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IL GIOVIN SIGNORE INIZIA LA SUA GIORNATA – CANALI AURORA

Nel proemio il poeta si presenta come un precettore (Precettor d’amabil rito) che intende insegnare al suo
aristocratico allievo come riempire i suoi noiosi e lenti giorni di vita. Da ciò risulta evidente che la vita dei nobili
sia occupata da attività improduttive che si svolgono nelle are del culto di Venere e di Mercurio, ovvero nelle
sale di piacere e di gioco. Il giovane, sazio di bordelli e divertimenti, respinge l’idea di dedicarsi alle armi o agli
studi orribili che fanno piangere i bambini. Parini, dalla sua prospettiva illuministica, polemizza contro i sistemi
pedagogici del suo tempo, che terrorizzavano gli studenti con mezzi repressivi e con la loro pedanteria
rendevano vuote e inutili le materie insegnate. In realtà il poeta ironizza queste motivazioni che non sono il
frutto di nobiltà d’animo, ma di pigrizia. Dopo il proemio comincia la descrizione del risveglio del contadino e
dell’artigiano. Il paesaggio bello, lieto e luminoso trasmette pace: la rugiada riflette il sole, il lavoratore di città
apre l'officina. L’immagine del caro letto che la sposa fedele e i figli più piccoli hanno intiepidito durante la notte
evoca l’idea della famiglia come garante degli affetti e delle virtù. Parini conferisce al lavoro dei campi una dignità
sacrale. È per questo motivo che gli arnesi vengono definiti sacri, oltre al fatto che, secondo il mito classico,
furono donati agli uomini dalle divinità. Si vuole evidenziare l’importanza che riveste l’attività del fabbro per i
nobili. Costui incide gioielli e costruisce serrature per proteggere i loro tesori. In questo passo i nobili vengono
definiti inquieti: implicitamente Parini afferma che la ricchezza è fonte di affanno e inquietudine. Si crea una
fortissima opposizione tra chi lavora e chi no, sottolineata dall’uso del “ma” avversativo al verso 53. Con il punto
di vista del giovin signore vengono elencati gli aspetti spiacevoli della vita dell’umile volgo (parca mensa, incerto
crepuscolo, coricarti in male agiate piume) in contrasto con quelli piacevoli della celeste prole (patetico gioco,
canore scene, mensa cui ricoprien pruriginosi cibi e licor lieti, morbide coltrici). Stanco delle feste e dei banchetti
il rampollo interrompe il silenzio della notte e l’incanto delle tenebre lanciando la sua carrozza e travolgendo i
passanti. Nell’ultima parte del brano si raffigura il risveglio del giovin signore che avviene nel già grande giorno,
essendosi addormentato al canto del gallo. Si riportano azioni come l’apertura degli occhi, lo squillo del
campanello e uno sbadiglio che vengono descritte passando in rassegna tutti gli dei dell’Olimpo (Morfeo, Apollo,
Minerva…). Parini, in qualità di precettore, finge di condividere e esaltare lo stile di vita del suo allievo ma lo
esagera iperbolicamente svelando il suo vuoto e la sua assurdità. Il testo è attraversato da enfasi celebrativa che
nasconde la condanna della pochezza ridicola del nobile. Ad esempio le fiaccole tenute dai servitori che
precedevano la sua carrozza vengono definite superbe e il nobile viene presentato con una fisionomia comica (i
capelli irti qual istrice pungente). L’autore introduce delle immagini iperboliche come quella della carrozza che
viene paragonata al carro di Plutone e ironiche come il riferimento alla diffusa pratica di compravendita dei titoli
nobiliari. La vita dei ricchi è presentata nel suo tedio, ozio e noia. Gli aristocratici vengono descritti come degli
uomini che conducono una vita frivola e inutile, in contrapposizione con i contadini che traggono la loro dignità
dal lavoro produttivo. Il contadino appare il portatore di valori saldi come quello della famiglia e della laboriosità
(caro letto, fedel sposa, buon villan). L’ironia dell’autore si manifesta anche nello stile. Parini ritrae delle realtà
banali attraverso un linguaggio estremamente solenne e aulico. Lo stile è innalzato dall’uso frequente di figure
retoriche come metafore (ad esempio ai versi 71-76 il fragore provocato dalla carrozza viene paragonato al carro
di Plutone che fece rimbombare il terreno della Sicilia), iperbati (verso 24 e 45), ossimori (male agiate piume),
metonimie (piume per letto e papavero per sonno). Nel testo è presente un’abbondanza di termini colti come
coltrisci, seriche, calle accanto a quelli scientifici (lombi) che riflettono la sua precisione scientifica propria della
poesia sensistica. Oltre a ciò sono presenti latinismi (queruli) e composti (anguicrinite) tipici dell’epica. Molti
sono i riferimenti alla letteratura classica: l’officina del fabbro viene definita sonante (verso 46), un epiteto di
sapore classico. Inoltre vengono nominati gli dei dell’Olimpo che conferiscono alle azioni del giovin signore una
dimensione epica. Tuttavia le sue azioni non sono affatto eroiche: da ciò deriva una sproporzione tra significato
e significante. Invece che esaltarlo, la descrizione solenne tradisce la sua pigrizia. Se da un lato il poeta critica il
vuoto e la corruzione del mondo nobiliare, in realtà quel mondo lo affascina. Nella descrizione minuziosa degli
oggetti (in particolare dei vini) emerge l’atteggiamento di ambiguità del poeta verso il mondo nobiliare. Accanto
a una aperta condanna si pone compiacimento e segreta ammirazione.