Sei sulla pagina 1di 10

Psicologia

Il termine “psicologia” non è riconducibile a una definizione originaria precisa: il suo significato si
è sviluppato e arricchito progressivamente nel corso del tempo, attraverso il lavoro degli studiosi
che a esso si sono richiamati occupandosi in modi diversi dello “studio della mente”. In realtà, oggi
non esiste una sola psicologia, ma tanti campi di studio e di applicazione diversi, per esempio la
psicologia del lavoro o dell’educazione, la psicologia sociale, quella politica ecc.

Storia della psicologia


La psicologia è una scienza giovane e a lungo si è discusso sul suo stesso status di “scienza” e sul
confine tra essa e lo studio filosofico della mente. Infatti, le prime trattazioni di questioni relative al
funzionamento della mente e le prime definizioni dello stesso concetto di “mente” risalgono alla
filosofia greca e, fino al XVIII secolo, le ricerche in questo ambito rimasero comprese negli studi
filosofici. Solo nell’Ottocento l’avanzamento delle conoscenze mediche sul sistema nervoso aprì la
strada alla possibilità dello studio scientifico dei processi psichici, e quindi alla nascita della
psicologia come scienza, cioè come disciplina che, a differenza della filosofia, possiede una
metodologia scientifica definita, si basa sull’osservazione empirica e oggettiva, guidata da criteri
precisi, formula ipotesi e compie verifiche per poter giungere a generalizzazioni teoriche.
La nascita della psicologia viene collocata ufficialmente nel 1879, anno in cui Wilhelm Wundt,
considerato il primo psicologo, fondò a Lipsia il primo laboratorio di psicologia sperimentale. In
mancanza di strumenti sofisticati e conoscenze approfondite come quelli odierni, l’interesse di tutti i
primi studiosi si concentrò su ciò che era possibile osservare direttamente, l’esperienza percettiva
cosciente. Il gruppo di lavoro di questo laboratorio diede vita allo strutturalismo, concezione
basata sull’analisi dei processi soggettivi di percezione in risposta a stimoli fisici della realtà,
finalizzata a scomporre tali processi in elementi psicologici di base.
All’inizio del Novecento, a Berlino, nacque una nuova corrente psicologica che si oppose allo
strutturalismo, la psicologia della forma: essa sosteneva che i processi mentali dovessero essere
studiati nella loro totalità, perché il significato e il ruolo dei singoli elementi cambiano quando
questi vengono inseriti in un insieme, che è sempre qualcosa in più e di diverso rispetto alle unità
che lo compongono. Secondo questi psicologi, guidati da Max Wertheimer, la scomposizione dei
processi percettivi è una forzatura intellettuale, perché la mente in realtà percepisce e interpreta dati
e fenomeni direttamente come insiemi organizzati. Questo assunto era alla base anche del
funzionalismo, movimento fondato qualche anno prima da William James e incentrato sulla
concezione della mente come caratterizzata da un incessante flusso di coscienza, cioè una
successione di esperienze senza soluzione di continuità e quindi impossibile da scomporre. Partendo
da questa convinzione, i funzionalisti si rifecero agli studi di Darwin e si dedicarono allo studio
delle funzioni adattative dei fenomeni psichici, per verificare quali processi mentali contribuiscono
all’adattamento dell’uomo all’ambiente e in che modo.
Successivamente, il funzionalismo confluì nel comportamentismo, scuola fondata da John
Watson all’inizio del Novecento con il proposito di assumere come oggetto di studio della
psicologia il comportamento, che in quanto manifestazione esteriore dell’attività mentale può essere
studiato in modo da raggiungere conclusioni oggettive e condivisibili, mentre i processi psichici
della coscienza mantengono sempre un aspetto di soggettività. La mente quindi è considerata dai
comportamentisti una “scatola nera” inconoscibile al suo interno, di cui ha senso studiare soltanto
gli stimoli che vi entrano e i comportamenti che genera come risposta a essi. Questo implica la
convinzione che le caratteristiche e i comportamenti degli individui siano determinati solo da fattori
esterni, conclusione superata più tardi dal neocomportamentismo, che ammise l’esistenza di
variabili interne non conoscibili, ma fondamentali per spiegare il comportamento.
Questo cambiamento di prospettiva fece rinascere l’interesse per i processi interni della mente e per
la loro influenza sul comportamento. Tale interesse fu sviluppato innanzitutto dalle diverse correnti
del cognitivismo, che condividono l’assunto di base per cui tali processi sono frutto di competenze
innate e consistono nell’elaborazione di informazioni per la costruzione di una rappresentazione del
mondo e la strutturazione dei dati ambientali (per esempio nella forma di “mappe cognitive” per
l’organizzazione spaziale).
Lo studio dei processi mentali interni fu affrontato poi in modo rivoluzionario da Sigmund Freud
(1856-1939), che avanzò l’ipotesi che alcuni di essi siano non solo inaccessibili, ma anche inconsci,
cioè al di fuori della consapevolezza dei soggetti stessi in cui si svolgono. A partire da questa ipotesi
e dagli studi clinici sperimentali su soggetti nevrotici, Freud fondò la psicanalisi, disciplina
finalizzata alla cura di fenomeni psichici patologici (nevrosi e psicosi) che deriverebbero proprio da
quegli aspetti inconsci della vita psicologica e in particolare dal rifiuto e dal confinamento
nell’inconscio di desideri e pulsioni considerati inaccettabili per la censura morale e sociale.

I metodi della psicologia


Tutte le correnti della psicologia si basano su una metodologia scientifica che prevede come punto
di partenza la formulazione di ipotesi. La verifica delle ipotesi può poi avvenire attraverso diversi
metodi:
• metodi correlazionali (indagini sul grado di relazione che sussiste tra due fenomeni, senza
precisarne la natura);
• metodo sperimentale (indagine sul rapporto causa-effetto tra due fenomeni, attraverso
l’osservazione della variazione di un fenomeno in seguito a una variazione indotta
nell’altro);
• metodo osservativo (indagine sulla relazione esistente tra due variabili senza intervenire su
di esse).
Tutti i metodi necessitano della raccolta dei dati, che possono essere di natura diversa:
• dati comportamentali (azioni delle persone osservate o misurate);
• dati verbali (descrizioni orali o scritte dei propri pensieri e processi mentali, raccolte
attraverso colloqui orali o questionari scritti);
• dati psicometrici (comportamenti determinati rilevati attraverso test standardizzati per fare
previsioni su comportamenti futuri).

Psicologia cognitiva
La psicologia cognitiva studia i principali processi della mente che determinano il rapporto
dell’individuo con sé stesso e con la realtà che lo circonda.
Il processo cognitivo più elementare è quello della percezione, che viene definita come la ricezione
e l’interpretazione di dati sensoriali per organizzarli in strutture di significato grazie alle quali
comprendere la realtà. Quest’ultima, tuttavia, non corrisponde mai in tutto e per tutto alle percezioni
che l’individuo ha di essa, poiché l’interpretazione è influenzata da molteplici fattori, analizzati di
volta in volta dalle diverse teorie della percezione: l’ambiente, l’interazione con più stimoli
percettivi contemporaneamente, le esperienze pregresse e il punto di vista del soggetto, criteri
organizzativi innati.
Un altro processo studiato dalla psicologia cognitiva è l’apprendimento, che consiste in esperienze
che producono una modificazione più o meno permanente del comportamento, con la funzione di
migliorare l’adattamento dell’individuo al suo ambiente. I primi studi in merito sono quelli dei
comportamentisti, secondo i quali alla base dell’apprendimento è il fenomeno del
condizionamento, che può essere di due tipi: il condizionamento classico, cioè la modificazione del
comportamento determinata dall’associazione fra un determinato stimolo e una determinata risposta
(esperimento del cane di Pavlov: la salivazione dell’animale si attiva non solo in presenza del cibo,
ma anche all’ascolto di un suono ripetutamente associato con la consegna del cibo), e il
condizionamento operante, cioè l’acquisizione di un comportamento attraverso stimoli rinforzanti
(“ricompense”) che fanno seguito al comportamento stesso, inducendo a ripeterlo. L’approccio
cognitivo all’apprendimento amplia questo meccanismo, sottolineando l’importanza
dell’interazione di elementi cognitivi interni, come principi organizzativi o mappe cognitive, con gli
stimoli esterni.
Correlata all’apprendimento è la memoria, ossia la capacità di registrare sotto varie forme,
conservare nel tempo e recuperare informazioni. Gli studiosi hanno distinto tre tipi di memoria:
sensoriale (trattiene per brevissimo tempo informazioni sensoriali), a breve termine (trattiene una
quantità limitata di informazioni per un tempo breve, ma prolungabile dalla reiterazione
dell’informazione), a lungo termine (trattiene più informazioni per lungo tempo dando importanza
al significato di esse). Nella memoria, inoltre, può verificarsi una perdita di informazioni (oblio) a
causa del trascorrere del tempo, del livello di attenzione, di fattori emotivi, dell’interferenza di altri
ricordi, oltre che ovviamente di malattie come l’Alzheimer.
A partire dalle informazioni codificate e immagazzinate, la mente è in grado di creare relazioni fra
esse, costruendo così il pensiero, un ambito di studio piuttosto complesso della psicologia
cognitiva. Il pensiero è l’individuazione o la costruzione di collegamenti tra le informazioni per
creare rappresentazioni mentali, in maniera conscia o inconscia. Si tratta di un processo che può
essere svolto attraverso le parole, strutturando le informazioni in discorsi logico-sequenziali, oppure
per immagini, strutturando le informazioni in rappresentazioni visive. Il pensiero viene utilizzato
anche per ricavare nuove o più ricche informazioni da quelle già possedute, ossia per fare
ragionamenti. Tali processi cognitivi sono legati alle regole della logica (per cui da certe
condizioni ne derivano necessariamente altre) e all’utilizzo di modelli mentali di ragionamento
derivati dall’esperienza.
La psicologia cognitiva affronta infine il concetto molto controverso di intelligenza, di cui sono
state proposte numerosissime definizioni, che la considerano di volta in volta come una capacità
mentale generale suddivisa in settori specifici oppure come una molteplicità di capacità legate o
indipendenti (diverse intelligenze), che permettono di elaborare in maniera più o meno efficace le
informazioni e l’esperienza per risolvere i problemi. Gli studiosi sono però concordi nel ritenere
l’intelligenza determinata sia da fattori genetici sia da fattori ambientali, reciprocamente correlati.
A questa difficoltà di definizione corrisponde da sempre una difficoltà di valutazione
dell’intelligenza, dal momento che essa non è direttamente osservabile. Nel tempo sono stati
sviluppati numerosi test di intelligenza finalizzati a misurare prima singole capacità, poi l’età
mentale globale, infine il quoziente d’intelligenza (QI), definito come il rapporto tra l’età mentale
del soggetto emersa dai test e la sua età cronologica, moltiplicato per 100.

Psicologia emotiva
La psicologia emotiva studia i concetti di motivazione, istinto, pulsione, emozione e il loro legame
con l’azione umana e i processi cognitivi.
Le motivazioni sono ciò che guida l’azione indirizzandola verso scopi precisi. Si possono
distinguere diversi tipi di motivazioni a seconda della complessità. Le motivazioni più elementari
sono gli istinti, impulsi innati a comportarsi in un certo modo in determinate situazioni o in risposta
a determinati stimoli ambientali. Nelle motivazioni di natura fisiologico-biologica rientrano anche
le pulsioni, spinte temporanee a compiere determinate azioni per soddisfare bisogni fisiologici (per
esempio la fame).
Le motivazioni più complesse sono quelle di natura psicologica che dipendono da bisogni
soggettivi, legati ai valori e alla personalità degli individui (bisogni secondari). Questi ultimi
possono essere suddivisi in tre categorie: bisogno di affiliazione (di vicinanza con altre persone e di
appartenenza a un gruppo), bisogno di successo (di affermazione personale, di realizzazione di
obiettivi), bisogno di potere (di influenzare o controllare situazioni e persone).
Le emozioni, invece, sono reazioni psicofisiche (corporee, verbali o comportamentali) positive o
negative a stimoli interni o esterni connessi a scopi importanti per l’individuo. Queste reazioni
vengono distinte dagli studiosi in emozioni fondamentali o primarie (gioia, tristezza, paura, rabbia,
sorpresa, disprezzo, disgusto) ed emozioni complesse o sociali, cioè apprese dal contesto culturale
di riferimento (imbarazzo, vergogna, senso di colpa, invidia, gelosia).
Le prime posizioni teoriche relative alle emozioni sostengono entrambe la natura neurofisiologica di
queste reazioni: la teoria periferica o viscerale di James considera le emozioni cambiamenti
fisiologici dell’organismo a livello viscerale, la teoria centrale o neurologica di Cannon, invece,
ritiene che le emozioni abbiano origine nella regione talamica dell’encefalo. L’insieme delle teorie
psicoevoluzionistiche, invece, considera le emozioni reazioni geneticamente determinate funzionali
alla sopravvivenza della specie umana. Il primo ad associare ai fattori neurobiologici anche un
fattore psicologico fu Stanley Schachter, con la sua teoria cognitivo-attivazionale, secondo cui
l’elemento psicologico interviene a specificare l’attivazione fisiologica e la natura dell’emozione,
altrimenti indifferenziata. Le più recenti teorie sulle emozioni sono infine le teorie dell’appraisal
(valutazione), secondo le quali esse non nascono in maniera immediata e incontrollata, ma hanno
origine da una valutazione cognitiva della situazione che le genera. La psicologia si è occupata delle
emozioni anche come mezzo di comunicazione, utilizzabile attraverso varie forme espressive (i
movimenti facciali, la voce), che sono in parte universali e in parte culturalmente e soggettivamente
determinati. La cultura, inoltre, influenza fortemente il tipo di emozioni più frequenti e l’intensità
con cui si tende a manifestarle.
Psicologia sociale
La psicologia sociale studia diversi aspetti dell’interazione umana.
L’elemento di base della socialità umana è il linguaggio, ossia la capacità dell’uomo di organizzare
suoni, secondo un sistema codificato, per comunicare significati ai propri simili. Come in tutti i
sistemi di comunicazione, affinché la trasmissione di informazioni sia efficace, è necessario che gli
interlocutori condividano l’insieme di norme e conoscenze che costituiscono il codice (in questo
caso, il linguaggio), ma la particolare complessità della comunicazione umana fa sì che la semplice
conoscenza del significato e delle regole di combinazione delle parole non sia sufficiente;
nell’interazione umana, infatti, deve essere implicitamente rispettato un principio di cooperazione,
che il filosofo Paul Grice ha articolato in quattro massime: quantità (fornire la giusta quantità di
informazioni), qualità (fornire informazioni vere), relazione (essere pertinenti), modo (non essere
ambigui). La conoscenza e l’accettazione condivisa di queste massime permette anche di sfruttarne
e comprenderne le trasgressioni intenzionali, come l’ironia o i sottintesi, che frequentemente
arricchiscono o modificano il significato delle frasi.
Il linguaggio è stato studiato da psicologi e filosofi anche per il suo ruolo nella nostra relazione con
il mondo: alcuni studiosi hanno sostenuto che il linguaggio influenzi in modo sostanziale il pensiero
e il modo di percepire il mondo, perciò persone che parlano e pensano in lingue con strutture
diverse avranno modi di ragionare e di considerare il mondo anche profondamente diversi (ipotesi
della relatività linguistica).
Gli psicologi sociali, oltre che sugli strumenti dell’interazione umana, si interrogano sulle
motivazioni che portano gli uomini a cercare legami sociali. Parte del bisogno di affiliazione
dell’uomo è di natura innata: sin dalla nascita, ogni individuo dipende da un altro per la propria
sopravvivenza. Il legame madre-bambino si ripropone successivamente nei bisogni di affiliazione
dell’uomo adulto, poi stimolati e differenziati da numerosi altri fattori (ricerca di aiuto, di
divertimento, di approvazione, di condivisione ecc.). La scelta delle persone con cui interagire
dipende da criteri specifici e personali, sovrastati però da alcuni criteri generali: vicinanza,
somiglianza, attrazione fisica, reciprocità.
L’azione dell’uomo nel contesto sociale e la sua interazione con il mondo sono poi influenzate e
guidate dal personale modo di considerare e di porsi nei confronti di diversi oggetti, persone,
argomenti, cioè dall’atteggiamento. Si tratta in realtà di un concetto complesso, perché comprende
sia valutazioni razionali e opinioni coscienti sia spinte emotive che, combinate insieme, indirizzano
in positivo o in negativo il comportamento e la percezione di un soggetto nei confronti di un certo
oggetto. La formazione e la trasformazione degli atteggiamenti sono determinate da diverse cause:
l’esperienza, l’influenza dei genitori, quella dei gruppi sociali di riferimento e infine quella degli
strumenti di comunicazione di massa.
Alla base di un atteggiamento ci possono essere talvolta fenomeni come lo stereotipo e il
pregiudizio. Gli stereotipi vengono definiti dagli psicologi sociali come insiemi di credenze
positive o negative riguardanti le caratteristiche di un gruppo o tipologia di persone, utilizzati come
schemi mentali di ragionamento veloce e non basati su dati scientifici, per lo più di origine
culturale. Il pregiudizio, invece, consiste in un giudizio negativo immotivato su un fatto o una
persona (generalmente diversi e lontani da ciò a cui si è abituati), non basato su una conoscenza
diretta di questi e spesso difficilmente modificabile anche in seguito a una conoscenza più
approfondita.
La psicologia sociale si sofferma infine su due particolari tipi di comportamento di un individuo nei
confronti degli altri: l’aggressività e l’altruismo. L’aggressività è un comportamento di attacco che
si può manifestare in forme diverse e viene considerata da alcuni innata e motivata da esigenze
adattative e di sopravvivenza, da altri determinata da condizionamenti ambientali. L’altruismo
invece è un comportamento disinteressato di aiuto degli altri, anche se è difficile valutare l’elemento
del disinteresse dal momento che le norme e le convenzioni sociali prescrivono l’altruismo, perciò
tale comportamento potrebbe essere motivato contemporaneamente da una spontanea empatia e da
una volontà di conformarsi alle norme sociali o autogratificarsi.

Psicologia evolutiva
La psicologia evolutiva studia i processi di sviluppo dell’uomo nell’età evolutiva (infanzia e
adolescenza). In questo ambito si sono distinti tre filoni teorici sulla natura del bambino e sulle
modalità e finalità del suo sviluppo:
• teoria comportamentista (il bambino è originariamente una tabula rasa dal punto di vista
psicologico e lo sviluppo consiste in un processo di apprendimento attraverso il quale egli
assorbe passivamente i condizionamenti dell’ambiente e dei modelli comportamentali con
cui viene a contatto);
• teoria genetica (il bambino è attivo nel processo di sviluppo, che consiste nell’incontro tra le
sue strutture mentali e l’ambiente, l’esperienza del quale porta a un adattamento degli
schemi mentali per trovare un equilibrio tra essi e la realtà);
• teoria psicanalitica (lo sviluppo riguarda la sfera affettiva e irrazionale e ha come obiettivo il
raggiungimento della maturità emotiva attraverso le fasi orale, anale, fallica e genitale
(preceduta dal periodo di latenza, che non è una fase psicosessuale e serve al bambino per
stabilire amicizie con membri dello stesso sesso e di occuparsi di attività come la scuola),
teorizzate da Freud e caratterizzate ciascuna da un investimento emotivo concentrato in una
zona del corpo).
Gli sviluppi più recenti, successivi alla definizione di queste tre impostazioni teoriche di base,
individuano nel linguaggio il fattore di sviluppo principale per il bambino, in quanto necessario e
parallelo allo sviluppo del pensiero, oppure attribuiscono un ruolo fondamentale alla cultura
all’interno della quale il bambino è inserito, che gli fornisce le strutture per comprendere e
organizzare la realtà e i rapporti sociali.

L'apprendimento del linguaggio


I bambini possiedono una predisposizione innata all’apprendimento del linguaggio, infatti sin dalla
nascita riconoscono la funzione comunicativa dei suoni e dopo pochi mesi imparano a riconoscere i
suoni linguistici e comprendono che a ciascun oggetto e persona corrisponde un suono. La
produzione linguistica è più difficile della comprensione: i primi suoni emessi dai bambini sono le
lallazioni, suoni semplici e ripetitivi, poi, attraverso l’ascolto della conversazione adulta, i bambini
imparano sempre più associazioni tra parole e significati e iniziano a usare le olofrasi, cioè parole
usate per indicare il significato di frasi intere, da riconoscere in base alla situazione. A partire dai
due anni di vita il bambino inizia a utilizzare il linguaggio telegrafico, cioè frasi di due o tre parole
collegate da un primo scheletro di ordine grammaticale, che prelude all’apprendimento della
sintassi attraverso l’ascolto delle conversazioni adulte e la generalizzazione delle regole da esse
desunte. Infine il bambino, a partire dai 5 anni, acquisisce lentamente le competenze
conversazionali, che comprendono la capacità di gestire i turni di conversazione, di modulare toni e
parole a seconda dell’interlocutore, di seguire le regole di cortesia.

Lo sviluppo motorio e percettivo


Le competenze motorie del neonato nel primo mese di vita comprendono quasi solo riflessi, cioè
azioni spontanee e incontrollate, mentre la capacità di compiere azioni controllate si sviluppa dal
secondo-terzo mese, e si affina in un breve arco di tempo attraverso l’esperienza dell’ambiente
circostante, anche se alcune differenze tra i bambini possono essere determinate da fattori genetici.
Di natura preminentemente genetica è invece la sequenza di sviluppo delle capacità percettive, che
va dal riconoscimento di stimoli ben definiti e dotati di contorni precisi al raffinamento della
visione in direzione del riconoscimento di stimoli anche complessi.

Lo sviluppo emotivo
Le emozioni sono presenti nei bambini sin dalla nascita come processi biologici automatici:
inizialmente si registrano soltanto le emozioni di base essenziali che si manifestano in maniera
spontanea in risposta a certi stimoli fondamentali (piacere/disgusto, trasalimento, dolore), poi, a
partire dai due mesi e fino all’anno di vita, emergono le emozioni più complesse e la capacità di
gestirle con finalità comunicative e sociali. Dopo il primo anno di età il bambino sviluppa le
emozioni sociali e in seguito sperimenta più articolate commistioni tra le diverse emozioni.

Lo sviluppo sociale
L’innata socialità dell’uomo si manifesta sin dalla nascita nella tendenza del bambino a preferire,
come oggetto di attenzione, i volti umani, e poco dopo nel fenomeno del sorriso sociale, che porta i
bambini a sorridere quando vedono un volto umano o sentono una voce umana. Se tuttavia questa
predisposizione non viene assecondata e stimolata dall’ambiente in cui il bambino cresce e dallo
stretto rapporto con le persone più vicine, egli avrà un’elevata probabilità di sviluppare la socialità
in modo disfunzionale, o di non svilupparla affatto.

Psicologia clinica
La psicologia clinica applica gli studi della psicologia per comprendere, prevenire e intervenire
sulle problematiche psicologiche e relazionali, a livello individuale, familiare e di gruppo, comprese
anche la promozione del benessere psicosociale e la gestione di molte forme patologiche.
Freud e la psicanalisi
Alla fine dell’Ottocento, a Vienna, Sigmund Freud, neurologo, pose le basi della psicanalisi
partendo da una serie di studi sull’isteria e sui sogni, che lo portarono progressivamente a delineare
le basi teoriche di una nuova disciplina, lo studio dei processi psichici e delle tecniche di cura delle
malattie mentali, in breve diffuso in tutto il mondo. L’inconscio è la scoperta fondamentale di
Freud, che lo definisce una dimensione anteriore, ulteriore e autonoma rispetto alla coscienza, sulle
attività della quale interviene direttamente. Le elaborazioni successive della teoria dell’inconscio
portarono il medico austriaco a descrivere una tripartizione della mente in un’area inconscia (l’Es,
sede delle pulsioni rimosse), un’area preconscia (l’Io, sede della mediazione tra le pulsioni inconsce
e la realtà e la coscienza), e un’area conscia (il Super-io, sede della coscienza morale, responsabile
della censura e costituita dai valori appresi dai genitori).
I processi dell’inconscio che si manifestano poi in diverse forme nell’attività cosciente sono le
pulsioni e i desideri, determinati dal principio di piacere, cioè quello che guida le azioni infantili e
che viene negato invece nelle azioni coscienti adulte. Nei suoi studi Freud definì per la prima volta
le nevrosi come malattie mentali e non del cervello, frutto di rappresentazioni (desideri e pulsioni)
socialmente inaccettabili e quindi respinte nell’inconscio, dal quale riemergono in modi irrazionali.
Il primo terreno privilegiato di manifestazione dei desideri rimossi è il sogno, risultato della
deformazione inconscia del materiale rimosso.
La cura psicanalitica prevede la presa di coscienza delle rappresentazioni rimosse attraverso la
narrazione per libere associazioni di pensieri, che pone il paziente in stretto rapporto con l’analista,
in virtù del fenomeno del transfert, processo per cui il soggetto trasferisce desideri, paure,
aspettative, sentimenti dall’oggetto inconscio di essi al medico.
L’approfondimento dell’azione del principio di piacere portò Freud a compiere ulteriori studi sul
ruolo della sessualità nelle nevrosi, individuando i primi sviluppi della vita sessuale nell’infanzia.
Questo lo condusse alla teorizzazione forse più nota dei suoi studi, quella relativa al complesso di
Edipo, fenomeno psichico che fonda la costruzione dell’identità del bambino, attraverso
l’identificazione con il genitore dello stesso sesso, ma che può avere sviluppi nevrotici nella rivalità
con tale figura, nel desiderio sessuale inconscio verso il genitore del sesso opposto e nella gelosia
per l’amore tra i due genitori.

Le altre teorie psicanalitiche


A partire dagli studi di Freud si sono sviluppate altre scuole di pensiero relative alla psicanalisi, che
ne condividono alcuni presupposti, ma vi si contrappongono per molti aspetti.
La corrente principale è quella della psicologia analitica elaborata da Carl Jung, psichiatra
svizzero che dopo aver lavorato a lungo con Freud stesso se ne distaccò proprio per alcune
divergenze teoriche: secondo Jung l’inconscio non è un’area della mente, ma un insieme di
immagini, desideri e sentimenti che non sono generati da rimozioni operate dalla coscienza, ma al
contrario sono la base della coscienza. Questo inconscio individuale riflette e plasma un inconscio
collettivo, l’insieme di archetipi e di strutture del pensiero comuni a tutta l’umanità.
Jung, inoltre, descrisse le strutture psichiche distinguendo il Sé, insieme di coscienza e inconscio, e
l’Io, mente cosciente costruita attraverso l’individuazione, ossia la differenziazione tra coscienza ed
elementi inconsci e tra soggetto e realtà circostante.
Anche Alfred Adler, medico e psicologo austriaco, faceva parte della cerchia di Freud prima di
distaccarsene e fondare la psicologia individuale, basata sulla concezione dell’individuo come
unità inscindibile, divisa tra la volontà di potenza, cioè il bisogno di affermazione di sé per la
sopravvivenza, e la necessità di un rapporto cooperativo e solidale con la società: quando fra questi
due elementi non c’è equilibrio si sviluppano le nevrosi.
Il problema della società è al centro anche della psicologia dell’Io, che sostiene l’esistenza di una
sfera psichica autonoma, l’Io appunto, che presiede all’identità dell’individuo e regola tutte le
funzioni che permettono a tale identità di interagire con l’ambiente e adattarsi a esso (per esempio il
linguaggio, il movimento, l’intelligenza) senza considerare le pulsioni inconsce.

Le teorie umanistiche e le teorie dei tratti


L’impostazione teorica e terapeutica della psicanalisi fu criticata da numerosi studiosi, che
proposero approcci alternativi all’indagine e alla cura dei problemi della psiche. Secondo la
psicologia umanistica di Maslow e Rogers, per esempio, i disturbi del comportamento e della
personalità sono dovuti allo scontro tra il bisogno di autorealizzazione secondo i propri valori (che
determinano lo sviluppo e la solidità della personalità) e l’ambiente, quando quest’ultimo risulta un
ostacolo.
Le teorie dei tratti, infine, affermano che la personalità è costituita da un insieme di tratti comuni a
tutti gli individui, le differenze tra i quali e gli eventuali disturbi sono determinati dalle diverse
possibilità di combinazione di questi tratti e dal contesto in cui essi si esplicano.

La psicoterapia cognitivo-comportamentale
Nonostante l’interesse scientifico, la psicanalisi e le altre teorie hanno perso via via terreno nella
cura dei disturbi psicopatologici, soprattutto a causa della complessità dell’interazione con il
soggetto e della lunghezza del trattamento.
In contrasto con la psicanalisi e le correnti sopramenzionate, i comportamentisti, invece, ritengono
che la personalità sia frutto dei comportamenti appresi tramite condizionamento, perciò eventuali
comportamenti patologici deriverebbero da un apprendimento errato, da correggere rovesciando il
condizionamento che lo ha determinato. Un esempio recentissimo di tale corrente psicologica è la
teoria della personalità di Roberto Albanesi.
La psicoterapia cognitivo-comportamentale indica le psicoterapie oggi più diffuse; sviluppata
originariamente negli anni Settanta del XX secolo, rappresenta lo sviluppo e l’integrazione delle
terapie comportamentali e di quelle cognitiviste, sintetizzando l’approccio neocomportamentista
della REBT (Rational-Emotive Behavior Therapy, Terapia Razionale Emotiva Comportamentale) di
Albert Ellis e della terapia cognitiva classica di Aaron Beck.
Il termine “cognitivo” si riferisce a tutto ciò che accade internamente alla mente (pensiero,
ragionamento, attenzione, memoria ecc.) mentre il termine “comportamentale” si riferisce ai
comportamenti manifesti (azioni, condotte e tutte le attività osservabili dell’organismo in rapporto
con l’ambiente) da parte del soggetto.

I disturbi del comportamento


I disturbi del comportamento si dividono in due gruppi: le nevrosi e le psicosi.
Le nevrosi sono disturbi mentali in cui il soggetto conserva il senso della realtà, non originati da
un’alterazione anatomica del sistema nervoso, bensì da un conflitto puramente psichico. All’interno
di questa categoria di disturbi si distingue inoltre fra isteria e nevrosi ossessiva: nella prima il
conflitto si manifesta con sintomi somatici come la paralisi o l’afasia, mentre nella seconda esso si
presenta con sintomi psichici come azioni insensate ripetute o pensieri ossessivi.
Le psicosi, invece, sono disturbi mentali in cui il soggetto perde il senso della realtà (deliri,
allucinazioni) e sono originate da alterazioni organiche. Queste possono essere visibili (lesioni
dell’encefalo o infezioni) e causare perdita di consapevolezza dello spazio o del tempo, demenza o
destrutturazione della personalità, oppure endogene, di origine ignota e causa di depressione e
schizofrenia.