Sei sulla pagina 1di 4

LA SITUAZIONE POLITICA E SOCIALE DELL’ITALIA TRA GLI ANNI ’60 E ’70 E LE POSIZIONI DEL PCI

VIGLIA DELLE ELEZIONI POLITICHE


UNITA’
Venerdì 10 maggio 1968 à alla viglia delle elezioni politiche, Luigi Longo risponde alla stampa
internazionale riguardo la politica del Partito comunista italiano: <<[…] anche se le nostre impostazioni
ideologiche sono profondamente diverse, noi pensiamo che si può arrivare a forme di intesa […] con le
forze cattoliche non soltanto per la trasformazione della società capitalistica in società socialista, ma
anche per la gestione della società socialista. […] Pensiamo che in Italia è possibile arrivare al
socialismo per via democratica, attraverso la collaborazione di forze diverse. […] La prospettiva della
nostra battaglia elettorale è un’alternativa che noi consideriamo necessaria e possibile […] una
alternativa [che sia] di unità delle sinistre per sostenere una politica non asservita all’imperialismo
americano, non asservita ai monopoli: una politica che sia fatta dalle forze progressive del Paese
nell’interesse della grande maggioranza della collettività nazionale>>.
Martedì 14 maggio 1968 à Occhetto sul modello pensato dal PCI: <<[…] quando i nostri avversari ci
chiedono qual è il nostro modello noi rispondiamo che esso deve sorgere dal concorso di lotta e di
elaborazione di tutte le forze antimperialistiche, laiche e cattoliche>>. E rivolgendosi ai giovani: << […]
voi avete la possibilità concreta di aprire in Italia la via a una nuova esperienza socialista in cui venga
risolto in modo compiuto il rapporto tra democrazia e socialismo>>.
Venerdì 17 maggio 1968, appello di Ferruccio Parri (eroe della resistenza) per una grande sinistra à <<
l’ accordo stipulato dal PCI e dal PSIUP per le elezioni senatoriali […] e la sua estensione a un gruppo di
candidati indipendenti da chiaro rilievo alla volontà di portare al centro della lotta politica in Italia il
più ampio ed organico schieramento di forze di sinistra – comuniste, socialiste, democratiche- unitario
nella condotta e negli obiettivi generali della lotta. […] >>.
ELEZIONI POLITICHE DEL 1968: PCI si afferma come seconda forza politica italiana, raggiungendo quasi
il 27% dei voti e con una crescita rispetto alle precedenti elezioni del 1,65% mentre le forze di centro
sx (Partito socialista unificato) subì un vistoso calo del 5,47% à testimonianza che in Italia era in corso
una spinta a sinistra. trionfo del Partito comunista e della sinistra unita, crollo e fallimento del Partito
socialista unificato, battuta d’arresto per la DC che più o meno mantiene i risultati del ’63.
Così commenta i risultati l’Unità: <<[…] a nessuno può sfuggire che il risultato del ’68 è per le sue
implicazioni politiche persino più importante del grande successo del ’63, perché è un voto che muta
anche qualitativamente tutto il panorama politico italiano, è un voto che colpisce alle radici il disegno
politico del centro sinistra e che è destinato ad aprire lacerazioni profonde all’interno dei partiti
governativi. […] Da oggi riprende il cammino della sinistra per aprire la via al socialismo>>.
Così parla Longo a Napoli il 27 maggio 1969 per celebrare la vittoria elettorale della sinistra: ‘’[…] la
causa del progresso e del socialismo in Italia è stata salvata e portata avanti dalla grande vittoria del
nostro Partito e delle forze di sinistra. […] Nello schieramento unitario delle forze di sinistra c’è posto
per tutti coloro i quali vogliono battersi per una nuova politica economica e sociale. […] Noi facciamo
appello anche a tutte le forze del dissenso cattolico, alle correnti delle ACLI, ai gruppi di sinistra della
DC perché […] conducano, dentro e fuori le loro organizzazioni, una lotta conseguente contro la
politica del gruppo dirigente della DC’’.
DOPO LE ELEZIONI POLITICHE: al rilancio dell’impegno nel lavoro di massa, il Pci affianca una rinnovata
iniziativa sul terreno dei rapporti a sinistra, nonostante diversi dirigenti evidenzino i diversi contrasti
col PSIUP e non manchino gli inviti alla prudenza. All’interno del PSU, la sconfitta elettorale provoca
profonde divaricazioni interne: se i seguaci di Nenni vorrebbero un mero ritorno a un governo di
centro sinistra, altri mirano a un centro sinistra aperto in qualche modo ai comunisti; altri ancora
chiedono una vera svolta nel partito e l’avvio di un percorso comune col PCI. Per quanto riguarda la
sinistra dc, continua a crescere l’idea di una linea politica di condivisione con il PCI basata sulla
mediazione di Moro. Più in generale, quello che scaturisce all’indomani dei risultati elettorali è un
insieme di fermenti vivace, talvolta velleitario, ma che indica una tendenza sempre più spiccata verso
sinistra, che accresce l’interesse del PCI. In un contesto simile il documento del Segretario vaticano per
i non credenti, che autorizza il dialogo coi comunisti suscita un certo scalpore. L’Unità sottolinea che
ormai il dialogo è giudicato dalla Chiesa non solo possibile ma raccomandabile.
I comunisti da parte loro continuano a premere sul PSU, chiedendo discontinuità rispetto al centro
sinistra e una scelta di campo a livello internazionale: posizione antimperialista, contro la nato e la
logica dei blocchi.
In questo quadro il PSU tiene il suo primo e ultimo congresso dal quale ne uscirà profondamente
lacerato à il PCI valuta la grave confusione del congresso il punto d’arrivo della politica di tipo
socialdemocratico, di collaborazione governativa ad ogni costo ed invita le sue organizzazioni ad
esplorare tutte le possibilità di azione unitaria.
Dopo le dimissioni di Leone dal governo, nel consiglio nazionale della DC, Rumor chiede un nuovo
centro siistra. Il suo discorso, che comprende un ampio elenco di riforme da farsi, appare spostato a
sinistra. L’apertura al PCI è esplicita: la programmazione è una ‘’delle sedi in cui il confronto col partito
comunista può […] investire una visione organica di sviluppo’’. Ancora Rumor: ‘’una politica di vasto
respiro e che voglia affrontare in termini nuovi alcuni problemi di fondo […] non può che non
coinvolgere anche […] il partito comunista.’’
Sebbene le millanterie arrivino da diverse correnti della DC e del PSU, i comunisti in un comunicato
ribadiscono la ‘’decisa opposizione’’ a un nuovo centro sinistra, ponendo il problema della
partecipazione dei lavoratori alla direzione dello Stato e condannando ogni trasformismo à d’altro
canto, le lotte non si fermano e stentano a trovare sbocchi politici, ed è su questo che i comunisti
intendono lavorare. Cosa diversa è invece la ‘’costruzione di soluzioni alternative’’ a partire da
un’intesa con le sinistre di DC e PSI.
Il Congresso Nazionale democristiano vede un’importante svolta, di cui Moro è protagonista:
separandosi dai dorotei e costituendo una propria corrente. Tutto il suo discorso segnala la presa
d’atto dei cambiamenti in corso: ‘’Tempi nuovi si annunciano ed avanzano in fretta’’; ‘’l’ansia di
rinnovamento […]si è tradotta in protesta imperiosa’’. E continua: ‘’siamo ad una svolta nella nostra
storia’’, il voto del 19 maggio ‘’chiede di accelerare il cammino’’. Per Moro la Dc deve guidare questo
processo, incanalandolo in un nuovo centro sinistra. E per questo rinnovamento è fondamentale
instaurare col PCI un ‘’impegnativo confronto sui problemi vitali della nostra società’’.
Nonostante il fermento post elettorale, è ancora la continuità a prevalere, Il governo è affidato ancora
una volta Rumor nonostante piccole concessioni come l’inchiesta sulla SIFAR e una meno rigita
delimitazione della maggioranza. La Direzione del PCI insiste sul taglio trasformistico dell’operazione.
Pajetta ribadisce che ‘’non è così che si risolve il problema. Natta sottolinea ‘’la divaricazione’’ tra la
‘’volontà di partecipazione’’ delle masse e ‘’la composizione degenerativa’’ del governo.

XII Congresso nazionale del PCI:


Problema politico centrale à <<fare avanzare una piattaforma di lotta e di iniziativa che meglio
consenta la convergenza e la collaborazione di forze sociali tanto numerose e diverse, per comuni
obiettivi di trasformazione>>. Una piattaforma che sia antimonopolistica, antiautoritaria e
antimperialistica.
<<sappiamo bene che nell’ambito di alcuni dei movimenti in atto vengono avanti, talvolta, idee e
tendenze che non condividiamo […]. Ma da gran tempo abbiamo abbandonato il criterio, settario e
meschino, di considerare che tutto quanto non coincide con le nostre vedute debba essere respinto in
blocco>> (pag. 147 dei congressi).
Il punto su cui il congresso appare diviso dunque, non sembra tanto il rapporto con l’URSS, quanto la
strategia da attuarsi in Italia, e in particolare il dilemma tra alternativa democratica – e quindi nuova
maggioranza – e alternativa di sistema. Per certi versi è tutto il dibattito degli anni ’60 che sta
giungendo alla sua conclusione. Per alcuni è in corso una crisi generale del sistema, che quindi reclama
un’alternativa complessiva. Secondo questi l’idea della nuova maggioranza è <<velleitaria>> perché al
paese mancano le basi economiche e politiche e le <<forze borghesi […] non hanno nulla di serio [da
offrire]>>. Per questa corrente bisogna costruire <<una rete di organismi democratici>> che siano alla
stregua di un <<contropotere>> diffuso. Al polo opposto si afferma invece che gli sviluppi interni alla
DC e in particolare le posizioni di Moro <<possono, forse, aprire un capitolo nuovo>>. Ad appoggiare la
tesi dell’alternativa democratica si osserva che lottando <<per un’alternativa di governo che abbia al
centro un piano di riforme e una nuova politica estera, lottiamo per un’alternativa di sistema>>.

Citazioni: Unità 6,7,8 settembre 1970.

IL GOLPE MILITARE DELL’11 SETTEMBRE ’73 E LE REAZIONI IN ITALIA

Già nel settembre 1970 l’Unità accennava: <<soltanto un golpe militare potrà impedire al Cile di
imboccare un nuovo corso politico […] La eventualità di un ricorso alla forza da parte delle destre e
degli americani non può essere infatti esclusa […]>>.

Potrebbero piacerti anche