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Battista Mondin

Dizionario enciclopedico del pensiero


di S.Tommaso D'Aquino,
Edizioni Studio Domenicano, Bologna.
conoscenza che Dio ha di se stesso, ossia è una partecipazione
FEDE alla scienza divina. Ovviamente si tratta di una partecipazione
       Secondo l’uso più comune questo termine significa la assai imperfetta, giacché la nostra mente non comprende le
disposizione ad accogliere come vere le informazioni di cui non verità che ritiene per vere credendo: "Nella conoscenza che si ha
si hanno prove personali. basandosi sull’autorità altrui (del per fede l’operazione intellettuale è imperfettissima da parte
sacerdote, del maestro, dell’amico ecc.). Passando dal dell’intelletto" (C. G., III, c. 40). Tuttavia è una partecipazione
linguaggio comune alla teologia, nel cristianesimo la fede è una stimolante, che induce nel credente la brama della visione di Dio
delle tre virtù teologali; essa dispone il credente ad abbandonarsi e della vita eterna. "Nella conoscenza della fede il desiderio
fiduciosamente nelle mani di Dio e ad accettare umilmente la dell’uomo resta inappagato. La fede infatti è una conoscenza
sua parola. imperfetta: si credono verità non evidenti, perciò rimane nel
credente la tendenza a vedere perfettamente le verità che crede e
1.    LO STUDIO DI S. TOMMASO a conseguire ciò per cui si può essere introdotti a questa verità"
     Della fede, S. Tommaso si è occupato in molti scritti: nel (Comp. Theol., II, c. 1). "La conoscenza della fede non appaga il
Commento alle Sentenze, III, dd. 23-25; net De Veritate, q. 14, desiderio, bensì lo acuisce, giacché ognuno desidera vedere le
aa. 1-12; nella Lontra Gentile, I, c. 6, III, ecc. 152, 154; nel cose che crede" (C. G., III, c. 40). Il credente ha una profonda
Commento al De Trinitate di Boezio, q. 3, a. 1; nei nostalgia del cielo, è un assetato di luce, poiché la fede "causa il
Quodlibetalia, II, a. 6 e VI, a. 2; nel Commento al Vangelo di desiderio della verità creduta" (In Ioan., c. 4, lect. 5).
Giovanni, cc. 4, 6, 7, I1, e alla Lettera agli Ebrei, c. 11, ed infi-         Dalla stessa definizione della fede e dalla sua
ne nella Summa Theologiae, 11-11, qq. 1-16, che è caratterizzazione come partecipazione alla scienza divina, già si
indubbiamente la trattazione più matura, più organica, più evince quel carattere intellettivo di questa virtù, che S.
esaustiva e più perfetta. Secondo Giovanni di San Tommaso, Tommaso non si stanca mai di sottolineare nei suoi scritti. La
nella Summa l’Angelico "ha seguito un ordine eccelso e fede è eminentemente atto dell’intelletto: "Credere è
profondissimo".. In realtà qui ci troviamo di fronte a una direttamente atto dell’intelletto, in quanto ha per oggetto il vero
costruzione dottrinale imponente in cui "l’armonioso sviluppo di che propriamente appartiene all’intelligenza. Perciò è necessario
tutto l’insieme è perfettamente integrato con la profondità e la che la fede, essendo principio di quest’atto, risieda nell’intelletto
ricchezza degli argomenti trattati" (D. Mongillo). Nota caratte- (II-II, q. 4, a. 2; cfr. De Ver., q. 14, a. 4). Propriamente è un atto
ristica di questa possente sintesi dottrinale è l’unificazione di del giudizio (non dell’astrazione o del ragionamento). Infatti "Le
tutti i problemi che riguardano la fede nell’ambito di una sola cose conosciute sono in chi le conosce secondo la natura del
trattazione, nel corso della quale si sviluppano gli aspetti conoscente. Ora è proprio della natura dell’intelletto conoscere
dogmatici, psicologici, etici, apologetici. Si affronta lo studio la verità componendo o dividendo (ossia giudicando)" (II-II, q.
dell’oggetto della fede, del suo atto, dei motivi di credibilità (i 1, a. 2). Ma è un atto intellettivo peculiare che viene designato
preambula fidei), dei diversi problemi concernenti il rapporto col termine cogitare. Questo termine, preso in senso stretto,
fede-chiesa ecc. Questa concezione unitaria permette di spiega S. Tommaso, "indica una considerazione dell’intelletto
valorizzare le ricchezze teologali della fede e di porla a accompagnata da una ricerca (consideratio intellectus quae est
fondamento e a sostegno di tutta la vita spirituale del credente. cum quadam inquisitione) prima di giungere alla perfetta
       2..    DEFINIZIONE DELLA VIRTU' DELLA FEDE intellezione mediante la certezza dell’evidenza... Ora l’atto del
credere ha un’adesione ferma ad una data cosa, e in questo chi
       Nella definizione della fede l’Angelico esalta lo spessore crede è nelle condizioni di chi conosce per scienza o per
fortemente "teologico" di questa virtù: essa procede da Dio (è un intuizione; tuttavia la sua conoscenza non è compiuta mediante
dono di Dio); ha come oggetto Dio e ha ancora Dio come suo una percezione evidente (non est perfecta per manifestam
unico fine. Per questo si dice Credo Deum, Credo Deo e Credo visionem), e da questo lato chi crede è nelle condizioni
in Deum (cfr. II-II, q. 2, a. 2). (conoscitive) di chi dubita, di chi sospetta e di chi sceglie
       Dio, precisa S. Tommaso, della fede e sia oggetto materiale un’opinione. E sotto questo aspetto è proprio del credente il
sia oggetto formale: "Se consideriamo la ragione formale cogitare approvando (proprium est credentis ut cum assensu
dell’oggetto, essa non ha altro oggetto che la prima Verità (nihil cogitet). Ed e così che l’atto del credere si distingue da tutti gli
est aliud quam Veritas prima), poiché la fede di cui parliamo altri atti intellettivi che hanno per oggetto il vero e il falso" (II-
non accetta verità alcuna se non in quanto è rivelata da Dio; II, q. 2, a. 1).
perciò si appoggia alla verità divina come a suo principio. Se         4. LA CERTEZZA DELLA FEDE
invece consideriamo materialmente le cose accettate dalla fede,
oggetto di questa verità non è soltanto Dio, ma molte altre cose. Per quanto l’oggetto della fede (la Verità divina) sia del tutto
Queste però non vengono accettate dalla fede, se non in ordine a inevidente in quanto supera infinitamente i poteri della nostra
Dio: cioè solo in quanto l’uomo viene aiutato nel cammino ragione, tuttavia quanto alla fermezza dell’assenso, ossia
verso la fruizione di Dio dalle opere di lui. Perciò anche da rispetto alla certezza, non c’è nessun’altra conoscenza che possa
questo lato in qualche modo oggetto della fede è sempre la superare la fede. Ciò che caratterizza l’atto di fede è infatti
prima Verità, poiché niente rientra nella fede, se non in ordine a proprio l’assenso: si tratta di un assensus firmissimus. La
Dio (nihil cadit sub fide nisi in ordine ad Deum): cioè come la certezza della fede è fermissima, perché viene da Dio: "La fede
salute è oggetto della medicina, poiché niente è considerato ha la certezza per il lume divinamente infuso" (In Ioan., c. 4,
dalla medicina, se non in ordine alla salute" (II-II, q. 1, a. 1). lect. 5).

     3. LA FEDE COME PARTECIPAZIONE ALLA Approfondendo la natura di questo assenso S. Tommaso mette
SCIENZA DIVINA in luce il grande peso che ha la volontà nell’atto di fede.
"L’intelletto di chi crede viene determinato all’assenso non dalla
       Stabilito che oggetto della fede è la Verità prima, ossia Dio, ragione ma dalla volontà. Ecco quindi che l’assenso si prende
e che quindi la fede è conoscenza di tale Verità,  S. Tommaso qui come atto dell’intelletto in quanto determinato dalla volontà
conclude logicamente che la fede è una partecipazione alla (assensus hic accipitur pro actu intellectus secundum quod a
voluntate determinatur ad unum)"" (II-II, q. 2, a. 1, ad 3). L’in- incarnationis et passionis Christi); poiché sta scritto: “Non c’è
tervento della volontà è necessario, precisa S. Tommaso, non alcun altro nome dato agli uomini, dal quale possiamo aspettarci
solo per quella mozione generale che la volontà esercita su tutte d’essere salvati”. Perciò era necessario che il mistero
le facoltà operative soggette al suo dominio, ma anche in ordine dell’incarnazione di Cristo in qualche modo fosse creduto da
alla verità dell’oggetto conosciuto. A differenza della tutti in tutti i tempi: però diversamente secondo le diversità dei
conoscenza immediata o dimostrativa, ove la verità si impone tempi e delle persone" (II-II, q. 2, a. 7). La seconda verità in
per la sua evidenza o per la dimostrazione e perciò determina ordine temporale (ma prima in ordine logico) riguarda l’essere
per se stessa l’assenso di chi la considera, nell’atto di fede è la stesso di Dio (che sarà l’oggetto della visione beatifica): è il
volontà che muove all’accettazione del contenuto, in quanto la mistero trinitario: "Non è possibile credere esplicitamente il
verità proposta è del tutto inevidente. "A volte l’intelletto non mistero di Cristo, senza la fede nella Trinità: poiché il mistero di
può essere determinato all’assenso né immediatamente per la Cristo implica l’assunzione della carne da parte del Figlio di
stessa definizione dei termini, come avviene nei princìpi, né in Dio, la rinnovazione del mondo mediante la grazia, e la
forza dei princìpi, come accade nelle conclusioni dimostrative; concezione di Cristo per opera dello Spirito Santo. Perciò prima
ma viene determinato dalla volontà la quale decide di muovere di Cristo il mistero della Trinità fu creduto come il mistero
all’assenso (...) per qualcosa che è sufficiente a muovere la dell’Incarnazione, e ciò esplicitamente dai dotti e in maniera
stessa volontà ma non l’intelletto. E questa è la disposizione del implicita e quasi velata dalle persone semplici. Quindi venuto il
credente" (De Ver., q. 14, a. 1; cfr. II-II, q. 2, a. 2). Nella fede tempo della propagazione della grazia, tutti sono tenuti a credere
dunque è determinante l’influsso della volontà che, in questo espressamente il mistero della Trinità (post tempus gratiae
caso, ha un compito decisivo: "Nella conoscenza di fede, la divulgatae tenentur omnes explicite credendum mysterium
volontà ha il compito principale; l’intelletto infatti dà l’assenso Trinitatis)" (II-II, q. 2, a. 8).
di fede alle cose che gli sono proposte perché è mosso non dalla
     6.    FEDE IMPLICITA ED ESPLICITA
stessa evidenza della verità bensì dalia volontà" (C. G., III, c.
40; cfr. De Ver., q. 14, a. 2, ad 10). Occupandosi della delicata questione della necessità della fede,
S. Tommaso introduce alcune distinzioni di capitale importanza:
Concludendo, secondo S. Tommaso l’atto di fede appartiene sia
tra fede implicita ed esplicita, verità primarie e secondarie,
all’intelletto sia alla volontà, ma non allo stesso modo:
conoscenza dei dotti e conoscenza delle persone semplici. Poste
formalmente è atto dell’intelletto perché riguarda la verità (che è
queste distinzioni l’Angelico afferma che si richiede da tutti
l’oggetto proprio dell’intelletto); effettivamente (ossia dal punto
indistintamente una fede esplicita nei due misteri fondamentali
di vista della causalità efficiente) è atto della volontà, perché è la
dell’Incarnazione e della Trinità. Per il resto, alla gente semplice
volontà che muove l’intelletto ad accogliere gli oggetti (verità)
può bastare una fede implicita; mentre dai dotti si esige una fede
di fede, in quanto essi superano il potere dell’intelletto, il quale
esplicita anche riguardo alle verità secondarie. "Non tutti sono
si rifiuterebbe di accoglierli essendo privi della necessaria
tenuti a credere esplicitamente tutte le cose che sono di fede, ma
evidenza, senza la spinta della volontà.
soltanto coloro che sono chiamati a diventare maestri della fede,
        5. NECESSITA' DELLA FEDE come nel caso dei prelati e di coloro che sono in cura d’anime
(...). Nel tempo della grazia sia i dotti sia i semplici sono tenuti
S. Tommaso argomenta la necessità della fede dal traguardo che
ad avere una fede esplicita nella Trinità e nel Redentore
Dio ha voluto assegnare alla vita umana, un traguardo che va
(tempore gratiae omnes, maiores et minores, de Trinitate et de
ben al di là dei poteri naturali della ragione, e che tuttavia questa
Redemptore tenentur explicitam fidem habere). Però la gente
non può ignorare, se il conseguimento del traguardo deve
semplice non è tenuta a credere tutto ciò che appartiene alla fede
avvenire non in modo meccanico ma in modo confaciente alle
circa la Trinità, ma vi sono tenute soltanto le persone colte. La
creature intelligenti. Il traguardo soprannaturale che Dio ha
gente semplice è però tenuta a credere esplicitamente gli articoli
prestabilito per l’uomo è la visione diretta della Trinità e la
fondamentali della fede, come che Dio è uno e trino, che il
partecipazione alla sua vita beatificante. "La perfezione della
Figlio di Dio si è incarnato ed è morto e risorto, e altri articoli
creatura ragionevole non consiste soltanto in ciò che le compete
simili, che la Chiesa celebra solennemente" (De Ver., q. 14, a.
secondo natura, ma anche in ciò che le viene concesso da una
11).
partecipazione soprannaturale della bontà divina. Per questo
sopra abbiamo detto che l’ultima beatitudine dell’uomo consiste Altrove S. Tommaso è meno categorico sulla esplicitazione
in una visione soprannaturale di Dio. Visione alla quale l’uomo formale degli articoli di fede e ammette che la fede implicita
non può arrivare se non come discepolo sotto il magistero di possa praticamente estendersi agli stessi misteri fondamentali,
Dio, secondo le parole evangeliche: “Chiunque ha udito il Padre purché esista quella disponibilità alla divina rivelazione che è
e si è lasciato ammaestrare da Lui viene a me” (Gv 6, 46) (...). implicita nella fede nella provvidenza divina. Così S. Tommaso
Perciò affinché l’uomo raggiunga la visione perfetta della può ammettere che sono stati salvati (e si possono salvare) molti
beatitudine, si richiede che prima creda a Dio, come fa un Gentili, anche se ovviamente sono tutti salvati grazie all’unico
discepolo col suo maestro" (II-II, q. 2, a. 3; cfr. De Ver., q. 14, salvatore, Gesù Cristo: "Tuttavia anche se alcuni si salvarono
a. 10). senza codeste rivelazioni, non si salvarono senza la fede nel
Mediatore. Perché anche se non ne ebbero una fede esplicita,
Di fatto le grandi verità che Dio ha insegnato all’umanità e che
ebbero però una fede implicita nella divina provvidenza,
tutti sono tenuti a credere sono due: la prima in ordine temporale
credendo che Dio sarebbe stato il redentore degli uomini nel
(ma in ordine logico è la seconda) è l’incarnazione, passione e
modo che a lui sarebbe piaciuto, e secondo la rivelazione da lui
morte del Figlio di Dio: "Come sopra abbiamo spiegato, ciò che
fatta a quei pochi sapienti che erano nella verità " (II-II, q. 2, a.
è indispensabile all’uomo per raggiungere la beatitudine
7, ad 3).
appartiene propriamente ed essenzialmente all’oggetto della
fede. Ora la via per cui gli uomini possono raggiungere la      7. LA FEDE E LA CHIESA
beatitudine è il mistero della incarnazione e passione di Cristo
(via autem hominibus veniendi ad beatitudinem est mysterium
3
La fede è un dono dato primieramente alla Chiesa; solo in essa Patristica e della Scolastica. Secondo questa soluzione tra fede e
non viene mai meno; solo in essa la fede non è mai "informe", ragione in linea di principio non può esserci conflitto, in quanto
bensì sempre "formata"" cioè viva e animata dalla carità (II-II, la fede non fa altro che consolidare, integrare, arricchire
q. 1, a. 9, ad 3). Qui la Chiesa non è intesa da S. Tommaso l’orizzonte di verità già accessibile alla ragione. Fede e ragione
principalmente come comunità esteriore e visibile che "ammini- sono due canali che provengono dalla medesima sorgente, Dio;
stra la dottrina da credere", ma come soggetto credente e sono due forze noetiche che lavorano per lo stesso obiettivo, il
professante la fede. In questo senso coinvolge il mistero della possesso della verità.
reale santità posseduta, e quindi si tratta della Chiesa come
A detta degli storici il Dottore Angelico è colui che ha dato la
realtà mistica. Il credente singolo si trova dentro questa unità
formulazione più chiara, precisa e rigorosa della teoria della ar-
viva, costituita da tutu i "santi", cioè da coloro che appartengono
monia. Ma i suoi meriti non si riducono a questo, quanto meno
alla Chiesa non solo esternamente ma intimamente, non solo
in sede storica. Anzitutto perché ai suoi tempi la dottrina dell’ar-
numericamente ma anche effettivamente. "La professione di
monia non era più data per scontata: gli averroisti con la teoria
fede è presentata nel simbolo a nome di tutta la Chiesa, che deve
della doppia verità l’avevano revocata seriamente in dubbio. In
alla fede la sua unità. Ma la fede della Chiesa è una fede formata
secondo luogo, perché, nella concezione agostiniana e
(dalla carità): e tale è la fede di coloro che appartengono alla
anselmiana dei rapporti tra fede e ragione, la ragione e la
Chiesa per numero e per merito (qui sunt numero et merito de
filosofia pagavano un tributo troppo caro alla fede e alla
Ecclesia). Ecco perché nel simbolo si presenta una professione
teologia. Occorreva quindi respingere l’attacco degli averroisti,
di fede adatta per la fede “formata”: e anche perché i fedeli che
ma allo stesso tempo era necessario riformulare la dottrina in
non avessero una fede “formata” cerchino di raggiungerla"" (II-
modo da salvaguardare i diritti della ragione e l’autonomia della
II. q. 1, a. 9, ad 3).
ricerca filosofica. Qui stanno i meriti e la novità di S. Tommaso
In ultima analisi il problema della fede diventa il problema della per quanto concerne il problema dei rapporti tra fede e ragione.
Chiesa. La vera fede si trova nell’autentica Chiesa. Ogni singolo
La prima cosa da riconoscere, dice Tommaso con insistenza, è
credente deve misurarsi con quella fede-matrice, non solo
che fede e ragione sono procedimenti conoscitivi differenti: la
quanto alla dottrina contenuto, bensì anche quanto alla fede-at-
ragione accoglie una verità in forza della sua evidenza intrinseca
teggiamento, alla fede-docilità, tensione alla visione,
(mediata o immediata); la fede invece, accetta una verità in base
disponibilità a Dio, amore e abbandono all’amore.
all’autorità della Parola di Dio. Perciò si danno anche due tipi
Le distinzioni poste da S. Tommaso tra fede implicita ed diversi di sapere, quello filosofico e quello teologico. "Duplice è
esplicita, tra verità primarie e secondane, tra fede "dotta" e l’ordine delle scienze: alcune procedono da princìpi conosciuti
"semplice", e il suo insegnamento sul carattere essenzialmente mediante il lume naturale della ragione, come l’aritmetica, la
ecclesiale della fede sono pietre miliari da tener sempre presenti geometria e simili; altre procedono da princìpi conosciuti
da chi svolge attività ecumenica, specialmente quando questa ha mediante il lume di una scienza superiore, come la teologia"(I,
luogo tra le Chiese cristiane, ma anche quando gli interlocutori q. 1, a. 2). Nelle stesse cose che riguardano Dio si registra un
appartengono a religioni differenti. doppio ordine di verità: "Ve ne sono alcune che superano ogni
capacità della ragione umana, come la Trinità insieme all’Unità
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di Dio; altre poi possiamo afferrarle con la ragione naturale,
come l’esistenza di Dio, la sua unità e simili verità, che anche i
filosofi dimostrano col solo lume della ragione naturale" (C. G.,
I, c. 3).
Fede e ragione
Con questa distinzione metodologica tra sapere filosofico e
     La questione del rapporti tra fede e ragione, questione scientifico da una parte e sapere teologico dall’altra e l’implicita
sconosciuta alba filosofia greca, ha dato luogo ad accese affermazione dell’autonomia della filosofia nei confronti della
discussioni sin dai primi tempi del cristianesimo. La questione è teologia, Tommaso ha dato il via a quel processo di
di sapere se col sopraggiungere della fede col suo tesoro di "secolarizzazione" del sapere umano, che contribuirà non poco
verità e infallibilità, di quelle verità che contano veramente in allo sviluppo delle scienze sperimentali e delle scienze umane,
quanto producono la salvezza, la ragione conservi ancora anche se non di rado lo stesso processo di secolarizzazione darà
qualche utilità o sia invece diventata un pericolo per chi crede. luogo a dolorosi scontri tra filosofia e teologia oppure tra
Per questo problema già prima di S. Tommaso erano state scienza e fede. S. Tommaso sapeva bene che due tipi di sapere
esibite, sia dai pensatori cristiani sia da quelli arabi, tre che hanno a che fare con la stessa verità, come la filosofia e la
soluzioni: antinomia, estraneità e armonia. teologia, possono entrare in conflitto, ma era convinto che si
La tesi dell’antinomia aveva incontrato il favore dei primi Padri trattasse di conflitti accidentali e superabili. In primo luogo,
della Chiesa (Taziano e Tertulliano in particolare), i quali perché Dio è la fonte primigenia di ogni verità, sia di fede sia di
vedevano nella filosofia un pericoloso nemico del cristianesimo ragione. In secondo luogo, perché "I pnincìpi radicati
e diffidavano i cristiani dal mendicare i favori della ragione naturalmente nella ragione sono talmente veri che non è
umana quando erano già in possesso della Verità grazie nemmeno possibile pensarli come falsi; né d’altra parte è lecito
all’insegnamento del Maestro divino. La tesi della estraneità era ritenere come falsa la fede, che ha avuto da Dio conferme si
stata avanzata dai discepoli di Averroè con la teoria della evidenti. Perciò siccome il solo errore è contrario alla verità,
"doppia verità": a loro giudizio fede e ragione non si occupano come appare chiaramente dalla loro definizione, è impossibile
della stessa verità, ma di verità differenti, estranee l’una che la verità di fede sia contraria a quei principi che la ragione
all’altra. Per questo non si pone il problema di conciliarle e conosce naturalmente" (C. G., I, c. 7). Pertanto, se tra fede e
armonizzarle. La terza soluzione, quella dell’armonia, già ragione, tra filosofia e teologia affiora qualche contrasto è segno
proposta da alcuni Padri del III secolo (Giustino, Clemente e che almeno da una parte non si e giunti alla verità, bensì a
Origene) un po’ alla volta divenne dottrina comune della conclusioni false oppure non necessarie.

4
Pur riconoscendo l’autonomia della ragione nello studio delle (rationem fidei.. ostendere) (De rationibus fldei contra
cose naturali e una sua certa competenza nella sfera religiosa, Saracenos, Graecos et Armenos, c. 2, n. 956). "Poiché quanto
Tommaso esclude che essa sia in grado, da sola, di penetrare nei procede dalla somma Verità non può essere falso, non può
misteri di Dio, che pure è il suo ultimo bene. E quelle stesse neppure esser impugnato ciò che falso non è. Come la nostra
verità religiose che di per sé la ragione sarebbe in grado di fede non può essere provata con argomenti cogenti (necessariis
ottenere da sola, di fatto è concesso solo a pochi privilegiati di rationibus) dato che oltrepassa i poteri dell’umana ragione,
raggiungerle, e la via che conduce ad esse non è scevra di errori. similmente non può essere respinta con argomenti cogenti a
Per tutti questi motivi è sommamente conveniente che Dio causa della sua verità. Perciò, quello che il controversialista
stesso venga in soccorso della ragione con la rivelazione. cristiano si deve proporre riguardo agli articoli della fede non è
la dimostrazione, bensì la difesa della fede. Infatti il beato Pietro
Sulla necessità della fede e la convenienza della rivelazione
(1 Pt 3, 15) non ha detto: state pronti alla dimostrazione ma alla
Tommaso si è soffermato in molte opere adducendo
soddisfazione (satisfactionem), in modo che risulti che non è
sostanzialmente gli stessi argomenti. Una delle esposizioni più
falso ciò che la fede cattolica professa" (ibid.).
lucide e più sintetiche è quella del suo Commento al De
Trinitate di Boezio, che, data la brevità del testo, vale la pena S. Tommaso non è soltanto il grande teorico della dottrina
riferire integralmente. "Sebbene alla conoscenza di alcune verità dell’armonia tra fede e ragione ma è anche il suo massimo
divine, scrive Tommaso, possa giungere anche l’intelletto realizzatore. Tutta la sua vastissima costruzione teologica è un
umano durante la vita presente con le sole forze della ragione si magnifico spettacolo di armonia tra quanto viene offerto
da acquistare vera scienza (ciò che di fatto a qualcuno riesce), all’uomo dalla meravigliosa luce della divina rivelazione e
tuttavia occorre la fede per i cinque motivi addotti da Maimo- quanto l’uomo riesce a raggiungere col lume della sua ragione.
nide: 1) Per la profondità e la sottigliezza dell’oggetto, per cui le Da una parte l’Angelico ascrive all’essere umano una tale
realtà divine sono occultate al nostro intelletto. Ora, perché l’uo- apertura verso Dio, grazie alla sua capacitas infiniti, da
mo non fosse completamente sprovvisto d’ogni cognizione di proporgli Dio stesso come fine ultimo della sua esistenza natura-
tali realtà, è stato provveduto che le conosca almeno mediante la le, oggetto supremo della contemplazione e dell’amore; e parla
fede. 2) Per la debolezza cui soggiace l’intelletto umano di un desiderio naturale di conoscere pienamente la Verità prima
all’inizio. Infatti esso raggiunge la perfezione solo alla fine; ma e di una fede implicita nella divina rivelazione. Dall’altra parte
affinché non ci sia mai un tempo in cui sia privo della co- S. Tommaso è veramente ardito nella sua insistente ricerca dei
gnizione di Dio, occorre la fede mediante la quale percepisca le motivi di convenienza (spesso parla addirittura di necessitas) in
realtà divine sin dall’inizio. 3) Per la quantità dei precedenti che tutte le verità di fede e in tutti i grandi misteri che riguardano sia
occorrono per arrivare alla conoscenza di Dio mediante la la SS.ma Trinità sia il Verbo incarnato. Alla fine delle sue pe-
ragione. Si esige infatti un sapere pressoché universale, perché netranti e lucide considerazioni si ha l’impressione che
la conoscenza di Dio sta alla fine di tutto. Ora sono ben pochi scompaia completamente quell’abisso che separa la fede dalla
coloro che sono in grado di giungere fino a questo punto. Quindi ragione e che i misteri diventino necessari ed evidenti, tanto è
la conoscenza di Dio viene somministrata dalla fede, affinché la grande la loro razionalità.
maggior parte degli uomini non ne resti affatto priva. 4) Perché
Il supporto teoretico che in S. Tommao assicura una
molti, data la loro costituzione fisica, sono incapaci di raggiun-
straordinaria solidità alla teoria dell’armonia tra fede e ragione è
gere una perfetta conoscenza mediante la ragione e ci riescono
duplice: la filosofia dell’essere e il princìpio dell’analogia. Con
solo mediante la fede. Per questo, affinché non ne restino privi,
la sua filosofia dell’essere l’Aquinate può affermare che anche il
viene loro concessa la fede. 5) Per le molte occupazioni alle
soprannaturale propriamente detto appartiene al dominio
quali gli uomini devono accudire. Esse fanno si che a molti
dell’essere, altrimenti sarebbe non-essere, cioè nulla. Così, per
diventi impossibile acquistare di Dio la scienza necessaria
es., grazie al primato dell’essere, di cui la causa unica è Dio, S.
mediante la ragione; perciò è stata messa a loro disposizione la
Tommaso non trova difficile spiegare la possibilità della tran-
via della fede affinché quelle cose che da alcuni sono conosciute
sustanziazione nel mistero eucaristico: "Per virtù di un agente
da altri siano credute"(in De Trin., lect. I, q. 1, a. 1; cfr. I, q. 1, a.
infinito, che opera su tutto l’ente, tale conversione è possibile;
1; II-II, q. 2, a. 4; De Ver., q. 14, a. 10).
perché ad ambedue le forme e ad ambedue le mate-ne è comune
Ma non è soltanto la fede che è di valido aiuto alla ragione. A la natura di ente; e l’autore dell’ente può mutare l’entità dell’una
suo modo e con i suoi mezzi pur fragili anche la ragione può nell’entità dell’altra, eliminando ciò che distingueva l’una
fare qualche cosa di importante per la fede e, in effetti, secondo dall’altra"(III, q. 75, a. 4, ad 3). Grazie al principio dell’analogia
S. Tommaso, la ragione può rendere alla fede un triplice S. Tommaso può applicare tranquillamente tutta la grammatica
servizio: "Dimostrare i preamboli della fede; spiegare mediante concettuale della metafisica aristotelica e della sua filosofia
similitudini le verità di fede; respingere le obiezioni che si dell’essere anche alla sfera del soprannaturale.
sollevano contro la fede" (ad demonstrandum ea quae sunt
(Vedi:  RAGIONE, RIVELAZIONE,
praeambula fidei; ad notificandum per aliquas similitudines ea
FILOSOFIA, TEOLOGIA)
quae sunt fidei; ad resistendum his quae contra fidem
dicuntur)"(In De Trin., proem. q. 2, a. 3). ___________________________________
S. Tommaso sostiene che la fede cattolica non può essere
assolutamente dimostrata, trattandosi di misteri che ci sono noti
soltanto grazie alla divina rivelazione, ma può essere difesa
contro chi non l’accetta, dimostrandone la perfetta coerenza con
Rivelazione
le premesse di ragione naturale che tutti ammettono. E cita la S. Dal latino rivelare, togliere il velo, manifestare. Nel linguaggio
Scrittura (1 Pt 3, 15) dove si insegna che la fede non va teologico significa l'insieme di atti con cui Dio, per mezzo dei
"provata" ma mostrata nella sua razionalità in rapporto alle profeti, di Gesù Cristo, degli apostoli, ha manifestato se stesso,
verità naturali; il che significa "rendere ragione della fede" la sua volontà, il suo piano di salvezza agli uomini.

5
“Rivelazione» significa a un tempo la condizione per la orecchie del corpo, ma dal profondo del cuore” come gli
possibilità della fede (in Dio e in Gesù Cristo) e la totalità della apostoli (Joan. tract. 106. 6). Agostino insiste: la parola ascoltata
fede cristiana, e può essere inteso a ragione come “concetto teo- esteriormente non è niente se lo Spirito di Cristo non agisce
logico trascendentale„ (H. Fries). interiormente per farci riconoscere, come parola a noi
personalmente rivolta, la parola ascoltata: “Gesù Cristo è nostro
Per i cristiani la rivelazione abbraccia due grandi fasi: quella
maestro e la sua unzione ci istruisce. Se questa ispirazione e
dell'antico Patto (Alleanza) e quella del nuovo. Nell'antico Patto
questa unzione fanno difetto, invano le parole risuonano alle
Dio si rivela al popolo eletto, Israele. Il suo nucleo principale è
nostre orecchie» (In epist. Joan. 3, 13). Questa grazia è a un
costituito dalla Legge e dai Profeti: la Legge con cui il popolo
tempo attrazione e luce. Attrazione che sollecita le facoltà del
eletto conosce i propri doveri verso Jahvè; i Profeti i quali
desiderio, luce che fa vedere in Cristo la verità in persona. L'uo-
richiamano Israele alla sua fedeltà a Dio e preannunciano
mo riceve da Dio un duplice dono: quello del vangelo e quello
l'avvento del Messia. Nel nuovo Patto la rivelazione di Dio
della grazia per aderirvi nella fede (De gratia Christi I, 10, 11. In
diviene completa, in quanto lui stesso, assumendo in Gesù di
modo più universale Cristo, come Verbo di Dio, è l'unica luce
Nazaret la forma umana, si rende personalmente manifesto.
dell'uomo, il principio di ogni conoscenza, sia naturale sia
Essendo Dio, Cristo è autenticamente il Rivelatore. Egli non è
soprannaturale, ed è l’unica via di salvezza. “Al di fuori di
soltanto l'annunciatore profetico della Parola di Dio, ma la
questa via che mai mancò al genere umano o preannunciata nel
stessa «Parola di Dio» (incarnata) (Col 1, 25-27; Gv I, 1-18),
futuro o annuncìata nella realizzazione, nessuno giunse mai a
l'intera sua storia è la storia del “sì ” irrevocabile di Dio
liberazione, vi giunge o mai vi giungerà” (De civitate Dei, 10,
all’umanità (2 Cor 1, 19). Egli non è soltanto colui che compie
32).
segni e miracoli, ma lo stesso «segno di salvezza» di Dio (Lc 2,
34), o il «mistero di Dio» nascosto, che ora è stato rivelato (Col Nel suo studio sulla rivelazione. S. Tommaso raccoglie i frutti dì
1. 24-29; Ef 1, 8-12); non è soltanto il maestro di sapienza, ma tutta la speculazione precedente, dei Padri greci e latini, e degli
la stessa Sapienza di Dio» (Mt 11, 16-19; I Cor 21. 24. 3b). Scolastici, ma situa la problematica nel nuovo contesto
culturale: l'incontro del cristianesimo con il mondo arabo
La prima riflessione teologica intorno al concetto di rivelazione
(islamico) e con la filosofia aristotelica, che proprio sulla
è già in atto in Ireneo, Clemente Alessandrino e Origene. Nel
questione della rivelazione andavano suscitando nuovi e spinosi
contesto antignostico che oppone A. T. e N. T., Ireneo sottolinea
interrogativi.
l'unità della storia della salvezza. Dì conseguenza il tema della
rivelazione si ricollega al tema più ampio dell'azione del Verbo 1. CONCETTO DI RIVELAZIONE
di Dio, a un tempo creatore e salvatore. Lo stesso Dio realizza,
S. Tommaso dà al termine «revelatio» un significato in cui
nel suo unico Verbo, un solo piano di salvezza dalla creazione
domina il fattore conoscitivo: è una nuova luce - gratuita,
alla visione. Sotto la guida del Verbo l'umanità nasce, cresce e
soprannaturale, donata dallo Spirito Santo - che tocca
muore fino alla pienezza dei tempi (Adversus Haereses IV, 38,
immediatamente la ragione (la facoltà conosciti-va, non i
3). Clemente Alessandrino costruisce il suo imponente sistema
sentimenti, il cuore, la fantasia ecc.), a cui spalanca l'orizzonte
di pensiero sul Logos salvatore e rivelatore. “Il volto del Padre è
di nuove e insospettate verità, che possono essere di ordine sia
il Logos in cui Dio è messo in luce e rivelato”, (Pedagogo 1.
naturale sia soprannaturale. La rivelazione non è una nuova
57; .Stromati VII, 58, 3-4). Due sono i canali che hanno
facoltà né un nuovo habitus che viene ad affiancarsi alle facoltà
preparato la piena rivelazione del Logos: la filosofia per i gentili
e agli habitus che l’uomo già naturalmente possiede: neppure è
e la legge mosaica per i giudei: .Ciò che la legge è stato per i
semplicemente un'operazione divina, bensì l'effetto di una
giudei, la filosofia lo è stato a sua volta per i Gentili fino alla
speciale azione di Dio, che S. Tommaso paragona
venuta di Cristo” (Stremati VI. 17). Con l'avvento del Logos, in
continuamente all'azione del sole: come il sole con la sua luce
persona tanto la legge quanto la filosofia passano al servizio
rende visibili le cose materiali, così Dio facendo dono
della fede. Ora è il Logos incarnato che ci insegna come l’uomo
all'intelletto di questa luce, gli spalanca la visione di verità che
possa diventare figlio di Dio: è lui il Pedagogo universale che
prima gli erano inaccessibili e invisibili. Al sole materiale -
riunisce legge, profeti e filosofia. Ormai “siamo diventati scolari
scrive l'Angelico - illumina esternamente; mentre il sole
di Dio: è il suo stesso Figlio che ci dà un’ìstruzione davvero
spirituale, che è Dio, illumina internamente. Perciò anche la luce
santa» (Stromati 1, 98). Origene elabora anch'egli una
naturale posta da Dio nell'anima è una luce divina. mediante la
riflessione sulla rivelazione a partire dal Logos, immagine
quale Dio ci illumina nel conoscere le cose che rientrano nella
fedele del Padre. “Vediamo nel Verbo che è Dio e immagine di
cono scienza naturale. Però per questo non si richiede una nuova
Dio invisibile, il Padre che l’ha generato” (Commento a
illuminazione: ma solo per ciò che sorpassa la conoscenza
Giovanni 32, 29). La rivelazione si compie perché il Verbo si
naturale (...). L'intelletto umano ha una sua luce intellettuale
incarna e, attraverso l'incarnazione, cioè nella carne del corpo e
(intelligibile lumen) che è di per sé sufficiente a conoscere
delle Scritture, ci permette dì vedere il Padre invisibile e
alcuni intelligibìli (verità): vale a dire quelle realtà di cui
spirituale. L'incarnazione del Logos, inaugura una nuova forma
possiamo formarci un'idea mediante le cose sensibili. Ma
di conoscenza che oltrepassa il piano delle immagini, delle
l'intelletto non può conoscere le realtà intelligibili superiori,
ombre, della lettera e raggiunge il piano della realtà, della verità,
senza una luce più forte (fortiori lumine). come potrebbe essere
dello spirito. In questo passaggio Origene sottolinea l'azione
una luce della fede oppure il lume profetico (lumine fidei vel
dello Spirito. E’ lo Spirito che conduce dal vangelo temporale al
prophetiae), che è detta anche “luce della grazia” (lumen
vangelo eterno.
gratiae) perché viene ad aggiungersi a quella della natura” (I-II.
Il momento interiore della rivelazione già sottolineato da q. 109, a. 1 c ad 2). Come si può notare già nel testo appena
Origene viene sistematicamente teorizzato da S. Agostino. Ciò citata, S. Tommaso per designare l'effetto dell'azione speciale
che conta maggiormente nella rivelazione non è il verbo esterio- con cui il sole di Dio svela alla mente nuove verità ricorre a
re ma il Verbo interiore. Ricevere le parole di Cristo, osserva varie espressioni, che però hanno in comune il termine lumen:
Agostino, non vuol dire solo ascoltare esteriormente “con le lume più forte (fortius lumen), lume della fede (lumen fidei),

6
lume della grazia (lumen gratiae), lume della rivelazione (lumen presto la conoscenza delle verità divine. Infatti la scienza che ha
revelationis), lume gratuito (lumen gratuitum) (cfr. oltre a I-II, il compito di dimostrare che Dio esiste e altre tesi riguardanti
q. 109, a. 1: I. q. 1, a. 1, ad 2; 1, q. 88, a. 3, ad 1; De Ver., q. 14, Dio, è l'ultima in ordine didattico, presupponendone molte altre.
a. 10). E quindi l'uomo non raggiungerebbe la conoscenza di Dio se
non dopo molti anni di vita. 2) Perché la conoscenza di Dio sia
Per lumen (luce) S. Tommaso intende “ciò che rende manifesto
più estesa. Infatti molti non possano progredire nello studio o
quanto prima era occulto e invisibile” (I, q. 67, a. 1). Ora,
per la scarsità di ingegno o per le altre occupazioni e necessità
mentre già col lume naturale (lumen rationis) l'uomo può
della vita temporale oppure per la svogliatezza nell'apprendere.
raggiungere un ampio orizzonte di verità, col nuovo lume, lo
Costoro verrebbero del tutto privati della conoscenza di Dio, se
sguardo della sua mente sì può spingere molto più lontano:
le verità divine non venissero loro proposte per fede. 3) A
verso il futuro (e allora si ha propriamente il lumen prophetiae)
motivo della certezza. Infatti la ragione umana è molto
o in profondità (e allora si ha il lumen fidei). L'effetto del lumen
manchevole nelle cose divine: ne abbiamo un indizio nel fatto
revelationis è comunque sempre quello di svelare nuove realtà e
che i filosofi, pur avendo indagato a fondo le cose umane con
nuove verità.
l'investigazione naturale, hanno sbagliato qui in molte cose e
Da quanto siamo andati esponendo risulta che la rivelazione - non si sono trovati d'accordo tra di loro. Perciò affinché la
secondo il concetto tomistico - riguarda anzitutto la dimensione conoscenza dì Dio fosse indubitata e certa presso gli uomini, era
soggettiva: è il potenziamento della facoltà conoscitiva, il necessario che le cose divine venissero proposte per fede,
potenziamento del suo sguardo: è un vedere nuovo che fa vedere proclamate cioè da Dio stesso (quasi a Deo dicta), che non può
oggetti nuovi. È, come dice bene l'Angelico, non tanto l'offerta ingannare” (cfr. anche I, q. 1, a. 1; I Sent, prol, a, 1; III Sent., d.
di nuovi oggetti o di nuove verità bensì un aiuto straordinario, 24, q. 3, q. 1; C. G., I, c. 4; De Ver., q. 14, a. 10; In De Trin.,
una grazia concessa all'intelletto; “ora per il nostro intelletto lect. I, q. 1, a. 1).
questa luce intellettuale non è l'oggetto conosciuto, ma soltanto
Come s'è detto, questo secondo gruppo di verità rivelate, che di
il mezzo per conoscere” (ipsum lumen intelletcus nostri non se
per sé sono già accessibili alla ragione, non fanno parte del re-
habet ad intellectum nostrum sana quod intelligitur, sed sicut
velatum ma del revelabile. Nel Commento alle Sentenze S.
quo intelligitur) (I, q. 88, a. 3, ad 1).
Tommaso dice che le prime appartengono alla fede per se
La rivelazione è eminentemente azione di Dio e lo è in modo (essenzialmente) le seconde per accidens (accidentalmente). “La
specialissimo. Infatti pur appartenendo a Dio l'iniziativa (è la fede si riferisce a qualche cosa in due modi, per se oppure per
causa principale) di tutto quanto accade in questo mondo e di accidens. Nel primo caso (per se) si tratta di verità che apparten-
quanto succede nel corso della storia, tuttavia la rivelazione gli gono alla fede sempre e ovunque (semper et ubique). Nel
appartiene in modo singolarissimo in quanto fa parte di un piano secondo caso (per accidens) appartengono alla fede di
speciale, straordinario, il piano della grazia che è il piano della determinate persone. Pertanto, verità relative a Dio che superano
storia della salvezza. Pertanto la rivelazione è azione speciale assolutamente la capacità dell'intelletto umano e che ci sono
dello Spirito Santo (I-II, q. 109, a. 1, ad 1). Considerata nel suo state rivelate, appartengono essenzialmente (per se) alla fede;
versante attivo la rivelazione è l'azione con cui Dio, liberamente invece ciò che supera soltanto l'intelligenza di questa o quella
e gratuitamente, offre all'uomo le verità necessarie e utili al persona ma non di tutti gli uomini, non appartiene alla fede
conseguimento della salvezza soprannaturale. Appartengono al essenzialmente ma soltanto accidentalmente» (III Sent., d. 24, q.
rivelato (revelatum) quelle conoscenze su Dio inaccessibili alla 1, a. 2, sol. 2).
ragione e che di conseguenza possono essere conosciute solo
3. LE GRANDI TAPPE DELLA STORIA DELLA
tramite la rivelazione Appartengono al rivelabile (revelabile)
RIVELAZIONE
quelle conoscenze che di per sé non sorpassano la capacità della
ragione, ma che Dio ha rivelato in quanto utili all'opera della La rivelazione divina è avvenuta attraverso successivi interventi
salvezza, e perché la maggior parte degli uomini, lasciati a loro di Dio, mediante i quali è diventata sempre più esplicita sia la
stessi, non arriverebbe mai a conoscerle: di fatto anche queste dottrina sulla divinità stessa sia il suo disegno salvifico che
verità fanno parte del corpo della rivelazione (cfr, I, q. 1, a. 3, ad doveva raggiungere il momento conclusivo con l'incarnazione
2). del Verbo di Dio. S. Tommaso prendendo come punto di
riferimento il traguardo finale della rivelazione, l'Incarnazione,
2. NECESSITA’ DELLA RIVELAZIONE
scandisce la storia stessa della rivelazione in tre grandi epoche:
      La rivelazione è ovviamente necessaria per l'ordine l'epoca prima del peccato, l'epoca dell'Antica Alleanza e l'epoca
soprannaturale, perché quest'ordine è, per definizione, della Nuova alleanza. “La via per cui gli uomini possono
quell'ordine che l’uomo può riconoscere e a cui può accedere raggiungere la beatitudine è il mistero della incarnazione e della
soltanto per dono assolutamente e totalmente gratuito di Dio. passione di Cristo; poiché sta scritto: “Non c'è alcun altro nome
Ma secondo S. Tommaso, che su questo punto riprende dato agli uomini, dal quale possiamo aspettarci d'essere salvati”
l'insegnamento oltre che di S. Agostino anche dell'ebreo Mosè (At 4, 12). Perciò era necessario che il mistero della
Maimonide, la rivelazione è necessaria altresì per dare maggiore incarnazione di Cristo in qualche modo fosse creduto da tutti in
solidità all'ordine naturale. Su questo argomento S. Tommaso si tutti i tempi: però diversamente secondo le diversità dei tempi e
è espressa chiaramente e fermamente in numerose occasioni. delle persone. 1) Infatti prima del peccato l'uomo ebbe la fede
Qui può bastare una sola citazione che riprendiamo dalla II-II, q. esplicita dell'incarnazione di Cristo in quanto questa era ordinata
2, a. 4. Al quesito: “Se sia necessario credere anche a verità che alla pienezza della gloria; ma non in quanto era ordinata a
si possono dimostrare con la ragione naturale”, l'Angelico dà la liberare dal peccato con la passione e con la risurrezione; perché
seguente risposta: “Era necessario che l'uomo accettasse per l'uomo non prevedeva il suo peccato (...). 2) Dopo il peccato,
fede non soltanto le verità divine che superano la ragione, ma poi, il mistero di Cristo fu creduto esplicitamente non solo per
anche quelle che sono conoscibili con la ragione naturale”. E l'incarnazione, ma anche rispetto alla passione e alla
questo per tre motivi: 1) Perché l'uomo possa raggiungere più risurrezione, con le quali l'umanità viene liberata dal peccato e

7
dalla morte. Altrimenti gli antichi non avrebbero prefigurato la potessero a loro volta illuminare gli altri uomini (ibid., c. 12,
passione di Cristo con dei sacrifici, sia prima sia dopo la pro- lect. 8).
mulgazione della Legge (...). Inoltre, gli antichi conobbero le
L'insieme delle verità che Dio ci ha rivelato per mezzo dì Cristo
cose che si riferivano al mistero di Cristo tanto più
e degli Apostoli è “l’insegnamento secondo la rivelazione”, al
distintamente, quanto più furono vicini al Cristo. 3) Finalmente,
quale si dà anche il nome di “sacra dottrina” (I, q. 1, a. 1). La
dopo la rivelazione della grazia, tanto i maggiorenti (dotti)
sua custodia è affidata alla Chiesa. La maggior parte degli
quanto i semplici sono tenuti ad avere la fede esplicita dei miste-
uomini ha accesso alla rivelazione solo in modo mediato,
ri di Cristo e specialmente di quelli che sono oggetto delle
attraverso la predicazione della Chiesa. Dio ci aiuta a credere
solennità della Chiesa e che vengono pubblicamente proposti
con un triplice intervento: con la predicazione esteriore, con i
come gli articoli sull'Incarnazione» (II-II, q. 2, a. 7; cfr. I-II, q.
miracoli che conferiscono credibilità a tale predicazione e anche
103, a. 3).
“con un'attrazione interiore che non è altro se non un'ispirazione
Secondo S. Tommaso, nelle singole epoche la più perfetta dello Spirito mediante la quale l'uomo è spinto a dare il suo
manifestazione divina è stata quella che si è verificata in colui consenso a ciò che è oggetto di fede (...). Questa attrazione è ne-
che l'ha inaugurata: “Nelle singole ere la prima rivelazione fu la cessaria, poiché il nostro cuore non si rivolgerebbe a Dio se Dio
più eccellente» (II-II, q. 174, a. 6). La rivelazione si è svolta stesso non ci attirasse a sé” (In Ep. ad Rom., c. 8. lect. 6; cfr.
secondo una economia discendente e gerarchica, che trae origine II-II, q. 2, a. 9). L'appello interiore della grazia è la
dalle gerarchie celesti e discende fino ai profeti e agli apostoli e “testimonianza” della “verità prima che illumina e istruisce
per mezzo di essi, a tutti gli altri uomini (II-II, q. 2, a. 6). Però, l'uomo interiormente” (Quodl., II, q. 4, a. 6, ad 3). Viene quindi
come s'è detto, il progresso della rivelazione non è avvenuto fatto un duplice dono all'uomo: il dono della dottrina della
omogeneamente al succedersi dei tempi: infatti il mistero di Dio salvezza, mediante la rivelazione, e il dono della grazia per
si è rivelato si in modo sostanzialmente progressivo, però accoglierlo nella fede.
sempre più pienamente in colui nel quale Dio inaugurava una
4. RIVELAZIONE E TEOLOGIA
nuova era di salvezza: Abramo, Mosè, Gesù Cristo. “Nel
periodo precedente alla Legge la prima rivelazione è stata fatta Tutto ciò che Dio ha reso noto all'uomo mediante la rivelazione
ad Abramo, quando gli uomini cominciarono a perdere la fede forma l'oggetto della teologia. Questa non ha altro oggetto che
nell'unico vero Dio, cadendo nell'idolatria (...) Isacco ricevette ciò che è stato svelato all'intelligenza mediante il lumen
una rivelazione meno importante, fondata quasi sulla rivelazione revelations, Grazie a tale oggetto la teologia sì distingue non
fatta ad Abramo (...). Parimenti, nel periodo della Legge, la solo specificamente ma genericamente (ossia appartiene a un ra-
prima rivelazione, cioè quella fatta a Mosè, fu la più importante mo del sapere totalmente diverso) da qualsiasi altra scienza
(fuit excellentior): e su di essa è fondata ogni altra rivelazione compresa la teologia filosofica. Infatti alla diversità di principi o
dei Profeti. Così pure nel tempo della grazia tutta la fede della di punti di vista causa la diversità delle scienze. Una stessa
Chiesa è fondata sulla rivelazione della unità e Trinità di Dio conclusione scientifica poi dimostrarla sia un astronomo sia un
fatta agli apostoli (...). Rispetto poi alla fede nell'incarnazione di fisico. Per es. la rotondità della terra; ma l'astronomo parte da
Cristo è noto che quanto più i credenti furono vicini al Cristo, criteri matematici, cioè fa astrazione dalle qualità stesse della
sia prima che dopo, tanto più furono istruiti su questo in maniera materia; il fisico invece la dimostra mediante la concretezza
più perfetta. Però più perfettamente dopo che prima, come stessa della materia. Quindi niente impedisce che delle stesse
insegna l'Apostolo” (II-II, q. 174, a. 6). cose di cui tratta la filosofia con i suoi lumi di ragione naturale
(cognoscibilia lumen naturalis rationis), tratti anche un'altra
La rivelazione di Cristo è l'ultima, la perfetta nel senso pieno
scienza che proceda alla luce della rivelazione (quae
della parola. Non vi saranno nell'ordine della rivelazione
cognoscuntur lumine divinae revelationis). Perciò quella
ulteriori esplicitazioni per mezzo di altri interventi divini (II-II,
teologia di cui si occupa la sacra dottrina (theologia quae ad
q. 174, a. 6, ad 3); vi sarà solo approfondimento ed
sacram doctrinam pertinet) differisce secondo il genere (differt
esplicitazione da parte della Chiesa (II-II, q. 1, a. 10). S.
secundum genus) dalla teologia che rientra nelle discipline
Tommaso mette in rilievo molto frequentemente il fatto che la
filosofiche” (I, q. 1, a. 1, ad 2).
pienezza della rivelazione si è avuta nel Cristo. Lui è la stessa
Luce (lumen) che risplende nelle tenebre e rende manifesta la La rivelazione non è soltanto l'oggetto e, perciò, la fonte
verità: “Christus est ipsum Lumen comprehendens, immo ipsum principale, sostanziale e fondamentale della scienza teologica,
lumen existens. Et ideo Christus perfecte testimonium perhibet ma è anche l'autorità primaria e suprema a cui fa appello in ogni
et perfecte manifestat veritatem” (In Ioan., c. 1, lect 4). Egli ha sua argomentazione. “Argomentare per autorità è
reso testimonianza alla verità, con la sua umanità, con le sue particolarmente proprio di questo insegnamento (doctrina) per il
opere (III, q. 401, a. 1), con le azioni della sua vita che fatto che esso deriva i suoi principi dalla rivelazione (principia
manifestano i vari aspetti del mistero della salvezza (cfr. III, q. huius doctrinae per revelationem habentur). Né questo deroga
36, a. 3, ad 1; q. 44, a. 3, ad 1; q. 45, a. 4, ad 2; q. 53, a. 1). alla dignità della sacra dottrina, perché sebbene l'argomemo di
Sapienza eterna di Dio, egli è il principio della nostra sapienza autorità umana sia il più debole di tutti, l'argomento dì autorità
(In Ioan., c. 1, lect. 1); la radice e la sorgente di ogni conoscenza fondato sulla rivelazione divina è il più forte (locus tamen ab
(ibid., c. 17, lect. 6). Egli è il primo e principale dottore della auctoritate quae fundatur super revelatione divina, est
fede (primus et principalis doctor fidei) (III, q. 7, a. 7), il dottore efficacissimus” (I, q. 1, a. 8, ad 2).
dei dottori (doctor doctorum). A differenza degli altri maestri
R. Latourelle, grande autorità sul tema specifico della
umani, egli insegna sia dal di fuori sia all'interno dello spirito.
rivelazione, formula il seguente giudizio a proposito della
Nel corso della sua vita, prima di affidare agli apostoli la
dottrina di S. Tommaso in questo campo: “Nell'epoca
missione di evangelizzare il mondo, li ha istruiti (III, q. 42, a. 1,
medioevale Tommaso rappresenta il punto di maturità della
ad 1); a essi ha dato il suo spirito (In Ioan., c. 17, lect 6), il quale
grande scolastica nella sua riflessione circa il tema della
manifestò a essi il senso della sua dottrina, in modo che
rivelazione. Dopo di lui non troviamo in altri teologi prospettive

8
più ampie dì quelle che egli ha sviluppato, anche se non si può Scriptura traditur», «Theologia sacrae Scripturae», «scientia
pretendere di trovare in lui una teologia della rivelazione divina quae est per inspirationem divinam acceptam» (ibid., ad
nell'attuale senso del termine. Nei secoli successivi, fino ai no- 3).
stri giorni, la terminologia si farà più precisa, più tecnica, ma la
2. LEGITTIMITA’ E NECESSITA’ DELLA TEOLOGIA
riflessione non guadagnerà granché in profondità”.
Prima ancora di stabilire se e come la teologia si possa dire
(Vedi:  FEDE, TEOLOGIA, PROFEZIA, SALVEZZA,
scienza, S. Tommaso si preoccupa di provare che lo studio
RELIGIONE)
«scientifico» della Parola di Dio non è soltanto legittimo ma an-
che doveroso. A prova di questa tesi adduce vari argomenti:
___________________________________ 1) il cristiano deve rispondere a quelli che gli chiedono ragione
della speranza che è in lui (I Pt 3, 15); egli deve saper confutare
Teologia gli avversari della sua fede (Tt 1, 9). Ora, ciò non si fa senza
scrutare le cose servendosi di argomenti (In De Trin., Proem., q.
Letteralmente il termine significa «studio di Dio,. (dal greco 2, a. 1). È quanto hanno fatto i santi Padri per tutti i grandi
Theos, Dio, e logos, studia). Questo termine era già noto ai fi- misteri del cristianesimo. S. Tommaso cita come esempio la
losofi greci (Platone, Aristotele, gli Stoici), che lo usavano per teologia trinitaria: «Che vi siano più Persone in Dio è una di
indicare lo studio delle Idee, della Sostanza prima, del Logos. quelle verità che appartengono alla fede e che la ragione na-
Esso venne ripreso dagli scrittori cristiani per denominare quella turale non può scoprire né cogliere pienamente. È soltanto nella
scienza che studia Dio e tutto ciò che ha qualche rapporto con patria che noi speriamo di coglierla, quando, succedendo la
Lui, soprattutto però come Egli si è compiaciuto di manifestarsi visione alla fede, Dio sarà contemplato senza intermediari. E
alla umanità nel corso dei secoli e conclusivamente in Gesù tuttavia i santi Padri, sollecitati dagli attacchi degli avversari
Cristo, suo Figlio Unigenito. Secondo la celebre definizione di della fede, si sono visti costretti a sottometterla a una certa
S. Anselmo la teologia è «fides quærens intellectum»: è la fede ricerca (de hoc disserere), come hanno fatto per gli altri punti
che cerca di ottenere una migliore comprensione di se stessa. della fede, ma con rispetto e modestia e senza pretendere di
coglierli pienamente» (De Pot., q. 9, a. 5).
Quando S. Tommaso scrive le sue Summæ non era trascorso
neppure un secolo dal momento in cui la Teologia si era 2) La verità rivelata è un dono fatto alla ragione umana, a cui è
costituita come disciplina autonoma: come uno studio delle connaturale il desiderio di conseguire piena conoscenza degli
verità della fede, distinto dal commento della S. Scrittura (lectio oggetti (verità) che le sono resi manifesti, e in particolare la
de sacra pagina). E’ quindi naturale che la questione dello conoscenza di Dio, che è ciò che rende l'uomo massimamente
statuto epistemologico di questa nuova scienza fosse ancora felice. «Poiché la perfezione dell'uomo risiede nell'unione con
dibattuta: c'era chi negava che la teologia meritasse il nome di Dio, bisogna che l’uomo si serva di tutte le risorse che sono in
scienza; altri sostenevano che tutt'al più poteva dirsi una scienza lui per tentare di avvicinarsi tanto quanto è possibile alle cose di
pratica, ma non speculativa. Va a S. Tommaso il merito di avere Dio per applicare la sua intelligenza alla contemplazione e la sua
risolto definitivamente la questione dello statuto epistemologico ragione all'approfondimento della verità. “Il mio bene è stare
della teologia assegnandole un oggetto, dei principi e un metodo vicino a Dio" (Ps. 72, 27). Ed è per questo che Aristotele
che la distinguono da qualsiasi altra forma di sapere. nell'Etica (1177b. 31-34) esclude l'opinione secondo la quale
l'uomo non deve occuparsi delle cose di Dio, ma solo di quelle
Se e quale tipo dì scienza sia la teologia l’Angelico lo spiega in dell’uomo” (In De Trin., Proem., q. 2, a. 1). S. Tommaso
modo egregio ed esaustivo nella prima questione della Prima osserva che «quando la volontà è ben disposta in rapporto alla
Pars della Summa. Ma alcuni aspetti importanti del problema fede, ama la verità che è oggetto di fede, vi ritorna senza posa
sono presi in esame anche in altri scritti, in particolare: nel nel suo pensiero (super ea excogitat) e abbraccia tutte le ragioni
Commento alle Sentenze (I Sent., Prol. aa. 1-5); nel Commento che si possono trovare a suo favore» (II-II, q. 2, a. 10).
al De Trinitate di Boezio (q. 2, aa. 1-3); nella Summa contro L'Angelico evoca anche “la grande gioia che si prova nel poter
Gentile (I, cc. 3-8); nel Quodilibet, IV (q. 9. a. 3); nel De gettare un semplice sguardo (aliquid posse inspicere) su realtà
Potentia (q. 9, a. 5). così elevate, per quanto in modo tanto debole e povero» (C. G.,
1. LA PAROLA “TEOLOGIA” I, c. 8, n. 49).

L'espressione che S. Tommaso usa più comunemente per 3) Lo spessore di intelligibilità che possiede il testo sacro, uno
denominare la scienza teologica è sacra doctrina. spessore che sollecita la ragione alla ricerca. Per gli articoli di
Significativamente il titolo che egli dà alla prima questione della fede, come per qualsiasi enunciato, vi è sempre qualche
Pars Prima è: De sacra doctrina, qualis sit et ad quae se elemento concomitante aliquid concomitans), sia di verità
extendat (la dottrina sacra: quale essa sia e a quali cose si presupposte dall'enunciato in questione (ea quae præcedunt) sia
estenda). La parola teologia la usa raramente e se presa da sola di verità che ne seguono (ea quae consequuntur),e quindi un
si riferisce alla teologia dei filosofi. Per S. Tommaso, con- articolo di fede si presta a essere spiegato ed esplicitato (ex-
formemente all'etimologia («discorso tenuto su Dio»), theologia plicari et dividi). E in questo modo, dichiara S. Tommaso, che
resta una parola generica, che non può essere specificata che dal grazie agli sforzi dei Padri della Chiesa, la fede è stata
contesto. Egli la usa come Aristotele per evocare «i poeti esplicitata e illustrata (III Sent., d. 25, q. 2, a. 2, qc, 1, ad 5).
teologi» che, prima di Socrate, hanno parlato dell'origine e della 4) La necessità di dare un ordine alle stesse verità rivelate da
costituzione del mondo (cfr. I Met., lect. 4). Ancora con Dio, che nella S. Scrittura si trovano in ordine sparso (II-II, q. 1,
Aristotele egli chiama teologia la filosofia prima o metafisica: è a. 99).
la theologia philosophica del Commento al De Trinitate (q. 5, a.
4), alla quale egli contrappone quella di cui noi qui trattiamo, 3. SCIENTIFICITA’ DELLA TEOLOGIA
che egli chiama di volta in volta «theologia quae in sacra
9
Per capire che cosa intende S. Tommaso quando dice che la insegnato, o perché torna alla gloria di Dio o perché la potenza
teologia è una scienza, occorre tenere presenti due cose: a) che di Dio è infinita, (C. G., II, e. 4).
la scienza è il modo di conoscere proprio dell’uomo, un
La Teologia abbraccia un'infinità di oggetti: tutto il mondo
conoscere per ragionamento e non per intuizione. Mentre gli
divino, umano c cosmico; tuttavia non è una scienza
angeli intuiscono la verità con l'intelletto, l'uomo raggiunge la
frammentaria ma fortemente unitaria: c questo non solo grazie
verità ragionando e ragionare significa ricercare, inquisire,
all'unità dell'oggetto formale (la luce della rivelazione), ma
ricavare, dedurre. Così nell'uomo la scienza è «virtus
anche grazie all'unità dell'oggetto materiale: in quanto tutto è
intellectualis... quae procedit inquisendo ex principiis in
visto con riferimento a Dio. «La sacra dottrina non si occupa di
conclusionibus» (III Sent., d. 34, q. I, a. 2). Perciò quella della
Dio e delle creature allo stesso modo; ma dì Dio principalmente,
scienza non è una verità intuita ma ragionata, dedotta: in altre
delle creature invece in quanto si riferiscono a Dio, come
parole è una verità acquisita mediante il ragionamento. b) che la
principio o fine loro» (1, q. 1, a. 3, ad 1). «Nella sacra dottrina
scienza, per S. Tommaso come per il suo maestro Aristotele, ha
tutto viene trattato sotto il punto di vista di Dio (sub ratione
carattere essenzialmente deduttivo: è la conoscenza di una cosa
Dei); o perché è Dio stesso o perché dice ordine a lui come a
attraverso le sue cause: «Scientia est rei cognitio per propriam
princìpio e fine. È chiaro dunque che Dio è il soggetto (oggetto)
causam» (C. G., 1, c. 94). Nella scienza si ottiene la verità di
della sacra dottrina„ (I, q. 1, a. 7). «Anche se gli articoli della
una cosa facendo luce sulle sue cause, sui suoi princìpi. Perché
fede sono molti, alcuni dei quali si riferiscono alla divinità, altri
si possa avere scienza intorno a qualche oggetto deve esserci un
alla natura umana che il Figlio di Dio assunse in unità di
gruppo di principi (assiomi, postulati) che consentano di fare dei
persona, altri agli effetti della divinità; tuttavia il fondamento di
ragionamenti (deduzioni) a proposito di tale oggetto. Ecco
tutta la fede è la stessa prima verità sulla divinità, giacché in
perché S. Tommaso afferma che la scienza esige tre elementi:
ragione di essa tutto il resto è contenuto nella fede, in quanto in
un oggetto, una serie di princìpi e la spiegazione: «Nelle
qualche modo si riconduce a Dio» (Expos. I Decr., 1).
dimostrazioni ci sono tre cose. Una è ciò che viene dimostrato
(spiegato) ossia la conclusione (...). La seconda sono le dignità 5. LA TEOLOGIA SCIENZA SUBALTERNA
(princìpi) da cui procede la dimostrazione. La terza è l'oggetto
S. T.ommaso distingue le scienze in architettoniche e subalterne.
(subiectum) del quale la dimostrazione mette in luce le proprietà
Le prime non dipendono da nessun'altra scienza, ma piuttosto
e gli accidenti propri» (I Anal., lect., 15, n. 129).
stanno a capo di un gruppo di scienze, in quanto procedono da
Fatte queste precisazioni si può seguire agevolmente il discorso princìpi primi che sono loro noti immediatamente. Invece le
di S. Tommaso sulla scientificità della teologia: sul suo oggetto, seconde si basano su princìpi che devono mutuare da scienze
i suoi princìpi, le sue proprietà, il suo metodo, le sue fonti. superiori. «Vi è un doppio genere di scienze. Alcune dì esse
procedono da princìpi noti per naturale lume d'intelletto come
4. OGGETTO FORMALE DELLA TEOLOGIA
l'aritmetica e la geometria; altre procedono da princìpi
La prima cosa da fare quando si reclama un posto per una conosciuti alla luce di una scienza superiore: per es. la
determinata scienza è mostrare che esiste un oggetto di ricerca prospettiva si basa sui princìpi della geometria e la musica sui
che non è già ricoperto da altre scienze. E’ quanto fa S. princìpi dell'aritmetica. E in tal maniera la sacra dottrina è
Tommaso per la teologia. Egli fa vedere che il suo oggetto, Dio scienza, in quanto poggia sui princìpi conosciuti per lume di una
e le creature, non coincide con quello della teologia dei filosofi, scienza superiore, cioè della scienza di Dio e dei beati. Quindi
i quali pure studiano sia Dio sia le creature. Infatti mentre la come la musica ammette i princìpi che le fornisce la
filosofia tratta di Dio e delle creature avvalendosi matematica, così la sacra dottrina accetta i principi rivelati da
esclusivamente della luce della ragione, la teologia considera Dio”. (I, q. 1, a. 2). Siccome deriva i suoi princìpi da una
Dio e le creature avvalendosi anzitutto e soprattutto della luce scienza superiore, la teologia non è una scienza architettonica
della divina Rivelazione. Ora, «la diversità di princìpi o di punti bensì subalterna: la sua guida è la sapienza divina, ed è in effetti
di vista causa la diversità delle scienze (diversa ratio una partecipazione di essa. «La sacra dottrina non mutua i suoi
cognoscibilis diversitatem scientiarum inducit). Una stessa principi da nessuna scienza umana, ma dalla scienza divina,
conclusione scientifica, può dimostrarla sia un astronomo che un dalla quale, come da somma sapienza, è regolata ogni nostra
fisico, per es., la rotondità della terra; ma l'astronomo parte da cognizione» (I, q. 1, a. 6 e ad 1).
criteri matematici, cioè fa astrazione dalle qualità della materia;
Il fatto di essere una scienza subalterna non svilisce il valore
il fisico invece la dimostra mediante la concretezza stessa della
della teologia ma piuttosto l'accresce, visto che la scienza da cui
materia. Quindi niente impedisce che delle stesse cose delle
essa dipende è la scienza di Dio e dei beati». Così, secondo S.
quali tratta la filosofia con la luce della ragione naturale, tratti
Tommaso, la teologia che procede dalla Rivelazione deve essere
anche un'altra scienza che proceda alla luce della rivelazione.
considerata come più elevata della teologia filosofica. Essa
Perciò la Teologia che fa parte della sacra dottrina differisce
passa infatti da ciò che noi riteniamo mediante la fede, aderendo
secondo il genere dalla teologia che rientra nelle discipline
alla Verità Prima, ad altre cose, come da altrettanti princìpi ad
filosofiche» (I, q. 1, a. 1, ad 2). Pertanto, diverse sono le
altrettante conclusioni, essendo i princìpi ciò che noi teniamo
considerazioni del filosofo e del teologo intorno a Dio e alle
per fede (gli articoli di fede), e le conclusioni, le verità che ne
creature. «Il filosofo studia quello che conviene alle creature
deduciamo. A questo proposito l'Aquinate ama ripetere che la
secondo la loro natura, come nel fuoco studia la tendenza a
«sacra dottrina» è un'imitazione e come un'impronta in noi della
salire verso l'alto, mentre il teologo studia nelle creature soltanto
scienza di Dio stesso: come questa, che nelle sua unità e
quello che loro conviene per rapporto a Dio, come l'essere create
semplicìtà abbraccia tutte le cose, essa possiede una unità
da Dio, l'essere a lui soggette e simili aspetti (...) E se alcune
superiore che le permette di trattare di cose molto diverse (I, q.
considerazioni delle creature sono comuni al filosofo e al
1, a. 3, ad 2); come questa, inoltre, essa considera le creature,
teologo, tuttavia esse partono da princìpi diversi, perché il
per così dire, dall'alto, a partire da Dio, nella luce di Dio, in
filosofo trae gli argomenti dalle cause proprie delle cose, mentre
seguito a una considerazione diretta di Dio (In De Trin, Proem.,
il teologo li trae dalla Causa prima, cioè o perché Dio ha così
q. 2, a. 2; C. G., II, c. 4).
10
Avvalendosi del procedimento scientifico, che consiste posto viene la Tradizione; segue il Magistero ecclesiastico (i
nell'argomentare nuove verità assumendo determinati princìpi, il Concili); quindi viene l'insegnamento dei Padri della Chiesa e
teologo pur procedendo da princìpi accolti per fede e pertanto infine, come autorità estranea, l'opinione dei filosofi. Sul valore
inevidenti, tuttavia, con l’argomentazione teologica, raggiunge delle singole autorità ecco quanto scrive l'Angelico nella
nuove verità che possono vantare la stessa certezza dei principi. Summa: «Dell'autorità dei filosofi la sacra dottrina fa uso come
Questa convinzione fa dire a S. Tommaso che la teologia non di argomenti estranei e probabili; mentre delle autorità della
rende evidenti le cose che crediamo. si serve tuttavia di queste Scrittura canonica si serve come di argomenti propri e rigorosi.
per rendere evidenti (facit apparere) altre cose, e ciò con lo Delle sentenze poi dei Dottori della Chiesa essa si serve quasi
stesso tipo di certezza nei due casi» (per modum quo de primis come di argomenti propri, ma di un valore solo probabile;
certitudo habetur) (In De Trin., Proem., q. 2, a. 2, ad 6). Sulla perché la nostra fede poggia sulla rivelazione fatta agli Apostoli
stessa linea, egli non esita a scrivere commentando Dionigi: e ai Profeti, i quali hanno scritto i libri canonici, non già su
«Niente di ciò che può essere tratto (qaaecumqe elici possunt) qualche altra rivelazione, ammesso che esista, fatta a qualche
da ciò che è contenuto nella Scrittura è un corpo estraneo (non dottore privato» (I, q. 1, a. 8, ad 2).
sunt aliena) nella dottrina di cui trattiamo, anche se non è allo
7. IL RICORSO ALLA FILOSOFIA
stesso modo contenuto nella Scrittura» (In Div,. Nom., c. 1, lect.
l). Si può dunque legittimamente concludere che «il credente La legittimità del ricorso alla filosofia nel lavoro teologico è
possiede la scienza di ciò che è concluso a partire dalla fede» apertamente riconosciuta e proclamata dall'Angelico in tulle le
(De Ver., q. 14, a. 9, ad 3). Così S. Tommaso ammette che la sue opere. Si tratta d'altronde di una conseguenza logica del suo
pratica della teologia pur non dando l’habitus dei princìpi modo dì concepire i rapporti tra fede e ragione, secondo il prin-
(poiché i suoi princìpi sono accolti per fede), fa acquisire cìpio dell'armonia, che prevede una collaborazione reciproca tra
l’habitus di ciò che si deduce da questi princìpi e di ciò che queste due sorgenti di verità. Ecco come 1'Aquinate giustifica
serve a difenderli (I Sent., Prol. 3, qc. 3, ad 3). l'uso della filosofia da parte del teologo: «La sacra dottrina si
avvale anche della ragione umana, non già per dimostrare i
Per precisare l'ambito esatto dell'intervento della ragione nei
dogmi, ché altrimenti si perderebbe il merito della fede; ma per
misteri delle fede, S. Tommaso distingue tra l’esistenza delle
chiarire alcuni punti del suo insegnamento . Siccome infatti la
verità di fede (an ita sit) e il loro significato (quomodo sit).
grazia non distrugge la natura ma anzi la perfeziona, la ragione
Dell'esistenza la ragione non può fornire altro argomento che
deve sevire alla fede, nel modo stesso che l'inclinazione naturale
l'autorità della S. Scrittura: per es. se si discute con i giudei oc-
della volontà asseconda la carità. Ond'è che S. Paolo dice:
corre addurre l'autorità dell’Antico Testamento, mentre se si
"facendo schiava ogni intelligenza all'obbedienza di Cristo" (2
discute con i manichei che negano l’Antico Testamento bisogna
Cor 10, 5). È così che la sacra dottrina utilizza anche l'autorità
invocare soltanto l'autorità del Nuovo Testamento. Invece
dei filosofi dove essi con la ragione giunsero a conoscere la
quando si cerca di approfondire il significato delle verità
verità» (I, q. 1, a. 8, ad 2).
rivelate, allora bisogna basarsi su ragioni che vanno alla radice
della verità (oportet rationibus inniti investigantibus veritatis Nel commento al De Trinitate di Boezio (Proem., q. 2, a. 3), S.
radicem) «perché se il professore si accontenta di risolvere la Tommaso affronta direttamente il problema: «Utrum in scientia
questione ricorrendo semplicemente all'autorità, rassicurerà fidei, quae est de Deo, liceat rationibus philosophicis uti» . Egli
l’uditore sulla esistenza di tale verità, ma non gli farà acquistare premette che si danno due sorgenti principali del conoscere, duo
né scienza né intelligenza della medesima, e lo manderà via a lumina, il lumen naturale mentis humanae e il lumen fdei: poi fa
mani vuote». (Quod., I V, y. 9, a. 3). vedere in che modo si rapportano i duo lumina. Egli scarta
l'ipotesi che una sorgente possa sopraffare l'altra. Ciò non riesce
6. FONTI DELLA TEOLOGIA
alla fede, in quanto «la luce della fede che ci viene infusa
S. Tommaso non si stanca mai di ripetere che fonte primaria gratuitamente non distrugge la luce della conoscenza che ci
della teologia, è la S. Scrittura. Né può essere diversamente, viene data dalla natura», ma piuttosto la perfeziona; né può
perché, come s'è visto, il teologo deriva i princìpi, le verità riuscire alla ragione, in quanto «la luce naturale dell'intelligenza
fondamentali della sua riflessione, dalla Rivelazione, ossia dalla umana è insufficiente a svelare quelle verità che sono rivelate
S. Scrittura. Avere come fonte primaria la S. Scrittura appartiene dalla fede». Respinge quindi l'ipotesi di una reciproca
alla logica interna della Teologia. Pertanto la S. Scrittura non è conflittualità, perché entrambi i lumi, della fede e della ragione,
soltanto l’unico libro di testo del teologo, ma è anche la sua sola procedono da un'unica suprema sorgente, Dio. Escluse le due
auctoritas, movendo dalla quale può argomentare proprie ex ipotesi della reciproca sopraffazione e della conflittualità,
necessitate (I q. 1, a. 8, ad 2). Nessun'altra autorità, a cui può rimane come unica soluzione possibile quella dell'armonia e
certamente rivolgersi, gli può fornire una garanzia altrettanto della reciproca sussidiarietà, che è appunto la soluzione che S.
sicura. Perciò il teologo deve attenersi saldamente e strettamente Tommaso fa sua.
a quanto trova scritto nel testo sacro: «De Deo dicere non
     Per quanto concerne la sussidiarietà della filosofia nei
debemus quod in Scriptura non invenitur, vel per verba vel per
confronti della Teologia il Dottore Angelico la schematizza in
sensum”(I, q. 36, a.2, ad 1).  «Non est affirmandum aliquid de
tre punti: «Nella dottrina sacra si può far uso della filosofia in
divinis, quod auctoritate Scripturae sacrae non est expressum»
tre modi (in sacra doctrina philosophia possumus tripliciter uti).
(I, q. 39, 'a. 2, ob. 2). Perciò per S. Tommaso la regola aurea a
Anzitutto per provare quei preamboli della fede che sono
cui si deve attenere il teologo è la seguente: «Prima di tutto
indispensabili nella scienza della fede, come per es. ciò che si
bisogna ritenere incrollabilmente la verità della Scrittura»
può dimostrare naturalmente di Dio, ad es.: che Dio esiste, che è
(primo quidem, veritas Scripturae inconcusse teneatur) (I, q. 68,
uno e altre verità del genere che riguardano sia Dio sia le
a. 1 ).
creature; queste verità sono provate dalla filosofia e sono
Affermando il primato assoluto della fonte biblica, S. Tommaso presupposte dalla fede. In secondo luogo, per chiarire mediante
non intende affatto escludere l'importanza delle altre fonti, che similitudini le cose della fede (...). In terzo luogo, per
anzi egli riconosce apertamente. Dopo la Scrittura al primo controbattere ciò che si dice contro la fede: facendo vedere che
11
si tratta di cose false oppure impertinenti» (In De Trin.,- Proem., essere proprio della Persona del Verbo alla natura umana di Cri-
q. 2, a. 3). Il primo servizio è semplicemente preliminare alla sto al momento del suo concepimento. L'actus essendi che fa
teologia, ché dì per sé si svolge al di fuori della teologia, reale ed esistente la natura umana di Cristo è lo stesso esse
trattandosi di preamboli; tuttavia nella sintesi tomista, che non divino del Verbo (III, q. 17; Comp. Theol. I, c. 212; De unione
conosce separazioni compartimentali tra fìlosofia e teologia esso Verbi incarnati).
viene sempre incorporato in un’unica trattazione. Il secondo
Il secondo esempio riguarda l’Eucaristia, più precisamente la
servizio è intrinseco e veramente sussidiario, in quanto fornisce
transustanziazione.
alla speculazione teologica immagini e analogie atte a illustrare
le verità di fede (cfr. C. C., 1, c. 8). Infine, il terzo servizio, di Per S. Tommaso questo prodigio in sede ontologica non fa
confutazione delle obiezioni che si sollevano contro la fede, è problema, perché al di là di tutte due le forme e materie, sta il
piuttosto successivo e integrativo rispetto alla teologia: in effetti fondamento comune dell’essere, su cui avviene il passaggio
gli errori e le obiezioni si respingono dopo che si è approfondito dalla sostanza del pane alla sostanza del corpo di Cristo, e di cui
il senso della verità. Ma nella Summa Theologiae anche questa Dio soltanto è autore (perché dell'essere la causa unica è sempre
parte viene incorporata in un'unica trattazione. Dio): «Per virtù di un agente limitato non può una forma
cambiarsi in un'altra forma, né una materia in un’altra materia.
Il ruolo che S. Tommaso assegna alla filosofia nei confronti
Ma per virtù di un agente infinito, che opera su tutto l'ente
della teologia, quando ne fa oggetto di trattazione esplicita come
(quod habet actionem in totum ens), tale conversione è
nei testi che abbiamo esaminato, è già notevole: la filosofia è
possibile; perché ad ambedue le forme e ad ambedue le materie
l'orizzonte razionale che circonda la teologia da tutte le parti;
è comune la natura di ente; e l'autore dell'ente può mutare
precede e segue le verità di fede e apre varchi di intelligibilità
l'entità dell'una nell'entità dell'altra, eliminando ciò che
con similitudini appropriate. Di fatto però la filosofia, così come
distingueva l'una dall'altra» (III, q. 75, a. 4, ad 3).
l'adopera S. Tommaso, nella elaborazione della sacra dottrina,
svolge un ruolo molto più importante e significativo. Non è così 8. LA TEOLOGIA SCIENZA SPECULATIVA
esterno e periferico come sembra suggerire l'Aquinate sia nel
Tra i teologi dell'Ordine francescano (Alessandro di Hales,
Commento al De Trinitate sia nella Summa, ma va in profondità,
Bonaventura) e quelli dell'Ordine domenicano (Alberto Magno)
dà una forma nuova ai contenuti, ai misteri, alla Parola di Dio.
si discuteva vivacemente sulla natura specifica della teologia, se
La filosofia fornisce alla teologia uno schema di razionalità per
cioè fosse una scienza speculativa o pratica. I Francescani
ordinarli, per interpretarli e per esprimerli. In effetti, S.
sostenevano che la teologia è un sapere eminentemente pratico,
Tommaso nella Summa e nelle altre opere teologiche non
che ha di mira soprattutto l'incremento della carità. Invece i
assume dalla filosofia soltanto il metodo sillogistico e certe
Domenicani affermavano che l'obiettivo primario è speculativo:
similitudini, ma anche tutto il linguaggio tecnico e un insieme di
la conoscenza della verità rivelata, ma riconoscevano anche la
verità di grande spessore teoretico, che egli stesso ha messo a
grande rilevanza che ha questo conoscere per la vita cristiana.
punto nella sua poderosa e feconda filosofia dell'essere. Il
Anche S. Tommaso difende la priorità del fine speculativo senza
concetto intensivo dell'essere (actualitas omnium actuum), i
però sminuire minimamente il suo significato pratico. Ecco il
concetti di partecipazione e di comunicazione, il principio
suo giudizio a questo riguardo: «La sacra dottrina comprende
dell'analogia, la distinzione reale tra l'essenza e l’actus essendi
sotto di sé i due aspetti (speculativo e pratico); come anche Dio
nelle creature, il concetto di persona (che è quanto di più
con la medesima scienza conosce se stesso e le sue opere.
perfetto esiste nel creato) ecc. sono conquiste filosofiche che
Tuttavia è più speculativa che pratica (magis tamen est spe-
hanno consentito a S. Tommaso di gettare una luce nuova e ra-
culativa quam practica), perché si occupa più delle cose divine
diosa su molti punti fondamentali della Rivelazione. Un paio di
che degli atti umani, dei quali tratta solo in quanto per essi l'uo-
esempi possono bastare a confermarlo.
mo è ordinato alla perfetta conoscenza di Dio, nella quale
Il primo riguarda la cristologia. È noto come i primi concili consiste la beatitudine eterna» (I, q. 1, a. 4).
avevano risolto il dibattito intorno alla costituzione ontologica
Per avere una conferma di come l'Angelico prenda sul serio
del Cristo. Quello di Calcedonia aveva definito che in Cristo ci
questa duplice funzione della Teologia è sufficiente dare uno
sono due nature, umana e divina, ma una sola persona, quella
sguardo al suo studio dei misteri di Cristo (per questo può
divina. L'unicità della persona salvaguardava l’unità dell'essere
bastare la lettura del suo commento al Simbolo). Di ognuno di
di Cristo. Questo era chiaro; meno chiaro era invece il modo col
essi, dopo avere sviscerato il senso profondo, egli sottolinea il
quale la persona assolveva al compito di sostegno della natura
carattere esemplare, evidenziando le lezioni che il cristiano deve
umana. Un chiarimento decisivo su questo punto viene portato
trarre per la propria vista spirituale.
da S. Tommaso curi la sua concezione intensiva dell'essere
applicata alla persona. Questa viene definita dall'Angelico mine Anche se propriamente è una scienza, tuttavia a causa del suo
un subsistens in natura rationali. Ora si capisce perché se nel oggetto principale (le sublimi verità che riguardano Dio) la
Cristo c'è una sola persona, come afferma Calcedonia, questa teologia secondo l'Angelico merita anche il nome di sapienza.
non può essere che la persona del Verbo. Infatti, se Cristo è Anzi, secondo S. Tommaso, «questa dottrina fra tutte le
veramente, sostanzialmente Dio, la sua umanità non può essere sapienze umane, è sapienza in sommo grado, e non soltanto in
provvista di un suo atto d'essere, perché è l’atto d'essere che un sol genere di oggetti (...). Infatti, colui che considera la causa
causa la sussistenza; quindi la natura umana riceve la sus- suprema dell'universo, che è Dio, è il sapiente per eccellenza:
sistenza della Persona divina del Verbo, né per questo soffre cosicché, al dire di S. Agostino, la sapienza è la conoscenza
alcuna menomazione. Al contrario la natura umana di Cristo, delle cose divine. La sacra dottrina poi in modo più proprio si
diviene il soggetto del massimo dono che potesse essere elargito occupa di Dio in quanto causa suprema, perché non si limita a
a una creatura: l’unione ipostatica, che è la più alta quel che se ne può conoscere attraverso le creature (ciò che
divinizzazione dell'uomo che si potesse concepire al di fuori del hanno fatto anche i filosofi) ma si estende anche a quello che di
panteismo. Con la sua dottrina del primato dell'essere S. se stesso egli solo conosce c ad altri viene comunicato per
Tommaso chiarisce anche il senso della incarnazione dell'atto di
12
rivelazione. Quindi la sacra dottrina è detta sapienza in sommo allo studio dei singoli articoli di fede, ma anche alla
grado» (I, q. 1, a. 6). strutturazione generale dì tutte le verità rivelate. Queste, nella
Summa Theologiae, vengono disposte logicamente secondo la
9. METODO DELLA RICERCA TEOLOGICA
loro capacità di irradiare luce sulle verità successive. E poiché
Due sono i metodi fondamentali di cui si avvale la scienza: la S. Tommaso distingue due universi (ordini): quello della
risoluzione (resolutio) e la composizione (compositio). Il primo creazione e quello della redenzione, egli assegna a Dio il ruolo
va dagli effetti alle cause, dalle conseguenze ai princìpi e fa luce primario nell'ordine della creazione; mentre dà a Cristo il ruolo
sugli effetti, sulle conseguenze riconducendoli e risolvendoli nei primario nell'ordine della redenzione. Su questa semplice
loro princìpi. Il secondo procede in senso inverso: discende distinzione il Dottore Angelico basa la divisione della Summa in
dalle cause universali alle cause particolari o effetti, dai princìpi due grandi sezioni. La prima (che abbraccia la Prima e la
primi alle loro conseguenze, e trasmette in tal modo la luce dei Seconda) è di indole teocentrica: vi si parla di Dio, della sua
princìpi sulle conclusioni (In De Trin., lect., II, q. 2, a. 1, ad 3). natura, dei suoi attributi, della Trinità, delle opere di Dio, della
La resolutio è il metodo proprio delle scienze sperimentali e creazione e della provvidenza e delle sue creature: gli angeli e
della filosofia; la compositio è il metodo della teologia «In ogni l'uomo. E di quest'ultimo si studiano la natura, le attività, le
ricerca, scrive l'Angelico, bisogna partire da qualche princìpio. facoltà, le passioni, le virtù e i vizi. La seconda, invece, è
E se questo princìpio ha una priorità, sia nell'ordine conoscitivo spiccatamente cristocentrica: vi si studiano tutti i misteri di
sia nell'ordine reale (prius in esse), il procedimento non è Cristo e gli effetti della sua azione salvifica: la Chiesa e i
risolutivo ma piuttosto compositivo, poiché le cause sono più Sacramenti. Con questa duplice applicazione del metodo
semplici degli effetti» (I-II, q. 14, a. 5). E tale è precisamente il compositivo S. Tommaso è riuscito a dare alla Teologia quel
metodo della teologia. rigore e quella sistematicità che nessuno era riuscito a darle in
precedenza e che servirà come modello impareggiabile per tutti i
Come s'è visto, i princìpi da cui muove il teologo nel suo
teologi che verranno dopo di lui.
argomentare sono i grandi misteri della Rivelazione, ossia gli
articoli di fede. Questi non sono più intesi da S. Tommaso come Secondo gli antiche biografi dell’Aquinate, S. Tommaso dava
la materia, il soggetto della esposizione e della ricerca teologica, l'impressione di essere un innovatore. In realtà, il concetto di
come nella sacra dottrina del sec. XII, ma costituiscono i punti teologia come scienza e la elaborazione del metodo compositivo
di partenza da cui muove la riflessione teologica, la quale per la sua ricerca, quali brevemente descritti nelle pagine che
conduce il suo lavoro secondo tutte le leggi e le esigenze della precedono, non si riscontrano negli autori anteriori né nei con-
demostratio aristotelica: «Così ciò che riteniamo per fede funge temporanei in una forma paragonabile  alla sua. 
per noi da princìpi di questa scienza, mentre il resto vi
(Vedi: FEDE, RAGIONE, FILOSOFIA, METODO, DIO,
appartiene come conclusione» (In De Trin., Proem., q. 2, a.2).
CRISTO)
Nella teologia il credente, nelle condizioni di aviatore (in statu
viae) cerca una qualche intelligenza dei misteri soprannaturali in
quanto, sul fondamento incrollabile della fede, che è una
http://www.carimo.it/index.cfm
«partecipazione» della scienza di Dio e dei beati, procede a
ulteriori conoscenze: «Venimus in cognitionem aliorum
secundum modum nostrum, silicet discurrendo de principiis ad
conclusionem» ((ibid.).
Pertanto il metodo della teologia è essenzialmente deduttivo e S.
Tommaso lo applica costantemente (anche nei commenti della
S. Scrittura) nella forma sillogistica, che è la forma più rigorosa
della argomentazione.
Il metodo compositivo è indispensabile quando il teologo
attende al suo compito principale, che è quello di approfondire il
senso della Parola di Dio. Ma c'è anche un altro compito a cui il
teologo viene spesso chiamato: quello di difendere la fede
cristiana dagli assalti dei suoi nemici. In questo caso il metodo
più appropriato è quello dialettico. «La sacra dottrina disputa
contro chi nega i suoi princìpi (disputat cum negante sua
principia), argomentando rigorosamente se l'avversario ammette
qualche verità della rivelazione, come quando ricorrendo
all'autorità della S. Scrittura disputiamo con gli eretici, o quando
per mezzo di un articolo ammesso combattiamo contro chi ne
nega qualche altro. Se poi l'avversario non crede niente di ciò
che è rivelato, allora la scienza sacra non ha più modo di portare
argomenti a favore degli articoli di fede: non le resta che
controbattere le ragioni che le si possono opporre. È chiaro
infatti che poggiando la fede sulla verità infallibile ed essendo
impossibile dimostrare il falso da una cosa vera, le prove che si
portano contro la fede, non sono delle vere dimostrazioni, ma
degli argomenti solubili» (I, q. 1, a. 8; cfr. Quodl., IV, q. 9, a. 3).
Scelta la resolutio come metodo proprio della teologia,
l'Angelico ne trae le logiche conseguenze, applicandolo non solo
13