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CINZIA BEARZOT

Manuale di storia
greca
Terza edizione

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il Mulino Manuali
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Manuale di storia greca

Il manuale fornisce un quadro chiaro ed esauriente della storia della Grecia


antica, dalle origini alla conquista romana. Il testo privilegia la ricostruzione
degli avvenimenti politici (presupposto necessario per la comprensione degli
aspetti economici, sociali e culturali) con una particolare attenzione per la
storia delle relazioni internazionali e per la difficile ricerca di un equilibrio
panellenico.

INDICE DEL VOLUME: Prefazione alla terza edizione. - I. La formazione della civiltà greca.
- Il. La Grecia tardo-arcaica. - III. Il quinto secolo. - IV. Il quarto secolo. - V. Alessan­
dro e l'ellenismo. - V I. La Grecia e Roma. - Letture consigliate. - Cronologia. - Indici.

CINZIA BEARZOT è docente di Storia greca presso la Facoltà di Lettere e filoso­


fia dell'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Con il Mulino ha pubblicato
anche «La polis greca» (2009) e «Il federalismo greco» (2014).

Su web e su tablet, Pandoracampus (www.pandoracampus.it) propo­

• ne il testo completo del manuale insieme a risorse integrative e servizi


interattivi per approfondire, verificare l'apprendimento e fare lezione.

ISBN 978-88-15-25882-3

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9 788815 258823
€ 30,00
CINZIA BEARZOT

Manuale
di storia greca

il Mulino
ISBN 978-88-15-25882-3 Copyright© 2005 by Società editrice il Mulino, Bologna. Terza edizione 2015. Tutti
i diritti sono riservati. Nessuna parte di questa pubblicazione può essere fotocopiata,
riprodotta, archiviata, memorizzata o trasmessa in qualsiasi forma o mezzo - elettronico,
meccanico, reprografico, digitale - se non nei termini previsti dalla legge che tutela il
Diritto d'Autore. Per altre informazioni si veda il sito www.mulino.it/edizioni/fotocopie
Indice

Prefazione alla terza edizione 7

I. La formazione della civiltà greca 11

1. Preistoria e protostoria 11
2. La civiltà minoica 13
3. La civiltà micenea 15
4. L'«età oscura» (1100-800 ca.) 19
5. L'alto e medio arcaismo 23

Il. La Grecia tardo-arcaica 59


1. I Greci d'Asia e delle isole 59
2. La Grecia centro-settentrionale 62
3. Atene 67
4. Sparta e il Peloponneso 79
5. I Greci d'Occidente 87

lii. Il quinto secolo 95


1. Le guerre persiane: uno scontro di civiltà 95
2. Atene e Sparta: il modello della doppia egemonia 111
3. Democrazia e imperialismo 124
4. La guerra del Peloponneso: due blocchi a confronto 137

IV. Il quarto secolo 169


1. L'egemonia spartana e le sue contraddizioni 170
2. La pace comune del 387/6: lautonomia come principio
di convivenza internazionale 184
6 INDICE

3. La Seconda lega ateniese 187


4. L'egemonia tebana e la rinascita degli stati federali 190
5. La fine delle egemonie cittadine e l'ascesa della Macedonia:
ffi�ll �
6. Siracusa, la tirannide dionisiana e la nascita dello stato territoriale 214

V. Alessandro e l'ellenismo 233


1. Alessandro e il sogno dell'impero universale 233
2. Il problema della successione e la formazione degli stati ellenistici:
dal 323 al 281 244
3. La Sicilia: Agatocle 249
4. Le monarchie territoriali: dal 281 al 220 ca. 251

VI. La Grecia e Roma 275


1. Le guerre illiriche 276
2. La prima guerra macedonica (215-205) 279
3. La seconda guerra macedonica (200-196) 283
4. La guerra siriaca (192-188) 291
5. La terza guerra macedonica (171- 168) 301
6. La «quarta guerra macedonica» e la guerra acaica 309
7. L'ordinamento provinciale 312

Letture consigliate 323

Cronologia 327

Indici 345
Prefazione
alla terza edizione

La terza edizione del Manuale di storia greca non si discosta, nell'impostazione


generale, dalle due edizioni precedenti (2005 e 201 1 ). 11 manuale è stato
pensato soprattutto come uno strumento didattico, che intende rispondere
a esigenze di relativa agilità e, soprattutto, di chiarezza espositiva: a questo
scopo, a partire dalla seconda edizione il testo presenta una scansione più
articolata, messa in evidenza da titoletti che offrono una guida alla lettura.
L'esposizione privilegia la storia evenemenziale: la conoscenza dei fatti è,
a mio parere, il presupposto necessario per la comprensione della storia
economica, sociale e culturale della Grecia antica come di ogni altro periodo
storico. Il taglio della ricostruzione adotta, come chiave di lettura, la storia
delle relazioni internazionali e della difficile ricerca di un equilibrio all'interno
del complesso «sistema» ellenico: una prospettiva della cui parzialità sono
consapevole, ma che trova giustificazione nell'interesse che le stesse fonti
antiche le hanno riservato.
Ho cercato, nella misura del possibile, di dare spazio alla voce delle fonti,
letterarie e documentarie, sulle quali si basa la nostra conoscenza degli avve­
nimenti principali della storia greca, facendo spesso riferimento ad esse nel
testo e talora citandole ampiamente; ho invece potuto soltanto accennare al
complesso lavoro di analisi e di critica della tradizione, operato dagli studiosi
moderni, che è il presupposto della ricostruzione offerta.
11 manuale si articola in sei capitoli, dedicati alla formazione della civiltà greca
(cap. 1 ) , alla Grecia tardo-arcaica (cap. 2), al V secolo dalle guerre persiane alla
fine della guerra del Peloponneso (cap. 3 ) , al IV secolo dal 403 a.C. alla morte
di Filippo II di Macedonia (cap. 4), ad Alessandro e all'ellensimo fino al 220
a.C. ca. (cap. 5) e al rapporto fra la Grecia e Roma (cap. 6). Al loro interno,
lesposizione è articolata in sottocapitoli e paragrafi, a loro volta suddivisi in
brevi sottoparagrafi con titoletti a margine, che mi auguro possano offrire
una chiara organizzazione del materiale e, quindi, favorire l'apprendimento
della disciplina.
8 PREFAZIONE ALLA TERZA EDIZIONE

La bibliografia proposta alla fine di ogni capitolo è stata integrata, rispetto


alla seconda edizione, con diversi contributi usciti tra il 201 1 e oggi, sempre
esclusivamente in lingua italiana. Si tratta di una scelta certamente discuti­
bile, alla quale mi hanno condotto diverse considerazioni. Poiché il materiale
bibliografico disponibile è ormai enorme, l'obiettivo della completezza non
è perseguibile e ogni selezione rischia comunque di essere arbitraria; d'altra
parte, gli studiosi italiani hanno dato e continuano a dare un contributo molto
qualificato agli studi di storia greca, ancorché non sempre considerato con la
dovuta attenzione dai colleghi stranieri, specialmente di area anglosassone; in
ogni caso, dai loro studi è quanto mai agevole, per chi lo desideri, risalire alle
indicazioni bibliografiche principali in altre lingue (mentre raramente è vero
il contrario). Ritengo dunque che si faccia un servizio migliore agli studenti
universitari, e si incoraggi più efficacemente il loro desiderio di approfon­
dire la materia, orientandoli in prima istanza sulla bibliografia in italiano (o,
laddove possibile, tradotta in italiano). In chiusura del volume, segnalo una
serie di letture di carattere generale, consigliate a chi voglia avvicinarsi allo
studio della storia greca.
La vera novità di questa terza edizione è la pubblicazione sia in formato
cartaceo, sia su supporto digitale sulla piattaforma Pandoracampus
(www.pandoracampus.it). La versione digitale riproduce quella cartacea e la
integra con una serie di risorse aggiuntive: fonti e documenti ulteriori rispetto
a quelli inseriti nel testo, carte interattive, documentazione iconografica, linee
temporali, glossario, test di autovalutazione. Ho accolto volentieri l'invito
dell'editore ad avvalermi di questa piattaforma, nella convinzione che l'in­
novazione tecnologica possa giovare alla didattica, consentendo al docente
di comunicare più efficacemente i contenuti della disciplina e agli studenti
di raggiungere un livello superiore di preparazione.

Le riviste sono indicate con le abbreviazioni usate nell'Année Philologique.


Le raccolte epigrafiche cui si fa riferimento nel testo sono:
• IG P = Inscriptiones Graecae. Editio tertia, I, Berlin, 1 98 1 ;
• ML= R . Meiggs e D. Lewis, A Selection o/ Greek Historical Inscriptions to

the End o/ the Fifth Century B.C., Oxford, 1 9882;


• Moretti ISE = L. Moretti, Iscrizioni storiche ellenistiche, I-II, Firenze, 1967-
1 976; III, Roma, 2002;
• Syll.3 = W. Dittenberger, Sylloge Inscriptionum Graecarum, I-IV, Leipzig,
1 9 15- 1 9243;
• RDGE = R.K. Sherk, Roman Documents /rom the Greek East, Baltimore,
1 969;
• Rhodes-Osborne = P.J. Rhodes e R. Osborne, Greek Historical Inscriptions:

404-323 BC , Oxford, 2003 ;


• Tod= M.N. Tod, Greek Historical Inscriptions /rom the Sixth Century B.C.

to the Death o/ Alexander the Great in 323 B.C , I-II, Oxford, 1 946- 1 948.
.
9

Per gli accenti delle parole greche translitterate si è preferito, secondo un


criterio ormai frequentemente adottato, non indicarli, se non nel caso di
parole tronche (koin{); a questa decisione si è giunti per la difficoltà di tro­
vare un sistema che sia insieme coerente con laccentazione originaria (il che
vorrebbe, per esempio, basileis) e perspicuo per chi non conosce il greco (il
che richiederebbe invece basilèis). Tutte le date, qualora non diversamente
indicato, si intendono avanti Cristo.

Ringrazio Franca Landucci per l'aiuto fornitomi per la revisione della parte
ellenistica, su cui le sue competenze sono ben note; devo molto anche ai colleghi
che hanno adottato il testo e che, in base alla loro esperienza, mi hanno fatto
giungere osservazioni di vario genere su di esso. Il dott. Paolo A. Tuci ha dato,
grazie alla sua esperienza didattica, un notevole contributo alla revisione del testo
e dei suoi apparati (cartine, tavola cronologica e indici); a lui e alla dott. Livia
De Martinis va il merito di aver preparato i diversi materiali confluiti su Pando­
racampus. Ringrazio entrambi per il lavoro svolto, per le puntuali osservazioni e
per i preziosi suggerimenti.
La formazione della civiltà greca

In questo capitolo:
• Preistoria e protostoria
• La civiltà minoica
• La civiltà micenea
• L'«età oscura» (1100-800 ca.)
• L'alto e medio arcaismo

1 . PREISTORIA E PROTOSTORIA

Durante il Paleolitico, circa 40.000 anni prima di Cristo, tracce di occupazione Dal Paleolitico al
umana si riscontrano in Grecia a partire dalle zone settentrionali e, in parti­ Neolitico (40000-
colare, dalla.Tracia, dalla Penisola Calcidica e dalla Tessaglia, per estendersi 3000)
poi alla Beozia, all'Argolide, all'Eubea e alle isole ioniche. Gli abitanti sono
cacciatori e raccoglitori e conducono vita seminomade.
Con il VII millennio (7000-6000) inizia il processo di sedentarizzazione che
conduce al Neolitico, periodo che in Grecia copre l'arco cronologico dal VI
al IV millennio (6000-3000). Si formano comunità stabili, riunite in villaggi
di case costruite in mattoni crudi su basamento di pietra (nelle regioni me­
ridionali) o con la tecnica del graticcio rivestito di argilla (in Tessaglia e in
Macedonia); la popolazione è dedita all'agricoltura (cereali come grano e orzo,
legumi, alberi da frutta come fichi, meli, peri, mandorli) e all'allevamento
(buoi, maiali, pecore, capre); compare la ceramica (vasellame e figurine an­
tropomorfe e zoomorfe). Gli strumenti (asce e accette) sono in pietra levigata;
nel Neolitico recente predomina l'ossidiana, proveniente dall'isola di Melo. A
questa stessa epoca compaiono anche i primi oggetti in metallo (rame e oro)
martellato e levigato. I siti neolitici più importanti si trovano nelle regioni
settentrionali (Macedonia, Tessaglia) e nelle isole (Chio, Samo, Cicladi).
12 CAPITOLO 1

Ci si è domandati se i cambiamenti che si registrano nel corso del Neolitico


vadano collegati con l'apporto di nuove popolazioni, non ancora indoeuro­
pee. Fin dalla preistoria, infatti, il bacino dell'Egeo appare caratterizzato da
intense relazioni, intrattenute dalle popolazioni che vi abitano con quelle di
territori limitrofi o anche più distanti: esplorazione e scambi sono favoriti dalla
situazione geografica, grazie alla profonda compenetrazione di terra e di mare,
dal frazionamento insediativo, collegato anche con una struttura orografica
che divide il territorio in distretti regionali di varia entità, e dall'esigenza di
reperire risorse primarie. Le caratteristiche degli insediamenti neolitici e, in
particolare, della ceramica inducono, in alcuni casi, a ipotizzare relazioni con
regioni del Vicino Oriente, come l'Anatolia o la regione siro-palestinese (per
la Tessaglia e la Grecia centrale), e con l'area balcanica (per la Macedonia);
altrove, come in Argolide, sembra più probabile che i mutamenti siano dovuti
a sviluppi di carattere locale.
Il Bronzo antico La transizione dal Neolitico all'Età del Bronzo, nella seconda metà del IV
(3000-2000 ca.) millennio (3500-3000), corrisponde a un notevole ampliamento dei circuiti di
scambio, verso l'Egeo orientale e l'Europa centrale. I centri più importànti si
spostano dalle zone settentrionali (Tessaglia, Macedonia), che si riducono a un
ruolo marginale, a quelle meridionali (Peloponneso, Cicladi, Creta): proprio
qui si svilupperanno le grandi civiltà dell'Età del Bronzo, quella minoica a
Creta e quella micenea nella Grecia peninsulare.
Nel corso dell'Età del Bronzo, che dall'inizio del terzo millennio (3000 ca.) va
fino all'XI Secolo ( 1 100- 1000), si assiste a un'ulteriore crescita delle relazioni e
degli scambi. Un ruolo importante nella loro promozione spetta alla diffusione ·

della metallurgia: la scarsità di metalli in area egea spinge infatti a cercare


il rame a Cipro, in Sardegna, nel Lazio, in Spagna, lo stagno nell'Europa
centro-settentrionale (isole britanniche, Bretagna, Boemia, Sassonia) e in Asia
(Caucaso, Alto Eufrate). Grazie allo sviluppo dei contatti reciproci, durante
il Bronzo antico diverse comunità mostrano analoghi sviluppi, consistenti nel
passaggio da un'economia agro-pastorale di pura sussistenza a una crescente
utilizzazione delle risorse non agricole e nell'insediamento in villaggi con case
a pianta diversificata, difesi da mura, spesso stabiliti in siti mai occupati in
precedenza, che sono stati classificati come «centri proto-urbani». Si formano
così diverse aree regionali (Grecia continentale, Creta, Egeo, Asia Minore),
accomunate da elementi culturali di carattere «internazionale». Se ogni area
mostra una produzione artigianale specifica (in area egeo-cicladica, per
esempio, gli idoletti in marmo e i piatti in terracotta denominati «padelle per
friggere», spesso recanti la figura di una nave), il ricorrere di forme comuni fa
pensare a un'ampia circolazione di oggetti, di tecniche e anche di individui.
Un ruolo fondamentale di ponte sembra essere stato svolto dalle Cicladi e
dai loro artigiani e marinai: su molte «padelle» cicladiche compare infatti la
raffigurazione di una nave, spinta da una quarantina di rematori, che attesta
un notevole progresso della marineria.
LA FORMAZIONE DEllA CMl.T. GlECJ. 13

2. LA CMLTÀ MINOICA

Verso la fine del III millennio (2000 ca.) l'equilibrio caratteristico del Bronzo Dal Bronzo antico
antico si rompe, dando luogo a profondi cambiamenti; l'Egeo si scinde in due al Bronzo medio
aree, che nel corso del Bronzo medio seguono uno sviluppo diverso. Creta (2000 - 1 600 ca.):
il secondo millen­
e le Cicladi sono caratterizzate dall'espansione delle città, dall'adozione del nio
sistema palaziale e dal mantenimento di un intenso livello di scambi; nel
Peloponneso e nella Grecia centrale e settentrionale si registra invece una
significativa regressione culturale.
L'isola di Creta, rimasta indenne dagli sconvolgimenti della fine del III La civiltà minoica
millennio, svolge per tutta la prima metà del II (2000-1450 ca.) un ruolo nel periodo dei
di primo piano, sia durante il periodo dei primi palazzi (2000- 1700 ca.) , primi e dei secondi
palazzi (2 000-
edificati in forme relativamente semplici a Pesto e a Cnosso, sia soprattutto 1450)
durante quello dei secondi palazzi ( 1700-1450 ca.), che rappresenta l'apogeo
della civiltà minoica. Durante la seconda fase palaziale i palazzi già esistenti,
dopo una grave distruzione attribuibile a cause naturali oppure alle conse­
guenze di lotte interne, vengono ricostruiti in forme più complesse; nuovi
insediamenti vengono inoltre creati a Mallia, Zakros e Haghia Triada. Tale
fase è caratterizzata dall'egemonia di Cnosso, che impone sull'isola una
significativa unità culturale: la denominazione deriva dal mitico re cnossio
Minosse, ricordato da Tucidide, nella cosiddetta «archeologia» (la breve
storia della Grecia arcaica tracciata all'inizio delle sue Storie, in I, 2-19),
come il più antico possessore di una flotta e thalassokrator («dominatore
del mare») in area egea:
Minosse fu il più antico, a quanto sappiamo per tradizione, a possedere una
flotta, a dominare per la maggior parte il mare che ora è greco, a governare
sulle isole Cicladi e a diventare il primo colonizzatore della maggior parte di
esse, dopo averne scacciato i Cari e avervi installato come capi i propri figli. E
per quanto gli fu possibile eliminò la pirateria dal mare, com'è naturale, perché
gli giungessero rendite in maggior quantità (I, 4; cfr. I, 8, 2).

La descrizione dell'impero marittimo di Minosse, modellata sull'esperienza


dell'impero ateniese del V secolo e quindi con elementi anacronistici, trova
tuttavia parziale conferma nel vasto raggio d'azione commerciale di Creta,
attestato archeologicamente.
Il sistema palaziale, già presente nel Vicino Oriente, è un sistema di organiz­
zazione politico-sociale fortemente centralizzato, basato appunto sul palazzo
e sulle sue diverse funzioni: sede del potere politico, esso svolge anche fun­
zioni economiche (di organizzazione della produzione agricola e artigianale,
di raccolta delle materie prime, dei prodotti della terra e dei manufatti, di
ridistribuzione degli strumenti di lavoro e delle diverse risorse disponibili),
religiose e culturali. L'adozione del sistema palaziale a Creta è stata collegata,
oltre che all'influenza orientale, a un'evoluzione interna legata a fattori diversi,
come l'introduzione delle colture della cosiddetta «triade mediterranea» (vite,
ulivo, cereali), che avrebbe creato la necessità di organizzare la produzione,
14 CAPITOLO 1

la raccolta delle eccedenze e la loro ridistribuzione, e lo sviluppo di un arti­


gianato altamente specializzato.
Dal punto di vista architettonico, il palazzo ha una struttura complessa, che è alla
base della tradizione cretese sul Labirinto. Intorno a un grande cortile centrale,
di forma rettangolare e orientato in direzione nord-sud, si raggruppano stanze di
servizio, d'abitazione e di ricevimento, sale di culto e «teatri», magazzini, uffici,
laboratori; un ampio cortile lastricato introduce alla facciata monumentale,
collocata sul lato occidentale; molti ambienti presentano una ricca decorazione
ad affreschi policromi. L'inserimento nel contesto naturale è particolarmente
curato: il palazzo è aperto sull'ambiente circostante e sull'abitato che lo circonda,
capace di ospitare una popolazione numerosa; particolare attenzione è posta
all'aerazione e all'illuminazione. La mancanza di fortificazioni sembra indicare
una certa sicurezza rispetto alle aggressioni esterne.
Un elemento fondamentale nello sviluppo del sistema palaziale è costituito dai
progressi dei sistemi di notazione, dall'uso dei sigilli a quello della scrittura.
Creta ha restituito sigilli in pietra, avorio e oro e cretule d'argilla con impronte
di sigilli, presenti a Pesto fin dall'epoca protopalaziale: apposti a vasi, forzieri,
porte, i sigilli consentivano di controllare la raccolta e la ridistribuzione dei
beni. La scrittura, necessaria per la contabilità palaziale, era già nota in Meso­
potamia e in Egitto, ma i Cretesi approntarono un sistema autonomo: prima
una scrittura ideogrammatica, definita da Arthur Evans, lo scopritore dell'ar­
chivio di Cnosso, «geroglifica» e attestata in epoca protopalaziale a Mallia e a
Cnosso (la cui principale testimonianza è il cosiddetto «Disco di Pesto»), poi
la cosiddetta «Lineare A», presente non solo a Creta ma anche nelle Cicladi e
a Samotracia. Si tratta, in entrambi i casi, di scritture sillabiche, che esprimono
una lingua non greca e che non è stato possibile finora decifrare. Nel 1450 circa
fa invece la sua comparsa a Creta la «Lineare B», elaborata dagli abitanti della
Grecia continentale; la sua presenza a Creta è ritenuta testimonianza della con­
quista dell'isola da parte dei Micenei intorno alla metà del XV secolo (1450 ca.).
La religione è un aspetto fondamentale della vita del palazzo, tanto che Evans
ne fu indotto ad avanzare l'ipotesi di una «teocrazia» minoica, guidata da un
re-sacerdote. Se questa ipotesi non sembra trovare riscontro sicuro, certo il
palazzo riservava al culto ambienti specifici e dedicava ad aspetti cultuali parte
della decorazione; diversi oggetti hanno una specifica destinazione cultuale,
tra essi la labrys, l'ascia bipenne destinata al sacrificio. La religione sembra
avere una forte impronta naturalistica; le figurine interpretabili come divinità
sono femminili e rappresentano una Potnia («signora») affiancata da animali
(serpenti, uccelli, leoni).
Notevole è l'impulso dato dal sistema palaziale alla produzione artistica: la
centralizzazione della struttura economica garantisce la fornitura di materie
prime e di strutture di servizio agli artigiani, favorendo il progresso di tec­
niche come l'uso del tornio, l'incrostazione, la placcatura e la granulazione.
Nell'ambito della produzione cretese si segnalano la ceramica del cosiddetto
«stile di Kamares», decorata con motivi naturalistici, tra i quali prevale il
polipo, e preziosi manufatti di metallurgia e oreficeria.
LA FORMAZIONE OELLA CMLTÀ GRECA 15

La documentazione archeologica, in sostanziale accordo con la visione tucidi- La civiltà minoica


dea della «talassocrazia» di Minosse, attesta i rapporti dell'isola di Creta con oltre Creta
l'Egitto, con Cipro, con le coste dell'Asia Minore (Rodi, Coo, Mileto, Iaso),
con le isole dell'Egeo: i Cretesi possono essere identificati con i Ke/tiu dei testi
egiziani e con i Kaptara di quelli del Vicino Oriente. Nelle Cicladi, la diffusione
della cultura minoica è notevole, soprattutto a Tera, dove è stato messo in
luce un insediamento palaziale con splendidi affreschi, andato distrutto nelle
catastrofiche eruzioni vulcaniche datate ora alla fine del XVII secolo (1600
ca.); a Citera e a Rodi sono forse documentabili veri e propri insediamenti
minoici. Le Cicladi continuano così a svolgere il ruolo tradizionale di ponte
tra Creta e la Grecia continentale.

3. LA CMLTÀ MICENEA

Diversamente che a Creta, in Grecia il passaggio dal Bronzo antico al Il passaggio al se­
Bronzo medio, intorno al 2000, reca tracce di profondi sconvolgimenti: condo millennio
nella Grecia con­
molti villaggi sono distrutti, altri vengono abbandonati; scompaiono le for­
tinentale
tificazioni; la casa ad abside semicircolare sostituisce gli edifici di struttura
più complessa; scompaiono i magazzini; si generalizza la tomba individuale
del tipo «a cista» (sepoltura individuale o collettiva costituita da una cassa,
generalmente rettangolare, di lastre di pietra infisse nel terreno) e i corredi,
già modesti, quasi scompaiono; compare una ceramica lavorata al tornio di
colore grigio uniforme e a superficie liscia, detta «minia»; viene introdotto
il cavallo domestico.
Questi cambiamenti sono stati attribuiti all'arrivo di popolazioni parlanti
lingue indoeuropee, tra cui un proto-greco; tuttavia, rivolgimenti interni
ed evoluzione locale possono spiegare altrettanto bene alcuni cambiamenti,
tanto più che, come è stato sottolineato, è difficile collegare elementi della
cultura materiale con un preciso gruppo linguistico ed etnico. L'interpre­
tazione dei pur significativi mutamenti intervenuti nel passaggio al Bronzo
medio tende quindi a privilegiare (in questo caso come in quello del transito
all'Età del Ferro, con la frattura dell'XI secolo e della cosiddetta «invasione
dorica») processi evolutivi di lunga durata rispetto all'idea di un'invasione
violenta e massiccia. Il carattere graduale della transizione induce a pensare
più probabilmente a infiltrazioni, più che a vere e proprie invasioni, di genti
parlanti una lingua greca, che si sovrapposero a un sostrato etnico e linguistico
precedente in un momento e con modalità difficili da stabilire per noi: ciò
sembra trovare conferma nella tradizione, che mostra coscienza che la civiltà
greca era nata da una mescolanza di elementi autoctoni (come i Pelasgi di
cui parlano Erodoto I, 56-58 e Tucidide I, 3 ) e di elementi sopraggiunti in
seguito attraverso migrazioni.
In ogni caso, anche la Grecia del Bronzo medio, afflitta da gravi turbolenze,
non sembra regredire a forme di completo isolamento: sono attestate relazioni
con Creta e con l'ambiente insulare, con l'Anatolia, il Levante e addirittura
16 CAPITOLO, _____________________________

con alcune aree dell'Europa continentale. Anche se della civiltà micenea sono
oggi particolarmente valorizzate, senza escludere apporti esterni, le radici
continentali, queste relazioni non furono prive di influenza sulle trasforma­
zioni che, nella seconda metà del XVIII secolo (1750- 1700), si verificarono
in Grecia portando alla nascita della civiltà micenea.
Micene Lo sviluppo della civiltà micenea muove dall'Argolide e dalla Messenia, per
investire poi altre aree regionali come la Laconia, l'Attica e la Beozia. In Ar­
golide, in particolare, sorgono nel corso del XVIII secolo ( 1 800- 1700) diversi
centri nuovi, come Argo, Tirinto, Midea, Micene. A partire dalla prima metà
del XVII secolo ( 1700- 1 650), quest'ultima assume un'eccezionale impor­
tanza, come risulta dai ricchissimi corredi delle tombe cosiddette «a pozzo»
(sepoltura a cui si accede attraverso un'imboccatura a pozzo, verticale od
orizzontale), proprie di una élite aristocratica di guerrieri che sembra volersi
distinguere dal resto della popolazione, cui sono riservate tombe più povere,
del tipo «a fossa» (scavate direttamente nel terreno e di forma generalmente
quadrangolare) o «a cista». Particolarmente importanti sono, a Micene, le
tombe a pozzo dei cosiddetti circoli A e B: il circolo A, scoperto da Heinrich
Schliemann nel 1 876 e comprendente sei grandi tombe databili tra 1570 e
1500, giustifica pienamente, con i suoi corredi comprendenti tra l'altro la
«maschera di Agamennone», la definizione omerica di Micene come «ricca
d'oro»; il circolo B, venuto alla luce nel 1 952 e più antico, comprende venti­
quattro tombe a fossa, su un arco di tempo che va dal 1650 al 1550.
I ritrovamenti sono di varia provenienza: materie preziose come oro, argento,
elettro '(una lega di oro e argento), ambra vengono importate dall'Egitto,
dall'Asia Minore, dai Carpazi (oro), dall'Inghilterra sud-occidentale (ambra
lavorata); l'influenza cretese nei manufatti di oreficeria (le maschere d'oro di
Micene, le tazze d'oro di Vaphiò in Laconia) risulta preponderante, anche
perché Creta funge da ponte per il commercio con l'Egitto e l'Oriente; ma una
funzione importante era svolta anche dagli empori occidentali (Isole Eolie,
golfo di Napoli) e da quelli del mar Nero fino alla Georgia, l'antica Colchide
famosa per i suoi giacimenti aurei.
L'eccezionale importanza dei reperti di Micene giustifica l'uso del nome di
«micenea» per la civiltà che fiorisce a partire dall'Argolide; ma sviluppi del
tutto analoghi troviamo anche nel resto del Peloponneso (Messenia), in Attica e
in Beozia. L'ascesa improwisa dei primi Micenei, con la loro grande ricchezza,
si colloca in un periodo che corrisponde alla seconda fase palaziale cretese.
Per spiegare le origini di tale ascesa, molto discussa, sono state formulate di­
verse ipotesi. Le ricche sepolture del circolo A di Micene sarebbero, secondo
alcuni, l'esito di incursioni a Creta, da dove sarebbero stati portati materie
prime e artigiani, oppure della massiccia invasione di genti indoeuropee; ma
altri tendono a privilegiare l'idea di uno sviluppo interno, come nel caso della
civiltà minoica (introduzione della «triade mediterranea» e, di conseguenza,
aumento della popolazione e sviluppo della metallurgia, dell'artigianato,
delle forme di comunicazione). Eventuali apporti esterni potrebbero essere
legati al ruolo di intermediazione della Grecia continentale tra il commercio
LA FORMAZIONE DELLA CIVILTÀ GRECA 17

marittimo gestito dai palazzi cretesi e il commercio terrestre verso l'Europa


continentale (probabilmente i Micenei rifornivano l'Egeo di stagno e oro).
Tra il XVI e la prima metà del XV secolo ( 1600-1450 ca.) si sviluppa l'or- L'espansione dei
ganizzazione di comunità micenee in vaste aree della Grecia meridionale e Micenei in Grecia
centrale. I reperti più significativi sono costituiti da tombe, di tipo a tholos
(camera circolare preceduta da un corridoio d'accesso) e con ricchi corredi,
come la tomba dei Leoni e la cosiddetta «tomba di Egisto», che nel XVI secolo
(1600- 1500) prendono il posto, a Micene, delle tombe a pozzo del circolo
A; si è discusso se si trattasse di comunità a conduzione monarchica oppure
oligarchica, come sembra piuttosto far pensare l'alto numero di tombe mo-
numentali. Il ritrovamento di sigilli suggerisce, anche in assenza di tavolette,
lo sviluppo di procedure amministrative di tipo palaziale. In questo periodo
l'influenza minoica appare sempre notevole, soprattutto in ambito religioso:
tanto che, prima della decifrazione della Lineare B, che ha fornito le prove
dell'autonomia della religione micenea, si tendeva a parlare di una religione
minoico-micenea. In realtà, molte divinità del futuro Olimpo greco, come
Zeus, Era, Atena, Artemide, Ares, Dioniso, sono già note presso i Micenei;
fra esse, un ruolo particolare hanno le divinità femminili (Potniai) e Posidone;
ora, la pubblicazione delle tavolette di Tebe ha mostrato l'importanza, nella
Beozia micenea, del culto di Demetra e Core.
Nel corso del XV secolo ( 1500-1400) inizia l'espansione micenea nell'Egeo. L'espansione dei
Allo sviluppo di centri come Micene, Pilo, Tebe fa riscontro l'inserimento Micenei nell'Egeo
a Rodi e a Creta, dove larrivo dei Micenei è testimoniato dall'archivio di
tavolette scritte in Lineare B di Cnosso e dalla ricostruzione del palazzetto di
Haghia Triada secondo modelli continentali (l'epoca della conquista micenea
corrisponde al periodo neopalaziale della civiltà minoica, che va dal 1450 al
1380). A Cipro, in Asia Minore e in Egitto i Micenei sostituiscono la loro
presenza a quella cretese: accanto ai Ke/tiu, nei testi egiziani compaiono i Ta-
naja ( Danai?), poi la menzione dei Ke/tiu è sostituita da quella degli uomini
=

provenienti dalle «isole in mezzo al mare». In Occidente, ceramica micenea


è stata ritrovata nel Basso Tirreno (isole Eolie, isole del golfo di Napoli) e nel
mar Ionio, dove probabilmente i Micenei cercano risorse metallifere; i ritro-
vamenti di ambra baltica a Micene attestano rapporti, almeno mediati, con le
zone di origine della materia prima; tuttavia, i ritrovamenti di manufatti di tipo
miceneo in Europa sono troppo sporadici per giungere a conclusioni sicure.
Nel XIV-XIII secolo (1400-1200) la cultura micenea, con lo sviluppo dell'ar- Il sistema pala­
chitettura palaziale, è al suo apogeo a Micene, Tirinto, Pilo, Atene, Tebe, Or- ziale miceneo
comeno. Con la conquista di Creta, la cui civiltà declina dopo la distruzione,
nel 1380 circa, del palazzo di Cnosso, i Micenei subentrano nella gestione
delle rotte commerciali del Mediterraneo orientale. È questo il momento della
massima espansione della ceramica micenea in Oriente, che prelude alla sua
diffusione anche nel Mediterraneo occidentale.
I palazzi micenei, come quelli minoici, costituiscono il centro del potere,
della vita religiosa, dell'amministrazione, dell'economia e delle forze militari.
Le nostre informazioni sulle strutture della società micenea derivano dalle
18 CAPITOLO 1

tavolette, soprattutto quelle di Pilo e di Cnosso. La documentazione che esse


offrono è limitata, perché le tavolette che ci sono state conservate (quelle cotte
nell'incendio dei palazzi) rappresentano solo una piccola parte degli archivi
e riguardano una documentazione mensile o al massimo annuale. Si tratta di
registrazioni amministrative, relative a persone legate al palazzo, a razioni di
grano o di olio, ad affitti di terre, a tributi, a offerte, a oggetti e materiali vari
(lana, lino, metalli). La scrittura, la già ricordata Lineare B, proviene certamente
da Creta, in quanto costituisce l'adattamento della Lineare A a un dialetto
greco; essa venne decifrata nel 1 952 da Michael Ventris eJohn Chadwick.
Rispetto ai modelli minoici, si nota la tendenza a collocare gli insediamenti
in luoghi ben difendibili e a fortificarli: il timore di attacchi esterni è dunque
ben presente rispetto a Creta. Il cuore del palazzo, il megaron, in cui si trova
il focolare, è la struttura di rappresentanza del signore, il wanax (wa-na-ka);
una struttura analoga, ma secondaria, è riservata al lawagetas (ra-wa-ke-ta),
un capo militare il cui nome è collegato con quello del popolo in armi, lawos/
laos (ra-wo). Sia il wanax che il lawagetas sono assegnatari di una porzione di
terra, il temenos (te-me-no); sotto di loro vi sono altri funzionari assegnatari
di terre, i telestai (te-re-ta); sembra presente un'aristocrazia di capi militari,
«compagni» del re, gli hepetai (e-qe-ta). La base produttiva è garantita da
personale dipendente, che comprende il damos (da-mo: popolazione residente
nelle singole unità territoriali e nei villaggi, che paga le tasse ed è dotata di
una certa autonomia) e i servi o douloi (do-e-ro), ampiamente attestati. La
produzione agricola (grano, olio, vino) e l'allevamento (con produzione di
lana e miele) sono controllati rigidamente dal palazzo, così come l'industria
tessile (che produce in abbondanza anche lino) e metallurgica.
Il palazzo funge da centro di un sistema economico di tipo ridistributivo,
che controlla un territorio statale ampio, in cui sono integrati principati e
regni più piccoli. Le nostre informazioni migliori riguardano Pilo, località
in cui tavolette e reperti archeologici forniscono una serie di dati: il regno
di Pilo risulta suddiviso in due province, a loro volta divise in otto distretti
guidati da un koreter (ko-re-te), che rappresenta il potere centrale. In altri
casi le fonti sono lacunose o assenti, ma è comunque possibile tracciare
una specie di carta politica della Grecia micenea, comprendente l'Argolide,
divisa in due regni, Micene e Tirinto; la Messenia (Pilo); l'Attica (Atene); la
Beozia, anch'essa divisa in due regni, Tebe e Orcomeno; la Tessaglia (Iolco).
Il controllo del territorio appare più ampio che nel caso dei palazzi minoici:
è stato sottolineato che ci troviamo di fronte al primo esempio di una politica
a vasto raggio in Grecia, come del resto anche Tucidide mostra di sapere
quando, nell'«archeologia», parla di un accrescimento della potenza greca
sotto il dominio di Agamennone, segnalato dalla capacità di operare interventi
comuni fuori dalla Grecia vera e propria, come la guerra di Troia (I, 8, 3 ss.).
L'espansione dei Nel XIV-XIII secolo (che, come si è detto, è l'epoca di massimo sviluppo della
Micenei nel Me­ civiltà micenea) i Micenei si proiettano verso l'esterno, creando progressiva­
diterraneo mente relazioni complesse e articolate, in modo sempre più sistematico, fino
a raggiungere un'area geografica vastissima. Tali relazioni variano dai contatti
occasionali agli scambi sistematici di materie prime e manufatti (documentati
nei due sensi sul piano archeologico), fino a forme di interscambio culturale
più o meno incidenti sulle culture locali.
In Asia Minore, dove si giunge, sulla costa, alla totale sovrapposizione della
presenza micenea a quella minoica, rari appaiono invece i ritrovamenti nell'in­
terno, in area ittita. In ogni caso, l'ipotesi dell'identificazione degli abitanti
della terra denominata Akhiyawa nei testi ittiti fra il tardo XV e la fine del
XIII secolo ( 1400-1200 ca.) con gli «Achei», quindi probabilmente con gli
Achei della Grecia continentale o con gruppi di Micenei stanziati nell'Egeo
orientale, pur non potendo essere rigorosamente provata, va ritenuta molto
probabile. I testi in questione identificano con Akhiyawa un'entità politica
occidentale rispetto agli Ittiti, politicamente indipendente e dedita ad attività
marinare; inoltre, le citazioni ittite sono concentrate in un'epoca che corri­
sponde alla massima potenza micenea, caratterizzata da intense relazioni con
il Mediterraneo orientale.
Ben testimoniate sul piano archeologico sono le relazioni con Cipro (che
offre una documentazione micenea ricchissima, dovuta ad attività intense di
scambio) e larea siro-palestinese, l'Egitto e la Libia; contatti con l'Occidente
risultano a proposito della Sicilia e dell'Italia meridionale (Puglia, Basilicata,
Calabria); vi sono indizi per includere nelle aree di navigazione micenea la
Sardegna e la stessa penisola iberica. La complessità delle vie commerciali
battute dai Micenei è attestata da relitti di navi contenenti lingotti di rame
e di stagno e materiali provenienti da regioni diverse (Mesopotamia, Siria,
Cipro, Africa), nonché ambra, spezie e derrate varie.
I.: esigenza principale che spinge i Micenei sulle vie del mare è, ancora una
volta, la necessità di reperire metalli, materiali preziosi come avorio e ambra,
tessuti pregiati, legname per le navi, in cambio dei quali la produzione micenea
offre olio, vino, manufatti di bronzo e di ceramica, tessuti di lana e di lino. Se
l'idea di un vero e proprio «impero coloniale» miceneo è stata ridimensionata
dalle più recenti ricerche, che hanno rilevato l'assenza di abitati di fondazione
e cultura esclusivamente micenee, certo l'estensione delle rotte commerciali e
la costituzione di una rete di empori resta indicativa di una grande capacità,
da parte della civiltà micenea, di espandere la propria influenza e di interagire
con altri soggetti nell'ambito del bacino del Mediterraneo, costruendo una
significativa unità culturale.

4. L'«ETÀ OSCURA» (1 100-800 CA.)

Nel corso del XIII secolo ( 13 00- 1200), i palazzi di Pilo, Micene, Tirinto, Tebe La caduta dei pa­
subiscono una prima distruzione, mentre Atene e !oleo vengono risparmiate. lazzi micenei
Dopo la ricostruzione, intorno al 1200 si ha una seconda ondata di distru­
zioni: larcheologia e le tavolette testimoniano una serie di opere difensive di
emergenza (fortificazioni, controllo delle coste, fabbricazione di armi) che
sembrano far pensare alla percezione di un pericolo proveniente dal mare.
20 CAPITOLO 1

Le conseguenze di queste nuove distruzioni sono molto gravi per il sistema


politico, sociale ed economico che fa perno sui palazzi: l'unità culturale ca­
ratteristica del periodo minoico-miceneo va incontro a una grave frattura. I
palazzi e le fortificazioni decadono e scompaiono, sostituiti da diverse e più
semplici tipologie abitative; con la fine del XII secolo ( 1 1 00 ca.) l'abbandono
dei siti e lo spopolamento caratterizzano la maggior parte del continente greco
e delle isole, se pure con modalità e tempi diversi su base regionale.
Nel corso dell'XI secolo una serie di importanti innovazioni segnala il pas­
saggio a nuove forme di civiltà: il cambiamento degli usi funerari, con la
scomparsa delle tombe a tholos e a camera, sostituite da tombe individuali
a fossa, e con l'introduzione dell'incinerazione; il cambiamento degli stili
ceramici e soprattutto l'introduzione dello stile geometrico; il passaggio
dalla metallurgia del bronzo a quella del ferro, disponibile in Grecia,
diversamente dal rame e soprattutto dallo stagno necessari per la lega
bronzea. Quest'ultimo passaggio, insieme alla scomparsa degli oggetti di
lusso di importazione dai corredi funerari, attesta la fine dei grandi viaggi di
scambio: con una significativa inversione di rotta rispetto all'età micenea, la
cosiddetta «età oscura» (Dark Age) è caratterizzata da uno spiccato (anche
se non generale) isolamento.
La frattura cul­ Le distruzioni subite dai palazzi e i cambiamenti introdotti negli stili ceramici,
tu rale dell'Età negli usi funerari e nella metallurgia sono stati collegati in passato con l'arrivo
del Ferro e le sue di popoli invasori. All'ipotesi, lungamente accreditata, dell'invasione dal Nord
cause
di popolazioni di stirpe e dialetto dorici sembravano portare con relativa
sicurezza la coincidenza tra la distribuzione linguistica dei dialetti dorici e
nord-occidentali, affini tra loro, e la leggenda del ritorno degli Eraclidi nel
Peloponneso. Secondo Tucidide I, 12, 3 , essi sarebbero giunti nella penisola,
alla guida dei Dori, ottant'anni dopo la guerra di Troia (e dunque, secondo
la tradizione cronografica ellenistica che fissava la caduta di Troia al 1 1 84,
alla fine del XII secolo):

Dopo la guerra di Troia la Grecia fu ancora teatro di spostamenti di popoli


e di colonizzazioni, così da non potersi sviluppare tranquillamente. Infatti il
ritorno dei Greci da Ilio, awenuto dopo molto tempo, produsse molti cambia­
menti e generò nelle città per lo più lotte interne, in seguito alle quali gli esuli
andavano a fondare nuove città. E i Beoti di ora, sessant'anni dopo la guerra
di Troia, cacciati da Arne dai Tessali colonizzarono l'attuale Beozia, che prima
era chiamata terra di Cadmo [. . . ]e i Dori, ottant'anni dopo, colonizzarono il
Peloponneso sotto la guida degli Eraclidi.

Tale ipotesi sembra però scontrarsi con la difficoltà di collegare sicuramente


con i Dori innovazioni come l'incinerazione, l'uso del ferro e lo stile geome­
trico, dato che essi non risultano distinguibili, sul piano della cultura materiale,
dal complesso della popolazione greca.
Un'altra spiegazione per la distruzione dei palazzi micenei è stata individuata
nelle scorrerie dei «Popoli del Mare», che nello stesso periodo minacciarono
seriamente l'Egitto e provocarono la caduta, alla fine del XII secolo, del
LA FORMAZIONE DELLA CIVILTÀ GRECA 21

regno ittita: ma il legame di queste popolazioni con la Grecia resta del tutto
ipotetico.
Più probabile si è fatta allora l'ipotesi che vede nelle distruzioni la conseguenza
di terremoti e incendi, seguiti da carestie che avrebbero messo in crisi il si­
stema centralizzato dell'economia palaziale. Tale economia era orientata sul
commercio internazionale e quindi molto vulnerabile; la chiusura di alcune
rotte commerciali potrebbe averla gravemente danneggiata; secondo alcuni,
il numero eccessivo di personale da mantenere avrebbe portato a uno sfrut­
tamento spropositato delle superfici agricole utili, con notevole riduzione
della produttività agricola. Ne sarebbe conseguita un'epoca di grave insta­
bilità, caratterizzata da una accentuata mobilità delle popolazioni: in questo
quadro andrebbe inserita anche l' «invasione dorica», da intendere come uno
spostamento di popolazioni nell'area egea più che come una vera e propria
invasione. Di questi spostamenti sarebbe rimasto il ricordo nella tradizione
sui «ritorni» (nostoi ) degli eroi dalla guerra di Troia e sull'instabilità che essi
avrebbero provocato nel quadro insediativo della Grecia, ricordata ancora
una volta da Tucidide (I, 12, 1 -3 ) .
L a fine della civiltà micenea sarebbe stata così l'esito di una serie di cause
convergenti, che provocarono una lenta e inesorabile recessione. A partire
dalla fine del XII secolo la crisi dell'economia palaziale e l'abbandono
dell'agricoltura fecero della pastorizia la principale risorsa e determinarono
la riduzione e la dispersione della popolazione sul territorio; si creò così una
società decentralizzata, tendente all'autosufficienza sul piano economico e
caratterizzata, sul piano della civiltà, da un accentuato regionalismo, causato
dall'abbandono dei viaggi di scambio e dei contatti interculturali, che si con­
trappone alla vivacità di relazioni dell'età micenea. Sul piano politico, questa
società è caratterizzata da una forte instabilità e dalla competizione tra capi
rivali o basileis, sulla base delle capacità personali e della pratica del dono. Ma
soprattutto, la frattura tra la civiltà micenea e l'Età del Ferro è evidenziata dalla
perdita delle capacità tecniche in ambito architettonico e della conoscenza
della scrittura in tutta l'area egea.
Le premesse per la ripresa che porterà alla fioritura della civiltà greca arcaica, La ripresa della
che ci appare già ben visibile nell'VIII secolo, sono comunque rintracciabili mobilità e la «mi­
nel corso dell'età oscura e sono legate, ancora una volta, alla permanenza di grazione ionica»
forme di interscambio.
L'arrivo di nuove popolazioni da una parte, gli spostamenti di gruppi di Mi­
cenei alla ricerca di nuove sedi dall'altra mantennero viva la mobilità, che si
riscontra anche per alcune categorie di artigiani, come ceramisti e bronzieri.
Più consistenti flussi migratori sembrano identificabili in direzione est, verso
la Ionia, e nord, verso la Calcidica e la Tracia: il popolamento di queste zone
contribuì non poco alla ripresa sistematica dei viaggi fra IX e VIII secolo e,
ben più della presenza negli empori del Levante, il cui ruolo è stato in parte
ridimensionato, costituisce il presupposto del movimento coloniale dell'VIII
secolo. Protagoniste di questo popolamento, e promotrici di contatti tra
Greci e stranieri, furono l'Eubea (centro di scambi con l'Oriente) e l'Attica
22 CAPITOLO 1

(particolarmente avanzata sul piano culturale, come mostrano la ceramica e


la metallurgia), ma anche Creta, Rodi, Corinto, Samo.
La cosiddetta «migrazione ionica», che, partendo dall 'Attica e dall'Eubea,
porta al popolamento della Ionia d'Asia, nell'area tra Smirne e Mileto, si col­
loca già sullo scorcio dell'XI secolo, intorno al 1000 ca. Per Tucidide (I, 12, 4)
questa migrazione, come poi la grande colonizzazione dell'VIII secolo verso
l'Italia e la Sicilia, fu la conseguenza delle rinnovate condizioni di tranquillità
in cui la Grecia venne a trovarsi dopo i sommovimenti legati alle vicende della
cosiddetta «invasione dorica».
La migrazione che attraversò l'Egeo verso la Ionia acquisì alla cultura greca
le coste dell'Asia Minore e contribuì alla nascita di un'identità ionica, defi­
nitasi a quanto pare proprio in sede microasiatica, con la formazione della
Dodecapoli ionica riunita intorno al santuario di Posidone a Capo Micale,
il cosiddetto Panionion; in seguito, Atene si appropriò della tradizione sulla
migrazione ionica, attribuendone la guida ai figli del re attico Codro (Erodoto
I, 145- 147), per accreditarsi come madrepatria e paladina degli Ioni d'Asia.
Analogamente, il nome degli Eoli, stanziatisi alla stessa epoca nella parte
settentrionale della costa anatolica, nacque probabilmente in Asia Minore
e fu applicato solo in seguito alle zone di origine dei coloni, la Beozia e la
Tessaglia, in ragione delle affinità linguistiche e culturali tra l'Eolide microa­
siatica e queste zone della madrepatria. In Asia Minore i Greci realizzarono
comunque una significativa omogeneità culturale, al di là delle differenziazioni
di carattere linguistico; anche in questa zona, un importante ruolo identitario
fu svolto dai centri santuariali, come quelli di Era a Samo, di Artemide ad
Efeso e di Atena Lindia a Rodi.
I santuari, luoghi La Grecia, regredita, dopo l'apertura mediterranea del periodo minoico e
di incontro e di miceneo, al regionalismo dell'età oscura, torna così a imboccare, attraverso
scambio culturale
la ripresa della mobilità, degli scambi commerciali e dei contatti culturali,
la via che porterà allo sviluppo della città e della navigazione transmarina,
che Tucidide nell'«archeologia» individua acutamente come il principale
indicatore di progresso della civiltà greca, che porta lo stile di vita dei Greci
a differenziarsi da quello dei barbari. Merita di essere sottolineato, a questo
proposito, il ruolo di incontro e di mediazione culturale svolto dai santuari,
ruolo che emerge proprio nel corso dell'età oscura. Santuari microasiatici
come il tempio di Era a Samo, che conteneva un gran numero di dediche di
provenienza orientale, mostrano il contributo dei Greci d'Asia all 'interazione
con le popolazioni non greche dell'Asia Minore. Ma i santuari cominciano a
promuovere l'incontro di realtà eterogenee anche nella madrepatria, come
rivela l'importanza progressivamente assunta da santuari peloponnesiaci
come quello di Era Argiva o di Posidone lstmio, ma soprattutto da quelli
panellenici di Olimpia e di Delfi: il primo, santuario prettamente greco e
dorico, portatore di una concezione esclusiva dell'ellenismo; il secondo,
invece, «oracolo degli uomini», secondo la definizione presente nell'Inno
pseudomerico ad Apollo Delfico (vv. 247 ss., 287 ss.) , e aperto quindi anche
a influenze straniere.
3

5. L'ALTO E MEDIO ARCAISMO

In gen:ere, la cronologia dell'età arcaica distingue fra alto arcaismo, tra 730 Questioni di cro­
e 580, e tardo arcaismo, dal 580 alle guerre persiane. Secondo la cronologia nologia
adottata da Domenico Musti, invece, l'alto arcaismo copre il periodo che, dalla
fine dell'XI secolo ( 1 000 ca.) , giunge fino all'ultimo terzo dell'VIII (730 ca.);
a esso segue il medio arcaismo, che dal 730 scende fino al 580 ca. L'interesse
di questa prospettiva risiede nel fatto che l'età oscura viene a essere in parte
compresa nell'alto arcaismo: ne risulta illuminato il suo ruolo fondamentale,
benché per noi assai sfuggente, nella formazione e nella definizione della
civiltà greca.
Con le prime fasi del periodo alto-arcaico, la Grecia si awia a superare la
regressione determinata dalla caduta dei palazzi micenei, attraverso fenomeni
complessi quali il progressivo superamento delle condizioni di isolamento,
la ripresa dell'attività agricola, la crescita demografica, lo sviluppo dei centri
di culto, la formazione delle prime comunità cittadine, la riscoperta della
scrittura.
La Grecia alto-arcaica ha ancora una spiccata caratterizzazione regionale. Sono Le diverse aree
distinguibili zone diverse: una Grecia occidentale complessivamente arretrata, regionali
priva di siti importanti, dove però, fin dal X secolo ( 1 000-900), acquisisce
grande rilievo, nel Peloponneso, il santuario di Olimpia; una Grecia centrale
(Tessaglia, Locride, Beozia) relativamente unitaria sul piano culturale; l'Attica,
zona che in questo periodo appare molto avanzata sul piano tecnologico, nel
campo della ceramica e della metallurgia del ferro, e aperta a contatti con
l'Oriente; l'Eubea, ricca di ferro e quindi in posizione privilegiata, dove è
assai importante il sito di Lefkandi, le cui necropoli hanno restituito materiali
provenienti dal Mediterraneo orientale e costituiscono la più significativa
testimonianza di interscambio commerciale fra Grecia e Oriente; infine, il
Peloponneso orientale, dove acquisiscono importanza notevole centri come
Corinto, Argo, Megara, Sidone, Egina, Epidauro e dove si affermano santuari
come quelli di Posidone lstmio e di Era Argiva.
La caratterizzazione regionale della Grecia di quest'epoca si riflette anche
nella lentezza del processo di formazione del nome con cui i Greci si defi­
nivano in età storica (Hellenes: cfr. Tucidide I, 3 , 1 -3 ) . In Omero, il nome
«Elleni» identifica genti della Grecia settentrionale, stanziate in Epiro o in
Tessaglia; per designare i Greci nel loro insieme, Omero usa denominazioni
diverse, come «Danai», «Argivi» e soprattutto «Achei». Quest'ultimo etno­
nimo, il più diffuso in assoluto, è particolarmente interessante in quanto
trova riscontro nel coronimo ittita Akhiyawa e nell'etnonimo Eqwesh delle
fonti egiziane. La progressiva affermazione del nome «Elleni», che può
dirsi compiuta solo nel VII secolo, ormai in pieno medio arcaismo, sembra
legata al fatto che esso, diversamente da «Achei», comprendeva, insieme
agli Eoli e agli Ioni, anche i Dori (relegati da Omero nelle sedi della Doride
originaria, a Creta e a Rodi) ed era quindi rappresentativo delle tre grandi
stirpi greche.
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LA FORMAZIONE DELLA CIVILTÀ GRECA 25

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1 . La Grecia e l'Egeo.

Fonte: S. Settis (a cura di), I Greci. Storia cultura arte


società, 4.1, Torino, 2002, pp. 4-5.
La G recia d i Da un punto di vista istituzionale, la maggior parte delle nostre notizie sulla
Omero Grecia di quest'epoca deriva dai poemi omerici. La poesia di Omero, come
è noto, riflette una realtà storica stratificata, comprendente elementi dell'età
micenea, della successiva età oscura e dell'epoca contemporanea alla stesura
dei poemi stessi: stesura che va collocata, con ogni probabilità, in area ionica
tra il IX (per l'Iliade) e l'VIII secolo (per l'Odissea). Non è questo il luogo per
addentrarsi nella «questione omerica»: certo i poemi mostrano una evidente
volontà arcaizzante, che propone lo stile di vita dell'età degli eroi (cioè dell'Età
del Bronzo) come modello per l'aristocrazia contemporanea, ma fa eviden­
temente riferimento, sul piano istituzionale, cultuale e della vita quotidiana,
a un livello cronologico assai più basso. Particolarmente stridente appare il
contrasto tra il wanax miceneo e la regalità omerica dei basileis (nel miceneo
qa-si-re-u indica semplicemente un generico «capo», anche di strutture mo­
deste come le corporazioni) : in Omero il re non è un sovrano assoluto, ma
è un primus inter pares, con funzioni militari, religiose e giudiziarie, accanto
al quale si individuano un consiglio di anziani e un'assemblea del popolo
in armi; il privilegio di cui gode (gheras), per esempio nella spartizione del
bottino e nell'assegnazione di terre e doni, è riconosciuto dalla comunità. La
situazione istituzionale della città dei Feaci, il cui re, Alcinoo, ha accanto a
sé altri 12 basileis, non appare molto diversa da quanto emerge dalla poesia
di Esiodo (VIII-VII secolo), che riflette una società in cui diversi basileis
esercitano, ormai prevalentemente, il ruolo di giudici. Sulla scorta di Pierre
Carlier, è ragionevole ritenere che il «mondo di Odisseo» corrisponda, nelle
sue grandi linee, ad alcune società greche dell'alto arcaismo.
Il potere del re viene così progressivamente limitato dalla formazione di
una aristocrazia (il termine significa «governo degli aristoi, dei migliori»),
la cui ricchezza è basata sulla proprietà della terra e sull'allevamento: da
qui denominazioni caratteristiche come gamoroi/gheomoroi (possessori di
terra) , hippobotai (allevatori di cavalli) , hippeis (cavalieri), pacheis (grassi).
L'aristocrazia appare suddivisa in casate (ghene) e in fratrie (phratriai),
strutture basate sulla discendenza da un antenato comune e quindi organiz­
zate sulla base della parentela: il fatto che si tratti di una parentela spesso
fittizia non vieta che intorno a essa si formino solide identità di carattere
aggregativo, cioè legate al riconoscimento di uno o più elementi in comune.
Più complesso appare il problema delle strutture, cronologicamente più re­
centi, denominate tribù (phylai: il termine è assente in Omero). Esse hanno
in origine un carattere etnico e sono attestate presso le genti ioniche (con
le quattro tribù degli Opleti, Argadei, Egicorei e Geleonti; ma in alcuni
contesti ne sono attestate anche altre due, Bori e Enopi) e doriche (con le
tre tribù degli Illei, Dimani e Panfili, menzionate dal poeta Tirteo intorno
al 640) come forme di suddivisione della popolazione in ambito militare e
territoriale, mentre sono assenti presso i popoli della Grecia eolica e nord­
occidentale. Mentre in passato veniva sottolineato il carattere precittadino
di queste diverse strutture di aggregazione, esse vengono ora collegate con
lo sviluppo della città.
LA FORMAZIONE DEUA CMUÀ GRECA 27

La prevalenza dell'aristocrazia, con la formazione di latifondi, la decadenza


della piccola proprietà, l'indebitamento dei piccoli contadini liberi e la loro
riduzione allo stato di braccianti salariati o addirittura di schiavi determina
una situazione sociale difficile, accentuata dai soprusi legati a una ammini­
strazione della giustizia assai discutibile, che si riflette nell'immagine esiodea
dei re giudici «divoratori di doni» ed erogatori di sentenze «storte» (Esiodo,
Opere e giorni, 220-22 1 ) .
Un'accelerazione particolare dei processi che conducono l a Grecia fuori Città e santuari
dall'età oscura si registra in Attica, in Eubea, in Argolide, nella zona dell'Istmo,
con la formazione delle prime città. La polis, da un punto di vista insediativo,
presenta da un lato strutture di eredità micenea, come l'articolazione tra
l'acropoli (la rocca fortificata in cui ha sede non più il palazzo del wanax, ma
il tempio della divinità poliade: è questo il senso originario del termine polis,
già presente in Omero) e la città bassa (asty, termine anch'esso presente in
Omero), dall'altro novità nell'organizzazione del territorio, costituito dall'in­
terazione fra il centro cittadino, ancora l'asty, e la campagna coltivata, la chora,
alla quale va aggiunto il territorio di confine, l' eschatid, destinato a pascolo o
comunque a forme alternative di sfruttamento. Nel processo di formazione
delle prime comunità cittadine, il fattore religioso si segnala come elemento
primario di definizione dell'identità. Sullo scorcio dell'età oscura, lo sviluppo
di luoghi di culto, di depositi votivi e di veri e propri templi appare un feno­
meno caratteristico; il culto degli eroi, che è spesso collegato a sepolture di età
micenea, costituisce, da parte della comunità, un modo per definire la propria
area spaziale e per affermare la proprietà ancestrale della terra.
L'individuazione dello «spazio sacro» rappresenta così uno dei fenomeni più ri­
levanti del passaggio dall'età oscura ali' arcaismo. Le strutture più antiche sono
rappresentate dal complesso costituito dal temenos e dall'altare a cielo aperto
(il più antico altare noto, quello del tempio di Era a Samo, risale alla fine del
IX secolo). In seguito si sviluppa un complesso di edifici e il santuario assume
l'aspetto di un grande recinto, attraversato da una via sacra e contenente una
serie di costruzioni, prima fra tutte il tempio, dimora della divinità principale
e sede dell'aga/ma, la statua di culto (in origine semplici immagini in legno,
denominate xoana, poi in pietra e marmo o addirittura in oro e avorio), davanti
alla quale si trovava l'altare, per il culto che si svolgeva ali' aperto. La triade
altare!tempio/temenos, di origine orientale e caratteristica del santuario greco
«classico», si afferma nel corso dell'VIII secolo. La più antica testimonianza
relativa a un tempio vero e proprio, nella sua forma monumentale, è costituita
da un modellino in terracotta dell'inizio dell'VIII secolo, trovato nel tempio
di Era a Peracora in Laconia, che ha forma di grande sala absidale coperta da
un tetto e preceduta da un portico sostenuto da due colonne; verso la fine del
secolo si impone, invece, la pianta rettangolare. A partire da questo momento,
la monumentalizzazione del santuario costituisce una condizione necessaria per
l'organizzazione dello spazio come luogo di mediazione con il divino e per il
radicamento del culto; le divinità più coinvolte nello sviluppo dell'architettura
santuariale sono Atena (soprattutto in area urbana) , Era, Apollo, Artemide.
28 CAPITOLO 1 -------�---�--

Alla localizzazione dei santuari tra centro urbano, aree suburbane, chora e
frontiere corrispondono diverse tappe dello sviluppo della città. Nella città
arcaica, la posizione centrale del santuario poliade, che si riscontra per esempio
per il tempio di Atena in Atene e per quello di Apollo a Corinto, è relativa­
mente rara; i santuari principali hanno spesso una collocazione suburbana o
addirittura extraurbana. I templi della chora testimoniano l'appropriazione
del suolo da parte della comunità e la sua trasformazione attraverso colture e
insediamenti; con essi si affida alla divinità la protezione dello spazio agrario e
del diritto a possederlo e sfruttarlo e si creano luoghi di integrazione tra città
e campagna. I templi posti all'estremità della pianura ove si trova l'abitato,
sul confine tra zona agricola ed eschatùi, costituiscono invece un'indicazione
simbolica di frontiera tra zona qualificata dall'insediamento e dalle attività
umane e zona indeterminata. Alcuni santuari si trovano poi in piena eschatùi,
lo spazio che segna il passaggio al mondo esterno, e manifestano l'integrazione
di quelle divinità che presiedono ai riti di passaggio di ragazzi e fanciulle all'età
adulta (come per esempio, in Attica, Artemide Brauronia). Talora, infine, la
posizione del santuario a notevole distanza dal centro della città, in zone rurali
vere e proprie, è anche funzionale alla delimitazione dei confini o alla segna­
lazione simbolica del controllo del territorio (il tempio di Era Argiva segnala
il controllo di Argo sull'intera Argolide; i templi di Artemide Brauronia o di
Posidone al Sunio indicano l'unità dell'Attica sotto l'egida ateniese).
La scrittura Ai diversi fattori evolutivi fin qui ricordati, che caratterizzano l' uscita
della Grecia dall'età oscura (il progressivo superamento dell'isolamento;
la ripresa economica, dovuta alla massiccia espansione dell'agricoltura a
danno dell'allevamento, attraverso la realizzazione di terrazze, bonifiche,
disboscamenti, messa a cultura di terre marginali; la conseguente crescita
demografica; lo sviluppo dei santuari e delle prime comunità cittadine) , va
infine accostata l'acquisizione della scrittura alfabetica, la quale, radicalmente
diversa dal sistema sillabico precedentemente impiegato, nasce, forse già alla
fine del IX secolo, dall'adattamento al greco (con l'aggiunta dei segni per le
vocali) dell'alfabeto fenicio (Erodoto V, 58): la più antica iscrizione greca,
costituita da cinque lettere, di difficile interpretazione, rozzamente incise su
un vaso proveniente dalla necropoli italica di Osteria dell'Osa nell'entroterra
laziale, risale al 770 ca., mentre a partire dalla seconda metà dell'VIII secolo
sono numerosi i documenti (per lo più graffiti su oggetti) provenienti da
diverse zone del mondo greco (Pitecussa, Atene, Eretria, Egina, Corinto, la
Beozia, Tera, Rodi). La conoscenza della scrittura era andata perduta nell'età
oscura, che non aveva bisogno, in un contesto di generale regressione, di far
ricorso a quei procedimenti di notazione che erano stati così importanti per
la vita dei palazzi. Un ruolo fondamentale, in questo processo di acquisizione,
fu svolto probabilmente dagli Eubei, presenti negli scambi tra Oriente e
Occidente e in particolare nell'emporio greco di Al Mina, fondato nell'VIII
secolo sulla costa siriana alla foce dell'Oronte per la ricerca dei metalli; ma
anche Creta e la Ionia possono essere chiamate in causa come aree interessate
al processo. La scrittura alfabetica, molto raffinata, non fu usata solo per scopi
LA _O_ _ E DEUA OVU aEO
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commerciali: essa trovò applicazione nell'uso privato (firme di vasai, epigrafi


funerarie in versi, dediche agli dèi, maledizioni), nella redazione scritta di
testi poetici (a cominciare dalla poesia omerica) e, infine, in ambito pubblico
(codificazione delle leggi) e culturale (sviluppo di saperi nuovi rispetto a quelli
tipici della civiltà orale).

5.1. ·Poleis� e stati federali

Nel corso dell'VIII secolo, grosso modo, il mondo greco è interessato, come si
è detto, dai processi di trasformazione caratteristici della fase di transizione e di
assestamento che coincide con la nascita della polis: un fenomeno complesso,
che dà alla Grecia classica il suo assetto caratteristico, consistente nella coe­
sistenza di una spiccata unità culturale (in senso etnico, linguistico, religioso,
giuridico) e di un forte frazionamento politico, determinato dalla presenza
di più di mille stati indipendenti, diversi per le dimensioni geografiche e la
natura del territorio, per le caratteristiche socio-demografiche e insediative,
per l'assetto urbanistico e monumentale, per le modalità di definizione della
costituzione (politeia).
Il processo di formazione della polis, che inizia prima dell'VIII secolo La fo rmazione
(quando la colonizzazione implica l'esistenza di realtà cittadine) , si estende della polis
per un lungo arco cronologico: alla seconda metà del VII secolo risale un'i­
scrizione cretese proveniente da Drero (ML 2), in cui si accenna a decisioni
prese dalla polis e che ci offre quindi la prima attestazione sicura della città
intesa come comunità politica. Tale processo presuppone alcuni fattori che
segnalano il superamento delle condizioni caratteristiche dell'età oscura: la
stabilità delle comunità sul territorio, lo sviluppo dell'economia agricola, la
crescita demografica, il miglioramento del livello di vita. Il problema, che
pure è stato posto, di «modelli» legati a contesti geopolitici particolari (l'Asia
Minore, il Vicino Oriente), non deve essere enfatizzato: il fenomeno, infatti,
interessa l'intera Grecia e ha un carattere non soltanto urbanistico, ma anche
e soprattutto sociale.
La natura complessa della polis, fenomeno urbano e soprattutto comunità
civile, costituita da uomini che si riconoscono in culti e in leggi comuni, emerge
già dalle diverse valenze semantiche del termine: «cittadella fortificata»,
«acropoli», «centro urbano», ma anche «entità statale», dotata di un centro
politico, e soprattutto «comunità civica>>. La polis è definibile come una società
politica strutturata intorno alla nozione di cittadinanza, nella cui formazione,
più dell'assetto topografico e delle strutture urbanistiche, svolgono un ruolo
primario elementi ideali come il culto poliade (che esprime, definisce e afferma
l'identità della polis) e l'ideologia comunitaria (che si basa sulla nozione di
koin6n o possesso comune e, insieme, di meson, spazio mediano e condiviso,
terreno comune di discussione e di confronto). L'«ideologia della polis»
comporta che territorio e popolazione siano sentiti come una cosa comune;
che la popolazione debba partecipare alla sua gestione, come in una «società
30 CAPITOLO 1

per azioni», secondo una felice espressione di Carmine Ampolo; che il potere
debba essere esercitato per periodi definiti e a rotazione; che il suo esercizio
debba essere conforme alle regole fissate dalla legge (nomos: il termine è
etimologicamente legato al verbo nemein e alla nozione di «condivisione») .
Proprio lassenza di simili forme di integrazione politica nelle città omeriche,
pure dotate di strutture urbanistiche (mura, agord, porti, santuari: Odissea,
VI, 262 ss.), ci consente di concludere per l'assenza di vere e proprie poleis
in Omero.
Organizzazione Il fenomeno della formazione della polis non può tuttavia prescindere dallo
dello s p a z i o e sviluppo di strutture che richiedono un'adeguata organizzazione dello spazio.
strutture urbani­
Con un movimento centripeto, definito «sinecismo», la realtà cittadina si or­
stiche
ganizza intorno a un centro, attraverso l'aggregazione di diverse unità minori,
i villaggi o komai. Tale aggregazione può avere carattere fisico e comportare
trasferimento di popolazione e cambiamenti insediativi; oppure può avere
carattere puramente istituzionale e lasciare sostanzialmente invariate le più
antiche strutture di insediamento, come accadde nel caso di Atene. Nel centro
urbano, luogo politico e religioso, hanno sede le principali strutture funzionali
(il pritaneo, sede del focolare pubblico e delle magistrature; l'agord, luogo
di incontro e di mercato; il bouleuterion, sede del consiglio; I' ekklesiasterion ,
sede dell'assemblea) e cultuali (templi, focolare comune, tomba del fonda­
tore). Significativamente, è lo «spazio religioso», cioè la porzione di territorio
che la polis riserva alle manifestazioni collettive della sua religiosità, a dotarsi
per primo di strutture architettoniche: gli edifici più antichi che compaiono
nelle aree urbane (altari, heroa, santuari, che come si è già ricordato mostrano
forme monumentali già nell'VIII secolo) affermano il primato dell'esperienza
religiosa come fattore unificante della comunità, mentre solo in un secondo
momento compaiono, con un'ulteriore specializzazione dello spazio civico
in senso non solo religioso, ma anche politico, gli edifici di carattere più
propriamente civile e amministrativo.
Si tenga comunque presente che il centro urbano, protagonista del sinecismo,
mantiene un rapporto di stretta dipendenza con la sua chora. Metà della po­
polazione, infatti, risiedeva nelle campagne, e Tucidide (Il, 14) ricorda che
la decisione di Pericle di concentrare la popolazione all'interno delle mura
cittadine all'inizio della guerra del Peloponneso fu assai male accolta dalla
popolazione attica. Sul piano economico, la città greca non prescinde mai
dall'attività agricola, anche in presenza di vasti interessi commerciali (come
a Corinto e ad Atene); la proprietà della terra è una delle modalità della
partecipazione del cittadino alla comunità, e la piccola proprietà (costituita
da appezzamenti di quattro-cinque ettari) è in genere ampiamente diffusa.
La terra, sfruttata in modo razionale attraverso l'integrazione della triade
mediterranea (cereali, ulivo e vite) con altre culture (leguminose) e il ricorso
ad alcune innovazioni tecniche (macine, presse, torchi, mulini a movimento
rotatorio), costituisce un'adeguata fonte di sussistenza per il cittadino pro­
prietario. Allo stesso modo, la polis può trarre rendite dalla terra mediante
l'affitto delle terre demaniali (circa il 10% del territorio) , assicurando alla città
un introito in denaro e in natura. Per la maggior parte delle città greche la
chora prowede così ad assicurare il sostentamento dei cittadini (tanto i ricchi
proprietari residenti in città, come l'Iscomaco protagonista dell'Economico di
Senofonte, quanto i piccoli contadini che abitavano in campagna) e le risorse
per far fronte alle esigenze della comunità.
Tornando alla questione dell'organizzazione dello spazio, va rilevato che la
presenza di un adeguato sviluppo urbanistico e architettonico non sembra aver
avuto mai un ruolo significativo né nella definizione della polis in quanto tale,
né nella distinzione fra poleis «grandi» e «piccole». Le fonti, infatti, mostrano
indifferenza per le dimensioni spaziali e per le strutture urbanistiche: Pausania
(X, 4, 1 ) ammette la definizione di polis per Panopeo, nella Focide, che pure
«non ha edifici sedi di magistrature né ginnasi né un teatro né un'agord né
condotte che portano l'acqua a una fontana»; mentre la misurazione della
grandezza delle città in termini esclusivi di potenza politica risulta da Erodoto
(I, 5) e soprattutto da Tucidide (I, 10, 2), il quale ricorda che

se la polis degli Spartani venisse devastata e restassero solo i templi e le fonda­


menta degli edifici, dopo molto tempo i posteri con molta difficoltà potrebbero
credere che la sua potenza eguagliasse la sua fama: eppure governa i due quinti
del Peloponneso ed esercita l'egemonia sull'intera regione e su molti alleati
esterni. Tuttavia, siccome la città non ha avuto il sinecismo e non ha né templi
né ricchi edifici, ma è insediata per villaggi, secondo l'antico sistema della
Grecia, potrebbe sembrare alquanto inferiore. Se invece lo stesso accadesse
agli Ateniesi, la loro potenza sembrerebbe doppia di quel che è a causa del
suo aspetto esteriore.

Tale indifferenza per l'aspetto urbanistico e monumentale si comprende bene


se si riflette sul valore primariamente sociale del concetto di polis: come Tuci­
dide (VII, 77, 7) fa dire all'ateniese Nicia sulla base di un topos letterario ben
consolidato, «sono gli uomini a fare la polis, non mura o navi vuote di uomini».
La stessa varietà che si riscontra nell'assetto esteriore delle poleis si ha anche Ordinamenti co­
nella definizione della costituzione (politeia), basata sulla nozione di apparte­ stituzionali
nenza/condivisione («essere cittadini» si dice in greco metechein tes politeias,
«partecipare alla politeia»). La composizione del corpo civico può essere de­
finita in modo più o meno ampio, sulla base di diversi criteri: nascita (essere
figli di almeno un cittadino; in certi casi, di due cittadini), proprietà terriera,
contributo militare, professione, svolgimento di un adeguato percorso di for­
mazione (come l'efebia ad Atene o l' agoghé a Sparta). Nella varietà estrema di
forme, che comprende anche il caso di poleis governate autocraticamente o da
governi oligarchici ristretti, la città così concepita - cioè basata sulla nozione
di appartenenza e di condivisione - ha comunque in sé spinte propulsive di
carattere egalitario: infatti, quanto più ciascun cittadino si sente partecipe del
comune destino e a esso contribuisce fattivamente, tanto più richiede una
condizione paritaria rispetto ai concittadini, quella che i Greci chiamavano
isonomia («aver parte uguale»), e la partecipazione alla gestione della comu­
nità. La polis è dunque, come è stato osservato, un modello tendenzialmente
inclusivo, che tende al progressivo inserimento degli uomini liberi nell'ambito
di un contesto politico paritario.
All'affermazione di tendenze isonomiche nell'ambito della polis contribuì
anche la cosiddetta «riforma oplitica», uno dei fattori chiamati in causa per
spiegare il processo di formazione della città intesa come realtà sociale. Si
tratta di una riforma militare - su cui dovremo ritornare più dettagliatamente
a proposito della crisi delle aristocrazie - per cui il nucleo dell'esercito venne
a essere costituito non più dalla cavalleria, ma dai fanti armati pesantemente,
i cosiddetti «opliti» (il termine deriva da hopla, le «armi» che costituiscono
l'armamento del fante). Il servizio nella falange oplitica era fornito dai membri
della classe media, costituita da contadini liberi: combattendo insieme per
la difesa della patria essi rafforzarono i loro reciproci vincoli di solidarietà
e l'integrazione nella comunità (koin6n) e richiesero, di conseguenza, un
trattamento paritario e una maggiore partecipazione politica. Il ruolo della
riforma oplitica nella formazione della polis è stato molto discusso e alcuni
hanno tentato di minimizzarlo, in base alla difficoltà di collocare cronolo­
gicamente una «riforma» che fu in realtà un processo di lunga durata. Ma
l'importanza del fattore militare nei cambiamenti politici che hanno a che fare
con la nascita della polis, intesa come appartenenza a una comunità in cui le
prerogative politiche sono attribuite in base alla funzione militare, difficilmente
può essere negata. Anche l'evoluzione del modo di combattere contribuì
così a far emergere nella polis, indipendentemente dalla forma di governo,
una sostanziale tendenza isonomica: tanto che «uguaglianza» diventerà una
parola d'ordine sia per i cittadini della democratica Atene, che rivendicavano
orgogliosamente la loro uguaglianza di diritti (isonomia) e di parola (isegoria),
sia per quelli dell'oligarchica Sparta, che si definivano homoioi, «gli uguali».
L'importanza della politeia nella definizione della polis può desumersi dal fatto
che essa, nel IV secolo, viene caratterizzata da Isocrate come «anima della città»
(psychè poleos), che «ha la stessa forza che ha l'intelletto sul corpo; decide su
tutto, preserva i beni, evita gli insuccessi; da essa dipende tutto ciò che accade
nelle città>> (Panatenaico, 138; dr. Areopagitico, 13-14); e da Aristotele (Politica,
IV, 1 1 , 1295 a) come <<vita» della città (bios poleos). La città viene così equi­
parata a un organismo umano, di cui la politeia costituisce il principio vitale e
caratterizzante, capace di modellare il cittadino; una buona politeia è quindi
fondamentale per realizzare il fine della polis, che è, nella visione aristotelica,
quello di far <<vivere bene» l'uomo, «animale politico» per eccellenza.
Il «Tripolitico» di Il pensiero politico greco classifica le costituzioni sulla base di una tripartizione
Erodoto in monarchia, oligarchia e democrazia, la cui prima attestazione articolata si
trova nel cosiddetto «Discorso Tripolitico» di Erodoto (III, 80-82; ma un
accenno è in Pindaro, Pitica Il, 86 ss.) . Il criterio utilizzato è quello dell'esten­
sione della sovranità; ma nel dibattito, che si immagina tenuto in Persia tra i
notabili Otane, Megabizo e Dario, vengono discussi anche il valore morale e
la competenza necessari per essere qualificati a governare e l'importanza del
nomos, che funge da garanzia che l'interesse del singolo non prevalga su quello
comune. Otane, difensore della democrazia, caratterizza il regime monarchico
LA FORMAZION E DElLl ll

con i tratti tipici della tirannide, in cui l'autocrate, con la sua prepotenza
(hybris) e la sua invidia dei migliori, viola sistematicamente il nomos, mentre

il governo del popolo porta il nome più bello, parità di diritti (isonomie). Poi,
non fa nulla di ciò che fa un monarca; le cariche pubbliche sono sorteggiate,
le magistrature sono soggette a rendiconto, tutte le decisioni sono messe in
comune.

Megabizo critica invece la democrazia, accusando il popolo, «massa inutile»,


che «né ha imparato da altri né conosce da sé niente di buono, e si getta nelle
vicende politiche senza ragionare, come un torrente impetuoso», di essere
prepotente quanto un tiranno senza avere l'intelligenza politica (synesis) ne­
cessaria per governare; la scelta di un governo oligarchico è imposta dal fatto
che «dagli uomini migliori (aristoi) derivano le deliberazioni migliori» (dove
il termine aristoi trasfigura in senso etico-politico una selezione di carattere
prevalentemente socio-economico; in modo uguale e contrario, il popolo, in
quanto povero, è anche poner6s, cattivo e ignorante, privo di quelle capacità
di discernimento e moderazione tipiche degli aristoi e capaci di realizzare
una vera eunomia, un «buon governo»). Dario, infine, dopo aver criticato
l'oligarchia in quanto caratterizzata dallo sviluppo di gravi rivalità personali
legate alla sete di potere e la democrazia per la malvagità innata del popolo e
l'emergere delle aspirazioni di singoli capi - entrambe situazioni dannose per
lo stato -, sostiene la monarchia in quanto un solo uomo eccellente (aristos),
grazie alle proprie straordinarie capacità, può governare nel modo migliore
e garantire al sistema la massima efficienza.
La discussione appare dominata dal tema della qualifica a governare: ma
l'intervento di Otane a favore della democrazia contiene anche qualche in­
teressante riferimento istituzionale. La sovranità del popolo, o meglio della
maggioranza, si esprime nella partecipazione, garantita da strumenti quali
il sorteggio delle magistrature (che assicura un accesso non discriminato e
un'opportuna turnazione), il rendiconto delle medesime e, soprattutto, la
<<messa in comune», «in mezzo» (eis to koin6n, es meson) del processo deci­
sionale. La democrazia appare qui - in un contesto ampiamente influenzato
dal dibattito dell'età periclea - come la migliore realizzazione delle tendenze
isonomiche insite nel concetto di polis.
La Grecia, però, non era fatta solo di poleis: fin dall ' arcaismo è presente, Gli stati federali
accanto allo stato cittadino, lo stato federale. Questo tipo di stato era deno­
minato ricorrendo a termini generici, come ethnos (che propriamente significa
«popolo, nazione», non ha implicazioni politiche e può riferirsi, oltre che allo
stato federale vero e proprio, alle «tribù» etniche in cui le diverse popolazioni
greche si dividevano - per esempio, Ofionei, Apodoti, Euritani presso gli
Etoli - o anche a gruppi etnici più ampi, come gli Ioni e i Dori) o come koin6n
(che indica qualsiasi tipo di «comunità», dalle associazioni religiose a quelle
professionali, e che in ambito politico può essere usato anche per indicare la
comunità dei cittadini della polis ed è dunque privo di uno specifico signifi-
cato «federale»). Lo stato federale era caratterizzato dalla sympoliteia, cioè
dalla coesistenza di una cittadinanza federale con una cittadinanza locale: in
ambito ufficiale, essa si esprime nella definizione onomastica del cittadino, che
. accosta all'etnico del koin6n (per esempio Thessal6s, «Tessalo») la specifica­
zione della località di origine, espressa con un complemento di provenienza
(ek Larises, «di Larissa»).
Si è molto discusso sulle origini dello stato federale greco: la distinzione, che
spesso si è voluta affermare, tra più antichi stati di tipo «tribale» o «cantonale»
e più tardi stati federali veri e propri non sembra trovare conferma nelle fonti,
che, mentre attestano l'esistenza di strutture di carattere simpolitico già in età
arcaica, non segnalano fratture dall'età arcaica all'ellenismo nella storia dei
koind. Poleis e stati federali, in realtà, convivono in Grecia fin dall'arcaismo.
Nella formazione degli stati federali, come del resto in quella delle città, appare
fondamentale il ruolo del culto comune in cui i vari gruppi locali si ricono­
scono. Esso costituisce il fondamento identitario intorno a cui si aggregano
gli elementi della complessa realtà federale; la sua celebrazione periodica,
occasione di incontro e di confronto su problemi di comune interesse, deter­
mina il progressivo sviluppo di organismi comuni di carattere anche politico,
basati in gran parte sul principio di rappresentanza (cioè sull'invio di delegati
delle singole comunità a rappresentarle in sede federale).
Lo stato federale fu, fin dall'età arcaica, l'organizzazione politica caratteri­
stica dell'«altra Grecia», quella Grecia «periferica», di area prevalentemente
centro-settentrionale, descritta da Tucidide con i caratteri di un accentuato
attardamento culturale (I, 5, 1 e 3 ):

I Greci in antico [ . . . ] attaccando le città prive di mura e disperse in villaggi


le saccheggiavano, e per lo più si guadagnavano da vivere in questa maniera,
senza che questo modo di agire procurasse vergogna; esso portava piuttosto
una certa fama. [. . . ] Anche per terra praticavano la pirateria gli uni contro gli
altri, e anche ora in molte parti della Grecia si vive secondo il sistema antico,
presso i Locresi Ozoli, gli Etoli e gli Acamani e in quelle parti del continente.
A questi popoli continentali è rimasta labitudine a portare le armi, a causa
dell'antica pratica della pirateria.

Queste zone erano caratterizzate da territori montuosi e isolati, dalla difficoltà


delle comunicazioni e degli scambi, da un'economia di carattere prevalente­
mente pastorale, quando non di razzia, dall'assenza di un adeguato sviluppo
cittadino (che può spiegare il senso di estraneità che traspare da alcune delle
nostre fonti, come per esempio Thuc. III, 94, 4-5); la popolazione viveva
dispersa in villaggi o komai, a loro volta riuniti in distretti, secondo una
struttura che studi recenti ritengono uno degli aspetti caratterizzanti degli
stati federali accanto alla sympoliteia. In un certo senso, laddove sembrano
conservarsi alcune delle condizioni dell'età oscura la formazione dello stato
federale appare un esito più frequente rispetto alla formazione della polis.
Nel corso del IV secolo, a fronte dell'indebolimento delle poleis, gli stati
federali acquisteranno un ruolo progressivamente maggiore: il fenomeno
l.A FORMAZIONE DELLA CIVILTÀ GRECA 35

riguarda soprattutto gli ethne caratterizzati da una forte coesione interna,


dovuta proprio al modesto sviluppo della vita cittadina e alla conseguente
assenza di spinte autonomistiche interne, e per questo capaci di affermarsi
politicamente al di là della realtà regionale. Ma la ragione più profonda del
successo degli ethne come alternativa alla polis sta nel fatto che l'organizzazione
federale si caratterizza per una maggiore apertura rispetto al mondo cittadino:
l'abitudine allo scambio di diritti fra le realtà locali appartenenti all' ethnos, la
disponibilità a rinunciare parzialmente all'autonomia delle singole comunità
in cambio di vantaggi comuni, il minor grado di partecipazione diretta del
cittadino al governo in favore del principio di rappresentanza rendono gli
ethne, indipendentemente dalle forme costituzionali adottate (che appaiono,
come per le poleis, molto varie), più capaci di integrazione e di assimilazione
rispetto alle poleis.
I valori principali della Grecia delle poleis sono stati identificati nei concetti di «Autonomia e Ii­
autonomia e di eleutheria (autonomia e libertà), che esprimono la possibilità bertà»
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di governarsi con proprie leggi liberamente accettate, senza lasciarsi condizio-
nare da poteri più forti, e di svolgere una politica estera indipendente. Questi
valori si affermano pienamente in Grecia con le guerre persiane, che, come
risulta da autori come Eschilo ed Erodoto, rivestono un carattere epocale da
un punto di vista culturale, oltre che storico: esse contribuiscono infatti alla
presa di coscienza, da parte greca, della propria diversità (culturale, più che
etnica) rispetto ai barbari e a tutti gli altri uomini, e dunque all'affermarsi
di un'identità di carattere oppositivo, fondata sull'essere cittadini e quindi
uomini liberi. Il Greco è libero di fronte allo stato perché è polites, laddove il
barbaro è schiavo perché vive con lo stato un rapporto di sottomissione, non
di partecipazione e di integrazione: la civiltà greca viene così a configurarsi
essenzialmente come civiltà della polis.
Forme alternative di organizzazione politica, come lo stato federale, vengono
di conseguenza respinte in un'area di spiccata perifericità ideale e di inferiorità
culturale, mentre si evidenzia una progressiva tendenza alla chiusura delle
comunità cittadine verso l'esterno, sia verso il barbaro, sia verso lo xenos
(lo straniero di stirpe greca, proveniente da un'altra polis o ethnos). Solo il
tramonto della polis riproporrà le condizioni per una maggiore disponibilità
all'apertura e all'incontro con realtà eterogenee: rispetto alla Grecia classica,
il mondo ellenistico risulterà capace di favorire una più efficace integrazione
fra uomini di origine diversa sul piano etnico e sociale, rimuovendo discri­
minazioni e pregiudizi culturali attraverso l'omologazione determinata dallo
stato di comune sudditanza rispetto al sovrano, che prevale su ogni altra forma
di disuguaglianza. In un certo senso, l'ellenismo ripropone quella vitalità di
scambio culturale e di interazione etnica e sociale che era stata propria della
fase più antica della civiltà greca.
5.2. n governo delle aristocrazie

Già si è fatto cenno allo sviluppo di aristocrazie di proprietari terrieri e alle­


vatori, a danno dei regimi monarchici, durante letà oscura: la loro ricchezza
è confermata dai fastosi corredi di sepolture come quelle di Lefkandi. Nel
corso dell'VIII secolo vanno scomparendo le tracce delle antiche monarchie
di basileis, di ambito dorico (presenti in Messenia fino al VII secolo, ad Argo
fino alle guerre persiane, a Cirene ancora nel V secolo con i Battiadi, a Sparta
addirittura fino al III) e ionico (città d'Asia Minore come Mileto, Efeso, Cuma
e isole come Lesbo), sostituite da aristocrazie all'interno delle quali non manca
una forte tensione egalitaria. Si conservano invece le monarchie nazionali
dell'Epiro e della Macedonia, dalla forte caratterizzazione «omerica», in cui
il re è un capo capace di condizionare capi minori.
L'aristocrazia e il I privilegi dell'aristocrazia si basano prima di tutto sulla nascita, garantita da
suo stile di vita genealogie risalenti all'età degli eroi, dei quali gli aristocratici si sentivano gli
eredi. Da questa discendenza l'aristocratico traeva quella virtù (areté) negata
agli uomini di origine più umile ed espressa anche nella bellezza (l'ideale
aristocratico dell'uomo è espresso nella formula kalòs kai agath6s, «bello e
buono») e nella ricchezza. La ricchezza degli aristocratici era basata preva­
lentemente sul possesso di terre, lavorate da personale dipendente, libero (i
cosiddetti «teti») o schiavo (la servitù rurale appare particolarmente diffusa
in ambiente dorico, in seguito a guerre di conquista); inoltre, sul possesso
di beni come case, bestiame, servi, e su clientele costituite da parenti e da
compagni. Oltre �he dalla terra, gli aristocratici traevano la loro ricchezza
anche dalla guerra e dalla pirateria, un'attività che secondo Tucidide (I, 5,
2) era considerata normale e onorevole nell'arcaismo; era praticato anche lo
scambio, gestito dagli aristocratici direttamente, su nave propria (nasce qui la
figura del naukleros o «armatore», che tanta parte avrà nel commercio greco),
o attraverso la mediazione di mercanti di professione. Il ruolo dell'aristocrazia
nel commercio greco arcaico è attestato in Omero e confermato dalle notizie
sull'attività mercantile di aristocratici come Coleo di Samo e Solone di Atene
(si pratica lo scambio di schiavi, vino, olio e grano con metalli); la preziosa
testimonianza di Esiodo ci consente invece di cogliere l'evoluzione verso
forme di commercio (emporia) più specializzato, basato sulle importazioni
granarie e le esportazioni di ceramica, e in cui il livello economico-sociale
degli operatori commerciali è più basso rispetto ad Omero.
La vita degli aristocratici è legata all'ozkos, termine che in greco significa «casa>>,
ma che comprende anche la famiglia e la proprietà. Coikos è infatti un insieme
di persone e di beni, che include, oltre al capofamiglia, la moglie, i figli legit­
timi e talora anche quelli illegittimi, i servi, labitazione, il tesoro familiare (in
bronzo, metalli preziosi, beni di prestigio), le terre e il bestiame. Garantire la
sopravvivenza della casata e delle sostanze richiede una gestione complessa, la
cosiddetta oikonomia: termine che in greco designa pertanto un'economia di
carattere domestico, incentrata sull'agricoltura e disinteressata alla produzione e
LA FORMAZIONE OELLA CIVILTÀ GRECA 37

allo scambio, e che solo in seguito acquista anche il significato di <<finanza>> con
riferimento alla sfera statale, senza mai arrivare a comprendere il complesso delle
attività economiche. L'oikos è poi anche una comunità con valore giuridico (i
suoi membri, donne e minori compresi, godono di una serie di diritti in merito
alle relazioni di parentela e al diritto ereditario) e religioso (l'appartenenza a
esso comporta una serie di obblighi cultuali e relativi alla memoria dei defunti).
Talora contrastanti in origine (si pensi alla necessità, da parte dello stato, di
regolamentare l'antico regime della vendetta privata), diritto dell'oikos e diritto
della polis finiscono per convivere e per integrarsi, in ambito civile e religioso,
sulla base del principio della pluralità di ordinamenti.
Lo stile di vita aristocratico presenta aspetti caratteristici. Le attività princi­
pali, al di là della gestione dell'oikos, sono la guerra e la politica, compito cui
l'aristocratico è destinato dalla disponibilità di tempo libero che gli deriva dal
fatto di non lavorare. Tra gli svaghi, oltre alla caccia, merita di essere ricordato
il simposio, che costituisce in realtà uno dei momenti fondamentali della vita
sociale e culturale. Gli uomini vi si riuniscono per bere insieme secondo una
serie di regole di comportamento, illustrate da un'elegia di Senofane (F 1
Gentili-Prato): ma nel corso di esso si svolgono attività di carattere culturale,
come musica, canto e recitazione, e politico, come gli elogi degli uomini valo­
rosi e la critica ai tiranni. Il simposio appare come il luogo della discussione
fra pari, in cui si creano legami di reciproca fiducia: gli stessi legami che tro­
vano espressione nelle cosiddette «eterie», società segrete che si impegnano
a sostenere i propri membri in ambito politico e giudiziario e vengono talora
a costituire una realtà istituzionale parallela.
Le relazioni fra casate aristocratiche vanno al di là della comunità di origine
e, attraverso i rapporti di ospitalità (xenia), assumono carattere interna­
zionale. La xenia era una forma di ospitalità fondata sulla reciprocità, che
prevedeva la mutua assistenza (espressa attraverso l'ospitalità concreta,
cioè l'offerta di vitto e alloggio, e attraverso la rappresentanza di fronte alla
comunità cittadina ospitante) e veniva sancita con lo scambio di symbola,
piccoli oggetti spesso spezzati in due parti, che servivano come strumento
di riconoscimento e come prova dei legami di ospitalità anteriormente
stabiliti. I presupposti di queste relazioni vanno cercati nella necessità di
evitare che lo straniero, fuori dalla propria comunità di origine e quindi
privo di protezione giuridica, potesse essere oggetto, nella sua persona o nei
suoi beni, del diritto di rappresaglia. La xenia costituì uno degli strumenti
fondamentali mediante il quale le grandi famiglie aristocratiche giunsero
a intessere, durante l'arcaismo, una fitta rete di rapporti al di fuori della
comunità di appartenenza, e fu la base per lo sviluppo di successive e più
complesse forme di tutela giuridica dello straniero. Un ulteriore strumento
delle relazioni internazionali fra aristocratici furono i legami matrimoniali,
che unirono casate appartenenti a città e popoli diversi.
Un altro aspetto della dimensione «internazionale» dello stile di vita aristo­
cratico è l'inserimento dei membri delle aristocrazie nei circuiti agonali e
propagandistici legati alle feste religiose panelleniche. Gli aristocratici, per
38 CAPITOLO 1

dare prova della propria areté, si confrontavano infatti con i propri pari ne­
gli agoni atletici (ma anche poetici e musicali) previsti nei Giochi Olimpici
(iniziati, secondo la tradizione, nel 776), Pitici, Istmici e Nemei. La vittoria
in questi agoni, che costituivano tra le poche occasioni di incontro e di con­
fronto panellenico, era fonte di grande prestigio per il singolo individuo, per
la sua famiglia e per l'intera comunità: lo dimostra, accanto alle numerose
dediche che grandi personaggi dell'arcaismo fecero nei santuari panellenici
in memoria delle loro vittorie, l'opera di Pindaro, nella quale la celebrazione
dei successi agonali degli aristocratici e la promozione del loro prestigio in
Grecia trovano ampio spazio.
Fattori di crisi: Sul piano militare, l'aristocrazia è legata al modello «omerico» del duello
la cosiddetta «ri­ eroico e all'uso del cavallo (anche se, prevalentemente, come mezzo di sposta­
forma oplitica» mento). Quella che Tucidide (I, 15, 3 ) considera la prima guerra panellenica,
la cosiddetta «guerra lelantea», combattuta in Eubea fra Calcide (sostenuta
da Samo e dai Tessali) ed Eretria (sostenuta da Mileto) per il possesso della
pianura di Lelanto e diversamente datata (tra fine VIII e fine VII secolo), fu
caratterizzata proprio dal confronto fra capi aristocratici che combattevano
a cavallo. La crisi dell'aristocrazia, innescata da fenomeni complessi come
la diminuzione della produzione agricola e il conseguente impoverimento e
indebitamento dei contadini, che minarono le basi socioeconomiche dei regimi
aristocratici, trova un importante risvolto militare nell'avvento di quel nuovo
modo di combattere che noi chiamiamo, come già si è ricordato a proposito
della formazione della polis, «riforma oplitica».
Con questa riforma, incentrata sul ruolo dell'oplita, il fante armato pesan­
temente, la funzione guerriera cessò di essere un privilegio aristocratico e si
ampliò fino a comprendere anche i membri del demos, cioè della popolazione
contadina residente sul territorio. L'armamento dell'oplita era costituito da
elmo, corazza, schinieri, scudo rotondo a doppia impugnatura (antilabé ),
lancia: la documentazione archeologica permette di farlo risalire al 700 circa,
mentre la tradizione pindarica (frg. 1 06 Snell-Maehler) lo collega con Argo.
Tale armamento, diversamente da quello necessario per combattere in caval­
leria, era accessibile anche agli strati meno ricchi della popolazione: furono
così i membri della classe media, i piccoli proprietari contadini, a fornire il
servizio di fanteria pesante oplitica, nuovo nucleo dell'esercito.
Questa visione è parsa ad alcuni troppo semplificatoria, in quanto gli opliti
non necessariamente costituivano, nei fatti, una classe sociale omogenea
come vorrebbe la tradizione; ma tali rilievi, pur meritevoli di considerazione,
non sembrano inficiare la validità del quadro complessivo. In cambio del
contributo dato alla difesa della comunità, gli opliti richiesero e ottennero
una corrispondente integrazione sociale e soprattutto politica: un fattore che
contribuì sensibilmente al tramonto delle vecchie aristocrazie di cavalieri.
Non sono però solo l'armamento e il combattimento di massa a definire
I'oplita: scontri di massa sono presenti già in Omero, ma senza che si possa
parlare di un vero e proprio schieramento falangitico. La caratteristica
nuova è data dal fatto che nella falange oplitica il soldato combatte a ranghi
serrati, difendendo se stesso e il proprio vicino; per assicurare questa difesa
e per garantire alla falange la necessaria forza d'urto, è fondamentale che il
fante mantenga il proprio posto nello schieramento (taxis), il che implica il
superamento dell'individualismo e una profonda integrazione del singolo
nel gruppo. Lareté eroica del guerriero aristocratico viene così superata e si
affermano nuovi valori, come la virtù dell'autocontrollo e della moderazione
(sophrosyne) e il senso della solidarietà e della parità fra uguali: valori che,
nonostante questa interpretazione sia stata di recente rimessa in discussione,
sembrano ben rappresentati, per la prima volta, nell'alpe Chigi, un vaso
corinzio del 640 circa che rappresenta gli opliti mentre marciano ordinata­
mente, fianco a fianco, al suono del flauto, in una raffigurazione ideale della
sophrosyne. Dall' oplitismo nacquero così comunità di cittadini più ampie e
coese, che, sul piano costituzionale, si diedero, in luogo delle aristocrazie,
governi timocratici, cioè basati sul censo (time) e quindi potenzialmente più
aperti e caratterizzati da una maggiore mobilità sociale.
Nel delineare gli ideali dei protagonisti del rinnovato quadro politico e so­
ciale, gli antichi valori aristocratici si fondono, in una significativa continuità,
con i nuovi valori oplitici. La figura ideale del cittadino-soldato, che porta
su di sé l'onere/onore della difesa militare della città, è quella di un piccolo
proprietario agricolo «autarchico», che vive del proprio lavoro e non ha bi­
sogno di svolgere altre attività di carattere commerciale o artigianale. Queste
attività vennero così sentite, nella mentalità greca, come inferiori, non tanto
perché di tipo manuale, ma perché svolte a servizio di altri e nell'ambito di
un rapporto di dipendenza dalla domanda e dall'offerta altrui, e quindi as­
similate a forme di servitù. Il disprezzo greco per il lavoro ha dunque dietro
di sé ideali aristocratici, ma anche il modello «oplitica» del cittadino libero e
«autarchico», capace di bastare a se stesso e di evitare forme di dipendenza
anche per quanto concerne la propria sussistenza economica. Il superamento
dei modelli sociali di tipo aristocratico e oplitica non impedì la sopravvivenza
della relativa impostazione etica: così, anche all 'interno di configurazioni
sociali più tarde e complesse, il lavoro artigianale e commerciale, che sfugge
all'ottica autarchica, continuò a essere visto come una forma di servitù, che
ostacolava il libero svolgimento delle attività degne del cittadino.

5.3. n movimento coloniale

Il movimento coloniale dell'VIII e del VII secolo è_ forse il fenomeno più


notevole dell'alto e medio arcaismo e conferma la grande importanza della
mobilità umana e dell'interscambio culturale nel processo di formazione e
di sviluppo della civiltà greca. Quella circolazione di uomini e di cultura che
aveva dato a questa civiltà, nei secoli precedenti, una dimensione mediter­
ranea e, insieme, una fondamentale omogeneità, si fa ora più organizzata e
quantitativamente più consistente.
40 CAPITOLO 1

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---- Colonie ioniche


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__ Colonie achee
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''"""' Colonie corinzie
- - - - Colonie mefjlresi

• MILETO Città madre

2. La grande colonizzazione greca (750-550 a.C.).

Fonte: c. Orrieux e P. Schmitt Pantel, Storia greca, Bologna, 2003, pp. 72·73.
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42 CAPITOLO 1

Modelli coloniali Il movimento coloniale, alla cui testa si trovano l'Eubea e Corinto, si inqua­
dra nella ridefinizione dei rapporti sociali, economici e politici dell'epoca
della formazione della città, quando, a seguito degli inevitabili squilibri,
la mobilità umana si accrebbe in modo significativo. La colonizzazione è
spesso stata vista come l'esito di spinte determinate da diversi fattori, quali
sovrappopolazione, esigenze commerciali, farne di terre (dovute all'insuffi­
ciente produzione cerealicola o alla cattiva distribuzione della proprietà nella
madrepatria), rivolgimenti politici collegati con la crisi delle aristocrazie.
Tuttavia, la tendenza a fondare nuove comunità è un aspetto che non si limita
alla grande ondata colonizzatrice dell'VIII e del VII secolo. Il mondo greco
è interessato costantemente da fenomeni di spostamento e di migrazione,
con una significativa pluralità di forme che si riflette nella ricca articolazione
terminologica: le colonie di popolamento, le cosiddette apoikiai, creano nuove
comunità completamente autonome; le colonie militari di cittadini, caratte­
ristiche del sistema imperiale ateniese di V secolo, denominate «cleruchie»,
prevedono che i coloni mantengano la cittadinanza originaria; con il termine
epoikiai sono indicati i rincalzi coloniari, cioè l'invio di coloni a prendere
possesso di comunità già esistenti o a rafforzare un'iniziativa coloniale già in
atto; abbiamo inoltre empori commerciali, come Naucrati sul delta del Nilo,
colonie panelleniche come Turi, fondata su iniziativa di Atene nel 444/3 sul
sito dell'antica Sibari, fino alle fondazioni regie e alle katoikiai militari di età
ellenistica, eredi delle più antiche cleruchie.
Sedi di partenza e La colonizzazione procede sulle rotte già battute dai Micenei e dalla naviga­
destinazioni zione precoloniale. Nella fase più antica, quella dell'VIII secolo, prevalgono
le imprese legate a iniziative individuali; nel VII cresce invece l'incidenza
dell'intervento statale, in particolare per l'apporto di Corinto. I coloni pro­
vengono soprattutto dalla zona dell'Istmo e dalle regioni settentrionali del
Peloponneso (Corinto, Megara e l' Acaia), dall'Asia Minore (Mileto, Focea, le
isole di Lesbo e di Rodi), dall'Eubea (Calcide ed Eretria); destinazioni privile­
giate sono, in Occidente, l'Italia meridionale e la Sicilia, l'Africa settentrionale,
la Gallia, la Spagna, in Oriente la Macedonia, la Tracia, la zona degli Stretti,
le coste del mar Nero; progressivamente, si assiste poi alla diversificazione
delle zone di provenienza e dei siti di destinazione. L'accresciuta importanza
del fenomeno coloniale è sottolineata dallo scoppio di vere e proprie «guerre
coloniali»: tale fu, con ogni probabilità, la già ricordata guerra di Lelanto fra
Calcide ed Eretria; e tale fu certamente la guerra tra Corinto e la sua colonia
Corcira, la cui posizione strategica nello Ionio la rendeva assai importante per
il controllo delle rotte per l'Occidente; nel corso di questa guerra, nel 664,
si svolse quella che Tucidide (I, 13, 4) ricorda come la più antica battaglia
navale della storia greca.
Un ruolo primario nell'iniziativa coloniale va riconosciuto ai Calcidesi d'Eubea
e ai Corinzi. I Calcidesi, di stirpe ionica, cercarono in terra coloniale quel
sostentamento impedito in patria dall'accentramento della proprietà terriera
nelle mani degli Ippoboti, ma anche sbocchi di mercato per i propri manufatti
e materie prime, tra cui il ferro. I Corinzi, di stirpe dorica, maturarono fin
LA FORMAZIONE DELLA CMLTA GRECA
----------------------__;;; 43

dall'VIII secolo, quando la città era dominata dall'aristocrazia dei Bacchiadi,


una vocazione marinara e commerciale, anche grazie alla posizione geografica,
che consentiva il controllo, attraverso i porti del Lecheo e di Cenere, del
golfo di Corinto e del golfo Saronico; in Occidente essi cercarono soprattutto
terre da coltivare, ma l'industria ceramica e cantieristica li portò a farsi anche
rivali delle città dell'Eubea sulle rotte commerciali. Interessi agrari e interessi
commerciali, che spesso sono stati visti come antitetici, sembrano dunque,
piuttosto, da considerare convergenti nella colonizzazione.
Intorno al 770 Calcide fondò in Campania Pitecussa (Ischia), la più antica co­
lonia greca d'Occidente; l'isola ha restituito la cosiddetta «coppa di Nestore»,
di provenienza rodia, risalente al terzo quarto dell'VIII secolo e recante la più
antica iscrizione greca in versi. Poco dopo, sempre coloni di Calcide fondarono
Cuma, che nel VII secolo già controllava la pianura campana e contendeva
terre e rotte agli Etruschi. In Sicilia, i Calcidesi fondarono Nasso (734), che
fondò a sua volta Leontini e Catania, e Zancle (730 circa), in posizione strate­
gica sullo Stretto di Messina; in Italia, sull'altro lato dello Stretto, fondarono
Reggio (720 circa). Un anno dopo la fondazione calcidese di Nassa, secondo
quanto attesta Tucidide (VI, 3 , 1-2), Corinto fondò Siracusa (733); ma una
tradizione siracusana riportava la fondazione al 756, in modo da precedere
di più di un ventennio l'arrivo dei Calcidesi. Le due cronologie concorrenti
rivelano l'importanza, nel contesto siceliota, della contrapposizione etnica tra
Dori e Ioni. Siracusa fondò poi le subcolonie di Acre, Casmene e Camarina,
nell'area abitata dagli indigeni Siculi.
Sempre in Sicilia, Megara fondò intorno al 727 Megara lblea; nella seconda
metà del VII secolo quest'ultima fondò la subcolonia di Selinunte, in un'area
di frontiera caratterizzata dalla presenza di indigeni, Sicani ed Elimi, e dei
Cartaginesi. Al 688 risale la fondazione di Gela da parte di coloni rodii e
cretesi; nel 580 circa Gela fondò Agrigento.
In Italia, fondazioni achee furono Sibari (720), che divenne straordinariamente
potente e fu al centro di un vero e proprio impero; Crotone, che a partire dal
530 ospitò Pitagora, esule da Samo per sfuggire alla tirannide di Policrate;
Caulonia, Metaponto e Posidonia. Sparta fondò una sola colonia, Taranto
(705), inviandovi i cosiddetti «Partenii>>, forse nati da unioni extramatrimoniali
tra donne spartane libere e schiavi; elementi servili sembrano coinvolti anche
nella fondazione di Locri Epizefiri (680) da parte dei Locresi Ozoli.
Importanti colonie in area occidentale furono Cirene, fondata da Tera in­
torno al 630, e Massalia, fondata da Focea intorno al 600: situata alla foce del
Rodano, via di penetrazione per l'Europa continentale, e madre di diverse
subcolonie, Massalia sostituì Etruschi e Cartaginesi negli scambi nell'area
del golfo del Leone.
In Oriente, Calcidesi e Corinzi colonizzarono le coste della Tracia, ricche di
oro, argento, legname; Paro fondò Taso, per il controllo delle miniere della
prospiciente costa tracica e della via degli Stretti; Mileto, Focea e Megara si
impegnarono nella colonizzazione dell'area dell'Ellesponto e del mar Nero.
La tradizione che fa capo a Strabone (XVII, 1 , 18) attribuisce ai Milesii la
44 CAPITOLO 1

fondazione, alla fine del VII secolo, sulla foce canopica del Nilo, dell'empo­
rio di Naucrati; Erodoto (II, 178) parla genericamente di Greci, ai quali il
faraone Amasi avrebbe concesso l'area da colonizzare, e descrive Naucrati
come un mercato/santuario. Nell'emporio naucratita cereali, papiro, lino,
avorio venivano scambiati con vino, oli(), ceramica, argento.
Madrepatria e co­ La spedizione destinata a fondare una colonia (apoikia) era guidata da un
lonia fondatore, l'«ecista», di cui spesso la tradizione conserva il nome e che era
oggetto, dopo la morte, di un culto eroico. Suo compito era, dopo aver
chiesto una sanzione religiosa all'impresa consultando l'oracolo di Delfi (il
quale rivendicava una sorta di protettorato sulle iniziative coloniali), portare
alla nuova destinazione il fuoco sacro tratto dal focolare pubblico della città
d'origine e, una volta scelto il sito in base a diversi criteri (difendibilità, ac­
cessibilità dal mare, fertilità del suolo), distribuire la terra ai coloni, fondare
i santuari, stabilire regole di convivenza e istituzioni nella nuova comunità. I
coloni erano per lo più maschi, provenienti da una o più comunità; in genere
erano pochi, il che poteva rendere necessario, in un secondo momento, un
rincalzo coloniario (epoikia) che potenziasse la comunità sul piano demogra­
fico. Per quanto riguarda i rapporti tra madrepatria e colonia, le apoikiai di
solito diventavano comunità del tutto indipendenti, mantenendo relazioni
con la madrepatria solo sul piano linguistico, religioso e culturale; tali rela­
zioni venivano alimentate attraverso la creazione di un patrimonio comune
di leggende, che inseriva le storie di fondazione della colonia nella tradizione
mitografica della madrepatria. Isolato è il caso di Corinto, che tende invece a
mantenere con le proprie colonie relazioni anche politiche, fino a urtarsi con
esse, come avvenne nella ricordata guerra con Corcira del 664.
Conseguenze so­ La colonizzazione ebbe enormi conseguenze sulla storia della Grecia. Essa
ciali, economiche, diede uno straordinario impulso alla produzione artigianale (si pensi alla dif­
culturali della co­ fusione della ceramica corinzia), agli scambi commerciali, alla navigazione (le
lonizzazione
prime triremi furono costruite, secondo Tucidide I, 13, 2, a Corinto). La crisi
delle aristocrazie terriere, dal cui potere divenuto intollerabile molti coloni
cercavano scampo, la mobilità sociale e l'evoluzione in senso isonomico furono
fortemente accelerate dal movimento coloniale e dalla fondazione di un grande
numero di nuove comunità. La stessa diffusione della moneta, nata nel VII
secolo in Asia Minore con le prime coniazioni in elettro, ma diffusasi poi a
partire dal VI secolo con le coniazioni di Egina in bronzo e argento (le celebri
«tartarughe»), non può essere sganciata dalla serie di fenomeni di sviluppo
collegati con la colonizzazione. Come è stato riconosciuto, la moneta nasce
non tanto in funzione degli scambi, quanto per uso pubblico (per la fiscalità,
la retribuzione di mercenari, la fissazione di ammende, la costruzione di grandi
opere) e per stabilire una situazione di equità nelle relazioni sociali, fissando
con precisione il valore del lavoro e degli oggetti: rispetto ai rozzi oggetti in
metallo usati in precedenza a questo scopo, essa identifica meglio il valore in
quanto è garantita, sia nel peso che nella bontà della lega, dall'autorità che
la conia. Tuttavia, la diffusione della moneta non poté non influire anche su
fenomeni come lo sviluppo degli scambi e la mobilità sociale: dopo Egina,
LA FORMAZIONE DELLA CIVILTÀ GRECA 45

presero a battere moneta Corinto, Atene, Calcide, Eretria, Tebe, ma anche


le colonie d'Occidente; al piede eginetico (g 6,16) si sostituì il piede euboico
(g 4,36), che divenne il modello più diffuso. Inoltre, la colonizzazione ebbe
grande importanza culturale, perché incentivò l'estensione delle conoscenze
geografiche dei Greci, il contatto con altri popoli e l'estensione in tutto il Me­
diterraneo dello stile di vita cittadino (katà poleis, «per città», in opposizione
a katà komas, «per villaggi») che caratterizzava l'uomo greco.
Una particolare riflessione merita il rapporto dei coloni greci con le popola­ Greci e indigeni
zioni indigene locali. La visione della colonizzazione come fenomeno della in area coloniale
mobilità mediterranea arcaica, svoltosi in un clima di interazione sostanzial­
mente positiva tra Greci e indigeni, rischia di non tenere sufficientemente
conto del fatto che le fonti attestano un accentuato ellenocentrismo e una
forte convinzione della superiorità greca sugli indigeni. Proprio su questa base
alcuni hanno colto nel confronto Greci/indigeni, verificatosi in area coloniale
nell'VIII-VII secolo, uno degli stimoli per la definizione di quell'identità
greca di carattere «oppositivo» che appare ormai affermata nel V secolo e che
viene di solito collegata con le guerre persiane. In ogni caso, gli atteggiamenti
ellenocentrici presenti nelle fonti intendono legittimare la colonizzazione
stessa e i fenomeni che la accompagnarono, che mostrano talora il carattere
di scontro violento (come accadde, per esempio, nella fondazione di Cuma o
di Siracusa), talora di incontro pacifico (come si verificò a Cirene). Forme di
violenza nell'occupazione dei siti e nella successiva espansione nel retroterra
sono ampiamente attestate, accanto a forme di resistenza indigena anche molto
forti; ma altrettanto ben attestate sono correnti di reciproco scambio culturale
(per fare un esempio, i Siculi, ridotti in stato di servitù dall'aristocrazia dei
gamoroi di Siracusa e duramente combattuti dal tiranno Ippocrate di Gela,
ebbero poi rapporti generalmente più distesi con la democrazia siracusana e
con il tiranno Dionisio I).
In quasi tutte le aree coloniali, il contatto con i Greci produsse tra gli indigeni
nuove forme di organizzazione sociale, politica e militare: ne derivarono una
costante conflittualità, che produsse fenomeni di vera e propria «decolonizza­
zione» (come nell'acquisizione al mondo italico delle colonie greche dell'Italia
meridionale), ma anche esperienze di incontro, di convivenza e di reciproca
influenza tra Greci e indigeni (soprattutto negli empori commerciali, luogo
privilegiato di incontro e di scambio). Anche attraverso i matrimoni misti,
frequenti in terra coloniale in quanto i coloni non arrivavano in genere con
la famiglia, si produsse in molte aree periferiche un processo biunivoco di
assimilazione etnico-culturale. Nonostante i timori espressi dagli intellettuali
greci, la progressiva «barbarizzazione» delle colonie greche nel campo della
lingua e dei costumi venne in genere efficacemente controbilanciata dalla
ellenizzazione degli indigeni, producendo una koiné culturale capace di realiz­
zare, tra i diversi elementi etnici delle zone interessate, livelli di interscambio
impensabili nella assai meno aperta Grecia metropolitana.
46 CAPITOLO 1

5.4. La legislazione

Sotto i regimi aristocratici, i detentori del potere giudiziario erano depositari


della legge in quanto esperti delle themistes, le norme di origine divina conser­
vate da una tradizione esclusivamente orale. L'amministrazione della giustizia
da parte degli aristocratici era così sottratta a ogni controllo e diventava spesso
espressione del loro prepotere, come attestano le lamentele contro i giudici
ingiusti e corrotti che emergono dalle pagine esiodee. La crisi delle aristocrazie
fece emergere così il bisogno di procedere a una codificazione delle leggi, resa
possibile dall'acquisizione della scrittura e capace di garantire una maggiore
certezza del diritto anche ai non privilegiati.
Legislatori di area I più antichi interventi di carattere legislativo si registrano in area coloniale
c o l o n i a l e : Z a ­ (anche se la tradizione parla di una legislazione del Bacchiade Filolao a Tebe
leuco, Caronda, nella seconda metà dell'VIII secolo) , perché in comunità nuove più facilmente
Diode
si verificarono le condizioni per la fissazione di norme condivise e più forte
era sentita l'esigenza di garanzie egalitarie: abbiamo così i nomi di Zaleuco di
Locri, di Caronda di Catania, di Diocle di Siracusa. Della storicità di alcuni
legislatori si è dubitato in passato, ritenendoli, anche a motivo dei loro nomi
(Zaleuco, lo «splendente»; Licurgo, il «facitore di luce»), antiche divinità; di
recente, si è tentato di ascrivere la codificazione delle leggi non all'iniziativa
di singoli, ma alle comunità, che l'avrebbero poi attribuita a figure remote ed
autorevoli, come gli antichi legislatori dell'Occidente e, nella madrepatria, a
Licurgo di Sparta e a Dracone di Atene. Lo stato della tradizione, che offre dati
biografici incerti e caratterizzati da sospetti elementi topici, può giustificare
qualche scetticismo: ma non pare prudente respingere integralmente le notizie
sull'attività dei legislatori, uno dei quali, Solone, è figura certamente storica,
nonostante la tradizione che lo riguarda sia altrettanto sospetta.
Secondo la tradizione, l'attività di Zaleuco di Locri risalirebbe alla seconda
metà del VII secolo; Caronda di Catania sarebbe stato suo discepolo. Za­
leuco avrebbe legiferato per i Locresi Epizefiri, ispirandosi ali' autorevole
modello cretese; caratteristiche della sua legislazione sarebbero state la
limitazione della discrezionalità dei giudici e l'adozione di un linguaggio
semplice e accessibile. Caronda avrebbe invece redatto un codice molto
puntuale, che mitigava la prassi giudiziaria introducendo pene pecuniarie
anche per reati di sangue. Tali pene erano graduate in base al patrimonio, il
che sembra implicare una costituzione di tipo timocratico, con la divisione
della popolazione in classi di censo. Regimi di questo genere sono attestati
in diverse città calcidesi e confermano la tradizione che parla di un'adozione
generalizzata delle leggi di Caronda in area calcidese: si tratta, con ogni
probabilità, di quelle «istituzioni calcidesi» (chalkidikà nomima) di cui parla
Tucidide (VI, 5 , 1 ) a proposito della fondazione di lmera. Poco sappiamo
del codice di Diocle, se non che doveva essere molto arcaico, dato che già
nel V secolo era ritenuto di difficile interpretazione; anch'esso fu adottato
in diverse città della Sicilia.
-------LA-FORMAZIONE DELLA CIVILTÀ GRECA 47

Un ruolo particolare tra i legislatori della madrepatria ha lo spartano Li­ Licurgo di Sparta
curgo, la cui figura è da ritenere leggendaria. Le sue leggi, ispirate secondo
la tradizione da Apollo e non prive di contatti con il mondo cretese, sono di
datazione incerta (fra XI e VII secolo) e vanno ritenute, probabilmente, il
prodotto di una lunga evoluzione. La legislazione di Licurgo, la cosiddetta
rhetra, si occupava prevalentemente di definire i poteri delle diverse com­
ponenti dello stato spartano ed era all'origine del particolare ordinamento
che caratterizzava Sparta e che era conosciuto come kosmos, l'«ordine» per
eccellenza; essa non venne mai messa per iscritto, ma rifluì in parte nella Eu­
nomia del poeta Tirteo. Tucidide (I, 18, 1 ) attribuisce all a buona costituzione
(eunomia) con cui Sparta si sarebbe governata a partire dalla fine del IX secolo
il superamento dei dissidi interni e l'immunità dal fenomeno della tirannide
che caratterizzarono invece le altre città greche.
Alla fine del VII secolo fu attivo in Atene il legislatore Dracone (anno attico Dracone di Atene
62110: questo sistema di datazione è dovuto al fatto che l'anno attico iniziava
in luglio, e pertanto ogni anno arcontale ateniese copre i secondi sei mesi di
un anno giuliano e i primi sei del successivo). Oltre a una legislazione di cui si
ricordava la particolare severità, egli avrebbe redatto anche una costituzione,
i cui elementi (per esempio, l'esistenza di un consiglio dei Quattrocento)
sono molto incerti perché attestati da una tradizione di IV secolo, fortemente
influenzata dalla propaganda oligarchica. Meglio nota è invece la legge draco­
niana sull'omicidio, conservataci da un'iscrizione (IG P, 304) dell'anno 409/8,
che ne costituisce la ripubblicazione. La legge sottraeva spazio al regime della
vendetta privata, lasciando alla famiglia del morto l'iniziativa dell'azione pe­
nale, ma allo stato il diritto di irrogare la pena; mitigava le pene, cercando di
ridurre al minimo l'applicazione della pena di morte e incoraggiando la tran­
sazione; soprattutto, distingueva i tipi di omicidio e le relative pene sulla base
dell'atteggiamento soggettivo dell'omicida e, quindi, del grado di volontarietà
dell'azione. Si trattò, quindi, di un rivoluzionario intervento nell'ambito del
diritto penale, che tentava di superare i rigori dell'antica prassi della vendetta
familiare riservando alla polis il ruolo principale, in una regolamentazione più
attenta e prudente dei casi di omicidio.

5,5, la tirannide

La codificazione delle leggi fu importante per allentare le tensioni sociali col­


legate con la crisi delle aristocrazie, ma non risolutiva. Alcuni intraprendenti
capi politici seppero approfittare dei pennanenti contrasti sociali e politici e si
misero alla guida del popolo contro gli aristocratici, acquisendo un importante
ruolo personale. Alcuni di loro svolsero la funzione di mediatori tra interessi
diversi, di «pacificatori» (i cosiddetti aisymnetai o diallaktai), e deposero il
potere una volta realizzato il loro obiettivo (è il caso, di cui si parlerà in seguito
più a fondo, di Solone in Atene); altri mantennero invece il potere e si fecero
48 CA!'rrOl.O 1

tiranni. Il termine «tiranno», forse di origine microasiatica, significa «signore»


e identifica colui che esercita un potere assoluto; già nel VII secolo la parola
assume una connotazione negativa, alludendo a un potere esercitato senza il
consenso dei cittadini; in Erodoto (III, 80) appare ormai codificata l'imma­
gine topica del tiranno come incarnazione dell'illegalità (anomia), che deve
molto sia alla tradizione aristocratica, sia, ormai, all 'opposizione tirannide/
democrazia caratteristica della cultura ateniese.
Modelli di tiran­ Aristotele (Politica, V, 1305 a ss.), interrogandosi sull'origine dei governi tiran­
nide nici, individua diversi modelli: quello del tiranno demagogo che diviene tale
appoggiandosi al popolo; quello del tiranno ex magistrato, che a partire da un
ruolo istituzionale conquista un potere eccezionale; quello, infine, del tiranno
il cui potere nasce dalla degenerazione di una monarchia o di una oligarchia.
I moderni si sono interrogati sugli interessi che i tiranni rappresentano: al­
cuni hanno valorizzato il rapporto con i nuovi ceti artigiani e mercantili, altri
quello con l'elemento militare oplitico e quindi con il ceto medio agrario. In
realtà è difficile generalizzare, perché il fenomeno della tirannide interpreta
e aggrega spinte diverse: la lotta contro le aristocrazie (dalle quali spesso gli
stessi tiranni provengono, pur appartenendo a frange emarginate), il riscatto
dei contadini poveri e indebitati, la nascita di nuove realtà economiche e di
nuovi gruppi sociali.
La tirannide come In genere i tiranni non intervennero sulla situazione costituzionale delle città,
fattore evolutivo che rimase invariata; essi agirono piuttosto sulla situazione politica e sociale,
della polis operando nel senso di un'integrazione degli esclusi attraverso la ridistribu­
zione della ricchezza, ottenuta attraverso una politica di opere pubbliche, di
incentivazione dei traffici e di promozione della potenza politica e militare
della città, anche attraverso le relazioni internazionali; non a caso, Tucidide
(I, 13) inserisce la tirannide tra i fattori di sviluppo della Grecia arcaica, nel
contesto di un superamento della debolezza e dell'isolamento originari favorito
dall a crescita della potenza politico-militare (dynamis), della ricchezza, delle
rendite provenienti dai tributi, della marineria.
Esemplifica bene la valutazione di Tucidide la vicenda di Policrate, tiranno
di Samo negli anni 538-522; rampollo di un'aristocrazia di proprietari terrieri
che praticava il commercio e la pirateria, egli, nell'intento di promuovere gli
interessi del popolo contro gli aristocratici, fece di Samo una grande potenza
marittima, stabilendo relazioni con l'Egitto del faraone Amasi e con la Persia
di Cambise; Erodoto (III, 122) lo considera il primo thalassokrator dei tempi
storici.
Interessante è anche la politica religiosa dei tiranni, che appare complessiva­
mente incline alla valorizzazione di culti panellenici e rurali rispetto a quelli
poliadi e di culti misterici di carattere non gentilizio: ciò conferma da una
parte gli orientamenti antiaristocratici della tirannide, dall'altra il suo inserirsi
nella prospettiva internazionale valorizzata da Tucidide.
Anche se non furono veri e propri riformatori sociali, i tiranni contribuirono
così all'evoluzione della società verso forme più egalitarie, accelerando la crisi
dei regimi aristocratici. Per questo motivo la tradizione, per lo più di marca
LA FORMAZIONE DEllA
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aristocratica, li ricorda negativamente, oscurando quegli aspetti positivi del


fenomeno di cui alcune fonti hanno tuttavia conservato traccia, per esempio
nella tradizione più antica sulla tirannide di Pisistrato in Atene, di cui si parlerà
in seguito più dettagliatamente.
Nella madrepatria greca, le tirannidi più importanti sorsero nelle città dell'I­ I Bacchiadi e i
stmo di Corinto, caratterizzate, grazie alla posizione che favoriva i traffici, da Cipselidi di Co-
maggiore ricchezza e dinamicità. rinto
A Corinto si affermò, nel 658/7 secondo la cronologia tradizionale, la tiran­
nide dei Cipselidi, che ci è relativamente ben nota grazie alla testimonianza
di Erodoto, e durò fino al 585/4 (la cronologia, tuttavia, è assai discussa a
causa dell'incongruenza della tradizione, alcuni elementi della quale riportano
l'attività di Periandro, figlio di Cipselo, alla seconda metà del VII secolo: la
tirannide andrebbe così collocata tra il 620-610 e il 540 circa). Il capostipite,
Cipselo (658/7-628/7), sottrasse il potere all'aristocrazia dei Bacchiadi, una
famiglia di circa 200 membri che cercava di conservare il potere praticando
l'endogamia e detenendo l'esclusiva delle cariche pubbliche, e la cui ricchezza
si basava sul possesso della terra e sul controllo fiscale del commercio. Cipselo
divenne tiranno attraverso la magistratura militare di polemarco, in un mo­
mento in cui Corinto doveva contrastare la crescita della potenza delle rivali
Argo e Megara, con l'aiuto di altri aristocratici che mal sopportavano il governo
dei Bacchiadi. Corinto era già da tempo awiata sulle rotte coloniali: Cipselo
procedette a confische di terre, ma non realizzò una vera ridistribuzione della
proprietà, tanto che le spedizioni coloniali continuarono sotto di lui, a motivo
della forte crescita demografica, nell'area dello Ionio, con le fondazioni di
Leucade, Ambracia, Anattorio. A Cipselo successe il figlio Periandro (628/7-
588/7 circa), il cui governo ebbe una forte impronta antiaristocratica, come
testimoniano le leggi suntuarie, miranti a reprimere il lusso, e la politica di
opere pubbliche; ritenuto dapprima, come il padre, un buon governante,
tanto da essere annoverato tra i Sette Saggi, in seguito divenne invece oggetto
di una vera e propria «leggenda nera».
Sempre nella zona dell'Istmo, a Sicione si affermò intorno al 650 la dinastia Clistene di S i ­
degli Ortagoridi, il cui governo ebbe un carattere più spiccatamente popo­ cione e Teagene
lare. L'esponente più significativo della dinastia, Clistene (600-570 circa) , di Megara
fu autore di una riforma delle tribù consistente nel ribattezzare le tre tribù
doriche tradizionali con nomi di animali («maiali», «asini» e «porci») e nel
creare una quarta tribù (quella degli archelaoi, «dominatori del popolo»), in
cui furono inseriti gli Ortagoridi stessi. La riforma è stata spesso ritenuta di
carattere antidorico, ma alcuni sostengono che sia stata dettata, più che da
tensioni etniche, da esigenze militari e di sviluppo territoriale; considerando
che nelle aree di insediamento dorico sono presenti sperequazioni sociali
dovute alla sottomissione degli antichi abitanti da parte di invasori, l'ipotesi
che Clistene abbia inteso intervenire su queste disuguaglianze non va esclusa.
Clistene svolse anche un'attiva politica estera, in senso ostile ad Argo in area
peloponnesiaca e, a livello panellenico, inserendosi, con la prima guerra sacra,
nella grande politica internazionale, a difesa delle rotte del golfo di Corinto.
50 CAPITOLO 1

Riprendendo alcuni aspetti dello stile di vita aristocratico, Clistene promosse la


propria immagine in Grecia partecipando alle feste panelleniche e intessendo
rapporti con grandi casate straniere, come rivela il matrimonio della figlia
Agariste con l'ateniese Megacle, della grande famiglia degli Alcmeonidi. La
dinastia ortagoride venne rovesciata intorno al 550 dagli Spartani.
Ancora sull'Istmo va menzionata, infine, la tirannide di Teagene di Megara, un
aristocratico divenuto capo del popolo e poi tiranno; intorno al 630, secondo
la cronologia tradizionale, Teagene appoggiò il genero Cilone, che tentava di
farsi tiranno in Atene; poco dopo il fallimento dell'impresa di Cilone il regime
fu rovesciato e sostituito da un'oligarchia. Se però, come è stato proposto,
la vicenda di Cilone va riportata agli inizi del VI secolo, anche la data della
tirannide di Teagene deve slittare di conseguenza.
La tirannide in La tirannide assunse caratteristiche parzialmente diverse nelle varie zone
Asia Minore e in della Grecia. In Asia Minore, tiranni come il celebre Trasibulo di Mileto
Occidente erano stati ora nemici, ora alleati dei re di Lidia; dopo la conquista persiana,
i tiranni di quest'area furono spesso sostenuti dalla Persia, in quanto garanti
del regolare pagamento del tributo che il Re richiedeva a quanti risiedevano
nel territorio del suo impero.
In Occidente, il fenomeno della tirannide non fu limitato all'età arcaica
e fu legato all'instabilità politica e sociale delle città coloniali e, in Sicilia,
alla presenza incombente del pericolo cartaginese. Il più antico dei tiranni
sicelioti fu Panezio di Leontini, salito al potere nel 615/4 guidando il popolo
contro i cavalieri, e dunque tiranno «demagogo»; un tiranno «pacificatore»,
chiamato a mediare tra le diverse componenti etniche della città, fu forse
piuttosto Falaride di Agrigento (572-556), anch'egli oggetto di una consolidata
«leggenda nera» che lo dipingeva come violento e crudele. Tiranni filopunici
(corrispondenti ai tiranni filopersiani d'Asia Minore) sono attestati, nel VI
secolo, a Selinunte e, più tardi, a Imera, entrambe città «di frontiera» della
Sicilia occidentale, a ridosso della zona d'influenza cartaginese. Con l'inizio
del V secolo si afferma invece, a partire da Ippocrate di Gela (498/7-49110),
la tipica tirannide siceliota, autocratica e imperialista, incapace di mantenersi
entro i ristretti confini della polis e protesa alla costruzione di estesi stati di
carattere territoriale: un fenomeno che caratterizzerà la Sicilia greca anche
nel corso dell'età classica e sul quale dovremo dunque ritornare.

5.6. Forme di coordinamento internazionale: leghe sacre e alleanze


militari

L'estrema frammentazione del mondo politico greco rese fin dall'inizio ne­
cessarie forme di collaborazione tra i diversi stati: a partire da Tucidide, che
nell'«archeologia» ricorda come i Greci non facessero spedizioni comuni,
su piede di parità, in territorio straniero per aumentare la propria potenza,
ma preferissero farsi guerra tra vicini (I, 15, 2-3), la tradizione sottolinea
LA FORMAZIONE DEllA CMII GilEC.A 51

insistentemente il collegamento tra la divisione interna del mondo greco e la


sua debolezza politica, individuando, per contro, nella capacità di agire in
comune un elemento di sviluppo e di rafforzamento. I Greci si videro perciò
costretti a elaborare formule capaci di superare l'individualismo con cui le
poleis concepivano e vivevano la loro dimensione politica.
Un primo tentativo fu quello delle anfizionie, o leghe sacre di popoli vicini, che Le leghe sacre o
si riconoscevano in un culto comune; secondo Strabone (IX, 3 , 6), all'origine di anfizionie
queste esperienze vi fu il fatto che popoli e città vicini, bisognosi del reciproco
aiuto, presero a celebrare insieme feste e incontri, dai quali si sviluppò un
legame di amicizia. Alcune di esse ebbero un carattere spiccatamente etnico
e culturale, come l'anfizionia ionica di Delo, intorno al tempio di Apollo,
ricordata nell'Inno pseudomerico ad Apollo Delio (vv. 146 ss.); altre ebbero
carattere locale, come quella che riuniva le popolazioni affacciate sul golfo
Saronico, intorno al tempio di Posidone a Calauria.
Un carattere panellenico ebbe, invece, l' Anfizionia per eccellenza, quella
delfico-pilaica, una lega sacra di 12 popoli: Tessali, Focesi, Dori della Doride
e del Peloponneso (questi ultimi rappresentati da Sparta), Ioni dell'Eubea,
della Ionia e dell'Attica (questi ultimi rappresentati da Atene: veniva così
riconosciuto, anche in ambito etnico, il particolare sviluppo cittadino del
mondo dorico e ionico), Beoti, Achei Ftioti, Mali-Etei, Perrebi, Dolopi, Ma­
gneti, Eniani, Locresi. Essa si riuniva intorno al culto di Apollo a Delfi e di
Demetra ad Antela (alle Termopili o Pylai: di qui il nome di delfico-pilaica).
Ogni popolo veniva rappresentato, nelle riunioni che si tenevano due volte
all'anno, in primavera e in autunno, da due ieromnemoni, mentre le poleis,
non rappresentate, inviavano osservatori denominati pilagori. L'Anfizionia
delfico-pilaica costituì, nel corso di molte fasi significative della storia greca,
l'unico organismo panellenico capace di operare stabilmente e di fornire gli
strumenti per un'azione comune: primo fra tutti la «guerra sacra», che poteva
essere dichiarata dagli Anfizioni contro i violatori di norme anfizioniche di­
verse, e che si prestò in molti casi a patenti utilizzazioni politiche. L'Anfizionia
fu sovente dilaniata dal tentativo di singole forze greche di egemonizzare la
lega sacra e di mantenere sotto il proprio diretto controllo il santuario delfico,
sia per le ricchezze che vi erano depositate (nei tempietti denominati «tesori>>
eretti dalle diverse comunità), sia per la possibilità di utilizzare propagandi­
sticamente l'oracolo o anche semplicemente l'autorità morale promanante
dal centro santuariale. Fra tali forze possiamo annoverare poleis come Atene,
Sparta o Tebe ed ethne come quello dei Tessali, che con i loro «perieci» (i
piccoli popoli stanziati ai confini della Tessaglia che si trovavano sotto la sua
influenza: Achei Ftioti, Mali, Etei, Perrebi, Dolopi, Magneti, Eniani) costitui­
vano l'originaria anfizionia di Antela e che, dopo l' inglobamento del santuario
di Apollo, detenevano la maggioranza nel sinedrio, o quello dei Focesi, nel
cui territorio si trovava Delfi.
Un tentativo su basi diverse, prive di immediati risvolti sacrali, fu quello delle Le leghe militari o
leghe militari o symmachiai, di natura originariamente difensiva, nelle quali simmachie
un gruppo di poleis riconosceva volontariamente la guida («egemonia») di
52 CAPITOLO 1

un'altra polis (o anche, a partire dal IV secolo, di un singolo individuo): a


essa venivano delegati il comando in guerra e la responsabilità di organizzare
l'attività militare comune, in caso di attacco a uno degli stati membri. Di
questa natura furono la Lega di Corinto, costituita nel 481 dai Greci decisi
a contrastare l'invasione dei Persiani; la Lega del Peloponneso, che riuniva
diversi stati peloponnesiaci sotto l'egemonia di Sparta; le due leghe navali
costituite sotto la guida di Atene nel V (Lega delio-attica) e nel IV secolo
(Seconda lega ateniese).
In sé il concetto di egemonia, che originariamente implica solo il comando in
guerra, volontariamente ceduto dagli alleati alla città definita appunto «ege­
mone», ha carattere strettamente tecnico ed è perfettamente compatibile con
il principio dell'autonomia delle poleis: il fatto di detenere l'egemonia, infatti,
non implica una condizione di superiorità. Tucidide (I, 120, 1), a proposito
della Lega del Peloponneso, fa dire ai Corinzi che compito dell'egemone è am­
ministrare i propri interessi sulla base dell'uguaglianza di diritti rispetto agli
alleati, riservando una cura particolare agli interessi comuni: il rapporto tra
egemone e alleati era dunque impostato su un'attenta mediazione tra interesse
del singolo stato e interesse dell'intera lega. Tuttavia, il ruolo dell'egemone
nell'ambito delle leghe può cambiare, mutando la sostanza della relazione
tra egemone e alleati e, con essa, anche la natura dell'alleanza. Da alleanza di
tipo difensivo, su piede di parità (epì isois kai homoiois), in cui l'autonomia
dei singoli stati membri è rispettata e i contraenti sono obbligati all'intervento
armato in favore dell'egemone o di un membro della lega solo in caso di aggres­
sione, o comunque in seguito a una decisione comune degli alleati, essa può
mutarsi in alleanza offensiva e difensiva, sbilanciata in favore dell'egemone,
in cui gli stati membri sono costretti a condividere integralmente la politica
estera dell'egemone, rinunciando ad averne una propria (il greco esprime
questa situazione con la formula «avere gli stessi amici e gli stessi nemici»). In
questo caso, l'autonomia e l' eleutheria delle città alleate vengono gravemente
lese dall'egemone, il cui interesse viene a prevalere su quello comune.
La tendenza delle poleis egemoni a utilizzare a proprio vantaggio le leghe
militari, provocando uno sbilanciamento del rapporto con gli alleati, si fece
sentire costantemente nell'ambito della storia greca, riducendo sensibilmente
il valore di queste strutture per la realizzazione di un efficace coordinamento
dei Greci fra loro. Spesso le leghe militari, pur nate su un piano paritario,
degenerarono in strutture egemoniche di carattere tirannico, in cui all' ori­
ginaria impostazione difensiva si sostituì la costrizione a seguire l'egemone
in guerra in ogni caso, indipendentemente da attacchi esterni (l'accusa di
obbligare gli alleati ad «avere gli stessi amici e gli stessi nemici», portata
contro Atene nel V secolo, investe, a partire dagli inizi del IV, anche Sparta,
<<liberatrice» della Grecia dal giogo ateniese). Come vedremo, ciò vale tanto
per la Lega peloponnesiaca, pure formalmente basata sull'autonomia e nella
quale gli alleati non pagavano tributo (in compenso, Sparta tendeva a imporre
governi oligarchici, soprattutto nelle piccole città dove, così facendo, poteva
mantenere la maggioranza nel sinedrio), quanto per la Lega delio-attica, che
invece imponeva il versamento di pesanti tributi e si organizzò addirittura in
un vero e proprio sistema di sfruttamento economico degli alleati.
Né le anfizionie, né le simmachie seppero dunque realizzare un assetto sta- Un sistema insu­
bile a livello panellenico: il tentativo di superare la frammentazione politica bile
del mondo greco continuò a scontrarsi con la volontà della singola polis di
affermare se stessa e la propria autonomia a detrimento delle altre poleis,
nonostante l'evidente danno che ne derivava per la stabilità panellenica. Né
ottennero miglior successo formule elaborate dal diritto internazionale greco,
come la «pace comune», allo scopo di realizzare e di mantenere una convivenza
internazionale stabile. Il sentimento di una unità panellenica fu certamente
percepito a livello di lingua, di cultura, di religione, di stile di vita fin dal V
secolo: lo rivela Erodoto (VIII, 144) che ricorda come requisiti dell'Hellenik6n,
cioè dell'essere Greci, quelli di avere <<lo stesso sangue e la stessa lingua, i
templi comuni degli dèi, i riti sacri, gli analoghi costumi». Tuttavia, tale sen-
timento non seppe mai declinarsi efficacemente a livello politico, neppure
quando, con la fine del V secolo, si sviluppò un'acuta sensibilità al problema
del panellenismo e alle forme della sua possibile realizzazione storica. La stessa
crisi della polis, che caratterizza il IV secolo avanzato e le epoche successive,
ha le sue radici nell'incapacità del sistema polis di superare i suoi limiti e le
sue contraddizioni e, quindi, di garantire al mondo greco, oltre alla neces-
saria stabilità, un'unità di intenti capace di contrastare efficacemente spinte
imperialistiche esterne: la debolezza della Grecia di fronte alla Macedonia
di Filippo, di Alessandro, dei diadochi e, poi, di fronte a Roma sta tutta in
questa incapacità di superare le contrapposizioni reciproche per presentarsi
all'esterno in modo unitario e, quindi, come interlocutore efficace.

P E R S A P E R N E D I P I Ù

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54 CAPrrol.o 1

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56 CAPrrOl.O 1

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LA FORMAZIONE DEU.A

3 7 -60. In particolare, su questioni di terminologia: M. Moggi, Alcuni episodi della


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• Moneta e sviluppo degli scambi: A. Mele, Il commercio greco arcaico. Prexis ed
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l'omicidio da Draconte ali'età degli oratori, Milano, 2012.
• Tirannide: L. Braccesi, Le tirannidi e gli sviluppi politici ed economico-sociali,
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Il concetto di tirannide nella Grecia del VII-IV secolo a.C., Milano, 1993 ; E. Stein­
Holkeskamp, Tirannidi e ricerca dell'eunomia, in Settis (a cura di), I Greci. Storia
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• Tirannidi occidentali: N. Luraghi, Tirannidi arcaiche in Sicilia e Magna Grecia.
Da Panezio di Leontini alla caduta dei Dinomenidi, Firenze, 1994; L. Braccesi, I
tiranni di Sicilia, Roma-Bari, 1998.
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storica della tirannide in Asia Minore durante il regno dei primi Achemenidi, in
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• Pace e guerra: M. Sordi (a cura di), La pace nel mondo antico, Milano, 1985;
R. Uglione (a cura di), Atti del convegno nazionale di studi su La pace nel mondo
58 CAPITOLO 1

antico, Torino, 9-1 1 aprile 1990, Torino, 1991; H. Sidebottom, La guerra nel mondo
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Magnetto, Gli arbitrati interstatali greci, II, Pisa, 1997; G. Panessa, Philiai, I, Pisa,
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in /;equilibn'o internazionale dagli antichi ai moderni, Milano, 2005, pp. 3-27; M.
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conflitti: ripensando la colonizzazione, Roma, 2010, pp. 29-67.

P E R C O R S O D I A U TO V E R I F I C A

• Creta tra Minoici e Micenei.


• Riforma oplitica e nascita della polis.
• Cause e conseguenze della colonizzazione.
• La Grecia arcaica tra legislatori e tiranni.
• Forme politiche di superamento del particolarismo cittadino.
La Grecia tardo-arcaica

In questo capitolo:
• I Greci d'Asia e delle isole
• La Grecia centro-settentrionale
• Atene
• Sparta e il Peloponneso
• I Greci d'O ccidente

Nel capitolo precedente, la trattazione relativa alla Grecia dell'alto e medio


arcaismo ci ha portato spesso, a proposito di fenomeni come la tirannide e
la colonizzazione, a considerare awenimenti di pieno VI secolo. In questo
capitolo si intende proporre un quadro complessivo della Grecia come essa
si assestò nel tardo arcaismo, cioè nel corso del VI secolo e agli inizi del V,
prima della svolta epocale delle guerre persiane che introduce alla cosiddetta
«età classica».

1 . I GRECI D'ASIA E DELLE ISOLE

Sulle coste e sulle isole dell'Asia Minore fiorivano nel VI secolo numerose L'Asia Minore e le
prospere città, che avevano avuto un ruolo di grande rilievo nella coloniz- isole prospicienti:
dai Lidi ai Per-
zazione e avevano visto lo sviluppo della poesia epica e lirica e, a Mileto in
siam
particolare, di saperi nuovi come la filosofia (Talete, Anassimene, Anassi-
mandro), la storiografia e la geografia (Ecateo). L'area geografica era divisa,
su base prevalentemente linguistica, in tre zone a partire da nord: l'Eolide,
abitata da coloni giunti dalla Tessaglia e dalla Beozia, la Ionia, abitata da coloni
provenienti dall'Attica e dall'Eubea, e la Do ride, abitata da coloni di origine
dorica. Le città microasiatiche avevano subito, nella prima metà del VII secolo,
l'attacco del re di Lidia Gige, capostipite della dinastia dei Mermnadi; dopo
60 CAPITOLO 2

le scorrerie, intorno al 650, dei barbari Cimmeri provenienti, sotto la spinta


degli Sciti, dalle zone settentrionali del Ponto, all'inizio del VI secolo le città
greche furono investite dall'attacco del re lidio Aliatte e infine caddero sotto
il dominio di Creso. Sotto il regno di quest'ultimo sovrano lidio, ampiamente
ricordato dalla tradizione greca, l'interazione culturale tra Lidi e Greci rag­
giunse il massimo sviluppo: grazie anche agli ampi spazi di autonomia che
la monarchia lidia concedeva nell'ambito del suo dominio, si creò una koiné
culturale greco-lidia, espressa anche a livello religioso dalla comune devozione
ai culti di Artemide efesina e di Apollo delfico.
Cadute le antiche monarchie, in molte città greche d'Asia Minore si affer­
marono, in seguito a gravi lotte civili, governi tirannici: a Mitilene, sull'isola
di Lesbo, alla monarchia dei Pentilidi seguirono le tirannidi di Melancro, di
Mirsilo e soprattutto di Pittaco, salito al potere intorno al 590-580 e buon
legislatore e governante, tanto da essere annoverato tra i Sette Saggi; a Mi­
leto, la monarchia dei Neleidi fu ugualmente sostituita da una tirannide il
cui principale esponente, Trasibulo, è noto per la politica antiaristocratica
espressa, in un confronto con il cipselide Periandro, nel celebre racconto
erodoteo sulla necessità di tagliare le spighe troppo alte, cioè di eliminare le
personalità emergenti (V, 92) .
Dopo la conquista della Lidia d a parte del re persiano Ciro il Grande, della
dinastia degli Achemenidi, che occupò Sardi nel 546, le città greche dell'Asia
Minore passarono sotto il controllo dei Persiani. I legami esistenti tra alcune
città, come tra le comunità del Panionion ionico (Mileto, Miunte, Priene,
Efeso, Colofone, Lebedo, Teo, Clazomene, Focea, Samo, Chio, Eritre) , non
bastarono a contrastare efficacemente la potenza persiana, anche perché
autorevoli centri di culto apollineo, come il santuario di Apollo Didimeo
a Mileto e lo stesso santuario di Delfi, si schierarono a favore dei Persiani.
Per queste città la conquista persiana fu un evento dalle conseguenze gravi.
Sul piano amministrativo, esse furono inserite nelle satrapie della Ionia, con
capitale Sardi, e della Frigia Ellespontica, con capitale Dascilio, e furono
costrette a versare un tributo e a fornire contingenti militari. All'interno,
il sistema tirannico fu conservato dove già esisteva oppure introdotto dai
Persiani: questi tiranni «vicari» fondavano il loro potere, secondo la tradi­
zione orientale, sulla funzione di rappresentanti del Gran Re. L'espansione
achemenide in Egitto, in Tracia e sugli Stretti accentuò le difficoltà: le città
microasiatiche svolgevano infatti un importante ruolo di mediazione commer­
ciale tra la madrepatria e le colonie situate in queste aree (soprattutto quelle
del mar Nero, in gran parte fondate per iniziativa di Mileto) e la conquista
persiana, sottoponendo a controllo politico e militare queste zone, le privò
delle loro fonti di ricchezza. Il consolidamento dell'impero achemenide e la
riforma amministrativa e fiscale realizzati dal re Dario I, con il conseguente
accentramento del sistema, accrebbero quello scontento che sfociò, nel 499,
nella rivolta ionica.
Analoga sorte subirono, in tempi diversi, le isole più vicine alla costa asiatica:
Lesbo, la terza isola della Grecia per grandezza, dopo Creta e l'Eubea, com-
prendente al suo interno ben cinque insediamenti cittadini (Metimna, Mitilene,
Antissa, Ereso, Pirra); Chio, che all'epoca della rivolta del lidio Pactyes lo
consegnò alla Persia in cambio del possesso della città di Atarneo in Misia;
Samo, della cui importanza all'epoca del tiranno Policrate, «dominatore del
mare», si è già parlato e che, rimasta indipendente nel 546, cadde sotto il
dominio persiano più tardi, tra il 5 1 8 e il 5 16, quando i Persiani vi installa­
rono come tiranno Silosonte, il fratello di Policrate da lui esiliato; Rodi, con
i centri principali di Ialiso, Lindo e Carniro, che, grazie ai suoi buoni porti,
era sempre stata in costante rapporto con l'Oriente. L'isola di Cipro, dopo il
ruolo rilevante svolto durante I'età micenea, fu meta di coloni fenici e sede di
città rette da monarchi con nomi ora greci ora fenici; controllata dagli Assiri
nell'VIII-VII secolo e dagli Egiziani a partire dal 560 circa, cadde a sua volta
sotto il dominio persiano nel 545.
Alcuni Greci dell'Asia Minore, di fronte all'occupazione persiana, cercarono
condizioni di vita migliore altrove: gli abitanti di Teo emigrarono in Tracia,
dove fondarono Abdera alla foce del fiume Nesto; quelli di Focea si recarono,
almeno in parte, in Corsica; e anche parte della popolazione di Sarno e di Rodi
si impegnò in imprese coloniali in Occidente.
Tra le altre isole greche, alcune meritano una particolare menzione. Egina, nel Egina, l'Eubea,
golfo Saronico, era una grande potenza commerciale, abitata da genti doriche Corcira
e perciò legata all'ambiente peloponnesiaco; era divisa dalla vicina Atene da
una costante rivalità, che trovò espressione in diversi conflitti. L'Eubea, posta
di fronte alle coste dell'Attica, era ricca di insediamenti cittadini: Calcide ed
Eretria avevano partecipato alla colonizzazione in Occidente, erano state
rivali nella guerra di Lelanto e, nell'area egea, rivolgevano i loro interessi la
prima soprattutto all'Egeo settentrionale, la seconda alle rotte meridionali
che, attraverso le Cicladi, portavano in Asia Minore. Sia Egina, sia Calcide
d'Eubea furono coinvolte, alla fine del VI secolo, in guerre con Atene, su cui
si ritornerà. Nello Ionio, Corcira, colonia di Corinto, ne divenne rivale grazie
alla sua eccellente flotta; la sua posizione sulle rotte per l'Occidente la pose
spesso al centro degli interessi di diverse potenze greche.
Le isole Cicladi costituivano un ponte fra il continente greco e il Vicino Le Cicladi e Creta
Oriente, con la rotta che attraverso Andro, Teno, Nasso giungeva a Mileto.
Nasso, dotata di terra fertile e di cave di marmo, era l'isola più importante
dell'arcipelago; intorno alla metà del VI secolo fu governata dal tiranno
Ligdami, che fu in rapporto con Pisistrato di Atene e con Policrate di Samo.
Paro, anch'essa ricca di cave di ottimo marmo, nel 680 circa fondò Taso, e a
partire da questo insediamento ottenne, nella seconda metà del VII secolo,
il controllo della costa tracica e delle miniere d'oro del monte Pangeo. Sifno
disponeva di argento e oro, che le consentirono di raggiungere una grande
prosperità, messa in evidenza dalla costruzione di un celebre «tesoro» a
Delfi. La piccola isola di Delo deve la sua importanza al fattore religioso: il
grande santuario di Apollo, sede di un'antica anfizionia di carattere ionico,
nel VI secolo fu oggetto degli interessi di tiranni come Pisistrato di Atene e
Policrate di Samo.
62 CAPITOLO 2

Infine, Creta, la più grande isola greca, in posizione strategica tra Asia, Egitto
e Grecia, era abitata da popolazioni doriche, che praticavano la pirateria e il
mercenariato. Vi si trovavano numerose città, antiche come Cnosso, Drero e
Gortina o nuove come Asso e Lisso, rette da governi oligarchici. Creta aveva
fama di avere ottime istituzioni, imitate da molti Greci, e di essere stata il
luogo d'origine della legislazione. La città di Gortina ha restituito una grande
iscrizione degli inizi del IV secolo, contenente un codice risalente a epoca più
antica e comprendente diverse norme di carattere istituzionale e giuridico,
che rivelano notevoli affinità con il sistema spartano.

2. LA GRECIA CENTRO-SETIENTRIONALE

La Tessaglia La Tessaglia era una grande pianura formata dal fiume Peneo e dai suoi
- liimel&lfi<��; ::t!(.'t
affluenti, circondata da montagne; adatta alla coltivazione dei cereali e all' al­
levamento (pecore, ma anche buoi e cavalli), era una delle zone della Grecia
più ricche di risorse; le sue aristocrazie di cavalieri erano famose per il loro
alto tenore di vita.
I Tessali erano una popolazione dorica proveniente da Coo e dalle isole vicine,
approdata in Tessaglia nella zona del golfo Pagaseo e del golfo Maliaco attirata
dalla fertilità della terra, dalla quale aveva cacciato i Beoti provocandone la
migrazione verso la Beozia storica (Tucidide I, 2, 3 ; I, 12, 3 ) Nel VI secolo essa
.

costituiva uno stato federale, nel cui territorio si trovavano diverse città, le più
importanti delle quali erano Crannone, Larissa, Farsalo, Fere (l'unica dotata di
un porto, Pagase); la rivalità tra le dinastie al potere nelle varie città (gli Sco­
padi di Crannone, gli Alevadi di Larissa, gli Echecratidi di Farsalo) costituiva
un fattore di debolezza della federazione. Fu l'unità assicurata al koin6n dalla
dinastia, di ascendenza eraclide, degli Alevadi di Larissa a consentire ai Tessali
di ridurre, nel corso del VI secolo, la popolazione preesistente sul territorio
allo stato di servi, denominati penesti e costretti a coltivare la terra per gli
aristocratici, cui versavano una congrua parte del raccolto. Erano detti invece
perieci i popoli circonvicini (Achei Ftioti, Mali, Etei, Perrebi, Dolopi, Magneti,
Eniani) , ormai soggetti, alla fine del VI secolo, al tributo fissato da Scopa di
Crannone; sotto questo aspetto, come per quanto riguarda la presenza di una
popolazione ridotta in stato di servitù, i Tessali riproducono la situazione so­
ciale caratteristica di molti popoli dorici (situazioni analoghe troviamo presso
i Cretesi, gli Spartani, gli Argivi, gli Elei). Attraverso i voti dei perieci i Tessali
furono in grado di controllare l'Anfizionia delfico-pilaica.
La prima guerra Una parte della tradizione attribuisce ai Tessali un ruolo preponderante nella
sacra cosiddetta «prima guerra sacra». Si è detto che tra le prerogative dell' Anfi­
zionia vi era quella di poter punire, in vario modo, i violatori delle norme
anfizioniche; tra questi modi vi era la guerra, denominata appunto «sacra».
La prima guerra sacra, che fu il primo atto storico dell'Anfizionia, durò
secondo la tradizione dieci anni e si concluse nel 582/1, con l'istituzione del
cosiddetto agòn stephanites, il primo dei Giochi Pitici. La guerra fu condotta
PER REBl A

Orcomeno

ARCADIA •Argo

3. La Grecia centro-5ettentrionale.

Fonte: Settis (a cura di), I Greci. Storio cultura arte società, 2.11, Torino, 1 997, p. 89.

dagli Anfizioni contro i Focesi della città costiera di Cirra (che le fonti con­
fondono con la più antica Crisa, situata nell'interno), accusati di sacrilegio in
sede anfizionica dall'ateniese Solone. La guerra sarebbe stata risolta, secondo
la tradizione tessalica, dai Tessali guidati da Euriloco; ma altre fonti attribui­
scono la chiusura del conflitto al blocco navale messo in atto contro i Cirrei
da Clistene di Sicione. La convergenza di interessi tra Clistene di Sicione e
Solone di Atene contro Cirra si comprende bene se si pensa che la città, dotata
di un buon porto, esercitava la pirateria nel golfo di Corinto danneggiando i
commerci con l'Occidente: tali commerci erano al centro degli interessi della
città istmica e, ora, anche di quelli di Atene, la quale, nel 594/3 , aveva adottato
il sistema ponderale euboico, certamente con l'intento di inserirsi nelle più
importanti rotte commerciali. In seguito alla vittoria, la famiglia ateniese degli
64 CAPITOLO 2

Alcmeonidi, imparentata con Clistene di Sicione, acquistò grande prestigio


e poté esercitare autorità anche su Delfi, ottenendo l'appoggio dell'oracolo
contro i figli di Pisistrato, tiranni di Atene.
In realtà, fu dopo il 5 1 0 che i Tessali acquisirono un ruolo panellenico rilevante,
in corrispondenza con il rafforzamento dell'unità della federazione, sotto la
guida di Scopa di Crannone e Aleva di Larissa. Il koin6n fu riorganizzato
sul piano amministrativo e militare: il territorio tessalico fu diviso in tetradi
(Ftiotide, Istieotide, Pelasgiotide, Tessaliotide), destinate a fornire contingenti
di opliti e cavalieri all'esercito federale, governate da tetrarchi o polemarchi
e sottoposte all'autorità centrale del tago (tag6s). La tagia era la magistratura
suprema della federazione, aveva carattere militare e tendeva a diventare vita­
lizia; quando la Tessaglia era unita sotto la guida di un tago autorevole, le sue
potenzialità politiche e militari potevano esprimersi al massimo; ma frequenti
erano i periodi di atagia, cioè di mancanza di un tago, quindi di divisione e
di debolezza per l'intero stato. Sotto i grandi tagi della fine del VI secolo,
Scopa e Aleva, i Tessali non solo acquisirono il pieno controllo dei popoli
confinanti, i perieci, ma conquistarono anche la Focide ed estesero la loro
influenza su tutta la Grecia centrale, fino alla Beozia. Il controllo dell'Anfizio­
nia, attraverso i voti dei popoli entrati nella loro sfera d'influenza, consentì ai
Tessali di assumere l'organizzazione dei Giochi Pitici e soprattutto di influire
sull'oracolo, utilizzandone la grande autorevolezza politica e morale: con il
suo appoggio i Tessali avviarono una politica filospartana, in accordo con
il re Cleomene I, e antiateniese, in accordo con i Pisistratidi ormai costretti
all'esilio. Il tentativo dei Tessali di esercitare l'egemonia sulla Grecia con il
sostegno di Delfi e dell'Anfizionia terminò con la morte di Aleva, intorno al
500, e con le sconfitte subite a lampoli, per opera dei Focesi, e a Ceresso,
per opera dei Beoti, la cui datazione è controversa ma è probabilmente da
collocare nell'intervallo tra le due guerre persiane, intorno al 485 : in seguito
a queste battaglie la Grecia centrale fu liberata dalla dominazione tessalica.
La Macedonia e A nord della Tessaglia, la Macedonia costituiva uno stato federale poco coeso,
l'Epiro articolato in diversi cantoni (Emazia e Pieria in Bassa Macedonia, zona dal
territorio fertile e ben irrigato; Orestide, Tinfea, Elimea, Pelagonia, Lincestide,
Eordea in Alta Macedonia, prevalentemente montuosa, ricca di risorse come
oro, argento e legname) , guidati da re guerrieri col loro seguito di eteri («com­
pagni»). Tra le diverse tribù che abitavano queste zone, a partire dalla metà del
VII secolo si affermò, unificando il paese, quella dei Macedoni, di probabile
ascendenza dorica, i cui centri principali erano la città di Ege, nella pianura
centrale, e il tempio di Zeus a Dion, sulle pendici dell'Olimpo; la guidava una
dinastia, quella degli Argeadi, il cui primo re, Perdicca I, risaliva alla metà del
VII secolo; essa esercitava una monarchia di tipo arcaico, dallo stile di vita
«omerico». La dinastia, che pretendeva di avere una discendenza greca e di
risalire all'eraclide Temeno, riuscì, con il re Alessandro I (496-454 circa), detto
«Filelleno», a farsi riconoscere come greca attraverso l'ammissione ai Giochi
Olimpici. Alessandro I, sulla scia del predecessore Aminta I, realizzò una
sensibile espansione della Macedonia verso oriente, fino al fiume Strimone,
-------�- LA GRECIA TARDO- 65

e verso sud, fino al monte Olimpo. Spesso in difficoltà per la pressione dei
barbari insediati lungo i confini (Illiri e Traci) e per le frequenti crisi dinastiche
(il re era un primus inter pares, la cui ascesa al trono doveva essere ratificata
dall 'assemblea del popolo in armi; la questione era resa più complessa dalla
pratica della poligamia nell'ambito della famiglia reale), la Macedonia restò
a lungo ai margini della storia greca, cercando, attraverso legami di alleanza
con le diverse potenze greche, di mantenere la propria unità e indipendenza.
Lo stesso accadde all'Epiro, regione a occidente della Macedonia compresa
tra la catena del Pindo e il mar Ionio, abitata da tribù di stirpe dorica e
illirica. Tra le diverse tribù, le più importanti erano quelle dei Molossi, dei
Caoni e dei Tesproti; l'organizzazione politica era quella di uno stato federale
a guida monarchica. La dinastia regnante era quella dei Molossi, capi della
tribù omonima, che si faceva risalire a Neottolemo, figlio di Achille; il re era
coadiuvato da magistrati annuali, detti prostatai (capi), rappresentanti delle
tribù. L'Epiro, con la catena dei monti Cerauni, era considerato l'estrema pro­
paggine nord-occidentale del mondo greco; la presenza, sulle coste, di colonie
corinzie come Ambracia consentì una precoce penetrazione dell'influenza
greca, nonostante la scarsa urbanizzazione. Nel territorio epirotico aveva sede
un centro religioso di grande prestigio, il santuario di Zeus a Dodona, ove si
trovava un famoso oracolo.
Sempre nella Grecia nord-occidentale si trovavano i due stati federali dell'A­ L' Acamania e l 'E­
carnania e dell'Etolia. L'Acarnania, compresa tra il mar Ionio, il golfo di tolia
Ambracia e il corso dell'Acheloo, aveva un territorio complesso e frazionato,
comprendente la fascia costiera, una catena di montagne e una zona pianeg­
giante, procedendo da ovest verso est; tuttavia, per influenza delle colonie
corinzie di Anattorio e di Leucade, ebbe un discreto sviluppo cittadino; la
capitale della federazione era Strato. L'Etolia, divisa dall'Acamania dal corso
dell'Acheloo, ebbe grande importanza nell'alto arcaismo: all'epoca del Cata­
logo delle Navi, l'elenco dei contingenti greci a Troia interpolato nel II libro
dell'Iliade e risalente all'VIII-VII secolo, il cuore dell'Etolia era sulla costa e
comprendeva le città di Pleurone e Calidone, sede di un antico e complesso
patrimonio di miti; in seguito all'arretramento nell'interno, caratterizzato da
montagne scoscese, nel corso del VI secolo, l'Etolia conobbe l'isolamento e
la decadenza. Gli Etoli costituivano una federazione organizzata in tre tribù
(Ofionei, Apodoti ed Euritani), riunita intorno al santuario di Apollo a Termo;
la scarsa urbanizzazione e lo stesso isolamento territoriale consentirono loro
di mantenere la solidità del koin6n e di difendere la propria indipendenza.
Queste zone, abitate da genti di lingua greca, erano tuttavia culturalmente
arretrate: in esse, secondo Tucidide (I, 5 , 3 ) , ancora in piena età classica si
viveva «alla maniera degli antichi» e si era mantenuta l'abitudine di girare
armati per difendersi dagli attacchi pirateschi; degli Euritani, Tucidide dice
addirittura che parlavano una lingua incomprensibile e mangiavano carne
cruda, accentuando fortemente il carattere selvaggio e primitivo di queste
popolazioni e la loro estraneità rispetto alle aree più avanzate del mondo
greco (III, 94, 5).
La Doride, le Lo­ Nella Grecia centrale, scarsa importanza avevano la Doride storica (cioè la
cridi, la Focide zona dalla quale, secondo la tradizione, i Dori erano scesi nel Peloponneso)
e le due Locridi, la Locride Opunzia (o Ipocnemidia) a est e la Locride Ozo­
lia (o Esperia) a ovest, divise dal massiccio del monte Eta. Le due Locridi
mantenevano rapporti reciproci, come rivelano la colonizzazione comune
di Locri Epizefiri nel 680 e la cosiddetta <<legge coloniale» di Naupatto, un
documento epigrafico della prima metà del V secolo che mostra l'esistenza di
istituzioni e leggi comuni ai due koind. La Focide, in cui si trovava Delfi, era
anch'essa una federazione di genti doriche, caratterizzata da un discreto svi­
luppo urbanistico (il Catalogo delle Navi, che considera la Focide una regione
unitaria, ne ricorda otto, ma in seguito esse salirono fino a ventidue), la cui
capitale era Elatea; intorno al 500 il koin6n, riunito intorno al culto dell'eroe
fondatore Poco, batteva moneta, era guidato da un collegio di tre strateghi
e aveva un'assemblea e un consiglio federali. In costante antagonismo con i
Tessali, di cui avevano subito la dominazione, liberandosene con la vittoria di
Iampoli, i Focesi dovevano la loro importanza alla presenza nel loro territorio
del santuario di Delfi; la volontà di controllare il santuario pose la Focide al
centro degli interessi di diverse potenze greche.
La Beozia La Beozia comprendeva le due grandi e fertili pianure di Orcomeno e di Tebe,
intorno al lago Copaide, ed era quindi una ricca regione agricola, caratterizzata,
sul piano istituzionale, da antiche e solide tradizioni federali. Il Catalogo delle
Navi ricorda ben ventinove città e cinque capi, corrispondenti probabilmente
ai cinque distretti, con a capo Tebe, Coronea, Tanagra, Tespie e Platea, di cui
abbiamo notizia per il periodo intorno al 520 (Orcomeno, in contrasto con Tebe
fin dall'epoca micenea per il controllo della Beozia, come attesta un complesso
ciclo di leggende, aderirà alla federazione solo verso la fine del secolo).
Proprio la vasta urbanizzazione costituì uno dei principali problemi della
federazione beotica, in quanto le ambizioni egemoniche di alcune città, prima
Orcomeno, poi Tebe, minacciarono pressoché costantemente l'unità e l'equili­
brio del koin6n, che pure aveva un punto di forza nelle tradizioni oligarchiche
che accomunavano le varie città. Uno dei problemi principali fu costituito,
fin dal VI secolo, dalle tendenze secessioniste, sostenute da Atene, delle due
principali città della Beozia meridionale, Tespie e Platea: esse controllavano
le vie di comunicazione con l'Attica e la loro fedeltà era fondamentale per la
sicurezza della federazione. Platea aveva concluso nel 5 1 9 (all 'epoca in cui
in Atene era al potere lppia, figlio di Pisistrato) un'alleanza con Atene stessa,
ottenendo, in seguito a un arbitrato dei Corinzi, il riconoscimento del principio
che non era possibile obbligare una città ad aderire a una federazione, se non
lo voleva (Erodoto VI, 108). In seguito, nei primi anni del V secolo (fra il 506
e il 484), anche Tespie diventerà autonoma. La costante amicizia di Platea
con Atene ebbe come contraltare la quasi altrettanto costante tensione delle
relazioni fra Atene e Tebe.
L'Egeo settentrio­ Sulla costa settentrionale dell'Egeo, le città della penisola calcidica, zona di
nale e il mar Nero colonizzazione euboica (ma Potidea era fondazione corinzia dell'epoca di
Periandro), si unirono nel V secolo in uno stato federale, la Lega calcidica,
guidata dalla città di Olinto. Sulla costa macedone e tracica vi erano diverse
e importanti città greche, come Eno, Maronea, Abdera; al largo della foce
del fiume Nesto, la grande isola di Taso, ricca di marmo, di metalli preziosi
e di legname, era stata colonizzata da Paro nel 680 circa e costituì, per la
madrepatria, la base da cui controllare tutta la costa, comprese le ambite
miniere d'oro del Monte Pangeo; in seguito, emancipatasi, Taso fu sede di
un'intensa attività commerciale e conobbe una prosperità che terminò con
la sottomissione da parte persiana.
La zona degli Stretti e del mar Nero, area di produzione granaria, era di vitale
importanza per i Greci, come mostra l'intensa attività coloniale svoltavi da
diverse città. Sul Bosforo, Megara fondò nel VII secolo Calcedone e Bisanzio;
un secolo dopo fondò, sulla costa meridionale del mar Nero, Eraclea Pontica.
Tra le colonie milesie, fino a 90 secondo la tradizione, vanno ricordate, sempre
nel VII secolo, Abido e Cizico, sull'Ellesponto, a controllare la rotta per il mar
Nero, denominato Ponto Eussino («mare ospitale»). Tra le fondazioni greche
che si collocarono lungo tutta la costa del mar Nero, realizzando, anche grazie
a rapporti complessivamente buoni con gli indigeni, una complessa rete di
scambi con l'entroterra, ricordiamo Sinope, lstro e Olbia.

3. ATENE

L'Attica ha un territorio di circa 2.600 km2, in buona parte montuoso, con


poche zone pianeggianti (le valli dei fiumi Cefiso ed Ilisso, le piane di Mara­
tona e di Eleusi); alla scarsità di terre coltivabili a cereali, che spesso provocò
difficoltà nel sostentamento della popolazione, fa riscontro la presenza di
terreno adatto alla coltivazione dell'ulivo e della vite.
In età micenea l'acropoli ospitava un palazzo e Tucidide (II, 15, 3-4) ricorda Il sinecismo di
che prima del sinecismo di Teseo <<l'acropoli era la città»: la coscienza di questa Teseo
continuità insediativa era espressa dagli Ateniesi attraverso il mito dell' autoc­
tonia, secondo il quale il popolo di Atene era «nato dalla terra» e aveva sempre
abitato lo stesso territorio, diversamente dalla maggior parte dei Greci che
erano invece «immigrati» nelle loro sedi dall'esterno. A quest'epoca, sempre
secondo Tucidide, l'Attica era divisa in comunità autonome, che soltanto per
esigenze di difesa si riconoscevano sotto un unico re; la svolta viene collocata
dallo storico all'epoca del sinecismo attribuito dalla tradizione al mitico re
Teseo (Tucidide Il, 15, 1-2). Il processo, che si svolge a partire dall'VIII secolo
e appare concluso alla metà del VII (anche se alcune comunità, come Eleusi e
Salamina, furono aggregate solo all'inizio del VI), trasformò le antiche poleis
indipendenti dell'Attica in «demi», cioè in circoscrizioni territoriali di un'unica
polis, Atene; in essa ebbero sede le istituzioni comuni, consiglio e magistrati
con i loro luoghi di riunione; in essa vennero raccolti i contributi fiscali.
La nostra fonte principale sulla storia più antica di Atene dal punto di vista La più antica co­
dell'evoluzione interna è la Costituzione degli Ateniesi di Aristotele: la sua stituzione ateniese
testimonianza, che risale al 325 ca. ed è basata su fonti di IV secolo, è molto
4. L'Attica e la Beozia.

Fonte: P. Funke, Atene nell'epoca classica, Bologna, 2001, p. 16.

discussa soprattutto per il periodo più antico, che sembra presentare anacro­
nismi e costruzioni artificiali.
Conclusasi l'epoca dei re, la monarchia sarebbe stata sostituita prima da «ar­
conti» («governanti», <<magistrati») vitalizi, sorta di basileis come quelli ricordati
da Esiodo, poi da arconti decennali; infine, con il 682/1 iniziava la lista degli
arconti annuali, scelti in base ai criteri della nascita e della ricchezza (la lista è
molto incerta fino agli inizi del V secolo). Gli arconti erano nove: l'eponimo, che
dava il nome all'anno; il re (bastleus), che conservava le competenze religiose del
sovrano; il polemarco, incaricato della guida dell'esercito; a questi si aggiunsero
poi i sei tesmoteti (custodi dei thesmoi, le leggi ritenute di origine divina). Il
collegio arcontale entrava in carica il primo giorno del mese di Ecatombeone
(luglio-agosto), che corrispondeva all'inizio dell'anno ufficiale. I poteri degli
LA GRECIA TAROO-ARCAJCA 69

arconti, che secondo Aristotele (Costituzione degli Ateniesi, 3 ) derivavano


dalla distribuzione di quelli in precedenza concentrati nella persona del re, si
ridussero col tempo a una serie di competenze relative all'amministrazione della
giustizia (istruzione delle cause e presidenza dei tribunali). Uscendo di carica,
gli arconti entravano nel consiglio dell'Areopago, cosiddetto perché si riuniva
sul colle di Ares nei pressi dell'acropoli, e vi restavano a vita: l'Areopago aveva
competenze sui delitti di sangue e in materia religiosa e, secondo una tradizione
molto dubbia, anche un ampio e imprecisato ruolo di «custodia delle leggi»
(nomophylakia). La popolazione era riunita in quattro tribù (le tribù ioniche
degli Opleti, Argadei, Egicorei e Geleonti), ognuna guidata da un phylobasileus
o «re della tribù»; ogni tribù sarebbe stata divisa in tre trittie e in 12 naucrarie,
unità forse collegate con l'allestimento della flotta ma anche con altri aspetti
amministrativi, in tutto 48. Il potere era nelle mani degli Eupatridi (i «ben
nati»), gli aristocratici; il ruolo dell'assemblea del popolo, pure probabilmente
esistente, era in origine estremamente limitato.
Una delle prime vicende storicamente note per Atene è quella del tentativo Il tentativo tiran­
del giovane aristocratico Cilone, genero del tiranno Teagene di Megara, di nico di Cilone
instaurare la tirannide. Fallito il tentativo di occupare l'acropoli, Cilone riu­
scì a fuggire, ma i suoi compagni cercarono rifugio presso l'altare di Atena,
da dove furono allontanati con la promessa di avere salva la vita; della loro
successiva uccisione furono ritenuti responsabili gli Alcmeonidi, che ven­
nero espulsi come sacrileghi e si videro poi rinfacciare il sacrilegio in diversi
momenti della storia ateniese. La cronologia dell'episodio è incerta e oscilla
tra la data tradizionale (630) e l'epoca di Solone, cui la tradizione attribuisce
l'istituzione del tribunale che condannò i sacrileghi.
Dell'opera di Dracone, autore alla fine del VII secolo (62 110) di una legisla­ Dracone
zione di cui si conserva solo la normativa riguardante i casi di omicidio, si è già
parlato a proposito del fenomeno della codificazione delle leggi. Qui vale la
pena di aggiungere che Aristotele (Costituzione degli Ateniesi, 4) gli attribuisce
una costituzione caratterizzata dalla limitazione della cittadinanza a quanti
avevano il censo necessario per servire nell'esercito come opliti, dalla presenza
di un consiglio di 401 membri e da un ampio ruolo di controllo dell'Areopago,
custode delle leggi e incaricato di controllare l'operato dei magistrati. Queste
caratteristiche, che appaiono influenzate dai modelli costituzionali elaborati
dalla propaganda politica della fine del V e del IV secolo, rendono molto
dubbia la testimonianza sulla costituzione draconiana.

3.1. Solone

L'Attica, come del resto altre città della Grecia, soffriva per quella scarsità di
terre coltivabili (la cosiddetta stenochoria) che è stata individuata come una
delle cause della colonizzazione. Alla fine del VII secolo, il quadro sociale
attico appare fortemente influenzato da problemi legati alla questione agraria.
70 CAPITOLO 2

I piccoli contadini, in caso di raccolti insufficienti, erano costretti a chiedere


in prestito cereali per la semina o per la sussistenza ai grandi proprietari
aristocratici, che potevano contare su raccolti maggiori e che comunque,
disponendo di eccedenze, potevano utilizzarle per l'importazione di cereali.
Essi finivano così per indebitarsi con i grandi proprietari, diventandone clienti
(pelatai) e versando loro una quota del raccolto (il nome di hektemoroi, dato
ai contadini attici, sembra indicare I'obbligo di versare un sesto del prodotto
al creditore); se non erano più in grado di farlo, cadevano in schiavitù, dato
che i prestiti avvenivano su garanzia personale. Questo quadro, molto discusso
nei particolari dalla critica moderna a causa delle incertezze della tradizione su
cui si basa, fu il presupposto per la crescita, da parte dei piccoli contadini, di
rivendicazioni economiche e sociali (quali la richiesta di ridistribuzione delle
terre e di abolizione dei debiti) e per I' aspirazione a una maggiore uguaglianza.
In Atene fu Solone a prendere in considerazione questi problemi, avviando,
con la sua opera, un processo di integrazione sociale e politica che fu il
presupposto della democrazia. Solone fu scelto come arbitro (diallaktés) e
arconte nel 5 94/3 (nel 592/1 secondo altre fonti), dopo essersi distinto nella
guerra contro Megara per il controllo dell'isola di Salamina. La storicità di
Solone è indiscutibile; tuttavia, è difficile per noi ricostruire la sua attività,
che ci è nota, oltre che dai frammenti della sua opera poetica e da Erodoto,
per lo più da fonti di IV secolo, rifluite nella Costituzione degli Ateniesi di
Aristotele (5- 12) e nella Vita di Solone di Plutarco; tali fonti tendevano da
una parte a interpretare le vicende del VI secolo alla luce della situazione del
IV, dall'altra ad attribuire a Solone interventi legislativi assai più tardi, pro­
pri di un'epoca in cui si guardava a Solone come al padre della democrazia
(Aristotele, Costituzione degli Ateniesi, 2, 2, parla di Solone come del primo
prostates, cioè «capo», del popolo).
La seisachtheia È Solone stesso ad affermare di aver divelto i cippi (horoi) infissi nella terra
e di averla resa, da schiava, libera; di aver ricondotto in Atene uomini che
erano stati venduti schiavi o costretti all'esilio dal bisogno; di aver liberato
quanti in Atene erano in stato di servitù (F 3 0 Gentili-Prato).
E poi io, degli scopi per cui io ho riunito
il popolo, rispetto a quale mi sono fermato senza raggiungerlo?
Me ne potrebbe essere testimone al meglio,
secondo la giustizia del tempo, la madre grandissima
dei numi olimpi, la Terra nera, a cui ho tolto
i pilastri conficcati in molti posti
prima in schiavitù, ora libera.
Molti ho ricondotto ad Atene, patria fondata dagli dèi,
che erano stati venduti, alcuni ingiustamente,
altri giustamente; altri che sotto la spinta dell'impellente
necessità se ne erano andati profughi, e non parlavano più
la lingua attica, come succede a chi vaga ora qua ora là,
e altri ancora che proprio qui subivano disonorante schiavitù,
tremando per gli umori dei padroni,
li ho resi liberi. Queste cose ho compiuto con il mio potere,
LA GREOA TARDO-ARO 71

abbinando insieme forza e giustizia, e sono arrivato in fondo alle promesse


che ho fatto,
e ho scritto le leggi ugualmente per l'umile e il nobile,
conciliando una retta giustizia per ciascuno.
(trad. M. Fantuzzi)

Di questi interventi, di cui grazie alla testimonianza di Solone possiamo


dirci relativamente sicuri, sono state date diverse interpretazioni: con ogni
probabilità, l'atto di svellere i cippi, che Aristotele chiama seisachtheia, cioè
«scuotimento dei pesi» (Costituzione degli Ateniesi, 12, 4), indica l'annulla­
mento delle ipoteche da cui la terra era gravata; la terra, liberata da questi
obblighi, sarebbe stata restituita ai vecchi proprietari; a questo provvedimento
si accostò la soppressione della schiavitù per debiti, con effetto retroattivo.
Solone non procedette, però, a una ridistribuzione della proprietà terriera:
egli dichiara apertamente di non voler dare la stessa parte della fertile terra
attica ai buoni e ai cattivi (F 29b Gentili-Prato). In questa linea, egli presenta
la sua opera come una mediazione fra le aspirazioni di uguaglianza sociale e
politica del popolo e la volontà dei ricchi aristocratici di difendere i propri
privilegi (F 7 Gentili-Prato) , nell'intento di realizzare un buon governo (eu­
nomia), in cui ciascuno abbia diritti e doveri a seconda del proprio ruolo e
delle proprie capacità:

Al popolo infatti ho dato i privilegi che bastano,


senza togliere onore ma anche senza elargizioni.
Quelli che invece avevano il potere ed erano in vista per ricchezze,
anche per loro provvidi che non subissero sconvenienza alcuna.
Mi ersi a protendere lo scudo possente su entrambi
E non lasciai che né gli uni né gli altri riportassero un'ingiusta vittoria.

La tradizione attribuiva poi a Solone una complessa legislazione comprendente Le leggi di Solone
norme di natura diversa. Sul piano economico, è attestata dalla tradizione una in materia eco­
riforma dei pesi e delle misure, consistente nell'adozione del sistema ponderale nomica, sociale e
giudiziaria
euboico in luogo di quello eginetico e mirante da una parte a ridurre i debiti
(si è calcolato che avrebbe comportato una riduzione del 30%), dall'altra a
favorire lo sviluppo delle attività commerciali; il divieto di esportare derrate
· alimentari, tranne lolio, terrebbe conto delle particolari caratteristiche dell'a­
gricoltura attica, con buona produzione olearia ma insufficiente produzione
cerealicola. Sul piano familiare ed etico, Solone avrebbe legiferato sul matri­
monio, sulla parentela, in materia testamentaria ed ereditaria, sui funerali e
sul lusso, mirando a tutelare l'oikos («casa», o meglio «casata») come cellula
sociale e a integrarlo nella polis.
Questo complesso di leggi, pubblicato su tavole rotanti di legno, gli axones
o kyrbeis, inglobava la legislazione di Dracone sull'omicidio e fu rivisto siste­
maticamente negli anni tra il 4 1 1 e il 399; fino a quel momento la tradizione
afferma che il corpus originario sarebbe stato conservato in modo affidabile,
ma non è possibile escludere interventi di correzione e di emendamento, che
72 CAPITOLO 2

potrebbero averlo inquinato (anche a prescindere dalla falsa attribuzione a


Solone di norme più tarde).
Sul piano giudiziario, è attribuita a Solone l'istituzione del tribunale popolare
dell'Eliea, cui avrebbero avuto accesso, come del resto all'assemblea, anche i
teti (Aristotele, Costituzione degliAteniesi, 7 , 3 ) . Egli avrebbe inoltre concesso
al cittadino la possibilità di chiedere, attraverso la ephesis (appello) al tribunale,
il giudizio dei propri pari; e avrebbe sancito il diritto per qualunque cittadino
(ho boulomenos: «chiunque lo voglia», secondo la formulazione ufficiale), e
non solo per la parte lesa, di intentare un'azione legale. Entrambe le riforme,
qualora se ne ammetta la storicità, mostrano la volontà di coinvolgere il
popolo nell'amministrazione della giustizia, a tutela degli interessi comuni,
e vengono giudicate da Aristotele, insieme al divieto di garantire i prestiti
con la persona, tra i prowedimenti «più democratici» di Solone (Aristotele,
Costituzione degli Ateniesi, 9, 1 ) .
La riforma costi­ A Solone è attribuita anche una riforma costituzionale, che costituisce forse
tuzionale l'adattamento di una realtà precedente e che comportava la divisione della
cittadinanza in quattro classi di censo (tele), valutate in base al prodotto della
terra ed espresse in misure (medimni di cereali o metreti di olio o vino), con
scopo prima di tutto militare. Le quattro classi erano quelle dei pentacosio­
medimni (con un ricavato di almeno 500 medimni o metreti), degli hippeis
(«cavalieri», con un ricavato di almeno 3 00 medimni o metreti), degli zeugiti
Oa classe media, che serviva in fanteria, con un ricavato di almeno 200 medimni
o metreti) e dei teti (nullatenenti). Proprio la distinzione tra cavalieri e opliti
suggerisce che la divisione, nei suoi elementi fondamentali, sia anteriore a
Solone e risalga almeno alla metà del VII secolo.
L'appartenenza a queste classi regolava l'accesso all'esercito e alle magistra­
ture: la carica di tamias (tesoriere di Atena) era riservata alla prima classe;
larcontato e il servizio di cavalleria alle prime due; le magistrature minori
e il servizio nella fanteria oplitica alla terza; ai teti erano concessi, a quanto
sembra, solo il diritto elettorale attivo, da esercitare in assemblea (ekklesia),
e l'accesso al tribunale, al quale era possibile fare appello contro le decisioni
dei magistrati; a proposito di quest'ultimo aspetto, il quadro appare molto
incerto, dato il rischio elevato di retrodatazioni di situazioni più tarde. Si
è dubitato molto dell'istituzione di un consiglio (baule) dei Quattrocento,
attribuito anche a Dracone e forse risalente alla propaganda oligarchica del
4 1 1 ; è stato osservato, tuttavia, che un consiglio di 400 membri corrisponde
alle quattro tribù ioniche e potrebbe trovare la sua motivazione nella volontà
di controbilanciare il potere dell'Areopago.
Solidarietà comu­ Terminato il suo mandato, Solone depose la carica e lasciò la città, con
nitaria e mobilità un aperto rifiuto di dare un carattere tirannico alla propria autorità. Nel
sociale
complesso, la sua opera può essere valutata come intesa a rafforzare i valori
comunitari, insistendo sulla comune responsabilità delle diverse parti sociali,
equamente trattate, di fronte alla comunità cittadina: egli stesso rivendica di
aver gettato uno scudo su tutte le componenti della città, evitando che una
prevalesse ingiustamente (F 7 Gentili-Prato), e di aver scritto leggi ugual-
mente valide per «buoni e cattivi», potenti e umili, dando a ciascuno retta
giustizia (F 3 0 Gentili-Prato) . Questo orientamento moderato non significa
però immobilismo: anzi, Solone creò, sostituendo il criterio della ricchezza a
quello della nascita, una certa mobilità sociale (Aristotele, Costituzione degli
Ateniesi, 7 , 4, ricorda una statua dedicata sull'acropoli da un certo Antemione,
passato dalla classe dei teti a quella dei cavalieri). L'opera di Solone, impo­
stata sul bilanciamento e l'integrazione tra le diverse parti della cittadinanza
e sull'accentuazione della responsabilità comunitaria, è stata vista come un
contributo sostanziale alla scoperta della dimensione politica.

3.2. Pisistrato

Le riforme di Solone, proprio per la loro impostazione equilibrata, lasciarono


aperti molti dei preesistenti conflitti. Aristotele (Costituzione degli Ateniesi,
1 3 ) riferisce di anni di anarchia, in cui, cioè, non fu possibile eleggere l' ar­
conte (589/8 e 5 84/3 ), e di arcontati irregolari (quello di Damasia, arconte
nel 583/2, che, invece di deporre la carica, la mantenne ancora per un anno
e sei mesi); nel 581/0 vi sarebbe stato addirittura un collegio arcontale di
dieci membri, formato da cinque eupatridi, tre contadini (agroikoi) e due
artigiani (demiourgoi).
In questa situazione, esponenti di grandi famiglie aristocratiche si posero come
rappresentanti degli interessi di quanti facevano capo alle tre aree principali
dell'Attica ed erano loro legati da vincoli di carattere clientelare: i «pediei»,
residenti nella pianura formata dai fiumi Cefiso e Ilisso, erano guidati da
Licurgo, del ghenos degli Eteobutadi, ed erano di tendenza oligarchica; i
«parali», abitanti della costa, erano guidati da Megacle, della famiglia degli
Alcmeonidi, ed erano di orientamento moderato; i «diacri», abitanti della zona
montuosa nord-orientale, comprendente i monti Parnete, Pentelico e !metto,
erano guidati da Pisistrato, che Aristotele (Costituzione degli Ateniesi, 1 3 , 4;
14, 1 ) definisce «fortemente democratico» (demotzkotatos). Il quadro aristo­
telico, di grande interesse laddove individua i rapporti fra ghene aristocratici e
aree del territorio attico con caratteristiche geografiche ed economico-sociali
diverse, è certamente anacronistico quando parla di una divisione in tre fazioni
politiche: a prescindere dal riferimento alla democrazia, una tripartizione di
questo genere, comprendente un modello costituzionale «mediano» (mese
politeia), sembra affermarsi in Atene solo con la fine del V secolo. Parlando
di un Pisistrato «democratico», Aristotele intende dire che la sua fazione
rappresentava gli interessi dei contadini più poveri e degli artigiani.
La contraddittorietà dei dati, in particolare di quelli cronologici, offerti da La tirannide di
Erodoto e da Aristotele rende difficile la ricostruzione delle diverse fasi della Pisistrato: politica
carriera di Pisistrato. Una prima fase inizia con la presa del potere nel 561/0: interna ed estera
Pisistrato, già polemarco nella guerra contro Megara, si era distinto nella con­
quista di Salamina e di Nisea; inutilmente contrastato da Solone, riuscì a farsi
concedere dal popolo, con uno stratagemma, una guardia del corpo di mazzieri
(korynephoroi) e occupò l'acropoli per sei anni. La seconda fase è costituita
dall'esilio decennale, che durò dal 55615 al 546/5; ma nel periodo compreso
tra 56110 e 556/5 vanno inserite, probabilmente, diverse vicende, tra cui il suo
allontanamento da Atene dovuto all'alleanza fra Licurgo e Megacle; il ritrovato
accordo con quest'ultimo, di cui Pisistrato sposò la figlia; il rientro in città su
un carro accanto a una donna vestita da Atena, messinscena che intendeva
suggerire che fosse la dea stessa a ricondurvelo; infine la rottura definitiva con
Megacle, che gli causò lesilio. Con il 546/5 e il rientro definitivo, attraverso un
colpo di mano militare sostenuto da diverse città greche, fra cui Tebe e Argo,
ebbe inizio la terza fase della tirannide; dopo aver sconfitto e disarmato gli
Ateniesi, Pisistrato restò al potere fino alla morte, awenuta nel 528/7 .
Sia l a tradizione più antica, sia l o stesso Aristotele ricordano la sua opera
in modo sostanziahnente positivo: Pisistrato agì con moderazione verso i
nemici (esiliò i soli Alcmeonidi, senza procedere a confische di proprietà)
e lasciò invariato l'assetto costituzionale e legislativo dato da Solone. Si
preoccupò soprattutto di favorire lo sviluppo della piccola proprietà agraria
e di migliorare la situazione della popolazione delle campagne, imponendo
una tassa (del 5 o del 10%) sui prodotti agricoli, con i proventi della quale
faceva prestiti ai contadini più poveri, e introducendo i «giudici dei demi»,
magistrati itineranti che amministravano la giustizia nel territorio. A lui si deve
l'introduzione della dracma, la moneta con l'effigie di Atena e la civetta, che
consentì di stabilire una maggiore equità nelle relazioni economico-sociali e
di favorire lo sviluppo degli scambi; la sua politica di opere pubbliche (tra cui
il primo tempio di Atena sull'acropoli) accrebbe il bisogno di manodopera e
favorì lo sviluppo delle attività artigianali (l'epoca pisistratea è anche quella
della grande diffusione della ceramica attica a figure nere). Da tutto ciò con­
seguirono mutamenti sociali che portarono alla crescita di una popolazione
rurale e cittadina meno dipendente dalle clientele aristocratiche: potremmo
dire, un demos più consapevole, che costituirà l'interlocutore privilegiato del
riformatore democratico Clistene.
Pisistrato fu molto attivo anche nel campo della politica culturale: in Atene fu
realizzata la prima edizione di Omero, mentre alla corte pisistratide giunsero
poeti come Ibico, Anacreonte e Simonide. Sul piano religioso, fu dato grande
impulso ai culti cittadini e popolari: prima di tutto a quello di Atena e alle
feste Panatenee, ma anche a quello di Dioniso, con le relative rappresentazioni
teatrali, a quello eleusino di Demetra e all'orfismo.
In politica estera, Pisistrato inserì Atene in una rete di rapporti internazionali,
mantenendo buoni rapporti con l'Eubea, con i Tessali e con le città di Tebe,
Argo, Corinto e Sparta e awiando relazioni con tiranni come Ligdami di
Nasso e Policrate di Samo. Consolidò inoltre l'influenza ateniese sull'isola di
Delo; favorì l'insediamento nel Chersoneso tracico, intorno al 520, dell'ate­
niese Milziade, della famiglia dei Filaidi, zio dell'omonimo futuro vincitore
di Maratona (che a sua volta, poco dopo il 500, colonizzò le isole di Lemno
e di Imbro); egli stesso creò un dominio personale al Sigeo, nella Troade,
LA GRECIA TAROO-AACAICA 75

dopo averlo conteso con successo a Mitilene. Atene cominciava così a crearsi,
nell'Egeo settentrionale, un piccolo «impero» coloniale, con insediamenti il
cui statuto giuridico (di apoikia o di cleruchia) non può, allo stato attuale della
documentazione, essere determinato con sicurezza, ma che mantenevano con
la madrepatria un rapporto assai stretto; si noti che, in tutti i casi, si trattava
di importanti punti d'appoggio per il controllo del commercio granario con
la zona del mar Nero.
Alla morte di Pisistrato, il potere passò ai figli lppia e Ipparco. Quest'ultimo fu La caduta della
assassinato nel 5 14/3 da Armodio e Aristogitone, poi passati alla storia come tirannide pisistra­
i liberatori di Atene dalla tirannide; ma, a detta di Tucidide (I, 20, 2; cfr. VI, tide
54-59), l'assassinio aveva motivazioni di natura privata e assai meno eroiche.
In seguito all'episodio, la tirannide si inaspri; un tentativo di abbatterla, messo
in atto dagli Alcmeonidi, fallì a Lipsidrio, sul monte Parnete; alla fine, lppia fu
cacciato nel 5 1 110, grazie all'intervento di Cleomene I di Sparta, ottenuto dagli
Alcmeonidi con l'appoggio di Delfi. lppia fuggì al Sigeo, da dove tentò poi di
rientrare in Atene con l'appoggio dei Persiani. Cleomene intendeva certamente,
con il suo intervento, restaurare l'oligarchia in Atene: ma l'alcmeonide Clistene,
figlio di Megacle e di Agariste, figlia di Clistene di Sidone, diede alla storia
costituzionale ateniese una svolta inattesa, istituendo la democrazia, un sistema
politico in cui tutti i maschi adulti di condizione libera avevano accesso ai pieni
diritti di cittadinanza e quindi alla partecipazione politica.

3.3. Clistene

Le notizie principali su Clistene e sulla sua opera provengono da Erodoto e


dalla Costituzione degli Ateniesi di Aristotele. Dopo la cacciata di lppia, si
contrastavano in Atene i gruppi guidati da Clistene e da lsagora: quest'ultimo
fu designato arconte per l'anno 508/7. Clistene reagì appoggiandosi al demos,
il popolo che la politica di Pisistrato aveva fortemente valorizzato come forza
sociale, come attesta Erodoto (V, 66):

Atene, che anche prima era grande, allora, liberata dai tiranni, divenne più
grande ancora. Due uomini vi esercitavano il potere: Clistene, della stirpe degli
Alcmeonidi [. . . ] e Isagora, figlio di Tisandro [. . . ] Costoro lottavano per il potere
e Clistene, che stava perdendo, associò il popolo alla sua eteria.

Con questa espressione, Erodoto intende dire che Clistene fece del demos un
elemento della fazione che a lui faceva capo e, quindi, uno dei protagonisti
del confronto politico, fino ad allora dominato dai membri delle famiglie ari­
stocratiche, e poté così ottenere la base di consenso necessaria per dar corso
alla sua riforma, che fu all'origine della democrazia ateniese.
L'aspetto fondamentale dell'opera riformatrice di Clistene fu una nuova La riforma delle
ripartizione della popolazione su base territoriale, del genere di quella già tribù
76 CAPITOLO 2

realizzata dal nonno Clistene di Sicione, secondo una rigorosa impostazione


decimale.
Le tribù, che in Atene erano le quattro tradizionali tribù genetiche ioniche,
divennero dieci, assunsero carattere territoriale e presero il nome da eroi
locali (Acamantide, Eantide, Antiochide, Cecropide, Eretteide, Egeide,
Ippotontide, Leontide, Eneide, Pandionide), indicati, secondo la tradizione,
da Delfi. Ogni tribù (phylé) comprendeva tre trittie (trittyes), circoscri­
zioni territoriali tratte, rispettivamente, una dalla zona costiera (paralia),
una dalla zona interna (mesogaia) e una dalla città (asty); ogni trittia, a sua
volta, comprendeva diversi demi (demoi, villaggi di campagna o quartieri
urbani); il demo, unità preesistente alla riforma, costituiva la circoscrizione
territoriale e amministrativa di base (il numero complessivo attestato dalla
documentazione è di 133 demi, sei dei quali divisi in due parti, dunque 139).
La residenza in un determinato demo definiva il cittadino insieme alla sua
paternità: l'onomastica ateniese prevedeva l'indicazione del nome personale,
del patronimico e del demotico (per esempio, «Temistocle, figlio di Neocle,
del demo di Frearri»).
Ogni tribù doveva fornire un reggimento di opliti (taxis), guidato dal tassiarco,
e uno stratego; la data di introduzione del collegio dei dieci strateghi è in­
certa, ma sappiamo che essi erano in origine eletti uno per tribù e che solo in
seguito furono designati tra tutti i cittadini, senza rispettare la divisione per
tribù. Ogni tribù forniva poi 5 0 buleuti per la boulé dei Cinquecento: questo
nuovo consiglio, costituito da cittadini di età superiore ai trent'anni, sedeva
in permanenza, diviso in gruppi di 5 0 (i cosiddetti «pritani») nelle dieci parti
(«pritanie», cioè turni) in cui era diviso l'anno amministrativo; era presieduto
ogni giorno da un pritano diverso, con funzioni di presidente (epistates). Sia
i buleuti sia l' epistates venivano sorteggiati, per assicurare la necessaria rota­
zione; per lo stesso motivo, non era possibile essere buleuti più di due volte
nella vita. La funzione principale della boulé era quella «probuleumatica», che
consisteva nel preparare e introdurre i lavori dell'assemblea; quest'ultima era
aperta a tutti i cittadini di età superiore ai vent'anni e a quest'epoca si svolgeva,
in via ordinaria, una volta per pritania. Anche il collegio degli arconti venne
riformato: da questo momento essi vennero eletti uno per tribù, mentre la
decima forniva il segretario (grammateus) del collegio.
Il significato della La riforma di Clistene rivela la preoccupazione di realizzare la piena inte­
riforma grazione della cittadinanza ateniese (e anche, secondo la tradizione, di nuovi
cittadini, scelti tra quanti erano giunti in Atene per svolgere attività artigianali)
in un sistema nuovo rispetto a quello tradizionale, in grado di realizzare la
«mescolanza» di vari elementi (Aristotele, Costituzione degli Ateniesi, 2 1 , 2),
spezzando i vincoli clientelari che costituivano la base del potere delle grandi
famiglie aristocratiche. Se si riflette sul passo di Aristotele che ricorda la divi­
sione dell'Attica, all'epoca dell'ascesa di Pisistrato, in aree geografiche abitate
da una popolazione accomunata da interessi economici e strettamente legata
da rapporti di clientela con le famiglie aristocratiche del luogo, si comprende
come le nuove tribù clisteniche, create artificialmente riunendo porzioni di
--------------------------LJi
- GRECIA TARDO-ARCAICA 77

territorio attico tratte da aree diverse, potessero contribuire a ridurre il potere


di queste famiglie.
Gli aristocratici mantennero tuttavia una serie di privilegi: un ruolo politico
significativo fu assicurato loro dalla permanenza del consiglio dell'Areopago,
dalla limitazione dell'accesso alle magistrature per le prime due classi di censo
e dal mantenimento del loro carattere elettivo. Agli aristocratici era anche
riservato l'accesso a taluni sacerdozi. Alle più antiche strutture di tipo gene­
tico, come le fratrie, fu lasciato un ruolo di controllo sulla parentela legale e
quindi sulla legittimità di nascita, presupposto della cittadinanza, che spettava
a quest'epoca a chi era figlio di padre cittadino. Si osservi, tuttavia, che nella
procedura a noi nota per il IV secolo era il demo, non la fratria, a certificare
davanti alla polis lo stato di cittadinanza; il bambino, che veniva riconosciuto
dal padre con la presentazione alla fratria nel decimo giorno dalla nascita, una
volta raggiunta la maggiore età doveva essere iscritto nella lista del demo (il
cosiddetto lexiarchikòn grammateion); l'assemblea del demo, prima di accet­
tare l'iscrizione, verificava l'età, lo stato di libertà e la legittimità di nascita
del candidato (Aristotele, Costituzione degli Ateniesi, 42) .
Secondo Aristotele (Costituzione degli Ateniesi, 2 2 , 1 ) fu Clistene a i�tituire la L'ostracismo
procedura dell'ostracismo, che fu poi applicata per la prima volta nel 488/7
contro Ipparco, figlio di Carmo, parente dei Pisistratidi. L'ostracismo con­
sisteva nel designare, con un voto espresso a maggioranza da almeno 6.000
votanti, un cittadino ritenuto pericoloso per lo stato; il voto veniva espresso, se
l'assemblea lo riteneva opportuno, una volta all'anno, durante l'ottava pritania,
scrivendo il nome dell'interessato su un coccio (ostrakon). Il più votato veniva
allontanato dalla città per dieci anni, durante i quali subiva una diminuzione di
diritti (atimia) di carattere parziale: perdeva cioè i diritti politici, mantenendo
invece quelli civili (matrimonio, patria potestà, proprietà).
L'agord di Atene ha restituito una notevole quantità di ostraka, recanti i
nomi di diversi candidati all'ostracismo (una trentina circa), talora con le
motivazioni del voto O' accusa di essere amici dei tiranni, o dei Persiani).
L'istituzione di questa procedura intendeva, allontanando uomini politici che
si rendevano sospetti al popolo, da una parte evitare l'instaurazione di una
nuova tirannide, dall'altra favorire l'allentamento delle tensioni politiche: essa
fu applicata per tutto il V secolo e molto imitata (a Siracusa, per esempio, fu
introdotta l'analoga procedura denominata petalismo; forme analoghe esiste­
vano ad Argo, a Megara e a Mileto). È probabile che l'applicazione regolare
dell'ostracismo abbia contribuito ad assicurare ad Atene una certa stabilità
politica, evitandole le fratture civili (staseis) che caratterizzarono invece altre
città, anche democratiche. Tale stabilità, tuttavia, va collegata anche col fatto
che in Atene la democrazia non era nata da una rivoluzione violenta e dalla
sopraffazione di una parte sull'altra, ma da una riforma accettata da tutte le
parti in causa e che non aveva comportato interventi di tipo rivoluzionario
in ambito economico-sociale, come l'abolizione dei debiti e la ridistribuzione
della proprietà terriera. Altrove, le profonde fratture economico-sociali che
dividevano il corpo civico costituivano un grave elemento di debolezza: era
78 CAPITOLO 2

questo il caso, per esempio, di democrazie come Siracusa (città che, secondo
Tucidide VI, 38, 3 , «raramente è tranquilla, e affronta lotte e dissidi all'interno
più spesso che contro i suoi nemici») e Argo.
Democrazia for­ A partire da Erodoto, Clistene entra nella tradizione come colui che «isti­
male e democra­ tuì la democrazia» (VI, 1 3 1 , 1 ); per Aristotele (Costituzione degli Ateniesi,
zia reale 20, 1 ) egli «consegnò la politeia al popolo». Questo giudizio trova sicuro
riscontro nel fatto che, sul piano formale, la riforma di Clistene assicurò
certamente a tutti i cittadini di Atene il godimento dell'isonomia, l'ugua­
glianza dei diritti, e dell'isegoria, l'uguaglianza di parola, garantendo a tutti,
senza discriminazioni di nascita e di censo, la possibilità di partecipare
agli organismi di carattere deliberativo (boulé ed ekklesia) e giudiziario (il
tribunale popolare).
Molte difficoltà si frapponevano ancora alla realizzazione di una democrazia
reale: da una parte, il mantenimento di requisiti censitari per l'accesso alle
magistrature limitava l'esercizio del potere esecutivo da parte del popolo;
dall'altra, la funzione di membro della boulé, cui pure si accedeva per
sorteggio e senza limitazioni censitarie, non era retribuita e rappresentava
quindi un onere per il cittadino comune, che per poterla esercitare doveva
abbandonare per un anno le sue normali attività e rinunciare ai relativi
proventi. Ma con l'inquadramento del cittadino nel sistema decimale
derivante dalla riforma delle tribù e il riconoscimento dell'isonomia senza
discriminazioni, le basi erano gettate per quei successivi aggiustamenti
che, nel corso del V secolo, consentirono di realizzare in Atene una reale
democrazia partecipativa.
La riforma di Clistene, con il pieno inserimento del demos nella vita politica,
parve inaccettabile ad aristocratici ateniesi come Isagora e al loro sostenitore
Cleomene che, nel 5 0716, cercarono di abbattere la democrazia appena
istituita, costringendo Clistene all'esilio in quanto Alcmeonide e, quindi,
colpevole del sacrilegio ciloniano; ma il tentativo di sciogliere d'autorità la
boulé dei Cinquecento fu respinto dagli Ateniesi, che costrinsero Cleomene
e Isagora a desistere e richiamarono Clistene. Il popolo aveva evidentemente
acquisito una consapevolezza sufficiente a difendere le opportunità di parte­
cipazione che gli venivano offerte.
Nella primavera del 506 un nuovo attacco di Cleomene, che intendeva
insediare lsagora come tiranno, finì con una ritirata dovuta a dissensi fra
Cleomene e l'altro re Demarato e al ritiro dei Corinzi; il contemporaneo
attacco dei Beoti e dei Calcidesi fu respinto con successo; Atene insediò sul
territorio di Calcide una cleruchia, cioè una colonia militare di 4.000 cittadini
ateniesi, mantenuti con le rendite delle terre degli aristocratici calcidesi, gli
Ippoboti. Più tardi, intorno al 500, Cleomene tentò nuovamente, in accordo
con i Tessali, di abbattere la democrazia in Atene, insediandovi Ippia come
tiranno, ma il progetto fallì nuovamente a causa dell'opposizione dei Corinzi;
tra Atene e Sparta tornò la pace. Erodoto (V, 78) collega la crescita della
potenza ateniese, messa in evidenza da questi successi, con l'istituzione della
democrazia:
Gli Ateniesi dunque diventavano più potenti. Ed è chiaro che non per W1 solo
aspetto, ma da ogni punto di vista l'uguaglianza è un bene prezioso, se anche
gli Ateniesi, finché avevano un regime tirannico, non erano superiori, sul piano
militare, a nessuno dei popoli confinanti, mentre, quando furono liberati dai
tiranni, divennero di gran lunga i primi. Dunque è chiaro che, finché erano
dominati, si lasciavano sconfiggere, perché lavoravano per un padrone, mentre,
dopo che furono liberati, ciascuno si impegnava con entusiasmo nel proprio
interesse.

Erodoto usa qui, per definire la democrazia, il termine isegoria, «uguaglianza


di parola», così come nel «Tripolitico» aveva usato il termine isonomia,
«uguaglianza di diritti». Tale uguaglianza, che il sistema democratico consente
di sperimentare, costituisce una straordinaria opportunità, per difendere la
quale l'uomo libero si mobilita con un entusiasmo ignoto a chi si trova in
stato di servitù.

4. SPARTA E IL PELOPONNESO

La città di Sparta o Lacedemone, già nota ad Omero, sorse nella fertile valle
del fiume Eurota tra il X e !'VIII secolo dall'unione di quattro villaggi (Pitane,
Mesoa, Limne e Cinosura), cui se ne aggiunse in seguito un quinto (Amide); al
705 risale la fondazione da parte di Sparta di una colonia, Taranto. Il territorio,
già vasto, si accrebbe enormemente con la conquista, in due guerre svoltesi
nell'VIII e nel VII secolo, della Messenia, raggiungendo l'ampiezza di 8.300
km2; con l'annessione della fertilissima Messenia, Sparta acquisì una base
economica sicura, ma fu costretta a impegnarsi costantemente per il mante­
nimento di un notevole potenziale militare, per essere pronta a fronteggiare
eventuali rivolte dei Messeni sottomessi. La città non venne fortificata ed
ebbe un modesto sviluppo urbanistico: secondo Tucidide (I, 10, 2) non aveva
avuto un vero e proprio sinecismo e, ancora nel V secolo, era caratterizzata
dall'insediamento in villaggi (katà komas).
La nostra informazione su Sparta deriva quasi integralmente da fonti non
spartane (il primo storico spartano, Sosibio, risale al III secolo ed è per
noi perduto), che guardarono a essa da una prospettiva parziale, o perché
le erano ostili o perché erano attratte dal sistema costituzionale spartano e
quindi pregiudizialmente favorevoli. Questo sistema, che la tradizione antica
definisce kosmos («ordine»), è del tutto peculiare all'interno dello stesso mo­
dello oligarchico, tanto che, nella riflessione costituzionale, quella spartana
era considerata piuttosto una costituzione mista. Essa si consolidò nel corso
del VII secolo, mutando profondamente la fisionomia di una città che era
apparsa, fino ad allora, aperta a contatti con l'esterno e culturalmente avanzata,
sia nel campo della poesia (Tirteo e Alcmane) sia in quello dell'artigianato
(oreficeria e ceramica), costringendola a ripiegarsi su se stessa e bloccandone
lo sviluppo culturale.
80 CA__o
P� o_2
_L_ ______ �----------��----�------���------------------------'

5. Il Peloponneso.

Fonre: Settis (a cura di), I Greci, 2.11, cit., p. 1 1 O.

4.1. La costituzione spartana

Su Licurgo, il legislatore cui si faceva risalire l'ordinamento spartano, siamo


informati da una tradizione che non risale oltre il V secolo (il suo nome com­
pare per la prima volta in Simonide e in Erodoto); la sua opera veniva datata
molto diversamente, fra l'XI e il VII secolo, e la sua storicità resta incerta.
Erodoto (I, 65) attribuisce all'opera di Licurgo il passaggio di Sparta da un
pessimo governo all' eunomia; la cosiddetta rhetra, il kosmos degli Spartani,
gli sarebbe stata dettata dalla Pizia, la sacerdotessa di Apollo Delfico; essa
ci è nota, nelle sue linee fondamentali, da Tirteo e dalla Vita di Licurgo di
Plutarco. In realtà, l'ordinamento spartano fu I'esito di un lungo processo,
che Tucidide (I, 18, 1 ) riteneva concluso, con il raggiungimento dell'eunomia,
circa 400 anni prima della fine della guerra del Peloponneso.
____
LA ___ GRECIA TARDO-ARCAICA 81

La rhetra consisteva in una riforma costituzionale, che prevedeva da una


parte la divisione della popolazione in tribù (le tre tribù doriche degli Illei,
Dimani e Panfili) e in cinque suddivisioni territoriali dette obai, dall'altra
l'istituzione degli organismi fondamentali, la diarchia (i due re venivano
chiamati archeghetai, «guide», a motivo della loro funzione militare), la ghe­
rousia (il consiglio degli anziani) e l'assemblea del popolo (detentrice della
sovranità, kratos). A causa della corruzione del testo, si discute se la rhetra
prevedesse per l'assemblea anche il diritto di discussione; i poteri dell'assem­
blea sarebbero stati in seguito ridotti da un emendamento attribuito ai re
Polidoro e Teopompo (fine dell'VIII secolo). Del resto, l'incertezza del testo
ha condotto a proporre anche interpretazioni in senso militare, e non costi­
tuzionale, del riferimento al popolo nella rhetra. Inoltre, la rhetra avrebbe
previsto la distribuzione della terra in lotti (kleroi) di uguale estensione, in
numero di 9.000.
A capo dello stato spartano erano i due re, provenienti dalle famiglie degli Le istituzioni: re,
Agiadi e degli Euripontidi, di discendenza eraclide. I loro poteri erano so­ gherousia , efori,
prattutto di carattere militare e religioso (era loro compito guidare l'esercito assemblea del po­
polo
in guerra ed esercitare il sacerdozio di Zeus), ma anche giudiziario (in ambito
di diritto familiare). La preoccupazione di evitare abusi da parte dei re portò a
una progressiva limitazione dei loro poteri; proprio per controllare i re furono
istituiti, secondo la tradizione, i cinque efori, e si stabilirono leggi come quelle
secondo cui i re non sarebbero andati mai in missione contemporaneamente e
sarebbero stati accompagnati, nelle loro campagne militari, da due efori. I re
godevano di diversi privilegi in termini di razioni di cibo, bottino di guerra,
proprietà; erano inviolabili e protetti da una guardia del corpo. La succes­
sione dinastica spettava, a quanto sembra, al primogenito maschio; in caso
di minorità, la reggenza veniva assegnata al parente più anziano; tuttavia, le
crisi dinastiche erano frequenti e ciò suggerisce che fosse piuttosto prevista
una successione all'interno dei maschi della famiglia.

TAB. 2.1 . I re di Sparta del V e del IV secolo

AGIADI EURIPONTIDI

Cleomene l ca.520-488 Demarato ca. 5 1 0-491


Leonida I 488-480 Leotichida Il 491 -469
Plistarco 480-458 Archidamo Il 469-427
Pleistonatte 458-445 Agide ll 427-400
Pausania Il 445-426 Agesilao Il 400-361
Plestonatte 426-408 Archidamo lll 361 -339
Pausania Il 408-395 Agide lll 339-331
Agesipoli I 393-381 Eudamia I 331 -ca. 300
Cleombroto I 381-371
Agesipoli Il 371 -370
Cleomene ll 370-309

Fonte: Adattamento da J. Beloch, Griechische Geschichte, I, 2, Strassburg, 1 9 1 32, p. 1 9 1 .


I re facevano parte, con altri ventotto membri di età superiore ai sessant'anni,
scelti nell'ambito delle famiglie più importanti, della gherousia, un consiglio
vitalizio incaricato di preparare le proposte da presentare all'assemblea; li
eleggeva l'assemblea del popolo per acclamazione, con un sistema giudicato
puerile da Aristotele (Politica, Il, 1271 a). La gherousia, oltre a questa funzione
probuleumatica, aveva anche il potere di sciogliere l'assemblea, nel caso che
l'andamento dei lavori fosse sfavorevole. Essa aveva inoltre importanti funzioni
giudiziarie: giudicava le cause di omicidio, poteva comminare pene severe
(dall'atimia alla condanna a morte) e, insieme agli efori, poteva sottoporre
a giudizio i re. Aristotele (Politica, Il, 1270 b) riteneva i geronti facilmente
corruttibili, anche per il carattere vitalizio della funzione, che non era, dunque,
soggetta a rendiconto.
L'assemblea del popolo, l'apella (nella rhetra si usa il verbo apellazein nel senso
di ekklesiazein, e da qui deriva l'uso di denominare apella l'assemblea spartana;
ma le fonti usano in genere il termine ekklesia), era composta dagli Spartiati,
i cittadini di pieno diritto, e si riuniva una volta al mese. Nonostante il diritto
di discussione previsto dalla rhetra, sembra che il cittadino non avesse facoltà
di discutere le proposte: le fonti infatti segnalano solo gli interventi di efori
o di geronti nella discussione assembleare. L'assemblea poteva dunque solo
approvare o respingere le proposte, votando per acclamazione; eventualmente
poteva essere richiesto il voto per secessione, di più sicura interpretazione
(un esempio si trova in Tucidide I, 87, 2-3 ). L'apella decideva sulla pace, sulla
guerra e sui trattati di alleanza, eleggeva i geronti e gli efori; non aveva però
competenze di carattere giudiziario. L'assenza della facoltà di discutere le
proposte e di potere giudiziario costituiva una grave limitazione per l'assem­
blea popolare spartana, le cui competenze erano ben più modeste rispetto a
quelle dell'assemblea ateniese.
Gli efori (il cui nome significa «supervisori») erano cinque e venivano eletti
dall'ape/la fra tutti i cittadini, forse con lo stesso sistema usato per eleggere i
geronti. La loro istituzione veniva attribuita ora a Licurgo, ora al re Teopompo;
la lista degli efori eponimi iniziava con l'anno 754. La carica era annuale,
ma gli ampi poteri di controllo che essa prevedeva inducono Aristotele a
paragonare l'eforato a una tirannide (Politica, Il, 1270 b). Il presidente del
collegio, l'eponimo, aveva il compito di presiedere l'apella e la gherousia. Le
funzioni di controllo degli efori si esercitavano sui re (come già si è detto, due
efori accompagnavano il re in guerra), sull'amministrazione del tesoro dello
stato, sull'educazione dei giovani; avevano competenze giudiziarie in tema
di cause patrimoniali. L'importanza del loro ruolo è messa in evidenza dal
fatto che, secondo le fonti, i re si preoccupavano di avere dalla loro parte la
maggioranza degli efori e che spesso il cambiamento del collegio degli efori
poteva determinare una svolta nella politica spartana.
La società spar­ I cittadini, gli Spartiati, venivano chiamati Homoioi, gli «Uguali» per antono­
tana: Sp artiati, masia; lo stato di cittadinanza dipendeva dall'essere figli di cittadini, dall'avere
perieci, iloti raggiunto l'età di trent'anni, dall'aver seguito il ciclo educativo previsto (la
cosiddetta agoghé), dall'essere in grado di dare la quota per la partecipazione
ai pasti in comune (syssitia o pheiditia, gruppi ristretti cui si era ammessi con
votazione unanime). I proventi necessari derivavano dal kleros, il lotto di terra
assegnato al cittadino e coltivato dagli iloti, così da permettergli di dedicarsi
alla funzione che gli era propria, quella del guerriero.
La tradizione parla di lotti inalienabili, 9.000 in origine, trasmessi dal padre
al figlio primogenito; eventuali figli cadetti, privi del kleros, non potevano
mantenere la cittadinanza e decadevano fra gli hypomeiones, gli inferiori.
Questo regime rigidamente egalitario della proprietà terriera è stato ritenuto
alla base della progressiva crisi demografica, e quindi militare e politica, di
Sparta, in quanto le famiglie avrebbero avuto interesse ad avere un solo erede
e ciò avrebbe provocato una diminuzione costante del numero degli Uguali.
L'esistenza di un regime così rigidamente egalitario è apparsa però difficil­
mente compatibile con le gravi sperequazioni di proprietà denunciate da
Aristotele. Di recente è stato sostenuto che l'idea di una originaria inalienabilità
della terra sarebbe nata in realtà nel III secolo, all'epoca dei re «riformatori»
Agide IV e Cleomene III; sarebbe stata proprio la possibilità di dividere la
terra fra gli eredi a determinare un'eccessiva parcellizzazione della proprietà,
la decadenza di molti Spartiati fra gli hypomeiones per l'impossibilità di dare
la quota per i syssitia e, infine, la stessa concentrazione della proprietà nelle
mani di alcuni. Il problema resta aperto, ma sembra certo che almeno una
quota di terra, la cosiddetta archaia moira, non potesse essere alienata da parte
del cittadino assegnatario.
Una parte consistente della popolazione residente in Laconia era costituita
dai perieci, uomini liberi, ma privi di diritti politici, che vivevano in comunità
parzialmente autonome dal punto di vista amministrativo, che Tucidide (V,
54, 1 ) definisce poleis. I perieci discendevano da quanti abitavano la Laco­
nia prima dell'arrivo dei Dori; erano contadini (la rhetra avrebbe previsto
per loro 30.000 kleroi), ma anche artigiani e commercianti; poiché queste
attività erano proibite agli Spartiati (era addirittura vietata la circolazione
di moneta d'oro e d'argento, ed era in uso solo una moneta non coniata in
ferro, per uso locale), la loro importanza economica era notevole. Signifi­
cativo era anche il loro contributo militare, fornito servendo nell'esercito
come opliti, in un contingente originariamente separato. I perieci non
erano ammessi ali'agoghé e ai sissizi ed erano, di fatto, cittadini di seconda
classe a Sparta, esclusi dal novero degli Uguali: Isocrate (Panatenaico, 178) li
considera, forse non a torto, il demos di Sparta, solo parzialmente integrato
nel kosmos spartano.
Gli iloti, che coltivavano le terre degli Spartiati consegnando loro parte del
raccolto, erano di status non libero, discendenti da popolazioni locali assog­
gettate (come i Messeni) o cadute in schiavitù per diversi motivi (come gli
iloti della Laconia); persone in stato di dipendenza di questo tipo esistevano
anche altrove nel Peloponneso (ad Argo, Sicione, Epidauro). Secondo Ero­
doto (IX, 10; 28; 29) il loro rapporto con i cittadini era di sette a uno, il che
fa ben comprendere quale costante minaccia rappresentassero per Sparta;
gli efori, entrando in carica, dichiaravano loro guerra. Gli iloti potevano
84 CAPITOLO 2

essere liberati, spesso per esigenze militari, e diventavano neodamodeis; dalle


relazioni fra Spartiati e donne di condizione ilotica (o viceversa) nascevano
i mothakes, che non godevano dei diritti di cittadinanza, ma erano liberi ed
erano ammessi all'agoghé.
La formazione del L'agoghé costituiva l'aspetto forse più particolare dell'ordinamento spartano:
cittadino si trattava di un sistema educativo rigidamente controllato dallo stato e orien­
tato, per i maschi, alla formazione di guerrieri dotati della virtù dell'andreia
(coraggio virile), per le femmine, alla generazione di cittadini sani e forti. I
bambini erano affidati alla famiglia fino a sette anni; poi vivevano in comune,
divisi in classi di età (aghelai), sotto la guida del paidonomos. La formazione
che ricevevano era soprattutto di carattere fisico (ginnastica, caccia, uso delle
armi); dal punto di vista culturale, venivano coltivati solo la musica e il canto
corale. Una tappa della formazione era la krypteia, un «rito di passaggio»
riservato a un gruppo selezionato di giovani spartiati, che dovevano allonta­
narsi dalla città per un anno, nascondendosi di giorno e dando la caccia agli
iloti di notte. Il giovane veniva così educato al coraggio, alla sobrietà, alla vita
comunitaria, al mestiere di soldato: la prevalenza assoluta dei valori collettivi
su quelli individuali che caratterizzava il sistema di vita spartano è ben espressa
da Plutarco in un passo della Vita di Licurgo (24, 1 ) :

A nessuno era consentito di vivere come voleva, ma in città si viveva come in


un accampamento. Tutti seguivano un sistema di vita soggetto a precisi limiti
e si impegnavano nelle questioni di interesse comune, e insomma ritenevano
di appartenere non a se stessi, ma alla patria.

Il risultato di questo sistema sociale fu una comunità di cittadini uniti da


un forte sentimento di reciproca uguaglianza e da una profonda solidarietà,
ma in cui l'individuo era completamente assorbito dalla collettività e chi si
proponeva di emergere era visto come un pericolo; una comunità tendenzial­
mente chiusa, perché timorosa degli effetti che influenze esterne potevano
produrre sui suoi cittadini, e immobilistica, perché la sua sopravvivenza era
legata a un equilibrio sociale estremamente precario. La militarizzazione
della società, necessaria per mantenere in stato di inferiorità una grande
maggioranza di uomini sottomessi, costrinse Sparta a chiudersi a ogni in­
fluenza esterna. I contatti con l'esterno erano temuti al punto che venivano
praticate periodiche espulsioni degli stranieri (xenelasiai); si temeva inoltre
che gli Spartani, uscendo dalla patria, «diventassero peggiori» venendo in
contatto con costumi diversi (Tucidide I, 95, 7). Sparta, di conseguenza,
divenne molto prudente nel prendere iniziative che la portassero a impe­
gnarsi lontano dal Peloponneso, con conseguenze negative sulla sua politica
panellenica e sul suo ruolo egemonico: tracce di questa prudenza sono pre­
senti già sotto il regno di un re intraprendente come Cleomene I, che rifiutò
spesso di intervenire in settori geopolitici remoti come l'Asia Minore, mentre
fu ricco di iniziative, oltre che nel Peloponneso, in Beozia, in Attica, nelle
Cicladi. Tuttavia, la peculiarità del sistema spartano suscitò grande interesse
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e ammirazione nei Greci; i teorici guardarono alla sua costituzione come a


un esempio ideale di costituzione mista, che riuniva in sé gli aspetti migliori
dei regimi canonici (monarchia, aristocrazia, democrazia) garantendo così
stabilità; Tucidide (I, 18, 1 ) sottolineava il rapporto tra eunomia spartana e
immunità dalle guerre civili e dalla tirannide; la realizzazione di un'assoluta
uguaglianza fra i cittadini di pieno diritto indusse persino alcuni pensatori,
come per esempio Isocrate (Areopagitico, 6 1 ) , a giudicare gli Spartani come
i più democratici fra i Greci.

4.2. La Lega del Peloponneso

«Lega del Peloponneso» è un'espressione moderna: gli antichi definivano


l'alleanza militare guidata da Sparta con l'espressione «gli Spartani e i loro
alleati». La lega trova la sua origine nella volontà di Sparta di assicurarsi il
controllo del Peloponneso attraverso un sistema di alleanze che le permettesse,
da un lato, di mantenere il controllo della Messenia, dall'altro di evitare la
coalizione, a suo danno, degli stati più importanti della regione, a cominciare
da Argo che aveva alle sue spalle una lunga tradizione egemonica.
Dopo la conquista della Messenia, portata a termine nel VII secolo con la Formazione e
seconda guerra messenica, Sparta mosse contro gli Arcadi, popolazione comp osizione
della Lega del
che si riteneva autoctona e aveva antiche tradizioni federali; l'obiettivo era,
Peloponneso
secondo Erodoto (I, 66), di assoggettare l'intera regione. Nella prima metà
del VI secolo, gli Arcadi di Tegea, forse con l'aiuto degli Argivi, sconfissero
gravemente gli Spartani: i ceppi serviti per incatenare i prigionieri spartani
si vedevano ancora, ai tempi di Erodoto, appesi intorno al tempio tegeate di
Atena Alea. Ma in seguito Sparta prevalse e le città principali dell'Arcadia,
Orcomeno, Mantinea e Tegea, dovettero allearsi con gli Spartani. Nel corso
del VI secolo aderirono all'alleanza anche gli Elei, abitanti di una regione,
l'Elide, assai fertile e ricca di porti, affacciata sulle coste occidentali del Pe­
loponneso; nel loro territorio si trovava il santuario di Olimpia, sul quale gli
Elei esercitavano il controllo (prostasia) dopo averlo strappato, con l'aiuto
degli Spartani, agli abitanti di Pisa. L'alleanza con Arcadi ed Elei fece ottenere
a Sparta la garanzia che il suo controllo della Messenia non sarebbe stato
insidiato. L'adesione delle città dell'Argolide (Trezene, Ermione, Epidauro e
Fliunte, che intendevano sganciarsi dall'influenza di Argo), dell'isola di Egina
e delle città istmiche, Corinto, Sidone e Megara, permise poi a Sparta di
accerchiare e di neutralizzare Argo; Corinto, inoltre, costituì un'acquisizione
molto importante, perché poteva fornire alla lega la flotta necessaria per una
politica egemonica non esclusivamente continentale.
La tradizione attribuisce all'eforo Chilone l'iniziativa di coordinare queste
alleanze in una lega unitaria. Essa doveva esistere già nel 525, quando Sparta e
Corinto mossero contro Policrate di Samo; il primo a ricordarla è Erodoto (V,
76), quando, a proposito della spedizione di Cleomene I a favore di Isagora nel
86 CAPITOLO 2

506, afferma che Cleomene invase lAttica «conducendo i Peloponnesiaci»; e


ancora Erodoto (V, 9 1-92) ricorda il dibattito che si svolse nell'assemblea degli
alleati (symmachoi) di Sparta in occasione della nuova spedizione di Cleomene
in favore di Ippia nel 500. La Lega del Peloponneso era un'alleanza militare di
carattere originariamente difensivo, costituita sulla base di alleanze bilaterali
di carattere paritario; i membri della lega erano autonomi, ma accettavano
il comando in guerra di Sparta, che a sua volta si impegnava a soccorrerli in
caso di aggressione; obiettivo della lega era la difesa della libertà degli stati
peloponnesiaci da ogni minaccia esterna. Ognuno dei membri disponeva di un
voto nell'assemblea degli alleati, il sinedrio, convocato dagli Spartani in caso di
bisogno per richiederne il parere; la procedura prevedeva che I' apella spartana,
sentiti gli alleati, decidesse autonomamente; la sua deliberazione veniva poi
sottoposta al sinedrio della lega, che poteva approvarla o respingerla. Come
ricorda Tucidide (I, 1 9), Sparta non esigeva tributi dai suoi alleati, in nome
del principio dell'autonomia; una volta decisa una spedizione militare, Sparta
assumeva il comando e inviava agli alleati messi che comunicavano l'entità
del contingente militare richiesto e i termini per la presentazione; ogni città
manteneva le proprie truppe e Sparta si limitava ad accettare, talora, contributi
volontari. Tuttavia, Sparta badava anche a che la maggioranza dei membri
della lega si reggesse con un regime oligarchico a lei favorevole; in questo
modo, Sparta poteva assicurarsi la maggioranza nel sinedrio, neutralizzando,
attraverso i membri più deboli, alleati più autorevoli come i Corinzi. La Lega
del Peloponneso disponeva, a cavallo tra VI e V secolo, del maggior esercito
terrestre della Grecia: su questa base veniva riconosciuto a Sparta il ruolo di
prostates, di prima città della Grecia.
Argo Dalla Lega del Peloponneso restarono esclusi gli Achei, abitanti di uno stato
federale affacciato sul golfo di Corinto, il cui centro era il santuario di Zeus
Homarios ad Elice e che aveva largamente contribuito alla colonizzazione, e
naturalmente Argo.
Argo era stata la più importante città del Peloponneso, e anzi dell'intera Gre­
cia secondo Erodoto (I, 1 ) ; sempre Erodoto (I, 82) ricorda un tempo in cui
«tutta la regione a ovest di Argo, fino al capo Malea, apparteneva agli Argivi,
sia la terraferma sia Citera e le altre isole». Sotto il re Fidone, che Erodoto
colloca verso la fine del VII secolo (ma la cronologia è molto discussa), Argo
era giunta a controllare gran parte del Peloponneso, compresi il santuario
di Olimpia e i Giochi panellenici; a lui furono attribuite l'adozione della
falange oplitica, la prima coniazione di monete ad Egina e una riforma dei
pesi e delle misure. All'anno 669/8 veniva datata la battaglia di Isie, in cui gli
Argivi avevano inflitto agli Spartani una pesante sconfitta. Successivamente,
Argo perse importanza rispetto alla vicina Corinto e soprattutto rispetto a
Sparta: intorno alla metà del VI secolo, Sparta strappò ad Argo, in seguito
alla vittoria nella cosiddetta «battaglia dei campioni», che vide 3 00 Spartani
combattere contro 3 00 Argivi, la Cinuria, zona litoranea del Peloponneso
orientale sul confine tra Argolide e Laconia, che fu poi costantemente contesa
fra le due città. Nel 494, il re Cleomene I inflisse agli Argivi una durissima
LA GRECIA TARDO-ARCAICA 87

sconfitta a Sepia, presso Tirinto, ma rinunciò ad attaccare la città, acconten­


tandosi di azzerarne il potenziale militare: il grosso dell'esercito argivo, infatti,
perì nell'incendio del bosco sacro all'eroe Argo, e le perdite ammontarono
a ben 6.000 uomini. In seguito a questo disastro, gli Argivi furono costretti
a ovviare alla crisi demografica integrando nella comunità uomini di status
inferiore, che le fonti presentano ora come schiavi, ora come perieci liberi.
Comunque si voglia giudicare la questione, è certo che da tale provvedimento
prese le mosse un processo di democratizzazione che portò Argo a diventare
il punto di riferimento delle forze antispartane nel Peloponneso. L'accordo
fra la democratica Argo e gli stati del Peloponneso centro-settentrionale che
conobbero a loro volta un'evoluzione democratica, l'Elide e l'Arcadia, fu
per Sparta una minaccia costante, che, insieme ai difficili equilibri interni,
condizionò fortemente la sua capacità di svolgere una politica a vasto raggio,
che la costringesse a impegnarsi lontano dal Peloponneso.

5. I GRECI D'OCCIDENTE

Il movimento coloniale aveva portato i Greci in tutto il Mediterraneo occiden­


tale: l'Italia ionica e tirrenica, la Sicilia, l'Africa settentrionale, le coste della
Gallia e dell'Iberia. Sullo scorcio del VI secolo, l'Occidente attirava ancora
i Greci. Fu a quest'epoca che lo spartano Dorieo, fratello di Cleomene I, L'impresa di Do­
ritenendosi a torto privato del regno, tentò un'impresa coloniale verso l'A­ rieo
frica e la Sicilia. Dorieo sbarcò intorno al 5 14 in Libia, dove operò contro i
Battiadi, signori filopersiani di Cirene; respinto dai Cartaginesi, cercò, nel 5 1 O,
di stanziarsi a Eraclea, ai piedi del monte Erice, nella Sicilia occidentale. La
colonia minacciava però gli interessi commerciali dei Cartaginesi nella zona:
un'alleanza tra i Punici e gli Elimi, indigeni fortemente ellenizzati i cui centri
principali erano Segesta, Erice ed Entella e che mantenevano buoni rapporti
con i Cartaginesi, pose fine all'impresa.
La tirannide siceliota, delle cui prime manifestazioni abbiamo già parlato nel Le prime tirannidi
capitolo precedente, ebbe una svolta con l'ascesa al potere di Ippocrate di in Sicilia: Clean­
Gela. Fu suo precursore il fratello Cleandro, figlio di Pantare, che divenne dro e Ippocrate
di Gela
tiranno di Gela alla fine del VI secolo (505/4-498/7), forse in seguito a con­
flitti tra le diverse componenti etniche della colonia e quindi ancora con le
caratteristiche del tiranno mediatore e pacificatore; Aristotele (Politica, V,
1316 a) lo inserisce tra gli esempi di tiranni di estrazione aristocratica. Quando
Cleandro venne ucciso in una congiura, il potere venne ereditato dal fratello
Ippocrate (498/7-491/0).
Ippocrate mostrò subito un'inedita volontà di espansione a danno delle altre
città siceliote, soprattutto calcidesi: attaccò e conquistò Callipoli, Nasso,
Zancle, Leontini, mentre Siracusa, pure sconfitta, evitò la servitù conse­
gnando al tiranno la città di Camarina. Ippocrate creò così una vasta zona
di influenza nella Sicilia orientale, un vero stato territoriale comprendente
Greci (Dori e Calcidesi) e Siculi; nelle città conquistate insediò tiranni

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6. Italia meridionale Colonie greche


e Sicilia.

• Colonie fenicie

Fonte: Orrieux e Schmitt Altre città
Pantel, Storia greca,
O

cit.,p. 89.
LA GRECIA TARDO-ARCAICA 89

vicari, secondo un sistema che è stato fatto risalire al modello persiano;


rifondò Camarina e vi insediò i propri mercenari, inaugurando una prassi
che diverrà in seguito comune. Con le ricchezze sottratte alle città Ippocrate
avviò la coniazione della moneta geloa; con essa poté pagare i mercenari e
iniziare una politica di opere pubbliche e di ristrutturazione dell'edilizia
monumentale cittadina, a partire dal santuario di Atena Lindia sull'acropoli.
Morì combattendo ad Ibla contro i Siculi, che resistevano a ogni tentativo
di integrazione nell'impero ippocrateo. I figli Euclide e Cleandro incon­
trarono l'opposizione degli aristocratici: Gelone, figlio di Dinomene, che
aveva rivestito sotto Ippocrate la carica di ipparco e che si era distinto nelle
guerre del tiranno, se ne assunse la difesa, con l'appoggio dei mercenari e
del popolo, e instaurò un potere personale, dando origine alla dinastia dei
Dinomenidi. Sotto questa dinastia, che restò al potere fino al 465, alcune
linee -di tendenza della tirannide siceliota già manifestatesi con Ippocrate
(l'impostazione autocratica, l'aggressività imperialistica, lampio uso di
mercenari, l'inserimento nei conflitti etnici fra Greci di stirpe diversa e fra
Greci e indigeni, la disponibilità a superare la polis dando vita a entità statali
complesse) troveranno più chiara espressione.
In Italia meridionale, le colonie achee ebbero una forte unità culturale ed eco­ L'Italia meridio­
nomica, che trovò espressione nell'omogeneità della monetazione; il concetto nale: le colonie
achee, Taranto,
di Magna Grecia (Megale Hellas), che nella sua complessità include elementi
Locri Epizefiri
diversi, culturali, economici e politici, sembra far riferimento proprio all'area
di influenza achea.
La colonia achea più antica, Sibari (720), aveva un territorio molto fertile; la
città aveva un governo oligarchico ed era celebre per il lusso in cui vivevano
i suoi abitanti; fu madrepatria di Metaponto e di Posidonia e il suo impero
arrivò a estendersi su �en 25 città. Nella seconda metà del VII secolo, alleata
con Crotone e Metaponto, si scontrò con Siri, insediamento commerciale
fondato da coloni di Colofone sulla collina di Policoro, e la distrusse. Cro­
tone, anch'essa oligarchica, madrepatria di Caulonia, si scontrò dapprima
con Locri Epizefiri, da cui fu però sconfitta intorno alla metà del VI secolo
nella battaglia del fiume Sagra. Quando, intorno al 530, giunse a Crotone, da
Samo, Pitagora, la comunità fu riorganizzata in base a principi etico-politici
che si rifacevano al modello spartano; richiesta del proprio aiuto da 500
esuli sibariti, scacciati dal tiranno Telys, Crotone intervenne, assediò Sibari e
la distrusse nel 5 1 1/0. In seguito ai contrasti sorti per la distribuzione delle
terre conquistate, Pitagora, che ne proponeva una gestione comunitaria, fu
sospettato di volersi fare tiranno e dovette fuggire a Metaponto.
Taranto divenne, dopo la distruzione di Sibari, la più importante colonia
greca dell'Italia meridionale, ma risentì da una parte della pressione degli
indigeni (Messapi, Peucezi e soprattutto Iapigi), dall'altra della presenza
di Metaponto, che ne bloccò l'estensione verso la Siritide. Locri Epizefiri,
governata dall'oligarchia delle «Cento case», dovette scontrarsi con Crotone,
di cui si attirò l'odio appoggiando Siri, e con Reggio; fondò le subcolonie di
Ipponio, Medma e Metauro.
90 (APITOL0_2�-----�----�-

I Focei in Occi­ La colonizzazione focea interessò, oltre alle coste della Gallia (Massalia) e
dente dell'Iberia (Emporion/Ampurias), anche l'Italia. Dopo il 546, una nuova on­
data di coloni giunse dall'Asia Minore fuggendo dai Persiani, verso Massalia
e Alalia, sulla costa orientale della Corsica. Lo sviluppo della pirateria focea
provocò un'alleanza fra Cartaginesi ed Etruschi, interessati a proteggere le
rotte tirreniche; lo scontro con i Focei avvenne ad Alalia, nel 540. I Focei,
benché vincitori, persero gran parte della flotta e dovettero sgombrare Alalia
per rifugiarsi a Reggio e poi sulla costa tirrenica a sud di Posidonia, dove
fondarono, intorno al 535, Elea (Velia). La colonia ebbe una costituzione
oligarchica, mantenne un'intesa con lachea Posidonia e divenne sede della
scuola filosofica eleatica, i cui esponenti principali furono Parmenide, Zenone
e Melissa. Gli Etruschi attaccarono la colonia greca di Cuma nel 524, ma fu­
rono sconfitti e nella città si insediò il tiranno Aristodemo; nel 505 egli inflisse
agli Etruschi una nuova sconfitta ad Arieia, ma dopo la sua caduta la minaccia
etrusca tornò a farsi pesante per i Greci. L'alleanza etrusco-cartaginese contro
i Greci troverà un nuovo avversario nella Siracusa dei Dinomenidi.

P E R S A P E R N E D I P I Ù

1. I Greci d'Asia e delle isole


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92 CAPITOLO 2

• Sinecismo: M. Moggi, I sinecismi interstatali greci, I, Pisa, 1976; U. Fantasia (a


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• Autoctonia: C. Bearzot, Rivendicazione di identità e rifiuto dell'integrazione
nella Grecia antica (Ateniesi, Arcadi, Plateesi, Messeni), in Identità e integrazione.
Passato e presente delle minoranze nell'Europa mediterranea, Atti del Seminario,
Milano, 29 aprile 2004, Milano, 2007, pp. 15-37; Ead., Autoctonia, rifiuto della
mescolanza, civilizzazione: da Isocrate a Megastene, in Incontri tra culture nell'O­
riente ellenistico e romano, Atti del Convegno, Ravenna, 1 1- 12 marzo 2005,
Milano, 2007, pp. 7-28.
• Diritto greco e attico: oltre ai manuali di Harrison e Biscardi citati fra le letture
consigliate (infra), S. Humphreys, Leggi, tribunali, processi, in Settis (a cura di),
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• Solone: L. Piccirilli (a cura di), in Plutarco, La Vita di Solone, Milano, 1977;
K. Raaflaub, Solone, la nuova Atene e l'emergere della politica, in Settis (a cura
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politici: Licurgo e Solone, ibidem, pp. 1325- 1335. Inoltre, Chr. Meier, La nascita
della categoria del politico in Grecia (1980), Bologna, 1988.
• Pisistrato: C. Arnpolo, Politica istituzionale e politica edilizia di Pisistrato, in «La
parola del passato», 28 (1973 ) , pp. 27 1 -274; S. Angiolillo, Arte e cultura nell'A­
tene di Pisistrato e dei Pisistratidi, Bari, 1997; P.A. Tuci, Pisistrato in Diodoro, in
Epitomati ed epitomatori: il crocevia di Diodoro Siculo, Atti del Convegno, Pavia,
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• Pisistratidi, Alcmeonidi e Delfi: A. Giuliani, Erodoto, gli Alcmeonidi e la
corruzione della Pizia, in «Rendiconti dell'Istituto Lombardo», 132 (1998), pp.
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Carmo e il destino dei Pisistratide ad Atene, Alessandria, 2004. Cilone: A. Giuliani,
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nel mondo antico, Milano, 2000, pp. 3-20.
• Clistene: P.B. Manville, Il cittadino e la polis. Le origini della cittadinanza
nell'Atene antica (1990), Genova, 1999; N. Loraux, Clistene e i nuovi caratteri
della lotta politica, in Settis (a cura di), I Greci. Storia cultura arte società, 2.1, cit.,
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in Storia d'Europa e del Mediterraneo. Il mondo antico, II. La Grecia, III. Grecia e
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Camassa, Atene. La costruzione della democrazia, Roma, 2007.
LA GRECIA TARDO-ARCAICA 93

4. Sparta e il Peloponneso
J.B. Sahnon, Sparta, Argo e il Peloponneso, in Settis (a cura di), I Greci. Storia
cultura arte società, 2.1, cit., pp. 847-867 ;J.K. Davies, Sparta e l'area peloponnesiaca,
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Baltrusch, Sparta (1998), Bologna, 2002; Edm. Lévy, Sparta (2003), Lecce, 2006;
M. Lupi, Le origini di Sparta e il Peloponneso arcaico, in Storia d'Europa e delMe­
diterraneo. Il mondo antico, II. La Grecia, III. Grecia e Mediterraneo dall'VIII sec.
a.C. all'età delle guerre persiane, cit., pp. 363-393. Inoltre, D. Musti e M. Torelli
(a cura di), in Pausania, Guida della Grecia, Libro III. La Laconia, Milano, 1991;
M. Nafissi, La nascita del kosmos. Studi sulla storia e la società di Sparta, Napoli,
1991; M. Lupi, L'ordine delle generazioni. Classi di età e costumi matrimoniali
nell'antica Sparta, Bari, 2000.
• Costituzione degli Spartani di Senofonte: E. Luppino, Un progetto di riforma
per Sparta. La «Politeia» di Senofonte, Milano, 1988.
• Licurgo: L. Piccirilli (a cura di), in Plutarco, Le Vite di Licurgo e di Numa,
Milano, 1980.
• Cleomene I: U. Bultrighini, Cleomene, Erodoto e gli altri, in Storiografia e
regalità nel mondo greco, cit., pp. 51-1 19; P. Carlier, Cleomene I, re di Sparta, in
Contro le «leggi immutabili». Gli Spartani fra tradizione e innovazione, Milano,
2004, pp. 33-52.
• Argo: U. Bultrighini, Pausania e le tradizioni democratiche. Argo ed Elide, Pa­
dova, 1990; C. Bearzot, I douloilperioikoi diArgo: per una riconsiderazione della
tradizione letteraria, in «Incidenza dell'Antico», 3 (2005), pp. 61-82; C. Bearzot
e F. Landucci (a cura di), Argo. Una democrazia diversa, Milano, 2006.
• Su altri stati dell'Istmo e del Peloponneso si rimanda all'edizione di Pausania,
Guida della Grecia: per Megara, L. Beschi e D. Musti (a cura di), Libro I. L'Attica,
Milano, 1982; per Corinto e Sicione, D. Musti e M. Torelli (a cura di), Libro II. La
Corinzia e l'Argolide, Milano, 1986; per la Messenia, D. Musti (a cura di), Libro IV
La Messenia, Milano, 1991; per l'Elide, G. Maddoli e V. Saladino (a cura di), Libro
V I:Elide e Olimpia, Milano, 1995; G. Maddoli, M. Nafissi e V. Saladino (a cura di),
Libro VI. I:Elide e Olimpia, Milano, 1999; M. Moggi e M. Osanna (a cura di), Libro
VII. I:Acaia, Milano, 2000; Iid. (a cura di), Libro VIII. I:Arcadia, Milano, 2003 .

5. I Greci d'Occidente

• Fonti: R. Vattuone (a cura di), Storici greci d'Occidente, Bologna, 2002.


• Sicilia e Magna Grecia: E. Gabba e G. Vallet (a cura di), La Sicilia antica, I-II,
Napoli, 1980; G. Pugliese Carratelli (a cura di), Mega/e Hellas. Storia e civiltà della
Magna Grecia, Milano, 1983; Id. (a cura di), Sikanie. Storia e civiltà della Sicilia
greca, Milano, 1985; M. Gras, L'Occidente e i suoi conflitti, in Settis (a cura di), I
Greci. Storia cultura arte società, 2.II, cit., pp. 61-85; L. Braccesi e G. Millino, La
Sicilia greca, Roma, 2000; D. Musti, Magna Grecia. Il quadro storico, Roma-Bari,
2005; M. Bugno, Sicilia e Magna Grecia, in Storia d'Europa e del Mediterraneo. Il
94 CAPITOLO 2

mondo antico, II. La Grecia, III. Grecia e Mediterraneo dall'VIII sec. a.C. all'età
delle guerre persiane, cit., pp. 493-532; L. Braccesi e F. Raviola, La Magna Grecia,
Bologna, 2008; M. Dreher, La Sicilia antica, Bologna, 2010. Fondamentale la
serie dei «Convegni di studio sulla Magna Grecia» (CSMG) di Taranto, 1961 ss.
• Concetto di Magna Grecia: G. Maddoli, Magna Grecia: storia di un nome, in
Magna Grecia. Il Mediterraneo, le metropoleis e lafondazione delle colonie, Milano,
1985, pp. 35-46; D. Musti, Città di Magna Grecia, II: l'idea di Mega/e Hellas, in
«Rivista di filologia e istruzione classica», 1 14 (1986), pp. 286-3 19.
• Cartaginesi: W. Huss, Cartagine ( 19945), Bologna, 1999; G. Garbati, L'impero
di Cartagine. Formazione e dinamiche, in Storia d'Europa e del Mediterraneo. Il
mondo antico, II. La Grecia, III. Grecia e Mediterraneo dal!' VIII sec. a. C. alt'età
delle guerre persiane, cit., pp. 465-491.
• Indigeni: G. Pugliese Carratelli (a cura di), Italia omnium terrarum parens. La
civiltà degli Enotri, Choni, Ausoni, Sanniti; Lucani, Brettiz; Sicani, Siculz; Elimi,
Milano, 19912•
• Impresa di Dorieo: L. Braccesi, I.:enigma Dorieo, Roma, 1999.
• Singole città: D. Musti, Città e santuario a Locri Epizefiri, in «La parola del
passato», 29 (1974), pp. 5-2 1 ; Id., Sviluppo e crisi di un'oligarchia greca: Locri tra
il VII e il IV secolo, in «Studi storici», 19 ( 1977), pp. 59-85; Id., Città di Magna
Grecia, I: Metaponto. Note sulla tradizione storica, in «Rivista di filologia e istru­
zione classica», 1 1 1 (1983), pp. 267-291 ; A. Mele, Aristodemo, Cuma e il Lazio,
in «Quaderni del centro di studio per l'archeologia etrusco-italica», 15 (1987),
pp. 155- 177; M. Giangiulio, Ricerche su Crotone arcaica, Pisa, 1989; L. Moscati,
Siris. Tradizione storiografica e momenti della storia di una città della Magna
Grecia, Bruxelles, 1989; F. Cordano, Camarina. Politica e istituzioni di una città
greca, Roma, 201 1. Fondamentale G. Nenci e G. Vallet (a cura di), Bibliografia
topografica della colonizzazione greca, 2 1 voll., Pisa-Roma, 1977-2012.

P E R C O R S O D I A U T O V E R I F I C A

• La Tessaglia in epoca tardo-arcaica.


• Riforme ad Atene da Dracone a Clistene.
• Democrazia formale e democrazia reale nell'Atene tardo-arcaica.
• Politica, economia e società nel kosmos spartano.
• La tirannide di Ippocrate di Gela.
Il q u into secolo

In questo capitolo:
• Le guerre persiane: uno scontro di civiltà
• Atene e Sparta: il modello della doppia egemonia
• D emocrazia e imperialismo
• La guerra del Peloponneso: due blocchi a confronto

1 . LE GUERRE PERSIANE: UNO SCONTRO DI CMLTÀ

Nel proemio delle Storie, scritte nell'età di Pericle (terzo quarto del V se­ Le guerre per­
colo), Erodoto di Alicarnasso afferma di aver redatto la sua opera «affinché siane nella rifles­
le azioni degli uomini non si dissolvano con il tempo, e le imprese grandi e sione contempo-
ranea
meravigliose, compiute dai Greci e dai barbari, non restino senza fama, e in
particolare il motivo per cui combatterono fra loro». Lo storico si propone
qui di giustificare la scelta dell'argomento: egli scrive per conservare la me­
moria dei fatti «grandi>>, cioè degni di storia, e fra questi il più significativo gli
appare lo scontro fra Greci e Persiani svoltosi nel primo quarto del V secolo.
ll conflitto fu sentito in effetti dai contemporanei (Simonide, Eschilo) come
un vero e proprio «scontro di civiltà>>, durante il quale la Grecità aveva ri­
schiato la dissoluzione delle caratteristiche peculiari del proprio stile di vita,
identificate con l'esperienza della libertà politica: solo la disperata volontà
di resistenza di una parte dei Greci e l'insperata vittoria che ne era seguita
avevano allontanato il temibile «giorno della schiavitù» (doulion hemar), il cui
spettro è insistentemente agitato nelle celebrazioni poetiche contemporanee,
e consentito ai Greci di continuare a non essere «servi né sudditi di nessun
mortale» (Eschilo, Persiani, vv. 241 -242). Era stato l'amore per la libertà, la
virtù (areté) che rifiuta l'asservimento (desposyne), a rendere i Greci capaci di
affrontare con successo imprese apparentemente senza speranza: al re Serse
che gli chiede come possano i Greci pensare di resistere alla sua poderosa
96 CAPITOLO 3

armata, l'ex re spartano Demarato risponde, suscitando la sorpresa e l'ilarità


del sovrano, che i Greci, e in particolare gli Spartani, non potrebbero accettare
alcuna proposta che portasse schiavitù (doulosyne) alla Grecia e, se neces­
sario, affronterebbero la battaglia anche da soli, in mille contro un esercito
enormemente superiore, in nome della libertà e dell'unico padrone che essi
riconoscono, la legge (Erodoto VII, 101- 105). La stessa coscienza di una unità
dei Greci, a livello etnico-culturale se non politico, sembra maturare a quest' e­
poca: Erodoto (VIII, 144) fa affermare agli Ateniesi, sollecitati nell'inverno
480/79 a passare dalla parte dei Persiani, che non c'è ricchezza che potrebbe
indurli a «medizzare» (medizein è il verbo greco che indica il parteggiare per i
Persiani) e a rendere schiava la Grecia: lo impedirebbero gli elementi comuni
dell'Hellenik6n, «la comunanza di sangue e di lingua, i santuari comuni degli
dèi, i riti sacri e gli analoghi costumi», che mai gli Ateniesi potrebbero tradire.
Il passo di Erodoto rivela una forte consapevolezza identitaria: l'uomo greco,
oltre che come cittadino dellapolis, vi appare come membro di una più ampia
comunità, omogenea sul piano etnico, linguistico e culturale, in cui i contrasti
interni lasciano, per una volta, spazio alla contrapposizione con un mondo
«altro», caratterizzato da un'opposta visione dell'uomo e dello stato. Europa
e Asia, Greci e barbari, libertà e servitù si affrontano, come due universi cul­
turali inconciliabili, nella poesia e nella tragedia contemporanee alle guerre
persiane, e, più tardi, nelle Storie di Erodoto e nell'oratoria attica.
I Persiani in Asia La formazione dell'impero persiano si colloca nella seconda metà del VI
Minore secolo. Nel 550/49 Ciro il Grande (557-530), re dei Persiani, sconfisse il re
dei Medi Astiage e conquistò la capitale del suo regno, Ecbatana; nel 546
annesse il regno di Creso, re di Lidia, dopo averne conquistato la capitale
Sardi; nel 539 entrò a Babilonia. Suo figlio Cambise (530-522) portò a ter­
mine la conquista dell'Egitto; la sua morte, tuttavia, fu seguita da tentativi di
usurpazione e da rivolte.
Dario I L'assestamento definitivo dell'impero si ebbe con il re Dario I (522-486): sotto
il suo regno il territorio raggiunse l'estensione di 3 .000.000 di km2, dall'Asia
Minore al Caucaso, dall'India all'Egitto, e Greci come Scilace di Carianda e
Democede di Crotone ricevettero l'incarico di esplorarne i confini orientali
(le coste iraniche e arabe) e occidentali (le coste europee fino all'Italia meri­
dionale). La struttura era quella di un grande impero sovranazionale, molto
decentralizzato, in cui il sovrano (il «Gran Re») delegava la propria autorità
a governanti locali, i satrapi, incaricati dell'amministrazione, dell'esazione
fiscale e del mantenimento del rapporto col potere centrale. La tradizione
attribuisce proprio a Dario la divisione dell'impero in 20 satrapie, ognuna
delle quali assicurava un certo gettito fiscale (complessivamente di quasi
15.000 talenti d'argento), rifornimenti e contingenti militari per l'esercito e
la flotta (Erodoto III, 90-97).
Oltre a provvedere all'organizzazione dell'impero, Dario assunse una serie
di iniziative militari, tra cui la grande spedizione del 5 13/2 contro gli Sciti,
che sui confini settentrionali dell'impero persiano creavano una situazione di
insicurezza con le loro razzie. Dario attraversò l'Istro (il Danubio) su un ponte
------- IL QUINTO SECOLO 97

TAB. 3.1. I re di Persia da Ciro a Dario lii

Ciro il Grande 557-530


Cambise 530-522
Dario I 522-486
Serse 486-465/4
Artaserse I 465/4-424
Serse Il 424
Dario li 424-405/4
Artaserse Il 405/4-359
Artaserse lii 359-338
Arsete 338-336
Dario lii 336-330

di barche e giunse fino all'attuale Ucraina, ma fu costretto a ritirarsi perché gli


Sciti rifiutavano di accettare la battaglia; fondamentale, nel corso della spedi­
zione, fu I'appoggio dei tiranni greci della Ionia, fra i quali I' ateniese Milziade,
tiranno del Chersoneso tracico, e Istieo, tiranno di Mileto. Quest'ultimo, a detta
di Erodoto (IV, 137), rifiutò, contro il parere di Milziade, la proposta degli
Sciti di tagliare il ponte sull'Istro per impedire la ritirata a Dario, sostenendo
che il potere dei tiranni ionici si basava sulla Persia e che le città, una volta
caduta la potenza persiana, avrebbero scelto piuttosto un governo democratico.
Nonostante lo scarso successo ottenuto contro gli Sciti, la spedizione non fu
affatto priva di risultati: nella Tracia, trasformata in satrapia, fu lasciato, con
un esercito, Megabazo; il suo successore, Otane, assicurò il controllo della via
degli Stretti conquistando Calcedone, Bisanzio, Lemno e Imbro.
Verso il 500 a.C., dunque, la Persia di Dario I controllava l'intero bacino
orientale del Mediterraneo; città e popoli che si trovavano nel suo territorio
godevano di una certa autonomia ed erano liberi di esprimere la propria
identità culturale; tuttavia, l'esazione fiscale sottraeva loro risorse, il controllo
territoriale inibiva le diverse forme di mobilità e di scambio che avevano
caratterizzato il mondo egeo, la tendenza all'espansionismo costituiva un
grave motivo di preoccupazione. La possibilità di una convivenza dei Greci
d'Asia Minore e delle isole prospicienti con la presenza persiana veniva così
a dipendere da equilibri assai delicati.

1.1. La rivolta ionica

I Greci d'Asia Minore avevano convissuto abbastanza felicemente con il regno


di Lidia; I' avvento dei Persiani nel 546 costituì una svolta negativa. Dopo
la caduta di Sardi, i Persiani imposero agli Ioni il versamento del tributo,
mantennero o favorirono ulteriormente governi tirannici, richiesero contin­
genti militari; con le riforme di Dario la pressione si accentuò e il crescente
malcontento trovò espressione nella rivolta ionica.
98 CAPITOLO 3

Cause della ri­ Sulle sue cause ci si è interrogati a partire dall'interpretazione di Erodoto, che,
volta ostile al promotore della rivolta, Aristagora di Mileto, e in genere agli Ioni, parla
di motivi di carattere occasionale, come le ambizioni personali dello stesso Ari­
stagora; Erodoto dipende in ciò dalla sua fonte, Ecateo di Mileto, che era stato
fra gli oppositori della ribellione. I moderni hanno cercato di individuare cause
più profonde, dal risveglio del sentimento nazionale greco alla preoccupazione
di Mileto per la crisi degli scambi commerciali con le sue colonie dell'area del
mar Nero, dall'intolleranza verso l'accresciuta pressione fiscale al risentimento
verso i tiranni filopersiani: in questo come in altri casi, un concorso di cause
spiega certamente meglio i diversi aspetti della vicenda.
Aristagora di Mi­ Essa prese le mosse dall'iniziativa di Aristagora, genero e successore di Istieo, che
leto era stato chiamato a Susa come consigliere di Dario; nel 500 egli propose al satrapo
di Sardi, Artaferne, una spedizione contro Nasso, per ricondurvi gli aristocratici
che ne erano stati espulsi dal popolo; suo intento sarebbe stato, secondo Erodoto,
di ottenere il controllo di Nasso. Ma l'impresa fallì e Aristagora, temendo le con­
seguenze, depose la tirannide, stabili lisonomia a Mileto e ne provocò la ribellione
contro la Persia; seguì una reazione a catena che detenninò labbattimento delle
tirannidi e l' awento di democrazie nel resto della Ionia.
Nel 499 Aristagora, consapevole della necessità di ricevere aiuti dalla madre­
patria, si recò a Sparta (Erodoto V, 49-5 1), allora riconosciuta come prima città
(prostates) della Grecia: egli recava con sé una tavola di bronzo «su cui erano
incisi i contorni di tutta la terra, il mare e i fiumi», una vera e propria carta
geografica elaborata dai geografi ionici, forse proprio da Ecateo di Mileto.
Aristagora fece appello alla vergogna e al dolore che avrebbe dovuto provocare
ai Greci il fatto che gli Ioni, gente dello stesso sangue, fossero schiavi e non
liberi; ma prospettò anche una facile vittoria contro i barbari, meno forti in
guerra, e l'acquisizione delle grandi ricchezze dell'Asia. Cleomene, saputo
che il viaggio dal mare della Ionia alla corte del Gran Re richiedeva tre mesi
di marcia, rifiutò l'intervento: come di consueto, Sparta arretrava di fronte
alla prospettiva di allontanarsi troppo, e troppo a lungo, dal Peloponneso.
Aristagora si recò allora ad Atene, «la più potente fra le altre città della Grecia»
(Erodoto V, 97) ; tenendo gli stessi discorsi e aggiungendo il richiamo all'ori­
gine attica dei Milesii, ottenne dall'assemblea l'invio di 20 navi; altre cinque le
ottenne da Eretria. Nel determinare l'intervento ateniese, la comune origine
ionica e l'odio contro i tiranni possono aver avuto un certo ruolo: Erodoto,
comunque, afferma che l'assemblea si lasciò ingannare da Aristagora, il quale
probabilmente trovò sostegno in alcune parti dell'aristocrazia ateniese, e che
la decisione di aderire alla sua richiesta fu causa di sventure (archè kakon)
per i Greci e per i barbari.
Le vicende della Nel 498 le città greche d'Asia, riunite in una lega con sede al Panionion, otten­
guerra nero alcuni successi, ai quali seguì l'adesione alla rivolta di Cipro, della Caria
���:��\;.:1�;'.�;c,<,·::"o'?';�'•c
e delle città dell'Ellesponto. La coalizione riuscì ad avanzare fino a Sardi e a
incendiarla. Atene ed Eretria, però, a questo punto richiamarono le navi. Con
il 497 ebbe inizio la riscossa persiana: Cipro, la Caria e l'Ellesponto furono
riconquistati e Aristagora fuggì in Tracia, dove morì in uno scontro con gli
Edoni. lstieo, inviato dal Gran Re da Susa in Ionia per sedare la rivolta, ne
prese la guida, spostandone il cuore verso nord, prima a Chio, poi a Lesbo
e infine a Taso.
Nel 494 i Persiani avevano ormai ripreso il controllo della situazione. Quando
la flotta fenicia attaccò Mileto, le città greche della costa meridionale (Rodi,
Cnido, Alicamasso) fecero pace con la Persia. A Lade, di fronte a Mileto, i
Greci furono sconfitti in una battaglia navale, a causa anche della defezione
dei Samii e di altri alleati; la tradizione ricorda invece la tenace resistenza dei
Chii. Mileto venne presa, il santuario di Apollo a Didima dato alle fiamme,
gli abitanti deportati sul golfo Persico. Ad Atene l'episodio destò grande
impressione; quando, nel 493 , il poeta Frinico mise in scena una sua tragedia
dal titolo La presa di Mileto, venne condannato a una pesante multa per aver
rievocato una così triste circostanza. Sempre nel 493 , lstieo fu sconfitto ad
Atarneo, in Misia, catturato e giustiziato a Sardi.
Erodoto, come si è detto, giudicò con severità gli Ioni ribelli: dal suo rac­ Il giudizio di Ero­
conto emergono, oltre all'ambiguità della figura di Aristagora, molti dubbi doto
sulla effettiva unità dei ribelli e sull'omogeneità e chiarezza dei loro scopi.
Lo storico rimprovera inoltre ai rivoltosi di aver causato le guerre persiane:
tuttavia, va osservato che Dario già all'epoca della spedizione scitica era pas­
sato in Europa, vi aveva stabilito rapporti diplomatici e aveva lasciato uomini
e mezzi in Tracia e nell'Ellesponto. Certo è possibile che come conseguenza
della rivolta Dario, che sul momento sembrò alleggerire la pressione sulla
Ionia, facendo ricalcolare i tributi, che non furono aumentati, confermando
i governi democratici e restituendo alle città le proprie leggi, abbia ritenuto
necessaria una politica di maggiore incisività sul fronte egeo.

1.2. La prima guerra persiana

Dopo la morte di lstieo e la fine della rivolta ionica, i Persiani ripresero il


controllo di Chio, di Lesbo e dell'Ellesponto; l'ateniese Milziade fu costretto
a riparare in Atene dal Chersoneso tracico. Sulla linea dell'azione già svolta
da Megabazo all'epoca della spedizione scitica, nel 492 Mardonio fu inviato
in Macedonia e in Tracia, dove, però, venne sconfitto dai Traci Brigi, mentre
la flotta fece naufragio al largo del monte Athos. I preparativi continuarono
nel corso del 491 : mentre le forze persiane si raccoglievano in Cilicia, amba­
sciatori del Re furono inviati in tutta la Grecia a chiedere «acqua e terra»,
cioè un atto di sottomissione. Molti risposero positivamente a questa richiesta:
tutti gli abitanti delle isole, compresa Egina, e molti Greci del continente
(Erodoto VI, 49). Atene e Sparta opposero invece un netto rifiuto, uccidendo
gli araldi; gli Ateniesi, anzi, ottennero da Cleomene I di Sparta un intervento
contro Egina, colpevole di tradimento, e la consegna di ostaggi che furono
custoditi ad Atene e vi restarono anche dopo che, con la morte di Cleomene
nell'autunno del 491, l'atteggiamento di Sparta verso Egina mutò.
1 00 CAPITOL_
03
____________________________ �--�-------------------------

La battaglia di Nel 490 prese l'avvio quella che si presentava come una spedizione punitiva
Maratona contro Atene ed Eretria, colpevoli di aver aiutato gli Ioni ribelli, ma che
� �
aveva certamente anche l'obiettivo di estendere il controllo persiano nell'E­
geo. Artaferne e Dati, con una flotta di 300 navi, puntarono sulle Cicladi,
distrussero Nasso, sacrificarono ad Apollo sull'isola di Delo e sottomisero il
resto delle isole; poi mossero contro l'Eubea, dove presero Caristo e distrus­
sero Eretria, la cui popolazione venne trapiantata presso Susa. Dall'Eubea i
Persiani passarono agevolmente in Attica sbarcando a Maratona con almeno
20.000 uomini. Secondo Erodoto (VI, 102), sarebbe stato Ippia a consigliare
ai Persiani di attestarsi nella pianura di Maratona, adatta alle manovre di un
esercito di così grandi dimensioni: egli sperava di riottenere, sotto l'egida
persiana, la tirannide.
Milziade, della nobile famiglia dei Filaidi, che era stato eletto stratego nono­
stante gli avversari politici lo accusassero di aspirare alla tirannide, convinse
gli Ateniesi a uscire dalla città e a farsi incontro ai nemici a Maratona. L'a­
raldo Filippide, inviato a chiedere soccorso agli Spartani, si sentì rispondere
che sarebbero intervenuti, ma che la spedizione, per motivi religiosi, non
sarebbe partita prima del plenilunio (era il nono giorno del mese Carneo,
corrispondente all'agosto-settembre); i rinforzi (2.000 uomini) giunsero
così solo a battaglia conclusa. A Maratona si unirono alle forze ateniesi,
comprendenti circa 1 0.000 uomini, solo 1 .000 Plateesi, come sempre fedeli
alleati di Atene.
La sproporzione delle forze in campo fu motivo di esitazione nel campo
ateniese: fu Milziade a convincere i colleghi del collegio degli strateghi, e so­
prattutto l'arconte polemarco Callimaco, della necessità di accettare battaglia.
Erodoto (VI, 109, 3 e 6) gli attribuisce un discorso che insiste sul rapporto fra
vittoria contro i Persiani, libertà e prostasia (egemonia) della Grecia, un tema
che riflette la sensibilità dei decenni successivi alle guerre persiane:

Oggi infatti gli Ateniesi affrontano il pericolo più grande da quando esistono:
se cedono ai Persiani, è già deciso cosa subiranno dopo essere stati consegnati a
Ippia; ma se la città prevale, è in grado di diventare la prima delle città greche.
[ . . . ] Se vieni del mio parere, la tua patria sarà libera e la città sarà la prima
della Grecia.

Dopo diversi giorni, trascorsi nell'attesa, da parte ateniese, dei rinforzi


spartani, da parte persiana, dello scoppio in Atene di disordini fomentati
dai partigiani dei Pisistratidi, Milziade attaccò battaglia: l'esercito greco,
forte sulle ali e debole al centro, sfondò ai lati e cedette al centro, aggirando
l'armata persiana. Secondo la tradizione, le perdite ammontarono, per i Per­
siani, a 6.400 uomini, mentre fra i Greci si contarono 1 92 caduti, seppelliti
nel cosiddetto «tumulo» di Maratona. Dati imbarcò i superstiti sulla flotta e
doppiò il Capo Sunio, con l'intento di sbarcare al Falero e di attaccare diret­
tamente Atene, cogliendo la città sguarnita di truppe; egli contava forse su
appoggi interni, cui allude Erodoto parlando di un segnale che sarebbe stato
IL

dato ai Persiani con uno scudo, secondo alcuni da parte degli Alcmeonidi
(VI, 1 15 e 124). L'attacco fu impedito dalla rapidità con cui Milziade rientrò
da Maratona, lasciandovi il collega Aristide; evidentemente, la sconfitta sul
campo era stata per i Persiani meno disastrosa di quanto la propaganda attica
non lasci intendere.
La spedizione, in realtà, va considerata un insuccesso parziale: Atene aveva re­
sistito, ma Eretria era stata punita, Nasso e le Cicladi conquistate, e il controllo
persiano sull'Egeo si era notevolmente esteso. Dal punto di vista greco, invece,
la vittoria di Maratona fu sentita come un evento di eccezionale importanza,
perché l'appassionata volontà di difendere la propria libertà aveva potuto
superare la sproporzione delle forze in campo; essa fu celebrata con dediche
di grande rilievo, sia sull'acropoli di Atene che a Delfi, in sede panellenica, e
fu poi ricordata dalla tradizione come uno dei grandi meriti di Atene verso
la Grecia, fondamento e giustificazione delle sue aspirazioni egemoniche;
la generazione dei «Maratonomachi», i combattenti di Maratona, costituirà
per le generazioni successive un modello politico e un punto di riferimento
etico, insistentemente rievocato nella poesia, nella storiografia e nell'oratoria.

1.3. Tra le due guerre

Dopo il ritiro della flotta persiana, le Cicladi rimasero sotto il controllo


della Persia; il tentativo ateniese di recuperare Paro, promosso da Milziade
nel 489, fallì. A Milziade Erodoto attribuisce motivazioni di carattere pri­
vato, accusandolo di aver ingannato il popolo; al ritorno egli, accusato di
corruzione da Santippo, padre di Pericle, fu condannato a una multa di 50
talenti, ma morì per le ferite riportate durante la spedizione, lasciando in
eredità l'ammenda al figlio Cimone.
Il conflitto fra Atene ed Egina, acuitosi già con il medismo dell'isola, continuò Atene: la guerra
in forma di guerra aperta; Atene ricevette l'aiuto dei Corinzi, mentre Egina fu contro Egina
soccorsa dagli Argivi, che, pur rifiutando ufficialmente l'aiuto che era stato
loro richiesto perché gli Egineti avevano fornito navi a Cleomene all'epoca
del disastro di Sepia, inviarono 1.000 volontari. Atene, in una data impreci­
sata fra il 488 e il 484, venne gravemente sconfitta a causa dell'inadeguatezza
della sua flotta.
Ma più che le vicende esterne, in questo decennio appaiono molto significative L'ostracismo e il
le novità interne che caratterizzano la storia ateniese. Prima di tutto si ebbe, sorteggio degli
nel 488/7, la prima applicazione dell'ostracismo, contro Ipparco di Carmo, arconti
un parente dei Pisistratidi; la procedura colpirà negli anni successivi anche
l'Alcmeonide Megacle e Santippo, ritenuti responsabili della sconfitta contro
Egina. Nel 487/6, inoltre, fu introdotto il sorteggio per la designazione degli
arconti; ciò comportò una diminuzione dell'importanza della magistratura, che
pure restava ancora appannaggio delle prime due classi di censo, a vantaggio
della strategia, che restò invece elettiva.
1 02 CAPITOLO 3

La legge navale di Nel 483/2 Temistocle, della famiglia dei Licomidi, già arconte nel 493/2
Temistocle (quando aveva iniziato le fortificazioni del porto del Pireo), propose, con la
# -·· .,
-
cosiddetta <<legge navale», di impiegare i proventi delle miniere d'argento
del Laurion per la costruzione di una flotta; nonostante il parere contrario di
Aristide (stratego con Milziade a Maratona e arconte nel 489/8), che preferiva
una ridistribuzione dei proventi delle miniere fra i cittadini, l'assemblea si
lasciò convincere e avviò la costruzione di 200 navi (Erodoto VII, 144; altre
fonti parlano però di 100 navi). Sempre secondo Erodoto, l'idea era di usare
le navi nel confronto con Egina, per ottenere una rivincita; esse si trovarono
poi pronte per reagire al nuovo attacco persiano, e per questo lo storico af­
ferma che la guerra con Egina «salvò la Grecia, perché costrinse gli Ateniesi
a diventare marinai».
Aristide, la cui linea politica era risultata minoritaria nella votazione, fu
ostracizzato nello stesso 483/2, ma la sua contrapposizione con Temistocle
non deve essere enfatizzata. Il dibattito sui proventi delle miniere mette in
evidenza un dissenso sull'uso delle eccedenze, che Aristide intendeva nel senso
tradizionale della ridistribuzione, Temistocle in quello più innovativo dell'in­
vestimento in un progetto di interesse comune; ma non per questo Aristide va
ritenuto un oppositore della politica navale, di cui anzi egli, dopo la disgrazia
di Temistocle, fu un convinto continuatore. In ogni caso, la svolta fu radicale
per Atene, sia sul versante della politica estera (Atene, d'ora in poi, cercherà
la sua fortuna sul mare), sia su quello interno (nella flotta i teti, esclusi dalla
falange oplitica, serviranno come rematori, integrandosi nelle forze militari
cittadine e ottenendo in cambio una promozione sociale e politica che favorirà
lo sviluppo di una democrazia più avanzata).
Sparta e i Tessali Quanto al resto della Grecia, a Sparta il re Cleomene I, entrato in conflitto
con il collega Demarato a proposito dei rapporti con Egina, riuscì a farlo so­
stituire con Leotichida, contestandone la legittimità; Demarato andò esule in
Persia. Lo stesso Cleomene, una volta scoperte le sue trame contro il collega,
dovette poi andare in esilio, in Tessaglia e in Arcadia; richiamato per timore
che organizzasse una coalizione antispartana, morì nel 491, forse suicida, forse
assassinato; gli successe il fratello Leonida.
In Tessaglia, le ambizioni egemoniche degli Alevadi di Larissa ebbero ter­
mine con le sconfitte subite a Iampoli, per opera dei Focesi, e a Ceresso, per
opera dei Beoti, intorno al 485: con esse cessò la dominazione tessalica sulla
Grecia centrale.
La corte persiana divenne un asilo per i Greci delusi dalle vicende di cui
erano stati protagonisti nella madrepatria. Dopo l'ateniese lppia e lo spartano
Demarato, vi si recarono nel 486/5, secondo Erodoto (VII, 6), esponenti della
famiglia dei Pisistratidi ed emissari degli Alevadi, per sollecitare il nuovo re
Serse a un intervento contro la Grecia; per i Persiani l'aiuto dei Tessali poteva
essere molto importante, perché essi potevano fornire la base per le operazioni
e i necessari rifornimenti. Come sempre, le rivalità fra le componenti del
complesso mosaico politico greco e il personalismo di molti suoi autorevoli
esponenti contribuivano ad attirare in terra greca pericolosi conflitti.
D Impero persiano
,,�

� Stati greci medizzanti


- Stati greci antipersiani


D Stati greci neutrali

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...
,.-�·; Principali luoghi
della rivolta ionica
IMPERO

Battaglie principali
PERSIANO
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• • •• • Mardonio (492 a.C.) v
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- - - - Anaferne/Dati (490 a.C.)
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1 04 CAPITOLO 3

1.4. La seconda guerra persiana

Dario morì, probabilmente, nell'autunno del 486. Dopo aver domato la grave
rivolta dell'Egitto (486-484) , il figlio Serse, convinto, secondo Erodoto, dal
cugino Mardonio che ambiva a essere governatore della Grecia e lo invitava
per questo a vendicarsi di Atene e a impossessarsi dell'Europa, «regione assai
bella e ricca di alberi da frutto e molto fertile e degna di essere posseduta,
fra i mortali, solo dal Gran Re» (VII, 5), progettò una grande spedizione di
conquista, dispiegando enormi forze militari per terra e per mare.
La preparazione I lavori per la preparazione della spedizione iniziarono nel 483 : l'esercito
della spedizione avrebbe dovuto passare l'Ellesponto su un ponte di barche, per poi raggiun­
persiana gere la Grecia per via di terra, attraverso la Tracia e la Macedonia; la flotta
avrebbe dovuto accompagnare l'esercito lungo la costa, evitando il pericoloso
aggiramento dell'Athos (dove già Mardonio aveva fatto naufragio nel 492) e
passando per un canale tagliato sull'istmo della penisola di Acte, la più orien­
tale delle tre penisole che costituivano la Calcidica. L'imponenza dei mezzi
dispiegati ( 1 .700.000 fanti e 80.000 cavalieri, 1 .207 navi da guerra, secondo
Erodoto VII, 60 e 87; 89) e il carattere quasi «sacrilego» dei lavori per il ponte
sull'Ellesponto e il taglio dell'istmo di Acte, che sembravano voler violare la
natura stessa, furono all'origine delle accuse di hybris (la colpa di chi supera
il limite imposto dalla divinità alla sua condizione) che colpirono Serse dopo
la sconfitta, non solo da parte greca ma, a giudicare dai Persiani di Eschilo,
anche da parte persiana.
L'alleanza di Co­ Come già Dario, anche Serse chiese, attraverso l'invio di ambasciatori, la sot­
rinto tomissione dei Greci prima di iniziare la spedizione e la ottenne, oltre che dai
Macedoni, da gran parte della Grecia settentrionale e centrale: dai Tessali e dai
loro perieci, dai Locresi, dai Beoti tranne Tespiesi e Plateesi. Si diceva infatti,
secondo Erodoto VII, 138, che la spedizione persiana fosse rivolta contro
Atene, e «quelli che avevano concesso acqua e terra al Persiano confidavano
di non dover subire nulla di spiacevole da parte del barbaro»; persino Delfi,
controllata dai Tessali, si mostrò ostile a ogni resistenza, diffondendo oracoli
che sconsigliavano di opporsi ai Persiani. Nell'autunno del 481 le truppe
di terra e la flotta si raccolsero a Sardi e nel giugno del 480 l'esercito passò
l'Ellesponto: le cifre erodotee vanno certamente ridimensionate, ma in ogni
caso le forze che muovevano contro la Grecia erano imponenti e dovevano
comprendere qualche centinaio di migliaia di uomini e un migliaio di imbar­
cazioni da guerra e da trasporto.
Nell'autunno del 481 , i Greci «che pensavano le cose migliori per la Grecia»
(Erodoto VII, 145 e 172) si riunirono all'Istmo di Corinto, con l'intenzione di
organizzare la resistenza: la Lega degli Hellenes, che con ciò si veniva a creare,
comprendeva 3 1 membri, soprattutto città, fra cui Atene, Sparta, Corinto; il
comando venne affidato a Sparta, il cui prestigio come prostates della Grecia
era indiscusso. I Greci dell'Istmo giurarono di imporre dopo la vittoria una
decima da pagare al dio di Delfi a tutti coloro che si erano arresi alla Persia senza
IL QUINTO SECOLO 1 05

esservi costretti (Erodoto VII, 132: il giuramento fu ripreso nella propaganda


del IV secolo e portò alla redazione di un celebre falso epigrafico, il cosiddetto
«giuramento di Platea»), di deporre le ostilità reciproche (a cominciare dalla
guerra tra Atene ed Egina), di mandare esploratori in Asia (Serse si trovava
in quel momento a Sardi), di inviare ambasciatori ad Argo, a Siracusa (dove
era al potere Gelone), a Corcira e a Creta, «per vedere se la stirpe greca (Hel­
lenik6n) si sarebbe unita, se tutti di comune accordo avrebbero agito nello
stesso modo, dal momento che cose terribili si avvicinavano per tutti i Greci
indistintamente» (Erodoto VII, 145). Ma Argo restò neutrale, giustificandosi
con le conseguenze demografiche e militari del disastro di Sepia (ma la tra­
dizione sottolinea piuttosto i contrasti con la rivale Sparta); Gelone rifiutò di
intervenire, secondo i Greci della madrepatria perché voleva il comando delle
forze greche, ma in realtà perché impegnato a contrastare un gravissimo attacco
cartaginese in Sicilia; i Cretesi mantennero la neutralità per consiglio di Delfi; i
Corciresi equipaggiarono 60 navi, ma con un pretesto evitarono di farle partire,
tenendosi prudentemente fuori dal conflitto. In Grecia si determinò così una
frattura fra quanti erano determinati a resistere e quanti erano invece disposti
ad accettare l'inserimento nella periferia di un grande impero sovranazionale
come quello persiano, sostanzialmente tollerante, con il quale molti Greci
ritenevano possibili convivenza e addirittura collaborazione.
Nella primavera del 480 i Tessali inviarono a Corinto ambasciatori, dichia­ Il problema della
randosi in disaccordo con le scelte filopersiane degli Alevadi e disposti a linea di difesa:
combattere con i Greci, se la Tessaglia fosse stata inclusa nel piano di difesa. le battaglie delle
Termopili e del­
Una spedizione inviata a Tempe, per verificare la difendibilità del passo del !'Artemisia
monte Olimpo che assicurava le comunicazioni fra Tessaglia e Macedonia,
rese evidente che la posizione non poteva essere controllata in modo efficace
e che i Tessali non erano affidabili.
Una volta rinunciato a difendere la Tessaglia, i Greci si trovarono in disaccordo
sulla prima linea di difesa: i Peloponnesiaci intendevano attestarsi sull'Istmo di
Corinto; Atene e gli Eubei insistettero invece per tentare una difesa alle Termo­
pili, lo stretto passaggio tra il mare e le pendici del monte Eta che collegava la
Tessaglia con la Grecia centrale. Nell'agosto del 480 furono inviati alle Termopili
4.000 opliti, tra i quali 300 Spartiati, guidati dal re Leonida; a loro si unirono
forze dei Focesi, dei Locresi Opunzi e dei Beoti (oltre a 700 Tespiesi, 400 Tebani
che Leonida portò con sé per metterne alla prova l'affidabilità); né Sparta, né
gli altri Peloponnesiaci, impegnati in feste religiose, inviarono i rinforzi neces­
sari, per dimostrare che tentativi di difesa diversi dalla linea dell'Istmo erano
destinati all'insuccesso. Intanto, la flotta greca, forte di 324 navi, si attestava al
capo Artemisio, sulla costa settentrionale dell'Eubea.
All'avvicinarsi delle forze preponderanti dei Persiani, il grosso dei Greci
fu fatto ritirare; Leonida trattenne solo i 300 Spartiati, i 700 Tespiesi e il
contingente dei Tebani (di cui egli diffidava, considerandoli più ostaggi che
alleati). Dopo tre giorni di resistenza, Leonida fu accerchiato dai Persiani
giunti attraverso un sentiero, la via Anopea, mostrato loro dal traditore Efialte
e lasciato sguarnito dai Focesi. Le navi greche riuscirono invece a contrastare
1 06 CAPITOLO 3
07 ?,. ctt�elv
efficacem Xre la,otta pe ana all'Artemisio, infliggendole molte perdite e
N��
ritirandos traverso il ca aie dell'Euripo, a Salamina.
La battaglia di Sa­ L'esercito persiano dal passo delle Termopili dilagò nella Grecia centrale,
lamina devastò la Focide (tranne Delfi), risparmiò la Beozia e invase l'Attica, che
venne saccheggiata; l'acropoli fu data alle fiamme per vendicare l'incendio
di Sardi all'epoca della rivolta ionica. La popolazione ateniese era già stata
evacuata a Trezene, Egina e Salamina, su consiglio di Temistocle; gli uomini
si erano invece imbarcati sulle navi, le «mura di legno» che, secondo un ora­
colo, avrebbero salvato Atene (un'iscrizione ritrovata a Trezene, contenente
il testo del cosiddetto «decreto di Temistocle», presenta divergenze rispetto
al racconto di Erodoto ed è ritenuto un falso del primo ellenismo, che, non
diversamente dal ricordato «giuramento di Platea», riproponeva la memoria
delle guerre persiane in funzione di problemi contemporanei). La decisione
di Temistocle e degli Ateniesi di combattere sul mare è ritenuta da Erodoto
decisiva per la salvezza della Grecia: se non fosse stato per gli Ateniesi,
afferma lo storico, nessuno si sarebbe opposto al Re per mare e si sarebbe
insistito sulla linea della difesa all'Istmo; ma, una volta che il Re fosse stato
padrone del mare, anche gli Spartani avrebbero dovuto cedere e la Grecia
sarebbe caduta in mano ai Persiani. Dunque, conclude Erodoto (VII, 139),
chi dicesse che gli Ateniesi furono i salvatori della Grecia non si allontanerebbe
dalla verità; qualsiasi decisione avessero adottato, sarebbe stata determinante;
e una volta scelto che la Grecia restasse libera, furono loro a ridestare tutto
il resto dell'Hellenik6n, quello che non aveva medizzato, e che, dopo gli dèi,
respinsero il Re.

Dopo l'alternativa tra le Termopili e l'Istmo per fissare la linea di difesa, un


nuovo conflitto si determinò tra i Greci a proposito del luogo in cui attaccare
battaglia navale con i Persiani. Euribiade, il comandante spartano, intendeva
combattere all'Istmo, dove si stava costruendo un muro di fortificazione, così
da consentire la ritirata dei Peloponnesiaci in caso di sconfitta; Temistocle,
minacciando il ritiro della flotta ateniese, chiese e ottenne invece, con l'aiuto
dei Megaresi e degli Egineti, di combattere a Salamina. Alla fine di settembre
del 480 la flotta greca, forte ora di 360 triremi e comandata dallo spartano
Euribiade, costrinse quella persiana, composta di Fenici e di Greci della Io­
nia e delle isole, a dare battaglia nello stretto braccio di mare tra Salamina e
l'Attica; nello scontro, cui assistette lo stesso Serse dalle pendici dell'Egaleo, i
Persiani non poterono far valere la propria superiorità numerica e le loro navi,
non riuscendo a manovrare, vennero in gran parte distrutte. La battaglia ci è
descritta, oltre che da Erodoto, da Eschilo (Persiani, vv. 4 12 ss.), che ne era
stato testimone oculare; entrambi ricordano uno stratagemma con cui Temi­
stocle, facendo annunciare al Re la fuga dei Greci, avrebbe indotto i Persiani
a bloccare il canale di Minoa e costretto i Greci a dare battaglia. Essenziale
fu, accanto a quello degli Ateniesi, il contributo dei Corinzi; a Temistocle va
il merito, riconosciutogli da Erodoto, di aver optato per il confronto navale
e di aver scelto opportunamente il luogo dello scontro.
Secondo la tradizione, la vittoria greca di Salamina fu decisiva per le sorti della
guerra. Tuttavia Serse riteneva evidentemente di poter ancora vincere in un
confronto militare per terra, se, tornando a Sardi nell'ottobre del 480, lasciò
Mardonio in Tessaglia, con le forze di terra pressoché intatte.
Nel 479, dopo aver inutilmente negoziato con Atene attraverso il re Alessan­ Le b attaglie di
dro I di Macedonia, Mardonio invase lAttica, che venne nuovamente evacuata; Platea e di Micale
gli Spartani, dopo un'iniziale esitazione (erano impegnati nella celebrazione
delle Giacinzie e, soprattutto, si sentivano sicuri per il completamento delle
fortificazioni dell'Istmo), si concentrarono all'Istmo con 10.000 uomini, sotto
il comando di Pausania, reggente in nome di un figlio minorenne del defunto
Leonida, riunendosi poi ad Eleusi con le truppe ateniesi. Mardonio si ritirò
in Beozia e si accampò nel territorio di Platea: qui, in agosto, 1 1 .000 soldati
greci, secondo Erodoto, si scontrarono con 300.000 Persiani. La morte di
Mardonio sul campo decise la vittoria dei Greci, che, energicamente guidati
da Pausania, travolsero gli awersari; Artabano si ritirò con 40.000 superstiti.
L'accampamento persiano cadde in mano greca; la decima del bottino fu de­
dicata a Delfi (dove fu eretto un trofeo, il cosiddetto «tripode delfico», su cui
fu inciso in un primo momento un epigramma recante il nome di Pausania, in
seguito l'elenco dei nomi dei membri della coalizione: Tucidide I, 132, 2-3 ),
ad Olimpia e all'Istmo, nel tempio di Posidone. SÙl campo di battaglia venne
eretto un altare a Zeus Eleutherios («Liberatore»); il territorio di Platea fu
dichiarato sacro e inviolabile; Tebe, che dopo le Termopili era apertamente
passata dalla parte del Re, fu punita con l'uccisione dei filopersiani e lo scio­
glimento della Lega beotica. Lisia (Epita/io, 47) , dirà che i combattenti di
Platea avevano «assicurato saldamente la libertà dell'Europa», quell'Europa
che secondo Erodoto (I, 4) i Persiani consideravano da sempre separata
dall'Asia e sede dell'Hellenik6n, la Grecità loro nemica.
Nel frattempo, a Capo Micale in Ionia, la flotta greca guidata dal re spartano
Leotichida e dall'ateniese Santippo ebbe la meglio su quella persiana: le
fortificazioni persiane furono attaccate e le navi, tirate in secca, furono date
alle fiamme. Alla sconfitta persiana seguì la ribellione dei Greci della Ionia e
delle isole, che si unirono alla Lega degli Hellenes. Nella primavera del 478,
quando già Leotichida era rientrato in patria con i Peloponnesiaci, gli Ate­
niesi al comando di Santippo e gli Ioni presero Sesto, nella zona degli Stretti,
l'ultima base persiana in Europa.
Dalle guerre persiane l'identità greca uscì fortemente consolidata, sulla base Guerre persiane e
di un modello «oppositivo», di carattere non tanto etnico quanto culturale: identità greca
����rM�
i Greci si erano accorti di essere profondamente diversi dai Persiani per ri­
ferimenti di valore e stile di vita, e rivendicavano ora, con la vittoria, la loro
superiorità. I Greci che avevano resistito con successo all'invasione persiana
erano quelli «che pensavano il meglio per la Grecia» (Erodoto VII, 145 e 172),
perché <<Volevano essere liberi» (Erodoto VII, 178); erano quanti avrebbero
potuto far proprie le parole degli Spartiati Spertia e Buli, che, al persiano
!darne che dichiarava di non comprendere la loro ostinazione a non volersi
fare amici del Re, risposero (Erodoto VII, 135):
1 CAPITOLO 3

!darne, il consiglio che ci dai non è equo. Tu ci consigli avendo sperimentato


una cosa, ma essendo inesperto dell'altra. Tu conosci bene l'essere schiavo, ma
non hai mai fatto esperienza della libertà, se sia dolce o no. Se l'avessi provata,
non con le lance, ma persino con le scuri ci consiglieresti di combattere per essa.

Con tutto ciò, non sarebbe corretto, come è stato ampiamente sottolineato,
interpretare le guerre persiane in chiave nazionalistica: durante tutto il con­
flitto i Greci mostrarono profonde divisioni fra loro, non solo fra antipersiani
e medizzanti, ma anche all'interno della stessa Lega degli Hellenes, e queste
divisioni riemersero drammaticamente all'indomani della vittoria. Tuttavia i
Greci, trovandosi a fronteggiare un attacco che, nonostante la diversa opinione
dei medizzanti, era diretto non contro la sola Atene, ma contro tutta la Grecia
(Erodoto VII, 138), svilupparono un'embrionale coscienza panellenica che
consentì loro di superare i più accesi localismi: proprio questa visione più
unitaria della Grecità è il presupposto dei conflitti per l'egemonia panellenica,
che si aprono con il 478.

1.5. Greci e barbari in Occidente

Nello stesso giorno della vittoria di Salamina, secondo la tradizione (Ero­


doto VII, 166), i tiranni sicelioti Gelone di Siracusa e Terone di Agrigento
sconfissero a lmera un formidabile esercito di 3 00.000 Cartaginesi. Per
far fronte a questo attacco, e non per le controversie relative al comando,
Gelone aveva rifiutato di intervenire in Grecia contro i Persiani, secondo la
tradizione siceliota (Erodoto VII, 1 65): per giustificare il mancato intervento
ed esaltare la sensibilità panellenica di Siracusa la propaganda dinomenide
celebrò la vittoria di lmera come un contributo alla salvezza non della sola
Sicilia, ma di tutta la Grecia. Una tradizione abbastanza ben attestata parla,
in effetti, di un accordo tra Persiani e Cartaginesi, conseguente a contatti
awiati già sotto Dario (forse da collegare con le imprese di Dorieo a Cirene)
e proseguiti sotto Serse (Eforo, frg. 1 86 Jacoby; Diodoro XI, 1 , 4-5): gli
attacchi contemporanei alla Grecia e alla Sicilia non sarebbero stati casuali,
ma concordati. Questa tradizione corrisponde agli interessi della propaganda
dinomenide, che intendeva presentare la vittoria di lmera come un fatto
panellenico, non esclusivamente siceliota; tuttavia, non è escluso che possa
contenere elementi storici.
La tirannide di­ Gelone, divenuto tiranno di Gela in luogo dei figli di Ippocrate, nei sei
nomenide a Sira­ anni in cui esercitò la tirannide a Gela (491/0-485/4) dovette affrontare la
cusa: Gelone
perdita di Zancle, rifondata intorno al 490 dal tiranno Anassilao di Reggio
col nome di Messana, e rinunciare quindi al controllo dello Stretto; inoltre
i mercenari di Ippocrate residenti a Camarina, irritati per l'usurpazione di
Gelone, si ribellarono e lo costrinsero a una guerra che durò cinque anni e si
concluse con la distruzione della città e la deportazione dei mercenari vinti a
IL QUINTO SECOLO 1 09

Siracusa. Ma il conflitto più impegnativo fu quello con Cartagine, la cosiddetta


«guerra degli empori»: apertasi per il controllo degli scali commerciali nella
Sicilia occidentale all'epoca della spedizione di Dorieo, la guerra, a partire
dal 491 , impegnò seriamente Gelone, che nel 481 rimprovera ai Greci della
madrepatria di aver ignorato le sue richieste di aiuto per liberare gli empori
e vendicare Dorieo (Erodoto VII, 158), e si protrasse senza vera soluzione di
continuità fino ad Imera.
Nel 485/4 Gelone si impadronì di Siracusa, riconducendovi i gamoroi che ne
erano stati cacciati dal popolo e dagli indigeni asserviti, i cosiddetti Cilliri,
e si fece tiranno, lasciando Gela al fratello Ierone. Siracusa venne fortificata
e il suo corpo cittadino fu profondamente modificato con l'immissione di
elementi nuovi provenienti da Camarina, Gela, Megara ed Eubea di Sicilia,
legati personalmente al tiranno; tra essi vi erano migliaia di mercenari.
In politica estera, Gelone stabilì un accordo con Terone, della famiglia degli Greci e Cartagi­
Emmenidi, tiranno di Agrigento dal 488/7 al 472/1: l'accordo fu sancito nesi: la battaglia
dalle nozze di Gelone con Damarete, figlia di Terone. Nel 483 , Terone di Imera
attaccò e conquistò Imera, cacciandone il tiranno filopunico Terillo, suo­
cero di Anassilao di Reggio e legato da rapporti di ospitalità al cartaginese
Amilcare. La vicenda, secondo Erodoto (VII, 1 65-166), fu all ' origine dello
scontro con Cartagine che culminò nella battaglia di lmera del 480: Terillo
e Anassilao chiesero infatti, contro gli Agrigentini e i loro alleati Siracusani,
l'intervento cartaginese. Lo scontro tra Greci e Cartaginesi si intreccia così
profondamente con il conflitto tra elemento dorico (Siracusa, Agrigento)
ed elemento ionico-calcidese (Reggio, Zancle/Messana, Imera), che carat­
terizzava la storia della Sicilia greca. La vittoria di Gelone e Terone contro
Amilcare a Imera restò nella memoria dei Sicelioti come uno straordinario
successo, che assicurò alla Sicilia greca decenni di pace e di sicurezza; essa
contribuì a diffondere l'idea che la tirannide fosse necessaria per organizzare
un'efficace resistenza anticartaginese in Sicilia; inoltre, assicurò a Gelone una
fama eccezionalmente positiva in tutta la tradizione storiografica, compreso
Timeo, il massimo storico siceliota, animato da sentimenti antitirannici eppure
grande ammiratore di Gelone.
Dopo Imera, Gelone organizzò la Sicilia sotto l'egemonia siracusana, isti­
tuendo rapporti di alleanza militare (symmachia) con diverse città, e avviò un
processo di integrazione con lelemento siculo. Ad Anassilao di Reggio, che
conservò Messana, fu chiesto di consentire la libera navigazione nello Stretto;
a Selinunte di contribuire a sorvegliare Agrigento, diventata troppo potente e
quindi pericolosa per Siracusa. La stessa motivazione sembra alla base della
relativa mitezza nei confronti dei Cartaginesi, cui fu imposta un'indennità di
guerra di 2.000 talenti e l'erezione di due templi, probabilmente il tempio
di Atena nell'Ortigia e il tempio della Vittoria a Imera; ma essi non furono
espulsi dalla Sicilia occidentale, una volta assicurato il libero accesso agli
empori. Gelone si trovò così a capo di un grande stato territoriale, complesso
quanto a composizione etnica e articolato quanto a soggetti politici e realtà
istituzionali, la cui unità e solidità era data dalla figura del tiranno e dalla sua
0 CAPITOLO 3

capacità di gestirlo con le tipiche doti di benevolenza (eunoia), moderazione


(epieikeia) e umanità (pbilantbropia).
La tirannide di­ Gelone morì nel 478, dopo aver assicurato alla Sicilia greca un periodo di
nomenide a Sira­ pace e di prosperità. Gli successe il fratello Ierone (478/7-467/6), che non
cusa: lerone lasciò nella tradizione un ricordo ugualmente positivo. La successione non
fu del tutto pacifica: il fratello Polizelo, cui Gelone aveva destinato in sposa
la propria vedova Damarete, nel 476 si recò ad Agrigento presso il suocero
Terone, provocando una crisi tra Agrigento e Siracusa che si risolse con una
pace di compromesso e l'insediamento di Polizelo a Gela.
Sul versante interno, Ierone continuò nel solco tracciato da Gelone. Mosso
dalla tradizionale ostilità verso l'elemento calcidese, cacciò gli abitanti di Nasso
e di Catania dalle loro città, li trasferì a Leontini insieme con gli indigeni e li
sostituì con coloni dorici; Catania fu rifondata nel 476/5 con il nome di Etna
e vi fu insediato nel 470 Dinomene, figlio di Ierone; la rifondazione trovò
ampia eco nella propaganda contemporanea, dalla Pitica I di Pindaro alle
Etnee di Eschilo.
La politica estera di lerone si orientò sul versante italico e tirrenico. Nel
47716, Anassilao di Reggio, incoraggiato dal conflitto fra Siracusa e Agrigento,
minacciò Locri, ma ne venne dissuaso da lerone; ne seguì, probabilmente, un
trattato di alleanza fra Siracusa e Locri. lerone intervenne poi costantemente
in quest'area, sostenendo Sibari contro Crotone, Locri contro Temesa, e
sottraendo Posidonia all'influenza di Elea: l'egemonia siracusana veniva così
a estendersi al di là dello Stretto.
G reci ed Etru­ Anche lerone dedicò attenzione al problema della lotta contro i barbari a
schi: la battaglia tutela della Grecità, ma il suo obiettivo furono non i Cartaginesi, bensì gli
di Cuma Etruschi, che ambivano al controllo del basso Tirreno; dopo la sconfitta subita
nel 505 ad Arida da parte del tiranno Aristodemo di Cuma, essi minacciavano
ora nuovamente la città campana. Cuma si rivolse a Siracusa, che impegnò
la sua potenza navale e sconfisse gli Etruschi nel 474/3 nelle acque di Cuma.
La vittoria venne celebrata come un episodio di quella lotta contro i barbari
che aveva già prodotto le luminose giornate di lmera e di Salamina: Pindaro,
nella Pitica I (w. 7 1 ss.), esalta i Dinomenidi come coloro che a Imera e a
Cuma hanno sconfitto Fenici e Tirreni, «strappando alla grave schiavitù la
Grecia», non diversamente dai vincitori di Salamina e Platea. Con questa
vittoria, Siracusa divenne la protettrice degli interessi greci in area tirrenica
e magnogreca: in questo stesso senso va intesa l'alleanza con Taranto, gra­
vemente minacciata dalla pressione degli indigeni italici, Iapigi, Messapi e
Peucezi, tanto che, in una guerra da datare intorno al 470, andò incontro a
una sconfitta di cui Erodoto (VII, 170) parla come della «più grande strage
di Greci di cui si abbia conoscenza».
Nel 46716 lerone morì e fu seppellito ad Etna, con onori eroici. Riprendendo
alcuni aspetti della politica di Gelone ed espandendola in direttrici diverse, egli
aveva considerevolmente ampliato l'egemonia di Siracusa, ora al centro di un
impero non più soltanto siceliota, ma dawero «occidentale»; tuttavia, egli non
godette mai del favore riservato dalla tradizione al fratello, pur avendo messo
I L QUINTO SECOt.O 1 1 1

in atto un'accorta ricerca del consenso attraverso le armi della propaganda.


Gli successe il fratello Trasibulo, che entrò in contrasto con i Siracusani; pur
sostenuto dai mercenari, dovette alla fine ritirarsi a Locri (465). La fine della
dinastia dinomenide (pressoché contemporanea a quella delle altre tirannidi:
nel 47 110 caddero gli Emmenidi, nel 461/0 la tirannide reggina) provocò in
Sicilia profondi cambiamenti: il ritorno all' eleutheria e il passaggio a regimi
costituzionali determinarono reazioni decise contro i mercenari naturalizzati
e contro gli interventi di rifondazione e di ripopolamento ai danni delle
comunità cittadine.

2. ATENE E SPARTA: IL MODELLO DELLA DOPPIA EGEMONIA

All'indomani della vittoria contro Serse, i Greci dovettero prendere in con­


siderazione due questioni: da una parte la punizione dei Greci che avevano
parteggiato per i Persiani, dall'altra l'eventuale continuazione della guerra
contro la Persia. Subito emersero interessi contrastanti fra i membri della
Lega degli Hellenes.
Già dopo la battaglia di Micale era stata ventilata, da parte peloponnesiaca, La punizione dei
l'ipotesi di espellere i medizzanti dai loro empori e trasferirvi gli Ioni d'Asia, medizzanti
che sarebbero stati così più facilmente protetti, ma gli Ateniesi si erano fer­
mamente opposti (Erodoto IX, 106, 2-4). Nella proposta spartana emerge,
accanto alla volontà di punire i medizzanti, anche e soprattutto la preoccu­
pazione di evitare l'obbligo di un costante impegno militare in Asia Minore;
nell'opposizione ateniese, invece, si nota la preoccupazione di non lasciare a
Sparta l'iniziativa, né sulla punizione dei medizzanti né sulla difesa degli Ioni
d'Asia. In seguito, a guerra finita, Sparta propose una riforma dell'Anfizionia
delfica, che prevedeva lespulsione di tutti i medizzanti (in particolare Tessali,
Tebani e Argivi) e la loro sostituzione, nel sinedrio anfizionico, con le città che
avevano partecipato alla guerra antipersiana. Temistocle si oppose a queste
proposte: nella difesa dei Greci d'Asia egli intravedeva infatti lo strumento
della futura egemonia ateniese, e d'altra parte la riforma dell'Anfizionia
avrebbe dato agli Spartani la maggioranza nel prestigioso organismo panel­
lenico (a parte Sparta, Atene e Corinto, alla guerra contro la Persia avevano
partecipato per lo più piccole città, prevalentemente peloponnesiache e quindi
soggette al controllo spartano), fornendo loro uno strumento di egemonia sulla
Grecia. Mentre fra le due città che avevano dato il massimo contributo alla
vittoria antipersiana si sviluppava una crescente contrapposizione, Temistocle
si adoperò per evitare inopportuni stravolgimenti dell'assetto politico greco, e
si preoccupò piuttosto, già nell'inverno del 479/8, di awiare, contro il parere
degli Spartani, la ricostruzione delle mura di Atene.
Il problema della continuazione della guerra si manifestò subito dopo la presa La continuazione
di Sesto, realizzata, come si è detto, dagli Ateniesi e dagli Ioni dopo il ritiro di della guerra con·
Leotichida. Ma il pericolo di lasciare l'iniziativa militare nell'Egeo agli Ate­ tro la Persia
niesi fu visto con lucidità dal reggente Pausania, uomo ambizioso e ricco di
1 1 2 CAPITOLO 3

iniziativa, che non condivideva la prudenza e l'esitazione della classe dirigente


spartana. Pausania si fece quindi inviare in Asia come stratego dei Greci, con
20 navi peloponnesiache; insieme con gli Ateniesi e gli altri alleati attaccò
Cipro occupandone buona parte; poi si diresse contro Bisanzio e la espugnò.
Proprio a Bisanzio, nel corso degli anni 478 e 477, l'egemonia spartana, finora
indiscussa, fu contestata dagli alleati, scontenti di Pausania e dei suoi metodi
autoritari, che facevano assomigliare la sua strategia a una «imitazione di
tirannide». Come racconta Tucidide (I, 95), gli Ioni d'Asia, appena liberati
dal giogo persiano,

presentandosi agli Ateniesi, chiedevano che diventassero loro egemoni per


i vincoli di sangue, e di non cedere a Pausania, qualora facesse violenza. Gli
Ateniesi accolsero le loro proposte e badavano a non trascurarle e a stabilire
tutto il resto come a loro pareva meglio. Nel frattempo, gli Spartani richiama­
rono Pausania [ . . . ]e non lo inviarono più come comandante, bensì Dorchide
e alcuni altri con lui, con un esercito non grande; ma gli alleati non concessero
più loro l'egemonia. Ed essi, accortisi di ciò, ripartirono, e gli Spartani in seguito
non ne inviarono più altri, perché avevano paura che quelli che uscivano dal
paese diventassero peggiori, come avevano visto con Pausania, e anche perché
volevano liberarsi dalla guerra contro i Persiani e ritenevano che gli Ateniesi
fossero più adatti a guidarla e che, a quell'epoca, fossero loro amici.

Sull'offerta dell'egemonia agli Ateniesi, dovuta secondo Tucidide alla inizia­


tiva degli Ioni, sulla base della parentela ionica (syngheneia), circolavano in
realtà versioni diverse: Plutarco ( Vita di Aristide, 23 , 4-5) segue la versione di
Tucidide, mentre Erodoto (VIII, 3 e IX, 106) sembra mettere in primo piano
l'iniziativa ateniese, come Aristotele (Costituzione degli Ateniesi, 23 , 4), che
parla addirittura di trattative intraprese da Aristide. In ogni caso, di fronte
alla defezione degli Ioni gli Spartani richiamarono Pausania (probabilmente
nella primavera del 477); in seguito, gli alleati non riconobbero più l'egemonia
di Sparta. Gli Spartani colsero allora l'occasione per rinunciare definitiva­
mente all'impegno nell'Egeo: in realtà, essi erano del tutto disinteressati alla
continuazione della guerra contro la Persia, che avrebbe costretto Sparta
ad impegnarsi in un settore operativo lontano dal Peloponneso, a tutela di
interessi che le erano estranei. La classe dirigente spartana non comprendeva,
diversamente da Pausania e da Temistocle, che il ruolo di prostates dei Greci
implicava ormai la tutela dei Greci d'Asia e che il nuovo scenario determinatosi
dopo le guerre persiane richiedeva una visione più ampia della politica greca
rispetto a quella rigidamente peloponnesiaca che Sparta aveva seguito fino
ad allora. Lo mostra bene Tucidide, affermando che gli Spartani lasciarono
volentieri agli Ateniesi l'iniziativa della guerra, perché non volevano che i
loro concittadini entrassero in contatto con il mondo esterno, con il rischio
di destabilizzare un già precario sistema sociale, e perché volevano evitare di
impegnarsi militarmente lontano dalla patria. Il fatto che essi ritenessero gli
Ateniesi «amici» (era ancora in vigore, in effetti, l'alleanza del 481) rivela la
scarsa lungimiranza della politica spartana.
IL 113

Nelle considerazioni che Tucidide attribuisce agli Spartani è implicita l'idea L a di\isione delle
che la cessione dell'egemonia sul mare agli Ateniesi «amici» costituisse il sfere di influenza:
presupposto del futuro equilibrio della Grecia: un equilibrio basato sul bi­ egemoma rerre­
stre ed egemonia
polarismo, che dipendeva dalla spartizione delle sfere di influenza sulla base navale
della vocazione continentale di Sparta, potenza oplitica, e di quella marinara
di Atene, potenza navale.
Questa visione, che è rappresentata ad Atene da Cimone, figlio di Milziade,
è espressa a Sparta dal geronte Etemarida, protagonista di un episodio che lo
storico siceliota Diodoro (I secolo a.C.) ricorda sotto l'anno 475/4 (XI, 50).
Gli Spartani, egli scrive, mal tolleravano di aver perso l'egemonia sul mare, e
intendevano riconquistarla facendo guerra agli Ateniesi. Ma Etemarida inter­
venne nel dibattito consigliando di lasciare legemonia sul mare agli Ateniesi,
poiché <<non era nell'interesse di Sparta contendere per il mare». Sparta appare
dunque, negli anni successivi al 478, profondamente divisa al suo interno tra
volontà di espansione e ripiegamento, tra rivendicazione dell'egemonia di terra
e di mare e autolimitazione delle proprie aspirazioni egemoniche.
La posizione di Etemarida e della maggior parte della classe dirigente spartana
tiene conto, del resto, di alcuni dati oggettivi: Sparta era una potenza terrestre,
con tradizioni militari incentrate sull'esercito oplitica; aveva un'economia
legata all 'agricoltura, rifiutava gli scambi commerciali e laccumulo di risorse
finanziarie; aveva una situazione sociale esplosiva, con un numero limitato
di Spartiati che tenevano la grande maggioranza della popolazione in stato
di inferiorità o addirittura di schiavitù; lo stesso controllo politico del Pelo­
ponneso, dove non mancavano stati potenti di tendenza democratica (Argo,
l'Elide, l'Arcadia) , richiedeva un impegno costante. In queste condizioni,
l'obiettivo di un impero continentale, che non comportasse la frequente ne­
cessità di impegnarsi lontano dai confini del Peloponneso e non richiedesse
l'investimento di grandi risorse finanziarie (tanto più che non veniva richiesto
tributo agli alleati), appariva a molti come il più realistico.
Atene invece, sotto la guida di Temistocle e di Aristide, perseguì una coe­
rente politica di potenza, cogliendo prontamente, nel 478, l'opportunità di
assumere il patronato dei Greci d'Asia e fondando sull'assunzione di questo
impegno la sua pretesa di sostituire Sparta come prostates della Grecia.
Il suo maggior dinamismo è legato alle caratteristiche della sua potenza:
Atene, dopo la battaglia di Salamina che anche Tucidide (I, 18, 2), come
Erodoto, considera un fondamentale momento di svolta nella storia ateniese,
era una potenza navale, non terrestre; povera dal punto di vista agricolo,
aveva un'economia legata agli scambi commerciali e alla possibilità di ac­
cumulare risorse finanziarie, anche grazie al tributo degli alleati (Tucidide
I, 19), come si vedrà; anche in virtù della potenzialità demografica, poteva
dunque impegnarsi in guerre su più fronti, anche a grande distanza e su
lunghi periodi. All a staticità di Sparta corrispondeva in Atene una grande
capacità di sviluppo e di espansione: una contrapposizione a cui Tucidide,
nel primo libro delle sue Storie, dà ampio spazio, fin da quando afferma che,
non molto dopo la fine della guerra contro Serse (I, 18, 2-3 ) ,
1 1 4 CAPITOLO 3 --�-�---�---��----�--���-

i Greci che si erano ribellati al re di Persia e quelli che combattevano con loro si
divisero, alleandosi con gli Ateniesi o con gli Spartani. Queste città erano infatti
le più potenti, perché dominavano una il continente, l'altra il mare. L'intesa
durò poco tempo: poi, entrati in conflitto, gli Spartani e gli Ateniesi con i loro
alleati si combatterono a vicenda.

2.1. La Lega dello-attica

Lo strumento principale dell'egemonia ateniese fu la lega navale istituita nel


478/7: i moderni la chiamano Lega delio-attica, in quanto l'egemone era Atene
e la sede nell'isola di Delo, mentre gli antichi la definivano «gli Ateniesi e i
loro alleati». Si trattava di un'alleanza militare difensiva, nata dalla volontà
di continuare la guerra contro la Persia, condivisa dagli Ateniesi e dagli Ioni
dell'Asia e dell'Ellesponto, ma non da Sparta; gli Ioni, infatti, intendevano
difendere la libertà conquistata durante il conflitto, libertà messa a rischio dal
fatto di essere insediati sul continente asiatico, quindi su un territorio che il Re
riteneva suo. In Atene gli Ioni d'Asia individuarono il loro paladino, anche a
motivo della comune origine etnica; contro Sparta giocarono gli atteggiamenti
di Pausania, ma soprattutto la chiara percezione del disinteresse spartano a
un impegno costante nell'Egeo orientale.
Organizzazione Accolte favorevolmente le proposte degli Ioni, gli Ateniesi assunsero l' ege­
della Lega delio­ monia della Lega ellenica «col volere degli alleati», come Tucidide sottolinea
attica: il tributo (I, 96-97): in origine, dunque, la lega corrispondeva perfettamente ai canoni
previsti per le leghe militari egemoniche di carattere difensivo, in cui l' egemo­
nia era conferita volontariamente e gli alleati erano autonomi (Tucidide I, 97,
1 : «gli alleati all 'inizio erano autonomi e deliberavano in assemblee comuni»).
Gli Ateniesi organizzarono subito la lega sul piano fiscale, stabilendo chi degli
alleati avrebbe dovuto contribuire alla guerra comune con navi e chi avrebbe
invece potuto contribuire con denaro. La concessione, agli alleati che non
fossero in grado di fornire navi, di contribuire con denaro era in sé equa, in
quanto teneva conto delle difficoltà di quelle piccole città che non erano in
grado di allestire e mantenere una flotta; ma essa determinò una differenza
qualitativa fra gli alleati che fu gravida di conseguenze. Come ancora nota
Tucidide (I, 99), infatti, gli alleati sufficientemente forti, economicamente e
militarmente, per fornire navi per la flotta potevano mantenere la loro au­
tonomia, in quanto il possesso di una flotta garantiva loro una possibilità di
difesa e il contributo militare che fornivano non poteva che essere finalizzato
a un obiettivo comune (è il caso di Samo, Lesbo e Chio); mentre quelli che
contribuivano con denaro, la grande maggioranza, vennero a trovarsi in posi­
zione subordinata, perché, mentre essi si trovavano disarmati, i loro contributi
potevano essere utilizzati secondo gli interessi di Atene.
Il tributo in denaro, denominato phoros, veniva riscosso dagli Ellenotami, i
«tesorieri dei Greci» (un segno della volontà di presentare la Lega delio-attica
come la continuazione della Lega degli Hel!enes); la cassa era a Delo, nel
--IL-- QUINTO SECOLO 1 1 5

santuario di Apollo, antico centro religioso ionico, dove si svolgevano anche


le periodiche riunioni (koinaz' synodoi) tra gli alleati; l'ammontare originario,
fissato da Aristide (Aristotele, Costituzione degli Ateniesi, 23, 5), fu di 460
talenti.
Tucidide (I, 96, 1 ) , identificando l'obiettivo della lega con l'intento di
vendicare i mali subiti danneggiando la terra del Re, parla di «prestesto»
(proschema): fin dall'inizio Atene, per impulso di Temistocle (la fondazione
della lega costituisce l'esito della politica inaugurata dalla sua legge navale,
anche se le fonti stranamente tacciono sul suo ruolo in questa fase), utilizzò
la lega navale come strumento atto a costruire un'egemonia contrapposta a
quella di Sparta, e la continuazione della guerra contro la Persia assunse un
carattere eminentemente propagandistico. Solo su questo punto - 1'obiettivo
della lega - si può parlare di una contrapposizione interna al mondo politico
ateniese: gli uomini politici di ogni orientamento, radicali e conservatori,
concordavano sulla necessità di avere la lega navale, mentre si discuteva se
essa dovesse essere utilizzata esclusivamente per la guerra contro la Persia
oppure anche in funzione antispartana, per la costruzione di un'egemonia
panellenica di Atene.
Negli anni successivi la Lega delio-attica fu attiva contro i barbari, contro gli Le prime imprese
alleati ribelli e contro i Peloponnesiaci che «intralciavano gli affari» di Atene della Lega delio-
(Tucidide I, 97, 1 ) : essa dunque operò non solo nella prospettiva antipersiana attica
per cui era nata, ma anche in contrapposizione con il blocco costituito dalla
Lega del Peloponneso e, soprattutto, per fronteggiare le ribellioni interne.
Tali ribellioni iniziarono molto presto: Tucidide (I, 98-99) le collega con la
mancata fornitura delle navi e del tributo e la diserzione in guerra, sottoli­
neando il rigore degli Ateniesi nell'esigere dagli alleati quanto stabilito. La
lega, inizialmente paritaria, subì così una rapida degenerazione: gli Ateniesi
«non comandavano più con l'accordo degli alleati, e non facevano spedizioni
comuni su un piano di parità» (Tucidide I, 99, 2). L'egemonia si andava tra­
sformando rapidamente in impero, in arché: di questa degenerazione Tucidide
ritiene responsabili anche gli alleati, che, per evitare di dover prendere parte
attivamente alle spedizioni militari, preferivano il tributo alla fornitura di navi,
trovandosi poi privi di difesa (I, 99, 3 )
.

La prima impresa della lega ricordata da Tucidide (I, 98) è la presa di Eione,
alle foci del fiume Strimone, piazzaforte persiana conquistata nel 476/5 da
Cimane, figlio di Milziade: di famiglia aristocratica, di tendenze conservatrici
e prossena degli Spartani (il prossena era una specie di console onorario, che
nell'ambito della sua comunità aveva l'incarico di prendersi cura dei cittadini
dello stato che gli conferiva la prossenia), egli intendeva la lega come stru­
mento antipersiano, non certo antispartano. Alla presa di Eione seguirono la
conquista, nello stesso anno, dell'isola di Sciro, dalla quale furono cacciati i
pirati Dolopi e che fu trasformata in possedimento ateniese, forse di carat­
tere cleruchico, come già Lemno e Imbro (ma la natura giuridica di questi
insediamenti è oggetto di vivace discussione) ; la guerra contro Caristo in
Eubea; infine, la repressione della rivolta di Nasso (intorno al 467), il primo
1 1 6 CAPITOLO 3

alleato ribelle, che «fu resa schiava contro i patti stabiliti». Con il caso di
Nasso iniziarono a mutare le condizioni del rapporto tra egemone e alleati:
gli alleati sottomessi venivano costretti a sottoscrivere un'alleanza offensiva
e difensiva, cioè a condividere integralmente la politica estera di Atene, per­
dendo la propria autonomia.
La degenerazione Altre forme di lesione dell'autonomia degli alleati si svilupparono in seguito:
della Lega delio­ lo spostamento in Atene della cassa della lega, con il conseguente uso delle
attica: da alleanza risorse comuni per gli interessi ateniesi; l'unificazione di moneta, pesi e misure;
difensiva a stru­
m ento imperia­
l'accentramento dei processi; l'imposizione di guarnigioni e di governatori;
listico l'invio di cleruchie; l'instaurazione di regimi democratici.
Sulle modalità dell'imposizione del tributo siamo informati da un'importante
documentazione epigrafica, le liste dei tributi ateniesi (ATL) o liste delle ses­
sagesime. Quando, nel 454/3 , la cassa della lega venne trasferita da Delo ad
Atene, si stabilì di versare «una mina per talento», cioè la sessantesima parte
del gettito del tributo, al tesoro di Atena. Di questi versamenti possediamo i
rendiconti epigrafici; essi recano il nome degli alleati di Atene, divisi, a par­
tire dal 443/2, in cinque distretti (Ionia, Ellesponto, Tracia, Caria, isole), con
l'entità della sessagesima, che, moltiplicata per 60, dà l'importo annuale del
tributo. La documentazione fornisce informazioni preziose, consentendo di
stabilire che il tributo, in origine di 460 talenti, salì nel 43 1 a 600 talenti, giunse
nel 42514 a toccare quota 1 .460 e scese poi, nel 418/7, a 1 .000; che già nel
454/3 la maggioranza degli alleati era soggetta al tributo; che variazioni anche
notevoli nel pagamento del tributo da parte di singoli alleati potevano veri­
ficarsi in occasione, per esempio, di mutamenti nel rapporto con l'egemone.
L'unificazione della moneta, dei pesi e delle misure fu realizzata con il cosid­
detto «decreto sulla monetazione», introdotto probabilmente nella seconda
metà degli anni '20: esso imponeva in tutto l'impero l'uso della dracma (in
dracme doveva essere pagato anche il tributo) e dei pesi e delle misure ate­
niesi, dando al sistema una forte unità dal punto di vista economico. Tale
unità comportava certo anche vantaggi per gli alleati, ma, attraverso il divieto
di battere moneta, interferiva pesantemente con la sfera di autonomia degli
alleati più potenti.
L'accentramento in Atene dei processi derivò dalla concessione del diritto
di appello (ephesis) al tribunale ateniese, fatta dagli Ateniesi agli alleati: tale
diritto riguardava casi che potevano comportare condanne a morte, esilio e
perdita dei diritti politici e civili. La concessione era intesa in origine come
garanzia, ma presto si verificarono abusi: falsi accusatori, denominati sicofanti,
costringevano gli alleati a farsi giudicare in Atene, favorendo sia il controllo
della giustizia da parte di Atene, sia l'economia ateniese. Nelle commedie di
Aristofane e nella Costituzione degli Ateniesi dello Pseudosenofonte (uno
scritto anonimo che ci è giunto insieme agli scritti di Senofonte ed è stato datato
diversamente, tra il 440 e la prima metà del IV secolo, ma sembra comunque
riflettere il dibattito dell'età di Pericle), si insiste molto, fra le diverse forme
di sfruttamento degli alleati, su questa forma di «imperialismo giudiziario»
(I, 14); la sua affermazione sarebbe da collegare con un «decreto giudiziario»
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Fonte: C. Mossé e A. Schnapp­ .
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Gourbeillon, Storia dei Greci.
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Dalle origini alla conquista
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romana, Roma, 2004, p. 236. ..... .. ..p- .. .. .. �

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1 1 8 CAPITOLO 3

introdotto intorno alla metà del secolo, che prevedeva che i processi capitali
si celebrassero in Atene non come esito di appello, ma in prima istanza. Tale
decreto, tuttavia, non ci è pervenuto: la sua esistenza è solo supposta dai
moderni sulla base degli indizi tratti dalla tradizione letteraria ed epigrafica.
L'imposizione di guarnigioni militari e di governatori (archontes, episkopoi) è
attestata per via epigrafica e letteraria: la loro funzione era di sorvegliare gli
alleati poco affidabili e di vegliare sugli interessi di Atene e sull'applicazione
delle decisioni della lega. La presenza di Atene nel territorio degli alleati si
faceva così estremamente oppressiva, violando alcuni dei principi fondamen­
tali dell'autonomia. L'invio di cleruchie o colonie militari, installando migliaia
di Ateniesi sul territorio degli alleati, intendeva controllarli da vicino con la
presenza di una guarnigione stabile, ma anche fornire mezzi di sussistenza
al demos ateniese in eccedenza: ai cleruchi infatti veniva assegnato un kleros,
di cui essi percepivano la rendita (Tucidide III, 50, 2 parla di 200 dracme
annue per i cleruchi inviati a Mitilene nel 427 : si tratta, a rigore, del solo caso,
dopo quello di Calcide del 506, in cui la tradizione contemporanea parla
espressamente di cleruchia, mentre il termine ricorre poi comunemente nelle
fonti più tarde).
Quanto all'imposizione di regimi in linea con le posizioni dell'egemone,
secondo Tucidide (I, 18) essa non era una caratteristica dell'impero ateniese,
bensì di quello spartano. Nei decreti riguardanti alleati ribelli non è sempre
possibile individuare tracce sicure dell'imposizione di governi democratici
da parte ateniese; nella Costituzione degli Ateniesi pseudosenofontea ( 1 , 14),
però, si insiste molto sul sostegno dato da Atene alle democrazie contro le
aristocrazie locali.
Non c'è dubbio, comunque, che a partire dalla rivolta di Nasso la Lega
delio-attica, rispetto al momento della fondazione, andò incontro a profondi
mutamenti. Cambiò lobiettivo della lega: dalla continuazione della guerra
contro la Persia si passò alla tutela di interessi diversi, alcuni comuni, come il
controllo della libertà dei mari dalla pirateria, altri prevalentemente ateniesi,
come la contesa con Sparta per legemonia della Grecia. Cambiarono i caratteri
dell'alleanza, che da lega militare egemonica di carattere paritario divenne un
impero, un' arché in cui gli alleati erano divenuti sudditi (hypekooi). Cambia­
rono i metodi di gestione delle relazioni tra egemone e membri, improntate
a rapporti di potenza e non di collaborazione e ridefinite di volta in volta in
trattati in cui il ruolo dell'egemone diventava sempre più oppressivo. Tucidide
si interroga insistentemente sulla natura imperialistica della lega delio-attica,
in diversi discorsi che fa pronunciare a protagonisti della politica ateniese
come Pericle e Cleone: e nella degenerazione della lega da alleanza paritaria
a impero tirannico coglie una delle cause principali della sconfitta che Atene
subì nella guerra del Peloponneso.
IL QUINTO SECOLO 119

2.2. La pentecontetia

Tucidide chiama «péntecontetia» i circa cinquant'anni (questo il senso greco


del termine) compresi tra il 478 e il 43 1 , tra la presa di Sesto e l'inizio della
guerra del Peloponneso. A questo periodo, che era rimasto fuori dall'opera
di Erodoto e che nessuno in seguito, a detta di Tucidide, aveva trattato in
modo soddisfacente (I, 97, 2), lo storico dedica una sintetica ricostruzione,
nei capitoli 89- 1 17 del primo libro: una sezione caratterizzata da una forte
selezione degli avvenimenti e da un inquadramento cronologico assai vago.
La chiave di lettura che egli adotta è che in questo periodo la potenza ateniese
crebbe costantemente e che il timore che ne derivò agli Spartani fu il «motivo
più vero» (alethestate prophasis) della guerra (I, 23 ) ; infatti,

in questi anni gli Ateniesi resero più salda la loro arché e giunsero a una grande
potenza, mentre gli Spartani, pur accorgendosene, non vi si opposero, se non
per poco, e per la maggior parte del tempo se ne stavano tranquilli [. ] finché
. .

la potenza degli Ateniesi crebbe chiaramente e si rivolse contro la loro stessa


alleanza (I, 1 18).

Gli anni dopo il 478, fino alla rivolta di Nasso, furono caratterizzati, come Temistocle e Pau­
già si è detto, da un intenso impegno di Atene sul mare; Sparta, dal canto sania
suo, dopo aver rinunciato all'egemonia della Lega ellenica in favore di Atene
si impegnò in Tessaglia, dove nel 469 il re Leotichida condusse una spedi­
zione contro gli Alevadi, e nel Peloponneso, dove contrastò efficacemente
la coalizione tra Argivi, Arcadi ed Elei, risultando vincitrice negli scontri di
Tegea (469), contro Tegeati e Argivi, e di Dipea (465/4), contro gli Arcadi
(esclusa Mantinea).
La spartizione delle sfere di influenza appariva ormai un fatto acquisito:
essa corrispondeva in effetti alle caratteristiche delle due città egemoni, ma
non alla visione politica dinamica e aggressiva di uomini come Pausania e
Temistocle, l'uno disposto a condurre Sparta sulla via dell'impegno navale
nell'Egeo, l'altro a utilizzare lo strumento della Lega delio-attica in funzione
antispartana. L'affermazione della linea della doppia egemonia fu pagata da
entrambi con la scomparsa dalla scena politica. Pausania, richiamato nella
primavera del 477 a Sparta e assolto dalle accuse più gravi, tornò in seguito
in forma privata nell'Ellesponto e si installò prima a Bisanzio, poi a Colone
nella Troade; accusato di trattare con i barbari e di aspirare alla tirannide,
e nuovamente richiamato in patria (forse nel 47 110), fu sospettato anche di
maneggi con gli iloti e murato vivo nel tempio di Atena Calcieca, dove si era
rifugiato come supplice.
Nello stesso periodo, ad Atene, Temistocle, accusato anch'egli di medismo,
venne ostracizzato e costretto a fuggire ad Argo, dove forse contribuì al
processo di democratizzazione della città e alla formazione della coalizione
antispartana fra Argivi, Elei ed Arcadi; in seguito, minacciato di un processo
panellenico, passò a Corcira, in Epiro e infine in Persia, dove morì intorno
al 465. La disgrazia di Pausania e di Temistocle consentì in Sparta e in Atene
I' affennazione di coloro che intendevano evitare la contrapposizione diretta
fra i due blocchi, favorendo un bipolarismo che si sperava avrebbe garantito
un equilibrio internazionale stabile alla Grecia.
Il governo di Ci- In Atene, questa linea fu portata avanti da Cimone: celebre fu la sua reinter­
mone pretazione di un antico oracolo che ammoniva di evitare l'«egemonia zoppa»,
e che egli intendeva come un ammonimento a far dipendere lequilibrio della
Grecia dalla collaborazione fra Sparta e Atene. Cimone fu il più importante
uomo politico ateniese tra il 47 1/0 e il 462/1 : sotto il suo governo, il consiglio
dell'Areopago avrebbe assunto, secondo una tradizione che trova riscontro in
Aristotele (Costituzione degli Ateniesi, 23 , 1 -2 e 25, 1 ) , un importante ruolo
di controllo della vita pubblica, assicurando alla città un buon governo di
impronta moderata.
Sotto Cimone la Lega delio-attica riprese in grande stile la sua attività contro la
Persia: i risultati principali furono la grande vittoria terrestre e navale ottenuta
in Panfilia, presso il fiume Eurimedonte (che Diodoro colloca sotto l'anno
470/69, ma la cui datazione è assai discussa e va probabilmente abbassata al
465/4), e la prima vittoriosa spedizione a Cipro.
La rivolta dell'isola di Taso (465 ) , causata da dissensi sugli empori della
costa tracica e sulle miniere, costrinse Cimone a interrompere la spedizione
a Cipro per intervenire in Tracia. I Tasi, vinti in una battaglia navale, chie­
sero l'aiuto degli Spartani, ma il loro intervento fu impedito dai problemi
interni conseguenti al «grande terremoto» del 464, che provocò la ribellione
degli iloti e lo scoppio della terza guerra messenica (464-454). Gli Ateniesi,
indisturbati, riuscirono così a domare la rivolta di Taso, che ebbe tennine
nel corso del terzo anno di assedio (463/2). Nel contesto della spedizione
contro Taso, però, gli Ateniesi andarono incontro a un grave insuccesso
con il tentativo di colonizzazione di Nove Strade, alla foce dello Strimone
(una zona che interessava molto agli Ateniesi per il controllo della via degli
Stretti e la presenza delle miniere d'oro del Pangeo); qui i coloni ateniesi
furono massacrati dai Traci Edoni, che volevano impedire loro la penetra­
zione nell'entroterra.
La caduta di Ci­ Al ritorno da Taso, Cimone fu messo sotto processo da diversi avversari
mane e la svolta politici, tra cui il giovane Pericle, per aver ricevuto denaro da Alessandro,
del 462/1 re di Macedonia; il re, che aveva sostenuto i Tasi ribelli, avrebbe ottenuto in
cambio che Cimone non attaccasse la Macedonia. In questa occasione egli
venne assolto, ma poco dopo la frattura tra Cimone e i democratici si consumò
definitivamente.
In occasione del terremoto del 464 gli Spartani, in grave difficoltà interna,
chiesero l'intervento degli Ateniesi, di cui erano ancora formalmente alleati;
in assemblea si scontrarono il democratico Efialte, sfavorevole all'intervento,
e Cimone, che, riproponendo loracolo sull'egemonia zoppa, convinse gli
Ateniesi a deliberare in favore di una spedizione di soccorso; furono inviati,
al comando dello stesso Cimone, 4.000 opliti (Plutarco, Vita di Cimane, 16,
8- 10). Ma l'assedio della fortezza di Itome, dove i ribelli si erano asserragliati,
IL QUINTO SECOLO 1 2 1

andava per le lunghe, e l'intervento ateniese non si rivelò, come sperato,


risolutivo; allora a Sparta, racconta Tucidide (I, 1 02, 3 ) ,

si manifestò per la prima volta un dissidio tra Spartani e Ateniesi. Gli Spartani
infatti, poiché la località non era stata presa con la forza, temendo laudacia
e le tendenze innovative (neoteropoiia) degli Ateniesi, e considerandoli di
stirpe diversa, preoccupati che, se fossero rimasti, persuasi da quelli di ltome
macchinassero qualche novità, li rimandarono a casa, soli tra gli alleati, senza
mostrare il loro sospetto, ma dichiarando che non avevano più bisogno di
loro.

Il passo mette in evidenza il clima di sospetto ormai sorto tra potenze di carat­
tere profondamente diverso, l'una statica e tradizionalista, l'altra intensamente
dinamica e innovativa, e la difficoltà di mantenere un equilibrio sulla base
della divisione delle sfere di influenza.
L'umiliazione inflitta agli Ateniesi provocò un'immediata reazione in Atene.
Cimone, travolto dal risentimento popolare, fu ostracizzato; Atene denunciò
l'alleanza con Sparta, vigente dal 481, e ne concluse un'altra con gli Argivi,
tradizionali nemici di Sparta nel Peloponneso, e i Tessali (462/1 ) . Con questa
nuova alleanza, evocata nelle Supplici di Eschilo, Atene si sottrasse alla logica
del bipolarismo e della non interferenza, dando alla sua potenza, attraverso
gli alleati, una base anche continentale: sia Argo sia la Tessaglia erano infatti
potenze del continente greco, che nella logica della doppia egemonia erano
considerate di pertinenza spartana. Sul versante interno, la caduta di Cimone
aprì la strada alla riforma democratica di Efialte, che, nello stesso anno 462/1 ,
pose fine al governo dell'Areopago.
Quella dell'anno 462/1 si presenta dunque come una svolta di eccezionale
rilievo nella storia di Atene, e di tutta la Grecia, nel V secolo: sul piano in­
ternazionale, Atene abbandona la prospettiva della spartizione delle sfere di
influenza e rivendica l'egemonia sull'intera Grecia; mentre sul piano interno,
liberata dal condizionamento costituito dal rapporto privilegiato con Sparta e
dall'effetto «frenante» del consiglio dell'Areopago (Aristotele, Politica, 1304
a 2 1 ) , si avvia al completamento del suo processo di democratizzazione, sotto
la guida dei leader democratici Efialte e Pericle.
La vittoria dell'Eurimedonte ottenuta da Cimone aveva garantito ad Atene Il fronte persiano:
la supremazia nell'Egeo e l'aveva indotta a una politica aggressiva, che trovò la «pace di Callia»
espressione nell'intervento in Egitto, in soccorso del principe libico Inaro,
ribelle al re persiano Artaserse (salito al trono, dopo la morte del padre Serse,
nel 465/4). La spedizione iniziò probabilmente nel 462/1 e terminò dopo sei
anni, nel 456/5; all'inizio fu coronata da successo, ma poi gli Ateniesi, assediati
nell'isola di Prosopitide sul Nilo, subirono una sconfitta e la flotta di 50 navi
giunta in soccorso fu distrutta.
Nel 45 1 gli Ateniesi intrapresero una seconda spedizione contro Cipro, sotto
la guida di Cimone, rientrato dall'esilio decennale previsto dall'ostracismo;
ma con la morte di Cimone gli Ateniesi si ritirarono.
A partire da questo momento Atene e la Persia si attennero a un tacito accordo
di non interferenza, che la tradizione ateniese ricorda come «pace di Callia» e
viene datata da Diodoro al 449/8. Già alcuni storici antichi come Teopompo e
Callistene, tuttavia, ritenevano che la pace di Callia, menzionata per la prima
volta dall'oratore Isocrate, fosse un falso della propaganda ateniese. Le clausole,
riferite diversamente dalle fonti, imponevano ai Persiani di non entrare nell'Egeo
con la loro flotta: probabilmente si attribuì a un vero e proprio trattato quello
che fu piuttosto un accordo di fatto, con il quale le parti, entrambe alle prese
con altri problemi (gli Ateniesi con i conflitti provocati dalla rottura dell'alleanza
con Sparta, i Persiani con le rivolte che insidiavano l'unità del loro impero),
ritennero opportuno sospendere le ostilità. Si trattò, per Atene, di un indubbio
' successo, ma la fine della guerra con la Persia ebbe una grave conseguenza:
svuotò di significato la Lega dello-attica, continuazione ideale della Lega degli
Hellenes, riducendola agli occhi degli stessi alleati a uno strumento di oppres­
sione imperialistica. Lo mostra un passo del discorso dei Mitilenesi, ribelli ad
Atene nel 427, davanti agli Spartani (Tucidide III, 10, 3 -4): «Divenimmo loro
alleati non per rendere i Greci schiavi degli Ateniesi, ma per liberarli dai Persiani
[. . . ] Ma quando li vedevamo trascurare l'ostilità verso i Persiani e impegnarsi
a render schiavi gli alleati, non ci sentivamo più sicuri».
Il fronte greco: In Grecia la svolta politica del 462/1 determinò una grave destabilizzazione,
focolai di guerra aprendo un periodo che potremmo chiamare di «guerra fredda»: una serie
in G recia tra il di guerre locali fra blocco peloponnesiaco e blocco ateniese si trascinò fino
462/1 e il 446
al 446, quando il concreto rischio di un conflitto globale indusse le parti a
riproporre un equilibrio basato sulla divisione delle sfere di influenza.
Subito dopo la rottura dell'alleanza tra Sparta e Atene, Megara, attaccata da
Corinto, passò dalla parte degli Ateniesi, che occuparono i porti megaresi
di Pege e di Nisea: da questo momento, secondo Tucidide (I, 103 , 4), i Co­
rinzi cominciarono a nutrire un «odio profondo» contro gli Ateniesi, odio
che sarà uno dei fattori scatenanti della guerra del Peloponneso. Il conflitto
apertosi con la defezione di Megara, che i moderni chiamano «prima guerra
del Peloponneso», coinvolgeva più Corinto che Sparta e aveva in realtà come
obiettivo il controllo del golfo di Corinto e del golfo Saronico; gli Ateniesi
costruirono mura che collegavano Megara a Nisea, custodendole essi stessi,
e tra il 459 e il 457 edificarono le Lunghe Mura che univano la città di
Atene alle fortificazioni del Pireo, con l'intento di garantire I' afflusso dei
rifornimenti via mare.
La seconda guerra Nel frattempo, un nuovo conflitto si aprì nella Grecia centrale. I Focesi, al­
sacra e le battaglie leati di Atene, provocarono, minacciando la Doride, un intervento spartano,
di Tanagra e di mirante a mantenere il controllo su Delfi: si apriva così la seconda guerra
Enofita
sacra, o meglio quella che va probabilmente considerata la prima fase di essa;
solo per la seconda fase, in realtà, Tucidide (I, 1 12, 5) parla espressamente
di «guerra sacra»; la guerra durerà, fra alterne vicende, fino al 446. La coali­
zione comprendente Ateniesi, Argivi e Tessali si scontrò con gli Spartani e i
loro alleati a Tanagra in Beozia, nel 457: la defezione della cavalleria tessalica
determinò la vittoria di Sparta. Due mesi dopo, a Enofita, gli Ateniesi guidati
IL QUINTO SKOlO 1 23

da Mironide ottennero una rivincita che permise loro di recuperare il controllo


della Grecia centrale: Delfi tornò sotto il controllo dei Focesi, le due Locridi
furono sottomesse (gli Ateniesi insediarono un gruppo di Messeni a Nau­
patto, all'imbocco del golfo di Corinto, allo scopo di controllare i movimenti
di Corinto), Egina fu presa e costretta a consegnare la flotta, ad abbattere le
mura e a entrare nella Lega delio-attica. Fu in questo clima di successi militari
che gli Ateniesi, con il pretesto di difenderla da attacchi persiani, decisero di
spostare in Atene, da Delo, la cassa della lega (454/3 ).
Nel 45 1 il ritorno di Cimone dall'esilio favorì la ratifica di una tregua quin­
quennale con Sparta; ma dopo la sua morte Sparta intervenne nuovamente
a Delfi, per renderla autonoma dai Focesi, costringendo Atene a reagire, a
riconquistare la città e a restituirla ai Focesi. La lotta per il controllo di Delfi
indusse gli Ateniesi a tentare di dare analoga autorità panellenica al santuario
di Eleusi, varando il decreto sulle aparchai (IG P, 78): tutti i Greci vennero
invitati a offrire le primizie alle divinità eleusine, Demetra e Core. Allo stesso
periodo risale probabilmente il cosiddetto «decreto del congresso», ricordato
dal solo Plutarco ( Vita di Pericle, 17) e della cui autenticità si è quindi dubi­
tato, benché si inserisca bene nel contesto storico di questi anni: con esso gli
Ateniesi assumevano un'iniziativa panellenica, chiamando i Greci a discutere
sulla ricostruzione dei templi distrutti dai Persiani, sulla libertà di navigazione
e sulla pace generale. Entrambe le iniziative, miranti a sostituire Delfi nella sua
funzione di riferimento etico e politico per tutti i Greci, non ottennero però
il successo sperato; al progetto di congresso panellenico si opposero espressa­
mente gli Spartani.
Nel 44716 una rivolta degli oligarchici beoti riaprì le ostilità: a Coronea, l' ate­ La battaglia di
niese Tolmide subì una grave sconfitta e la Beozia recuperò la sua autonomia. Coronea e la ri­
Atene perse il controllo della Grecia centrale; l'Eubea, che aveva appoggiato volta dell'Eubea
i Beoti, si ribellò; Megara abbandonò l'alleanza ateniese. In questo difficile
momento, che la vedeva impegnata su più fronti, Atene subì anche l'invasione
dell'Attica da parte dei Peloponnesiaci, guidati dal re spartano Pleistonatte,
figlio di Pausania; Pericle fu costretto a rientrare dall'Eubea, ma Pleistonatte
inopinatamente si ritirò, attirandosi accuse di corruzione. Pericle poté così
tornare in Eubea e domare la rivolta, ma la necessità di chiudere la stagione
dei conflitti che aveva diviso i due blocchi dal 462/1 apparve evidente.
Nel 446/5 fu conclusa tra Sparta e Atene una pace trentennale, le cui clausole La pace del 446/5
possiamo ricostruire dalle numerose allusioni al trattato contenute nel testo
di Tucidide. Essa prevedeva che Atene rinunciasse a Megara, ma conser­
vasse Egina; che le città neutrali restassero libere di aderire all'una o all'altra
coalizione; che fosse assicurata la libera circolazione nei territori dei due
blocchi; che ogni controversia fosse risolta attraverso le vie legali, accettando
un arbitrato. In sostanza, la pace cercava di assicurare stabilità attraverso il
riconoscimento dell'esistenza delle due leghe e delle due zone di egemonia.
Nonostante le oggettive difficoltà (nella Lega del Peloponneso vi erano città
marinare, come Megara e Corinto; Atene aveva interessi sul continente, per
esempio per il controllo della Beozia), l'accordo funzionò: quando Samo,
12 (APIIDL0 3

nel 44 110, si ribellò ad Atene, la Lega del Peloponneso, pur sollecitata, non
intervenne, in quanto i Corinzi si opposero, ricordando, nella logica del
bipolarismo, che «ognuno aveva il diritto di punire da solo i propri alleati»
(Tucidide I, 40, 5).
Atene e l 'Occi­ Dopo la tregua con Sparta, Atene riprese quegli interessi occidentali che la
dente tradizione fa risalire a Temistocle e alla sua attenzione per le aree magnogreche
della Sibaritide e della Siritide e che essa, sempre attenta al controllo delle
rotte granarie, non aveva mai del tutto abbandonato.
L'Occidente greco mostrava a quest'epoca una sostanziale instabilità. Con la
caduta delle tirannidi, i Sicelioti si impegnarono, in seguito a una deliberazione
assunta in comune (koinòn dogma), nella lotta contro i mercenari naturalizzati
dai tiranni, che vennero concentrati a Messana, e nella ricostituzione delle
antiche comunità cittadine snaturate dagli interventi di deportazione (Diodoro
XI 76, 1 -2). A Siracusa si affermò una democrazia, che imitava le istituzioni
ateniesi (per esempio introducendo il petalismo, procedura analoga all'ostra­
cismo), ma non mostrava uguale solidità ed era sempre a rischio di degenerare
in tirannide, come mostrò il tentativo del demagogo Tindaride nel 454.
In questo contesto critico, il siculo Ducezio, definito dalle fonti «egemone» dei
Siculi, promosse, adottando modelli greci, una confederazione fra Siculi, il cui
centro politico e religioso fu Palice (453 ) ; sconfitto dai Siracusani, andò esule
a Corinto nel 450; dopo due anni tornò in Sicilia, dove trovò la morte.
In Italia, le aristocrazie di ispirazione pitagorica caddero intorno alla metà del
secolo; nel 453 venne rifondata Sibari, distrutta cinque anni dopo da Crotone.
I Sibariti chiesero aiuto alle potenze della madrepatria, ottenendolo da Atene
nel 446: l'impossibilità di dare un assetto stabile alla città, per i conflitti fra i
Sibariti e i nuovi coloni, indusse infine gli Ateniesi a rifondarla col nome di
Turi, sotto la guida dell'ecista Lampone, nel 444/3 .
Turi fu una colonia panellenica, verso la quale affluirono coloni dalla Grecia
e dall'Asia Minore; tra i cittadini di Turi vi furono personalità come il sofista
Protagora, lo storico Erodoto, l'urbanista lppodamo. Circa dieci anni dopo
la fondazione, all'interno della colonia prevalse l'elemento peloponnesiaco
e Atene perse la possibilità di utilizzarla per i propri fini. All'epoca della
fondazione di Turi risalgono, forse, i primi trattati ateniesi con le città calci­
desi di Reggio e Leontini, rinnovati poco prima dell'inizio della guerra del
Peloponneso; più o meno allo stesso periodo sembra da ascrivere l'intervento
dell'ateniese Diotima a Napoli.

3. DEMOCRAZIA E IMPERIAUSMO

Secondo l'anonimo autore della Costituzione degli Ateniesi dello Pseudo­


senofonte (I, 1 -3 ), la democrazia era un sistema intrinsecamente sbagliato,
ma non privo di una sua rigorosa logica interna. La democrazia è, secondo
l'anonimo, da respingere in quanto, pur presentandosi come governo di tutti
o almeno della maggioranza, è in realtà governo di una parte, la peggiore, cioè
IL QUINTO SECOLO 1 2

la classe popolare, i poneroi: «La costituzione degli Ateniesi io non l'approvo,


perché con essa hanno scelto che i cattivi (poneroi) stiano meglio dei buoni
(chrestoi)» ( 1 , 1 ) . Tuttavia l'anonimo appare cosciente del fatto che la demo­
crazia, pur muovendo da una scelta sbagliata, la persegue poi con profonda
coerenza: se sono i «cattivi» a dover governare, «a tutti sembra giusto che
sia permesso a ogni cittadino che lo desideri di partecipare alle magistrature,
per mezzo del sorteggio che ora è in vigore e del diritto di voto, e di parlare
in assemblea» ( 1 , 2). Lo Pseudosenofonte punta poi il dito sulle contraddi­
zioni del regime, e in particolare sui costi enormi che il funzionamento della
macchina democratica comportava: «Sono le cariche che comportano un'in­
dennità e dei vantaggi privati quelle a cui il popolo aspira» ( 1 , 3 ) I costi erano
.

legati soprattutto all'introduzione del misth6s, la retribuzione delle cariche


pubbliche (le magistrature, la boulé, il tribunale e infine, con l'inizio del IV
secolo, anche l'assemblea), che garantiva una partecipazione non teorica ma
effettiva anche ai meno abbienti; il che, a detta degli antidemocratici di cui
ancora una volta lo Pseudosenofonte si fa portavoce ( 1 , 14 ss.), alimentava
il parassitismo del popolo e lo sfruttamento economico degli alleati, il cui
tributo veniva utilizzato per il mantenimento (trophé) del demos. In effetti,
per garantire ai propri cittadini l'esercizio incondizionato dei loro diritti la
democrazia fu costretta a cercare all'esterno i mezzi per sostenere un sistema
estremamente dispendioso e ad avviarsi sulla strada dell'imperialismo. Su
questa grave, innegabile contraddizione la polemica degli oppositori trovò un
terreno fertile. Gli antidemocratici come lo Pseudosenofonte consideravano
la democrazia, secondo una felice espressione moderna, come un «sistema
non riformabile», incapace di superare le proprie contraddizioni e quindi da
accettare nella sua spregiudicata logica interna o da abbattere.

3.1. Efialte

L'ostracismo di Cimone, dopo l'infelice esito dell'intervento a favore di Sparta


contro gli iloti ribelli da lui caldeggiato, creò le condizioni per la riforma
democratica di Efialte, figlio di Sofonide, leader del partito democratico. Di
Efialte sappiamo assai poco: Aristotele (Costituzione degli Ateniesi, 25, 1 -2)
ne parla come di un prostates del demos e lo giudica incorruttibile e giusto.
La sua azione partì da processi per corruzione contro membri dell'Areopago,
da collegare con le analoghe accuse mosse da Pericle a Cimone: si trattava,
evidentemente, di una offensiva ai danni della classe dirigente conservatrice,
che si intendeva delegittimare:

Aumentando il potere del popolo, Efialte figlio di Sofonide, che sembrava essere
incorruttibile e giusto verso lo stato, divenne prostates del demos e attaccò il
consiglio (dell'Areopago). Per prima cosa tolse di mezzo molti degli Areopagiti,
mettendoli sotto processo a proposito della loro amministrazione; poi, sotto
larcontato di Conone, tolse al consiglio tutte le prerogative aggiunte, attraverso
1 26 CAPITOLO 3

le quali si esercitava il controllo della costituzione, e ne diede alcune al consiglio


dei Cinquecento, altre all'assemblea e ai tribunali.

La riforma consistette nel sottrarre all'Areopago tutte quelle competenze


«aggiunte» (epitheta) che il consiglio aveva accumulato nel tempo in materia
di controllo della vita politica e costituzionale e che gli consentivano di essere
«guardiano della politeia», ma che i democratici ritenevano non originarie e
quindi non conformi alla tradizione patria, e nel ridistribuirle alla boulé dei
Cinquecento, all 'assemblea popolare e al tribunale dell'Eliea. Le competenze
del consiglio furono limitate alla giurisdizione sui delitti di sangue e a poche
altre questioni di natura religioso-sacrale.
La riforma fu presentata dai democratici non come un'innovazione, ma come
un ritorno all'antico: l'Areopago doveva essere purificato da tutto ciò che gli
era stato indebitamente attribuito, per tornare alla configurazione tradizio­
nale di organo giudiziario chiamato a giudicare sul sangue versato, secondo
la tradizione patria. Questa visione emerge con chiarezza dalle Eumenidi di
Eschilo (vv. 693 ss.), che celebrano la riforma come un ritorno alla purezza
originaria: se essa verrà preservata, rispetto e timore terranno i cittadini lon­
tani dal crimine, mentre «chi intorbida una fonte limpida con acque impure
e fango, non troverà più da bere».
Dalla riforma efialtea gli organismi democratici uscirono fortemente poten­
ziati, in particolare il tribunale popolare. Esso era costituito nel V secolo da
6.000 giudici, sorteggiati annualmente fra tutti i cittadini, che operavano divisi
in corti più ristrette (fino a un massimo di 1 .500 giudici nei casi più gravi),
presiedute dagli arconti. All'esercizio dell"attività giurisdizionale gli Ateniesi
tenevano in modo particolare, come emerge dalle commedie di Aristofane,
che non perde occasione di deridere la passione dei cittadini per i processi.
Nel IV secolo Aristotele (Costituzione degli Ateniesi, 63 ss.) ci informa del
fatto che il sorteggio per la selezione dei giudici e la loro assegnazione alle
singole corti veniva fatto di volta in volta e con una serie di complesse proce­
dure precauzionali, che comprendevano il sorteggio immediato non solo dei
giudici e del presidente del tribunale, ma anche dei funzionari incaricati di
sovrintendere alle operazioni di sorteggio e di voto, in modo da assicurare la
formazione di giurie assolutamente imparziali. Lo stesso meccanismo di voto
era fortemente controllato, per evitare, per esempio, che un giudice votasse
due volte o votasse in un tribunale diverso da quello assegnatogli.
Efialte morì assassinato poco dopo la riforma: sul suo assassinio circolarono
le più diverse versioni, compresa quella che sarebbe stato fatto uccidere da
Pericle; Aristotele (Costituzione degli Ateniesi, 25, 5 ) attribuisce l'assassinio
a un tale Aristodico di Tanagra; si trattò, probabilmente, di una congiura oli­
garchica, la stessa cui allude Tucidide (I, 107, 4 e 6) all'epoca della battaglia di
Tanagra. L'eliminazione di Efialte non poté, in ogni caso, arrestare il processo
di evoluzione democratica innescato dalla riforma.
IL QUINTO SKOlO 1 27

3.2. Pericle e la ·democrazia reale.

Pericle, figlio di Santippo e di Agariste, nipote di Clistene, apparteneva per


parte di padre alla famiglia dei Buzigi, per parte di madre a quella degli Alc­
meonidi. Dopo essersi messo in luce nel processo contro Cimone, egli fu il
successore di Efialte alla guida dei democratici e godette di vasto consenso
popolare, come mostra il fatto che fu eletto stratego per ben quindici volte.
La prima fase della sua carriera, dopo la morte di Efialte, è più oscura; ma
dopo l'ostracismo del suo principale· awersario, Tucidide figlio di Melesia,
nel 443/2, egli determinò il corso della politica ateniese fino al 429, anno
della sua morte.
Per comprendere le ragioni di questo consenso è illuminante il giudizio che
su di lui esprime Tucidide (II, 65, 8-9):

Pericle, forte della sua dignità familiare e della sua intelligenza, chiaramente
incorruttibile al denaro, sapeva controllare il popolo senza limitarne la libertà,
e non era da lui guidato più di quanto egli stesso non lo guidasse. Pericle,
infatti, non parlava per lusingarlo, come avrebbe fatto se il suo potere fosse
stato conseguito illecitamente, ma lo contraddiceva anche sotto l'influsso dell'i­
ra, poiché aveva ottenuto il potere per suo merito personale [. . . ] Ad Atene
vi era, a parole, una democrazia, ma di fatto il governo del primo cittadino
[protos anér].

Secondo lo storico, Pericle univa l'autorevolezza che gli derivava dalla tra­
dizione familiare a una serie di eccezionali qualità personali; su questa base
egli seppe stabilire con il popolo un rapporto di fiducia, awalendosi della
libertà di giudizio della maggioranza e frenando contemporaneamente l'ir­
razionalità e l'emotività della massa; ne conseguì una democrazia «guidata»,
immune dal rischio di derive autoritarie o demagogiche Oa definizione di
«primo cittadino» era in Tucidide una risposta alle accuse di tirannide, che
la commedia contemporanea lascia trasparire). Un equilibrio che venne meno
con i successori di Pericle, che inaugurarono la stagione della demagogia:
essi, a parere di Tucidide, essendo privi dell'eccellenza di Pericle «tendevano
ognuno a primeggiare e affidarono al popolo, per compiacerlo, l'intero go­
verno dello stato».
All'iniziativa di Pericle è attribuita l'introduzione del misth6s, la retribuzione Il misth6s
delle cariche pubbliche, forse già progettata in seguito alla conquista di Taso e
della costa tracica, che fornì i mezzi finanziari necessari; si stabilì di retribuire
con quattro oboli al giorno il servizio svolto dai magistrati, con cinque oboli
quello dei buleuti e con due quello degli eliasti. Nello stesso periodo, nel
45716, l'accesso all'arcontato fu esteso ai membri della terza classe soloniana,
gli zeugiti; in seguito, con una finzione giuridica, anche i teti furono ammessi
alle magistrature superiori, purché non dichiarassero il loro stato (Aristotele,
Costituzione degli Ateniesi, 7, 4: «anche oggi, se si chiedesse a chi sta per essere
sorteggiato per una carica a quale classe appartenga, nessuno risponderebbe
1 28 CAPITOLO 3

che appartiene ai teti»). Non è invece ritenuta sicura l'istituzione già da parte
di Pericle del theorik6n, il fondo che consentiva agli Ateniesi di accedere
gratuitamente agli spettacoli teatrali e che mostrava l'interesse pubblico alla
formazione culturale di quel demos di cui si favoriva la partecipazione poli­
tica (tanto più che il teatro tragico e comico affrontava, accanto a problemi
universali, anche temi legati alla quotidiana esperienza politica degli Ateniesi).
Il misth6s fu interpretato dalla tradizione ostile a Pericle come una forma
di assistenzialismo demagogico, non diverso nel significato dal paternalismo
aristocratico di Cirnone, che consentiva l'accesso alle sue proprietà perché
tutti potessero coglierne i frutti: in realtà, il provvedimento intendeva in­
coraggiare la reale partecipazione di tutti i cittadini, compresi coloro che
non avevano ricchezze tali da poter abbandonare il lavoro per svolgere
funzioni pubbliche, secondo quanto lo stesso Pericle teorizza nell'Epita/io,
il discorso funebre per i morti del primo anno della guerra del Peloponneso
che è stato giustamente individuato come il manifesto programmatico della
democrazia:

Abbiamo una costituzione che non imita le leggi dei vicini, perché siamo più
d'esempio agli altri che imitatori. E poiché essa è retta in modo che i diritti
civili spettino non a pochi, ma alla maggioranza, essa è chiamata democrazia.
Di fronte alle leggi, per quanto riguarda gli interessi privati, tutti hanno pari
diritti; per quanto riguarda la considerazione pubblica nella gestione dello stato,
ciascuno è preferito a seconda di quel che vale in un determinato campo, non
per l'estrazione sociale. E per quanto riguarda la povertà, se uno può far qual­
cosa di buono per la città, non ne è impedito dall'oscurità della sua condizione
(Tucidide II, 37, 1 e 40, 2).

La «democrazia Tutti i cittadini erano chiamati, nella democrazia ateniese, all 'assunzione delle
reale» responsabilità di governo: sempre Pericle, nell'Epita/io (Tucidide II, 40, 2),
afferma che gli Ateniesi sono i soli a considerare «non tranquillo, ma inutile»
chi non si interessa degli affari pubblici. Tali responsabilità comportano
il rivestimento delle magistrature (archein) , la partecipazione al processo
decisionale in assemblea (ekklesiazein) e l'esercizio del potere giudiziario
nei tribunali (dikazein). Nel «Tripolitico» Erodoto (III, 80), nel definire le
caratteristiche del governo democratico, mette in evidenza i principi della
sovranità popolare, dell'uguaglianza e, soprattutto, della partecipazione, che
si esprime nella possibilità di sottoporre a rendiconto i magistrati, nella messa
in comune di ogni decisione e, soprattutto, nel sorteggio delle magistrature,
che assicura un'ampia turnazione: <<le cariche pubbliche sono sorteggiate,
le magistrature sono soggette a rendiconto, tutte le decisioni sono messe in
comune». Il sistema del sorteggio (klerosis), che costituisce una delle più
significative garanzie democratiche, è stato oggetto, da parte degli antichi
e dei moderni, di forti contestazioni, in quanto considerato espressione di
una sostanziale indifferenza di fronte ai meriti e alle competenze dei singoli
e dunque ispirato a criteri demagogici. In realtà la democrazia non ignorava
affatto la prospettiva meritocratica: il sistema della designazione per elezione
(hairesis) era mantenuto per le magistrature che richiedevano una sicura com­
petenza, come la strategia e le altre magistrature militari e alcune magistrature
tecniche (i tamiai o «tesorieri») . Ma all'assunzione di quelle responsabilità di
governo che non richiedevano competenze tecniche il cittadino era qualificato,
secondo il pensiero democratico, dalla sua stessa qualità di polites.
L'organo principale della democrazia ateniese era l'assemblea popolare
(ekklesia), formata da tutti i cittadini di età superiore ai vent'anni. Essa co­
stituiva lo sviluppo dell'originaria assemblea del popolo in armi ed era dun­
que presente, con nomi diversi, anche in città che non avevano costituzioni
democratiche (si pensi all'ape/la spartana). La corrispondenza dell'assemblea
popolare con I' assemblea del popolo in armi è chiaramente riconoscibile
nella democrazia ateniese, dove i giovani, raggiunta la maggiore età a diciotto
anni, venivano registrati come adulti nella lista del proprio demo (il già men­
zionato lexiarchikòn grammateion) e svolgevano per due anni una sorta di
servizio militare, la cosiddetta «efebia>>; solo in seguito potevano esercitare il
diritto di ekklesiazein e gli altri diritti politici (Aristotele, Costituzione degli
Ateniesi, 42) . Il carattere più o meno democratico di un'assemblea dipende
però, più che dalla sua composizione, dalle sue competenze: così, ciò che
appare caratterizzante della democrazia ateniese è, più ancora del diritto di
esprimere un voto, il diritto di discutere le proposte che venivano portate
davanti all'assemblea stessa dalla boulé o anche da singoli cittadini che
intendessero avanzarne per autonoma iniziativa. La boulé, oltre al compito
di preparare i lavori assembleari, aveva anche significative competenze di
carattere amministrativo e giudiziario (esposte con accuratezza da Aristotele,
Costituzione degli Ateniesi, 43-49); la sua composizione, che corrispondeva
sostanzialmente a quella dell'assemblea, garantiva un'efficace collaborazione
tra i due organismi.
Ogni cittadino ateniese godeva così non solo del diritto di voto, ma anche e
soprattutto del diritto di parola (isegona, pa"hesia), che non veniva invece
riconosciuto ai membri delle assemblee non democratiche. Quanto al voto,
esso poteva essere espresso in forma diversa: I'assemblea ateniese votava per
cheirotonia, cioè per alzata di mano, nella maggior parte dei casi (elezioni,
votazioni di decreti); votava per psephophona, cioè per mezzo di gettoni che
venivano conteggiati, quando era chiamata a giudicare casi in cui erano in gioco
i diritti personali di un individuo (concessione della cittadinanza, votazione
di decreti ad personam, concessione dell'immunità, giudizi capitali). Il voto
per psephophorta era quello regolarmente usato nei tribunali.
Le critiche principali rivolte al sistema democratico dai suoi oppositori erano L'opposizione a
legate da una parte alla convinzione che, per partecipare pienamente al go­ Pericle: Tucidide
verno dello stato, occorresse esservi qualificati dalla nascita, dalla ricchezza di Melesia
o dalla formazione culturale; dall'altra alla considerazione dei costi eccessivi
che comportava I'accesso al governo del demos. Nelle fonti della seconda metà
del V secolo non manca l'eco del dibattito che contrapponeva I'opposizione
antidemocratica (che presentava la democrazia, seguendo lo Pseudosenofonte,
come la dittatura dei peggiori) ai democratici (che la presentavano invece
come il governo di tutto il popolo, o almeno della maggioranza di esso);
oltre all'Epita/io di Pericle, merita di essere citato il discorso del siracusano
Atenagora in Tucidide VI, 39, 1 -2 :

Si dirà che la democrazia non è né intelligente né equa, e che i ricchi sono i


più adatti a governare meglio. Ma io dico che per popolo si intende il tutto,
per oligarchia una parte, e che i migliori custodi delle ricchezze sono i ricchi,
ma i consigli migliori vengono dalle persone intelligenti e le migliori decisioni
le prende la maggioranza; e in democrazia tutti, singolarmente e nel loro com­
plesso, godono dei medesimi diritti.

Uno sviluppo particolare ebbe la discussione sul rapporto necessario fra


democrazia e imperialismo, dovuto ai costi elevati del sistema democratico.
La polemica contro la città democratica «mantenuta» dal tributo degli alleati
fu infatti il cavallo di battaglia dell'opposizione a Pericle, che insisteva sul
fatto che i contributi versati per la guerra servivano da una parte a retribuire
il popolo, come sottolinea lo Pseudosenofonte, dall'altra a coprire d'oro e ad
abbellire di statue e di templi Atene «come una donna vanitosa che si adorna
di pietre preziose» (Plutarco, Vita di Pericle, 1 1 , 2).
L'attività edilizia promossa da Pericle, dapprima indirizzata soprattutto alle
opere di difesa, a partire dall'inizio degli anni '40 si orientò su grandi lavori
di restauro sull'acropoli e nel santuario di Eleusi. Il Partenone, il tempio di
Atena Parthenos, fu costruito, a quanto risulta dai rendiconti epigrafici relativi
ai lavori, da !etino e Callicrate fra il 447 e il 438; Fidia fu autore della deco­
razione, tra cui il fregio interno rappresentante la processione panatenaica,
e della statua criselefantina della dea. Agli anni 437-432 risalgono invece
i Propilei, laccesso monumentale sul lato ovest dell'acropoli, e l'Odeon,
sulle pendici meridionali. A questa grande fioritura artistica corrispose I' af­
fluenza di grandi personalità intellettuali, filosofi (Anassagora, Democrito,
Parmenide, Zenone) e sofisti (Protagora, Gorgia, Prodico, Ippia), che resero
dawero Atene, per usare ancora le parole di Pericle, la «scuola dell'Ellade»:
lautorevolezza culturale che la città attica assunse in età periclea fu un dato
acquisito nella storia successiva della Grecia.
Ma questa politica culturale aveva un costo, che ricadeva in gran parte sugli
alleati: al 449 risale il primo prelievo di 5 .000 talenti dal tesoro federale, ed è
stata avanzata l'ipotesi che nei quindici anni compresi fra il 447/6 e il 433/2
circa metà delle entrate del tributo sia stata utilizzata a esclusivo vantaggio
di Atene. Secondo l'opposizione, ciò danneggiava la reputazione di Atene
presso i Greci, «oggetto di una grave prepotenza e di una manifesta tirannide»
(Plutarco, Vita di Pericle, 12, 1 -2).
Fu Tucidide di Melesia, parente di Cimone, a dare all'opposizione a Pericle
la necessaria visibilità in assemblea, attraverso un'efficace azione di coor­
dinamento che riunì in un unico partito i kalol kai agathoi, fino a farne un
contrappeso del partito democratico: «facendo opposizione a Pericle dalla
tribuna, egli riportò equilibrio nella vita politica» (Plutarco, Vita di Pericle,
5KIXC 1 31

1 1 , 1 -3 ) . Il suo ruolo, che conosciamo da Plutarco, è ignorato dallo storico


Tucidide: quest'ultimo, del resto, non dà spazio alcuno alle critiche che
emergono, per esempio, dalla commedia contemporanea, che rappresenta
un Pericle aspirante tiranno, demagogo e libertino.
La decisione nell'organizzare un'opposizione attiva nelle sedi deputate al
confronto politico e, soprattutto, la contestazione della legittimità dell'uso
dei tributi per i bisogni di Atene e in particolare per finanziare i grandi lavori
di edilizia monumentale intrapresi da Pericle, necessariamente impopolare,
costarono a Tucidide lostracismo, da datare probabilmente al 443/2 . Dopo il
suo esilio, il suo partito fu sciolto, lopposizione fu di fatto messa fuori causa
e Pericle godette di uno stabile consenso popolare: tuttavia, le accuse legate a
un suo ruolo «monarchico» o «tirannico» trovarono ulteriore alimento, come
mostra la testimonianza della commedia, e attacchi indiretti alla sua persona
si manifestarono attraverso processi a esponenti del suo entourage, dal filo­
sofo Anassagora allo scultore Fidia, fino alla sua stessa compagna, Aspasia
di Mileto. Una vera crisi del rapporto di fiducia tra Pericle e il demos si ebbe
però solo nel 430, dopo il primo anno della guerra del Peloponneso, quando,
di fronte alla seconda invasione dell'Attica da parte spartana e all'infuriare
della peste, Pericle non fu rieletto stratego.
Gli antichi sottolineavano la contraddizione costituita dalla stretta relazione fra La legge sulla cit-
democrazia avanzata e imperialismo; un'altra, non meno grave contraddizione, tadinanza
è costituita dalla chiusura dell'Atene periclea sul tema della cittadinanza. Nel '' ''�"'i>,l."'"'"'"'

45 110 Pericle fece votare una legge che limitava laccesso alla cittadinanza
di pieno diritto ai figli di padre e di madre ateniesi, escludendone i cosid-
detti patroxenoi/metroxenoi, nati da matrimoni con stranieri. Si è cercato di
individuare motivazioni diverse per questa legge: il bisogno di fronteggiare
un'eccessiva crescita demografica (è questo il parere di Aristotele, Costituzione
degli Ateniesi, 26, 4), la volontà di colpire le pratiche aristocratiche (nelle
grandi famiglie ateniesi si usava contrarre matrimonio con aristocratici stra-
nieri), il desiderio di evitare matrimoni tra cittadini ateniesi e persone di status
inferiore. È anche possibile che la legge sulla cittadinanza costituisse uno dei
punti del programma democratico ed esprimesse un intento di sistematica
valorizzazione del demos, il cui ruolo nella formazione del corpo civico risultò
in effetti rafforzato: una donna anche di modeste condizioni, ma asté, cioè
appartenente a una famiglia di cittadini ateniesi, acquisiva infatti un ruolo
privilegiato, interdetto a qualsiasi aristocratica straniera, nella trasmissione
della cittadinanza legittima alla prole.
Quel che è certo è che la legge intendeva sottolineare il senso di appartenenza
al corpo civico originario, limitandovi l'ingresso agli Ateniesi «puri» (katha­
roi). Tale senso di appartenenza può rimandare a motivazioni ideali, e cioè
alla volontà politica di preservare la purezza etnica del corpo civico, oppure
a motivazioni più pratiche, e cioè al desiderio di limitare il numero dei be­
neficiari dei vantaggi concreti collegati con il possesso della cittadinanza. In
ogni caso, la legge mette in evidenza la progressiva chiusura della democrazia,
che, quanto più offriva ai propri cittadini il pieno godimento dei diritti e dei
1 32 CAPITOLO 3

privilegi connessi con il loro status, tanto più tentava di limitarne la possibilità
di fruizione. Nella democrazia greca, alla radicalizzazione dell'esperienza de­
mocratica all'interno della comunità poleica corrispondono non l'apertura, la
tolleranza e la disponibilità all'integrazione, ma la valorizzazione dell'identità
e la chiusura verso l'esterno: la legge di Pericle fu una vera e propria «serrata
della cittadinanza», che, sospesa in momenti di crisi demografica (come la
guerra del Peloponneso), venne poi regolarmente riproposta a emergenza
superata. Nonostante ciò, va detto che Atene era ritenuta tradizionalmente
più disponibile di altre città nei confronti degli stranieri; Sparta, per esempio,
faceva sorvegliare attentamente gli stranieri di passaggio dagli efori e praticava,
come si è detto, regolari xenelasiai, «espulsioni di stranieri», per evitare che i
contatti con gli stranieri alterassero il delicato sistema spartano.
Gli esclusi: stra­ In tutte le poleis diritto di cittadinanza e residenza non coincidevano; dal
n i e r i , s c h i avi , godimento dei pieni diritti, appannaggio dei liberi maschi adulti, erano esclusi
donne
le donne, gli stranieri liberi, gli schiavi, e in questo la democrazia ateniese
non fa eccezione.
Ad Atene trovò però particolare sviluppo un istituto presente anche altrove
in Grecia, la metoikia, inteso a tutelare la posizione dello straniero libero. Lo
straniero, anche di stirpe greca (xenos), fuori dalla sua comunità era privo
di tutela giuridica; egli poteva aspirare al massimo alla concessione di alcuni
diritti (di esercitare il commercio, di proprietà, di matrimonio), ma ciò acca­
deva molto raramente, perché la polis era assai riluttante a concedere forme
di equiparazione allo straniero. Chi prendeva residenza stabile in un'altra
città assumeva lo statuto di meteco (metoikos); in Atene, sappiamo che aveva
l'obbligo di porsi sotto la protezione di un cittadino, che assumeva la funzione
di patrono o prostates; che doveva pagare una tassa (di 12 dracme all'anno)
denominata metoikion; che veniva iscritto in speciali registri tenuti dai demi
e prestava servizio militare (nella flotta e nelle truppe ausiliarie, ma anche
come oplita, in unità separate). Il meteco aveva accesso ad alcune forme di
espressione religiosa e cultuale, ma era escluso dalla partecipazione politica;
per quanto riguarda la capacità processuale, poteva ottenere la tutela dei
propri diritti rivolgendosi, direttamente o attraverso il patrono, al magistrato
competente per i rapporti con gli stranieri, l'arconte polemarco. La posizione
del meteco nell'ambito della comunità della polis è stata negli ultimi anni am­
piamente ridiscussa dagli studiosi, che tendono ora ad ammettere lo sviluppo
di una progressiva integrazione soprattutto in campo giudiziario, grazie anche
al notevole contributo offerto all'economia cittadina.
Lo straniero, dunque, resta sempre ben distinto dal cittadino, ma può ricevere
una serie di concessioni che ne migliorano la condizione e ne favoriscono, se
non l'integrazione, almeno la sicura convivenza con i cittadini della comunità
che più o meno stabilmente li ospita, nella misura in cui essi offrono a tale
comunità prestazioni che essa riconosce utili, soprattutto nell'ambito econo­
mico. Il rapporto che si viene a determinare è dunque di natura contrattuale:
la polis, nel suo carattere di comunità fondata sul riconoscimento di culti e
di leggi comuni e sulla partecipazione dei cittadini alla gestione degli affari
33

comuni, in linea di principio esclude lo straniero; ma ne può apprezzare


l'attività in campo economico, fiscale, militare.
Gli schiavi, di origine greca o barbarica, divenivano tali per lo più in seguito
a prigionia di guerra, oppure perché nati in casa; più raramente in seguito a
condanne penali. La loro proporzione rispetto ai cittadini liberi sembra esser
stata relativamente alta, soprattutto nelle città più ricche e popolose. Sul piano
giuridico lo schiavo era proprietà, non persona, e quindi non era soggetto di
diritto; la sua testimonianza in tribunale era valida solo se resa sotto tortura,
anche se sono stati avanzati dubbi sul fatto che venisse realmente praticata. Le
tutele di cui pure godeva nel diritto attico sembrano riflettere l'ambiguità del
suo status: per esempio, egli non poteva essere picchiato o ucciso impunemente
(anche se le pene previste erano minori di quelle per i reati contro liberi) e in
ciò la volontà di difendere la persona dello schiavo si confondeva con quella
di difendere la proprietà del padrone, che aveva comunque maggiori margini
di azione nei confronti dello schiavo. Gli schiavi, soprattutto se domestici,
godevano di una larga autonomia di fatto, in particolare nell'ambito delle at­
tività commerciali; col loro lavoro essi sostenevano molte attività economiche
(soprattutto nel campo della produzione artigianale), ma, anche nei momenti
di massimo sviluppo dell'economia cosiddetta «schiavistica», come l'epoca
dell'imperialismo ateniese, non si può parlare di esclusivo lavoro servile, in
quanto le fonti testimoniano la diffusa compresenza del lavoro libero. La
qualità della vita era complessivamente buona per gli schiavi domestici e per
gli schiavi pubblici impiegati in funzioni amministrative: lo Pseudosenofonte
(I, 10- 1 1 ) deplora che in Atene gli schiavi siano impudenti e godano di libertà
di parola, che non sia neppure possibile picchiarli impunemente, in quanto
non si distinguono dai liberi nell'aspetto, e che abbiano un buon tenore di
vita. Diversa era, owiamente, la condizione degli schiavi addetti alla produ­
zione industriale e soprattutto al lavoro nelle miniere (a loro probabilmente
si riferisce Tucidide VII, 27 , 5, quando segnala la fuga di 20.000 schiavi
all'epoca dell'occupazione spartana di Decelea, negli ultimi anni della guerra
del Peloponneso). Una conferma della condizione relativamente buona degli
schiavi, almeno in Atene, è stata vista nel fatto che mentre Sparta fu sempre
minacciata dalle rivolte servili, Atene poté invece contare sull'appoggio degli
schiavi nei momenti di maggiore difficoltà, come per esempio la sconfitta
del 404. Certo le manomissioni erano rare e lo statuto degli schiavi liberati
(apeleutheroi) incerto: si manifesta qui la consueta riluttanza dei Greci all'in­
tegrazione degli stranieri.
Le donne, benché libere e cittadine, erano escluse da ogni forma di parteci­
pazione politica. Nella polis greca, e in particolare ad Atene la cui situazione
ci è meglio nota, la donna libera e cittadina (asté) era definita dal matrimonio
(nel quale svolgeva un ruolo passivo: era data in moglie dal padre, o dal tutore
legale, in base a un accordo con la famiglia dello sposo in cui non aveva parte
alcuna) , dalla procreazione (obiettivo del matrimonio era la generazione di
figli legittimi) e dal lavoro domestico. Essa viveva dunque segregata nell'ozkos,
fuori da ogni dimensione politica: il suo ruolo nella polis si riduceva a quello,
1 CAPITOLO 3

peraltro assai importante, di strumento di trasmissione della cittadinanza. La


segregazione, almeno per le donne di condizione medio-alta, aveva lo scopo di
evitare che un eventuale adulterio introducesse nell'oikos figli illegittimi e nel
corpo cittadino elementi spuri; infatti, le donne anziane e le cortigiane godevano
di maggiore libertà. La totale subalternità della donna è espressa dal diritto, che
la pone in stato di perenne minorità; i suoi spazi di espressione restano quelli
dell'oikos e della partecipazione alla vita religiosa. In altri contesti giuridici
(per esempio, nel mondo dorico) la situazione pare più sfumata sul piano della
capacità giuridica, soprattutto in ambito patrimoniale: ma al di là di alcune
forme di parificazione esteriore (le ragazze spartane, per esempio, non erano
segregate, ma venivano cresciute con i maschi e facevano addirittura ginnastica
insieme a loro), l'obiettivo resta comunque quello di far sì che la donna possa
procreare buoni cittadini e l'esclusione politica rimane un dato ineludibile
ovunque. Nella democratica Atene, Pericle, nell'Epita/io (Tucidide Il, 45, 2),
non trova di meglio che dire, rivolto alle donne ateniesi: «sarà una gloria per
voi se di voi si parlerà il meno possibile tra gli uomini, in lode o in biasimo».

3.3. L'impero tirannico

Parlando della Lega dello-attica, si è accennato alle diverse forme dell'imperia­


lismo ateniese e alla loro progressiva evoluzione a partire dal 478. Con la «pace
di Callia» del 44 9 e la pace trentennale del 446/5 , la fase di maggiore attività
e quindi di espansione della Lega navale ateniese sembra chiudersi, mentre
si apre una fase di consolidamento, su cui il racconto di Tucidide è peraltro
molto lacunoso. D'altro canto, la documentazione epigrafica sembra mettere
in evidenza un aumento della pressione, soprattutto finanziaria, sugli alleati,
specialmente a partire dal 443/2, anno dell'ostracismo di Tucidide di Melesia.
Il discorso dei Mi­ Una svolta nella storia della Lega delio-attica è identificata da Tucidide
tilenesi attraverso il discorso che i Mitilenesi, ribelli ad Atene, rivolgono ai Pelopon­
nesiaci ad Olimpia, nel 428/7 , per ottenerne l'aiuto (Ili, 9- 14). Giustificando
la propria ribellione con il venire meno di condizioni paritarie in seno alla
Lega dello-attica, i Mitilenesi propongono una breve storia della lega: nata per
liberare i Greci dai Persiani, essa si è lentamente trasformata in uno strumento
di asservimento per i Greci. All'entusiasmo degli alleati, trattati in origine su
piede di parità, si è sostituito il timore, da quando gli Ateniesi hanno comin­
ciato «a trascurare l'ostilità verso i Persiani e a impegnarsi a render schiavi
gli alleati» (Ili, 10, 3 -4). Anche coloro che, come i Lesbi e i Chii, sono ancora
«autonomi e liberi di nome», in realtà non trovano più negli Ateniesi «ege­
moni degni di fiducia» (Ili, 10, 6): essi comprendono di essere ormai lasciati
autonomi solo per giustificare l'impero «con l'apparenza di bei discorsi» (III,
1 1 , 2), e di potersi salvare solo con l'ossequio servile (therapeia: III, 1 1 , 5). La
svolta autoritaria è collegata dai Mitilenesi con il venir meno dell'obiettivo
della guerra contro la Persia e il volgersi degli Ateniesi dall'impegno per la
liberazione dei Greci al loro asservimento, per aumentare la propria potenza:
questa valutazione ci riporta alla prima metà degli anni '40, quando la «pace
di Callia» aveva chiuso il ciclo delle guerre persiane.
Alcuni documenti epigrafici, che illustrano il cambiamento delle relazioni tra Egemone e alleati:
Atene e gli alleati ribelli, possono contribuire a una migliore valutazione. Uno la documentazio­
di essi è il trattato fra Atene e Calcide (ML 52), concluso nel 446/5 dopo la ne epigrafica
repressione della rivolta dell'Eubea, che Atene affrontò in condizioni difficili
perché attaccata su più fronti (Tucidide I, 1 14). Atene offrì all'isola condizioni
complessivamente miti; solo ad Estiea gli abitanti vennero espulsi e fu inviata
una cleruchia ateniese. Nel trattato con Calcide, così Atene si impegna nei
confronti della città:

non caccerò i Calcidesi da Calcide, né renderò deserta la città, né toglierò i


diritti ad alcun privato cittadino, né punirò con l'esilio, né arresterò, né ucci­
derò, né priverò dei suoi beni nessuno senza giudizio, senza previa decisione
del popolo degli Ateniesi [ . . .] Questo confermo ai Calcidesi che ubbidiscono
al popolo degli Ateniesi.

Ai Calcidesi è chiesto invece il seguente impegno:

non mi ribellerò al popolo degli Ateniesi con nessuna astuzia né dolo, né con la
parola né con lazione, né ubbidirò a chi si è ribellato, e se qualcuno si ribella
lo denuncerò agli Ateniesi, e pagherò il tributo agli Ateniesi, nella misura in
cui me ne dimostro capace agli Ateniesi, e sarò un alleato per quanto posso
ottimo e giustissimo e aiuterò e difenderò il popolo degli Ateniesi, se qualcuno
fa ingiustizia al popolo degli Ateniesi, e ubbidirò al popolo degli Ateniesi.

Atene si impegna a non procedere arbitrariamente contro i Calcidesi, chie­


dendo in cambio assoluta sottomissione: dal rapporto paritario si è passati a
una condizione di sudditanza.
Un altro documento interessante è quello relativo alle regolamentazioni suc­
cessive alla conclusione della rivolta di Samo (Tucidide I, 1 15-1 17). Nel 441/0
i Milesii, sconfitti dai Sami in una guerra per il controllo di Priene, si rivolsero
agli Ateniesi, con l'appoggio dei democratici di Samo; Atene intervenne a
Samo istituendovi la democrazia. Ma gli oligarchici sami si accordarono con il
satrapo persiano Pissutne e provocarono la ribellione della città, cui si unì anche
Bisanzio; particolarmente pericolosi furono il coinvolgimento dei Persiani e
l'appello alla Lega del Peloponneso, che pure rifiutò l'intervento (Tucidide
I, 40, 5). La repressione della rivolta richiese un notevole impegno militare
ad Atene e ben nove mesi di assedio, prima che Samo cedesse e accettasse di
demolire le mura, consegnare la flotta e rimborsare le spese di guerra (440/3 9).
L'iscrizione che ha conservato il trattato tra Atene e i Sami (ML 56) così riporta
l'impegno giurato richiesto ai Sami:

Farò e dirò e delibererò quanto posso di bello e di buono per il popolo degli
Ateniesi, e non mi ribellerò al popolo degli Ateniesi né con la parola né con
1 36 ( A P ITOL0...,
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lazione, e neppure agli alleati degli Ateniesi, e sarò fedele al popolo degli
Ateniesi.

Da parte sua, Atene giura così:

Farò e dirò e delibererò bene per il popolo dei Sami per quanto posso e mi
prenderò cura dei Sami.

Due aspetti caratterizzano questo documento rispetto al precedente: la mag­


giore benevolenza espressa da Atene e l'impegno dei Sami non solo verso
Atene, ma anche nei confronti degli alleati. Tali differenze sembrano legate
alla presenza di una democrazia nell'isola (si fa infatti riferimento, secondo
l'integrazione comunemente accolta, al «demos dei Sami»), evidentemente
imposta dagli Ateniesi vincitori.
In entrambi i casi, anche tenendo conto della gravità delle ribellioni, le scelte
di Pericle rivelano la volontà di difendere l'impero anche con durezza, se ne­
cessario, ma evitando, se possibile, di giungere a provvedimenti estremi. Una
novità significativa di questi anni sembra però l'imposizione di democrazie, che
non caratterizzava, in origine, I' arché ateniese, ma che in alcuni casi (Mileto,
Samo, Colofone) sembra da considerare assai probabile o addirittura sicura e
che è comunque attestata dalla Costituzione degli Ateniesi pseudosenofontea
( 1 , 14: «gli Ateniesi buoni, chrestoi, salvano i buoni nelle città alleate, sapendo
che salvare i buoni nelle città torna a loro vantaggio»).
Si è parlato di tendenza al consolidamento più che all'espansione dell'impero
per il periodo della massima potenza politica di Pericle. Tuttavia, Atene fu assai
attiva, in questo periodo, nell'area dell'Egeo settentrionale e del mar Nero, di
grande importanza economica e strategica. Coloni ateniesi furono insediati a
Sinope, ad Amiso, ad Astaco; un importante documento epigrafico testimonia
dell'insediamento di una colonia a Brea (ML 49). Nel 437/6 fu colonizzata
Anfipoli, sul sito di Nove Strade alla foce dello Strimone: Atene realizzava
finalmente il sogno di un insediamento in questa zona importantissima per
il controllo delle rotte granarie, la presenza delle miniere e la disponibilità di
legname per la flotta. Nel 435/4 Metone, sulla costa macedone, entrò nella
Lega delio-attica, provocando la reazione di Perdicca II di Macedonia: l'in­
teresse di Atene per le città della costa macedone obbediva alle stesse ragioni
che avevano ispirato la colonizzazione di Anfipoli.
L a « n e c e s s i t a » Un inasprimento dell'egemonia ateniese sembra confermato anche dal tema,
dell'impero fortemente presente in Tucidide, della «necessità» dell'impero. Che esso sia
�����;,·.; ·e
necessario, per motivi di sicurezza, di prestigio e di utilità, e persino legittimo,
perché conforme ai criteri dell'interesse e dei rapporti di forza, lo affermano
senza mezzi termini gli ambasciatori ateniesi nel dibattito di Sparta dell'inverno
432/1 (Tucidide I, 73-78). Pericle, nel discorso rivolto al popolo alla fine del
secondo anno della guerra del Peloponneso, sottolinea che ·il mantenimento
dell'impero richiede la disponibilità a esercitare spregiudicatamente il proprio
potere egemonico:
Dall'arché non potete ritirarvi, anche se qualcuno, spaventato dall'attuale
situazione, per viltà si atteggia a uomo onesto. Possedete questo potere come
una tirannide: esercitarla può sembrare ingiusto, ma è certamente pericoloso
deporla (Tucidide II, 63 ).

Lo stesso Pericle è così costretto ad ammettere che Atene, reprimendo du­


ramente le rivolte degli alleati e trasformandoli da alleati in sudditi, ha finito
per diventare una polis tyrannos, come le rimproverano aspramente i Corinzi
(Tucidide I, 122, 3 e 124, 3 ). Ma egli esorta anche il popolo a non temere
I'odio dei Greci, perché

essere odiati e suscitare inimicizie tocca a tutti coloro che vogliono dominare
sugli altri: ma delibera con saggezza chi si attira l'invidia per scopi più grandi
(Il, 64, 5).

Impero e prestigio, arché e timé, sono ormai così inscindibilmente legati da


non consentire agli Ateniesi, se vogliono mantenere la loro potenza, né timori
né scrupoli moralistici.

4. LA GUERRA DEL PELOPONNF.SO: DUE BLOCCHI


A CONFRONTO

Nel proemio delle sue Storie, Tucidide (I, 1 ) rivendica l'importanza del suo
argomento, la guerra fra Ateniesi e Peloponnesiaci, in quanto «grande e più
degna di memoria>> di tutte le precedenti: «il più grande rivolgimento mai awe­
nuto per i Greci e la maggior parte dei barbari, e, per così dire, per la maggior
parte degli uomini». Con la ripresa dei temi del proemio erodoteo, Tucidide
insiste sul carattere eccezionale dell'evento, dovuto all'importanza delle forze in
campo e al carattere di globalità dello scontro fra i due blocchi: <<le due parti si
scontrarono quando erano al massimo della loro preparazione militare e il resto
della Grecia si schierava con l'uno o con I' altro, chi subito, chi con l'intenzione
di farlo». Allo scontro i due blocchi si erano preparati, secondo Tucidide (I, 18,
3), durante tutta la pentecontetia: «Dalle guerre contro i Persiani fino a questa,
continuamente, ora trattando, ora combattendo fra loro, o con i rispettivi alleati
ribelli, prepararono bene i loro mezzi di guerra, ed esercitandosi nei pericoli
divennero più esperti». Durante il cinquantennio di guerra strisciante, spesso si
era sfiorato il conflitto globale, ma il criterio del rispetto delle sfere di influenza
reciproca era stato sostanzialmente rispettato: così era accaduto al tempo delle
rivolte di Taso e di Samo, quando i Peloponnesiaci, sollecitati ad aiutare gli
alleati ribelli ad Atene, non erano intervenuti; così era awenuto <<in tempo di
pace», quando i Mitilenesi avevano inviato ambasciatori a Sparta a proposito di
una loro defezione dagli Ateniesi, ma ne erano stati dissuasi (Tucidide III, 13,
1); il rispetto rigoroso della non interferenza aveva anzi attirato sugli Spartani
l'accusa di non aiutare i ribelli (Tucidide III, 13, 7).
1 38 CAPITOLO 3

IV

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w 9. Gli schieramenti nella guerra del Pelo­


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Fonte: S. Settis (a cura di), Greci. Storia cultura arte
società, 2.11, Torino, 1 997, pp. 1 68-1 69.
40 CAPITOLO 3

A partire dal 435, la situazione precipitò rapidamente verso lo scontro, sulla


base di quelle che Tucidide chiama le «cause (aitiai) dichiarate apertamente»
(I, 23, 5), che portarono alla rottura del trattato del 446/5 : i conflitti relativi
a Corcira e a Potidea e il blocco imposto dagli Ateniesi a Megara. In tutti e
tre i casi, la radicalizzazione dello scontro fra i due blocchi coinvolse Atene
e Corinto, più che Atene e Sparta: un dato che Tucidide non ignora affatto,
pur affermando che il motivo vero della guerra fu «la crescita della potenza
ateniese e il timore che essa incuteva agli Spartani» (I, 23, 6).
Corcira Nel 43 5 , nella colonia corcirese di Epidamno andarono al potere i democratici;
gli avversari, costretti all'esilio, si rivolsero agli Illiri del continente e i gover­
nanti di Epidamno chiesero aiuto alla madrepatria, Corcira. Il rifiuto di Corcira
indusse gli Epidamni a rivolgersi a Corinto, che, in odio ai Corciresi che non
volevano riconoscere i loro obblighi verso la madrepatria (Tucidide I, 25, 3 -4),
inviò una guarnigione e dei coloni. Al rifiuto degli Epidamni di espellere il pre­
sidio e i coloni, Corcira prese d'assedio Epidamno, insieme agli esuli oligarchici
e agli Illiri. Corinto si preparò allora a un intervento più pesante; i Corciresi
tentarono inutilmente di venire a un accordo, con la mediazione di Sparta;
alla fine si giunse a uno scontro navale, nel quale i Corciresi ebbero la meglio,
ottenendo il dominio del mar Ionio e danneggiando gli alleati dei Corinzi.
Per l'anno successivo i Corinzi prepararono una grande spedizione navale;
Corcira, che non aderiva a nessuna delle due leghe, si rivolse allora agli Ate­
niesi, offrendo loro, in vista della guerra che veniva presentata come immi­
nente, la sua flotta (la seconda della Grecia) e una base per il controllo delle
rotte per l'Occidente. Gli Ateniesi esitarono, nel timore di violare il trattato
del 446/5 ; ma poi, convinti che la guerra con i Peloponnesiaci ci sarebbe stata
in ogni caso, e attirati dall'entità della flotta corcirese e dalla posizione strate­
gica dell'isola, decisero di offrire a Corcira un'alleanza difensiva (epimachia).
Quando Corinto attaccò Corcira con ben 150 navi, gli Ateniesi inviarono 10
triremi, con l'ordine di evitare lo scontro con i Corinzi, a meno di un attacco
diretto contro Corcira. Nel settembre del 433 , alle isole Sibota, i Corinzi
sconfissero la flotta corcirese, forte di 1 10 navi; le navi ateniesi, divenute ora
30 in tutto, impedirono ai Corinzi vincitori lo sbarco a Corcira, vanificando di
fatto la vittoria corinzia. Atene acquisì un grande prestigio nello Ionio (dove
Zacinto aderì alla lega) e in Occidente (dove Reggio e Leontini stabilirono, o
rinnovarono, i trattati di alleanza con Atene); la posizione di Corinto in queste
aree risultò invece indebolita. L'intervento ateniese nel conflitto fra Corcira
e Corinto fu ritenuto dai Peloponnesiaci, nonostante la prudenza con cui gli
Ateniesi si erano mossi, una violazione del trattato di pace.
Potidea Nel caso di Potidea, furono gli Ateniesi, secondo Tucidide (I, 56, 2), a fare il
primo passo, consapevoli dell'ostilità dei Corinzi. Subito dopo la battaglia
delle Sibota, essi ordinarono a Potidea, colonia corinzia situata nella Calcidica,
ma alleata tributaria di Atene, di abbattere il muro sulla penisola Pallene, di
consegnare ostaggi e di non accogliere più gli epidemiurghi, i magistrati che
annualmente le venivano inviati da Corinto: temevano infatti che Potidea si ri­
bellasse, con il sostegno dei Corinzi e di Perdicca II di Macedonia, trascinando
sro:>:.::: 1 41

con sé altri Calcidesi. Potidea, ottenuta da Sparta la promessa di un'invasione


dell'Attica in caso di attacco, rifiutò e si ribellò insieme ai Calcidesi e ai Bottiei.
La ribellione costrinse Atene a un grosso impegno, che si tradusse in ben tre
spedizioni successive tra l'estate del 432 e l'inizio del 43 1 , quando nell'assedio
di Potidea erano impegnati 5.000 opliti e 70 navi ateniesi, a cui si aggiungevano
forze alleate; la città cedette solo nell'inverno del 43 0/29. I Corinzi, appena
avuta notizia della ribellione, inviarono Wla spedizione al comando di Aristeo:
anche in questo caso Corinto e Atene si trovavano ormai in stato di guerra
aperta. La tregua fra Atene e Sparta, tuttavia, durava ancora, perché l'azione
dei Corinzi, non concordata con la Lega del Peloponneso, era da considerare
di carattere «privato» (Tucidide I, 66).
I Corinzi chiesero, nel settembre del 432 , Wla riunione della lega, durante la Il blocco di Me­
quale accusarono gli Ateniesi «di aver violato il trattato e di fare ingiustizia gara
al Peloponneso» (Tucidide I, 67 , 1 ) , sostenuti dagli Egineti, che volevano
l'autonomia, e dai Megaresi, che denWlciavano «di essere impediti di acce­
dere ai porti dell'impero ateniese e al mercato dell'Attica, il che era contro il
trattato» (Tucidide I, 67, 4). L'accusa rivolta ai Megaresi dagli Ateniesi era,
secondo Tucidide (I, 139, 1), di aver coltivato la terra sacra e di aver accolto
schiavi fuggitivi: il confronto con le altre fonti che parlano della questione
induce a ritenere che le merci megaresi fossero state escluse dai mercati ate­
niesi in quanto provenienti dalla coltivazione di un terreno sacro del santuario
eleusino, e quindi contaminate dal sacrilegio. I Megaresi furono certamente
colpiti in quanto amici dei Corinzi, che peraltro avevano aiutato contro Cor­
eica: si trattava di una provocazione molto grave alla Lega del Peloponneso,
di cui Megara faceva parte, giacché lembargo, per una città che viveva di
. .
commerci, era rovmoso.
Nell'incontro di Sparta, Tucidide fa parlare i Corinzi (I, 68-7 1 ) , gli ambascia­ Il congresso di
tori ateniesi (I, 73-78), il re spartano Archidamo (I, 80-85) e l'eforo Stenelaida Sparta
(I, 86): del dibattito egli approfitta per illustrare la sua visione delle forze in
campo e della loro posizione alla vigilia del conflitto.
Sul versante peloponnesiaco, mentre Sparta appare divisa tra la prudenza di
Archidamo e laggressività di Stenelaida, Corinto si mostra assai determinata
alla guerra: Tucidide dunque, pur sostenendo la teoria della guerra resa ine­
vitabile dal timore che Sparta aveva maturato per la crescita della potenza
ateniese, appare pienamente consapevole del ruolo di Corinto nello scoppio
del conflitto. Archidamo si mostra preoccupato della differenza qualitativa tra
legemonia ateniese e quella spartana e della disparità delle risorse (soprattutto
sul piano finanziario e navale); teme le difficoltà di una guerra <<tra continentali
e isolani» (I, 83 , 2), tenendo conto della tradizionale indisponibilità di Sparta
a lasciarsi coinvolgere in imprese che la portassero lontano dal Peloponneso;
chiede perciò di avviare trattative che consentano di rimandare il conflitto e
di realizzare, nel frattempo, Wla preparazione più accurata. Interventista senza
alcuna esitazione è invece Stenelaida: Sparta non deve esitare a difendere i
suoi alleati, che costituiscono la sua forza, e non deve lasciare che gli Ateniesi
diventino più potenti.
1 42 CAPITOLO 3

Le posizioni contrapposte di Archidamo e Stenelaida esprimono una diversa


reazione alle provocazioni dei Corinzi, i quali, nel loro discorso, avevano
accusato gli Spartani di svolgere una politica immobilistica e antiquata, di
esagerare in prudenza e di reagire con eccessiva lentezza, di essere irrespon­
sabili, noncuranti dei propri alleati e soprattutto inadeguati a contrastare
gli Ateniesi, «innovatori (neoteropoioi) e rapidi a fare progetti e a mettere
in atto le loro decisioni» (I, 70, 1 ) , «nati per non avere pace e non conce­
derla agli altri» (I, 70, 9). Archidamo reagisce ribadendo la tradizione di
prudente saggezza che aveva sempre caratterizzato Sparta e rifiutando di
lasciarsi condizionare dalle critiche; Stenelaida reagisce invece accogliendo
le critiche degli alleati e prendendo sul serio la minaccia corinzia di passare
a un'altra alleanza (I, 7 1 , 4). Tucidide intende con ciò sottolineare come la
politica spartana mostrasse, alla vigilia della guerra, segni di inadeguatezza,
colti sia dagli alleati sia da alcuni settori dell'opinione pubblica spartana,
rappresentata qui da Stenelaida. Lo sviluppo della potenza ateniese e la
contrapposizione crescente tra i due blocchi stavano infatti mettendo in
discussione l'idea di egemonia propria della tradizione spartana: un'ege­
monia di terra, fortemente legata all'ambito peloponnesiaco e tendente a
garantire l'equilibrio della Grecia attraverso una divisione delle sfere di
influenza che non comportasse, per Sparta, un impegno stabile lontano
dalle sue tradizionali aree di interesse.
Quanto agli Ateniesi, nel dibattito del 432 essi difendono la legittimità
dell'impero e la sostanziale moderazione con cui era stato gestito; soprat­
tutto, invitano gli Spartani a cercare un accordo diplomatico e a non lasciarsi
influenzare da opinioni e accuse altrui. Ignorando i Corinzi e parlando, da
egemone a egemone, il linguaggio del comune interesse, gli Ateniesi chiedono
agli Spartani di non rompere la tregua e di cercare una soluzione legale alle
controversie esistenti. L'assemblea spartana e quella degli alleati si espressero
però a favore della guerra, convenendo che gli Ateniesi avevano violato il
trattato; e gli Spartani «decisero che la guerra andava fatta, non perché per­
suasi dalle parole degli alleati, ma perché temevano la crescita della potenza
ateniese» (Tucidide I, 88). In realtà, gli Ateniesi cercavano solo di prendere
tempo: Pericle, nel discorso che Tucidide (I, 140- 144) gli fa pronunciare
nell'imminenza della guerra, sottolinea la superiorità del blocco ateniese in
termini di risorse finanziarie (legate all'economia non esclusivamente agricola
e al tributo), di capacità di impegnarsi in guerre lunghe e lontane, di superio­
rità nella guerra sul mare, di omogeneità etnica e di comunanza di interessi.
Consapevoli della condizione di superiorità assicurata loro dal dominio del
mare, Pericle e gli Ateniesi erano ormai determinati a combattere la guerra
«inevitabile» (I, 144, 3 ) .
Le ultime tratta­ L'inverno del 432/1 fu impiegato i n trattative durante l e quali Sparta
tive avanzò richieste di tipo puramente propagandistico, come l'espulsione dei
responsabili del sacrilegio di Cilone, tra cui era compreso l' Alcmeonide
Pericle; Atene rispose chiedendo agli Spartani di purificarsi dal sacrilegio
del Tenaro e da quello di Atena Calcieca, cioè dall'uccisione sacrilega di
----
IL-- QUINTO SECOLO 1 43

alcuni iloti e di Pausania. Ma dagli Spartani vennero anche proposte più


ragionevoli, come quelle di togliere lassedio a Potidea, lasciare autonoma
Egina e togliere lembargo a Megara. Al rifiuto di Atene, Sparta inviò un
ultimatum: «Gli Spartani vogliono la pace, e pace ci sarebbe se voi lasciaste
autonomi i Greci» (Tucidide I, 139, 3 ) . Si trattava, di fatto, della richiesta
di sciogliere la Lega delio-attica: una condizione inaccettabile, rivolta in
realtà ai Greci, per affermare che Sparta entrava in guerra per la liberazione
di quanti erano stati asserviti dagli Ateniesi. Pericle, che Tucidide mostra
fortemente determinato alla guerra (I, 127, 3 : «egli si opponeva in tutto
agli Spartani e non permetteva che gli Ateniesi cedessero, ma li incitava
alla guerra») , fece rispondere che Atene non avrebbe subito imposizioni,
ma che era disposta a risolvere le controversie secondo giustizia, su un
piano di parità e nello spirito dei trattati. Su questo punto le trattative si
interruppero definitivamente.

4.1. La guerra archidamica

La prima fase della guerra del Peloponneso (43 1 -42 1 ) , che Tucidide definisce
«guerra decennale» (V, 26, 1 e 26, 3 ), prende il nome di «archidamica» dal
nome del re spartano Archidamo, responsabile della strategia spartana, in
verità piuttosto tradizionale, delle periodiche invasioni dell'Attica. L'intervento
spartano si ebbe solo dopo che, nella primavera del 43 1 , i Tebani ebbero
attaccato Platea, aprendo le ostilità.
A questa prima fase seguì un periodo intermedio, dal 42 1 al 4 1 3 , che Tucidide
definisce «tregua incerta e sospetta» (V, 26, 3 ), durante il quale la guerra
continuò, sebbene in forma non globale; negli anni dal 4 13 al 404, quelli della
guerra «deceleica» (dall'occupazione spartana del demo attico di Decelea) o
«ionica» (dallo spostamento della guerra sul fronte egeo), si ebbe invece una
ripresa del conflitto globale fra i due blocchi.
Della visione unitaria della guerra siamo debitori a Tucidide (V, 26, 1 -4,
il cosiddetto «secondo proemio»); a lui dobbiamo anche la nostra buona
conoscenza degli eventi della guerra dal 43 1 al 4 1 1 , anche dal punto di vista
cronologico, grazie all'adozione da parte dello storico di una cronologia per
stagioni di guerra, a partire dalla primavera del 43 1 e dalla prima invasione
dell'Attica da parte spartana.
Quanto agli schieramenti, con Sparta stavano tutti i Peloponnesiaci, tranne
Argo e gli Achei (esclusa Pellene), i Megaresi, i Beoti, i Locresi, i Focesi, le
colonie corinzie di Ambracia, Leucade e Anattorio: una coalizione molto
forte sul piano delle forze di terra, ma che poteva contare solo sulla flotta
corinzia e, per le risorse, sui contributi volontari e sui depositi dei santuari
di Delfi (che aveva incoraggiato Sparta alla guerra) e di Olimpia. Con Atene
erano i Chii, i Lesbi e tutte le città della Ionia, della Tracia e dell'Ellesponto,
gli isolani tranne Tera e Melo, i Plateesi, i Messeni di Naupatto, gli Acarnani,
1 44 CAPITOLO 3

ILLIRIA

f�·; Epidamno
...
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EPIRO

- Arene e i suoi alleati � Sparta e i suoi alleati D Greci neutrali D Barbari I·:·:. ·:.J Persiani
·>- Annuali invasioni s partane ____.,. Spedizione ateniese •Kmnm.,_ Spedizione spartana ____. Marcia di Brasida

••

dell'Attica durante la guerra (flotta) (flotta)


archidamica

X Battaglie (;·;
....•
I «casus belli>>

1 O. I luoghi della guerra archidamica e della guerra ionica.


1 46 CAPITOLO 3

i Tessali, Corcira e Zacinto: la coalizione era decisamente superiore sul piano


delle forze navali, grazie alle flotte di Corcira, Chio e Lesbo, e alle risorse
finanziarie (cfr. Tucidide II, 1 3 , 3 -5).
Le fasi i n i zi ali All'invasione dell'Attica Pericle reagì con una strategia che puntava sulla
della guerra: la possibilità di Atene di ricevere rifornimenti dal mare: raccolse tutta la
peste e la morte popolazione dell'Attica entro le mura della città (una decisione che risultò
di Pericle
assai poco gradita ai contadini attici), abbandonando la campagna alle de­
vastazioni. La strategia spartana delle invasioni periodiche sembrava scelta
apposta per dare ragione ai Corinzi, inadeguata com'era a contrastare Atene
che, in una guerra di logoramento, avrebbe certamente avuto la meglio. Gli
Ateniesi infatti non uscivano dalle mura per combattere; inviarono invece
1 00 navi a circumnavigare il Peloponneso, operando sbarchi e saccheggi;
ma soprattutto, cacciarono gli Egineti dalla loro isola e vi inviarono una
cleruchia.
Nel 430 intervenne un fatto nuovo, che sconvolse i piani strategici di Pericle:
dall'Etiopia, attraverso l'Egitto, la Libia e Lemno, giunse in Atene una pe­
stilenza di natura ancor oggi imprecisata, sebbene Tucidide la descriva con
ricchezza di particolari. Il fatto che la popolazione fosse ammassata entro le
mura favorì enormemente il contagio: «caduti in una tale sciagura, gli Ateniesi
ne erano schiacciati, mentre dentro la città gli uomini morivano e fuori la terra
veniva devastata» (Tucidide II, 54, 1 ) . Dopo la seconda invasione dell'Attica,
sconvolti dall'epidemia, gli Ateniesi misero sotto accusa Pericle e lo deposero
dalla strategia. Rieletto nel 429, egli morì nell'estate dello stesso anno a causa
della peste, che già gli aveva ucciso i due figli Santippo e Paralo. Dopo la sua
morte, secondo Tucidide (Il, 65, 10- 13), Atene venne governata da uomini
politici inadeguati, che commisero molti errori: primo fra tutti quello di
estendere il conflitto, contro il consiglio dato da Pericle agli Ateniesi (I, 144,
1 e II, 65, 7). I successori di Pericle nel governo di Atene furono Cleone, un
piccolo industriale conciario, democratico radicale e acceso fautore della
guerra, che la tradizione presenta come una sorta di «anti-Pericle» e di cui la
commedia deride le origini non aristocratiche e le tendenze demagogiche, e
il ricco conservatore Nicia.
La caduta di Pla­ Nel 427 cadde Platea, che fu distrutta; gli uomini furono uccisi, donne e
tea e la ribellione bambini resi schiavi; coloro che riuscirono a trovare rifugio in Atene ricevet­
di Mitilene tero, con un raro caso di naturalizzazione di gruppo, la cittadinanza ateniese.
Nello stesso anno Atene prese Mitilene, assediata dall'estate precedente,
quando si era ribellata agli Ateniesi passando agli Spartani; i soccorsi promessi,
infatti, non erano giunti in tempo. Nell'assemblea ateniese si svolse un acceso
dibattito tra Cleone, che sosteneva la necessità di punire tutti i Mitilenesi,
uccidendo gli uomini e vendendo schiavi donne e bambini, e Diodato, che
riteneva più opportuno punire i soli responsabili della rivolta. Il dibattito
su Mitilene è per Tucidide (III, 36, 6-49, 1 ) un'occasione per proporre una
riflessione sull'alternativa tra uso della forza e ricorso alla clemenza come
strumento più efficace per mantenere l'impero. Cleone, in questa occasione,
riprende alcune espressioni di Pericle, quando ricorda che l'impero è una
IL QUINTO SECOLO 1 47

1 1 . Il Pireo e le Lunghe Mura.

tirannide (III, 3 7 , 2) che comporta decisioni ingiuste, e che quindi l'atteggiarsi


a uomini onesti implica la rinuncia all 'arché (III, 40, 3 ) ; ma egli si fa in realtà
promotore di un imperialismo spregiudicato che rispetto a quello pericleo,
fondato sul concetto di necessità, si traduce in un'esibizione di forza fine a
se stessa, fino a porsi in contrasto con gli stessi principi dell'utile. Assai più
«pericleo» di Cleone appare il moderato Diodoto, che si appella, con intelli­
gente realismo, alla clemenza come strumento più adatto alla conservazione
dell'impero e, quindi, all'utile della città. L'assemblea si convinse quindi a
punire solo i responsabili della ribellione; Mitilene dovette consegnare la
flotta, abbattere le mura e accogliere 2 .700 cleruchi ateniesi.
Sempre nel 427 scoppiò a Corcira una guerra civile tra democratici filoateniesi La guerra civile di
e oligarchici filocorinzi e filospartani; alla fine i primi ebbero la meglio, ma la Corcira
vicenda è per Tucidide un'occasione per riflettere sulle profonde lacerazioni
determinate nelle città greche dalla logica dello scontro dei blocchi e aggravate
dalla guerra, «maestra violenta» (III, 82, 2) che snatura i rapporti all 'interno
della comunità cittadina, determinando un pericoloso rovesciamento di va­
lori e l'abbandono della prospettiva del comune interesse in favore di quella
dell'utile personale:

I' ardire irragionevole fu considerato coraggio, l'esitazione previdente viltà ben


mascherata, la moderazione un vile pretesto, la prudenza inerzia [. . . ]. Nelle
città i capi delle fazioni, facendo uso di nomi onesti, e dicendo di preferire la
CAPITOLO 3

democrazia e l'uguaglianza politica oppure un'aristocrazia moderata, curando


a parole gli interessi comuni ne facevano un premio per sé (III, 82, 4; 8).

La valutazione generale del fenomeno della guerra civile, che Tucidide offre
qui a partire dall'episodio corcirese, riguarda tutta la Grecia e la stessa Atene,
dilaniata, dopo Pericle, dalle ambizioni dei «nuovi politici» come Cleone,
interessati più al potere e ai vantaggi personali che al comune interesse (II,
65 , 7 e 1 1 -12; VIII, 89, 3 -4).
La «prima spedi­ L'intervento a Corcira si inseriva ancora una volta nella linea anticorinzia;
zione» in Sicilia e lo stesso si può dire della cosiddetta «prima spedizione» in Sicilia, condotta
la pace di Gela
nel 427 dagli strateghi Lachete e Careade approfittando del conflitto tra
Siracusa e le città calcidesi di Reggio e Leontini. Atene aveva interesse ad
alimentare questo conflitto per evitare che i Siracusani potessero inviare a
Sparta i soccorsi richiesti fin dal 43 1 . La spedizione diede scarsi risultati;
l'invio di un nuovo contingente, guidato da Pitodoro, fu anzi motivo di
preoccupazione per i Sicelioti, che si riunirono a congresso a Gela, nel 424.
Qui l'aristocratico siracusano Ermocrate prospettò ai Sicelioti i pericoli
dell'imperialismo ateniese, esortandoli a superare le discordie tra Dori e Ioni,
a prendere coscienza dell'unità tra Sicelioti, che abitano una sola terra e sono
chiamati con un unico nome, e a difendere la propria libertà (Tucidide IV,
59-64). La pace conclusa a Gela costrinse gli Ateniesi a rientrare in patria
senza aver concluso nulla.
L' a s s e d i o di Proprio nel corso della «prima spedizione» di Sicilia, lo stratego Demostene,
Sfacteria che nel 425 navigava con 40 navi in soccorso di Reggio e di Leontini, si fermò
a Pilo, sulla costa messenica, a causa di una tempesta; subito gli Spartani
inviarono 420 opliti, tra cui 1 80 Spartiati, nell'isola di Sfacteria, di fronte
a Pilo; con l'arrivo di una nuova flotta ateniese gli Spartani si trovarono
assediati e aprirono trattative, che furono interrotte per volere di Cleone. Fu
proprio lui a cogliere, alla fine della stagione di guerra del 425, un'importante
vittoria, che si risolse con la cattura di 120 Spartiati e con l'installazione in
Messenia di un presidio stabile di Ateniesi e Messeni di Naupatto, motivo
di grave preoccupazione in quanto poteva fomentare ribellioni tra gli iloti.
Fu questo il momento del massimo trionfo di Cleone, che fu eletto stratego
per l'anno 424/3 , e dell'acme dell'imperialismo ateniese: come risulta da un
importante documento epigrafico, il decreto di Tudippo del 425/4 (ML 69),
lammontare del tributo fu portato a 1 .460 talenti, il più elevato attestato
dalle liste dei tributi.
Brasida e C leone: Con lanno 424 Sparta prese, grazie al generale Brasida, l'importante iniziativa
la caduta di Anfi­ di portare la guerra contro Atene in Tracia: una scelta inconsueta per Sparta,
poli e la pace di
che accettava così di impegnarsi (in verità con poche truppe composte da
Nicia
uomini di condizione inferiore) in un settore operativo molto lontano dal
Peloponneso.
Attraversata la Tessaglia, in preda alla guerra civile, Brasida attaccò e prese
Anfipoli, che lo storico Tucidide, allora stratego, non riuscì a difendere, e pro­
vocò la defezione dei Calcidesi: nel discorso che il generale spartano rivolge agli
IL QUINTO SECOLO 1 49

abitanti di Acanto per convincerli ad al;Jb�donare lalleanza ateniese (Tucidide


IV, 85-87), offrendo, con le più solehni garanzie, l'autonomia a fronte della
servitù imposta loro dagli Ateniesi con l'inganno o con la violenza, l'impegno
di liberare i Greci, assunto da Sparta, all'inizio della guerra, sembra trovare
un'espressione non esclusivamente propagandistica. Tucidide esprime un
giudizio assai favorevole su questo Spartano «diverso», più simile al dinamico
Pausania che al prudente Archidamo: uomo giusto e moderato, ricco di inizia­
tiva e dotato di virtù e intelligenza politica, egli fu «il primo che, lasciata la sua
città, apparve uomo onesto da ogni punto di vista» (IV, 8 1 , 2-3 ).
Nello stesso anno gli Ateniesi subirono una grave sconfitta al Delio, nel
territorio di Tanagra, in Beozia, dove caddero 1 .000 soldati insieme con lo
stratego Ippocrate.
Nel 422 Cleone tentò di riprendere Anfipoli, la cui perdita era molto grave
per Atene: nella battaglia che ne seguì trovarono la morte sia Cleone sia Bra­
sida. Il partito della pace, sostenuto in Sparta dal re Pleistonatte, in Atene
da Nicia, ne approfittò per aprire le trattative: una tregua era desiderata sia
dagli Spartani, preoccupati dal fallimento della strategia delle invasioni perio­
diche, dalla disfatta di Sfacteria, «tale quale Sparta non aveva mai subito»
(Tucidide V, 14), e dalle difficoltà derivanti dall'irrequietezza degli iloti e degli
stati peloponnesiaci, sia dagli Ateniesi, ai quali la perdita di Anfipoli e della
Calcidica aveva inferto un duro colpo e che temevano le defezioni degli alleati.
Nella primavera del 42 1 si giunse alla conclusione della pace di Nicia, di cui
Tucidide (V, 18-19) ci ha trascritto il testo. Il criterio principale fu quello del
ristabilimento dello status quo ante: Sparta avrebbe dovuto restituire Anfipoli e
Panatto, mentre le città calcidesi sarebbero rimaste autonome; Atene avrebbe
dovuto restituire Pilo, Citera e i prigionieri di Sfacteria; ogni eventuale contesa
sarebbe stata risolta ricorrendo alle vie legali. Al trattato di pace seguì un
trattato di alleanza bilaterale fra Atene e Sparta (V, 23-24), che riproponeva
la vecchia logica del bipolarismo: con esso gli Spartani intendevano tra laltro
evitare che Argo (che durante la guerra aveva mantenuto una sostanziale neu­
tralità, ma che non aveva voluto rinnovare la tregua trentennale con Sparta
in scadenza proprio nel 42 1 ) o altri stati peloponnesiaci si volgessero contro
di loro, contando sull'aiuto degli Ateniesi.

4.2. Dalla pace di Nicia alla spedizione in Sicilia: Alcibiade

La pace di Nicia fu accolta con grande malcontento dagli alleati di Sparta:


Beoti, Corinzi, Elei e Megaresi rifiutarono di ratificarla, ritenendosi danneg­
giati dal ristabilimento dello status quo ante e dalla presenza di una clausola
bilaterale, che consentiva di modificare i termini dell'accordo «come sembri
opportuno a entrambi, agli Ateniesi e agli Spartani» (Tucidide V, 18, 1 1 ). A
ciò si aggiunse il mancato rispetto degli impegni: Pilo e Citera, Anfipoli e
Panatto non furono restituite.
1 50 CAPITOLO 3

La coalizione an­ Tra i più scontenti vi erano proprio i Corinzi, che avevano spinto Sparta alla
tispartana nel Pe­ guerra senza trarne i risultati sperati: furono loro a prendere l'iniziativa di
loponneso, Alci­
avviare trattative con gli Argivi, accusando gli Spartani di aver fatto pace e
biade e la battaglia
di Mantinea
alleanza con gli Ateniesi «per rendere schiavo il Peloponneso» e invitando
gli Argivi, antichi egemoni della penisola, a mettersi a capo di un'alleanza per
salvarla dalla servitù (Tucidide V, 27, 2). I Corinzi concretizzarono così la mi­
naccia, fatta nel 432 agli Spartani, di passare a un'«altra alleanza>>; gli Argivi, dal
canto loro, «speravano di ottenere l'egemonia sul Peloponneso» (Tucidide V,
28). La proposta raccolse l'adesione degli Arcadi di Mantinea e degli Elei, che
già nel 470 si erano coalizzati con Argo contro Sparta; non aderirono invece
Tegeati, Beoti e Megaresi, il che spense gli entusiasmi dei Corinzi e indusse
gli stessi Argivi, all'inizio del 420, a cercare un compromesso con gli Spartani.
Nel frattempo, le relazioni tra Atene e Sparta presero a peggiorare a causa
dei conflitti sulle restituzioni; ad Atene riprese vigore il partito della guerra,
guidato da Alcibiade, figlio di Clinia e dell'Alcmeonide Dinomache, parente di
Pericle. Il giovane e ambizioso Alcibiade promosse con successo, nonostante
l'opposizione di Nicia, l'alleanza di Argivi, Mantineesi ed Elei con Atene;
quest'ultima mostrava così interesse a organizzare una stabile forza antispar­
tana, di ispirazione democratica, nel Peloponneso e i Corinzi preferirono
tornare sul versante spartano.
Nel 4 18, a Mantinea, gli Spartani e i loro alleati si scontrarono con la coa­
lizione guidata dagli Ateniesi e la sconfissero. Ad Argo fu instaurata un'o­
ligarchia filospartana, che fu poi rovesciata l'anno successivo; in seguito,
fra Atene e Argo si stabilì una collaborazione che durò fino alla fine della
guerra. Alcibiade riuscì a evitare l'ostracismo alleandosi con Nicia e facendo
convergere i voti sul demagogo Iperbolo, l'ultimo ateniese a essere ostra­
cizzato, nel 4 1 7 .
La presa di Melo Nel 416 Nicia fece una spedizione contro Melo, che, essendo colonia spartana,
intendeva mantenere la propria neutralità; già nel 426 Nicia aveva tentato di
sottomettere i Meli, che, «pur essendo isolani, non volevano assoggettarsi né
entrare nella lega» (Tucidide III, 9 1 , 2) e avevano fornito contributi volontari
a Sparta. Melo capitolò nell'inverno del 4 15 e fu trattata con estrema durezza:
gli uomini furono uccisi, le donne e i bambini venduti schiavi, e fu inviata
una cleruchia di 500 uomini.
Nel lungo dialogo che fa svolgere tra Ateniesi e Meli prima della capitolazione,
Tucidide (V, 85- 1 13 ) propone un'amara riflessione sugli esiti dell'imperialismo
ateniese, ormai preoccupato solo dell'utile immediato e indifferente a ogni
valore. Fin dall'inizio, infatti, gli Ateniesi rifiutano di considerare argomenti
di carattere etico o giuridico: la disparità esistente fra le parti impone di discu­
tere esclusivamente sul terreno dell'utile, e l'utile coincide con l'interesse del
più forte. Alla fine i Meli, «pii contro ingiusti», si affidano alla «sorte inviata
dalla divinità» (V, 104), ritenendo la loro speranza non irragionevole; ma gli
Ateniesi ribattono che l'esercizio del dominio da parte del più forte sul più
debole è una necessità naturale, che non può essere in contrasto con la legge
divina_ La sorte dolorosa dei Meli, rievocata nelle Troiane di Euripide, tornò
IL QUINTO SECOLO 151

alla mente degli Ateniesi, secondo Senofonte (Elleniche, II, 2 , 10), al momento
della sconfitta di Egospotami, quando essi temettero «di dover subire quel che
avevano fatto ai Meli, coloni degli Spartani, e agli abitanti di Istiea, Scione,
Torone, Egina e a molti altri Greci».
Nell'inverno del 4 16/5 la città elima di Segesta, con la quale nel 4 18n (in base La grande spedi­
a una più sicura lettura del testo epigrafico, datato in precedenza al 458/7 o al zione in Sicilia
454/3 : IG P, 1 1 ) era stato stabilito un trattato, richiese l'intervento ateniese
contro Selinunte e Siracusa, prospettando i rischi di un asse Sparta/Siracusa
e la possibilità di finanziare la spedizione con le ricchezze del tempio di
Afrodite. Nonostante l'ostilità di Nicia, diffidente verso gli alleati «barbari»,
l'assemblea, convinta da un'abile propaganda organizzata, si fece indurre a
concedere aiuto da Alcibiade, che, secondo Tucidide (VI, 15, 2), «desiderava
ardentemente essere stratego ed era pieno di speranza di potere in questo
modo conquistare la Sicilia e Cartagine, e, insieme alla vittoria, di ottenere
vantaggi personali in ricchezza e in fama>>. Si trattò, secondo Tucidide (Il,
65 , 1 1 ), di un grave errore, non tanto sul piano strettamente militare quanto
su quello dei mezzi concessi agli strateghi, non sufficienti (ma in VI, 3 1 egli
descrive le forze in partenza come superiori a quelle del nemico che esse
andavano ad attaccare), e su quello delle divisioni fra uomini politici, che
indebolirono l'azione di Atene. Alcibiade venne nominato stratego autokrator
(con pieni poteri) insieme a Nicia e Lamaco (ma un'iscrizione molto mutila,
P, 93 , attesta che si era discusso se inviarne uno solo, evidentemente il pro­
motore della spedizione, Alcibiade); vennero allestite una flotta di 134 navi
e una forza di 5. 100 opliti e 1 .500 frombolieri e arcieri.
Mentre si procedeva ai preparativi, una notte vennero mutilate le Erme, co­
lonnine raffiguranti il dio Ermes che si trovavano in diversi luoghi di Atene,
pubblici e privati. L'episodio fu, a detta di Tucidide, enfatizzato, perché
«sembrava un cattivo auspicio per la spedizione, e avvenuto in seguito a una
congiura ordita per fare una rivoluzione e abbattere la democrazia>> (VI, 27 ,
3 ; cfr. 60, 1); durante l'inchiesta emersero accuse anche a carico di Alcibiade,
ritenuto responsabile di una parodia dei Misteri eleusini, accuse che Tucidide
sembra ritenere infondate e ingrandite ad arte dai suoi nemici (VI, 28, 2); la
sua tendenza alla trasgressione (paranomia) e la sua ambizione contribuirono
comunque a renderlo sospetto di cospirazione antidemocratica e di aspirazione
alla tirannide (Tucidide VI, 53; 6 1 , 1 -4). Dell'azione furono responsabili, a
quanto sembra, gruppi diversi: probabilmente si verificò, contro Alcibiade,
una convergenza fra uomini di estrazione oligarchica, moderati conservatori
come Nicia e persino democratici radicali. Alcibiade chiese di essere giudicato
subito, ma si preferì lasciarlo partire.
Nel giugno del 4 15 la flotta giunse a Catania; poco tempo dopo arrivò in
città la nave Salaminia, incaricata di riportare Alcibiade in Atene per essere
giudicato. La nave di Alcibiade seguì la Salaminia fino a Turi; qui egli fece
perdere le sue tracce e si recò a Sparta. Gli Ateniesi lo condannarono a morte
in contumacia. A Sparta, nell'inverno del 4 15/4 , Alcibiade rivendicò il suo
diritto, dato che era stato bandito ingiustamente, di cercare con ogni mezzo
1 52 CAPITOLO 3

di rientrare in patria, anche appoggiandosi al nemico; egli giustificò il tradi­


mento affermando che il vero amor di patria si esprime proprio nell'ardente
desiderio di riconquistare a qualsiasi costo il proprio ruolo nella vita della polis
(Tucidide VI, 92, 2 -4). In realtà, Alcibiade fu spinto a Sparta dal risentimento
per non aver ottenuto in patria il riconoscimento e I'affermazione che si atten­
deva; egli incarna così proprio quel tipo di politico dell'età postpericlea che,
secondo Tucidide, anteponeva ambizioni e dissensi personali al bene comune,
rompendo, col suo esasperato personalismo, quell'equilibrio tra individuo e
comunità che costituiva uno degli elementi qualificanti dell'esperienza della
polis. Agli Spartani Alcibiade diede consigli preziosi, tra i quali que11o di in­
viare truppe in Sicilia (è del 4 15/4 l'invio del navarco Gilippo) e di occupare
stabilmente Decelea, in Attica.
Intanto la spedizione era rimasta nelle mani di Nicia e di Lamaco, mentre,
da parte siracusana, Ermocrate organizzava la difesa con grande energia.
Nonostante Alcibiade avesse sperato di poter sfruttare le divisioni della Sici­
lia, con le sue città ricche di popolazione numerosa, ma etnicamente mista, e
politicamente instabili, gli Ateniesi trovarono in genere accoglienza fredda.
Una prima vittoria sul campo non venne adeguatamente sfruttata; nel 4 14
Siracusa fu presa d'assedio e gli Ateniesi conquistarono le fortificazioni della
collina delle Epipole; ma Lamaco morì in uno scontro e con l'arrivo di Gilippo
il blocco delle Epipole fu spezzato. Da questo momento la situazione volse al
peggio per Atene; i Siracusani furono vincitori in uno scontro navale al capo
Plemmirio; Nicia, angosciato, chiese di essere sostituito adducendo motivi
di salute e sollecitò l'invio di rinforzi, con una lettera di cui Tucidide ci ha
conservato il testo (VII, 1 1 - 15).
Nel 4 1 3 giunsero i rinforzi sotto la guida di Demostene, ma la situazione era
ormai compromessa; le fortificazioni costruite dagli Ateniesi erano cadute in
mano. di Gilippo e la flotta era bloccata nel porto Grande; nel tentativo di
riprendere le Epipole gli Ateniesi furono gravemente sconfitti. Nell'agosto
del 413 fu decisa la ritirata su Catania, ma Nicia, per gli scrupoli religiosi de­
terminati da un'eclissi di luna (27-28 agosto 4 1 3 ), esitò a partire e i Siracusani
ebbero il tempo di bloccare la flotta nel porto. Distrutta la flotta, i soldati
ateniesi tentarono di ripiegare verso Camarina; Demostene, rimasto indietro,
si arrese; Nicia fu intercettato presso il fiume Assinaro e sconfitto.
In autunno, dopo un drammatico dibattito assembleare sul quale siamo ben
informati da Tucidide e, attraverso Diodoro e la Vita di Nicia di Plutarco, dal
grande storico siracusano Filisto, che fu testimone oculare della vicenda, gli
strateghi Nicia e Demostene furono messi a morte, contro il parere di Gilippo,
al quale Nicia si era affidato, e per istigazione dei Corinzi; i prigionieri ateniesi
furono trattenuti nelle Latomie, le cave di pietra di Siracusa, in cc;>ndizioni
durissime. Nella spedizione fortemente voluta da Alcibiade e rimasta invece
nelle mani di Nicia, che l'aveva osteggiata, Atene aveva perso due dei suoi
migliori strateghi, Lamaco e Demostene, la flotta e migliaia di uomini fra
opliti ed equipaggi della flotta: gli Ateniesi, prima increduli, poi sgomenti
quando la notizia giunse in città, «non avevano speranza di potersi salvare»
IL QUINTO SECOLO 1 53

(Tucidide VIII, 1 , 2). Anche se Atene reagì e sembrò riprendersi, il fatto fu


probabilmente decisivo per le sorti della guerra: certo Tucidide afferma che
esso «fu il più importante avvenuto durante la guerra e anche delle vicende
della Grecia note per tradizione: il più splendido per i vincitori e il più dolo­
roso per i vinti» (VII, 87 , 5).

4.3. La guerra ionica o deceleica

L'ultima fase della guerra prese il nome di «deceleica», dall'occupazione


spartana di Decelea, che la caratterizzò; alcune fonti però parlano di «guerra
ionica», sottolineando con ciò lo spostamento del fronte principale di guerra
nell'Egeo.
La fortificazione di Decelea fu un danno enorme per Atene: assai più delle La fortificazione
invasioni periodiche della prima fase della guerra, loccupazione stabile da di Decelea
parte di Sparta privava Atene di ogni risorsa proveniente dall'agricoltura,
rendeva difficili le comunicazioni con l'Eubea e larrivo di rifornimenti, aveva
provocato la fuga di 20.000 schiavi e un aumento delle spese . di guerra. La
città, dice Tucidide, «sembrava una fortezza assediata» (Tucidide VII, 28, 1 ) .
Alle difficoltà finanziarie si devono due interventi di emergenza: la sostitu­
zione del tributo con una tassa del 5 % (eikosté) sulle merci importate per
mare (Tucidide VII, 28, 4), che veniva ritenuta un'entrata più sicura (nel
discorso di Sparta, Alcibiade aveva detto agli Spartani che l'occupazione di
Decelea avrebbe indotto gli alleati a non pagare più il tributo: Tucidide VI,
9 1 , 7), e il ricorso al fondo di riserva di 1 .000 talenti, che era stato stabilito
di non toccare per tutta la durata della guerra (Tucidide VIII, 1 5 , 1). Co­
minciarono a manifestarsi segni di crisi del sistema: si stabilì di risparmiare
nell'amministrazione dello stato e di nominare una magistratura di anziani,
i probuli, evidentemente destinati ad assumersi alcune competenze della
boulé (Tucidide VIII, 1 , 3 ) .
L a disfatta di Sicilia determinò una grave crisi nell'impero, come avevano pre­ La disgregazione
visto gli Ateniesi alla notizia della sconfitta (Tucidide VIII, 1 , 2: essi temevano dell'impero
un attacco congiunto dei nemici dalla Sicilia e dalla Grecia, «insieme agli alleati
di Atene, che avrebbero defezionato»): l'Eubea, Lesbo, Chio, Eritre presero
contatto con Sparta per preparare la ribellione. Gli Spartani compresero
che le rivolte andavano sostenute e che Atene andava colpita nell'impero: a
questa politica essi erano incoraggiati anche dal satrapo persiano Tissaferne,
che offriva loro finanziamenti per la guerra contro Atene.
Il problema finanziario era molto pesante anche per gli Spartani, tanto più che
si trattava di impegnarsi costantemente nella Ionia: ciò comportò l'inserimento
nella guerra della Persia, come forza non militare, ma diplomatica e finanziaria.
A quasi quarant'anni di distanza dalla «pace di Callia>>, la Persia tornava ad
interferire, se pure con modalità diverse, nelle vicende greche. Tra il 4 13/2 e il
4 1 110 le trattative fra Sparta e il re di Persia, Dario II (subentrato ad Artaserse
54 CAPITOLO 3

nel 424, dopo il breve regno di Serse Il), portarono alla stesura di tre trattati
successivi, di cui Tucidide ha conservato il testo (VIII, 18, 37, 58): ciò che li
accomuna è il riconoscimento dei diritti della Persia sui Greci d'Asia. Sparta
rinunciava così alla liberazione dei Greci, in nome della quale era entrata in
guerra: una decisione che ne metteva in discussione l'egemonia morale e che
alcuni esponenti della classe dirigente spartana accolsero malvolentieri (Tucidide
ricorda la posizione di Lica: VIII, 43, 3-4 e 52).
Il colpo di stato del Presso Tissaferne si trovava, a quest'epoca, Alcibiade, costretto a fuggire
4 1 1 : loligarchia da Sparta per dissensi privati con il re Agide; egli tentava di danneggiare gli
dei Quattrocento
Spartani e di ottenere così il richiamo in patria. Nel 4 12 la flotta ateniese si
trovava di stanza a Samo, rimasta fedele e divenuta la base per le operazioni
nell'Egeo, in particolare per la riconquista di Chio; Alcibiade contattò gli
antidemocratici ateniesi, forse ritenendo di poter trovare più facilmente ap­
poggio presso i nemici di quella democrazia che lo aveva esiliato, e promise
di procurare ad Atene, in cambio del rientro in patria, lamicizia di Tissaferne
e il denaro del Re; Atene avrebbe però dovuto instaurare un regime non
democratico. Nonostante la diffidenza di alcuni, come Frinico, Pisandro fu
inviato da Samo ad Atene per trattare la questione.
Ad Atene Pisandro diede I' awio al colpo di stato che portò, nella primavera
del 4 1 1 , alla caduta della democrazia. Egli parlò in assemblea prospettando
lalleanza del Re, purché si fosse richiamato Alcibiade e ci si fosse governati
con una «democrazia diversa» (Tucidide VIII, 53 , 1 ) ; non c'era, per la città,
altra speranza di salvezza. Insistendo sulla gravità della situazione e sul tema
della salvezza, Pisandro convinse l'assemblea a inviarlo presso Tissaferne;
prima di partire, però, preparò accuratamente il colpo di stato in accordo
con le eterie oligarchiche. L'ambasceria a Tissafeme andò a vuoto e Pisandro,
recatosi a Samo, si accordò con gli oligarchici sami e interruppe i contatti con
Alcibiade; poi si diresse ad Atene, con lordine di istituire loligarchia nelle
città dell'impero lungo la rotta.
Quello che awenne in Atene dopo il ritorno di Pisandro ci è noto, oltre che
da Tucidide (VIII, 65 ss.), da Aristotele (Costituzione degli Ateniesi, 29-33 );
le loro versioni appaiono incompatibili e la maggiore attendibilità di Tucidide
sembra confermata dal fatto che Aristotele, attraverso le sue fonti, offre una
ricostruzione fortemente influenzata dalla propaganda dei congiurati, che
presentavano il nuovo regime come un ritorno all'antica «costituzione dei
padri», la democrazia moderata di Solone e di Clistene, diversa da quella
radicale instaurata con la riforma di Efialte. Le eterie avevano preparato il
terreno, diffondendo la voce «che non si dovesse dare il misth6s se non a
coloro che combattevano, e che non avrebbero dovuto avere i diritti politici
più di cinquemila, quelli che erano in grado di essere più utili con il loro
denaro e le loro persone», cioè gli opliti (Tucidide VIII, 65 , 3); si trattava in
realtà, secondo Tucidide (VIII, 66, 1 ) , di un programma fittizio, destinato a
ottenere il consenso del popolo a un regime apertamente oligarchico. I con­
giurati seppero alimentare, con l'intimidazione e il terrorismo, il sospetto e
la diffidenza reciproca del popolo: così,
55

nessuno reagiva, temendo e vedendo il gran numero dei congiurati, e se uno


si opponeva, subito opportunamente moriva, e non si facevano inchieste sui
colpevoli né processi ai sospettati. Il popolo se ne stava inerte [ . ] Tra di loro
. .

tutti i democratici si accostavano con sospetto, come se fossero stati responsabili


dei fatti (Tucidide VIII, 66, 2-5).

La mancanza di uomini capaci di prendere la guida del popolo (quelli rimasti


in città, come Androcle, furono eliminati fisicamente dai membri delle eterie)
e la perdita della fiducia reciproca, tipica del clima della città democratica (vi
fa riferimento I'Epita/io di Pericle: Tucidide II, 3 7, 2), paralizzarono la capacità
di opposizione dei democratici, perché contraddicevano intimamente quella
capacità di prendere a cuore gli affari pubblici senza la quale Pericle non
riteneva possibile una vera democrazia (ancora Tucidide Il, 40, 2).
Le pressioni sui temi della crisi economica, della necessità militare e della
salvezza, che solo il re di Persia poteva assicurare, fecero il resto. L'assemblea,
senza alcuna opposizione, accettò l'abolizione dell'accusa di illegalità (la graphè
paranomon, che colpiva chi facesse proposte contro le leggi vigenti: i congiurati
venivano così messi al riparo da eventuali rappresaglie) e votò un provvedimento
che aboliva il misth6s e instaurava al governo un consiglio di Quattrocento
membri, eletti per cooptazione (cinque proedri avrebbero designato 100 uomini,
che a loro volta ne avrebbero scelti altri tre a testa); essi avrebbero poi designato
i Cinquemila «quando fosse loro piaciuto» (Tucidide VIII, 67, 3 ). La boulé dei
Cinquecento fu poi sciolta senza opposizioni e i Quattrocento si installarono al
suo posto. Da quel momento i Quattrocento, i cui esponenti principali erano,
secondo Tucidide VIII, 68, Pisandro, Antifonte, Frinico e Teramene (tranne
Antifonte, erano tutti di estrazione democratica; Teramene era figlio di Agnone,
collaboratore di Pericle), governarono la città con la forza; l'elenco dei Cinque­
mila non fu mai pubblicato e il regime fu dunque non un'oligarchia moderata,
una patrios politeia («costituzione dei padri>>: risale a quanto sembra proprio
a quest'epoca un frammento di Trasimaco di Calcedone che contiene la prima
attestazione di questo fortunato slogan), ma un'oligarchia estremista, quasi una
tirannide di gruppo, una dynasteia. Alcibiade, ritenuto inadatto a un'oligarchia,
non fu richiamato; furono invece inviati ambasciatori al re spartano Agide, con
la richiesta di trattare; ma il re, «pensando che la città non fosse tranquilla e
che il popolo non avrebbe rinunciato così presto alla sua antica libertà» (VIII,
7 1 , 1 ) , lasciò cadere la proposta.
In effetti, lesperimento oligarchico fu breve. A farlo cadere contribuirono da La «controrivo­
una parte la resistenza della flotta di Samo e dei suoi capi, dall'altra dissidi luzione di Samo»
interni fra le diverse correnti oligarchiche. e la caduta dei
Quattrocento
A Samo, una lotta civile fra oligarchici e democratici, in cui trovò la morte
lperbolo che si trovava nell'isola in seguito all'ostracismo, fu risolta a favore dei
democratici dall'intervento degli Ateniesi presenti, guidati dagli strateghi Leone
e Diomedonte, dal trierarca Trasibulo e dall'oplita Trasillo. Quando da Atene
giunse la notizia dell'instaurazione dell'oligarchia, Trasibulo e Trasillo fecero
giurare ai presenti di mantenere fedeltà alla democrazia e concordia reciproca; i
1 56 CAPITOLO 3

soldati riuniti in assemblea, coscienti di rappresentare la maggioranza della città


(«erano stati i meno numerosi a staccarsi da loro che erano la maggioranza»:
Tucidide VIII, 76, 3), destituirono i comandanti sospetti, eleggendo strateghi
Trasibulo e Trasillo; chi parlò in quella sede (forse lo stesso Trasibulo) sottolineò
che erano stati gli oligarchi ad abbattere i patrioi nomoi, le <<leggi patrie», cioè
la democrazia, e che loro invece volevano salvarle. Si formò così un governo
ateniese in esilio, guidato da leader autorevoli e affidabili sul piano ideologico,
che riteneva di incarnare la legittimità democratica; esso avviò trattative per il
richiamo di Alcibiade, che fu condotto a Samo nell'estate del 4 1 1 da Trasibulo ed
eletto stratego dopo la concessione dell'impunità, e con gli stessi Quattrocento.
In Atene, intanto, Teramene era preoccupato sia per la frattura con i demo­
cratici di Samo, sia per le relazioni con Sparta; richiedeva quindi, insieme con
Aristocrate e altri, la pubblicazione della lista dei Cinquemila e labbandono
di un'oligarchia troppo ristretta in favore di una costituzione più egualitaria;
ma in realtà, secondo Tucidide (VIII, 89, 3 ) , il movente dell'azione sua e dei
suoi compagni erano, ancora una volta, le ambizioni personali e la volontà
di primeggiare.
Gli oligarchi più accesi, Frinico, Aristarco, Antifonte e Pisandro, trattavano
ormai la capitolazione con Sparta; Frinico, di ritorno dall'ambasceria a Sparta,
fu ucciso e Teramene provocò una rivolta degli opliti; quando, nel settembre
4 1 1 , giunse la notizia della perdita dell'Eubea, il regime cadde e fu sostituito
dal governo dei Cinquemila, che Tucidide giudica l'unico buon governo
ateniese dei suoi tempi, in quanto «moderata mescolanza di oligarchia e
democrazia» (VIII, 97, 2). I Cinquemila restarono in carica fino al febbraio
del 4 10, quando tornò in vigore la democrazia. Aveva dunque avuto ragione
Agide, sospettando che il popolo ateniese non si sarebbe rassegnato facilmente
alla perdita della libertà.
Dopo la caduta dei Quattrocento i Cinquemila, su ispirazione di Teramene,
votarono il richiamo di Alcibiade, ma non gli confermarono l'impunità e
Alcibiade preferì trattenersi in esilio volontario. Con gli uomini di Samo ci
fu pronta riconciliazione; Teramene, figurando come il responsabile della
fine dell'oligarchia, non subì conseguenze e anzi ebbe un ruolo significativo
negli anni successivi. Altri oligarchi, come Antifonte, furono processati per
tradimento e condannati a morte; altri ancora, come Pisandro, fuggirono a
Decelea presso gli Spartani.
La guerra navale: Dopo la gravissima perdita dell'Eubea, la guerra continuò nell'Ellesponto,
Lisandro e la bat­ dove gli Ateniesi ottennero significativi successi a Cinossema (autunno 4 1 1 ) ,
c.aglia di Nozio poi ad Abido e Cizico (primavera 4 10); con l a battaglia di Cinossema si inter­
rompe il racconto di Tucidide, il cui progetto di giungere fino al 404 rimase
incompiuto, e iniziano le Elleniche di Senofonte, fondate, per le vicende dal
410 al 404, su materiale tucidideo.
Subito dopo Cizico gli Spartani chiesero la pace, ma i democratici, tornati
al potere, la rifiutarono. Atene, grazie ad Alcibiade, Trasibulo e Teramene,
ottenne notevoli successi negli anni successivi (a Calcedone, a Bisanzio, a Taso);
Alcibiade rientrò in Atene, accolto dall'entusiasmo del popolo, nel giugno
IL QUINTO SECOLO 1 57

del 408 o del 407 (l'incertezza è dovuta alla cronologia incerta adottata da
Senofonte) e fu eletto stratego con poteri eccezionali (Senofonte, Elleniche,
I, 4, 20 lo chiama heghemòn autokrator).
La svolta in favore di Sparta arrivò con l'invio del navarco spartano Lisandro
nella Ionia. Lisandro era uomo di eccezionali capacità e intraprendenza, che
mal sopportava i limiti imposti dal sistema di vita spartano alle personalità
individuali; la sua visione della politica egemonica che Sparta avrebbe dovuto
svolgere era più simile a quella di un Pausania o di un Brasida che a quella di
un Archidamo. Egli riuscì a stabilire un rapporto di fiducia col giovane figlio
di Dario II, Ciro, e assicurò così alla flotta spartana i necessari finanziamenti.
Nel 407/6 la flotta ateniese, guidata da un luogotenente di Alcibiade, Antioco,
fu sconfitta a Nozio presso Efeso: Alcibiade preferì andare in volontario esilio
nell'Ellesponto e morì in Frigia, dove si era rifugiato dopo Egospotami, fatto
uccidere da Farnabazo.
Nel 406/5 venne inviato come successore di Lisandro (secondo la costituzione La battaglia delle
spartana la navarchia non poteva essere iterata) Callicratida, uno spartano tra­ Arginuse e il pro­
dizionalista, contrario a ogni forma di personalismo, favorevole al rispetto delle cesso agli st r ate­
ghi
autonomie e ostile alla dipendenza dalla Persia; egli si alienò Ciro e incrinò le
relazioni che Lisandro aveva stabilito con le città dell'Asia Minore.
Nell'agosto del 406, alle isole Arginuse, nelle acque di Lesbo, gli Ateniesi
sconfissero la flotta di Callicratida, che morì nella battaglia. Oltre a 70
navi peloponnesiache, affondarono però anche 25 navi ateniesi; a causa
di una tempesta, non fu possibile raccogliere i naufraghi; ciò scatenò in
Atene una campagna contro gli strateghi, che furono deposti dalla carica,
sottoposti a processo per tradimento e giudicati con una procedura irre­
golare; il coraggioso tentativo di opposizione di alcuni, come Eurittolemo,
che intervenne in difesa degli strateghi, e Socrate, che era uno dei pritani
e rifiutò di mettere ai voti proposte illegali, non poté impedire che, in un
pesante clima di intimidazione («la massa - dice Senofonte - protestava
a gran voce che sarebbe stato terribile impedire al popolo di fare ciò che
voleva»: Elleniche, I, 7 , 12), gli imputati fossero condannati e giustiziati. Il
drammatico resoconto di Senofonte (Elleniche, I, 7) mette in evidenza le
manipolazioni, le forzature, le piccole e grandi illegalità attraverso le quali il
popolo fu indotto a esprimere il voto di condanna; l'emotività delle masse fu
sollecitata con spregiudicate tecniche demagogiche, come l'organizzazione,
durante la festa delle Apaturie, di una manifestazione di finti parenti dei
naufraghi vestiti a lutto, che invocavano vendetta dal popolo. La regia della
vicenda era, secondo Senofonte, di Teramene, allora trierarca; egli non era
stato rieletto stratego per il 406/5 e sperava, con l'eliminazione della classe
dirigente democratica, di riconquistare spazio per sé.
Dopo le Arginuse, secondo Aristotele (Costituzione degli Ateniesi, 34, 1 -2), La b at t aglia di
Sparta avrebbe chiesto la pace, che sarebbe stata però rifiutata dal discusso Egospotami
leader democratico Cleofonte: se la notizia, di cui si è dubitato per la ten­
denza ostile della tradizione sul demagogo, è accettabile, Atene perse così la
possibilità di chiudere il conflitto a proprio favore.
1 8 CAPITOLO 3

Nel 40514 Lisandro fu nuovamente inviato nell'Egeo, come luogotenente


di Araco: una finzione giuridica che si proponeva di aggirare il divieto di
iterare la navarchia. Nell'estate del 405 Lisandro colse alla sprovvista la flotta
ateniese ad Egospotami, di fronte a Lampsaco; l'incapacità degli strateghi
e, forse, il tradimento di alcuni di loro permisero a Lisandro di ottenere
una grande vittoria, che fu celebrata a Delfi con un grandioso donario, il
cosiddetto «monumento dei navarchi» (ML 95), che imitava quello dedicato
da Milziade per Maratona. Solo Conone riuscì a fuggire con poche navi,
riparando a Salamina di Cipro, presso il re Evagora. L'impero ateniese crollò:
solo Samo restò ancora fedele ad Atene, ottenendone in cambio un trattato
di isopoliteia (scambio bilaterale dei diritti di cittadinanza), testimoniato da
un documento epigrafico (ML 94).
Le trattative e la Atene si trovò ben presto assediata per terra dai re Pausania II e Agide e per
capitolazione mare da Lisandro, senza più navi né alleati né grano; tuttavia, tentò ancora
di resistere e si rifiutò, su istigazione di Cleofonte, di accettare la resa alle
condizioni di Sparta, che chiedeva labbattimento delle mura per dieci stadi,
con l'intento di salvare le Lunghe Mura e il Pireo.
A questo punto rientrò in gioco Teramene; egli si presentò in assemblea pro­
mettendo, se lo avessero inviato da Lisandro che nel frattempo era andato
ad assediare Samo, di ottenere buone condizioni. Ricevuto l'incarico per la
missione esplorativa, Teramene, secondo Senofonte, consumò il suo tradi­
mento (Elleniche, II, 2, 16- 17):

una volta inviato, Teramene trascorse presso Lisandro tre mesi, spiando il mo­
mento in cui gli Ateniesi, a causa della mancanza di cibo, avrebbero accettato
qualunque condizione. Quando, tre mesi dopo, tornò, disse in assemblea che
Lisandro lo aveva trattenuto fino ad allora, e poi gli aveva ordinato di andare a
Sparta: non lui, infatti, ma gli efori erano competenti su ciò che egli chiedeva.

Gli Ateniesi, ormai stremati dalla carestia, non ebbero altra scelta che no­
minarlo ambasciatore autokrator e lo inviarono, con nove colleghi, a Sparta
a trattare la resa; durante la sua assenza si provvide a eliminare, con false
accuse, Cleofonte. Da Sparta, dove i Corinzi e i Tebani chiesero invano la
distruzione di Atene e la schiavitù dei suoi abitanti, Teramene tornò con
condizioni comunque durissime: si trattava di abbattere le Lunghe Mura e le
fortificazioni del Pireo, di consegnare le navi tranne 12, di richiamare gli esuli
e di sottoscrivere un'alleanza offensiva e difensiva con Sparta; come vedremo,
discussa è lesistenza, nel trattato, di una clausola secondo cui Atene si sarebbe
dovuta governare «secondo le tradizioni patrie», e, qualora se ne ammetta
l'esistenza, discusso è il suo significato. In assemblea Teramene dichiarò senza
mezzi termini che «era necessario cedere agli Spartani e distruggere le Lunghe
Mura» (Senofonte, Elleniche, II, 2, 22).
Alla luce del duro giudizio di Senofonte, che coincide con quello del de­
mocratico Lisia (Contro Eratostene, 68-70) e sembra trovare conferma nella
testimonianza offerta dal cosiddetto «papiro di Teramene» (Pap. Mich. 5982),
è difficile negare il tradimento di Teramene, che, con un altro atto di trasfor­
mismo politico (i comici gli diedero il soprannome di «coturno», la calzatura
degli attori che si adattava a qualunque piede), si preparava nuovamente,
come dopo la spedizione di Sicilia, a passare dalla democrazia all'oligarchia
e a costruire il proprio potere personale all'ombra delle armi nemiche. Alcuni
democratici, come gli strateghi Strombichide e Dionisodoro, che cercarono
di opporsi alla conclusione di una pace gravida di pesanti conseguenze per
Atene e per la stessa democrazia, vennero eliminati con false denunce: della
vicenda siamo informati dettagliatamente dall'orazione di Lisia Contro Agorato
(un uomo di Teramene, che era già stato coinvolto nell'assassinio di Frinico
e che fu uno dei denunciatori).
Persa ogni possibilità di ulteriore resistenza, tradita all'interno da quanti
aspiravano a un potere che la democrazia non poteva assicurare loro, il 1 6
Munichione (aprile-maggio) del 404 Atene capitolò: Lisandro entrò al Pireo,
gli esuli rientrarono, e le mura di Atene furono distrutte al suono del flauto,
«tra grande entusiasmo, giacché si pensava che quel giorno fosse per la Grecia
l'inizio della libertà» (Senofonte, Elleniche, Il, 2, 23 ).

P E R S A P E R N E D I P I Ù

1. Le guerre persiane: uno scontro di civiltà


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16 CAPITOLO 3

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Grecia dal!'età arcaica alt'ellenismo, Atti del XLVII Convegno di studi sulla
Magna Grecia, 2007, Taranto, 2008. Fondazione di Turi: G. De Sensi Sestito,
La fondazione di Sibari-Thurii in Diodoro, in «Rendiconti dell'Istituto Lom­
bardo», 1 10 ( 1 976), pp. 243-258; M. Lombardo, Da Sibari a Thurii, in Sibari
e la Sibaritide, Taranto, 1994, pp. 255-328; M. Sordi, Le «staseis» di Turi e la
guerra del Peloponneso, in «Tyche», 1 9 (2004), pp. 167-174.

3. Democrazia e imperialismo
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Ateniesi dello Pseudo-Senofonte, in «Bollettino dell'Istituto di Filologia greca
dell'Università di Padova», Suppi. 3 , Roma, 1979; M. Gigante e G. Maddoli (a
cura di), I.:Athenaion politeia dello Pseudo-Senofonte, Napoli, 1997; S. Cataldi,
Akolasia e isegoria di meteci e schiavi nell'Atene dello Pseudo-Senofonte. Una
riflessione socio-economica, in !.:opposizione nel mondo antico, Milano, 2000,
pp. 75-101; C. Bearzot, F. Landucci e L. Prandi (a cura di), I.:Athenaion politeia
rivisitata. Il punto su Pseudosenofonte, Milano, 201 1. L'espressione «sistema non
riformabile» è tratta da E. Flores, Il sistema non riformabile. La pseudosenofontea
Costituzione degli Ateniesi e l'Atene periclea, Napoli, 1982.
• Efialte: L. Piccirilli , Efialte, Genova, 1988.
• Pericle: D. Kagan, Pericle diAtene e la nascita della democrazia (1990), Milano,
1991; A. Banfi, Il governo della città. Pericle nelpensiero antico, Bologna, 2003; C.
Mossé, Pericle. I.:inventore della democrazia (2004), Roma-Bari, 2006; C. Bearzot,
Pericle, Atene, l'impero, in Storia d'Europa e delMedite"aneo. Il mondo antico, IL
La Grecia, IV. Grecia e Mediterraneo dall'età delle gue"e persiane all'ellenismo,
cit., pp. 289-320.
• Democrazia: D. Musti, Demokratia. Origini di un'idea, Roma-Bari, 1995; M.H.
Hansen, La democrazia ateniese nel IV secolo a.C. ( 1991), Milano, 2003 ; G. Ca­
massa, Democrazie ateniesi di età classica: V e IV secolo, in Storia d'Europa e del
Medite"aneo. Il mondo antico, II. La Grecia, IV. Grecia e Mediterraneo dal!'età
delle guerre persiane alt'ellenismo, cit., pp. 2 1 1 -246.
• Epitafio pericleo: D. Musti, Demokratia. Origini di un'idea, cit., pp. 3 ss.; U.
Fantasia (a cura di), Tucidide, La gue"a del Peloponneso. Libro II, Pisa, 2003,
pp. 353 ss.
• Tucidide di Melesia: L. Piccirilli, Opposizione e intese politiche in Atene: i casi di
1 64 CAPITOLO 3

Efialte-Cimone e di Pericle-Tucidide di Melesia, in I:opposizione nel mondo antico,


cit., pp. 49-73; P.A. Tu ci, Tucidide di Melesia e il «partito di opposizione» a Pericle,
in «Partiti» efazioni nel!' esperienza politica greca, Milano, 2008, pp. 89-128.
• Attività edilizia di Pericle: Chr. Hocker e L. Schneider, Pericle e la costruzione
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1239-1274.
• Esclusi: F. Gschnitzer, Abitanti senza diritto di cittadinanza: non liberi e stranieri,
in Settis (a cura di), I Greci. Storia cultura arte società, 2 .II, cit., pp. 403-422; S.
Ferrucci, Ai margini della polis? Donne, stranieri, schiavi, in Storia d'Europa e del
Mediterraneo. Il mondo antico, II. La Grecia, IV. Grecia e Mediterraneo dall'età
delle guerre persiane ali'ellenismo, Roma, 2008, pp. 509-541 ; C. Bearzot, I Greci
e gli altri. Convivenza e integrazione, cit.
• Meteci: P.A. Tuci, Tra il meteco e la «polis»: ricerche sul ruolo del prostates, in
«Rendiconti dell'Istituto Lombardo», 14 1 (2007), pp. 237-282.
• Donne: C. Mossé, La vita quotidiana della donna nella Grecia antica (1983),
Milano, 1988; I. Savalli, La donna nella società della Grecia antica, Bologna, 1983;
N. Bernard, Donne e società nella Grecia antica (2003), Roma, 201 1 .
• Schiavi e liberti: M.I. Finley, Schiavitù antica e ideologie moderne ( 1980), Roma­
Bari, 1981; Y. Garlan, Glischiavi nella Grecia antica, Milano, 1984; C. Bearzot, Né
cittadini né stranieri: apeleutheroi e nothoi in Atene, in Il cittadino, lo straniero, il
barbarofra integrazione ed emarginazione nell'antichità, Atti del I Incontro inter­
nazionale di Storia antica, Genova, 20-22 maggio 2003, Roma, 2005, pp. 77-92.
• Nothoi: M. Bertazzoli, I nothoi e la polis: il ruolo del Cinosarge, in «Rendiconti
dell'Istituto Lombardo», 137 (2003 ) , pp. 2 1 1 -232; Ead., Giuste nozze efiliazione
legittima da Dracone agli oratori, in «Mediterraneo antico», 8 (2005), pp. 641-686.
• Manipolazione della volontà popolare ed eterie: C. Bearzot, Gruppi di oppo­
sizione organizzata e manipolazione del voto nell'Atene democratica, in Fazioni e
congiure nel mondo antico, Milano, 1999, pp. 265-307; P.A. Tuci, Forme di mani­
polazione della volontà popolare nella democrazia ateniese: la boulé nel V secolo,
in «Sileno», 18-19 (2002-2003 ), pp. 145-182; Id., La fragilità della democrazia.
Manipolazione istituzionale ed eversione nel colpo di stato oligarchico del 4 1 1 a. C.
ad Atene, Milano, 2013.
• Forme dell'imperialismo ateniese: G. Nenci, Formazione e carattere dell'impero
ateniese, in Storia e civiltà dei Greci, 11.3, cit., pp. 45-92; S. Cataldi, La democra­
zia ateniese e gli alleati, Padova, 1984. Inoltre, F. Landucci, Duride di Samo e
l'imperialismo ateniese, in Da Elea a Samo. Filosofi e politici di fronte all'impero
ateniese, Atti del Convegno di Studi, Santa Maria Capua Vetere, 4-5 giugno 2003,
Napoli, 2005, pp. 225-245.

4. La guerra del Peloponneso: due blocchi a con&onto


In generale: B. Bleckmann, La guerra del Peloponneso (2007), Bologna, 2010; U.
Fantasia, Il mondo greco si divide: la guerra del Peloponneso, in Storia d'Europa
1 65

e del Mediterraneo. Il mondo antico, II. La Grecia, IV. Grecia e Mediterraneo


dall'età delle guerre persiane all'ellenismo, cit., pp. 321 -352; Id., La guerra del
Peloponneso, Roma, 2012.
• Tucidide: F. Ferrari (a cura di), Tucidide, La guerra del Peloponneso, I-III,
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dello storico Tucidide, Genova, 1985; J. de Romilly, La costruzione della verità in
Tucidide (1990), Firenze, 1995.
• Ruolo di Corinto: M. Sordi, Scontro di blocchi e azione di terze forze nello scop­
pio della guerra del Peloponneso ( 1991), in Scritti di storia greca, cit., pp. 489-503;
Corinto e l'Occidente, Atti del XXXIV Convegno di Studi sulla Magna Grecia,
1994, Taranto, 1995.
• Caso di Corcira: S. Accame, Tucidide e la questione di Corcira, in Studi de
Falco, Napoli, 197 1 , pp. 141-164; M. lntrieri, Biaios didaskalos. Guerra e stasis a
Corcira fra storia e storiografia, Soveria Mannelli, 2002; Ead., Corcira fra Corinto
e l'Occidente, in Sulla rotta per la Sicilia: l'Epiro, Corcira e l'Occidente, Pisa, 201 1 ,
pp. 175-208.
• Blocco di Megara: M. Sordi, Il decreto di Pericle contro Megara, un decreto
ragionevole e umano? (1980), in Scritti di storia greca, cit., pp. 395-399.
• Platea e i Plateesi: L. Prandi, Platea. Momenti e problemi della storia di una polis,
Padova, 1988, pp. 93 ss.; L. Prandi, Ricerche sulla concessione della cittadinanza
ateniese nel V sec. a. C. , Milano, 1982, pp. 57 ss.; C. Bearzot, Ancora sui Plateesi e
le fratrie di Atene, in Simblos. Scritti di Storia Antica, 2 (1997), pp. 43-60.
• Stasis: H.-J. Gehrke, La stasis, in Settis (a cura di), I Greà. Storia cultura arte
società, 2.11, cit., pp. 453-480; U. Fantasia, Corcira, 427-425 a.C: anatomia di
una «stasis», in «Partiti» e fazioni nel!'esperienza politica greca, cit., pp. 167-201 .
• «Prima spedizione» in Sicilia: C. Ampolo, I contributi alla prima spedizione
ateniese in Sicilia (427-424 a.C.), in «La Parola del passato», 42 (1987), pp. 5 - 1 1 ;
S . Cagnazzi, Tendenze politiche ad Atene. I.:espansione in Sicilia dal 458 al 415
a. C. , Bari, 1990; S. Cataldi, Prospettive occidentali allo scoppio della guerra del
Peloponneso, Pisa, 1990.
• Cleone: C. Bearzot, Il Cleone di Tucidide tra Archidamo e Pericle, in Adfontes!
Festschrift Dobesch, Wien, 2004, pp. 125-135; V. Saldutti, Cleone, un politico
ateniese, Bari, 2014.
• Brasida: G. Daverio Rocchi, Brasida nella tradizione storiografica. Aspetti del
rapporto tra ritratto letterario e figura storica, in «Acme», 38 (1985), pp. 63-81 ; L.
Prandi, Sintonia e distonia tra Brasida e Sparta, in Contro le «leggi immutabili».
Gli Spartanifra tradizione e innovazione, cit., pp. 91-1 13.
• Dopo la pace di Nicia: M. Silvestrini, Il conflitto fra Sparta e Argo nel 421-41 7,
in «AFLB», 17 (1974), pp. 329-335; C. Bearzot, Argo nel V secolo, in Argo. Una
democrazia diversa, Milano, 2006, pp. 105-146.
• Trattato con Segesta: S. Cataldi, I proponenti del trattato tra Atene e Segesta e le
correntipolitiche ateniesi, in «Kokalos», 38 (1992), pp. 3-3 1 ; Id., I rapporti politici
1 66 CAPITOLO 3

di Segesta e Alicie con Atene nel V secolo a.C. , in Seconde giornate internazionali
di studi sull'area elima, Pisa, 1997, pp. 303-356.
• «Grande spedizione» in Sicilia: U. Laffi, La spedizione in Sicilia del 415 a.C., in
«Rivista storica italiana», 82 (1970), pp. 277-307; Id., La tradizione storiografica
siracusana relativa alla spedizione ateniese in Sicilia (415-413 a.C.), in «Kokalos»,
20 ( 1974 ), pp. 18-45; R. Vattuone, Logoi e storia in Tucidide. Contributo allo studio
della spedizione ateniese in Sicilia del 415 a.C. , Bologna, 1978; S. Cataldi (a cura di),
Plaus es Sikelian. Ricerche sulla seconda spedizione ateniese in Sicilia, Alessandria,
1992; L. Piccirilli, Le iniziative diplomatiche fra Atene e Siracusa prima e durante
la grande spedizione in Sicilia, in Serta antiqua et mediaevalia, 1 , Roma, 1997,
pp. 1 -7; D. Ambaglio, La spedizione in Sicilia e l'opinione pubblica: un disastro
annunciato, in Il dopoguerra nel mondo greco: politica, propaganda, storiografia, cit.
• Democrazia siracusana: M. Sordi, «Homoiotropos» in Tucidide, in Autoco­
scienza e rappresentazione dei popoli nell'antichità, Milano, 1992, pp. 33-38; M.
Giangiulio, Gli equilibri difficili della democrazia in Sicilia: il caso di Siracusa, in
Venticinque secoli dopo l'invenzione della democrazia, Roma, 1998, pp. 107-1 19;
F. Mattaliano, Atene e Siracusa, poleis homoiotropoi, Palermo, 2012.

• Alcibiade: W.M. Ellis, Alcibiade (1989), Genova, 1993 ; ]. de Romilly, A lcibiade


(1985), Milano, 1997; C. Bearzot, Strategia autocratica e aspirazioni tiranniche. Il
caso di Alcibiade, in «Prometheus», 14 (1988), pp. 39-57; L. Prandi (a cura di),
Plutarco, Vite parallele. Coriolano e Alcibiade, Milano, 1992.
• Nicia: L. Piccirilli, in Plutarco, Le Vite di Nicia e di Crasso, Milano, 1993; Id.,
Nicia fra astuzie, ricatti e corruzioni, in <<Museum Helveticum», 54 (1997), pp. 1 -8.
• Ermocrate: M. Sordi, Ermocrate diSiracusa: demagogo e tiranno mancato ( 1981),
in La dynasteia in Occidente. Studi su Dionigi I, Padova, 1992, pp. 3-8; G. Vanotti,
Quale Sicilia per Ermocrate?, in Gli stati territoriali nel mondo antico, Milano,
2003 , pp. 179-197; C. Bearzot, Ermocrate dedynasteukos en Sikeliai in Timeo F
22, in Italo-Tusco-Romana. Festschrtft Foresti, Wien, 2006, pp. 23-30; M. Moggi,
Insularità e assetti politici, in Immagine e immagini della Sicilia e delle altre isole
del Mediterraneo antico, Atti del Workshop «G. Nenci», Erice, 12- 16 ottobre
2006, Pisa, 2009, I, pp. 51-65.
• Presa di Melo: S. Cagnazzi, La spedizione ateniese contro Melo del 416 a. C.
Realtà e propaganda, Bari, 1983; L. Canfora, Tucidide e l'impero. La presa diMelo,
Roma-Bari, 20022•
• Crisi della democrazia: C. Bearzot, Atene nel 4 1 1 e nel 404. Tecniche del colpo
di stato, in Terror et pavor. Violenza, intimidazione, clandestinità nel mondo antico,
Atti del Convegno, Cividale del Friuli, 22-24 settembre 2005, Pisa, 2006, pp. 2 1 -
64; Ead., La sovversione del!'ordine costituito nei discorsi degli oligarchici ateniesi,
in Ordine e sovversione nel mondo greco e romano, Atti del Convegno, Cividale
del Friuli, 25-27 settembre 2008, Pisa, 2009, pp. 69-86; Ead., Come si abbatte
una democrazia. Tecniche di colpo di stato nell'Atene antica, Roma-Bari, 2013 .
• Controrivoluzione di Samo: F. Landucci, J;aristocrazia diSamo tra opposizione e
potere nella seconda metà del V secolo a. C. , in Fazioni e congiure nel mondo antico,
cit., pp. 1 15-133; M. Sordi, Trasibulo e la controrivoluzione di Samo: l'assemblea
del popolo in armi come forma di opposizione, in I:opposizione nel mondo antico,
cit., pp. 103- 109.
• Crisi del 4 1 1 : F. Sartori, La crisi del 41 1 nell'Athenaion politeia di Aristotele,
Padova, 195 1 ; S.A. Cecchin, Mezzi e tecniche propagandistiche nella crisi ateniese
del 4 1 1 a.C. , in «Il pensiero politico», 1 (1968), pp. 165-17 1; Id., «Patrios politeia».
Un tentativo propagandistico durante la guerra del Peloponneso, Torino, 1969; M.
Sordi, Uno scritto di propaganda oligarchica del 41 1 e l'avvento dei Quattrocento
( 1981), in Scritti di storia greca, cit., pp. 401-412; C. Bearzot, La costituzione beo­
tica nella propaganda degli oligarchici ateniesi del 4 1 1 , in Actes du Colloque «La
Béotie antique», Lyon-St. Etienne, 16-21 mai 1983, Paris, 1985, pp. 2 19-226; Ead.,
Soteria oligarchica e soteria democratica tra 4 1 1 e 404, in Xenia. Studi in onore di
Lia Marino, Caltanissetta-Roma, 2013, pp. 1 13- 122.
• Cinquemila: L. Canfora, Tucidide e il governo dei Cinquemila, in «Il pensiero
politico», 4 (197 1 ) , pp. 42 1 -423 ; N. Andriolo, La costituzione dei Cinquemila, in
<<Patavium», 9 (2001), pp. 13-3 1 .
• Teramene: C . Bearzot, Lisia e la tradizione su Teramene. Commento storico alle
orazioni XII e XIII del corpus lysiacum, Milano, 1997; Ead., Eforo e Teramene,
in «Mediterraneo antico», 15 (2012), pp. 293-308 ( P. De Fidio e C. Talamo,
=

a cura di, Eforo di Cuma nella storia della storiografia greca, Atti dell'Incontro
internazionale di studi, Fisciano-Salerno 10- 12 dicembre 2008, II, «La Parola del
passato», 69, 2014, pp. 369-390).
• Frinico: G. Grossi, Frinico tra propaganda democratica e giudizio tucidideo,
Roma, 1984; C. Bearzot, A proposito del decreto ML 85 per Trasibulo uccisore
di Frinico e i suoi complici, in «Rendiconti dell'Istituto Lombardo», 1 15 ( 1981),
pp. 289-303.
• Cleofonte: A. Natalicchio, La tradizione delle offerte spartane di pace tra il 41 1
ed il 404: storia e propaganda, in «Rendiconti dell'Istituto Lombardo», 124 (1990),
pp. 161-175; S. Gallotta, Cleofonte, l'ultimo demagogo, in «Quaderni di storia»,
34, 67 (2008), pp. 173-186.
• lperbolo: G. Cuniberti, Iperbolo ateniese infame, Bologna, 2000.
• Processo delle Arginuse: M. Sordi, Teramene e ilprocesso delle Arginuse (1981 ),
in La dynasteia in Occidente. Studi su Dionigi I, Padova, 1992, pp. 9-22; L. Can­
fora, Il processo degli strateghi, in Sodalitas. Scritti Guarino, II, Napoli, 1984, pp.
495-5 17; P.A. Tuci, La boulé nel processo agli strateghi della battaglia delle Argi­
nuse: questioni procedurali e tentativi di manipolazione, in D. Ambaglio (a cura
di), Syngraphé, 4, Como, 2002, pp. 51-85; C. Bearzot, Diodoro sul processo delle
Arginuse, in Gli amici per Dino. Giornata di studi in memoria di Delfino Ambaglio,
Chieti, 28-29 aprile 2010, in corso di stampa; Ead., Il «pentimento» del popolo
sul processo delle Arginuse: un possibile retroscena, in Antiquitas. Scritti di storia
antica in onore di Salvatore Alessandrz', Galatina, 201 1 , pp. 17-24.
1 68 CAPITOLO 3

P E R C O R S O D I A U TO V E R I F I C A

• La reazione dei Greci di fronte al pericolo persiano.

• Le origini e levoluzione della Lega delio-attica.

• L'evoluzione della democrazia ateniese nel V secolo.

• La politica estera di Atene nella pentecontetia.

• Vicende politiche e militari nel decennio tra il 427 e il 4 18.


CAPITOW

Il q uarto secolo

In questo capitolo:
• L'egemonia spartana e le sue contraddizioni
• La pace comune del 387 /6: l'autonomia come principio di convivenza
internazionale
• La Seconda lega ateniese
• L'egemonia tebana e la rinascita degli stati federali
• La fine delle egemonie cittadine e l'ascesa d ella Macedonia: Filippo Il
• S iracusa, la tirannide dionisiana e la nascita dello stato territoriale

Sparta era stata, fino al 479, la città prostates del mondo greco: il re Cleomene I
(circa 520-488) aveva sostenuto questo riconosciuto ruolo egemonico con una
politica assai attiva nella difesa del Peloponneso e nel settore dell'egemonia
continentale, evitando tuttavia awenture in aree geopolitiche remote. Con la
fine della seconda guerra persiana, Sparta aveva manifestato chiaramente la sua
riluttanza ad assumersi le responsabilità connesse con legemonia panellenica,
in particolare la difesa dei Greci che vivevano nei territori del Re; di fatto essa
aveva ceduto agli Ateniesi l'egemonia sul mare, inaugurando la stagione del
bipolarismo, in cui l'equilibrio del mondo greco veniva fatto dipendere dalla
divisione delle sfere di influenza.
Con la spedizione in Tracia del 424 e la guerra deceleica gli orizzonti spartani
si ampliarono notevolmente, anche per impulso di personalità come Brasida
e Lisandro: se pur non senza resistenze interne, Sparta seppe impegnarsi in
queste occasioni lontano dal suo territorio, per terra e per mare. Con la vit­
toria del 404, la liberazione della Grecia dall'influenza ateniese e lassunzione
dell'egemonia, Sparta si trovò al centro di un sistema egemonico il cui mante­
nimento imponeva, in contrasto con le sue tradizioni, un deciso interventismo,
la disponibilità di ingenti risorse e l'abbandono di quegli ideali di autonomia
di cui essa si era fatta portavoce nel 432/1, al momento di entrare in guerra
17 CAPITOLO 4

con Atene. Le conseguenze furono gravi sia per Sparta, sia per la Grecia,
che subì, tra 404 e 3 7 1 , un imperialismo assai più pesante di quello ateniese.
Dal canto suo, Atene seppe invece promuovere una riflessione sulle vicende
che l'avevano vista protagonista nel V secolo e trame i necessari insegnamenti:
essa non ripropose, quindi, l'imperialismo di cui la Lega delio-attica era stata
strumento, ma anzi seppe sottrarre a Sparta la bandiera dell'autonomia, va­
lore che essa difendeva a parole ma contraddiceva nei fatti. Tuttavia, Atene
non seppe cogliere, dopo la fine dell'egemonia spartana nel '3 7 1 , l'occasione
che le si offriva di tornare a essere il punto di riferimento del mondo greco.
Un mondo in cui peraltro, fin dal 404, andavano emergendo sempre più
prepotentemente quelle «terze forze» che già avevano rivendicato un loro
spazio nel V secolo, all'epoca dello scoppio della guerra del Peloponneso e
poi, in particolare, nel periodo 42 1 -4 1 8 (Corinto, Argo, Tebe): sarà proprio
una di queste «terze forze», Tebe, a essere protagonista dell'ultimo tentativo,
da parte di una polis, di ottenere l'egemonia panellenica. A questi elementi
vanno aggiunti il risveglio e la progressiva affermazione degli stati federali,
che nel corso del IV secolo vedranno accrescere la loro importanza rispetto
alle città, anche grazie alla maggiore estensione territoriale e alle maggiori
risorse economiche e demografiche di cui potevano godere.
Come è stato sottolineato, il mondo greco del IV secolo, dunque, non è più
un mondo bipolare, ma un mondo policentrico (D. Musti), caratterizzato
dalla «ricerca fallita di un equilibrio» (M. Sordi). La consapevolezza della
debolezza derivante da un'eccessiva conflittualità condusse alla ricerca di
strumenti che assicurassero maggiore stabilità, di carattere giuridico (la koinè
eirene o «pace comune») o anche, semplicemente, propagandistico (l'ideale
panellenico, l'ideologia antibarbarica), capaci di mobilitare le forze greche
per un obiettivo comune. Il fallimento di questi diversi tentativi appare già
chiaro nel disordine e nella confusione (akrisia kai tarache) in c�i la Grecia si
trovava nel 362 , all 'indomani della battaglia di Mantinea, secondo il celebre
giudizio di Senofonte (VII, 5 , 27), la nostra fonte più importante per il periodo
tra il 404 e il 362, ed emerge con particolare evidenza nell'inadeguatezza del
mondo greco a contrastare efficacemente l'azione intelligente e costruttiva di
Filippo II di Macedonia: 'si può ben dire che questo fallimento costituisce la
fondamentale caratteristica di quello che può essere caratterizzato, almeno
dal punto di vista della Grecia delle città, come un «secolo breve».

1 . L'EGEMONIA SPARTANA E LE SUE CONTRADDIZIONI


La questione del­ Divenuta egemone della Grecia, Sparta dovette fare i conti con il problema
!'autonomia della difesa dell'autonomia. Valore caratterizzante per tutti i Greci delle
città e in particolare per i Peloponnesiaci, che alla sua tutela avevano sempre
dedicato grande attenzione anche a livello diplomatico (tanto da giustificare
l'ipotesi che il dibattito sull'autonomia abbia avuto origine non tanto presso
i Greci d'Asia Minore in relazione ai rapporti con il re di Persia o con Atene,
SClZlA

INDIA
LIBIA ARABIA

- Confini dell'impero
persiano
� •• ·> Percorso cli Senofonte
e dei Diecimila

12. La spedizione di Senofonte e dei mercenari greci contro Artaserse Il.

quanto in area peloponnesiaca), l'autonomia era stata la bandiera del blocco


spartano nel corso della guerra del Peloponneso. Ora la questione dell'auto­
nomia dei G�eci d'Asia, da difendere contro il Re, e di tutte le poleis greche,
da tutelare contro ogni tentativo di prevaricazione, diventava per Sparta di
ineludibile attualità.
Per quanto riguarda i Greci d'Asia, Sparta, che pure aveva vinto la guerra Sparta e la Persia
-�,{-..J,"�1[��
fon l'appoggio (soprattutto finanziariordella Persia e che dipendeva dai
finanziamenti persiani per mantenere la flotta e pagarne gli equipaggi, fu
costretta ad assumersi il ruolo difensivo che era stato di Atene. A ciò essa
era condotta da una questione di carattere etico-politico, ma anche dal fatto
che, dopo la morte di Dario II nel 405/4, la ribellione di Ciro, fortemente
legato a Sparta e in particolare a Lisandro, contro il legittimo erede al trono,
il fratello Artaserse Il, fec�sì che, di fatto, gli Spartani si trovassero schierati
contro il Re, in seguito alla sconfitta subita nel 401 a Cunassa dalle truppe
dr Ciro (dopo la battaglia, i mercen.ari greci del giovane principe, perito in
combattimento, compirono un'epica ritirata versg il mar Nero, descritta da
Senofonte, membro della spedizione, nell'Anabasi). Gli Spartani, su richiesta
delle città greche d'Asia Minore che li invitarono, «poiché erano i prostatai
.•

della Grecia intera, a provvedere anche a loro, Greci d'Asia, affinché le loro
terre non fossero saccheggiate ed essi fossero liberi» (Senofonte, Elleniche,
III, 1, 3 ) , inviarono così le spedizioni di Tibrone (400), di Dercilli da (399-
1 72 CAPITOLO 4

397) e del re Agesilao (396-394 ) , dirette contro Tissaferne, satrapo di Caria,


Farnabazo, satrapo di Frigia, e infine contro Titrauste, il chiliarco (gran
visir) di Artaserse.
Sparta e le città Per quanto riguarda le poleis greche, subito dopo la vittoria Sparta si impegnò
greche ad applicare rigorosamente il principio dell'.autonomia, a partire dall'area pe­
loponnesiaca: l'intento era in realtà quello di mantenere la frammentazione del
mondo greco, per poterlo più facilmente controllare. Il criterio dell'autonomia
venne così imposto da Sparta come principio di organizzazione panellenica,
senza distinguere, peraltro, tra stati cittadini, per i quali questo principio era
pienamente comprensibile, e stati federali, in cui i singoli membri rinunciavano
volontariamente ad alcuni aspetti dell'autonomia in cambio di altri vantaggi
e per i quali l'autonomia non poteva essere intesa nel senso rigido proprio
dell'esperienza cittadina; l'imposizione avvenne con sistematici interventi
militari, che denunciarono il carattere pretestuoso della posizione spartana:
Il primo di questi interventi fu la guerra d'Elide, la cui cronologia è discussa
(402-400 oppure 400-398): Sparta attaccò l'Elide contestandole i rapporti con
le città cosiddette «perieciche», tra cui Lepreon, capitale della Trifilia, regione
la cui autonomia era già stata sostenuta da Sparta contro gli Elei nel 420. Dal
racconto di Senofonte (Elleniche, III, 2, 2 1 -3 1 ) e dal confronto con altre fonti
(Diodoro, Pausania) risulta chiaro il carattere pretestuoso dell'intervento,
che intendeva fra l'altro appoggiare gli oligarchici elei contro i democratici:
all'indomani della sconfitta ateniese del 404, la questione dell'autonomia
veniva utilizzata da Sparta in chiave di politica di potenza, per bloccare l'e­
spansione di altri popoli peloponnesiaci e favorirne il mantenimento nell'area
«oligarchica» di influenza spartana.
Un'egemonia de­ Sparta, però, si trovava a dover gestire un impero di proporzioni enormi e
stabilizzante assai più articolato del blocco «continentale» di cui era stata egemone nel V
secolo. La difesa a oltranza dell'autonomia, che impediva la costituzione di
entità statali forti, e l'appoggio ai gruppi filospartani costituivano modalità
tradizionali di gestione dell'egemonia, non pienamente adeguate alla nuova
situazione. Sparta dovette fare ricorso a metodi nuovi: prima di tutto la tra­
sformazione dei trattati bilaterali che la legavano ai suoi alleati in alleanze di
ca_rattere offensivo e difensivo, che obbligavano gli alleati non solo ad «avere
gli stessi amici e gli stessi nemici» degli Spartani, ma anche a seguirli «do­
vunque li conducessero». Inoltre, la necessità del tutto nuova di controllare
efficacemente l'impero marittimo ereditato da Atene indusse gli Spartani a
imporre alle città guarnigioni comandate da capi detti armosti, a esigere un
tributo e a insediarvi governi oligarchici («decarchie», collegi di dieci uomini;
nel caso di Atene fu imposta una «triacontarchia», un collegio di 30 uomini)
di sicura fede filospartana: l'imperialismo ateniese si riprop�neva così nei
suoi aspetti peggiori, aggravato dall'imposizione di governi protetti dalle
armi dell'egemone.
Questa politica era contraria alle tradizioni spartane non solo perché la
impegnava per terra e per mare lontano dal Peloponneso, ma anche perché
alterava la compagine interna dello stato, creando sperequazioni di prestigio
e di ricchezza (il ruolo di armosta offriva notevoli occasioni di guadagno) e
aumentando la massa dei malcontenti. Ne sono testimonianza vicende come
la congiura di Cinadone (399 circa), uno Spartano che non apparteneva alla
classe degli Uguali e che, contando sull'inferiorità numerica degli Spartiati,
tentò di imporre l'estensione dei diritti di cittadinanza al di fuori della loro
cerchia (Senofonte, Elleniche, III, 3 , 4- 1 1 ) , e come la discussa <<legge di Epi­
tadeo», che sarebbe stata introdotta dall'omonimo eforo per consentire una
parziale alienabilità della proprietà terriera e avrebbe poi finito per favorire
un processo di concentrazione della proprietà nelle mani di pochi (Plutarco,
Vita di Agide, 5, 3 -7). Le fonti (in particolare Plutarco, Vita di Lisandro, 2, 6
e 16-17) danno grande importanza all'introduzione in Sparta, priva di econo­
mia monetaria, della moneta aurea e argentea per il tesoro pubblico (ma non
per il possesso privato), dovuta all'afflusso di ricchezze portate da Lisandro
(soprattutto dracme ateniesi); con questo provvedimento Sparta aveva a di­
sposizione le risorse necessarie per gestire la sua nuova posizione.egemonica,
ma con ricadute pesanti sul suo precario equilibrio sociale.

1.1. Usandro e l'imperialismo spartano

Nei cambiamenti introdotti nel sistema egemonico spartano le responsabilità


di Lisandro furono determinanti. Fu lui a imprimere alla politica spartana la
spregiudicatezza necessaria a imporre nelle città greche una presenza politica
e militare in aperto contrasto con l'ideale di libertà e autonomia che Sparta
aveva proclamato a partire dal 432/1 ; fu lui a garantire a Sparta, attraverso il
rapporto con la Persia e l'introduzione della moneta, le risorse necessarie per
gestire un impero terrestre e navale. Ma egli fu anche responsabile delle scelte
che delegittimarono l'egemonia spartana, alienando a Sparta le simpatie dei
suoi alleati (a cominciare da Tebe e Corinto) e inducendo molti in Grecia ad
affermare che «gli Spartani avevano fatto assaggiare ai Greci la dolce bevanda
della libertà e poi avevano versato loro da bere dell'aceto» (Plutarco, Vita di
Lisandro, 13, 8).
Lisandro era di discendenza eraclide, dunque Spartiata, ma di famiglia non Lisandro, uno
illustre, tanto che si diffuse l a voce che fosse un motace, nato d a uno Spar- Spartano anomalo
tiata e da una donna di origine servile. Il contrasto con il suo sostituto nella
navarchia per il 40716, Callicratida (Senofonte, Elleniche, I, 6, 1 -5), presentato
come uomo di sobri costumi, rappresentante dello stato, intollerante della
dipendenza dai Persiani e sollecito dell'autonomia delle città, illustra bene le
critiche che una personalità come q�ella di Lisandro poteva suscitare negli
ambienti conservatori di Sparta: erano nial sopportati il suo personalismo, le
sue ambizioni di potere, la sua indifferenza per i valori tradizionali, il rapporto
con la Persia e il disprezzo delle autonomie cittadine. Al re Agide si attribuiva
l'affermazione che Sparta sopportava in Lisandro un «secondo Pausania»; allo
spartano Eteocle quella che <<la Grecia non avrebbe sopportato due Lisandri».
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1 3. Blocchi politici nella Grecia


del IV 5eco/o a.e.

o Fonte: S. Settis (a cura di),/ Greci.


Storia cultura arte società, 2.11,
Torino, 1997, pp. 1 84-1 85.
1 76 CAPITOLO 4

In entrambi i casi, lambiente spartano sembra manifestare, nei confronti di


Lisandro, diffidenza verso una personalità difficilmente imbrigliabile negli
schemi tradizionali, che imponevano al singolo di annullarsi nella collettività,
e disagio verso chi aveva condotto Sparta a una politica molto impegnativa
dal punto di vista dell'investimento di risorse e per di più impopolare, perché
delegittimava legemonia imponendola e mantenendola con la forza, piuttosto
che con il consenso. ,
Lisandro contribuì ad accentuare questa diffidenza curando molto la pro-
mozione della propria immagine, con iniziative autocelebrative come il

«monumento dei navarchi» (Plutarco, Vita di Lisandro, 18, 1 ) , eretto a Delfi


per celebrare la vittoria su Ate11e; nell'epigramma che lo corredava Lisandro
veniva presentato come lartefice della vittoria, contraddiceqdo la tradizionale
tendenza degli Spartiati a mettere in primo piano la città. Lo stile di vita, più
da sovrano che da privato cittadino, adottato da Lisandro in Asia Minore, fin
dall'epoca della guerra deceleica, appare a Senofonte incompatibile con le
tradizioni spartane: gli Spartiati presenti, egli dice, protestavano, «dichiarando
che Lisandro violava le leggi, conducendo una vita più sontuosa di quella del
re» (Elleniche, III, 4, 7-8) e quindi inadeguata per un privato; ciò causò, nel
corso della spedizione asiatica del 396, uno s.contro con il re Agesilao (che
pure Lisandro aveva appoggiato nella successione contro il rivale Leotichida,
che si diceva fosse figlio di Alcibiade e non del re Agide) che le fonti ripro­
pongono negli stessi termini di quello con Callicratida. Attraverso le relazioni
personali con gli «amici», i capi delle fazioni oligarchiche imposti al governo
delle città, Lisandro costruì un vero culto della personalità, che gli assicurò
persino, primo fra i Greci, onori eroici da vivo, tributatigli dai Sami.
Dissidi con il go­ Per la sua natura di Spartano «anomalo» Lisandro fu oggetto in patria di
verno spartano sospetti, che si tradussero nel richiamo dall'Ellesponto alla fine del 404 e poi
nel temporaneo allontanamento da Sparta e che alimentarono, in seguito,
voci su progetti costituzionali rivoluzionari: dopo la sua morte, si diceva,
era stato scoperto tra le sue carte uno scritto con un discorso da presentare
ali' assemblea, che proponeva di abolire la tradizionale diarchia dinastica e di
sostituirla con una monarchia elettiva, aperta a tutti gli uomini di discendenza
eraclide o addirittura a tutti gli Spartiati (Plutarco, Vita di Lisandro, 30, 3 -5).
Per quanto incerta, la tradizione su questi progetti rivela che Lisandro era
percepito come intollerante dei limiti impostigli dalla costituzione spartana.
Lo stesso sistema imperialistico basato sulle decarchie e sugli armosti avrebbe
avuto come obiettivo, secondo alcuni, ledificazione di un dominio personale
sulla Grecia; esso gli avrebbe consentito di diventare «più potente di ogni
altro Greco prima di lui», addirittura il «padrone della Grecia» (Plutarco,
Vita di Lisandro, 13, 6; 16, 1 ; 18, 4; 2 1 , 2); proprio per questo i re o gli efori,
dopo il suo richiamo in patria, avrebbero proceduto già nel corso del 403 a un
parziale smantellamento del sistema e al ripristino delle «costituzioni patrie»,
secondo la più tradizionale politica spartana (S�nofonte, Elleniche, III, 4, 2 ;
Plutarco, Vita di Lisandro, 2 1 , 2). I suoi contrasti con il re Pausania II, che si
manifestarono soprattutto a proposito delle relazioni con Atene, nel 403, e
più tardi, nel 395, all'epoca della «guerra beotica» e della battaglia di Aliano,
in cui Lisandro morì, esemplificano bene la diffidenza e l'ostilità con cui gli
ambienti spartani tradizionalisti guardarono alla figura di Lisandro.

1.2. Atene, i Trenta Tiranni e la restaurazione della democrazia

Il caso, a noi particolarmente noto, di Atene esemplifica nel modo migliore


le caratteristiche della politica di Lisandro e il malcontento che essa provocò
in Grecia e nella stessa Sparta.
Dopo la conclusione della pace con Sparta, Lisandro entrò al Pireo e si diede Il governo d e i
inizio all'abbattimento delle mura. Diverse fonti ci informano di una successiva Trenta Tiranni
assemblea «sulla politeia», cioè dedicata alla questione costituzionale, in cui
si discusse sulla costituzione che Atene si sarebbe dovuta dare in osservanza
alle clausole del trattato di pace.
Come nel caso delle trattative dopo Egospotami, anche in questo caso il con­
fronto tra le fonti (Senofonte, le orazioni Contro Eratostene e Contro Agorato
di Lisia, la Costituzione degli Ateniesi di Aristotele, Diodoro, la Vita di Lisandro
di Plutarco) sembra mettere in evidenza le gravi responsabilità di Teramene: su
sua iniziativa il popolo sarebbe stato costretto, in presenza di Lisandro e delle
armi spartane, ad abbattere la democrazia, ad adottare la non meglio definita
patrios politeia e a designare un collegio di 30 membri, tra i quali lo stesso
"feramene e Crizia, zio di Platone, «con l'incarico di redigere la costituzione
in base alla quale avrebbero governato» (Senofonte, Elleniche, II, 3, 1 1 ).
I Trenta, tuttavia, trascurarono il mandato ricevuto, instaurando un'oligar­
chia la cui durezza meritò ai suoi esponenti il nome di «Trenta Tiranni»: essi,
secondo Senofonte (Elleniche, II, 3 , 1 1 e 13), «costituirono il consiglio e le
magistrature come pareva loro» e ben presto presero a deliberare «su come
trattare la città come volevano», dopo aver disarmato il popolo ed essersi
assicurati l'appoggio di una guarnigione spartana comandata dall'armosta
Callibio. Dopo una breve fase di relativo consenso, durante la quale furono
colpiti i soli sicofanti, gli accusatori di professione responsabili di quella de­
generazione demagogica della democrazia che ne aveva provocato, dopo il
413, la crisi, le fonti di diversa tendenza ammettono che i Trenta inaugurarono
un clima di terrore, che colpì i cittadini democratici che si distingueV1ano per
ricchezza, nascita e reputazione e i ricchi meteci (è il caso della famiglia di
Lisia, le cui orazioni ci hanno lasciato una vivida testimonianza delle sofferenze
degli Ateniesi sotto i Trenta), con lo scopo non solo di reprimere eventuali
forme di opposizione, ma anche di assicurarsi le loro ricchezze. Condanne a
morte, esilii, sottrazione di diritti, confische colpirono indiscriminatamente
coloro in cui i Trenta identificavano oppositori o anche solo possibili fonti
di guadagno; i diritti politid furono ristretti a 3 .000 abbienti; chi non era
iscritto nel catalogo dei Tremila restava privo di tutela ed esposto all'arbitrio
dei Tiranni. Molti Ateniesi, costretti prima a lasciare la città per la campagna
1 78 CAPITOLO 4

e per il Pireo e infine a prendere la via dell'esilio, trovarono rifugio a Megara,


Argo, Tebe, in Eubea e in Elide; alcune città, tra cui Argo e Tebe, giunsero a
rifiutare espressamente di obbedire all'ingiunzione degli Spartani di estradare
gli esuli ateniesi per consegnarli ai Trenta. Tra coloro che trovarono rifugio in
Beozia, già nemica mortale di Atene ma ora così preoccupata della durezza
dell'imperialismo spartano da essere indotta a fornirle aiuto, vi fu Trasibulo,
il futuro artefice della restaurazione democratica.
La morte di Tera­ Il governo dei Trenta durò un anno circa; anche in questo caso, la crisi
mene fu awiata da una frattura interna, di cui fu protagonista ancora una volta
Teramene. Egli si dissociò dai comportamenti tirannici ispirati da Crizia,
affermando che mandare a morte innocenti solo perché democratici non era
ammissibile; tale dissociazione non aveva, beninteso, ragioni umanitarie, ma
nasceva dalla preoccupazione che atteggiamenti troppo estremistici impedis­
'
sero «che l'oligarchia potesse essere mantenuta» (Senofonte, Elleniche, Il,
3 , 17); egli chie�e pertanto a Crizia di aprire la partecipazione politica a un
numero adeguato di cittadini.
In un drammatico contraddittorio conservatoci da Senofonte (Elleniche, Il,
3 , 24-49), Teramene e Crizia si affrontarono davanti alla boulé: a Crizia che
gli rinfacciava il suo trasformismo di «traditore per natura», che aveva già
tradito la democrazia per i Quattrocento e i Quattrocento per la democrazia e
si preparava ora a un nuovo cambio di bandiera, Teramene rispose ribadendo
la propria coerenza nel perseguire l'ideale moderato di chi intendeva affidare
lo stato ai cavalieri e agli opliti, escludendo i teti dalla vita politica:

Quanto a me, Crizia, mi sono sempre opposto a chi ritiene che non possa
esservi una buona democrazia finché non partecipino al potere gli schiavi e
quelli che per la loro povertà venderebbero la città per una dracma, e a chi
ritiene che non ci sia una buona oligarchia se non si è ridotta la città a subire
la tirannide di pochi. Ho sempre pensato che la cosa migliore sia governare lo
stato con quanti sono in grado di essere utili con i cavalli e con gli scudi, e ora
non intendo cambiare idea (Senofonte, Elleniche, II, 3 , 48).

Crizia, con una procedura irregolare, cancellò Teramene dalla lista dei Tremila
e lo condannò a morte; egli fu strappato dall'altare di Estia, dove aveva cercato
rifugio come supplice, nella totale inerzia della boulé, intimidita dalle guardie
armate dei tiranni. Costretto a bere la cicuta, Teramene morì brindando alla
salute di Crizia, con una fine quasi «socratica» che gli procurò l'amroirazione
di Senofonte (Elleniche, Il, 3 , 56: «trovo ammirevole in lui che nemmeno
nell'imminenza della morte gli siano venuti a mancare il buon senso e l'ironia»)
e gli consentì di essere ricordato da una parte della tradizione, nonostante
Lisia lo definisca, non diversamente da Crizia, «due volte traditore» (Contro
Eratostene, 78), come un martire della libertà.
Trasibulo e la libe- Intanto Trasibulo, con un piccolo gruppo di esuli (circa 70 persone), oc­
razione di Atene cupava, nell'inverno del 403, la fortezza di File, al confine con la Beozia.
Attaccati dai Trenta, gli uomini di File riuscirono a respingerli, a raggiungere
il Pireo e ad attestarsi sulla collina di Munichia, mentre il piccolo esercito,
con l'apporto di cittadini, meteci e stranieri (ai quali fu promessa la conces­
sione dell'isoteleia, cioè dell'equiparazione fiscale con gli Ateniesi), arrivava
a comprendere un migliaio di persone. I Trenta, dopo aver ucciso gli abitanti
di Eleusi, la fortificarono, per poter garantire le comunicazioni con il Pelo­
ponneso.
Nel maggio del 403 l'esercito di Trasibulo affrontò e sconfisse i Trenta a Mu­
nichia; nella battaglia morì Crizia e il potere passò a un collegio di Dieci, che
chiese l'aiuto di Sparta. Lisandro si apprestava a intervenire per terra e per
mare contro i democratici ateniesi; ma il re Pausania II, in odio a Lisandro di
cui non condivideva le ambizioni di potere (secondo Senofonte, Elleniche, Il,
4, 29, egli temeva che Lisandro volesse fare di Atene un dominio personale)
e l'indirizzo dato all a politica spartana, causa di «cattiva fama» per Sparta
(Diodoro XIV, 3 3 , 5 -6), ottenuto il consenso di tre degli efori e giunto in Attica
alla testa dell'esercito spartano e delle truppe della Lega peloponnesiaca, non
si impegnò a fondo sul piano militare e fece opera di mediazione fra le due
pàrti, «quelli del Pireo», i democratici di Trasibulo, e «quelli della città», i
Tremila, secondo la definizione delle fonti contemporanee.
Il 12 Boedromione (settembre-ottobre) del 403 Trasibulo e i suoi rientrarono
in Atene e restaurarono la democrazia, impegnandosi a mantenere lalleanza
con Sparta e a concedere l'amnistia ai cittadini compromessi con i Trenta; a
coloro che non si sentivano sicuri a restare in città fu concesso di ritirarsi ad
Eleusi (che rimase indipendente fino al 401/0, quando, eliminati i capi che
progettavano una sortita, gli altri si riconciliarono con i democratici). Salito
sull'acropoli per sacrificare ad Atena, Trasibulo fece giurare ai suoi di non
vendicarsi (me mnesikakein: letteralmente «di non ricordare il male subito»).
Già rn:lle trattative dopo Munichia Cleocrito, collaboratore di Trasibulo, aveva
rivolto un appello agli «uomini della città», perché, in nome della comune
esperienza politica, civile e religiosa, si riconciliassero con i democratici (Se­
nofonte, Elleniche, Il, 4, 20-2 1). Ora Trasibulo, dopo aver rivendicato con
convinzione la superiorità morale del popolo, più giusto, valoroso e saggio
dei suoi awersari politici, lo impegnava fortemente al rispetto dèll'amnistia,
esortando tutti a evitare rivoluzioni e a rispettare le leggi pat�ie, cioè la de­
rtmcrazia, vera patrios po'liteia di Atene (Senofonte, Elleniche, II, 4, 40-42).
L'impegno al rispetto dell'amnistia, che.escludeva solo i Trenta, i Dieci e i
loro più stretti collaboratori (ma lasciando loro la possibilità di sottoporsi a
giudizio) e i responsabili di omicidi compiuti di propria mano, era gravoso,
date le sofferenze subite dalla popolazione; ogni tentativo di aggirarla fu
stroncato con decisione (Aristotele, Costituzione degli Ateniesi, 40, 1 -2). Un
diffuso malcontento a questo proposito sembra emergere dalle orazioni di
Lisia, dalle quali traspare il tentativo di affermare nella prassi un'interpre­
tazione meno rigorQsa delle clausole d'amnistia; ma Senofonte, non certo
sospettabile di simpatie democratiche (appartenente alla classe dei cavalieri,
era stato membro dei Tremila e preferì andare in esilio volontario), riconosce,
come pure Aristotele, che le due parti si governarono nella concordia e il
popolo rispettò il giuramento fatto.
1 80 CAPITOLO 4

L'anno di Euclide Dopo la restaurazione della democrazia gli Ateniesi si dedicarono alla ricostru­
zione dello stato sul piano della convivenza civile, dell'organizzazione politica
e amministrativa, del ripristino della situazione economica e finanziaria. Du­
rante l'anno 403/2 (arcontato di Euclide) si realizzò una gigantesca opera di
restaurazione, a cominciare dalla revisione delle leggi, affidata a un collegio
di nomoteti. La democrazia ne uscì certamente rinsaldata: per iniziativa di
Agirrio, fu introdotto il misth6s per incentivare la partecipazione del popolo
all'assemblea; l'attività legislativa dell'assemblea, pur affiancata dal collegio
dei nomoteti in materia di vere e proprie leggi, continuò intensamente attra­
verso l'emissione di decreti; essa esercitò ampie competenze anche in ambito
giudiziario, specialmente nei processi di eisa.nghelia o alto tradimento che
colpivano prevalentemente gli strateghi; anche l'attività dei tribunali popolari
conobbe un grande sviluppo. '
Tuttavia, con la restaurazione assunsero un ruolo importante nella democrazia
i moderati, a partire dagli ex terameniani che dopo la morte del l'Oro leader
si erano uniti ai democratici e avevano così ottenuto la necessaria rilegitti­
mazione. Tra questi fu molto autorevole, nei primi anni della restaurazione,
Archino: fu lui a bloccare ogni tentativo di aggiramento dell'amnistia, lo
strumento che avrebbe consentito ai moderati di rientrare nei ranghi della
democrazia senza rischi; fu lui ad abbreviafe i termini per il trasferimento ad
Eleusi di quanti fra i Tremila lo desiderassero, certamente per non provocare
un esodo dei membri delle classi più elevate; fu lui, infine, a far invalidare
come illegale la proposta di Trasibulo di concedere la cittadinanza a tutti gli
stranieri che avevano sostenuto la resistenza democratica contro i Trenta; Ari­
stotele (Costituzione degli Ateniesi, 40, 2) elogia Ar!=nmo per questi interventi,
che giudica molto positivamente. Se l'azione di Ai-chino non sembra, in ogni
caso, divergere in modo sostanziale dagli orientamenti dei democratici, altri
elementi (come l'esaltazione di Teramene che emerge, già all'indomani della
restaurazione, dalla difesa di Eratostene, membro del collegio dei Trenta per
il cui processo di rendiconto Lisia compose l'orazione Contro Eratostene; o
come la proposta del terameniano Formisio di introdurre una costituzione
censitaria, co.ntro la quale ancora Lisia scrisse l'orazione XXXV, Contro l'ab­
battimento della patrios politeia ad Atene, giunta purtroppo frammentaria),
mostrano una preoccupante vitalità dell'ideologia terameniana nei primi anni
della restaurazione. In ogni caso, l'influenza dei terameniani in questa fase della
storia politica di Atene sembra all'origine del riconosciuto carattere moderato,
sul piano ideologico e istituzionale, della democrazia del IV secolo, che si
espresse per esempio, intorno alla metà del medesimo, con l'ampliamento
delle competenze dell'Areopago, a danno dell'assemblea e del tribunale, nei
casi di tradimento perseguiti tramite eisanghelia.
Il processo di So- Ancora uomini del movimento moderato, Anito e Meleto, appaiono coinvolti
crate nella condanna di Socrate, uno dei più clamorosi errori giudiziari della de­
mocrazia ateniese. Nel 399 il filosofo, percepito dall'opinione pubblica come
uno dei sofisti (come appare dalle Nuvole di Aristofane) e, dopo le gravi crisi
che avevano colpito la democrazia nell'ultimo quindicennio del V secolo,
come il «cattivo maestro» che aveva prodotto uomini del genere di Crizia e di
Alcibiade,-renne colpito dall'accusa di corrompere i giovani e di non onorare
gli dèi della città. La sua vicenda, che non diversamente da quella dell'Anti­
gone di Sofocle è stata interpretata anche come un simbolo della frattura fra
individuo e comunità, fra legge della coscienza e legge della città, appare in
realtà più complessa, proprio perché Socrate, che aveva mostrato in diverse
occasioni la sua preoccupazione per il rispetto della legalità (all'epoca del
processo delle Arginuse, rifiutando da pritano di far mettere ai voti proposte
illegali, e sotto i Trenta, rifiutando di partecipare all 'arresto di un cittadino
innocente, Leone di Salamina), riconobbe espressamente i superiori diritti
della polis rifiutando di sottrarsi con la fuga all'ingiusta condanna a morte.

1.3. La guerra corinzia

Beoti e Corinzi erano stati nel V secolo tra i più fedeli alleati di Sparta ed erano Il malcontento de­
giunti a chiedere, dopo la resa di Atene, la sua distruzione. Tuttavia, subito gli alleati di Sparta

dopo la vittoria spartana e l'inlzio dell'imperialismo promosso da Lisandro, che


sfruttava la vittoria a solo favore degli Spartani e non garantiva quell'autonomia
la cui tutela era vitale per le «terze forze», essi manifestarono un malcontento
che si espresse nel rifiuto di entrambi di partecipare alla spedizione contro i
democratici ateniesi richiesta dai Dieci (Senofonte, Elleniche, II, 2, 30: essi
«dichiaravano di ritenere contraria ai giuramenti una spedizione contro gli
Ateniesi, che non facevano nulla contro i patti [ . . ] in realtà facevano così per-
.

ché capivano che gli Spartani volevano appropriarsi del territorio di Atene»),
nell'aiuto fornito dai Beoti, e in particolare da Ismenia di Tebe, a Trasibulo e alla
resistenza ateniese, nel rifiuto degli stessi Beoti di prendere parte alla spedizione
in Asia di Agesilao (cui i beotarchi impedirono di sacrificare nel porto beotico
di Aulide, come aveva fatto Agamennone, prima della partenza).
Di questo malcontento volle approfittare la Persia, nel 395, per distogliere gli L'ingerenza della
Spartani dalla guerra in Asia: dalle vicende della guerra deceleica i Persiani Persia
avevano appreso quanto fosse utile per loro dividere il mondo greco e tenerlo
impegnato in guerre intestine. Secondo Senofonte (Elleniche, III, 5, 1-2), Ti-
trauste inviò in Grecia Timocrate di Rodi col denaro necessario per indurre
gli uomini politici di Tebe, Corinto e Argo a far guerra a Sparta; secondo la
testimonianza delle Elleniche di Ossirinco (X, 2 Chambers: si tratta dell'opera
di uno storico anonimo, continuatore di Tucidide, che ci è parzialmente nota
grazie a un ritrovamento papiraceo), l'iniziativa fu di Farnabazo e tra le città
destinatarie dall'oro di Timocrate vi fu anche Atene.
Quando, nel 395, un conflitto tra i Focesi e i Locresi orientali (secondo Seno- La guerra beotica
fonte) o occidentali (secondo le Elleniche di Ossirinco) provocò l'intervento
dei Tebani nella Grecia centrale a favore dei Locresi e l'attacco spartano alla
Beozia (la cosiddetta «guerr� beotica»), Tebe chiese e ottenne l'appoggio di
Atene. Il discorso degli ambasciatori tebani giunti in Atene per sollecitare
1 82 CAPITOLO 4

tale appoggio insiste molto sul malcontento contro gli Spartani, che dopo la
vittoria si sono comportati da padroni con gli alleati (Argivi, Elei, Corinzi,
Arcadi e Achei) e da tiranni con le altre città greche, cui hanno imposto, in
luogo della libertà promessa, la duplice schiavitù delle guarnigioni e delle
decarchie; i Greci oppressi attendono ora dagli Ateniesi che vengano in aiuto
a chi subisce ingiustizia (Senofonte, Elleniche, III, 5, 8-15). Solleticati nel loro
orgoglio e allettati dalla prospettiva del recupero dell'egemonia, abilmente
fatto balenare dai Tebani, gli Ateniesi votarono a favore dell'intervento e
stipularono un'alleanza difensiva con Tebe: si trattava di una decisione grave,
che esponeva Atene, priva' com'era di fortificazioni, a un rischio mortale,
come Trasibulo sottolin�ò riferendo agli ambasciatori l'esito della votazione
assembleare.
La battaglia di A­ Lisandro, in Beozia, fece defezionare Orcomeno dalla Lega beotica, pro­
liarto e la morte di mettendole lautonomia, e tentò senza successo di fare lo stesso con Aliarto:
Lisandro
l'imposizione di questo principio anche nell'ambito degli stati federali, dove la
sua applicazione rigida si scontrava con difficoltà costituzionali non facilmente
superabili, e in particolare in Beozia, costituirà uno dei motivi dominanti della
politica spartana fino al 3 7 1 .
Lisandro avrebbe dovuto attendere di congiungersi con le forze al comando
di Pausania II prima di attaccare: ma o per la sua impazienza, o per un difetto
di comunicazione, egli si mosse prima dell'arrivo del re e venne sconfitto e
ucciso dai Tebani (395). Pausania, giunto in Beozia, vi trovò anche gli Ateniesi
e preferì concludere una tregua e ritirarsi; sospettato di tradimento per lodio
nei confronti di Lisandro e la simpatia per i democratici ateniesi, al rientro
in patria il re fu messo sotto processo e preferì fuggire in Arcadia, dove visse
fino al 381 circa, dedicandosi a uno scritto sulla riforma dell'eforato.
La guerra corinzia Le città coalizzate contro Sparta, cioè Tebe, Atene, Argo e Corinto, costitui­
rono un sinedrio comune, con sede a Corinto: iniziò così la cosiddetta «guerra
corinzia», denominata dall a sede principale delle operazioni; essa si concluse,
formalmente, con la pace del 387 /6.
La coalizione antispartana fu sconfitta una prima volta a Nemea, presso
Corinto, nel 3 94; nel medesimo anno Agesilao, come aveva sperato la Persia,
fu richiamato dall'Asia, dove operava con successo, e sconfisse gli alleati a
Coronea in Beozia.
Un terzo scontro, con esito opposto, si verificò negli stessi giorni a Cnido, in
Asia Minore: qui l'ateniese Conone (che, fuggito a Cipro dopo la sconfitta
ateniese di Egospotami, dal 3 98/7 combatteva per i Persiani in Asia, facendo
base a Rodi), a capo della flotta persiana, sconfisse quella spartana. Tale vittoria
segnò la· fine della talassocrazia spartana e aprì la strada ali' espulsione degli
armosti dalle città dell'Egeo orientale, che Conone e Farnabazo lasciarono au­
tonome (Senofonte, Elleniche, IV, 8, 1 -2), prendendo apertamente le distanze
da Sparta sul tema dell'autonomia. Con alcune città (Rodi, Coo, Carpato, Chio,
Mitilene) Atene stabilì un'alleanza; Lemno, Imbro e Sciro tornarono sotto il
controllo ateniese; Atene pose così le basi della rete di .relazioni che darà poi
origine alla Seconda lega navale del 378/7. Nel 3 93 Conone giunse in Atene
con il denaro persiano necessario per portare a termine la ricostruzione delle
mura (già iniziata nel 3 95 ) e della flotta, presupposto per poter svolgere una
politica estera indipendente.
Intanto il generale ateniese Ificrate, con i cosiddetti.«peltasti», soldati armati L' unione Argo ­
alla leggera, otteneva successi nei dintorni di Corinto, base della coalizione Co rinto
antispartana. Qui i democratici avevano espulso gli oligarchici, che volevano
la pace con Sparta, e avevano realizzato con gli Argivi un'unione che va pro-
babilmente intesa come un accordo di isopoliteia (anche se alcuni preferiscono
interpretarla come un sinecismo), che durò dal 3 93 o 3 92 fino al 386.
L'unione fu vista molto negativamente dalla corrente oligarchica filospartana
di Corinto, di cui Senofonte ci conserva la visione (Elleniche, IV, 4, 6):
quando videro che coloro che erano al potere erano divenuti tiranni e si resero
conto che si stava facendo scomparire la loro città togliendo i cippi di confine e
chiamandola Argo invece di Corinto, e che i cittadini non solo erano costretti
a partecipare della cittadinanza argiva, che non li interessava affatto, ma che
nella loro città erano meno importanti dei meteci, alcuni ritennero impossibile
vivere in queste condizioni.

Tuttavia, essa potenziò notevolmente le risorse demografiche, territoriali


e militari delle due città e costituì un tentativo significativo di superare la
frammentazione del mondo cittadino e le sue debolezze. Gli Spartani, solle­
citati dagli esuli oligarchici, tentarono insistentemente, ma senza successo, di
spezzare l'unione, ritenuta contraria al principio dell'autonomia.
Le difficoltà che Sparta incontrava per terra e per mare indussero gli Spartani, Le trattative del
nel 3 92, a cercare un accordo con la Persia, che incrinasse l'intesa fra Atene e 392/1
Farnabazo. Nell'inverno del 3 92/1 lo spartano Antalcida incontrò a Sardi il
persiano Tiribazo, in presenza di Beoti, Argivi, Corinzi e Ateniesi (Senofonte,
Elleniche, IV, 8, 12- 16). In questa sede Antalcida promise che le rivendicazioni
della Persia sulle città greche d'Asia sarebbero state riconosciute in cambio
della concessione dell'autonomia a tutte le altre città e isole.
I Greci presenti sollevarono però diverse obiezioni; gli Ateniesi temevano
di dover abbandonare Lemno, Imbro e Sciro, fondamentali per l' approvvi­
gionamento granario (come mostra bene la legge di Agirrio del 374/3 «sulla
dodicesima del grano delle isole», nota grazie a· un·fortunato ritrovamento
epigrafico: Rhodes-Osborne 26); i Tebani di dover riconoscere l'autonomia
delle città beotiche; gli Argivi di dover sciogliere l'unione con Corinto. In
realtà, i membri della coalizione antispartana intuivano che la rinuncia di
Sparta alla difesa della libertà dei Greci d'Asia avrebbe aperto la strada
all'accordo tra Sparta e la Persia, e che il riconoscimento del principio
dell'autonomia come principio ordinatore della Grecia su garanzia spartana
avrebbe fornito a Sparta (che aveva già dato mostra di applicarlo in modo
unilaterale e rigoroso) un eccezionale strumento di potere. Le trattative, che
secondo l'orazione Sulla pace di Andocide ebbero una seconda fase a Sparta,
di cui Senofonte non parla e in cui si discusse per la prima volta di «pace
comune» (koinè eirene: Andocide, Sulla pace 17), fallirono, ma Tiribazo
1 84 CAPITOLO 4

iniziò a finanziare segretamente Sparta; Conone, arrestato, riuscì a fuggire,


ma morì poco dopo.
La decisione di trattare con la Persia fu un grave colpo per il prestigio panelle­
nico di Sparta; proprio nel 392 1'ateniese Isocrate iniziò a scrivere il suo Panegi­
rico, pubblicato poi nel 380, in cui criticava aspramente Sparta per la decisione
di barattare la libertà dei Greci d'Asia con l'appoggio del Re (Panegirico, 120-
12 1) e riproponeva l'egemonia di Atene, depurata da quell'imperialismo che
egli, uomo di spiriti moderati, rigettava con convinzione, ma che, a confronto
con quello spartano, appariva ora senz'altro giustificabile. La Grecia doveva,
secondo Isocrate, uscire dalla spirale dei conflitti intestini e realizzare la con­
cordia e l'unità panellenica, . pfrpoi far guerra alla Persia, sotto la guida di un
egemone prestigioso che egli credeva di poter identificare ancora in Atene.
La morte di Tra­ Il richiamo di Tiribazo a Susa e l'arrivo di Struta, filoateniese, interruppe le
sibulo relazioni fra Sparta e la Persia e provocò, nel 391, la ripresa delle operazioni
militari spartane contro i Persiani in Asia Minore. Negli anni successivi la
guerra in Grecia si trascinò stancamente sul fronte terrestre, dove comunque
Ificrate ottenne una vittoria impÒrtante al Lecheo, uno dei porti di Corinto,
nel 390. Sul fronte navale, Trasibulo negli anni 389 e 388 stabilì relazioni
con diverse città dell'Asia, della Tracia e dell'Ellesponto; proprio nel corso
di questa crociera, nel 388, egli morì ad Aspendo, in Panfilia. Senofonte ne
commenta la fine definendolo anèr agath6s, uomo giusto; certamente egli diede
un grande contributo'alla difesa della democrazia, che considerava il modello
costituzionale tipico della tradizione ateniese, alla pacificazione della città
dopo la guerra civile e forse (ma questo aspetto è più discusso: di vessazioni
nei confronti degli alleati, oltre che di ambizioni tiranniche, lo accusa Lisia
nell'orazione XXVIII, Contro Ergocle) anche all'impostazione su basi nuove
del rapporto fra Atene e i suoi alleati, che sfociò, una decina d'anni dopo la
sua morte, nella Seconda lega navale.

2. LA PACE COMUNE DEL. 387/6: L'AUTONOMIA COME


PRINCIPIO DI CONVIVENZA INTERNAZIONALE

Testo e clausole Nel 388 tornò a Sardi il satrapo Tiribazo e le trattative fra lo spartano Antal­
della pace cida, nominato navarco per il 387 /6, e la Persia furono riprese e si conclusero
positivamente.
Il re Artaserse invitò i Greci ad ascoltare le condizioni della pace, che prese
il nome di «pace del Re» o «di Antalcida». Senofonte (Elleniche, V, 1 , 3 1 ) ce
ne ha conservato il testo:

Il re Artaserse ritiene giusto che le città d'Asia siano sue, e delle isole Clazome­
ne e Cipro; che le altre città greche, piccole e grandi, siano autonome, a parte
Lemno, Imbro e Sciro, che apparterranno agli Ateniesi come in antico. Contro
chi non accetterà questa pace io combatterò, insieme con quanti vogliono queste
stesse cose, per terra e per mare, con le navi e col denaro.
IL QUARm SECCllO 1 85

La pace del Re era una pace generale, una «pace comune» (koinè eirene) fra
tutti i Greci, che sanciva il principio dell'autonomia come criterio di convi­
venza internazionale; l'applicazione di questo principio era tutelata da un
garante, il re di Persia, che si impegnava a intervenire con la forza contro i
violatori. La chiave di questa formula, che ebbe grandissima fortuna, stava da
una parte nella valorizzazione del principio dell'autonomia, profondamente
sentito nella Grecia delle città e certamente suggerito dagli Spartani, dall'altra
nella possibilità di costituire un'alleanza militare a sua difesa, sotto la guida di
un egemone riconosciuto. Tale ruolo, che nel 387/6 è assunto dal Re, toccherà
in seguito a una polis (Sparta, Atene, Tebe), poi a Filippo di Macedonia e
infine a Roma, cui fornirà lo strumento per interferire con piena legittimità
nelle vicende greche.
La pace nasceva dalla convergenza tra gli interessi del Re e quelli degli Spartani:
il primo vedeva riconosciuti i propri diritti sui Greci d'Asia, che Sparta non
si faceva scrupolo di abbandonare, tradendo il proprio ruolo egemonico; i
secondi vedevano garantita con un accordo diplomatico, che assicurava loro la
funzione di effettivi difensori dell'autonomia in luogo del Re, quell'egemonia
sulla Grecia che non erano riusciti a difendere con le armi.
La formula della pace comune era un'abile elaborazione giuridica: tuttavia, Sparta, Agesilao
proprio per il fatto che esprimeva interessi parziali, non ebbe i risultati sperati. e la pace comune
{:;�*"'-*�;�"'3:-tV-1/!1'-.);.'!:$,<:
i:_>:; ·,
Gli Spartani infatti, «divenuti garanti (prostatai) della pace dettata dal Re e
assicurando lautonomia alle città», ne approfittarono per prevaricare sugli
altri Greci (Senofonte, Elleniche, V, 1 , 36): essi chiesero infatti lo scioglimento
di tutte le forme di accordo sovranazionale (federazioni, alleanze militari,
isopoliteiai) che ritenessero incompatibili con }:autonomia, con esclusione,
owiamente, della Lega peloponnesiaca, che sull'autonomia era formalmente
fondata.
Questa politica fu sostenuta con coerenza dal re Agesilao: il suo scontro con
i Tebani, che non volevano firmare la pace se non a nome di tutta la Beozia e
che invece, per non essere esclusi dal trattato e non essere immediatamente
attaccàti, furono costretti a lasciare autonome le città beotiche, caratterizzerà
l'intero periodo tra 387/6 e 371/0; la tradizione ostile accusa Agesilao di aver
insistito sulla questione dell'autonomia non per vera convinzione, ma solo
per indebolire gli odiati Tebani, con esiti alla lunga logoranti sia per Sparta,
che vide crollare il proprio prestigio panellenico, sia per la Grecia intera,
che in luogo dell'auspicato equilibrio si trovò immersa in una situazione di
costante conflittualità.
Come conseguenza della ratifica della pace del Re, la Lega beotica e l'u­
nione fra Argo e Corinto furono sciolte; a Mantinea fu imposto nel 385 il
diecismo, cioè la divisione in quattro villaggi, con l'obiettivo di indebolire
l'Arcadia e di impedirne il potenziamento federale; la città di Olinto, che
stava rafforzando con nuove adesioni la Lega calcidica di cui era la capitale,
fu attaccata nel 382, sconfitta e costretta, nel 379, a concludere un'alleanza
offensiva e difensiva con Sparta; a Fliunte fu imposto nel 381 il rimpatrio
degli esuli oligarchici. Tutti questi interventi di interferenza nella vita delle
1 86 CAPITOLO 4

città e delle federazioni si basarono sul pretesto della difesa dell'autonomia,


di cui Sparta, appoggiandosi al dettato della pace del Re, si ergeva ormai
unilateralmente a paladina.
La presa della Ma nel 382, a soli quattro anni dalla pace, Sparta ne violò apertamente i
Cadmea fondamenti: Febida, inviato contro Olinto a sostegno del fratello Eudamida,
si fermò in Beozia e, istigato dal tebano Leonziade, esponente della fazione
oligarchica filospartana e avversario del democratico nazionalista Ismenia
(che fu poi condannato a morte da un tribunale internazionale controllato da
Sparta, con le accuse pretestuose di attività sediziosa e medismo), occupò la
Cadmea, la rocca di Tebe, con un gesto che fece scandalo in Grecia e di cui
persino Senofonte sottolinea il carattere empio e contraddittorio (Elleniche,
V, 4, 1 ) :

Si potrebbero cit;ire molti altri casi, relativi sia ai Greci che ai Barbari, di come
gli dèi non dimentichino né chi viola le leggi umane né chi commette empietà:
ora mi limiterò a dire ciò che segue. Gli Spartani, che dopo aver giurato di
lasciare autonome le città occuparono la rocca di Tebe, furono puniti proprio
da coloro cui avevano fatto ingiustizia, pur non essendo mai stati sconfitti da
nessuno pnma. .

L'iniziativa di Febida fu accolta con una certa irritazione a Sparta, perché in


aperto contrasto con il principio dell'autonomia sancito nella pace del Re;
solo Agesilao, secondo Senofonte (Elleniche, V, 2, 32), difese in quest'occa­
sione Febida, dichiarando che sarebbe stato giusto punirlo se avesse nuociuto
alla città, ma che era antica consuetudine ammettere iniziative personali, se
coronate da successo. Questa spregiudicata difesa, insieme al fatto che la
guarnigione non fu ritirata dalla Cadmea, induce a ritenere che Agesilao
fosse connivente, come del resto altre fonti (la Vita di Agesilao e la Vita di
Pelopida di Plutarco, che si basano su una tradizione ostile al re) affermano
apertamente. Proprio in connessione con le vicende successive alla pace del
Re, Diodoro (.XV, 19, 4) contrappone Agesilao, guerrafondaio e aspirante al
daminio personale sulla Grecia, al c9llega Agesipoli, figlio di Pausania II,
uomo pacifico e giusto, preoccupato, cèim€ a suo tempo il padre, che Sparta
subisse l'accusa di aver abbandonato i Greci d'Asia alla Persia e di asservire
i Greci contro gli accordi, ricavandone una grave perdita di prestigio: la sua
testimonianza illustra bene il dibattito che, in Sparta, divideva i due sovrani
a proposito della visione dell'egemonia spartana.
La liberazione di Nel 379 Tebe si ribellò al governo di Leonziade, che Senofonte considera
Tebe tirannico (Elleniche, V, 4, 1 ) ; l'iniziativa fu presa da alcuni cittadini, �he
entrarono in contatto con gli esuli democratici che si trovavano in Atene.
Questi, guidati da Pelopida, entrarono a Tebe di notte, uccisero i capi del
governo filospartano, chiamarono il popolo alle armi ed espulsero la guarni­
gione spartana; infine, istituirono un governo democratico e rifondarono la
Lega beotica. La liberazione della Cadmea fu resa possibile dall'appoggio di
Atene, che ricambiò così il sostegno offerto dai Tebani a Trasibulo nel 403 .
IL QUAR10 SKDtC 17

Sparta reagì, nella primavera del 378, con il tentativo di occupare il Pireo da
parte di Sfodria, probabilmente sostenuto dal re Cleombroto (fratello e suc­
cessore di Agesipoli, morto nella campagna contro Olinto). L'aggressione di
Sfodria, che fu processato ma assolto, con una sentenza che Senofonte giudica
<<la più iniqua mai emessa a Sparta» (Senofonte, Elleniche, V, 4, 24), convinse
gli Ateniesi della necessità di reagire: immediatamente fu conclusa un'alleanza
con Tebe e fu promossa, con il cosiddetto «decreto di Aristotele», la Seconda
lega navale, con la quale Atene si imponeva nuovamente sulla scena politica
greca come potenziale punto di riferimento.
La pace del Re era stata per Sparta, nell'immediato, un grande successo
diplomatico; sulla lunga distanza, però, lo sfruttamento di questo strumento
giuridico in chiave di politica di potenza ne vanificò i risultati. Sparta dimostrò
infatti di non poter rinunciare al sostegno persiano e, quindi, di non potersi
assumere coerentemente la tutela dei Greci d'Asia, nonché di imporre a città
e federazioni il principio dell'autonomia con estremo rigore, ma senza poi
rispettarlo essa stessa. Con le armi della politica e della propaganda Atene
si impegnò, dopo il 387 /6, a denunciare questo equivoco, riappropriandosi
della pace comune e dd.principio dell'autonomia, che essa pose, con un si­
gnificativo sforzo di superamento dell'esperienza imperialistica del V secolo,
alla base della Seconda lega navale.

3. LA SECONDA LEGA ATENIESE

La Seconda lega ateniese nasce dall'organizzazione dei rapporti intessuti Il decreto di Ari­
da Atene, nei primi anni del IV secolo, con città e isole dell'Egeo. Sulla stotele
nascita della Seconda lega la nostra fonte migliore è Diodoro (XV, 28-30),
mentre Senofonte è molto reticente: informazioni preziose ci vengono però
da un documento epigrafico, il decreto di Aristotele (così denominato dal
nome del proponente), datato alla settima pritania dell'arcontato di Nau­
sinico (3.78/7), quindi al febbraio/marzo del 377. Il decreto (Tod II, 123 =

Rhodes-Osborne 22) propone ai Greci di aderire all'alleanza ateniese, di


carattere strettamente difensivo, accettando il principio della pace comune
e con l'espresso obiettivo di contrastare l'imperialismo spartano (Il. 9-1 1 :
«affinché gli Spartani lascino che i Greci vivano in pace liberi e autonomi») ;
esso s i inseriva quindi negli schemi di diritto internazionale in vigore dal
387 /6, proponendo un'alternativa all'egemonia spartana, che aveva tradito
lo spirito della pace comune.
Ma Atene doveva anche dimostrare ai Greci di voler effettivamente ripu­ La definizione
diare la propria tradizione imperialistica: a questo scopo, il decreto pre­ dell'autonomia
cisa dettagliatamente cosa si debba intendere per «libertà e autonomia»,
uscendo da quell'ambiguità che aveva permesso a Sparta di usare l'auto­
nomia come uno slogan dai contenuti incerti, adattabile di volta in volta
alle diverse situazioni a tutto vantaggio di Sparta stessa. Il decreto precisa
dunque quanto segue:
1 CAPITOLO 4

Se qualcuno dei Greci o dei barbari che vivono sul continente o degli isolani,
che non siano sudditi del Re, vuole essere alleato degli Ateniesì e dei loro
alleati, gli sia lecito esserlo restando libero ed autonomo, gove.rnandosi con
la costituzione che vuole, senza ricevere guarnigioni né governatori né pagare'
tributo (Il. 19-23 ) ;

vengono inoltre garantiti i diritti di proprietà e la piena autonomia giurisdi­


zionale. Segue l'elenco degli alleati, inciso da mani diverse; a una sola mano,
la.stessà del lapicida che incise il testo del decreto, risale l'incisione dei nomi
dei primi sei contraenti, Chio, Metimna, Mitilene, Rodi, Bisanzio, Tebe; a
parte quest'ultima, erano tutte città che avevano stretto relazioni con Atene
per iniziativa di Conone e di Trasibulo.
Gli strateghi coinvolti nell'organizzazione della lega erano Timoteo, figlio di
Conone, Cabria e Callistrato, tutti uomini in qualche modo legati all'ambiente
di Isocrate, che aveva assai contribuito, con la sua attività pubblicistica, alla
riflessione sulla necessità di superare l'imperialismo e di stabilire un'egemonia
basata sul consenso (eunoia) degli alleati.
L'organizzazione La nostra conoscenza delle strutture organizzative della lega è modesta; nel
della lega decreto di Aristotele si allude �'esistenza di rappresentanti degli alleati (sy­
nedroi) e a una cassa della lega. Sembra che il sinedrio comune avesse. sede in
Atene e che gli alleati disponessero di un voto ciascuno; il sinedrio op�rava in
collaborazione con la boulé e l'assemblea ateniesi, nel senso che ognuna delle
parti poteva presentare una proposta all'altra, e ne sortiva poi una decisione
comune (un dogma del sinedrio o un decreto della boulé e dell'assemblea). Il
sinedrio aveva competenza sull'acquisizione di nuovi membri all'alleanza e,
in campo giudiziario, sul rispetto del trattato e dei diritti di proprietà degli
alleati. Il sinedrio stabiliva inoltre l'entità delle syntaxeis, i contributi volon­
tari che avevano sostituito l'odioso phoros, e ne controllava la destinazione
esclusivamente militare; Atene, avendo il comando in guerra, si occupava delle
esazioni. Fu dunque realizzato, a quanto sembra, un sostanziale equilibrio dei
poteri nell'ambito della lega.
Egemonia o impe­ Il successo dell'iniziativa ateniese è attestato dal numero complessivo degli
rialismo? alleati riportati sulla stele (almeno 58); Diodoro (XV, 30, 2) parla di 70 mem­
bri, Eschine (II, 70) di 75; essi comprendevano le Cicladi, le città della costa
macedone, della Calcidica, della Tracia, dell'Ellesponto, l'Eubea e le isole
dello Ionio, Alceta re dei Molossi d'Epiro e, forse, anche Giasone, tiranno di
Pere, subentrato nel 385 a Licofrone.
Alla testa della lega, Atene pose fine all'imperialismo spartano, riacquistò un
grande prestigio, fornì agli alleati protezione militare e assicurò la lotta alla
pirateria e la difesa delle rotte commerciali. In seguito, tuttavia, si registrarono
malcontento e defezioni, sfociati nella cosiddetta «guerra degli alleati» degli
anni 3 57 -3 5 5 . I moderni sono divisi sul carattere paritario o imperialistico
dell'egemonia marittima ateniese del IV secolo; sembra che Atene abbia
sostanzialmente mantenuto le promesse del decreto di Aristotele; tuttavia,
è sicuro che a un certo momento gli alleati persero interesse per la lega e
cominciarono a vedere il suo finanziamento come un'inutile imposizione. La
svolta sembra da identificarsi con l'alleanza conclusa da Atene con Sparta
nel 370/69, dopo la battaglia di Leuttra e la fine dell'egemonia spartana:
la lega era nata con un preciso obiettivo antispartano e questa alleanza la
svuotava di significato, rendendo un peso gli impegni richiesti dall'adesione,
in prima istanza le syntaxeis che gli strateghi ateniesi, a quanto risulta da
una polemica presente nella Vita di Focione di Plutarco (7, 1 -2), esigevano
talora con modalità sgradite agli alleati (del resto, lo storico Teopompo, frg.
98 Jacoby, sosteneva che sempre di phoros si trattava, nonostante il muta­
mento di nome). Sono attestate anche misure impopolari, come l'invio di
guarnigioni e di governatori, ma tali decisioni sembrano essere state prese
con laccordo del sinedrio e per motivi esclusivamente difensivi, non di
repressione e di controllo; non risultano violazioni dei diritti di proprietà,
mentre più incerto appare il rispetto dell'autonomia giurisdizionale degli
alleati, dato che alcune iscrizioni attestano il diritto di appello ad Atene.
Motivi di preoccupazione sorsero certamente nel 365, con la presa di Samo
da parte di Timoteo e l'invio di una cleruchia di 2.000 Ateniesi; in seguito
Timoteo, pur non riuscendo a conquistare Anfipoli, prese Pidna, Merone,
Sesto, Potidea e Torone; anche se né Samo, né le altre città facevano parte
della lega, gli alleati temettero probabilmente di essere di fronte a una svolta
imperialistica della politica ateniese.
Il problema esplose nel 357, quando Chio, Rodi, Cos, Bisanzio si ribellarono La guerra degli
per motivi non del tutto chiari: le fonti ricordano dissensi sui contributi alleati
finanziari, timori di interferenze interne di Atene e l'intervento di Mausolo,
satrapo di Caria. La guerra fu molto
. pesante·per Atene; sconfitta prima a Chio
nel 356, dove morì Cabria, poi ad Embata nel.355, a causa dell'imperizia dello
strategC! Carete che mise poi sotto processo i colleghi Timoteo e Ificrate, essa
fu costretta a una pace che riconosceva la secessione dei ribelli e di altri alleati.
La ribellione, che secondo alcuni segnalerebbe un'involuzione imperialistica
della lega, è stata collegata da altri con il maturare di interessi diversi da
parte degli alleati dopo il venir meno dello scopo antispartano della lega, con
l'interferenza di altre potenze (i Tebani, Mausolo di Caria, lo stesso Filippo
'di Macedonia), con il timore della rinascita: dell'imperialismo dopo il caso
cli Samo. L'interpretazione che vede nella guerra degli alleati l'esito di una
degenerazione imperialistica è stata favorita da testimonianze come lorazione
Sulla pace di Isocrate, che si data proprio all'epoca della guerra degli alleati:
in essa il pu,bblicista attacca duramente la democrazia contemporanea, inca-
pace di evitare atteggiamenti imperialistici e destinata quindi a non ottenere
il consenso degli alleati; fo alternativa, Isocrate propone una politica di pace,
in grado di risollevare le sorti politiche ed economiche di Atene e di garantire
il benessere delle classi medio-alte, sulle quali ricadeva il grosso delle spese·
militari. Rispetto al Panegirico, Isocrate esprime un pessimismo notevole
sull'impero navale, ritenuto «né giusto, né attuabile, né vantaggioso» (Sulla
pace, 66). Nello stesso periodo, Senofonte, nell'operetta Sulle entrate, si pone
il problema di come assicurare ad Atene proventi sufficienti rinunciando
1 (APITOL0 4

'

all'impero e alla guerra sul mare, ritenuta non più sostenibile, e propone di
puntare sul commercio e sullo sfruttamento delle risorse minerarie, sgravando
i ricchi sul piano 'fiscale e attirando in Atene, con incentivi di varia natura,
stranieri per esercitare diverse attività.
Dopo la guerra degli alleati la lega restò in attività, ma conobbe un progressivo
indebolimento, per essere ufficialmente sciolta dopo la battaglia di Cheronea
del 338. Nonostante le difficoltà segnalate, tuttavia, il decreto di Aristotele
del 378/7 conserva un grande valore, e un carattere di svolta nel diritto
internazionale greco, per il_ suo tentativo di definire il concetto di autono­
mia, uscendo da quell'ambiguità che aveva permesso a Sparta _di sfruttare il
principio a proprio escl�sìvo vantaggio, senza che fosse possibile; discutere
l'interpretazione unilaterale che essa ne dava. Lo dimostrano le clausole della
pace comune che venne rinnovata ad Atene nel 371/0, dopo la battaglia di
Leuttra (Senofonte, Elleniche, VI, 5, 1 -3 ) :

Gli Ateniesi [ . . ] convocarono tutte le città che intendevano essere comprese


.

nella pace inviata. dal Re. Dopo che si riunirono, presero insieme a quanti
volevano aderire la decisione di giurare il seguente giuramento: «Rispetterò le
condizioni di pace inviate dal Re e i decreti di Atene e degli alleati. Se qualcuno
attaccherà una delle città di coloro che ,hanno giurato questo giuramento, gli
verrò in soccorso con tutte le mie forze».

L'accostamento tra «le condizioni di pace inviate dal Re» e «i decreti di Atene
e degli alleati» attesta che in questa pace comune, fondata sull'autonomia,
venne adottata espressan\ente l'interpretazione che di questo principio ave­
vano dato gli Ateniesi con il decreto di Aristotele.

4. L'EGEMONIA TEBANA E LA RINASCITA DEGLI STATI


FEDERALI

La guerra in Gre­ Negli anni successivi al 378 Sparta si trovò a dover contrastare il successo
cia: Sparta in dif­ della Seconda lega ateniese e la crescita della potenza tebana. Nello stesso
ficoltà 378 Agesilao, dopo aver ristrutturato l'esercito della Lega peloponnesiaca,
invase la Beozia, ma la spedizione r:isultò infruttuosa; lo stesso accadde per la
successiva spedizione del 377; nel 376 il comando passò a Cleombroto, con
esito ugualmente scarso.
Nel frattempo Atene conduceva con successo la guerra sul mare; nel 376 gli
Spartani vennero sconfitti a Nasso da Cabria, nel 375 ad Alizia, nello Ionio,
da Timoteo.
Quanto a Tebe, dopo aver espulso i presidi spartani dalle città beotiche (Platea,
Tespie, Orcomeno, Tanagra), essa inflisse a Sparta, nel 3 75, una dura sconfitta
a Tegira: la vittoria, contro un esercito due volte superiore, rese evidente, a
detta di Diodoro (XV, 37, 1 -2), l'aspirazione all'egemonia dei Tebani, di cui
egli sottolinea a più riprese le doti di forza fisica e di coraggio in guerra e
di cui elogia i capi, Gorgida, Pelopida e soprattutto Epaminonda, ricco di
eccezionali doti personali (XV, 3 9 e 50, 5-6).
Sparta fu indotta a cercare la pace: nel 375 le parti vennerp a un accordo che La pace del 375
ratificava l'egemonia ateniese sul mare e poneva le premesse per un ritorno
al criterio della divisione delle sfere di influenza, a suo tempo promosso da
Cimone e ora riproposto dagli uomini dell'ambiente isocrateo, primo fra tutti
Callistrato. L'intervento di Timoteo a Zacinto in favore dei democratici portò
però a una rottura quasi immediata della pace. Nel frattempo, cresceva in
Atene la diffidenza nei confronti dei Tebani, che accrescevano la loro potenza
grazie alla loro partecipazione alla lega ma non versavano i contributi per la
guerra navale ed erano del resto motivo di imbarazzo per gli Ateniesi, a causa
della loro posizione ambigua sul tema dell'autonomia.
I Tebani infatti, dopo la liberazione della Cadmea, avevano rifondato la Lega La rifondazione
beotica dandole, rispetto al modello costituzionale precedentemente in vigore della Lega beo­
tica e la rottura fra
e a noi noto dalle Elleniche di Ossirinco, una struttura più democratica: i di­
Atene e Tebe
ritti di cittadinanza, prima ristretti su base censitaria, furono aperti a tutti; gli
organismi buleutici di tipo rappresentativo, formati da delegati, che davano
ai vari membri della lega una rappresentanza rigorosamente paritaria nella
federazione, vennero sostituiti con un'assemblea federale primaria con sede
a Tebe, in cui i Tebani finivano per risultare sempre superiori di numero.
Paradossalmente, la democratizzazione della Lega beotica si tradusse così
in una minore uguaglianza per i membri della lega stessa; e la pressione di
Tebe nei confronti dei Beoti rilut�anti ad accettare questa nuova situazione
(Orcomeno, Tespie, Platea) conobbe un incremento.
La rottura con Atene awenne nella primavera del 373, quando Tebe, che
già aveva colpito Tanagra e Tespie, attaccò e distrusse Platea, amica di lunga
data degli Ateniesi. In Atene ii movimento in favore della pace con Sparta,
in funzione antitebana, ebbe un forte in1pulso: Isocrate compose il Plataico,
in cui proponeva il riawicinarhento fra Atene e Sparta e il ritorno a un equi­
librio panellenico basato sulla divisione dell'egemonia e l'esclusione di Tebe
dal novero delle grandi potenze. Gli Ateniesi, se pure non senza resistenze,
votarono'.'la conclusione della pace con gli Spartani: l'opinione pubblica era in
realtà divis� tra le posizioni dei democratici radicali di Aristofonte, filotebani,
e quelle dei moderati di Callistrato, favorevoli alla pace con Sparta. La frattura
era dettata anche da motivi di carattere economico e finanziario: anche in
una città relativamente pacifica sul piano sociale come Atene la frattura tra il
demos e i ricchi, oberati di prestazioni finanziarie (le cosiddette «liturgie», di
fatto forme di tassazione che ricadevano sulle classi elevate, per esempio per
l'allestimento di navi o di cori per gli spettacoli), si era acuita; se dalla guerra
i meno abbienti ricavavano fonti di sussistenza, essa richiedeva però notevoli
risorse finanziarie, la cui esazione ricadeva sui più ricchi; nei ceti abbienti vi
era perciò un diffuso malcontento, di cui pubblicisti come Isocrate si face­
vano interpreti e che riforme fiscali come la riorganizzazione della riscossione
dell' eisphorci (l'imposta di guerra), promossa da Callistrato, nor erano bastate
a placare. Con questa riforma l' eisphord, in origine tassa straordinaria per
19 CAPITOLO 4

l'allestimento di spedizioni militari, divenne una tassa patrimoniale ripartita


su tutti i cittadini delle prime tre classi, iscritti in unità fiscali dette simmorie;
in seguito, nel 3 57, con la legge di Periandro, anche la trierarchia, la <<liturgia»
per l'allestimento di una nave da guerra, fu inserita nel sistema delle sm:imorie,
in modo da ripartirne più equamente i costi.
Il con gresso di Nell'estate del 3 7 1 si tenne a Sparta un congresso per trattare la pace: il
Sparta del 371 racconto di Senofonte si concentra sul dibattito tra gli ambasciatori ateniesi,
riportando i discorsi contrapposti di Autocle, uomo della fazione democra­
tica filotebana guidata da Aristofonte, e di Callistrato (Elleniche, VI, 3 , 7
ss.); altre fonti (Diodoro XV, 38; Plutarco, Vita di Agesilao, 27-28) danno
invece maggiore spazio allo scontro tra Agesilao ed Epaminonda sul tema
dell'autonomia.·
Il discorso di Autocle, durissimo verso gli Spartaqi; accusati di essere in
patente contraddizione sulla questione dell'autonomia («Voi non fate che
ripetere che le città devono es�re autonome, ma siete voi l'ostacolo maggiore
all'autonomia»), ribadisce la validità della politica antispartana e filotebana
seguita da Atene negli ultimi anni.
Callistrato pronuncia invece un discorso che invita sia Atene sia Sparta all'au­
tocritica e alla moderazione e conclude in favore di un ritorno alla divisione
delle sfere di influenza: «tutte le città stanno o dalla vostra o dalla nostra
parte; in ogni città, alcuni parteggiano per Sparta e altri per Atene. Se dunque
diventiamo amici, da che parte dovremo aspettarci dei pericoli? Per terra chi
sarebbe in grado di danneggiarci, se voi siete nostri amici? E per mare chi
potrebbe danneggiarvi, se noi vi siamo favorevoli?». Affermando che Sparta
e Atene devono diventare amiche, per pt>ter tornare «a essere in Grecia più
grandi che in passato», Callistrato ripropone l'idea di Cimone, che aveva
identificato nella divisione degli ambiti di potenza una garanzia di sufficiente
prosperità per le due città che costituivano un punto di riferimento per la
Grecia continentale e conservatrice da una parte e per la Grecia marinara e
democratica dall'altra, e di conseguenza una garanzia di equilibrio interna­
zionale stabile per l'intero mondo ellenico. Su questa base Atene e Sparta
trovarono un accordo: si stabilì
. la concessione dell'autonomia alle città, il
ritiro degli armasti, lo scioglimento delle forze navali e terrestri.
Al momento del giuramento, gli Spartani giurarono per sé e per i loro alleati;
gli Ateniesi, coerentemente con il decreto di Aristotele, giurarono solo per
sé, lasciando che gli alleati lo facessero separatamente. Sorse, tuttavia, un
problema con i Tebani, come del resto già all'epoca della pace del 387/6:
essi chiesero di firmare come Beoti, quindi in rappresentanza di tutta la Lega
beotica. Agesilao rifiutò e i Tebani restarono esclusi dalla pace comune.
Senofonte non riserva particolare attenzione al contrasto fra Agesilao e i
Tebani; Diodoro e Plutarco, invece, ci offrono dettagli interessanti. Essi
ignorano la questione ateniese, concentrando il loro racconto sul dibattito
di carattere giuridico che oppose Agesilao al tebano Epaminonda. Quest'ul­
timo chiese, in realtà, di riconoscere il carattere federale dello stato beotico,
�e consentiva una diversa interpretazione del principio dell'autonomia e
abilitava Tebe a porsi come rappresentante legittima del governo federale.
Uno dei problemi di cui si discusse a Sparta fu, dunque, quello della legitti­
mità della Lega beotica (e degli stati federali in genere) rispetto al principio
dell'autonomia. Epaminonda provocò Sparta sul tema dell'autonomia delle
città perieciche della Laconia, mostrando che le contraddizioni sul tema
dell'autonomia erano prima di tutto spartane. Ma Sparta apparve ben de­
terminata a negare il riconoscimento richiesto; Atene, interessata all'accordo
con Sparta, si accodò; i Tebani ripartirono delusi, in una grave posizione di
isolamento.
All'indomani del congresso, il re spartano Cleombroto, che si trovava in Fo­ L'invasione spar­
cide, invase la Beozia, nonostante a Sparta gli avversari di Agesilao avessero tana della Beozia
tentato di scongiurare la guerra: Senofonte (Elleniche, VI, 4, 2-3) riporta la e la battaglia di
Leuttra
proposta dello spartano Protoo, il quale:
dichiarò che, a suo parere, si doveva sciogliere l'esercito secondo i giuramenti
e far sapere alle città che venisse versato al tempio di Apollo quanto ciascuna
città voleva; e se poi qualcuno non lasciava autonome le città, si dovevano di
nuovo riconvocare e condurre coloro che desideravano difendere l'autonomia
contro i violatori; disse di ritenere che in questo modo gli dèi sarebbero stati
quanto mai favorevoli e le città sarebbero state meno scontente.

Il versamento a f�vore del tempio di Apqllo a Delfi, distrutto nel 3 73, doveva
servire a verificàre l'effettiva autonomia delle città, e la successiva riconvo­
cazione a comprendere quanto consenso ci fosse a proposito degli eventuali
casi di lesione dell'autonomia. Evidentemente a Sparta c'era chi coglieva la
sterilità e l'impopolarità della politica di Agesilao, a parole a difesa dell' au­
tonomia, di fatto ormai sostanzialmente antitebana, e premeva perché Sparta
rinunciasse al ruolo ormai contestato di garante unilaterale dell'autonomia,
ottenendo un ampio consenso da parte dei.Greci e forse il controllo di Delfi.
Ma l'assemblea spartana non accolse la proposta.
Cleombroto si accampò a Leuttra; qui i capi dell'esercito tebano, i beotai.-chi,
si trovarono in disaccordo.su come comportarsi a causa dell'evidente supe­
riorità delle forze spartane; alla fine Pelopida ed Epaminonda convinsero i
colleghi ad accettare battaglia. I Tebani, adottando lo schieramento obliquo
(la falange era rafforzata, sull'ala sinist�a, da un corpo scelto di 300 uomini,
il cosiddetto «battaglione sacro», che riuscì ad aggirare le forze nemiche),
sconfissero gli Spartani. Lo scontro, in cui morirono, con il re Cleombroto,
400 dei 700 Spartiati presenti (in un'epoca in cui Sparta aveva circa 3 .000
cittadini), fece crollare il mito spartano, pose fine all'egemonia di Sparta e la
avviò a una crisi senza ritorno. Tebe avrebbe voluto attaccare immediatamente
Sparta e si rivolse prima ad Atene, che esitò, poi a Giasone, tiranno di Fere,
in Tessaglia; questi, che- negli anni precedenti era divenuto molto potente
ed era desideroso di farsi arbitro delle vicende greche, scese rapidamente
in Beozia e scongiurò lo scontro finale, operando una mediazione tra i due
contendenti, forse, suggerisce Senofonte, «perché entrambi avessero bisogno
di lui» (Elleniche, VI, 4, 25) .
1 94 CAPITOLO 4

L'attacco diretto a Sparta venne così scongiurato, ma legemonia spartana era


finita: a farla crollare avevano contribuito diversi fattori di ordine politico
(l'imperialismo spregiudicato, l'uso pretestuoso e contraddittorio del prin­
cipio dell'autonomia, la frattura interna tra gli imperialisti come Lisandro e
Agesilao e i tradizionalisti come Pausania II e Agesipoli) e sociale (la crisi
demografica, il precario equilibrio del sistema, il risentimento crescente degli
Spartiati decaduti in una condizione inferiore).
La fine dell'ege­ La sconfitta spartana metteva Atene in una posizione privilegiata: il congresso
monia spartana e di pace del 37110, successivo a Leuttra, si tenne infatti ad Atene. In esso gli
la pace di Atene Ateniesi si sostituirono agli Spartani come garanti della pace e proposero
del 37 1/0
come principio ispiratore I' autonÒmia secondo i criteri stabiliti nella pace
del Re e nel decreto di Aristotele (non pagare tributi, non ricevere guarni­
gioni e governatori, governarsi liberamente, avere autonomia giurisdizionale,
conservare la garanzia dei diritti di proprietà). Tale principio, già sottoposto
all'approvazione degli alleati di Atene, veniva ora proposto a tutta la Grecia
come criterio di convivenza internazionale, fuori da ogni ambiguità. Tranne
gli Elei, timorosi di dover lasciare autonom-e ie città perieciche, tutti i Greci
aderirono alla pace comune nella forma elaborata da Atene. Anche Sparta
dovette riconoscere lautonomia dei suoi alleati, giurando solo per sé: la Lega
del Peloponneso cessava così, di fatto, di esistere.
Il Peloponneso in Subito dopo la conclusione della pace, il Peloponneso intero entrò in agita­
rivolta e l'inter­ zione: Mantinea, considerandosi ormai autonoma, ricostituì con un sinecismo
vento tebano la propria integrità territoriale, si diede un governo demoàatico e promosse
l'unificazione dell'Arcadia, attaccando Tegea, con laccordo del locale partito
democratico, e Orcomeno; essa ottenne lappoggio degli Elei e degli Argivi,
ricostituendo la coalizione democratica antispartana già formatasi nel 470 e
nel-4-2 1 -418.
-erll-Ateniesi, forti del prestigio derivante dalla pace di Atene, che li rendeva
garanti del nuovo assetto politico greco, avrebbero avuto un'ottima occasione
per sostituirsi a Sparta come egemoni della Grecia; ma il progetto illusorio della
doppia egemonia, tornato attuale in questi anni (secondo Plutarco, Consigli ai
politici, 803a, un oratore ateniese, Leptine, disse in assemblea che con la fine di
Sparta la Grecia sarebbe stata «privata di un occhio»: una versione aggiornata
dell'«egemonia zoppa» del V secolo), vanificò questa opportunità. Quando gli
Spartani attaccarono Mantinea, col pretesto che aveva violato l'autonomia di
Tegea, la città si rivolse proprio agli Ateniesi, riconoscendo il loro ruolo nella
tutela della pace appena conclusa; ma essi, divisi nella valutazione della situa=
zione giuridica e restii a riaprire il conflitto con Sparta, rifiutarono di aiutarli;
gliArcadi si rivolsero allora ai Tebani. Nel 3 7 O/69, quando già i Tebani avevano
invaso il Peloponneso, gli Ateniesi deliberarono di inviare lo stratego Hicrate in
soccorso di Sparta, dopo un dibattito su rui Senofonte (Elleniche, VI, 5, 33-48)
ci informa ampiamente e in cui gli Spartani e i loro alleati insistettero sull'op­
portunità di un asse Atene/Sparta in funzione antitebana, sulla linea proposta
da Callistrato al congr-esso di Sparta del 3 7 1 e probabilmente riproposta da lui
stesso in questa sede (Pseudo-Demostene, Contro Neera, 26-27); l'assemblea,
IL

convinta da un discorso di Prode di Fliunte che insisteva ancora una volta


sulle vocazioni diverse e complementari di Atene, potenza navale, e di Sparta,
potenza terrestre (Senofonte, Elleniche, VII, 1 , 2-1 1), trasformò poi l'accordo
in alleanza. Questa decisione privava del suo significato la Seconda lega navale
e toglieva legittimità alle aspirazioni egemoniche di Atene; furono in realtà i
Tebani, i cui leader avevano mostrato di comprendere bene i nuovi scenari
che si andavano delineando, i nuovi, se pure effimeri, egemoni della Grecia.
La Beozia era divisa in due bacini principali, quello di Orcomeno a nord e La Beozia fino al
quello di Tebe a sud, separati dal lago Copaide; aveva un'economia preva­ 371
-'·""·' "'
lentemente agricola e pascoli adatti all'allevamento dei cavalli; ebbe sempre
buone disponibilità demografiche e quindi discreta forza militare. La regione
aveva un'antica tradizione federale, che si esprimeva in una lega dall'impronta
costituzionale oligarchico-moderata; l'egemonia era stata detenuta in antico da
Orcomeno, ma Tebe l'aveva costantemente contrastata fino ad affermare, nel
VI secolo, il proprio ruolo primario. Proprio Tebe, nel 379, aveva rifondato
la lega dandole un'impostazione più democratica sul piano istituzionale, ma
accentuando molto l'importanza della capitale rispetto agli stati membri, fino
ad arrivare a una vera e propria identificazione fra Tebe e la Beozia. Questo
processo di accentramento generò non poche resistenze, ma incontrò anche
successo presso la popolazione delle campagne, esposta alle invasioni spar­
tane, e presso le piccole città che gravitavano su Orcomeno e su Platea e che
dall'egemonia di Tebe si sentivano maggiormente tutelate.
Fedeli alleati di Sparta nel V secolo, dopo il 404 i Tebani erano stati tra i più
accesi critici dell'imperialismo spartfoo e si erano avvicinati agli Ateniesi, da
cui pure li aveva divisi in precedenza una forte rivalità, espressasi soprattutto
nei contrasti per Platea e per Oropo, zona di confine il cui possesso permetteva
di controllare le comunicazioni con l'Eubea. Costretti nel 387 /6 a sciogliete
la Lega beotica e nel 382 a subire l'oçcupazione spartana, i Tebani si erano
liberati con l'aiuto di Atene nel 3 79 ed erano entrati nella lega navale ate­
niese. Tra il 378 e il 371 il contrasto con Sparta si era acuito, anche a motivo
dell'odio antitebano di Agesilao; ma anche le relazioni con Atene si erano
guastate progressivamente. Dal congresso tenutosi a Sparta nel 37 110, prima
di Leuttra, Tebe era uscita isolata; una notizia conservata da Plutarco ( Vita
di Pelopida, 20, 1 ) ricorda che, mentre si attendeva l'attacco spartano, la città
fu minacciata di subire un diecismo in caso di sconfitta. L'inattesa vittoria di
Leuttra e la debole ed esitante reazione degli Ateniesi alla nuova situazione
la candidarono a un ruolo egemonico.
I principali artefici dell'egemonia tebana furono Pelopida, che aveva parte­
cipato alla liberazione di Tebe nel 379, ed Epaminonda, entrambi legati alla
tradizione democratico-nazionalista di Ismenia, l'avversario del filospartano
Leonziade messo a morte dopo la presa della Cadmea; Pelopida fu soprattutto
un militare, mentre di Epaminonda la tradizione ricorda anche la cultura e
la formazione filosofica.
1 6 CAPITOLO 4

4.1. Epaminonda e il Peloponneso

La prima spedi­ Epaminonda si impegnò in particolare nel Peloponneso, a sostegno dei popoli
zione nel Pelo­ finalrriente liberati dal giogo spartano; suo intento era di organizzare stabil­
ponneso (370/69)
mente il Peloponneso in funzione antispartana, incoraggiando lo sviluppo del
federalismo democratico. Per sostenere questa scelta, Epaminonda dovette
affrontare l'opposizione di quanti, a Tebe, ritenevano pericoloso e dispendioso
un impegno militare che avesse come obiettivo qualcosa di più ampio della
difesa dell'indipendenza della Beozia: furono i ricchi Elei a finanziare la prima
spedizione del 370/69, conseguente a un'alleanza difensiva stipulata da Tebe
con gli Arcadi, gli Argivi e, appunto, gli Elei.
Quando i Tebani giunsero nel Peloponneso, Agesilao si era già ritirato dall'Ar­
cadia. Gli alleati chiesero allora ai Tebani di attaccare Sparta nel suo territorio;
anche in questo caso sorsero difficoltà, perché la stagione di guerra stava per
concludersi, il mandato dei beotarçhi stava spirando ed essi sarebbero dovuti
rientrare a Tebe per deporre la beqtarchia; furono ancora Pelopida ed Epami­
nonda a insistere per rimanere nel Peloponneso e continuare la spedizione (al
rientro, essi furono messi sotto processo per non aver deposto la beotarchia e
furono assolti, ma l'incidente rivela dissensi interni alla classe dirigente tebana e
preoccupazione per una gestione troppo «personalistica>> della beotarchia). Nel
corso di essa Sparta fu costretta a liberare 6.000 iloti e a:d affrontare la rivolta
di 200 uomini di condizione inferiore e persino di alcuni Spartiati; Agesilao
cercò prudentemente di evitare lo scontro aperto e di costringere il nemico in
luoghi inadatti alla battaglivEpaminonda si impegnò allora nell'indebolimento
del già precario sistema economico-sociale spartano: devastò la Laconia, inco­
raggiò la diserzione di perieci e iloti e, soprattutto, liberò Messene, che venne
fortificata e ripopolata, «richiamando nel Peloponneso da ogni partetUtti i
Messeni esistenti [ . . . ] Ed essi si raccolsero più rapidamente del previsto, per
la nostalgia della patria e per l'odio verso i Lacedemoni che avevano sempte
mantenuto» (così Pausania IV, 26, 5, in un passo che risente molto della pro­
paganda tebana). Fu a questo punto che Sparta si rivolse ad Atene, ottenendo
l'aiuto e l'alleanza di cui già si è parlato.
La liberazione di La prima spedizione tebana, su cui Senofonte è molto reticente (come in genere
Messene e la fon­ su tutto ciò che riguarda il periodo dell'egemonia tebana) e che fonti di ispira­
d azione di Mega­
zione tebana come la Vita di Pelopida di Plutarco (24, 4-10) presentano come
lopoli
una grande azione panellenica circondata dal consenso di tutti gli alleati, fu un
notevole successo: la liberazione di Messene e il sostegno dato al rafforzamento
della Lega arcadica, che si diede una nuova capitale, Megalopoli (alla data del
3 7 1/0, fornita da Pausania, alcuni preferiscono quella del 368/7, riferita da
Diodoro), crearono infatti un'opposizione stabile a Sparta nel Peloponneso,
-mentre l'alleanza tra Argivi, Arcadi ed Elei isolava Sparta nel Peloponneso
meridionale creando una «cintura» di stati democratici. L'epigramma iscritto
sulla statua di Epaminonda a Tebe, ricordato da Pausania (IX, 15, 6), celebra le
fondazioni di Messene e di Megalopoli con una forte intonazione panellenica:
sca:xo 1 97

Per mia iniziativa Sparta fu privata della sÙa gloria


e la sacra Messene infine riaccolse i suoi figli.
Grazie alle armi di Tebe Megalopoli fu cinta di mura
e tutta la Grecia ottenne autonomia e libertà.

Un secondo intervento fu richiesto dagli alleati nell'estate del 369; a Corinto, i La seconda spe­
Tebani si trovarono di fronte gli Ateniesi guidati da Cabria, ma riuscirono co­ dizione nel Pelo­
munque a riunirsi con gli alleati peloponnesiaci, ad attaccare Sidone e Pellene e ponneso (369)
a sottrarre alleati a Sparta, cui rimase soltanto l'alleanza di Corinto e di Fliunte.
Epaminonda,, rientrato a Tebe, fu deposto dalla beotarchia e processato per
tradimento; assolto, non fu rieletto per l'anno successivo; la vicenda mostra il
malcontento di parte della classe dirigente tebana in merito alla politica pelopon­
nesiaca, di cui molti, preoccupati esclusivamente di assicurare l'indipendenza
della Beozia da influenze straniere, non intendevano l'utilità per Tebe.
Il disimpegno tebano spezzò l'equilibrio dell'alleanza peloponnesiaca; gli Ar­
cadi entrarono in conflitto con gli Elei per il controllo della Trifilia e, guidati
da Licomede di Mantinea, rivendicarono l'egemonia del Peloponneso: essi, a
detta di Licomede, «erano i soli a poter considerare il Peloponneso come loro
patria, perché ne erano i soli abitanti autoctoni»; erano «la popolazione più
numerosa e più forte della Grecia»; a loro spettava evitare che i Tebani diven­
tassero per il Peloponneso «dei nuovi Spartani» (Senofonte, Elleniche, VII,
1� 23 -24). Del resto, già all'epo�a della prima spedizione gli alleati, secondo
Plutarco ( Vita di Pelopida, 24, 8), avrebbero contestato l'egemonia di Tebe in
occasione di riunioni comuni; il problema nasceva, come è stato sottolineato,
dal fatto che la posizione di Tebe nell'alleanza antispartana ncm era stata in
alcun modo definita. In ogni caso, l'opposizione interna e le rivendicazioni
degli alleat� cominciavano a mettere in crisi la continuità e l'efficacia della
politica peloponnesiaca di Epaminonda.

'
4. 2. Pelopida e la Tessaglia

La seconda direttrice dell'azione tebana fu verso la Grecia settentrionale Giasone di Fere


(Tessaglia e Macedonia) . In Tessaglia, tra il 385 e il 370 si era affermata la
potenza di Giasone di Fere: egli era riuscito a unificare la Tessaglia sotto
la sua tagia e a valorizzarne le risorse economiche, demografiche e militari
(Senofonte, Elleniche, VI, 1 , 4- 16). Nel 371, di ritorno dalla Grecia centrale
dove era sceso a mediare tra Tebani e Spartani, Giasone occupò Eraclea Tra­
chinia, presso le Termopili; divenuto «il più potente dei suoi contemporanei»
(Senofonte, Elleniche, VI, 4, 28), subito dopo rivendicò ai Tessali il controllo
dell' Anfizionia delfico-pilaica. Egli intendeva evidentemente assumere, al
posto di Sparta, l'egemonia della Grecia appoggiandosi a Delfi e all'Anfizio­
nia; fra le sue intenzioni c'era quella di guidare i Greci in una guerra contro
la Persia; ma nel 370 fu assassinato da giovani che furono poi festeggiati in
tutte le città greche, «col che apparve chiaro che i Greci temevano moltis-
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1 4. L'egemonia tebana.
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simo che egli divenisse tiranno» (Senofonte, Elleniche, VI, 4, 32). Rapidità
di azione, capacità militari e diplomatiche, abilità nell'attrarre nuovi alleati,
attenzione
..
allo strumento anfizionico come veicolo di egemonia e programma
aritipersiano fanno di Giasone, nelle pagine di Senofonte, un precursore di
Filippo II di Macedonia.
Alla sua morte il potere fu assunto dai fratelli Polidoro e Polifrone e poi, dopo La prima spedi­
la loro uccisione, dal nipote Alessandro, che fu tiranno di Fere dal 369 al 358. zione in Tessaglia
Contro di lui gli Alevadi di Larissa cercarono aiuto da Alessandro II di Ma­ (369)
cedonia, e poi, quando egli mostrò di non poter prolungare il suo intervento
per la pressione degli Illiri e le difficoltà dinastiche, si rivolsero ai Tebani.
Pelopida desiderava trovare un campo di azione alternativo al Peloponneso,
tanto che non accompagnò Epaminonda nella seconda spedizione; egli colse
perciò l'occasione per intervenire in Tessaglia nell'estate del 369.
Pelopida stabilì con Alessandro di Fere un accordo che lo impegnava a non
attaccare le città tessaliche e intervenne in Macedonia contro Tolemeo di
Aloro, che insidiava il trono di Alessandro II, ristabilendo l'influenza tebana
sulla Macedonia; in questa occasione egli condusse ostaggio a Tebe il giovane
Filippo, fratello minore del sovrano. Le fonti favorevoli, risalenti con ogni
probabilità alle Elleniche di Callistene di Olinto, riferiscono di questi avveni­
menti con un'intonazione panellenica e antitirannica, mentre la testimonianza
di Senofonte appare sempre molto parziale.
Un secondo intervento in Tessaglia si ebbe nell'estate del 368, su richiesta La seconda spedi­
dei Tessali, che accusavano Alessandro di Fere, che pure aveva posto fine alle zione in Tessaglia
aggressioni dirette, di fomentare divisioni nelle città. e la cattura di Pe­
lopida (368)
I Tebani, incerti sull'opportunità di un intervento militare, inviarono Pe­
lopida con una commissione d'inchiesta. Mentre egli arruolava truppe sul
posto, in Macedonia Tolemeo diAloro uccise Alessandro II, provocando una
guerra civil�; Pelopida impose Tolemeo come reggente in nome dei due figli
superstiti di Aminta III e fratelli del re appena ucciso, Perdicca e Filippo,
sostenuti dagli Ateniesi. Inviato ambasciatore a Farsalo, Pelopida fu arrestato
da Alessandro di Fere.
La posizione dei due leader tebani era particolarmente debole: Epaminonda
non era stato rieletto beotarca e Pelopida era prigioniero; forse in questo
momento va posto il tentativo di colpo di stato di Meneclida, intollerante
della politica troppo interventista e dell'eccessivo potere personale dei due
leader (Plutarco, Vita di Pelopzda, 25, 2), che alcuni preferiscono però col­
locare nel 364.
Nel 367 Epaminonda, di nuovo beotarca, condusse una terza spedizione La terza spedi­
.contro Alessandro di Fere e ottenne il rilascio dei prigionieri; per tre anni zione in Tessaglia
non vi furono più interventi in Tessaglia. Indubbiamente l'impegno di Pe­ ( 3 67 ) : E p a m i ­
nonda libera Pe­
lopida in Tessaglia aveva ottenuto un successo parziale: il suo programma, lopida
che intendeva promuovere una Tessaglia unita e libera e legarla stabilmente
a Tebe, così da poter controllare la Grecia centro-settentrionale e, attraverso
l'Anfizionia, l'intera Ellade, secondo il progetto che era stato dei tagi tessali
del VI secolo e di Giasone di Fere e che sarà poi di FilippG, non otteneva
200 CAPITOLO 4

in Tebe, esattamente come il programma peloponnesiaco di Epaminonda, il


necessario consenso.
Sia nel Peloponneso che in Tessaglia, Epaminonda e Pelopida si impegnarono
nella promozione della rinascita degli stati federali, in un quadro di panelle­
nismo di ispirazione democratica e antitirannica che la tradizione alternativa
a Senofonte sottolinea insistentemente: un programma ambizioso per Tebe,
priva di solide tradizioni politiche e delle necessarie risorse finanziarie e
umane per poter mantenere un impegno costante, e per questo appoggiato
con scarsa convinzione dagli altri uomini politici tebani.

4.3. Verso Mantinea

La pace di Susa Nell'estate del 367 Sparta inviò un'ambasceria a Susa per ottenere dalla
Persia sostegno politico e finanziario. I Tebani compresero la necessità di
sottrarre a Sparta l'iniziativa su questo versante e inviarono Pelopida ed
Ismenia (figlio dell'Ismenia ucciso dopo la presa della Cadmea) dal Re,
per cercare di concludere sotto la sua egida una pace comune che sancisse
i risultati ottenuti da Tebe in Grecia. All'incontro erano presenti anche
Arcadi, Elei e Ateniesi.
Secondo Senofonte (Elleniche, VII, 1 , 33-38), che nomina qui Pelopida per la
prima volta, il Tebano chiese il disarmo della flotta ateniese e il riconoscimento
dell'indipendenza di Messene. La richiesta di disarmare la flotta ateniese
mostra l'attenzione riservata da Tebe alla politica navale; priva di tradizioni
marittime, dopo aver isolato Sparta per terra, Tebe, o meglio i suoi leader, si
rendevano conto della necessità di contrastare Atene sul mare. Ma l'iniziativa
del 367 è importante soprattutto perché rivela la volontà di assumere la tutela
della pace comune, che era stata in precedenza di Sparta e di Atene. Tuttavia,
una volta rientrati in Grecia, i Tebani non riuscirono a ottenere la ratifica
degli accordi; così, quello che Senofonte chiama espressamente un tentativo
di ottenere legemonia della Grecia sfumò.
Nel 366 Epaminonda, con laiuto persiano, iniziò la costruzione di una flotta
di 100 navi, un programma che si scontrava con diverse difficoltà, dal pro­
blema delle risorse finanziarie delle materie prime e dell'equipaggiamento
alla scarsa disponibilità di porti. èon la flotta, che divenne operativa nel 364,
egli prese a competere con gli Ateniesi per il dominio del mare, insidiandone
l'impero (provocò forse la ribellione di Ceo) e stringendo rapporti con Bi­
sanzio, Chio, Rodi, Cos.
La terza spedi­ Nello stesso 366 Epaminonda scese nel Peloponneso per acquisire gli l}.thei,
zione nel Pelo­ organizzati in uno stato federale di tendenze oligarchiche e filospartane, ali' al­
ponneso (366)
leanza tebana: i rapporti di Tebe con gli Arcadi erano tesi (Licomede di Man­
tinea era stato tra coloro che avevano più aspramente contestato gli accordi
di Susa e impedito la loro ratifica) e le comunicazioni con l'Elide dovevano
essere assicurate. Epaminonda, che Senofonte nomina per la prima volta in
occasione di questa spedizione, si accordò con gli Achei, concedendo loro di
mantenere il governo oligarchico; ma ciò scatenò la reazione dei democratici
achei e arcadi e Tebe fu costretta a inviare armosti e a istituire governi demo­
cratici; con il successivo ritorno degli oligarchici, l'Acaia fu perduta per Tebe.
La richiesta da parte peloponnesiaca di sostenere il federalismo democratico
anche contro le autonomie aveva costretto Epaminonda a ricorrere a metodi
impopolari. Gli Arcadi, per iniziativa di Licomede, conclusero un'alleanza
difensiva con Atene.
Sempre nel 366 Tebe, con l'aiuto dei Tessali, indusse l'Anfizionia, restituita La quarta spedi­
alla sua funzione di tribunale internazionale, a condannare Sparta a una multa zione in Tessaglia
per la violazione dell'autonomia commessa nel 382 con la presa della Cadmea, (3 64), la battaglia
di Cinoscefale e la
provocandone l'isolamento internazionale: si trattava di un'utilizzazione morte di Pelopida
evidentemente propagandistica ed egemonica dell'Anfizionia, resa possibile
dall'appoggio tessalico.
Per poterselo garantire, Pelopida nel 364 intervenne una quarta volta in
Tessaglia contro Alessandro di Fere e lo sconfisse a Cinoscefale, ma morì
nello scontro. Alessandro fu costretto ad assoggettarsi a Tebe, a ridurre la
sua sovranità alla sola Fere e a rinunciare alla ragia; l'occasione era buona per
realizzare il sogno di Pelopida, quello di una Tessaglia unita e legata a Tebe;
ma i Tebani preferirono lasciare autonomi e porre sotto il proprio controllo
i Magneti e gli Achei Ftioti e dividere la Tessaglia in due parti (Fere da una
parte, le altre città tessaliche dall'altra) in lotta fra loro.
Nell'estate del 365 scoppiò-la guerra, da tempo latente, tra Elei e Arcadi per La quarta spedi­
la Trifilia; Spartani e Achei inter\rennero a fianco, rispettivamente, degli Elei zione nel Pelo­
e degli Arcadi; nel 364 gli Arcadi vennero sconfitti e l'unità della federazione ponneso (362), la
·
battaglia di Man­
arcadica entrò in crisi. tinea e la morte di
Nel 362 Epaminonda scese per la quarta e ultima volta nel Peloponneso, Epaminonda
chiamato dalla Lega arcadica, preoccupata che Mantinea (dove nel frattempo
erano andati al potere i filospartani) promuovesse un riavvicinamento a Sparta.
La frattura in seno alla Lega arcadica distrusse rapidamente il sapiente edi­
ficio costruito da Epaminonda nel Peloponneso: mentre Tegea e Megalopoli
si appoggiavano a Tebe, Mantinea tornò accanto a Sparta insieme agli Elei e
chiese l'intervento di Atene. Sul campo di Mantinea la coalizione guidata dai
Tebani vinse, ma Epaminonda cadde e, dice Senofonte,

gli altri non furono più capaci di approfittare della vittoria, ma, nonostante
la falange avversaria fosse in fuga di fronte a loro come dei vinti in preda al
terrore, si aprirono un varco nelle schiere dei nemici che fuggivano (Elleniche,
VII, 5, 25).

La testimonianza di Senofonte illustra bene la situazione di disorientamento


non solo militare, ma anche politico in cui Tebe venne a trovarsi dopo la morte
di Epaminonda (e di Pelopida): senza la loro guida, i Tebani non sapevano
come comportarsi e la loro egemonia, strettamente legata alle grandi perso­
nalità dei due leader, ebbe fine.
2 CAPITOLO 4

Gli antichi ritenevano concordemente che l'egemonia tebana fosse una


creazione di Pelopida e di Epaminonda. In effetti, dopo il 362 mancò
a Tebe una leadership capace di portare avanti un progetto egemonico
coerente: Tebe rimase la maggiore potenza terrestre della Grecia, ma la
politica tebana divenne di profilo più basso; l'impegno nella Grecia set­
tentrionale venne abbandonato; il progetto di un'egemonia panellenica
gestita, sotto la guida di Tebe, non dalle poleir ma dagli stati federali (la
Beozia, la Tessaglia, gli stati peloponnesiaci) fu vanificato. Contribuirono
a ciò la mancanza di un sistema di alleanze stabile dotato di organismi
comuni, l'insufficienza delle risorse finanziarie, la persistenza dei conflitti
locali in area peloponnesiaca e tessalico-macedone e la scarsa convinzione
dei Tebani, che, vuoi per il timore di impegnarsi in una politica troppo a
vasto raggio che ritenevano estranea ai veri interessi di Tebe, vuoi per il
timore di una crescita eccessiva del potere dei due leader, non sostennero
mai con convinzione Pelopida ed Epaminonda e anzi manifestarono loro,
in diverse occasioni, aperta ostilità.
Nel 362 il mondo greco appariva certamente in stato di «confusione e di­
sordine», come afferma Senofonte chiudendo le sue Elleniche (VII, 5 , 27):

Dopo che furono accadute queste cose, si verificò l'opposto di quello che tutti
credevano. Poiché quasi tutta la Grecia si era riunita e si era schierata su fronti
opposti, tutti pensavano 'che, se ci fosse stata battaglia, i vincitori avrebbero co­
mandato e i vinti sarebbero stati assoggettati. Ma la divinità fece sì che entrambi
innalzassero il trofeo come se avessero vinto, senza che nessuna delle due pàrti
tentasse di impedirlo a chi lo innalzàva; e che entrambi restituissero i morti in
base a una tregua, come se avessero vinto, e li riavessero indietro in base a una
tregua, come se fossero stati sconfitti; e che, benché entrambi dichiarassero di
aver vinto, nessuno sembrasse aver guadagnato qualcosa in termini di territorio,
città o dominio rispetto a prima della battaglia. In Grecia, dopo la battaglia, vi
furono confusione e disordine ancor più di prima.

Ma la Grecia era anche completamente diversa che all'epoca di Leuttra:


Sparta, rimasta esclusa dalla pace comune conclusa dopo la battaglia per la
questione di Messene, era del tutto isolata; Atene, indebolita nel suo impero,
stava per essere travolta dalla guerra degli alleati; nel Peloponneso, nono­
stante la scarsa stabilità, il federalismo e il movimento democratico erano
in pieno sviluppo; la Grecia settentrionale, con la Macedonia e la Tessaglia,
era stata pienamente coinvolta nelle vicende greche e si preparava a svolgere
quel ruolo da protagonista che Senofonte mostra di intuire nei discorsi che
presta a Cligene di Acanto (Elleniche, V, 2, 12-19) e a Polidamante di Far­
salo (Elleniche, VI, 1 , 4-16). Il rapido fallimento dell'egemonia tebana rese
evidente la fine del ciclo storico delle egemonie cittadine, ma Pelopida ed
Epaminonda recuperarono i punti principali del programma di Giasone di
Fere e trasmisero questo modello a Filippo di Macedonia, che proprio a Tebe
si era formato e che dei due grandi Tebani riprese la politica peloponnesiaca
e tessalica e fu il vero erede.
IL QUARTO SECOlO 203

5. LA FINE DELLE EGEMONIE CIITADINE E L'ASCESA DELLA


MACEDONIA: FILIPPO II

La Macedonia era co�tituita da una pianura solcata dai fiumi Assio e Aliac­ La Macedonia
mone e circondata di montagne; i suoi abitanti parlavano un dialetto greco prima d i Filippo
-
settentrionale, ma i Greci li percepivano come un popolo distinto per etnia e
stile di vita, più affine ai barbari. Tucidide (II, 99) ricorda brevemente l'uni­
ficazione della pianura macedone da parte di Alessandro I, appartenente alla
dinastia dei Temenidi, che si diceva di discendenza argiva ed eraclide e che
Erodoto (VIII, 139, 1) fa risalire agli inizi del VII secolo; le zone montane (la
Lincestide, l'Orestide, l'Elimiotide) erano controllate da dinastie autonome.
Fu proprio sotto il lungo regno (circa 498-454) di Alessandro I, detto Filel­
leno, che secondo Erodoto (VIII, 136) aveva ricevuto dagli Ateniesi il titolo
onorifico di prosseno e benefattore, che i Macedoni cominciarono a essere
riconosciuti, seppure con molte resistenze, come una parte dell'universo
ellenico.
La Macedonia era una federazione di popoli guidata da una monarchia di
tipo omerico, in cui il re, guerriero e sacerdote, era eletto dall'assemblea
del popolo in armi; essendo un primus inter pares, doveva sottomettersi
alla legge; l'entità del condizionamento esercitato su di lui dall'assemblea
è molto discussa. In ogni caso, un potere centrale forte era necessario per
mantenere l'unità della federazione, ma la pratica della poligamia nella
famiglia reale esponeva il paese a frequenti crisi dinastiche e costituiva un
fattore di debolezza della Macedonia. La società era divisa in cavalieri (gli
eteri, i «compagni» aristocratici del re) e opliti (i contadini liberi o pezeteri);
se unita, la Macedonia poteva contare su notevoli risorse demografiche e,
quindi, su un buon potenziale militare; a ciò si aggiungevano l'abbondanza
di risorse naturali (agricoltura e foreste, che fornivano il prezioso legname
per le navi e che costituivano il motivo principale dell'interesse ateniese per
la Macedonia) e la disponibilità di porti.
Ancora Tucidide (II, 100) ricorda l'opera del re Archelao (4 14/3-399), figlio di I regni di Arche­
Perdicca II, che alla fine del V secolo aveva riorganizzato il regno, costruendo lao e di Aminta III
<"L-
strade e piazzeforti e potenziando l'esercito; alla sua corte furono chiamati pGeti
e intellettuali, come Euripide, che proprio a Pella, una delle capitali macedoni,
morì. Alla morte di Archelao, dopo una serie di lotte dinastiche, divenne re
nel 394/3 Aminta III, che dovette difendere il suo regno dagli attacchi degli
Illiri e dall'aggressività dei Calcidesi di Tracia. Egli sposò la principessa illirica
Euridice, da cui ebbe tre figli: Alessandro II, che venne ucciso dall'usurpatore
Tolemeo di Aloro; Perdicca III, che cadde in gue1ra contro gli illiri; Filippo,
il più giovane, che divenne reggente a ventitré anni, nel 360/59, come tutore
del nipote minorenne Aminta, figlio di suo fratello Perdicca.
204 CAPITOLO 4

5.1. Il rafforzamento del regno macedone

Filippo e i barbari Filippo si rivelò subito uomo di straordinaria energia. La Macedonia si trovava
confinanti in difficoltà per la pressione di Illiri, Peoni e Traci sui confini settentrionali, per
l'irrequietezza dell'aristocrazia e per la presenza degli Ateniesi sulla costa, dove
le principali città avevano aderito alla Seconda lega navale. Filippo ottenne
un compromesso con i Peoni e i Traci, tacitandoli con denaro; trattò con gli
Ateniesi, che rivendicavano Anfipoli e appoggiavano il pretendente Argeo,
ed eliminò così ogni pericolo per la propria successione; ottenne la fedeltà
dell'aristocrazia, chiamando i giovani a corte per esservi educati; riorganizzò
l'esercito di fanteria sul modello del battaglione sacro tebano, armandolo di
lunghe lance, le sarisse, e affiancando ai pezeteri, soldati di fanteria pesante,
la fanteria leggera degli ipaspisti. Nel 358 il generale macedone Parmenione
sconfisse gli illiri; una funzione antillirica ebbe il matrimonio di Filippo (che
contrasse complessivamente sette matrimoni con mogli di varia origine, illirica,
tracica e tessalica oltre che epirotica e macedone, a scopo diplomatico) con la
principessa epirota Olimpiade, della dinastia degli Eacidi. Immediatamente
Filippo, sistemata la situazione sui confini settentrionali, si volse contro gli
Ateniesi.
Filippo e Atene: Suo obiettivo era eliminare la presenza ateniese dai porti della costa macedone
la conquista di e indebolire le posizioni di Atene nell'Egeo settentrionale. Nel 357 Filippo
Anfipoli
attaccò e sottomise Anfipoli, che nella pace appena conclusa era stata rico­
nosciuta agli Ateniesi; Atene, impegnata nella crisi della guerra degli alleati,
non poté reagire. Il controllo di Anfipoli assicurò a Filippo le miniere d'oro
del Pangeo e la possibilità di coniare una moneta aurea, il filippo; nella zona
delle miniere fuJondata la colonia di Filippi. Nel 356 furono conquistate
Pidna e Potidea,J che venne data ai Calcidesi di Tracia, con i quali Filippo
stabilì un'alleanza a noi nota attraverso un documento epigrafico (Tod II, 158
= Rhodes-Osborne 50); Atene, appena sconfitta a Chio dagli alleati ribelli,
non poté intervenire; nel 355 caddero Abdera e Maronea, nel 354 Metone. In
pochi anni, scegliendo con grande abilità il momento opportuno e giocafldo
sulfattore sorpresa, Filippo aveva liberato la costa macedone dalla presenza
ateniese e si era espanso verso la zona degli Stretti, dando alla Macedonia
una continuità territorìale all'interno di confini sicuri (Diodoro XVI, 3 ).
Nonostante ciò, in Atene ancora molti si illudevano di poter convivere con
Filippo, come era accaduto con i precedenti re macedoni, con i quali vi erano
stati rapporti altalenanti di alleanze e tensioni.

5.2. La terza guerra sacra

Nella primavera del 356 i Tebani, che attraverso i buoni rapporti con i Tessali
controllavano l'Anfizionia, la indussero a emettere una condanna contro i
IL QUARTO SECOID 205

Espansione macedone
'--
- "-"--� 359-336
I numeri indicano l'anno della conquista
o della sottomissione T r

1 5. L'ascesa della Macedonia sotto Filippo Il (359-336 a.C).

Fonte: H. Bengtson, L'antica Grrcia, Bologna, 1 989, p. 316.


206 CAPITOLO 4

Focesi per la coltivazione della terra sacra di Cirra, come già avevano fatto
con gli Spartani per la presa della Cadmea. I Focesi, guidati dallo stratego
Filamelo, che l'assemblea focese aveva nominato stratego autokrator al posto
del collegio regolare, reagirono occupando Delfi.
Le battaglie di Attaccati da Beoti e Locresi, nel 355 i Focesi inviarono ambascerie agli Ate­
Argolas e di Neon niesi (che avevano appena risolto la guerra degli alleati) e agli Spartani; la loro
lii ·�"�
risposta positiva indusse i Tebani a far proclamare dall'Anfizionia la guerra
sacra contro i Focesi, violatori del santuario. Si vennero dunque a creare due
schieramenti: da un lato i Focesi, con Ateniesi e Spartani, e dall'altro i Beoti
e l'Anfizionia, con i Tessali. Nell'autunno del 355 o nella primavera del 354
(la cronologia di questi anni, ricostruibili per noi soprattutto in base al libro
XVI di Diodoro, è piuttosto incerta) Filamelo sconfisse l'esercito tessalico,
intervenuto a seguito della dichiarazione di guerra anfizionica, ad Argolas;
poco dopo, però, i Tebani vinsero e uccisero Filamelo a Neon.
L'importanza della guerra sacra sta nel fatto che essa consentì a Filippo di
ingerirsi a pieno titolo nelle vicende greche. Dopo la sconfitta di Argolas,
infatti, in Tessaglia riprese la guerra tra Pere, dove erano divenuti tiranni i
fratelli Licofrone e Peitolao, e le altre città, che si rivolsero a Filippo. Il fronte
tessalico si divise dunque in due parti: da un lato Pere, che si avvicinò ai Focesi,
e dall'altro le restanti città, che aggiunsero al fronte antifocese la Macedonia
di Filippo. Nel settembre del 354 Filippo intervenne occupando il porto di
Pagase: se la sua azione si era limitata fino a quel momento ad assicurare la
piena indipendenza della Macedonia, ora egli, con una svolta importante, era
entrato in Grecia come combattente di una guerra panellenica.
Filippo tago dei Con il 353 la guerra si concentrò in Tessaglia, dove i tiranni di Pere avevano
Tessali: la batta­ chiamato i Focesi; il nuovo stratego focese Onomarco riuscì a sconfiggere due
glia dei Campi di volte Filippo, che si ritirò, e a occupare parte della Tessaglia. Nella primavera
Croco
del 352, però, Filippo, con l'appoggio degli Alevadi di Larissa, si fece nomi­
nare tago dei Tessali e, alla testa dell'esercito tessalico, sconfisse i Focesi ai
Campi di Croco, dove morirono 6.000 tra Focesi e mercenari è 1 .000 uomini
caddero prigionieri. Onomarco fu ucciso e i tiranni di Pere, consegnata la città
a Filippo, si rifugiarono presso il suo successore, il fratello Faillo (la strategia
autocratica focese stava assumendo un carattere familiare e dinastico, che
induce alcune fonti a parlare di tirannide o di dynasteia, anche in relazione
al massiccio arruolamento di mercenari, legati personalmente allo stratego).
Filippo marciò sulle Termopili, dove trovò gli Ateniesi a sbarrargli la strada
per la Grecia centrale, e prudentemente si ritirò.
Nel 352 il re aveva però realizzato uno straordinario successo politico oltre
che militare: la tagia pantessalica faceva di lui il capo di uno stato greco, ricco
di risorse economiche e dotato di un valido esercito, e gli apriva la possibilità
di controllare, con i voti dei Tessali e dei loro perieci, l'Anfizionia. Filippo
si trovava nella condizione di poter realizzare il programma di Giasone di
Fere, che attraverso l'unificazione della Tessaglia aveva ambito all'egemonia
panellenica ed era giunto a vagheggiare la guerra nazionale dei Greci contro
la Persia. I moderni hanno discusso sugli obiettivi di Filippo, soprattutto in
IL QUARTO SKOlO 207

relazione al passaggio da un programma di rafforzamento della Macedonia


a un programma apertamente egemonico sulla Grecia: probabilmente egli,
più che a una vera e propria conquista della Grecia, ambiva a diventare una
forza legittimamente inserita nel contesto panellenico e a stabilizzarlo, anche
in vista del progetto della guerra contro la Persia.
Atene, dopo la guerra degli alleati, si era ripresa sul piano finanziario, anche Atene e Filippo: la
grazie all'attività di Eubulo, un uomo politico che fu attivo soprattutto in am­ caduta di Olinto
bito finanziario. Eubulo fu il tipico esponente di un nuovo ceto di politici che, e la pace di Filo-
crate
diversamente dai leader del V secolo, che erano stati insieme strateghi e oratori,
erano attivi soprattutto in un campo specifico, militare (Ificrate, Cabria, Timo­
teo), oratorio (Demostene, Eschine) o finanziario (Callistrato, Eubulo); unico
leader tradizionale, stratego e oratore, fu Focione, che con questa sua impronta
tradizionalistica si guadagnò l'elogio unanime delle fonti conservatrici.
Eubulo fu preposto dopo la guerra degli alleati al fondo del theorik6n,
costituito con le eccedenze del bilancio e destinato, in una prospettiva di
ridistribuzione, ad assicurare ai cittadini il sussidio per gli spettacoli teatrali,
e si sforzò di evitare lo storno di questi fondi a scopo militare. Nel 352 lo
stratego ateniese Carete, con l'appoggio del re tracio Chersoblepte, aveva
occupato Sesto, nel Chersoneso tracico. Filippo riprese dunque la sua azione
antiateniese in Tracia e nell'Ellesponto, facendo alleanza con Cardia, Perinto
e Bisanzio e minacciando Olinto, la principale città della Calcidica, che si era
riavvicinata ad Atene stabilendo relazioni di amicizia (3 5 1 ) . A questo periodo
risale la Prima Filippica di Demostene, in cui l'oratore prospettava all'opinione
pubblica ateniese il pericolo costituito da Filippo, fino ad allora sottovalutato,
insistendo in particolare sulla sua rapidità di azione, che la lentezza dei processi
decisionali della polis democratica faticava a contrastare, e sulla necessità di
impegnarsi a fondo in senso antimacedone. Ma in Atene c'era poca sensibilità
nei confronti del pericolo macedone; i moderati promuovevano una politica
prudente e «pacifista», destinata soprattutto a contenere le spese militari, e
prestavano più attenzione agli aspetti finanziari, come si è detto, che a quelli
strettamente politici. Così, quando Demostene aveva chiesto agli Ateniesi
di portare aiuto ai Megalopolitani attaccati da Sparta nel 353/2, l'assemblea
aveva rifiutato; e quando, al profilarsi della minaccia contro Olinto, ancora
Demostene cercò di indirizzare verso il fondo militare, lo stratiotik6n, i fondi
del theorik6n, non ebbe successo.
Nel 349 Olinto fu attaccata e chiese l'aiuto di Atene, con la quale si era
alleata; Demostene esortò gli Ateniesi, nelle Olintiache, a inviare una spe­
dizione di soccorso, che fu concessa, ma si rivelò tardiva e inadeguata;
nel 348 la città fu presa e distrutta. Subito dopo iniziarono fra Atene e
Filippo lunghe trattative, su cui siamo informati dalle versioni tendenziose
offerte da Demostene e da Es chine nelle due orazioni Sul!'ambasceria e che
portarono, nel luglio del 346, alla firma della pace di Filocrate (dal nome
dell'Ateniese, esponente del partito filomacedone, che aprì le trattative),
una pace bilaterale sulla base dello status quo votata dall'assemblea ateniese
già in aprile.
La fine della terza Contemporaneamente, a Pella, alla presenza di delegati tessali, beoti, focesi
guerra sacra e la e spartani, si discusse non solo delle relazioni fra Atene e Filippo, ma anche
pace di Pella: Fi­ della guerra sacra, giacché Atene e Filippo vi erano coinvolti, rispettivamente
lippo controlla
I'Anfizionia come alleati dei Focesi e come tago dei Tessali; dall'incontro sortì la decisione
di risolvere la guerra sacra e di liberare Delfi dal controllo dei Focesi, e Filippo,
che rivestiva quella funzione di garante che nei precedenti congressi di pace
era stata del Re di Persia e poi delle poleis egemoni (Sparta, Atene, Tebe), si
trovò di fatto impegnato a un intervento.
Essendo stato deliberato dal congresso di Pella di concludere la guerra, in
luglio Filippo passò le Termopili e sconfisse i Focesi, ai quali fu riservato un
trattamento durissimo, in quanto sacrileghi: le loro città subirono il diecismo
e furono ridotte a villaggi; furono condannati a una multa elevatissima per
rifondere le ricchezze del santuario cui avevano abbondantemente attinto per
finanziare la guerra e pagare il soldo ai mercenari; furono esclusi dall'Anfizio­
nia e disarmati. I due voti dei Focesi furono dati, a titolo personale, a Filippo,
che una insistita propaganda di carattere religioso indicava come liberatore
del santuario di Apollo dai sacrileghi. Il sinedrio anfizionico, mutato nella
sua composizione, offrì a Filippo lo strumento giuridico per esercitare sulla
Grecia legittime funzioni egemoniche.
Nellà pace che seguì, probabilmente una koinè eirene discussa nel sinedrio
anfizionico che ebbe da Filippo il diritto di decidere su ogni cosa, il volere del
re macedone, dei Tessali e dei piccoli stati federali della Grecia centro-setten­
trionale prevalse su quello dellepoleis, che dal tempo delle guerre persiane pre­
tendevano di identificarsi con «coloro che pensavano il meglio per la Grecia».

5.3. Cheronea

Filippo, Atene e la Nel frattempo la Persia aveva domato le rivolte della Fenicia e dell'Egitto
Persia (345/4) e tornò a interessarsi alla Grecia: nel 344 il re Artaserse III (subentrato
ad Artaserse II nel 359) attaccò Ermia, signore di Atarneo in Misia e parente
di Aristotele, con l'accusa di tramare a suo danno a favore di Filippo.
I rapporti tra Filippo e la Persia erano stati in precedenza buoni; nel 346,
tuttavia, Isocrate si era rivolto al sovrano macedone, nel Filippo (§ 154), invi­
tandolo a farsi promotore di una guerra nazionale dei Greci contro i Persiani:

Io dico che tu devi essere il benefattore dei Greci, regnare sui Macedoni e
dominare sul maggior numero possibile di barbari. Se farai questo, tutti te ne
saranno grati: i Greci per il bene ricevuto, i Macedoni se li governerai da re e
non da tiranno, e gli altri popoli se, liberati dal dispotismo dei barbari, otter­
ranno la protezione dei Greci.

Nella guerra contro la Persia intellettuali come Isocrate vedevano la possibilità


di indirizzare diversamente le energie, ideali e concrete (come la disponibilità
di mercenari), che alimentavano i conflitti intestini che dilaniavano la Grecia;
intravedevano la prospettiva di nuovi territori da colonizzare, e quindi una so­
luzione al problema delle masse di apolidi impoveriti (i cosiddetti planomenoz),
create dalla crisi economica e dalle guerre civili, che vagavano per la Grecia in
cerca di mezzi di sussistenza e costituivano un elemento di grave insicurezza
sociale (la loro presenza aumentò dopo la terza guerra sacra, con il congedo
dei mercenari arruolati dai Focesi); infine, intuivano il carattere legittimante
che la vendetta delle guerre persiane avrebbe avuto per il ruolo egemonico di
Filippo e, interessati alle soluzioni offerte dall'esperienza del potere assoluto
ai diversi problemi della Grecia, guardavano con favore all'impresa.
Su posizioni radicalmente diverse era Demostene: quando nel 344 il Re cercò
un contatto con gli Ateniesi, offrendo aiuti contro Filippo, l'oratore ateniese
tentò di convincere i concittadini che il vero pericolo per la Grecia, il vero
«barbaro», era proprio Filippo e che non bisognava lasciarsi condizionare
da vecchi pregiudizi; il Re poteva diventare, da tradizionale nemico, alleato.
Ma Filippo godeva di notevoli appoggi in Atene tra i moderati e l'assemblea
rifiutò di accogliere le sollecitazioni persiane.
Nel 344/3 la Macedonia subì un attacco da parte degli Illiri, che Filippo Demostene e la Le­
fronteggiò e concluse positivamente, imponendo poi sul trono d'Epiro, nel ga ellenica
343/2, Alessandro il Molosso, fratello di sua moglie Olimpiade, e annettendo
la Tracia fino ai confini del mar Nero e del Monte Erno. Egli riuscì anche
a domare una rivolta della Tessaglia, che tra il 344 e il 342 fu riorganizzata
valorizzando, contro Pere e Larissa (gli Alevadi, suoi antichi alleati, furono
espulsi come tiranni), il ruolo di Farsalo e dell'oligarchia che la guidava, e fu
libero di riprendere la sua attività in Grecia: sostenne i democratici del Pelo­
ponneso contro Sparta, gli oligarchici in Eubea contro Atene e attaccò Perinto.
Gli Ateniesi, preoccupati, questa volta reagirono: recuperarono l'Eubea e Bi­
sanzio, chiesero l'appoggio del Re (che portò aiuto a Perinto contro Filippo) e
inviarono Demostene nel Peloponneso alla ricerca di alleati. Demostene, nella
primavera del 340, riuscì a creare un'ampia coalizione di carattere difensivo,
che riuniva su piede di parità non solo poleis, ma città e federazioni (l'Eubea,
Megara, Corinto, Ambracia, Corcira, gli Arcadi, gli Achei e in seguito anche
la Lega beotica): una vera Lega ellenica, di cui Atene rinunciò ad assumere
l'egemonia. Per il finanziamento, Demostene attuò una rifonna delle simmorie
trierarchiche e riuscì a devolvere per la flotta i fondi del theorik6n. Quando,
nell'estate del 340, Filippo mise l'assedio a Bisanzio, la guerra riprese; ma
ali' arrivo della flotta alleata Filippo si ritirò.
Nell'autunno del 340 o nella primavera del 339 il filomacedone Eschine La quarta guerra
denunciò i Locresi di Anfissa per la ricostruzione del porto di Cirra e la sacra
coltivazione della terra sacra. Anche su questa vicenda, come su quella della
pace di Filocrate, la nostra informazione proviene dai resoconti tendenziosi
di Demostene e di Eschine, rispettivamente nelle orazioni Sulla corona e
Contro Ctesi/onte. I Locresi erano legati a Tebe e i Tebani non partecipa­
rono alla votazione che decise la guerra, così come non vi parteciparono
gli Ateniesi, su consiglio di Demostene, che sospettava che la guerra sacra
fosse uno strumento per offrire a Filippo una nuova occasione di attacco
2 1 0 CAPITOLO 4

..

alla Grecia: questa convergenza creava i presupposti per una collaborazione


fra Tebe e Atene.
Nell'estate del 339 i Tebani reagirono alla provocazione contro Anfissa
occupando Nicea, nella Locride orientale, non lontano dalle Termopili, che
era presidiata dai Tessali dalla fine della terza guerra sacra (346); in autunno
i Tessali convinsero il sinedrio anfizionico a conferire il comando in guerra a
Filippo e quest'ultimo occupò Elatea, in Focide. Afferma Diodoro che «dopo
la presa di Elatea vi fu chi andò ad annunciare di notte che la città era stata
conquistata e che presto Filippo sarebbe arrivato in Attica con le sue truppe»
CXVI, 84, 1); nella costernazione generale («silenzio e paura si impadronirono
del teatro e nessuno degli oratori osò fare proposte»: XVI, 84, 4), Demostene
fu incaricato di andare a Tebe per sollecitare i Beoti alla lotta per la libertà e
ottenne, riconoscendo l'egemonia di Tebe sulle città beotiche, la sua adesione
alla Lega ellenica. Di fronte all'alleanza tra Atene e Tebe, che aveva sperato di
evitare, Filippo si dedicò al conflitto con Anfissa, che fu risolto nella primavera
del 3 3 8; nel frattempo, egli provava con la diplomazia a dividere Atene, dove
era attivo un forte fronte filomacedone, da Tebe e a trarla dalla sua parte.
La ba ttaglia di Nella tarda estate del 338 si giunse allo scontro definitivo: a Cheronea, in
Cheronea e la Beozia, lesercito macedone sconfisse quello della Lega ellenica (gli Spartani
pace di Demade non parteciparono al conflitto), grazie all'abile uso della cavalleria; mentre
l'ala destra macedone si ritirava davanti al battaglione sacro tebano, lala
sinistra fronteggiava gli Ateniesi e la cavalleria, guidata dal giovane figlio del
re, Alessandro, sfondava le linee greche indebolite; sul campo caddero 1 .000
Ateniesi e 2.000 Tebani.
Atene si aspettava un attacco diretto e preparò la resistenza, sotto la guida di
lperide: ma Filippo fece un uso intelligente della vittoria, umiliando i Tebani
e compiacendo gli Ateniesi, in modo da dividere la coalizione (Diodoro
XVI, 87, 3 ) . Grazie ai buoni uffici dei filomacedoni Focione e Demade, ad
Atene fu concessa una pace onorevole, che prevedeva la conservazione di
Lemno, Imbro e Sciro, di Delo e di Samo, e la consegna di Oropo, tolta ai
Tebani; Filippo si impegnava inoltre a non eritfare in Attica con lesercito
e a restituire i 2.000 prigionieri ateniesi senza riscatto; ad Atene si chiedeva
lo scioglimento della Seconda lega navale e la rinuncia alla Calcidica e al
Chersoneso tracico. Guarnigioni furono installate nei punti chiave della
Grecia, a Tebe, Calcide, Corinto, Ambracia; la maggior parte dei popoli del
Peloponneso, che Filippo aveva sostenuto contro Sparta facendosi erede
della politica tebana, si schierò dalla sua parte.

5.4. La Lega di Corinto e la morte di Filippo Il

Nel 337 Filippo, che fino ad allora si era awalso, per intervenire nelle vi­
cende greche, del suo duplice ruolo di tago dei Tessali e di detentore della
maggioranza anfizionica, diede una veste istituzionale al suo rapporto con la
Grecia, fondando la Lega di Corinto, che riuniva i Greci in un organismo
esemplato sul glorioso modello delle leghe militari egemoniche panelleniche,
a cominciare dalla Lega ellenica del 481.
Un documento epigrafico (Tod II, 177 Rhodes-Osborne 76) ci ha conser­
= La «Carta di Co­
vato la carta di fondazione della lega: i Greci si impegnano a mantenere la rinto» e la spedi­
pace con Filippo, a non insidiare il regno suo e dei suoi discendenti, a non zione contro l a
Persia
mutare le costituzioni vigenti al momento dell'accordo (in quasi tutte le città ''"""<
"�•••!k >

erano andati al potere i filomacedoni e Filippo otteneva così la desiderata


stabilizzazione della Grecia in senso a lui favorevole), a difendere in armi la
pace comune contro i violatori, secondo il parere del sinedrio e dell'egemone,
appunto Filippo. Con ciò, Filippo non sottometteva la Grecia, ma, fedele
al criterio di applicare diverse modalità egemoniche a seconda dei diversi
contesti, la organizzava secondo uno schema tipicamente greco, quello della
pace comune garantita da una lega militare egemonica.
Al sined;io della Lega di Corinto il re fece votare la guerra contro la Persia,
per vendicare, egli diceva, l'oltraggio fatto ai templi greci; il tema della difesa
dal barbaro persiano, che era servito da giustificazione a ogni egemonia, ve­
niva ora riproposto con entusiasmo, sia come elemento propagandistico che
legittimava l'«unificazione» dell'Ellade operata da Filippo, sia come concreta
speranza di offrire nuove risorse a una Grecia impoverita.
Nella primavera del 336 Filippo inviò in Asia 10.000 uomini al comando di La morte di Fi­
Parmenione, Aminta e Attalo; ma nello stesso anno egli morì assassinato, ad lippo
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Ege, da Pausania, un ufficiale della guardia reale, durante le nozze fra sua
figlia Cleopatra e il re Alessandro il Molosso.
Filippo aveva sposato da poco la macedone Cleopatra-Euridice, nipote di At­
talo, e attendeva un figlio da lei; questo figlio sarebbe stato un Macedone puro,
diversamente da Alessandro, la cui madre era epirota; Olimpiade e Alessandro
furono perciò sospettati di aver armato l'assassino. Alcune fonti chiamano in
causa due membri della famiglia dei Lincestidi, che intendevano mettere sul
trono il figlio di Perdicca III, Aminta IV, di cui Filippo era stato a suo tempo
tutore; altre il re Dario III, che sperava con ciò di bloccare il progetto di guerra
contro la Persia. Tuttavia Aristotele, che ben conosceva la corte macedone
alla quale era stato chiamato per educare il giovane Alessandro, assicura che
il gesto di Pausania fu dovuto effettivamente a motivi privati (Politica, V, 13 1 1
b). Un eccezionale ritrovamento archeologico, a Verghina, sul sito dell'antica
Ege, ha portato alla luce una serie di tombe reali dal ricchissimo corredo, la
principale delle quali è stata attribuita dagli scopritori a Filippo; è assai più
probabile, tuttavia, che essa appartenga al figlio Filippo III Arrideo.
Filippo fu valutato diversamente dagli antichi. La prospettiva macedone, che Il giudizio degli
lo presenta come l'edificatore della potenza della Macedonia, emerge bene antichi e dei mo­
derni
dal discorso pronunciato da Alessandro Magno ad Opis, nel 324: rievocando
di fronte all'esercito le imprese del padre, egli lo ricorda come colui che ha
fatto dei poveri pastori macedoni degli «abitatori di città», dotati di buone
leggi e buoni costumi, capaci di combattere con successo contro i barbari
confinanti che prima li insidiavano costantemente, signori della Tracia e della
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...
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Presidi rrwcedoni .,,.

X 13maglie principali

W.j Regno di Macedonia



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E3 della Macedonia
[·.". ·:. ·.] Regno dei Molossi
- Tessaglia
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- di Corinto

- Impero persiano
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- Stati neutrali


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16. La Grecia nel 336. �


2 3

Tessaglia, e che infine, umiliati i Focesi, i Tebani e gli Ateniesi e ristabilito


l'ordine nel Peloponneso, è stato riconosciuto egemone di tutta la Grecia,
ottenendone gloria «non tanto per sé, quanto per il koin6n dei Macedoni»
(Arriano VII, 9, 2-5).
Quanto ai Greci, le fonti presentano una duplice prospettiva. Per il suo grande
awersario Demostene egli era il «nuovo barbaro», nemico della democrazia
e della libertà e corruttore della Grecia: «egli non solo non è un Greco e non
ha nulla a che vedere con i Greci, ma non è neppure un barbaro proveniente
da un luogo bello da menzionare: è un disgraziato Macedone, che viene da
un posto dove in passato non si poteva neppure comprare un buono schiavo»
(Filippica III, 3 1 ). Questo giudizio era sostanzialmente condiviso dallo storico
Teopompo, che disprezzava la barbarie dei costumi macedoni, ma è significa­
tivo che egli affermasse anche che «l'Europa non aveva mai generato uomo
più grande di Filippo figlio di Aminta» (frg. 27 Jacoby). Lo stesso Teopompo,
abbandonando la stesura delle Elleniche per un'opera intitolata Filippiche,
mostrava piena coscienza del fatto che la figura di Filippo era divenuta pro­
tagonista della storia, oscurando la Grecia delle città. Dal canto suo Isocrate
vide invece in Filippo il primo dei Greci, l'atteso unificatore e l'egemone
riconosciuto dell'Ellade, capace di governarla con moderazione e mitezza
e di ottenerne lentusiastico consenso; questo stesso giudizio traspare dal
libro XVI di Diodoro, che, sulla base dell'opera dello storico Eforo, allievo
di Isocrate, e di suo figlio Demofilo, nel primo capitolo ne offre un ritratto
estremamente elogiativo, presentandolo come colui che «in ventiquattro anni,
con scarsissimi mezzi, fece del suo regno la più grande potenza d'Europa».
Allo stesso modo, i moderni lo hanno visto ora come il distruttore della Grecia
della libertà e dell'autonomia, appassionatamente difesa da Demostene, ora
come l'unificatore e il pacificatore di una Grecia frammentata e dilaniata dai
conflitti. Come sempre, non è possibile adottare una chiave di lettura unica,
tanto più che Filippo stesso, come è stato sottolineato, fu attento a scegliere
linee politiche e modalità di comportamento e di aut9rappresentazione diverse
a seconda dei casi. Isocrate, nella chiusa del Filippo, Io esortava a «essere il
benefattore dei Greci, il re dei Macedoni e dominare sul maggior numero
possibile di barbari»; ma egli aveva già saputo diversificare il suo ruolo, ed
essere, oltre che re dei Macedoni, tago dei Tessali, membro del collegio anfi­
zionico, egemone della Lega di Corinto, secondo gli schemi di volta in volta
più opportuni per rendere l'egemonia macedone accettabile al mondo greco.
I Macedoni avevano uno stile di vita diverso da quello dei Greci; essi non
vivevano katà poleis, ma in una federazione guidata da una monarchia, che i
Greci sentivano più vicina a una tirannide che a un regime costituzionale; la
diffidenza nei loro confronti era accentuata dalla lunga esperienza dei com­
portamenti ondivaghi dei sovrani macedoni, sempre in ambiguo equilibrio
fra Greci e Persiani, fra l'una e l'altra potenza greca. Filippo aveva saputo
opporre a questa diffidenza una piena comprensione del pensiero politico
greco e dei principi giuridici che regolavano la convivenza internazionale
greca e aveva dispiegato in Grecia un progetto politico insieme innovativo e
21 4 CAPITOLO 4

rispettoso delle tradizioni locali. Toccava ora ai Greci confrontarsi con una
nuova situazione, in cui la tensione fra principio dell'autonomia e principio
dell'egemonia andava incontro a sviluppi nuovi.

6. SIRACUSA, LA TIRANNIDE DIONISIANA E LA NASCITA


DELLO STATO TERRITORIALE

Lo stato territoriale a guida autocratica non era, per i Greci, un'esperienza


del tutto nuova: il confronto con questa realtà era già iniziato per loro in
Occidente. Dopo le tirannidi arcaiche, la tirannide dionisiana aveva infatti
edificato qualcosa di non molto diverso, e forse addirittura di più avanzato,
dal regno macedone di Filippo: non a caso, la Siracusa dei due Dionisii e la
Macedonia di FilippO si trovano spesso accomunate, nel giudizio degli antichi,
dalla definizione di più grande dynasteia del loro tempo.
Siracusa dopo la Dopo la ritirata degli Ateniesi nel 413, a Siracusa, dove Ermocrate, pure
vittoria contro nominato stratego autokrator nel 415, non era riuscito a ottenere il potere
Atene: la morte
personale, restarono al potere i democratici di Diocle.
di Ermocrate
Nel 410 Ermocrate, inviato nell'Egeo a combattere a fianco degli Spartani,
venne raggiunto da un provvedimento di esilio; tuttavia, non depose il po­
tere, ma con il denaro persiano arruolò mercenari e allestì navi per rientrare
con la forza in patria. Egli approfittò della situazione creatasi in Sicilia con
l'intervento dei Cartaginesi, chiamati nello stesso 410 da Segesta, in guerra
con Selinunte.
I Cartaginesi non avevano più minacciato direttamente la Sicilia dai tempi
di Imera; guidati da Annibale, nel 409 presero Selinunte, nel 408 Imera, che
Diocle non riuscì a difendere e dove vennero sacrificati 3 .000 prigionieri.
Nel 408 Errnocrate sbarcò in Sicilia, contrastò efficacemente i Cartaginesi e
cercò di ottenere il rientro a Siracusa con la demagogia, organizzando uno
spettacolare funerale per i morti di Imera lasciati insepolti da Diocle; ma i
Siracusani, pur cacciando Diocle, non lo richiamarono, perché temevano che
volesse farsi tiranno; egli tentò allora di rientrare con la forza, chiarendo così la
sua natura di aspirante tiranno, ma morì nel tentativo (Diodoro XII, 75). Nel
407 giunse una nuova armata cartaginese, che attaccò e distrusse Agrigento e si
diresse poi contro Gela e Carnarina, avvicinandosi pericolosamente a Siracusa.

6.1. Dionisio I

In questa situazione Dionisio, genero di Ermocrate, nel 406/5 accusò in assem­


blea gli strateghi siracusani di essere responsabili della caduta di Agrigento,
appoggiato da Filisto e da Ipparino, appartenenti al gruppo di giovani e ricchi
aristocratici riunito intorno ad Ermocrate, il «tiranno mancato». Filisto, che la
tradizione presenta come devotissimo, fin dall'inizio, alla tirannide di Dionisio,
2 5

ne fu poi anche lo storico ufficiale; a lui dobbiamo la visione estremamente


favorevole della tirannide dionisiana che traspare dalle pagine di Diodoro,
mentre a Timeo di Tauromenio risale la visione ostile, pure presente nella
ricostruzione diodorea.
Ottenuta la deposizione degli strateghi e la propria elezione all'interno del Dionisio I dalla
nuovo collegio, Dionisio accusò di tradimento anche i colleghi: facendo ap­ strategia autocra­
pello al precedente di Gelone, che, stratego autokrator a Imera, aveva sconfitto tica alla tirannide
300.000 Cartaginesi, i suoi seguaci chiesero per lui il conferimento del titolo
di stratego autokrator (Diodoro XIII, 94, 5). La strategia autocratica di Ge­
lone a Imera è da ritenere, probabilmente, un'invenzione della propaganda
dionisiana; ma l'espediente funzionò, e con la carica ufficiale di stratego
autokrator, ottenuta con il pretesto dell'emergenza militare da un'assemblea
manovrata con abili tecniche demagogiche, Dionisio governò Siracusa fino
alla sua morte, nel 367/6. Circondandosi subito di una guardia del corpo di
mercenari, egli trasformò di fatto la strategia, che era una carica costituzionale,
in tirannide. La tradizione definisce Dionisio apertamente tiranno, ma ricorre
spesso anche al termine dynastes: il concetto di dynasteia intende esprimere
un potere autocratico, esercitato con l'aiuto di una cerchia ristretta di philoi
spesso legati alla famiglia del tiranno, che tende a diventare ereditario, si
basa su un rapporto diretto con le masse e con l'esercito e si estende su un
territorio ampio e articolato.
Nel 405/4 Dionisio, dopo aver represso una rivolta dei cavalieri contrari alla Dionisio I e Car­
sua politica antiaristocratica e demagogica, nel corso della quale fu uccisa la tagine tra 405/4 e
moglie, concluse la pace con Cartagine. In seguito egli combatté altre guerre 393/2
contro i Cartaginesi: una seconda tra 397 e 392 (ma tale conflitto va forse
scisso in due diverse guerre, una nel 400-399/8 e l'altra nel 393/2), una terza
negli anni 383-375, infine una quarta nel 367, anno della sua morte.
La pace del 405/4 fu un successo diplomatico, perché Siracusa non subì
restrizioni territoriali e a Dionisio fu riconosciuto il ruolo di rappresentante
della Grecità siceliota; Cartagine conservò il controllo delle popolazioni
elime e sicane della Sicilia occidentale, di Imera, Selinunte e Agrigento, e
rese tributarie Gela e Camarina; liberi restavano invece i Siculi e le città di
Messana e Leontini. Dionisio era salito al potere sfruttando l'emergenza della
lotta anticartaginese, ma si mostrava pronto a venire a patti per difendere la
propria posizione: un aspetto della sua politica che gli verrà insistentemente
rinfacciato dall'opposizione.
Subito dopo la pace Dionisio si dedicò al consolidamento del proprio potere
e alla costruzione di un consenso. Le strutture della Siracusa democratica, a
cominciare dall'assemblea, restarono in vigore; in essa fu tuttavia immesso
un numero consistente di nuovi cittadini (mercenari, esuli, schiavi liberati),
legati personalmente al tiranno che con elargizioni di terre e altre opportunità
di guadagno aveva offerto loro promozione sociale ed economica. In questo
senso fu molto importante il programma di edilizia difensiva, oltre che monu­
mentale, che Dionisio inaugurò subito fortificando la sua residenza, nell'isola
di Ortigia: esso offrì opportunità di lavoro alla popolazione numerosa ed
2 1 6 CAPITOLO 4

eterogenea di Siracusa. Fin dall'inizio, molto importante appare il ruolo dei


philoi, gli «amici» che assistono Dionisio con il loro consiglio e i loro mezzi
in diverse occasioni critiche (per esempio, durante la ribellione dei Siracusani
che lo costrinse a rinserrarsi nell'isola di Ortigia già nel 404/3 ) e che danno
alla sua tirannide la caratteristica, almeno nella sua prima fase, della signoria
di gruppo (uno dei significati originari del termine dynasteia).
Al momento della sua ascesa al potere, Dionisio si era richiamato all'autore­
vole precedente di Gelone. Egli riprese la politica dei Dinomenidi anche per
quanto riguarda gli interventi contro le città calcidesi: Nasso e Catania furono
saccheggiate, i cittadini venduti schiavi e le terre distribuite ai mercenari e
agli indigeni siculi; i cittadini di Leontini furono deportati a Siracusa. Con i
Siculi Dionisio seguì invece una politica più articolata, trasformando Adrano
in una colonia militare, ma lasciando loro Tauromenio.
Dionisio aveva ottenuto il potere come difensore dalla minaccia cartaginese:
su questo versante egli doveva dunque impegnarsi, se voleva giustificare il
mantenimento della tirannide. Con la seconda guerra contro Cartagine egli
si propose l'obiettivo di espellere l'elemento punico dalla Sicilia. Esortando
i Siracusani alla guerra, egli affermò in assemblea che i Cartaginesi

erano i peggiori nemici dei Greci in generale, e in particolare tramavano con­


tinuamente contro i Sicelioti [ . . . ] Aggiunse che era una cosa inaudita tollerare
che città greche fossero asservite ai barbari; esse tanto più avrebbero affrontato
insieme i pericoli quanto più avessero desiderato di ottenere la libertà (Diodoro
XIV, 45, 1 -4).

La guerra fu preparata con grandiosi interventi difensivi (la fortificazione delle


Epipole, la costruzione del castello Eurialo, l'ampliamento del porto Grande)
e di potenziamento militare (l'allestimento di una flotta di 300 navi, la costru­
zione di armi per i soldati, scudi, corazze, pugnali ed elmi, di catapulte e di
diverse macchine belliche) che Diodoro (XIV, 18 e 4 1 -43 ) descrive con toni
elogiativi, sottolineando l'impegno personale di Dionisio nel seguire i lavori
e nell'incentivare con donativi i lavoratori (ben 60.000 uomini, attirati dalle
campagne siracusane, ma anche dall'Italia e dalla Grecia):

Dionisio, per suscitare l'entusiasmo della massa, promise grandi doni a coloro
che avessero finito prima, a seconda che fossero architetti, muratori o operai; ed
egli stesso, con i philoi, presiedeva ai lavori tutti i giorni, mostrandosi ovunque e
sempre venendo in aiuto a chi era affaticato. Insomma, senza badare alla dignità
della sua carica, si comportava come una persona comune, e adattandosi ai lavori
più duri sopportava la stessa fatica degli altri; cosicché sorse un'emulazione e
alcuni dedicavano anche parte della notte ai lavori della giornata; tanto era lo
zelo che aveva preso la massa. Perciò il muro fu finito, insperatamente, in venti
giorni (Diodoro XIV, 18, 6-7 ).

I lavori, completati in tempi rapidi, richiesero investimenti molto pesanti:


Dionisio trasse i finanziamenti necessari dall'esazione fiscale, ma anche da
imprese piratesche e da razzie ai danni dei santuari, che gli attirarono critiche
e accuse di empietà. Al massimo del suo prestigio, Dionisio, poco prima dell'i­
nizio della guerra, si sposò, con un atto contrario al costume greco, con due
donne, la siracusana Aristomache e la locrese Doride, con l'espresso intento
di generare figli e di assicurare la continuità della dinastia.
La guerra ebbe iniziaLnente un grande successo: nel 3 97 Dionisio riuscì a L'opposizione a
respingere i Cartaginesi fino all 'isola di Mozia, che fu conquistata. Ma già Dionisio I: il di­
l'anno successivo, in seguito alla riscossa cartaginese, Dionisio si trovò asse­ scorso di Teodoro
diato in Siracusa dalle truppe di lmilcone. Il tiranno ricorse allora a Sparta,
con la quale, secondo il tradizionale costume siracusano, egli intrattenne un
rapporto di costante collaborazione. Fu proprio il navarco spartano Fara­
cide ad aiutarlo a contrastare l'opposizione interna, manifestatasi in assem­
blea con il discorso di Teodoro, un siracusano «molto stimato dai cavalieri»,
quindi esponente delle classi più elevate, conservatoci da Diodoro (XIV,
65-69). Il discorso riassume efficacemente gli argomenti dell'opposizione al
tiranno, contestando punto per punto la propaganda dionisiana, orchestrata
da Filisto e che ancora emerge dai frammenti dello storico: Dionisio, che
si presenta come il baluardo dei Sicelioti contro i Cartaginesi, non vuole in
realtà sconfiggerli, perché perderebbe la giustificazione del suo potere, né
può farlo, perché egli, lungi dall'essere predestinato alla vittoria e assistito
dalla fortuna, come ama presentarsi, è uomo empio e abbandonato dagli
dèi; egli si paragona a Gelone, liberatore della Sicilia, ma ha reso schiava
la patria, appoggiandosi a mercenari e schiavi contro i cittadini; la strategia
che egli ha ottenuto dai Siracusani ha avuto un esito fallimentare ed è valsa
solo a togliere loro la libertà; egli è dunque non il signore circondato dal
consenso, dalla benevolenza divina e dalla fortuna, ma «il più duro dei
tiranni e il più ignobile degli strateghi». Pur di fronte a questa durissima
requisitoria, Dionisio riuscì a mantenere la fiducia dell'assemblea, anche
con l'aiuto di Faracide, e a risolvere felicemente il conflitto. Nel 392 Dio­
nisio concluse con i Cartaginesi una pace che, per èirca un decennio, tenne
lontano il pericolo punico; pur senza riuscire a espellere i Cartaginesi dalla
Sicilia, egli ne ridusse sensibilmente il dominio e poté comunque rivendi­
care quell'efficace difesa dell'identità greca che gli viene autorevolmente
riconosciuta da Platone.
Forte di questo successo, Dionisio si dedicò in seguito a una politica di Dionisio I e l 'I ­

espansione in Italia, nell'Adriatico e nel Tirreno, sulla linea inaugurata un talia


secolo prima da lerone.
Già all 'epoca della preparazione della guerra contro Cartagine egli aveva
stretto accordi con Messana e con Reggio, che controllavano i due lati dello
Stretto; l'obiettivo era di costruire un grande stato territoriale in cui entrassero
anche Reggio, Locri e le loro subcolonie, attirate dalla possibilità di svolgere,
con l'aiuto di Siracusa, un'efficace politica antibarbarica contro gli indigeni
italici, Bruzi e Lucani, che cominciavano a minacciare le città magnogreche.
Ma l'ostilità costante della calcidese Reggio, che si pose a capo di una Lega
italiota in funzione antisiracusana, ostacolò i programmi di Dionisio; inoltre,
la politica antibarbarica svolta dal tiranno in Italia fu non meno ambigua di
quella anticartaginese, ed egli giunse, contro Reggio, a fare alleanza con i Lu­
cani, attirandosi crescenti ostilità da parte dei suoi stessi philoi, a cominciare
dal fratello Leptine.
Proprio in questo periodo le fonti segnalano una crisi nelle relazioni tra Dio­
nisio e i suoi amici: divenuto sospettoso nei loro confronti, Dionisio ne uccise
alcuni e condannò altri all'esilio; fra questi ultimi vi furono Eloride, Leptine e
lo stesso Filisto. Dell'esilio di Filisto sono incerte la cronologia (388/7 o 384/3)
e la destinazione (Turi, in Magna Grecia, o l'Epiro); è incerto anche se egli sia
stato richiamato da Dionisio o se sia rientrato a Siracusa solo dopo la morte del
tiranno, nel 367; certo egli si occupò, durante l'esilio, della stesura della sua
opera storica, la cui tendenza fortemente filodionisiana guadagnò a Filisto la
fama di essere «più amico della tirannide che del tiranno» (Cornelio Nepote,
Vita di Diane, 3 , 1 -3). Tra le motivazioni dell'esilio di Filisto va certamente
annoverata l'evoluzione autocratica del potere di Dionisio, che da dynasteia
fondata sul consenso tendeva a trasformarsi in assolutismo tirannico; Filisto
sarebbe stato sospettato di tramare a favore di Leptine, che sembrava poter
incarnare meglio il modello di dynasteia da lui promosso.
Nel 388, Dionisio sconfisse la Lega italiota al fiume Elleporo; le città di Cau­
lonia, Ipponio e Scillezio vennero annesse a Locri e i loro abitanti deportati
in Sicilia. Nel 386, Reggio capitolò dopo undici mesi di assedio; la città fu
distrutta e gli abitanti resi schiavi; l'Olimpico di Lisia, la cui cronologia è
discussa ma che fu pronunciato probabilmente durante i Giochi olimpici del
388, e che lamenta le condizioni della Grecia, in cui tante città sono distrutte
per mano dei tiranni, accostando Dionisio al re di Persia come nemico dei
Greci (§§ 3 e 5), testimonia dello sdegno diffusosi in Grecia contro il tiranno
di Siracusa. La presa di Reggio tuttavia spianò la strada ai progetti di Dionisio,
che iniziò a costruire un muro sull'istmo all'altezza dei golfi di Squillace e di
Lamezia, e aveva pensato, a quanto pare, anche di tagliarlo con un canale:
in questo modo l'unità tra Sicilia e Italia magnogreca, facente perno intorno
allo Stretto, avrebbe trovato una clamorosa espressione.
La politica colo­ Il decennio 390-380 fu inoltre dedicato a un'intensa politica coloniale, diretta
niale di Dionisio I verso le aree adriatica e tirrenica.
nell'Adriatico e nel In Adriatico, Dionisio era interessato al controllo del canale d'Otranto,
Tirreno
fondamentale per le comunicazioni fra la madrepatria e l'Occidente greco;
le fondazioni di Lisso, Issa e Faro, l'alleanza con i barbari illiri, il sostegno
fornito ad Alceta, re dei Molossi, per il recupero del trono si inseriscono in
questa prospettiva. Dionisio si impegnò molto contro la pirateria, facendo
di Siracusa il garante delle rotte commerciali greche in Adriatico: in questo
contesto vanno inserite le fondazioni di Adria e di Ancona e l'alleanza, in
funzione antietrusca, con i Celti d'Italia. Con le relazioni con Illiri e Celti
Dionisio proseguiva la sua politica di accordo con popolazioni barbariche,
motivo di impopolarità, contrastata con una sapiente propaganda basata su
mitici rapporti di parentela (syngheneia) tra i barbari e la Sicilia greca e indi­
gena. L'attività di Dionisio in Adriatico destò impressione nella madrepatria;
si parlò di mire dionisiane sui santuari di Dodona e di Delfi; Isocrate, nella
Lettera a Dionisio del 367, si rivolse a lui come al «primo della nostra stirpe
e detentore della maggiore potenza», immaginando un suo intervento nella
madrepatria, in collaborazione con Atene, «per la salvezza dei Greci» (§ 7).
Nel Tirreno, la politica di Dionisio fu essenzialmente diretta contro gli Etruschi
alleati di Cartagine, sulla linea già seguita dai Dinomenidi. Nel 384 Dionisio
attaccò, probabilmente d'accordo con i Celti, Pyrgi, il porto di Cere (nei
pressi dell'odierna Cerveteri), una delle basi dei pirati etruschi, e saccheggiò
il santuario di Leucotea, ricavandone 500 talenti per arruolare mercenari in
vista di una nuova guerra anticartaginese.
Nel 383 riprese la guerra con Cartagine, che aveva attaccato la Sicilia e la Le u l t i m e due
Magna Grecia: sconfitto a Cronion nel 375, Dionisio dovette rinunciare a guerre c o n t r o
Selinunte e a Terme, accettare che il dominio cartaginese si estendesse fino al C a rtagine e l a
morte di Dioni­
fiume Alico (l'odierno Platani) e pagare un'indennità di 1 .000 talenti. sio I
Negli anni successivi Dionisio inviò mercenari nel Peloponneso a sostegno
di Sparta, attaccata da Tebe, ed entrò in rapporto con gli Ateniesi, che con­
cessero a lui e ai suoi figli la cittadinanza e stabilirono con lui un'alleanza nel
368 (Rhodes-Osborne 33 e 34). Atene, riconoscendo Dionisio «arconte», cioè
signore, della Sicilia, ne legittimava l'egemonia sulla Grecità d'Occidente e si
adeguava al grande interesse con cui lo consideravano alcuni dei suoi intel­
lettuali, Isocrate, Senofonte e soprattutto Platone (che nel 388 si era recato a
Siracusa nella speranza di potervi realizzare il governo ideale ed era giunto a
un drammatico scontro con il tiranno, ma che, nonostante ciò, gli riconobbe
il merito di aver salvato la Sicilia greca dalla barbarizzazione).
Nel 367 Dionisio intraprese l'ultima guerra contro Cartagine, per recuperare
il terreno perduto, ma morì durante l'assedio di Lilibeo. Secondo il giudizio
di Eforo, che risale a Filisto, egli trasmise al figlio una tirannide <<legata con
l'acciaio», «la più grande potenza d'Europa» (Diodoro XVI, 5, 4; 9, 1 ; XX,
78, 3).
Questo giudizio, che accomuna Dionisio I di Siracusa e Filippo II di Mace­ Il modello statale
donia indicandoli come costruttori di nuove forme statali ed egemoniche, siracusano
trova fondamento nel carattere innovativo dello stato dionisiano in Sicilia:
un'esperienza originale ma incardinata nella tradizione, che si rifaceva alla
linea avviata dai grandi tiranni dell'arcaismo e in particolare dai Dinomenidi.
Di questi ultimi Dionisio riprese le linee politiche principali, dalla lotta con­
tro i barbari (ma unita alla disponibilità all'accordo con alcune componenti
del mondo barbarico) agli interventi sulle comunità civiche nell'ambito del
conflitto dorico-calcidese, dalla politica di opere pubbliche all'uso sapiente
della propaganda, fino alla creazione di uno stato non più cittadino ma ter­
ritoriale e multietnico.
Al modello della dynasteia dionisiana guardarono con interesse, dalla madre­
patria, uomini politici come Filippo e Alessandro di Macedonia (Filisto era tra
le letture preferite di quest'ultimo), intellettuali come i già ricordati Isocrate e
Platone, storici come Senofonte, Teopompo, Eforo, tutti consapevoli dell'ina­
deguatezza dei regimi costituzionali cittadini a fronteggiare situazioni nuove,
220 CAPITOLO 4

che richiedevano efficienza, rapidità, capacità di adattamento a problemi


inediti sul piano dell'articolazione territoriale, etnica e sociale.
Egli fece della polis Siracusa il centro di un grande impero, comprendente la
Sicilia greca e indigena, liberata dal pericolo cartaginese, la Magna Grecia,
lAdriatico e il Tirreno, e addirittura i popoli barbarici dell'Occidente: una
realtà sovranazionale e multietnica veramente «europea», e in senso ben
diverso da quel concetto di Europa sostanzialmente ellenocentrico che trova
riscontro nella tradizione greca. Uno stato complesso, con un territorio non
omogeneo ma articolato, in cui Siracusa, polis capitale ed egemone, si colle­
gava attraverso un sistema di rapporti con realtà diverse, città e popolazioni,
Greci, indigeni e barbari, seguendo moduli diversi adatti alle diverse situazioni
(alla dura repressione verso le città calcidesi dell'area etnea e verso Reggio
fanno riscontro i rapporti di amicizia e di alleanza con Messana e con Locri
e le aperture nei confronti degli indigeni); uno stato di cui si è riconosciuto
il carattere paradigmatico rispetto a esperienze come quelle degli stati elleni­
stici (per i quali sarebbe errato limitarsi a riconoscere le influenze orientali)
e della stessa Roma.

6.2. Dionisio II

La successione di Dionisio il Giovane, figlio della moglie locrese di Dionisio, Doride, successe al
Dionisio II padre nel 367 /6; la sua successione venne ratificata dall'assemblea, che forse
gli rinnovò il titolo di stratego autokrator. Dalla successione restarono esclusi i
figli della moglie siracusana, Aristomache: Dione, fratello di quest'ultima, non
risparmiò i suoi sforzi per assicurare la successione ai membri della propria
famiglia. Uno dei primi atti del giovane Dionisio fu di richiamare a Siracusa Fi­
listo, sul cui appoggio gli avversari di Dione contavano per sostenere il regime.
Il giovane Dionisio era infatti più interessato agli studi che alla politica. Sul
versante estero egli seguì la politica paterna; conclusa la pace con Cartagine,
si impegnò in Adriatico, fondando due colonie in Apulia; sostenne Taranto,
retta dal 367 dal pitagorico Archita, contro i Lucani, la cui pressione sulle
città magnogreche cresceva (da tempo si erano impossessati di Posidonia e
di altre comunità); mantenne lalleanza con i Celti d'Italia; nella madrepatria,
continuò ad aiutare gli Spartani contro Tebe.
Dionisio II t r a Sul versante interno, egli subì l'influenza contrastante di Dione, che nel 366
Dione e Filisto chiamò nuovamente a Siracusa Platone, e di Filisto: la tradizione attribuisce al
primo la volontà di convincere Dionisio II a mettere fine all 'esperienza della
tirannide e a restituire la libertà ai Siracusani (ma con l'intento di favorire
i figli della sorella), al secondo, uomo «espertissimo di costumi tirannici»
(Plutarco, Vita di Diane, 1 1 , 4), quella di difendere Siracusa dalle insidie di
Dione e del «sofista» Platone.
L'influenza di Filisto prevalse: Dione, accusato di tramare con i Cartaginesi e di
voler rovesciare la tirannide, venne allontanato nel 366 da Dionisio II, e anche
Platone venne congedato. Alla corte di Dionisio II Filisto ebbe una posizione
di grande rilievo: il suo ruolo, come è stato sottolineato, fu simile a quello di
Leptine nella prima fase del regno di Dionisio I, si espresse nel rivestimento
della navarchia e fu in sostanza quello di un «vicetiranno». Probabilmente a
lui si deve la ripresa dell'attività in Adriatico.
Dione, in seguito all'allontanamento del 366, si recò in Grecia, entrò in con­
tatto con I'Accademia di Platone e, con le sue ricchezze (di cui Dionisio II gli
aveva concesso di continuare a disporre), cominciò ad arruolare mercenari
per una spedizione contro Siracusa, destinata ad abbattere la tirannide. Nel
361 Dionisio II invitò nuovamente Platone a Siracusa; tutta la Sicilia, afferma
Plutarco nella Vita di Dione ( 19, 1 ) , fu piena di speranza «che Platone avesse
la meglio su Filisto, la filosofia sulla tirannide»; ma anche questa esperienza
finì negativamente, perché Dionisio, preoccupato dalle trame degli esponenti
dell'Accademia e da una rivolta dei mercenari, trasformò in vero e proprio
esilio l'allontanamento di Dione e cacciò Platone.
Dione denunciò ai Giochi olimpici del 360 le colpe di Dionisio II, promuo­ La spedizione di
vendo la propria impresa di liberazione. Nonostante le diverse delusioni patite Dione e la fuga
a Siracusa, Platone prese le distanze, come egli stesso ci dice nella Lettera VII: di Dionisio II a
Locri
egli sperava ancora in una possibile riconciliazione fra Dione e Dionisio II.
Nel 357 Dione partì con cinque navi e 800 uomini e approdò ad Eraclea Mi­
noa; aiutato dai Cartaginesi e sostenuto da molti Sicelioti (Agrigentini, Geloi,
Camarinesi), in autunno entrò a Siracusa, dove, con il fratello Megacle, venne
nominato stratego autokrator. Dionisio si rinchiuse nella residenza fortificata
dell'Ortigia; Filisto, che si trovava in Iapigia, rientrò con la flotta inseguito
da Eraclide, già capo della guardia del corpo del tiranno ed esiliato nel 361
all'epoca della rivolta dei mercenari. Nello scontro tra le due flotte, i Siracusani
furono sconfitti e Filisto trovò la morte (356); secondo il racconto di Diodoro,
che si basa su Eforo, egli morì suicida, per non essere catturato; secondo
Plutarco, che si basa sul racconto di Timonide di Leucade, un accademico
che si unì alla spedizione di Dione e ne fornì un resoconto, fu catturato vivo
e decapitato e il suo cadavere fu trascinato per spregio per la città e gettato
nelle Latomie. Con lui finiva in realtà anche la tirannide dionisiana, di cui era
stato teorico e acceso sostenitore con la sua attività politica, militare, propa­
gandistica e storiografica, «il più fedele ai dinasti tra gli amici» (Diodoro XIV,
16, 3 ) : Dionisio II fu costretto a fuggire a Locri e a cedere il potere a Dione.
Dione fu al potere dal 3 57I6 al 3 54/3 ; subito si manifestarono dissensi con Dal governo di
Eraclide, che, sfruttando l'instabilità sociale di Siracusa, suscitò una rivolta Dione all'inter­
popolare che chiedeva la ridistribuzione della terra. L'assemblea votò la vento di Timo­
leonte
sospensione della paga ai mercenari, la deposizione di Dione e l'elezione
di 25 nuovi strateghi, tra i quali lo stesso Eraclide. Dione fuggì a Leontini,
ma riuscì a rientrare a Siracusa e quando Apollocrate, il figlio di Dionisio
II rimasto nell'Ortigia, si arrese, il potere tornò di nuovo nelle sue mani.
Plutarco ( Vita di Dione, 53 , 3 -4) gli attribuisce l'intenzione di instaurare
a Siracusa una costituzione mista «sul tipo del regime vigente a Sparta e a
Creta», come era nei voti di Platone; ma nei fatti egli, circondandosi di una
(APITOL0 4

guardia del corpo, finì per confermare le accuse di Eraclide, che lo riteneva
un aspirante tiranno.
Eraclide fu ucciso e nel 354/3 anche Dione morì in una congiura organizzata
dall'accademico Callippo, deluso dal vedere quello che aveva creduto un rifor­
matore platonico trasformato in un nuovo tiranno. In seguito il potere passò
prima allo stesso Callippo, poi ai figli di Dionisio I ed Aristomache, Ipparino
e Niseo; in seguito, nel 347/6, di nuovo a Dionisio II, rientrato da Locri; e
infine a Iceta, tiranno di Leontini, che, nel 345/4, costrinse ancora una volta
Dionisio II a rinchiudersi nell'Ortigia. Siracusa non sembrava più in grado di
ritrovare stabilità; nel 345/4, per di più, il cartaginese Annone sbarcò in Sicilia,
attirato dal vuoto di potere generato dalla crisi siracusana.
Iceta si risolse a chiedere aiuto alla madrepatria di Siracusa, Corinto, che
inviò una spedizione guidata da Timoleonte: i Greci d'Occidente si trovavano
costretti dalle loro divisioni e dalla minaccia barbarica a ricorrere a strateghi
della madrepatria. Nello stesso periodo, del resto, Taranto, che dalla crisi di
Siracusa si era awantaggiata diventando egemone della Lega italiota e raf­
forzando la sua egemonia sull'Adriatico, incapace di fronteggiare i Lucani e
gli Iapigi (i Bruzi, unitisi in una confederazione intorno al 355, avevano già
conquistato Sibari sul Traente, Terina e Ipponio) chiese aiuto a Sparta, che
inviò nel 342 Archidamo, figlio di Agesilao: egli contrastò efficacemente gli
indigeni italici, ma morì nel 338 a Manduria, lasciando aperta la conquista di
Eraclea, capitale federale degli Italioti, ai Lucani.

6.3. Timoleonte

La nostra tradizione, risalente a Timeo, il cui padre, Andromaca, fu amico e


collaboratore di Timoleonte, è molto favorevole al generale corinzio e non lo
tratteggia affatto come un tiranno, bensì come un condottiero anticartaginese,
odiatore dei tiranni e difensore della libertà e dell'autonomia. Che il potere
che egli esercitò a Siracusa abbia avuto un carattere autocratico non può,
tuttavia, essere negato.
Timoleonte era un democratico moderato, che guardava con simpatia a
Filippo di Macedonia; nel 366/5 aveva partecipato alla congiura contro il
fratello Timofane, di tendenze oligarchiche filospartane. Inviato nel 344/3
a Siracusa con scarsi mezzi militari (tra cui mercenari congedati dai Focesi
dopo la terza guerra sacra, gli stessi che accompagnarono Archidamo in
Italia), Timoleonte, con l'aiuto dei Reggini e di Andromaca di Tauromenio,
sconfisse Iceta, che nel frattempo si era alleato con i Cartaginesi, liberò
l'Ortigia da Dionisio II e gli concesse di ritirarsi a Corinto, dove visse in
povertà. Ottenuto il controllo di Siracusa e nominato stratego autokrator,
Timoleonte si assunse il compito della guerra contro i Cartaginesi e della
lotta contro i numerosi tiranni che, approfittando della crisi siracusana, si
erano insediati nelle città siceliote.
All'interno di Siracusa Timoleonte cercò di guadagnarsi il consenso popolare La democra.zLl .=
operando una chiara rottura con la tradizione tirannica; si atteggiò a pacifi­ Timoleonte e La
catore, distrusse l'Ortigia, simbolo della tirannide, instaurò la democrazia, colonizzazione di
Siracusa
ridistribuì terre e proprietà, secondo gli ideali democratici la cui attuazione in
Siracusa era già stata richiesta da Eraclide. Egli promosse poi un bando colo­
niario per ripopolare la città e potenziarla sul piano demografico: da tutta la
Sicilia accorsero a Siracusa 60.000 persone. Ristabilita la tranquillità a Siracusa,
Timoleonte organizzò in un'alleanza militare sotto la guida siracusana le città
greche della Sicilia, le comunità sicule e sicane, gli insediamenti mercenari:
al modello dello stato territoriale dionisiano egli opponeva il tradizionale
schema della symmachia egemonica. Alla guida di questa alleanza egli diede
inizio alla guerra di liberazione contro Cartagine.
Nel maggio-giugno del 339 (ma la cronologia è incerta e molti pensano al La guerra contro
34 1) Timoleonte inflisse una pesante sconfitta ai Cartaginesi, molto superiori Cartagine: la bat­
di numero, al fiume Crimiso (Belice): la vittoria fu celebrata, con la dedica taglia del Crimiso
� E l
delle spoglie a Siracusa e a Corinto, come una nuova lmera. La dedica, che
suonava «i Corinzi e Timoleonte, dopo aver liberato dai Cartaginesi i Greci
che abitano la Sicilia, hanno dedicato in ringraziamento agli dèi» (Plutarco,
Vita di Timoleonte, 29, 6), irritò i Sicelioti, in particolare quelli di etnia calci­
dese e i mercenari campani. lceta di Leontini, Mamerco di Catania, lppone
di Messana si coalizzarono contro Timoleonte alleandosi con Cartagine; ma
Timoleonte reagì uccidendo Iceta e facendo, nel 3 39/8, una pace separata con
i Cartaginesi, che riconosceva il confine dell'Alico e quindi vanificava buona
parte delle conquiste precedenti, ma sanciva nuovamente il predominio di
Siracusa sulla Sicilia greca; gli fu poi facile eliminare anche lppone e Mamerco,
concludendo la cosiddetta «guerra contro i tiranni».
Nel 338 Timoleonte avviò una grande colonizzazione panellenica di tutta la La colonizzazione
Sicilia, con coloni provenienti dalla Grecia, dall'Asia, dall'Italia e dalle isole, panellenica della
che intendeva incentivare la presenza greca e restituire prosperità all 'isola: Sicilia, la costitu­
zione moderata e
essa è ben documentata sul piano archeologico e Diodoro CXVI, 83) ne parla la morte di Timo­
in toni entusiastici: leonte
Dopo aver sistemato pacificamente tutte le questioni della Sicilia, fece in modo
di accrescere di molto e in fretta la prosperità delle città. Da molto tempo infatti,
a causa delle discordie e delle guerre intestine, e ancor di più a causa del sorgere
di molte tirannidi, le città erano spopolate e le campagne, lasciate incolte, si
erano inselvatichite e non davano più frutti. Ma allora, per laffluenza di un
gran numero di coloni e l'instaurarsi di una pace duratura, furono rimesse a
coltura e diedero abbondanti e svariati frutti. I Sicelioti, vendendo il raccolto
a buon prezzo ai mercanti, rapidamente diventarono ricchi.

A Siracusa Timoleonte stabilì invece una nuova costituzione, di carattere


oligarchico moderato; subito dopo, nel 3 3 7I6, depose la strategia e si ritirò
a vita privata. Alla sua morte fu seppellito nell'agora e ottenne culto eroico.
La deposizione del potere mostra che Timoleonte intese il proprio ruolo come
quello di un mediatore tra le parti, più che come quello di un autocrate, ma la
224 CAPITOLO 4

sua opera presentava una serie di contraddizioni. Giunto in Sicilia agitando


gli ideali della libertà e della democrazia, egli aveva imposto a Siracusa una
costituzione oligarchico-moderata; riprendendo la lotta anticartaginese, aveva
riesumato il tradizionale schema dell'alleanza militare basata sull'autonomia
e la libertà, ma ne aveva fatto uno strumento dell'egemonia di Siracusa,
punendo duramente le città ribelli (gli abitanti di Leontini subirono ancora
una volta una deportazione), assoggettando gli indigeni e sterminando i
Campani; con i Cartaginesi era giunto a un compromesso e aveva dovuto
accettare la loro presenza in Sicilia, dove pure, con la colonizzazione, aveva
rivitalizzato la presenza greca. Dopo la morte di Timoleonte, Siracusa co­
nobbe un periodo di tensioni tra democratici e oligarchici, tra antichi e nuovi
cittadini, e l'intera Sicilia andò incontro a un nuovo periodo di instabilità.
Fu proprio uno dei nuovi cittadini giunti a Siracusa con la colonizzazione di
Timoleonte, Agatocle, a compiere il passo conclusivo, trasformando Siracusa
in una monarchia ellenistica.

P E R S A P E R N E D I P I Ù

In generale, per la Grecia dal 404 al 362: L. Breglia, Sparta, Atene, Tebe, la
Persia, in Storia d'Europa e del Mediterraneo. Il mondo antico, IL La Grecia, IV.
Grecia e Mediterraneo dal!'età delle guerre persiane ali'ellenismo, Roma, 2008,
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M. Sordi, I caratteri dell'opera storiografica di Senofonte nelle Elleniche, in «Athe­
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in Senofonte dall'Athenaion Politeia ai Poroi, in «Historika», 1 (2011), pp. 1 1 -20.
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Vivere da democratici. Studi su Lisia e la democrazia ateniese, Roma, 2007; D. Pio­
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in Lisia, Pisa, 201 1 (cfr. C. Bearzot, Democrazia e oligarchia, memoria e oblio: a
proposito di due libri recenti, in «Incidenza dell'Antico», 10 (2012), pp. 223-240).
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1999, Atti del Convegno, Firenze, 22-23 novembre 1999, in «Sileno», 27 (2001);
A. Magnelli, Lo storico di Ossirinco: il più antico continuatore delle «Storie» di
Tucidide?, in <<Rendiconti dell'Accademia dei Lincei», Ser. 9a, 17 (2006), pp. 41-73 .
• Callistene di Olinto: L. Prandi, Callistene. Uno storico tra Aristotele e i re
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• Teopompo di Chio: C. Ferretto, La città dissipatrice. Studi sul!'excursus del libro
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1998, pp. 13 1-140.
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filologia e istruzione classica», 1 15 ( 1987), pp. 165-191; L. Breglia, Studi su Eforo,
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1. L'egemonia spartana e le sue contraddizioni


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145; R. Vattuone, Problemi spartani. La congiura di Cinadone, in «Rivista storica
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• Dibattito costituzionale: C. Bearzot, Sparta agli inizi del IV secolo: un «sistema
riformabile»?, in La cultura a Sparta in età classica, Atti del Seminario, Università
degli Studi di Milano, 5-6 maggio 2010, Trento, 2013, pp. 175- 193 .
• Guerra d'Elide: M. Sordi, Il santuario di Olimpia e la guerra d'Elide, i n I san­
tuari e la guerra, Milano, 1984, pp. 20-30; Ead., Le implicazioni olimpiche della
guerra d'Elide, in Problemi di storia e cultura spartana, Roma, 1984, pp. 143 - 159;
G. Schepens, La guerra di Sparta contro Elide, in Ricerche di antichità e tradizione
classica, Tivoli, 2004, pp. 1-89.
• Guerra in Asia: D.P. Orsi, Sparta e la Persia. La guerra in Asza, 400-394 a. C. , in
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1997; C. Bearzot, Lisandro tra due modelli: Pausania l'aspirante tiranno, Brasida il
226 CAPITOLO 4

generale, in Contro le «leggi immutabili>>. Gli Spartanifra tradizione e innovazione,


Milano, 2004, pp. 127-160; F. Muccioli, Gli onori divini per Lisandro a Samo:
a proposito di Plutarchus, Lysander 18, in The Statesman in Plutarch's Works,
«Mnemosyne», Suppl. 250, 2, Leiden, 2005 , pp. 198-2 13.
• Pausania Il: L. Piccirilli , I processi del re Pausania, in «Civiltà classica e cristia­
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classica e cristiana», 14 ( 1993), pp. 1 19-120; M. Sordi, Pausania II, Spartano
atipico?, in Contro le «leggi immutabili». Gli Spartanifra tradizione e innovazione,
cit., pp. 1 15 - 125 .
• Trenta Tiranni: L. Gianfrancesco, Aspetti propagandistici nella politica dei
Trenta Tiranni, in Propaganda e persuasione occulta nell'antichità, Milano, 1974,
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regimi non democratici, in Emigrazione e immigrazione nel mondo antico, Milano,
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• Unione Argo-Corinto: C. Bearzot, La città che scompare. Corinto, Tespie e Platea
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Milano, 2013, pp. 135-149.
• Conone: G. Barbieri, Conone, Roma, 1955; G. Besso Mussino, I:azione politica
in Atene all'inizio del IV secolo a.C.: gli «amici» di Conone, in «Quaderni del
Dipartimento di filologia A. Rostagni», 13 (1999), pp. 1 15- 129.
• Agesilao: E. Luppino, I:Agesilao di Senofonte. Tra commiato ed encomio, Mi­
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Peloponneso di Senofonte, Giornate di studio del dottorato di ricerca in filologia,
letteratura e tradizione classica, Milano, 1-2 aprile 2003, Milano, 2004, pp. 1-40.

2. La pace comune del 387/6: l'autonomia come principio di convivenza inter­


nazionale
A. Momigliano, La koinè eirene dal 386 al 338 a.C. (1934), in Terzo contributo
alla storia degli studi classici e del mondo antico, I, Roma, 1966, pp. 393-419; L.
Canfora, Una riflessione sulla koinè eirene, in La pace nel mondo antico, Torino,
228 CAPITOLO 4

199 1 , pp. 1-7 1 ; H.-J. Holkeskamp, La guerra e lapace, in Settis (a cura di), I Greci.
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eirene, in Settis (a cura di), I Greci. Storia cultura arte società, 2.III, cit., pp. 6-20;
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• Calcidesi di Tracia: S.N. Consolo Langher, Stati/edera/i greci, Messina, 1996,
pp. 3 ss.
• Liberazione della Cadmea: A. Mastrocinque, La liberazione di Tebe (369 a.C.)
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della Cadmea in Plut. Pel. 5-13 ( 1995), in Scritti di storia greca, cit., pp. 539-548.
• Rifondazione della Lega beotica: M. Sordi, La restaurazione della lega beotica
nel 379-8 a.C. , in «Athenaeum», 5 1 ( 1973 ), pp. 79-91.
• Costituzione beotica del 3 95 : E. Lanzillotta, Interessi costituzionali nelle
«Elleniche di Ossirinco», in Le «Elleniche di Ossirinco» a cinquanta anni dalla
pubblicazione dei/rammenti/iorentini, 1949-1999, cit., pp. 1 19-127 .

3. La Seconda lega ateniese


S. Accame, La lega ateniese del secolo IV a. C. , Roma, 194 1 ; C. Bearzot, Isocrate
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• Dibattito sull'imperialismo: E. Bianco, Atene «come il sole». !.:imperialismo
ateniese del V secolo a. C. nella storia e oratoria politica attica, Alessandria, 1994.
• Callistrato: C. Bearzot, Callistrato e i «moderati» ateniesi, «Atti CeRDAC», X
0978n9), PP· 1-21.
• Cabria: E. Bianco, Chabrias Atheniensis, in «Rivista storica dell'antichità», 30
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• Timoteo: E. Bianco, Lo stratego Timoteo, «torre» di Atene, Alessandria, 2007.
• Ificrate: E. Bianco, I/icrate, rhetor kaistrateg6s, in «Miscellanea greca e romana»,
2 1 ( 1 997), pp. 179-207.
• Leader politici ed eterie: M. lsnardi Parente, Techne ed episteme della classe
dirigente nel pensiero politico del IV secolo, in «Rivista storica italiana», 73 ( 1961 ),
pp. 5 -35; C. Pecorella Longo, Eterie e gruppi politici nell'Atene del IV secolo,
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• Isocrate: C. Bearzot, Isocrate e il problema della democrazia, in «Aevum»,
LIV (1980), pp. 1 13 - 1 3 1 ; A. Masaracchia, Isocrate, Roma, 1995; E. Bianco, De
Isocratis malignitate, in Isokrates. Neue Ansà'tze zur Bewertung eines politischen
IL QUARTO SKOW 229

Schri/tstellers, cit., pp. 128-139; L. Asmonti, La crisi della democrazia di Atene e


la guerra sociale: punti di vista su Isocrate e Demostene, in «Acme», 56 (2003 ), pp.
27 1 -286; C. Bearzot, Isocrate: dall'heghemonia all'heghemon, in Forme sovrapolei­
che e interpoleiche di organizzazione nel mondo greco antico, Atti del Convegno,
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• Trattative del 375 e del 371/70: A. Momigliano, Un momento di storia greca:
la pace del 3 75 e il Plataico di Isocrate ( 1 936), in Terzo contributo alla storia degli
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Atti della «Giornata tebana», Milano, 18 aprile 2002, Milano, 2002, pp. 79-1 18.

4. L'egemonia tebana e la rinascita degli stati federali


A. Momigliano, J.:egemonia tebana in Senofonte e in Eforo ( 1935), in Terzo
contributo alla storia degli studi classici e del mondo antico, I, cit., pp. 347-365;
M. Bertoli, Diodoro e l'egemonia tebana: il caso di Orcomeno, in Epitomati ed
epitomatori: il crocevia di Diodoro Siculo, Atti del Convegno, Pavia, 21 -22 aprile
2004, in Syngraphé, 7, Como, 2005, pp. 125 - 135.
• Beotarchia: M. Bertazzoli, Tebe e la beotarchia federale, in Atti della «Giornata
tebana», cit., pp. 1 19-139.
• Sparta dopo il 3 7 1 : F. Landucci, Sparta dopo Leuttra: storia di una decadenza
annunciata, in Contro le «leggi immutabili». Gli Spartanifra tradizione e innova­
zione, cit., pp. 161- 190.
• Epaminonda: M. Sordi, Propaganda politica e senso religioso nell'azione di
Epaminonda, in Propaganda e persuasione occulta nell'antichità, cit., pp. 45-53;
D. Asheri, La diaspora e il ritorno dei Messeni, in Tria corda. Scritti in onore di
A. Momigliano, Como, 1983, pp. 27 -42; A. Caiazza, Epaminonda: politico attivo
o filosofo contemplativo in Plutarco?, in Seconda miscellanea filologica, Napoli,
1995, pp. 201-2 1 1 .
• Pelopida: M . Sordi, Pelopida da Tegira e Leuttra ( 1 989), in Scritti di storia greca,
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studio, Palermo, 2 1 -22 novembre 2008, in «Hormos - Ricerche di Storia Antica»,
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5. La fine delle egemonie cittadine e l'ascesa della Macedonia: Filippo II

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M. Faraguna, Aspetti amministrativi efinanziari della monarchia macedone tra IV e
3 (APITOL0 4

III secolo a.C. , in «Athenaeum», 86 ( 1 998), pp. 349-395; M. Mari, Potere centrale
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• Traci: F. Landucci, La Tracia tra Alessandro e Lisimaco: storia di una «normaliz­
zazione» difficile, in I Traci. Tra l'Egeo e il Mar Nero, Milano, 2004, pp. 195-2 1 1 .
• Questioni dinastiche: A. Prestianni, Aspetti giuridici e problemi cronologici della
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• Caso di Olinto: S.N. Consolo Langher, La strategia politica di Filippo II in
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6. Siracusa, la tirannide dionisiana e la nascita dello stato territoriale


In generale: S.N. Consolo Langher, Un imperialismo tra democrazia e tirannide.
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di Siracusa. Potere e consenso ali'epoca di Dionisio I, in <<Rivista storia dell'antichi­
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Colloquio interdisciplinare, Chieti, 17-18 gennaio 2002, pp. 267-277; Ead., I
«philoi» a Siracusa da Ermocrate ai Dionisii, in «Partiti» e fazioni nel/'esperienza
politica greca, Milano, 2008, pp. 153- 165 .
• Deportazioni di cittadini: A . Giuliani, Le migrazioni forzate in Sicilia e in Ma­
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antico, Milano, 1995, pp. 107-124.
• Mercenari: G. Tagliamonte, Ifigli di Marte. Mobilità, mercenari e mercenariato
italici in Magna Grecia e Sicilia, Roma, 1994; G. Millino, Mercenariato e tirannide
in Sicilia tra V e IV secolo, in I.:Adriatico, i Greci e l'Europa, Atti del Convegno,
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Il ruolo dei mercenari nelle dinamiche di guerra e dipace in Sicilia trafine V e metà
232 CAPITOLO 4

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V secolo alla conquista romana, in Magna Grecia, Milano, 1987, pp. 53 -88; Id.,
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• Rapporti con gli indigeni: P. Poccetti, Le popolazioni anelleniche d'Italia tra
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filologico-letteraria», 1 1 ( 1989), pp. 97-135.
• Lega italiota: G. De Sensi Sestito, Ilfederalismo in Magna Grecia: la Lega italio­
ta, in Federazioni e federalismo nell'Europa antica, Atti del Convegno, Bergamo,
2 1 -25 settembre 1992, Milano, 1994, pp. 195-2 16.
• Dionisio II e Dione: M. Sordi, Diane e la symmachia siciliana ( 1967), in Scritti
di storia greca, cit., pp. 297-308; Ead., La Sicilia dal 36817 al 33716, Roma, 1983;
F. Muccioli, Dionisio II. Storia e tradizione letteraria, Bologna, 1999.
• Taranto: G. Urso, Taranto e gli xenikoz' strategoi, Roma, 1998; Id., La morte di
Archita e l'alleanza fra Taranto e Archidamo di Sparta (345 a.C.), in «Aevum», 7 1
( 1999), pp. 63-70; A . Mele, Taranto da!IV secolo alla conquista romana, in Taranto
e il Mediterraneo, Taranto, 2002, pp. 79-99.
• Locri: D. Musti (a cura di), Le tavole di Locri, Atti del Colloquio, Napoli, 26-
27 aprile 1977, Roma, 1979; F. Costabile (a cura di), Polis ed Olympieion a Locri
Epize/iri, Soveria Mannelli, 1992.
• Timoleonte: M. Sordi, Timoleonte, Palermo 1961; Ead., Timeo e Atanide, fonti
per le vicende di Timoleonte (1977), in Scritti di storia greca, cit., pp. 361-374; A.M.
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Grecia, in Sulla rotta per la Sicilia, cit., pp. 459-486.

P E R C O R S O D I A U T O V E R I F I C A

• La pace comune: principi fondamentali ed evoluzione dell'istituto dal 387/6


a Filippo.
• L'importanza delle istituzioni federali e sovracittadine nel IV secolo.
• Le caratteristiche dell'egemonia tebana.
• Filippo II e lo strumento della guerra sacra.
• La politica di Dionisio I e Dionisio II verso Cartaginesi e Italici.
Alessandro e l'ellenismo

In questo capitolo:
• Alessandro e il sogno dell'impero universale
• Il problema della successione e la formazione degli stati ellenistici:
dal 323 al 281
• La Sicilia: Agatocle
• Le monarch ie territoriali: dal 281 al 220 ca.

1 . ALESSANDRO E IL SOGNO DELL'IMPERO UNIVERSALE

Alla morte di Filippo il figlio Alessandro, nato nel 3 56 ed educato da Aristotele, La successione di
fu acclamato re dall'assemblea del popolo macedone, con l'appoggio di uno Alessandro
dei più autorevoli tra i «compagni», Antipatro. Il giovane re aveva davanti a
sé i consueti problemi, primo fra tutti quello di assicurarsi il trono insidiato
da rivali come il cugino Aminta IV (che Filippo, fattosi re, aveva risparmiato e
dato in sposo alla figlia Cinnane) e il figlio nato dal matrimonio di Filippo con
Cleopatra-Euridice, nipote di Attalo. Aminta fu ucciso; Attalo, che durante
il banchetto nuziale si era augurato che «dalle nozze di Filippo e Cleopatra
nascesse un legittimo erede del regno» (Plutarco, Vita di Alessandro, 9, 8),
venne eliminato con la nipote e la sua prole; tra i possibili eredi soprawisse
solo Arrideo, figlio di Filippo e di Filinna, ritenuto improponibile come erede
per un'imprecisata minorazione psichica. In secondo luogo, Alessandro si
impegnò in una spedizione contro i barbari, destinata ad assicurare i confini
settentrionali del regno: nella primavera del 335 sconfisse i Triballi, i Geti, i
Peoni, gli Illiri e i Taulanti.
Egli doveva inoltre assicurarsi il rispetto dei Greci, che di fronte alla morte di Aless a n d ro e i
Filippo avevano sperato in una possibile riscossa: egli si fece subito riconoscere Greci: la distru­
zione di Tebe e i
tago dei Tessali, stratego autokrator della Lega di Corinto e membro, a titolo rapporti con Atene
personale, del sinedrio anfizionico. Per quanto egli fosse meno interessato ·. - '''?-: ·--
234 CAPITOLO 5

del padre ai rapporti con il mondo greco, la stabilità di quest'ultimo era un


requisito necessario per poter avviare la spedizione asiatica.
Tebe, che si era ribellata, fu distrutta nell'ottobre del 335: la città fu sac­
cheggiata con l'entusiastica partecipazione dei Beoti ostili a Tebe (Plateesi,
Tespiesi, Orcomeni), 6.000 Tebani caddero e 30.000 furono fatti prigionieri.
L'intervento ebbe l'assenso della Lega di Corinto e fu presentato come una
vendetta contro i Tebani medizzanti:

i Tebani dopo molto tempo scontarono con questa punizione il tradimento a


danno dei Greci nelle guerre persiane, la conquista di Platea in tempo di pace,
il completo assoggettamento della città, la strage del tutto contraria al costume
greco [. . ], la devastazione della regione in cui i Greci, schierati contro i Persiani,
.

avevano stornato dalla Grecia il pericolo (Arriano I, 9, 7).

Atene inviò ad Alessandro un'ambasceria guidata da Demade, a riferire che


«il popolo degli Ateniesi si felicitava che egli fosse tornato sano e salvo dalla
spedizione contro illiri e Triballi e che avesse punito i Tebani per la loro
ribellione» (Arriano I, 10, 3 ) .
Quanto ad Atene, Alessandro chiese la consegna di un gruppo di oratori
antimacedoni, tra cui Demostene, Licurgo e Iperide, ma poi, grazie alla me­
diazione di Demade (benché Focione, anch'egli facente parte della cerchia
di «amici» cui Alessandro si appoggiava, avesse consigliato di accedere alla
richiesta), lasciò perdere. L'atteggiamento conciliante di Alessandro verso
Atene è ben comprensibile: un diverso comportamento avrebbe compro­
messo l'impostazione propagandistica data alla spedizione antipersiana.
Atene approfittò del successivo periodo di tranquillità («giusta e utile alla
città», scrive Demostene, Sulla corona, 308) per riorganizzarsi sul piano am­
ministrativo. Dal 339 al 326 Licurgo fu responsabile dell'amministrazione
(dioikesis) e si dedicò al riassestamento economico e finanziario, alla rior­
ganizzazione istituzionale (è di questi anni la riforma dell'efebia, il servizio
militare svolto dai giovani tra i diciotto e venti anni di cui parla Aristotele,
Costituzione degli Ateniesi, 42), all'attività urbanistica (con l'ampliamento
della Pnice, sede dell'assemblea, e del teatro di Dioniso), al potenziamento
della flotta (con la costruzione di nuovi arsenali, Atene tornò ad avere una
flotta di 200 navi).
La partenza della La prima fase della spedizione, con cui Alessandro intendeva realizzare il
spedizione asia­ programma di Filippo, ma anche legittimare con una guerra vittoriosa la
tica sua sovranità, iniziò nella primavera del 334, quando il re, lasciato Antipatro
in Europa con circa la metà dell'esercito macedone, mosse da Pella verso
Anfipoli, dove le forze militari erano state concentrate, e da qui verso lAsia,
sbarcandovi con circa 40.000 uomini e 5 .000 cavalieri. Nel suo esercito, in
cui erano compresi anche contingenti di barbari (Traci, Peoni, Triballi), i
Greci erano presenti con 7 .000 fanti e 600 cavalieri. L'armata era seguita
da geografi, naturalisti, interpreti, topografi (i cosiddetti «bematisti» o
«misuratori»), storici (come Callistene di Olinto, nipote di Aristotele, il
ALESSANDRO E 215

cui racconto è alla base della tradizione cosiddetta «vulgata» sull'impresa


di Alessandro, rifluita in Diodoro, nella Vita di Alessandro di Plutarco e
nelle Storie di Alessandro Magno dello storico romano Curzio Rufo); l'ac­
compagnava un servizio di cancelleria, addetto alla corrispondenza e alla
redazione di un diario della spedizione (le cosiddette E/emeridi), diretto
da Eumene di Cardia.
Il primo gesto di Alessandro fu di visitare Ilio e di onorare la tomba di Achille,
nell'intento di dare, fin dall'inizio, un'intonazione «omerica» alla spedizione
e di richiamarsi al precedente benaugurante della vittoriosa guerra di Troia.
La propaganda ufficiale, orchestrata da Callistene, giustificò la spedizione in
chiave panellenica, come una guerra di vendetta contro i Persiani, invasori
dell'Ellade nel 4 8 1 .
In Asia il re Dario III era subentrato nel 336 ad Arsete, figlio di Artaserse III, La battaglia del
eliminato dalla congiura dell'eunuco Bagoa. Di fronte all'attacco macedone, Granico e la con­
egli raccolse le forze per respingerlo in una decisiva battaglia nella parte quista dell' Asia
Minore
occidentale dell'impero. Nella primavera del 334, presso il fiume Granico, ••---15..usniulll!Nflillllo••

Alessandro sconfisse l'esercito persiano in una battaglia che fu decisa dalla


cavalleria macedone e tessalica; la vittoria gli consentì di prendere Dascilio,
capitale della Frigia Ellespontica, e Sardi, capitale della Lidia; l'Asia era
ormai una doriktetos chora, una «terra conquistata con la lancia», cioè per
diritto di guerra (già al momento dello sbarco in Asia, del resto, Alessandro
aveva scagliato la lancia dalla nave sul suolo asiatico, proprio a rivendicarne
il possesso: Diodoro XVII, 17, 2). L'invio ai lavori forzati in Macedonia dei
mercenari greci catturati, in quanto «contro le comuni decisioni dei Greci,
e pur essendo Greci, avevano combattuto con i barbari contro la Grecia»
(Arriano I, 16, 6), e l'invio in Atene di 300 armature persiane da donare
ad Atena, con la dedica «Alessandro figlio di Filippo e i Greci, tranne gli
Spartani, dai barbari che abitano l'Asia» (Arriano I, 16, 7), mostra il carat-
tere ellenico che, a quest'epoca, Alessandro intendeva ancora dare alla sua
impresa.
Le città greche dell'Asia Minore si schierarono con il liberatore Alessandro,
che prowide a instaurarvi governi democratici al posto delle tirannidi e delle
oligarchie filopersiane e le esentò dal tributo; una certa resistenza egli incontrò
a Mileto e soprattutto ad Alicamasso, difesa da Mernnone di Rodi, stratego del
Re. Con il bottino raccolto nella regione e i tributi Alessandro poté finanziare
il proseguimento della spedizione, che in origine poteva contare solo sui 70
talenti portati dalla Macedonia.
All'inizio del 333, a Gordio in Frigia, Alessandro tagliò o sciolse il nodo che
legava il cocchio dedicato nel tempio di Zeus, dopo aver saputo che secondo
una tradizione locale «chi lo avesse sciolto sarebbe diventato re dell'ecumene»,
cioè di tutto il mondo abitato (Plutarco, Vita di Alessandro, 18, 1 -4). A Gordio
dunque, dove Alessandro si riunì al grosso dell'esercito guidato dal generale
Parmenione e ai rinforzi provenienti dalla Macedonia, sembra già farsi strada
l'idea della conquista dell'Asia. Arriano - che per la sua Anabasi diAlessandro
attinge a ottime fonti, Tolemeo figlio di Lago, futuro sovrano d'Egitto, e Ari-
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Regno di Macedonia con la Tessaglia - Alleati greci di Alessandro Territori persiani conquistati
Itinerario di Alessandro Itinerario di Cratero Itinerario di Nearco

1 7. Le spedizioni e l'impero di Alessandro.

Fonte: C.Orrieux e P. Schmitt Pantel, Storia greca, Bologna, 2003, p. 356.


stobulo di Cassandria, entrambi testimoni oculari della spedizione - afferma
che, comunque sia andata la vicenda dello scioglimento del nodo, Alessandro
«con i suoi si allontanò dal carro come se la profezia si fosse compiuta» e il
giorno successivo sacrificò agli dèi in ringraziamento.
Dopo la presa di Mileto Alessandro licenziò la flotta, troppo debole (in
assenza delle navi ateniesi, che egli non aveva voluto utilizzare) per poter
contrastare efficacemente la superiore flotta persiana; come apparve chiaro
in seguito, egli intendeva piuttosto neutralizzarla togliendole le basi sulla
costa. La conquista dell'Asia Minore procedette con qualche difficoltà;
nella Grande Frigia, dove non fu possibile prendere la capitale Celene, fu
lasciato Antigono con 15 .000 mercenari. Intanto, Memnone di Rodi stringeva
relazioni con Chio, Lesbo, Rodi, le Cicladi e persino con Sparta e Atene;
egli morì nel corso dell'assedio di Mitilene, ma Mileto e la stessa Mitilene
furono riprese dai Persiani.
Dopo essere sceso in Cilicia, dove prese Tarso, nell'autunno del 333 Alessandro La battaglia di
si scontrò con l'esercito di Dario III ad Isso, nella Siria settentrionale, e gli Isso
inflisse una grave sconfitta. L'accampamento del Re, il tesoro, la stessa famiglia
reale (la madre, la moglie e i figli di Dario) caddero in mano di Alessandro.
Dario fuggì oltre l'Eufrate, da dove inviò proposte di pace: egli avrebbe
lasciato ad Alessandro lAsia ad Occidente del fiume Halys o dell'Eufrate,
una grossa somma di denaro (le fonti parlano di 1 0.000, 30.000 o addirittura
40.000 talenti) e una delle sue figlie in sposa. Alessandro, nonostante il diverso
consiglio di Parmenione, rifiutò: evidentemente egli pensava ormai a qualcosa
di ben diverso dal progetto iniziale di Filippo, che non andava certamente
oltre la conquista dell'Asia Minore. Arriano (Il, 14, 9) riporta il testo di una
lettera di Alessandro a Dario, in cui egli chiedeva al Persiano di rivolgersi a
lui come al Re d'Asia; secondo Diodoro (XVII, 54, 5), Alessandro avrebbe
risposto così agli ambasciatori:

Né il cosmo potrebbe conservare, se ci fossero due soli, la sua armonia e il suo


ordine, né l'ecumene, se due re avessero il potere, potrebbe rimanere esente
da disordini e lotte interne.

Nell'inverno del 333/2 Antigono dovette respingere un attacco persiano alla L'assedio d i Tiro
Grande Frigia. Alessandro dopo Isso si dedicò invece alla conquista delle e la c o n q u i s t a
città della costa siriaca, Sidone, Tiro (che cadde nell'agosto del 3 32 dopo dell 'Egitto: l ' o ­
racolo di Zeus­
un lungo assedio e fu trattata con estrema durezza) e Gaza. La conquista di Ammone
queste città intendeva togliere porti e basi alla flotta nemica e assicurare le
retrovie prima che venisse intrapresa la strada per Babilonia. Secondo Arriano
(Il, 1 7 ) Alessandro riteneva insicuro inseguire Dario lasciandosi alle spalle le
città fenicie, l'Egitto e Cipro in mano persiana, soprattutto per il rischio che
a partire da queste basi i Persiani provocassero la guerra in Grecia.
Con la conquista dell'Egitto iniziò la seconda fase della spedizione, ormai pie­
namente autonoma dai progetti iniziali di Filippo. L'Egitto, che era stato in­
dipendente dalla Persia dal 404 al 343 , fu conquistato nell'inverno del 332/1;
238 CAPITOLO 5

nella prima metà del 3 3 1 fu fondata Alessandria. Durante la permanenza


in Egitto Alessandro volle far visita all'oracolo di Zeus-Ammone, nell'oasi
di Siwah, in Libia, «per conoscere più esattamente ciò che lo riguardava»
(Ardano III, 3 , 2); il viaggio, secondo diverse fonti, fu accompagnato da
una serie di presagi favorevoli; giunto al tempio, Alessandro fu salutato dal
sacerdote come figlio di Zeus. L'episodio ha dato origine a molte discussioni,
negli antichi e nei moderni; secondo alcuni, l'oracolo intendeva semplice­
mente riconoscere Alessandro come successore dei faraoni ed egli ne fece
abile uso per affermare la propria autorità e dare alla sua regalità una svolta
in senso orientalizzante; secondo altri, Alessandro era invece intimamente
convinto della propria discendenza divina, un'idea instillatagli dalla madre
Olimpiade, e accolse il saluto dell'oracolo come una conferma. La nostra
fonte più attendibile, Arriano (III, 4, 5), si limita a dire (ed è interessante a
questo proposito il confronto con la ricchezza di particolari del racconto di
Plutarco, Vita di Alessandro, 26-27, che risale a Callistene) che Alessandro
«dopo aver sentito ciò che gli stava a cuore - così egli sosteneva - ritornò
in Egitto».
La b attaglia di Mentre le isole dell'Egeo, Mileto e Alicamasso passavano sotto il suo controllo,
Gaugamela Alessandro, nella primavera del 3 3 1 , si preoccupò di organizzare le conqui­
ste sul piano amministrativo. La cassa militare venne affidata ad Arpalo, un
amico di vecchia data di Alessandro, di origine elimiota; la riscossione del
tributo dall'Egitto, organizzato in quattro distretti, a Cleomene di Naucrati;
l'Asia Minore da una parte, Siria, Fenicia, Cilicia e Cipro dall'altra furono
organizzate in due distretti tributari. Assicurato così il controllo delle regioni
conquistate, Alessandro si diresse verso la Mesopotamia, attraversò l'Eufrate
e il Tigri e, nell'ottobre del 33 1 , ottenne a Gaugamela, presso l'antica Ninive,
una grande vittoria sull'esercito di Dario, numericamente molto superiore.
Mentre Alessandro, nell'inverno del 3 3 110, occupava le capitali dell'impero
achemenide, Babilonia (che lo accolse con entusiasmo e dove venne installata
la tesoreria centrale, affidata ad Arpalo), Susa, Persepoli (che nella primavera
del 33 0 fu data alle fiamme, con un gesto simbolico che riproponeva ancora
una volta il significato della spedizione come vendetta delle guerre persiane) e
Pasargade, incamerando le favolose ricchezze del Re, Dario fuggiva prima ad
Ecbatana, poi nelle satrapie superiori. Ma, prima di riprendere l'inseguimento
di Dario, Alessandro congedò i Greci dal suo esercito, mostrando di ritenere
davvero conclusa la fase «ellenica» della spedizione.
Alessandro inseguì Dario prima a Ecbatana, poi verso le satrapie superiori;
quando il Macedone, nel luglio del 330, raggiunse la Battriana, Dario era già
stato ucciso dal satrapo Besso, che si era proclamato re con il nome di Arta­
serse IV. Alessandro, atteggiandosi a successore legittimo, diede al defunto re
sepoltura regale a Pasargade; nello stesso periodo egli cominciò a introdurre
pratiche del cerimoniale persiano.
La congiura di Fi­ Nell'autunno del 3 3 0 Alessandro diede inizio alla sottomissione delle satra­
lota pie orientali (Ircania, Areia, Drangiana, Aracosia, Battriana e Sogdiana). In
Drangiana si verificò la prima grave frattura con l'elemento macedone: Pilota,
figlio di Parmenione, che era solito vantarsi di essere, insieme al padre, il vero
autore delle grandi imprese di Alessandro, fu accusato di tramare ai danni di
quest'ultimo e messo a morte; subito dopo Parmenione venne fatto uccidere
a Ecbatana. «Questi fatti, dice Plutarco (Vita di A lessandro, 49, 14), resero
Alessandro temibile a molti dei suoi amici, e in particolare ad Antipatro».
Tra Alessandro e i «compagni» più autorevoli, che già avevano collaborato
con Filippo e che mal sopportavano l'evoluzione della monarchia macedone
in senso orientalizzante che si intravedeva ormai con chiarezza, si andava
generando un clima di reciproca diffidenza.
Nell'inverno del 330 Alessandro occupò il sito di Alessandria d'Aracosia La conquista delle
(Kandahar) e attese poi l'inizio della bella stagione in quello di Alessandria satrapie superiori
del Caucaso (Kabul), ai piedi del Paropamiso (Hindu Kush). Nella primavera e il matrimonio
con Rossane
del 329, dopo aver fondato colonie militari nelle province assoggettate e aver
reclutato mercenari, diede inizio alla spedizione per la sottomissione delle
satrapie superiori (Battriana e Sogdiana), che già in passato si erano mostrate
renitenti all'autorità del Re. Varcato il Paroparniso, egli giunse a Battra, passò il
fiume Osso (Arnu Darya) e, ottenuta la consegna di Besso, vendicò la morte di
Dario facendolo giustiziare a Ecbatana. Giunto al fiume lassarte (Syr Darya) ,
che costituiva il confine tra l'impero achemenide e gli Sciti nomadi, Alessandro
fondò Alessandria Eschate («Ultima») . La conquista della Sogdiana richiese
tre anni, dal 329 al 327, quando il satrapo Ossiarte capitolò; Alessandro prese
in moglie sua figlia Rossane, con una scelta di cui Plutarco ( Vita diAlessandro,
47, 7) dice che «fu fatta per amore, ma parve adattarsi perfettamente alla
sua azione politica», in quanto accrebbe la buona disposizione dei barbari
verso Alessandro che, con questo matrimonio, stringeva con loro un forte
legarne. Inoltre, Alessandro diede ordine di preparare per l'inserimento nel
suo esercito 30.000 giovani persiani, i cosiddetti «epigoni», con l'obiettivo
di formare un esercito misto.
Queste aperture nei confronti dell'elemento barbarico non erano del tutto La morte di Clito
nuove, poiché già nel 330 Babilonia era stata affidata al satrapo locale Mazeo; e la condanna di
esse, aggiunge Plutarco, non venivano accolte nello stesso modo dai «com­ Callistene
pagni», giacché, se Efestione le approvava, altri, come Cratero, preferivano
restare legati alle tradizioni patrie. Nel 328/7, a Maracanda, si verificò un
altro episodio di grave rottura fra Alessandro e i Macedoni: durante un
banchetto Alessandro, in preda al vino, uccise Clito, che gli aveva salvato la
vita nella battaglia del Granico. Clito, racconta Arriano, «ormai da tempo
era adirato per il cambiamento di Alessandro in favore di costumi barbarici
e per i discorsi degli adulatori»; egli dichiarò apertamente che le sue grandi
e meravigliose imprese Alessandro «non le aveva compiute da solo, ma esse
erano per la maggior parte dei Macedoni», e «si mise a celebrare le imprese di
Filippo e a denigrare Alessandro e le sue gesta» (Arriano, IV, 8, 4-6); incapace
di controllarsi, Alessandro lo trafisse con una sarissa.
Nel 327, poi, Alessandro condannò a morte lo storico Callistene di Olinto,
accusato di aver organizzato la cosiddetta «congiura dei paggi» in quanto
non approvava l'adozione, alla corte di Alessandro, di costumi orientali e, in
2 CAPITOLO 5

particolare, della proskynesis, un inchino profondo accompagnato da un ac­


cenno di bacio che equivaleva, nel costume greco-macedone, alla concessione
di onori divini. In un dibattito con il filosofo Anassarco di Abdera, riportato
da Arriano (IV, 10. 5 - 1 1 ) , Callistene sostenne l'assoluta inopportunità di
adottare la proskynesis, che avrebbe posto l'uomo Alessandro, «il figlio di
Filippo [ . . ] i cui antenati giunsero in Macedonia da Argo e governarono
.

i Macedoni non con la forza ma con la legge», al livello della divinità; così
parlando, conclude Arriano, Callistene «urtò profondamente Alessandro,
ma parlò secondo il sentimento dei Macedoni» (IV, 12, 1 ) . In queste vicende
si manifesta con grande chiarezza lo scontro fra la visione vetero-macedone
della regalità, che vedeva il sovrano come il migliore dei suoi pari, e quella
orientalizzante, che isolava il sovrano in una dimensione di eccezionalità quasi
sovrumana. Alcuni dei Greci, come appunto Anassarco, erano possibilisti
di fronte all'affermazione di una monarchia assoluta: il filosofo, chiamato a
consolare Alessandro dopo la morte di Clito, gli disse che «ogni cosa decisa
da Zeus è fatta con giustizia; dunque anche le azioni compiute da un grande
re devono essere ritenute giuste» (Arriano IV, 9, 7). Tuttavia, la condanna di
Callistene alienò ad Alessandro le simpatie di cui egli godeva nell'ambiente
degli intellettuali greci.
Alessandro in In­ Nel 326 Alessandro penetrò in India, una regione che fin da Erodoto aveva
dia colpito l'immaginario greco e dove il mito ambientava le imprese di dèi ed
eroi «civilizzatori», come Dioniso ed Eracle, di cui Alessandro intendeva farsi
emulo (secondo Arriano V, 2, 1 , Alessandro a Nisa rifletteva sul fatto che
«era giunto ormai dove era arrivato Dioniso, e sarebbe andato più lontano
del dio»). Alleato del re di Tassila, alla testa di un esercito misto di 120.000
uomini sconfisse, nell'estate del 326, il re Poro, che fu reso vassallo e relegato
nella regione a sud del fiume Idaspe (Jhelum). L'intenzione di Alessandro era
di proseguire verso la valle del Gange, verso il regno di Maghada, con capitale
Pataliputra, sul quale nutriva ambizioni Chandragupta, allora in esilio presso
Poro. Ma l'esercito rifiutò di seguirlo in ulteriori awenture: all'appassionato
discorso di Alessandro che invitava i soldati a proseguire, fino a conquistare
l'intera Asia e la Libia al di qua delle colonne d'Ercole, giungendo ai confini
posti dalla divinità alla terra (Arriano V, 26, 2), Ceno figlio di Polemocrate
ribatté richiamando il re ai suoi limiti umani e invitandolo alla moderazione
nella buona sorte (Arriano V, 27, 9). Irritato, Alessandro avrebbe voluto, a
quanto sembra, proseguire in ogni caso: ma i sacrifici sfavorevoli lo convinsero
a rinunciare. Lungo il fiume Ifasi (Beas) vennero eretti dodici altari monu­
mentali; il Gandhara fu affidato ad Ossiarte, padre di Rossane; le tre satrapie
istituite a est dell'Indo a Filippo, Pitone e Poro.
Il ritorno a Babi­ Il ritorno a Babilonia, nell'autunno del 326, seguì due direttrici: per terra
lonia e le nozze l'esercito, una volta ridisceso l'Indo, si divise in due tronconi, uno dei quali
di Susa attraversò I' Aracosia sotto la guida di Cratero, mentre l'altro attraversò
il deserto della Gedrosia sotto la guida dello stesso Alessandro, subendo
gravi perdite durante la marcia; per mare, la flotta mosse lungo il litorale
dell'Oceano Indiano, dalla foce dell'Indo a quella del Tigri, sotto la guida
di Nearco; fu questa l'occasione per condurre un'esplorazione sistematica
del confine meridionale dell'impero achemenide. Esercito di terra e flotta
persero però subito i contatti e poterono congiungersi solo alla fine del 3 25
in Carmania, a Hormuz. Nella primavera del 324 Alessandro entrò trionfal­
mente a Susa.
Qui Alessandro volle dare un chiaro segnale della sua volontà in merito ai
rapporti fra le diverse nazionalità nell'immenso regno sottratto agli Ache­
menidi. Nelle cosiddette «nozze di Susa», 80 compagni e 1 0.000 soldati
presero in moglie donne persiane e lo stesso Alessandro sposò Statira,
figlia di Dario (mentre la sorella Dripetide fu data in moglie ad Efestione),
e Parisatide, figlia di Artaserse III. L'intento di Alessandro era di creare
un'aristocrazia mista di elementi greco-macedoni e asiatici, in posizione
identica di fronte al sovrano.
Ma questa politica trovò scarso consenso presso i Macedoni (dopo la morte La rivolta di Opis
di Alessandro, dei «compagni» sposatisi nel 324 solo Seleuco non ripudiò la
moglie persiana Apame) e nell'estate del 324 il problema del rapporto fra le
nazionalità si manifestò drammaticamente con la rivolta di Opis, sul Tigri,
lungo la via che da Susa conduceva a Ecbatana: i soldati, afferma Arriano,
quando Alessandro annunciò che intendeva congedare veterani e invalidi, si
sentirono offesi, «dopo essere stati contrariati per molte e varie ragioni, perché
più volte avevano fatto loro dispiacere l'uso della veste persiana, la concessione
dell'equipaggiamento macedone ai barbari "epigoni" e l'immissione di cava­
lieri di ogni razza negli squadroni dei compagni» (Arriano VII, 8, 2). Con un
abile discorso (Arriano VII, 9- 10), che si richiamava alle imprese di Filippo,
Alessandro blandì gli uomini, insistendo sulla propria disponibilità a condivi­
dere paritariamente ogni fatica con i soldati, e cercò di suscitare in loro sensi
di colpa per il fatto che intendevano abbandonare il loro re, affidandolo alla
protezione dei barbari sconfitti: riuscì così a riconquistare la fiducia del suo
esercito, ma provvide anche a punire in modo esemplare i responsabili della
rivolta, alla fine della quale celebrò sacrifici «per la coiicordia e la comunanza
del potere» fra Macedoni e Persiani (Arriano VII, 1 1 , 9). Nel luglio del 324 i
veterani furono congedati e inviati, in numero di 1 0.000, in Macedonia, sotto
il comando di Cratero, nominato stratego d'Europa in luogo di Antipatro, che
era in urto con Olimpiade e fu incaricato di raggiungere Alessandro in Asia
con forze fresche, e di Poliperconte. L'anno successivo, immettendo 20.000
Persiani nella falange, Alessandro mostrò di voler proseguire sulla strada della
fusione etnica forzata.
A proposito della reazione di Alessandro alla rivolta di Opis, Arriano (VII, 8,
3) nota che egli «era più irritabile per il servilismo dei barbari, e non più ben
disposto come prima nei confronti dei Macedoni»; la necessità, certamente
chiara ad Alessandro, di adattare la tradizionale regalità macedone a una
situazione ormai completamente diversa da quella del momento della sua
ascesa al trono nel 336, fu percepita dalle fonti greche come la conseguenza
della corruzione cui il contatto con il lusso dell'Oriente e l'adulazione dei
barbari avevano esposto Alessandro.
242 CAPITOLO 5

Ales s a n d ro e i
Da Susa Alessandro aveva inviato in Grecia Nicanore, con l'incarico di an­
Greci: la rivolta nunciare, durante i Giochi Olimpici del 324, due richieste di Alessandro: il
di Agide, le richie­
richiamo di tutti gli esuli e la concessione di onori divini alla propria persona.
ste di Olimpia e
laffare di Arpalo
Anche nei confronti della Grecia questi due prowedimenti segnalano una
svolta: il richiamo degli esuli, se poteva esprimere una volontà di pacifica­
zione del mondo greco, costituiva però una violazione degli impegni di non
interferenza nelle vicende interne sanciti con la Lega di Corinto; la richiesta
di onori divini costituiva una grave offesa ai Greci, che, pur ammettendo
la possibilità di concedere un culto eroico a uomini (Brasida e Timoleonte
l'avevano ottenuto dopo morti, Lisandro ancora in vita), ritenevano che il
rendere culto divino a una persona fosse lesivo della dignità dell'uomo libero.
Durante la spedizione, nel 3 3 1 , il re spartano Agide III aveva tentato, con
risorse fornite dalla Persia, di far sollevare il Peloponneso (l'Elide, l'Arcadia,
l'Acaia) contro la Macedonia, ma Antipatro non aveva avuto difficoltà a
reprimere la ribellione con successo nella primavera del 330, grazie anche
all'indifferenza degli altri Greci e, in particolare, di Atene. Ora invece i
Greci reagirono, e negativamente; gli Ateniesi cedettero, su consiglio di
Demostene, sulla questione degli onori divini, rifiutandosi però decisamente
di accettare il richiamo degli esuli. Li preoccupava soprattutto il ritorno
in patria dei Sami espulsi dalla loro isola, dove risiedevano almeno 1 0.000
cleruchi ateniesi (un terzo del corpo civico) che sarebbero stati costretti a
rientrare in Atene.
Nello stesso 324 giunse ad Atene Arpalo, il tesoriere di Alessandro, fuggito
da Babilonia con 5 .000 talenti e 6.000 mercenari; accolto come supplice, egli
fu poi incarcerato quando Antipatro ne richiese l'estradizione, mentre i 700
talenti che aveva portato con sé in città furono confiscati; con il denaro e i
mercenari lperide intendeva finanziare la ribellione per il recupero dell'auto­
nomia di Atene. Ma dalla somma vennero a mancare 3 50 talenti; dell'ammanco
lperide accusò Demostene, che fu condannato e costretto all'esilio, prima a
Egina e poi a Trezene, nel 323 . La fuga di Arpalo a Creta, dove fu ucciso poco
dopo, mise gli Ateniesi al riparo dalla reazione di Alessandro.
La morte di Ales­ Alessandro trascorse l'inverno del 324/3 a Ecbatana in Media, dove morì
sandro Efestione; da qui si trasferì a Babilonia, dove, stando ad Arriano (VII, 15,
4-6), ricevette ambascerie provenienti dalla Grecia, ma anche dall'Africa (Libi,
Cartaginesi ed Etiopi) e dall'Italia (Bruzi, Lucani, Tirreni e, secondo alcuni,
persino i Romani, anche se Arriano sottolinea il silenzio delle fonti migliori su
questo punto). Tali ambascerie sono state collegate con la diffusione di notizie
su presunti progetti occidentali di Alessandro, che avrebbe dato a Nearco
l'incarico di esplorare le coste dell'Arabia e dell'Africa; la spedizione condotta
dallo zio di Alessandro, Alessandro il Molosso, in Italia tra 3 34/3 e 3 3 110
rende non del tutto improbabile un interesse di Alessandro (appassionato
lettore dello storico siceliota Filisto) per il mondo occidentale.
Alessandro morì improvvisamente a Babilonia nel giugno 323 , probabilmente
per cause naturali; gli ultimi giorni della vita del sovrano ci sono noti dalla
testimonianza delle Efemerzdi, riportata da Arriano (VII, 25, 1 - 26, 3 ) e da
Plutarco ( Vita di Alessandro, 76); tuttavia, le diverse occasioni di urto fra il
re e i «compagni» agevolarono la diffusione di voci su un suo avvelenamento
da parte di esponenti della cerchia di Antipatro. Alessandro lasciava un figlio
illegittimo, Eracle, avuto dalla persiana Barsine, vedova di Memnone di Rodi, e
mai riconosciuto; la moglie Rossane era incinta. In questa situazione, i Macedoni
operarono una scelta legittimista, acclamando re, col nome di Filippo III, Arri­
deo, il fratellastro di Alessandro, unico esponente superstite della famiglia degli
Argeadi, e il figlio postumo del sovrano defunto, qualora fosse stato maschio
(come poi fu: il bambino ricevette il nome di Alessandro IV).
Vale la pena di prendere in considerazione il giudizio complessivo di Arriano I l giudizio degli
sulla figura di Alessandro (VII, 28-30): lo storico ne offre una valutazione antichi e dei mo­
pienamente positiva, presentandolo come uomo intelligente, coraggioso, derni
ambizioso, sprezzante del pericolo e rispettoso della divinità; continente nei
piaceri del corpo, ma insaziabile di gloria; lungimirante sul piano politico,
abilissimo sul piano militare, grande condottiero di uomini; gli errori che, per
irritazione o per ira, certamente commise, imitando per arroganza i costumi
barbarici, furono largamente compensati dalle sue eccezionali doti e dall'im­
portanza delle sue realizzazioni.
Le luci e le ombre del ritratto arrianeo sono le medesime che traspaiono dal
dibattito dei moderni, che hanno privilegiato, sulla scia della vivacissima di­
scussione degli antichi, ora l'Alessandro conquistatore, mosso dal desiderio di
conquista e di conoscenza, edificatore di un impero universale e multietnico,
capace di superare la tradizionale chiusura della polis greca, ora l'Alessan­
dro intollerante di ogni limite imposto alla sua volontà, sensibile alle forme
autocratiche del potere e al culto della personalità, spregiatore delle migliori
tradizioni greco-macedoni. Indubbiamente Alessandro fu assai meno sensibile
del padre Filippo ai valori del mondo greco, di cui apprezzò la cultura, ma
senza condividerne profondamente i contenuti politici e ideologici. Così, se
Filippo aveva cercato di inserire l'egemonia macedone in schemi greci, Ales­
sandro impose a tutti, Greci e Macedoni, una monarchia universale, esercitata
su un territorio vastissimo ed eterogeneo sul piano etnico e culturale, che, nel
suo carattere divino, tradiva e insieme superava sia i valori della tradizione
macedone, sia quelli della polis greca, destinata a sopravvivere solo come
realtà culturale e come luogo di uno specifico stile di vita.
Non sorprende, quindi, che la sua figura abbia suscitato da sempre un
accanito dibattito e gli aspetti indubbiamente innovativi della sua opera gli
abbiano assicurato una straordinaria fortuna, tanto nell'antichità quanto in
ogni epoca successiva. L'immagine «romantica» di Alessandro, desideroso di
giungere, nella sua ansia di conoscenza e di conquista, ai confini del mondo
conosciuto, ha attraversato i secoli. È la suggestione di questa immagine
che induce il sobrio Arriano a chiudere la sua A nabasi di Alessandro affer­
mando che «non ci fu popolo, né città, né un solo uomo di quel tempo cui
non sia giunto il nome di Alessandro; non mi sembra che un uomo simile,
non somigliante a nessun altro, sarebbe potuto nascere senza un intervento
divino» (VII, 30, 2).
244 CAPITOLO 5

2. IL PROBLEMA DELLA SUCCESSIONE E LA FORMAZIONE


DEGLI STATI ELLENISTICI: DAL 323 AL 281

Il periodo successivo alla morte di Alessandro fu caratterizzato dallo scontro


tra forze unitarie, che intendevano mantenere unito l'impero di Alessandro
nonostante le indubbie difficoltà che ciò avrebbe comportato, e forze cen­
trifughe, che tendevano invece a provocare un frazionamento del vastissimo
territorio conquistato dal sovrano in regni di minore estensione e di maggiore
omogeneità interna.
Della prima tendenza furono esponenti Perdicca, il generale che aveva so­
stituito Efestione nel ruolo di chiliarco (il «gran visir>> persiano) e al quale
Alessandro, morendo, aveva lasciato il suo anello, e, in seguito, Antigono
(detto il Monoftalmo) e Seleuco, che nel corso delle lotte fra i diadochi (i
«successori» di Alessandro) si trovarono in condizione di poter aspirare alla
riunificazione del suo impero sotto la loro sovranità.
Gli accordi di Ba­ Un primo compromesso fra i più autorevoli «compagni» di Alessandro fu
bilonia (323) raggiunto nel 323 a Babilonia, immediatamente dopo la morte del re.
Perdicca mantenne il titolo di chiliarco; Antipatro ottenne il governo della
Macedonia, con il titolo di stratego d'Europa; Cratero ebbe la prostasia
(tutela) del regno, lasciato, come si è detto, al fratellastro di Alessandro, Ar­
rideo, imposto su base dinastica dall'esercito con il nome di Filippo III, con
l'accordo che il regno sarebbe stato condiviso con il figlio nato da Rossane,
se fosse stato maschio.
Gli altri compagni si divisero le varie satrapie: Tolemeo ebbe l'Egitto (dove
il suo potere apparve subito saldo e di cui egli in effetti non perse mai il
controllo), Lisimaco la Tracia, Leonnato la Frigia Ellespontica, Antigono la
Grande Frigia con Licia, Panfilia e Pisidia, Eumene la Cappadocia, Pitone
la Media. Quando, forse nell'estate del 323 , nacque Alessandro IV, Perdicca
assunse la reggenza per i due re.
La guerra lamiaca Nella sua veste di stratego d'Europa, Antipatro dovette affrontare la ribellione
e l'oligarchia di dei Greci nella cosiddetta «guerra lamiaca» (dalla città tessalica di Lamia, che
Focione in Atene fu uno dei centri delle operazioni).
Alla notizia della morte di Alessandro, nel 323 , gli Ateniesi, spinti anche dalle
preoccupazioni relative alla cleruchia di Samo, dato che il sovrano aveva deciso
di restituire l'isola ai Sami, si ribellarono, guidati da Iperide, contro il parere
di Focione e degli altri filomacedoni. Alla rivolta, proclamata in nome «della
comune libertà dei Greci» (Diodoro XVIII, 1 0, 2-3 ), si unirono Argo, Sidone,
l'Elide, la Messenia e, nella Grecia centrale, i Focesi, i Locresi, gli Acarnani
e gli Etoli. Il comando fu affidato all'ateniese Leostene, capo mercenario;
Demostene fu richiamato dall'esilio.
Leostene sconfisse Antipatro a Platea e alle Termopili, lo chiuse nella città di
Lamia, in Tessaglia, e ottenne I' adesione dei Tessali alla rivolta; alla sua morte,
il successore Antifilo vinse e uccise il Macedone Leonnato, ma Antipatro
riuscì a spezzare I' assedio e I'arrivo di Cratero dall'Asia, con 50.000 uomini,
segnò una svolta nella guerra. Gli Ateniesi nel 322 furono sconfitti sul mare,
ad Abido e ad Amorgo, e per terra a Crannone; con ogni probabilità, ciò
non avrebbe impedito la continuazione della guerra, ma i filomacedoni
(Focione, Demade, Demetrio Falereo, che la tradizione democratica rifluita
in Pausania VII, 10, 4-5 accusa apertamente di tradimento) trattarono con
Antipatro una pace durissima, che imponeva la consegna degli uomini po­
litici antimacedoni, l'installazione di un presidio macedone a Munichia, la
sostituzione della democrazia con un'oligarchia censitaria (Diodoro XVIII,
18, 4-6). Parte degli esclusi (in tutto 12 .000 o forse addirittura 22.000, su
un corpo cittadino di circa 3 0.000 membri), furono costretti a emigrare in
Tracia, dove Antipatro diede loro un territorio da colonizzare. Si ripeteva
in Atene la situazione del 404 , quando il tradimento di Teramene aveva
imposto un governo oligarchico, protetto dalle armi nemiche. Demostene
fuggì a Calauria, dove si uccise, inseguito dagli emissari di Antipatro; Iperide
venne catturato e ucciso a Egina. Gli Etoli continuarono per alcuni anni,
nel loro territorio, la guerra contro i Macedoni.
Perdicca, che godeva dell'appoggio di Olimpiade e aveva in progetto di La prima guerra
sposare la sorella di Alessandro, Cleopatra, apparve subito pericoloso agli dei diadochi e gli
altri diadochi. Egli deteneva il «comando supremo» (Diodoro XVIII, 3 , 1 ) e accordi di Tripa­
radiso (32 1 o 320)
si trovava in una condizione privilegiata: ma essa fu indebolita, da una parte,
dalla posizione di forza mantenuta da Antipatro e Cratero in Europa, dall'altra
dallo sviluppo di poteri non meno forti, e tendenzialmente centrifughi, nelle
satrapie. Antipatro, Cratero, Lisimaco, Antigono e Tolemeo si coalizzarono
dunque contro Perdicca, al cui fianco rimase solo Eumene: nel corso della
cosiddetta «prima guerra dei diadochi», Perdicca morì in Egitto, sconfitto da
Tolemeo; Cratero cadde invece nello scontro con Eumene.
La morte di questi due importanti esponenti della linea unitaria e legittimista
rese necessario un secondo accordo tra i diadochi, siglato in Siria, a Triparadiso,
nel 32 1 o, più probabilmente, nel 320. A Tolemeo fu confermato il governo
dell'Egitto, a Lisimaco quello della Tracia; Antipatro conservò la Macedonia e
subentrò al defunto Cratero nella tutela dei re; Antigono ebbe l'Asia Minore e
il comando dell'esercito in Asia (affiancato da Cassandro, figlio di Antipatro,
con il titolo di ipparco), con l'ordine di eliminare Eumene, ufficialmente con­
dannato a morte per tradimento; a Seleuco fu assegnata Babilonia.
Dall'accordo uscì particolarmente rafforzata la posizione di Antipatro, che
esercitava un vero potere personale in Macedonia: egli cercò un accordo con
Antigono, dando in sposa la propria figlia Fila, vedova di Cratero, al figlio di
lui Demetrio, ancora poco più che un ragazzo.
Antipatro morì nell'autunno del 3 1 9, lasciando il comando al vecchio generale La seconda guerra
Poliperconte, esponente della linea legittimista; il figlio Cassandro, privato del dei diadochi (319-
potere, provocò contro il rivale una nuova coalizione, scatenando la cosiddetta 3 16)
«seconda guerra dei diadochi».
La lotta fra Cassandro (alleato di Antigono, Lisimaco e Tolemeo) e Poliper­
conte (che cercò l'appoggio di Olimpiade e di Eumene) riportò d'attualità il
problema della Grecia e delle sue relazioni con la Macedonia: Poliperconte,
infatti, nel 3 19/8 promulgò un editto a nome dei re, Filippo III e Alessan-
CAPITOLO 5

dro IV, di cui Diodoro CXVIII, 56) ci ha conservato il testo, con cui venivano
restaurate nelle città le costituzioni stabilite sotto Filippo II all'epoca della
Lega di Corinto.
Nel caso di diverse città, prima fra tutte Atene, ciò significava restaurare la
democrazia, perché Antipatro aveva imposto in Grecia governi oligarchici;
in Atene il governo di Focione cadde; il vecchio stratego (che aveva tentato
di salvarsi con un ultimo tradimento, offrendo i propri servigi ad Alessandro,
figlio di Poliperconte) fu condannato a morte e fu restaurata la democrazia.
Ma già nel 3 1 7 Cassandra contrattaccò con efficacia e riuscì a riprendere
Atene, che fu affidata a Demetrio Falereo, con il titolo di epimelete, cioè di
«procuratore» macedone; Demetrio, discepolo di Aristotele e già collaboratore
di Focione, istituì un'oligarchia moderata, abbassando il censo richiesto per
il mantenimento dei diritti di cittadinanza.
Intanto la fine della dinastia argeade si avvicinava: nel 3 17 Olimpiade, schierata
con Poliperconte, eliminò Filippo III Arrideo e la moglie Euridice, che aveva
inutilmente invocato l'aiuto di Cassandra; l'anno dopo, però, la stessa Olim­
piade, sconfitta da Cassandra, fu condannata a morte dai Macedoni, mentre
Alessandro IV fu posto sotto la tutela di Cassandra e rinchiuso nella rocca di
Anfipoli insieme alla madre Rossane. La potenza di Cassandra in Grecia si
stava dunque affermando: nel 3 16 egli fondò Cassandria, sul sito di Potidea,
e Tessalonica, dal nome della figlia di Filippo II che aveva appena preso in
moglie, sul sito di Terme; inoltre ricostruì Tebe, distrutta da Alessandro,
con un gesto propagandistico che intendeva da un lato prendere le distanze
dall'Alessandro più discusso, dall'altro proporsi come suo erede in Grecia.
Nello stesso 3 1 6 Antigono sconfisse e uccise Eumene assumendo il controllo
di buona parte dell'Asia; per contrastare I' ascesa di Cassandra in Grecia e
Macedonia, egli ritenne opportuno agitare in Grecia la bandiera dell' autono­
mia. A Tiro, di fronte all'esercito, Antigono accusò apertamente Cassandra
di aspirare al regno di Macedonia; redasse inoltre un decreto (il cosiddetto
«manifesto di Tiro») in cui si dichiarava Cassandra nemico se non si fosse
sottomesso ad Antigono e, soprattutto, si stabiliva che «tutti i Greci dove­
vano essere liberi, immuni da guarnigioni e autonomi» (Diodoro XIX, 6 1 , 3 ) ;
sperava infatti, aggiunge lo storico, «che i Greci, con l a speranza della libertà,
sarebbero stati alleati zelanti nella guerra».
La terza guerra L'eccessiva potenza di Antigono provocò una nuova coalizione tra Cassan­
dei diadochi (3 15- dra, Tolemeo (che al proclama di Tiro aveva reagito con un analogo decreto
311) sull'autonomia dei Greci: Diodoro XIX, 62, 1 ) , Lisimaco e Seleuco.
Nella cosiddetta «terza guerra dei diadochi», nel 3 12 Tolemeo sconfisse De­
metrio, figlio di Antigono, nella battaglia di Gaza; nel 3 1 1 si giunse a una pace
che riconosceva ad Antigono il dominio dell'Asia e a Cassandra quello della
Macedonia, confermando a Tolemeo l'Egitto e a Lisimaco la Tracia. Seleuco
restò escluso dall'accordo, ma poté rientrare a Babilonia, dalla quale era stato
costretto a fuggire nel 3 16: da questo momento egli ne tenne saldamente il
controllo (tanto che proprio dal 3 12/1 si faceva iniziare l'era seleucidica) e
poté dedicarsi anche alla stabilizzazione dei confini orientali del suo regno,
per quanto riguardava le satrapie superiori e l'India (risale agli anni intorno
al 305 il suo accordo con il re indiano Chandragupta).
Nel 3 10 Cassandro fece uccidere Rossane e Alessandro IV; l'anno dopo La fine della di·
Poliperconte, ormai alleato di Cassandro, eliminò Eracle, il presunto figlio nastia argeade e
di Alessandro e Barsine. Con la fine degli Argeadi veniva meno ogni preoc­ l'assunzione del
titolo di re da
cupazione legittimistica e i diadochi potevano aspirare a regnare in proprio. parte dei diadochi
Antigono e il figlio Demetrio Poliorcete (il soprannome gli venne dall'assedio
cui sottopose la città di Rodi nel 305/4) furono i primi ad assumere, nel 306,
dopo aver sconfitto Tolemeo a Cipro, il titolo di re; nel 305 anche gli altri
diadochi seguirono il loro esempio (Diodoro XX, 53 ):

Tolemeo, disperando della situazione a Cipro, tornò in Egitto. Demetrio, dopo


aver preso tutte le città dell'isola e le loro guarnigioni, inserì gli uomini, 16.000
fanti e 600 cavalieri, nel suo esercito; poi inviò velocemente messaggeri al padre,
facendoli imbarcare sulla nave più grande, per annunciare la sua vittoria. An­
tigono, informato della vittoria ed esaltato dalla grandezza del successo, cinse
il diadema e per il resto del tempo assunse il titolo di re, dopo aver concesso a
Demetrio lo stesso titolo e lo stesso onore. Tolemeo, per nulla abbattuto dalla
sconfitta, mise il diadema e scrisse a tutti firmandosi «re». Come loro anche gli
altri dinasti rivali assunsero il titolo di re: Seleuco, che aveva da poco conquistato
le satrapie settentrionali, Lisimaco e Cassandro, che conservavano i territori
inizialmente assegnati loro.

Già nel 307 Antigono e Demetrio erano entrati in Atene, avevano espulso La b attaglia d i
Demetrio Falereo (che trovò rifugio in Egitto) e ristabilito la democrazia, Ipso (301 ) e le sue
sotto la guida di Stratocle e di Democare, nipote di Demostene. Contro Cas­ conseguenze
sandro, essi ripresero con rinnovato zelo la politica di difesa delle autonomie,
restaurando, nel 302, la Lega di Corinto.
La crescita della potenza di Antigono e Demetrio provocò contro di loro la
coalizione di Cassandro, Lisimaco, Tolemeo e Seleuco: a Ipso, in Frigia, nel 301
Antigono fu sconfitto e ucciso. Gli accordi successivi permisero a Lisimaco di
estendere il suo regno all'Asia Minore, a Seleuco di ampliarlo fino alla Siria;
Cassandro mantenne la Macedonia, mentre il controllo della Grecia restò di
fatto a Demetrio Poliorcete. Tolemeo rifiutò di cedere a Seleuco la Celesiria
(«Siria cava»), cioè la Siria meridionale (Fenicia e Palestina): il rifiuto aprì
un contenzioso secolare fra Siria ed Egitto, che combatterono sei guerre per
il possesso di quest'area.
Con il 3O1 si giunse a una relativa stabilizzazione, che trovò espressione in una
serie di alleanze matrimoniali destinate a legare fra loro i diadochi. Lisimaco
sposò la figlia di Tolemeo, Arsinoe (II); al figlio di Tolemeo, Tolemeo II, fu
data in sposa Arsinoe (I), figlia di Lisimaco. Seleuco sposò invece Stratonice,
figlia di Demetrio Poliorcete; quest'ultimo si fidanzò con Tolemaide, figlia
di Tolemeo I.
Nel quadro si inserisce ora anche Pirro, figlio del re epirota Eacide, ucciso
nel 3 17 da Cassandro. Pirro aveva riottenuto il trono paterno nel 3 06, ma lo
aveva nuovamente perso nel 3 02 ; alleato di Demetrio, che ne aveva sposato
248 CAPITOLO 5

la sorella Deidamia, combatté con lui a Ipso e fu poi inviato come ostaggio
in Egitto, presso Tolemeo.
La Macedonia tra Nel periodo successivo al 301 Demetrio Poliorcete, che dominava il mar Egeo
Cassandra, Lisi­ grazie al controllo delle città costiere della Ionia, della Caria e della Fenicia,
maco, Pirro e De­ di Cipro, delle isole egee e di città come Megara e Corinto, e Cassandra, re
metrio Poliorcete
di Macedonia, si contesero il potere in Occidente. Quando Cassandra morì,
nel 298/7, si aprì per la Macedonia un periodo di grave instabilità. La corona
macedone passò ai suoi figli, Filippo, Antipatro e Alessandro; dopo una serie
di lotte fratricide, la famiglia di Cassandra si estinse e il regno fu conteso da
Lisimaco, Pirro (rientrato in Epiro nel 298) e Demetrio, che nel 294 riuscì a
farsi acclamare re di Macedonia.
Nello stesso anno, Demetrio restaurò ad Atene la democrazia, liberandola dal
tiranno Lacare, un seguace di Cassandra andato al potere due anni prima con
un colpo di stato; ma, invece di lasciare autonoma Atene, mantenne il controllo
del Pireo e di Munichia e introdusse una guarnigione sulla collina del Museo, in
piena città, accentuando così gli atteggiamenti dispotici che già nel 303 avevano
provocato la rottura fra Democare e Stratocle, colpevole di eccessivo servilismo
nei confronti del re. Democare, disgustato, andò in esilio; ad Atene Demetrio
ottenne in questi anni grandissimi onori, compreso un inno che lo acclamò
addirittura «dio presente», ben diverso dagli altri dèi, lontani e indifferenti
(Duride, frg. 13 Jacoby).
Sempre intorno al 294 Demetrio fondò, sul sito di Pagase, Demetriade, de­
stinata a diventare centro strategico di controllo della Grecia. La sua potenza
provocò la coalizione di Lisimaco, Seleuco, Tolemeo e Pirro; sconfitto a Berea
nel 289, Demetrio fu espulso dalla Macedonia (che fu divisa tra Pirro e Li­
simaco) e fuggì in Asia, dove nel 286 cadde prigioniero di Seleuco e rimase
in prigionia ad Apamea sull'Orante fino alla morte, nel 283 . Egli lasciò il
controllo della Grecia al figlio Antigono Il, soprannominato Gonata. Atene,
sotto la guida di Olimpiodoro, espulse la guarnigione macedone dal Museo
(287) e Democare rientrò dall'esilio.
La b at taglia di Nel 285 la Macedonia restò nelle mani del solo Lisimaco. Lisandra, figlia
Curupedio (281 ) di Tolemeo e vedova del figlio di Lisimaco, Agatocle, che il padre aveva
e l'assestamento fatto uccidere, si rivolse a Seleuco, che nel 281 invase l'Asia Minore, giunse
dei tre regni elle­
nistici
rapidamente a Sardi e sconfisse e uccise Lisimaco nella piana di Curupedio,
presso Magnesia al Sipilo.
Tolemeo era morto nel 283 e Seleuco si trovava a questo punto nella posizione
ideale per diventare re di Macedonia e ricostituire l'impero di Alessandro:
ma nell'autunno del 281 egli venne ucciso da Tolemeo Cerauno, figlio di
Tolemeo, che era stato privato del regno dal fratellastro Tolemeo II e cercava
una compensazione in Macedonia. A Seleuco successe il figlio Antioco I, già
associato al regno fin dal 293 (queste forme di condivisione del potere inten­
devano favorire la successione dinastica ed evitare il rischio di rivendicazioni
inattese e di vuoti di potere).
Dopo quarant'anni di guerre e di spartizioni, i quattro stati territoriali nati
dalla divisione dell'impero di Alessandro si erano ridotti a tre per la definitiva
ALESSANDRO E L'B.1.0111SMO 249

scomparsa del regno di Lisimaco, a cavallo tra Europa e Asia. Di questi tre, due
si erano ormai assestati: l'Egitto era stabilmente guidato da Tolemeo II, della
dinastia dei Lagidi; la Siria, comprendente tutti i domini asiatici, da Antioco I,
della dinastia dei Seleucidi; solo la Macedonia appariva ancora instabile, sia
per la costante irrequietezza della Grecia, sia perché la corona non era ancora
saldamente nelle mani di alcun dinasta. Tolemeo Cerauno, divenuto re, morì
nel 279 combattendo contro i Celti (chiamati Galati dai Greci), che scendendo
dalle regioni balcaniche avevano attaccato la Macedonia. Nello stesso anno
essi investirono Delfi, che fu difesa con successo dai Focesi e soprattutto da­
gli Etoli; un altro gruppo si diresse verso la Tracia e fu fermato da Antigono
Gonata a Lisimachia, nel 277 . La vittoria sui Galati assicurò al Gonata il trono
macedone; il tentativo di Pirro, rientrato dalla sfortunata awentura in Italia
e in Sicilia (280-275), di usurpare nel 274 il trono macedone si concluse con
la sua morte ad Argo, nel 272 .
I superstiti passarono in Asia Minore, dove imperversarono a lungo, finché,
intorno al 230, furono vinti da Attalo I, re di Pergamo (città che si costituì
in regno indipendente dal dominio di Seleuco nel 263 ) e si stanziarono nella
regione che fu poi chiamata Galazia.

3. LA SICILIA: AGATOCLE

In Sicilia, dopo la deposizione del potere da parte di Timoleonte (337/6),


Siracusa conobbe un periodo di tensioni che si tradusse in anni di instabilità
per l'intera isola. Analoga instabilità, dovuta alla pressione dei popoli italici,
si registrò in Italia e indusse i Greci a rivolgersi nuovamente, dopo l'inter­
vento di Archidamo (342-338), a strateghi stranieri: Alessandro il Molosso,
gli spartani Acrotato e Cleonimo, il re dell'Epico Pirro.
Alessandro il Molosso, fratello di Olimpiade e zio di Alessandro di Macedonia, Alessandro il Mo­
giunse in Italia nel 334, come alleato di Taranto contro gli indigeni italici. losso in Italia
Egli svolse in Italia una personale politica di conquista, forse non del tutto
indipendente dai discussi progetti occidentali del nipote. Il Molosso sconfisse
a più riprese Messapi, Peucezi e Lucani, liberando Eraclea, che riacquisì la sua
funzione di capitale della Lega italiota. Battendo i Sanniti, alleati dei Lucani,
presso Posidonia e liberando Cosenza e Terina dai Bruzi, Alessandro si trovò
padrone dell'Italia meridionale e strinse alleanza, in funzione antisannitica,
con Roma. Egli era intenzionato a passare in Sicilia e in Africa contro i Carta­
ginesi, ma, quando cercò di trasferire la capitale della lega da Eraclea a Turi,
Taranto ruppe l'alleanza, forse preoccupata dal legame con Roma, che essa
non distingueva dagli altri indigeni italici che insidiavano la sua sopravvivenza.
Il Molosso morì nel 33 0 a Pandosia, combattendo contro Lucani e Bruzi;
Taranto restò esposta alla crescente pressione indigena.
A Siracusa, governata dagli oligarchici Sosistrato ed Eraclide, maturavano Il colpo di stato
intanto le condizioni per il colpo di stato di Agatocle, uno dei nuovi cittadini di Agatocle a Si-
giunto a Siracusa, da Terme, nel 343, all'epoca di Timoleonte. racusa
Agatocle nel 3 17 rientrò dall'esilio cui gli avversari lo avevano costretto alla
testa di un esercito mercenario e prese il controllo di Siracusa, incitando I' as­
semblea a una violenta reazione contro gli oligarchici, 4.000 dei quali vennero
uccisi, mentre 6.000 si rifugiarono ad Agrigento; l'assemblea, controllata dai
suoi sostenitori, lo designò stratego autokrator ed epimelete della città (3 16/5).
Agatocle dunque si appoggiò al popolo (cui promise la cancellazione dei debiti
e la distribuzione delle terre) e si rifece, nelle modalità della presa del potere,
agli autorevoli precedenti di Gelone e Dionisio I.
Anche la sua linea politica si ispirò al modello dionisiano, perseguendo la
centralità di Siracusa, l'unificazione della Sicilia, la contrapposizione con
Cartagine, il dominio in Italia con appoggi in Adriatico, e sviluppando
un'ampia attività politica e diplomatica: l'affinità è colta da Polibio (.XV, 35),
il quale ricorda che entrambi, «divenuti tiranni di Siracusa, una città che aveva
raggiunto allora eccezionale prestigio e ricchezza, vennero riconosciuti re di
tutta la Sicilia e signori di alcune parti dell'Italia».
L' unifi c a zione Prima di tutto, Agatocle riaffermò il ruolo centrale di Siracusa in Sicilia: ciò
della Sicilia e la provocò la reazione di Agrigento, Gela e Messana, che si coalizzarono con­
guerra contro Car­ tro di lui e ricevettero l'aiuto di Taranto e dello spartano Acrotato, figlio di
tagine
Cleomene Il, ma nel 3 13 Agatocle ottenne, con la mediazione del cartaginese