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UNIVERSITA' DEGLI STUDI DI MODENA E REGGIO EMILIA

Facolta' di giurisprudenza

TESI DI LAUREA IN SOCIOLOGIA DEL DIRITTO

CITTADINANZA, IDENTITA' E INTEGRAZIONE


NELLA SOCIETA' MULTICULTURALE:
I CONTRIBUTI DI WILL KYMLICKA,
JEREMY WALDRON E
RAINER BAUBOCK

RELATORE LAUREANDO
Chiar.mo Prof. Francesco Belvisi Paolo Raffellini

ANNO ACCADEMICO 2000-2001


Indice
Introduzione

La cittadinanza nelle societa' culturalmente differenziate:


problemi, contesti e concetti secondo Will Kymlicka

1. Il nuovo dibattito sui diritti delle minoranze


2. Il nuovo dibattito sulla cittadinanza
3. La necessita' di una teoria integrata di cittadinanza multiculturale
4. La cittadinanza delle diversita' nel piu' ampio contesto della gestione del conflitto
etnico
5. I diversi tipi di minoranze
6. Classificazione dei "sistemi di rispetto" della diversia'
7. Aspetti della cittadinanza "minacciati" dai diritti delle minoranze

Identita' culturale e responsabilita' civica secondo Jeremy Waldron

1. Responsabilita' civica
2. Identita'
3. Gli ostacoli posti dall'identita' culturale
4. Scontro culturale
5. Conclusione

Perche' stare insieme? L'approccio pluralista di Rainer Baubock ai temi del


secessionismo e del federalismo

1. La federazione e' preferibile alla secessione


2. Tre domande sul federalismo
3. Autogoverno territoriale e federalismo corporativo
4. Conclusioni

Conclusione
INTRODUZIONE

Vorrei introdurre il concetto di "societá multiculturale" riportando un dato


numerico: ci sono nel mondo circa 8.000 diversi gruppi etnico-culturali, e dei 200
Stati esistenti, piú del 90% e' abitato da comunitá non omogenee. Ció significa
che nella stragrande maggioranza dei paesi convivono gruppi etnici diversi, e che
il multiculturalismo, in modo piú o meno evidente, e' un dato di fatto.
Un'importante precisazione: i termini "cultura" e "culturale" sono da intendersi in
questo contesto nella loro accezione piú propriamente sociologica, cioe' come
modelli descrittivi di un ampio e complesso insieme di esperienze condivise da un
gruppo di individui; in altre parole, ogni riferimento alla cultura e all'identitá e' un
riferimento allo stile di vita complessivo di un gruppo etnico, con i suoi valori e le
sue regole.
Tornando alla societá multiculturale, due questioni fondamentali legate a questa
realtá si sono imposte nei dibattiti politico-filosofici dell'ultimo decennio: il
problema dei diritti delle minoranze etniche, e quello delle responsabilitá'della
cosiddetta cittadinanza democratica, cioe' di quel modello di cittadinanza che
dovrebbe consentire una convivenza pacifica fra i diversi gruppi etnico-culturali, a
partire dal ''rinnovato'' atteggiamento delle comunitá maggioritarie e dominanti.
I due temi si sono sviluppati spesso in modo autonomo, ma finiscono
inevitabilmente per incrociarsi, provocando non poche tensioni e divergenze.
Prendendo spunto da questi dibattiti, mi sono proposto di fornire una panoramica
generale di alcuni tra i problemi essenziali legati alle prospettive della convivenza
nella societá multiculturale, evidenziando che la cittadinanza, prim'ancora che
divenire un concetto giuridico, richiede la reciproca comprensione e l'integrazione
di molteplici identitá culturali.
A tale scopo, ho scelto di esporre i punti di vista di tre autori che stanno
contribuendo in modo significativo allo studio della materia: Will Kymlicka,
Ordinario della Cattedra di Filosofia alla Queen's University di kingston, in
Canada; Jeremy Waldron, Direttore del Centro di Diritto e Filosofia alla Columbia
University di New York; Rainer Baubock, Ricercatore nel Dipartimento di
Scienze Politiche dell'Istituto di Studi Superiori di Vienna, e Ricercatore Associato
del Centro Europeo di Ricerca e di Studi sul Benessere Sociale.
La fonte del mio lavoro e' una pubblicazione in lingua originale edita dalla Oxord
University press, e a cura dello stesso Kymlicka, dal titolo: "Citizenship in
Diverse Societies. Si tratta di una raccolta di contributi di numerosi studiosi sul
tema del multiculturalismo, che (per quanto concerne i tre autori scelti) ho
personalmente tradotto, e successivamente rielaborato e commentato in forma
riassuntiva.
Il contributo di Kymlicka espone i problemi e i concetti generali attinenti alla
cittadinanza nella societá multiculturale; i contributi di Waldron e Baubock invece
sono un po' piú specifici: il primo inquadra i temi dell'identitá culturale e della
responsabilitá civica, il secondo affronta le teorie federaliste contrapposte alle
ipotesi di secessione. Quasi superfluo precisare che gli stessi autori hanno scritto
molto altro sull'argomento oggetto di questa tesi, e che il mio lavoro si limita a
fornire un'idea generale delle loro posizioni.
LA CITTADINANZA NELLE SOCIETA' CULTURALMENTE
DUFFERENZIATE: PROBLEMI, CONTESTI E CONCETTI SECONDO WILL
KYMLICKA:

1. Il nuovo dibattito sui diritti delle minoranza


Possiamo includere nel termine "minoranza" varie categorie di soggetti: immigrati,
popoli indigeni, minoranze nazionali, gruppi razziali, finanche le sette religiose.
Dopo essere state trascurate per decenni, le questioni sui diritti delle minoranze sono
salite alla ribalta della scena politica, per varie ragioni: la caduta del regime sovietico,
che ha riacceso nell'est europeo focolai nazionalistici a sfondo etnico; gli scontri interni
negli stessi paesi occidentali tra nativi e immigrati o rifugiati (Francia, germania, USA);
le rivendicazioni dei popoli indigeni a seguito della Dichiarazione dei Diritti dei Popoli
Indigeni dell'ONU; senza dimenticare la forti spinte secessioniste provenienti da vari
paesi come il Quebec, la Scozia, la Catalogna, solo per citarne alcuni.
Secondo Will Kymlicka il primissimo compito di chi intende portare avanti la battaglia
per i diritti delle minoranze, e' quello di dimostrare che le regole adottate per conciliare
le differenze etnico-culturali sono inique , in quanto tendono a proteggere soprattutto gli
interessi delle maggioranze, emarginando e stigmatizzando gli altri gruppi; il punto di
partenza e' dunque la ridefinizione di norme che consentano e facilitino l'abbattimento
delle discriminazioni.
Lo studioso sottolinea che solo delle riforme volte al riconoscimento dell'identitá, del
linguaggio e dell'appartenenza culturale possono favorire quel multiculturalismo che le
istituzioni e la cosiddetta societá civile rendono oggi di fatto impraticabile.
2. Nuovo dibattito sulla cittadinanza
Il contributo delle riforme e' fondamentale ma non basta da solo: vediamo perché.
A partire dagli anni '90 i diritti delle minoranza e il concetto di cittadinanza democratica
si incrociano a seguito di una serie di eventi politici e sociali che nel mondo occidentale
hanno riacceso la discussione sull'essere cittadini: si fa riferimento a fenomini di vasta
portata come la caduta dello Stato sociale o il fallimento delle politiche ambientali, che
ci hanno posto, secondo l'autore, di fronte alla certezza che la stabilitá di una democrazia
non puó dipendere solo dalle istituzioni, ma e' strettamente collegata anche alla qualitá
dei suoi cittadini. Ció che rende decisiva una riforma, in sostanza, e' il rinnovato
atteggiamento di chi la vive, e in qualche modo la interpreta.
Per quanto riguarda il nostro tema, obiettivi imprescindibili, come la tolleranza e la
capacitá di lavorare con chi e' diverso, possono essere perseguiti, secondo Kymlicka,
solo con una partecipazione attiva del cittadino ai processi politici atti a promuovere il
bene pubblico, e con la volontá di un'equa distribuzione delle risorse; questi sono i
presupposti necessari per il raggiungimento di un vero progresso sociale.
Rispetto agli anni '70 e '80, l'attenzione dei politologi si e' dunque spostata dalle strutture
base della societá (diritti costituzionali, istituzioni sociali e procedure politiche di
decisione) all'attitudine dei cittadini a cooperare con le istituzioni.
Quali sono allora le virtú civiche specificamente necessarie per una prospera
democrazia? Secondo William galston ci sono quattro tipi di virtú civiche:
a) Virtú Generali: coraggio, rispetto della legge e delle istituzioni.
b) Virtú Sociali: indipendenza, apertura mentale.
c) Virtú Economiche: lavoro onesto, capacitá di rimandare le autogratificazioni e di
adattarsi ai cambiamenti economici e tecnologici.
d) Virtú Politiche: rispetto dei diritti altrui e partecipazione alle discussioni di interesse
generale.
A prescindere dagli obiettivi impedimenti alla realizzazione di tutte queste virtú, gli
studiosi hanno opinioni divergenti sul concetto di buona cittadinanza, soprattutto in
relazione al ruolo dei governi e dei vari gruppi etnici e religiosi: alcuni sostengono che
la miglior scuola per divenire buoni cittadini sia costituita dalle associazioni di
volontariato e dalle organizzazioni della societá civile (compresi i gruppi etnici e
religiosi) libere di agire autonomamente rispetto allo Stato; altri, al contrario, sostengono
che i modelli di socializzazione provenienti dai gruppi etnici e religiosi siano
potenzialmente dannosi, e che l'educazione scolastica dovrebbe corregerne gli aspetti
devianti; altri ancora si spingono fino ad auspicare che lo Stato intervenga per impedire
che certe fazioni etniche e religiose assumano abitudini e atteggiamenti antiliberali e
antidemocratici. Ognuna di queste posizioni porta con sé ovviamente diverse e profonde
ripercussioni sul piano dei diritti delle minoranze.
Kymlicka sgombra primariamente il campo da talune teorie che si rifanno
all'organizzazione delle cittá-stato dell'antica Grecia o dell'Italia rinascimentale: il
moderno pluralismo etnico-religioso si presenta sotto svariete forme, su scale mondiale,
e non puó, per questo, essere assimilato a realtá ristrette o omogenee.
Egli individua come punto cruciale, tra le virtú elencate da Galston, l'impegno nei
dibattiti di interesse generale; tale impegno deve essere favorito e sollecitato dalle
istituzioni, in quanto in una democrazia le decisioni del governo devono avere come
presupposto la libera discussione, e i diversi punti di vista essere presi seriamente in
considerazione. Inoltre, gli argomenti della classe politica dovrebbero essere posti in
modo intelleggibile e chiaro, senza intenti manipolatori.
Naturalmente le richieste del cittadino, per potersi considerare legittime, devono essere
connotate da una valenza di portata generale, prescindendo da interessi meramente
privati o ricubducibili a ristretti gruppi sociali.
Quella appena descritta e' la concezione piú moderna di partecipazione alle decisioni
pubbliche, poiché tiene distinte le esigenze della collettivitá dalle tradizioni culturali e
religiose (aggiungerei io, quando esse non coincidono); essa costituisce, in altri termini,
il passaggio dalla ''teoria del voto'' alla ''teoria del dialogo'', in cui gli obiettivi della
politica non sono piú fissati sulla base delle richieste della maggioranza, ma
scaturiscono da un confronto in cui nessuno e' escluso (maggioranza pluralista).

3. La necessitá di una teoria integrata di cittadinanza multiculturale


A questo punto l'autore si chiede come le due questioni che abbiamo indicato come
fondamentali possano essere messe in relazione, in particolare come i diritti delle
minoranze possano influenzare i modelli di comportamento sociale della cittadinanza
democartica: coloro che ritengono essere i diritti delle minoranze inibitori rispetto alla
possibilitá che lo Stato promuova la "cittadinanza" in modo effettivo, considerano la
politicizzazione dell'etnicitá uno strumento di divisione e di conflitto tra le varie etnie.
Le politiche che promuovono la rilevanza delle identitá etnico-culturali sono viste da
questi critici come una sostanza corrosiva di quei legami che tengono unita una nazione.
Quanto e' giustificato il timore che un progressivo aumento dei diritti delle minoranze
possa indebolire la funzionalitá dello Stato e il senso di responsabilitá dei singoli
cittadini?
E' innegabile che la coesione sociale possa essere minacciata dall'atteggiamento di quei
gruppi minoritari che si contrappongono alla prospettiva di una comune cittadinanza,
barricandosi dietro alla propria identitá e accettando solo passivamente la legge; i
difensori delle minoranze ritengono peró che tali atteggiamenti si possano modificare, e
che il vero pericolo stia in quella retorica della cittadinanza, strumentalizzata dai gruppi
dominanti, che tende a mantenere il potere costituito e a salvaguardare principalmente
gli interessi della maggioranza.

4. La cittadinanza delle diversitá nel piú ampio contesto della gestione del conflitto
etnico
Un notevole contributo alla ricerca di soluzioni dei problemi fin qui posti, e' fornito dalla
ampia lettereatura sul conflitto etnico. E' utile illustrare in modo schematico un
campionario di scelte politiche potenzialmente adottabili, elaborato dalle teorie sui
conflitti etnici e riportato dall'autore, chiarendo fin dal principio che le soluzioni
umanamente aberranti vengono elencate solo per esigenze di completezza storico-
descrittiva:
- Metodi per eliminare le differenze:
a) Genocidio
b) Trasferimento forzato di massa della popolazione
c) Partizione e/o secessione
d) Assimilazione

- Metodi per gestire le differenze:


a) Controllo egemonico
b) Autonomia territoriale (federalismo)
c) Autonomia non territoriale (consociativismo)
d) Integrazione multiculturale

I primi due metodi non hanno oggi sostenitori tra i teorici politici occidentali, cosí come
il controllo egemonico; questo (applicabile in teoria anche nell'ambito di una democrazia
formale) non e' in grado di fondere le identitá dei gruppi di minoranza, ma si limita a
rendere impraticabile ogni tentativo di conflitto da parte delle comunitá subordinate.
Le rimanenti forme di regolazione dei conflitti sono oggetto di accesissimi dibattiti: la
secessione ad esempio, nonostante la sua inattitudine ad eliminare realmente i conflitti,
e' sostenuta da numerosi teorici non sospettabili di essere antiliberali; l'assimilazione
invece e' sostenuta con l'intento di creare tra le varie etnie una nuova e unica unitá
trascendente, ma il raggiungimento di tale obiettivo puó contemplare anche mezzi
coercitivi inaccettabili: un conto e' rispettare i diritti individuali dei cittadini imponendo
nella vita pubblica una lingua e rogole comuni, altra cosa e' invece rendere illegali le
associazioni e le pubblicazioni che riproducono le specifiche identitá etniche,
esercitando in tal modo una vera e propria dittatura.
Le versioni piú moderate di assimilazionismo appartengono alle aspirazioni di alcuni dei
regimi piú "illuminati" della storia contemporanea: dai leaders dei diritti civili negli Stati
Uniti al Congresso nazionale Africano in Sudafrica, o ancora, dagli integrazionisti
unionisti dell'Irlanda del Nord fino alla politica della sinistra democartica in quei paesi
europei dove si e' tentato di venire a patti con i flussi migratori.
Nonostane vi siano obiettivi comuni, bisogna peró tenere distinto il concetto di
assimilazione da quella che si e' definita integrazione multiculturale: quest'ultima infatti
non ha l'intento di eliminare le differenze tra i sottogruppi dello Stato, ma anzi riconosce
le identitá etnico-culturali e le vuole in qualche modo ''accomodare" all'interno di
istituzioni comuni, senza privarle di propri caratteri specifici.
L'interesse per l'integrazione multiculturale si e' sostituito nell'ultimo decennio (almeno
tra i teorici) a quello per le pratiche assimilazioniste, cosí come l'attenzione degli
studiosi si e' focalizzata sui vari modelli di autonomia.

5. Diversi tipi di minoranze


Per comprendere le implicazioni sociali e le logiche sottostanti alle battaglie sui diritti
delle minoranze e' necessario avere un'idea delle varietá di gruppi etnico-culturali
esistenti negli Stati moderni, e conoscere la diversa natura delle loro richieste.
In via generale, si puó procedere alla seguente classificazione:
A. MINORANZE NAZIONALI
a. Nazioni senza Stato
b. Popoli indigeni
B. MINORANZE DI IMMIGRANTI
c. Con cittadinanza o con la possibilitá di diventare cittadini
d. Senza il diritto di diventare cittadini (il cittadino "meteco")
e. Rifugiati
C. GRUPPI RELIGIOSI
f. Isolazionisti
g. Non isolazionisti
D. GRUPPI SUI GENERIS
h. Afroamericani
i. Rom
j. Russi negli Stati dell'ex Unione Sovietica, ecc.

A. MINORANZE NAZIONALI: basta intendere il concetto di Nazione come insieme di


persone che hanno origini, lingua, storia comuni e coscienza di tale comunanza, perché
sia evidente che sono pochi gli Sati contenenti una sola comunitá nazionale.
Le minoranze nazionali sono dunque comunitá che condividono il territorio di uno Stato
con una o piú comunitá dominanti.
a) Nazioni senza Stato esistono in ogni parte del mondo; la loro condizione puó derivare
da varie ragioni: o sono state conquistate in passato da altri stati, o annesse ad altri regni
attraverso matrimoni tra reali, o ancora, si sono unite piú o meno volontariamente ad
altre comunitá nazionali in forma di unioni o federazioni.
Le loro richieste di autonomia politica, supportate di frequente da atteggiamenti
nazionalistici, sono nella maggior parte dei casi rese irrealizzabili da "superiori"
esigenze di equilibrio economico o demografico degli stati a cui appartengono, specie
con l'odierno affermarsi di istituzioni transnazionali; le uniche vie percorribili sembrano
essere di natura federalista, ma torneró su questo argomento nella parte dedicata al
contributo di Rainer Baubock.
b) Popoli Indigeni: si differenziano dalla categoria delle nazioni senza Stato poiché non
aspirano a divenire Nazioni-Stato, ma riescono in molti casi a mantenere i propri modi
di vivere e le proprie credenze.
Godono generalmente del riconoscimento e del rispetto di larga parte della popolazione,
anche se questo trattamento rappresenta quasi sempre una forma di ammenda per i
soprusi subiti per decine o centinaia di anni (Nuova Selanda, America del Nord, Sud
Africa, ecc.).
B. MINORANZE DI IMMIGRANTI: l'immigrazione costituisce una considerevole
fonte di conflitto etnico-culturale; i flussi migratori sono fondamentalmente dovuti a
motivi economici o politici (ricerca di un paese libero o piú democratico, o di un paese
in cui c'e' richiesta di forza lavoro).
c) Immigrati con diritto di cittadinanza: ci si riferisce a coloro che arrivano in un nuovo
paese a seguito di una politica di immigrazione che consente l'attribuzione della
cittadinanza dopo un periodo relativamente breve di permanenza; le condizioni minime
richieste sono l'apprendimento della lingua ufficiale, della storia del paese e del
funzionamento delle sue istituzioni.
Questa politica e' tipica dei tre piú grandi paesi meta d'immigrazione: Stati Uniti,
Canada e Australia.
Il contributo di Jeremy Waldron riguarda proprio i problemi legati alla ricerca di identitá
culturale di questa categoria di immigranti.
d.) Immigrati senza diritti di cittadinanza: sono coloro che entrano illegalmente in uno
Stato straniero (in Italia il problema e' consistente) e coloro che entrano come studenti o
lavoratori con brevi permessi di soggiorno. La precarietá della condizione di questi
emigranti rende l'integrazione piú difficile e spesso li porta ad una emarginazione sociale
e politica.
e). Rifugiati: in piú parti del mondo molti degli immigranti sono oggi dei rifugiati che
chiedono asilo politico. Nei paesi occidentali il fenomeno si manifesta sottoforma di
piccoli gruppi di persone provenienti da paesi lontani, che spesso ottengono una
sistemazione, un lavoro duraturo, e possono legittimamente aspirare ad una nuova
cittadinanza. In altre zone del mondo economicamente e politicamente instabili, come
l'Asia centrale e l'Africa, i flussi di profughi (numericamente piú consistenti) devono
fare i conti con le scarse possibilitá di accoglienza e la mancanza di condizioni per una
stabile integrazione; in questi casi vi e' spesso un ritorno al paese di provenienza.
C. GRUPPI RELIGIOSI
f) Isolazionisti: si tratta di coloro che decidono volontariamente di non partecipare alla
vita politica e civile; questa scelta e' in genere dettata da precetti religiosi che richiedono
di evitare il contatto con il mondo moderno. Ne sono un esempio gli utteriani in Canada
o gli amish negli Stati uniti, fuggiti dall'Europa nella prima metá del secolo scorso, in
quanto a rischio di persecuzione per il loro atteggiamento ultrapacifista. Essi si vogliono
emarginare dal "mondo corrotto" e mantenere i valori e il modo di vivere tradizionale
legato alle loro origini e alla loro terra di origine, tanto che hanno chiesto di poter
togliere i propri figli dalle scuole prima dell'etá legale. Jeff Spinner-Halev definisce i
membri di queste comunitá "cittadini parziali", poiché rinunciano ai diritti ela
cittadinanza democratica.
Gli stati ospitanti si trovano in questi casi ad affrontare il problema di garantire ad ogni
individuo, oltreché i diritti fondamentali, anche la possibilitá di inserirsi nella societá e
cogliere le opportunitá offerte da essa.
g) Non isolazionisti: nell'occidente costituiscono la parte piú consistente dei gruppi
religiosi; il piú delle volte condividono con la "maggioranza" il background culturale, o
costituendo essi stessi la "maggioranza" (Cattolici, Protestanti). Si tratta dunque di una
piena partecipazione alla vita politica e civile, anche sul piano internazionale.
D. GRUPPI SUI GENERIS: l'autore include in questa voce un elenco di comunitá
etniche tra cui ricordiamo a titolo esemplificativo (pur se profondamente diverse tra
loro) quella dei rom e degli afroamericani, che proprio per caratteristiche distintive
molto marcate, non possono essere accomunate ad alcuna categoria definita.

6. Classificazione dei "Sistemi di rispetto" della diversitá


Come si e' visto, le minoranze hanno differenti caratteristiche, identitá e aspirazioni;
naturalmente queste differenze influenzano il genere di rivendicazioni di cui si fanno
portatrici.
Per capire, anche solo in termini generali, come queste rivendicazioni influenzino i
modelli di cittadinanza democratica, e' necssario coglierne la natura e la logica
sottostanti.
A questo scopo, Kymlocka riporta uno schema classificatorio dei "diritti delle culture"
elaborato da Jacob T. Levy nel 1997. In questo schema vengono distinte otto tipologie di
richieste fatte all'interno delle democrazie liberali, volte al rispetto dell'identitá culturale
e religiosa: i) esenzione dalle leggi che penalizzano le pratiche della propria cultura; ii)
assistenza per fare le cose che la maggioranza puó fare autonomamente; iii) forme di
autogoverno per le minoranze nazionali e le comunitá indigene; iv) regole esterne
restrittive della libertá dei non membri, per proteggere la cultura dei membri della
minoranza; v) reole interne di condotta per i membri, da fare rispettare con l'ostracismo;
vi) applicazione e incorporazione dei codici normativi tradizionali o religiosi al sistema
legale dominante; vii) speciali rappresentanze dei membri del gruppo nelle istituzioni
governative; viii) riconoscimento simbolico del valore e dello status dei vari gruppi
all'interno della comunitá di stato dominante.
i) esempi di esenzioni dalle leggi che penalizzano le pratiche della propria cultura sono
facili da trovare nele democrazie occidentali: il permesso per i commercianti di fede
ebraica di tenere aperti i propri nedozi di domenica, l'obiezione di coscienza, ecc.
ii) assistenza per fare le cose che la maggioranza puó fare autonomamente: alcuni diritti
di assistenza per le minoranze sono previsti dalla maggior parte delle democrazie
liberali, ma rimangono ancora forti ineguaglianze: la mancanza di finanziamenti
pubblici per le scuole di minoranza religiose; assenza di strumenti adeguati per
modernizzare i percorsi educativo-scolastici arretrati di certe popolazioni (ad esempio
gli Aborigeni in Australia); senza dimenticare i disagi e le discriminazioni sofferte dai
gruppi linguistici non ufficiali.
Iii) Forme di autogoverno: l'autogoverno e' considerato in molti casi il diritto
fondamentale delle minoranze. Esso e' prospettato sulla base di diverse motivazioni:
perché da sempre, popoli come quelli indigeni si sono autogovernati; perché la politica
della maggioranza disconosce e ignora sistematicamente gli interessi delle comunitá
minoritarie; per la convinzione che i piccoli governi locali siano piú democratici di un
governo centrale e distante; in base al cosiddetto principio nazionalista, per cui la
politica e la cultura di una comunitá dovrebbero essere "congruenti".
L'argomento verrá riproposto con riferimento alla questione federalista affrontata da
Rainer Baubock.
iv) Regole esterne restrittive della libertá dei non membri per proteggere la cultura dei
membri della minoranza: questa richiesta ha lo scopo di evitare che la legge ponga
impedimenti alla libera espressione delle culture minoritarie. Uno dei casi piú discussi e'
quello del Quebec, dove vivono piú di un milione di cittadini non francofoni, ma e' stato
bandito l'uso delle lingue diverse dal francese sulle insegne commerciali.
v) Regole interne di condotta per i membri, da far rispettare anche con l'ostracismo:
l'esigenza nasce dal fatto che molte regole dei membri delle singole comunitá non sono
elevate al rango di legge. Bisogna riconoscere tuttavia che pretendere dallo Stato di
garantire il rispetto di una norma interna ad un gruppo, puó rivelarsi un'operazione di
dubbia legittimitá: sarebbe come se le Chiese integrate nei paesi democratici chiedessero
ai parlamentari e ai governi di pretendere dai fedeli il rispetto delle regole di condotta
imposte dalla religione.
vi) Applicazione e incorporazione dei codici normativi tradizionali o religiosi con il
sistema legale dominante: questo tipo di rivendicazione e' alla base delle richieste di
autogoverno in quei paesi in cui lel leggi ufficiali non sono in grado di integrarsi con
quelle tradizionali dei popoli indigeni, o con i codici di matrice religiosa.
Vii) Speciali rappresentanze dei membri del gruppo nelle istituzioni governative: questa
richiesta e' vecchia quanto l'esistenza dei governi rappresentativi, e dá luogo a grosse
controversie, soprattutto quando non proviene semplicemenete da unitá territoriali che
chiedono visibilitá, ma anche da gruppi di specifica appartenenza culturale e religiosa.
Viii) Riconoscimento simbolico del valore e dello status dei vari gruppi all'interno della
comunitá di Stato dominante: e' una categoria generica di rivendicazione che puó
comprendere tutte le precedenti.

7. Aspetti della Cittadinanza minacciati dai diritti delle minoranze


Ora che abbiamo individuato una serie di gruppi di minoranza e una serie di diritti
richiesti, Kymlicka ci propone l'originaria "che effetto hanno i diritti delle minoranze
sulla cittadinanza democratica?'' E per tentare di dare una risposta anche solo parziale,
l'autore si avvale nuovamente di una classificazione, questa volta relativa a quelli che
sono i maggiori timori delle cittadinanze nei confronti delle rivendicazioni delle
minoranze etniche e culturali.
Questo passo ci impone una breve riflessione preliminare sul concetto di cittadinanza
intesa in senso oggettivo: essere cittadino comporta fondamentalmente la
consapevolezza di tre connotazioni, cioe' lo status giuridico, un'identitá come membro di
una comunitá politica, e il compimento di certe attivitá (che idealmente sarebbero le
virtú civiche proposte da galston).
Lo status di cittadino implica sia diritti civili, politici e sociali, che obblighi di rispetto
della legge, fiscali, ecc; l'identitá di membro di una comunitá politica si scontra spesso
con altre particolari identitá, come la classe sociale, la razza (per quanto improrio sia
l'uso di questo termine) , la professione, il sesso, le preferenze sessuali, ecc.
Da questi elementi prende spunto la classificazione precedentemente introdotta.

Preoccupazioni riguardo la perdita di eguaglianza nello status di cittadino:


Molti sostengono che in ogni caso, il riconoscimento dei diritti delle minoranze crei
opportunita' non fruibili dagli altri gruppi di cittadini, e quindi delle ineguaglianze.
L' autore ritiene essere questa tesi insostenibile, in quanto il riconoscimento dei diritti di
ogni gruppo etnico-culturale comporta una differenziazione, o meglio una cittadinanza
differenziata, che non é una contraddizione in termini, bensí un'esigenza di rispetto delle
diversitá.
Personalmente mi trovo d'accordo con chi ha abbandonato l'idea di una societá
omogenea nel senso di una societá retta da una sola cultura dominante: la convivenza tra
diverse culture puó essere raggiunta solo partendo da un reciproco riconoscimento, e pur
consapevole delle difficoltá e delle apparenti contraddizioni legate a qualunque progetto
di integrazione multiculturale e di pluralismo giuridico, non riesco a vedere altra via
percorribile nel solco tracciato dalle istituzioni democartiche.
Il primo pericolo legato a ogni progetto pluralista é individuato da Kymlicka nel rischio
di creare una o piú categorie di cittadini di serie b; in realtá bisognerebbe distinguere tra
i casi in cui tale discriminazione si puó concretizzare, e i casi in cui é sempicemente la
percezione di un trattamento ineguale a erodere il senso di coesione sociale.
Il punto si presta a introdurre una seconda categoria di timori:
Preoccupazioni riguardo alla Frammentazione o all'Indebolimento dell'Identitá di
Cittadino: I critici del multiculturalismo insistono nel sottolineare la portata dei danni
che i diritti delle minoranze provocherebbero al sentimento di appartenenza dei membri
delle maggioranza, indebolendole e minando quella sorta di protezione esterna garantita
dallo Stato. A mio avviso questa impostazione é sbagliata: non si tratta di difendere
un'identitá da un nemico esterno, ma di creare una nuova identitá e un nuovo concetto di
cittadinanza, resi necessari daun processo storico, politico ed economico di incontro e
convivenza tra culture, che appare irreversibile. Non a caso K. Sostiene che il vero
pericolo per la cittadinanza democratica non venga dal riconoscimento dei diritti delle
minoranze, ma all'opposto, é il mancato riconoscimento che puó minare il cammino
delle civiltá democratiche, creando emarginazione, alienazione e conflitto tra le
diversitá.
E' da sottolineare nuovamente l'esigenza che, la spinta propulsiva verso il sostanziale
riconoscimento di ogni gruppo etnico, provenga, ancor prima che dalle leggi dello Stato,
dall'atteggiamento dei cittadini nel cooperare per il raggiungimento di una coesione
sociale ben piú "'alta" della compattezza di una maggioranza.
Senza avventurarmi in un percorso di astratto idealismo, voglio comunque pensare che,
l'equivoco di fondo per cui la societá differenziata eroderebbe le virtú dei popoli, sará
lentamente sopraffatto dal sano desiderio di interiorizzare i mutamenti della realtá.

Paura di un indebolimento della coesione sociale e dell'unitá politica:


Sono non pochi i casi in cui parlando di minoranze nazionali, ci troviamo di fronte a
vere e proprie popolazioni concentrate territorialmente e con forti tendenze
secessioniste.
Il riconoscimento dei diritti di queste minoranze e' particolarmente complicato, in
quanto si tratta di fare i conti con un senso di appartenenza superiore al senso di
appartenenza rispetto alla nazione stessa: scozzesi prima che britannici, catalani prima
che spagnoli, ecc.
Non basta di fronte a tali realtá, sostenere il riconoscimento e l'integrazione, perché
queste comunitá sono giá forti al loro interno, sono Stati dentro allo Stato. Gruppi
nazionali come quelli sopra citati hanno una fortissima identitá culturale ed aspirano da
sempre all'autonomia politica.
La specificitá di questi casi e le numerose sfacettature di questioni cosí radicate nella
storia, impediscono di proporre soluzioni che fomentano la ribellionee provocano scontri
e paure, senza lasciare spazio alla comprensione.

L' analisi dell'approccio di Will Kymlicka ai contesti e ai problemi generali


dell'integrazione nelle societá differenziate si conclude qui; credo che i temi toccati
possano fornire elementi utili per cogliere con maggior chiarezza le problematiche
sull'identitá culturale e sulla responsabilitá civica affrontate da Jeremy Waldron nel suo
contributo.