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LA

CIVILTÀ CATTOLICA
ANNO DECIMO

Beatus populus, cuius Dominus Deus eius.


PsAla. CXLIII, 18.

VOL. II.

DELLA SERIE QUARTA

ROMA
COI TIPI DELLA CIVILTÀ CATTOLICA
1859.
LA CIVILTA
A PPI È D E LL A C R O C E
– Coc –

Contemplaste mai, lettore, con occhio di vero filosofo il profondo,


maestoso, terribile spettacolo che ci presenta in questi giorni il mon
do incivilito genuflesso appiè della Croce? Quella che dagli enciclo
pedisti in qua prese, non si sa se per dileggio o per antifrasi, il nome
di filosofia, lo contemplò mille volte; ma lo contemplò con quell'oc
chio da bestia che vede il fenomeno, senza comprenderne il senso:
con quell'occhio, con cui il cane accompagna il suo padrone in una
qualche funzione solenne, nella presentazione di un ambasciadore,
nella inaugurazione di un'accademia, nella distribuzione dei premii,
nella morte di un giustiziato, vedendoci tutto ciò che vede il padro
me, ma senza nulla capirne. -

Quell'anima naturalmente grande di Napoleone I (seppure non


sono apocrifi, chè poco monta al caso nostro, i suoi intertenimenti
col Generale Bertrand) ne contemplava una picciola parte, quando
rivolto all'amico diceva, solo un Dio aver potuto concepire l'idea di
fondare una società, chiedendone l'amore dopo la morte. E veramen
te codesto precetto: «Quando io sarò morto mi amerete e tutto sa
crificherete per me»; cotesto precetto, diciamo, solo da un Dio po
tea idearsi; e l'avesse potuto anche un uomo, l'ottenerne obbedienza
Serie IV, vol. II. 9 50 Marzo 1859
130 LA CIVILTÀ APPIÈ DELLA CROCE

non potea essere opera che di un Dio. Ora Cristo non solo ne con
cepì il pensiero, ma lo ridusse in atto; e non solo in una eletta
d'uomini straordinari per capacità o per animo generoso; non solo
in un popolo di tempra più gagliarda, risoluta ed eroica; ma in
quella sterminata moltitudine di due o trecento milioni di credenti
che voi vedete in questi giorni, al rintocco funebre delle agonie di
Gesù, quasi rinsaviti repente, interrompere il delirio dei pubblici sol
lazzi, l'occupazione delle faccende private, le solennità dei giudizii e
delle pubbliche amministrazioni, le discussioni dei Parlamenti, le vi
site degli amici, l'intimità perfino delle domestiche conversazioni; e
correre appiè di quel tronco inalberato sugli altari o per le vie, per
rammentarsi che 18 secoli fa, in questi giorni medesimi, alla tal'ora'
del giorno ne pendea sotto sembianze di malfattore, Gesù da Naza
ret, il quale chiede oggi dalle anime a lui fedeli un ossequio, una la
grima, un sospiro; ed esse vi corrono, chinano riverenti le ginocchia
ed il ciglio, sospirano e piangono. Piangono pei dolori di un Uomo
Dio, cui mai non conobbero sotto sembianza mortale; piangono per
gratitudine di quel sangue, onde si credono redenti; piangono per
pentimento di quelle colpe, onde da lui credono di aver avuto riscat
to. Nè quel pianto è sterile: chè sopra tutta la superficie del globo
un portentoso movimento di emendazione morale succede alla con
templazione della scena dolorosa. Nella famiglia si riconcilia il cuor
del padre ai figli rinsaviti, si rannodano in amicizia durevole i con
iugi discordi, il servo infedele s'ingegna di restituire l'obolo se
gretamente rapito: nelle pubbliche relazioni il governante, il magi
strato, il militare, l'amministratore, dopo avere udito per quaranta
giorni bandirsi dalla cattedra di verità il Iudicium durissimum iis qui
praesunt, rientrano nei penetrali di loro coscienza esaminandone i
conti e bilanciandone le partite: e da famiglia a famiglia se furono rot
te le relazioni amichevoli, si sente non indarno l'invito di perdonarsi
dalla Croce di Cristo che perdona. E il prepararsi a venerare quella
Croce in che consiste finalmente, se non nel raddrizzare tutte le in
giustizie e nel profondere, ad esempio del Dio impoverito per l'uo
mo, quanto può abbisognare a sollevare l'inopia ed asciugare il
pianto dei proprii fratelli?
LA CIVILTÀ APPIÈ DELLA CROCE 131

Quindi comprenderete perchè, se misurate col guardo sul mappa


mondo l'estensione di que paesi, ove la rimembranza lugubre disten
de in questi giorni il velo di quelle gramaglie, vedrete che dove sar
resta l'eco di quel gemiti, ivi appunto è piantato il confine della
civiltà: di quella civiltà almeno che merita veramente un tal nome.
Sappiamo benissimo che il velenoso linguaggio di un finto indifferen
tismo, ma vero odio del nome cristiano, volendo rapire al cristiane
simo il vanto, di che certe anime sincere, benchè illuse, si sentono
strascinare verso la Croce di Cristo, vedendola fonte di civiltà verace;
ricorrono a dì nostri allo spediente di contrapporre alla cristiana, sot
to forme a un dipresso somiglianti, la civiltà cinese, le braminica, la
buddistica, la musulmana (senza nulla dire delle già defunte, la ro
mana, la greca, l'egizia ecc.); mostrandoci, fatta prima un ipocrita
riverenza al Nazareno, in ogni religione, in ogni culto, in ogni pae
se una civiltà sua propria; e tale, qual si conviene al clima, all'indo
le, alla tradizione ecc. di ciascun popolo. Ma che valgono codesti
scambietti? Vi è persona che abbia fiorellin di senno e si lasci arre
ticare alla gherminella? Che le arti, il lusso, la mollezza abbiano po
tuto gittare sul cadavere dell'umana corruzione qualche fiore sepol
crale, qualche strato di vernice lucida, avvivar marmi e bronzi, in
castonar nell'oro gemme e cammei, proporzionare in bell'ordine ar
chi e colonne, armonizzare accordi e melodie soavi, atteggiar le mem
bra a danze concertate, a pantomime espressive e perfino (vogliamo
essere generosi anche più del dovere) perfino animare piroscafi col
vapore, parlare pel fulmine ed operare colle fisiche e colle chimi
che portenti da trasecolarne; tutto questo, niuno può, niuno vuole
negarlo: e se questo fosse civiltà, il cristianesimo potrebbe forse tol
lerare non che competitori, ma vincitori ancora, se così vi piace 1
nel mondo pagano.
1 Tutti cotesti elementi abbiamo dati e non concessi: perchè in verità un
progresso durevole nelle scienze, anche puramente naturali, abbisogna del
le verità metafisiche e delle soprannaturali. Il che potremmo dimostrare
agevolmente col raziocinio del Taparelli (Saggio teoretico tom. II, disser
tazione settima, capo IV, dal numero 1596-1598 principalmente); ma per
non andare in lungo e fuor del proposito nostro, basti il fatto che ci mo
stra intisichite e assiderate, come nel testo abbiamo detto, tutte le civiltà
non cristiane.
132 LA CIVILTÀ APPIÈ DELLA CROCE
Ma se civiltà altro non è che l'ordine nella socievolezza; se un po
polo allora è civile, quando nei suoi costumi, nelle sue leggi espri
me rettamente le vere proporzioni morali, secondo le quali gli uo
mini debbono convivere in quella universale associazione, a cui il
naturale istinto li porta; allora cessino di grazia di vantarci codesti
fantasmi di civiltà pagana, e lascino che circoscriviamo i confini del
la vera civiltà in quelle genti, che piegano oggi la fronte appiè del
Dio Crocifisso. Sarebbe vano il negarlo, giacchè gl'increduli stessi
ce lo ripetono, ogni qual volta l'interesse dell'empietà non comanda
imperiosamente il sacrifizio del vero. Allora gli assassinii di Gedda,
le crudeltà dei Cipay, il fattucchiere e l'infanticidio cinese, l'isola
mento del Giappone, tutto è barbarie come il turcasso del Botocudo
o il socialismo della Nuova Zelanda; tutto dee cedere alla superiorità
dell'europeo figlio di Giapeto, che si assoggetta i figli di Cam e inva
dei tabernacoli dei Semiti. Così parlano gl'increduli stessi, quando
lo spirito di setta non li spinge ad offuscare gli splendori smaglianti
della Croce. E chi potrebbe negarlo, all'aspetto soprattutto del mon
do moderno e di quello sterminato movimento, onde tutto ribolle
incalzato, invaso, sopraffatto dal movimento europeo?
Ripetiamolo pertanto: dovunque penetrò la Croce, ivi germinò la
Civiltà: dovunque la Croce si arresta, ivi la Civiltà si assidera e muo
re: dovunque la Croce si atterra, ivi la barbarie ricomincia. Il fatto
è indubitato; ma ne meditaste voi mai, ne comprendeste filosofica
mente la ragione? Ecco il pensiero che ne sembra uno dei pascoli
più soavi che imbandire oggi possa ai suoi lettori la Civiltà Cattoli
ca, uno dei più nobili omaggi che, nella cerchia del suo programma,
ella possa rendere al mistero augusto del Dio crocifisso.
La è proprio così: la civiltà è figlia della Croce: e se volete toc
carlo con mano, fatevi prima una giusta idea della civiltà nella sua
natura e nelle sue funzioni. - i : a
Se civiltà è l'attuazione perfetta delle leggi di ordine nelle relazioni
sociali, è chiaro che ella deve avere il suo principio nella gagliardia
dello spirito sociale e di quel vincolo morale, per cui i molti asso
ciati tendono a formare unità. Or codesto, vincolo a che si riduce
finalmente? Consideratelo attentamente, e vedrete che tutto si riduce
La civiltà arrik DELLA caoce 133
al vincolo di un amore disinteressato e allo spirito di sacrifizio, per
cui ogni persona si spoglia più o meno di qualche parte di sè, per
vincolare sè stessa agli altri nell'unità di convivenza. º -

Il che può ciascuno vedere essere essenziale ad ogni tutto, risul


tante da congiunzione di parti, anche nel mondo fisico, immagine,
come sapete, del mondo morale. Tutto il mondo materiale ci dà co
testa lezione nell'aggregazione chimica delle molecole, nella quale
le proprietà elementari si neutralizzano; nella fisica congiunzione dei
meccanismi, ove l'effetto del tutto non si ottiene senza l'attrito delle
parti; nella collisione delle forze primitive per produrre la risultan
te; nel regno vegetale, ove le forze chimiche vengono soggiogate
dal principio vitale; nel regno animale, a cui tutta la vegetazione
offresi in alimento. Insomma l'idea stessa di parte implica, con la
sua subordinazione al tutto, la perdita della indipendenza in tutte le
fisiche aggregazioni, quando vogliono assorgere alla dignità e fruire
i vantaggi di altro essere dotato di unità superiore.
Applicate codesto principio al mondo morale, del quale il fisico è
immagine; e vedrete non esser possibile associazione ordinata di
molti, se non è sagrificato qualche appagamento dei singoli. Potre
ste aver l'ordine in una sinfonia, se ogni suonatore suonasse a talen
to? L'ordine in un esercito, se ogni milite fosse libero ad avventarsi
o retrocedere? L'ordine in un'amministrazione, se ogni mano potes
se o spendere o riscuotere a capriccio? Società dunque e sacrifizio
sono, può dirsi, effetto e causa. Ed a proporzione dello spirito di sa
crifizio cresce la forza dell'associazione; e viceversa quanto più si
vuole stretta e gagliarda l'associazione, tanto più vuolsi infondere
generoso e gagliardo lo spirito di sacrifizio. - -

Per lo che voi vedete come la Sapienza creatrice, allorquando volle


formare quella fortissima e numerosissima fra le società, la Chiesa
cattolica, incominciò dal chiedere a ciascuno dei Fedeli il massimo
dei sacrifizii: la cattività della ragione sotto la fede, il sacrifizio del
proprio volere alla legge divina e all'autorità della Chiesa. Togliete
il primo sacrifizio, avete eresia; togliete il secondo, avete scisma;
avete insomma nell'un caso e nell'altro rottura, impossibilità dell'u-
nità sociale: tanto è vero che succhio vitale della società è il sacri
134 LA CIVILTÀ APPIÈ DELLA CROCE

fizio, e che per conseguenza la perfezione dell'essere sociale, ossia


la civiltà, debb essere (permetteteci la formola un po' matematica)
in ragione diretta dello spirito di sacrifizio, in ragione inversa del
l'egoismo.
Da questa idea che vi rappresenta la natura della civiltà, appari
sce necessariamente lo stretto legame che passa fra la Civiltà e la
Croce, emblema, come sapete, di patimento volontariamente accettato
per amore d'altrui. Se amare la Croce, essere pronto alla Croce
vale altrettanto che amare il sacrifizio di sè al bene altrui e per
amore immolarsi realmente; se da questa prontezza ad immolarsi
nasce il concorso delle volontà personali nella sociale unità, ossia la
Civiltà perfetta; voi vedete che Croce e Civiltà sono, come abbiam
detto poc'anzi dello spirito di sacrifizio, causa ed effetto: cotalchè
tutto il fervido ed eloquente sermoneggiare del ministro evangelico
che in questi giorni s'ingegna di rendere cara ai Fedeli la Croce,
tutto è una perpetua raccomandazione di vero progresso civile. Pro
gresso, a dir vero, tutt'altro da quello che il moderno spirito vorreb
be promuovere, raccomandando a tutt'uomo che, per carità, non si
posterghi la terra per amore del Cielo. Ma qual dei due mezzi sia
più efficace a congiungere in istrettissima unità i cittadini, noi lo
lasciamo ben volentieri al giudizio del nostro lettore; pregandolo
soltanto a scorrere col pensiero le varie funzioni della civiltà nelle
i relazioni di affetto domestico, di giustizia civile, di beneficenza amo
rosa. Facciasi egli stesso una viva idea dei sacrifizii che esige in que
ste tre parti la perfezione del convivere sociale; e paragoni poscia
l'efficacia dell'amore della Croce con la sterilità della filantropia
nell'ottenere dall'umana fralezza l'eroismo di quel sacrifizii. Siamo
certi che il risultamento di quel paragone sarà un trasporto di rico
noscenza verso quel Dio, che insanguinando il duro tronco, lo rese
fonte d'immensa dolcezza sociale, e un inno di ammirazione per
quella sapienza infinita, che nel patibolo di un innocente, ingiusta
mente immolato al furore de' suoi nemici, stabilì l'immagine e l'in
citamento alla massima perfezione della convivenza sociale.
Orsù dunque incominciamo dalla convivenza domestica. Quando è
perfetta la vita di famiglia? Donde nasce la magica soavità di quegli
LA CiviLTÀ APPIÈ DELLA CRecE 135

affetti che sotto un medesimo tetto stringono, finchè dura la vita,


la moglie al marito, i figli al padre, e talora anche servi e domestici
d'ogni maniera a padroni giusti e mansueti, i quali riveriscono nella
canizie del famigliare, che li vide nascere, la servitù, e i buoni ufficii
da lui prestati al padre, all'avolo già trapassati? Ohimè! Noi parlia
mo qui di quelle famiglie patriarcali, delle quali ben molti dei no
stri lettori neppur più sapranno oggi formarsi un'idea; nelle quali
tre o quattro generazioni convivevano in meravigliosa concordia, e la
servitù entratavi col pel biondo vi perdurava, finchè scendeva incanu
tita al sepolcro. Lo spirito di famiglia è oggi, nelle città soprattutto,
talmente svanito, che le dolcezze della vita domestica appena si com
prendono, non che sentirle. Vero è che qualche romanziere s'inge
gna talora di schizzarne un qualche abbozzo. Ma costretto a pren
derne le tinte sulla tavolozza di una società che più non la conosce,
ricorre necessariamente ad amori romanzeschi, a passioni teatrali,
senza di che le sue scene non sarebbero comprese. Lo spirito d'in
dipendenza, infiltratosi per tutto, fa sentir grave ogni giogo, e rende
per conseguenza impossibile ogni intimità di associazione: e il fan
ciullo già pensa a svincolarsene appena è sciolto dalle fasce e libero
dal carruccio; grave riesce ai parenti l'educazione della prole che li
terrebbe lungi dal mondo geniale. E questo mondo che tenta allet
tarli, fornisce a chicchesia tanti mezzi di vivere agiato senza fami
glia, che questa sembra divenuta un soprappiù, una superfetazione
del mondo sociale. Che bisogno hai tu di una casa in cui vivere, di
una compagna che ti assista, di un famiglio che l'imbandisca la men
sa, di un colono che ti coltivi i campi? Qual miglior casa che una
locanda, ove tutte le agiatezze soprabbondano? Se vuoi ricrearti,
non mancano teatri e bigliardi: la mensa ti s'imbandisce in quei ri
trovi, pei quali i Francesi hanno una mezza dozzina di belle parole
ſestaminet, cabaret, restaurant, traiteur, café, buvette) e noi ita
liani appena possiamo uscire dalle due plebee di bettola o di taverna.
Invece poi di contrarre obbligazioni con un colono, puoi raccoman
dare i tuoi capitali ad un banco, e ne avrai, senza altri pensieri, i
frutti al dì della scadenza, per trarre innanzi senza legame alcuno
una vita randagia a norma del capriccio o dell'interesse. Quanto al
136 LA CIVILTÀ APPIÈ DELLA CROCE

bisogno della compagna, i consigli e le pratiche sono vulgari e no


tissime, senza che siavi bisogno d'imbrattarne queste pagine. Così
il commodo della vita scapola alletta a separarsi dalla famiglia, come
il disamore della famiglia s'ingegna di moltiplicare sussidii ed agia
tezze per la vita scapola. - -- - -

E donde cotesta perdita de sentimenti domestici? Dalla universale


ripugnanza ad ogni costringimento. Vivere perpetuamente in rela
zione di monotona compagnia con le persone medesime, sopportar
ne i difetti, consolarne le afflizioni, soccorrerne i bisogni: tutti cotesti
uffizii sono faccende, che a prima giunta si annunziano come penose
alla guasta natura: a raddolcire cotesta pena ci vorrebbe il balsa
mo della Croce, il quale renda tollerabile il patire come espiazione
delle proprie colpe; lo renda soave con la dilezione verso Dio, tras
formata in amore verso i domestici. Toglietene cotesto amore della
Croce; e ciascuno accetterà il patire come dura necessità; e la ne
cessità non è mai soave: ha chiodi e non balsami 1. Ma la necessità
si tollera, finchè la persona non può fuggirla: e in un mondo, ove
schivandosi tutti gl'incommodi della famiglia, se ne godono tutte le
agiatezze, la necessità è facile ad evitarsi; e la famiglia per conse
guenza è vicinissima a sciogliersi. a

Un solo vincolo rimane, cui la perversità non riesce ad infrangere


totalmente, ed è quella terribile passione, di cui diceva il poeta:
Omnia vincit onori ſi i i -

passione resa invincibile da quella Provvidenza che, a dispetto d'o-


gni umana perversità, voleva propagato e perpetuato il genere uma
no. I sacri nodi del matrimonio sono un misto di attrattiva talora in
vincibile e di convivenza il più spesso penosa. Fra i Cattolici inter
viene la grazia a mitigarne gli affanni, a santificarne le gioie. Ma to
glietene cotesti balsami della Croce, e che diverrà il Matrimonio?
Chi conosce il mondo moderno, lo sa: è un vincolo, da cui il liber
: 1 - - - - Sgeva necessitas, a i pi
e

Gestanstribale
iena. e cºnto non
-

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oixzio ofiº di
LA CIVILTÀ APPIÈ DELLA CROCE 137
tinaggio rifugge; e tutti gl'inverecondi arzigogoli, onde il Michelet
in una sua nuovissima storpiatura di libro si è adoperato ad in
graziarglielo, non servirebbero, recati in pratica, che a renderlo più
insopportabile. Che se la passione o la necessità, annodandolo la
prima volta, tenta incatenarvi alle molestie della vita domestica; ap
pena queste molestie sembrino importune ad un animo incapace di
qualsivoglia sacrifizio, il divorzio per incompatibilità di umori, o di
dritto dove si può, o di fatto dove non si può, troverà modo ben pre
sto di rompere il nodo e rendervi la libertà.
Ora divorzio e famiglia perfetta sono eglino termini compossibili?
E senza perfezione di famiglia, può ella darsi perfezione civile, se il
vivere civile altro non è finalmente che convivenza o società di fa
miglie? Ponderatelo attentamente, lettore, e capirete, che eliminati
i sogni dorati dei romanzieri, la vita domestica allora diventa un
paradiso, quando ogni membro della famiglia, grato agli affetti e
agli aiuti, onde i cari lo confortano, sa tollerare le noie, le antipatie,
i difetti, le spine insomma d'ogni maniera che germogliano in que
sto, come in ogni altro campo del mondo sociale: spine che allora
soltanto cessarono di pungere e straziare, quando dalle tempia del
Redentore vennero tinte di quel sangue che è balsamo ad ogni

Dal chiuso della famiglia passiamo al campo aperto della società


civile. Qual è qui il grado perfetto della sociale convivenza? È quel
lo, in cui la universale riverenza ad ogni diritto fa che regni da ar
bitra la giustizia. Ora è ella necessaria gran filosofia per dimostrare
che la perfezione della giustizia è un perpetuo giuoco di freni, una
serie non interrotta di sacrifizii, imposti alla passione e alla libertà
di tutti, per riverenza al diritto di ciascuno? E chi ne dubita? A
comprendere questo basta la bestiale filosofia d'ogni selvaggio, il
quale, invitato dalla civiltà usurpatrice degli Europei a partecipar
negli agi, la sicurezza, la quiete, trova troppo grave il sacrifizio e
null'altro sinduce ad accettarne, che lo schioppo per uccidere il ne.
mico, i liquori per uccidere sè stesso. E finchè non vi giunge la
Veste nera ad inalberarvi la Croce e imporre in nome del Grande
Spirito il debito di umanarsi; esso fugge dai confini e dai vincoli di
138 - LA CIVILTÀ APPIÈ DELLA CROCE

ogni civiltà. Quello poi che vi dice la filosofia del selvaggio con le
opere, vel ripete la filosofia del Rousseau coi sofismi; ve lo mostra
palpabile la filosofia dei settarii con la sanguinaria brutalità che spi
ra dal ceffo, e con l'antropofagia, di cui rinnova gli eccessi.
Ma qual cosa mai riesce agli animi indomiti sì intollerabile nella
civiltà? in questa civiltà che fa scorrere sì placidi i giorni, che tran
quilla in tanta sicurezza gl'interessi, che annoda con tanta soavità
gli affetti, che sublima a tanta luce le intelligenze, che moltiplica
gli agi, la potenza, la vita, l'operazione dell'uomo incivilito? Eh,
lettor caro! tutti cotesti tesori si comprano a costo di quell'unico, del
quale il poeta pagano diceva:
Non bene prototo libertas venditur auro.

Cotesta luce di verità non si acquista, se non s'incatena l'intelligen


za allo scrittoio; la soavità degli affetti benevoli allora è possibile,
quando si sanno vincere le passioni iraconde; la copia delle ricchezze
e degli agi germina dalla fatica e dal risparmio; la quiete dell'ordi
ne pubblico nasce dal sapere implorare ed aspettare dalla pubblica
autorità la sentenza intorno ai diritti, la protezione contro gli usur
patori: colla giunta che cotesto complesso di sacrifizii può molte vol
te essere frustrato, in qualcuno dei privati, dei suoi benefici effetti:
cotalchè se alla virtù spingesse solo la speranza di cotesto premio, a
molti delusi verrebbe sul labbro il disperato improperio di Bruto sui
cida: Virtù, ti credei qualche cosa, ma sei solo un fantasma. Ma
ottenesse pur sempre gli effetti benefici, dovrà dar tempo ad accuse,
ad inquisizioni, a processi. Or la passione è ella capace di soffrire
tali esitazioni o ritardi? E qual è quella passione che non si creda
certa del suo diritto e non ne voglia tosto l'adempimento? Fuggevo
le, come il tempo che la strascina, ogni esistenza umana sembra
aver la coscienza di non possedere in proprio che l'Oggi, di non po
tere ripromettersi il Domani: quid sit futurum cras, fuge quaerere,
dice col lirico epicureo ogni passione umana. E volete che, con le
speranze del domani, anzi dell'anno venturo, e forse del venturo
dei venturi secoli ella saccheti ai freni della giustizia e riverisca
quell'ordine ond'ella beve l'assenzio, perchè altri ne tracanni il
LA CIVILTÀ APPIÈ DELLA CROCE 139

néttare? Vorreste, a cagion d'esempio, che l'Italianissimo riverisse


per ora i trattati, i diritti dello straniero sul suolo italiano, aspettan
do quel dì, in che, salva la giustizia, egli potrà vedere compiuta
quella sua beatitudine ideale dell'unità italiana? Confessatelo, letto
re: voi chiedete un po' troppo alla passione. Cotesti sacrifizii li può
chiedere la maestà di un Dio che comanda, la fedeltà di un Dio che
premia, la giustizia di un Dio che gastiga, l'amore di un Dio che
patisce e muore per l'uomo: insomma li può chiedere la Croce. Di
che vedete l'insigne sapienza di quei politici che, avendo pure tanto
bisogno di quei sacrifizii, rompono guerra sfidata alla Croce.
Eppure ricordatevelo: senza la continuità, la costanza, l'universa
lità di cotesto sacrifizio, l'ordine di giustizia non può regnare sulla
terra. Comanderà, sì, despoticamente un qualche diritto e sarà il
diritto del più forte, il quale com'ha la voce per comandare, così ha
il braccio per costringere. E buon per quella società ove il diritto
della forza starà in mano di un solo: ella godrà almeno un'ombra di
riposo nell'immobilità della morte: nè vedrà straziarsi, maledirsi,
scannarsi l'un l'altro

Di quei che un muro ed una fossa serra.

Ma quel diritto che comanda alle volontà, benchè impotente ad in


catenare le braccia; ma quel libero ossequio delle volontà, che si ar
rendono per riverenza al diritto inerme, a cui potrebbero resistere
con la forza; questo bel conserto di giustizia e di amore, ove il dirit
to altrui è più che il proprio interesse; questo nol troverete, no, in
una società, ove la giustizia abbia la passione per giudice e l'interes
se per avvocato. Amore universale al godere, cupidità insaziabile
delle ricchezze che lo procacciano, ambizione di grandeggiare e di
vedere ogni volontà cedere al proprio volere, ogni orgoglio raumi
liarsi alla propria altezza; tutte coteste passioni con le rivalità che in
generano nel mondo civile, colle cospirazioni faziose che s'intreccia
no e co delitti che tengono dietro alle rivalità ed alle cospirazioni,
non si escluderanno mai dalla società, finchè non solo se ne tollera,
ma se ne fomenta la radice, estollendo a cielo i pregi della grandez
za e del godimento, e tutti stimolando a procacciarne quanto più
140 1A civiLTA APPiE DELLA CROCE

possano. Profondansi pure torrenti di eloquenza ad encomiare la giu


stizia, la virtù, la beneficenza, l'eroismo; le son coteste per un cuore,
che non sa svincolarsi dalla passione, frasi rettoriche che i cerretani
declamano come istrioni, e gli uditori ascoltano come una scena di
tragedia. Ma appena l'oggetto della passione si presenta, ecco ac
cese le brame, ecco velata l'intelligenza, ecco dimenticate le frasi di
Seneca per le realtà di Cesare e di Lucullo. º

Dunque la conclusione è sempre quella: volete civiltà perfetta? Vo


lete ordine di giustizia liberamente e universalmente riverito? Non l'ot
terrete finchè non istillate negli animi prontezza al sacrifizio: ricono
scere in altrui il diritto, vale altrettanto che riconoscere in sè stesso
il debito di umiliare a piè di lui la propria libertà. E questo ricono
scimento non esige soltanto una mente libera dall'errore di che solo
l'autorità della Chiesa assicura pienamente i Cattolici); ma esige
inoltre nel cuore una forza durevole e costante, senza la quale la
fiacchezza del cuore farà velo all'intelletto; onde questo mai non s'in
durrà a riconoscere un dovere, al cui adempimento sente mancarsi
la forza.

Eppure noi abbiamo parlato qui di quella parte più triviale della
perfezione civile che, bene o male, fu conosciuta anche nel mondo
pagano, ove il Codice romano produsse tali formole, che sono oggi
ancora l'ammirazione dei popoli inciviliti: di quella giustizia, il cui
sentimento è sì vivo nella natura, che, se la passione non lo accie
chi, ogni uomo sembra chiamato a pronunziarne gli oracoli. Ma co
testa giustizia è ben lontana da ciò che forma la bellezza più squisi
ta e dilicata del mondo cristiano, il cui carattere proprio, lo disse il
Redentore, non è la giustizia, ma la carità. Finchè si tratta di giu
stizia, il Redentore ripetea: Nonne et ethnici hoc faciunt? Quello
a che niun'altra società potrà mai giungere, è quell'amore scambie
vole che fu dato per segno a riconoscere i seguaci del Redentore 1;
e che infatti fin dai primi secoli strappava il tributo d'ammirazione
dai pagani, i quali non sapevano comprendere amore sì portentoso.
i caſi ſi t . . p il 5 º i
1 In hoc cognoscent homines quia discipuli mei estis, si dilectionem habue
ritis ad invicem. IoANN, XIII, 35. º º
LA CIVILTÀ APPIÈ DELLA CROCE 141

Questo è quello, che, oltre la generale prontezza a sovvenire ogni


miseria, fornì poi di mano in mano a ciascuna di esse numerosi isti
tuti benefici, ove ad ogni piaga si trovava un balsamo, ad ogni do
lore un conforto. e,

Questa nobile e soavissima idea che ad ogni membro, il quale pa


tisca, assicura la compassione, il conforto di tutte le altre membra 1,
è oggi penetrata talmente nei sentimenti e nei costumi delle genti
cristiane, che reca maggior meraviglia il vederla mancare, che il ve
derla regnare; laonde il mondo incivilito inorridì al racconto della
barbarie, con cui la popolazione di Staten-Island negli Stati Uniti sac
cheggiò ed incendiò barbaramente ospizii e lazzaretti, per tema di
quella febbre gialla che minacciava invadere il paese. Il mondo in
civilito che vede continuamente con occhio indifferente migliaia di
suore accorrere al capezzale degli appestati per mitigar loro le ago
nie e conquistare per sè la morte; si risentì allora soltanto, quando
vide un popolo per timor della morte devastare gli asili della carità:
tanto è divenuto oramai profondo ed universale il sentimento di co
testo dovere di sollevare ogni miseria! t .

Badate peraltro a non confondere l'idea con la realtà, il dovere


con l'adempimento. Con un po' di buon senso, diretto giudicio e so
prattutto con un po' di cuore pietoso, il dovere universale di sovve.
nire ai miseri, come a fratelli, se non s'indovinerebbe senza rivela
zione, rivelato non è difficile a comprendersi. Ma è egli ugualmente
facile a praticarsi? Se tutto si riducesse a smugnere qualche scudo
dalla borsa per gittarlo nelle camme della mendicità affamata; forse
la ragione potrebbe arrivarvi, anche quando non è confortata dalla
paura. E diciamo forse, perchè a dir vero, la filantropia non ha da
to di sè buona prova. E il mezzo consueto, a cui oggi si ricorre per
istrappare un obolo alla borsa, adescandolo con le attrattive di un bal
le, di una serata teatrale, di una lotteria lucrosa, di una esposizione
curiosa, non dà idea molto favorevole intorno all'efficacia dei sentir
menti filantropici. Ma supponiamoli pure in questa parte efficacissi
mi; sta egli qui, nella borsa, il difficile, il penoso della civiltà bene
l

1 Patitur unum membrum, compatiuntur omnia membra. I. Cor. XII, 26,


142 LA CIviLTÀ APPIÈ DELLA CROCE

fica? Non è chi nol veda; quello che forma il grande, l'arduo, il ge
neroso dei provvedimenti benefici è il trovare persone, che sappiano
rinunziare a quanto ha di più dolce la quiete di una vita agiata, l'in
timità degli affetti domestici, la libertà di operare a talento: persone
che affrontino le dicerie degli sfaccendati, le derisioni, i sospet
ti, le calunnie che sogliono accompagnare una vita consecrata al
ben pubblico; persone che, dotate di lunghi studii, d'ingegno in
ventivo, di facile parola, di maniere affabili, di tutte quelle doti in
somma che cattivando gli animi sembrano promettere all'amor pro
prio successi d'ogni maniera; ed esse a questi successi vogliano ri
nunziare, consecrando quelle doti sì pellegrine tutte a vantaggio dei
miseri. E di quali miseri, Dio buono! Di que ceffi da galera che cor
risponderanno ai loro benefattori con maledizioni e minacce; di que”
pazzi frenetici, cui la carità dee tener pronta la camicia di forza; di
quegl'infermi schifosi; di quel cretini stupidi; di que luridi fanciulliab
bandonati; di que vecchi bisbetici ed irritabili, da cui niuna corrispon
denza può aspettarsi, che mitighile ripugnanze del nauseante servag
gio! E pure a questo si condanna da sè medesimo quel giovane nel ri
goglio delle passioni e delle speranze; a questo quella fanciulla, fio
re di bellezza, di grazie e di onestà. E se le vittime pronte a cotesto
sacrifizio non corressero perpetuamente a centinaia, a migliaia, ver
rebbe meno la parte più nobile, più ammirabile della civiltà verace,
quella che forma del mondo europeo uno spettacolo sopra natura, og
getto di meraviglia e di riverenza al pagano, al giudeo, al mu
sulmano. -

Or donde mai si attinge il coraggio di tal sacrifizio, se non da


quell'amore che formava, come abbiamo detto al principio, la mera
viglia dell'esule di S. Elena. Dall'alto della Croce l'Uomo Dio che
vi muore parla a quel garzone, a quella vergine, il linguaggio se
greto che solo da quel cuore s'intende; e che coll'esempio dei pro
prii patimenti insegna a patire per amore dei fratelli. Ed appunto
dall'amore, con cui si patisce, nasce la dolcezza, il conforto che
rallegra il giusto, perfino nelle più sentite privazioni e nelle sofferen
ze più dure. Toglietene cotesto balsamo di soavità; e se la ragione
volezza potrà riscuotere qualche ossequio momentaneo, verrà meno
LA CIVILTÀ APPIÈ DELLA CROCE 143

alla durata del sacrifizio, e forse smarrirà, anche solo all'immagi


narlo perpetuo. Ed ecco la causa della sterilità di quelle istituzioni
che il protestantesimo vanamente si sforza di contrapporre all'ener
gia dei Cattolici. Il Preside degli ospizii in Berlino visitava, or sono
pochi mesi, lo spedale cattolico assistito dalle Suore di S. Carlo. Ter
minata la visita e pieno di ammirazione per lo spirito di quelle vit
time di carità: Una sola cosa vorrei, sclamò in presenza della Su
periora. – E che ? rispose questa: ordinate, e se da noi dipende,
sarà fatto. – Ohimè! riprese: vorrei poter comunicare alle nostre
Diaconesse protestanti lo spirito onde voi siete animate 1.
Ma cotesto spirito non è possibile che si trasfonda nei cuori, se nei
cuori non si trasfonde l'amore della Croce. Finchè si tratta di frasi
sentimentali, esse possono trovarsi sotto la penna di un razionalista;
finchè si tratta di profondere scudi, essi possono cadere per ridon
danza o per vanità anche dalla borsa di un usuraio. Ma un sacrifizio
e sacrifizio perpetuo di libertà, di sudori, di ripugnanze, di affetti
domestici, di onoranze cittadine; questo l'amore solo può ottenerlo e
perennarlo, quell'amore che nasce dalla considerazione dei patimenti
di un Dio. Or questo amore non lo trovate fuori del Cattolicismo.
Dunque fuori del Cattolicismo mai non troverete civiltà che, raggiun
ger possa la perfezione della civiltà cristiana.
Ecco, lettore, qual è il vincolo inimitabile, indissolubile che lega
perpetuamente il mondo incivilito al Crocefisso, e che conduce ogni
anno in questi giorni la civiltà verace ad adorare la Croce. Finchè ci
si parla (ripetiamolo al fine, come l'abbiamo detto al principio), fin
chè ci si parla di ricchezza pubblica, di commerci, d'industrie; fin
chè ci si vantano vie ferrate e telegrafi; finchè si armano navigli ed
eserciti; finchè s'innalzano moli sontuose e palazzi di cristallo, e a
tutto ciò s'impone il nome fastoso di civiltà moderna, la Chiesa non
vanta nessun diritto esclusivo: e se indirettamente ne diviene tutela
e sicurezza, non se ne dà per maestra e propagatrice; e nei casi di
eccesso ne diviene salutare rattento. Ma quando per civiltà voi inten
dete il retto ordine degli affetti nella famiglia, della giustizia e della

1 Les Catholiques Suisses nell'Univers 6 Marzo 1859.


14 i LA CIVILTÀ APPIÈ DELLA CRocE

benevolenza nella società; oh ! allora come la Croce è fonte d'ogni


luce e d'ogni forza nel mondo morale, così la Chiesa ne è sola cu
stode e propagatrice. E ci vuole tutta la boria di un Laguéronière,
di un Mac Sheehy 1 per salire in bugnola al cospetto dell'Europa e
invitare pedantescamente quel Gerarca Augusto, che dall'alto del Va
ticano dà a tutta la terra lezioni di civiltà, riverite da quanti sono
più nobili ingegni e cuori più generosi, ad imparare dalla Francia e
dalle sue quindici o venti rivoluzioni in un secolo, qual sia la vera
maniera di governare i popoli e di assicurarne la moralità e la pace.
1 Fummo veramente non tanto addolorati, quanto attoniti al leggere
uno squarcio di quell'articolo dell'Union, giornale certamente da non ac
coppiarsi nè col Débats, nè col Siècle; e « com'è possibile, dicevamo in
cuor nostro, che in una nazione sì delicata nella convenevolezza delle ma
niere possa trovarsi non solo uno che scrive, ma molti che leggono cotesti
arroganti articoli, nei quali un privato, un gazzettiere assume cotesto pi
glio dittatorio e magistrale, e dall'alto della sua cattedra si erge in peda
gogo del Vicario di Cristo, rampognandolo dei suoi spropositi nel governa
re e vantandosi della propria grande sperienza e promettendogli che gl'in
dicherà ciò che dovrà fare in appresso. Il est desirable que le gouverne
ment romain décrète un recrutement... il faut enfn... qu'honore, par toutes
les récompenses dont il dispose, la noble profession des armes. Puis...il de
vra donner à leur constitution des sages et sevères lois pour bases..., s'in
spirer de la grande expérience que la France peut leur livrer. Nous sommes
assez riches pour leur préter sans nous appauvrir...nos conseils ecc.... Un
peu plus tard... nous essaierons de lui indiquer comment il doit se créer
une administration militaire. 11 Marzo 1859. " º "
Certamente cotesta boria ha un non so che di meno assurdo, in quanto
tratta principalmente della formazione di un esercito. Ma oltrechè anche
in questo le maniere di un infimo che parla al supremo sempre dovrebbe
no mostrare che lo scrivente conosce l'immensa distanza che passa fra lui
e raugusta persona, cui parla, chiunque non abbia velato l'intelletto o dal
l'ignoranza o dall'arroganza comprende benissimo che tutte le particolarità
di una pubblica amministrazione sono talmente connesse col rimanente delle
istituzioni sociali, col genio e colle tradizioni del paese, con la temperie
del cielo, col carattere delle persone ecc.; che non solo il dettare oracoli
da maestro come fa costui, ma anche solo il dar consigli richiederebbe un
tutt'altro stile, una tutt'altra riverenza. La quale, se può dimenticarsi dallo
spirito democratico in Francia rispetto ai così detti ministri della nazio
ne; non può però dimenticarsi dallo spirito cattolico, quando parla a chi
fa in terra le veci di Cristo. i