’esistenza
— o la capacità di costruire, o di valorizzare se esistenti — reti di sostegno sociale all’interno
dei gruppi e delle comunità in cui il soggetto è collocato: famiglia, ambiente di lavoro,
amicizie.

[14] Cfr. fra i tanti testi in italiano Nardone, G. & Watzlawick, P. (1990), L'arte del cambiamento, Milano, Ponte alle Grazie.

16
Legittimare un abuso? Il progetto UNI di normazione del "counselor": osservazioni critiche

Sarebbe ben strano che di questo elemento non si tenesse conto, trattandosi qui della
dimensione psicosociale dell’intervento, una estensione dalla dimensione soggettiva al
campo dei sistemi di relazioni, oggetto anche questo tipico dell’intervento psicologico.

[4] Promuove un clima che facilita l’autorealizzazione dell’individuo/gruppo e favorisce nel cliente
autonomia per affrontare le difficoltà.

I concetti di “autorealizzazione”, “clima facilitante” e “autonomia” sono alla base del modello
di intervento di Carl Rogers [15], fondatore della Client-Centered-Therapy ("Terapia centrata
sul cliente"). Egli stesso descrive le caratteristiche distintive del proprio modello di
psicoterapia, un modello — così come gli altri citati in queste pagine — riconosciuto in Italia e
formalmente autorizzato dal Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca
Scientifica:[16]

“Vorrei indicare alcune caratteristiche distintive della terapia centrata sul cliente che, forse, la
contraddistinguono da altri approcci psicoterapeutici che ben conoscete. Il punto di vista della terapia
centrata sul cliente è differente perché nasce da premesse diverse rispetto alle altre psicoterapie. In primo
luogo, si basa su una “actualising tendency” [in italiano: tendenza alla realizzazione] costruttiva
dell'organismo umano, come forza motivante della terapia. Io non ho mai trovato evidenze di tendenze
innate distruttive né la necessità di tenere la natura umana sotto controllo. Abbiamo trovato, invece, che
nell'individuo si può attingere ad una forza positiva, costruttiva e tendente allo sviluppo. Un'altra
caratteristica del nostro approccio è il rifiuto del modello medico, che implica la ricerca della patologia e lo
sviluppo di una diagnosi specifica o la concezione del trattamento in termini di cura. Tale modello mi appare
piuttosto inadeguato per gestire la maggior parte dei problemi psicologici. Noi preferiamo un modello basato
sulla crescita e sullo sviluppo della persona. In altre parole, cercare di facilitare la crescita e lo sviluppo,
invece di concentrarsi sulla patologia da curare, è una delle caratteristiche distintive dell'Approccio
Centrato sulla Persona. La nostra teoria si sviluppa dall'esperienza con i nostri clienti, non è una teoria
arbitraria, formulata a priori per poi adattarvi i clienti. Perché parlo di "clienti" e non di "pazienti"? Per me
ciò ha una reale importanza. Un paziente è qualcuno che è ammalato, che si mette nelle mani del dottore, che
sente che il dottore è l'autorità che decreterà ciò che si deve fare. Un cliente, d'altra parte, è una persona che si
rivolge a qualcun altro per ricevere un servizio: vado da un avvocato per ricevere aiuto, quello che voglio è la
competenza. Ma sono ancora io quello che ha la responsabilità, sono io quello che decide se accettare quel
consiglio o meno, sono colui che è responsabile di sé stesso. L'uso del termine cliente sottolinea il fatto che noi
consideriamo la persona che ci chiede aiuto responsabile di sè stessa, un individuo autonomo che sta
cercando aiuto, e noi ci impegniamo ad offrire un clima nel quale possa trovare tale aiuto. L'uso della parola
cliente implica un grande rispetto per l'autonomia di questa persona. L'ipotesi di base è che se il terapeuta
offre un clima psicologico facilitante, che stimola la crescita, la persona stessa si muove verso una più ampia
comprensione di sé, verso scelte più significative, verso un cambiamento nel comportamento o nel concetto
di sé. Tutti i risultati che possiamo immaginare riguardo alla terapia, saranno raggiunti gradualmente se il
terapeuta è in grado di offrire un clima facilitante, che permetta alla “actualising tendency” di manifestarsi
e svilupparsi. Uno dei contributi più consistenti che abbiamo dato è quello di cercare di definire il tipo di
clima che consente al cliente di sviluppare un migliore insight, una comprensione più profonda, di dare
luogo ad un cambiamento costruttivo nel suo modo di far fronte alla vita.” [17]

[15] Psicologo statunitense di fama internazionale. Nel 1947 viene eletto presidente dell'American Psychological Association (APA) e nel 1956
presidente di The American Academy of Psychotherapists (AAP). Nel 1957 ottiene la cattedra di Psicologia e Psichiatria all'Università del Wisconsin.
All'interno del dipartimento di psichiatria Carl Rogers sperimenta la sua "terapia centrata sul cliente" su pazienti psicotici ottenendo ottimi
risultati, che pubblica nel 1967 nel libro The Therapeutic Relationship and its Impact: A Study of Schizophrenia.
[16] L’Istituto dell’Approccio Centrato sulla Persona (sedi IACP di Milano, Roma e Messina) è riconosciuto dal Ministero dell’Istruzione,
dell’Università e della Ricerca (MIUR) ai sensi della legge 56/89 art. 3 per la formazione specialistica all'esercizio dell’attività di Psicoterapia. Il
titolo di specializzazione in psicoterapia, riconosciuto, ai sensi degli articoli 3 e 35 della legge 18 febbraio 1989, n.56, come equipollente al diploma
rilasciato dalle corrispondenti scuole di specializzazione universitaria, deve intendersi valido anche ai fini dell’inquadramento nei posti organici di
psicologo nel Servizio Sanitario Nazionale per la disciplina di psicologia e di medico o psicologo per la disciplina di psicoterapia, fermi restando gli
altri requisiti previsti per i due profili professionali (Legge 401/00 art. 2 comma 3).
[17] Carl Rogers Le condizioni essenziali di una relazione terapeutica facilitante ACP, Roma, 2007

17
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[5]Opera individuando col cliente percorsi che implicano un’evoluzione del problema e che si traducono
in un sistema di azioni condivise, dopo aver stipulato con lui un contratto di prestazione professionale.

Sul contratto di prestazione occorre fare una considerazione separata. Qualsiasi attività, così
come richiede un rapporto di collaborazione tra prestatore d’opera e cliente, richiede anche
la stipula di un contratto, le cui caratteristi-che giuridiche sono chiaramente indicate nel
Codice Civile: è dunque ben strano che questo entri nella definizione delle caratteristiche
“differenziali” di una attività. Ma il contratto d’opera nelle professioni di aiuto, e
segnatamente in psicologia, ha caratteristiche tecniche particolari, e un valore fondativo del-
la relazione professionista/cliente.

Il modello dell’Analisi Transazionale, di cui si è detto qualcosa al p.to 2, è quello che più di
altri ha posto la dimensione contrattuale al centro del rapporto di consulenza. Nel contratto
professionista e cliente stabiliscono obiettivi da perseguire e condizioni necessarie allo
sviluppo del lavoro comune: crescita e cambiamento sono oggetto di un accordo di partenza,
che punta a chiarire come il cliente sia — e si riconosca come — responsabile per la sua parte
del percorso che intraprende. L’idea del più noto tra i fondatori dell’Analisi Transazionale, il
già citato E. Berne, è che il contratto sia «un esplicito impegno bilaterale per un ben definito
corso di azione», che pone da subito il cliente nella posizione “adulta” di individuare i propri
obiettivi di auto-realizzazione.

[6]Utilizza principalmente gli strumenti dell’ascolto e della collaborazione con autenticità e trasparenza.

Quello dell’ascolto è un concetto-chiave della consulenza su tematiche che riguardano la


persona: esso implica una circostanza colloquiale strutturata, tipica della psicologia clinica
come di altre aree applicative della psicologia stessa. Scrivono Montesarchio & Venuleo:[18]

Il è uno spazio di narrazione intenzionale garantito da regole codificate (setting) che da un lato
costituiscono la cornice delimitante la “trama”, dall’altro permettono la costruzione di un pensiero
sull'accadente che consente di dare senso alla regolazione.

E così Grasso: [19]


La maggior parte dell’attività dello psicologo è costituita proprio dall’ascoltare l’altro. Sottolineo la
dimensione dell’alterità ad evidenziare il fatto che lo psicologo deve confrontarsi con un’estraneità che va
progressivamente e consensualmente conosciuta. Quindi così come lo psicologo istituisce per il paziente
uno spazio/tempo dove poter essere accolto, allo stesso modo si rende disponibile ad ascoltarlo, in un
certo senso a farsi da parte per seguire le sue libere comunicazioni.

In questa prospettiva possiamo dire che ascoltare un’altra persona implica in primo luogo un
riconoscimento della consistenza relazionale dell’altro, della sua esistenza, del suo esserci. Se ciò è
necessario, tuttavia non è sufficiente. Ascoltare un’altra persona, infatti, è collegato al prendere atto nei
confronti di chi si ascolta, di una sua dimensione esterna, fisica e temporale, ma prima ancora mentale,
interna, per esprimersi, narrare la propria esperienza e la propria storia.

[18] Montesarchio, G. & Venuleo, C. (2002), Narrare il setting per narrare, in Idem (eds.), Colloquio in corso, Roma-Milano, Franco Angeli: p. 12.
[19] Grasso, M. 8202), Dinamica del colloquio e dimensione dell'intervento in psicologia clinica, in Montesarchio, G. & Venuleo, C. (eds.),.), Colloquio
in corso, Roma-Milano, Franco Angeli: p.98

18
Legittimare un abuso? Il progetto UNI di normazione del "counselor": osservazioni critiche

Uno dei primi teorici dell’ascolto attivo è lo psicologo americano Th. Gordon (1918-2002). Nel
suo modello l’ascolto attivo è condizione fondativa di un rapporto paritetico e collaborativo.
Esso consiste di 6 step: (a) definire il problema con chiarezza in termini di bisogni,
motivazioni e obiettivi (cfr. sopra, p.to 2); (b) avanzare proposte di soluzione; (c) valutarle
insieme; (d) scegliere insieme quelle più rispondenti alle caratteristiche psicologiche dei
soggetti coinvolti; (e) ideare un piano di azione; (f) concordare criteri di verifica dei risultati,
da utilizzare una volta che questi siano stati conseguiti.

Come si vede, la “collaborazione” in senso psicologico non è un modo generico di porsi nei
confronti dell’altro, ma una costruzione precisa con proprie regole e procedure. E non è
difficile qui ritrovare quanto già esaminato ai punti precedenti a proposito di
“determinazione di strategie” (p.to 3), “percorsi che implicano un’evoluzione del problema e
che si traducono in un sistema di azioni condivise” (p.to 5).

Quanto alle condizioni di “autenticità” e “trasparenza”, derivanti dall’approccio con l’ascolto


attivo, si veda come l’autore presenta il suo “credo per le relazioni” nelle pagine introduttive
del suo Relazioni efficaci:[20]

Tu e io abbiamo un rapporto cui tengo e che desidero preservare. Ma ognuno di noi è una persona a sé
stante che ha i propri bisogni particolari e il diritto di soddisfarli.

Quando sarai tu a trovarti in difficoltà, presterò ascolto con sincera accettazione per aiutarti a escogitare
le tue soluzioni. Rispetterò inoltre il tuo diritto ad avere le tue convinzioni e a perseguire i tuoi valori, per
quanto possano essere diversi dai miei.

Tuttavia, se il tuo comportamento interferirà col soddisfacimento dei miei bisogni, ti riferirò apertamente
e onestamente in cosa mio condiziona, confidando che il rispetto per i miei bisogni e sentimenti ti spinga a
cercare di cambiare quel comportamento che per me è inaccettabile. Inoltre, se un mio comportamento
sarà inaccettabile per te, desidero che tu me lo dica apertamente e onestamente in modo ch’io possa
provare a cambiarlo.

Come detto in precedenza, la consulenza psicologica non si basa, se non marginalmente,


sulla ricerca e la messa a punto di “soluzioni tecniche” o “pratiche” al problema presentato
dal cliente nella forma concreta: attraverso l’ascolto attivo, la progressiva ridefinizione del
senso della domanda, l’interpretazione dei conflitti interiori e interpersonali, si perviene alla
costruzione nella mente del cliente di nuovi, più funzionali princìpi di autoregolazione, e con
essi di una autonoma capacità decisionale sulle criticità che la vita presenta.
Tutto questo è reso possibile non tanto da “tecniche standard” di intervento, quanto dalla
specifica competenza dello psicologo a creare un clima di fiducia interpersonale e intrapsichica,
a individuare le risorse latenti e inutilizzate del cliente (cfr sopra, p.to 3), aiutandolo a
esplorarle e a riappropriarsele, e a pensare secondo modelli e valori più evoluti, accompa-
gnandolo così verso l’autorealizzazione (cfr. p.to 4).

[20] Gordon, Th. (trad. it. 2014), Relazioni efficaci, Molfetta (BA), La Meridiana: p. 7.

19
Legittimare un abuso? Il progetto UNI di normazione del "counselor": osservazioni critiche

[7] Per tutta la durata dell’intervento propone e sostiene un rapporto paritetico con il cliente, utilizzando
un linguaggio comune e comprensibile, promuovendo un positivo clima di collaborazione.

Il rapporto tra il professionista della relazione d’aiuto e la persona assistita è diverso da


quello proprio delle professioni basate su saperi e su performance relativamente
indipendenti dalla qualità del rapporto stesso.

Le conoscenze che l’avvocato, l’architetto, il commercialista, il chirurgo etc. mettono a


disposizione del cliente hanno repertori scientifici oggettivi e istituiti come tali: normative,
protocolli, tecnologie dedicate. Si tratta di risorse “date”, fruibili solo da un esperto
adeguatamente preparato e aggiornato, e interdette al profano che per definizione non
saprebbe come utilizzarle. Questo fa sì che il risultato della prestazione professionale — e il
grado di soddisfazione del cliente — è legato assai più alla capacità del professionista di
mettere quelle risorse a disposizione della richiesta e delle esigenze del cliente stesso, oltre
che delle circostanze esterne in cui si presentano, che non alla qualità della relazione.

Nelle relazioni di aiuto questo assetto non è possibile: nessuno può essere aiutato se non si
pone in una attitudine di cooperazione attiva, e il professionista ha il compito di promuovere
questa attitudine, che richiede una positiva, stabile e armonica relazione, da costruire,
sviluppare e manutenere insieme. Non c’è dunque un rapporto “verticale”, come tra esperto
e profano: ognuno fa ovviamente la sua parte, ma in un rapporto paritetico. Nella relazione
d’aiuto non si deve mai cadere nella trappola di fornire alla persona assistita consigli “dall’alto”,
o soluzioni preconfezionate: se pure può accadere — il meno possibile — di dover dare un
consiglio rispetto a un problema specifico, sarà sempre adeguato opportunamente a una
stima delle possibilità effettive della persona assistita di accoglierlo e metterlo in pratica; ma
di regola la consulenza consisterà nell’individuare insieme le soluzioni possibili e desiderabili, o
le meno di-sturbanti e dannose.

Il processo mentale costantemente attivo nel professionista della relazione d’aiuto, è il code-
switching, la ricodifica dei propri pensieri in un linguaggio che svolge una funzione di
progressivo “traino” della persona assistita verso una più accurata e approfondita
conoscenza di sé e al tempo stesso in una rappresentazione di sé più positiva ed
egosintonica. Il linguaggio che il professionista parla dentro di sé, basato su una teoria e una
teoria della tecnica, e il linguaggio con cui comunica con la persona assistita non sono identici:
il secondo è una traduzione del primo, non solo nella dimensione lessicale, ma anche in quella
logico-strutturale. La persona assistita, nel tempo, si scopre padrona di una capacità
decisamente migliorata di costruire rappresentazioni di sé e dei propri problemi, e più libera
e autonoma nell’affrontarli e risolverli.

Si tratta di una vera e propria “promozione semiotica” che si realizza solo in un clima di
riconoscimento reciproco, e appunto di collaborazione che non è solo un puntuale e
completo scambio di informazioni e un rapporto diligente e formalmente corretto, è una
[21] Stampa, P. (1998), Funzione e limiti della cortesia nella dinamica del colloquio psicologico-clinico, in Montesarchio, G. (ed.), Colloquio da
manuale, Milano, Giuffrè. Il concetto di “promozione semiotica “ risale al semiologo ungherese (naturalizzato americano) Th. A. Sebeok.

20
Legittimare un abuso? Il progetto UNI di normazione del "counselor": osservazioni critiche

vera e propria partnership fra persone che insieme studiano ed elaborano modelli di lettura
della realtà interna e di quella esterna, sempre però dal punto di vista della persona assistita
e nel suo interesse.

Nella psicologia dei “costrutti personali” di G. A. Kelly si parla, con deliberata ènfasi, del
rapporto di aiuto come una “alleanza fra scienziati”.[22]

Un interessante esempio di rapporto paritetico tra professionista e cliente si trova anche nei
modelli proposti dall’Analisi Transazionale, cui i counselor at-tingono volentieri: il celebre (e
spesso abusato) principio di Th.A. Harris “io sono ok, tu sei ok” [23] richiama appunto
l’importanza di avere nei confronti dell’altro una posizione aperta, collaborativa e costruttiva.
Chi si trova in questa posizione è accettante, non giudica, ha aspettative realistiche, è
propositivo, sa valorizzare la differenza: il punto è che per assumere questa posizione in modo
da poterla utilizzare in un contesto di consulenza, occorre un addestramento che richiede sia di
padroneggiare i presupposti culturali e scientifici della psicologia, sia di avere maturato una
approfondita esperienza sul campo dei diversi schemi relazionali che si presentano nella
consulenza stessa così come nella vita pratica. Lo psichiatra e psicologo E. Berne ha
classificato diversi “giochi” transazionali, veri e propri copioni in cui i soggetti si ritrovano
ristretti un ruolo precostituito senza che se rendano conto [24]. Per es. “TCT - Tutta Colpa
Tua”, “Non è la volontà che mi manca”, “Guarda cosa mi hai fatto fare”, “Lotta di potere” etc.
Per sganciarsi da questi ruoli stereotipati occorre individuare il modo in cui si stanno
relazionando gli stati dell’Io degli attori sociali, e cioè come interagiscono fra loro le
dimensioni (presenti in ognuno) del Bambino, dell’Adulto e del Genitore. Sotto la sua
apparente semplicità, dovuta a un lessico volutamente costruito per essere a-tecnico e di
facile comprensione, si trova una teoria della tecnica complessa e fuori dalla portata di chi
non sia certificato come analista transazionale, cosa che in Italia — diversamente dagli Stati
Uniti — richiede di essere psicologo o psichiatra.

2.3 Conclusioni
Se ora consideriamo la definizione per punti sopra riportata della figura del counselor, e le
considerazioni critiche cui è stata sottoposta, possiamo constatare che all’elusione
dell’oggetto dell’attività e alla centratura sulla qualità della relazione, corrisponde l’uso
costante di un linguaggio di chiara e inequivoca derivazione psicologica. Pressoché tutte le
espressioni utilizzate nel testo indicano che non solo il metodo, ma anche l’oggetto dell’attività
del counselor hanno natura e struttura psicologica:
«accompagnando il cliente in momenti che comportano cambiamenti e scelte»,
«promuovere un clima che facilitò l'autorealizzazione dell'individuo/gruppo e favorisce
nel cliente autonomia per affrontare le difficoltà»,
«tiene conto delle risorse soggettive»,
«utilizza principalmente gli strumenti dell'ascolto e della collaborazione con autenticità e
trasparenza»,
« propone e sostiene un rapporto paritetico con il cliente, utilizzando un linguaggio
comune e comprensibile, promuovendo un positivo clima di collaborazione»

[22] Kelly, G.A. (trad. It 2004), La psicologia dei costrutti personali. Teoria e personalità, Milano, Cortina (l’opera originale è del 1955).
[23] Harris, Th.A., (trad. it. 2000), Io sono Ok, tu sei Ok, Milano, BUR
[24] Berne, E., (ultima trad. it. 2013), A che gioco giochiamo, Milano, Bompiani; (trad. it. 1978), Analisi transazionale e psicoterapia, Roma, Astrolabio.

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Come più volte ripetuto nelle considerazioni di queste pagine, le capacità che consentono di
sviluppare tali condizioni operative richiedono una solida cultura scientifico-professionale, un
addestramento approfondito e rigoroso, e — non ultimo — un sistema pubblico di garanzie che
certifichi la competenza e il rigore deontologico degli operatori.

Una obiezione difensiva regolarmente opposta agli psicologi dai counselor è che il loro è sì
un intervento di aiuto, ma non un intervento “clinico”.

L’obiezione è futile e la si direbbe semplice frutto di ignoranza se non fosse prima di tutto
puramente strumentale. A qualificare “clinico” un intervento di aiuto non è lo stato “normale”
o “patologico” di chi pone la domanda, ma il metodo impiegato per affrontarla. Quando una
domanda concerne aspetti della vita delle persone che presentano prevalentemente
problematiche del corpo, intervengono i medici, i fisioterapisti e altri professionisti della
salute fisica; quando si tratta di aspetti legati a condizioni materiali di vite disagiate,
marginali, fragili, interviene l’assistente sociale; quando si tratta di aspetti legati
prevalentemente alla vita mentale, lo psicologo e/o lo psichiatra, quest’ultimo soprattutto se
si manifestano disturbi che richiedono un intervento farmacologico. Superfluo osservare che
spesso queste figure professionali si integrano fra loro, e che tra le rispettive competenze e
aree di intervento vi sono zone di sovrapposizione: il confine non è sempre netto, ma ognuna
di queste professioni ha una sua ben circoscritta specificità.

La psicologia non inizia e non finisce con la psicoterapia. La psicologia si occupa del benessere
delle persone sia sotto il profilo individuale che collettivo e di comunità, si occupa dei climi
organizzativi, della promozione della salute, dello sviluppo sostenibile dei sistemi socio-tecnici,
dell’educazione a stili di vita compatibili con le condizioni ambientali e con i modelli della
convivenza, della costruzione per ciascuno di un proprio principio di autoregolazione che
rappresenti l’equilibrio dinamico ottimale fra tutti i fattori che concorrono a determinare i
rapporti fra individuo e società.

La psicologia si muove qui nei territori della piena “normalità”, proponendo alle persone in
difficoltà il c.d. “intervento psicologico di primo livello”, che si sviluppa tanto nell’àmbito
clinico propriamente detto — di cui la psicoterapia è una specializzazione — quanto in tutti
gli altri àmbiti in cui le persone rappresentano i problemi relativi alla crisi della capacità di
orientarsi, decidere, raggiungere obiettivi. All’art. 1 della L. 56/89 l’intervento psicologico di
primo livello è definito nel modo seguente: «la prevenzione, la diagnosi, le attività di
abilitazione-riabilitazione e di sostegno in ambito psicologico rivolte alla persona, al gruppo,
agli organismi sociali e alle comunità».

E si noti qui come, nel presentarsi al Ministero per lo Sviluppo Economico ex L. 04/13,
l’Assocounseling — una delle principali organizzazioni associative del settore — include, fra le
competenze del counselor, l’intervento sul «disagio psichico lieve», ciò che con tutta
evidenza rimanda a una diagnosi psicologica che abbia escluso forme severe di quel disagio:
diagnosi che solo uno psicologo potrebbe formulare, e il counselor che dovesse farlo
incorrerebbe nella violazione dell’art. 348 del Codice Penale.

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Legittimare un abuso? Il progetto UNI di normazione del "counselor": osservazioni critiche

Si aggiunga, ancora, che senza alcun dubbio tutte le forme significative di impasse
decisionale comportano almeno un “disagio psichico lieve”, valutazione che spetta
esclusivamente allo psicologo non solo di formulare, ma anche, al caso, di trattare.

In conclusione, si può agevolmente sostenere che il campo delle attività e pro-fessioni di


aiuto è già ampiamente coperto da una molteplicità di figure che si differenziano e si
completano fra loro secondo i diversi àmbiti di competenza, tanto in relazione all’oggetto
che ai metodi di intervento: e che pertanto non vi è alcuna necessità, né di mercato né di
pubblica utilità o convenienza, a normare la figura del counselor. Essa rischia invece,
sovrapponendosi a quelle già presenti e legittimate da percorsi universitari — soprattutto,
come si è fin qui argomentato, la professione di psicologo — di creare confusione e persino
di indurre persone disinformate a intraprendere ingenuamente percorsi formati-vi che le
potrebbero portare a commettere, senza nemmeno rendersene conto, il reato di esercizio
abusivo di professione, di cui all’art. 348 del Codice Penale.

Né francamente si comprende perché mai un giovane dovrebbe preferire un percorso


formativo triennale presso centri privati di scarsa e indefinita caratura scientifica, piuttosto
che conseguire, in modo trasparente nel contesto delle garanzie fornite dal sistema
universitario, almeno una laurea triennale in Psicologia, Scienze sociali, Scienze della
formazione, o professioni mediche ausiliarie, con l’iscrizione ai relativi Albi professionali.

Le attività di aiuto, viste nel loro insieme, propongono interventi che possiamo definire:
integrativi, mediante azioni finalizzate a rendere le persone assistite autonome
nell’affrontare e risolvere i problemi che le hanno indotte a ricercare l’aiuto;
sostitutivi, mediante azioni che affrontino in luogo delle persone assistite i problemi e i
compiti che esse non si sentono, o non sono in grado, di affrontare.

Interventi integrativi e sostitutivi si possono poi individuare secondo un asse che ne


definisce la natura secondo le due dimensioni:
concreta, a misura che i problemi affrontati riguardino componenti materiali, tecniche,
oggettive della vita delle persone assistite;
simbolica, a misura che di tali problemi si affrontino i significati che essi rivestono nella
vita mentale delle persone assistite, considerati tanto in chiave individuale che nei
sistemi di relazioni, entro i contesti che li producono e li contengono, quali la famiglia, la
scuola e l’università, il lavoro, le amicizie, i legami sentimentali, i territori.

Uno schema generale che incroci le due fondamentali tipologie di intervento con le due
dimensioni sopra dette, potrebbe essere espresso graficamente come nella figura a pagina
seguente.

In essa, come si vede, le tre centrali professioni di aiuto — psicologo, medico e assistente
sociale — funzionano entro un campo nel quale si iscrivono altre professioni e attività di
contorno, che solo in parte ne declinano aspetti specifici, di supporto, di complemento.

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Legittimare un abuso? Il progetto UNI di normazione del "counselor": osservazioni critiche

Ciò è particolarmente evidente e meglio definito in àmbito sanitario, nel quale incontriamo
figure professionali, oltre all’infermiere, al fisioterapista, all’ostetrica etc., come quelle del
neuropsicomotricista per l’età adulta e per l’età evolutiva, il logopedista, il tecnico della
riabilitazione psichiatrica, il terapista occupazionale e altre ancora.
Di aspetti più marcatamente simbolici dei problemi della vita delle persone si occupano
invece — oltre ovviamente, e soprattutto, agli psicologi — alcune figure professionali e para-
professionali già esistenti e variamente definite dal carattere in prevalenza sostitutivo del
loro intervento: l’insegnante di sostegno, l’educatore di comunità e tutte quelle altre figure
che, spesso a titolo gratuito piuttosto che oneroso, intervengono nelle famiglie in difficoltà e
nelle case-famiglia, nelle carceri, nelle Residenze Sanitarie Assistenziali con il compito di
supportare soggetti in condizioni di fragilità con la loro presenza, il loro consiglio, la loro
capacità di mediazione con l’ambiente esterno. Il mondo del volontariato e il clero
profondono certamente grande impegno in tali attività.

Si conferma qui quanto evidenziato all’Inchiesta Pubblica Preliminare (IPP) dell’UNI (citata
nella Premessa, § 1.1.): l’attività del counselor, così come dai counselor stessi definita, risulta
in palese sovrapposizione con professioni sanitarie e sociali già esistenti. È evidentemente
per tale ragione che il campione rappresentativo coinvolto nell’Inchiesta Pubblica ritiene di
non sentire alcun bi-sogno di normare la figura del counselor.

Dobbiamo ora augurarci che questa spiacevole vicenda si concluda qui.

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Aderiscono a questo documento

Gennaro ACCURSIO - Professore Associato di Psicologia delle emozioni motivazioni e personalità,


Dipartimento Dinamica Clinica e Salute, Sapienza" Università di Roma

Gabriella ANTONUCCI - Professore Ordinario Dipartimento di Psicologia

Mario ARDIZZONE - già Dirigente Psicologo presso il Dipartimento di Salute Mentale della ASL Roma 1.

Arturo BEVILACQUA - Professore Ordinario di Biologia Applicata, Dipartimento di Psicologia


Dinamica, Clinica e Salute, "Sapienza" Università di Roma

Marino BONAIUTO - Professore Ordinario "Sapienza" Università di Roma

Laura BORGOGNI- Professore Ordinario di Psicologia del lavoro e delle organizzazioni "Sapienza"
Università di Roma

Oliviero BRUNI - Professore Ordinario di Neuropsichiatria Infantile "Sapienza" Università di Roma

Marco CACIOPPO - Professore Associato di Psicopatologia dello Sviluppo, Presidente del Corso di
Laurea Magistrale in Psicologia, Dipartimento di Scienze Umane, LUMSA Università di Roma

Eleonora CANNONI - Professore Associato presso la Facoltà di Medicina e Psicologia, Direttrice della
Scuola di Specializzazione in Psicologia del ciclo di vita, "Sapienza" Università di Roma

Alessandro COUYOUMDJIAN - Psicologo psicoterapeuta, Consigliere dell'Ordine degli Psicologi del


Lazio, Professore Associato in Psicologia Clinica, Psicodiagnostica e Psicoterapia, Dipartimento di
Psicologia, "Sapienza" Università di Roma

Vincenzo CARETTI - Professore Ordinario di Psicologia Dinamica, Dipartimento di Scienze Umane,


LUMSA Università di Roma

Armando COZZUTO - Presidente Ordine Psicologi Campania

Gaetana D'AGOSTINO - Presidente Ordine Psicologi Sicilia

Michela DI TRANI - Professore associato, "Sapienza" Università di Roma

Fabrizio DORICCHI - Professore Ordinario di Neuropsicologia - Dipartimento di Psicologia, "Sapienza"


Università di Roma

Fabio FERLAZZO - Professore Ordinario di Psicologia Generale, Dipartimento di Psicologia "Sapienza"


Università di Roma

Fernando FERRAUTI - Direttore Dipartimento Salute Mentale e Patologie da Dipendenza ASL/FR

Renato FOSCHI - Professore Associato di Storia della Scienza, Facoltà di Medicina e Psicologia,
“Sapienza” Università di Roma

Gaspare GALATI - Professore Ordinario di Psicobiologia e Psicologia fisiologica, Direttore della Scuola
di Specializzazione in Neuropsicologia, "Sapienza" Università di Roma
Anna Maria GIANNINI - Ordinario di Psicologia Generale e di Psicologia Giuridica e Forense,
Presidente del Corso di Laurea Magistrale in Psicologia Giuridica, Forense e Criminologica, Facoltà di
Medicina e Psicologia, "Sapienza" Università di Roma

Massimo GRASSO - già Ordinario di Psicologia clinica, Facoltà di Medicina e Psicologia, “Sapienza”
Università di Roma

Fiorenzo LAGHI - Professore Ordinario di Psicologia dello sviluppo e dell'educazione, “Sapienza”


Università di Roma

Carlo LAI - Professore Associato in Psicologia Clinica e co-coordinatore del Laboratorio di Neuroscienze
Cliniche presso il Dipartimento di Psicologia Dinamica e Clinica “Sapienza” presso la "Sapienza"
Università di Roma

Maria LEGGIO - Professore Ordinario di Neuroscienze Cognitive, Facoltà di Medicina e Psicologia,


"Sapienza" Università di Roma

Stefano LIVI - Professore Ordinario di Psicologia Sociale, Coordinatore Dottorato in Psicologia Sociale,
dello Sviluppo e della Ricerca Educativa, Facoltà di Medicina e Psicologia, “Sapienza” Università di
Roma

Emiddia LONGOBARDI - Professoressa Ordinaria di Psicologia dello Sviluppo e dell'Educazione,


Facoltà di Medicina e Psicologia, "Sapienza" Università di Roma

Fabio LUCIDI - Preside della Facoltà di Medicina e Psicologia, “Sapienza” Università di Roma

Katia MARILUNGO - Presidente Ordine Psicologi Marche

Marialuisa MARTELLI - Professore Associato, Dipartimento di Psicologia, Sapienza” Università di


Roma

Giuliana MAZZONI - Professoressa Ordinaria di Psicologia, Dipartimento di Psicologia Dinamica,


Clinica e Salute, “Sapienza” Università di Roma

Silvia MAZZONI - Professore Associato Dipartimento Psicologia Dinamica, Clinica e Salute “Sapienza”
Università di Roma

Gianni MONTESARCHIO - già Ordinario Teorie e tecniche del colloquio psicologico, Facoltà di
Medicina e Psicologia, “Sapienza” Università di Roma

Giampaolo NICOLAIS - Direttore Scuola di Specializzazione in Psicologia Clinica, “Sapienza”


Università di Roma

Cristina ORSINI - Docente del Dipartimento di Psicologia, “Sapienza” Università di Roma

Cristina OTTAVIANI - Direttrice della Scuola di Specializzazione in Valutazione Psicologica e


Consulenza (Counselling), "Sapienza" Università di Roma

Luca PEZZULLO - Presidente Ordine Psicologi Veneto

Laura PICARDI - Professore Associato di Psicologia Generale, Facoltà di Medicina e Psicologia,


"Sapienza" Università di Roma
Antonio PIERRO - Professore Ordinario di Psicologia sociale, Dipartimento di psicologia dei Processi di
Sviluppo e Socializzazione, "Sapienza" Università di Roma

Gabriele RAIMONDI - Presidente Ordine Psicologi Emilia Romagna

Clelia Matilde ROSSI ARNAUD - Professore Ordinario, Dipartimento di Psicologia, Sapienza Università
di Roma

Sergio SALVATORE - Professore Ordinario di Psicologia Dinamica, Facoltà di Medicina e Psicologia,


“Sapienza” Università di Roma

Vincenzo Francesco SCALA - già Dirigente psicologo Responsabile Centro di Salute Mentale ASL/Rm2

Teresa Gloria SCALISI - Docente di Tecniche Psicometriche - “Sapienza” Università di Roma

Gilda SENSALES - Professoressa Associata “Sapienza” Università di Roma

Anna Maria SPERANZA - Professoressa Ordinaria di Psicopatologia dello sviluppo, Direttrice del
Dipartimento di Psicologia Dinamica, Clinica e Salute, “Sapienza” Università di Roma

Grazia Fernanda SPITONI - Professore Associato “Sapienza” Università di Roma

Alessandra TALAMO - Professoressa presso “Sapienza” Università di Roma, già Direttore del
Dipartimento di Psicologia dei Processi di Sviluppo e Socializzazione, Responsabile del Servizio HOPE
per Operatori Umanitari in contesti di crisi

Cristina TRENTINI - Professore Associato di Psicologia Dinamica, Facoltà di Medicina e Psicologia,


“Sapienza” Università di Roma

Manuela TOMAI - Professore Associato di Psicologia Clinica - Facoltà di Medicina e Psicologia,


“Sapienza” Università di Roma

Felice Damiano TORRICELLI- Presidente ENPAP, Ente Nazionale di Previdenza e Assistenza degli
Psicologi

Patrizia VELOTTI - Professore Associato di Psicologia Clinica “Sapienza” Università di Roma

Pierluigi ZOCCOLOTTI - Direttore Master di II Livello in Disturbi dell’apprendimento e dello sviluppo


cognitivo, Università degli Studi di Roma Sapienza
ORDINE DEGLI PSICOLOGI DEL LAZIO

LEGITTIMARE UN ABUSO?
Il progetto UNI di normazione del "counselor":
osservazione critiche