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Abusi sessuali in famiglia: madre che non interviene risponde di concorso


Cassazione penale , sez. III, sentenza 02.04.2014 n° 15109 (Filippo Lombardi)
Risponde di concorso omissivo in violenza sessuale ex artt. 40 co. 2 e 609 bis c.p. la madre che, essendo a conoscenza (o
potendo conoscere) degli abusi perpetrati dal proprio marito in danno dei figli, non interviene a scongiurare il verificarsi
degli episodi illeciti o quantomeno la loro perpetuazione, avendone la concreta possibilità.

Si applica, invece, l'art. 110 c.p. in combinato disposto col reato di parte speciale (concorso commissivo) nel caso in cui
il soggetto realizza un apporto causale agevolativo del reato compiuto dal terzo.

Con la pronunzia che qui si annota, la Corte di Legittimità rammenta i presupposti della punibilità della madre ex artt. 40
co. 2, 609 bis e 609 ter ult. comma c.p. (concorso omissivo in violenza sessuale), nel caso in cui non impedisca la violenza sessuale perpetrata dal
proprio coniuge in danno dei figli.

Questi i fatti accertati dai giudici di merito.

Una donna veniva condannata alla pena di legge per non aver impedito (ed anzi, in alcuni casi per aver agevolato) le violenze sessuali compiute dal proprio
marito in danno dei figli della coppia.

Il ricorso per cassazione, proposto dalla donna, viene ritenuto infondato dalla Suprema Corte, la quale conferma il corretto accertamento della
responsabilità penale da parte dei giudici di merito.

Dall'art. 147 c.c. (conforme all’art. 30 Cost.), che prevede l’obbligo dei genitori di mantenere, istruire ed educare i figli, si evince ragionevolmente il
principale dovere genitoriale di protezione della prole, nel senso che ai genitori, in quanto singoli prima ancora che come coppia, viene richiesto di
proteggere i beni giuridici di pertinenza dei propri figli, dovendosi conseguentemente attivare in ogni ipotesi fattuale potenzialmente pregiudizievole per gli
stessi.

Il genitore deve realizzare un intervento idoneo teso a scongiurare la realizzazione del danno imminente, qualora sussistano i seguenti presupposti:

a) che egli conosca o possa conoscere il rischio di lesione citato;


b) che contestualmente conosca o possa conoscere - sulla base delle circostanze fattuali - la sussistenza del dovere di agire nei confronti del
soggetto debole, in virtù della propria posizione di garanzia;
c) che abbia la possibilità pratica di frapporsi tra il fattore di rischio e l’offesa agli interessi di chi è affidato alla propria cura.

Non fa eccezione alle regole indicate il caso in cui il fattore di rischio coincida con la condotta del proprio coniuge, il quale realizzi o intenda realizzare
fatti illeciti nei confronti della prole.

In questo caso, stanti i presupposti di conoscenza/conoscibilità prima indicati, e stante la percorribilità pratica dell’intervento teso ad evitare il compimento
o la reiterazione degli illeciti, il coniuge il quale non ottemperi al dovere genitoriale di protezione va punito penalmente col ricorso al combinato disposto
tra la norma che stigmatizza il fatto illecito realizzato dall’autore diretto e la clausola moltiplicativa di cui all'art. 40 comma 2 c.p., che prevede una
equivalenza normativa tra il cagionare un evento vietato e l’omettere di evitare tale evento qualora si abbia l’obbligo giuridico di farlo.

L’intervento che si richiede non consiste necessariamente nell’evitare materialmente l’evento lesivo attuando una difesa del bene giuridico mediante
strenua opposizione materiale o esplicazione di una vis fisica contro l’aggressore, essendo per contro sufficiente allertare l’Autorità in modo da consentire
a quest’ultima di attivarsi così da evitare l’illecito (o la sua reiterazione) mediante i mezzi di coazione di cui essa dispone.

Non sfuggirà alla pretesa punitiva il genitore che abbia omesso di attivarsi nel senso indicato, e che abbia fatto valere nel processo, al fine di giustificarsi, la
finalità di sottrarsi a ritorsioni violente che l’altro coniuge avrebbe posto in essere qualora il primo avesse agito a protezione dei figli; né potrà valere
come scriminante l’esistenza di una situazione di profondo timore o subordinazione psicologica verso lo “strapotere” altrui.

Possono evidenziarsi altresì le particolarità dell’obbligo di protezione di un interesse giuridico dal compimento del reato da parte del terzo.

In primo luogo, quando l’evento che il garante deve evitare è il fatto illecito altrui, la punibilità della condotta omissiva prescinde dall’essere - l’illecito
materialmente cagionato - un reato di natura necessariamente commissiva. Detto altrimenti, è noto che i reati, i quali - a cagione del tenore letterale
della relativa fattispecie penale - possano essere commessi solo in senso commissivo (tra i quali la violenza sessuale), non sono suscettibili di essere
duplicati nella corrispondente veste omissiva ex art. 40 comma 2 c.p.

Si ritiene, però, che, qualora l’evento che il garante abbia l’obbligo di evitare si sostanzi esso stesso nel reato del terzo (c.d. “evento-reato”), tale
preclusione possa disapplicarsi, e la clausola moltiplicativa possa operare regolarmente.

In secondo luogo, un discorso simile è sostenibile anche in punto di coefficiente psichico: se il garante inerte è in colpa e non interviene a scongiurare un
illecito compiuto dal terzo e necessariamente doloso (vale a dire, non esistente nel sistema penale in veste colposa, es. violenza sessuale), risponde
ugualmente del reato doloso concretamente cagionato dal terzo. In sede di commisurazione della pena, il giudice terrà opportunamente in considerazione
che l’elemento soggettivo reggente la condotta omissiva del garante si sia sostanziato nella colpa e non nel dolo, ma dal punto di vista pratico tale colpa
verrà utilizzata - ai fini del computo della sanzione penale - come se fosse un dolo di minima intensità.

In termini più precisi, se il reato addebitato al garante in colpa (col ricorso all'art. 40 comma 2 c.p.) è in concreto doloso, è evidente che i minimi ed i
massimi edittali che regolano la pena per tale illecito sono individuati dal legislatore proprio tenendo in conto la riprovevolezza della volontà criminosa. Il
giudice in sede di commisurazione della pena dovrà però individuare - nel quadro edittale orientato al rimprovero del dolo - una pena che stigmatizzi
opportunamente e ragionevolmente la colpa del garante penalmente responsabile. Ciò significa che in concreto il giudice utilizzerà l’elemento soggettivo
colposo come se fosse un dolo di minima entità (una sorta di “colpa punita come dolo”).

Il problema evidentemente non si pone nel caso in cui il garante non impedisca la contravvenzione compiuta dal terzo, laddove il reato sia punito a titolo

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alternativo di dolo o di colpa.

Le prossime riflessioni toccano invece il modo in cui la S.C. affronta il concetto di “concorso omissivo”.

Asseriscono i Giudici di Legittimità che il concorso omissivo sia retto a livello normativo dall'art. 40 co. 2 in combinato con la norma di parte speciale in
concreto rilevante. Applicano invece l'art. 110 c.p. nel caso in cui vi sia stato un apporto causale all’illecito da altri realizzato.

Al fine di comprendere al meglio le statuizioni della Corte, e sottoporle eventualmente a critica, è opportuna una breve ricapitolazione sulla tematica del
concorso omissivo.

Tale forma di concorso, osteggiata da alcuni, può atteggiarsi in vari modi:

concorso omissivo nel reato omissivo.


concorso commissivo nel reato omissivo.
concorso omissivo nel reato commissivo.

Omettendo l’analisi di quanto irrilevante per la nostra trattazione, si intende focalizzare sulla terza fattispecie: concorso omissivo nel reato commissivo.

Questa forma di concorso si verifica quando ricorrono i seguenti presupposti:

1. il soggetto inerte è titolare di una posizione di garanzia che gli impone di evitare il fatto illecito altrui;
2. tale soggetto, potendo impedire l’evento-reato, rimane inerte;
3. egli è in dolo rispetto al verificarsi dell’evento illecito e intende contribuire con una propria condotta omissiva all’esecuzione del reato da parte del
terzo;
4. la propria condotta omissiva, se non è stata essenziale per il compimento del fatto di reato, lo ha quantomeno agevolato o ne ha rinforzato
l’esecuzione.

Una domanda che ci poniamo è la seguente: com’ è in concreto disciplinato il concorso omissivo nel reato commissivo? In altri termini, la domanda è
tesa ad enucleare quali siano le norme in grado di fondare l’imputazione nel processo.

La risposta non è pacifica, in quanto alcuni ritengono che il concorso omissivo nel reato commissivo venga retto dal combinato disposto degli artt. 40 e 110
c.p., mentre altra impostazione ritiene sufficiente il ricorso all'art. 40 co. 2 c.p.

La seconda tesi non è esente da critiche. Infatti, genera una falla di sistema il tentativo di regolare un istituto come quello del “concorso di persone” col
ricorso al solo art. 40 cit., in quanto questa norma è applicabile anche al caso in cui sussistano (in capo al garante inerte ed in capo all’esecutore materiale)
coefficienti psichici diversi, con la “tragica fatalità” - invisa ai più - di dover ammettere nel sistema penale il tanto criticato “concorso colposo nel reato
doloso”. E’ noto infatti che il concorso di persone richiede la “medesimezza del reato”, intesa anche come omogeneità degli elementi soggettivi dei correi.

Dovrebbe allora più ragionevolmente dotarsi l’istituto del concorso omissivo nel reato commissivo di una copertura normativa strutturata su entrambe le
clausole citate: artt. 40 co. 2 e 110 c.p.

A questo punto è però opportuna una precisazione, distinguendo ancora, a seconda dei casi.

E’ stato detto che la differenza di elemento soggettivo tra il garante inerte e l’esecutore squalifica l’applicazione dell'art. 110 c.p., in quanto
quest’ultimo richiede la medesimezza dell’atteggiamento psicologico: in questo caso, dunque, sarà sufficiente abbinare alla norma stigmatizzante il reato di
parte speciale la clausola ex art. 40 co. 2 c.p., ma non potrà parlarsi - se non atecnicamente - di “concorso” omissivo.

L’attenzione va allora convogliata sul caso in cui vi sia medesimezza di elemento soggettivo (i.e. garante in dolo ed esecutore in dolo). In questo caso è
possibile - ad avviso di chi scrive - una bipartizione tra due ipotesi:

1. il caso in cui l’esecutore non sappia dell’altrui omissione;


2. il caso in cui l’esecutore sia conscio dell’altrui omissione.

Nel primo caso, si verifica una ipotesi di dolo omissivo concorsuale unilaterale, che andrà disciplinato col ricorso ad entrambe le clausole moltiplicative
(artt. 40 co. 2 e 110 c.p.). L'art. 40 rileva in quanto dà atto dell’esistenza della posizione di garanzia e della omissione, mentre l'art. 110 c.p. non può
mancare in quanto rende omaggio alla medesimezza dell’elemento soggettivo ed alla agevolazione resa dal soggetto inerte alla esecuzione dell’illecito
altrui.

Nel secondo caso, potrebbe tanto ritenersi rilevante il combinato disposto, tanto ritenere avvenuta una “attività” di istigazione che adombra o assorbe
l’omissione lasciando emergere il solo art. 110 c.p. (fantasioso immaginare che l’esecutore, il quale sappia della volontaria inerzia del garante del bene
giuridico, rimanga impassibile dinanzi a tale condotta omissiva e non rafforzi il proprio proposito criminoso aumentando il proprio senso di sicurezza nel
compimento dell’illecito).

Se si accoglie quanto detto pocanzi, risulta criticabile l’uso che la Corte di Legittimità fa delle clausole moltiplicative. I Giudici di Legittimità si
esprimono nel senso che il concorso omissivo nel reato commissivo sia disciplinato dal solo art. 40 co. 2 c.p., e che l'art. 110 c.p. (in via esclusiva) venga in
rilievo quando si verifichino degli apporti causali alla realizzazione dell’illecito.

Il primo assunto probabilmente neglige la necessità che, ogni qualvolta si parli tecnicamente di concorso di persone nel reato, vada applicato l'art. 110 c.p.,
in combinato (in alcuni casi in via autonoma) con l'art. 40 co. 2 c.p. In altri termini, quando si parla di concorso di persone nel reato, la norma che può
venire meno è - tutt’al più - l'art. 40 cit., non certo l'art. 110 c.p.

Il secondo assunto pare non tenere in conto che anche l’omissione, qualora confluisca tecnicamente nel fenomeno concorsuale, sia definibile come apporto
causale, in quanto condotta eziologicamente utile al verificarsi dell’evento vietato. Più che di apporti causali, sarebbe stato forse più adeguato il
riferimento al contributo commissivo, che può verificarsi sia nelle ipotesi di interazione naturalisticamente percepibile con la realtà circostante, sia nelle
ipotesi in cui avvenga una “attività” di condizionamento psichico (in queste ipotesi andrebbe inserito anche il caso della apparente inerzia passiva che
sottenda una forma di agevolazione del proposito criminoso altrui).

(Altalex, 10 luglio 2014. Nota di Filippo Lombardi)

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SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE

SEZIONE III PENALE

Sentenza 13 marzo-2 aprile 2014, n. 15109

(Presidente Teresi - Estensore Amoresano)

Ritenuto in fatto

1. La Corte di Appello di Lecce, con sentenza del 6.2.2013, confermava la sentenza del GIP del Tribunale di Lecce, emessa il 6.12.2011, con la quale G.F. ,
applicata la diminuente per la scelta del rito abbreviato, era stata condannata alla pena di anni 12 di reclusione per il reato di cui agli artt. 40, 81, 609 ter ult.
comma, 110 c.p. (perché, in qualità di madre delle minori K.F. , nata il (omissis), K.H. , nata il (omissis) e K.A. , nata il (…), e avendo l'obbligo giuridico,
non impediva la perpetrazione di atti di violenza sessuale in danno delle medesime da parte del padre K.S. , e in talune occasioni agevolava materialmente
la perpetrazione delle violenze sulle figlie) e per il reato di cui agli artt. 40 e 572 c.p. (perché in qualità di madre ed avendo l'obbligo giuridico non
impediva la perpetrazione del reato di maltrattamenti da parte del padre in danno delle minori), unificati sotto il vincolo della continuazione.

Rilevava la Corte territoriale che l'atto di appello proposto dall'imputata era destituito di fondamento, in quanto dalle risultanze processuali emergeva la
prova della sussistenza dei reati ascritti.

Le dichiarazioni delle parti offese, in ordine agli abusi sessuali subiti ad opera del padre, erano pienamente credibili e risultavano per di più riscontrate da
elementi esterni (dichiarazioni de relato delle insegnanti, con le quali le minori si erano confidate).

Ricorrevano poi tutte le condizioni perché la G. dovesse rispondere, a titolo di causalità omissiva, dei reati, essendo emerso che essa era pienamente a
conoscenza delle violenze sessuali e dei maltrattamenti cui le minori venivano sottoposte e che non aveva impedito la loro verificazione (in alcuni casi
aveva addirittura contribuito a che si verificassero). Le dichiarazioni rese dalle minori in proposito trovavano conferma nella sostanziale confessione resa
dall'imputata, la quale si era limitata ad invocare una sorta di impossibilità di opporsi al marito, il quale, oltre ad aggredirla fisicamente, l'aveva annullata
psicologicamente.

Riteneva la Corte territoriale che tale linea difensiva non potesse trovare accoglimento, in quanto la G. aveva, comunque, la possibilità di rivolgersi alle
forze dell'ordine.

Quanto al trattamento sanzionatorio, il contesto di abiezione nel quale i reati erano maturati e la loro gravità non consentivano, nonostante la confessione
resa, la concessione delle circostanze attenuanti generiche.

2. Ricorre per cassazione G.F. , a mezzo del difensore, denunciando la violazione di legge ed il vizio di motivazione in ordine alla configurabilità del
concorso omissivo ex art. 40 comma 2 c.p., in particolare sotto il profilo dell'elemento psicologico.

Dopo aver richiamato la giurisprudenza di legittimità, assume la ricorrente che dagli atti non emerge certo una sua complicità dolosa con il marito,
trovandosi essa in una grave ed evidente sudditanza nei confronti del coniuge. Risulta, invero, accertato lo stato di terrore in cui viveva la ricorrente (le
stesse minori riferiscono che anche la madre era considerata una 'schiava').

La Corte di Appello si è limitata a prendere atto delle ammissioni dell'imputata, ma non ha motivato in ordine al carattere scriminante della situazione in
cui la donna si trovava (nel rendere dichiarazioni confessorie l'imputata aveva riferito di venire picchiata selvaggiamente, con minacce di morte, se solo
avesse cercato di opporsi).

Con il secondo motivo denuncia la violazione di legge in relazione all'art. 62 bis c.p., nonché la carenza, illogicità e contraddittorietà della motivazione.

Benché con i motivi di appello fossero stati evidenziati tutti gli elementi positivi (comportamento processuale, personalità e condizioni di vita,
incensuratezza) che avrebbero dovuto portare al riconoscimento delle circostanze attenuanti generiche, la Corte territoriale ha negato il beneficio con
motivazione apodittica, facendo riferimento soltanto alla gravità del reato e senza neppure argomentare in ordine ai rilievi difensivi.

Considerato in diritto

1. Il primo motivo di ricorso è infondato

2. In tema di reati contro la libertà sessuali grava sui genitori e sugli altri soggetti cui i minori risultino eventualmente affidati l'obbligo giuridico
di impedire se non il verificarsi quantomeno il protrarsi di fatti delittuosi in danno dei minori medesimi, essendo essi titolari di una posizione di
garanzia connessa al loro dovere di tutela e sorveglianza, con la conseguenza che il non aver impedito tali eventi equivale ad aver concorso a
cagionarli' (cfr. Cass. sez. 3 n. 4331 del 19.1.2006).

E per i genitori l'obbligo di impedire eventi lesivi in danno dei figli deriva dall'art. 147 c.c. ('il matrimonio impone ad ambedue i coniugi
l'obbligazione di mantenere, educare e istruire la prole').

E, come ha ricordato anche la Corte territoriale, si risponde, a titolo di causalità omissiva, ex art. 40 cpv. c.p. degli atti di violenza sessuale compiuti
dal coniuge sui figli minori, se si verifichino le seguenti condizioni: a) conoscenza o conoscibilità dell'evento; conoscenza o conoscibilità dell'azione
doverosa incombente al garante; c) possibilità oggettiva di impedire l'evento (cfr. Cass. pen. sez. 3., 30.1.2008).

2.1. La Corte territoriale ha fatto corretta applicazione di tali principi e con motivazione, adeguata ed immune da vizi logici, ha evidenziato che risultava
pacificamente che la G. fosse a conoscenza degli abusi sessuali cui venivano sottoposte le figlie minori e che non avesse in alcun modo impedito la
perpetrazione degli stessi.

Le risultanze processuali erano univoche, in tal senso: le dichiarazioni precise e coerenti delle minori trovavano, per di più, riscontro nelle stesse
ammissioni dell'imputata.

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Peraltro emergeva dagli atti che in talune occasioni la G. aveva addirittura fornito un apporto causale alla realizzazione dell'evento (per tali episodi
si è in presenza quindi di un concorso ex art. 110 c.p. e non di un concorso omissivo ex art. 40 cpv. c.p.).

Anche con il ricorso non si contestano siffatte circostanze fattuali (le dichiarazioni confessorie dell'imputata non lasciano margini di dubbio), ma si deduce
l'insussistenza della 'complicità dolosa omissiva' e si invoca la scriminante per la impossibilità materiale e psicologica di reagire a cagione della grave
situazione di terrore in cui la prevenuta era costretta a vivere da parte di un marito violento e pericoloso.

Anche sul punto la Corte territoriale ha adeguatamente argomentato, assumendo che non era configurabile l'invocata scriminante, non essendo
minimamente sostenibile che nell'arco temporale di circa sette anni 'la G. non abbia mai colto l'occasione per rivolgersi agli organi di polizia o a un
consultorio familiare per denunciare così gravi abusi in danno delle tre figlie' (pag. 23 sent).

3. Fondato è, invece, il secondo motivo di ricorso.

3.1. In relazione alle circostanze attenuanti generiche, secondo la giurisprudenza di questa Corte, non è necessario scendere alla valutazione di ogni singola
deduzione difensiva, dovendosi, invece, ritenere sufficiente che il giudice indichi, nell'ambito del potere discrezionale riconosciutogli dalla legge, gli
elementi di preponderante rilevanza ritenuti ostativi alla concessione di dette attenuanti. Il preminente e decisivo rilievo accordato all'elemento considerato
implica infatti il superamento di eventuali altri elementi, suscettibili di opposta e diversa significazione, i quali restano implicitamente disattesi e superati.
Sicché anche in sede di impugnazione il giudice di secondo grado può trascurare le deduzioni specificamente esposte nei motivi di gravame quando abbia
individuato, tra gli elementi di cui all'art. 133 c.p., quelli di rilevanza decisiva ai fini della connotazione negativa della personalità dell'imputato e le
deduzioni dell'appellante siano palesemente estranee o destituite di fondamento (cfr. Cass. pen. sez. 1 n. 6200 del 3.3.1992; Cass. sez. 6 n. 34364 del
16.6.2010).

L'obbligo della motivazione non è certamente disatteso quando non siano state prese in considerazione tutte le prospettazioni difensive, a condizione però
che in una valutazione complessiva il giudice abbia dato la prevalenza a considerazioni di maggior rilievo, disattendendo implicitamente le altre. E la
motivazione, fondata sulle sole ragioni preponderanti della decisione non può, purché congrua e non contraddittoria, essere sindacata in cassazione neppure
quando difetti di uno specifico apprezzamento per ciascuno dei pretesi fattori attenuanti indicati nell'interesse dell'imputato (cfr. Cass. pen. sez. 6 n.7707
del 4.12.2003).

3.2. La sentenza di primo grado si limitava ad affermare che, per la gravità del comportamento omissivo tenuto, la G. era 'immeritevole di benefici ed
attenuanti di sorta' (pag,68 sent.).

Con i motivi di appello si evidenziavano una serie di elementi, quali il comportamento processuale (stante la confessione resa), la personalità e le
condizioni di vita (arretratezza culturale, emarginazione sociale, portatrice di handicap), incapacità di opporsi ad un marito (venendo essa stessa trattata
come una 'schiava'), incensuratezza, che avrebbero dovuto giustificare un trattamento sanzionatorio meno severo.

La Corte territoriale non solo non ha preso in considerazione, neppure per disattenderle, le deduzioni difensive (se non attraverso un vago e generico
accenno alla non decisività, ai fini della concessione del beneficio, della confessione resa), ma non ha neppure indicato in modo puntuale l'elemento
negativo ostativo all'invocato riconoscimento. Ha fatto, invero, riferimento soltanto alla gravità del reato, che di per sé non è ostativa, o genericamente al
contesto di abiezione (senza riferirlo al ruolo avuto dall'imputata in quel contesto familiare). Ha quindi negato, con motivazione sostanzialmente apodittica,
il riconoscimento delle circostanze attenuanti generiche.

4. La fondatezza del secondo motivo di ricorso consente, per la forza propulsiva dell'atto di impugnazione, di dichiarare, a norma dell'art.129 c.p.p., la
prescrizione del reato di cui all'art. 572 c.p., ascritto al capo b), anche se maturata dopo l'emissione della sentenza impugnata.

Il termine massimo di prescrizione di anni 7 e mesi 6 è infatti maturato in data 1.7.2010, essendo stato il reato, secondo la contestazione, commesso fino
all'1.1.2003.

5. La sentenza impugnata va, pertanto, annullata, senza rinvio, in ordine al reato di cui al capo b) perché estinto per prescrizione e, con rinvio, ad altra
sezione della Corte di Appello di Lecce, che motiverà adeguatamente in ordine alla richiesta di riconoscimento delle circostanze attenuanti generiche con
riferimento al residuo reato di cui al capo a).

P.Q.M.

Annulla, senza rinvio, la sentenza impugnata in ordine al reato di cui all'art. 572 c.p. perché estinto per prescrizione e, con rinvio alla Corte di
Appello di Lecce, sez. di Taranto, relativamente alle circostanze attenuanti generiche in ordine al residuo reato. Rigetta nel resto il ricorso.

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