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Montale e Dante

Da una prima analisi a livello linguistico è possibile notare come Montale scelga il
plurilinguismo, già adottato in precedenza da Dante nella Commedia: quest’ultimo
infatti per adattarsi alla multiformità della materia trattata utilizzò vari registri
espressivi, passando dunque da un linguaggio più basso e scurrile ad uno più
elevato e sostenuto.

Inoltre Montale affermò che le sue prime tre raccolte “Gli ossi di seppia”, “Le
occasioni” e “La bufera” dovevano essere considerate unitariamente come
un’unica poesia divisa in tre “cantiche” proprio come la Divina Commedia, da
intendersi dunque come fasi di una vita umana.
Montale e Dante
In entrambi gli autori è possibile parlare di “poesia metafisica” in quanto è
presente il tentativo di cogliere i segni divini che si celano dietro la realtà
con un passaggio quindi dal mondo sensibile a quello sovrasensibile.

Sussiste però a tal proposito una differenza fra i due poichè in Dante tutto

l’inconoscibile può essere spiegato alla luce del disegno provvidenziale
divino mentre in Montale, seppur ci sia un continuo tentativo di
trascendimento della realtà, alla fine non si può giungere alla comprensione
del mondo metafisico.

Nelle opere di questi autori vi è la presenza della figura femminile come


donna angelicata tipica della tradizione stilnovistica, seppur con funzioni
differenti: se la Beatrice dantesca garantisce la salvezza a Dante, la
donna-angelo in Montale allevia “il male di vivere”.
Montale e Dante
Nelle opere di Montale sono presenti numerosi “dantismi”, appartenenti soprattutto
agli aspetti più aspri, ovvero citazioni dirette o indirette di singoli termini o
espressioni dalle quali è possibile comprendere il forte influsso che il grande poeta
fiorentino ebbe sull’autore.
Inoltre per entrambi vi è una concezione della poesia allegorica in virtù del suo
carattere metafisico in quanto caratterizzata dalla tendenza alla ricerca di altri
significati mediante i quali sia possibile comprendere l’esistenza.
Un’ulteriore elemento di differenza fra i due autori è la concezione dell’inferno,
visto in Dante come una dimensione ultraterrena e tappa obbligatoria nel suo
cammino di redenzione dal peccato mentre in Montale l’inferno è la realtà terrena
alla quale nessuno può sfuggire.